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The Man in the Amazon Studios

Stendardo Greater Nazi ReichAvete pensato a quanto sia difficile scrivere un’ucronia? E’ uno sbatti assurdo.
Non soltanto bisogna documentarsi molto bene sul periodo storico in cui avviene il what if, ma bisogna anche avere abbastanza immaginazione e comprensione della Storia da creare un mondo alternativo credibile: da quel singolo avvenimento, o serie di avvenimenti che sono andati diversamente, costruire una catena di cause ed effetti verosimili che portino il mondo al presente della narrazione. E dove va a finire, questa mole incredibile di documentazione e worldbuilding faticosamente messi insieme? Al 90% rimane nella testa dello scrittore, fondamenta invisibile della storia particolare che decide di raccontare, secondo il principio dell’iceberg di Hemingway.
Non sorprende quindi che ci siano così pochi romanzi ucronici in circolazione, nonostante la domanda non manchi. Né stupisce che gli scrittori, quando ne trovano una, cerchino spesso di minarla fino alla totale esaustione con trilogie, saghe e universi espansi. Turtledove ha scritto due saghe per un totale di otto romanzi per la sua ambientazione Worldwar (Ciclo dell’Invasione in italiano), in cui gli alieni attaccano il nostro pianeta in piena Seconda Guerra Mondiale e sparigliano le carte; e la bellezza di undici romanzi nel suo ciclo Southern Victory, in cui immagina una diversa risoluzione della Guerra di Secessione americana. Harry Harrison ha scritto due seguiti di West of Eden, la sua ucronia preistorica – da me recensita qui – in cui un ceppo di rettili intelligenti evolve indipendentemente dall’essere umano.

Anche Dick aveva più volte provato a scrivere un seguito di The Man in the High Castle, e continuare così la sua esplorazione di un mondo in cui Germania e Giappone si sono spartiti il mondo dopo aver vinto la Seconda Guerra Mondiale. Le idee non gli mancavano. The Ganymede Takeover, romanzo minore scritto a quattro mani con Ray Nelson, era nato come un sequel in cui l’impero giapponese lanciava un’offensiva di occupazione degli interi Stati Uniti come strategia preventiva anti-nazista. Un altro tentativo abortito, Ring of Fire, vedeva gli ufficiali nazisti aprire uno squarcio con una dimensione parallela (la nostra?) in cui il Reich era caduto ma esisteva l’atomica, e cercare di trafugare la preziosa tecnologia nel mondo del romanzo. Anche lo stranissimo romanzo VALIS era nato come seguito di High Castle: la divinità in questo caso non si metteva in contatto con un alter ego di Dick, ma con Hawthorne Abendsen – l’uomo nell’alto castello himself – per proteggerlo dai nazisti che venivano a prenderlo.
Per più di vent’anni dalla pubblicazione del romanzo originale, insomma, Dick ha tentato di tornare a quel mondo, farlo rivivere ed espanderlo. Magari farci scoprire come andava a finire. Ma Dick era anche un uomo dalla salute mentale altalenante, e la repulsione verso la mentalità nazista era troppo forte per più di brevi incursioni nella terribile ucronia che aveva creato. Morì senza mai regalarci un’immagine della New York sotto occupazione nazista, o la Berlino sotto il pugno di Bormann o Goebbels o Heydrich. Il grosso del romanzo originale, infatti, si svolge nella San Francisco colonizzata dai giapponesi e nello stato cuscinetto delle Montagne Rocciose dove Abendsen si nasconde; tutto quello che sappiamo dello strano mondo là fuori, lo ricostruiamo attraverso i dialoghi e i monologhi interiori dei protagonisti (e già Dick abusa dell’infodump, ansioso di farci sapere cosa i suoi nazisti abbiano combinato nel Mediterraneo, piuttosto che in Africa, o i giapponesi in Sudamerica!). Potete quindi immaginare quanto fossi gasato quando, a Gennaio 2015, è arrivata la notizia che Amazon Studios si stava impegnando a sviluppare una serie tv ispirata al romanzo.

Nazi Times Square

La vista di una gigantesca svastica che occhieggia dai maxischermi di Times Square è qualcosa di impagabile. Dal primo episodio della serie tv.

Amazon Studios è una creatura interessante. Nato nel 2010 da una costola del gigante della distribuzione digitale, è una casa di produzione di film e serie tv originali che vengono poi distribuite in streaming su canali proprietari sul modello di Netflix. Come Netflix, le stagioni dei serial vengono girate e poi pubblicate in blocco; ma a differenza di Netflix, il modo in cui queste serie vengono selezionate e prodotte coinvolge gli utenti molto più di quello a cui siamo abituati. In specifici momenti dell’anno, vengono pubblicati gli episodi pilota di differenti soggetti, ed è in base ai feedback degli spettatori, con il loro numero di visualizzazioni, le valutazioni positive, le recensioni, che viene deciso quali portare avanti e quali cancellare. Inutile dire che The Man in the High Castle è stato il pilota che ha ricevuto più consensi di tutta la stagione.
L’ambientazione di The Man in the High Castle sembrava quasi implorare che qualcuno la prendesse per espanderla. C’è un sacco di spazio libero per creare nuove storie, approfondire personaggi ed eventi, e insomma arricchire quel mondo poco più che abbozzato da Dick. E con al comando Frank Spotnitz, uno dei più importanti registi e autori di X-Files, e Ridley Scott come produttore esecutivo, i numeri per fare qualcosa di interessante c’erano tutti. Il pilot è uscito su Amazon Prime il 15 Gennaio 2015; un mese dopo, la serie era stata selezionata per la produzione di una stagione da 10 episodi. La stagione completa è uscita il 20 Novembre ed è già stato opzionato il rinnovo per una seconda.
Ora, conoscete bene la mia insofferenza verso le opere incompiute e come in genere mi tenga alla larga da qualsiasi serie finché non è stata – o sta per essere – scritta la parola fine. Ma anch’io ho le mie debolezze – e per The Man in the High Castle ho fatto un’eccezione. Dopo aver recensito il romanzo, vediamo quindi cosa ne penso della serie tv.

The Man  in the High Castle
The Man in the High Castle (tv series)Autore: Frank Spotnitz
Produttore esecutivo: Ridley Scott, Frank Spotnitz
Genere: Ucronia / Thriller / Politico

Stagioni: 1  (ongoing)
Episodi: 10

Paese: U.S.
Anno: 2015

Da quando è nata, Juliana Crain vive con la testa bassa. Le sue giornate trascorrono tutte uguali tra gli allenamenti al dojo, dove pratica aikido con i giapponesi, e le serate col suo malinconico ragazzo Frank, saldatore che nasconde le proprie origini ebraiche. Ma la sua vita a San Francisco cambia per sempre il giorno in cui riappare Trudy, la sua sorella scomparsa, e le affida con fare misterioso una pellicola dal titolo enigmatico: The Grasshopper Lies Heavy. Poco dopo la Kempeitai, la polizia militare giapponese, la uccide a sangue freddo. L’orrore di Juliana si mischia alla sorpresa nel momento in cui, rifugiatasi a casa, mette la pellicola nel proiettore e si trova di fronte le immagini in bianco e nero di un cinegiornale estremamente realistico, che mostrano Berlino abbattuta, gli americani vincere la Seconda Guerra Mondiale e tornare a casa vittoriosi. Trudy era in realtà membro di una segreta Resistenza alle forze di occupazione, con il compito di consegnare la pellicola al misterioso leader rivoluzionario chiamato l’Uomo nell’Alto Castello.
E mentre Juliana, di nascosto da tutti, decide di prendere il posto della sorella e imbarcarsi per Canon City, l’anonima città della Zona Neutrale dove si dice che viva l’Uomo nell’Alto Castello, nella New York occupata dal Reich un giovane di nome Joe Blake entra in contatto con la locale cellula della Resistenza. Anche a lui viene affidata una pellicola e il compito di entrare di nascosto nella Zona Neutrale, ma il ragazzo fa appena in tempo a fuggire prima che un blitz nazista sgomini la cellula. Ora Juliana e Joe sono due uomini in fuga, due traditori invischiati in un gioco più grande di loro. Ma in gioco c’è molto di più degli equilibri politici del loro mondo.

Spotnitz e gli altri creatori della serie avevano a disposizione più modi per sviluppare il materiale originale. Potevano replicare in modo fedele la trama del romanzo (soluzione pigra), oppure esplorare nuovi territori del mondo immaginato da Dick, con nuove situazioni e nuovi personaggi, momenti storici differenti (soluzione più coraggiosa e affascinante). Gli autori hanno optato per una sana via di mezzo: re-immaginare la trama originale, prendendosi la libertà di espanderla e modificarla a piacimento. Il risultato è un thriller ucronico a tratti molto vicino e a tratti molto lontano da The Man in the High Castle.
Trattandosi di una produzione ad alto budget, Spotniz dà alla serie un taglio molto diverso rispetto all’opera originale. Il libro di Dick, lo abbiamo visto, è fondamentalmente un mainstream che mostra le vite parallele di tanti piccoli personaggi in un mondo più grande di loro – con il rischio di annoiare o perdere per strada i lettori. La serie tv mette invece al centro la lotta della Resistenza americana contro gli occupanti, e prende quindi la forma più convenzionale di un thriller politico orientato all’azione. Si ottiene, così, il doppio risultato di dare ritmo e una direzione alla storia – due elementi che il romanzo di Dick non aveva, o aveva in modo carente – e di inserirla in un archetipo ben riconoscibile dallo spettatore, quello dei ribelli in lotta contro la dittatura.

Il trailer ufficiale di The Man in the High Castle

I protagonisti dell’opera originale ritornano più o meno tutti, anche se in una versione ‘ingentilita’ e meno ambigua. Juliana – una dei due protagonisti veri e propri della serie – è, come nel romanzo di Dick, una donna forte, testarda e votatata all’azione, e come nel romanzo si mette alla ricerca dell’uomo nell’alto castello. Ma nell’opera originale aveva anche tutta una serie di caratteristiche che la rendevano più complessa e meno amabile: era egocentrica, priva di empatia, dall’intelligenza quasi animalesca nel suo curarsi solamente del presente e degli impulsi del momento. Era una donna che senza volerlo faceva soffrire le persone che la circondavano, e aveva lasciato Frank perché non riusciva più ad amarlo. Ma una simile figura femminile si alienerebbe le simpatie del pubblico; ed ecco quindi che la nuova Juliana è una donna di nobili ideali che si preoccupa degli altri. Lei e Frank stanno ancora insieme e, pur con i loro alti e bassi, sono una coppia innamorata.
Joe Blake, l’altro protagonista, è la rilettura in chiave americana di un personaggio minore del romanzo, il camionista italiano e fascista Joe Cinnadella. Il conflitto centrale di questo personaggio – lealtà al Partito o lealtà alla donna amata? – è molto affascinante, e mette in gioco concetti potenti come quelli di fedeltà, onore, obbedienza, patriottismo. Tuttavia si è voluto fare anche di Blake un personaggio facile da inquadrare, e si capisce subito che in fondo è il classico ragazzone dall’animo nobile e gli ideali un po’ confusi. Frank Frink – col suo carattere malinconico e riflessivo – e l’ambasciatore Nobusuke Tagomi – con le sue maniere posate e il suo spiritualismo – sono forse i personaggi che rimangono più aderenti al romanzo originale. Ma la scelta “facile” della serie si vede soprattutto nell’assenza tra i personaggi principali del più sfaccettato e ambiguo dei protagonisti del libro di Dick, l’antiquario Robert Childan, con la sua ammirazione per i nazisti e il suo rapporto di morboso amore-odio verso i dominatori giapponesi. Childan c’è nella serie di Spotnitz, ma relegato a un ruolo minore e trasformato in “macchietta” di commerciante furbetto.

Considerato però che si vuole raggiungere un pubblico vasto, e che i personaggi devono fare da punto di ancoraggio dello spettatore per esplorare un complicato mondo distopico, creare dei protagonisti stereotipici non è di per sé sbagliato. Il focus è altrove: sulla società, sulla politica, sull’azione.
Problema: stai comunque raccontando la storia di (prevalentemente) piccoli individui senza potere politico. Fin dagli anni ’40 del secolo scorso, Brave New World e 1984 ci hanno insegnato che i protagonisti delle distopie non solo perdono sempre, ma non hanno mai avuto neanche una chance. Anche il romanzo di Dick, nonostante tutto, si inseriva in questo filone: gli “uomini comuni” al centro del libro non possono e non cambieranno la storia. Come fai quindi a dare agency ai tuoi protagonisti? Ed è qui che arriva la botta di genio di Spotnitz, che prende un’idea dell’opera originale – il romanzo-nel-romanzo The Grasshopper Lies Heavy – e la trasforma in qualcosa di nuovo, una serie di pellicole di footage in bianco e nero che sembrano mostrare squarci di un mondo che non è il nostro.
La trovata ottiene due risultati. In primo luogo, una pellicola funziona molto meglio di un libro all’interno di una serie tv; la vediamo anche noi assieme alla protagonista, e ci emozioniamo con lei, mentre se avessero mostrato un romanzo sarebbe stato molto più complicato far arrivare allo spettatore cosa c’era dentro e perché fosse importante (oltre che essere estremamente lame). In secondo luogo, i film diventano un eccellente McGuffin per motivare le azioni dei personaggi e farli muovere in giro per l’universo narrativo. Non sappiamo esattamente a cosa servano o perché siano così importanti, ma il solo fatto che Hitler li cerchi disperatamente e che ci siano stuoli di cattivi sulle loro tracce è motivo sufficiente per farli apparire importanti e giustificare tutte le azioni dei protagonisti. Quello che fanno i nostri eroi, benché apparentemente insensato, di colpo diventa qualcosa capace di cambiare il mondo.

The Grasshopper Lies Heavy

La pellicola che può cambiare il mondo. Anche tu, comune cittadino, sentiti importante!

Ma c’è un limite a quanto puoi mandare in giro i tuoi personaggi all’inseguimento di un misterioso McGuffin, prima che la cosa diventi ridicola. E purtroppo Spotnitz e i suoi sgherri questo limite lo superano abbondantemente. Sullo sfondo di un worldbuilding dannatamente interessante, ciò a cui assistiamo per dieci puntate è fondamentalmente una serie di burattini impazziti che si inseguono e si sfuggono e vanno in giro un casino e alla fine non combinano niente. La caccia all’oggetto diventa più importante dell’affresco ucronico di giapponesi e nazisti al potere.
Il tutto non privo di una serie di idee del tutto illogiche. Quello che nel romanzo di Dick era uno stato cuscinetto di medie dimensioni tra i territori occupati da giapponesi e nazisti – gli Stati Uniti delle Montagne Rocciose – una nazione debole e innocua ma funzionante, nel film diventa una terra di nessuno, senza governo, senza legge, e lasciata in mano a signorotti della guerra e giustizieri nazistoidi che fanno quello che vogliono – un affresco improbabile che sembra preso di peso da un brutto western. Assistiamo increduli a questo cacciatore di ebrei fuori di testa che impicca la gente nella pubblica piazza e fa il bello e il cattivo tempo, e non si capisce bene perché gli abitanti del posto non si organizzino per linciarlo (e per darsi un autogoverno, già che ci sono). Suppongo perché sì, perché fa nazisti cattivi. Né mancano altri momenti di follia messi giusto per fare conflitto e mandare avanti la trama, come il trattamento disumano oltre ogni regola che la polizia giapponese riserva alla famiglia ebrea di Frank (che fa angst!) o il ghiribizzo di quest’ultimo di assassinare il principe giapponese in visita (che fa dramah!).

Ed è un peccato, perché a livello visivo The Man in the High Castle è una gioia per gli occhi. Vedere le svastiche che penzolano dalle villette a schiera della periferia newyorkese, gli ideogrammi al neon nei quartieri fumosi di San Francisco, ufficiali giapponesi che fanno seppuku in una piazza riparata per fare ammenda del loro fallimento, quiz televisivi con gerarchi delle SS come concorrenti, salette nascoste nelle ambasciate dove decine di agenti dei servizi segreti se ne stanno chini su apparecchi radio a decodificare intercettazioni radiofoniche del nemico. Certe scene fanno venire i brividi, come i tesi incontri fra dignitari giapponesi e nazisti negli edifici governativi, con le bandiere dei due membri dell’Asse fianco a fianco mentre i diplomatici si studiano a vicenda. Il contrasto tra la cerimoniosità studiata dei giapponesi e il pragmatismo scientifico teutonico è reso benissimo.
Né mancano trovate ben riuscite e miglioramenti rispetto all’opera originale. La conoscenza che oggi abbiamo del Giappone e della sua cultura fa sì che i giapponesi ritratti nella serie tv siano molto più credibili di quelli di Dick, che con il loro misticismo e la loro pacatezza finivano col diventare macchiette di sé stessi. L’imminente visita del principe ereditario dell’impero giapponese a San Francisco crea nelle prime puntate un punto di ancoraggio importante per lo spettatore, dando maggiore concretezza allo scorrere del tempo e un obiettivo verso cui molti dei personaggi – Tagomi su tutti – tendono. E proprio di punti di ancoraggio nel tempo era carente il romanzo originale. Ancora: John Smith, l’alto gerarca nazista al comando delle SS di New York, nonché creazione originale di Spotnitz, è il più articolato e coerente tra i personaggi principali della serie tv, e le scene che lo coinvolgono sono tra le migliori. Il contrasto tra le sue azioni spietate e i suoi principi morali crudeli da una parte, e la sua convinzione di stare facendo la cosa giusta, per il bene della sua famiglia e dei suoi figli, ci fanno provare contemporaneamente attrazione e repulsione nei suoi confronti. Attraverso di lui possiamo assistere da un punto di vista interno al lato umano dei nazisti. E il fatto che Smith sia un americano, uno yankee nato e cresciuto nell’America libera degli anni ’30, prima della guerra e dell’occupazione straniera, un uomo quindi che ha scelto di preferire il nazismo alla sua cultura nativa, lo rende ancora più terribile.

The Man in the High Castle series Map

La divisione politica degli U.S. nella serie tv. Confrontatela con quella del romanzo.

Cos’è andato storto, allora? Perché tutto questo potenziale, questi buoni spunti di worldbuilding non si concretizzano in un grande racconto? E’ solo un’ipotesi, ma The Man in the High Castle sembra costruito come venivano realizzate la maggior parte delle serie tv fino agli anni 2000, fino a prima della cosiddetta golden age dei serial: un’architettura che privilegiava il voler stupire e costruire dei climax a ogni episodio, a spese della coerenza interna e della realizzazione di veri archi narrativi. Con l’obiettivo strategico di fare quante più stagioni possibili.
Il risultato, quindi, è che emergono singole scene – o anche interi episodi – straordinari o singoli personaggi interessanti, ma questi elementi rimangono isolati; sono belli di per sé ma non si aggregano in un qualcosa che abbia significato o valore. Protagonisti che in un episodio si comportano in un modo, l’episodio dopo si comportano in un altro che lo contraddice; obiettivi che vengono raggiunti in una puntata vengono vanificati in quella successiva; personaggi fuggono da San Francisco verso le Montagne Rocciose per poi tornare a San Francisco qualche episodio dopo senza aver concluso nulla, eventi che sembrano importantissimi la puntata prima escono dai radar quella dopo. Lo spettatore non riesce più a distinguere cosa sia realmente importante per la storia e cosa sia invece filler, e la verità è che probabilmente a un certo punto non lo sanno più neanche gli sceneggiatori. “Dove vogliono andare a parare?” si chiede, ma non vogliono andare a parare da nessuna parte – vogliono solo farti saltare sulla sedia una volta di più.

Mentre le serie tv evolvono e diventano strumenti narrativi più complessi, o perché raccontano grandi archi dove ogni stagione è come un atto di una storia più grande – Breaking Bad, House of Cards – o addirittura arrivando al formato antologico, in cui ogni stagione è una storia autoconclusiva costruita interamente a tavolino – American Horror Story, True Detective, Fargo – è come se The Man in the High Castle fosse rimasto indietro. E’ vero, poter vedere l’ucronia che Dick ci aveva solo lasciato immagine è suggestivo, e la serie tv riesce effettivamente a espandere quel mondo, mostrandoci la New York nazista piuttosto che il castello di Kransberg tramutato in residenza permanente del Fuhrer – ma non è abbastanza, senza una solida trama dietro.
Forse le stagioni successive correggeranno il tiro e daranno una direzione a questo magma narrativo. Per ora, The Man in the High Castle è una serie tv senza infamia e senza lode, con un potenziale straordinario che sta sottosfruttando terribilmente.

Nazisti e giapponesi

Cose belle.

Dove si trova
A differenza di Netflix, sbarcato in Italia lo scorso autunno, i servizi di Amazon Studios non sono ancora disponibili nel nostro Paese. Che io sappia, dunque, non ci sono metodi del tutto legali per vedere The Man in the High Castle. Ma Torrentz è vostro amico; se non avete problemi a leggere in inglese, questo file contenente tutta la prima stagione hardsubbed in inglese è fatto molto bene:

The.Man.in.the.High.Castle.Season.1.Complete.720p.WEBRip.EN-SUB.x264-[MULVAcoded]

Tabella riassuntiva

L’ucronia giappo-nazista finalmente espansa! Una trama che non va da nessuna parte
Scenografie suggestive e fotografia stupenda Personaggi che cambiano obiettivi di puntata in puntata
Il personaggio di John Smith e i conflitti che lo riguardano L’ucronia si trasforma in un thriller generico di ‘caccia al McGuffin’
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Perché amo Whiplash

WhiplashQuando provo a scrivere qualcosa tendo ad arenarmi nei primissimi capitoli, intorno alle 20-30 pagine. Le ragioni sono diverse, ma quella principe è sempre la stessa: perché sto scrivendo quello che sto scrivendo? Ho davvero qualcosa di nuovo da dire sul dato argomento? Che bisogno c’è di ancora un’altra storia su X, Y, Z? Non è solo il magma di nuovi romanzi che ogni anno accresce la produzione letteraria mondiale a farmi dubitare dell’utilità del mio contributo; soprattutto è il guardarmi alle spalle e vedere quello che già è stato fatto. Dai rompicapi ingegneristici dell’Hard SF alle domande metafisiche del miglior fantasy, dallo studio della natura umana del romanzo psicologico all’indagine dei nostri terrori più atavici nell’horror, le risposte a tutte o almeno alla maggior parte delle nostre domande trovano già risposta in un’opera del passato. Perché leggere me – e la cosa informe che sto scrivendo in un dato momento – quando si hanno a disposizione Dostoevskij, Conrad, Dick, Orwell, Miller, Kafka, Swanwick o pure Mellick?
Per questa ragione, alcuni dei maggiori boost alla mia creatività li ho quando vengo sorpreso da un’opera appena uscita che mi sembra bella e nuova – che si tratti di un romanzo, un videogioco, un fumetto, un film. E’ qualcosa che ridà speranza. Questo inizio di 2015, poi, è stata una stagione molto felice per il cinema, con l’uscita di un numero a mio avviso sopra la media di film interessanti. Sono andato al cinema quasi tutte le settimane, e quasi mai sono tornato deluso. Ma di tutte le pellicole più o meno belle e ad alto budget – da Gone Girl di Fincher, ad American Sniper di Eastwood, a Fury di David Ayer – nessuna mi ha colpito neanche lontanamente come questo “piccolo” film di un regista agli esordi, poco pubblicizzato in Italia, e che ho visto quasi per caso: Whiplash.

Whiplash
Whiplash LocandinaRegista: Damien Chazelle
Genere: Mainstream / Psicologico

Durata: 106 minuti
Anno: 2014

Andrew ha un unico sogno nella vita: diventare il più grande tra i batteristi jazz, grande come Buddy Rich. Al primo anno al più prestigioso dei conservatori di New York, si allena notte e giorno. Finché una sera non viene notato da Terence Fletcher, direttore d’orchestra con la fama di coltivare i migliori talenti della scuola. Il giorno dopo, viene selezionato per entrare nella sua classe d’élite. Questa è la più grande occasione nella vita di Andrew – ma anche l’inizio del suo inferno.
Perché Fletcher è un mostro. Dai suoi studenti pretende la perfezione, non ammette il minimo sbaglio, ed è determinato a spingerli oltre i propri limiti. Per raggiungere il proprio scopo li aggredisce, li umilia, li picchia, li tortura con ogni mezzo a sua disposizione. Per compiacerlo e dimostrarsi all’altezza dei propri sogni, Andrew dovrà sacrificare tutto all’altare della perfezione – la sua vita, le sue relazioni, la sua umanità. Ma fino a dove siamo disposti a spingerci per realizzare i nostri sogni?

Uno dei principi più assodati in narrativa è che ogni storia poggia sul conflitto. Un uomo vuole qualcosa, un altro vuole impedirgli di raggiungerlo. Nelle storie migliori, il conflitto è anche all’interno di sé stessi: un uomo vuole qualcosa, ma fino a che punto, e a che cosa è disposto a rinunciare per averlo?
Whiplash è la quintessenza di questo principio. Tutto il film, quasi ogni minuto di screentime mette in scena il conflitto tra Andrew e Fletcher, al rapporto di amore e odio tra il pupillo dotato e il maestro inflessibile, incontentabile, irraggiungibile. Un conflitto talmente violento, talmente carico di tensione da farti agitare sulla sedia del cinema. L’oscillazione di Andrew tra il rancore verso un maestro schizofrenico e imprevedibile, per cui nessun risultato è mai abbastanza e che sembra sempre giocare sporco, e il bisogno disperato di compiacerlo e di strappargli un “bravo”, la sentiamo sulla nostra pelle. La sua progressiva dissociazione da sé stesso, il suo alienarsi nel ritmo della batteria, ci colpisce nelle viscere. Anche noi con lui odiamo e temiamo Fletcher.
Il tutto si regge sulla performance straordinaria di J.K. Simmons (che interpreta Fletcher), sulla sua capacità di passare con nonchalance in pochi secondi dalla figura paterna e incoraggiante di buon maestro – “hai molto talento, mettiti a tuo agio e fammi vedere cosa sai fare” – a quella di violento tiranno che perde la testa e tira le sedie contro i suoi studenti – “sei una merda, stai sprecando il tempo di tutti”. Tutti noi abbiamo sperimentato almeno una volta questa sensazione: quella di sentirci inadeguati rispetto a un ruolo che abbiamo desiderato con tutto noi stessi. Whiplash risveglia queste esperienze nello spettatore e le porta fino a un estremo di violenza e lotta per la vita e per la morte.


“Were you rushing or were you dragging?”
Il trailer di Whiplash

Ci sono tre tipi di film: quelli che ti fanno uscire dal cinema leggeri, quelli che ti fanno uscire annoiato (e forse mezzo addormentato), e quelli che ti fanno uscire spossato. Guardare Whiplash è un’esperienza logorante. Un po’ è la violenza verbale, un po’ è la frenesia delle esibizioni di Andrew, un po’ è semplicemente guardare questo protagonista in cui ci identifichiamo andare poco a poco in pezzi e farsi del male da solo – si arriva ai titoli di coda esausti, emotivamente distrutti. E’ una cosa a cui non sono abituato, io che tracanno hardcore horror come popcorn.
Il film non sembra aver lasciato indifferente nessuno di coloro che sono andati a guardarlo. Nonostante la circolazione piuttosto ridotta in Italia, la critica ha reagito con violenza a Whiplash – spesso con toni sconvolti. “Whiplash è una favola per gonzi di destra” ha titolato sull’Internazionale Goffredo Fofi (uno che in effetti ha l’indignazione facile). Altri critici, anche oltreoceano, hanno messo in dubbio la credibilità del jazz mostrato nel film – che è ispirato alla reale esperienza di Chazelle, quando alle superiori suonava nella band jazz del liceo. “The movie’s very idea of jazz is a grotesque and ludicrous caricature” ha scritto Richard Brody sul Newyorker.
Mi piace pensare che questa quantità di reazioni violente sia un indice della qualità del film. Il conflitto che mette in scena, le domande che obbliga lo spettatore a porsi sono così forti da dare fastidio. Ma per illustrare perché io penso che Whiplash sia invece bellissimo, esaminiamo alcune delle principali critiche.

“Il film fraintende lo spirito del jazz”
Whiplash sembra aver infastidito molti aficionados e anche veri musicisti – “Quello che viene messo in scena qui non è vero jazz”. Con la mia preparazione sull’argomento, non potrei certo mettermi a discutere di quanto quello che viene narrato in Whiplash rispecchi la reale vita in un conservatorio, o la vera pratica delle prove di banda. Quello che ho notato, tuttavia, a partire dalla recensione di Brody, è che il grosso delle critiche non sembrano essere di natura tecnica (“nonè così che si suona”), quanto morale: non è con questo spirito che si diventa un grande artista jazz.
E’ vero. Andrew non ha nessuna delle caratteristiche del genio musicale, o dell’artista, di chi ha qualcosa da esprimere. E’ un performer nel senso letterale della parola – il suo unico obiettivo (e quello che chiede il suo maestro) è essere il più veloce con le bacchette, è fare l’esecuzione impeccabile, l’assolo più virtuoso. E’ perfezione tecnica, non creatività. Brody, e gli altri con lui, contestano questo: il jazz non è (o non è soltanto) precisione, ma è soprattutto ricerca musicale, sperimentazione, estro creativo – tutte cose che in Andrew sono assenti e che nel film non compaiono mai, staccando Whiplash da tutti i classici film sulla musica (o dalle biopic dei grandi musicisti del passato). Whiplash ci dà un ritratto estremamente arido del jazz, che non corrisponde alla realtà.


Whiplash nella versione di Don Ellis

Tutto corretto. Eccetto che: Whiplash non è un film sul jazz. E’ un film sull’ambizione di essere il migliore e sul prezzo che c’è da pagare; la batteria è semplicemente il campo di battaglia sul quale protagonista e antagonista si misurano. Non che il fatto che si stia parlando di jazz sia un fatto accidentale che si sarebbe potuto sostituire con qualsiasi altra cosa (chessò, il tennis o gli scacchi o la breakdance). La musica è parte integrante del film, il modo in cui il montaggio lega immagini e musica è tra i più affascinanti che abbia mai visto e dà un ritmo ansioso e martellante a tutto il film; vedere il modo in cui la batteria e le bacchette di Andrew si sporcano di sangue a furia di provare ti strega, l’assolo alla fine del film è magistrale. Ma il jazz non è il tema del film, nel senso che Chazelle con Whiplash non vuole spiegarci il jazz al modo in cui Across the Universe vuole spiegarci i Beatles o Jimi: All Is By My Side vuole spiegarci Jimi Hendrix; attraverso il jazz, il regista vuole mostrarci il rapporto tra un maestro troppo esigente e un allievo troppo pronto a essere plagiato.
Ciò detto, il film potrebbe essere più radicato nella realtà di quello che pensiamo. In questo articolo apparso sul Post, un batterista jazz mette a confronto la propria esperienza al liceo e al college con quella di Andrew:

Passi mesi della tua vita a imparare il tempo di quattro canzoni alla perfezione e alla fine tutto si riduce a quei venti minuti sul palco. Come batterista, ci si trova nella posizione unica di poter rovinare tutto: puoi suonare troppo lentamente, troppo velocemente, troppo forte o troppo piano. Puoi mancare completamente una battuta importante o farla nel momento sbagliato. Se ti fermi, si ferma tutta l’orchestra. Se suoni male, tutta l’orchestra suona male. […] Mi è sembrato che il film in generale catturi bene i sentimenti che si provano in un’esperienza del genere. Ovviamente lo scenario del film era il peggiore possibile in assoluto, ma lo stress generale della storia mi era familiare.

La situazione descritta in Whiplash è un’estremizzazione della realtà; un portare il conflitto all’estremo. Ma non c’è nulla di sbagliato in questo, anzi è una delle tecniche più tradizionali della narrativa: fai soffrire il tuo protagonista più che puoi, in modo da massimizzare l’empatia del lettore e l’immersione; esaspera il conflitto più che puoi, per meglio evidenziare la posta in gioco ed esprimere al meglio il tema della tua storia.

Whiplash scena

Un normalissimo rapporto allievo – insegnante.

“Il film esalta una morale riprovevole, tipicamente americana: o sei il migliore o non vali nulla”
Questa critica, che ha spopolato soprattutto sulle testate italiane, poggia sul presupposto che la storia che viene rappresentata nella pellicola esprima il punto di vista del regista sul mondo. “È giusto insomma avere coraggio e credere nel proprio talento (e incitare a credervi), ma non al punto di pensare che la sconfitta sia un colpa” scrive per esempio Luigi Bonfanti, “E quando Chazelle afferma che per raggiungere i vertici ci vuole determinazione e dedizione assoluta, una vita dura di sudore e sangue, sembra dimenticare che soprattutto nella musica non esiste solamente il solista o il grande concertista, ma un gruppo, un ensemble, un’orchestra”. Peccato che Chazelle non dica mai questo; il regista non appare mai nel film, né appare un suo portavoce. A dirlo è Fletcher, il maestro. E come scrivere una storia con un protagonista razzista non fa dello scrittore un razzista, così il punto di vista dei personaggi del film non va letto come la visione del mondo dell’autore.
Molti film, soprattutto tra quelli che si definiscono “socialmente impegnati”, ci hanno abituati che la storia messa in scena è un megafono con cui il regista ci dice: ‘io la penso così su questo o quello’, ‘io vi faccio la morale’. Whiplash al contrario ci presenta una situazione senza interpretarla, personaggi che evolvono con un arco narrativo coerente dalle proprie premesse alla conclusione. Non ci dice come la dobbiamo pensare; sta a noi decidere se i sacrifici di Andrew siano valsi qualcosa, se Fletcher sia un buon maestro e il suo metodo funzioni, o un sadico che rovina la vita dei suoi allievi. Sta a noi approvare o rigettare la scelta finale del protagonista. E forse proprio questa sospensione del giudizio, questa ambiguità – che non si risolve nel finale – ha lasciato spiazzati i critici. Non sapevano più cosa pensare del film perché il regista non gli ha scritto a chiare lettere cosa ne dovessero pensare.

Il finale
Chazelle, quindi, non ci dice se la morale dei due protagonisti del film sia corretta o meno. Ma se proprio io dovessi scegliere, sulla base degli elementi forniti dalla storia, direi: no, non lo è. Per capire perché, dobbiamo concentrarci sul finale. Non penso ci sia bisogno di dire che seguono enormi spoiler, quindi se non avete ancora visto il film vi consiglio di saltare al paragrafo successivo.
Whiplash si chiude su un’apparente vittoria di Andrew: alla fine, rinunciando a tutto (la sua ragazza, la sua famiglia, suo padre, la sanità mentale), e lottando contro lo stesso Fletcher, l’allievo riesce a conquistare l’approvazione del maestro. Nell’ultimo assolo, Andrew e Fletcher si riscoprono alleati, nei loro occhi si legge una stima reciproca. Significa che Andrew coronerà il suo sogno? Che diventerà un grande artista, un grande batterista? Riguardiamo un attimo gli ultimi secondi di film. Whiplash non si conclude con un applauso scrosciante, non si conclude con il riconoscimento da parte del pubblico del talento di Andrew. Si chiude sugli sguardi reciproci tra allievo e maestro. E’ un circuito chiuso che riguarda solo loro. Accettando di cadere nella trappola di Fletcher e lanciandosi in quell’ultima performance, Andrew accetta – nonostante abbia avuto la possibilità di uscirne – di sottomettersi per sempre al giudizio e all’arbitrio del suo maestro. D’ora in poi, proprio come all’inizio del film, il ragazzo accetta che la sua felicità e sicurezza in sé stesso siano in mano a Fletcher. Andrew ha perso.


La scena finale del film, in caso doveste rinfrescarvi la memoria.
Aldilà del suo significato, è una scena dotata di un’energia straordinaria.

Il film non ci dice se diventerà mai un grande jazzista. Non ci dice se svilupperà mai del talento creativo, anche se possiamo ipotizzare di no, dato che – come giustamente notato dalla critica – Andrew non manifesta il minimo interesse per lo ‘spirito’ del jazz, la sua storia, le sue diverse interpretazioni e possibilità. Ad Andrew interessa solamente essere il migliore nell’eseguire i pezzi di repertorio – un approccio angusto alla musica che però sembrerebbe essere diffuso nell’ambiente dei conservatori.
L’ultima telefonata con la sua ex ragazza è rivelatoria: alla fine, non chiude per sempre la sua relazione con lei per dedicarsi al jazz, ma si butta nel jazz perché l’ha già persa. Se guardiamo attentamente il film, Andrew non ci viene presentato come un personaggio ‘positivo’ ed equilibrato; fin dall’inizio appare isolato, introverso, con difficoltà a socializzare. Fa l’arrogante con gli altri e coltiva il proprio senso di superiorità per mascherare la propria insicurezza; forse vuole eccellere come batterista jazz non perché ami il jazz, ma per dimostrare agli altri di valere più di loro e riacquistare quella sicurezza in sé stesso. Quando la sua ex ragazza gli sbatte la porta in faccia per l’ultima volta, anche l’ultimo legame di Andrew col resto del mondo è troncato. Gli rimane solo la sfida aperta con Fletcher. Gli rimane solo la ricerca della perfezione come batterista. Ed Andrew ci si butta a capofitto; ma ormai, è solo un guscio vuoto pronto ad essere riempito da Fletcher (per una lettura del film che condivido e che “spiega” anche il personaggio del maestro, vi rimando a questo bel pezzo su Youtube).
I critici (molti; non tutti) hanno detto che Whiplash esalti l’ideale americano della bellezza di essere migliore degli altri. A me sembra invece che Whiplash dica un’altra cosa: che nella ricerca della perfezione, si perde molto più di quanto non si guadagni. E che non rende felici.

In conclusione
Non è tanto importante quale interpretazione dare al film. C’è chi davvero ci ha letto un incoraggiamento a rimboccarsi le maniche e allenarsi di più; altri ci hanno visto una denuncia della crudeltà dei conservatori. Quello che mi affascina di Whiplash è la pura potenza delle emozioni che ha saputo scatenare in me, la violenza con cui mi ha schiacciato contro la poltrona del cinema e quel sottile disagio che mi ha accompagnato ancora per ore dopo la fine del film, mentre andavo a mangiare un boccone e poi tornavo a casa.
“E’ per questo che voglio scrivere”, ho pensato mentre uscivo dal cinema e mi riproiettavo mentalmente le scene salienti del film. Per suscitare sensazioni così forti in altre persone. Per fare qualcosa di altrettanto vivo. Forse tutto è già stato detto a questo mondo (e non lo penso), ma c’è sempre spazio per un altro pugno nello stomaco, per un altro conflitto che ci tende i muscoli del collo, per altri personaggi indimenticabili per cui tifare, per altri dubbi sul senso della nostra vita che ci accompagneranno anche a libro chiuso o tv spenta. E possono essere tragedie, o commedie, o storie d’amore o mystery metafisici – basta che non ci lascino indifferenti.


Per restare sul tema: l’epico assolo di batteria di John Bonham (Led Zeppelin) in Moby Dick

Se poi tutta questa poesia si tramuterà mai in un romanzo compiuto, be’, non saprei proprio dirlo.

Paranoia Agent

Paranoia AgentRegista: Satoshi Kon
Sceneggiatura: Satoshi Kon / Seishi Mikanami
Titolo originale: 妄想代理人 (Mōsō Dairinin)
Genere: Horror / Crime / Slipstream

N° Episodi: 13
Anno: 2004

La disegnatrice Tsukiko Sagi è una piccola star. Da quando ha creato il personaggio di Maromi, un cagnetto rosa super-deformed, lo studio per cui lavora ha raggiunto una fama inimmaginabile. Tutti amano Maromi, grandi e piccini; ci sono gadget di Maromi, zaini di Maromi, serie animate di Maromi. Ma ora, dopo anni di successo ininterrotto dovuto a un unico personaggio, lo studio ha chiesto a Tsukiko di inventare una nuova mascotte. E lei è terrorizzata. Quella notte, mentre rincasa da sola, sente che qualcuno la pedina – l’ultima cosa che vede, mentre le luci dei lampioni si spengono, e prima di essere tramortita, è un ragazzino su pattini a rotelle dorati, con una visiera a coprirgli il volto, un largo sorriso e una mazza da baseball. Si risveglierà in ospedale.
L’aggressione a Tsukiko sembrerebbe un caso isolato, se non fosse che, la notte dopo, un giornalista scandalistico che si era interessato al suo caso viene a sua volta malmenato dal piccolo aggressore sorridente. E poi ci sono una terza, una quarta, una quinta vittima. Ikari e Maniwa, i due investigatori assegnati al caso, si troveranno ben presto invischiati in un gioco più grande di loro, mentre gli attacchi del misterioso ragazzino con la mazza da baseball si fanno di notte in notte più violenti; e la città di Tokyo cade nell’ossessione e nella paranoia.

Quando si parla di lungometraggi d’animazione giapponese, il primo nome che mi viene in mente non è quello di Miyazaki, ma quello di Satoshi Kon. Nella sua breve carriera (è morto di tumore a quarantasette anni, manco fossimo nell’Ottocento…) ha porodotto una piccola serie di perle weird; storie che paiono un incrocio tra Philip K. Dick e una sessione psicanalitica degenerata nell’horror, storie in cui l’allucinazione e il sovrannaturale si inseriscono a poco a poco nel tessuto della realtà e non sai mai dove finisca uno e cominci l’altro. Una sola volta si è cimentato con una serie anime, e ne è uscito questo Paranoia Agent. Che, dopo un paio di episodi, si capisce subito non essere un anime dalla struttura classica, ma una roba sperimentale che gronda auteur da tutti i pori – nel bene e nel male.
Paranoia Agent è una storia corale e dalla struttura a episodi. Pur avendo una continuity interna e un numero limitato di personaggi ricorrenti – l’illustratrice Tsukiko, la prima vittima, e i due investigatori Ikari e Maniwa – ogni puntata è un racconto autoconclusivo, centrata su uno o più personaggi che si trovano a fronteggiare Shounen Bat (lett. “Il ragazzo con la mazza da baseball”). Ogni episodio è un’indagine psicologica, in cui siamo introdotti alla vita e ai problemi nascosti del suo protagonista, fino al climax dell’incontro/scontro con l’aggressore. Al tempo stesso, ogni puntata porta anche avanti la trama principale, aggiungendo un tassello all’indagine di Ikari e Maniwa – mano a mano, ciascuno di questi episodi di violenza permetterà ai due investigatori di arrivare più vicini all’aggressore misterioso e alla risoluzione del caso. Forse.


Opening di Paranoia Agent. Creepy as hell.

Uno sguardo approfondito
Molte delle storie raccontate in Paranoia Agent sono estremamente affascinanti. Il secondo episodio, per esempio, è dedicato alla storia di un ragazzino, Yuuichi, bello e popolare, abituato ad essere sempre il primo della classe e ad avere la stima di tutti, che si trova ad avere la sfiga di assomigliare tantissimo (nell’aspetto e nell’abbigliamento) a Shonen Bat. Di colpo, compagni di classe e vicini di casa cominciano a pensare che potrebbe essere lui l’aggressore – la sua popolarità crolla in un attimo, comincia a essere bulleggiato e tenuto a distanza, e non ha idea di come fermare tutto questo.
Il terzo episodio è dedicato invece alla tutrice di Yuuichi, che dietro una facciata di ordine e perbenismo nasconde uno sdoppiamento di personalità. E poi, ancora: un poliziotto che di notte fa affari con la yakuza, una donna afflitta fin dall’infanzia da una malattia che la costringe a casa, un gruppo di due uomini e una ragazzina uniti dalla determinazione a suicidarsi insieme. Completano il quadro due strani figuri: un vecchietto che vive in un ospizio, e che passa tutto il suo tempo in uno stato di catatonia, a disegnare con un gesso un’equazione in cui parrebbe celarsi il pattern delle aggressioni di Shonen Bat; e un’altra vecchietta, una silenziosa senzatetto che potrebbe essere l’unico testimone oculare della prima aggressione.

L’analisi psicologica e l’interplay fra i personaggi è di certo l’elemento più importante di Paranoia Agent. Fortunatamente, tutti i personaggi sono ben caratterizzati, a partire dai protagonisti. L’illustratice Tsukiko sembra essere progettata per stare sul cazzo allo spettatore, pur essendo la vittima: debole e riservata, risponde a monosillabi, non sa interagire con gli altri, non collabora con chi vorrebbe aiutarla, sembra essere completamente concentrata su sé stessa, al punto dell’alienazione. Maniwa e Ikari sono un’ottima coppia: il primo è l’investigatore giovane, il rookie, amante delle speculazioni metafisiche, pronto a intraprendere approcci non ortodossi alle indagini e incline al sovrannaturale; il secondo un poliziotto navigato, vicino alla pensione, che crede nel buon senso, nei casi “normali” con moventi “normali” e colpevoli “normali”, e che rimpiange i bei tempi andati in cui tutto era più semplice. Il modo in cui evolve il rapporto tra questo triangolo di personaggi nel corso delle puntate è affascinante.
Più in generale, nell’opera di Satoshi Kon c’è un’onestà nel trattare argomenti difficili, e in cui scadere nella retorica è un attimo – l’ipocrisia, l’esclusione sociale, la frustrazione, lo stress lavorativo, il pettegolezzo, la vergogna, la rimozione collettiva – che non si incontra spesso negli anime. Tanto nelle serie leggere (come gli shonen) quanto in quelle drammatiche, c’è spesso una tendenza alla stilizzazione, al cliché, all’esagerazione grottesca (sì, Madoka Magica, ce l’ho anche con te). Paranoia Agent sta invece in quell’olimpo rarefatto di anime, come Evangelion (la serie originale, non il Rebuild), in cui le reazioni delle persone paiono realistiche e credibili, anche quando impazziscono.

Paranoia Agent - Ottavo episodio

I protagonisti dell’ottavo episodio. In questo anime non ci sono persone normali.

Certo, molti potrebbero essere infastiditi dalla struttura frammentaria dell’anime e dall’assenza di un protagonista riconoscibile che faccia da catalizzatore della storia. Gli episodi centrali della serie, in particolare, raccontano storie che inizialmente appaiono del tutto scollegate dalla trama principale (solo verso la fine si colgono i collegamenti), e l’assenza di qualsiasi personaggio già incontrato precedentemente disturba (“ma questo cosa c’entra? Cosa sto guardando?”). Alla fin fine, questi episodi non mi sono dispiaciuti e penso arricchiscano l’universo di Paranoia Agent (1) – ma qualche collegamento in più con la trama principale non avrebbe fatto schifo.
Cosa più importante: nonostante il carattere episodico, il senso di unità e progressione della trama è sempre molto forte. Di puntata in puntata, non solo le vite dei tre protagonisti, ma l’intera Tokyo subirà dei cambiamenti irreversibili – e alla fine della serie si avrà l’impressione di essere in un luogo molto diverso rispetto a quello da cui si è partiti. Lo stesso Shonen Bat muterà profondamente in proporzione all’aumento della sua popolarità, facendosi più violento di aggressione in aggressione, fino ad arrivare all’omicidio e alle stragi. Sino al climax delle ultime tre puntate, in cui la serie abbandona la struttura autoconclusiva per imbastire uno showdown tra protagonisti e antagonista.

Qualche rammarico c’è. I personaggi secondari, una volta conclusa la puntata a loro dedicata, scompaiono quasi del tutto dalla storia, mentre sarebbe stato interessante vedere cosa ne è delle loro vite dopo il climax dell’incontro con Shonen Bat – chi rimane soffocato dai propri problemi, chi riemerge, e come? Prendiamo il caso di Yuiichi: cosa ne sarà di lui quando, nella seconda metà della serie, sarà evidente al di là di ogni dubbio che non può essere lui Shonen Bat? Concedendosi qualche episodio in più invece dei soli tredici che dura, Satoshi Kon avrebbe potuto riannodare tutti i fili del suo universo narrativo e portare l’intero cast fino alla fine della storia; purtroppo non sapremo mai cosa ne è di molti di loro.
Quanto al finale, è il tipico Satoshi Kon goes wild che gli amanti del regista avranno ben presente dagli altri suoi film – un degenero completo in una serie di avvenimenti uno più folle dell’altro, in cui non si capisce più cosa è reale e cosa non lo è, cosa è allucinazione e cosa è puro e semplice sovrannaturale. Nonostante qualche riserva sulla risoluzione del mistero dietro Shonen Bat (2), il finale mi è piaciuto – dirò solo che ho guardato gli ultimi tre episodi uno dietro l’altro, come in trance.

Paranoia Agent Maromi

Il cane Maromi. E’ pure più inquietante di Shounen Bat.

Paranoia Agent è un capolavoro. Se non vi farete intimidire dalla struttura sperimentale e dall’apparente assenza di un arco narrativo tradizionale, scoprirete una storia capace di regalarvi tensione, personaggi immersivi e appassionanti e diversi momenti creepy, immersi in una visione lucida della realtà e dei rapporti umani. L’assenza di gore e di scene veramente violente – qualche momento sanguinolento c’è, ma è poca cosa – rende inoltre la visione accessibile a tutti.
Di tutte le opere che ho presentato nel corso di questo mese e che ancora presenterò, Paranoia Agent è anche l’unica che si presti davvero a un’interpretazione metaforica. Alla fin fine, Satoshi Kon crea un grande affresco sociale; la sua storia vuole parlarci del disagio dell’uomo moderno (in particolare giapponese, ma non solo), e dare forma alle sue ansie e paure. La sua è la tipica opera di cui si dice che “fa pensare”. Ma no, non mettete mano alla pistola – perché Kon lo fa nel modo giusto, mostrandoci una serie di casi concreti e andando dal particolare al generale, e soprattutto confezionando una storia che ha comunque perfettamente senso, e ritmo, e tensione di per sé. Paranoia Agent è quel tipo di opera che, se avete un minimo di sensibilità, a fine visione non vi lascerà completamente uguali a com’eravate prima di vederla.

Chi devo ringraziare?
La prima persona a segnalarmi questo anime fu nientemeno che Gamberetta, intorno al 2010 o 2011, quando ancora il blog Gamberi Fantasy era un poco attivo. Mi segnai il titolo ma lo misi da parte.
L’ho riscoperto invece quest’anno, quando, stimolato da un mio amico, sono andato a recuperarmi tutte le opere di Satoshi Kon. E, che dire – Gamberetta aveva ragione.


La sigla di chiusura di Paranoia Agent

Tabella riassuntiva

Una serie atipica che coniuga tensione sovrannaturale e indagine sociale. La natura episodica potrebbe disturbare qualcuno.
Ottima caratterizzazione psicologica dei personaggi.  Le storyline dei personaggi secondari vengono abbandonate.
Adatto anche a chi si spaventa facilmente.
Shonen Bat è un personaggio geniale.

(1) SPOILERS AHEAD.
In particolare mi sto riferendo agli episodi otto, nove e dieci, dedicati rispettivamente al club dei tre suicidi, alle vicine di casa pettegole, e allo studio d’animazione incaricato di girare l’anime di Maromi. Oltre a raccontare le storie individuali di questi personaggi, questi episodi muovono la trama principale mostrando la graduale trasformazione di Shonen Bat.
Siamo infatti arrivati a un punto in cui – subito dopo l’omicidio del copycat Kozuka in maniera chiaramente sovrannaturale – Shonen Bat è diventato talmente potente da non aver più bisogno di un legame diretto tra le varie vittime per poter colpire. Non è più indispensabile che i personaggi degli episodi precedenti compaiano, e infatti non compaiono. Assistiamo, invece, all’ingigantirsi del mito dietro Shonen Bat, e di conseguenza alla sua trasformazione da ‘semplice’ serial killer a leggenda metropolitana, fino a divinità mitologica in grado di essere ovunque in qualsiasi momento e prendere qualunque forma voglia.

(2) Again, SPOILERS AHEAD.
Scopriamo il passato di Tsukiko e della morte del vero cagnolino Maromi negli ultimi due episodi. Nel penultimo, la faccenda viene spiegata a Maniwa per accenni, ma lasciandola aperta a più interpretazioni. Io, ovviamente, ci avevo messo la mia – e la trovo più figa di come poi si scopre essere andata realmente.
Io mi ero convinto che ad ammazzare Maromi fosse stata Tsukiko stessa, in un raptus. Dato il suo carattere introverso e passivo-aggressivo, non era così impensabile. Dopodiché, non potendo accettare ciò che aveva fatto, aveva rimosso la propria responsabilità nel gesto trasferendo la colpa su una figura immaginaria, quella del ragazzino con la mazza da baseball. In questo modo, aveva “esternalizzato” la propria parte malvagia, che aveva finito per prendere vita propria. Il ritratto di questa ragazzina, omicida e folle, mi piaceva molto.
Alla fine invece, non so se per mancanza di coraggio o perché era la sua idea fin dall’inizio, Satoshi Kon opta per il cliché del pirata della strada: Tsukiko ha la responsabilità di aver lasciato inavvertitamente finire il cane sotto la macchina, ma non è direttamente colpevole della sua morte. La cosa mi ha un po’ deluso.

Let’s go Spelunking

Spelunking horrorTra il 4% e il 10% (a seconda dello studio a cui preferite credere) della popolazione mondiale soffre di una forma acuta di claustrofobia. E anche chi non rientra in questa casistica, ricorderà magari situazioni in cui si è trovato costretto in piccoli spazi senza una comoda via d’uscita (magari giocando da piccoli, oppure quella volta che siete rimasti bloccati in ascensore, o che non riuscivate più a muovervi in mezzo a una folla). Vi ricorderete come vi si è chiusa la gola; quel senso di oppressione che vi serrava i muscoli degli arti, il bisogno disperato di agitare braccia e gambe, l’impossibilità di pensare lucidamente.
Chi si occupa di narrativa dell’orrore deve aver colto in fretta il potenziale di quella fobia. Con l’esagerazione esponenziale dell’horror, quel disagio che possiamo aver provato da piccoli trovandoci imprigionati sotto il letto diventa l’incastrarsi in un budello in un complesso di gallerie trecento metri sotto il livello del suolo, l’essere sepolto vivo, il rimanere intrappolati da una frana. Questo, in una parola, è lo spelunking horror.

Quanto queste cose potessero far paura l’aveva già capito Edgar Allan Poe, quando scrisse il suo celebre racconto La sepoltura prematura (in assoluto uno dei suoi più terribili). E in un certo senso, anche al cinema, è come se lo spelunking horror fosse sempre esistito. Ma è solo negli anni 2000, con l’uscita ravvicinata di una serie di pellicole con questa ambientazione – e, in particolare, di un piccolo capolavoro indie di cui parleremo più sotto – che il genere acquista un nome e un’identità definiti.
Come parlare di Apeshit ci ha portati ad approfondire il sottogenere horror della “cabin in the woods”, così la menzione di Clusterfuck mi sembra un’ottima occasione per approfondire lo spelunking horror. Da persona completamente anestetizzata, dopo anni di fruizione, alla violenza dell’horror classico, sono il primo a dire che lo spelunking horror riesce ancora a mettermi a disagio, e che ha un’incredibile potenziale orrorifico. La costrizione fisica degli spazi stretti, la sensazione di essere prigionieri a chilometri dalla civiltà e da chiunque possa aiutarci, la pura e semplice paura del buio, le creature innominabili che si muovono in questi recessi sotterranei – si può mettere in piedi un cocktail veramente agghiacciante.

Spelunking horror

Cosa ci sarà la sotto…?

Ma bisogna esserne in grado.
Vi presenterò ora due film – un “classico” del genere (se così vogliamo dire di un film che ha una decina d’anni) e uno appena uscito. Ma potrei anche dire – un esempio di spelunking horror fatto bene, e un clamoroso fallimento. Analizzandoli, potremo vedere in azione i ‘meccanismi’ di un buon spelunking horror, cosa funziona e cosa invece non ha funzionato. E magari qualcuno di voi ne sarà pure ispirato.
Cominciamo.

The Descent
The DescentRegista:
 Neil Marshall
Sceneggiatura: Neil Marshall
Titolo italiano: The Descent – Discesa nelle tenebre
Genere: Horror / Splatterpunk

Durata: 100 minuti
Anno: 2005

Sarah e le sue amiche del cuore Juno e Beth sono ragazze sportive; ogni volta che possono, abbandonano la vita di città per andare a fare arrampicata, o rafting, o altre attività impegnative immerse nella natura. Ma la felicità di Sarah si spezza il giorno in cui, di ritorno da una di queste escursioni, suo marito e la sua figlioletta muoiono in un incidente con un camion. Da allora Sarah non è più la stessa.
Le sue amiche vogliono ridarle fiducia in sé stessa. Un anno dopo la tragedia, con un gruppo di altre tre ragazze decidono di lanciarsi in una nuova avventura: l’esplorazione di un suggestivo sistema di grotte in mezzo ai boschi. Ma quella che era partita come una bella gita si trasforma in un incubo quando, non molto dopo l’entrata nella grotta, una frana chiude la via d’uscita alle loro spalle; e soprattutto quando Juno, l’organizzatrice, confessa di aver condotto le sue amiche non nel sistema di grotte promesso, ma in delle nuove caverne appena scoperte e completamente inesplorate. Ora, nessuno sa dove sono, e non sembra esserci via di fuga. E non è neanche questa la cosa peggiore: perché in queste caverne in cui mai uomo è stato prima, sembra ci sia qualcosa che si aggira nell’ombra… e non ha buone intenzioni. Riusciranno le nostre eroine a sopravvivere?

The Descent è il film che ha popolarizzato e dato dignità al genere dello spelunking horror; e, come tante delle pellicole che portano una ventata di nuovo nel genere, è una produzione indie. The Descent ha tutti gli elementi classici dell’horror: l’esplorazione di grotte dimenticate da Dio, frane che chiudono la via di fuga e costringono le nostre eroine a proseguire sempre avanti e sempre più in basso, e creature ancestrali e feroci che tenteranno di divorarle. E ovviamente tanto, tanto sangue e sbudellamenti.
Ma The Descent ha anche tutta una serie di elementi innovativi che attirano subito l’attenzione:
1. Un cast di sole donne. Aldilà del personaggio del marito della protagonista – che comunque appare per i primi due minuti di film e subito muore orribilmente – non c’è un solo uomo nel film; e questo, per un genere codificato come l’horror, è abbastanza bizzarro (1). Ma la scelta funziona benissimo. Questo cast tutto femminile, oltre a rompere tutta una serie di stereotipi (introducendo donne atletiche, che cercano il pericolo e sanno badare a sé stesse), il che va sempre bene, porta sullo schermo qualcosa che non siamo molto abituati a vedere nella narrativa: l’amicizia femminile.


Trailer ammerigano di un film british.
E’ abbastanza brutto ma meglio che niente.

2. E l’inimicizia femminile. Altro pregio del film è aver saputo creare psicologie convincenti e, di conseguenza, degli interessanti conflitti interni al gruppo. Non sono solo i mostri che si annidano nell’ombra il pericolo – perché già tra alcune delle ragazze c’è attrito, un attrito che andrà intensificandosi mano a mano che la situazione diventa più pericolosa, mettendo ancora più a rischio le loro chance di sopravvivenza. L’antagonismo latente tra la protagonista Sarah e l’arrogante amica Juno – colpevole non solo di averle gettate in questa situazione portandole a loro insaputa in un sistema di grotte sconosciuto, ma anche di avere avuto una tresca col defunto marito di Sarah – in particolare è sviluppato molto bene.
3. L’ambiguità morale. I film horror convenzionali hanno una morale piuttosto rigida; che sia esplicita o un sottotesto latente, la regola è sempre che sopravviverà chi è “puro di cuore”, mentre le puttane e gli arroganti moriranno di una morte orribile. Benché The Descent non abbandoni del tutto questi ruoli (Sarah è comunque la protagonista algida e un po’ depressa, Juno la stronza amorale), i confini tra il giusto e lo sbagliato si fanno più sfumati. Anche la protagonista nel corso del film compierà scelte discutibili, e alla fine non sarà certo la bontà ad essere premiata. E anche per quanto riguarda Juno, del resto, si è sempre incerti se scrivere il suo nome sotto “buoni” o sotto “cattivi”.

Ma l’elemento più forte del film è sicuramente l’essenzialità con cui viene costruita la storia. Alla fin fine, The Descent è la storia di un gruppo di ragazze troppo sicure di sé, che per dimostrare la propria bravura finiscono per cacciarsi in qualcosa di più grande di loro. Tutta la prima parte, prima che entrino in gioco i “mostri”, è dannatamente credibile, e chissà quante volte nel mondo reale sono capitate situazioni simili. Assistere alla scena di una ragazza che rimane incastrata in un budello mi ha provocato un disagio fisico e acuto (e io non sono particolarmente claustrofobico): la sensazione di non potermi più rigirare, non potermi più muovere come vorrei, e non poter uscire né tornare indietro. E ancora, l’orrore nello scoprire di essere intrappolati nelle grotte, metri e metri sottoterra, senza nessuno che sappia dove ti trovi… Tutte queste situazioni creano un malessere reale, se si è in grado di identificarsi nei personaggi della storia.
E con un’impostazione così essenziale e credibile della trama, anche quando l’elemento sovrannaturale arriva, lo accettiamo spontaneamente – perché nulla, fino a quel momento, ci era parso forzato. Così continuiamo a seguire le peripezie delle sei ragazze, mentre braccate da creature innominabili sprofondano sempre più negli abissi di questo inferno sotterraneo in cerca di una seconda uscita.

The Descent

La fotografia di alcune scene, poi, è davvero molto bella.

The Descent non è perfetto, e alcuni passaggi si sarebbero potuti fare meglio. Il prologo del film, per esempio, ha un ruolo puramente funzionale (introdurre i tre personaggi principali e mostrarci il trauma della protagonista, ossia la morte inaspettata di marito e figlia), ma è gestito in maniera parecchio goffa. Introdurre un personaggio per poi ucciderlo subito dopo non è esattamente il modo migliore per farci affezionare a lui; e l’episodio si lega così poco con tutto il resto del film da suonare debole. Ci dovevano essere mille altri modi più eleganti per introdurre la depressione della protagonista.
Ma The Descent rimane comunque una delle cose più belle che si possa fare all’interno dell’horror “coi mostri”. L’odissea sotterranea delle sei spelunker mi ha coinvolto e colpito allo stomaco come non mi succedeva da anni. Il vederle scendere sempre più in profondità, in una situazione di così evidente inferiorità rispetto alle minacce del luogo, e senza apparente via di fuga – il chiedersi “come diavolo farà almeno una di loro a sopravvivere?”.
Un ultimo consiglio prima di scaricarvelo o cercarvi lo streaming: assicuratevi di stare guardando la versione completa del film. All’edizione uscita nei cinema americani, infatti, è stato tagliato l’ultimo minuto circa di pellicola (sempre per la ragione: “altrimenti non piacerà al pubblico”). E quell’ultimo minuto cambia molto il finale e il senso del film. Quindi fate attenzione.

As Above, so Below
As Above So BelowRegista:
 John Erick Dowdle
Sceneggiatura: John Erick Dowdle
Titolo italiano: Necropolis – La città dei morti
Genere: Horror

Durata: 90 minuti
Anno: 2014

Si dice che Nicholas Flamel, uno dei più illustri alchimisti della storia, avesse scoperto la pietra filosofale prima di morire. E se la pietra esistesse ancora, da lui personalmente nascosta dove soltanto una persona degna sarebbe stato in grado di trovarla? E’ quello che pensa Scarlett Marlowe, archeologa coi controcazzi che ha deciso di dedicare la sua intera carriera a realizzare il sogno del suo defunto padre – dimostrare che la pietra filosofale è esistita realmente. E ora Scarlett, seguendo una serie di ambigui indizi rinvenuti in Iran, si è convinta di aver scoperto dove è nascosta: nel punto più profondo delle catacombe di Parigi.
Con l’aiuto dell’amico nonché cameraman Benji, e della sua vecchia fiamma George – il cui merito più grande è di conoscere l’aramaico a menadito – Scarlett assolderà un pugno di teppisti esperti di esplorazione delle catacombe per farsi guidare nella parte chiusa al pubblico. Ma la via per trovare il segreto di Flamel si rivelerà più ardua del previsto, e l’asfissia e il rischio di crolli degli stretti cunicoli sotterranei il minore dei pericoli. Qualcosa di malvagio si aggira infatti nelle catacombe di Parigi – una forza sovrannaturale capace di giocare con le paure degli uomini e far tornare in vita i loro terrori più profondi.

As Above, So Below è un esempio da manuale di come si possa prendere una premessa perfetta e poi sbagliare praticamente tutto ciò che può essere sbagliato. C’erano gli elementi per confezionare un film davvero agghiacciante. Una location che fa rabbrividire anche nella realtà, ossia le catacombe di Parigi (e mi riferisco alla parte chiusa al pubblico – uno stretto e complicatissimo complesso di cunicoli, con diverse entrate sparse per le aree degradate della città, puntualmente chiuse dalla polizia e puntualmente riaperte da vandali e tagger); la sensazione che “se la sono andata a cercare”, andando a compiere qualcosa di sfacciatamente illegale; la regia da found footage, dato che tutto il film è girato col pov di una serie di telecamere amatoriali montate sui caschi dei protagonisti.
Come in The Descent, anche questo film avrebbe potuto raccontare la semplice storia di un gruppo di ragazzi che, per divertimento o per sfida, si infilano in zone inesplorate delle catacombe di Parigi e si scontrano con un orrore sovrannaturale a cui non erano preparati. Pulito, essenziale. Invece no: la trama di As Above, So Below si deve portare dietro tutta una sovrastruttura complicatissima di mitologia, folklore, leggende alchemiche, artefatti miracolosi, iscrizioni in lingue antiche e troiate simili. La sola premessa della storia – archeologa fuori di testa che costringe un pugno di sfigati a seguirla alla ricerca di una pietra mitologica, perdio, contro ogni buonsenso – è talmente retard da far venire voglia di uscire dalla sala.


Trailer italiano del film. Forse l’avrete visto al cinema.

Ma non è solo una questione di sospensione dell’incredulità. Tutto questo livello della trama è così pesante e ingombrante, da soffocare completamente quello che dovrebbe essere il vero cuore del film, ossia il terrore di navigare in gallerie sotterranee abbandonate da secoli. Nel bel mezzo dell’esplorazione, infatti, i personaggi si metteranno a leggere iscrizioni in aramaico – e glissiamo sulla tristezza dell’idea, che era già pessima cinquant’anni fa, dell’espertone che si trova davanti dei geroglifici e tac!, li traduce a braccio – o addirittura a risolvere enigmi basati sull’astrologia o la poesia. Al terzo o quarto enigma ero così sconvolto che avrei voluto gridare allo schermo: “Ragazzi! Non siamo in un videogioco! Anche se non mi metti un puzzle ogni dieci minuti sono contento lo stesso!”.
Tutti questi siparietti finto-occultistici, manco a dirlo, non fanno che distrarre dall’elemento orrorifico del film. Siamo sottoterra in caverne infestate da chissà che maledizione demoniaca, e dovremmo essere paralizzati dal terrore; ma niente, i protagonisti si mettono a risolvere enigmi accademici, e la tensione si azzera. Di colpo, ci rendiamo conto che non stiamo vivendo una storia dell’orrore, ma guardando una brutta puntata di Mistero. E la cosa peggiore, è che non solo queste scene rovinano l’atmosfera e distraggono dall’elemento di forza della pellicola – ma non aggiungono niente. Perché la storia filerebbe alla perfezione anche senza di essi.

L’aggiunta dell’elemento occultistico, tra l’altro, rovina completamente un altro tratto potenzialmente affascinante del film. L’atmosfera delle catacombe parigine mi ricordava un po’ quella di Silent Hill. Come in Silent Hill, il “nemico” non prende la forma di una creatura definita, ma piuttosto di un’aura di sbagliato che altera le leggi della fisica, rende possibile l’impossibile, e dà forma ai traumi inconsci delle persone. Così, per esempio, il sentire un telefono che squilla mentre si esplora un tunnel del Settecento, per poi trovarsi davanti un telefono degli anni settanta su un tavolino, suscita all’istante l’inquietante sensazione di illogicità tipica silenthilliana: “questo oggetto non dovrebbe essere qui. Non può essere qui”. E soprattutto, la domanda: “Questa cosa che sto vedendo, è reale, o sto lentamente impazzendo?”.
L’intero film si sarebbe potuto giocare, fino all’ultimo, su questa incertezza – il dubbio che in fondo, come il Silent Hill 2, tutto potrebbe essere nella testa del protagonista, un’allucinazione, o quantomeno la manifestazione tangibile del proprio senso di colpa represso. Ma questa possibilità è eliminata fin dall’inizio. Perché in un mondo in cui l’occultismo è reale, e Satana, e l’inferno dantesco, e l’astrologia sono reali, allora quelli che si stanno affrontando sono veri demoni di una qualche cosmologia, e tutto prende ancora una volta la classica forma della lotta Bene VS Male, o quantomeno Umano VS Mostri. Saranno anche più immateriali e ambigui, ma rimangono pur sempre mostri.

Catacombe di Parigi

Uno sguardo alle vere catacombe parigine, nella parte chiusa al pubblico.

Nonostante qualche occasionale lampo di genio, e nonostante la bontà dell’idea che dà il titolo al film, As Above, So Below è un disastro assoluto. Dal nonsenso della premessa all’illogicità delle scelte dei personaggi, dall’impossibilità di immergersi nell’atmosfera inquietante delle catacombe alla noia assoluta della risoluzione degli enigmi, ogni elemento sembra contribuire a rendere l’esperienza sgradevole. E questo perché il regista non ha capito quali elementi fossero funzionali alla sua storia e quali no.
L’unica cosa in cui posso sperare, è che qualcuno in futuro veda il potenziale che questo film non ha saputo sfruttare e ne tragga, finalmente, una pellicola – o un romanzo, perché no – degna. Perché uno speluking horror psicologico e allucinato è la storia che ancora ci manca. E una storia che potrebbe essere fantastica.

Ma alla fine, la verità pura e semplice è un’altra.
Lo spelunking horror definitivo, l’esperienza del trauma di morire ancora e ancora e ancora nelle profondità di una grotta colma di orrori innominabili, l’ansia portata a nuovi livelli, esiste già. Ha la forma di un videogioco. Ed è assolutamente terribile.


Trailer esteso di Spelunky. Uno dei videogiochi più crudeli e perversi che siano mai stati concepiti.

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(1) Basti pensare alla bagarre che si era scatenata sullo script iniziale del film di Silent Hill, che prevedeva anch’esso un cast di sole donne. I produttori costrinsero regista e sceneggiatore a inserire un personaggio maschile che facesse da parte alla protagonista; nacque così tutta la storyline di Christopher, il marito della protagonista Rose Da Silva.
In quel caso (come spesso accade) la scusa era: “la gente non andrà mai a vedere un film con soli personaggi donne. Devi inserire un personaggio maschile in cui lo spettatore teenager maschio medio possa identificarsi”. Stronzate, ma che ci vuoi fare.

Come ti rigiro il cliché: The Cabin in the Woods

Il cinema horror è in crisi creativa da decenni. Nei primi anni 2000, era parso che la salvezza potesse venire dall’iniezione nel nostro cinema bolso di un po’ di sano immaginario horror giapponese, e più in generale dell’Asia orientale. Ma la nuova fonte si è esaurita in pochi anni; ci si è trovati punto e a capo e si è capito che il problema era più strutturale.
La verità è che non vorrei proprio essere nei panni del regista a cui commissionano un film horror. Chiunque tenti l’impresa, si trova stretto in un paradosso: da una parte, per spaventare l’audience (cosa che dovrebbe essere lo scopo di un horror) bisogna proporre qualcosa che esca dagli schemi, qualcosa che non si aspettano e che, prendendoli in contropiede, li metta a disagio; dall’altro, è un attimo farla fuori dal vaso, e confezionare un film che il grande pubblico non vedrà perché va troppo oltre i limiti della sua comfort zone o perché la scure dei rating di età minima o una distribuzione cinematografica ridotta (prima degli spettatori bisogna convincere i distributori…) si abbatte sulla pellicola. E per quanto i budget delle produzioni horror siano generalmente molto più bassi degli altri generi del fantastico, quanti rischierebbero di non rientrare dell’investimento per produrre un film che osa troppo?

La situazione dell’horror si è quindi polarizzata. Da una parte, piccole produzioni spesso messe in piedi da indie, che fanno film molto particolari destinati a una specifica nicchia di mercato, ma condannati a una distribuzione limitata (e che generalmente non hai molte chance di vedere al cinema). Qui troverete le cose più disgustose, o disturbanti, o semplicemente assurde, da The Human Centipede a A Serbian Film. Dall’altra, medie o grandi produzioni che riciclano all’infinito i soliti canovacci considerati “sicuri”, ogni volta miscelandoci timidamente uno o due elementi di novità sperando che bastino a trascinare la gente al cinema (“facciamo un’altra storia di attacchi demoniaci, ma con il pov da found footage“; “facciamo un’altro slasher movie ma in 3D”; “facciamo che è ispirato a una storia vera”).
Dato che il problema riguarda la struttura del mercato e l’audience stessa dei film horror (dove lo spettatore medio crede sì di voler essere messo a disagio, ma in realtà non lo vuole veramente), la situazione rimarrà sicuramente questa anche nei decenni a venire. Il risultato, è che per qualsiasi spettatore un minimo scafato guardare gli horror tradizionali diventa quasi impossibile: è tutto talmente prevedibile, codificato, lineare, che si trascorre l’ora e mezza di pellicola in totale apatia (o sfottendo quegli idioti di protagonisti che commettono ancora e ancora gli stessi errori). Cominci a vedere i fili dietro il film (“questo è il primo personaggio che muore”, “questa è la colpa che la protagonista dovrà espiare”), tutto sembra un gigantesco deus ex machina. Ma chi metterà su bianco quanto il copione dell’horror movie sia bollito e finto?

The Cabin in the Woods

Cabin in the WoodsRegista: Drew Goddard
Sceneggiatura: Joss Whedon / Drew Goddard
Genere: Horror / Commedia nera / Metafiction

Durata: 95 minuti
Anno: 2012

Dana, bella studentessa al primo anno di college, sta cercando di lasciarsi alle spalle una relazione con uno dei suoi professori. E quale modo migliore per dimenticarlo, che trascorrere un piacevole weekend coi suoi amici, in una casa nel bosco lontana dalla civiltà? Gettate le valigie in macchina, Dana è pronta a partire con Jules, la sua migliore amica, Kurt, il ragazzo di lei, l’atleta Holden e il fattone paranoico Marty.
Non sanno di essere osservati. Le loro case sono disseminate di telecamere, ogni loro movimento è seguito via satellite. Un gruppo di tecnici si sta assicurando che seguano alla lettera il copione prestabilito, e anche quest’anno celebrino il consueto, macabro rituale. E una volta raggiunta la casa nel bosco, i cinque ragazzi saranno nel loro campo da gioco. Riusciranno a sopravvivere al massacro orchestrato per loro, o saranno le ennesime vittime di questo canovaccio sempre uguale?

Se quando avete cominciato a leggere questa sinossi vi è sembrato che avessi ri-postato la recensione di Apeshit, vi capirei benissimo. The Cabin in the Woods, film d’esordio di Drew Goddard, e co-sceneggiato e prodotto nientemeno che da Joss Whedon (che tutti quelli della mia generazione ricorderanno per Buffy; i più scafati, anche per Firefly e Dollhouse), è un grande commento sarcastico sull’intero genere slasher “gruppo di adolescenti nella casa nel bosco”. Ma mentre il romanzo di Mellick ribalta le aspettative del genere pur senza uscire dal genere, la pellicola di Goddard e Whedon prende una direzione diversa: la metafiction.
Il film segue due storie parallele. Da una parte, il canovaccio ben collaudato dei ragazzi che vanno in mezzo ai boschi a trascorrere il loro weekend di paura; dall’altra,  il punto di vista dei tecnici che sta manipolando le loro vite. La questione del canovaccio horror come un grande deus ex machina privo di credibilità, prende in Cabin in the Woods la forma più esplicita: quella di un setting a là “Grande Fratello” messo in piedi da un centro scientifico col preciso intento di far morire i ragazzi di una morte atroce. Niente spoiler; Goddard mette le carte in tavola fin da subito, addirittura – scelta molto interessante – aprendo i primi due-tre minuti di film sui tecnici e non sui giovani protagonisti. Tutta la pellicola è giocata sul contrasto tra queste due storyline che corrono parallele.


Trailer italiano del film (“Quella casa nel bosco”).

Come già in Apeshit, anche Cabin in the Woods segue rigorosamente tutte le tappe del genere, dalla fermata alla stazione di benzina alla collezione di artefatti assurdi nello scantinato della casa, ma in questo caso le scene sono presentate in modo tale da sottolinearne l’improbabilità: il benzinaio redneck è stato assunto dai tecnici per parlare come un cretino, e gli artefatti dell’orrore sono stati messi lì apposta perché i ragazzi li attivino. I cliché del genere sono messi alla berlina (come l’infausto “dividiamoci!”), così come i sottintesi bigotti (la protagonista verginella o pseudo-tale, la regola non scritta: “chi scopa muore per primo”…).
E il discorso si estende ai personaggi. Kurt gioca a football, ha i capelli corti e le spalle larghe – ma nei primi minuti di film lo vediamo discutere di sociologia con la protagonista. E perché un atleta non potrebbe anche essere un tipo colto a cui piace studiare? Ma no, gli slasher movie hanno imposto dei ruoli: l’atleta arrogante e idiota, la puttanella, il fattone. E così, nel corso del film vediamo Kurt istupidirsi, manipolato dai tecnici per rientrare nel ruolo.

Ma in generale, Goddard e Whedon hanno fatto un ottimo lavoro nel disegnare i cinque protagonisti: se in Apeshit erano un gruppo di arroganti che non vedevamo l’ora di veder maciullati, in Cabin in the Woods sono tutti dei ragazzi in gamba, e non possiamo fare a meno di simpatizzare per loro e soffrire nel vederli in trappola. L’empatia verso i cinque protagonisti non fa che amplificare il senso di ingiustizia che il film vuole veicolare.
L’errore in cui si poteva cadere, tuttavia, era quello di fare dei tecnici che manovrano la vita dei ragazzi degli evil mastermind. I cliché dell’universo horror sono un argomento troppo triviale per farne qualcosa di davvero drammatico, e il film sarebbe potuto scivolare nella menata retorica. Cabin in the Woods, invece, si destreggia tra l’humor nero e momenti drammatici, confezionando un’atmosfera agrodolce piacevolissima. Mentre lavorano dall’altra parte delle telecamere, i tecnici parlano dei loro problemi coniugali, sfottono gli altri reparti, indicono scommesse, sparano minchiate. Tutto questo li rende molto umani e simpatici – in particolare i due capi-progetto Steve e Gary – il che da un lato alleggerisce il tono del film, e dall’altro crea un contrasto grottesco con la mattanza che nel frattempo avviene nella casa nel bosco.


La famosa scena del “Dividiamoci”.
Vale più di mille parole per cogliere la filosofia del film.

Grazie all’alternarsi delle due storyline, al tono ora sarcastico ora cupo, e alla regia frizzante, il ritmo del film si mantiene alto dall’inizio alla fine. Pian piano la pellicola si stacca dai cliché del genere, prende una strada nuova e si arriva al punto che lo spettatore non è più in grado di predire cosa succederà. L’ultima parte del film è estremamente spassosa – nel senso macabro del termine – e il finale è originale e controcorrente quanto basta. Insomma, si arriva alla fine del film con la sensazione di aver visto qualcosa di intelligente, oltre che di divertente.
Il problema di Cabin in the Woods, semmai, è che la sua trama – una volta interamente spiegata – ha senso unicamente come metafiction; unicamente, cioè, come commento sui difetti dell’horror tradizionale. Il rituale messo in piedi dai tecnici esiste e funziona in questo modo perché sì. Come il mondo della casa del bosco è una grande macchina pilotata dai tecnici, così anche le ragioni dietro il grande lavoro dei tecnici suona un po’ come un deus ex machina – come una scusa pigra perché al regista non era venuto niente di meglio in mente. Paradossalmente, una persona con poca pratica dei film horror e dei suoi cliché non riuscirebbe nemmeno a capire la trama di Cabin in the Woods. Certo, si potrebbe ribattere – e sarebbe vero – che questo film è rivolto esplicitamente a chi è in grado di coglierne il sottotesto; ma il fatto che la storia funzioni solamente a un livello meta-narrativo (e quindi abbia un senso solo appoggiandosi alle opere che prende in giro) è un limite oggettivo e un fattore di debolezza.

Cabin in the Woods è un bel film. E’ meno brillante di un Apeshit, ma vale l’ora e mezza di vita che vi costerà guardarlo più di un buon 90% dei film horror in circolazione. Nel giro di due anni l’ho visto tre volte (la prima da solo, l’altra mostrandolo ad altre persone), sempre con piacere – e questo dovrebbe dirla lunga. Inoltre, a differenza di Apeshit, c’è molta meno violenza grafica e molto meno gore; il sangue scorre a litri e di gente ne viene ammazzata un sacco, ok, ma restiamo tranquillamente nei limiti di uno Scream o di un Final Destination, cioè nel territorio della roba che esce al cinema.
Non posso quindi fare altro che consigliarlo a qualsiasi anche moderato consumatore di cinema horror; e in particolare a tutti quelli che sentono le palle che vorticano a ogni annuncio del prossimo Paranormal Activity o Insidious o troiate varie.

Bear Chainsaw Massacre

Quanto a noi, nuovo appuntamento cinematografico il prossimo lunedì.