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Moon e la solitudine

Terra vista dalla LunaPrima dell’atterraggio di Neil Armstrong e Buzz Aldrin, la Luna era il luogo del mistero. Visibile da ogni punto della Terra, e apparentemente così vicina, poteva nascondere qualsiasi cosa. Questo senso di inquietudine, l’abbiamo visto, è ben rappresentato da Rogue Moon, pubblicato nove anni prima della missione dell’Apollo 11: nell’universo narrativo di Budrys, i primi uomini arrivano sulla Luna non con un razzo, ma con una sorta di teletrasporto che radiotrasmette il corpo del viaggiatore sul satellite, e lì trovano ad aspettarli qualcosa di incomprensibile e letale. 2001: Odissea nello spazio è uscito nel cinema nel 1968, un anno prima, e ancora era plausibile immaginare di trovare un monolite alieno in una conca. Ma dopo la conquista, la Luna non è altro che un altro sasso vuoto nello spazio. Non è più una buona location per un mystery fantascientifico. Che altra funzione può assolvere, allora?
Per me, la Luna è il luogo della solitudine. Come ben spiegava xkcd in uno dei suoi What If?, dev’essere una sensazione davvero strana essere fisicamente così lontani da qualsiasi proprio simile. Micheal Collins, Richard Gordon, Stuart Roosa, Alfred Worden, Kenneth Mattingly e Ronald Evans, gli astronauti che – durante le rispettive missioni Apollo – sono rimasti soli a bordo del modulo in orbita mentre i loro compagni scendevano sulla Luna, si trovavano, nel punto più lontano della loro orbita, a 3.585 km dall’essere umano più vicino, e a  384.400 km circa dalla massa dei loro simili. Solitudine completa.

Ma non sono molte le storie che si focalizzino su questo aspetto del nostro satellite. Heinlein in The Moon is a Harsh Mistress, o Clarke in A Fall of Moondust o Earthlight, mostrano tutti una Luna già ‘addomesticata’ – una terra di frontiera, certo, ma già a misura d’uomo.
Capirete quindi la mia felicità quando mi sono imbattuto in Moon, il film d’esordio del figlio di David Bowie.

Moon
MoonRegista: Duncan Jones
Genere: Science Fiction / Psicologico

Durata: 97 minuti
Anno: 2007

Sam Bell vive sulla Luna da tre anni. Lavora per la Lunar Industries, la compagnia che ha il monopolio delle estrazioni di elio-3 dal suolo lunare, come supervisore della base mineraria. Ma la base è completamente automatizzata, e Sam vive da solo: non ci sono altri esseri umani oltre a lui sulla Luna. La sua unica compagnia sono GERTY, la gioviale intelligenza artificiale della base, e le sporadiche comunicazioni video che ha con la moglie Tess, rimasta a casa con la figlioletta piccola. Ma Sam ora è felice, perché i tre anni del contratto sono quasi terminati, e tra pochi giorni potrà tornare a casa.
Proprio ora che manca così poco al suo congedo, però, alla base cominciano ad accadere strani incidenti. Le comunicazioni in diretta con la Terra smettono di funzionare. Sam comincia ad avere allucinazioni di una ragazza che si stende accanto a lui. E ha come l’impressione che i suoi superiori sulla Terra gli stiano nascondendo qualcosa. Un incidente col rover, fuori dalla base, precipiterà la situazione. Sta veramente impazzendo? La solitudine gli sta dando alla testa? Oppure c’è davvero qualcosa che non va sulla Luna…?

Parlando del periodo trascorso da solo nel modulo in orbita durante la missione Apollo 15, mentre Scott e Irwin spendevano tre giorni consecutivi sulla Luna, Worden disse:

There’s a thing about being alone and there’s a thing about being lonely, and they’re two different things. I was alone but I was not lonely. My background was as a fighter pilot in the air force, then as a test pilot–and that was mostly in fighter airplanes–so I was very used to being by myself. I thoroughly enjoyed it. I didn’t have to talk to Dave and Jim any more … On the backside of the Moon, I didn’t even have to talk to Houston and that was the best part of the flight.

Ma Worden era parte di una delle più grandiose missioni del genere umano. Aveva su di sé i riflettori dell’opinione pubblica, e le aspettative e la stima dei suoi colleghi. Pur essendo fisicamente da solo, sapeva che molti stavano pensando a lui; e al termine della missione, sapeva che sarebbe di nuovo stato immerso nella gente. In questo senso, era solo ma non si sentiva solo.
Ora prendiamo però un tecnico, un uomo qualsiasi di cui a quasi nessuno importa molto, e mettiamolo a supervisionare una base lunare per tre anni, lontano non solo dagli occhi, ma per la maggior parte del tempo anche dalla mente di chiunque. Cosa proverà? In che modo lo cambierà l’esperienza? Questa è la storia che viene raccontata in Moon.

Full Moon - Michael Light

La fotografia viene dall’album Full Moon di Michael Light, citato espressamente da Jones come una delle sue ispirazioni.

I risultati migliori, in termini di coinvolgimento emotivo, si hanno sempre quando il tema di una storia è perfettamente rispecchiato dallo stile narrativo con cui è raccontata. Questo è esattamente ciò che accade in Moon. Se dovessi scegliere un aggettivo con cui definirlo, sarebbe: minimalista. Il cast del film comprende – a parte alcune comparse – un solo attore, Sam Rockwell, e due soli personaggi: Sam Bell e l’IA GERTY. L’intera pellicola si svolge all’interno della piccola base della Lunar Industries e nel perimetro immediatamente circostante. Anche noi quindi, con il protagonista, finiamo per sentirci soli. Soli e abbandonati a noi stessi, mentre strani episodi si moltiplicano attorno a noi e sentiamo che l’universo sta diventando incomprensibile.
E’ difficile parlare di Moon senza scadere negli spoiler, data la semplicità della trama, per cui sarò breve. Duncan Jones riprende tutta una serie di cliché del film di fantascienza – le corporation infide, le IA, la clonazione, e via dicendo – ma le shakera a sufficienza da evitare di essere prevedibile. Rockwell impersona magnificamente un uomo che si sta lentamente deteriorando, nel corpo e nello spirito, dopo un isolamento così prolungato, e sentiamo sulla nostra pelle il senso di alienazione, nevrosi e infine paranoia del personaggio. Soprattutto, Moon ci lascia per buona parte del film  con l’atroce dubbio: è tutto nella testa di Bell, o sta succedendo qualcosa?

Moon non è un film rivoluzionario; non mi ha lasciato molto, a fine visione, a livello di idee. Non troverete del vero sense of wonder. Quello che riesce ad essere, invece, è un film d’atmosfera – e che atmosfera. E’ una di quelle pellicole che ti cattura e ti immerge nel suo mondo in pochi minuti, e riesci a seguirlo senza problemi fino alla fine dimenticandoti della realtà esterna. Dimostrazione ne è il fatto che, dopo averlo visto accidentalmente una sera mentre facevo zapping, l’ho riguardato altre due volte con gente diversa nello spazio di un anno, e non mi spiacerebbe rivederlo una quarta volta. Non ci sono molti film che lasciano questa voglia. E poi ci sono i piccoli tocchi di classe: come il fatto che GERTY comunichi con Sam con un display che fa le faccine. Le faccine! Tipo MSN! Non è tenero?
Soprattutto, Moon riproduce l’idea della Luna come stato mentale – solitudine, alienazione, luci artificiali, buio, freddo – senza smettere per un secondo di essere scientificamente onesto. Parlarne mi è sembrato un buon modo, quindi, per chiudere questa piccola serie di articoli dedicati al nostro satellite.

GERTY Moon

La tenera faccina di GERTY.

And now, for something completely different: The Iron Dragon’s Mother?
Chiudo l’articolo con una rivelazione arrivata proprio in questi giorni su Flogging Babel, il blog di Michael Swanwick. Mentre Chasing the Phoenix, il secondo romanzo lungo della saga dei trickster Darger e Surplus (nonché seguito di Dancing with Bears,uscito in Italia come Gli dei di Mosca), si prepara a uscire nell’ultimo quadrimestre del 2014 per Tor Books, il buon Swanwick si è messo al lavoro su un nuovo progetto su cui meditava da tempo. Il libro in questione altro non è che il terzo e ultimo capitolo della cosiddetta, e non intenzionale, “trilogia dei draghi”, iniziata con The Iron Dragon’s Daughter e proseguita con The Dragons of Babel. Gamberetta sarà felice.
Potete leggere qui l’articolo integrale. Nel frattempo, vi riporto il passaggio più interessante:

In The Iron Dragon’s Daughter, Jane Alderberry’s essential problem is that she’s trapped in a world where she doesn’t belong.  No matter what she tries, she cannot find a place for herself.   In what became The Dragons of Babel, however, Will le Fey does belong in his world and his task is to find a proper role for him to fill.  This novel too was written as a stand-alone.  But by merely existing, the first novel created a dialogue with the second.  In many ways, the two novels were the opposites of each other.

So now I had Thesis and Antithesis.  Synthesis — the final volume of a (cough!) trilogy — hung over the entire enterprise like a third shoe waiting to drop.  But I had no ideas for such a volume.  None at all.

More years passed.  At last, an idea came to me, a way of opening up the rich, self-contradictory world of Faerie in a direction orthogonal to the other two, one which raised the possibility of answering all the questions raised by the first two books, and achieving other goals as well.  So I began writing.  This one is going to be a stand-alone novel as well.  But it’s inevitable that readers are going to think of it as the last third of a trilogy.

Now all that’s needed is lots and lots of hard work. And a new title. I’m thinking of calling this book The Iron Dragon’s Mother. But maybe that would confuse readers? I don’t know.

The Dragons of Babel è uno dei miei romanzi di Swanwick preferiti – no, a essere onesti è uno dei miei romanzi preferiti, punto. Per quanto, come saprete, non ami trilogie e saghe, sono quindi abbastanza curioso di vedere cosa riuscirà a combinare il vecchio geek di Philadelphia, e se la nuova opera sarà all’altezza delle precedenti. Forse troveranno persino risposta tutte le domande metafisiche lasciate in sospeso da The Iron Dragon’s Daughter – anche se questo non riabiliterebbe il pessimo finale del romanzo.
Conoscendo i tempi lunghi di Swanwick, il nuovo capitolo richiederà probabilmente alcuni anni di lavoro. Dovremo avere pazienza. Nel frattempo, vedrò di buttarmi a pesce su Chasing the Phoenix appena esce. Sono proprio curioso di vedere i nostri due eroi post-utopici che conquistano la Cina senza volerlo.

This is Cat

 

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Cosa ne penso di Attack on Titan

Attack on TitanL’umanità è sull’orlo dell’estinzione.
Oltre un secolo fa sono apparsi dal nulla i Titani, creature umanoidi di dimensioni gigantesche e intelletto limitato, e hanno cominciato una caccia metodica agli esseri umani, distruggendo intere nazioni e civiltà. I superstiti si sono trincerati in una piccola nazione difesa da tre cerchie concentriche di mura alte cinquanta metri, e hanno creato dei corpi speciali dell’esercito per difenderle. E l’umanità si è rassegnata a vivere come topi in trappola.
Finché, un giorno, fuori dalla cerchia di mura più esterne non è apparso un Titano di sessanta metri. Con un unico calcio ha sfondato il muro, permettendo l’entrata dei Titani e l’inizio dell’invasione del regno. Il giovane Eren Yaeger era lì; ha visto con i propri occhi la distruzione della sua città natale e la morte della madre, divorata da un Titano. Messosi in fuga con i suoi amici d’infanzia, la bella Mikasa e l’esile Armin, Eren ripara insieme ai profughi nella seconda cerchia di mura. Ma fa un giuramento a sé stesso: si arruolerà nell’esercito e dedicherà la sua vita allo sterminio dei Titani, fino a che anche l’ultimo di quei mostri non sarà sparito dalla faccia della Terra. Comincia così la carriera di Eren e dei suoi compagni nella grande guerra per la sopravvivenza tra umani e Titani.

Guardare una serie anime porta via un sacco di tempo, anche in confronto alla lettura di un romanzo di medie dimensioni – per questo capita molto di rado che lo faccia. Attack on Titan (進撃の巨人Shingeki no Kyojin, in italiano “L’attacco dei Giganti”) è, in effetti, la prima serie intera che guardo da quasi due anni a questa parte; e se mi sono deciso a farlo, è perché stava diventando così famosa, ne sentivo parlare così spesso in giro, che fare finta di niente era semplicemente impossibile. Se frequentate un minimo il mondo degli anime o della narrativa fantastica, sicuramente conoscete già quest’opera.
Saprete già, per esempio, che non si tratta di un anime originale, ma dell’adattamento dell’omonimo manga di Hajime Isayama. Un manga che in madrepatria ha riscosso un successo strepitoso e che poi ha sbancato anche negli Stati Uniti. La pubblicazione, che è cominciata nel 2009, è ancora in corso, e stando alle dichiarazioni di Isayama la storia andrà avanti ancora per alcuni anni. Insomma: pur sapendo più o meno a cosa andavo incontro, sono riuscito a impelagarmi in una situazione simile a quella dei disgraziati che si guardano la serie del Trono di Spade, ossia guardarmi una storia incompleta che non si sa ancora bene quando finirà. Maledizione a me. Coi suoi 25 episodi, l’anime copre pressappoco i primi otto volumi del manga – cioè un po’ più di metà della storia uscita fino ad oggi. Preciso da subito che non ho letto (né, al momento, intendo farlo), il manga originale, quindi il mio giudizio si limiterà esclusivamente all’anime.

La prima opening di Attack on Titan. Molto figa.

La scorsa settimana, con il Consiglio dedicato a The Deep, abbiamo visto un esempio di Fantasy atipico; con l’articolo di oggi voglio fare una seconda incursione nell’argomento. Attack on Titan parte da una premessa affascinante: un’umanità sull’orlo dell’estinzione, trincerata dietro mura altissime come topi in gabbia, e assediata da un nemico che non può sconfiggere. Come può, l’uomo, vivere in simili condizioni? E come farà, d’altronde, a respingere l’assalto e a riprendersi ciò che gli è stato tolto?
Ci sono tante angolazioni da cui si potrebbe raccontare una storia del genere. Ma Isayama è un mangaka, e non ha lo stesso grado di libertà di un romanziere; la sua scelta ricade quindi sulla storia adolescenziale di formazione, mescolata alla military fiction. Attack on Titan segue il protagonista, il giovane Eren Yaeger, dall’inizio della sua formazione nell’accademia militare alla sua carriera come soldato di professione nella guerra del genere umano contro i Titani. Il risultato ha più di una spruzzata dell’Heinlein di Starship Troopers, calato però in un fantasy dall’atmosfera sette-ottocentesca, e con la struttura tipica del seinen d’azione (1). E tanto gore.

Uno sguardo approfondito
Ho cominciato la visione di Attack on Titan con parecchie aspettative. Mi sono quindi cadute le braccia nel constatare, fin dai primissimi episodi, la quantità abissale di cliché da shonen/seinen che l’anime è riuscito a inanellare. A partire dal protagonista, il classico giovane che, da quando i Titani hanno distrutto la sua città natale e mangiato sua mamma sotto i suoi occhi, ha giurato eterna vendetta e che diventerà Hokage il miglior guerriero del mondo per ucciderli tutti.
Eren Yaeger è, in due parole, un Gary Stu. Si distingue da subito per la sua abilità combattiva eccezionale e la sua determinazione; i coetanei vedono in lui un leader naturale; il personaggio femminile più figo dell’anime gli sbava dietro, ha occhi solo per lui, morirebbe per lui, fin dal primo episodio, benché lui, come tutti i protagonisti giapponesi, sia apparentemente asessuato e non sembri accorgersene. La sua psicologia è elementare, la sua motivazione incrollabile, la sua etica adamantina, i conflitti interiori inesistenti. In pratica, è un given fin dal primo episodio che Eren è un eroe. Tutto in lui grida cliché.

Attack on Titan testimoni di Jeova

Ora, la scelta di questo protagonista sarà stata fatta nell’ottica di una facile identificazione degli spettatori in lui. Per questo ne hanno fatto un personaggio super-positivo e facile da capire. Il risultato, tuttavia, è che Eren è irritante. Mettiamolo a confronto con Rico, il protagonista di Starship Troopers. Anche Rico deve affrontare le fatiche dell’addestramento militare, per poi trovarsi sbattuto in prima linea a combattere contro i mostri alieni. Ma Rico non è il protagonista senza macchia. Si arruola senza avere le idee chiare, durante i mesi di boot camp vacilla, si trova in difficoltà, finisce a chiedersi più volte se questa sia davvero la vita per lui e se non sia più facile rinunciare. Rico ha tutte le incertezze delle persone normali, e quindi lo sentiamo come “uno di noi”; attraverso i suoi occhi sentiamo la fatica dell’addestramento e il terrore cieco del campo di battaglia. Con Eren no: poiché tutto gli viene con naturalezza e il suo eroismo non viene mai messo in discussione, lo percepiamo immediatamente come un individuo eccezionale, e rimaniamo distaccati. Non solo: proprio perché la sua dedizione alla causa ci lascia freddi, i suoi continui appelli all’onore e al senso del dovere danno la sgradevole sensazione di un proclama militare, o di un perentorio invito all’arruolamento stile Zio Sam (2).
Ma la scelta di questo protagonista ha conseguenze ancora più gravi per l’anime. Il fulcro di Attack on Titan si fonda proprio sul rapporto impari che c’è tra gli esseri umani, per quanto addestrati, e i mostruosi Titani. Un Titano, anche il più debole, è una macchina per uccidere, che mentre sfascia case e strade solo camminando, spappola un abitante con un pugno, ne schiaccia un altro col piede e intanto ne mastica un terzo acchiappato al volo coi denti. Puoi esserti preparato quando vuoi, puoi esserti un supersoldato, ma quando vedi un Titano dal vivo ti si ghiaccia il sangue nelle vene e rimani pietrificato. E’ un terrore atavico, quasi chtulhiano. Ma con un protagonista come Eren, l’effetto si vanifica. Eren è così determinato, così accecato dalla rabbia, dall’odio, e dal desiderio di vendetta, che attraverso i suoi occhi si smette persino di provare paura per i Titani. E l’opera ne esce di molto indebolita.

Altrettanto cliché sono i comprimari. Mikasa è lo stereotipo giapponese della “amica d’infanzia”: bellissima, dolce con la sua cerchia ristretta di amici, dura gli con altri, combattente determinata e votata al protagonista. Si è tentata una botta di originalità facendone una guerriera eccezionale, tecnicamente superiore allo stesso Eren; ma la sua fissazione monomaniacale per il protagonista e il suo carattere silenzioso ne fanno comunque un personaggio piuttosto debole. Quanto ad Armin, l’altro amico d’infanzia, è il tipico nerd: fisicamente esile, vigliacco, incapace di difendersi da solo, ma al contempo un genio della strategia, si rivelerà utile alla squadra grazie alle sue intuizioni e alla sua sensibilità. Completano il quadro della banalità i power-up dei personaggi, convenientemente distribuiti nel corso della serie.
Attack on Titan si concede qualche tocco di profondità in più in alcuni dei personaggi secondari. Non appartenendo alla ristretta cerchia degli ‘eroi’ che devono arrivare fino alla fine della storia, a questi personaggi sono concessi tratti più umani: si cagano sotto, commettono errori (anche clamorosi) e possono pure schiattare. La mia preferenza va a Jean. Compagno di Eren all’accademia militare, Jean è un bravo combattente, ma è tutto fuorché un eroe senza macchia. Ha inizialmente scelto la carriera militare per guadagnarsi un posto nella guardia ristretta del Re e fare la bella vita, non per combattere i Titani; sul campo di battaglia, è dilaniato tra il suo senso dell’onore, e il desiderio di soccorrere i propri compagni in difficoltà da una parte, e il terrore cieco per i Titani, e il desiderio di darsela a gambe levate, dall’altra. Non solo Jean sembra una persona normale – pur facendo una vita straordinaria – ma i suoi conflitti interiori lo rendono interessante. Quando vediamo la battaglia col pov di Jean, tutto fa più paura, e anche i Titani sembrano inquadrati nella loro giusta dimensione. Mentre ogni volta che Eren fa la cosa giusta sembra prassi, quando Jean fa la cosa giusta è una conquista, e ci entusiasmiamo. Non posso fare a meno di chiedermi quanto più interessante sarebbe stato Attack on Titan con un protagonista complesso e ambiguo come Jean invece di Eren.

Uncle Sam cupcakes

…ma voglio anche che ti arruoli nella guerra contro i Titani. Per la patria!

Infelice scelta del protagonista a parte, l’elemento d’azione dell’anime ha alti e bassi. Tra le idee più interessanti, l’Equipaggiamento di Manovra Tridimensionale inventato dall’esercito del regno per combattere i Titani. Problema: i Titani sono quasi invincibili, l’unico punto debole è una parte molle collocata sotto la loro nuca. Come raggiungerla? Con un’imbracatura di cavi e rampini che, manovrata attraverso un sistema di propulsione a getto, permette ai soldati di sollevarsi in aria e manovrare di palazzo in palazzo alla Spiderman, così da poter combattere in tre dimensioni e saltare addosso ai giganti. Se dal punto di vista scientifico farà alzare più di un sopracciglio, visivamente è uno stile di combattimento molto affascinante.
Inoltre, crea tutta una serie di conseguenze tattiche: se per esempio è possibile combattere contro i Titani in città o in un bosco, muovendosi sui tetti o tra gli altri, la Manovra Tridimensionale è del tutto impossibile in uno spazio aperto come una prateria. Anche dal punto di vista dell’arte della guerra, poi, Isayama sembra aver fatto i compiti. Preciso subito di non essere un esperto di tattica militare; ma, ai miei occhi di profano, il modo in cui si dispongono i battaglioni sul campo di battaglia sembra avere un senso e suona credibili.

I problemi cominciano se dalla singola scena di battaglia allarghiamo lo sguardo a una visione d’insieme. In una delle prime puntate dell’anime, quando assistiamo al primo vero combattimento tra i nostri eroi e i Titani, si scatena una vera e propria carneficina. Gli autori vogliono mostrarci la brutalità dei Titani, e l’incredibile disparità di forze tra loro e gli umani: nel giro di pochi minuti, tutta una serie di personaggi che avevamo conosciuto nelle puntate precedenti viene fatta fuori come moscerini. E’ uno degli episodi più potenti della serie, e stabilisce due punti fondamentali: che i Titani sono davvero fortissimi, e che chiunque può morire in qualsiasi momento. Figo, no?
Peccato che poi la promessa non sia mantenuta. Come in un cattivo horror, i Titani che inizialmente sembravano così in gamba diventano goffi nelle puntate successivi. I personaggi smettono di morire – anche se posti in situazioni identiche, dal punto di vista del rischio e della bravura individuale, dei loro colleghi morti nella puntata precedente – e la sensazione di pericolo gradualmente scende.
A questo si aggiunge poi una gestione sconclusionata delle scene d’azione, che fatico a capire. In più di un’occasione, momenti salienti di una battaglia vengono tagliati e raccontati poi fuori scena. Succede per esempio nel secondo episodio: nel momento più importante dello scontro – quando il Titano Corazzato sfonda il Muro Maria, aprendo la strada agli altri giganti – quando ci si aspetterebbe una scena dettagliata della resistenza, e della fuga dei profughi dalle pianure che vengono invase di mostri, tac! dissolvenza, e andiamo avanti veloce ad alcuni giorni dopo, mentre il narratore ci spiega cos’è successo nel frattempo. E’ la cosa più anticlimatica e deludente dell’universo. E già che ci siamo: il regista abusa delle dissolvenze incrociate. Ma questo è un tipo di transizione che si usa tra due scene calme; non la puoi usare in un momento ad alta tensione, nel culmine di una battaglia, così come quando un uomo viene mangiato da un Titano non puoi usare un “chomp!” da cartone animato – sarebbe fuori luogo. Dà fastidio.

Attack on Titan

CHOMP!

Alla fin fine, però, la ragione principale per cui si guarda un anime come Attack on Titan è una sola: i Titani stessi. E qui gli autori fanno centro. Perché i Titani fanno veramente paura. Con delle fattezze pressoché umane, ma al tempo stesso distorte in modo disumano, i Titani ci scuotono perché fanno appello a quel fenomeno detto ‘Uncanny valley‘ di cui avevamo già parlato in passato: la dissonanza cognitiva data da qualcosa che dovrebbe essere umano ma chiaramente non lo è. Oltre alle dimensioni esagerate, ciò che fa soprattutto spavento dei Titani – e che, paradossalmente, rende più inquietanti i Titani normali rispetto a quelli eccezionali – è la loro espressione ebete, di incredibile stupidità, e assoluta serenità mentre sbranano e distruggono.
I Titani sono stupidi, irrimediabilmente stupidi; comunicarci è impossibile, perché sembrano non avere nient’altro che un rudimentale istinto assassino. Questo li rende ancora più crudeli. I Titani infatti non hanno bisogno di mangiare per sopravvivere, ma sembrano programmati per puntare e ammazzare qualsiasi essere umano attiri la loro attenzione. Insomma, i Titani sono un vero enigma: non si sa da dove vengano né cosa vogliano. Scoprire la verità su di loro è una delle ragioni principali che invogliano a continuare la visione, e gli autori gestiscono bene questo hook, dispensando periodicamente risposte parziali e aprendo nuovi misteri.

Affascinante è anche l’ambientazione, che mescola un’architettura da bordo nord-europeo ottocentesco (con i suoi castelli, le strade acciottolate, le carrozze trainate da cavalli, le lampade a petrolio, i fucili ad avancarica) con l’atmosfera da horror post-apocalittico. Il regno degli umani in cui è ambientata la storia ha la struttura politica, militare e amministrativa di una monarchia assoluta moderna. L’esercito è organizzato in tre corpi di militari di professione rigidamente organizzati – la Polizia Militare, che pattuglia le città e le Mura; la Gendarmeria, ossia la guardia scelta del re e degli alti dignitari; e i Corpi Esplorativi, che organizzano spedizioni fuori dalle Mura nel tentativo di riconquistare dai Titani i terreni perduti. Ma la società di Attack on Titan è ricca di spunti interessanti, come la Chiesa dei Muri, un culto nato dopo l’apertura della cerchia esterna e che venera le tre mura (chiamate Muro Maria, Muro Rose e Muro Sina) come divinità scese in terra.
Certo, non mancano anacronismi tecnologici in pieno stile giapponese. L’Equipaggiamento di Manovra Tridimensionale sembra un’invenzione quasi fantascientifica, e vediamo il padre di Eren, che è un medico, fare al figlio un’iniezione con una moderna siringa. Ma siamo lontani dal puro retard delle ambientazioni alla Naruto, dove la gente si combatte a colpi di shuriken anche se ha la corrente elettrica.

Attack on Titan

Il fatto che abbiano una faccia da ritardati li rende ancora più inquietanti.

Quel che è meglio, Attack on Titan è una di quelle – poche – storie che migliora nel tempo. Se arrivato alla quarta puntata ero pronto a lanciare quest’anime dalla finestra e a dimenticarlo per sempre, superata la metà ero determinato a finirlo. Nonostante tutti i cliché – di cui la trama sembra incapace di liberarsi, anche dopo i primi episodi – e i colpi di scena cheesy, la vicenda diventa più interessante col passare del tempo, e anche un protagonista piatto come Eren vive una piccola evoluzione psicologica. L’anime trova persino il tempo di toccare alcuni temi interessanti, come l’onere del comando (sei disposto a sacrificare un numero imprecisato di tuoi uomini, se questo porterà un importante vantaggio strategico nella lotta contro i Titani?) e il dilemma tra il fidarsi solo di sé stessi e del proprio istinto, e avere fiducia nei propri compagni di squadra. E trova pure delle risposte originali (per un anime)! (3)
Ho una teoria per questo stato di cose. Come molti manga – di cui non si sa, all’inizio, se avranno successo, e quindi quanto potranno andare avanti – Attack on Titan è partito più classico e familiare che potesse. Aveva bisogno di costruire fanbase, e per questo ha integrato gli elementi innovativi – i Titani e la lotta contro di loro – in una struttura riconoscibile e personaggi standardizzati, che non sbalestrassero i lettori. Solo poco alla volta, mano a mano che il successo dell’opera si consolidava e si poteva concedere più respiro a livello di trama, Isayama ha cominciato a esplorare territori meno banali e ad aggiungere complessità. Il risultato è un’opera che parte super-standard ma che potrebbe, a conti fatti, finire in qualsiasi modo (benché preveda una conclusione abbastanza banale, che accontenti i fan).

In conclusione, sono contento di aver visto Attack on Titan. Nonostante tutti i suoi limiti, e pur essendo ben lontana dall’essere un capolavoro, è un’opera che si sforza di essere diversa e dire qualcosa di nuovo. L’atmosfera di sana disperazione apocalittica che si respira è ben bilanciata dall’azione selvaggia delle battaglie e dagli elementi mystery che ruotano attorno all’origine dei Titani. Se si sopporta la vagonata di cliché stantii e quel brutto odore di occasione sprecata che aleggia su tutto, è una visione piacevole.
Peccato solo che ci vorranno diversi anni prima di arrivare a una conclusione. La serie si chiude con la fine di un mini-arco narrativo, ma le domande principali sono ancora tutte senza risposta. Se Isayama terrà fede alla sua dichiarazione di chiudere la storia intorno al ventesimo volume del manga, immagino che l’anime potrebbe richiedere altre due stagioni di 20-25 episodi. Solo a pensarci mi viene la nausea.

Manovra Tridimensionale Attack on Titan

Il bizzarro equipaggiamento per la Manovra Tridimensionale.

Chi devo ringraziare?
Pur conoscendo già l’opera – la prima volta che ne sentii parlare fu probabilmente da Zwei sul sup blog – non mi sono deciso a provare a vedere l’anime finché il buon Dago non mi ha convinto. Quindi è colpa, o merito, suo^^

Dove trovarlo
Dato il successo dell’anime, trovarlo in rete non è difficile. Diverse comunità italiane di fansubber lo ospitano, sia con link di download diretto, sia come torrent (di singoli episodi o pacchetto di tutta la serie), doppiato in giapponese con hardsub in italiano. Io personalmente li ho presi da qui, ma li ho trovati anche qui.
In Italia, i diritti per l’adattamento sarebbero stati appena comprati da Dynit, anche se non è ancora dato sapere quando e dove andrà in onda.

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(1) Il termine seinen, riferito a un manga o un’anime, indica un’opera destinata a un target di giovani adulti, cioè sopra i 18 anni. Insomma, se gli shonen sono dedicati a ragazzini e adolescenti, i seinen si prendono il range di età immediatamente successivo. Nei seinen c’è più libertà espressiva che negli shonen: l’autore può indulgere molto più nel gore (sangue, budella, torture!) e nei riferimenti al sesso. Nei seinen c’è anche molta più varietà che negli shonen, benché molti seguano poi, nella struttura, gli stessi cliché. Vedremo che anche Attack on Titan non sfugge a questo difetto.

(2) Non ci sarebbe nemmeno nulla di male, nel fatto che il protagonista conquisti il cuore della tipa più figa di tutte: in gran parte della fiction le cose vanno in questo modo. Ma si tratta di un amore che bisogna conquistarsi. Grazie ai suoi talenti e al suo impegno, l’eroe si guadagna l’amore della bella.
Nel corso dell’anime, ci verrà anche data, mediante flashback, una ragione plausibile del sentimento che Mikasa prova per Eren (e anche questa è tremendamente cliché). Ma è troppo tardi. L’amore di Mikasa non appare come una legittima conquista di Eren, perché era già stato stabilito a priori: ci viene mostrato fin dalle prime scene del primo episodio della serie. Insomma, questo amore viene presentato come un normale plus del protagonista in quanto protagonista, e non come il risultato finale di una relazione tra i due personaggi. E quindi noia, noia, noia.

Eren Yaeger

Boooring.

(3) In particolare, trovo molto interessante la risposta che si dà Eren al culmine della lotta contro il Titano Femmina nella foresta. Seguono spoiler in bianco.
Inizialmente, Eren decide di fidarsi dei suoi compagni di squadra – che sono dei veterani, e che inoltre sembrano sapere il fatto loro – e invece di trasformarsi, come gli diceva il suo istinto, lascia a loro il compito di combattere contro il Titano Femmina. Questa è una decisione che si è rivelata corretta in passato: nella fase finale dell’assedio di Trost, è stato solo affidandosi ad Armin e Mikasa che è riuscito a riprendere il controllo della sua forma Titano e a chiudere il buco nelle Mura.
Ma questa volta la sua decisione è sbagliata. I suoi compagni di squadra non sono all’altezza del Titano Femmina, e vengono eliminati uno dopo l’altro davanti ai suoi occhi. Eren capisce di aver sbagliato; deduce che fidarsi degli altri, questa volta, è stato un errore, e la conseguenza è la morte dei suoi compagni. Capisce che a volte è corretto affidarsi agli altri, altre volte è corretto fidarsi solo di sé stessi, e che è indecidibile a priori quale sarà la soluzione corretta.
Senonché… anche questa teoria si rivela sbagliata! Dopo essersi trasformato, pure lui viene massacrato di botte dal Titano Femmina. E sarebbe stato spacciato, se Mikasa e Levi non lo avessero salvato all’ultimo secondo. Questo significa che: entrambe le decisioni (sia fidarsi degli altri, sia fare di testa sua) sono risultate in un fallimento. Ossia: a volte perderai qualunque sia la scelta che hai fatto. E’ una conclusione interessante che capita molto di rado di trovare in un anime.

Stalker: un esperimento sul mostrare e il raccontare

Stalker Tarkovskij“Non c’è tutta questa differenza tra il ‘mostrare’ una cosa e ‘raccontarla’” è l’obiezione che mi sento muovere più spesso al concetto di show don’t tell. Un’altra è: “E’ solo una questione di stile”, come a dire che è una faccenda che riguarda soltanto la ‘poetica’ dell’autore, il suo modo di esprimersi, e non va ad influenzare più che tanto il contenuto (corollario: potremmo smetterla di criticare?). Eppure non è così. Raccontare una cosa, e mostrarla, suscitano in noi impressioni molto differenti. E dato che un esempio vale più di mille parole, vi racconterò una storia.
Nell’ultimo articolo vi ho parlato di Roadside Picnic, romanzo dei fratelli Strugatsky in cui si racconta di una Visitazione aliena che cambia per sempre le vite degli abitanti di una piccola città canadese. Se non l’avete letto fatelo, o non capirete questo. Bazzicando su Internet alla ricerca di maggiori informazioni sul romanzo e sugli Strugatsky, avevo scoperto che Roadside Picnic aveva catturato l’attenzione nientemeno che del regista Tarkovskij. Tarkovskij: non proprio il primo Roland Emmerich che passa!

Andrej Tarkovskij era uno a cui doveva piacere la fantascienza slava. Già nel 1972 aveva adattato per il grande schermo il celebre Solaris, del polacco Stanislaw Lem; nel 1979, dopo aver corteggiato a lungo il romanzo degli Strugatsky, decide di trarne ispirazione per il suo Stalker. Non solo: gli Strugatsky stessi partecipano alla stesura della sceneggiatura del film. Occasione ghiotta per crogiolarmi ancora un po’ nell’atmosfera della Visitazione – anche perché non avevo mai visto un film di Tarkovskij e la cosa mi faceva sentire in colpa. Sicché, lo scarico, acchiappo la dolce Siobhàn e le annuncio: la tal sera guarderemo Stalker. E lei, che non sapeva neanche di cosa stessi parlando: okay! Da qui, in modo del tutto involontario, nasce il mio piccolo esperimento.
Una premessa: ovviamente uso la parola ‘esperimento’ in senso lato. Un esperimento scientifico va replicato molte volte e sottoposto a un rigido sistema di controlli per avere qualche valore. Il mio ‘esperimento’ è in teoria replicabile, ma non l’ho replicato. Di conseguenza non posso dimostrare davvero niente, nel senso scientifico del termine; trovo però che ci dica qualcosa di interessante. Giudicate voi.

Stalker: una variazione sul tema?
Stalker TarkovskijIl film di Tarkovskij non è una trasposizione fedele di Roadside Picnic. Anzi. Per stessa ammissione del regista, ha in comune col romanzo originale solo la premessa di base: l’esistenza di una Zona contaminata da una Visitazione aliena e del mestiere di stalker. La cosa, in realtà, non mi dispiaceva affatto. Al contrario: come accennavo nello scorso articolo, trovo che il concetto alla base di Roadside Picnic sia così pieno di possibilità che volevo vedere delle declinazioni diverse del tema.
Sulla carta, la storia di Tarkovskij è affascinante. Il protagonista – lo stalker – si guadagna da vivere come guida, scortando i curiosi nella Zona. Al centro della Zona, infatti, c’è una stanza dove si dice che vengano realizzati i tuoi desideri più intimi (idea mutuata dal romanzo, dove circola la leggenda di una sfera dorata che realizza i desideri). Anche la Zona è diversa: mentre in Roadside Picnic aveva delle regole oggettive, determinate da leggi fisiche misteriose ma chiaramente esistenti, in Stalker regole e trappole cambiano. La Zona, spiega lo stalker, cambia ad ogni visita, e sembra che reagisca in modo differente ad ogni individuo e ai suoi stati d’animo. Pare quasi che la Zona di Tarkovskij sia viva.

Fin qui, tutto bene. Peccato che il film sia interessante solo sulla carta.
La Zona di Tarkovskij è assolutamente priva di regole a cui lo spettatore si possa aggrappare. Lo stalker ci dice continuamente quanto la zona sia pericolosa, quante persone ci siano morte, quanto bisogni stare attenti. Ma è tutto bla bla vuoto: di questi fantomatici pericoli non vediamo mai traccia; non assistiamo mai a ‘trappole’ che scattano; i visitatori che seguono lo stalker violano apertamente le sue raccomandazioni, e non gli succede niente. La tensione è inesistente. Persino il ‘tritacarne’, una delle creature più inquietanti e implacabili della Zona originale, diventa nel film qualcosa di assolutamente insulso.
L’impressione dello spettatore, dopo un po’ che guarda, è che la Zona sia qualcosa di ‘mistico’, di ‘metaforico’, che agisce assolutamente a caso e secondo le esigenze del regista. Di conseguenza non ci sentiamo veramente coinvolti. Tutto il setting alieno non diventa altro che un palcoscenico su cui Tarkovskij fa discorrere i suoi personaggi dei massimi sistemi – scienza vs arte, oggettività vs soggettività, determinismo vs libertà, conscio vs subconscio. Le solite banalità da primo anno di facoltà umanistica. I personaggi hanno nomi archetipici – “Stalker”, “Professore” e “Scrittore” – e infatti sono degli archetipi, nel senso peggiore del termine: del tutto privi di qualsiasi tratto originale o di personalità, non sono nient’altro che dei megafoni attraverso i quali il regista declama le sue idee.

Tarkovskij Gesù Cristo

“Ciao, mi chiamo Andrej Tarkovskij e no, non mi piace il simbolismo pacchiano.”

L’esperimento
Ma il mio giudizio poteva anche essere influenzato dalla lettura del romanzo solo pochi giorni prima. Anche se avevo deciso di guardare e giudicare il film di Tarkovskij ‘per sé stesso’, paragoni con il libro nascevano spontaneamente nella mia testa. Siobhàn era un’altro discorso. Non solo non aveva mai letto Roadside Picnic; ma non sapeva proprio della sua esistenza, né come mi fosse venuta in mente l’idea di scaricare e guardare Stalker. Per lei, si trattava di un film completamente autonomo – di conseguenza, l’ha giudicato per sé stesso. E ha detto alcune cose molto interessanti.
Quando sono nella Zona i personaggi, nel libro come nel film, si muovono in modo estremamente circospetto. Lo stalker è lapidario: devono muoversi in fila indiana, uno alla volta, lanciando sempre un dado o un sasso davanti a sé (per vedere se fa scattare qualcosa) prima di proseguire, e non devono mai deviare dal percorso. Nel romanzo si capisce subito il perché: la strada è disseminata dei cadaveri di chi “si è comportato male”, e vediamo coi nostri occhi alcune delle trappole. Ma nel film no. E dopo un po’, Siobhàn mi domanda: “Ma perché si muovono in quel modo? Ma perché devono fare così e cosà? Sono scemi?”. Avendo io letto il libro, sapevo perché i personaggi si comportavano così, ed ero tranquillo; ma lei non lo aveva letto, e dal film non si capiva perché lo facessero. Quindi, non riusciva a spiegarselo. E via via, la sua mente riempie i vuoti lasciati dal regista proponendo una serie di ragioni (1).

La prima spiegazione di Siobhàn: “Lo stalker li sta truffando.” Non c’è niente di pericoloso nella Zona, è un posto come un altro; lo stalker finge che sia pieno di trappole mortali e forze sovrannaturali solo per far provare un po’ di emozioni ai suoi clienti e giustificare i soldi che si fa pagare. Questa spiegazione permette di conciliare la contraddizione tra ciò che il film racconta (che la Zona è pericolosa) con ciò che il film mostra (non c’è nessun vero pericolo): una delle delle due versioni mente (lo stalker, cioè il ‘raccontato’). Permette di giustificare anche le aperte violazioni del raccontato – ossia, quando lo stalker dice ai suoi compagni: “non fare quella cosa o ti succederà qualcosa di terribile!”, quello la fa ugualmente, e non succede niente.
Ma alla lunga, questa spiegazione non tiene. Il personaggio dello stalker appare troppo ingenuo, troppo sempliciotto, troppo ‘puro di cuore’ per mentire in modo così spregiudicato sulla natura della Zona. Allora, seconda spiegazione: “Lo stalker non è uno stalker”. Fa finta di essere esperto della Zona, ma in realtà non ne sa niente; e questa è la sua unica bugia. Per il resto del tempo è onesto, perché crede realmente nei pericoli della Zona (che però è innocua). Da notare che questa seconda spiegazione arriva quando gli input del ‘mostrato’ sono tali da contraddire la prima teoria di Siobhàn; la sua soluzione quindi è di revisionare di nuovo gli input ‘raccontati’ e la sua spiegazione, per metterli in accordo con le nuove informazioni ‘mostrate’.

Stalker Tarkovskij

Scottanti rivelazioni.

Anche questa spiegazione però alla lunga non è soddisfacente – il film (dalla musica alle inquadrature ai discorsi dei personaggi) insiste troppo sulla natura sovrannaturale del loro viaggio. Terza spiegazione: “Secondo me è un’allucinazione, alla fine si scopre che sono tutti drogati”. Poiché gli avvenimenti del film non sembrano seguire una logica, Siobhàn conclude che questa logica non c’è perché non sono nel mondo reale. E’ un tentativo estremo di razionalizzazione. Un modo per spiegare perché il raccontato e il mostrato viaggino su due binari paralleli che non si incontrano mai, con una motivazione che rimane all’interno della trama.
Ma alla lunga, persino questo non tiene: ci stiamo avvicinando alla fine del film, ed è ormai chiaro che la storia non spinge nella direzione del sogno o allucinazione. La quarta e ultima spiegazione suona come una resa: “E’ solo un’allegoria; non vuol dire niente”. Quando questo succede, è il FAIL dell’opera narrativa. Non c’è niente di male se un’opera ha più livelli di lettura, anzi spesso è un plus. 1984 è un affascinante romanzo distopico ma è anche un discorso sui totalitarismi europei e in particolare dello stalinismo (Orwell stesso lo dichiarò); Evangelion è una bella storia di robottoni, paranoie e teologia, ma è anche un messaggio che Anno lanciava agli otaku: “Uscite di casa e affrontate la vita”. Ma quando un’opera funziona solo a livello simbolico e non a livello di trama, c’è qualcosa che non va.

Stalker è un caso emblematico di cosa succede quando raccontato e mostrato si contraddicono – quando, cioè, i personaggi (o anche la voce dell’autore, nel caso di un romanzo) dicono una cosa e poi invece ne succede un’altra. Istintivamente, lo spettatore (o lettore) è portato a dare ragione a quello che vede, reinterpretando o scartando il raccontato. Ed è quello che faceva Siobhàn. Finché questa contraddizione sembra una decisione intenzionale dell’autore – che magari vuole sviarci per poi sorprenderci, come quando si usa l’unreliable narrator – si sopporta (anche volentieri), ma quando ci si rende conto che questa contraddizione non era voluta e che l’autore è semplicemente clueless (o non interessato alla trama nel suo livello più basso, non-simbolico) emerge la frustrazione: ma che cavolo sto guardando?
Bisogna notare infatti che all’inizio Siobhàn aveva una disposizione positiva verso il film. Era più che disposta ad ammettere che il regista aveva saldamente il controllo della storia, e che volesse scientemente far venire dubbi allo spettatore mostrando quelle contraddizioni e quelle apparenti illogicità. Le sue prime spiegazioni rimangono ancorate alla storia; il primo a essere ‘screditato’ come insincero è il personaggio dello stalker (le cui parole contraddicono ciò che il film mostra), non l’autore. E’ solo mano a mano che la storia va avanti, che Siobhàn comincia ad ammettere che gli avvenimenti non hanno senso ‘perché sì’. Era partita piena di fiducia nel regista, ma poi ha progressivamente perso questa fiducia, e alla fine ha proprio perso interesse (dire che il film ha senso solo come allegoria, del resto, è un po’ come dire che non si è più disposti a cercare di interpretarlo: non ne vale la pena, tanto è solo un’allegoria). Il risultato finale della contraddizione tra raccontato e mostrato è: tu, autore, non sei onesto con me.

Stalker Tarkovskij

Il tunnel che porta al centro della Zona… o nelle profondità del nostro stesso subconscio?!?!?!

In conclusione
A questo si aggiunge il ritmo lentissimo, i take da dieci minuti l’uno con inquadratura fissa, le frasi sfumate – vero marchio del cinema d’autore! Il fatto che i personaggi ripetano di continuo la parola “stAlker” con una bella A spalancata non migliora la situazione (ah, la bellezza del doppiaggio italiano di una volta!). La fotografia è suggestiva e ci sono un paio di scene ben fatte (come quando squilla il telefono nell’anticamera della Stanza, o tutta la scena sulla bomba), lo ammetto; ma nel complesso domina la NOIA e la sensazione che il regista sia un borioso con poche idee originali.
A un critico che gli fece notare che i suoi film erano troppo lenti, Tarkovskij rispose: “I am only interested in the views of two people: one is called Bresson and one called Bergman.” Bene – io non sono né Bresson né Bergman. Saluto Tarkovskij e passo ad altri registi.

Chiudo con una considerazione. Umberto Eco aveva un metodo per capire se un film era o non era un porno: “Se per andare da A a B i protagonisti ci mettono più di quanto desiderereste, questo significa che il film è pornografico.”
Bene. Allora Tarkovskij girava porno:


Prima o poi arriveranno nella Zona. Forse.

(1) Nota: queste spiegazioni non sono state in alcun modo sollecitate, anche perché al momento della visione del film non avevo alcun esperimento in mente. Sono cose che Siò ha detto in modo del tutto spontaneo; come in genere succede quando un film non riesce a catturare l’attenzione degli spettatori (l’immersione del buon mostrato di cui parlo sempre), questi cominciano a chiacchierare e a commentare il film tra di loro.

Sai che c’è di nuovo

Spiderman memeNon mi aspettavo che la fine dell’estate prendesse un ritmo così frenetico. Gli articoli che ho cominciato a pubblicare a fine Luglio dovevano essere i primi di una trafila più o meno ininterrotta, diciamo uno alla settimana. Invece, già nella seconda metà di Agosto il mondo reale ha cominciato a far piovere sberle.
Comunque. In questo inizio di Settembre stanno succedendo un sacco di cose interessanti per gli appassionati di fantastico; o almeno, del fantastico che piace a me (lol). In attesa di articoli più corposi, ecco dunque una breve carrellata di cosa aspettarsi nelle prossime settimane o mesi. Se avete i miei stessi gusti ne sarete felici.

Chasing the Phoenix
E’ di oggi la notizia che Swanwick ha appena finito il suo nuovo libro. Come dicevo in questo articolo del mese scorso, è il secondo romanzo sulla coppia di trickster gentiluomini Darger e Surplus; le loro avventure li hanno portati attraverso la Siberia e la Mongolia fino in Cina, dove presumibilmente semineranno altra distruzione. Swanwick assicura che può essere letto anche come uno stand-alone. Il titolo è rimasto quello che aveva ipotizzato, Chasing the Phoenix – lascio a Siobhàn l’onore di scoprire se anche questo, come gli altri, sia mutuato da una filastrocca per bambini.
E’ presumibile che, proprio come avevo pronosticato, il romanzo venga pubblicato entro l’anno. Appena sarà disponibile la versione digitale vedrò di comprarlo e farvi sapere.

Michael Swanwick

“Così ti piace il mio romanzo, eh?”

I nuovi Fantasy Masterworks
Se seguite il mio blog sarete ormai familiari con le due collane di narrativa fantastica realizzate negli ultimi anni dalla britannica Gollancz: gli SF e i Fantasy Masterworks. Le due serie dovrebbero riproporre il meglio della fantascienza e del fantasy moderno, rendendo disponibili (e con una nuova veste grafica) titoli spesso usciti da tempo di produzione.
La collana dei Fantasy Masterworks, più sfortunata della sua cugina fantascientifica, era ferma da tempo al n.50, ma a partire da Ottobre cominceranno a uscire nuovi numeri. Al momento ne sono previsti sette, come potete vedere alla pagina aggiornata su Worlds Without End. Due impressioni a caldo:
– Le nuove copertine sono brutte. Una delle cose migliori dei Masterworks era la cura esagerata posta nelle copertine, colorate e visivamente acchiappanti (soprattutto quelle che avevano il titolo integrato nell’illustrazione, senza quella brutta striscia monocolore nella parte alta). Trattandosi di una collana di ‘classici’, la possibilità di esporla nella propria libreria è una delle funzioni principali – considerando che di diversi titoli è possibile procurarsi a buon mercato l’edizione digitale, rendendo di per sé superflua la versione cartacea (1) – quindi le copertine supercurate sono una delle cose più importanti. Be’, queste nuove copertine io non le esporrei.
– Non ho mai letto nessuno di quei libri, ma ho già adocchiato qualche titolo interessante. Uno è Last Call di Tim Powers, l’autore di The Anubis Gates (una delle opere dello Steampunk di prima generazione, nonché uno dei romanzi preferiti di Gamberetta); poi c’è la quadrilogia Aegypt di John Crowley, un autore che sto incominciando a leggere solo adesso ma che promette molto bene; e poi The Dragon Griaule di Lucius Shepard, il tipo famoso per il romanzo militaresco-dickiano Life During Wartime. Questi nuovi titoli sembrano una virata piacevole dal fantasy fiabesco-mitologico di stampo classico di molti dei titoli dei primi Fantasy Masterworks, il che mi rende speranzoso. Peccato per l’assenza di romanzi di Swanwick come The Dragons of Babel o Jack Faust: non sfigurerebbero.

The Dragon Griaule

Brutta.

The Door That Faced West e il futuro della Bizarro Fiction
In occasione del sul Dilation Exercise #83, su Bizarro Central, Alan M. Clark ha dichiarato che il suo prossimo romanzo – The Door That Faced West – sarà pubblicato il prossimo Febbraio da Lazy Fascist Press (la casa editrice diretta da Cameron Pierce, quello di Ass Goblins of Auschwitz). Clark non è certo uno dei miei scrittori preferiti, ma ha del potenziale e scrive roba interessante; ho dedicato una delle mie ultime Bonus Tracks al suo A Parliament of Crows.
Si è ormai capito che Clark è fissato con i serial killer in costume e le vittime dei serial killer in costume. Questo nuovo romanzo avrà come protagonisti i Fratelli Harp, due briganti psicopatici vissuti alla fine del Settecento, quando il continente americano era ancora selvaggio e inesplorato. Il setting è interessante, e non è escluso che decida di leggerlo.
D’altronde, il romanzo in uscita di Clark riluce in un panorama Bizarro che quest’anno è stato piuttosto scialbo. Dall’inizio del 2013 – come potete vedere in questo catalogo – gli editori raccolti sotto la bandiera della Bizarro Fiction hanno pubblicato solo undici libri, di cui ben quattro sono novellas o raccolte di Mellick. Che il pozzo della Bizarro cominci a seccarsi? Mi piacerebbe tornare sull’argomento in un articolo dedicato.

The Water Knife
Se Swanwick è già uno dei miei scrittori preferiti, un altro candidato a diventarlo è Paolo Bacigalupi. Ho parlato entusiasticamente del suo The Windup Girl in questo Consiglio di un annetto fa. Ebbene, tre giorni fa sul suo blog ha dichiarato che, dopo due anni di lavorazione, il suo nuovo romanzo è pronto! E si chiamerà The Water Knife.
Se Clark è fissato coi serial killer, Bacigalupi ha la mania dei cambiamenti climatici e degli scenari geopolitici negli aftermath di un’apocalisse ecologica. Questo romanzo sarà ambientato in un Sudest Americano in preda alla siccità, e sembra inserito nello stesso macro-universo di The Windup Girl, Ship Breakers e The Drowned Cities. Rispetto agli ultimi due romanzi, però, sembra che non sia uno YA, ma che sia tornato al “romanzo per adulti” delle origini.
Non solo: pare che Bacigalupi abbia finalmente fatto il ‘salto’. A pubblicarlo, infatti, sarà la Knopf Doubleday. Per citare le parole del New York Times:

Knopf, the publisher of Toni Morrison, Robert Caro, Stieg Larsson and Helen Fielding, paid an advance in the high six figures.

For Mr. Bacigalupi, it is a leap from a tiny specialty press, Night Shade Books, to one of the most highbrow publishers in the business, with a reach that could broaden his readership well beyond the sci-fi world.

Non male.

Bear Grylls

And now, for something completely different…

You Can (Not) Redo al cinema per una sera
Solo per una sera, Mercoledì 25 Settembre, verrà proiettato in alcuni cinema italiani You Can (Not) Redo, il terzo OAV del reboot di Evangelion chiamato Rebuild of Evangelion.
Nonostante siano passati tipo dieci anni da quando lo vidi per la prima volta, Evangelion rimane tutt’ora il mio anime preferito. E’ l’unico di cui mi sia mai curato di collezionare i dvd. Ogni tanto me lo riguardo e mi piace ancora. Ho sempre visto con sospetto il progetto Rebuild, e infatti me n’ero sempre curato poco, ma settimana scorsa – in occasione dell’Evangelion Night del 4 Settembre – ho avuto l’occasione di andare al cinema con un paio di amici a vedere una maratona dei primi due film della serie.
Come immaginavo, sono rimasto più deluso che soddisfatto: la grafica sarà anche migliore e le scene di combattimento più curate, ma nel complesso in questo Rebuild c’è più melodramma, più roba stylish per adolescenti, personaggi inutili, e in generale un grande incasinamento della trama. Ma mi piace andare al cinema, e vedersi Evangelion rifatto male è pur sempre meglio di un Elysium o un Wolverine. Per cui credo andrò a vedere anche il terzo (2).
Intanto, beccatevi il trailer italiano – è lo stesso che hanno proiettato al cinema prima della maratona dell’Evangelion Night. Anche tralasciando le scrittazze trash in italiano (“La saga robotica del nuovo millennio”? Cominciamo bene…), non avete l’impressione che Evangelion sia diventato un po’ più cretino rispetto a dieci anni fa?

Gendo Ikari

E’ anche per questo che ci piace.

E con questo la carrellata è finita; spero di avervi incuriositi. Vi lascio con una domanda.
Perché non sono fiko come Gendo Ikari?

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(1) Questo è particolarmente vero per molti titoli degli SF Masterworks – dai titoli di H.G. Wells a Frankenstein – per i quali è scaduto il copyright, e che quindi sono disponibili sul Web aggratis (anche in edizioni ben curate, come quelle di Feedbooks).

(2) Sì, in italiano. L’Evangelion originale l’ho visto in italiano, ormai mi sono abituato ai doppiatori italiani e non mi dispiacciono. E poi, seguire certi discorsi coi sottotitoli potrebbe essere troppo anche per me.

Tre film di Vincenzo Natali

Vincenzo NataliVincenzo Natali è un tizio che spunta a intervalli di anni nella mia vita. Regista canadese con nome italiano (tanto per cambiare), Natali è un regista di nicchia specializzato in fantascienza, ma che in realtà si muove anche nel territorio più ampio del fantasy surreale e dell’horror.
Scoprii la sua esistenza, come molti di voi, quando guardai l’inquietante Cube, il suo primo lungometraggio. Lo riscoprii quando un amico mi regalò per Natale (lol) il dvd del film Cypher – visivamente bello, ma povero nei contenuti. E infatti la sceneggiatura non l’aveva scritta Natali. Il terzo incontro con il regista avvenne nella lettura di questo articolo del 2010, in cui Natali dichiarava l’intenzione di girare degli adattamenti di Neuromancer di Gibson e High Rise di Ballard. A quest’ultimo progetto, peraltro, avevo già accennato lo scorso dicembre nel Consiglio del Lunedì su High Rise.
Mentre il progetto di adattare High Rise sembra ancora in alto mare – e, sempre che si faccia davvero, non mi aspetto che esca prima di due-tre anni da adesso – Neuromancer va avanti, e pare che le riprese siano cominciate nel corso del 2012. Il film potrebbe uscire l’anno prossimo. Proprio queste ultime notizie mi convinsero a dare un’occhiata alla filmografia di Natali. Neuromancer e High Rise sono due romanzi che mi piacciono molto: volevo assicurarmi che Natali avesse le capacità per fare qualcosa di decente e non rovinare la loro prima trasposizione sul grande schermo.

Ho visto (o rivisto) tre film diretti e sceneggiati da Natali; tre film che mi potessero suggerire come lavorerà sui suoi prossimi progetti. Qui di seguito le mie impressioni. Ovviamente sarò breve e più superficiale del solito, non sto scrivendo delle recensioni – voglio solo dare un’idea e poi tirare le somme.

Cube
Cube - Il cuboGenere: Horror / Science Ficion
Anno: 1997

Cube lo conoscono quasi tutti; per i pochi sfortunati, ecco la trama. Sei individui – un poliziotto, un criminale maestro della fuga, una studentessa di matematica, un medico, un impiegato e un ritardato – si risvegliano, senza alcuna idea del perché, all’interno di stanze cubiche variamente colorate. Le stanze comunicano le une con le altre, in un labirinto cubico che si sviluppa in tutte le direzioni. Ma il cubo è pieno di trappole mortali: se non si sta molto attenti si rischia di finire tagliati a cubetti da rasoi attivata da un pannello a pressione, o sciolti da una pioggia d’acido. I nostri eroi si alleeranno nel tentativo di uscire dal cubo e capire cosa sia loro successo, ma il terrore della morte e i reciproci sospetti li faranno diventare i peggiori nemici di sé stessi…
Vidi questo film nello stesso periodo in cui al cinema si accumulavano horror dal titolo minimale, come The Ring, The Eye o The Grudge. Ma ci si accorgeva subito che Cube era diverso. Parte del fascino deriva sicuramente dalla semplicità quasi metafisica del cubo, dal minimalismo delle premesse e dal mistero e dalla pericolosità che aleggia su tutto. Volendo dare qualche coordinata, sembra Kafka che incontra Borges che incontrano il gore (anche se di violenza esplicita nel film non ce n’è poi molta).
Parte deriva invece dalla gestione dei personaggi: l’estremo stress della situazione finisce, sul lungo periodo, col mettere a nudo i lati peggiori dei personaggi, anche dei più innocui (almeno – quelli che vivono abbastanza a lungo da mostrare questi lati peggiori). Per quanto riguarda il protagonista c’è una vera e propria inversione di ruoli, il che è piuttosto inusuale nella narrativa di genere a cui siamo abituati.
Insomma: trama e sceneggiatura di Cube sono veramente esili, ma il film è così avvincente e immersivo che non ce ne rendiamo conto.

In conclusione: PROMOSSO Si

Nothing
Genere: Fantasy / CommediaNothing
Anno: 2003

Andrew e Dave sono inseparabili. Sono diventati amici per necessità: Andrew è un individuo nevrotico con un tale terrore del mondo esterno da non avere il coraggio di uscire di casa, mentre Dave è semplicemente uno sfigato, sempre a corto di soldi, disprezzato e usato dai suoi colleghi al lavoro. Finora sono sempre riusciti a far fronte alle angherie del mondo esterno sostenendosi a vicenda, ma la situazione diventa ogni giorno più insostenibile. Proprio quando sembra che non ci sia più via di fuga, il mondo diventa improvvisamente silenzioso e vuoto: nulla, al di fuori della loro casa, sembra più esistere. E’ stato cancellato tutto. Cos’è successo? Dove sono finiti? Sono stati loro a farlo? E se davvero hanno un dono, sapranno farne buon uso?
Con Nothing, Natali riprende lo stile minimalista di Cube – invece che gente gettata in un cubo misterioso, abbiamo la misteriosa sparizione del mondo intero – ma li declina in commedia anziché in tragedia. In questo film si incontrano il fiabesco (la casa di Andrew, sola in mezzo a un dedalo di cavalcavia, sembra uscita dal libro dei fratelli Grimm), il surreale, e una genuina vena retard. E anche questa volta, l’ambiente sovrannaturale e inspiegabile diventa il palcoscenico per mettere in scena i lati oscuri dell’anima umana e dell’amicizia – ora che Andrew e Dave non hanno più bisogno l’uno dell’altro perché il mondo kattivo non c’è più, i nodi cominciano a venire al pettine.
Ma Nothing non funziona bene come Cube. Il film è girato a basso budget e si vede, ma non è questo il problema. Le premesse sono altrettanto esili che in Cube, ma non sono così avvincenti, né in grado di sostenere da sole un intero film. Natali si balocca con l’idea del mondo sparito e del potere dei due amici di cancellare cose a loro scelta, ma non va molto lontano; la storia gira sugli stessi due o tre concetti per tutto il film, senza regalare nulla di davvero sorprendente o inaspettato dopo lo shock iniziale. La parte più divertente infatti è prima che il mondo scompaia, quando Natali accumula disgrazie sui due protagonisti in un climax grottesco e demenziale.
Si potevano fare un sacco di cose con le premesse di Nothing, ma Natali combina poco. Il film quindi è carino e originale, ma nulla di davvero imperdibile.

In conclusione: MEH Meh

Splice
Splice Genere: Science Fiction / Horror
Anno: 2006

Clive ed Elsa sono un’affiatata coppia di ingegneri genetici specializzati nello splicing dell’RNA. Finanziati da un’impresa farmaceutica, lavorano alla creazione di ibridi animali per scopo medico. Dopo aver dato vita a una coppia di animaletti sintetici, vorrebbero passare allo step successivo e ibridare l’RNA sintetico con il genoma umano, ma l’impresa farmaceutica blocca la loro iniziativa, temendo ripercussioni. Elsa – una tipa vagamente nevrotica – spinge il compagno a continuare le ricerche in privato, ma l’esperimento sfugge loro di mano e finisce col dare alla luce un’ibrido umano-animale dal metabolismo accelerato. Ed ecco il problema: cosa fare di lei? Sopprimerla o nasconderla da qualche parte? Considerarla come una cavia da laboratorio, o trattarla da essere umano? Ma come farà Dren – così viene ribattezzata – ad integrarsi nella nostra società?
Di nuovo, siamo in presenza di un film che parte da premesse fike – manipolazione genetica! Esseri umani creati in provetta! L’etica scientifica! – ma che non sa che direzione prendere. Un po’ horror, un po’ dramma psicologico, un po’ pillolone esistenziale con sottofondo moralista, Splice è un film che tenta di fare dieci cose diverse e non gliene riesce una. Il succo della storia è la solita trita retorica sul pericolo di utilizzare la scienza in modo indiscriminato, e sul fatto che allevare una creatura nel modo sbagliato creerà in essa (o in lei) dei disturbi psichici. A questo aggiungiamo un finale “horror con mostri” davvero ridicolo, e che col resto del film ci sta come i cavoli a merenda.
Non è tutto da buttare. La fisica degli ibridi – dalle craturine vermose e luminescenti dell’inizio alla stessa Dren – è una gioia per gli occhi. Gli ibridi Ginger e Fred, in particolare, hanno quell’apparenza appiccicosa, viscosa, che ricorda Videodrome ed ExistenZ di Cronenberg (film mediocri, soprattutto il secondo, ma esteticamente suggestivi). Mi piace anche l’ambiente nerdoso e informale in cui si muovono i due protagonisti, che sembra verosimile senza essere pretenzioso. Ancora, mi piace il rapporto malsano tra i due scienziati e dei due con la piccola Dren: su una cosa Natali è sicuramente in gamba, ossia nella gestione della psicologia dei personaggi.
Ma tutti questi pregi isolati crollano sotto i colpi di una storia che non tiene. Se le mie parole vi hanno incuriosito guardate comunque questo Splice, ma non aspettatevi niente di geniale.

In conclusione: MEH, TENDENTE AL NO Meh

Dove si trovano?
Cube e Splice sono facili da trovare doppiati in italiano sul Mulo. Discorso diverso per Nothing, per il quale dovrete faticare di più.
L’unica edizione italiana che sono riuscito a trovare sul Mulo, infatti, era stata “doppiata” (se così possiamo dire) amatorialmente da un paio di mentecatti, con risultati deprimenti. L’unica soluzione dignitosa è scaricarsi l’edizione originale e i sottotitoli a parte.
A questo indirizzo potrete trovare il torrent di Nothing; a quest’altro i relativi softsub. I sottotitoli che vi interessano (cioè quelli perfettamente sincronizzati col film del torrent) sono i primi della lista, con nome: Nothing.2003.DVDRip.XviD-TML. Ringrazio Siobhàn che si era fatta ai tempi lo sbatti per trovare i sottotitoli, e se l’è rifatto l’altro giorno per ritrovarli.

Splicing

Splicing. Nella realtà non è così divertente, eh?

Come se la caverà Natali
Dopo la visione di questi film, che idea mi sono fatto di Vincenzo Natali?
Di sicuro, non è un genio. Non è un regista del fantastico e del surreale del calibro di Terry Gilliam, David Cronenberg o del miglior David Lynch1. L’impressione più forte, è che Natali abbia spesso buone idee di partenza, ma non sia molto bravo a svilupparle né a costruirci attorno una storia complessa. Quando le premesse sono interessanti e autosufficienti, allora il film è bello; altrimenti Natali cincischia, e se va proprio male la storia collassa su sé stessa. Ma si tratta comunque di un regista in gamba, e fortunatamente sia con Neuromancer che con High Rise si troverà ad avere un’impalcatura di base su cui costruire il film – non dovrà inventare niente.
Ancora, Natali sembra un regista capace di prendersi il suo tempo per capire l’opera su cui dovrà lavorare, e che preferisce la libertà del cinema indipendente alle restrizioni di Hollywood. Come dice in questo articolo parlando di Neuromancer:

E’ assolutamente un film commerciale, e ognuno si sta comportando a riguardo come per un film che potenzialmente potrebbe essere un successo, ma se l’avessimo realizzato con una grossa major mi sarei dovuto preoccupare di avere imposti dei limiti. Se invece possiamo racimolare indipendentemente 60 milioni di dollari, allora lavorerò in totale libertà, e questo è eccitante

Neuromancer si presterebbe benissimo, infatti, a diventare il solito film d’azione hacker&criminalità – formula che negli ultimi cinque o sei anni ha rovinato una decina e passa di film di fantascienza potenzialmente interessanti.
Natali sembra invece intenzionato a mantenere lo spirito originario dell’opera. Questo confronto / presa di distanza da Matrix mi fa ben sperare:

Neuromancer is about evolving our minds, and how we’re going to merge and interact with machine consciousnesses in the future. Which I also think is inevitable, and I don’t think The Matrix begins or even attempts to go into that territory. In fact The Matrix, in some respects is like a Philip K. Dick book, it’s really about what is real. And Neuromancer flirts with that, but I think it’s more about our evolution. It’s also tonally much more realistic. The Matrix which I really liked, is a movie that’s very much based in comic-book reality, and kind of relishes in it. Whereas my approach to Neuromancer would be to treat it quite realistically.

Ultima nota positiva, la benedizione dello stesso Gibson – che stando all’articolo di cui sopra avrebbe detto della sceneggiatura di Natali “uno dei migliori adattamenti mai letti”.
Insomma, Neuromancer ha le carte per essere bello come Cube o bruttino come Splice. Be’, dai. Poteva andare peggio. Potevano darlo a John Woo.

John Woo

Nel frattempo, dice il The Guardian che Joe Cornish – il regista che ha esordito con lo strambo Attack the Block, recensito qui da Mr. Giobblin – adatterà per il grande schermo Snow Crash, il primo romanzo cyberpunk di Neal Stephenson (o post-cyberpunk, come dice lui).
Cosa sta succedendo? Siamo alle porte di un revival del cyberpunk? OMFG.

(1) Per intenderci, quello di Eraserhead,  DumbLand o Mulholland Drive. Non il Lynch di Inland Empire, ormai ubriaco della sua stessa fama e rincoglionito da anni di “meditazione trascendentale” – il Lynch convinto che l’ermetismo estremo e l’assenza di trama siano il vero marchio del cinema d’autore.Torna su