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I Consigli del Lunedì #36: Roadside Picnic

Roadside PicnicAutore: Arkady e Boris Strugatsky
Titolo italiano: Picnic sul ciglio della strada
Genere: Science Fiction / Crime Fiction
Tipo: Romanzo

Anno: 1972
Nazione: Unione Sovietica
Lingua originale: Russo
Pagine: 220 ca.

Difficoltà in inglese: **

Un tempo, Harmont era una sonnacchiosa cittadina canadese senza nulla da offrire. Poi è arrivata la Visitazione: una civiltà aliena ha invaso senza preavviso Harmont e altri cinque punti del pianeta. Non hanno interagito con gli esseri umani in alcun modo; sono rimasti alcuni giorni e poi, così come sono arrivati, sono ripartiti. Ma dietro di sé hanno lasciato la Zona: chilometri di superficie contaminati dal loro arrivo e ricolmi di tutti gli incomprensibili artefatti che hanno buttato. Come se fossero passati per un picnic e si fossero dimenticati di pulire.
Schuhart Redrick è uno stalker. Di giorno, lavora come assistente di laboratorio per l’Istituto Internazionale di Culture Extraterrestri; di notte, un uomo che si guadagna da vivere infiltrandosi nella Zona e rubando i tesori della civiltà aliena per rivenderli sul mercato nero. La Zona è cintata e pattugliata dalla polizia, ma questo non ha impedito a un intero microcosmo di criminali di radunarsi ad Harmont per contrabbandare i reperti della Visitazione. Ma la Zona è un luogo pericoloso: si aggirano strane cose che possono ucciderti o mutilarti al minimo movimento sbagliato; e anche chi sopravvive, viene cambiato dalla Zona in modi misteriosi e irreversibili…

Era parecchio tempo che non pubblicavo un Consiglio. E quale modo migliore per farlo, se non dedicandolo, una volta tanto, a un’opera di fantascienza russa? In traduzione inglese. Vabbé, non è colpa mia: il russo non lo parlo, e se aspetto di mettere le mani su una traduzione italiana decente sto fresco. Ma dato che recensirò un romanzo letto in traduzione e non in lingua originale, mi soffermerò meno sullo stile e la costruzione delle frasi; d’altronde la cose più importanti da analizzare sono la struttura e i contenuti, e quelli per fortuna sopravvivono nel passaggio da una lingua all’altra (posto che il traduttore sappia fare il suo lavoro).
I fratelli Strugatsky 1 sono generalmente considerati i migliori autori di fantascienza russa della seconda metà del Novecento – e Roadside Picnic (vi risparmio l’originale russo), complice probabilmente l’ambientazione internazionale, è la loro opera più famosa.  Cosa succederebbe se l’umanità si trovasse improvvisamente tra le mani gli artefatti abbandonati di una civiltà infinitamente superiore alla loro? In quali modi verrebbe cambiata la vita quotidiana delle persone? Sono queste le domande alla base di Roadside Picnic. Il romanzo parte da un evento fantastico per poi zoommare sulle vite che da questo evento sono state trasformate – sulla società, sui traffici, sui desideri, le aspirazioni e le angosce che ne sono nati. Chi l’avrebbe detto che anche quei dannati bolscevichi sapessero scrivere fantascienza, eh?

Stalin smiles

“Scrivi, scrivi i tuoi romanzetti sovversivi. D’altronde, quella Stazione Spaziale Sovietica non si costruirà da sola, no?”

Uno sguardo più approfondito
Cominciamo dalla struttura del libro, che è piuttosto particolare. Dopo un breve prologo-intervista con lo scazzato premio Nobel dottor Pilman – utile a introdurre al lettore le ‘basi’ dell’ambientazione – il romanzo è composto da quattro lunghi capitoli che sono praticamente dei racconti autoconclusivi. O meglio, degli episodi nella storia della cittadina di Harmont dopo la Visitazione. Ogni episodio racconta la propria storia, e tra un episodio e l’altro trascorrono anni (eccezion fatta per il passaggio dal terzo al quarto).
La gestione del pov è impeccabile. Ognuno dei quattro capitoli segue un unico punto di vista; in tre dei quattro, il personaggio-pov è lo stalker Redrick, cosa che lo rende il vero protagonista del romanzo. Ma lo stile cambia nel corso del libro. Il primo capitolo (per ragioni che non ho capito) è scritto in prima persona, mentre i successivi sono tutti in terza con telecamera ora nei pressi, ora nella testa del personaggio. E se all’inizio del libro il tono è prevalentemente ironico, leggero – soprattutto nell’intervista al dottor Pilman, piena di sarcasmo e assolutamente piacevole da leggere – mano a mano che si va avanti l’atmosfera si fa più drammatica.

I fratelli Strugatsky, poi, mostrano che è un piacere. I movimenti che fanno i personaggi mentre parlano, l’accendersi e lo spegnersi del mozzicone di sigaretta, i gesti nervosi delle dita e l’espressione degli occhi – tutto viene registrato e comunicato al lettore. C’è un passaggio del libro in cui un Redrick distrutto si trascina sotto il sole lungo una pianura brulla, a ridosso di una cava, dove possiamo sentire sulla nostra pelle la stanchezza, le labbra che si spaccano per l’arsura, i solchi lasciati dalle cinghie dello zaino sulla pelle coperta di bolle.
E questa capacità di mostrare perdura nella gestione degli infodump. Le coordinate essenziali dell’ambientazione, come dicevo prima, sono introdotte nella breve intervista che apre il romanzo. Il dottor Pilman spiega (in un tono leggero e svogliato che assolutamente non annoia) cosa siano la Visitazione, la Zona, gli stalker. Dopodiché, dall’inizio del primo capitolo in poi, gli infodump nel vero senso della parola quasi spariscono dalla narrazione. Redrick descrive le cose mano a mano che le vede; le informazioni appaiono a spezzoni, sotto forma di ricordi o di istruzioni che dà ai novizi che lo accompagnano.
Prendiamo la cosiddetta mosquito mange, o zona di gravità iperconcentrata, un fenomeno che si manifesta in alcuni punti della Zona e che comprime in modi orribili qualunque cosa gli si avvicini. Inizialmente è nominata senza spiegare cosa sia. Poi a un tratto Redrick la vede: la percezione di un cambiamento nel moto nell’aria, uno strano inclinarsi degli oggetti ai suoi confini, poi, dei frammenti di materia compressa in strani modi che sembrano fluttuare nel nulla. Solo alla fine Redrick spiega ai suoi compagni che quella è una mosquito mange, e come funziona. E che è meglio non la tocchino.

In Soviet Russia

Redrick, in generale, è una voce narrante eccezionale. Lo sguardo di chi la sa lunga; dello stalker professionista che guarda dall’alto in basso i nuovi arrivati, che si aspetta di essere obbedito all’istante all’interno della Zona, perché lui è il sopravvissuto mentre gli altri sono morti; dell’uomo che sa che la vita è tutto un prendere o dare calci nei denti. Il suo tono cinico e distaccato dà il ritmo a tutta la narrazione; un ritmo pacato, anche nel bel mezzo dei pericoli della Zona. E dato che un esempio vale più di mille parole:

“See those rags over there? You’re looking the wrong way! Over there, to the right.”
“Yes,” said Arthur.
“Well, that was a guy called Whip. A long time ago. He didn’t listen to his elders and now he lies there in order to show smart people the right way. Look just to the right of Whip. Got it? See the spot? Right where the willows are a little thicker. That’s the way. You’re off!”

Il cambiare dell’atmosfera nel corso del romanzo (più ironica all’inizio, più cupa alla fine) non è che un riflesso dell’evolversi della psicologia del personaggio. Sì: pur essendo un romanzo breve, Redrick evolve. E a riprova della bravura degli Strugatsky: quando nel terzo capitolo si dà il cambio col pov del businessman cicciobombo Richard Noonan, anche il ‘timbro vocale’ della narrazione cambia.

Ma la vera protagonista del romanzo, alla fine, è la Zona. E’ uno dei tipi di ambientazione che preferisco in assoluto, perché è un luogo familiare, quotidiano, a cui si mescola in modi subdoli l’assurdo. La Zona si presenta come un posto normalissimo: una strada, un garage, degli edifici abbandonati, campi, una collina, una cava di pietra. Nella cava c’è un bulldozer abbandonato, inclinato su un lato; le case sono vuote. E poi, all’improvviso, le vedi: un’ombra sbagliata, un luccichio che non dovrebbe esserci, luci lampeggianti che a un tratto diventano una tempesta infernale che sa di ozono e che ti brucia vivo se passi troppo vicino; o una gelatina apparentemente innocua, ma che trasforma in gomma inerte tutto ciò con cui entra in contatto. E la morte può arrivare in qualsiasi momento, al minimo segnale, alla minima disattenzione. L’atmosfera è molto differente, eppure in qualche maniera mi ha ricordato la serie di Silent Hill.
Nella Zona, però, si trascorre non più di un terzo del romanzo. Il resto avviene fuori, per le strade di Harmont. E in duecento pagine, gli Strugatsky ti creano tutto un microcosmo che ruota attorno al concetto della Zona: ci sono gli stalker, con tutta la loro mitologia – come la leggendaria sfera dorata che, si dice, può realizzare i desideri, ma che in cambio esige un pegno di sangue – e i loro eroi – come il vecchio e cinico ‘Avvoltoio’ Burbridge, famoso per essere tornato sempre illeso dalla Zona, mentre il prezzo lo pagavano sempre quelli che lo accompagnavano. E poi i ricettatori, le organizzazioni che rivendono e distribuiscono sul mercato nero gli artefatti della Zona, la polizia, le famiglie degli stalker, la comunità degli scienziati e dei tecnici dell’IIEC. In queste pagine Roadside Picnic smette (in parte) i panni del mystery fantascientifico e diventa crime fiction del tipo più cinico, un po’ The Shield, un po’ Breaking Bad. E queste due metà si armonizzano perfettamente nel raccontare il dramma di una cittadina la cui vita è stata cambiata per sempre da un avvenimento incomprensibile.

In Soviet Russia

In poco più di duecento pagine, insomma, i fratelli Strugatsky riescono a condensare una incredibile quantità di temi – da quelli più umani a quelli più metafisici – e ti colpiscono al cuore. Ciò che rimane alla fine, soprattutto, è l’idea di un mondo vivo, che continua a vivere oltre la pagina; ti chiedi quante altre storie si potrebbero raccontare sul mondo di Roadside Picnic, di quanti personaggi secondari si vorrebbe sapere com’è andata a finire, quali altre peripezie dovranno vivere. E’ davvero incredibile che da questo romanzo non sia mai nato un serial televisivo; si presta naturalmente, avrebbe potuto avere tante stagioni quante Lost senza mai rimanere a corto di materiale. Spero sempre che prima o poi succeda. In compenso ha ispirato un film di Tarkovskij chiamato Stalker. 2
Roadside Picnic è un romanzo che consiglio a tutti; persino agli amanti del crime e che non sono abituati a leggere sci-fi, che forse potrebbero apprezzarlo anche di più degli altri. Lo raccomanderei anche in italiano, visto che comunque la lingua originale è il russo – ma non ne ho trovata una versione decente, e poi c’è sempre il rischio (soprattutto nella narrativa di genere e nelle collane da edicola tipo Urania) di trovarti tra le mani una traduzione di seconda mano, mediata dall’inglese, mentre per definizione questo non può succedere se leggi la versione inglese.

Dove si trova?
Roadside Picnic si può scaricare in inglese sia su Library Genesis che su BookFinder; purtroppo si trova solo in pdf, ma è un file di buona qualità e in una mezz’oretta se ne può fare un ePub più che dignitoso. In alternativa, si può acquistare l’edizione cartacea dei SF Masterworks (in cui, mi dicono, sono stati corretti anche alcuni piccoli errori di traduzione) su Amazon.co.uk; l’ultima ristampa si può portare a casa anche a prezzi molto bassi, spese di spedizione escluse.

Sui fratelli Strugatsky
Non avevo mai sentito parlare di questa coppia di scrittori russi prima di imbattermi in Roadside Picnic. L’introduzione all’edizione che ho letto (quella che si trova su Library Genesis) è scritta nientemeno che da Theodore Sturgeon, il quale nomina altri due libri dall’aria molto interessante: Hard to Be a God e soprattutto il satirico Tale of the Troika. Un’altra loro opera che ha raggiunto una certa notorietà internazionale (ma sembra già meno interessante) è l’utopia Noon: 22th Century.
Mi piacerebbe leggerli, ma purtroppo sui circuiti pirata non ho trovato nessuno di questi titoli, e sui canali legali i prezzi sono proibitivi. In Italia, sono in circolazione due traduzioni edite dalla Marcos y Marcos, e una di queste è proprio È difficile essere un dio – ma dovrei prima superare la mia naturale diffidenza verso le traduzioni italiane di opere di genere in lingue non-occidentali. Magari nei prossimi giorni andrò in libreria a controllare.

Meanwhile in Soviet Russia

Qualche estratto
Il primo brano è preso dal primo capitolo, nel momento in cui lo stalker Redrick entra nella Zona in compagnia del suo amico scienziato Kirill; osservando la zona dal velivolo, ha modo di evocare (e così di farci sapere) varie vicissitudini capitate agli stalker in questo piccolo appezzamento di pensiero. Il secondo pezzo, molto più avanti nel romanzo, è un estratto del dialogo tra Noonan e il dottor Pilman sulla natura della Visitazione e degli alieni: in fondo non si è trattato d’altro che di un picnic sul ciglio della strada.

1.
We were off.
The institute was on our right and the Plague Quarter on our left. We were traveling from pylon to pylon right down the middle of the street. It had been ages since the last time someone had walked or driven down this street. The asphalt was all cracked, and grass had grown in the cracks. But that was still our human grass. On the sidewalk on our left there was black bramble growing, and you could tell the boundaries of the Zone: the black growth ended at the curb as if it had been mown. Yeah, those visitors were well-behaved. They messed up a lot of things but at least they set themselves clear limits. Even the burning fluff never came to our side of the Zone—and you would think that a stiff wind would do it.
The houses in the Plague Quarter were chipped and dead. However, the windows weren’t broken. Only they were so dirty that they looked blind. At night, when you crawl past, you can see the glow inside, like alcohol burning with blue tongues. That’s the witches’ jelly breathing in the cellars. Just a quick glance gives you the impression that it’s a neighborhood like any other, the houses are like any others, only in need of repair, but there’s nothing particularly strange about them. Except that there are no people around. That brick house, by the way, was the home of our math teacher. We used to call him The Comma. He was a bore and a failure. His second wife had left him just before the Visitation, and his daughter had a cataract on one eye, and we used to tease her to tears, I remember. When the panic began he and all his neighbors ran to the bridge in their underwear, three miles nonstop. Then he was sick with the plague for a long time. He lost all his skin and his nails. Almost everyone who had lived in the neighborhood was hit, that’s why we call it the Plague Quarter. Some died, mostly the old people, and not too many of them. I, for one, think that they died from fright and not from the plague. It was terrifying. Everyone who lived here got sick. And people in three neighborhoods went blind. Now we call those areas: First Blind Quarter, Second Blind, and so on. They didn’t go completely blind, but got sort of night blindness. By the way, they said that it wasn’t any explosion that caused it, even though there were plenty of explosions; they said they were blinded from a loud noise. They said it got so loud that they immediately lost their vision. The doctors told them that that was impossible and they should try to remember. But they insisted that it was a powerful thunderbolt that blinded them. By the way, no one else heard the thunder at all.
Yes, it was as though nothing had happened here. There was a glass kiosk, unharmed. A baby carriage in a driveway—even the blankets in it looked clean. The antennas screwed up the effect though—they were overgrown with some hairy stuff that looked like cotton. The eggheads had been cutting their teeth on this cotton problem for some time. You see, they were interested in looking it over. There wasn’t any other like it anywhere. Only in the Plague Quarter and only on the antennas. And most important, it was right there, under their very windows. Finally they had a bright idea: they lowered an anchor on a steel cable from a helicopter and hooked a piece of cotton. As soon as the helicopter pulled at it, there was a pssst! We looked and saw smoke coming from the antenna, from the anchor, and from the cable. The cable wasn’t just smoking—it was hissing poisonously, like a rattler. Well, the pilot was no fool—there was a reason why he was a lieutenant—he quickly figured what was what and dropped the cable and made a quick getaway. There it was, the cable, hanging down almost to the ground and overgrown with cotton.

In Soviet Russia Mr.T

2.
“But what about the Visitation? What do you think about the Visitation?”
“My pleasure. Imagine a picnic.” Noonan shuddered. “What did you say?”
“A picnic. Picture a forest, a country road, a meadow. A car drives , off the country road into the meadow, a group of young people get out of the car carrying bottles, baskets of food, transistor radios, and cameras. They light fires, pitch tents, turn on the music. In the morning they leave. The animals, birds, and insects that watched in horror through the long night creep out from their hiding places. And what do they see? Gas and oil spilled on the grass. Old spark plugs and old filters strewn around. Rags, burnt-out bulbs, and a monkey wrench left behind. Oil slicks on the pond. And of course, the usual mess—apple cores, candy wrappers, charred remains of the campfire, cans, bottles, somebody’s handkerchief, somebody’s penknife, torn newspapers, coins, faded flowers picked in another meadow.”
“I see. A roadside picnic.”
“Precisely. A roadside picnic, on some road in the cosmos. And you ask if they will come back.”
“Let me have a smoke. Goddamn this pseudoscience! Somehow I imagined it all differently.”
“That’s your right.”
“So does that mean they never even noticed us?”
“Why?”
“Well, anyway, didn’t pay any attention to us?”
“You know, I wouldn’t be upset if I were you.”

Tabella riassuntiva

Un blend ben riuscito di mystery sci-fi e crime fiction. Potrebbe essere troppo mainstream per alcuni palati.
Personaggi che evolvono e di cui ci importa il destino. Il ritmo non è sempre al massimo.
La Zona è troppo figa nel suo essere familiare e aliena insieme.
Ottima gestione del mostrato e del timbro narrativo.


(1) Il sistema europeo di traslitterazione dei caratteri russi vorrebbe che il loro nome si scrivesse “Arkadij e Boris Strugackij”; così come scriviamo Fëdor Dostoevskij e non Fyodor Dostoyesky, Lev Tolstoj e non Leo Tolstoy. In questo caso però faccio uno strappo alla regola: a livello internazionale i due scrittori russi sono molto più conosciuti nella traslitterazione americana che non in quella nostrana. In altre parole, è molto più facile che troviate qualcosa su Internet scrivendo “Strugatsky” che non “Strugackij”. Persino in Italia sono confusi sull’argomento: per esempio, la casa editrice Marcos y Marcos, che pubblica qualcuno dei loro libri, li chiama “Arkadi e Boris Strugatzki”.
Ecco cosa succede quando invece di essere uno scrittore coccolato dalla critica sei uno che viene pubblicato nelle riviste pulp!Torna su


(2) Inizialmente pensavo di parlarne qui, in fondo all’articolo, ma poi è venuta fuori un’analisi talmente lunga che ho preferito dedicarle un post separato, come parte di un piccolo ‘esperimento’ sulla narrativa. Potete trovarlo qui. Torna su

I Consigli del Lunedì #35: Holy Fire

Holy FireAutore: Bruce Sterling
Titolo italiano: Fuoco sacro
Genere: Science Fiction / Cyberpunk / Social SF / Bildungsroman
Tipo: Romanzo

Anno: 1996
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 300 ca.

Difficoltà in inglese: ***

No matter how carefully she guarded herself, life was too short. Life would always be too short. 

Mia Ziemann ha 94 anni ed è all’apice della sua carriera. Nulla di strano, in un tardo XXI secolo in cui i progressi della tecnologia medica sono tali da aver eliminato quasi qualsiasi malattia e rallentato i processi di invecchiamento al punto che si può vivere in gran forma anche un paio di secoli. La società moderna è dominata da una bonaria gerontocrazia, che ha posto fine alle guerre e ha reso possibile una vita dignitosa per tutta la popolazione terrestre, al prezzo di schiacciare e tenere lontane dal potere le nuove generazioni. La sanità è pubblica e accessibile a tutti, ma ci sono delle graduatorie – e solo chi ha uno stile di vita impeccabile avrà accesso alle cure migliori e potrà vivere più a lungo.
Mia ha sempre vissuto un’esistenza cauta, controllata, calcolatrice, così da assicurarsi una splendida e lunga vecchiaia. Ma la morte di un ex amante che non vedeva da ottant’anni e l’incontro con una coppia di ragazzi focosi la riempiono di incertezze e di rimpianti. Ora Mia rivuole la sua giovinezza. E un rivoluzionario trattamento medico potrebbe ridargliela, restituendole un corpo da ventenne. Quello che non sa è che ci sono degli effetti collaterali: non solo il suo corpo, ma anche la sua mente, le sue emozioni, i suoi sogni, potrebbero ritornare quelli di una impulsiva ventenne. E la nuova Mia potrebbe non voler più sottostare al rigore metodico della vecchia Mia. Potrebbe decidere di fare qualche pazzia, come ribattezzarsi Maya, prendere e scappare senza un soldo nella favoleggiata vecchia Europa. Ma cosa la aspetta alla fine del viaggio – felicità o disillusione? E chi la spunterà, la vecchia Mia o la giovane Maya?

Bruce Sterling è spesso considerato, almeno in Italia, l’amico sfigato di William Gibson. Lo ricordiamo come l’ideologo del cyberpunk, o come il curatore dell’antologia di racconti cyberpunk Mirrorshades, e al limite, quando lo pensiamo come scrittore, ci vengono in mente i lavori a quattro mani con Gibson. Perciò mi ha colpito scoprire che in realtà Sterling è uno scrittore più interessante di Gibson. Le cose che scrive sono molto più sci-fi di quelle di Gibson – che ha sempre strizzato l’occhio al mainstream e ci si è buttato dopo pochi anni – il suo amore per il weird e la speculazione futuristica molto più evidente.
Holy Fire non è il migliore tra i romanzi di Sterling ma è quello che più ha catturato la mia curiosità. A differenza del cyberpunk tradizionale, il futuro di questo romanzo non è una società capitalistica andata a male, zeppa di povertà e criminalità; al contrario è un mondo quasi utopico, dove tutti stanno bene o hanno il potere di farlo. La domanda, che trovo molto affascinante, è se anche un eccesso di moralismo, di controllo, di benessere imposto, di paternalismo, possa portare a un’infelicità di massa.


Quale altra colonna sonora avrebbe potuto avere un romanzo come questo?

Uno sguardo approfondito
La struttura di Holy Fire è atipica per un cyberpunk: è quella del Bildungsroman, o romanzo di formazione. Se avete mai letto libri come Il giovane Holden o Demian o L’apprendistato di Wilhelm Meister sapete di cosa parlo: il protagonista si imbarca in un viaggio senza meta o scopo, alla ricerca di un senso alla propria vita e di un posto da ritagliarsi nel mondo. In questo tipo di storie non c’è, in genere, la catena di causa/effetto tipica del romanzo d’azione; si succedono, invece, una serie di episodi più o meno slegati, ciascuno dei quali fa ‘crescere’ in qualche modo il protagonista. Alla fine del percorso, il personaggio sarà qualcuno di diverso da quello che era all’inizio.
Holy Fire segue il medesimo canovaccio. Dopo un primo capitolo introduttivo, che ci dà un assaggio del mondo del romanzo e ci familiarizza con la psicologia della protagonista, Mia si sottopone al trattamento ringiovanente – e da qui comincia la sua fuga e il suo viaggio iniziatico attraverso l’Europa del 2100, fatto di incontri, dialoghi filosofici ed esperienze di vita. E se il primo capitolo ha ancora un po’ il sapore della fantascienza sociale “classica”, andando avanti se ne stacca sempre di più.

Capirete bene che in un romanzo come questo, il realismo dei personaggi, l’immersività della narrazione e la capacità di immedesimarsi completamente nella protagonista (ossia tutti gli elementi cardine dello ‘scrivere bene’ in narrativa) sono tutto. Non bastano le idee geniali, perché Holy Fire vuole arrivarti alla pancia, parlarti delle scelte di base nella vita di una persona e del senso della vita. Fortunatamente Sterling scrive piuttosto bene. Il romanzo è in terza persona attraverso un unico pov, quello della protagonista, e l’autore ci si attiene per tutto il libro. Non assistiamo mai a niente che Mia non veda con i propri occhi.
Il rapporto mostrato/raccontato è più ambivalente. Quando vuole, Sterling è molto bravo a mostrare. Prendiamo uno degli episodi iniziali del libro: Mia si imbatte nel delizioso cane parlante Plato, il quale le comunica con evidente sofferenza che il suo padrone (nonché ex amante di lunga data di Mia) sta morendo e vorrebbe vederla. Senza stare a dirci molto del carattere di Mia, Sterling ce lo fa capire attraverso i suoi gesti e le sue parole: il modo freddo, esitante, impacciato con cui tratta prima il cane e poi l’uomo. La sua quasi indifferenza di fronte al loro dolore. Lo stesso cane Plato è un bell’esempio di mostrato. Si tratta di un cane intelligente, ma di intelligenza modesta, e i suoi istinti sono pur sempre quelli di un cane: Sterling lo fa parlare e agire in modo buffissimo, con inconsequenzialità, facilità a distrarsi, l’importanza degli odori e la fedeltà ingenua verso il proprio padrone.

Cane parlante

Non è che se un cane impara a parlare diventa Einstein.

Altre volte, Sterling si abbandona senza problemi al raccontato – che si tratti di esplorare le sensazioni di Mia in quel momento o, ancora più spesso, lanciarsi in infodump sulla sua ambientazione. Il secondo capitolo comincia così: “The medical-industrial complex dominated the planet’s economy”, e Sterling va avanti per pagine e pagine a spiegarci, da bravo narratore onnisciente, in che modo il complesso medico-industriale domini l’economia mondiale. Non che non sia capace di mostrare le sue invenzioni in azione, o di spiegarcele attraverso le parole di un personaggio. Ad esempio, il trattamento ringiovanente rivoluzionario a cui si sottoporrà Mia ci viene spiegato nel dettaglio dal suo medico. Semplicemente, Sterling usa l’uno o l’altro metodo in modo indifferenziato, come se non cogliesse la differenza.
Si perdona facilmente, in realtà: il worldbuilding di Holy Fire è veramente spettacolare e lo si legge rapiti anche quando ci viene fatto piovere dall’alto. Sul piano macroscopico, veniamo introdotti a poco a poco alle tante piccole crudeltà che conseguono da una società organizzata secondo principi moralistici e salutisti, dove lo stato di salute di ciascuno è tracciato continuamente anche contro la propria volontà. Nessuno ti vieta (legalmente) di bere alcol, fumare, assumere droghe; ma se lo fai, questo lascerà tracce sul tuo profilo medico, e scenderai di graduatoria. E se il tuo cattivo comportamento diventa sistematico, non avrai mai accesso ai trattamenti, il che significa il peggiore degli stigmi sociali: guardare i tuoi coetanei rimanere giovani, belli e in salute mentre tu invecchi, diventi brutto e malato… E questo è solo un piccolo esempio di tutte le conseguenze immaginate da Sterling.
Ma Sterling è brillante anche sul piano microscopico, e il romanzo è disseminato da piccole invenzioni affascinanti. Ad esempio, i “ninnoli” da indossare per entrare nella realtà virtuale (che in Holy Fire, a differenza degli ingenui cyberspazi degli anni ’80, ricordano gli ambienti customizzabili tipo Second Life). Sterling aveva capito una cosa per nulla scontata: che per commercializzare una tecnologia mass market, il design è importante quanto l’utilità pratica. Sicché, per entrare nella realtà virtuale, due orecchini diventano delle cuffie, un neo finto da poggiare accanto al labbro il microfono, le ciglia finte dei tracciatori dei movimenti oculari e così via.

Insomma, sul piano fantascientifico Holy Fire è una gioia. Ma come romanzo di formazione? Ecco – qui cominciano i problemi. E sono parecchi.
Il conflitto centrale, il cuore del romanzo, dovrebbe essere il rapporto tra la vecchia e la giovane Mia. Abbiamo due individualità intrappolate nella stessa persona, separate fin quasi a sfiorare lo sdoppiamento di personalità con obiettivi antitetici: Maya odia l’esistenza an-emotiva di Mia e vuole ribellarsi, uscire dalla gabbia di regole e bon-ton che si è costruita e vivere una vita “autentica”; e d’altro canto, Mia è terrorizzata dall’impulsività di Maya, teme giustamente di perdere la propria reputazione, e che un momento di pazzia possa distruggere settant’anni di duro lavoro. E chi dei due abbia più ragione non è scontato. Insomma, sembra materiale perfetto per dare corpo a un conflitto avvincente, no? 1
No. A parte qualche piccolo confronto in un paio di punti cruciali del libro, il rapporto tra Mia e Maya è quasi inesistente. Il conflitto è ai minimi termini. Né si tratta di un episodio isolato – sembra che Sterling cerchi per tutto il romanzo di appianare ogni conflitto o momento di tensione ogni volta che si affaccia. C’è un punto, nel romanzo, in cui Mia sfugge a un agguato violento; di colpo si sente braccata, ricercata dalla polizia e dai medici che seguivano la sua terapia prima che scappasse. E’ terrorizzata, in preda ai sensi di colpa, non sa cosa fare. Cosa fa Sterling? Avanti veloce a quando Mia risolve la situazione e si ritrova in pace con il suo pugno di alleati. Un’altra volta, la sua terapia ha un rigetto e Mia rischia di morire. Cosa fa Sterling? Avanti veloce a quando Mia è guarita e in salute. What the fuck?

Old medicine

Si stava meglio quando si stava peggio.

Il conflitto tra Mia e Maya, poi, dovrebbe essere uno specchio per parlare del conflitto su larga scala del mondo di Sterling: quello tra i vecchi e i giovani. Ma anche quest’ultimo rimane poco a fuoco. Nei suoi viaggi, Mia/Maya incontra ragazzi di ogni tipo: furfantelli, artisti, rivoluzionari, hacker. Tutti questi fanno un gran parlare della condizione infelice in cui sono tenuti dai vecchi che tengono le redini della società. Ma appunto: sono tutte chiacchiere. Sterling ci parla, parla, parla, delle ingiustizie e dei problemi di questo ordinamento sociale, ma mostra poco, e non convince. Troppo spesso i giovani europei di Holy Fire sembrano soltanto dei ragazzetti viziati che si lamentano per attirare l’attenzione, che fanno i ribelli ma poi vivono senza una preoccupazione.
Spesso Sterling sembra anche perdersi negli stereotipi sulla gioventù e la vecchiaia. I giovani non sono tutti impulsivi e irrazionali, i vecchi non sono tutti dei gelidi calcolatori (mi sento quasi cretino a dirlo); eppure in Holy Fire troviamo di continuo questa polarità. Il comportamento scatenato di Maya si potrebbe spiegare come una reazione violenta all’eccesso di autocontrollo nella vita di Mia, ma troppo spesso Sterling sembra spiegarlo con un “perché sì, perché è giovane”.

E si potrebbe andare avanti a lungo. Il personaggio di Maya è perfetto in modo insopportabile, praticamente una Mary Sue: giovane e bellissima, ma al contempo intelligentissima e affascinante per via della sua reale età, tutti gli uomini cadono ai suoi piedi e tutte (o quasi) le donne la invidiano. Tutto le riesce facile, non deve mai sforzarsi per avere ciò che vuole. Per non parlare del gusto sgradevole di Sterling per i discorsi filosofici ad cazzum (in cui spesso i dialoghi con i radical chic europei si arenano) e gli pseudo-intellettualismi. Ditemi ad esempio cosa vuoldire questo periodo:

Now she was beginning to get the hang of it. It was beyond eros, beyond skin. Skinlessness. Skinless memory. Bloody nostalgia, somatic déjà vu, neural mono no aware. Memories she was not allowed to have. From sensations she was not allowed to feel.

Mary Sue

Eccomi qui, mentre rifletto sul mono no aware.

Diversi degli episodi del viaggio di formazione di Mia non sembrano neanche appartenere al mondo futuristico di Holy Fire. In un attico della vecchia Praga, dove (giustamente) i palazzi sono ancora quelli che conosciamo e nulla sembra cambiato, la storia tra Mia e l’artista Emil potrebbe essere tratta pari pari da un romanzo dell’Ottocento – e in effetti mi ha ricordato da vicino il rapporto tra la borghese Bette e lo scultore Wenceslaw di un romanzo di Balzac, La cugina Bette. E uno si chiede: sto ancora leggendo sci-fi?
Al contempo però, il rapporto tra Mia ed Emil, vasaio depresso che a causa di una malattia dimentica ogni mattina quel che gli è successo il giorno prima, è uno dei momenti più belli del romanzo. Dirò di più: è una delle storie d’amore che più mi abbia commosso negli ultimi anni, e questo nonostante occupi una porzione piccola del libro. E funziona anche perché sembra senza tempo.
Né è giusto dire che tutti i dialoghi del romanzo finiscano in merda pseudo-filosofica. La giovane matematica che vuole calcolare il momento storico in cui il progresso della scienza medica sarà tale da rendere virtualmente immortali gli esseri umani è deliziosa; così come il discorso di Paul sulla differenza tra un originale e una replica. L’interrogatorio di Helene Vauxcelles-Serusier è affascinante, e non si può rimanere freddi di fronte alla vicenda del cane Plato.

Insomma, Holy Fire è uno di quei romanzi che si ama o si odia; o, nel mio caso, si ama e si odia contemporaneamente. Per spiegare il mio rapporto con questo libro, uso l’immagine delle montagne russe. Nei suoi momenti più alti, è veramente figo; ma subito dopo precipita ed è merda. Se il worldbuilding è spettacolare, le invenzioni geniali e alcuni personaggi ben fatti, come romanzo di formazione non vale niente, e i tentativi di Sterling di suonare profondo sono adolescenziali.
Merita davvero di essere consigliato? Be’, dipende. Di sicuro Holy Fire non è una storia d’azione o d’avventura o di suspence; è un romanzo di idee, fatto di dialoghi e monologhi interiori. Il ritmo è lento e il conflitto (ingiustificatamente) debole. Il che già allontanerà una parte dei lettori. Per quelli che restano, il mio consiglio è il seguente: scaricatelo e provate a leggerlo. Può valerne la pena, e forse sarete toccati da quelle riflessioni esistenzialiste che a me hanno lasciato freddo. E se invece a un certo punto vi venisse voglia di scaraventare il libro dalla finestra, sentitevi pienamente giustificati.

Su Sterling
Oltre a Holy Fire ho letto altri tre romanzi di Sterling:
 Schismatrix (La matrice spezzata) è una space-opera politica e avventurosa, ambientata in un futuro in cui l’umanità ha colonizzato il sistema solare, ha abbandonato la Terra e sta raggiungendo nuovi stadi evolutivi. Attraverso la vita bicentenaria di Abelard Lindsey, prima giovane rivoluzionario, poi disilluso diplomatico e poi altro ancora, assisteremo allo scontro senza fine tra le due superpotenze post-umane degli Shaper (Mutaforma) e Mechanist (Meccanisti). Un po’ cyberpunk e un po’ biopunk, l’ambientazione ricorda quella del coevo Vacuum Flowers senza essere altrettanto bella. Ma il romanzo, pur affascinante, soffre di eccesso di worldbuilding: infodump a manetta e avvenimenti fuori scena sono la norma, e la tensione va spesso a farsi benedire. Consiglio di procurarsi l’edizione Schismatrix Plus, che contiene i racconti di Sterling sull’universo Shaper/Mechanists (racconti che aveva composto prima di scrivere il romanzo), e di leggere i racconti prima del romanzo, per avere un’esperienza migliore.
Islands in the Net Islands in the Net (Isole nella rete) è un thriller cyberpunk ambientato in un futuro recente. Laura Webster, PR di un’organizzazione di diplomatici democratici chiamata Rizome, si troverà con la sua famiglia al centro di una rete di intrighi e omicidi internazionali. Nonostante all’epoca della sua uscita presentasse molte idee rivoluzionarie sulla Rete, e una versione del cyberspazio molto più aderente alla realtà rispetto a quella dei coevi romanzi gibsoniani dello Sprawl, oggi questo romanzo di Sterling sembra il meno immaginativo e più banale dei suoi. Molte idee affascinanti rimangono, ma affondano comunque in una narrativa lenta e in personaggi noiosi. Datato.
The Difference Engine The Difference Engine (La macchina della realtà), scritto a quattro mani con Gibson, è un’ucronia steampunk tra le più influenti sul genere. Siamo in una Londra vittoriana alternativa in cui la realizzazione della macchina analitica di Babbage ha risvegliato l’entusiasmo per la tecnologia e ha modificato l’equilibrio delle potenze europee. Peccato per l’eccesso di spocchia degli autori, che rende la lettura frustrante e le varie trame difficili da seguire. Ho già parlato di questo romanzo nel Consiglio del Lunedì #26.
Credo di essermi fatto un’idea piuttosto chiara di Sterling. Ha un sacco di idee affascinanti, ma purtroppo finisce spesso per affogarle nell’intellettualismo, nei giri di parole finto-colti, in questa sua tendenza a fare della filosofia spicciola. I commenti che ho letto sui suoi romanzi degli ultimi quindici-vent’anni non sono incoraggianti, quindi credo di aver letto il meglio di Sterling. Direi che per ora sono a posto.

Dove si trovano?
Tutti i libri di Sterling summenzionati si trovano, in lingua originale, sia su Bookfinder che su Library Genesis (assieme a quasi qualsiasi altro romanzo mai pubblicato dall’autore). Di Holy Fire e The Difference Engine si trovano anche l’ePub e il mobi, mentre di Islands in the Net e Schismatrix Plus solo il formato pdf.

Chi devo ringraziare?
Ad attirare la mia attenzione su questo libro stavolta è stato Charles Stross (l’autore di Singularity Sky e Accelerando). In risposta a un utente che sul suo blog gli chiedeva di consigliargli qualche bel titolo poco conosciuto, ecco cos’ha detto Stross a proposito di Holy Fire:

13 years old and unjustly overlooked, this ought to be one of the classics of medium-future extrapolation

In effetti, Holy Fire è stato poi incluso (non so se proprio in seguito a questo commento di Stross) da Paul Di Filippo e Broderick nella loro lista dei 101 migliori romanzi di fantascienza scritti tra il 1985 e il 2010.

Qualche estratto
I tre estratti che ho scelto vengono tutti dal primo capitolo, prima che Mia si sottoponga al trattamento ringiovanente. Il primo è l’incontro tra Mia e il cane Plato (che io adoro); il secondo è la descrizione dell’interfaccia virtuale che Mia deve indossare per connettersi al cyberspazio; l’ultimo, un momento di crisi notturna da cui nascerà la decisione, nella protagonista, di tornare giovane.

1.
A dog was following her up Market Street, loping through the crowd. She stopped behind the shadowed column of a portico and stretched out her bare hand, beckoning.
The dog paused timidly, then came up and sniffed at her fingers.
“Are you Mia Ziemann?” the dog said.
“Yes, I am,” Mia said. People walked past her, brisk and purposeful, their solemn faces set, neat shoes scuffing the red brick sidewalks. Under the steady discipline of Mia’s gaze, the dog settled on his haunches, crouching at her feet.
“I tracked you from your home,” bragged the dog, panting rhythmically. “It’s a long way.” The dog wore a checkered knit sweater, tailored canine trousers, and a knitted black skullcap.
The dog’s gloved front paws were vaguely prehensile, like a raccoon’s hands. The dog had short clean fawn-colored fur and large attractive eyes. His voice came from a speaker implanted in his throat.
A car bleeped once at a tardy pedestrian, rudely breaking the subtle urban murmurs of downtown San Francisco. “I’ve walked a long way,” Mia said. “It was clever of you to find me. Good dog.”
The dog brightened at the praise, and wagged his tail. “I think I’m lost and I feel rather hungry.”
“That’s all right, nice dog.” The dog reeked of cologne. “What’s your name?”
“Plato,” the dog said shyly.
“That’s a fine name for a dog. Why are you following me?”
This sophisticated conversational gambit exhausted the dog’s limited verbal repertoire, but with the usual cheerful resilience of his species he simply changed the subject. “I live with Martin Warshaw! He’s very good to me! He feeds me well. Also Martin smells good! Except not … like other days. Not like …” The dog seemed pained. “Not like now.… ”
“Did Martin send you to follow me?”
The dog pondered this. “He talks about you. He wants to see you. You should come talk to him. He can’t be happy.” The dog sniffed at the paving, then looked up expectantly. “May I have a treat?”
“I don’t carry treats with me, Plato.”
“That’s very sad,” Plato observed.
“How is Martin? How does he feel?”
A dim anxiety puckered the hairy canine wrinkles around the dog’s eyes. It was odd how much more expressive a dog’s face became once it learned to talk. “No,” the dog offered haltingly, “Martin smells unhappy. My home feels bad inside. Martin is making me very sad.” He began to howl.
The citizens of San Francisco were a very tolerant lot, civilized and cosmopolitan. Mia could see that the passersby strongly disapproved of anyone who would publicly bully a dog to tears.
“It’s all right,” Mia soothed, “calm down. I’ll go with you. We’ll go to see Martin right away.”
The dog whined, too distraught to manage speech.
“Take me home to Martin Warshaw,” she commanded.
“Oh, all right,” said the dog, brightening. Order had returned to his moral universe. “I can do that. That’s easy.”
He led her, frisking, to a trolley. The dog paid for both of them, and they got off after three stops.

 

2.
Stuart gave Mia a battered touchslate and a virtuality jewel case. Mia retired to the netsite’s bathroom, with its pedestal sinks and mirrors. She washed her hands.
Mia clicked open the jewelry case, took its two featherlight earring phones, and cuffed them deftly onto her ears. She dabbed the little beauty-mark microphone to the corner of her upper lip. She carefully glued the false lashes to her eyelids. Each lash would monitor the shape of her eyeball, and therefore the direction of her gaze.
Mia opened the hinged lid of a glove font and dipped both her hands, up to the wrists, into a thick bath of hot adhesive plastic. She pulled her hands out, and waved them to cool and congeal.
The gloves crackled on her fingers as they cured and set. Mia worked her finger joints, then clenched her fists, methodically. The plastic surface of the gloves split like drying mud into hundreds of tiny platelets. She then dipped her gloves into a second tank, then pulled free. Thin, conductive veins of wetly glittering organic circuitry dried swiftly among the cracks.
When her gloves were nicely done, Mia pulled a wrist-fan from a slot below the basin. She cracked the fan against her forearm to activate it, then opened it around her left wrist and buttoned it shut. The rainbow-tinted fabric stiffened nicely. When she had opened and buttoned her second wrist-fan, she had two large visual membranes the size of dinner plates radiating from the ends of her arms.
The plastic gloves came alive as their circuitry met and meshed with the undersides of the wrist-fans. Mia worked her fingers again. The wrist-fans swiftly mapped out the shape of the gloves, making themselves thoroughly familiar with the size, shape, and movements of her hands.
The fans went opaque. Her hands vanished from sight. Then the image of her hands reappeared, cleverly mapped and simulated onto the outer surfaces of the wrist-fans. Reality vanished at the rim of the fans, and Mia saw virtual images of both her hands extended into twin circles of blue void.
Tucking the touchslate under one arm, Mia left the bathroom and walked to her chosen curtain unit. She stepped inside and shut and sealed the curtain behind her. The fabric stiffened with a sudden top-to-bottom shudder, and the machine woke itself around her. The stiff curtain fabric turned a uniform shade of cerulean. Much more of reality vanished, and Mia stood suspended in a swimming sky blue virtuality. Immersive virtuality—except, of course, for the solid floor beneath her feet, and the ceiling overhead, an insect-elbowed mess of remote locators, tracking devices, and recording equipment.
The fabric curtain was woven from glass fiber, thousands of hair-thin multicolored fiber-optic scan-lines. Following the cues from her false eyelashes, the curtain wall lit up and displayed its imagery wherever Mia’s eyesight happened to rest. Wherever her gaze moved and fell, the curtain was always ahead of her, instantly illuminated, rendering its imagery in a fraction of a second, so that the woven illusion looked seamless, and surrounded her.
Mia fumbled for a jack and plugged in the touchslate. The curtain unit recognized the smaller machine and immediately wrapped her in a three-hundred-and-sixty-degree touchplate display, a virtual abyss of smoky gray. Mia dabbled at the touchscreen with her gloved fingertips until a few useful displays tumbled up from its glassy depths: a cycle tachometer, a clock, a network chooser.
She picked one of San Francisco’s bigger public net gates, held her breath, and traced in Martin Warshaw’s passtouch. The wall faithfully sketched out the scrawling of her gloved fingertip, monster glyphs of vivid charcoal against the gray fabric.
The tracing faded. The curtain unit went sky blue again. Nothing much happened after that. Still, the little tachometer showed processing churning away, somewhere, somehow, out in the depths of the net. So Mia waited patiently.

3.
The truth was starker: she was old. Night cramps were a minor evil. People got very old, and strange new things went wrong with them, and they repaired what the racing and bursting technology allowed them to repair, and what they could not cure they endured. In certain ways, night cramps were even a good sign. She got leg cramps because she could still walk. It hurt her sometimes, but she had always been able to walk. She wasn’t bedridden. She was lucky. She had to concentrate on that: on the luckiness.
Mia wiped her sweating forehead on her nightgown’s sleeve. She limped into the front room. Brett was still asleep. She lay there undisturbed, head on one arm, utterly at peace. The sight of her lying there flooded Mia with déjà vu.
In a moment Mia had the memory in focus, beating at her heart like a moth in a net. Looking in one night at her sleeping daughter. Chloe at five, maybe six years old. Daniel with her, at her side. The child of their love asleep and safe, and happy in their care.
Human lives, her human life. A night not really different from a thousand other nights, but there had been a profound joy in that one moment, an emotion like holy fire. She had known without speaking that her husband felt it, too, and she had slipped her arm around him. It had been a moment beyond speech and out of time.
And now she was looking at a drugged and naked stranger on her carpet and that sacred moment had come back to her, still exactly what it was, what it had been, what it would always be. This stranger was not her daughter, and this moment of the century was not that other ticking moment, but none of that mattered. The holy fire was more real than time, more real than any such circumstance. She wasn’t merely having a happy memory. She was having happiness. She had become happiness.
The hot glow of deep joy had shed its bed of ashes. Still just as full of mysterious numinous meaning. As rich and alive and authentic as any sensation she had ever had. Emotion that would last with her till death, emotion she would have to deal with in her final reckoning. A feeling bigger than her own identity. She felt the joy of it crackling and kindling inside her, and in its hot fitful glow she recognized the poverty of her life.
[…] Mia heard her own voice in the silent air. When the sentence struck her ears, she felt the power of a terrible resolve. An instant decision, sudden, unconscious, unsought, but irrevocable: “I can’t go on like this.”

Tabella riassuntiva

Uno scenario cyberpunk atipico e affascinante. I conflitti centrali del romanzo sono sempre annacquati.
Grande abilità nel mostrato e nella gestione del pov. Gestione distratta degli infodump.
La narrazione è disseminata di invenzioni geniali. Si perde nello pseudo-filosofico e nei discorsi astratti.
Alcuni episodi sono bellissimi. Maya è una Mary Sue.


(1) Questo conflitto, tra parentesi, ricorda quello visto in Vacuum Flowers di Swanwick, dove due donne condividono lo stesso corpo: Rebel Elizabeth Mudlark, la protagonista, e la cinica hacker Eucrasia Welsh. In questo caso, però, si tratta a tutti gli effetti di due persone diverse.
Peccato che Sterling non abbia saputo fare della situazione un elemento di conflitto altrettanto avvicente.Torna su

Cane parlante

I Consigli del Lunedì #34: The Egg Man

The Egg ManAutore: Carlton Mellick III
Titolo italiano: –
Genere: Horror / Bizarro Fiction / Distopia
Tipo: Novella

Anno: 2008
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 150 ca.

Difficoltà in inglese: **

Her vagina opened wide and released the babies. Hundreds, maybe thousands, of tiny fetus flies fluttered out of her.

Lincoln è uno Smell (Olfatto); significa che l’olfatto è il suo senso dominante, e può sentire odori che gli altri non sentono. Come tutti i bambini allevati dalla Georges Organization, deve diventare un artista, e ha deciso che diventerà un pittore. Ora che ha finito il periodo di apprendistato, l’organizzazione gli ha assegnato una stanza in un palazzo fatiscente dove dovrà mettere a frutto ciò che ha imparato. Ha quattro anni di tempo per dimostrare il suo talento e la sua unicità, o la GO lo disenfranchiserà e lo butterà in mezzo a una strada. A quel punto sarà una persona senza diritti e senza un soldo.
In un mondo in cui tutti gli esseri umani nascono come mosche-feto indifese; in cui quelle che sopravvivono all’infanzia e acquistano un aspetto umano, vengono spartite tra le compagnie e allevate nelle loro scuole, dove vengono indottrinati con i valori dell’azienda; dove gli unici diritti che possiedi sono quelli dati dalla compagnia a cui appartieni; dove la povertà e la miseria sono ovunque; in un mondo simile, la vita è dura per tutti. Ma è particolarmente dura per uno Smell che vuole fare il pittore ed è circondato da gente ostile. E ora c’è una donna disgustosa e incinta, Luci, una Sight (Vista), che lo perseguita; e il suo ragazzo, che crede che Lincoln se la voglia portare a letto e ha giurato che lo ammazzerà; e una faida che si sta preparando nel suo palazzo tra gli uomini della OSM e quelli della MSM; e il puzzo disgustoso di fico e carne di hamburger macinata che filtra dalla stanza accanto a quella di Lincoln, e che si dice appartenga al misterioso uomo-uovo. E Lincoln sente di essere spacciato: non ha un briciolo di talento.

Si può far puzzare un libro? Scrivere con una prosa talmente vivida da evocare odori, profumi, puzze così come si evocano immagini o suoni? E’ quello che ha provato a fare Mellick in questa novella di poco più che un centinaio di pagine, scegliendo come protagonista un uomo che vive di odori, che filtra la realtà prima di tutto attraverso il suo naso.
E’ quasi un anno che questo blog non ospitava una recensione sul più bravo autore di Bizarro Fiction, per cui mi sembra opportuno rimediare. The Egg Man è una delle sue opere meno conosciute, ma anche una delle più particolari. Se infatti la Bizarro Fiction, e Mellick in particolare, con la sua prosa quasi infantile, ci ha abituato ad atmosfere leggere, e più grottesche che drammatiche, questa novella – che prende a prestito diversi elementi del cyberpunk distopico tradizionale per farne qualcosa di nuovo – è di una cupezza e di un cinismo disperanti. E’ anche una storia particolarmente autobiografica (per stessa ammissione di Mellick), in quanto parla del processo creativo e di come un artista possa smettere di fare schifezze e produrre qualcosa di buono.
Mellick ha dichiarato sul suo blog di trovare The Egg Man una delle cose migliori che abbia mai scritto. Io ho scritto nella mia classifica che a mio avviso è proprio il miglior libro di Mellick. Ora proverò a spiegarvi perché.

Fico e carne di hamburger

E questo accostamento è ancora nulla.

Uno sguardo approfondito
Cosa rende la prosa di Mellick così piacevole da leggere? Tre cose: l’uso del mostrato, la semplicità nella costruzione delle frasi e il timbro caldo della voce narrante. Come molti suoi libri, la storia è raccontata in prima persona. Questo permette all’autore di commentare le cose che accadono e inserire piccoli brani di informazione in modo naturale, senza mai dare l’impressione di fare infodump. Il timbro lineare, molto matter-of-fact di Lincoln, rende per contro le cose che vede e le persone che incontra ancora più inquietanti; e al contempo, il suo tono lamentoso e rassegnato ci dice molto su di lui. E dato che un esempio vale più di mille parole: “The inside of the building smelled like vinegar-ham and a nutty variety of pipe tobacco smoke. It could have been worse. Some of these buildings smell like urine and dead rats. I couldn’t handle a place that smelled like urine or dead rats.”
Ed è molto anche importante l’ordine in cui si inseriscono le scene. Per esempio, l’incipit del romanzo fa così: “The fetus fly wasn’t yet dead when my steel-toed boot squished into it. The thing was lying there, half dead. It was trying to cry but its vocal cords were dried out.” Un’immagine che già di per sé è abbastanza disgustosa. Ma poi, nel capitolo successivo: “I wondered what it was like when I was just a fetus fly. I wondered why I was the one to survive out of all of those that I was born with.” BAM! Salta fuori solo adesso che il protagonista ha spiaccicato un proprio simile. Peggio: un neonato.

Ma questi concetti li abbiamo già detti e stradetti. Ciò che ci interessa adesso è: è riuscito Mellick a dare corpo al mondo di odori del suo protagonista? La risposta: in parte. La soluzione di Mellick è quella degli elenchi – la stanza dell’Henry Building dove vive sa di vaniglia artificiale mescolata a lucido per legno e pelo di cane bagnato; Luci puzza di chiodi di garofano.
Detto così può suonare un po’ asettico, ma inserito nel flusso della storia funziona abbastanza bene e presto mi sono trovato avviluppato nelle variegate puzze del mondo di The Egg Man. Alla definizione degli odori in sé e per sé si sommano le reazioni (più o meno disgustate) di Lincoln e i dati mandati dagli altri sensi (gli aloni di sudore sotto le ascelle di Luci, la nuvola di fumo della sigaretta ai chiodi di garofano che fuma, i piedi lerci…). E se alcuni accostamenti sembrano messi lì a caso, i primi che gli venivano in mente, altri suonano azzeccati. Il risultato è soddisfacente, e del resto non saprei come esprimere gli odori in un modo migliore.

Mosca morta

Un caso di omicidio?

Ma non pensate che scrivere in questo modo sia semplice o banale. Anzi: proprio la sinteticità delle descrizioni richiede una certa abilità nel sapere cosa e quanto tagliare. Del resto è impressionante pensare a quante cose, quante trovate e dettagli del suo mondo Mellick abbia potuto condensare in una novella che si leggere in un pomeriggio. E come cazzo gli sono venute in mente?
Dal fatto che tutti gli esseri umani nascano nella forma di mosche, che poi si ingrossano giorno dopo giorno, sempre più indifese e disgustose, finché perdono le ali e acquistano sembianze umanoidi; all’immagine di corporativi che vanno in giro per le strade armati di retino per acchiappare le mosche-bambino e portarle dietro i recinti degli asili nido della loro compagnia; all’idea che tutti gli esseri umani siano divisi in cinque tipologie, ciascuna con un senso dominante (i Sight, i Sound, i Taste, i Feel e naturalmente gli Smell); a piccoli dettagli come il fatto che ogni azienda abbia proprio la lingua, e che ad esempio agli uomini della Toyota sia insegnato solo il Toyotese e non la lingua comune perché siano leali alla casa madre e non fraternizzino con le altre; al modo in cui Lincoln mescoli pittura e odori per creare le sue tele. E così via, e così via.

Molti lettori, probabilmente la maggior parte, troveranno quest’atmosfera di crudeltà e cose schifose asfissiante e illeggibile. Per quanto mi riguarda, lo trovo affascinante proprio per la capacità di Mellick di rendere onnipresente questa sensazione di sporco. Sporco fisico come sporco morale. Tutti i personaggi di The Egg Man sono figure ambigue, di cui non ci si può fidare fino in fondo neanche quando sono amichevoli (le rare volte in cui questo accade); ma di cui del resto non si può neanche dire che siano cattivi perché sì. Luci è una sanguisuga, una donna che si approfitta degli ingenui per campare sulle loro spalle, ma è anche l’unica a dare del calore e una direzione alla vita di Lincoln – e allora chi sta usando chi? E del resto, Lincoln è buono, o è semplicemente un vigliacco, un debole, che si comporta in modo educato solo per aumentare le proprie possibilità di sopravvivenza? E come si comporterà se dovesse trovarsi con il coltello dalla parte del manico?
Soprattutto, The Egg Man racconta una storia. Va in una direzione. Tutti quegli elementi strani non sono messi lì a caso, ma sviluppano il dramma personale di Lincoln e i suoi tentativi di affermarsi come artista, per salvarsi dal finire in mezzo a una strada con un coltello piantato nella schiena e dare un senso alla propria vita. Il ritmo è rapido, e diventa sempre più rapido mano a mano che si va avanti e gli eventi si accavallano gli uni agli altri. E tra gli esami settimanali di fronte alla severa commissione artistica della GO, il rapporto di attrazione e diffidenza con Luci, gli sprazzi di violenza che si moltiplicano nel palazzo, la follia artistica che cova dentro Lincoln, e l’uomo-uovo, c’è sempre qualcosa a tenere impegnata la curiosità del lettore. E con personaggi così ambigui, davvero non si sa mai dove la storia andrà a finire e cosa ne sarà dei nostri “eroi”. Gli ultimi capitoli sono spiazzanti – o almeno, lo sono stati per me – e il finale è un vero pugno nello stomaco.

Bear Grylls e la piscia

La fuori è una giungla.

Quasi tutti i libri di Mellick che ho letto rientrano in una di due categorie. Ci sono – soprattutto nel Mellick del primo periodo – i tour-de-force di Bizarro, storie con una ricchezza immaginativa e trovate che non avrei avuto nemmeno nei miei incubi migliori, mostrate con un pov saldissimo; e che però mancano di una trama vera e propria, sembrano andare un po’ a casaccio e finiscono spesso senza un finale. E ci sono – soprattutto nel Mellick degli ultimi anni – storie costruite più attorno alla trama, all’interplay tra i personaggi, più coerenti; che tuttavia rinunciano a un po’ di bizzarria per seguire canovacci più tradizionali, e spesso hanno una gestione del pov più approssimativa. Per rimanere su libri di cui ho già parlato sul blog, un esempio del primo tipo è il racconto lungo The Baby Jesus Butt Plug, mentre un esempio del secondo tipo è il romanzo Warrior Wolf Women of the Wasteland. 1
The Egg Man prende il meglio dell’uno e dell’altro tipo, e ci dà una storia breve che è al contempo immaginazione selvaggia, prosa materica, una storia consistente e personaggi interessanti. Il Bizarro non ostacola lo sviluppo della trama, ma anzi la rinforza. L’unico difetto (molto soggettivo) è che The Egg Man è disgustoso, cinico e deprimente quant’altri mai. Ma se vi piace il Bizarro, l’odore di piedi e pus non vi spaventa e magari volete farvi un po’ del male, be’, dovete leggerlo.

Dove si trova?
Purtroppo, a differenza di molti altri libri di Mellick, The Egg Man non è mai stato piratato – o quantomeno, non sono mai riuscito a trovarlo in nessuno dei canali di mia conoscenza – e forse è per questo che è poco noto anche tra molti suoi fan. Comunque, è disponibile su Amazon un’edizione kindle a 5,99 Euro. Trattandosi di una novella il prezzo è un po’ alto, ma io non me ne sono pentito.

Su Mellick, di nuovo
Sul mio Anobii puntualmente non aggiornato, Mellick figura come l’autore di cui ho letto più libri dopo Dick. Non è strano, considerando quanto scriva e quanto ci si mette in media a leggerne uno. Ecco quindi una seconda cernita di suoi libri che mi hanno in qualche modo colpito (anche se soltanto l’ultimo dei tre merita davvero di essere letto). Se ve lo state chiedendo, i primi due appartengono ai libri mellickiani del ‘primo tipo’, il terzo a quelli del secondo.
Adolf in Wonderland (new cover) Adolf in Wonderland è una novella ambientata in un mondo in cui l’utopia nazista ha conquistato il mondo. Un giovane ufficiale ariano delle SS è mandato in missione in una terra sperduta, a trovare ed eliminare l’ultimo essere imperfetto sulla Terra; ma il mondo nel quale sta entrando è ben lontano dalla perfezione, e lo precipiterà da un’assurdità all’altra. Malgrado il plot promettente e un protagonista interessante, il libro si perde in una successione di avvenimenti abbastanza sconnessi tra loro e non va a parare da nessuna parte; l’argomento della “perfezione” è un po’ il pretesto della storia ma non viene davvero approfondito. Occasione sprecata. Ah, quella è la nuova copertina!
Ugly HeavenUgly Heaven è un’altra novella di esplorazione di un mondo assurdo. Due uomini si risvegliano, dopo la morte, in Paradiso; ma l’aldilà è ormai diventato un luogo spaventoso, colmo di sofferenza e pericoli, e Dio sembra scomparso o morto. Tree e Salmon andranno alla ricerca di un senso e di un luogo che possano chiamare casa. Il Paradiso di Mellick è pieno di idee interessanti – soprattutto quelli inerenti alla trasformazione dei corpi umani e dei nuovi sensi – ma anche questo libro non risponde ai suoi perché e non conclude niente; si vede che la storia manca di un finale. Migliore di Adolf in Wonderland, ma con gli stessi difetti. 2
Zombies and Shit Zombies and Shit è un romanzo lungo che mischia insieme Battle Royale e un post-apocalittico zombesco. I ricchi annoiati organizzano un programma televisivo in cui una serie di vittime vengono rapite dai quartieri poveri e gettati in mezzo agli zombie. L’unica via di salvezza: un elicottero posto all’altro capo del percorso, che può ospitare una sola persona. Chi riuscirà a salvarsi e a tornare alla propria vita, in questo tutti contro tutti letale? Il miglior romanzo lungo di Mellick: personaggi divertenti, un sacco di storyline che si intrecciano, adrenalina e cose schifose. Persino gli zombie sono interessanti (e schifosissimi)!

Qualche estratto
Il primo estratto dovrebbe dare un’idea chiara di come gli odori impregnino ogni scena o quasi di questa novella, e della fantasia di Mellick nell’utilizzarli e descriverli. Il secondo mostra in un colpo solo i personaggi principali della storia (Lincoln e Luci), come sono scritti i dialoghi in The Egg Man e il modo naturale e non-fastidioso in cui l’autore ci dà frammenti del background del suo mondo.

1.
In the dark, I smelled the air and tried to identify my surroundings by their scent. It’s kind of a weird thing to do, but all Smells do it. We can’t help ourselves. I wish I would have been a Sight or maybe a Sound, but my dominant sense had to be Smell.
I sniffed about 17 different scents in the air. The dominant scent was the cigarette smoke that was issuing into my room from under the door. The second most dominant smell was the sink. There were actually four different scents coming from the sink. One was the rust of the faucet metal, one was the light sewage flavor coming out of the drain, one was a rotten odor coming from the scum that lined the drain, and the last was an odd black pepper smell that seemed to come from the water.
I continued smelling the room. There were four varieties of dust aroma. There was a maple syrup odor coming from the closet. There was a greasy smell hidden behind the toilet. There were a few smells coming in from the outside; two forms of pollution from the nearby factories and a burnt spaghetti sauce from the window of an above neighbor’s kitchen. After a couple hours, I had figured out the origins of 16 of the 17 smells. But there was one that I couldn’t figure out. It smelled like fig and raw hamburger meat. It issued from the west wall of my apartment.
After smelling the wall for several minutes, I had to turn on the light to see if there was a stain there. It could have been a strange cocktail that was thrown at the wall, or maybe the grease of a sweet and spicy Asian meal was wiped along the bricks. But, after close examination, I couldn’t find anything unusual about the wall. There wasn’t a sticky film anywhere.
The smell didn’t seem to come from the wall itself, but from something on the other side of the wall. It must have been something extremely pungent for me to be able to smell it through brick. I wondered what the heck that smell could be, racked my brain trying to figure it out, but it remained a mystery.
I fell asleep close to dawn with the room’s smells attacking my nostrils.

Weird smells everywhere

2.
On the way home, I ran into the pregnant woman again. She was sitting on the sidewalk without any pants on. She was crying and breathing hard. Her eyes were covered by a pair of ashy smog goggles and her sweaty white tank top was being held up by her chin.
As I passed her I said are you okay?
No she said.
I said what’s wrong?
She said what the fuck do you think?
I then realized what was happening. She was about to give birth.
I said is there anything I can do?
She said I’ve done this dozens of times before.
I said I’ve never seen a birth before and want to help anyway.
She asked if I had anything to put under her ass.
She said my ass is killing me.
I said I have a package of paper towels.
She said give it a try.
Then she lifted her bare butt off of the pavement and waved me over.
I slid the 4-pack of paper towels under her and she sat down on it.
Not much better she said.
Sorry I said.
I watched her huffing and puffing for a while.
She said are you just going to stand there?
I shrugged at her.
I knelt down and held one of her hands. I didn’t know what else to do.
She gave me an annoyed look, but she didn’t refuse my hand. Her palm was gritty and cold. When her breathing got heavy, she squeezed my hand as tight as she could.
Once it happened, she leaned back into my arm and the sweat from her hip got onto my wrist.
She said here it comes.
Her vagina opened wide and released the babies. Hundreds, maybe thousands, of tiny fetus flies fluttered out of her. They swarmed into the air and created a small cloud. I’d never seen so many fetus flies before. I’d never seen them so tiny. They were only the size of small moths. I watched as the swarm of tiny babies spread apart and went their separate ways. Half of them wouldn’t survive the night. Those that made it would double in size every day. Only a few of them, if any, would live long enough to see adulthood.
After they were all gone, the woman said leave me alone.
I left her alone.
She looked exhausted. Her head slumped to her knees. She pushed the package of paper towels out from under her. They were covered in a black goop. I thought she better keep them. I didn’t want to know what that black afterbirth smelled like.
Upon entering the Henry Building, I looked back at the fetus flies dissipating in the distance. I wondered what it was like when I was just a fetus fly. I wondered why I was the one to survive out of all of those that I was born with. Luck, most likely. Luck had a lot to do with it. Too many fetus flies were unlucky. They died from the cold, they got zapped by bug lights, they got trapped in spider webs, they got eaten by birds, they got splattered across car windshields. And once they grew larger they were hunted by alley cats and shot with pellet guns by the neighborhood children. They got caught in the machines on the industrial side of town and they got poisoned from drinking the water in the river.
You had to be really lucky to survive infancy.

Tabella riassuntiva

Una distopia che trasuda sporcizia e crudeltà da ogni poro! Troppa insistenza sullo schifoso e il deprimente per il lettore medio.
Ottima prosa mostrata, dominata da puzze e profumi. La descrizione degli odori non è sempre convincente al massimo.
La quest artistica del protagonista è affascinante.
Ambiguità morale che rende la storia imprevedibile.


(1) Restando in argomento, The Haunted Vagina è forse l’unico altro romanzo di Mellick che trovi una buona sintesi tra i due tipi di storia. Gli altri due libri mellickiani che adoro, Zombies and Shit e Apeshit, sono entrambi del secondo tipo: alla fine continuo a preferire i libri con una storia.Torna su


(2) Scrive Mellick nell’introduzione alla novella che non gli dispiacerebbe tornare nell’ambientazione di Ugly Heaven con alcuni seguiti, in cui spiegherebbe finalmente perché il Paradiso è diventato quel che è diventato e che ne è stato di Dio. Ma per farlo, vuole aspettare che dei lettori gli chiedano attivamente di farlo (per esempio, sul suo blog), mostrando interesse. Io credo che lo farò, perché bene o male sono curioso, e deluso dal finale tronco di Ugly Heaven.Torna su

I Consigli del Lunedì #33: The Years of Rice and Salt

The Years of Rice and SaltAutore: Kim Stanley Robinson
Titolo italiano: Gli anni del riso e del sale
Genere: Ucronia / Fantasy / Literary Fiction
Tipo: Romanzo

Anno: 2002
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 660 ca.

Difficoltà in inglese: **

A brave life, fought against the odds? Go back as a dog! A dogged life, persisting despite all? Go back as a mule, go back as a worm! That’s the way things work.

Tamerlano è vecchio e malato, ma ha posato i suoi occhi a ovest, verso l’Europa. Accampato a nord del Mar Nero, ha mandato in avanscoperta i suoi luogotenenti Bold e Psin con alcuni uomini, con l’ordine di non tornare prima di una settimana. Ma quando varcano i Carpazi, i due si trovano davanti uno spettacolo spaventoso: l’Europa è morta. Città deserte, scheletri nelle strade e nelle cattedrali, un silenzio assoluto; la peste si è portata via tutti i Cristiani. E adesso anche loro sono contagiati. E quanto Tamerlano dà l’ordine di ucciderli e bruciare tutte le loro cose, Bold è costretto a fuggire nell’unico luogo dove non sarà inseguito – in quel che rimane dell’Europa.
Ma gli altri continenti sono stati risparmiati dalla Peste Nera; e ora che gli europei non esistono più, il destino del mondo è nelle loro mani. Intrappolato nell’infinito ciclo delle reincarnazioni, alla disperata ricerca degli altri membri del suo jati e di un senso nell’esistenza, Bold assisterà vita dopo vita al futuro di questo mondo – all’espansione oceanica dell’Impero Cinese, al ripopolamento del Mediterraneo da parte degli stati musulmani del Nordafrica, alla nascita della scienza moderna, alle conquiste e alle guerre del futuro. Ma ogni volta, al termine della sua vita, Bold è ricondotto nel bardo, l’aldilà buddista, dove gli dèi giudicano la condotta di ogni uomo prima di indirizzarlo verso la sua nuova incarnazione. E il giudizio è sempre negativo…

The Years of Rice and Salt è un’opera mastodontica e descriverla non è facile. Si potrebbe dire innanzitutto che è un’ucronia, che parte da questa domanda: come sarebbe cambiata la Storia, se la grande peste del 1348 avesse spazzato via il 99% della popolazione europea e non solo un terzo? Partendo dal 1405, l’anno della morte di Tamerlano, il romanzo ci racconta attraverso dieci epoche successive  questa storia alternativa in cui gli Europei spariscono dal grande gioco della conquista del mondo. Ciascuna ha i propri personaggi ed è ambientata in un luogo e in una civiltà differente tra quelle rimaste a spartirsi il globo: l’Impero Cinese, l’India, i khanati dell’Asia centrale, i principati islamici dell’Ovest, il Nuovo Mondo.
Il filo conduttore delle varie storie è rappresentato da un manipolo di personaggi, identificati dalle stesse iniziali, che ad ogni epoca si reincarnano e tornano nel mondo. Appartengono alla stessa famiglia karmica – lo jati – e le loro vite sono destinate a intrecciarsi in ogni incarnazione. Ma chi approcciasse il libro di Robinson aspettandosi semplicemente un’ucronia potrebbe rimanere deluso, perché The Years of Rice and Salt è anche filosofia romanzata con un pesante tocco literary. Qual’è il senso della storia, come si può portare la giustizia nel mondo, si può creare un mondo migliore, come si può essere felici? Queste domande sono il nucleo del romanzo; domande a cui i membri dello jati tenteranno di rispondere, vita dopo vita, nella speranza che migliorando il mondo miglioreranno anche il loro karma.

Black Plague

Ehm…

Uno sguardo approfondito
Lo svantaggio proprio di romanzi con un arco narrativo di secoli è quello che, cambiando di continuo personaggi, setting e sottotrame, è più difficile affezionarsi ai protagonisti, e ad ogni nuovo episodio bisogna ricominciare da capo il processo di immersione. Robinson trova una soluzione efficace con l’idea delle reincarnazioni: l’eterno ritorno degli stessi personaggi, con le stesse iniziali e gli stessi tratti caratteriali di base, danno al lettore un elemento di immediata familiarità al lettore, qualcosa a cui aggrapparsi fin dalle prime righe di ogni nuova “epoca” del romanzo.
I personaggi identificati dalla B sono sempre dei sognatori, dal carattere mite e in armonia con il mondo; quelli identificati dalla K sono aggressivi, anarchici, dei leader nati; quelli identificati dalla I sono delle menti geniali, scienziati, medici, teologi; quelli identificati dalla S degli individui capricciosi e maligni; e così via. Diventa anche un gioco: scoprire ad ogni nuova fase narrativa chi sono B e K (uomo o donna? Ricchi o poveri? Cinesi, indiani o musulmani, o cosa? Eccetera), come faranno a incontrarsi, che tipo di rapporto costruiranno, se riusciranno a migliorare finalmente il loro destino.

Peccato che poi Robinson rovini tutto con la sua prosa raccontata e distante. Descrivere lo stile del romanzo non è facile, perché non rimane sempre uguale ma cambia a seconda dell’epoca in cui è ambientato. Ad esempio, la voce narrante della prima parte è un generico “noi”, e tutti i capitoli finiscono con frasi tipo questa: “We do not know which way Psin went, or what happened to him; but as for Bold, you can find out in the next chapter”, oppure: “We are as shocked as you are by this development, and don’t know what happened next, but no doubt the next chapter will tell us.” Alcune parti, come la prima o la sesta, frammischiano alla narrazione brani di poesia che fanno da commento all’azione. Una delle ultime parti del romanzo presenta periodi lunghi e spesso contorti, e una buona dose di surrealismo, nello stile di una certa tradizione modernista del primo Novecento.
In generale, si può dire che lo stile diventi più immersivo e mostrato mano a mano che dalle epoche passate ci si avvicina a quella contemporanea. O almeno, questo forse nelle intenzioni teoriche dell’autore – perché in realtà, aldilà di tutte queste variazioni, c’è una tendenza costante nella prosa di tutto il romanzo: l’abuso allucinante di raccontato. Il narratore di Robinson è un onnisciente che vede tutto da grande distanza; all’occorrenza si avvicina ai suoi personaggi e ci mostra delle scene che li coinvolgono, ma è anche in grado di andare avanti per cinque o dieci o più pagine consecutive a raccontare mesi o anni di storia di una persona o di un intero popolo. Interi capitoli possono essere anche dei puri raccontati con la telecamera molto distaccata dall’azione e dai protagonisti, magari nella forma di rapidi (e anestetici) riassunti di anni e anni di vita.

Firanja

WHAT THE FUCK?

Un sacco di queste pagine sono puramente dedicate al worldbuilding. Avete presente quegli scrittori di fantasy che si perdono, innamorati della loro ambientazione, a descriverci le catene montuose che torreggiano a nord e la ragnatela di fiumi che si allarga a est, nonché le complicate trame politiche che si intessono a ovest? Robinson ha il vantaggio di parlarci del mondo reale e di mostrarci un’evoluzione plausibile della Storia, ma in più occasioni la noia regna sovrana e viene da chiedersi quanto più bello sarebbe stato se tutto questo background ci fosse stato presentato attraverso i pov dei suoi abitanti. Alla fin fine interessa poco cosa abbiamo fatto le tribù afghane in un momento cruciale, o come un piccolo stato del sud dell’India possa riuscire ad acquisire l’egemonia sul subcontinente, se non abbiamo delle storie umane individuali su cui catalizzare la nostra attenzione le nostre emozioni. Alcune parti sembrano scritte di fretta, altre completamente inutili; in particolare i primi capitoli della seconda parte, The Haj in the Heart, potevano essere tranquillamente eliminati (o almeno, riscritti completamente), e metteranno a dura prova più di un lettore.
C’è anche una certa incongruenza nella gestione del punto di vista. Se da un lato troviamo una distinzione netta tra narratore e protagonisti di ogni arco narrativo, dall’altro la percezione di quello che accade è fortemente filtrata dalla loro cultura. Il mondo di Bold il mongolo è un universo che brulica di spiriti e di divinità; in più occasioni gli sembra di vedere gli asura, o dragoni che nuotano nell’acqua, e quando osserva qualcuno morire, vede lo spirito abbandonare il suo corpo. Tempeste e cataclismi sono il chiaro segnale di intervento divino. Sezioni successive del romanzo, invece, mostrano un approccio progressivamente più razionalista, e anche il bardo cambia aspetto e senso a seconda dell’epoca. Il che è molto carino; ma allora non si capisce perché Robinson non abbia utilizzato una narrazione più ancorata ai personaggi-pov.

La qualità dei personaggi è variabile. Alcune parti dedicano molto spazio ai rispettivi protagonisti: nella prima, il rapporto misto di fiducia e incomprensione tra il fuggiasco e pacato Bold e lo spietato negretto Kyu, che dopo essere stato evirato su ordine del grand’ammiraglio Zheng He per farne un eunuco giura eterna vendetta contro l’Impero Cinese; nella quarta, l’empatia tra l’alchimista Khalid e l’ottico Iwang, tra le fucine di Samarcanda, nella comune ricerca della verità che li porterà a scoprire le leggi della caduta dei gravi e molto altro ancora; nella nona, il desiderio di emancipazione della giovane Budur, che fugge dall’harem familiare per studiare in una grande città universitaria ed entra nell’orbita della fervente femminista Kirana. Altre parti pongono invece i personaggi in secondo piano, e li usano chiaramente come scusa per mostrare l’ambientazione. Le prime sono sicuramente le sezioni del libro più riuscite e piacevoli da leggere; ma anche in queste non ci si deve aspettare una grande evoluzione dei personaggi o una vera tridimensionalità. Anzi, il fatto che i tratti psicologici essenziali dei protagonisti rimangano immutati attraverso le epoche è una delle pietre angolari del romanzo – ciò che muta ed evolve è la Storia attorno a loro.
Insomma, è molto chiaro che questo libro è orientato a un certo tipo di lettori, quelli che amano la storia e vedere come e perché le civiltà umane si trasformino nel corso dei secoli. In questo senso The Years of Rice and Salt regala veri orgasmi concettuali, mostrando un interplay tra le potenze mondiali completamente diverso da quello che c’è stato nella nostra realtà ma che appare comunque credibile. Questa grande varietà di archi narrativi permette inoltre a Robinson di scrivere tante storie diverse: c’è la storia d’avventura esotica, con il valoroso capitano che scopre il Nuovo Mondo ma deve tornare per raccontarlo; la storia di ricerca spirituale, con protagonista un sufi che viaggia per il mondo alla ricerca del suo posto ideale; e poi la storia della nascita del metodo scientifico, dominata da invenzioni e intuizioni geniali, e il romanzo di guerra in trincea, pervaso di pessimismo e rassegnazione, e il romanzo di formazione studentesco, e così via.

Allah-u-snackbar

E se il mondo fosse dominato da loro?

Si vede che Robinson ha studiato per anni le cose di cui parla; ed è davvero impressionante vedere la mole di roba su cui si è documentato, dato che nel corso del romanzo si passa con nonchalance dalle scuole buddiste tibetane alla storia dinastica cinese, dal sufismo sotto l’Impero Mogol alle scoperte seicentesce sull’ottica e la meccanica, dal Corano e gli hadit al linguaggio di alcune tribù dei laghi dei nativi americani.
Forse troppo – in effetti, Robinson tanto sembra preparato sulla storia e sulle culture del passato, quanto impreparato sui principi dell’economia e della politica moderna. Mi sembra che emerga, soprattutto nelle ultime parti del romanzo, una certa ingenuità, una certa visione idealistica della Storia, come se i rapporti tra le nazioni e le forme di governo dipendessero dagli ideali, dalla cultura, dalle passioni (di espansione e dominio, piuttosto che di solidarietà, o di sete di conoscenza). La storia di Robinson è largamente fatta da politici, diplomatici, filosofi e scienziati; mentre vengono lasciate parecchio in ombra (se non per occasionali riferimenti raccontati) le industrie, le banche, le multinazionali, insomma tutte quelle forze che muovono i soldi nella società moderna.
Sicché non ho potuto fare a meno di leggere le ultime parti del libro con sopracciglia progressivamente inarcate. Robinson non commette veri e propri errori di buonismo, e in effetti il mondo che si presenta alla fine del romanzo ha una sua plausibilità e si sarebbe davvero potuto realizzare – ma sembra che l’autore adduca tutte le ragioni sbagliate.

A questo errore nella visione della Storia, che è oggettivo (anche se se ne potrebbe discutere), si aggiunge un piccolo fastidio personale. In The Years of Rice and Salt c’è una forte tensione morale; il filo conduttore dell’opera è il tentativo dei membri dello jati protagonista di migliorare il mondo in cui vivono, per poter in questo modo migliorare la loro stessa esistenza e il loro karma. Dalla prima all’ultima epoca, la loro è una lotta costante (e più o meno consapevole, a seconda dei momenti) per diventare padroni delle loro vite e non schiavi, per smettere di soffrire vita dopo vita portare finalmente un po’ di giustizia in un mondo che sembra non averne.
In teoria questa sarebbe una figata di filo conduttore, ma in realtà riduce di molto la varietà delle situazioni del romanzo: si tratta quasi sempre di persone che vogliono fare del bene, che ricercano la strada giusta, l’illuminazione, eccetera. Il contesto cambia, ma il nocciolo della faccenda è spesso lo stesso. E le possibilità di conflitto e di ambiguità morale sono ridotte drasticamente. L’ultima parte del romanzo, in particolare, nel suo tentativo di tirare le somme è banale, noiosotta e priva di tensione o anche solo azione. Peccato – perché altre sezioni del romanzo sono davvero spettacolari.

Buddha cat

L’aspirazione finale dei protagonisti del romanzo.

Mi viene naturale confrontare questo romanzo con gli altri due romanzi sulla Storia e l’evoluzione della società di cui ho parlato nel blog, Last and First Men di Stapledon e A Canticle for Leibowitz di Miller. Tutti e tre sono romanzi che parlano dell’umanità, e tutti e tre sono romanzi con una forte carica morale. The Years of Rice and Salt è sicuramente meglio del primo: benché meno ambizioso nelle premesse (un migliaio d’anni di storia alternativa invece che due miliardi di anni di storia futura), è più creativo e vario nelle situazioni, e appassiona di più, perché filtra almeno in parte la sua ‘grande storia’ attraverso scene, personaggi e vicende individuali. A mio avviso rimane però nettamente inferiore al secondo: è scritto peggio – soprattutto per la mole estrema di raccontato – i suoi personaggi sono meno ambigui e meno vividi rispetto a quelli di Miller.
The Years of Rice and Salt è un romanzo grandioso, fitto di sense of wonder ucronico e unico nel suo genere. Non ho mai letto un’alternative history così vasta, sia spazialmente che temporalmente. Dico solo che avrebbe potuto essere strutturata e scritta molto meglio, e allora sarebbe forse diventato il mio libro preferito in assoluto. Rimane una lettura che ricorderò per sempre, e che è degna di entrare a giusto titolo nella mia Top 20. Gli appassionati di Storia gli diano almeno una chance.

Dove si trova?
The Years of Rice and Salt si trova in lingua originale sia su BookFinder che su Library Genesis (ma in questo caso bisogna digitare “Years of Rice and Salt”, senza l’articolo). In italiano non mi risulta sia mai stato tradotto.

Chi devo ringraziare?
Ho sentito parlare per la prima volta di Stanley Robinson da Giovanni, assiduo commentatore del blog, che diversi anni fa mi piantò davanti agli occhi Red Mars (il primo capitolo della famosa Mars Trilogy, che non ho ancora letto). All’epoca non degnai il libro di più di uno sguardo, ma quando da qualche parte su questo stesso blog si è citato di nuovo Robinson la scena mi si è riaffacciata alla memoria. Da lì mi sono informato sull’autore e mi sono imbattuto in The Years of Rice and Salt: è stato amore a prima vista.
E naturalmente devo ringraziare la dolce Siò, che ancora una volta mi ha fatto da beta-tester leggendo il libro prima di me…

Bardo

No, non quel bardo. L’altro.

Qualche estratto
Considerata la mole e l’estrema varietà di situazioni di questo romanzo, ho scelto – non odiatemi – la bellezza di quattro estratti (d’altronde mica siete costretti a leggerli). Non sono inseriti in ordine cronologico ma piuttosto “tematico”.
I primi due sono esempi del mostrato di Stanley Robinson e di pov abbastanza vicino al protagonista della scena: il primo estratto viene da una delle scene iniziali del libro e mostra l’avanguardia timuride che penetra nell’Europa desertificata dalla peste; il secondo, molto più avanti, mostra i tentativi dell’alchimista-scienziato kazako Khalid mentre tenta di compiacere il Khan suo signore con le più recenti scoperte belliche. La differenza stilistica dei due brani dà anche un’idea del graduale cambiamento che c’è nella prosa di Robinson man mano che si avanza di epoca.
Il terzo estratto, ancora più avanti nella storia, è un tipico esempio di pessimo raccontato di Robinson, con un secolo circa di storia politica del subcontinente indiano riassunto in pochi paragrafi e messo in bocca al Kerala di Travancore. L’ultimo estratto, infine, mostra l’anima più fantasy e literary dell’opera: è una delle scene di “chiusura sezione” ambientate nel mondo dell’aldilà, il bardo.

1.
They came to an empty bridge and crossed it, hooves thwocking the planks. Now they came upon some wooden buildings with thatched roofs. But no fires, no lantern light. They moved on. More buildings appeared through the trees, but still no people. The dark land was empty.
Psin urged them on, and more buildings stood on each side of the widening road. They followed a turn out of the hills onto a plain, and before them lay a black silent city. No lights, no voices; only the wind, rubbing branches together over sheeting surfaces of the big black flowing river. The city was empty.
Of course we are reborn many times. We fill our bodies like air in bubbles, and when the bubbles pop we puff away into the bardo, wandering until we are blown into some new life, somewhere back in the world. This knowledge had often been a comfort to Bold as he stumbled exhausted over battlefields in the aftermath, the ground littered with broken bodies like empty coats.
But it was different to come on a town where there had been no battle, and find everyone there already dead. Long dead; bodies dried; in the dusk and moonlight they could see the gleam of exposed bones, scattered by wolves and crows. Bold repeated the Heart Sutra to himself. “Form is emptiness, emptiness form. Gone, gone, gone beyond, gone altogether beyond. O, what an Awakening! All hail!”
[…]
They came into a paved central square near the river, and stopped before the great stone building. It was huge. Many of the local people had come to it to die. Their lamasery, no doubt, but roofless, open to the sky—unfinished business. As if these people had only come to religion in their last days; but too late; the place was a boneyard. Gone, gone, gone beyond, gone altogether beyond. Nothing moved, and it occurred to Bold that the pass in the mountains they had ridden through had perhaps been the wrong one, the one to that other west which is the land of the dead. For an instant he remembered something, a brief glimpse of another life—a town much smaller than this one, a village wiped out by some great rush over their heads, sending them all to the bardo together. Hours in a room, waiting for death; this was why he so often felt he recognized the people he met. Their existences were a shared fate.
“Plague,” Psin said. “Let’s get out of here.”
His eyes glinted as he looked at Bold, his face was hard; he looked like one of the stone officers in the imperial tombs.
Bold shuddered. “I wonder why they didn’t leave,” he said.
“Maybe there was nowhere to go.”

2.
“Now see, we have determined that at the distances a gun can cast a ball, it cannot shoot straight. The balls are tumbling through the air, and they can spin off in any direction, and they do.”
“Surely air cannot offer any significant resistance to iron,” Nadir said, sweeping a hand in illustration.
“Only a little resistance, it is true, but consider that the ball passes through more than two li of air. Think of air as a kind of thinned water. It certainly has an effect. We can see this better with light wooden balls of the same size, thrown by hand so you can still see their movement. We will throw into the wind, and you can see how the balls dart this way and that.”
Bahram and Paxtakor palmed the light wooden balls off, and they veered into the wind like bats.
“But this is absurd!” the Khan said. “Cannonballs are much heavier, they cut through the wind like knives through butter!”
Khalid nodded. “Very true, great Khan. We only use these wooden balls to exaggerate an effect that must act on any object, be it heavy as lead.”
“Or gold,” Sayyed Abdul Aziz joked.
“Or gold. In that case the cannonballs veer only slightly, but over the great distances they are cast, it becomes significant. And so one can never say exactly what the balls will hit.”
“This must ever be true,” Nadir said.
Khalid waved his stump, oblivious for the moment of how it looked. “We can reduce the effect quite a great deal. See how the wooden balls fly if they are cast with a spin to them.”
Bahram and Paxtakor threw the balsam balls with a final pull of the fingertips to impart a spin to them. Though some of these balls curved in flight, they went farther and faster than the palmed balls had. Bahram hit an archery target with five throws in a row, which pleased him greatly.
“The spin stabilizes their flight through the wind,” Khalid explained. “They are still pushed by the wind, of course. That cannot be avoided. But they no longer dart unexpectedly when they are caught on the face by a wind. It is the same effect you get by fletching arrows to spin.”
“So you propose to fletch cannonballs?” the Khan inquired with a guffaw.
“Not exactly, your Highness, but yes, in effect. To try to get the same kind of spin. We have tried two different methods to achieve this. One is to cut grooves into the balls. But this means the balls fly much less far. Another is to cut the grooves into the inside of the gun barrel, making a long spiral down the barrel, only a turn or a bit less down the whole barrel’s length. This makes the balls leave the gun with a spin.”
Khalid had his men drag out a smaller cannon. A ball was fired from it, and the ball tracked down by the helpers standing by, then marked with a red flag. It was farther away than the bigger gun’s ball, though not by much.
” It is not distance so much as accuracy that would be improved,” Khalid explained. “The balls would always fly straight. We are working up tables that would enable one to choose the gunpowder by type and weight, and weigh the balls, and thus, with the same cannons, of course, always send the balls precisely where one wanted to.”
“Interesting,” Nadir said.
Sayyed Abdul Aziz Khan called Nadir to his side. “We’re going back to the palace,” said, and led his retinue to the horses.
“But not that interesting,” Nadir said to Khalid. “Try again.”

The Scientific Method

La scoperta del metodo scientifico.

3.
Later, over tea scented with delicate perfumes, the Kerala sat in repose and spoke with Ismail. He heard all Ismail could tell him of Sultan Selim the Third, and then he told Ismail the history of Travancore, his eyes never leaving Ismail’s face.
“Our struggle to throw off the yoke of the Mughals began long ago with Shivaji, who called himself Lord of the Universe, and invented modern warfare. Shivaji used every method possible to free India. Once he called the aid of a giant Deccan lizard to help him climb the cliffs guarding the Fortress of the Lion. Another time he was surrounded by the Bijapuri army, commanded by the great Mughal general Afzal Khan, and after a siege Shivaji offered to surrender to Afzal Khan in person, and appeared before that man clad only in a cloth shirt, that nevertheless concealed a scorpion tail dagger; and the fingers of his hidden left hand were sheathed in razor-edged tiger claws. When he embraced Afzal Khan he slashed him to death before all, and on that signal his army set on the Mughals and defeated them.
“After that Alamgir attacked in earnest, and spent the last quarter century of his life reconquering the Deccan, at a cost of a hundred thousand lives per year. By the time he subdued the Deccan his empire was hollowed. Meanwhile there were other revolts against the Mughals to the northwest, among Sikhs, Afghans and the Safavid empire’s eastern subjects, as well as Rajputs, Bengalis, Tamils and so forth, all over India. They all had some success, and the Mughals, who had overtaxed for years, suffered a revolt of their own zamindars, and a general breakdown of their finances. Once Marathas and Rajputs and Sikhs were successfully established, they all instituted tax systems of their own, you see, and the Mughals got no more money from them, even if they still swore allegiance to Delhi.
“So things went poorly for the Mughals, especially here in the south. But even though the Marathas and Rajputs were both Hindu, they spoke different languages, and hardly knew each other, so they developed as rivals, and this lengthened the Mughals’ hold on mother India. In these end days the Nazim became premier to a khan completely lost to his harem and hookah, and this Nazim went south to form the principality that inspired our development of Travancore on a similar system.
“Then Nadir Shah crossed the Indus at the same ford used by Alexander the Great, and sacked Delhi, slaughtering thirty thousand and taking home a billion rupees of gold and jewels, and the Peacock Throne. With that the Mughals were finished.
“Marathas have been expanding their territory ever since, all the way into Bengal. But the Afghans freed themselves from the Safavids, and surged east all the way to Delhi, which they sacked also. When they withdrew the Sikhs were given control of the Punjab, for a tax of one-fifth of the harvests. After that the Pathans sacked Delhi yet once more, rampaging for an entire month in a city become nightmare. The last emperor with a Mughal title was blinded by a minor Afghan chieftain.
“After that a Marathan cavalry of thirty thousand marched on Delhi, picking up two hundred thousand Rajput volunteers as they moved north, and on the fateful field of Panipat, where India’s fate has so often been decided, they met an army of Afghan and ex-Mughal troops, in full jihad against the Hindus. The Muslims had the support of the local populace, and the great general Shah Abdali at their head, and in the battle a hundred thousand Marathas died, and thirty thousand were captured for ransom. But afterwards the Afghan soldiers tired of Delhi, and forced their khan to return to Kabul.
“The Marathas, however, were likewise broken. The Nazim’s successors secured the south, and the Sikhs took the Punjab, and the Bengalese Bengal and Assam. Down here we found the Sikhs to be our best allies. Their final guru declared their sacred writings to be the embodiment of the guru from that point on, and after that they prospered greatly, creating in effect a mighty wall between us and Islam. And the Sikhs taught us as well. They are a kind of mix of Hindu and Muslim, unusual in Indian history, and instructive. So they prospered, and learning from them, coordinating our efforts with them, we have prospered too.
“Then in my grandfather’s time a number of refugees from the Chinese conquest of Japan arrived in this region, Buddhists drawn to Lanka, the heart of Buddhism. Samurai, monks and sailors, very good sailors—they had sailed the great eastern ocean that they call the Dahai, in fact they sailed to us both by heading cast and by heading west.”
“Around the world?”
“Around. And they taught our shipbuilders much, and the Buddhist monasteries here were already centres of metalworking and mechanics, and ceramics. The local mathematicians brought calculation to full flower for use in navigation, gunnery and mechanics. All came together here in the great shipyards, and in our merchant and naval fleets were soon greater even than China’s. Which is a good thing, as the Chinese empire subdues more and more of the world—Korea, Japan, Mongolia, Turkestan, Annam and Siam, the islands in the Malay chain—the region we used to called Greater India, in fact. So we need our ships to protect us from that power. By sea we are safe, and down here, below the gnarled wildlands of the Deccan, we are not easily conquered by land. And Islam seems to have had its day in India, if not the whole of the west.”

4.
He blinked, or slept, and then he was in a vast court of judgment. The dais of the judge was on a broad deck, a plateau in a sea of clouds. The judge was a huge black-faced deity, sitting potbellied on the dais. Its hair was fire, burning wildly on its head. Behind it a black man held a pagoda roof that might have come straight out of the palace in Beijing. Above the roof floated a little seated Buddha, radiating calm. To his left and right were peaceful deities, standing with gifts in their arms; but these were all a great distance away, and not for him. The righteous dead were climbing long flying roads up to these gods. On the deck surrounding the dais, less fortunate dead were being hacked to pieces by demons, demons as black as the Lord of Death, but smaller and more agile. Below the deck more demons were torturing yet more souls. It was a busy scene and Kyu was annoyed. This is my judgment, and it’s like a morning abattoir! How am I supposed to concentrate?
A creature like a monkey approached him and raised a hand: “Judgment,” it said in a deep voice.
Bold’s prayer sounded in his mind, and Kyu realized that Bold and this monkey were related somehow. “Remember, whatever you suffer now is the result of your own karma,” Bold was saying. “It’s yours and no one else’s. Pray for mercy. A little white god and a little black demon will appear, and count out the white and black pebbles of your good and evil deeds.”
Indeed it was so. The white imp was pale as an egg, the black imp like onyx; and they were hoeing great piles of white and black stones into heaps, which to Kyu’s surprise appeared about equal in size. He could not remember doing any good deeds.
“You will be frightened, awed, terrified.”
I will not! These prayers were for a different kind of dead, for people like Bold.
“You will attempt to tell lies, saying I have not committed any evil deed.”
I will not say any such ridiculous thing.
Then the Lord of Death, up on its throne, suddenly took notice of Kyu, and despite himself Kyu flinched.
“Bring the mirror of karma,” the god said, grinning horribly. Its eyes were burning coals.
“Don’t be frightened,” Bold’s voice said inside him. “Don’t tell any lies, don’t be terrified, don’t fear the Lord of Death. The body you’re in now is only a mental body. You can’t die in the bardo, even if they hack you to pieces.”
Thanks, Kyu thought uneasily. That is such a comfort.
“Now comes the moment of judgment. Hold fast, think good thoughts; remember, all these events are your own hallucinations, and what life comes next depends on your thoughts now. In a single moment of time a great difference is created. Don’t be distracted when the six lights appear. Regard them all with compassion. Face the Lord of Death without fear.”
The black god held a mirror up with such practised accuracy that Kyu saw in the glass his own face, dark as the god’s. He saw that the face is the naked soul itself, always, and that his was as dark and dire as the Lord of Death’s. This was the moment of truth! And he had to concentrate on it, as Bold kept reminding him. And yet all the while the whole antic festival shouted and shrieked and clanged around him, every possible punishment or reward given out at once, and he couldn’t help it, he was annoyed.
[…] The white Arab face in the black forehead laughed and squeaked, “Condemned!” and the huge black face of the Lord of Death roared, “Condemned to hell!” It threw a rope around Kyu’s neck and dragged him off the dais. It cut off Kyu’s head, tore out his heart, pulled out his entrails, drank his blood, gnawed his bones; yet Kyu did not die. Body hacked to pieces, yet it revived. And it all began again. Intense pain throughout. Tortured by reality. Life is a thing of extreme reality; death also.
Ideas are planted in the mind of the child like seeds, and may grow to dominate the life completely.
The plea: I have done no evil.

Tabella riassuntiva

Mille anni di storia alternativa! Narratore onnisciente e “raccontato” a chili.
Grandissima varietà di storie, ambientazioni, culture. Ritmo altalenante e alcune parti inutili.
Un unico filo conduttore lungo tutti gli archi narrativi. Visione della Storia idealista e un po’ ingenua.
Alcuni personaggi sono molto affascinanti.

I Consigli del Lunedì #32: Tau Zero

Tau ZeroAutore: Poul Anderson
Titolo italiano: Tau Zero / Il fattore Tau Zero
Genere: Science Fiction / Hard SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1970
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 210 ca.

Difficoltà in inglese: **

“May you have a fortunate voyage and come home safe.”
“If the voyage is really fortunate,” she reminded him, “we will never come home. If we do—” She broke off. He would be in his grave.

Prendiamo una navicella che viaggia nello spazio. Se v è la velocità (uniforme) della navicella, e c la velocità della luce, allora tau equivale a:

Equazione Tau

Più v si avvicina a c, più tau si avvicina a zero. E più tau si avvicina a zero, più la navicella acquisisce massa, maggiore sarà la sfasatura temporale tra l’interno dell’astronave e il mondo all’esterno. Per un membro dell’equipaggio della nave, il tempo scorrerà più lentamente che per coloro che sono rimasti a casa.
Poniamo ora che, in un futuro non troppo lontano dal nostro – un futuro in cui la pace mondiale è stata raggiunta delegando ogni potere politico e poliziesco alla piccola e affidabile Svezia – il governo della Terra organizzi una spedizione spaziale per colonizzare i pianeti della vicina stella Beta Virginis. Questa stella dista trentuno anni luce; ma grazie al Bussard ramjet, un innovativo sistema di propulsione che raccoglie e comprime idrogeno dal medium interstellare fino ad avviare una reazione nucleare, sarà possibile raggiungerla in soli trentatré anni umani, sfiorando la velocità della luce. Inoltre, in virtù della dilatazione temporale, per i membri dell’equipaggio – venticinque uomini e venticinque donne iperselezionati – ne passeranno solo sei.
Tuttavia, i partecipanti sanno benissimo che si tratta di un viaggio di non ritorno. Charles Reymont, ex-colonnello dei Lunar Rescue Corps con un’infanzia di miseria alle spalle, lo fa perché stanco della sua vita e perché sente che nulla lo lega più alla Terra. Ingrid Lindgren, fisica svedese di buona famiglia, lo fa perché fin da piccola sogna le stelle, e non riuscirebbe ad immaginare per sé un futuro diverso da questo. Ma il lungo viaggio e la clausura delle loro vite a bordo della Leonora Christine seminerà dei dubbi nella loro coscienza. E quando uno sfortunato incidente danneggerà la navicella al punto da rendere impossibile invertire l’accelerazione e quindi la costante riduzione del tau, l’intero scopo della missione e il senso delle loro cinquanta vite sarà rimesso in discussione.

Benché in Italia sia poco conosciuto e ancor meno letto, nel mondo anglosassone Tau Zero è considerato uno dei capisaldi dell’Hard SF. Sul solido impianto della relatività generale, Anderson costruisce un device per il viaggio interstellare – il Bussard ramjet – ne trae delle conseguenze fisiche e sociali, e su di questi sviluppa una storia. Come da tradizione della fantascienza hard, Tau Zero non è che una rappresentazione narrativa di una speculazione fantascientifica.
Due sono gli argomenti sviluppati nel romanzo. Il primo è quello propriamente fisico: come funziona il viaggio della Leonora Christine? Quali rischi e quali ostacoli incontreranno i nostri eroi lungo il percorso? E che possibilità ci sono di arrivare a destinazione (o a una qualunque altra destinazione) in seguito all’incidente che impedisce alla nave di ridurre la propria accelerazione? Il secondo è quello sociale: come faranno i cinquanta membri dell’equipaggio a convivere pacificamente per tutti gli anni del viaggio, sopportando il loro isolamento e la consapevolezza di non poter più tornare indietro? Fino a che punto, anche la psiche più equilibrata, più addestrata, più ragionevole, può resistere allo stress di una situazione che sembra senza via d’uscita?

Search for a better planet

Uno sguardo approfondito
L’Hard SF non è mai stato un genere che curi molto lo stile, e Tau Zero non fa eccezione. Anderson, in particolare, è uno degli scrittori più tecnicamente scarsi che abbia mai visto (benché non al livello di bruttura di un Clarke).
I dolori cominciano con la gestione del POV, un bel narratore onnisciente che a seconda della scena si avvicina ai personaggi fino ad entrare nella loro testa, oppure si allontana fino ad osservare l’intera vita dell’equipaggio con uguale distacco. L’approccio generale di Anderson è questo: ampi pezzi raccontati con telecamera distante che descrivono la vita dell’intero equipaggio per lunghi periodi di tempo; intervallati da alcune scene clou in cui la telecamera si avvicina a questo o quel personaggio e al raccontato si mescola un po’ di mostrato. Anche in questi casi, comunque, la voce narrante non si identifica con il personaggio-pov e si riserva la possibilità di spostarsi in qualsiasi momento verso un altro personaggio.
A queste si aggiunge un altro tipo di scena, che Anderson mette all’inizio o alla fine di un capitolo, oppure all’inizio di un paragrafo: la telecamera onnisciente “esce” dalla navicella e ci mostra la Leonora Christine da fuori. In brani quasi più saggistici che narrativi, il narratore ci ‘spiega’ il viaggio della nave: in che punto dello spazio si trovi, come funzioni il motore, quali leggi fisiche abbiano reso possibile la spedizione, che ostacoli stiano per incontrare e quali conseguenze potrebbero comportare per il futuro della missione. E’ in uno di questi brani che ci viene spiegata l’equazione Tau, il rapporto tra velocità, massa dell’astronave e dilatazione del tempo, e l’effetto che tutto ciò ha sull’equipaggio. In questi passaggi di puro infodump, l’immersione crolla, la finzione narrativa viene fatta cadere e Tau Zero si rivela per quello che è: speculazione scientifica con contorno di personaggi.

Benché questi pezzi uccidano il ritmo e siano fatali per la suspension of disbelief, possiedono un certo fascino per chi è appassionato alla materia (cioè, i destinatari ideali del libro): il fascino del professore universitario che ti spiega concetti straordinari e implicazioni inaspettate delle leggi classiche. Fino a un anno fa, sarei forse stato anche incline a ‘perdonare’ questo approccio: sì, è vero che l’autore spezza la narrazione per farti uno spiegone in prima persona, ma lo fa in momenti di cesura (come l’inizio o la fine di un capitolo) e mai in mezzo a un paragrafo, e inoltre non ci sarebbe altro modo di veicolare tutti questi concetti sulla teoria della relatività al neofita (se non attraverso espedienti ancora peggiori, come l’As you know, Bob).
Ma ormai so che non è vero. Quest’ultima affermazione è semplicemente falsa, e può derivare solamente da ignoranza o da pigrizia mentale. Modi plausibili se ne trovano sempre. Dal più banale: il protagonista che, solo nella sua cuccetta o di fronte a un quadro comandi, si abbandona ai suoi pensieri e riflette, malinconico, sul viaggio che sta affrontando, sulla sua destinazione, alle equazioni (che conosce) e così via. Potrebbe anche rivivere la lezione universitaria in cui il suo docente preferito gli spiegava l’equazione del Tau; oppure immaginare di vedere la nave dal di fuori, facendo lui stesso la parte, nei propri pensieri, del narratore onnisciente1. Alle più creative: il protagonista, o un altro dei personaggi-pov, potrebbe decidere di incidere su nastro delle “lezioni” sulla teoria della relatività e rapporti sul loro viaggio: il destinatario potrebbero essere le future generazioni, i suoi discendenti, dei familiari rimasti sulla Terra. E queste sono solo le prime due idee che mi sono venute in mente.
Affidando anche le parte più infodumpose alla voce dei personaggi-pov, integrando ogni spiegone nel corpo della narrazione, trasformando anche uno sguardo ‘impossibile’ come quello della navicella da fuori nell’occhio mentale del protagonista, si mantengono tutti i vantaggi del pov onnisciente senza tutti gli svantaggi di perdita di ritmo e immersività. Quel che voglio dire, è che nella scrittura non bisognerebbe mai fare i pigri ed abbandonarsi alla prima soluzione stilistica che viene in mente: alternative migliori esistono quasi sempre.

Space Core Portal

Tutti pazzi per lo spazio.

Ma Anderson queste cose non le sapeva; e infatti la sua sciatteria colpisce tutto indistintamente. I membri dell’equipaggio sono figure anonime con un cartellino appeso al collo: la xenobiologa con problemi relazionali, il medico rude e buontempone, l’esile cinesina compassata, il vecchio capitano che ne ha viste di cotte e di crude. E dire che Anderson il problema della clausura forzata dei cinquanta passeggeri della Leonora se li è posti; e infatti mette una grande attenzione nello spiegare come sia stata organizzata la vita a bordo della nave, come vengano riempite le ore della giornata, come tutti siano stati addestrati a vincere lo stress, come evolvano nel tempo le dinamiche tra i vari ‘gruppi’ (equipaggio, scienziati, corpo di polizia) e così via. Ma il problema è proprio questo: Anderson spiega. Tutto (o quasi) è raccontato con distacco, e il lettore non se ne sente coinvolto.
Su tutto questo grigiore, Reymont e Lindgren spiccano un poco, con il loro mix di problemi pubblici e privati; ma senza esagerare. In particolare, Reymont è una grande occasione sprecata. Nasce come un personaggio molto ambiguo: un’infanzia difficile alle spalle, vissuta nella povertà e nella violenza, il carattere burbero con cui tiene tutti a distanza, l’alto senso della giustizia, il cinismo del ‘il fine giustifica i mezzi’, unito alla funzione di “capo della security” a bordo della nave. Quando in seguito all’incidente il morale dell’equipaggio precipita e la vita sulla Leonore si fa difficile, spetterà a lui ‘assumere il controllo’ e mantenere l’ordine. Da questa situazione poteva sbocciare una grandissima quantità di conflitti, interiori ed esterni. Reymont poteva finire con l’abusare della sua autorità, come accade ad esempio al poliziotto di The Cube; oppure, pur restando in un certo senso un ‘buono’, avrebbe potuto essere costretto, per il fine superiore di mantenere l’ordine sulla nave, a compiere atti di particolare brutalità (es. sopprimere una rivolta nel sangue?). Ma questo non succede. Certo, scontri ce ne sono – ma nei romanzi di Anderson, il buonsenso prevale sempre.

Ho letto diversi romanzi di Anderson. Si ha come l’impressione che l’autore abbia qualche problema con l’idea di “conflitto”. Come se volesse sempre tenerlo il più basso possibile. Certo, i problemi non mancano, ed anzi, nel corso del romanzo si verifica la giusta escalation drammatica; ma Anderson cerca sempre di risolvere i conflitti il prima possibile, cerca sempre di abbassare i toni, e di non mettere troppa ansia nel lettore. Anche quando danno di matto, i suoi personaggi vengono sempre ricondotti al buonsenso. Ora, non dico che a bordo della Leonora Christine doveva andare a finire come nel condominio di Ballard – non sarebbe neanche stato credibile; ma mi sembra che Anderson ecceda dalla parte opposta.
Il dramma esistenziale dell’equipaggio della Leonora Christine si percepisce, ma sempre mantenendo un certo distacco. Proprio perché si vede la faccenda dal di fuori, e non attraverso gli occhi di un personaggio-pov, il lettore percepisce a livello inconscio che la cosa non lo riguarda personalmente. “Sta accadendo a qualcun altro”: e così ogni emozione viene attutita.

Philosoraptor

Una delle domande di cui Tau Zero potrebbe avere la risposta. Oppure no.

Ma l’Hard SF si misura soprattutto sotto il profilo delle idee – della loro correttezza scientifica, sulla loro genialità, su quanto riescano a meravigliarti. Sul primo punto non mi esprimo, che non ne capisco niente. Quanto al sense of wonder – be’, Tau Zero è un capolavoro. Già il concetto del viaggio generazionale verso una stella lontana, condito dalla spiegazione di come ciò sarebbe fisicamente possibile, era di per sé interessante. La logica del Bussard ramjet, il sistema di propulsione della Leonora Christine (ma che non ha inventato Anderson), è forse la vera protagonista del romanzo.
Ma Anderson è in grado di trasportare tutta la storia su scala mastodontica; e così ci si ritrova a parlare di, e a vivere, spazi tra le galassie, e poi grappoli di galassie, e poi l’origine e la fine ultima dell’Universo, Big Bang, Big Crunch, spazi di tempo talmente grandi da essere incommensurabili… i concetti in gioco sono talmente grandi, talmente incredibili, che a un certo punto mi sono venute le lacrime agli occhi. E’ vero, la prosa è quello che è, ma c’è della vera epica cosmica là in mezzo, e Anderson è in grado di fartela provare – basta avere pazienza e sopportare la sciatteria generale. Il finale è straordinario, e si chiude il libro con una certa serenità, e la sensazione di essersi arricchiti in qualche modo.

Scritto da mani più esperte, Tau Zero poteva diventare uno dei grandi capolavori della fantascienza. Anche così, rimane un bel romanzo, e si conquista un posto nella Top 30 dei miei romanzi preferiti. E se la parte psicologico-sociale soffre particolarmente l’incapacità di Anderson di dare vita ai suoi personaggi, la parte più, diciamo, ‘astrofisica’ se la cava dignitosamente.
Certo, non è un libro per tutti; bisogna innanzitutto avere passione per l’argomento ed essere pronti a sorbirsi un po’ di fisica for dummies, non sempre facilissima. Credo comunque che l’audience di Tau Zero sia più ampio di quello di Mission for Gravity – l’ultimo Hard SF di cui mi sono occupato – se non altro per la generalità e l’ordine di grandezza delle idee coinvolte; sebbene i personaggi del romanzo di Clement siano probabilmente più interessanti.

Bussard ramjet

Una rappresentazione artistica del Bussard ramjet.

Su Anderson
Poul Anderson è uno degli scrittori più prolifici della narrativa fantastica; quanto a numero di romanzi pubblicati, fa impallidire anche grafomani conclamati come Philip Dick o Moorcock. E come Dick e Moorcock, la qualità dei lavori è parecchio altalenante (e lo stile oscilla sempre tra il mediocre e il pessimo). Tra i romanzi suoi che ho letto, ecco i più interessanti:
The High Crusade The High Crusade (Crociata spaziale) è un romanzetto farsesco con una premessa geniale: a metà del Trecento, mentre Edoardo III d’Inghilterra prepara l’invasione della Francia, una navicella aliena atterra in un ameno villaggio del Lincolnshire. Gli alieni hanno intenzioni ostili, ma contro ogni aspettativa Sir Roger de Tourneville, signore del luogo, e i suoi uomini sterminano gli invasori e si impossessano della nave. E’ l’inizio di una crociata che porterà i fanatici cavalieri di Sir Roger alla conquista della galassia. High Crusade è divertentissimo, benché sia in larga parte rovinato dallo stile stra-raccontato e spesso riassunto, che a tratti fa sembrare la storia più un canovaccio di trama che un romanzo vero e proprio.
There Will Be Time There Will be Time (Tempo verrà), un romanzo sui viaggi nel tempo. Jack Havig è nato col dono di potersi spostare, col solo esercizio della volontà, avanti e indietro nel tempo;
ma quando si imbarcherà in un viaggio alla ricerca dei suoi simili, scoprirà di una catastrofe che sta per distruggere la nostra civiltà e di un’organizzazione di viaggiatori intenzionata a diventare la guida del nuovo mondo. Nonostante l’argomento interessante e i continui spostamenti tra passato e futuro, il libro ha spesso poco mordente. Anderson fa la scelta ottocentesca di filtrare la narrazione attraverso il pov di un personaggio marginale (il medico di famiglia del protagonista, a cui Havig racconta le sue vicende); la mole di raccontato, i riassuntoni e la sciattezza generale fanno il resto.
Fire Time Fire Time racconta la storia di Ishtar, un bizzarro pianeta che orbita attorno a tre stelle contemporaneamente. Ogni cinquecento anni la stella Anu si avvicina troppo al pianeta, scatenando un riscaldamento infernale che puntualmente distrugge la civiltà indigena. Ora la stella si sta avvicinando di nuovo, ma i terrestri sono arrivati sul pianeta e potrebbero cambiare le cose – se non fosse che si sta scatenando una guerra interplanetaria. Fire Time è una storia corale che intreccia Hard SF, romanzo politico e di guerra, con un sacco di idee affascinanti su xenobiologia, fisica, evoluzionismo. Purtroppo lo stile un po’ piatto, i personaggi non memorabili, l’eccessivo buonismo e la strana tendenza di Anderson di ridurre sempre al minimo ogni fonte di conflitto lo rendono a tratti noioso. Peccato – poteva essere un altro capolavoro!
Poul Anderson rimane uno scrittore interessante, benché di serie B. Gli altri suoi romanzi che vorrei leggere: il fantasy shakespeariano A Midsummer TempestThe Boat of a Million Years e forse (un grande ‘forse’) il fantasy epico The Broken Sword.

Dove si trova?
Come detto in apertura di articolo, Tau Zero è un romanzo estremamente popolare oltreoceano. Di conseguenza, si trova facilmente su qualunque canale: Bookfinder e Library Genesis per l’edizione in lingua originale, Emule per quella italiana.

Qualche estratto
Come primo estratto ho scelto in realtà un brano abbastanza avanti nel romanzo. E’ la digressione pseudo-saggistica cui ho accennato in apertura d’articolo, in cui Anderson spiega il significato del valore ‘tau’ e la logica del viaggio della Leonora Christine. Il secondo estratto ci riporta al primo capitolo; una scena in cui Reymont e la Lingren si confrontano sulle ragioni che li hanno portati a decidere di partire, e abbandonare la loro Terra per sempre…

1.
 A year after she started, Leonora Christine was close to her ultimate velocity. It would take her thirty-one years to cross interstellar space, and one year more to decelerate as she approached her target sun.
But that is an incomplete statement. It takes no account of relativity. Precisely because there is an absolute limiting speed (at which light travels in vacuo; likewise neutrinos) there is an interdependence of space, time, matter, and energy. The tau factor enters the equations. If v is the (uniform) velocity of a spaceship, and c the velocity of light, then tau equals

Equazione Tau

The closer that v comes to c, the closer tau comes to zero.
Suppose an outside observer measures the mass of the spaceship. The result he gets is her rest mass — i.e., the mass that she has when she is not moving with respect to him — divided by tau. Thus, the faster she travels the more massive she is, as regards the universe at large. She gets the extra mass from the kinetic energy of motion; e=mc^2.
Furthermore, if the “stationary” observer could compare the ship’s clocks with his own, he would notice a disagreement. The interlude between two events (such as the birth and death of a man) measured aboard the ship where they take place, is equal to the interlude which the observer measures … multiplied by tau. One might say that time moves proportionately slower on a starship.
Lengths shrink; the observer sees the ship shortened in the direction of motion by the factor tau.
Now measurements made on shipboard are every bit as valid as those made elsewhere. To a crewman, looking forth at the universe, the stars are compressed and have gained in mass; the distances between them have shriveled; they shine, they evolve at a strangely reduced rate.
Yet the picture is more complicated even than this. You must bear in mind that the ship has, in fact, been accelerated and will be decelerated in relation to the total background of the cosmos. This takes the whole problem out of special and into general relativity. The star-and-ship situation is not really symmetrical. The twin paradox does not arise. When velocities match once more and reunion takes place, the star will have passed through a longer time than the ship did.
If you ran tau down to one one-hundredth and went into free fall, you would cross a light-century in a single year of your own experience. (Though, of course, you could never regain the century that had passed at home, during which your friends grew old and died.) This would inevitably involve a hundredfold increase of mass. A Bussard engine, drawing on the hydrogen of space, could supply that. Indeed, it would be foolish to stop the engine and coast when you could go right on decreasing your tau.
Therefore, to reach other suns in a reasonable portion of your life expectancy: Accelerate continuously, right up to the interstellar midpoint, at which point you activate the decelerator system in the Bussard module and start slowing down again. You are limited by the speed of light, which you can never quite reach. But you are not limited in how close you can approach that speed. And thus you have no limit on your inverse tau factor.
Throughout her year at one gravity, the differences between Leonora Christine and the slow-moving stars had accumulated imperceptibly. Now the curve entered upon the steep part of its climb. Now, more and more, her folk measured the distance to their goal as shrinking, not simply because they traveled, but because, for them, the geometry of space was changing. More and more, they perceived natural processes in the outside universe as speeding up.
It was not yet spectacular. Indeed, the minimum tau in her flight plan, at midpoint, was to be somewhat above 0.015. But an instant came when a minute aboard her corresponded to sixty-one seconds in the rest of the galaxy. A while later, it corresponded to sixty-two. Then sixty-three … sixty-four … the ship time between such counts grew gradually but steadily less … sixty-five … sixty-six … sixty-seven…

Un anno dopo la partenza, la Leonora Christine aveva quasi raggiunto la sua massima velocità. Le ci sarebbero voluti trentun anni per attraversare lo spazio interstellare, e un anno in più per decelerare mentre si avvicinava al sole che rappresentava il suo obiettivo.
Ma questa è un’affermazione incompleta, che non tiene conto della relatività. Proprio perché la velocità assoluta non può superare un certo limite (rappresentato dalla velocità con cui la luce viaggia in vacuo; e ciò varrebbe anche per i neutrini) c’è un’interdipendenza tra spazio, tempo, materia ed energia. Nelle equazioni entra il fattore tau. Se v è la velocità (uniforme) di un’astronave e c la velocità della luce, allora tau è uguale a:

Equazione Tau

Quanto più i valori di v si avvicinano a quelli di c, tanto più tau tende a zero.
Supponiamo che un osservatore esterno misuri la massa di un’astronave. Il risultato che ottiene è la massa a riposo ― cioè la massa che l’astronave ha allorché non si muove rispetto a lui ― divisa per tau. Così, quanto più velocemente si muove l’astronave, tanto maggiore è la sua massa, per quanto riguarda l’universo in generale. Ricava l’eccedenza di massa dall’energia cinetica: e = mc2.
Inoltre, se l’osservatore «fisso» potesse controllare gli orologi dell’astronave e compararli al suo, noterebbe uno sfalsamento. Il periodo di tempo trascorso tra due avvenimenti (per esempio, la nascita e la morte di un uomo), misurato a bordo della nave dove questi avvenimenti si sono verificati, è uguale al periodo di tempo misurato dall’osservatore… moltiplicato per tau. Si potrebbe perciò dire che il tempo si muove proporzionalmente più a rilento su un’astronave.
Anche le misure di lunghezza si contraggono; l’osservatore vede l’astronave accorciata, nella direzione del moto, dal fattore tau.
Ora le misurazioni fatte a bordo di un’astronave sono altrettanto valide, in tutto, di quelle fatte altrove. A un cosmonauta, che guardi l’universo davanti a sé, le stelle appaiono compresse e la loro massa risulta aumentata; le distanze tra loro si sono ridotte; esse scintillano e si muovono a un ritmo stranamente ridotto.
Eppure la situazione è ancora più complicata di così. Bisogna tenere bene a mente che l’astronave, in effetti, è stata accelerata e sarà decelerata in relazione a tutto il cosmo che le fa da sfondo. Ciò fa rientrare l’intero problema nell’ambito della teoria generale della relatività. La situazione stelle-astronave non è realmente simmetrica. Il paradosso dei gemelli non si verifica. Quando le velocità si uguagliano ancora una volta e avviene la riunione, per la stella sarà trascorso un tempo più lungo di quello trascorso per l’astronave.
Se il fattore tau si riduce a un centesimo e l’astronave procede in caduta libera, un secolo-luce verrà percorso in un solo anno di vita degli astronauti (sebbene, naturalmente, non si potrà più riguadagnare il secolo che è trascorso sulla Terra, durante il quale gli amici degli astronauti saranno invecchiati e morti). Ciò comporterà inevitabilmente un aumento della massa di cento volte. Un motore Bussard, sfruttando l’idrogeno dello spazio, poteva produrre un simile effetto, ma sarebbe stato folle fermare il motore e proseguire con moto inerziale quando si poteva ottenere la stessa cosa facendo decrescere il fattore tau.
Perciò, raggiungere altri soli è una parte ragionevole della speranza di vita: tanto vale accelerare continuamente, fino al punto intermedio interstellare, dopodiché si attiverà il deceleratore. C’è il limite imposto dalla velocità della luce, che non si può quasi mai raggiungere. Ma non c’è limite all’approssimarsi quanto più è possibile a tale velocità. Così non si hanno limiti per quanto riguarda l’inverso del fattore tau.
Nonostante l’anno trascorso a gravità uno, le differenze tra la Leonora Christine e le stelle che si muovevano lentamente si erano accumulate impercettibilmente. Adesso la curva si accingeva ad affrontare la parte più ripida della sua discesa. Ora, sempre più la distanza che divideva gli astronauti dal loro obiettivo sembrava loro come contratta, non soltanto perché viaggiavano, ma perché, per loro, la geometria dello spazio stava cambiando. Sempre più gli astronauti si rendevano conto di quanto i processi naturali nell’universo esterno si stessero sviluppando con maggior velocità.
Non era ancora niente di spettacolare. Anzi, il valore minimo di tau nel piano di volo dell’astronave era, al punto intermedio, intorno a 0,015. Ma arrivò un momento in cui un minuto a bordo dell’astronave corrispondeva a sessantun secondi nel resto della galassia. Un po’ più tardi, corrispondeva a sessantadue. Poi a sessantatré… sessantaquattro… il tempo dell’astronave tra tali conteggi cresceva gradualmente ma sistematicamente… sessantacinque… sessantasei… sessantasette…

Red Bull Space Program

2.
 “I … thought you might be lonely. You have no one, have you?”
“No relatives left. I’m only touring the fleshpots of Earth. Won’t be any where we are bound.”
Her sight lifted again, toward Jupiter this time, a steady tawny-white lamp. More stars were treading forth. She shivered and drew her cloak tight around her, against the autumnal air. “No,” she said mutedly. “Everything alien. And when we’ve hardly begun to map, to understand, that world yonder — our neighbor, our sister — to cross thirty-two light-years—”
“People are like that.”
“Why are you going, Carl?”
His shoulders lifted and dropped. “Restless, I suppose. And frankly, I made enemies in the Corps. Rubbed them the wrong way, or outdistanced them for promotion. I was at the point where I couldn’t advance further without playing office politics. Which I despise.” His glance met hers. Both lingered a moment. “You?”
She sighed. “Probably sheer romanticism. Ever since I was a child, I thought I must go to the stars, the way a prince in a fairy tale must go to Elf Land. At last, by insisting to my parents, I got them to let me enroll in the Academy.”
[…] He managed to keep the talk inconsequential while he nosed into Strцmmen, docked the boat, and led her on foot across the bridge to Old Town. Beyond the royal palace they found themselves under softer illumination, walking down narrow streets between high golden-hued buildings that had stood much as they were for several hundred years. Tourist season was past; of the uncounted foreigners in the city, few had reason to visit this enclave; except for an occasional pedestrian or electrocyclist, Reymont and Lindgren were nearly alone.
“I shall miss this,” she said.
“It’s picturesque,” he conceded.
“More than that, Carl. It’s not just an outdoor museum. Real human beings live here. And the ones who were before them, they stay real too. In, oh, Birger Jarl’s Tower, the Riddarholm Church, the shields in the House of Nobles, the Golden Peace where Bellman drank and sang — It’s going to be lonely in space, Carl, so far from our dead.”
“Nevertheless you’re leaving.”
“Yes. Not easily. My mother who bore me, my father who took me by the hand and led me out to teach me constellations. Did he know what he was doing to me that night?” She drew a breath. “That’s partly why I got in touch with you. I had to escape from what I’m doing to them. If only for a single day.”

― Io… pensavo che lei avrebbe potuto sentirsi solo. Lei non ha nessuno, vero?
― Non mi è rimasto alcun parente. Sto facendo un giro turistico per visitare i bordelli della Terra. Non ce ne saranno, là dove siamo diretti.
Gli occhi di lei si alzarono di nuovo, questa volta in direzione di Giove, un lume fisso di colore bianco-bruno. Altre stelle si stavano facendo avanti. Lindgren fu scossa da un brivido e si serrò più strettamente il soprabito intorno al corpo, come per difendersi dall’aria autunnale. ― No ― disse con voce bassa. ― Ogni cosa ci sarà estranea. E ora che abbiamo appena cominciato a tracciare una mappa di quel mondo lassù, a capirlo ― il nostro vicino, la nostra sorella ― un viaggio di trentadue anni-luce…
― La gente è fatta così.
― Perché lei ha deciso di venire, Carl?
L’uomo alzò e abbassò le spalle. ― Sono un individuo irrequieto, suppongo. E, per essere sincero, mi son fatto alcuni nemici nel Corpo di Salvataggio. Ho lisciato loro il pelo dalla parte sbagliata o li ho lasciati troppo indietro per via delle mie promozioni. Ero giunto a un punto morto: non avrei potuto avanzare oltre senza mettermi a brigare tra le quinte. Cosa che disprezzo. ― Lo sguardo di Reymont incontrò quello della donna. Per un attimo indugiarono a guardarsi l’un l’altra negli occhi. ― E lei?
Ingrid sospirò. ― Probabilmente, per puro e semplice romanticismo. Fin da quando ero bambina pensavo di dover andare sulle stelle, nello stesso modo in cui un principe in un racconto di fate deve andare alla terra degli Elfi. Alla fine, dopo aver molto insistito con i miei genitori, li ho convinti a lasciarmi iscrivere all’Accademia.
[…] Reymont tentò di mantenere la conversazione su un piano di assoluta banalità mentre si infilava nello Strömmen, attraccava a riva l’imbarcazione e si avvicinava con la donna a piedi attraverso il ponte che portava alla città vecchia. Superato il palazzo reale si trovarono in una zona illuminata in modo più blando, e camminarono per stradine strette fiancheggiate da edifici dalle facciate color dell’oro che erano rimaste sempre eguali da alcune centinaia d’anni. La stagione turistica era ormai finita; degli innumerevoli forestieri che ospitava la città, pochi avevano ragioni per visitare quel lembo di terra sperduto; fatta eccezione per qualche occasionale pedone o elettrociclista, Reymont e Lindgren erano praticamente soli.
― Mi mancherà tutto questo ― disse la donna.
― È uno spettacolo pittoresco ― concesse Reymont.
― È più di questo, Carl. Non è soltanto un museo all’aperto, perché qui vivono reali esseri umani. E coloro che hanno preceduto gli attuali abitanti è come se vivessero ancora. Oh, la Torre di Birger Jarl, la chiesa di Riddarholm, gli scudi della Casa dei Nobili, la Pace d’Oro dove Bellman bevve e cantò… Ci sentiremo soli nello spazio, Carl, così lontani dai nostri morti.
― Eppure lei sta per partire.
― Sì. Ma non è facile. Mia madre che mi ha partorito, mio padre che mi prendeva per mano e mi portava fuori all’aperto per insegnarmi a riconoscere le costellazioni. Quella prima notte, si sarà reso conto di ciò che stava facendo? ― Trasse un profondo respiro. ― In parte è per questo che mi sono messa in contatto con lei. Dovevo fuggire da ciò che sto facendo loro. Anche se per un solo giorno.

Tabella riassuntiva

Un’avventura interstellare che coinvolge il destino ultimo dell’Universo! Narratore onnisciente e “raccontato” a chili.
Speculazione realistica sulla possibilità di viaggiare a velocità luce. Digressioni infodumpose che spezzano il ritmo.
Un dramma esistenziale sugli equipaggi delle astronavi. Personaggi piatti e conflitto tenuto sempre al minimo.

(1) Non è così strano che una persona pensi e ripensi, anche nel dettaglio, a fatti e concetti così gravidi di conseguenze per la sua vita, considerando anche tutto il tempo libero che hanno i membri dell’equipaggio: è una cosa che facciamo tutti.Torna su