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Gli Italiani #09: Lo Specchio di Atlante

Lo Specchio di AtlanteAutore: Bernardo Cicchetti
Genere: Fantasy
Tipo: Romanzo

Anno: 2014
Pagine: 150 ca.
Editore: Vaporteppa

Atlante è malato. Questo è un bel problema, dato che Atlante, la statua colossale al centro del bosco di eucalipti, è ciò che regge il mondo e le sue leggi. Strani eventi cominciano a moltiplicarsi: bambini che nascono con un piede caprino, boschi che diventano carnivori, buchi nel cielo, ratti che creano degli eserciti. Zephiro, l’anziano Mago di Maniero, studia da settimane il problema, analizzando gli ambigui versi del Libro dei Se e chiudendosi in meditazione – e finalmente ha scoperto l’origine del problema. La ghiandola pineale del gigante di pietra è consumata dall’usura, e va sostituita al più presto.
Ma come fare, come crearne una nuova? La ghiandola pineale è fatta di drimite, rarissimo metallo, ma per costruire quella attuale è già stata impiegata tutta la drimite del mondo! Zephiro convoca all’istante i suoi due Apprendisti, Heron e Kalamon, e rivela loro il suo piano: se non c’è più drimite in questo mondo, bisognerà andare a prenderla in altri mondi. Per Heron e Kalamon è l’inizio del viaggio – nei mondi dei sogni e nei mondi dietro gli specchi, prima che sotto l’azione della malattia Atlante si sfaldi e il tessuto stesso della realtà si distrugga per sempre. Ma che succede se anche negli altri mondi c’è un Atlante malato, e un altro Zephiro, un altro Heron e un altro Kalamon alla disperata ricerca di una nuova ghiandola?

Lo Specchio di Atlante è un tipo di Fantasy come in circolazione ce ne sono molti pochi. Il setting è completamente fiabesco e lontano dalla nostra realtà; la struttura è quella del rompicapo, del gioco intellettuale. Immaginiamo un mondo ‘semplificato’, con al centro un Maniero medievaleggiante abitato da maghi che studiano la realtà e le sue leggi. Immaginiamo ora che questo mondo sia adiacente ad altri mondi – alcuni simmetrici, altri gerarchicamente superiori o inferiori in un rapporto di causa ed effetto – tutti con lo stesso Maniero (o una sottile variazione dello stesso) e gli stessi abitanti (o sottili variazioni degli stessi). Immaginiamo, infine: cosa succederebbe se questi mondi, separati ma condizionati uno dall’altro, si trovassero a interagire?
E’ questo il “gioco” che costruisce Bernardo Cicchetti, e il tema del suo romanzo è sviluppare tutte le possibili implicazioni di queste premesse di wordbuilding. Attraverso gli occhi del protagonista, l’Apprendista Heron, del suo collega e rivale Kalamon, e del loro maestro, il Mago Zephiro, viaggeremo attraverso cinque-sei mondi differenti alla scoperta della strana architettura ricorsiva di questo universo, pungolati dal lento sfaldarsi per malattia dell’intero Universo.


La soundtrack di accompagnamento a questo articolo è la bellissima “Maenam” di Jami Sieber, main theme del gioco indie Braid. Come Lo Specchio di Atlante, Braid è un rompicapo sulla simmetria, la ricorsività, il tempo, l’alchimia. Ne parlerò in futuro.

A differenza delle altre opere di Vaporteppa, la collana di narrativa del Duca, Lo Specchio di Atlante non è un’opera inedita di una giovane promessa italiana, né una traduzione di un autore americano. E’ invece il “recupero” di un romanzo italiano uscito nel lontano 1991, pubblicato da Fanucci ma passato abbastanza inosservato, e oggi fuori stampa. Io ne feci la conoscenza nel 2009, quando Gamberetta lo recensì positivamente su Gamberi Fantasy, ma all’epoca non lo lessi. Lo lesse invece il Duca, e dev’esserne rimasto abbastanza affascinato da mettersi in contatto con l’autore per riproporlo.
Lo Specchio di Atlante è uscito su Vaporteppa lunedì scorso, in una nuova edizione rivista e corretta che migliora la qualità della prosa, ma che non altera lo stile di Cicchetti né tantomeno i contenuti dell’opera. Non posso che essere contento di questo recupero, che dimostra che in Italia è esistita una narrativa fantastica al di fuori dei cloni di Tolkien, dei master D&D che si scoprono scrittori e dei soliti Nomi Ufficiali (Calvino, Buzzati…). Ma a questo punto la domanda è: Lo Specchio di Atlante sarà all’altezza dei colleghi pubblicati su Vaporteppa, o l’opera di Cicchetti sfigurerà di fronte agli standard elevati del Duca?

Uno sguardo approfondito
Uno dei principali lavori di correzione per la nuova edizione de Lo Specchio di Atlante ha probabilmente riguardato la gestione dei pov. Dopo un breve prologo di poche pagine, in cui guardiamo con pov onnisciente la statua di Atlante malato e la spirale di corruzione che da esso si allarga, e veniamo introdotti ai tre personaggi principali – il vecchio Mago e i due Apprendisti – con un breve paragrafo dedicato a ciascuno di essi, il romanzo ci pianta solidamente nel punto di vista di Heron. Nel corso del romanzo incontreremo una serie di altri pov ricorrenti – Zephiro, Kalamon, l’omuncolo di Heron – più una manciata di pov usa e getta, ma Heron rimane chiaramente il protagonista della storia.
Ogni cambio di punto di vista coincide inoltre con un cambio di paragrafo; ogni scena ha quindi un unico pov, e non si ha mai difficoltà a capire chi stia facendo cosa. Un paio di pov usa e getta si sarebbero potuti evitare senza grosse difficoltà né perdita di informazione, ma si tratta tutto sommato di dettagli trascurabili in un romanzo che scorre molto bene.

Atlante Farnese

L’Atlante Farnese. A furia di stare così te credo che ti si sputtana la ghiandola pineale.

Discorso differente per la caratterizzazione dei personaggi.
Tutti i protagonisti sono dotati di connotati di base che li rendono ben riconoscibili: Heron, ambizioso sognatore con attitudini da filosofo; il sarcastico Kalamon, mosso nei suoi rapporti sociali da un’invidia dominata a fatica e un forte senso della competizione; Zephiro, bisbetico e brontolone nella maniera innocua di un cartone animato. Alla base del protagonista Heron troviamo anche un interessante conflitto interiore che si sviluppa coerentemente nel corso del romanzo, ossia la lotta tra la sua ambizione a primeggiare e superare il suo maestro, e il bisogno di essere e restare un “bravo ragazzo” che non fa né pensa certe cose. Questo conflitto – che peraltro non si vede molto spesso nella narrativa di genere – non fa solo “colore”, ma motiva le decisioni di Heron e diventa un tassello fondamentale della trama del romanzo.
Insomma, siamo già un passo avanti rispetto ai grigi burattini di tante storie di Clarke o Poul Anderson. Al tempo stesso, però, i personaggi di Cicchetti suonano molto poco umani. I loro dialoghi sono brillanti, sagaci e a volte anche divertenti, ma suonano spesso molto artefatti (1); la loro gestualità è roboante e improbabile (guardate come agitano quei pugni); possono essere presi dalla paura o dall’emozione un momento, e dimenticarsene l’istante dopo per riprendere a parlare e comportarsi come nulla fosse. Heron gestisce il proprio conflitto tutto sommato con distacco e tranquillità, quasi come se fosse un problema accademico (“toh guarda! Sono fatto così e così…”).

Questa approssimazione nel tratteggiare la psicologia dei personaggi sfocia a volte nell’incoerenza. I personaggi si lanciano l’un l’altro frecciatine velenose o anche vere e proprie accuse, per poi tornare – in tutta sincerità, non con ipocrisia! – amici come prima nella scena dopo, quasi non fosse successo nulla (2). La stessa lotta contro il tempo della malattia di Atlante, che in teoria dovrebbe suscitare nel lettore un rush di adrenalina attraverso tutto il romanzo (la realtà potrebbe collassare da un momento all’altro!), è in realtà resa da Cicchetti con una tale tranquillità, che non avvertiamo alcuna fretta. Tutto il libro, in effetti, è dominato da un’atmosfera di generale serenità e giocosità. Guarire Atlante è semplicemente un altro rompicapo da risolvere.
Gli stessi personaggi, in fondo, non sono che altrettante pedine sulla scacchiera del romanzo, che Cicchetti muove in giro per complicare la trama prima, e risolverla poi. L’analogia narrativa più vicina che mi viene in mente, per capirci al volo, è The End of Eternity di Asimov: altro romanzo-rompicapo con un protagonista ben caratterizzato in teoria, ma scarno nella pratica. Sul piano emotivo, Lo Specchio di Atlante trasmette poco: immedesimarsi in questi personaggi è impossibile, e tutte le loro disavventure ci arrivano con un certo distacco.
Un fallimento, quindi? Niente affatto: perché, come accennavo prima, dove invece il romanzo lavora molto bene è sul piano del gioco intellettuale.

Atlas Shrugged Ayn Rand

Quando Atlante si incazza, si incazza! L’opera di Cicchetti sottile specchio deformante, abrasiva critica sociale mascherata da fantasy per ragazzi?

Nel corso del romanzo visiteremo infatti cinque mondi differenti (più uno sguardo gettato a un altro paio di mondi)(3), ciascuno dei quali è costruito con una serie di simmetrie rispetto agli altri, creando così un complicatissimo gioco di rimandi. L’intelaiatura del mondo di Cicchetti è molto complessa, ed è notevole come l’autore riesca a tenere insieme tutti i fili senza cadere in contraddizione o perdersi dei pezzi per strada. Al contrario, quando si arriva alla risoluzione dei vari enigmi (perché non c’è un solo problema né un solo antagonista, ma più casini che si intrecciano!) ci si rende conto che tutti gli elementi erano già lì, a disposizione del lettore. Cicchetti riprende anche alcuni stilemi classici del giallo a enigma, come il monologo dell’investigatore che di fronte a una platea “smaschera” il colpevole (o i colpevoli) e scioglie i nodi di trama, con grande soddisfazione del lettore. Né l’architettura del mondo è l’unico elemento di sense of wonder del romanzo: Lo Specchio di Atlante trabocca di piccole idee affascinanti, come il ciclo di vita degli omuncoli o il camaleonte che comunica cambiando colore.
Aiuta a camuffare i limiti stilistici e a mettere in luce i pregi del romanzo la prosa secca e concisa di Cicchetti. Lo Specchio di Atlante è fortemente plot-driven: le descrizioni sono ridotte all’osso – tanto che gli ambienti principali in cui si muove il romanzo sono appena abbozzati – i personaggi agiscono, agiscono e agiscono, e tutto ciò che non sviluppa la trama semplicemente non esiste. Questo trasmette al romanzo un ritmo incredibile: non ci sono punti morti, e ad avere un’intera giornata libera a disposizione lo si potrebbe leggere tutto d’un fiato. Né l’ambientazione risente delle descrizioni scarne: il worldbuilding a monte è talmente ben fatto, che il lettore non ha problemi a orientarsi e a crearsi una mappa mentale dell’universo narrativo.

Certo, nonostante la terapia d’urto ducale, diverse bizzarrie stilistiche rimangono. Cicchetti ha chiaramente un amore morboso per gli avverbi e gli epiteti, tanto che ce li ficca più o meno ovunque. Se ci aggiungiamo un gusto per i termini inconsueti e gli accostamenti bizzarri, non dovremmo stupirci di imbatterci in “rovi ostinati” o “anomalie vegetali” o “mostruose infiorescenze” o una “barba antica”. Né mancano passaggi di estrema vaghezza. Proprio nell’incipit, della manifestazione della malattia di Atlante si dice: “regrediva, poi, a mano a mano che ci si allontanava. In cerchi di sempre minore morbosità, di sempre crescente normalità. Al limite dello sguardo di Atlante, il male persisteva ancora. In modo meno acuto, ma sensibile.” Boh?
Più fastidiosa è la tendenza dell’autore di abbandonarsi a lunghi riassuntoni per raccontare le parti meno importanti della trama. Cicchetti impiega infatti questa tecnica soprattutto nei punti di raccordo del romanzo – ad esempio tra la fine della prima parte e l’inizio della seconda, o nella parte conclusiva della seconda parte. Nonostante vi si descrivano fatti di per sé interessanti e che ampliano il worldbuilding (come alcune manifestazioni della malattia di Atlante, e la lotta degli abitanti di Maniero contro di esse), sono scritte in un raccontato talmente sciatto e sbrigativo che quasi si sarebbe fatto meglio a ometterle: “L’assedio durò tre giorni. In più di un’occasione Maniero rischiò la disfatta. Poi…”. E dire che sarebbe bastato mostrare qualche episodio chiave, dedicandogli non più di un paio di pagine, per rendere quegli stessi passaggi in un modo molto più piacevole e senza perdere informatività!

Multiverse meme

Le teorie sul multiverso sono sempre un casino.

Il romanzo si richiama esplicitamente all’Alice di Carroll, ma se dovessi citare i cugini più prossimi del romanzo di Cicchetti, mi verrebbero in mente invece due correnti letterarie del primo Novecento. La prima è quella dei racconti fantasy-onirici della generazione di Weird Tales, come quelli di Clark Ashton Smith e dello stesso Lovecraft (The Dream-Quest of Unknown Kadath, The Doom that Came to Sarnath…), con i loro mondi irreali dalle regole tutte loro. La seconda è quella del racconto-rompicapo argentino stile Cortazar, Bioy Casares e soprattutto Borges; in particolare due racconti di quest’ultimo, La biblioteca di Babele e Il giardino dei sentieri che si biforcano – entrambi contenuti in Finzioni – mi sono venuti in mente più e più volte leggendo il libro di Cicchetti. Il tutto immerso in un’atmosfera da rinascimento magico crepuscolare alla Jack Vance, con tanto di maghi sornioni e scambi di battute pungenti.
Non ce ne sono molti in giro, di libri così. Lo Specchio di Atlante è un’opera veramente sui generis, che va a coprire una nicchia della narrativa fantastica abbastanza scoperta. Se vi piacciono le storie a enigma o i paradossi logici, amerete questo libro. Andando a gusto personale, posso dire che al momento Lo Specchio di Atlante è il miglior cavallo della scuderia di Vaporteppa. Alcuni preferiranno la caratterizzazione dei personaggi di Caligo (o le tettone della protagonista…), altri l’escalation di catastrofi de Gli Dei di Mosca, altri ancora la follia delle novelle di Mellick, ma in ogni caso credo che l’opera di Cicchetti non vi lascerà indifferenti. Provatela! E bravo Duca che l’ha rimessa in commercio in veste migliorata!

E a proposito di Vaporteppa…
E’ passato un po’ di tempo dall’ultima volta che abbiamo parlato di Vaporteppa; per la precisione, dall’articolo dedicato a Caligo di Alessandro Scalzo, e nel frattempo di cose ne sono successe parecchie. Ci sono un paio d’articoli che m’ero ripromesso di finire a proposito delle opere pubblicate dal Duca, e che di sicuro vedrete nelle prossime settimane, magari proprio nelle prime dell’anno nuovo:
– Un piccolo post dedicato ai tre racconti del concorso Steampunk rieditati e pubblicati gratuitamente, ossia L1L0, La maschera di Bali e Piloti e nobiltà. Sono racconti che meritano e mi dispiace di non aver ancora trovato il tempo per dire la mia.
– Un corposo post riepilogativo dell’opera di Mellick, in cui voglio ordinare i miei pensieri sulla quasi trentina di opere sue che ho letto, in vista della lodevole iniziativa del Duca di portarlo in Italia un pezzetto alla volta. Anche questo, era un articolo che avevo promesso già quest’estate – e che in effetti è per oltre metà già scritto – quindi non posso tirarmi indietro.
Infine, proprio ieri è uscito un nuovo romanzo di Vaporteppa, questa volta un inedito: Abaddon di Giuseppe Menconi. Me lo leggerò probabilmente durante le vacanze di Natale; vedrò poi di farvi sapere che ne penso!

Lo Specchio di Atlante Fanucci

La copertina dell’edizione Fanucci del 1991. La nuova copertina è molto più figa.

Qualche estratto
Dato che non voglio rovinarvi il piacere di scoprire da soli l’architettura a più mondi del romanzo, entrambi i brani sono presi dall’inizio del libro. Il primo viene dal prologo ed è la descrizione, con pov del mago Zephiro, degli effetti nefasti della malattia di Atlante; il secondo invece è il bellissimo dialogo tra Heron e il suo omuncolo nel momento di dirsi addio.

1.
Il Mago Zephiro, come ogni notte, chiuse gli occhi e abbandonò il proprio corpo.
La sua emanazione astrale veleggiò, ansiosa di valutare l’evolversi della malattia.
Un bosco di olmi diventato carnivoro.
L’ultimo figlio di un contadino nato con un piede caprino.
Il corso di un fiume deviato verso la sorgente, in un assurdo anello fluente.
Un vecchio sopravvissuto alla propria morte, che perseguitava la famiglia.
Un foro di tenebra apparso nel cielo del mattino.
Follia e assurdità, dove prima erano ordine e logica.
Scosse la testa: il male incalzava. Era necessario curare il gigante.
Atlante doveva guarire.
Zephiro levitò, affidandosi a una corrente stratosferica. Si librò oltre le montagne, sulla piana malata. Superò il bosco di eucalipti e sfiorò il cranio calvo di Dio.
Incrociò uno dei due Messaggeri, che volteggiò intorno al titano di granito. La creatura alata non poteva vederlo ma, in qualche modo, ne intuì la presenza. Stridette un messaggio ed espulse un grumo di guano sul naso poderoso di Atlante. Poi, volò via.
Il Mago virò, seguendone la scia. Rimase per un po’ dietro, quindi la superò e planò su Maniero. Scivolò attraverso la finestra della Torre Più Alta e rientrò nel proprio corpo.
E per evadere dalla follia del suo Mondo, si immerse nel mondo meno folle dei sogni.

2.
L’omuncolo era seduto sul cuscino, faceva girare i pollici e aspettava che l’ira del suo padrone sbollisse.
[…] «Dovevi proprio svegliarmi?» sbottò Heron, e si grattò la testa per scacciare la nebbia del sonno e l’orrore del sogno.
Il minuscolo, vecchio Heron sorrise con gli occhi. Il volto rugoso e la lunga barba candida erano gli stessi che sarebbero stati del padrone a novant’anni.
«Il mio tempo è finito,» disse con la voce sottile.
«È già trascorso un mese,» sussurrò Heron. Gli si strinse il cuore. Una stretta lieve e consueta, ormai.
Questo era il terzo sé stesso che lo lasciava. Sia maledetta l’insensibilità di Zephiro. Perché imporre agli Apprendisti di dare agli omuncoli il loro aspetto? Assistere al proprio decadimento fisico era una lezione di saggezza o di cinismo?
Il piccolo vecchio doveva aver seguito il corso dei suoi pensieri.
«Non rattristarti. La mia vita è stata lunga e intensa. Se ti ho servito bene, ne sono soddisfatto.»
Heron fece un sorriso un po’ storto.
«È più di quello che dirò io a novant’anni,» sospirò. «Scusa.»
«Perché?»
«Per prima. Per essermi adirato. Non potevi sapere che ero nel mio sogno.»
«Lo sapevo.»
Heron aggrottò le sopracciglia.
«Perché mi hai svegliato, allora? Tu non immagini quali possono essere le conseguenze del tuo atto.»
«Non angustiarti troppo per questo.»
«Ma Ilina—»
L’omuncolo sollevò una mano.
«Non si possono calzare due scarpe con un piede solo. E non si possono vivere due realtà. Prendi una decisione. Scegli la tua. Sia questa o il tuo sogno, non ha importanza. Ma scegli.»
Heron sbuffò.
«La cosa più irritante di voi omuncoli è che alla fine diventate tutti filosofi.»
Il volto del vecchio, che un giorno sarebbe stato il suo, era privo di espressione.
Anch’io so essere insensibile, a quanto pare. «Scusa…»
L’omuncolo scrollò le spalle.
«Zephiro vuole vederti.»
Cominciò a scendere dal letto, afferrandosi a fatica alle pieghe della coperta.
Heron fece per aiutarlo ma il piccolo scosse la testa.
«Vai via?» Gli venne un nodo alla gola, ma si sforzò di scioglierlo.
«Sì.» Il vecchio si fermò sull’uscio, più piccolo e grinzoso che mai. «Abbi cura di te.» E uscì.
Nessuno sapeva dove andassero a morire gli omuncoli.

Tabella riassuntiva

Un rompicapo affascinante su mondi paralleli che si intrecciano. Prosa discutibile tra avverbi a pioggia e riassuntoni.
Trama articolatissima e risoluzione degna del miglior giallo. Personaggi poco caratterizzati e non sempre coerenti.
Prosa concisa e ritmo serrato, non si riesce a smettere di leggerlo! Non si avverte la tensione della malattia di Atlante che avanza.
Sense of wonder a badilate.

(1) Ci sono delle importanti eccezioni.
Il dialogo tra Heron e il suo omuncolo all’inizio del primo capitolo è praticamente perfetto. Non solo ci mostra in poche righe tutto degli omuncoli e del loro rapporto coi loro creatori; è anche toccante e incredibilmente umano. L’omuncolo di Heron è tenerissimo e mette tristezza.
Un altro episodio che tocca le corde giuste è invece alla fine del romanzo: il dialogo tra Heron e l’altro Heron nella stanza degli specchi, in cui si decide il destino dei due mondi.

(2) Il caso più emblematico è durante il processo a Heron, verso la fine del romanzo. Heron accusa in tutta serenità Kalamon (in realtà l’altro Kalamon, ma lui non lo sa!), suo amico-rivale di una vita, di essere un assassino e un manipolatore senza scrupoli. Dopodiché, quando si scopre che Kalamon era innocente, non lo troviamo roso dal senso di colpa e la sensazione di essere uno stronzo (stava mandando a morte un innocente, e suo amico per giunta!). Nella scena successiva, quando Heron è diventato Maestro, lui e Kalamon sono nel migliore dei rapporti, nonostante ormai, tra due persone reali in circostanze analoghe, si sarebbe creata una tale spirale di diffidenza e risentimenti da rendere impossibile alcuna relazione normale.

(3) I cinque mondi principali sono: quello nativo dei protagonisti, quello sognato da Heron, il mondo dietro lo specchio, il mondo “malvagio” dietro lo specchio e il mondo tecnologico (il nostro?). In più, si gettano sguardi fugaci ad almeno altri due mondi: il mondo di Atlante alla fine del romanzo (attraverso il pov dell’altro Heron), e il mondo di sogno descritto da Kalamon/Kalem nella prima parte. Ora, si potrebbe obiettare che quest’ultima sia un’invenzione di sana pianta di Kalem, ma pensando a come viene descritto – una versione “malvagia” del sogno di Heron, quindi in linea con quello che potrebbero sognare gli abitanti del mondo “malvagio” – si può anche pensare che sia una descrizione sincera di un altro mondo.