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Gli Italiani #10: Tripletta di racconti steampunk

Steampunk BatmanNon ho mai avuto un amore particolare per lo steampunk; era solo un’ambientazione tra le tante. E’ quindi merito del Duca se negli ultimi anni è riuscito a farmi appassionare a tante opere di questo genere. Ho conosciuto grazie a lui l’opera di K.W. Jeter e il suo classico Infernal Devices, di cui vi ho parlato lunedì scorso; così come è grazie a lui se esistono sul mercato i tre racconti di cui vi parlerò oggi.
Tra Maggio e Settembre 2014, su Vaporteppa sono stati pubblicati tre inediti italiani. Altro non sono che le versioni riviste e corrette di tre dei quattro racconti finalisti del famoso concorso steampunk indetto dal Duca nel lontano 2010: L1L0, La maschera di Bali e Piloti e nobiltà. Ho monitorato per anni il destino di quei racconti – che nelle intenzioni originali del Duca, prima della nascita di Vaporteppa, avrebbero dovuti essere editati e raccolti in un’antologia autopubblicata – e mi ero ripromesso di parlarne una volta usciti. Ammetto di essere arrivato in ritardo: dall’uscita dell’ultimo dei tre sono passati alcuni mesi, e altri – come Taotor e Tenger – ci hanno già speso sopra degli articoli.

Ma una promessa è una promessa, e se posso aggiungere un minimo di pubblicità a qualcosa di bello sono più che contento. I tre racconti che seguono sono acquistabili gratuitamente su Amazon o Ultima Books.

L1L0
L1L0Autore: Pippo Abrami
Genere: Science-Fantasy / Steampunk
Tipo: Racconto

Anno: 2014
Pagine: 34 pg.
Editore: Antonio Tombolini Editore
Collana: Vaporteppa

L1L0 è un automa senziente, e ha una missione: irrompere in una caserma tedesca e salvare la figlia del suo geniale creatore, il dottor Loew, dalle grinfie dei soldati. Fin qui niente di nuovo, giusto? Se non fosse che L1L0 è l’automa più retard che si sia mai visto – composto da un bollitore e tre cervelli di scimmia, due tubi montati sulla testa che lo fanno sembrare un coniglio, l’unico motivo per cui non si è ancora suicidato dalla tristezza è che il dottore l’ha dotato del witz, l’umorismo fatalista ebraico. Riuscirà a mettersi in pace con sé stesso e completare la missione?
L1L0 è il racconto vincitore del concorso steampunk del Duca, e il primo dei tre finalisti ad essere pubblicato su Vaporteppa. Ridotto all’osso, il racconto di Abrami è una storia d’azione lineare, dal canovaccio visto mille volte: il protagonista deve irrompere in una base nemica, menare gli automi di guardia, portare in salvo la bambina e tornare indietro tutto intero. L’unica cosa che distingue L1L0 da altri cento racconti, è il protagonista, nonché voce narrante in prima persona. Ed è qui che Abrami ha fatto centro.

L’idea dietro il personaggio di L1L0, infatti, è talmente retard da essere geniale: un automa così atroce che si autodistruggerebbe piuttosto che contemplare la propria bruttezza, e l’umorismo giudaico utilizzato come strumento di sopravvivenza. Hmm, makes sense. Filtrato dal suo timbro vocale sarcastico e autoironico, tutto il racconto scorre in modo divertente senza veri momenti di noia. A questa idea si aggiungono tanti altri piccoli tocchi di classe, come il sistema gerarchico che governa i tre cervelli di scimmia, o il fatto che l’automa non abbia corde vocali, ma parli sputando strisce di carta con su stampate le sue risposte in CAPS LOCK.
Le parti dialogate, e in particolare gli scambi col dottor Loew, sono i momenti migliori del racconto; le battute di L1L0 non sono al livello di un Woody Allen, ma si lasciano leggere. Per contro la seconda metà del racconto, con i suoi combattimenti, è molto meno memorabile. La narrazione si fa più seria, scompaiono perlopiù le battute sarcastiche che erano il sale di questa storia; gli automi nemici tendono a sprofondare nell’anonimato, e la storia segue talmente il canovaccio collaudato delle trame d’azione che possiamo anticipare cosa succederà.
Peccato: se la componente d’azione fosse stata altrettanto originale e sopra le righe delle premesse, questo racconto sarebbe stato un piccolo capolavoro e il migliore dei tre. Anche così, comunque, è un close second; e vale sicuramente il tempo speso per leggerlo.

La Maschera di Bali
La Maschera di BaliAutore: Francesco Durigon
Genere: Fantasy / Horror / Steampunk
Tipo: Racconto

Anno: 2014
Pagine: 41 pg.
Editore: Antonio Tombolini Editore
Collana: Vaporteppa

Siamo nella Londra vittoriana, e il Dipartimento per le Scienze Oscure svolge degli esperimenti segreti con delle maschere tribali che pare abbiano poteri magici. Tutto procedere per il meglio, finché i ricercatori costringono un prigioniero a indossare la maschera della divinità Rangda: perché la maschera prende vita, trasformando l’uomo in un orribile demone divorauomini! Nel giro di poche ore, Londra è letteralmente invasa da orde di demoni e l’apocalisse sembra imminente. Ma chi può salvare la città dal totale annientamento? La veggente Abigail Murray, a cui i tarocchi hanno parlato: dovrà trovare un soldato, un automa e un vecchio lord, e solo allora avranno una speranza…
Dei tre racconti, questo è quello con la trama meno originale. La maschera di Bali si sviluppa come un horror d’azione, con il nostro pugno di eroi che deve mettersi in salvo dai mostri e trovare il modo di fermare l’invasione. Il racconto è narrato in terza persona con due POV che si alternano, quello di Abigal e quello di John Plye, soldato d’élite; ogni cambio di punto di vista coincide con un cambio di paragrafo, quindi non c’è mai il rischio di fare confusione, benché le due voci narranti tendano a parlare nello stesso modo.

Il grosso del racconto è occupato dai combattimenti contro le creature demoniache. La forza e la ferocia dei nemici sono rese molto bene – spesso l’unica speranza di salvezza durante uno scontro è la fuga – e i protagonisti appaiono qui molto più vulnerabili rispetto alla media delle storie d’azione. Alcune scene sono particolarmente adrenaliniche, come lo scontro sul vagone ferroviario. Tuttavia, dopo un po’ la formula diventa ripetitiva: in fondo questi mostri sono tutti uguali, un oceano di anonimi expendables, e l’investimento emotivo tende a calare mano a mano che si procede nella storia. Alcune scelte infelici nella gestione dei destini “individuali” dei personaggi completano il quadro.
Il plot twist che chiude la storia è piacevole e richiede un minimo sforzo intellettivo per essere colto. Tuttavia, quando si chiude La maschera di Bali, il finale intelligente non cambia l’impressione globale: ossia che non rimane molto, di quello che si è letto. Nessuna idea forte, nessun concetto o personaggio memorabile. Solo un pezzo di bravura sul tema dell’invasione mostruosa. Il racconto di Durigon è piacevole e adrenalinico, ma certamente è il più debole dei tre finalisti.

Piloti e Nobiltà
Piloti e NobiltàAutore: Diego Ferrara
Genere: Science-Fantasy / Steampunk
Tipo: Racconto

Anno: 2014
Pagine: 35 pg.
Editore: Antonio Tombolini Editore
Collana: Vaporteppa

Elsa è una pilota donna in un mondo di uomini. E se difendere le sue capacità non fosse già abbastanza difficile tutti i giorni, oggi il cavalier Sinisa ha portato a bordo del suo eligibile un gruppetto di tronfi nobili, per mostrar loro le doti del mezzo e sperare di vendere un po’ di pezzi. Ma per costoro, rimettere la propria vita nelle mani di una donna, anche solo per un giorno, sembra un affronto intollerabile. Riuscirà Elsa a farli arrivare sani e salvi alla fine della giornata, o la faranno uscire di testa prima?
Piloti e nobiltà era a mio avviso il migliore dei racconti del concorso già prima della revisione, e lo è ancora. La storia, narrata in prima persona da Elsa, è un concentrato di humour nero, tutto giocato sul conflitto tra la protagonista e i suoi insopportabili passeggeri. Da una parte, i nobili che deve scarrozzare in giro mostrano aperto scetticismo e un certo disprezzo all’idea che sia una donna alla guida; dall’altro, lei non fa molto per rendersi simpatica. In un’escalation di richieste assurde, insulti e sabotaggi involontari, la situazione precipiterà fino alla cinica – ma spassosa – conclusione.

Il racconto di Diego Ferrara ha tutto: ritmo – succede qualcosa di nuovo ogni poche righe – personaggi divertenti – i nobili passeggeri sono tutti delle macchiette, e anche Elsa non è certo una santa – conflitto. Si legge che è un piacere, senza mai sentire il bisogno di posarlo.
Ma sono soprattutto due i motivi per cui lo amo. Primo, a differenza degli altri due racconti, non serve un canovaccio convenzionale da storia d’azione: a tutti gli effetti, non si riesce a prevedere cosa succederà dopo o come andrà a finire. Secondo: non ci sono buoni o cattivi, non c’è un antagonista se non la stupidità umana. Il crescendo di disastri che travolgerà la gita in eligibile è il risultato di una serie di persone che fanno cose idiote piuttosto che un atto di malizia deliberata, e quindi è tanto più simile alla vita reale. A questo si aggiungono poi una serie di belle idee, come il sistema di alimentazione dell’eligibile.
L’autore, Diego Ferrara, è una vecchia conoscenza per chi segue Tapirullanza: avevo già dedicato un articolo al suo Soldati a vapore, novella ucronica steampunk autopubblicata, ed edita dal Duca ai tempi in cui Vaporteppa non esisteva manco sulla carta. La novella era piacevole, ma la compattezza e il ritmo di questo racconto lo rendono il migliore dei due. Un paio di riferimenti inseriti in Piloti e nobiltà, comunque, mi fanno pensare che racconto e novella condividano la stessa ambientazione ucronica; a questo punto spero che Ferrara faccia trentuno e scriva un vero e proprio romanzo ambientato in questo universo, o magari espanda l’originale Soldati a vapore.

Donna pilota

Questa è follia!

Dei tre, Diego Ferrara è di sicuro l’autore più completo, e a mio avviso potrebbe tranquillamente buttarsi a capofitto in un romanzo, mentre Durigon è quello più acerbo; ma tutti e tre i racconti valgono la pena di essere letti. Sommati assieme fanno poco più di un centinaio di pagine (e sto contando note dell’autore e tutto il resto!): vuol dire che si possono leggere tutti e tre nell’arco di un pomeriggio.
Oppure no. Ci sono tante cose che si possono fare in un pomeriggio. Come guardarsi in loop per sei ore Serbia Strong in versione ragtime. Ora che ci penso… quali modi migliori ci sono mai al mondo per occupare un pomeriggio?


Che poi il ragtime è stato inventato alla fine dell’Ottocento, quindi con lo steampunk ci sta pure bene.

Qualche estratto
Ho selezionato un brano per ciascuno dei tre racconti; li metto tutti in fondo per evitare confusione nel corpo dell’articolo. Have fun!

L1L0
Stiamo costeggiando il fiume, anche se non possiamo vederlo: una fila interminabile di mulini generatori ne precludono la visuale. La lanterna di uno scambio si avvicina. Doc Loew diminuisce la velocità e si sporge con l’arpione da manovra. Non ho bisogno di leggere il cartello per sapere di che bivio si tratta.
Scambio N.41: direzione Lhotka, Kamyk e Libus.
Il Nucleo possiede a memoria tutta la ragnatela ferroviaria di Praga e dintorni.
“HAI RIEMPITO LE SCIMMIE DI NOTIZIE INUTILI, DOC.”
La Fornarina prende la via sulla sinistra, ci allontaniamo dal fiume.
«Prima di mesmerizzare la tua personalità e il registro tattico dovevo prendere confidenza col suggestore ipnotico: ho fatto pratica con i testi che avevo sottomano.»
“IL COMPENDIO ENCICLOPEDICO IMPERIALE?”
«Solo i volumi dal primo al nono… tranne il numero sette. Il settimo volume l’ho prestato mesi fa e non è più tornato. Però l’ho rimpiazzato col catalogo postale Trocéro-Printemps, dovevo testare la tua capacità di calcolo.»
Fantastico. Ho stipato nel Nucleo circa novantamila pagine di cultura generale con i relativi prezzi (spedizione inclusa sopra le venti corone), l’equipaggiamento indispensabile per ogni macchina assassina. Sto per assaltare un comando operativo dell’esercito prussiano armato di consigli per gli acquisti.
Strano, la cosa non mi disturba quanto dovrebbe.
“PERCHÉ TUTTO QUESTO MI SEMBRA SOLO UN PESSIMO SCHERZO?”
Doc Loew si alza in piedi, si massaggia una tempia, passeggia nella cabina della locomotrice. Impiega quasi un minuto a trovare le parole.
«È… è il Witz, l’umorismo ebraico…»
Visto le parole che trova, poteva sforzarsi un po’ di più.
«Il Witz è il fondamento della tua personalità indotta. Impregna ogni tuo processo mentale e… ogni tuo messaggio. Purtroppo.»
“MI HAI FATTO IRONICO E FATALISTA?”
Doc Loew si guarda le scarpe.
«Una definizione corretta…»
Si gratta dietro un orecchio.
«Era l’unico archetipo caratteriale che poteva accettare la tua condizione esistenziale senza… senza…»
“DAR FUORI DI MATTO?”
«Porre fine volontariamente alla propria situazione… in maniera irreversibile.»
Credo di capire: quando uno scopre di essere composto da tre cervelli di scimmia e un bollitore, deve poterla buttare sul ridere, o il primo istinto che avrà sarà quello di farsi saltare il Nucleo con un colpo di moschetto.

La maschera di Bali
Lord Fairfax […] infilò la maschera sul volto insanguinato del soggetto, calcandola per bene con il palmo della mano.
Il Soggetto 37 cadde a peso morto, sorretto dalle catene ai polsi. Il pianto cessò con un sibilo aspirato, la luce delle lampade a gas s’affievolì tremando.
Abigail trattenne il fiato.
Qualcosa è fuori posto.
Nella penombra Lord Fairfax passò con gli occhi da Abigail al soldato Parson, la fronte corrugata.
La pendola a muro scandì l’una di pomeriggio. Il suono riecheggiò sordo nella stanza, come rallentato.
La luce tornò stabile.
Lord Fairfax si lisciò i capelli all’indietro e aggiustò il panciotto tirandolo da sotto. «Bene.» Tossì imbarazzato. «Possiamo riprend—»
Il Soggetto 37 scoppiò a ridere, la risata stridula di una vecchia. Alzò la testa di scatto e il corpo si sollevò da terra, fluttuando a mezz’aria.
Abigail si portò una mano al petto. Mio Dio!
Lord Fairfax arretrò di un passo, le braccia a schermare il volto.
La pelle ai lati della maschera si sciolse come cera e colò a terra, sostituita da una rete di vene blu. Il volto di legno penetrò nella faccia col sibilo della carne che brucia. Gli occhi si spalancarono, piansero sangue. La bocca scattò in un ghigno divertito e i capelli crebbero lunghi e folti, ondeggiando assieme al corpo sospeso in aria. Tra le fauci si srotolò una lingua blu, lunga fino al petto.
Lord Fairfax si avventò sul Soggetto 37 e gli strinse le mani ai lati della maschera. Il mostro lo spinse via, mandandolo a sbattere di testa contro la gabbia.
«Milord!»
Lord Fairfax si aggrappò alle sbarre, le palpebre socchiuse percorse da un tremolio, e si accasciò sul pavimento.
Parson fece fuoco tre volte col revolver. Il mostro tornò con i piedi per terra, le ferite in pieno petto che chiazzavano a malapena la camicia a righe bianche e nere. Afferrò le catene che lo imprigionavano e le strappò dalle sbarre della gabbia. Parson tremava. Il revolver gli scivolò di mano e cadde a terra. Il mostro si strappò le catene dai piedi, raggiunse il soldato con un balzo e gli trafisse lo stomaco con una mano artigliata.
Lo fissò.
Rise.
Inclinò la testa e gli soffiò del fumo viola sul volto.
Abigail afferrò la borsa e si fiondò fuori dalla stanza.
La creatura scoppiò di nuovo a ridere, la risata di una vecchia strega. Nel corridoio Abigail premette le mani sulle orecchie e gridò a pieni polmoni.

Piloti e nobiltà
«In questa bara non c’è nemmeno un finestrino. Come diavolo facciamo a vedere qualcosa?»
La voce proveniva dall’interfono di collegamento con il vano posteriore. Elsa e Cesare si scambiarono un’occhiata.
«Signori, vi prego.» Questa era la voce di Sinisa. Attraverso la distorsione dell’interfono suonava ancora più untuosa. «Vi ricordo che questo apparecchio è solo un prototipo. Il progetto di prima generazione prevedeva un impiego militare. Voi sedete in effetti nell’alloggiamento che doveva ospitare una squadra di fanti di marina, è normale che non ci siano finestre. Ma i modelli ad uso civile sono tutti dotati di oblò panoramici.»
«Comunque a me sembra più un carro bestiame che un velivolo,» disse un’altra voce, «inoltre non pensi che mi sia scordato chi c’è di là ai comandi, Cavaliere.» Una breve pausa, come per prendere fiato. «Io ho combattuto quei dannati austriaci a Sommacampagna. Abbiamo respinto per un giorno intero quei maledetti Krebs e tutte le diavolerie che ci tiravano addosso. E non ricordo che ci fosse una sola donna nel mio reparto. Non una!»
«Ecco… tecnicamente questo non è più un velivolo militare, signor Conte. Appartiene all’aviazione civile, e—»
«Me ne frego! Nessuna donna può pilotare una macchina volante. È contro natura!»
Qualcuno pronunciò delle parole in una lingua straniera.
«Sua Eccellenza el Marqués domanda quando sarà possibile vedere qualcosa,» tradusse una voce dall’accento marcato, «o se passeremo tutto il viaggio rinchiusi aquì.»
«Ma certo che no. Dica a Sua Eccellenza che lo condurrò in cabina di pilotaggio tra un minuto, in modo che possa ammirare uno scorcio della nostra meravigliosa città.»
Elsa alzò gli occhi al soffitto.

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I Consigli del Lunedì #45: Infernal Devices

Infernal DevicesAutore: K.W. Jeter
Titolo italiano: Le macchine infernali
Genere: Fantasy / Proto-Steampunk / Commedia
Tipo: Romanzo

Anno: 1987
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 290 ca.

Difficoltà in inglese: ***

For me, London’s grey veil, smoke and fog, has been brushed aside. Happy are those who mistake the painted curtain for the reality behind…

Questa è la triste storia di George Dower, artigiano e gentiluomo della Londra del XIX secolo, e di come il suo nome è caduto per sempre nell’infamia.
Suo padre era una delle più grandi menti della sua epoca, un orologiaio capace di costruire qualsiasi sorta di complicato meccanismo, da astrolabi ad automi musicisti a strutture gigantesche dalla funzione incomprensibile. Ma Dower senior non ha trasmesso nulla della sua arte al figlio, e a due anni dalla sua morte, George ha ereditato la sua bottega e un mucchio di creazioni lasciate a metà di cui non capisce il senso. Con l’aiuto del servo Creff, prova a mandare avanti il business di famiglia, facendo le riparazioni più semplici, ma ha ormai cominciato a diffondersi la voce che il figlio non è all’altezza del padre.
La vita di Dower cambia il giorno che nella sua bottega entra un uomo dalla pelle nera come l’ebano, che gli chiede di riparare uno dei misteriosi aggeggi del padre, e gli lascia come anticipo un’assurda moneta con un viso di pesce inciso sopra. Dower commette l’errore di accettare ignaro che sono in molti a desiderare il marchingegno che l’uomo gli ha lasciato in custodia. Strani individui cominciano a frequentare il negozio; presto Dower si troverà invischiato in una rete di intrighi e malaffare, e scoprirà l’esistenza di un’altra Londra, una Londra sordida e occulta che non poteva immaginare…

Ci sono due modi, stringi stringi, per fare steampunk. Uno è l’approccio serio: immaginare un mondo, o un futuro alternativo, in cui la tecnologia ha imboccato una strada diversa rispetto alla nostra. Le premesse possono essere improbabili o assurde, ma l’autore sviluppa il mondo conseguente in modo rigoroso e mira alla credibilità. Questo è l’approccio di The Difference Engine, il romanzo scritto a quattro mani da Gibson e Sterling che presentai su Tapirullanza un paio di anni fa, e di altre opere di cui ho parlato sul blog nel corso del tempo (come le italiane Soldati a Vapore o Caligo, che però scelgono un approccio meno spocchioso e danno più spazio all’umorismo). C’è poi l’altro approccio, cosiddetto gonzo-historical: commedie più o meno dementi che ci buttano in un mondo di automi a vapore, razzi su Marte e ipocrisia vittoriana senza alcuna pretesa di credibilità – così, per ridere. Le prime opere identificate come ‘steampunk’ erano quasi tutte molto più vicine a questo spirito che non all’ucronia seria di Gibson e Sterling (1); ed è sicuramente a questo filone che appartiene il divertentissimo Infernal Devices.
Era da parecchio tempo che volevo parlare del romanzo di K.W. Jeter. Abbiamo già incontrato questo autore con il Consiglio dedicato all’affascinante – ma negletto – Farewell Horizontal, ma il suo nome in realtà è apparso su questo blog molto più spesso; vuoi perché è l’involontario coniatore del termine ‘steampunks’ (quindi, vuoi non tirarlo in mezzo ogni volta che sei in argomento?), vuoi come esempio negativo di carriera letteraria sfortunata, vuoi perché a mio avviso, per la sua immaginazione assurda, è una specie di precursore della Bizarro Fiction. Era solo questione di tempo, prima che decidessi di dedicare un intero articolo a uno dei suoi romanzi giustamente più celebri.

Steampunk meme

Per essere uno dei classici dello steampunk di prima generazione, Infernal Devices appare da subito anomalo; ed è sicuramente molto diverso da tutto ciò che è arrivato dopo. Tra le sue pagine non troverete dirigibili, né lotte sindacali per i diritti dei lavoratori, né ucronie politiche, né macchine analitiche – in effetti, non troverete proprio macchinari alimentate dal Vapore. Le macchine infernali del titolo, e che rappresentano il centro e il “motore” della storia, le macchine inventate dal padre di Dower e che gli renderanno la vita un incubo – sono tutte meccaniche, meccanismi a orologeria. Il romanzo è ambientato intorno alla metà dell’Ottocento (2), quindi in un periodo anteriore rispetto a quello ‘classico’ dello steampunk (che in genere è ambientato durante la belle époque), più vicino a Dickens che non a Wells. Quindi cos’è, clockpunk?!
Aldilà delle etichette, ecco cos’è Infernal Devices: una commedia farsesca che riprende e prende in giro tutti gli stilemi della narrativa e dell’immaginario vittoriano. Scritto in prima persona da Dower, con il suo aplomb da londinese della piccola classe media, come se fossero le sue memorie, è una serie di avventure più o meno idiota che ci catapulterà tra uomini pesce, quartieri segreti di Londra, automi senzienti dall’impareggiabile potenza sessuale, uomini che vedono il futuro, macchinari titanici in grado di distruggere il mondo e la Lega delle Donne per la Soppressione dei Vizi Carnali. Non ci chiede di prenderlo sul serio, solo di divertirci.

Uno sguardo approfondito
Essendo scritto in prima persona, Infernal Devices è strutturato come la più classica delle pappardellone vittoriane sia nello stile che nella struttura. Il romanzo si apre con una cornice in cui Dower, rifugiato in un’anonima casupola in un sobborgo di Londra dove conduce una grigia esistenza, dichiara che ci racconterà come, vittima di un fato avverso e della malvagità degli uomini, la sua reputazione sia stata distrutta per sempre. Anche quando entriamo nel vivo della storia, la cornice aleggia sempre su di noi: il Dower posteriore interviene spesso e volentieri con digressioni, flashforward, e commenti inutili (ma squisitamente ottocenteschi), tipo che le sue mani tremano mentre scrive al solo pensiero di ciò che sta per raccontare!
Questa ampollosità intenzionale contagia tutti gli aspetti della prosa di Infernal Devices. Dower parla un inglese ottuso e che puzza di vecchio, pieno di termini caduti in disuso. Ecco un esempio dall’incipit: “Reader, if the name George Dower, late of the London borough of Clerkenwell, is unfamiliar to you, I beg you to read no further. Perhaps a merciful fate – merciful to the genteel reader’s sensibilities, even more so to the author’s reputation – has spared a few souls acquaintance with the sordid history that has become attached to my name.” O: “When I at last roused myself from my thoughts, what remained of my breakfast had passed from unattractive to inedible.” Il timbro di Dower dilata le scene, riempiendole di commenti e digressioni, e di conseguenza il ritmo della storia rimane sempre modesto.

Clerkenwell

Uno scorcio dell’ameno quartiere di Clerkenwell, dove si trova la bottega di Dower e dove è ambientata una grossa parte del romanzo.

Illeggibile? Nient’affatto. Le prime pagine possono lasciare perplessi, ma una volta capito come funziona ci si lascia catturare in fretta dagli ingranaggi della storia. E questo per tre motivi.
Primo, l’elemento mystery. Jeter è molto bravo a sollevare, fin dal primo capitolo, una serie di enigmi per il lettore. Chi è e da dove viene lo strano uomo dalla pelle bruna che si è presentato nel suo negozio? Cosa significa la moneta con su il profilo di un pesce e l’incisione “Saint Monkfish”, con cui l’uomo l’ha pagato? E a cosa servirà il misterioso marchingegno che gli ha chiesto di riparare? La massa di macchine dal funzionamento misterioso ma dai poteri fantastici costruite dal padre di Dower, che aleggia costantemente sulla narrazione, è un motore costante per la curiosità del lettore. Come in una buona serie tv, nei primi capitoli le domande continuano ad accumularsi (e solo ogni tanto Jeter ci getta qualche risposta per tenerci buoni), mentre solo verso la fine del romanzo tutti i vari misteri trovano una soluzione. Alla fine della storia, tutte le domande avranno risposta, anche se non tutti i tasselli del puzzle si inseriscono in modo elegante. E lo stesso aplomb di Dower si rivelerà essere non soltanto una divertente trovata stilistica, ma un elemento di trama che si incastra alla perfezione con gli altri.

In secondo luogo, Infernal Devices è divertente. I misteri del romanzo non sono una roba cupa alla Lost, ma una serie di vicende idiote in cui Dower viene pestato, insultato, stordito, rapito, ingannato, o combina qualche disastro che mette in fuga una popolazione sconvolta. Non solo la prosa ampollosa non rema contro questo andamento da commedia, al contrario: il bello della storia è proprio il contrasto tra il tono pacato e un po’ melodrammatico di Dower e le disgrazie che gli capitano.
In terzo luogo, di cose in questo romanzo ne succedono veramente tante. La prosa pseudo-vittoriana che si trascina e allunga il brodo è controbilanciata (soprattutto dopo i primi capitoli, un po’ più lenti) da una serie continua di situazioni rocambolesche, inseguimenti, scoperte, apparizioni di strani personaggi. Dower viene spedito da una parte all’altra della Gran Bretagna, e poco alla volta farà la conoscenza con una serie di macchine impossibili del padre – dal gigantesco ordigno che affonda nelle viscere della Terra e, si dice, sia in grado di farla esplodere, al Paganinicon, un automa capace di riprodurre alla perfezione tutti i talenti del fu Niccolò Paganini (e le nobildonne di tutte le grandi corti europee sono pronte a giurare che la sua abilità col violino non fosse né l’unica né la principale delle sue doti…).


Rondò “La Campanella”, terzo movimento del Concerto per Violino e Orchestra No.2 di Paganini, una delle sue composizioni più celebri.

Altro piccolo tocco che aiuta a immergersi nella vicenda, tutti i personaggi hanno la propria voce. Accanto allo stile pesante di Dower, troviamo l’inglese semplice e diretto del servo Creff (“Lord, Mr Dower, it’s an Ethiope!” whispered Creff. “And crazed – a murderous savage!”), il rude cockney dei cocchieri dei bassifondi, degli scaricatori di porto, dei furfanti (“More ‘n likely, she’ll say it’s your own bloody fault, for being such a gawp.”), la parlata stile Yoda dell’uomo dalla pelle bruna (” “Your warning I accept,” he said at last. “Nevertheless, worthwhile will I make it to attempt what you can.”). Ma su tutti, arriva come un fulmine a ciel sereno, in mezzo a tutti questi personaggi che sembrano usciti da una brutta parodia della Londra vittoriana, la parlata di Scape: “Jesus H. Christ,” I heard him whisper to another figure behind him. “Sure gotta deal with a lot of dim bulbs around here”.
Scape, lo strano e burbero omaccione dagli occhiali dalle lenti azzurre, che parla come se fosse uscito dai nostri anni ’70 (“Shit – did Bendray send you here? That sonuvabitch; never tells me a goddamn thing”) e sembra trovarsi al centro della rete di intrighi del romanzo, è forse uno dei migliori personaggi mai usciti dalla penna di Jeter. Ma non scherzano neanche lo svaporato nobile decaduto Lord Bendray, la ninfomane Miss McThane – compagna di scorribande di Scape – o la nevrotica Mrs. Wroth. Certo, sono tutte delle macchiette, senza vera profondità psicologica. Ma dato il tono umoristico del romanzo, e la costruzione a sketch delle scene, svolgono la loro funzione più che bene.

Certo, Infernal Devices è ben lontano dalla perfezione.
L’ultima parte del romanzo, in particolare, sembra scritta un po’ di fretta, come se Jeter avesse avuto bisogno di concludere per incassare l’assegno. E’ vero che arrivano tutte le risposte ai misteri sollevati, e si ottiene un senso di chiusura; ma queste risposte arrivano affastellate, buttate una in fila all’altra, e soprattutto, arrivano quasi tutte attraverso dialoghi invece che attraverso avvenimenti reali. Sono, cioè, spiegate, raccontate, e non mostrate. Non tutte le spiegazioni inoltre sono convincenti, e in particolare il legame tra i due temi fondamentali della trama (quello biologico della razza degli uomini pesce, e quello meccanico delle invenzioni del padre geniale) rimane debole.
Se quindi la nostra razionalità è soddisfatta che la trama abbia un senso e che non ci siano plothole, dal punto di vista emozionale siamo tutto meno che soddisfatti: non si riceve, nella rivelazione, un piacere pari all’investimento che avevamo fatto nel mistero iniziale. Ed è un vero peccato, perché con un po’ di sforzo e non molte pagine in più, Jeter avrebbe potuto ristrutturare l’ultima parte in modo da farci avere la soluzione in modo molto più appassionante. Per converso, il finale vero e proprio è assolutamente geniale e mi ha fatto sganasciare.

Jesus H. Christ

Né questo è l’unico limite di Infernal Devices. Quello principale sta nella natura stessa del romanzo: e cioè di non voler essere nient’altro che una lettura divertente e scanzonata. La storia è della lunghezza giusta per appassionare senza diventare ripetitivo; ma se lo si chiude con un sorriso, è anche vero che si tende a dimenticarlo in fretta (se non per alcuni particolari particolarmente immaginifici e divertenti). Non è certo una di quelle letture che ti cambiano la vita. Né è materiale particolarmente formativo per chi voglia scrivere narrativa steampunk, dato che, per come intendiamo oggi il termine, di steampunk non ha molto.
Ciò detto, vale la pena di leggere Infernal Devices? Sì, e per la stessa ragione per cui consiglio tutto ciò che passa per questo blog: perché è insolito, originale, e perché è piacevole da leggere senza essere stupido. E, nel modo vivace in cui tratteggia le relazioni tra i personaggi e mette gli eventi della storia uno in fila all’altro, anche una buona lezione di storytelling. Scorretevi il primo capitolo, giudicate se potete digerire lo stile bislacco, e in caso andate avanti, che non ve ne pentirete. E poi, che diamine, c’è l’automa di Paganini con il cazzone a orologeria! Che cosa volete di più?

E se ne volete ancora: Fiendish Schemes
Fiendish SchemesAnno: 2013
Pagine: 350

Sono passati decenni da quando Dower è fuggito da Londra in cerca della pace e dell’anonimato, dopo che la sua reputazione è stata completamente distrutta dagli avvenimenti di Infernal Devices. Ma non si può dire che da allora la vita gli abbia sorriso. Ormai raggiunta la mezza età, rifugiato in totale miseria in un remoto paesotto della Cornovaglia, sta contemplando il suicidio con la rivoltella del padre, quando dal mare arriva un uomo con una proposta d’affari. Un affare che potrebbe renderli entrambi ricchissimi.
L’unico problema? Che, ancora una volta, l’impresa coinvolge il ritrovamento e la messa in funzione di un’invenzione del suo dannato padre. Dower si dovrà imbarcare in una nuova avventura senza senso, tra balene parlanti, oceani senzienti, fari con le gambe e uomini locomotiva, il tutto mentre nella terra d’Albione è ormai arrivata l’età del Vapore e le sue macchine infernali.

Fiendish Schemes puzza di operazione a tavolino da due chilometri di distanza. A quasi trent’anni dall’uscita del romanzo originale, e proprio negli anni di apice della febbre steampunk, Jeter se ne esce con un seguito pubblicato dalla stessa casa editrice – la Angry Robot – che due anni prima gli aveva ripubblicato Infernal Devices. Ora, ignoro da chi sia partita l’idea, se da Jeter o dall’editore. Forse era una clausola del contratto originale: Angry Robot si sarebbe impegnata alla ripubblicazione dei romanzi steampunk di Jeter (oltre a Infernal Devices, anche Morlock Night), a patto che lui avesse scritto un sequel di quello di maggior successo. O forse hanno visto che la riedizione di Infernal Devices vendeva bene e si son detti: perché no? Elementi sufficienti, comunque, per prendere il mano il nuovo romanzo con estremo scetticismo.
Be’, mi sbagliavo – almeno in parte. Apparentemente, Fiendish Schemes riprende fedelmente gli elementi fondativi del suo predecessore: la prosa ampollosa (ma ho la sensazione che qui sia ancora più esasperata che non in Infernal Devices), la sequela picaresca di avvenimenti grotteschi, la sfiga perenne che aleggia sopra Dower, il tono semiserio. Ma in realtà i due romanzi sono piuttosto diversi.

Rivoluzione industriale

Dilettanti: noi abbiamo locomotive che fanno sesso!

In primo luogo, Fiendish Schemes è uno steampunk vero e proprio, secondo la definizione corrente del termine. Se Infernal Devices ci mostrava una Londra nascosta e ignota ai più, calata però nel vero mondo del primo Ottocento, nei decenni che intercorrono tra i due romanzi l’Inghilterra si trasforma in un vero mondo ucronico, con macchine alimentate a vapore e marchingegni impossibili ovunque. Quella di Fiendish Schemes è un’Inghilterra con pistoni e stantuffi a ogni angolo di strada, una follia collettiva per i prodigi del Vapore, e pure una pratica underground di modificazioni corporee in vero stile “cyberpunk-fatto-con-lo-steampunk”. Per non parlare delle degressioni sul meatpunk e sul coalpunk! E’ tutto assolutamente idiota, ma in una maniera molto consapevole e meta-letteraria, e comunque nell’atmosfera umoristica del romanzo funziona.
In secondo luogo, la struttura del romanzo è meno improntata all’azione e più al worldbuilding. Il grosso del romanzo consiste in un Dower sballottato dai suoi “compagni d’avventura” in giro per l’Inghilterra e Londra, a scoprire cos’è cambiato nel mondo durante i suoi decenni di eremitaggio e quali assurdità ci riservi il Futuro. Insomma: si parla e si vede molto, ma al tempo stesso succede poco.

C’è una serie di ovvie ragioni per cui Fiendish Schemes non è un romanzo interessante come il suo predecessore. In primo luogo, been there done that: Infernal Devices era interessante perché era una novità, perché era diverso da tutto il resto. Ora che prendiamo in mano questo sequel, abbiamo capito come funziona e la scintilla di curiosità e sorpresa si è bell’e che spenta. A questo c’è poi da aggiungere che Fiendish Schemes è troppo lento. Già il primo romanzo aveva uno stile tendente ad allungare il brodo, ma almeno era pieno di scontri, inseguimenti, misteri, colpi di scena; qui le lungaggini sono ancora più estese, di azione ce n’è pochina e le digressioni infinite.
Nonostante questo, però, devo ammettere che il romanzo è meglio di quanto mi aspettassi al momento dell’acquisto. Idee geniali e trovate grottesche non mancano, e alcune sarebbero degne della miglior Bizarro Fiction. Il problema è che la struttura in cui queste belle trovate sono inserite è ripetitiva e insulsa. Fiendish Schemes non è un romanzo che mi sentirei di consigliare; ma se avete già letto il libro originale e vi manca la sua atmosfera ampollosamente retard, buttateci un occhio. Magari vi piace.

Altro che quella troiata di Steamed! Jeter ha inventato il vero sesso steampunk, ed è in Fiendish Schemes!

Dove si trovano?
Entrambi i romanzi si trovano in lingua originale su Library Genesis , mentre su Bookfi.org (il nuovo nome di BookFinder) si trova solo Infernal Devices, sia nella prima edizione che nella riedizione di Angry Robot (interessante per la prefazione di Jeter stesso e la postfazione di VanderMeer). Per la traduzione italiana del romanzo originale, cercate “Le macchine infernali” su Emule; mentre non mi risulta che Fiendish Schemes sia mai stato tradotto in italiano.

Qualche estratto
Non è facile scegliere gli estratti per Infernal Devices, perché gli sketch di questo libro si sviluppano nel corso di pagine, come accumulo di assurdità su assurdità fino a raggiungere le proporzioni di una valanga. Alla fine ne ho selezionati un paio che spero ben sintetizzino stile e atmosfera del libro.
Il primo brano è preso dall’inizio del romanzo, ed è la captatio del narratore al lettore in cui sono sintetizzati gli avvenimenti che accadranno nel corso della storia ed è steso una specie di umoristico “piano dell’opera” – una cosa molto ottocentesca, di cui avevamo visto l’inizio già nel corpo dell’articolo. Il secondo è tratto uno degli episodi più demenziali e grotteschi del romanzo: Lord Bendray che spiega a Dower lo scopo di una delle più grandi invenzioni del padre…

1.
Reader, if the name George Dower, late of the London borough of Clerkenwell, is unfamiliar to you, I beg you to read no further. Perhaps a merciful fate – merciful to the genteel reader’s sensibilities, even more so to the author’s reputation – has spared a few souls acquaintance with the sordid history that has become attached to my name. Small chance of that, I know, as the infamy has been given the widest circulation possible. The engines of ink-stained paper and press spew forth unceasingly, while the even more pervasive swell of human voice whispers in drawing room and tenement the details that cannot be transcribed.
Still, should the reader be such a one, blessedly ignorant of recent scandal, then lay this book down unread. Perhaps the dim confines of the sick-room, or the wider horizons of tour abroad, far from English weather and the even darker and more permeating chill of English gossip, have sheltered your ear. There can be only small profit in hearing the popular rumours of that dubious scientific brotherhood known as the Royal Anti-Society, and the part I am assumed to have played in its resurrection from that shrouded past where it had lain as mythological shadow to Newton’s Fiat live.
Such happy ignorance is possible. Only the sketchiest outline has been made public of Lord Bendray’s investigations into the so-called Cataclysm Harmonics by which he meant to split the earth to its core. Even now, the riveted iron sphere of his Hermetic Carriage lies in the ruins of Bendray Hall, its signal flags and lights tattered and broken, a mere object of speculation to the attendants who listen patiently to the tottering grey-haired figure’s inquiries about his new life on another planet.
The discretion that sterling can purchase has saved the heirs of the Bendray estate further embarrassment. Not for the purposes of spite, but to remedy the damage done to my own and my father’s name, will I render a complete account of Lord Bendray’s fateful musical soiree in these pages.
The rain begins, spattering on the panes of my study window. Before the heaped coal-grate, the dog sleeping on the rug whines and scratches the floor. An apprehensive tremor blots the ink from the pen in my hand, and in my waistcoat pocket a coin of no value, save as a dread keepsake, grows cold through layers of cloth against my flesh. No matter; I press onward.

2.
  Lord Bendray led me further into the laboratory’s reaches. “Steady on, there,” he cautioned after a few minute’s wavering progress.
“Pardon? Christ in Heaven!” I leapt back from the edge of a circular chasm; another step would have precipitated me into its inky depths. A fragment of stone fell from the stone lip; no sound came back of it reaching bottom.
Lord Bendray stationed himself before the hole. It curved round in either direction for some distance, appearing large enough to have swallowed a small village such as the loathsome Dampford beyond the Hall’s gates. The far edge was hidden from view by rough stone pillars that descended into the pit, their lower ends lost to sight in the darkness. Above them, an intricate arrangement of cross-beams, great geared wheels taller than a man, chains thick enough to suspend houses by, and other machinery looped and dipped to make connection with the pillars.
My host gazed raptly at the stone. “They go down,” he pronounced solemnly, “straight to bedrock. And beyond – hundreds of feet.” He looked back at me. “Your father’s last creation. Such a tragedy that he died before this – his masterpiece – could be set into operation.”
[…] The hairs at the back of my neck began to stand up, as I sensed a madness even greater than I had at first suspected.
Glancing over his shoulder, Lord Bendray read the awful surmise visible in my face. “Yes – you’ve got it – you’ve got it, my boy! Exactly so! The senior Dower was a master of that Science properly known as Cataclysm Harmonics. Just as the marching soldiers transmit the vibrations that bring the bridge tumbling into bits, so this grand construction–” He gestured towards the stone pillars stretching down into the pit. “Your father’s greatest creation – so it is designed to transmit equally destructive pulsations into the core of the earth itself. Pulsations that build, and reinforce themselves – marching soldiers! Hah! Yes – until this world is throbbing with them, and shakes itself to its component atoms!” The vision set him all a-tremble. “The bridge collapses; the world disintegrates… Just so, just so.” He nodded happily.
I stared up at the construction, appalled by the old gentleman’s fervour. Could it be? I was struck with a dread certainty that he had spoken the truth. My father’s creation… Surely there could be no doubting it. If such a thing were the product of his genius, then, for good or ill, it very likely was as potent as all else that had come from his hand and mind.
“But–” I looked to him, baffled. “What would be the purpose of such a destruction?” A terrible vision centred itself in my thoughts, of mountains splitting in twain, deserts shivering as the oceans welled up in their midst, the grinding of splintered stone and the shrieking of women. “What cause would it serve?”
He gazed at me with patient benevolence. “Why, that of which we were just speaking,” he said. “That of contacting those wise, advanced beings on the other worlds. What possible signal could be better? Surely, creatures that are capable of shattering the world on which they live, would be perceived by those intelligences as beings worthy of respect and attention. It stands to reason.”

Tabella riassuntiva

Follia pseudo-vittoriana raccontata alla maniera del romanzo d’appendice dell’800! La prosa ampollosa e le digressioni continue possono stufare.
Dialoghi esilaranti e personaggi surreali.  Divertente, ma privo di “profondità”.
Crescendo di misteri che stimola ad andare avanti. L’ultima parte sembra scritta un po’ di fretta.
Le invenzioni di Dower senior sono una più geniale dell’altra.

(1) Le due eccezioni che mi vengono in mente sono The Warlord of the Air (1971) di Michael Moorcock e A Transatlantic Tunnel, Hurray! (1972) di Harry Harrison. Entrambe le opere precedono di una decina d’anni quelle del triumvirato Powers-Jeter-Blaylock, e pur non avendo manco alla lontana il rigore speculativo di The Difference Engine, sono a tutti gli effetti delle ucronie con qualche pretesa di serietà.

(2) Nel romanzo non viene mai detto con precisione in che anno ci troviamo, ma alcuni indizi permettono di collocarlo tra il 1841 e il 1850.
Il più importante di questi indizi è il riferimento al violinista Niccolò Paganini. Nella scena in cui Dower viene raccattato dalla carrozza di Mrs. Wroth, e il protagonista fa conoscenza con il Paganinicon, ci viene detto che l’artista è scomparso da poco (Mrs. Wroth è rammaricata di non averlo potuto “provare”, mentre alcune sue amiche hanno avuto nel recente passato questo privilegio). Paganini è morto nel 1840. Considerato che la signora è ancora giovane e bella, sembra sensato collocare l’azione non più di pochi anni dopo la morte del violinista.
Un altro indizio che conferma questa tesi viene invece dal seguito di Infernal Devices, Fiendish Schemes (di cui parlo a fine articolo). In quest’ultimo si fa riferimento alla Guerra di Crimea, come qualcosa di avvenuto dopo la fine del primo, ma prima dell’inizio del secondo romanzo (tra l’uno e l’altro, infatti, trascorrono alcune decine di anni). La Guerra di Crimea è scoppiata nel 1853: significa che l’azione di Infernal Devices si è svolta interamente prima di quella data.

Gli Italiani #08: Caligo

CaligoAutore: Alessandro Scalzo (Angra)
Genere: Science Fiction / Ucronia / Steampunk
Tipo: Romanzo

Anno: 2014
Pagine: 210 ca.
Editore: Vaporteppa

Barbara Ann Axelrod, giovane rampolla dell’aristocrazia europea, nonché figlia del primo uomo a mettere piede su Marte, sta tornando a Genova per la prima volta dopo tre anni. Tutto, nella Repubblica di Zena, sembra rimasto come l’aveva lasciato: i fumi che appestano la città bassa, il collegio di suore che le dà vitto e alloggio, lo zio Watson che si prende cura di lei. Nulla di più sbagliato.
C’è un assassino a piede libero in città, un tizio soprannominato il Cannibale che va in giro a mangiare la faccia di giovani ragazze. Gruppi insurrezionalisti si danno convegno la notte inneggiando alla rivolta e al ritorno del Vero Re. I livelli di onde Z nell’aria continuano a salire. E come se non bastasse, da un po’ di tempo Barbara Ann è perseguitata da una brutta emicrania e dalle allucinazioni – attacchi così forti nemmeno i Massaggi Medico-igienici per Signorine riescono a darle un duraturo sollievo! Che abbia a che fare con l’ossessione che assalì suo padre di ritorno da Marte, e che lo spinse a girare i quattro angoli del pianeta fino a che non scomparve in un tragico incidente? Al suo arrivo Barbara Ann ancora non lo sa, ma stanno per succedere delle cose, a Zena, che sconvolgeranno la sua vita – e non solo la sua – per sempre.

Ho comprato Caligo il giorno stesso che è uscito. Tre i motivi. E’ il primo romanzo italiano inedito pubblicato da Vaporteppa, quindi un banco di prova importante per valutare la qualità della neonata collana del Duca. E’ la seconda opera di Alessandro Scalzo (aka Angra), di cui avevo letto e recensito un paio di anni fa il bel Marstenheim: ero quindi curioso di vedere se fosse migliorato. Infine, è un raro esempio di romanzo steampunk italiano, sponsorizzato tra l’altro da uno – il Duca medesimo – che ne sa a palate.
Caligo è un’ucronia ambientata in un 1912 in cui l’Italia non è mai diventata una nazione unita. Gran parte del Nord Italia è ancora una provincia dell’Austria, il Piemonte è rimasto un piccolo regno e la Gran Bretagna, prima potenza europea, ha fatto della Repubblica di Zena (Genova in dialetto genovese) un suo protettorato. Si viaggia in aeronave, gli eserciti europei hanno in dotazione mech da combattimento e l’uomo ha già posato i piedi sul suolo marziano. Il romanzo si sviluppa come una storia d’investigazione strutturata in giornate – ogni giornata è un capitolo – in cui a poco a poco Barbara Ann porterà alla luce cosa c’è di marcio sotto la patina (già marcia) della città di Zena. Intrighi internazionali, sovrannaturale, copie di contrabbando di Superomo – non manca niente. Finalmente anche noi italiani abbiamo un romanzo steampunk degno di questo nome? (1)

Steampunk meme

Ecco: di questi ne abbiamo avuti pure troppi.

Uno sguardo approfondito
Da un’opera brandizzata Duchino, ci si aspetta prima di tutto che ponga molta cura nello stile; che sia scorrevole, immersivo e vivido – e Caligo non delude. La storia è narrata in prima persona al tempo presente dal pov di Barbara Ann. Il romanzo si sviluppa nell’arco di una settimana in cui, attraverso gli occhi della bella italo-britannica, scorrazziamo in giro per la città di Zena (e non solo) e scopriamo a poco a poco lo strano 1912 steampunk immaginato da Angra. La densa coltre di smog che appesta la città bassa, e che obbliga la gente a spostarsi con una maschera antigas addosso; le brutte isole galleggianti al largo della costa genovese, dove si ergono i grigi casermoni dei condomini dei proletari che non possono permettersi una casa sulla terraferma, e che Barbara vede dall’alto dell’aeronave mentre si appresta ad atterrare; le piccole pasticcerie artigianali dai nomi tradizionali, dove comprare un sacchettino di sfogliatelle alla crema al whisky: tutti questi dettagli concreti arrivano al lettore attraverso le peregrinazioni di Barbara Ann e compongono pezzo per pezzo il puzzle che è l’ambientazione di Caligo.
Oltre a essere immersivo e ridurre al minimo i filtri tra noi e la storia, l’uso della prima persona ha un altro importante vantaggio: la gestione degli infodump. Come ho già ricordato altre volte, un’ambientazione ucronica è problematica da gestire, perché bisogna dare al lettore molte informazioni solo perché riesca a orientarsi, ma al tempo stesso bisogna resistere alla tentazione di spiattellare nozioni con un brutto raccontato. Ma usando la prima persona, si può far passare un piccolo infodump come un ricordo o una riflessione della protagonista, risvegliato da un avvenimento presente. Barbara Ann torna al collegio delle orsoline dopo tanti anni, e ricorda la sua infanzia e gli insegnamenti delle suore; rilegge uno stralcio dei diari di suo padre, e ripensa alla sua vita e alle sue ossessioni, permettendo anche a noi di imparare qualcosa del colonnello Axelrod. Altri elementi dell’ambientazione non sono mai spiegati, ma si capiscono dal contesto, come le misteriose Onde Z che piagano la Repubblica di Zena e i suoi abitanti: niente “As you know, Bob” e niente “Le onde Z sono…”; semplicemente, vediamo cosa succede alla gente quando i livelli di onde Z nell’aria diventano troppo alti. Perché le uniche informazioni che servono al lettore sono quelle che fanno accadere le cose, sono quelle che impattano direttamente sulla trama.

Da ultimo, è bello essere nella testa di quella matta di Barbara Ann. Inizialmente ero un po’ preoccupato: la protagonista di Caligo pareva un concentrato di fanservice ambulante. Minorenne, bellissima, tette enormi, bisessuale, trombate come merce di scambio, devota seguace della scuola del Dr. Herzog e dei suoi massaggi medico-igienici per signorine per bene: divertente, per carità, e a tratti squisitamente retard, ma pareva uscito dalla mente di un ciccionerd che non vede una figa dall’anno in cui è uscito Pong. E invece Barbara Ann è un ottimo protagonista.
Innanzitutto, è un’eroina forte e attiva. Nel corso di tutto il romanzo, la maggior parte delle sue azioni sono frutto di decisioni personali, di una propria agenda; Angra evita l’espediente pigro – comune soprattutto tra scrittori alle prime armi – di fare del proprio protagonista un semplice esecutore delle decisioni di qualcun altro (sia esso un mentore, maestro, amico, superiore, e via dicendo). Campionessa di scherma fin da piccola, Barbara Ann non è una ragazza normale che d’improvviso si scopre guerriera – fin dalle prime pagine è stabilito che è una tipa superatletica e incline all’azione.

Fanservice

Nonostante la sua vacuità di facciata, inoltre, Barbara Ann è un personaggio complesso. Apparentemente progressista (si fa uomini e donne, studia matematica, da grande vorrebbe fare la pilota di mech), è pur sempre il frutto del suo rango sociale e della sua educazione: condivide le opinioni sulla superiorità razziale dei bianchi propria della sua epoca, rimane inorridita di fronte a un gendarme che la tratta come una plebea qualsiasi, e non può fare a meno di guardare dall’alto in basso un operaio che vive nella merda. Ipocrita nel midollo – come la classe sociale da cui proviene – vive il sesso con nonchalance ma non si concede orgasmi perché non è per bene. Insomma, in lei troviamo tutte le ambiguità e contraddizioni della gente reale.
Nell’analizzare la protagonista, tra l’altro, ci imbattiamo in un altro interessante corollario dello show don’t tell. Benché la narrazione sia in prima persona, noi abbiamo accesso solamente ai pensieri più superficiali del personaggio pov: quello che percepisce e fa qui ed ora, ed eventuali ricordi o associazioni di idee che qui ed ora le risveglia. Il personaggio non sta a psicanalizzarsi per il nostro beneficio (come non lo fanno le persone reali, a meno di averne una naturale inclinazione), né l’autore si mette a spiegarci il personaggio. Sta a noi capire le sue motivazioni profonde, in base a ciò che dice, fa, e pensa superficialmente; in base al non detto e alle contraddizioni tra pensiero e azione. Ad alcuni Barbara Ann è risultata un protagonista piatto e poco caratterizzato, ma è perché sono stati disattenti: in realtà è un personaggio molto affascinante, ed è indubbio merito di Angra essere riuscito a renderla tale senza spiattellarci in faccia il suo subconscio.
A fronte di tutto questo, le scene di pornaccio di serie c – che non mancano – il tripudio di tettone, ditalini, numeri di Superomo e monster cockz ci stanno e alla grande. E sono un piacevole diversivo rispetto alle investigazioni e agli scontri che costituiscono il cuore del romanzo.

Certo: aver scelto una protagonista altolocata e dalla vita facile come Barbara Ann ha anche i suoi problemi. Per gran parte del romanzo il livello di conflitto percepito e la tensione rimangono bassi, e questo perché non sentiamo che la vita della protagonista sia davvero in pericolo, o che lei stia rischiando davvero grosso. Quando Barbara Ann all’inizio del romanzo si mette sulle tracce del Cannibale, esponendosi così al rischio di farsi mangiare la faccia, è lei che prende questa decisione – e per nessuna motivazione più impellente del mettersi in gioco e dimostrare agli altri di che pasta è fatta. Si ha sempre l’impressione che in qualsiasi momento potrebbe “uscire dal gioco”, tornare nella sua stanza e non le sarebbe torto un capello. Siamo lontani anni luce dal senso di angoscia che si prova, per esempio, con Jason Taverner di Flow My Tears, diventato una non-persona e braccato dalla polizia internazionale; o con i bambini di Ship Breakers, che morirebbero di stenti se smettessero di scavare pezzi di rame dai rottami delle navi spiaggiate; o nel conflitto tra umani e yilané in West of Eden, dove la posta in gioco è l’estinzione di una delle due razze. In Caligo, la posta si alza veramente solamente verso la metà del romanzo; e solo negli ultimi capitoli si fa strada quella sana sensazione di ineluttabilità che ti spinge a divorare le pagine successive per sapere se la tua eroina ce la farà o meno.
Senza questo senso di urgenza, i primi capitoli mantengono un ritmo molto lento ed è facile posare il libro. Nelle prime giornate, Barbara Ann vive una serie di episodi perlopiù slegati tra loro (l’indagine sul Cannibale, l’investigazione dei moti insurrezionalisti, l’appuntamento con la bella hostess elvetica, l’esame del cervello alla clinica austriaca). Il lettore, che sa di stare leggendo un romanzo, fa un atto di fede e si aspetta che prima o poi tutti i tasselli formino un unico mosaico e che nessun episodio sia inutile; ma appunto, è una riflessione meta-narrativa. E a trasmettere questa sensazione di lentezza contribuiscono alcuni dialoghi legnosi – soprattutto quelli con lo zio Watson – che si trascinano senza energia per un sacco di pagine e passano in modo poco naturale da un argomento all’altro in stile lista della spesa. A volte, a leggere questi scambi, mi immaginavo l’autore che spuntava voci da una checklist mentale: “Ok, devono parlare di questo, questo, e questo… fatto, fatto, fatto…”. La funzione di questi dialoghi è informativa, ma il modo meccanico in cui le informazioni vengono trasmesse e la quasi totale assenza di conflitto li rendono poco scorrevoli.

All the fucks I give

Alcuni dialoghi suscitano questa reazione.

Ma sono difetti passeggeri, e si dimenticano in fretta se ci si sofferma a godere l’ambientazione costruita da Angra. Dagli elementi più corposi (la proliferazione di condomini galleggianti per poveracci come conseguenza della conformazione di Genova, stretta tra il mare e le montagne) ai dettagli più piccoli (la pubblicità dell’eroina San Pellegrino!), tutto testimonia di una grande cura. Le trovate bizzarre abbondano, ma non sono mai gratuite – risultano sempre giustificate e coerenti col contesto. E nel descrivere molti macchinari, dai mech in dotazione all’esercito agli scafandri, l’autore mostra una precisione e una padronanza della terminologia davvero buona – del resto Angra è ingegnere – e al contempo mi convince che io (che una formazione scientifica degna di questo nome non ce l’ho) non potrei mai scrivere steampunk.
Insomma, in Caligo non ci sono forse quelli che Gamberetta chiamava gli WOW maiuscoli, quel sense of wonder cosmico che ti fa vedere la realtà sotto una nuova prospettiva; ma tutta una costellazione di piccoli “wow” fantascientifici. Io stesso, che in genere rimango abbastanza freddino di fronte alle scene di esperimenti scientifici all’opera, sono rimasto deliziato dalla descrizione della macchina che realizza riproduzioni in caramello del cervello del paziente. Dallo scafandro protettivo indossato dalla dottoressa agli elettrodi all’uso stesso del caramello per fare il calco, tutta la scena è geniale e trasuda sense of wonder.
Nessuna menzione particolare, invece, per i personaggi secondari. Il punto di vista saldamente ancorato su Barbara Ann impedisce di approfondirli più di tanto, e la maggior parte di essi non si distacca dal loro ruolo funzionale e dallo stereotipo. Rimane in testa qualche personaggio più variopinto, come Armando, fotografo di nudi e rivoluzionario, dai baffi a manubrio e il membro equino; o Gallo, classico teppista di strada senza prospettive su cui però Angra ha innestato una bella storyline.

Mi viene spontaneo paragonare Caligo a un’altra grande opera steampunk incontrata sulle pagine di Tapirullanza: The Difference Engine di Gibson e Sterling. Anche dietro quel romanzo c’era un lavoro di documentazione enorme e una cura quasi maniacale nei dettagli. Ma laddove The Difference Engine era pretenzioso, pesante, prolisso, il romanzo di Angra è scanzonato, ironico, plot-driven. Sa quando deve essere drammatico e cupo, e quando non prendersi troppo sul serio e infilare un aneddoto sulle suore. E una volta che ingrana, il ritmo diventa frenetico – ho divorato le ultime ottanta pagine una dietro l’altra. La protagonista, anche, evolve nel corso della storia ed esce trasformata dall’avventura: ragazza viziata e un po’ naif (nel suo modo sveglio e paraculo di esserlo) all’inizio del libro, ne passerà talmente tante che alla fine della storia la troveremo diversa.
Quanto al finale, devo ammetterlo, mi ha lasciato un certo senso di insoddisfazione. Benché l’arco narrativo del romanzo si chiuda e tutte le domande principali trovino risposta, diversi interrogativi minori (sul destino di personaggi secondari, sul futuro di Zena and so on) rimangono aperti; soprattutto, è un finale che non allenta – non del tutto – la tensione accumulata nelle sequenze finali, e che ti lascia che ne vorresti ancora. Tutto sembra preludere, insomma, a un secondo romanzo che continui le avventure della nostra eroina (non vi sarà sfuggita la dicitura “La prima avventura di Barbara Ann” sotto al titolo), magari da maggiorenne e vaccinata. Angra si trova tra le mani un’ambientazione con un potenziale enorme e ancora largamente inespresso, quindi non penso proprio che si lascerà sfuggire l’occasione.

Baffi a manubrio

Baffi a manubrio. So sexy…

Insomma, spero di poter leggere in futuro un secondo romanzo ambientato nel mondi di Caligo. Nel frattempo, posso dire che l’esperimento è pienamente riuscito, e che ci troviamo tra le mani un ottimo romanzo ucronico. Posso dire tranquillamente che, tra le opere recensite fino adesso in questa rubrica – che si chiamava “Gli Autopubblicati” e ora si chiama “Gli Italiani” – è senza dubbio la migliore. Non che ci fossero molti dubbi: come si può non adorare un romanzo con scritte frasi di questo tenore?

Il Signor Armando mi stantuffa con la foga di un ciclista in fuga, di un rematore olimpionico a poche lunghezze dal traguardo e dalla medaglia d’oro.

Vaporteppa non poteva cominciare la sua pubblicazione di inediti italiani meglio di così.

Dove si trova?
A questa pagina del sito di Vaporteppa troverete la scheda del libro. Potete comprare l’ePub del romanzo su Ultima Books; altrimenti, se siete possessori di kindle, rivolgetevi ad Amazon per il mobi. Il prezzo è un onesto 4,99 Euro.

E già che parliamo di Vaporteppa…
La notizia dell’ultima ora è che proprio oggi Vaporteppa ha pubblicato una nuova opera a pagamento. La rivelazione è fonte di grande giubilo per questo blog, perché il libro in questione altro non è che la traduzione in italiano di War Slut di Carlton Mellick III, decano della Bizarro Fiction. Potete leggere l’annuncio qui su Vaporteppa, oppure andare immediatamente a comprare la vostra copia di Puttana da Guerra su Amazon o Ultima Books.
War Slut non è che la prima di tre opere che saranno portate in Italia da Vaporteppa nelle settimane a venire. Gli altri due titoli che potremo vedere in futuro nella nostra lingua sono The Morbidly Obese Ninja e The Haunted Vagina.

Puttana da Guerra

La copertina dell’edizione italiana di War Slut.

Qualche estratto
Dato che la protagonista è una parte così importante del romanzo, ho scelto due brani che ne mettessero in luce alcune delle caratteristiche più interessanti. Il primo mostra il suo primo ‘incontro’ con gli insurrezionalisti di Zena e le loro idee complottiste; il secondo, una scena di sesso.

1.
Davanti alla sala scommesse di Via Fratelli Bufera, due gendarmi di quartiere scherzano con uno storpio. Uno lo tiene per il naso, l’altro gli batte il manganello sulla gobba. Il primo gendarme lascia andare il malcapitato, e indica all’altro qualcosa avanti lungo la strada.
Un ragazzo in salopette blu e camicia grigia sta spennellando colla su un manifestino, appiccicato a fianco della vetrina della Pasticceria Sorelle Berardengo. Il secondo gendarme porta il fischietto alla valvola di sfiato della maschera antismog e fischia. Il ragazzo si volta di scatto, li vede. Getta via il pennello e un rotolo di manifestini e si dà alla fuga, nel vicolo a sinistra.
I gendarmi si lanciano all’inseguimento, sfollagente alla mano, spariscono anche loro nel vicolo. Il ragazzo schizza fuori di nuovo, e loro dietro. Corre dalla mia parte. È magro, con un ciuffo di capelli neri che spunta da sotto il cappello floscio. Sfrecciandomi accanto mi getta un’occhiata, sgrana i suoi occhi azzurri come se avesse appena avuto un’apparizione mistica. Lo seguo allontanarsi con lo sguardo.
I due gendarmi ne hanno avuto abbastanza di inciampare nei pastrani. Il primo si mette a strappare il manifestino dal muro, l’altro raccoglie quelli caduti. Li raggiungo, cerco di sbirciare. Quello intento a staccare il manifestino si volta, e mi agita il manganello davanti al naso.
«Via, via, non c’è niente da vedere! Circolare!»
Minacciarmi con il manganello, a me! Razza di carogna infame, ai tempi del mio bisnonno il Duca Pallavicini ti avrebbero bastonato a morte per quest’affronto, e lasciato a crepare con la testa infilata in una latrina, ché a ficcarti la punta del fioretto nel cuore sarebbe stato farti troppo onore!
Per sbollire la rabbia mi infilo nella pasticceria delle Sorelle Berardengo. Il profumo zuccheroso dei babà al rum e delle tortine all’arancia mi calma un po’. Ma domani presenterò senz’altro un esposto al Viceré britannico, ché questi sbirri italiani delle colonie non dovrebbero esser mandati di ronda senza un vero bianco a comandarli, o perlomeno non dovrebbero aver giurisdizione sui cittadini britannici, che diamine.
Esco con un sacchetto di sfogliatelle alla crema al whisky, sapendo già che poi mi pentirò scoprendo che la circonferenza del petto mi è aumentata di un altro pollice, ché da un po’ di tempo a questa parte sembra che tutto ciò che mangio vada a finire solo lì e basta.
Un manifestino è finito tra il cassone dell’immondizia e il bordo del marciapiede. Faccio un rapido controllo, i gendarmi non sono più in vista. Con discrezione mi chino e lo raccolgo, e lo nascondo nella borsetta. Mi allontano un po’ prima di ritirarlo fuori.

Svegliati Zena, apri gli occhi…
*** NESSUN UOMO È MAI ***
** STATO SU MARTE! **
Rigetta le sue menzogne in faccia
all’invasore britannico!
Boicotta l’Expo 1912!
È il Vero Re che te lo chiede!

Ohibò, questa poi è proprio bella. E mio padre allora, che fu il primo uomo a posare il piede sulle sabbie marziane nel 1894, un anno prima che io nascessi?

Oh ma non vedete che l’uomo non è mai stato sulla Luna Marte? SVEGLIAAA!

2.
Col grembiule tirato su a scoprirgli la pancia tonda, che trema come gelatina, il Signor Luciano mugola accompagnato dai gemiti del nastro trasportatore. Lo cavalco quasi nuda, con indosso solo le mie calze alla parigina, lui mi accarezza le cosce appena più su della calza. Il nastro ci trascina lungo le guide per tutto il perimetro della fabbrica, lui steso supino e io sopra a cavalcioni. Un paio di varianti nel percorso vanno a formare due grandi otto sbilenchi.
Ho la pelle d’oca, e il petto imperlato di sudore nonostante l’aria gelida che soffia dai bocchettoni refrigeranti. Gli scossoni del nastro mi fanno ballonzolare i seni. I miei capezzoli guardano in avanti, un po’ verso l’alto, tondi e duri come caramelle. Il Signor Luciano solleva le mani callose unte di grasso, mi afferra le mammelle e me le strizza forte.
Il nastro scorre fra le postazioni di lavorazione del tonno sott’olio come il trenino della Piccola Fabbrica degli Orrori al Luna Park. Ganci, pinze, ugelli, bracci meccanici, seghe a nastro. Tutto è immobile, ma gli sbuffi di vapore che ci investono al passaggio fanno capire che le macchine sono solo addormentate. Mi preoccupa l’idea che uno dei bracci articolati si rianimi all’improvviso e mi infili un uncino in un occhio. Il ronzio elettrico dei generatori vibra nel capannone di lamiera come uno sciame di calabroni impazziti, il motore a vapore principale copre i miei ansiti e i versi da tricheco del Signor Luciano, che sta aggrappato al nastro di gomma e ha gli occhi girati all’insù.
Il Signor Luciano non somiglia per niente a Padre Mizzi, che era giovane e bello come un Apollo e ci faceva stare nude inginocchiate sui ceci durante il sacramento della confessione, perché, diceva, “la nostra anima deve essere nuda dinnanzi al Signore”. Però, anche se è vecchio e grasso e peloso, il Signor Luciano ha un pene che è quasi due volte quello di Padre Mizzi. Dopo un quarto d’ora che lo cavalco devo pensare a qualcosa per distrarmi, altrimenti rischio di godere, e sai che figuraccia da sgualdrina?

Tabella riassuntiva

Ottima protagonista: tettona ma al contempo eroica e complessa. Inizio lento e dalla natura troppo ‘episodica’.
Ambientazione steampunk diversa dal solito e piena di trovate Nella prima parte del libro Barbara Ann non sembra davvero in pericolo.
Pov immersivo e prosa ‘mostrata’.
Rigore scientifico ovunque possibile.

(1) Ci sarebbe, a dire il vero, anche Assault Fairies di Gamberetta, di cui era stata autopubblicata la prima parte già nel lontano 2011. Ma ad oggi, Assault Fairies è – ahimé – ancora incompiuto. Spero che Gamebretta riesca prima o poi a finirlo perché era veramente figo.

Cosa ne è stato dell’antologia steampunk

Antologia SteampunkEra il lontano 2010, e su Baionette Librarie il Duca lanciava il suo concorso di racconti a tema Steampunk. Le regole del concorso erano molto semplici:

Lunghezza dei racconti: tra le 2.000 e le 7.500 parole.
Tipo di racconto: Steampunk Tecnologico con o senza Fantasy.
Vincolo Conigliesco: nel racconto deve essere presente almeno un coniglio, non necessariamente in un ruolo importante e non necessariamente un coniglio in carne ed ossa. Trovate voi il modo di integrare l’elemento conigliesco nella storia. Non ci vuole niente, con un minimo di fantasia.

Scrivere steampunk non è affatto facile. Oltre a una passione per la cultura e l’estetica del Lungo XIX secolo, c’è un sacco di lavoro di documentazione da fare. Insomma, poteva risolversi in una mezza cagata, come tanti altri concorsi letterari di allora e di oggi – cough cough, Ucronie Impure, cough cough, Deinos. Invece andò discretamente bene. Arrivarono una trentina di racconti (senza contare i fuori concorso), che il Duca pubblicò gratuitamente così com’erano, senza editing, nella sua Raccolta dei Racconti Steampunk. Si andava dal “cavatemi gli occhi” al “ficcina con qualche speranza di diventare un giorno, con tanto impegno, qualcosa di decente” al racconto fatto bene.
Alla fine furono stabiliti quattro finalisti: L1L0, Piloti e Nobiltà, La Maschera di Bali e Il Colosso di Colorado Springs. Altri due racconti avevano la possibilità di entrare nella rosa, ma furono ritirati perché i rispettivi autori non riuscirono – o non trovarono il tempo – di editarli: Lunasil (dello stesso autore di Piloti e Nobiltà) e Photophantastes (di Alessandro Forlani, un nome che forse avete già sentito in questo blog: Forlani ha partecipato, infatti, a una gran quantità di altri concorsi, tra cui Ucronie Impure di Girola, e Deinos e Hydropunk di Giobblin). Tra i finalisti, comunque, gli unici ad avere davvero qualche possibilità di vittoria, per la qualità della scrittura, erano L1L0 e Piloti e Nobiltà. E alla fine, infatti, la spuntò proprio L1L0.

Steampunk shit

Poi per un paio d’anni non accadde più nulla. Il Duca cominciò a lavorare a un’antologia che raccogliesse i lavori migliori, editandoli ancora fino a raggiungere un livello soddisfacente, e sperando di riuscire a pubblicarla nel corso del 2012. Anch’io, che all’epoca avevo da poco aperto Tapirullanza, feci una piccola segnalazione della cosa. Ma per un motivo o per un altro, non se ne fece niente. Fino alla settimana scorsa.
Lo scorso 4 Maggio, il Duca ha pubblicato su Vaporteppa la nuova versione del racconto vincitore del concorso, L1L0: potete leggere qui l’annuncio su Baionette Librarie o andare direttamente alla scheda di Vaporteppa. Essendo lungo solo 5600 parole (una ventina di pagine circa), il racconto è distribuito gratuitamente. Pubblicare il vincitore del vecchio concorso a tema steampunk mi sembra un ottimo modo di inaugurare gli inediti italiani della collana. Non entrerò più di tanto nei dettagli del racconto nell’articolo di oggi – ma vediamo brevemente di che si tratta.

L1L0
Un bollitore con tre cervelli di scimmia, il muso allungato da coniglio, due camini dietro la testa che sembrano delle orecchie e una personalità costruita sul Witz, l’umorismo fatalista ebraico: questo è l’automa L1L0. Ma è anche una macchina per uccidere. Il suo scopo? Salvare la figlia del suo creatore da una caserma militare prima che sia troppo tardi.
L1L0 è un racconto d’azione di quegli ignoranti: poca filosofia, tante scazzottate tra robot, umorismo becero e ritmo rapido. Tutta la storia è raccontata in prima persona dall’automa, e questo è sicuramente l’aspetto più interessante del racconto: com’è vedere il mondo attraverso gli occhi di un buffo robot senziente meccanico attivato per la prima volta? Non troverete rivoluzioni concettuali o idee che vi tengano svegli la notte, e il canovaccio della trama è di quelli collaudati mille volte; ma è insolito quanto basta e si legge con divertimento. Inoltre, i paragrafi sono inframezzati da alcuni disegni dell’autore proprio carini (e sempre dell’autore è anche l’illustrazione di copertina!). Dateci un’occhiata.

L1L0

La copertina di L1L0

E gli altri racconti?
La pubblicazione di L1L0 è solo la punta dell’iceberg: dal cilindro di Vaporteppa, il Duca sembra stare tirando fuori ad uno ad uno gli altri finalisti del concorso steampunk. Nel corso di maggio dovrebbe uscire la nuova versione di La Maschera di Bali – racconto che non mi era piaciuto granché ai tempi dell’antologia, ma che potrebbe essere migliorato sotto i ferri del Duca. Next in line ci sarà poi Piloti e Nobiltà. La cosa mi fa particolarmente felice: non solo era il mio preferito, ma già come si presentava ai tempi del concorso era forse l’unico racconto che si sarebbe potuto pubblicare in un’antologia seria, di quelle a pagamento, senza sembrare fuori posto. Voglio vedere come questi due anni lo abbiano ulteriormente migliorato.
Un quarto racconto, dice il Duca nell’articolo, potrebbe invece uscire a pagamento: segno, immagino, che supererà il tetto delle 7500 parole minime stabilite da Vaporteppa per le pubblicazioni non gratuite. Non so di quale dei finalisti si tratti. Personalmente spero in Lunasil: lo ricordo come un racconto promettente, e l’autore è lo stesso di Piloti e Nobiltà, quindi ci sono buone speranze che venga qualcosa di figo. Ma sarei felice anche se, prima o poi, fuori dal cilindro rispuntasse RabbiT – un racconto folle scritto come un’inedito d’annunziano, e poi finito come “speciale fuori concorso” nella raccolta. Inizialmente era previsto che il racconto, anch’esso scritto da Forlani, finisse nell’antologia steampunk del 2012. Se Forlani e il Duca sono rimasti in contatto in questo lasso di tempo, potrebbe esserci un futuro per questo racconto. E del resto Forlani ha dimostrato che, quando vuole, sa lavorare bene: il suo Tlaloc verrà era il migliore tra i racconti di Ucronie Impure.

Non è ancora finita.
Alla gara steampunk del 2010 aveva partecipato anche un racconto intitolato Caligo. Era arrivato come fuori concorso, e quindi era rimasto fuori dalla prima raccolta di racconti pubblicata dal Duca: ergo non ho mai potuto leggerlo. Nei tre anni trascorsi da quella prima versione, il racconto è diventato un romanzo, e se tutto andrà bene dovrebbe uscire a giugno. Sarà il primo romanzo italiano pubblicato da Vaporteppa.
Ma la notizia più interessante è un’altra. L’autore è Angra (al secolo Alessandro Scalzo), che già aveva scritto anni addietro e poi autopubblicato, sotto la supervisione editoriale di Gamberetta, il romanzo Marstenheim. Ho già dedicato un articolo a Marstenheim agli albori del blog; a tutt’oggi, rimane il miglior autopubblicato italiano che abbia mai letto, nonché uno dei pochi ad aver ricevuto una valutazione positiva. Quindi sono molto curioso di mettere le mani sulla sua nuova fatica.

Motoruota

Una motoruota. Potrebbe avere a che fare col romanzo.

Dopo un inizio con Swanwick, insomma, Vaporteppa si sta decisamente orientando verso gli inediti italiani. Questa è un’ottima cosa: in fondo i romanzi anglosassoni posso sempre leggermeli in lingua originale, mentre questi sono roba nuova. E se gli aspiranti scrittori italiani vedranno che con Vaporteppa, con un po’ di olio di gomito, si guadagna visibilità e magari anche qualche soldino, forse ci sarà più gente in futuro disposta a sbattersi per imparare a scrivere bene, invece di cantare la morale del “non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace”.
Caligo a parte – trattandosi di un romanzo – non mi dispiacerebbe in futuro, una volta che saranno tutti usciti, mettere insieme i vari racconti a tema steampunk e farci un articolo di commento. Sarebbe un bel modo per chiudere questa parentesi steampunk durata quattro anni.

Dancing with Vaporteppa

Logo Branca VaporteppaDa alcuni mesi, ho preso l’abitudine di mangiare yogurt a colazione: è rapido ed è buono. Non sono la persona più costante di questo mondo, però diciamo che cinque vasetti di Yomo a settimana li consumo. Gli yogurt Yomo si trovano in confezioni da due dal costo di 1,39 Euro, o da quattro che ne costano 2,79. Anche se prendessi sempre i pacchi promozionali da quattro (cosa che è lontana dal vero), spenderei qualcosa come 14 Euro al mese in yogurt. Se non mi stufassi prima, in un anno – togliendo un mesetto buono di vacanze in cui le mie abitudini sarebbero sicuramente stravolte – spenderei in prodotti Yomo circa 150 Euro.
Ora: ignoro quale possa essere il netto di Granarolo una volta levati tutti i costi di produzione, logistica e trade, ma moltiplicando questo guadagno su tutti i consumatori di yogurt deve fare un discreto gruzzoletto.
Il barattolo di Yomo è un prodotto statico. Certo, una parte del ricavato sarà sicuramente reinvestito in ricerca e sviluppo, per apportare piccole modifiche: nuovi gusti, miglioramento dell’ingredientistica dei gusti già esistenti (per venire incontro alle regolamentazioni europee sugli alimenti, sempre più rigorose), magari un minimo di comunicazione, e via dicendo. Ma il prodotto, fondamentalmente, resta quello: qualcosa di sempre uguale che il consumatore continua ad acquistare, consumare (e nel consumo, distruggerlo), e riacquistare.

Visto dal punto di vista dei beni di largo consumo, l’industria della cultura è una strana creatura. Per fruire di un libro cartaceo, per il numero di volte che voglio, devo acquistarlo una volta sola. Non si distrugge, a meno che non lo faccia intenzionalmente, o per un incidente, o dopo un’usura di decenni o secoli (a seconda della qualità della carta e della rilegatura). I libri sono prodotti che, di base, a un consumatore si vendono una volta sola. Se voglio vendergli un altro libro, devo costruire quel nuovo libro da zero – è a tutti gli effetti un nuovo prodotto.
Non si può paragonare il ritorno di investimento su un barattolo di Yomo rispetto a quello su un libro. Per carità, un libro cartaceo viaggerà mediamente intorno ai 20 Euro, una cifra che in yogurt raggiungerei in un mese e mezzo (senza entrare nel merito di tutte le altre questioni come l’IVA al 4%). Ma l’acquisto di yogurt – per un tipico consumatore di yogurt – è quotidiano e stabile per tutto l’anno; l’acquisto di romanzi non lo è, nemmeno per un lettore forte.

Barattolo Yomo

Un business migliore della narrativa.

Le varie industrie della cultura hanno cercato di risolvere questa sproporzione in modi diversi. Il mercato della musica, dopo anni di crisi, sembra aver trovato la quadratura del cerchio con i servizi di abbonamento ai siti che, come Spotify, offrono musica in streaming: grazie al sistema di abbonamenti, il flusso di guadagni diventa regolare e continuativo. Il mercato cinematografico cerca di moltiplicare i guadagni legati a ogni pellicola moltiplicando le occasioni d’acquisto – cinema, home video, passaggi televisivi, merchandising legato ai personaggi del film – per non parlare di altre fonti di finanziamento, come il product placement massiccio.
E la narrativa? Aldilà dell’aumentare i prezzi, piangere per la morte della cultura, e cercare di impedire alla gente di prestarsi contenuto digitale con i DRM, cos’hanno fatto in concreto le case editrici? La mossa più semplice in tempo di crisi: hanno tagliato i costi di ricerca e sviluppo, che nel mercato editoriale corrispondono all’editing. Se il singolo libro mi porta un guadagno limitato (quando non nullo o negativo) secondo la regola del un singolo consumatore lo acquista una sola volta, allora è inutile curarlo più che tanto; per moltiplicare gli atti d’acquisto, moltiplicherò i libri! Più libri – devono aver pensato – ciascuno dei quali con un investimento minore (di tempo, di personale) alle spalle, più margine.

Com’è andata a finire lo sappiamo. Vendite in crollo verticale, sfiducia diffusa del lettore verso i libri, e-book a pagamento realizzati peggio di quelli piratati (e gratuiti), una qualità sempre più infima non solo nei contenuti, ma persino al livello di semplice line editing. Ora, ovviamente non sto naturalmente dicendo che la caduta della lettura in Italia sia stata causata esclusivamente dalle case editrici; molte delle ragioni principali sono esterne. Ma l’impressione è che gli editori abbiano fatto di tutto per accelerare questo processo.
Ma la verità che dobbiamo guardare in faccia, è che la letteratura non è per definizione un buon mercato. Dal punto di vista di un imprenditore il cui scopo è quello di chiudere il bilancio in positivo, tra il business dei barattoli di yogurt e il business della narrativa non ci può essere dubbio. Non a caso, quasi tutte le nostre grandi case editrici sono in realtà parte di grandi gruppi editoriali ramificati in settori più redditizi – pubblicità, televisione, periodici – o di holding i cui business principali non hanno nulla a che fare coi libri.

Chevrolet

Captain America – The Winter Soldier vi è stato gentilmente offerto da…

Ne consegue che bisogna essere pazzi per buttarsi nel mercato della narrativa – peggio ancora se si tratta di una nicchia come la narrativa fantastica. Soldi non se ne fanno, se non al prezzo di sforzi sproporzionati. L’unica ragione che mi venga in mente per entrare in un business del genere, allora – a parte la pura e semplice pazzia – dev’essere il genuino amore della narrativa, e la convinzione di stare facendo una cosa giusta. Ma allora, guadagnare soldi non diventa altro che il modo per poter sostenere il proprio lavoro, e migliorare e arricchire la propria offerta.
Forse è questo il ragionamento che si è fatto il Duca, tra un’orgia di coniglietti (rigorosamente maggiorenni e consenzienti) e un sorso di pinot nero dal nome incomprensibile, quando sotto l’egida della neonata Antonio Tombolini Editore ha messo in piedi la collana di narrativa Vaporteppa.

Cosa vogliamo pubblicare? Buona narrativa di genere: fantasiosa, coinvolgente, avventurosa. Che valga il prezzo pagato.

Avevo intenzione da tempo di dedicare a un articolo su Vaporteppa, ma volevo aspettare che la collana pubblicasse la prima opera a pagamento (1). Ebbene: proprio l’altroieri il Duca ha annunciato sul blog di Vaporteppa l’imminente pubblicazione de Gli Dei di Mosca, traduzione italiana di Dancing with Bears di Michael Swanwick! L’e-book sarà disponibile nelle librerie online tra pochi giorni; per l’uscita del cartaceo bisognerà aspettare un poco di più.
Il libro, di cui avevo parlato l’estate scorsa in questo articolo, è una tragicommedia fuori di testa, ambientata in un futuro post-apocalittico dominato da una civiltà simil-vittoriana dedita alla manipolazione genetica. Due trickster professionisti, lo sfuggente Darger e il cane parlante (nonché dandy) Surplus, sono in viaggio per Mosca in cerca di fortuna. Ma ovunque vanno questi due scoppia il caos: per Mosca sarà l’inizio della fine.

Gli Dei di Mosca

La copertina de “Gli Dei di Mosca”, così come è stata presentata su Vaporteppa.

Come romanzo per inaugurare la collana, Gli Dei di Mosca è un’ottima scelta. È l’ultimo romanzo, inedito in Italia, di un pezzo grosso della narrativa fantastica. È un’opera che, pur non essendo proprio steampunk, ha tutte le carte per piacere agli amanti del genere (manierismo ottocentesco, mondo pre-globalizzazione, tecnologia ‘pesante’ e una buona dose di retardness). Ha ritmo ed è divertente. Come ho scritto ne La Mia Classifica, è Pirati dei Caraibi incontra Jack Vance e tutti e due 1997: Fuga da New York, con una punta di Tre Uomini in Barca. Non è il migliore di Swanwick – né come idee, né come prosa – ma i romanzi di Swanwick sono talmente sopra la media della narrativa fantastica, che anche questo sarà facilmente tra i libri più belli che leggerete quest’anno.
Non ho avuto modo di leggere questa versione italiana né conosco il traduttore, quindi ogni mio giudizio positivo è riferito esclusivamente all’originale. Ma se il Duca ci ha messo anche solo la metà della cura con cui di solito si occupa delle cose che gli piacciono, avrà fatto un ottimo lavoro. E dato che l’inglese di Swanwick non è facilissimo, chi di voi non fosse troppo ferrato nella lingua della perfida Albione non dovrebbe farsi sfuggire questa traduzione. L’unica cosa a lasciarmi scettico è il titolo, che non è particolarmente brillante – ma neanche l’originale “Dancing with Bears” era proprio geniale, dato che non lasciava minimamente capire l’argomento del romanzo.

Grazie agli sforzi di Gamberetta – grande amante dello Swanwick più Fantasy, quello di The Iron Dragon’s Daughter e The Dragons of Babel, quest’ultimo da lei recensito anni fa – e dello stesso Duca, Swanwick si è conquistato un minimo di fama anche qui da noi. Mi piace pensare di aver fatto anch’io la mia parte, dedicando a Swanwick due Consigli del Lunedì – prima per Jack Faust, poi per Vacuum Flowers – pubblicando un suo racconto completo – il capolavoro The Very Pulse of the Machine – e parlando delle stesse storie di Darger e Surplus nella Bonus Track sopra riportata.
In quell’articolo spiegavo, tra l’altro, che Dancing with Bears è solo l’ultima – sia come data di pubblicazione sia per cronologia interna – delle avventure demenziali di Darger e Surplus; Swanwick aveva già dedicato loro tre racconti di medie dimensioni pubblicati nell’antologia The Dog Said Bow-Wow (2). Nel caso in cui le vendite de Gli Dei di Mosca andassero bene, quindi, non mi stupirei se il Duca decidesse in un futuro prossimo di pubblicare in italiano anche quest’antologia, o quantomeno una raccolta con i tre racconti. Messi insieme, i tre raggiungerebbero le dimensioni di una novella, formato ottimo per la vendita digitale (3).

Swanwick è contento

“Cioè, dai, mi pubblicate in italiano? No ma… troppo figo!”

Posso solo augurarmi che Gli Dei di Mosca in edizione italiana abbia successo: significherebbe che anche in Italia c’è un mercato per la narrativa fantastica di qualità, e che non siamo una fogna culturale che deve accontentarsi di leggere in lingua originale la roba buona. Ho già detto che, dal punto di vista di chi vuol fare soldi, la narrativa per definizione non è un buon mercato. Lo ribadisco: da una casa editrice non verrà mai fuori uno Steve Jobs o un Mark Zuckerberg milionario.
Ma una casa editrice potrebbe comunque avere sufficiente successo da auto-sostenersi, sopravvivere nel tempo e addirittura crescere, senza dover scendere a compromessi con le mode (leggasi: paranormal romance per sfigatelle adolescenti) o abbassare i tempi e i costi di produzione (e quindi la qualità) dei propri libri. Collane come Vaporteppa possono mostrare che la scelta di una piccola nicchia insoddisfatta (la narrativa fantastica in Italia) e l’attenzione intransigente alla qualità sono un modello vincente e da imitare. Collane come Vaporteppa possono diventare lo standard dell’editoria digitale degli anni a venire. Ed è qui che entrate in gioco voi!

Poche vendite, pochi soldi. Come pensa di sopravvivere una realtà come Vaporteppa, allora? Tenendo duro per un paio di anni in OTTIMO E ABBONDANTE PASSIVO, guardando come va il terzo e stimando se ci siano prospettive per proseguire dal quarto in poi. Fine. Se faremo un buon lavoro, se faremo tutto il possibile e se i lettori useranno anche solo una frazione del bombardamento di marketing che attuano per diffondere i titoli dei libri che li disgustano per parlare dei nostri libri che gradiranno, potremmo farcela.
(Qualche numero sugli e-book italiani tra 2012 e 2013)

Basta andare su un blog come quello del buon Zwei – e non è certo l’unico né il principale – per vedere con quanto entusiasmo gli amanti del fantatrash pubblicizzino libri oscuri e che non vendono un cazzo per il puro gusto di perculare lo scrittore incapace. Tizi giustamente condannati all’oblio dalla propria incapacità si trovano a vivere i propri quindici minuti di popolarità per il solo merito di scrivere so bad it’s good. E in questi momenti di sfottò generale, è quasi un rito che qualcuno alzi la testa e osservi candidamente: “Ma come è possibile che si sia arrivati a questo punto? Perché si pubblicano libri così di merda? Perché non si pubblicano più libri di qualità?”.
Eccovela, la qualità. Se vi indignate di fronte all’ennesimo Unika o al nuovo clone sfigato di Tolkien, se vorreste leggere bei libri in lingua italiana e non lo fate perché impediti dalla mancanza di scelta, se pensate che l’Italia meriti qualcosa di meglio di ciò che offre panorama attuale, allora provate Vaporteppa. Gli Dei di Mosca è solo la prima delle opere di narrativa che sarà pubblicata dal Duca. Altre ne seguiranno nelle settimane e mesi a venire. Secondo me sarà una figata.

Unika - La fiamma della vita

…o preferite continuare a leggere questo?

Non appena Gli Dei di Mosca sarà acquistabile nelle librerie online, rimbalzerò la notizia sul blog.

(1) Specifico “a pagamento” in quanto su Vaporteppa sono già stati pubblicati due e-book gratuiti, liberi da copyright. Si tratta di due raccolte di articoli dello storico astronomo italiano Schiaparelli, rispettivamente sui canali di Marte (LOL) e sulle comete.

(2) Questo comunque non pregiudica la lettura di Dancing with Bears se non si sono lette le storie precedenti: il romanzo è assolutamente autonomo e autoconclusivo.
Potete trovare maggiori indicazioni sulle opere e i link per scaricarli nella sezione Vekkiume del blog di Vaporteppa.

(3) Disclaimer per i diversamente astuti: la mia è solo una congettura personale, non ho mai parlato con il Duca della cosa. Non so nemmeno se la cosa sia fattibile a livello di diritti, dato che mi risulta che almeno il racconto “The Dog Said Bow-Wow è già stato pubblicato in Italia anni fa. Ma potrebbe essere uno sviluppo interessante.