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Il bello della fine del mondo è quello che succede dopo

Shin Megami Tensei III: NocturneCall it what you will – a revelation from god, or a curse of the demon king.
The fact is that our world came to and end.

Immaginate di essere un liceale giapponese. La vostra professoressa preferita è stata male e l’hanno ricoverata in ospedale diversi giorni fa. Oggi finalmente sta meglio, e può ricevere visite. Dato che è un sabato pomeriggio, raccattate due compagni di classe e andate a trovarla. Ma vi accorgete subito che qualcosa non va: l’ospedale è deserto nonostante sia in pieno centro, e c’è un’atmosfera pesante. Vi dividete per cercare la vostra professoressa, ma le prime ricerche non danno frutto.
Finché non la trovate sul tetto dell’ospedale. Sta benissimo, ed è contenta di vedere che siete venuti. Perché, dice, il mondo sta per finire. Ogni forma di vita al di fuori dei confini dell’ospedale sarà spazzata via. Ma vuole che voi viviate; e che facciate parte del nuovo, bellissimo mondo che verrà. Un mondo libero dalla mediocrità e dai mali della nostra società. E mentre voi pensate: “Ora capisco perché l’hanno ricoverata…”, il cielo si oscura, la terra comincia a tremare, e sotto i vostri occhi il mondo finisce.

Così comincia Nocturne, il terzo capitolo della saga giapponese di JRPG Shin Megami Tensei. Uscito su PS2 nel lontano 2003, è forse ad oggi il videogioco con la migliore ambientazione post-apocalittica a cui abbia mai giocato; quello che risponde alla domanda: “cosa succede dopo che il mondo finisce?” nel mondo più affascinante. Perché la risposta è: “se ne costruisce un altro”. Già il fatto che la trama di un gioco non sia ‘impediamo la fine del mondo’, ma cominci dopo che il mondo è già finito, era sufficiente ad attrarre il mio interesse. E dato che in questi giorni abbiamo parlato molto di apocalissi e demoni, mi sembra giusto dedicare un ultimo articolo a questo gioco e alla sua filosofia (1).
Le premesse dell’apocalisse di Nocturne, a dire il vero, sono abbastanza cliché. Esiste un antico rituale che, con l’ausilio del potere dei demoni, permette di riportare il mondo a uno stadio embrionale: la Conception. Ai giorni nostri, una setta di cultisti sotto la guida di un visionario magnate dell’industria è entrata in possesso del rituale, ed è decisa ad utilizzarlo per mondare questa civiltà schifosa dei suoi peccati e dalle sue ceneri costruire un mondo migliore (questa è una fissa dei giapponesi). La nostra professoressa altri non è che la gran sacerdotessa del culto, la persona attraverso cui sarà canalizzata l’energia del rituale. All’inizio di Nocturne, il rituale si compie e il nostro mondo viene spazzato via.

Il filmato introduttivo di Nocturne. Non fate caso a Dante (se potete).

Il gioco è ambientato in quello che nella localizzazione inglese è chiamato ‘Vortex World’ (mondo a vortice). Quello che resta della città di Tokyo, con l’ospedale al centro, si richiude su sé stesso in una sorta di bozzolo o terra cava, al di fuori del quale non esiste più niente. In questo mondo embrionale, i demoni sono di nuovo liberi di camminare, mentre le anime delle persone morte durante la Conception (cioè quasi tutte) vagano in una sorta di limbo. Il protagonista stesso, infettato da un parassita inoculatogli da un misterioso bambino durante la transizione tra i due mondi, è diventato un mezzo-demone e ha cominciato a sviluppare poteri sovrannaturali.
Ma la Conception era solo la fase uno del piano dei cultisti. Sospeso al centro del Vortex World, brilla un astro di luce bianca abbagliante: è Kagutsuchi, il dio che governa su questo mondo embrionale. Il suo scopo è uno soltanto: accogliere colui che intende dare vita al nuovo mondo e metterlo alla prova. Me per raggiungere Kagutsuchi, bisogna dimostrare la propria determinazione raccogliendo dal Vortex World una quantità di Magatsuhi – energia vitale; ma probabilmente potremmo dire “anime” – sufficiente ad aprire la via che porta a lui. Nella landa post-apocalittica che è diventata Tokyo si scatenerà allora una guerra di tutti contro tutti, tra i demoni e gli esseri umani sopravvissuti, per chi riuscirà per primo ad aprire la strada per Kagutsuchi e a diventare il demiurgo del nuovo mondo.

Il gioco, in sé, è lungi dall’essere rivoluzionario. Il sistema di combattimento è più old fashioned che si può: rigorosamente a turni – che all’epoca non erano ancora caduti in discredito – e a incontri casuali. Riesce comunque a distinguersi dai suoi simili per due caratteristiche, entrambi marchio di fabbrica di tutto il franchise dei Megami Tensei. Primo, la difficoltà esagerata dei combattimenti (e non solo dei boss, ma anche degli incontri casuali). Nocturne sa di essere un gioco di nicchia, da hardcore gamers di JRPG, e quindi offre al giocatore un livello di sfida hardcore: il sistema di combattimento è estremamente tattico, e scoraggia il grinding selvaggio a là Final Fantasy in favore della strategia. Gestire la propria squadra di demoni (a partire da chi ne farà parte) diventa una parte importante del gioco (2).
L’altra caratteristica peculiare del gioco è la possibilità di convincere i nemici in battaglia a passare dalla propria parte. Persuasione, corruzione, minacce: tutto fa brodo. Il nemico così “conquistato” entra a tutti gli effetti nel party e diventa un personaggio giocabile. In questo modo si può costruire la propria squadra di demoni, con in aggiunta la possibilità di fonderli tra loro, farli evolvere, scomporli e così via. Il risultato è una sorta di Pokémon per adulti, con angeli, fatine, nekomata, succubi, tengu e orrori infernali al posto dei “simpatici” mostriciattoli.

Nekomata Nocturne

I think I know where this is going…

Per il resto, il gioco appare molto datato. Le grafiche sono abbastanza deprimenti, soprattutto se consideriamo che il gioco uscì due anni dopo quella gioia per gli occhi che è stato – per l’epoca – Final Fantasy X. I visi dei personaggi sono poco espressivi, e i dialoghi non sono doppiati. La palette di colori è volutamente scarna per rispecchiare la desolazione di questo mondo di transizione – dominano i rossi, i grigi, i blu, il bianco – ma alla lunga ottunde i sensi.
Il design dei dungeon è da galera. Corridoi lunghi e ripetitivi, labirintici, dominati – soprattutto verso la fine del gioco – da enigmi stupidi che costringono a una marea di backtracking. Si trova la forza per andare avanti solo per la curiosità di scoprire nuovi tipi di demoni e come evolverà la storia.

Ma è nell’atmosfera che evoca, che Nocturne rimane impresso nel mio cuoricino e in quello di coloro che ci hanno giocato. Nocturne è un gioco cinico – il che se già è insolito per un videogioco, è incredibile per un JRPG (genere d’elezione del melodramma e del trionfo dei buoni sentimenti). Prendiamo i due amici con cui cominciamo il gioco, e da cui veniamo divisi durante la Conception. Il tema degli amici perduti da ritrovare è un classico del genere – alzi la mano chi ha pensato Kingdom Hearts – ma qui diventa qualcosa di diverso. Perché i nostri amici non rimangono gli inermi ragazzini che avevamo conosciuto. Una volta imparate le regole del gioco – chi per primo raggiungerà Kagutsuchi potrà diventare l’artefice del mondo futuro – decideranno anche loro di prendervi parte e portare avanti la loro visione, che voi lo vogliate o no. Potete decidere di assecondarli – oppure no.
Il Vortex World è un mondo crudele, che costringe a diventare crudele. Personaggi che partono alleati all’improvviso si tradiscono e tentano di ammazzarsi a vicenda, nell’impazienza di arrivare primi alla grande gara. La stessa raccolta di Magatsuhi è, inevitabilmente, qualcosa di disumanizzante: per raccoglierle bisogna, di fatto, prosciugare le anime degli esseri viventi, siano essi demoni, umani intrappolati nel limbo o “manichini”, strani esseri inermi dalle origini – inizialmente – misteriose. Lo stesso protagonista potrebbe nel corso del gioco, a seconda delle sue scelte, perdere la propria umanità.

Jack Frost

Non tutti i demoni del gioco sono delle brutte bestiacce. Si possono anche reclutare (o menare) cosi carini.

Il concetto più interessante in assoluto è però quello di Kotowari (“Reason” in inglese). Per poter creare il nuovo mondo, è necessario fornire a Kagutsuchi il sistema filosofico, o set di principi che dovranno costituire le fondamenta del mondo che verrà: questa è la Reason. Una grande responsabilità. Nel corso del gioco, si verranno ad affermare una serie di Reason contrastanti: il mondo dell’immobilità e della quiete eterna (molto buddista), il mondo darwiniano della sopravvivenza del più forte, il mondo della libertà, e così via. Mano a mano che si procede verso la fine del gioco, attorno ai grandi leader che si affermeranno nel Vortex World si raduneranno grandi armate di demoni. Nella corsa a raggiungere Kagutsuchi, ciascuna di queste armate diventerà così il simbolo di un’istanza morale – il simbolo della Reason di riferimento. Ma solo una Reason alla fine potrà trionfare e fondare il nuovo mondo. E’ qualcosa di estremamente epico.
Il giocatore avrà la possibilità di ascoltare tutti questi auto-proclamati leader, e decidere con chi allearsi – per portare avanti quella specifica Reason – oppure andare contro tutti, e affermare così la propria Reason (andando così a violare le immutabili leggi di Kagutsuchi, che ha prescritto che i demoni e i mezzi-demoni non possono scegliere una propria Reason). Le fasi finali del gioco cambieranno a seconda della fazione con cui ci si schiererà. Ma combattere contro la Reason dei propri amici potrebbe anche significare essere costretti a ucciderli…

L’idea non è senza difetti. I principi fondativi di ogni Kotowari rimangono sempre abbastanza vaghi, e viene da chiedersi esattamente come faccia un’istanza morale a tramutarsi in quella rete di leggi fisiche che fanno esistere un universo. I finali, in particolare, sono estremamente deludenti e fanno pensare che gli sviluppatori avessero speso gli ultimi soldi del budget (e le idee) nello sviluppo del boss finale. Ironia della sorte, anche in questa trama a base di apocalissi e demoni, come già nei romanzi di Blish, tutto questo epico build-up va a finire in una conclusione un po’ tronca. Insomma: si poteva fare di meglio.
Ciononostante, i concetti alla base del mondo di gioco, l’atmosfera apocalittica, l’interplay tra i personaggi (il detective dell’occulto che diventa un hacker delle anime, il vecchio muto in sedia a rotelle accudito da un’infermiera dal viso sempre coperto, i quattro cavalieri dell’apocalisse, il principe dei demoni con le sembianze di statua, la divinità aliena venuta da un’altra dimensione…), e il continuo crescendo della trama verso il climax finale fanno di Nocturne un’esperienza magnetica.

Kagutsuchi

Kagutsuchi brilla su Tokyo, mentre la città viene disintegrata dalla Conception.

Proprio per queste ragioni, avrei sempre voluto scrivere una storia con questo stesso framework. Gli ingredienti per il successo ci sono tutti: viaggio dell’eroe, ambientazione apocalittica, proporzioni epiche del conflitto, la posta in gioco che è la più alta che si possa immaginare (la rinascita dell’universo), unite a quel sano cinismo e complessità psicologica da ‘opera matura’. Il fatto stesso che in Nocturne ci siano ampi margini di miglioramento era una ragione in più per scrivere qualcosa: che bello cullarsi nell’idea del “posso fare di meglio”!
Ma non ci sono mai riuscito.
Tutti i tentativi da me fatti suonavano come dei blandi plagi del concetto di Nocturne. Del resto l’idea di un pugno di uomini che, con il solo aiuto di tanto idealismo e un po’ di magia nera, distrugge e ricostruisce il mondo a propria immagine e somiglianza, rischia di suonare tanto ridicola senza una presentazione impeccabile. Una trama di questo tipo, tutta incentrata sulle paturnie psicologiche tra pochi personaggi e sullo scontro tra filosofie contrapposte, si presta fin troppo a cadere nella bassa retorica. Il gioco di Atlus la evita riducendo al minimo i dialoghi tra i personaggi e diluendoli con ore e ore di incontri casuali, esplorazioni di dungeon e monster farming, ma in un romanzo questi appigli non ci sono. E se la mia formazione da materialista non mi impedisce di godermi queste trame super-idealiste, sembra essere un serio ostacolo allo scriverne con convinzione.

Non ho abbandonato del tutto l’idea – periodicamente la mia mente ci ritorna, come testimonia questo articolo. E sono possibili approcci più science-fantasy al tema. In Roadside Picnic, uno degli artefatti abbandonati nella Zona dalla civiltà aliena è una sfera che, raccontano gli stalker, pagando il giusto prezzo può esaudire il tuo desiderio più intimo; il concetto è stato poi ripreso sia nel film di Tarkovskij, sia nel videogioco S.T.A.L.K.E.R., sotto forma di camera dei desideri. E se un uomo desiderasse rifare il mondo?
O si potrebbe buttarla in filosofia, come avevo abbozzato un paio di anni fa. Nel suo A Theory of Justice, ponderoso classico della filosofia politica del Novecento, John Rawls immagina che per edificare una società giusta ed equa i suoi membri dovrebbero partire da una posizione di ignoranza originaria, in cui nessuno, prima di averla fondata, può conoscere quale posizione andrà ad occupare nella stessa. Se potenzialmente ciascuno di questi ‘legislatori’ avesse le stesse probabilità di trovarsi all’ultimo gradino della società, nelle peggiori condizioni possibili, nel dubbio ognuno propugnerebbe come principi fondativi quelli che assicurano le migliori condizioni di vita minime possibili (3). Ora, questa è chiaramente un’astrazione teorica (neanche particolarmente utile per la storia del pensiero) – ma se questa astrazione – la quest per una società ideale costruita da zero – potesse magicamente diventare realtà?
Come si dice in questi casi, chi vivrà vedrà. La spugna non la getto. Nel frattempo, le vostre opinioni sono bene accette.

Nocturne - Quinto Kalpa

(1) Il videogioco ebbe sufficiente successo in madrepatria, da spingere gli sviluppatori a rilasciarne una nuova versione (in giappone conosciuta come “Maniax”) che aggiungeva nuovi personaggi, nuovi boss, nuovi demoni, un’intera nuova sidequest (con relativi dungeon) e un nuovo finale. Un’espansione di gioco decisamente corposa, che contiene una valanga di nuove informazioni sul mondo di gioco e permette addirittura di dare una nuova interpretazione al Vortex World e a Kagutsuchi. E, uhm, aggiunge anche il personaggio di Dante di Devil May Cry (!?), prima come boss e poi, eventualmente, come membro del nostro party di demoni. Ahem.
Questa, per nostra fortuna, è l’edizione (l’unica) del gioco arrivata in Occidente. C’è anche un risvolto negativo. Per un’intuizione geniale del reparto marketing, in Europa  in Europa il gioco ha lasciato cadere il nome ‘Nocturne’ e ha preso quello molto discutibile di Shin Megami Tensei: Lucifer’s Call. Ora, non si può dire che questo nuovo titolo sia davvero ‘fuori tema’: la sottotrama di “Maniax” infatti si concentra molto sul personaggio di Lucifero, l’angelo caduto. Certo però che questo titolo lo fa sembrare un gioco per bimbiminchia alla Dante’s Inferno

(2) Come tutti o quasi i miei articoli dedicati ai videogiochi, anche questo post vuole concentrarsi sugli aspetti narrativi del gioco piuttosto che sul gameplay – per cui relegherò a questa nota informazioni aggiuntive sul sistema di combattimento. Personalmente, ho apprezzato questo spostamento nel corso degli anni dai combattimenti a turni a quelli in tempo reale. Gli Shin Megami Tensei, però, mi hanno fatto tornare nostalgia per i sistemi a turni fatti bene.
Il sistema di Nocturne è incentrato sulle resistenze e le debolezze. Ogni demone (nemico o alleato) ha dei tipi di attacchi – ad esempio il fuoco, o il ghiaccio, o gli attacchi ‘fisici’, etc. – verso cui è debole e altri verso cui è resistente. Questo avviene anche nei vari Final Fantasy, dove infliggendo un attacco di ghiaccio contro un mostro di fuoco, ad esempio, gli causa danni maggiori. Ma in Nocturne accade molto di più. Quando si colpisce un nemico nella sua debolezza, non soltanto gli si infliggono più danni, ma la propria squadra acquista un turno in più. Questo significa che, a patto di colpire con ciascuno dei membri del proprio party una debolezza del party avversario, si otterranno il doppio del turni (e quindi la possibilità di infliggere due volte tanti attacchi!). Colpendo un nemico in una sua resistenza, invece, oltre a non fargli niente si perde un turno. Questo però vale anche per gli avversari: colpendovi in una debolezza acquisteranno un turno in più, colpendovi in una resistenza ne perderanno uno.

Beelzebub

E dato che non ci facciamo mancare nulla, oltre a Lucifero ci sarà anche la possibilità di reclutare Beelzebub… Prego, notare il LOL degli HP.

Su questo sistema di possono costruire sistemi di combo tali da virtualmente impedire ai nemici di torcervi un capello; ma può anche significare che, anche se il vostro party ha vita piena, un incontro casuale può potenzialmente mandarvi al Game Over nel giro di pochi turni. Acquisire esperienza col sistema di combattimento è l’unica maniera per non fare una brutta fine dopo l’altra; e il tasso di sfida sempre crescente del gioco costringe a imparare queste meccaniche.
Il sistema di Nocturne sarebbe stato poi ulteriormente migliorato nei due capitoli di Digital Devil Saga, con il sistema dei muri elementali (che evoca attorno alla squadra un ‘muro’ che annulla o riflette o assorbe un dato elemento per un turno) e quello dei buffing a squadra. Personalmente, trovo che il sistema di Digital Devil Saga sia il migliore mai trovato in un JRPG a turni, ed è un vero peccato che non abbia avuto seguito nell’industria videoludica.

(3) Questa, del resto, è solo una formulazione applicata alla politica della strategia del minimax usata nella teoria dei giochi.

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I Consigli del Lunedì #39: Earth Abides

Earth AbidesAutore: George R. Stewart
Titolo italiano: La Terra sull’abisso
Genere: Science Fiction / Post-Apocalyptic SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1949
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 370 ca.

Difficoltà in inglese: **

Men go and come, but earth abides.
ECCLESIASTES, I, 4

Quando una specie raggiunge un numero elevatissimo di esemplari, e satura il proprio habitat, diventa più soggetta al rischio di essere decimata da un’epidemia. Nel giro di pochi giorni, di quell’animale che sembrava essere ovunque non si trova più traccia. Oggi è toccato all’uomo. Quando Isherwood Williams, giovane studente di geografia all’università di Stanford, torna dalla sua escursione solitaria di due settimane sulle montagne, non trova più anima viva. Le strade sono deserte, le città silenziose. Una pandemia misteriosa si è portata via il 99% degli esseri umani.
Anche la sua casa, nei sobborghi di San Francisco, è vuota; nessuna delle persone che conosceva è ancora in vita. Ma Ish non vuole cedere alla disperazione. Deciso a trovare degli altri sopravvissuti e a impedire il silenzioso tracollo della civiltà, si imbarcherà in un viaggio attraverso gli Stati Uniti. A dargli forza, la curiosità intellettuale di scoprire cosa ne sarà del mondo dopo la fine del dominio dell’uomo. Lo aspettano anni incredibili.

Oggi vi presento un classico dimenticato. Benché non sia certo la prima opera di fantascienza post-apocalittica, Earth Abides è stato a lungo, per il mondo anglosassone, uno dei modelli di riferimento del genere. Uscito un anno dopo 1984, il romanzo di Stewart ha conosciuto una fama crescente nei decenni successivi. Gli scrittori che si sono cimentati in questo sottogenere, da King con The Stand (L’ombra dello scorpione) a McCarthy con The Road, gli si sono dichiaratamente ispirati. Ma con Earth Abides il tempo non è stato clemente come col romanzo di Orwell: oggi, negli States, è uno di quei libri che ricorrono più nella saggistica che nelle librerie di Anobii, e in Italia gli è andata ancora peggio, dove è rimasto un romanzo “da Urania” e non ha mai raggiunto grande notorietà.
Earth Abides parte da premesse consolidate – un protagonista solo, che si ritrova a vagare per le strade vuote di città decimate, in cerca di sopravvissuti – ma prende una direzione inusuale per il genere: quella del realismo documentaristico. Stewart era un saggista e uno storico prima che uno scrittore, e il suo romanzo ha molto della speculative fiction più pura: cosa succederebbe al nostro pianeta se rimuovessimo all’improvviso la quasi totalità della popolazione, e come reagirebbero i pochi superstiti? Stewart ce lo racconta attraverso gli occhi di Ish, in tre fasi della sua vita (corrispondenti alle tre parti in cui è diviso il romanzo): subito dopo il disastro, vent’anni dopo, e alla fine della sua vita. Niente mutazioni zombie, niente eroi, niente epica – solo le ‘normali’ esperienze di un uomo scampato alla fine del mondo.

Koala extinction

Uno sguardo approfondito
I protagonisti tipici della fantascienza post-apocalittica sono degli eroi, dei leader, o quantomeno dei duri – insomma, uomini d’azione. Devono esserlo, altrimenti avremmo dei personaggi-pov che se ne stanno tutto il giorno chiusi in uno sgabuzzino aspettando che qualcuno li salvi, e questa non è una trama molto appassionante. Nel 1949 però le convenzioni del genere non erano ancora state stabilite, e Stewart sceglie un tipo di protagonista molto differente.
Due sono le caratteristiche particolari dell’unico personaggio-pov di Earth Abides, e queste caratteristiche determinano il tono e la filosofia di fondo dell’intero romanzo.

Isherwood, tanto per cominciare, è passivo. Fin dall’inizio si presenta come uno studioso, un osservatore un po’ misantropo; la sua filosofia è quella dello scienziato davanti a un esperimento o dell’etnografo davanti al popolo da studiare: registrare fedelmente e interagire il meno possibile. La sua motivazione per tirare avanti e mettersi in viaggio, dopo aver scoperto che la malattia si è portata via tutti i suoi affetti, non è tanto trovare dei superstiti, quanto scoprire cosa succederà al mondo dopo la scomparsa dell’uomo. Il suo distacco dalla tragedia e la sua politica di non-intervento (soprattutto nella prima parte) riduce anche il coinvolgimento emotivo di noi lettori.
Tutta la narrazione si sviluppa secondo questo mood: il ritmo è pacato e costante, senza quasi mai picchi di tensione o di emozione. Spesso ho provato la sensazione di trovarmi in un documentario alla Piero Angela e di seguire la storia attraverso gli occhi di una fredda telecamera. Sensazione che si accentua quando Stewart intervalla la narrazione con dei brevi paragrafi dal tono esplicitamente saggistico: in questi passaggi, ci allontaniamo per un momento dalla storia di Ish e il Narratore Onnisciente ci racconta la sorte di questa o quella specie animale, o del sistema idrico di una città, o delle grandi autostrade che attraversano le praterie del Midwest. Queste digressioni – che si trovano soprattutto nella prima parte del romanzo, per poi diminuire gradualmente – sono del resto gli unici momenti in cui ci stacchiamo dal pov del protagonista, e sono chiaramente segnalate dall’interruzione di paragrafo.

Panda estinzione

Il nostro protagonista.

Se già questa premessa ha allontanato una buona fetta di voi dal romanzo, aspettate che arriva il bello: Ish è pure un protagonista sgradevole. Rampante universitario nell’America di fine anni ’40, Ish si sente un essere intellettualmente e moralmente superiore agli altri. Per tutto il romanzo, quando si riferisce ad altri da sé, non lo sentiremo dire altro che: questo è stupido, quello è mediocre, quest’altro ha una mente torpida, quello è un sempliciotto, quell’altro ancora si è talmente abbruttito che merita solo di morire.
La sua mancanza di empatia nei confronti degli altri, in particolare, può lasciare interdetti. E dato che un esempio vale più di mille parole, ecco come Ish tratta la prima persona in cui si imbatte dopo settimane, un ubriaco stordito dall’alcool e dal dolore:

Poi imprecò fra i denti, incapace di trattenere una smorfia di disgusto. Di tutti i sopravvissuti che avrebbe potuto trovare gli capitava fra i piedi un imbecille ubriaco, inutile per se stesso e per gli altri.

Mai in un romanzo post-apocalittico mi sarei aspettato di trovare un protagonista che invece di radunare attorno a sé tutti i poveri cristi che incontra, desideroso di compagnia e mutua assistenza, stabilisce che prenderà con sé soltanto quelli che riterrà degni – e che di fatto abbandona al loro destino quasi tutti i superstiti in cui si imbatte. Per dirla alla Fornero, Ish è terribilmente choosy.
Ora; un protagonista-pov sgradevole è una scelta pericolosa ma, di per sé, non è un errore. Corre il rischio di alienarsi la simpatia di molti lettori, impedendo in questo modo la catarsi e quindi l’immersione nella storia; ma può anche essere uno strumento dell’autore per dare un taglio particolare alla sua narrazione. Gli eroi heinleiniani sono tipicamente degli arroganti figli di puttana, ma molti fedelissimi di Heinlein amano i suoi romanzi proprio per questo. I protagonisti di Heinlein, però, non solo dicono di essere dei gran fighi, ma lo mostrano nei fatti: si rivelano davvero degli uomini superiori alla media. Isherwood, invece, è un meschino. Con la sua passività, crea una frattura tra quello che dice di essere (un eletto) e quello che mostra di essere (uno che non combina niente): un cocktail davvero difficile da digerire.

Worst apocalypse ever

Di nuovo, il nostro protagonista. Ma potrebbe anche essere la Tengi!

È difficile stabilire se quella di fare un protagonista sgradevole sia stata una scelta intenzionale dell’autore. Stewart era lui stesso un professore universitario, e dal tono compiacente che si fa strada a volte nella narrazione, si potrebbe sospettare un’inconsapevole self-insertion nel protagonista. Il modo in cui Ish incolpa vittimisticamente la mediocrità del genere umano per il collasso della civiltà, fa pensare a uno di quegli autori misantropi e autocompiaciuti di cui la storia della letteratura è piena.
In diverse altre occasioni, tuttavia, il mondo di Earth Abides smentisce e prende a schiaffi Ish. Il mondo post-apocalittico non ha bisogno di astrazioni intellettuali o di umanisti – ha bisogno di tecnici, di agricoltori, di ingegneri, di discipline pratiche. Ma queste cose Ish non può offrirle, Ish che alla sera preferisce leggersi Shakespeare piuttosto che una guida a come si coltiva un orto. In questo caso, Ish diventerebbe un simbolo dell’inadeguatezza e dell’impreparazione dell’uomo medio a far fronte agli infiniti problemi del ricostruire la civiltà dopo l’apocalisse.
Se non altro, l’impossibilità di decidere se l’autore sia ‘dalla parte’ del protagonista o meno, dimostra che la gestione dei punto di vista è impeccabile. Che ci piaccia o meno, ciò che vediamo è sempre filtrato dal pov di Ish, e nessun giudizio morale piove dall’alto; sta a noi lettori decidere come pensarla. (1)

Se la questione del protagonista rimane nebulosa, comunque, il romanzo pullula di errori oggettivi. Troppo spesso Stewart si abbandona a riassuntini raccontati, per esempio quando deve descrivere lunghi lassi di tempo o momenti della giornata in cui non accade nulla di importante. Le tre parti del romanzo, per esempio, sono inframezzate da brevi capitoli intitolati ‘The Quick Years”, in cui l’autore racconta cos’è successo tra un blocco temporale e un altro: queste parti sono interamente dei riassunti. Cosa ancora più irritante, anche alcune scene chiave sono raccontate anziché mostrate – ad esempio, il ritrovamento di molti dei superstiti durante i primi viaggi di Ish, all’inizio del libro.
Difetto ancora più grave, nel libro ci sono diversi errori scientifici. Un esempio su tutti: il cibo in scatola. Anche a distanza di venti e più anni dal collasso della civiltà, i superstiti continuano a nutrirsi di scatolette; Stewart concede che il cibo contenuto non abbia più sapore né struttura, ma sembra rimanere commestibile in aeterno. Cosa ancora più ridicola, probabilmente residuo della pruderie di fine anni ’40, nonostante la malattia abbia falcidiato un centinaio di milioni di persone, nel romanzo non ci si imbatte quasi mai nei cadaveri: le vittime hanno avuto la decenza di morire sempre fuori scena, nascosti nelle loro case, lontano in mezzo ai campi, o nei quartieri degli ospedali (da cui Ish si tiene accortamente alla larga). Sembra quasi che l’umanità non sia stata vittima di una pandemia quanto di rapimenti di massa degli alieni. Ora, posso capire che un romanzo di quell’epoca non insisterà mai – ahimé – sullo spettacolo gore di descrivere masse di corpi in putrefazione che invadono ogni dove; ma di qui all’asetticità Wasp di questa morte ‘invisibile’ e pulitina ce ne corre. Per un romanzo che vuole darsi un taglio realista e documentaristico, questi errori rischiano di minare la credibilità di tutta la storia.

Cibo in scatola

Al tempo stesso, però, molti aspetti del mondo di Earth Abides suonano credibili e scientificamente accurati. Le ipotesi sui cambiamenti ecologici nel corso degli anni sono affascinanti e ricevono molta più attenzione che nel romanzo post-apocalittico medio, dove in genere fanno da mero sfondo all’azione. Anche la dinamica sociale delle comunità in cui si radunano i sopravvissuti è convincente, e Stewart riesce a costruire alcune scene veramente coinvolgenti. Avanti nel libro – per dirne una – sullo scontro tra Ish e un nuovo arrivato che minaccia la sua leadership nella comunità, l’autore mette in piedi dei bellissimi momenti di tensione, e al contempo ci fa capire molto su come funzionano i rapporti di potere. Ish stesso, che ho tanto maltrattato per tutta la recensione, nel corso del romanzo avrà una crescita psicologica, e alla fine arriverà a capire molte cose che il suo snobistico io giovanile non vedeva o non voleva vedere (e riuscirà persino a combinare qualcosa di pratico!).
Earth Abides è anche un romanzo a tesi, e la sua tesi (dichiarata praticamente da subito: non è uno spoiler) è che un’epidemia che colpisce a caso e indiscriminatamente, non lascerebbe in circolazione i migliori, ma l’uomo medio – la gente che sta nella fetta centrale della gaussiana. Per questo non troviamo, nel romanzo di Stewart, gli uomini straordinari e dalla forte motivazione di tante opere post-apocalittiche successive. I personaggi che popolano Earth Abides sono tutte persone normali, banali, più pigre che cattive; e Ish, nella sua meschinità, è un’altra persona normale. E nella visione cinica ma condivisibile di Stewart, se la ricostruzione della civiltà è affidata a persone normali, non particolarmente talentuose o determinate o visionarie, cosa potrà mai venirne fuori?(2)

Earth Abides è un romanzo che non può piacere a tutti. La sua visione cinica e fredda dell’essere umano lo associa più a romanzi come Il signore delle mosche di Golding che non al tipico romanzo post-apocalittico, oppure a romanzi apocalittici molto particolari come The Death of Grass di John Cristopher (bel libro di cui parlai in questo vecchio consiglio). Il suo ritmo pacato, i personaggi banali, il pov antipatico, e il taglio naturalistico incline alla filosofia ricorda molta narrativa mainstream più che quella di genere. Quando consideri tutto questo, capisci come mai il romanzo di Stewart stia cadendo nell’oblio mentre The Stand di King (che è sicuramente peggiore) continui a vendere.
Ma nonostante tutto è un bel romanzo; e soprattutto è un romanzo che fa riconsiderare il modo in cui siamo abituati a leggere un sottogenere assai codificato della narrativa fantastica.

Mano di Dio

Perlomeno nel romanzo di Stewart non c’è QUESTO.

Dove si trova?
In lingua originale, Earth Abides si trova in formato ePub sia su Library Genesis che su BookFinder. In italiano, cercate La Terra sull’abisso su Emule: troverete una quantità di formati (doc, rtf, pdf, ePub).

Qualche estratto
Per i due estratti, ho scelto due degli elementi più controversi della scrittura di Stewart. Il primo brano è il primo di quei paragrafi saggistici con Narratore Onnisciente che interrompono la narrazione principale di cui vi parlavo; come vedrete, nonostante siano una sfacciata violazione delle regole dell’immersione, sono ben scritti e hanno un certo fascino. Il secondo brano è centrato sull’incontro tra Ish e il primo superstite, l’ubriacone – episodio a cui avevo dedicato qualche riga in corpo di recensione – così che possiate vedere in un contesto più ampio il problema del ‘protagonista non-empatico’.

1.
“It has never happened!” cannot be construed to mean, “It can never happen!”—as well say, “Because I have never broken my leg, my leg is unbreakable,” or “Because I’ve never died, I am immortal.” One thinks first of some great plague of insects—locusts or grasshoppers—when the species suddenly increases out of all proportion, and then just as dramatically sinks to a tiny fraction of what it has recently been. The higher animals also fluctuate. The lemmings work upon their cycle. The snowshoe-rabbits build up through a period of years until they reach a climax when they seem to be everywhere; then with dramatic suddenness their pestilence falls upon them. Some zoologists have even suggested a biological law: that the number of individuals in a species never remains constant, but always rises and falls — the higher the animal and the slower its breeding-rate, the longer its period of fluctuation.
During most of the nineteenth century the African buffalo was a common creature on the veldt. It was a powerful beast with few natural enemies, and if its census could have been taken by decades, it would have proved to be increasing steadily. Then toward the century’s end it reached its climax, and was suddenly struck by a plague of rinderpest. Afterwards the buffalo was almost a curiosity, extinct in many parts of its range. In the last fifty years it has again slowly built up its numbers.
As for man, there is little reason to think that he can in the long run escape the fate of other creatures, and if there is a biological law of flux and reflux, his situation is now a highly perilous one. During ten thousand years his numbers have been on the upgrade in spite of wars, pestilences, and famines. This increase in population has become more and more rapid. Biologically, man has for too long a time been rolling an uninterrupted run of sevens.

Alla frase «Questo non è mai successo» non si può attribuire il significato di «Questo non potrà mai succedere»… sarebbe come dire: «Dato che non mi sono mai rotto una gamba, le mie ossa sono infrangibili», oppure: «Dato che non sono mai morto, io sono immortale». Si pensi ad esempio alle catastrofi causate dall’invasione di certi insetti, come le cavallette o le locuste, quando una specie prolifera improvvisamente oltre le possibilità naturali offerte dall’ambiente, e quindi, per un meccanismo opposto ma altrettanto ignoto, precipita di nuovo sul limite della completa estinzione. Gli animali superiori non sono esenti da fluttuazioni simili. I lemming seguono un ciclo che senza preavviso giunge a un culmine drammatico. I conigli selvatici proliferano normalmente in un territorio per molti anni, finché all’improvviso sembrano sbucar fuori a dozzine da ogni cespuglio; e poi, con uguale rapidità, una pestilenza o qualcosa nell’ambiente ecologico li stermina di nuovo. Gli zoologi hanno perfino ipotizzato l’esistenza di una legge biologica: il numero di individui di una stessa specie non può stabilizzarsi, ma cresce e diminuisce fra un massimo e un minimo, e più si tratta di animali superiori, più lungo è il ciclo di queste fluttuazioni.
Durante la maggior parte del diciannovesimo secolo il bufalo africano ha popolato la savana in branchi più numerosi di ogni altro erbivoro. Era un animale poderoso, con pochi nemici naturali, e tutto fa credere che per secoli la quantità di capi fosse aumentata lentamente e gradualmente. Poi, sul finire del secolo, questo incremento raggiunse l’apice e i branchi furono improvvisamente colpiti da una varietà di peste bovina. Già nei primi anni del millenovecento i bufali erano animali rari, estinti in molte zone che un tempo avevano popolato. Soltanto negli ultimi cinquant’anni il loro numero sembra pian piano essere cresciuto.
In quanto all’uomo, ci sono poche ragioni per non credere che alla lunga possa sfuggire al destino di altri mammiferi superiori, e se davvero esiste una legge biologica di flusso e di riflusso la sua situazione è attualmente vicina al punto di pericolo. Negli ultimi cento anni il suo numero è aumentato vertiginosamente, a dispetto delle guerre e delle carestie che hanno provocato centinaia di milioni di vittime. Questo aumento della popolazione sta diventando anzi sempre più rapido, con aspetti esponenziali. Se quella dell’uomo con l’ambiente fosse una partita a dadi, si potrebbe dire che biologicamente egli sta ottenendo da ormai troppo tempo una ininterrotta serie di sette.

Philosophy Raptor

2.
In the front seat of a car parked at the curb, he saw a man. Even as he looked, the man collapsed and fell forward on the wheel. The horn, pressed down, emitted a long squawk as the body slipped sideways to the seat. Coming closer, Ish smelled a reek of whiskey. He saw the man with a long, straggly beard, his face bloated and red, obviously in the last stages of passing-out. Ish looked around, and saw that the liquor-store close by was wide open.
In sudden anger, Ish shook the yielding body. The man revived a little, opened his eyes, and emitted a kind of grunt which might have meant, “What is it?” Ish shoved the inert body to a sitting position; as he did so, the man’s hand fumbled for the half-empty bottle of whiskey which was propped in the corner of the seat. Ish grabbed it, threw it out, and heard it splinter on the curbing. He was filled only with a deep bitter anger and a sense of horrible irony. Of all the survivors whom he might have found, here was only a poor old drunk, good for nothing more in this world, or any other. Then as the man’s eyes opened and Ish looked into them, he felt suddenly no more anger, but only a great deep pity.
Those eyes had seen too much. There was a fear in them and a horror that could never be told. However gross the bloated body of the drunkard might seem—somewhere, behind it all, lay a sensitive mind, and that mind had seen more than it could endure. Escape and oblivion were all that could remain.
They sat there together on the seat. The eyes of the drunken man glanced here and there, hardly under control. Their tragedy seemed to grow only deeper. The breath came raspingly. On sudden impulse, Ish took the inert wrist and felt for the pulse. It was weak and irregular. The man had been drinking, doubtless, for a week. Whether he could last much longer was questionable.
“This, then is it!” thought Ish. The survivor might have been a beautiful girl, or a fine intelligent man, but it was only this drunkard, too far gone for any help.

Semisdraiato sul sedile anteriore di una Ford bianca c’era un uomo, che mentre lui si avvicinava collassò in avanti piombando col petto sul volante. Il clacson, sotto il peso del suo corpo, emise un ululato continuo. Ancor prima di aver aperto la portiera Ish sentì l’odore del whisky. L’individuo aveva una barba di due settimane, il volto gonfio e arrossato, ed era evidentemente ubriaco fradicio. Ish alzò lo sguardo e capì perché aveva posteggiato lì: a pochi metri di distanza c’era un negozio di liquori, con la porta aperta.
Improvvisamente irritato sollevò l’uomo dal volante e lo scosse. Lo sconosciuto parve riaversi, aprì gli occhi ed emise un grugnito che avrebbe potuto significare: – Eh? Che c’è? – Lui lo fece appoggiare allo schienale. Mentre lo piazzava in quella posizione l’altro annaspò verso una bottiglia di Old Man Ranger piena a metà, incastrata dietro la leva del cambio. Ish la prese, la scaraventò dall’altra parte della strada e la sentì andare in pezzi contro il marciapiede. Poi imprecò fra i denti, incapace di trattenere una smorfia di disgusto. Di tutti i sopravvissuti che avrebbe potuto trovare gli capitava fra i piedi un imbecille ubriaco, inutile per se stesso e per gli altri. Ma allorché l’individuo si volse a scrutarlo e Ish poté vedere meglio i suoi occhi, vacui e storditi, la rabbia che l’aveva invaso lasciò il posto alla compassione.
Quelli erano occhi che avevano visto troppe cose. Nel loro sguardo vitreo stagnavano ancora uno spavento e un dolore che non potevano essere detti a voce. Per quanto rozzo e incivile l’ubriaco potesse ora apparire, da qualche parte dentro di lui c’era una mente sensibile, una mente che aveva sopportato tutto quello che un uomo riesce a sopportare prima di cedere. La fuga e l’oblio erano tutto ciò che poteva restargli.
Aprì lo sportello di destra e sedette al suo fianco. Gli occhi dello sconosciuto si spostarono qua e là sul parabrezza, probabilmente senza vedere niente al di là di esso. Ansimava raucamente, inerte. La sua tragedia personale era una barriera che adesso lo isolava dal mondo. D’impulso Ish gli fece sollevare un polso e controllò le pulsazioni. Erano molto deboli, irregolari. C’era da scommettere che si stava nutrendo d’alcool da almeno una settimana. Quanto avrebbe tirato avanti prima del collasso finale era materia di ipotesi.
Così stanno le cose, già, pensò Ish. A rispondergli col clacson avrebbe potuto essere un uomo solido e ben educato, o magari una bella ragazza, e invece lì c’era un ubriaco che per lui costituiva soltanto un peso morto.

Tabella riassuntiva

Uno sguardo realistico a un possibile futuro post-apocalittico. Protagonista passivo e dall’atteggiamento irritante.
Buona gestione del pov. Ritmo lento e atmosfera fatalista.
Alcune riflessioni interessanti sulla natura umana. Alcuni errori scientifici minano la credibilità dell’insieme.

(1) Fanno eccezione, all’uso sistematico del pov del protagonista, i già citati paragrafi ‘saggistici’ con Narratore Onniscienti. Ma in questi passaggi non vengono pronunciati giudizi morali sui personaggi del romanzo, quindi questa ‘indecidibilità’ rimane.

(2) Alla luce di questa visione cinica dell’uomo medio di Stewart si potrebbe anche riconsiderare il carattere choosy di Ish. Lui rifiuta di aggregarsi alla maggior parte dei sopravvissuti che incontra, rimanendone inorridito. Questo atteggiamento elitista, sulle prime, ci disturba. Però potremmo anche chiederci: noi ci comporteremmo davvero in modo diverso? Saremmo pronti, nonostante la solitudine e la desolazione del mondo post-apocalittico, a fare banda con le prime persone che incontriamo? Anche se non ci piacessero? Non ci trasformeremmo piuttosto in animali guardinghi e riservati, come animali selvatici, costretti dall’istinto di sopravvivenza a non fidarci degli estranei?
Le convenzioni del genere post-apocalittico ci hanno ormai abituati a una logica standard delle relazioni umane – ma non è detto che sia quella più corretta. Forse le reazioni di Ish sono molto più vicine alla realtà. E se l’obiettivo di Earth Abides è il realismo, allora ha fatto un buon lavoro.

Gli Autopubblicati #06: Ultimo Orizzonte

Ultimo OrizzonteAutore: Valentina Coscia
Genere: Fantasy / Post-Apocalyptic SF
Tipo: Romanzo

Anno: 2012
Pagine: 177
Editore: WePub

Spéza è una città condannata. Un tempo nota come La Spezia, fiorente porto industriale della Liguria a un tiro di schioppo dalle Cinque Terre e da Portovenere, l’innalzamento del livello del mare l’ha trasformata in una palude mefitica. Per contrastare l’avanzata delle acque, gli abitanti hanno eretto la muagia, un muro di rottami e detriti che circonda Spéza da un capo all’altro della costa. Manovrate dalla casta dei massacàn, i “muratori”, le quindici Pompe della muagia lavorano incessantemente per cacciare fuori l’acqua che continua ad infiltrarsi nell’Entromuro.
Artibano er semo è l’ultimo dei massacàn, un lavoro che nessuno vuole più fare. Passa le sue giornate nella solitudine della muagia, osservando le pompe che una dopo l’altra si guastano e smettono di funzionare. Per salvare Spéza, bisognerebbe recuperare dei pezzi di ricambio dall’unico luogo in cui ancora sopravvive l’antica tecnologia – le rovine sommerse della città vecchia – ma tra quei relitti dormono divinità maligne che sarebbe meglio non disturbare. E quando il Vicario della Gese – la Chiesa che comanda col pugno di ferro sulla città – farà convocare Artibano sulla terraferma per trovare una soluzione, la tragedia si metterà in moto.

Valentina Coscia è l’autrice del racconto che ha vinto il concorso Deinos indetto ormai un anno fa da Mr. Giobblin. Lessi e recensii l’antologia nata da quel concorso lo scorso Maggio; e pur bocciandola in gran parte, rimasi colpito positivamente dal racconto della Coscia. Sicché ho continuato a tenerla d’occhio, e non mi sono perso l’annuncio fatto da Giobblin della pubblicazione del suo romanzo post-apocalittico con un piccolo editore indipendente che vende solo e-book (tale WePub).
A rigore, essendo stato pubblicato da un’editore che non coincide con l’autore, Ultimo Orizzonte non potrebbe essere definito un “autopubblicato”. Ma all’atto pratico, per il lettore, non fa molta differenza: si tratta di un romanzo digitale poco pubblicizzato di un autore abbastanza sconosciuto, che si può comprare ad un prezzo irrisorio (2,99 Euro). Vediamo ora se valga la pena sborsare 3 Euro per un post-apocalittico di ambientazione ligure.

Corniglia

E un seguito ambientato a Corniglia no? ❤

Uno sguardo approfondito
La gestione del pov in Ultimo Orizzonte è piuttosto bizzarra. La voce narrante principale è quella del protagonista, ed è in prima persona; tuttavia, un buon numero di capitoli è filtrato attraverso i pov di personaggi secondari, in terza persona. Questo mix di persone, oltre a non avere molta senso, crea anche una certa confusione. La prima volta che succede (nel quarto capitolo), il lettore si aspetta che ciò che sta leggendo sia ancora filtrato dagli occhi di Artibano (anche perché il capitolo si apre con un giudizio di valore: “Giobatta non è mai stato bravo con le parole, ma non glien’è mai fregato niente”), e ci mette un po’ a capire che l’autrice è passata alla terza persona e che il pov è di un altro personaggio (il sopracitato Giobatta). All’inizio di ogni nuovo capitolo, il lettore si trova a domandarsi se si è tornati alla prima persona o c’è ancora una terza – e mi è capitato un paio di volte di sbagliarmi per alcune righe (scambiando un pov in terza per quello in prima o viceversa) e dover poi ricominciare dall’inizio col filtro mentale corretto.
Ora, posso anche immaginare che esistano storie in cui alternare prima e terza persona possa avere un senso. Ma non è questo il caso: qui crea confusione e basta, oltre a spezzare l’immedesimazione a causa del continuo cambio di “timbro” della narrazione. La prima persona si utilizza quando si vuole immergere il lettore in un unico personaggio, al punto da farlo identificare nella voce narrante; non si può fare dentro e fuori. Se si vuole raccontare una storia corale, invece, se si vogliono mostrare anche dettagli di storia che il personaggio principale non potrebbe vedere, allora si scrive tutto in terza persona, compreso il pov del protagonista – del resto, questo Ultimo Orizzonte funzionerebbe benissimo anche se Artibano fosse un normalissimo pov in terza!
La Coscia, invece, sembra oscillare indecisa tra le due formule di romanzo. Se i capitoli con pov in prima di Artibano sono nettamente preponderanti, capita che ci siano anche due capitoli di fila con pov in terza di personaggi molto secondari, come quello di Catò, la moglie di Giobatta (e, in alcuni casi, pov quasi usa-e-getta). Se non altro la regola “un capitolo – un pov” è netta e non ci sono mai salti di punto di vista all’interno di un capitolo.

La voce narrante di Artibano è piacevole. L’ultimo dei massacàn è il classico ‘eroe scazzato’ alla Waterworld: un tipo stanco, cinico, pratico, che non si fida della vita, che vorrebbe essere lasciato in pace e che invece, causa mix di personaggi molesti e sensi di colpa, finisce per farsi coinvolgere. Gli avvenimenti di cui è testimone si mischiano ai suoi giudizi e commenti salaci, e in generale i suoi sono i capitoli che si leggono con maggior piacere. Insomma: non è un personaggio nuovo, ma fa il suo lavoro.
Di contro, gli altri personaggi del romanzo sono piuttosto pallidi. Ognuno ha un suo ruolo all’interno del plot e assolve alla sua funzione, ma di loro non rimane granché a lettura finita. Unica eccezione positiva è a mio avviso quella di Catò: un personaggio che di suo aggiunge poco alla trama principale, chiusa in casa com’è a badare al figlio in attesa del rientro a casa del marito; ma che trasmette in modo convincente sia l’atmosfera rurale-impoverita in cui vivono le famiglie di Spéza, sia il suo dramma privato, di moglie che si ritrova per marito una “cosa” fredda e irriconoscibile. Altre piccole note di merito sono la storia del vecchio Vicario cieco, condannato a comandare su una città che non può più vedere, e il rapporto tra Rafé e Richeto.

Kevin Kostner Waterworld

“Fottetevi tutti, me ne torno a casa.” “Non così in fretta…”

Il problema principale nella gestione dei personaggi è la loro tendenza all’isteria. Spesso e volentieri, in Ultimo Orizzonte, quando all’interno di un dialogo due personaggi si trovano ad esprimere posizioni contrastanti, oppure uno dei due commette un errore che nuoce all’altro, i due suddetti degenerano in una raffica di insulti che può durare anche parecchie righe. Questo anche durante scene d’azione! Immaginate che il cattivo si sia messo in moto, stia per attivare il suo terribile piano, e insomma non c’è tempo da perdere, la tensione è alle stelle, e questi due aprono e chiudono ogni poche pagine i loro siparietti da bambini di cinque anni. Due personaggi che degenerano in modo ricorrente sono Artibano e Rafé:

«Cosa succede?»
«Cazzo ne so, io?»

E qualche riga dopo:

«Ma cosa vuoi che vedo, in queste condizioni?»
«E allora stappati le orecchie e ascolta! Non voglio ritrovarmi quel maledetto elicottero attaccato al culo. Renditi utile, per una volta, massacàn».
«Vaffanculo, margon di merda».
«Quando scendiamo ti spacco la faccia».

Queste scene sono un continuo. Ora, qualcuno potrebbe anche spacciarmele come “reazioni alla tensione di essere di fronte al pericolo”. Ma non è così. Questi non sono ragazzini abituati a una vita di comfort e che sclerano come in un horror americano alla prima cosa che non quadra; questi dovrebbero essere uomini vissuti, abituati alla fatica, agli incidenti, alle disavventure, alla crudeltà della vita. Mi aspetto gente con le palle e l’aplomb dei Malavoglia di Verga. Insulti a freddo o smargiassate machiste ogni tanto ci stanno, fanno parte del contesto; ma questi accessi di aggressività infantile e controproducente (perché li bloccano, li distolgono da quello che stanno facendo, li rendono meno efficienti) non fanno che sospendere l’incredulità del lettore, e ricordargli che quelli non sono uomini veri ma personaggi sfuggiti al controllo dell’autrice.
Per il resto, la prosa della Coscia fa il suo dovere. A volte indulge nell’aggettivo inutile (la “puzza tremenda”, il “massiccio portone”), ma in generale scrive in modo molto asciutto e concreto. La sua Spéza si può toccare, i suoi personaggi si sa esattamente cosa pensano e cosa provano. Riesce a descrivere in modo chiaro azioni non scontate, come le manovre di immersione subacquea dell’equipaggio del Moscone (di cui ho dato un saggio nel secondo estratto, in fondo all’articolo). Il ritmo è sempre molto rapido, molto plot-driven, le descrizioni sintetiche e precise – a volte sono pure troppo brevi! Mi sarebbe piaciuto visualizzare Spéza un po’ meglio – e, quel che è meglio, a differenza della maggior parte degli autori italiani la Coscia non si sbrodola in fiumi di domande retoriche.

I Malavoglia

Gli abitanti di Spéza dovrebbero assomigliare un po’ di più a questi qua.

Ma il limite principale del romanzo a mio avviso non sta nella prosa, bensì nella trama. Premetto subito che qui si entra in un territorio meno oggettivo e più aperto alla discussione. Nei primi capitoli, Ultimo Orizzonte ricorda da vicino i mondi post-apocalittici e invasi dall’acqua di Bacigalupi, e in particolare Ship Breaker (ma anche un pizzico di The Blue World di Vance): fantascienza soft, un po’ slice of life, che mostra come gli abitanti di questi mondi degradati tentino di sopravvivere e di migliorare la propria condizione sociale. Con una diga sul punto di cedere, una cultura tecnica in rapido declino e un vecchio che amministra una città ripiombata nel Medioevo col pugno di ferro, c’era un sacco di materiale per un plot originale e mai visto in Italia.
E invece. Invece anche Ultimo Orizzonte si butta nel mare dei cliché dell’urban fantasy: una scia di delitti paranormali, una creatura malvagia risvegliata da un sonno secolare, divinità del folklore locale e un Prescelto chiamato dai suddetti déi a fermare la minaccia. L’interessante mondo in declino di Spéza diventa il palcoscenico della più classica delle storie d’azione fantasy, perdipiù condita di plot-holes1. Inoltre, non si può dire che la parte sovrannaturale sia curata come quella post-apocalittica “realistica”. Una breve parte del romanzo è ambientata a Portovenere (sfruttando il concetto di luogo di culto dedicato a Venere), ma quel che ci è mostrato del luogo è piuttosto anonimo; la Coscia ci appiccica sopra il nome “Portovenere”, ma poteva anche essere un altro posto e non si sarebbe sentita la differenza.
Nonostante il sentore di “già visto millemila volte” che attraversa quasi tutto il romanzo, comunque, la trama è disseminata di qualche piccola perla che vale la pena di leggere. Su tutte, uno scontro sott’acqua tra due personaggi in tuta da palombaro: una roba fighissima che non ho mai letto da nessun’altra parte!

La Spéza della Coscia, insomma, è un’ambientazione molto sottosfruttata. Ed è un peccato, perché di suo è davvero figa. Le case di legno affastellate le une contro le altre, il legno marcio e la puzza del quartiere povero di Fossamastra; la Gese (Chiesa) dove vive il Vicario, dominata dal profilo arrugginito dello scheletro di un elicottero caduto; l’antica città ormai ricoperta da metri d’acqua, dove si immergono i margòn (palombari) a ritrovare tesori e vecchie attrezzature. L’idea di una città che, anche amministrativamente parlando, sembra tornata al Medioevo, divisa com’è in quartieri semi-autonomi, ciascuno dei quali nomina un rappresentante che partecipa alle assemblee e va a parlare al Vicario.
E poi c’è la muagia con le sue pompe, ciascuna col suo numero che è anche il suo nome. Lo stato di abbandono, la sporcizia, la solitudine di Artibano nella sua cella, il camminamento sopra la diga da cui si può vedere la città da una parte, e il mare aperto dall’altro, rendono la muagia molto affascinante.; peccato non aver dedicato più pagine alla semplice descrizione della vita quotidiana dell’ultimo dei massacàn al suo interno. E peccato anche anche la Coscia non sia ingegnere o non abbia un amico ingegnere che l’aiutasse, perché se c’è un punto debole in questa ambientazione, è che si vive poco il lato ‘tecnico’ della muagia, la fisica delle Pompe e la loro gestione. Molto suggestivo invece l’alone di mistero sovrannaturale attorno alla diga, e ai disgraziati incidenti che hanno spazzato via, uno dopo l’altro, tutti gli altri massacàn.

Muratore

Esempio di Prescelto.

Il tocco finale all’ambientazione lo dà però il dialetto ligure. Come ormai mi capita sempre più spesso di trovare nella narrativa di genere (ma in realtà lo faceva già Conrad nei suoi romanzi malesi di fine Ottocento), la Coscia sparpaglia dentro e fuori dai dialoghi termini ed espressioni del dialetto ligure. E il ligure è bellissimo! Certe espressioni, soprattutto se messe in bocca a personaggi anziani, sembrano proprio tratte di peso dalla vita vera e sono alcuni dei momenti che suonano più ‘autentici’ in tutto il romanzo. Per esempio in questo passaggio (l’espressione dialettale è alla fine):

Sua nonna gliela cantava sempre, quella canzonetta scema. È la storia di un tizio del Mondo di Prima che aveva creduto di vedere una bestia misteriosa su al Casteo. L’aveva detto a tutti, spaventatissimo, facendosi ridere dietro dalla città intera.
«Però» aveva obiettato lei un giorno, «magari quella bestia c’era davvero, no?»
La faccia rugosa della nonna si era contratta in una smorfia. «Caterina» le aveva risposto secca. «Le bestie, chi, de gambe ghe n’han doi».

Unico appunto a questo proposito, l’abuso di note. Solo nella prima pagina, la Coscia ne concentra sei: inutile dire che spezzano la lettura. E in realtà non c’è veramente bisogno della maggior parte di quelle note. Cosa vogliono dire belin, figio de bagassa o Ai cuiosi se ghe strina ‘r cüo lo sa o ci arriva chiunque; e se non ci arriva, be’, fa colore lo stesso. In una eventuale versione 2.0 del romanzo, ridurrei le note di due terzi e lascerei solamente quelle indispensabili, cioè quelle che spiegano espressioni realmente criptiche o termini importanti ai fini del romanzo (margòn, massacàn, Gèse, braga).

Devo essere onesto – se questo fosse stato un romanzo straniero, come quelli che presento nei Consigli, non ne avrei parlato. Non perché sia brutto, non lo è; ma perché non spicca abbastanza.
Il discorso cambia se lo collochiamo nel ristagnante panorama italiano. Innanzitutto, Ultimo Orizzonte è sicuramente più bello, più originale e meglio scritto della grande maggioranza dei romanzi fantastici regolarmente pubblicati dalle grandi case editrici della carta. Lo collocherei sotto Pan di Dimitri2, ma molto sopra Alice nel paese della Vaporità. Tra gli Autopubblicati presentati sul blog, è inferiore al solo Marstenheim di Angra, e sicuramente superiore a La nave dei folli di Girola. Soprattutto, l’autrice mi conferma nell’idea che mi sono fatto di lei – ossia che, pur non sapendo sempre quello che fa sul piano tecnico, ha il potenziale per diventare una scrittrice molto interessante.
Ultimo orizzonte, in conclusione, è un romanzo piacevole e peculiare all’interno del panorama italiano. La storia corre via veloce, leggera, e l’ultimo terzo del romanzo, in particolare, si legge tutto d’un fiato. Quindi buttateci un occhio. Ne vale la pena.

Francesco Dimitri

“La smettiamo di tirarmi in mezzo?”

Dove si trova?
Come ho scritto in apertura di articolo, Ultimo Orizzonte si può comprare sul sito dell’editore, WePub, all’onesto prezzo di 2,99 Euro, nei formati .epub e .mobi. Il che mi fa veramente piacere, perché è questo il giusto prezzo per un libro in formato digitale. Inoltre, cosa più importante, non c’è DRM.
Di recente al (magro) catalogo di WePub si è aggiunto un racconto della Coscia ambientato a Speza di una trentina di pagine, La sentinella del Golfo. Interessante metodo di promozione: per comprarlo non bisogna sganciare soldi, ma collegarsi a Twitter attraverso il sito di WePub e scrivere un tweet sul libro. Io non uso Twitter, quindi non ho scaricato né tantomeno letto il racconto, ma magari è bello; e potreste avere un saggio aggratis dell’ambientazione di Speza prima di sganciare soldi per il romanzo.

Chi devo ringraziare?
In primo luogo Mr. Giobblin, che per primo (tra i pochi blogger che sporadicamente seguo) ha segnalato l’esistenza del romanzo. Ma non so se e quando l’avrei letto se non fosse stato per la mia collaudata beta-reader, Siobhàn, che se l’è scaricato appena saputa la bella notizia, mi ha detto che era carino e me l’ha raccomandato. Per poi rimproverarmi perché mi ero dimenticato di scrivere questa sezione!

Qualche estratto
Il primo estratto viene dal primo capitolo e presenta in breve tutti o quasi gli elementi centrali dell’ambientazione, ossia le rovine di Spéza, la muagia, i margòn e il loro lavoro, filtrati attraverso il pov in prima persona di Artibano. Il secondo estratto è preso invece dal quarto capitolo, il primo in terza persona, e mostra un elemento di trama che a me piace molto: le tecniche di immersione dei margòn.

1.
Lento, il sole cala dietro le colline color cenere: le ombre si allungano, il miserabile sipario di calore puzzolente si schiude ed eccola là.
Gli edifici divelti che sorgono dall’acqua, il profilo tondo della Gese, con il vecchio elicottero contorto e la croce monca a dominare la distesa immobile dell’Entromuro.
Il cadavere spiaggiato di una città.
Spéza.
Giobatta mi osserva con la coda dell’occhio e l’aria schifata di uno che sente una puzza tremenda.
Di me può pensare quello che gli pare, ma la verità è che lui e i suoi margon ieri non sono riusciti a combinare un belin: tanto casino per tirare su la carcassa marcia di un’automobile. Un mucchio di roba inutile: lamiere arrugginite, bighi di mare, ingranaggi inservibili.
Glie l’ho già detto, dove devono cercare, ma questo figio de bagassa ha ghignato con quei quattro denti che si ritrova e poi ha sputato: «Ai cuiosi se ghe strina ‘r cüo».
E, mentre i suoi compari si davano di gomito, si è fatto sotto, una montagna di muscoli frementi. Sono andato via strisciando, inseguito dalle risate.
Sempre la stessa vecchia canzone: brutte voci, brutte ombre, brutte cose nelle acque profonde.
Ma la muagia non resisterà ancora a lungo: denti de can e altre bestie la rodono, il metallo arrugginisce, l’acqua si infiltra sotto le fondamenta. Una dopo l’altra, le pompe che impediscono al mare di inghiottire la città si guastano: la Cinque si è fermata, la Tredici tribola a tenere il passo con la Dodici e la Quattordici, la Dieci va a regime ridotto per una perdita nel condotto del vapore. Ora anche la Sette ha deciso di tirare il ganbin. Loro mollano, il livello dell’Entromuro si alza e io sono solo.
L’ultimo massacàn rimasto.

2.
Il Cimitero delle Navi. A sentirlo nominare, i vecchi fanno scongiuri, sputano e non dicono mezza parola. Maledetto semo, lui, suo nonno e le sue cazzate.
Mentre Bacicia lega il Moscone alla bitta, Angiolo salta sul pontone e, nell’avvicinarsi alla ruota di legno della pompa dell’aria, si stira le braccia e la schiena. Felicìn va prendere la cima zavorrata e getta la pietra che fa da ancora. Lui osserva la corda divincolarsi e venire inghiottita dall’acqua e non riesce a trattenere un brivido al pensiero che, fra poco, seguirà la stessa strada.
Fianco a fianco come sempre, Rafé e Richeto si guardano. La seconda pompa attende il suo addetto. «Rafé alla pompa, Richeto con me».
Il primo abbassa la testa, l’altro apre con più forza del necessario il baule dell’attrezzatura e tira fuori le scarpe piombate, l’elmo e la tuta impermeabile.

Lascia andare l’ultimo piolo e la zavorra lo trascina giù.
La luce avvizzisce, il freddo inizia a mordere. Meglio non pensarci e badare solo ai gesti che lo riportano a casa tutti i giorni che il Santo manda in terra.
Controllare lo scarico dell’aria.
Eseguire le manovre di compensazione.
Regolare l’afflusso allo scafandro.
Gonfiarlo per controbilanciare l’aumento di pressione.
Rallenta, planando lungo la cima.
Quando il nodo che segnala gli ultimi due metri gli passa sotto le dita, piega le ginocchia per assecondare l’impatto con il fondo e una nuvola di sedimento lo avvolge.
Ora c’è solo da aspettare che tutta questa porcheria torni a posarsi. Non c’è bisogno di guardare per sapere che Richeto, lì accanto, fa la stessa cosa.
Il cordino di comunicazione si tende e il campanello dentro l’elmo squilla, facendolo sussultare. Da su vogliono sapere se è tutto a posto. Lui controlla che il coltello sia nel fodero e accende la torcia.
Automobili schiantate e arrugginite, le gambe di una statua troncate al ginocchio, il moncone di un albero spaccato a metà. Gli edifici sono ombre in agguato nell’acqua torbida. Si gira verso Richeto, che tocca la braga come se sgranasse la collana di Rafé.
Tira il cordino in risposta. Ma non c’è un belin, qui sotto, che sia a posto.

Tabella riassuntiva

Un post-apocalittico ambientato nelle rovine di La Spezia! Trama cliché su un prescelto che deve fermare un dio cattivo.
Gradevole voce narrante del cinico protagonista. Infelice scelta di alternare prima e terza persona.
Buon mostrato e ritmo rapido, plot-driven. Personaggi con tendenza all’insulto isterico.
In conclusione: MIGLIORABILE, MA PROMOSSO

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(1) Ne cito giusto un paio.
Primo, le meduse acide. Sono un elemento cruciale della trama, perché rendono impossibile muoversi nell’acqua dell’Entromuro con qualsiasi imbarcazione che non sia la Barca Vicaria. Senonché, alla fine del libro, i nostri eroi navigano fino alla muagia su una barca diversa da quella Vicaria. In teoria dovrebbe essere del tutto impossibile – ma le meduse? Pof. Sparite.
Altro elemento che non torna. Teoricamente, la divinità è stata risvegliata proprio da Artibano; ossia, dalla sua richiesta di andare a cercare pezzi di ricambio nella città vecchia. Se non fosse stato per lui, la divinità sarebbe rimasta là sotto. Ora, da un punto di vista accademico è vero che prima o poi il problema andava affrontato, e quei pezzi di ricambio recuperati; ma possibile che Artibano non senta un fortissimo senso di colpa per aver liberato l’entità? Dovrebbe essere questo l’elemento preponderante per convincersi che la faccenda lo riguarda di persona e che non può lavarsene le mani, questo l’elemento su cui il Santo dovrebbe fare pressione per persuaderlo. Ma l’elemento passa subito in secondo piano.Torna su

(2) Non è che Pan mi sia piaciuto particolarmente, ma riconosco che è il migliore tra i fantasy contemporanei italiani da me letti, ed è ormai usato in tutti gli ambienti che frequento come la pietra di paragone per ogni nuovo romanzo fantastico italiano.
In realtà questo primato potrebbe essere stato scalzato da tempo da romanzi che non ho ancora letto. Per esempio, nutro molte aspettative per i libri di Francesco Barbi, L’acchiapparatti e Il burattinaio. Il primo l’ho anche comprato, quindi presto o tardi lo leggerò e vi farò sapere.Torna su

I Consigli del Lunedì #23: Warrior Wolf Women of the Wasteland

Warrior Wolf Women of the WastelandAutore: Carlton Mellick III
Titolo italiano: –
Genere: Horror / Apocalyptic SF / Bizarro Fiction
Tipo: Romanzo

Anno: 2009
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 313

Difficoltà in inglese: *

McDonaldland è l’ultimo bastione della civiltà moderna, in un mondo devastato dall’olocausto nucleare. Sotto l’occhio benevolo della Benedetta Corporazione McDonald’s, gli abitanti lavorano sedici ore al giorno alla produzione di patatine fritte, pane per hamburger, carne di nu-mucca o nu-gallina, o altri cibi McDonald’s – gli unici legali a McDonaldland. A causa di questa dieta, gli abitanti sono quasi tutti grassi e sono incoraggiati a diventarlo ancor di più. Per chi si ribella alla volontà della corporazione, d’altronde, c’è un solo destino: essere esiliati da McDonaldland, aldilà del muro di trecento piedi che circonda la città, in una landa desolata infestata di famelici lupi mannari.
Un tempo anche i lupi mannari erano esseri umani – donne. In seguito alla guerra nucleare, un parassita si è insediato nei corpi di tutte le donne, infettandole con la sua maledizione. Da allora, ogni volta che una donna ha un orgasmo, perde un po’ della sua umanità e acquista tratti da lupo; il loro destino ultimo è di trasformarsi in bestioni di puro istinto grossi come autobus. Per questo, qualunque donna venga sorpresa a fare sesso o a masturbarsi senza aver ricevuto l’autorizzazione dal governo, viene immediatamente esiliata – condannata a trasformarsi in lupo mannaro o ad essere sbranata da uno di essi.
Daniel Togg conduce una vita infelice nella periferia di McDonaldland, producendo birra di nascosto con materiale di scarto e pensando a Nova, la sua fiamma del liceo, cacciata nelle terre selvagge dopo che un uomo l’aveva stuprata. Tra orari impossibili nella fabbrica di produzione di patatine e quel bullo di suo fratello, tenente di polizia di McDonaldland, la vita di Daniel non è mai stata facile – ma ora le cose stanno peggiorando. Devono aver messo qualcosa di sbagliato nel cibo, perché negli ultimi mesi a Daniel sono spuntate dal petto altre due braccia. Ora Daniel deve tenerle sempre nascoste sotto la maglietta, perché anche il destino dei mutanti, come quello dei lupi mannari, è di essere cacciati dalla città – e dati in pasto alle bestie là fuori.

Carlton Mellick III è un autore specializzato in novellas (racconti molto lunghi o romanzi brevi), ma con Warrior Wolf Women of the Wasteland torna al romanzo vero e proprio. Abbiamo già conosciuto questo campione della Bizarro Fiction con The Haunted Vagina e The Baby-Jesus Butt Plug prima, e con il modesto Sausagey Santa poi. In quel frangente, diversa gente aveva espresso sentimenti ambivalenti verso la Bizarro: uhm, sì, potrebbe essere interessante, però mi sembra un po’ troppo, e poi dai, gente che entra dentro la vagina di altra gente o il figlio di Dio infilato su per il culo, insomma, cioè! Bene – questo Consiglio è pensato proprio per voi!
Warrior Wolf Women of the Wasteland prende alcuni elementi tradizionali dell’horror pseudo-fantascientifico, come lupi mannari, mutazioni genetiche, e un mondo post-apocalittico, li inserisce in una struttura horror-action-splatter alla Grindhouse – Planet Terror e li shakera con un’ampia dose di Bizarro e di genialità.


Un importante precursore dell’opera di Mellick.

Uno sguardo approfondito
Una delle cose che mi ha sempre stupito di Mellick, è la sua capacità di mettere nello stesso romanzo un tale numero di idee che per un autore normale sarebbero bastate per tre o quattro libri diversi. Solo il primo capitolo introduce una tale quantità di trovate da abbagliare. Ma queste idee non sono un’accozzaglia di trovate messe insieme a caso, bensì discendono da un limitatissimo numero di premesse.
Premessa numero uno: una società governata dalla McDonald’s come se si trattasse di un’azienda, come funzionerebbe? Lo stile di vita dei suoi abitanti (obesi che muoiono prima dei cinquant’anni), la loro religione (una fusione di Cristianesimo e Islam con Ronald McDonald nel ruolo di Gesù), persino lo stile architettonico (rosso e giallo brillante nelle diverse sfumature, ovunque) discendono da quell’assunto.
Premessa numero due: come sarebbe organizzata una società in cui ogni esemplare femminile si trasforma progressivamente in un mostro orrendo ogni volta che ha un orgasmo? Mellick pensa a tutto: politica della castità totale, permessi rilasciati dal governo per avere figli, abbigliamento per donne che hanno avuto figli per nascondere le loro orribili fattezze, ma anche il disprezzo e la paura che gli uomini provano per le loro compagne e la trasformazione psichica a cui le donne vanno incontro mano a mano che si trasformano. E ancora, come potrebbero sopravvivere nelle lande selvagge le donne esiliate ma non ancora diventate pienamente lupo, come potrebbe organizzarsi una società di donne-mannare, che valori avrebbe, eccetera.
La premessa numero tre, ossia le strane mutazioni maschili che fanno spuntare braccia o gambe aggiuntive, all’inizio sembra quella più insulsa, poco più di un espediente per mettere il protagonista in una situazione di pericolo e innescare la vicenda. In realtà, andando avanti nella storia, Mellick riesce a innestare questa premessa in un insieme con le altre due che non solo è convincente, ma sembra anche l’unica spiegazione possibile per tutto quello che è successo. Mellick è stato spesso rimproverato di inserire elementi assurdi per il gusto di farlo; be’, in questo libro tutte le trovate scaturiscono da un background perfettamente coerente ed organico. Si capisce che ci ha lavorato molto, e i risultati si vedono 1.

I'm Vomiting It

Tutto questo è raccontato con il consueto stile di Mellick, ossia con la prima persona e tempo presente. Daniel Togg è il tipico protagonista mellickiano: sulla trentina, tranquillo, un po’ ribelle e anticonformista ma tendenzialmente passivo, razionale, dal timbro narrativo caldo e scorrevole. Ogni capitolo è costituito da tanti brevi paragrafi (ma nelle scene più concitate un paragrafo può essere lungo anche alcune pagine).
Quando deve introdurre informazioni di background, Daniel non ha problemi a interrompere la narrazione (magari con un nuovo paragrafo) e ad aprire una digressione come se si stesse rivolgendo direttamente al lettore ignaro. Se da un lato questo espediente è un po’ illogico e spezza il ritmo, dall’altro in genere gli infodump sono abbastanza divertenti e/o curiosi da non dare fastidio – tranne in alcune circostanze particolarmente demenziali, come quando durante un’adrenalinica fuga dai lupi mannari Daniel apre una digressione sulla trasformazione del gioco del football a McDonaldland (WTF?).
Bisogna anche riconoscere che questo modo di inserire infodump – brevi, bizzarri, riferiti con lo stesso timbro vivace della storia principale – rende la storia più scorrevole e più facile da seguire; il lettore non deve dedurre niente o quasi perché gli viene detto tutto. Come direbbe il Duca, la prosa di Mellick è molto scemo-friendly. Pure troppo: in diverse occasioni Daniel sottolinea l’ovvio o chiarisce punti che sarebbe stato meglio lasciare in una piacevole ambiguità. Lo stile ermetico di Swanwick mi irrita, ma non mi fa nemmeno piacere che l’autore mi tenga la manina come se fossi il fratello scemo di Charlie Gordon.

Ci sono anche dei passaggi in cui questa propensione di Mellick all’infodump appare del tutto incompensibile e fastidiosa. Ogni volta che un personaggio riferisce qualcosa di nuovo sull’ambientazione a Daniel, invece di un monologo o un dialogo adeguatamente mostrato, Mellick apre un nuovo paragrafo e riferisce al lettore tutte le informazioni in discorso indiretto. Ad esempio: “Guy tells us about the wolf women. They call themselves The Warriors of the Wild…”, e parte un paragrafo lungo una pagina; oppure: “Krall says there was a time when he never would have risked his own life to save another, especially not a woman. […] When he was young, Krall…” e via così per due o tre pagine.
Per quanto mi sforzi, non riesco a immaginare quale vantaggio possa esserci nel preferire paginate di discorso indiretto e informazione pura rispetto a un dialogo. Un dialogo non è neanche particolarmente faticoso da scrivere.

Ronald McDonald's si incazza

Non fare incazzare la Benedetta Corporazione McDonald’s.

Il che è un peccato, perché Mellick con i dialoghi, e con le interazioni tra personaggi in generale, ci sa fare. Protagonista a parte, tutti i comprimari sono ben fatti. Ciascuno ha dei tratti psicologici distintivi e ben motivati, ciascuno ha degli obiettivi e degli ostacoli privati da superare, non esistono solo in funzione della storia né di Daniel: Guy, il fratello del protagonista, tenente di polizia con un amore morboso per i propri baffi, un odio altrettanto morboso verso i licantropi e, curiosamente, una moglie giunta al terzo figlio e sulla buona strada della trasformazione completa; il freddo anatomo-patologo Robert Krall, e poi Nova, la licantropa sull’orlo della depressione, o la dura Slayer, quasi completamente trasformata benché tecnicamente sia ancora vergine. Menzione speciale per la psicopatica Pippi (che ha le treccine come la più famosa omonima!).
Per contro alcuni personaggi importanti per la trama, come il Maggiore McCheese o l’Hamburglar, sono introdotti troppo tardi nella storia, nonostante il protagonista sapesse della loro esistenza fin dall’inizio. Sembra quasi che Mellick abbia improvvisato la loro esistenza man mano che scriveva, forse perché non sapeva bene che direzione dare alla trama. Infatti, a differenza dell’ambientazione – che funziona alla perfezione e sembra organizzata a tavolino fin dall’inizio – la trama del romanzo sembra procedere un po’ come capita, senza alcuna direzione precisa. Se la prima metà (quando si tratta di inserire tutti i tasselli dell’ambientazione) funziona alla perfezione, la seconda sembra barcamenarsi nel tentativo di arrivare a un finale. L’ultima parte del romanzo si inserisce nei binari classici da film d’azione, con tanto di supercattivo chiaramente riconoscibile e megacombattimento finale, e sembra un po’ peccato che Mellick abbia imbastito un mondo e personaggi così interessanti per poi andare a finire in questo modo 2.

Ma per i novizi della Bizarro Fiction e del weird, il fatto che la trama del romanzo segua un canovaccio familiare potrebbe anche essere un pregio. Già dovranno fare i conti con cose assurde tipo sesso interspecie, cannibalismo, enormi ammassi di carne senza testa che stuprano… vabbé, smetto.
Warrior Wolf Women of the Wasteland è un ottimo romanzo horror d’azione, che unisce un certo gusto splatter-pulp con una buona dose di intelligenza e una creatività spropositata. C’è anche spazio per temi drammatici, come la questione su come possano convivere un uomo e una donna che si amano in un mondo in cui l’intimità e i rapporti sessuali hanno come conseguenza a lungo termine la distruzione di quello stesso rapporto. Infine, si tratta di un’opera di Bizarro Fiction in cui la weirdness sta più negli elementi dell’ambientazione che non nella struttura del romanzo, quindi è particolarmente adatta a coloro che hanno letto poco e niente del genere.

L’Hamburglar, uno dei cattivi del romanzo. Sì, Mellick non è normale.

Ma se ho deciso di dedicare questo consiglio a Warrior Wolf Women non è solo perché il romanzo è obiettivamente bello. Trovo anche che insegni un paio di cosine interessanti.
Primo: si può quasi dire che questo romanzo sia stato scritto su commissione. Era stato chiesto a Mellick di scrivere una storia sui lupi mannari, benché lui non ne fosse mai stato appassionato. Dopo un’iniziale reticenza, come spiega lui stesso nella nota autoriale all’inizio del libro, avrebbe scritto la prima bozza di getto in meno di un mese. Insomma: investimento emotivo iniziale scarso, tempi di gestazioni breve. Per contro la novella Adolf in Wonderland, progetto molto caro a Mellick, che rimaneggiò per otto anni prima di pubblicarla, è molto più brutta. La lezione che se ne ricava? Che non c’è alcun rapporto necessario tra l’importanza che una storia ha per lo scrittore, il tempo passato a lavorarci su e coccolarsela, e la bellezza dell’opera compiuta. Uno può stare vent’anni su un romanzo di 100 pagine e produrre una merda, mentre un altro può realizzare un’ottimo libro in un paio di mesi. Gli aspiranti scrittori dovrebbero quindi piantarla con la scusa “ci ho lavorato tanto, dev’essere per forza bella”: semplicemente non funziona così.
Secondo: a Mellick non interessavano i lupi mannari e la faccenda della luna piena lo annoiava a morte. Perciò che ha fatto? Ha tenuto fermi un paio di punti fondamentali (la trasformazione in bestia, la perdita della razionalità) e ha cambiato tutto il resto – tanto da chiedersi, “ma che cazzo, ho scritto una storia di lupi mannari o di furries?”. Warrior Wolf Women mostra che giocare con le ‘razze’ consuete della narrativa fantastica è bello e salutare, e si può arrivare a produrre una variante migliore dell’originale (almeno, a me piace molto di più!). Alla luce di questo, sperò risulterà più comprensibile il mio disappunto nel leggere le banali e già viste storie di Deinos3. Prendete esempio!

Bonus: Barbarian Beast Bitches of the Badlands
Barbarian Beast Bitches of the Badlands
Autore: Carlton Mellick III
Titolo italiano: –
Genere: Horror / Apocalyptic SF / Bizarro Fiction
Tipo: Raccolta di tre novellas collegate

Anno: 2011
Pagine: 284

Avete finito Warrior Wolf Women of the Wasteland e ne volete ancora? Vi chiedete cosa ne sia stato delle Bitches sopravvissute alla guerra? Mellick ha pensato a voi, con questo libro raccoglie tre novellas che riprendono l’ambientazione del romanzo. Le tre storie sono ambientate rispettivamente prima dei fatti di WWWW, durante e dopo, e si focalizzano su tre personaggi secondari del romanzo: Apple, l’Hamburglar e Hyena. Le tre storie sono in realtà collegate da un’unica trama, per cui si può dire che Barbarian Beast Bitches è una side-novel di WWWW divisa in tre parti.
I racconti sono tutti in terza persona con un pov tecnicamente ancorato sul protagonista, ma che nella sostanza balla un po’ (specialmente nelle scene di massa). Ahimé, devo ammettere che la qualità della scrittura è inferiore a quella del romanzo, e certe parti sembrano buttate giù proprio di fretta. Ancora, ci sono troppi combattimenti – ma davvero troppi – contro legioni di nemici piuttosto anonimi, benché Mellick sia abbastanza in gamba da dare a ogni combattimento caratteristiche particolari. Per contro, ci sono anche delle belle trovate (come la relazione tra Apple e il suo ragazzo Sam, la diatriba tra Horatio e Tomahawk se siano meglio le armi a corto raggio o quelle da tiro, o l’infanzia dell’Hamburglar). Nell’ultima novella è anche introdotta una nuova razza, che poteva essere molto interessante se non fosse che viene presentata in modo un po’ insulso.
Insomma, il libro è carino benché un po’ trascurato e ripetitivo. Ovviamente non ha senso leggerlo se prima non si è letto Warrior Wolf Women of the Wasteland.

Dove si trovano?
Le uniche copie piratate che sono riuscito a trovare di entrambi i libri sono dei pdf su Library Genesis. L’unico problema con questi pdf è che i romanzi sono pieni di immagini e abbellimenti estetici; convertire i file in epub o in altri formati comodi senza perdere le immagini può essere lungo e faticoso. Considerate perciò la possibilità – specialmente se avete già letto Mellick e sapete che vi piace – di comprare direttamente le versioni kindle disponibili su Amazon (qui e qui). Il prezzo è di 5,99 Euro, quindi accettabile (soprattutto considerando che si tratta di libri di 300 pagine circa e non di novellas striminzite).

Qualche estratto
I due estratti di oggi sono centrati sulle squisitezze della licantropia femminile. Il primo, preso dal primo capitolo, riassume la condizione femminile a McDonaldland e mostra il modo piuttosto infodumposo ma comunque gradevole che Mellick usa sempre quando deve spiegare qualcosa; il secondo mostra invece i piaceri (?) del sesso tra un essere umano e un lupo grosso come un camion.

1.
Molly is turning into a wolf. This happens to all women, once they begin to have children. Some women become less wolf-like than others. I haven’t seen a woman as wolf-like as Molly since my mother was pregnant with her third kid a long time ago.
It is a disease that came about in the early days of McDonaldland. They call the disease lycanthropy, which was named after a fictional disease of the same name that turned people into werewolves. But there is a big difference between this version of lycanthropy and the fictional one. For starters, only women are affected by this disease. It doesn’t affect men. Secondly, the disease isn’t spread from a werewolf bite. All McDonaldlandian women are born with this disease. Thirdly, the changes are not caused by a full moon. The changes occur only during the act of having sex. Fourthly, once the transformation occurs, the women do not return to human form as werewolves would the next morning. The mutation is permanent. Fifthly, the transformation doesn’t happen all at once. The changes happen a little at a time, each time the female engages in sexual activity, including masturbation.
It is believed that these changes occur during sex because the mutation is a result of the virus reacting to endorphins released in the brain during sexual stimulation and especially orgasm. This is a shaky theory, however, because endorphins are released in the brain for more reasons than just sex.
Because sex is the cause of these lycanthropic changes, sex has become illegal in McDonaldland. You can only partake in sexual activity if you obtain a permit from the board of directors. And you can only get a permit if you are married and only have sex to procreate. The permit is good for only five days and you are only allowed to have sex once per day. It doesn’t matter if the pregnancy is a success or not after the five days are up. If the new wolf-like features are not too serious, then you can apply for another permit to have a second kid in the future. The upper class, of which Guy is a part, is usually allowed to get a third permit. This is why Molly is now almost more wolf than human. Most women are not allowed to mutate this much.
[…] Molly is ferocious when Guy gives her the burgers. She rips open the wrappers on three Double Cheeseburgers at once and tears into them with her slobbery black jaws. After the first bite, she realizes what she is doing and composes herself. She sits her two daughters at the table into their chairs and gives them their meals. Then she sits herself down and continues eating in a more civilized manner.
Women who are as wolf-like as Molly often have problems controlling their instinctual urges. They become more wild and unruly. Molly has probably transformed so much that Guy isn’t allowed to let her out of the house. That is the law with some women who have been granted three sex permits.
If she becomes any more beast-like, the Fry Guys will have to capture her and release her into the wasteland outside of the walls. The only reason she hasn’t been taken out of town already is probably because of Guy’s status.
Even if they are not yet unruly, any woman who has sex without a permit is sent into the wasteland. It is not just against the law, it is considered heresy. It is McDonaldland’s strictest law. There is no leniency toward any woman. Even the Chief of the Fry Guys had to send his own daughter into the wasteland, because she had sex a single time without a permit. I know that story all too well.

Philosoraptor licantropi

2.
We sneak through bushes toward the noise, keeping a safe distance. The snarling becomes louder the closer we get. I can see hair and movement through the leaves. We get so close that I can almost feel the body heat of the enormous beast.
The man in the white suit motions for us to get down once we are close enough to see. We lie on our bellies and peek out of the bushes at the creature in front of us. The beast is not just snarling, it also appears to be moaning and breathing heavily. We also hear a man’s muffled cries.
Lying in a meadow, we find the blonde wolf who had attacked us on the road. She is on the ground, on her side, with her paws in her crotch. She is wiggling and thrashing her hips. Then we see the man. The yellow Fry Guy who the blonde wolf had carried into the woods. We only see his yellow legs, but we can tell it is him.
The wolf is shoving the man into her furry crotch with the pads of her paws. Most of his upper body is inside of her, inside of the wolf’s vagina. The creature is fucking his entire body.
The man in the white suit speaks quietly over my shoulder, “The more they grow, the bigger their sex drive.”
The blonde wolf seems to orgasm with the man inside of her. As she orgasms, her body grows. There is a stretching and popping sound coming from her muscles as her flesh expands.
“And the more they have sex, the bigger they grow.”
The man shrieks inside of her, as if he can feel her growing bigger around him.
“With that kind of sex drive, she might continue raping him over and over, and she’ll just get bigger and bigger.”
Then the blonde wolf digs her muzzle into her crotch and sucks the yellow man out of her vagina. We listen to his muffled cries as she chews and swallows him.
“Or maybe she’s more hungry than horny,” adds the white suited man.

Tabella riassuntiva

Una fikissima reinterpretazione dei lupi mannari. Infodump e discorsi indiretti quando se ne poteva fare a meno.
Ambientazione curata e coerente. Canovaccio un po’ classico e conclusione prevedibile.
Personaggi interessanti e trovate weird a palate. A volte è davvero troppo scemo-friendly.
Stupri interspecie! Yay!

(1) Mellick tenta anche di dare una spiegazione scientifica coerente con l’ambientazione a tutti i fenomeni strani del libro, ma non si tratta di una cosa da prendere troppo sul serio. Parassiti che modificano il proprio ospite umano fino a trasformarlo in una bestia grossa come un capannone? Conservanti chimici che donano la vita eterna (assieme a un’elegante pelle plasticosa)? WTF? Le cause profonde delle stranezze del romanzo seguono una logica interna, anche affascinante, ma non c’è nulla di scientificamente plausibile. Se quindi mi va bene di definire il setting del romanzo “Post-Apocalyptic SF”, mi rifiuto categoricamente di definire questo romanzo “fantascienza”.Torna su
(2) Mi riferisco alla “parte finale” e non all’epilogo vero e proprio, perché al contrario quest’ultimo è piuttosto insolito e divertente.Torna su
(3) Ovviamente non sto dicendo che qualsiasi sperimentazione o variazione sul tema vada bene. I vampiri di Twilight fanno cagare. Ma fanno cagare perché sono una roba retard, poco ispirata dal punto di vista fantastico e che non sta in piedi dal punto di vista della logica interna; non perché “si distaccano dal concetto originale di vampiro”. Non c’è nulla di male nel distaccarsi dall’originale, se si è in grado di realizzare qualcosa di meglio, o quantomeno una variante interessante e consistente.
A questo proposito (e per restare in tema di parassiti e horror), potreste dare un’occhiata a Peeps di Scott Westerfeld (sì, quello di Leviathan).Torna su

Gli Autopubblicati #05: Deinos

DeinosAutore: AA.VV. (a cura di Mr. Giobblin)
Genere: Horror / Science Fiction / Apocalyptic SF
Tipo: Raccolta di racconti

Anno: 2012
Pagine: 100 ca.

Sono tre mesi che non dedico un articolo al panorama degli autopubblicati italiani; l’ultimo era stato il deludente La nave dei folli di Alessandro Girola. I motivi sono, credo, gli stessi per cui Gamberetta ha deciso di non occuparsi più di fantasy italiano. Gli autopubblicati, purtroppo, hanno dimostrato di non essere mediamente migliori degli scribacchini dell’editoria tradizionale. E di rendermi antipatico con altre recensioni negative di opere misconosciute non mi andava.
Non credo di essere il solo a pensarlo. Zweilawyer non aggiorna più da un anno la sua Z-List (probabilmente è troppo impegnato a prendere a capocciate il muro e a chiedersi “Signore, perché ci hai abbandonato?”), Bakakura di Neyven ha inaugurato il suo progetto Valinor solo per scoprire che tutta la roba che gli mandano fa troppo schifo per essere portata avanti.
Comunque, ho continuato a seguire iniziative e progetti che mi davano (e mi danno) la speranza di produrre risultati superiori alla media. Deinos era uno di questi.

Su Giobblin e sul suo Minuetto Express ho opinioni ambivalenti. E’ un tipo strano, perché consiglia con lo stesso entusiasmo titoli molto buoni (Ender’s Game, The Windup Girl, Hugo Cabret), vere e propri gioiellini (The Wonderful Future That Never Was), roba insulsa (Robopocalypse) e schifezze orrende (Pirati dei Carabi 4 “discreto”, John Carter “sottovalutato” – srsly u guy?). Soprattutto, mi dà l’impressione di essere troppo indulgente; e l’indulgenza è una delle cose che più fregano i nostri aspiranti scrittori, dato che rallenta o blocca il loro percorso di studio. Ma se non altro parla di zombie, dinosauri e ucronie invece che del fantastico come specchio deformante o dell’importanza di una lettura neoliberista dell’opera di Tolkien.
Deinos nasce sulle pagine del blog di Giobblin come concorso letterario di racconti. Il tema: i dinosauri appaiono dal nulla nella nostra epoca, e cominciano a portare distruzione. Perché sono apparsi? Come si comporteranno? Come sarà la vita dell’uomo della strada dopo la dino-apocalisse? Di qui in poi i concorrenti possono sbizzarrirsi – dal racconto di invasione sull’arrivo dei dinosauri, al survival horror urbano, dal tentativo hard sf di trovare una spiegazione scientifica dell’apparizione dei lucertoloni a roba più strana.
Okay, il tema non è né interessante né ampio come quello di Ucronie Impure di Girola (recensito qui), ma ci può stare.

Like a boss

Traccia per un racconto con dinosauri. Io la butto lì eh…

Gli otto racconti migliori, dopo una passata di editing, sono entrati a far parte dell’antologia Deinos che potete scaricare qui nei formati epub e mobipocket. I racconti sono stati ordinati in ordine decrescente di bellezza secondo il giudizio di Giobblin e Girola, i due giurati del concorso. I racconti sono preceduti da una breve introduzione dello stesso Girola, e sono seguiti da due “fuori concorso”: il racconto di Giobblin La vendetta di Geraldo, già apparso a puntate sulle pagine del blog, e un breve pezzo scritto da Claudio Vergnani, un tizio che non conosco ma che ha scritto una trilogia sui vampiri (qui la pagina di IBS coi tre libri).
Presenterò i due gruppi di racconti in due sezioni separate, dopodiché tirerò le fila del discorso con una valutazione complessiva dell’antologia.

Gli otto racconti in gara

DeinonicusEffetto Lazzaro
Il primo racconto ci catapulta nella Squadra Anti Dino, corpi speciali con il compito di ripulire le città dai sauri immondi che le hanno invase, quartiere dopo quartiere. Ma la vita nelle Squadre Anti Dino è una vita dura, e solitamente breve: parola di geologa. Il racconto è strutturato come un unico monologo di un veterano delle Squadre a un novellino poco prima dell’inizio della missione. Gli interventi e le risposte del novellino non appaiono, ma sono deducibili dal discorso.
Effetto Lazzaro è bello. La voce della protagonista ha un tono incalzante e aggressivo, che unito alle informazioni di contesto – sono gli ultimi minuti prima dell’inizio di una missione letale! – mantengono il ritmo serrato e ti impediscono di staccare gli occhi dalla pagina. Fatto ancora più piacevole, la protagonista non si limita a raccontare situazioni di vita militare o come sia cominciata l’invasione preistorica, ma evoca episodi mediante immagini. Per esempio, uno dei primi avvistamenti:

Poi, è arrivata Nessie.
A Loch Ness ci hanno campato cent’anni con ‘sta storia del mostro: testimonianze, foto sfocate… e non uno straccio di prova certa.
Una mattina bello presto, un tizio porta il cane a pisciare sul lungo lago, alza gli occhi per concedere a Fido un momento di privacy ed eccotela là, Nessie.
Questo è scappato a telefonare ai giornali, con il cane a rimorchio, e c’ha avuto del gran culo, detto fra noi.

Altro lato piacevole, in Effetto Lazzaro sia i dinosauri, sia gli umani chiamati a combatterli, si comportano in modo razionale. I dinosauri non attaccano i blindati perché è troppo faticoso: aspettano che i militari escano. Le squadre militari vengono fatte scendere a gruppetti divisi per quartieri; le sortite, brevi e ben organizzate, mi hanno ricordato vagamente i piani d’attacco di Starship Troopers. E se un bestione ti carica, l’unico modo di sopravvivere è sparargli alle articolazioni.
Nonostante alcune cadute di stile (la parte sui film americani mi sembra un po’ inutile), il racconto funziona, e ti senti immerso in un mondo in cui potrebbero sbranarti tra cinque minuti. Di sicuro, il miglior racconto dell’antologia – bel modo di cominciare.

In conclusione: PROMOSSO Si

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ProfumiDinosauro piumato
Il secondo racconto dell’antologia è un survival horror con protagonisti due ragazzini – Filippo e Leonardo – in fuga da una Udine invasa dai lucertoloni.
L’inizio parte in medias res, con Filippo in un supermercato devastato che si versa addosso litri di alcol. Non solo l’inizio mostrato veicola in poche immagini tutte le informazioni di background necessarie (il supermercato è vuoto e distrutto: segno che l’invasione è già cominciata e la città si sta già spopolando), ma infila subito un hook nel lettore, che si chiede: perché diavolo si sta versando dell’alcol addosso? E la risposta costituisce il fulcro di tutto il racconto.
Se la struttura della storia è quasi impeccabile, la prosa di Serafini avrebbe bisogno di una bella revisione. Spesso si esprime in modo goffo e con più parole del necessario; la cosa si nota fin dall’incipit:

Uno scaffale si è staccato dal muro e una parte dei liquori ha ubriacato il parquet, dietro il lungo bancone del Bar Collo. Gli altri invece sono intatti, davanti al sollievo di Filippo.

Non solo la frase in grassetto è orrenda, ma si potrebbe eliminare del tutto e tanto di guadagnato!
La scena d’azione verso la fine del racconto è confusa, e i movimenti reciproci di ragazzini e predatori difficili da visualizzare. Ancora, i dialoghi soffrono del problema delle “teste parlanti” (paginate intere di scambi senza alcuna descrizione contestuale), e spesso si sbrodolano su dettagli triviali che potrebbero essere eliminati. In compenso, i due personaggi sono simpatici e parlando in modo credibile.
Insomma, perché sembri un racconto “vero” bisognerebbe risistemare e riscrivere alcune parti, ma la storia c’è e funziona. Bravo.

In conclusione: PROMOSSO Si

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TriceratopoDeinosrestaurant
Il Deinosrestaurant è un agriturismo romagnolo di successo in cui si macellano triceratopi per i palati fini dei clienti. Antonella, la proprietaria, non si fermerebbe davanti a nulla per aumentare la popolarità del locale, soprattutto con la prospettiva della visita di un importante critico culinario. Ma i dinosauri stanno sviluppando un’immunità agli anestetici e non sono disposti a subire in eterno…
Forlani è uno scrittore che quando vuole è bravo; io e Zwei ci eravamo trovati d’accordo nel definire il suo Tlaloc Verrà il miglior racconto di Ucronie Impure. Per di più, le premesse del racconto parevano un’oasi di originalità nel clima horror-apocalittico-di-invasione del resto dell’antologia.
Purtroppo invece Deinosrestaurant è una boiata scritta da schifo. Il pov sta normalmente “nei pressi” della protagonista, ma quando gli gira salta dove capita (sui ragazzini in bici, sulle cameriere, sugli inservienti, su Philippe Daverio, insomma su chiunque); il tempo verbale continua ad alternare passato remoto e un orribile imperfetto, senza alcun motivo; la prosa è piena di passaggi raccontati (“gli adulti fumavano, scambiavano ovvietà di moda circa le specie, le abitudini, le ricette di dinosauro”), anche durante le scene chiave (“[i dinosauri] fracassarono le finestre e devastarono l’interno” – davvero molto preciso); Forlani abusa di termini desueti e fuori luogo:

«Li svegliamo di notte», incupì l’ucraino, «sentono l’odore dell’esplosivo e la droga.»
«È come per los cerdos», abbuiò l’argentino, «lo sanno che li ammazziamo.» [dovrei ridere?]

E come se non bastasse, la storia si arena sui luoghi comuni e sulla bassa retorica del tipo “l’essere umano è più bestia delle bestie!” o “con la Natura non si scherza!”. Almeno l’autore ci fa il piacere di ‘mostrare’ la sua retorica invece di esporla. Ma rimane un racconto bruttino e inutile, scritto tanto per scrivere.
Ogni tanto ci scappa qualche scena carina, come la padrona che stacca il cartello di divieto quando Daverio si mette a fumare.

In conclusione: BOCCIATONo

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La razziatrice Velociraptor
 Già l’incipit promette male:

L’apocalisse, dopotutto, non è rimasta solo una parola in bocca agli appassionati di narrativa e ai predicatori in cerca di soldi facili. La fine del mondo è arrivata, cinque giorni prima del Santo Natale. […] Non poteva esserci giorno migliore per la fine del mondo. Quasi tutta la gente era fuori casa, servita come su un piatto d’argento per il loro arrivo. […] Il panico in luogo della frenesia, il terrore al posto dell’odio, la morte sostituitasi al consumismo.

La razziatrice è una storia di sopravvivenza, che invece di mostrare come e perché sono arrivati i dinosauri si concentra sulla vita di tutti i giorni ad apocalisse già avvenuta. Nella fattispecie seguiamo la vita di Laura, cinica ex-segretaria riciclatasi come razziatrice di palazzi abbandonati.
La traccia sarebbe anche buona, senonché l’autore sembra più interessato a comporre un panegirico sulla cattiveria delle persone piuttosto che a raccontare una storia. Il racconto non è altro che una successione di episodi costruiti al solo scopo di mostrare la crudeltà e l’egoismo della protagonista – il tutto condito da profonde riflessioni filosofiche sul fatto che l’uomo è stronzo ed egoista e il consumismo è brutto e i capitalisti sono grassi maiali e la gente era opportunista anche prima dei dinosauri e non c’è più religione. Insomma, Laura sembra solo il veicolo di uno scrittore arrabbiato che vuole fare sapere a tutti cosa pensa del mondo. Ma queste cose è capace di dirle anche mia nonna, solo che mia nonna non si definisce “scrittrice”.
Perdipiù, l’unica scena d’azione del racconto è fallata. Del velociraptor che sta per attaccarla, Laura pensa che: “Un paio di falcate e potrebbe azzannarla”; solo che fa in tempo a sparargli col fucile e a vuotargli addosso il caricatore della pistola prima di essere raggiunta. E intanto il velociraptor “sembra accusare le ferite, ma continua ad avanzare”, si muove di qua e di là, schiva proiettili, continua ad avvicinarsi… ma non erano un paio di falcate? E’ diventato mezzo chilometro? FAIL.
Insomma, La razziatrice è un concentrato di 100% populismo italiano da intellettualoide con una parvenza (brutta) di storia intorno.

In conclusione: OMG, BOCCIATO!No

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SpinosauroHic sunt dracones
Dado, il suo fratellone autistico nonché amante dei dinosauri Angelo, e il suo coinquilino nerd ciccione ed erotomane B-52, stanno tornando a casa nel cuore della notte a bordo della loro Panda. Tutto va bene finché vedono una prostituta sbranata da un’enorme creatura. Ce lo dobbiamo essere sognati, giusto? Ma la mattina dopo si svegliano in un modo invaso da quelle bestiacce – e dovranno trovare un modo per sopravvivere.
Questo racconto mi piace, perché è deliziosamente retard. Basta dare un’occhiata a queste battute, un esempio fra i tanti che disseminano Hic Sunt Dracones:

“Mi sono spaventato, e poi era da mezz’ora che me la tenevo.”
“M’hai pisciato sul sedile?”
“OMG! Non menarla.”
Frenai nuovamente.
“Che fai?” domandò B-52.
“Scendi.”
“Dai, non fare così.” frignò.
“Scendi, ciccione, siamo arrivati.”

La forza di questo racconto sta nel fatto che non si prende sul serio. La storia procede senza cali di ritmo tra OMG, IMHO, dinosauri fracassati con mazze da baseball e altri affettati con motosega e tosaerba. Srsly. L’atmosfera è quella di Planet Terror di Rodriguez, e detto da me è un complimento. I personaggi sono ben congegnati, con pochi tratti essenziali ma che rimangono impressi (l’autismo di Angelo, la nerdaggine di B-52), e sono mostrati nei dialoghi e nei gesti più che raccontati. Il contrasto tra il fratello autistico, che capisce tutto subito ma non riesce a esprimersi, e il protagonista, scettico fino all’ultimo, funziona bene.
Altro fattore positivo, la storia non si perde via in lunghe descrizioni o elucubrazioni del protagonista, ma procede rapidamente di situazione in situazione. Purtroppo le scene d’azione sono spesso mal congegnate o poco mostrate. Prendiamo la scena della puttana. La scena è troppo lunga, non combacia col fatto che loro stanno viaggiando su una Panda, e che per di più la situazione è illuminata dai fari di una macchina che viaggia in senso opposto. Una situazione del genere dovrebbe durare pochi secondi, invece succedono un sacco di cose e i protagonisti fanno pure in tempo a commentarle. Ancora: l’idea di smembrare velociraptor a suon di motosega è pulp, ma un po’ troppo improbabile. L’autore avrebbe dovuto convincerci con un buon mostrato che la cosa fosse fattibile, invece (forse perché anche lui sente che la cosa non ha senso) opta per una dissolvenza. Troppo comodo: le scene chiave si mostrano, diamine!
Il racconto rimane uno dei più godibili e onesti della raccolta. Con un restyling stilistico – soprattutto nelle scene più importanti – verrebbe una cosa carina, benché niente di trascendentale.

In conclusione: MEH, TENDENTE ALLA PROMOZIONE Meh

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Gorgonops – L’invasione degli esseri impossibiliGorgonops
Per la prima volta nella storia dell’umanità, la cometa Apophis passa accanto al nostro pianeta, e il suo passaggio è visibile da terra. La giornalista Lorella e il cameraman Davide stanno facendo un servizio sulla cometa, quando accade l’impossibile: mentre alcune persone crollano in preda alle convulsioni, piccoli dinosauri sbucano dal nulla e cominciano a fare mattanza. Davide e Lorella dovranno trovare il modo di mettersi in salvo e capire cos’è successo.
Questo racconto, associato alla parola “dinosauri”, suona come una presa in giro. Sembra che l’autore abbia scritto un racconto sugli zombie, o sui lupi mannari, e poi abbia sostituito ogni occorrenza della parola “zombie” o “licantropo” con “dinosauro”. Niente distingue infatti questi dinosauri dal Mostro Carnivoro Infetto Standard. Del resto, quando prova a descriverne uno la cosa si fa ancora più imbarazzante: il primo che scorgono ha i denti a sciabola e assomiglia a una pantera, solo che è verde. OMG.
Fastidiosa poi la mania di utilizzare i corsivi per sottolineare i dettagli scabrosi: “Davide fece in tempo a notare quanto fosse magro e come avesse la pelle lurida e cadente, prima di focalizzare la propria attenzione sulle sue enormi zanne a sciabola grondanti sangue“; più avanti: “La carne dell’ormeggiatore si sciolse, spargendosi sul molo come siero. Le sue ossa si allungarono. La sua faccia incominciò a crescere.” E tu non sai scrivere.
Tra le varie trovate retard, l’idea che gli animali vengano al mondo con su l’etichetta col nome:

“Aspetta, c’è un notiziario straordinario in televisione. […] Allora, qui dice di nuovo che sono dinosauri, con un nome tipo Gorgoni… Gorgonoidi…”

Insomma, il classico racconto d’inizio invasione con i dinosauri appiccicati, lungo e ripieno di noia.

EDIT: L’autore mi ha fatto presente che i Gorgonopsi non se li è inventati lui ma sono realmente esistiti. Fonte Wikipedia: Gorgonops.
Quindi il fatto che i media si riferiscano a loro col nome di “gorgonopsi” non è un errore. Dimostrazione che io stesso non mi ero documentato a sufficienza prima di scrivere questo pezzo!
Mi scuso con l’autore e lo ringrazio della correzione^^

In conclusione: BOCCIATO No

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T-rexSolo fame

«Il mio nome è Jones, Robert Jones.»

Già da questa riga si intuisce che qualcosa che non va. Ma procediamo con ordine.
Nei recessi della Domus Aurea neroniana, gli archeologi rinvengono i resti di una sala da pranzo. All’inaugurazione della nuova scoperta partecipano le più alte cariche dello Stato. Purtroppo, per qualche motivo che è meglio non indagare, la sala da pranzo romana è in realtà un portale dimensionale collegato con il Cretaceo. Legioni di dinosauri escono e cominciano a seminare l’apocalisse. Il protagonista, l’archeologo americano Robert Jones (Dio santo), dovrà riuscire a scappare dal centro di Roma prima che i militari gasino la zona.
Questo racconto è un concentrato di retard talmente denso da essere esilarante. Sembrerebbe quasi un racconto comico-demenziale, se non fosse che l’autore si prende sul serio. La storia in pratica procede in modo lineare, dall’incidente al raggiungimento della safehouse, senza stare a farsi troppe domande.
I dinosauri, peraltro, compaiono pochissimo, perché l’autore sembra troppo impegnato a fare la solita sbrodolata retorica sul governo inetto e sui militari kattivi. La loro comparsa dal portale, ottima occasione per fare del “mostrato”, si riduce a una sfilata di nomi:

Comparirono nuovamente sulla Terra tarbosauri, carnotauri, velociraptor (e i più temibili Deinonychus), ma anche triceratopi, oviraptor, spinosauri e anchilosauri.

Accipicchia.
Il pov è generalmente fissato sulla spalla del protagonista, ma all’occorrenza non manca di saltare di qua e di là; durante una scena d’azione, per esempio, passa per poche righe su un triceratopo. Gegnale!
Insomma, il racconto è tremendo, ma è così ingenuo da essere divertente; vale la pena di leggerlo anche solo per non perdersi alcune chicche, come il protagonista che sputa contro lo schermo di un televisore appeso al soffitto o il Presidente del Consiglio sbranato da un t-rex.

In conclusione: BOCCIATO No

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DinosauriaPlesiosauro
Breve racconto strutturato come una mail che tale Luke manda al suo amico Cris. I dinosauri hanno invaso il mondo, e Luke appartiene a un corpo militare specializzato nell’abbattimento di bestie marine in giro per il Mediterraneo.
Il racconto non è altro che un monotono elenco di situazioni della vita del protagonista, da quanto sono temibili i pliosauri sottomarini a come si ammazzano i plesiosauri che infestano i porti. Luke se la spassa, nonostante l’invasione di rettili sembra che la vita nel Mediterraneo sia una figata.
Non c’è tensione, non c’è conflitto, non c’è niente di niente, a parte la noia. E c’è questa tendenza fastidiosa a occultare i nomi delle località con degli asterischi, neanche fossimo in un romanzo dell’Ottocento. Quantomeno, l’autore ci concede un minimo di descrizione dei dinosauri marini e dei sistemi per ammazzarli.
Ma questo non è un racconto – al massimo, sono i primi appunti su cui sviluppare un racconto. L’unico pregio? Finisce in fretta.

In conclusione: BOCCIATO No

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I fuori concorso

AnchilosauroLa vendetta di Geraldo
Geraldo è un vecchio pensionato scorbutico la cui massima aspirazione nella vita è di essere lasciato in pace a guardarsi in culo di Belen su Studio Aperto. Ma la sua tranquillità sarà sconvolta prima dall’odiato vicino ricchione, che lo costringerà a prendersi in casa per un paio d’ore la sua cagnetta col maglioncino, e poi da un’invasione di dinosauri. Nel parapiglia generale, coglierà l’opportunità di vendicarsi di un vecchio torto.
La blog novelette di Giobblin si muove nel campo dell’umoristico senza mai scendere nel comico vero e proprio. Geraldo è un personaggio simpatico, e l’idea di raccontare una storia di invasione scegliendo un pensionato acido come protagonista è quantomeno originale. Purtroppo, Giobblin non riesce sempre a gestire bene il suo linguaggio: se a volte ci regala perle deliziose come “Meglio salvare la ghirba”, spesso si esprime in modo convenzionale, da anonimo “vecchio scorbutico”, e a volte non sembra nemmeno che a parlare sia un vecchio di paese. In un racconto così filtrato dal punto di vista del protagonista, e in cui peraltro il modo (umoristico) in cui è raccontata la storia è più importante del cosa (solita invasione di dinosauri), una maggiore attenzione al linguaggio avrebbe molto giovato.
Ci sono poi alcuni problemi di struttura. L’inizio è lento, troppo lento; e se la cosa è ancora tollerabile in un romanzo, certo non lo è per un racconto. Giobblin dedica le prime pagine a delineare il protagonista e il suo rapporto con gli altri, ma nel farlo (data la carenza di azione) si abbandona spesso agli infodump. Meglio sarebbe stato partire in medias res, con Geraldo che mostra il proprio carattere e la considerazione che prova per gli altri. Peraltro, all’inizio del racconto ci sono pure delle false piste. La scomparsa dei compari Giorgio e Michele all’inizio del racconto (unita alle notizie del tg), lasciano presagire che gli sia successo qualcosa, magari legato ai dinosauri; invece il giorno dopo sono lì in piazzetta come se nulla fosse. La storia di Minerva, e del fatto che la moglie gli abbia tenuto nascosto chi l’ha ammazzata, avrebbe dovuto essere anticipata all’inizio del racconto (per la solita regola del fucile sul caminetto); così com’è, sembra quasi un deus ex machina.
Mi è dispiaciuto inoltre che Giobblin abbia lasciato cadere lo spunto della cagnetta in fuga nella notte. Poteva venirne fuori un racconto più divertente e insolito: un’invasione di dinosauretti piccoli e agili (ma “affrontabili”) nel cuore della notte, invece della solita apocalisse con tirannosauri in pieno giorno. Il vecchio pensionato alla ricerca della cagnetta per le strade invase di deinonicus o compsognatus o altri animaletti carini. E magari il racconto avrebbe potuto giocare sul comico-grottesco, con un Geraldo che non capisce o (per testardaggine) si rifiuta di capire che c’è un’invasione di dinosauri e si comporta di conseguenza, ignorando i dinosauretti o trattandoli come cagnacci o altro… Insomma, un tipo di storia che avrebbe fatto più risaltare il carattere di “vecchio cocciuto” del protagonista.
Così com’è, il racconto è senza infamia e senza lode. Però la menzione di Giacobbo mi è piaciuta.

In conclusione: MEH Meh

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DinosauriBeppe Grillo
Riassunto del racconto: l’alter-ego dell’autore, intrappolato in un palazzo braccato da un tirannosauro, in attesa di crepare, passa cinque pagine a vomitare bile e a fare l’intellettualoide saccente. En passant, non manca di tirare frecciatine ai Grillini, a Fabio Fazio, a Spielberg e agli urbanisti che progettano le rotonde.
Questa sproloquio di banalità – che candidano Vergnani, assieme a quello de La razziatrice, a migliore amico di mia nonna – non è in nessun modo definibile “racconto”. Lo definirei piuttosto ‘robetta scritta in un’ora tanto per fare contento un tizio molesto che mi chiedeva un contributo alla sua antologia’. Perché mi rifiuto di credere che ‘sta roba gli abbia portato via più di un’ora del suo tempo. Spero tanto per lui che i suoi romanzi siano meglio.
Ah; a onor di cronaca, ogni tanto gli riesce per sbaglio una battuta carina: “l’idiota [il tirannosauro] sta riprendendo con le sue capocciate (è comprensibilmente molto indietro nella scala evolutiva) e io devo reggermi all’antenna.”

In conclusione: MIO DIO COS’E’ ST’ORRENDA MERDA? No

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Bilancio finale
Volendo fare un paragone con Ucronie Impure, salta subito all’occhio una cosa: anche i racconti più brutti di Deinos sono meno brutti dei più brutti della raccolta di Girola (“Reliquie” mi fa venire ancora oggi gli incubi), e i racconti migliori sono scritti meglio dei migliori di Ucronie.  E tuttavia, Ucronie Impure aveva qualcosa che qui latita molto: fantasia.
Si potrebbe dire che la colpa è in parte delle stesse premesse del concorso, molto più limitanti rispetto a quelle di Ucronie. E tuttavia i racconti sono deludenti anche secondo gli stessi parametri del concorso. Ad eccezione di Deinosrestaurant (che però è brutto per altri motivi), e in parte Effetto Lazzaro, non c’è nulla di tipicamente “dinosauresco” in questi racconti, qualcosa che avrebbero potuto fare solo i dinosauri e non altre creature. Sembra di leggere racconti di invasione di Mostri Kattivi Random con appiccicati sopra l’etichetta “dinosauro”. Ma se ci fossero stati zombie o lupi mannari o shoggoth sarebbe stato uguale. E sarebbe proprio da ridere se dalla prossima antologia di Girola (tema: apocalisse zombie) uscissero racconti identici a questi, ma con gli zombie al posto dei dinosauri…

Quanto ai racconti migliori, brillano per immersività (Effetto Lazzaro), buone trovate (Profumi), demenzialità (Hic Sunt Dracones) – ma non certo per sense of wonder. Dal punto di vista delle idee, Deinos non avrebbe potuto essere più banale.
Poi, per carità, Girola nell’introduzione dice che i racconti della raccolta sono pieni di meraviglia. D’altronde, cosa possiamo aspettarci dalla mente che ha inventato il cialve capace di scrivere una frase del genere: “Spero che suscitino in ciascuno di voi quel senso di meraviglia proprio dei ragazzini che rimangono ammirati nello scoprire per la prima volta l’esistenza degli ammirevoli bestioni che in un remotissimo passato hanno camminato sul nostro pianeta”. In questa frase c’è più sense of wonder che in tutta l’antologia.

T-rex frustrato

I dinosauri come metafora sociale del peccato di Onan.

Da molti di questi racconti, soprattutto, trasuda pigrizia. Non ci ho visto ricerca, la volontà di documentarsi sui dinosauri per partorire un racconto che li distinguesse dalla massa dei mostri. Forse c’era solo la voglia di partecipare a più concorsi possibili, buttando giù la prima idea che veniva in mente.
Il risultato? Non solo Deinos è un’antologia bruttina (vale la pena di leggere solo i primi tre-quattro racconti), ma con ogni probabilità non piacerà neanche alla “nicchia” di lettori per cui era stata pensata, ossia gli amanti dei dinosauri (Piperita, lo so che sei in ascolto^^). E in un futuro in cui – come spiegava il Duca – il successo di un’opera letteraria sarà legato alla possibilità di soddisfare i gusti/bisogni della sua nicchia specifica, questo è un EPIC FAIL.
Deinos ha più opportunità di piacere all’altra nicchia coinvolta, quella degli “amanti dell’horror di invasione mostruosa”. Ma anche lì, ho i miei dubbi. E’ una nicchia affollata, piena di titoli validi e in tutte le sfumature, mentre Deinos nel suo complesso non si distingue particolarmente né per originalità né per qualità della scrittura.
Il rischio è che quest’antologia circoli solamente tra i partecipanti al concorso e gli amici dei partecipanti, oggetto di tante pacche sulle spalle e occhi luccicanti: “mi hanno pubblicato in un’antologia!”. A chi altri potrebbe interessare?

Comunque, anche se ho cazziato l’antologia, devo fare i complimenti ad alcuni dei partecipanti: Valentina Coscia promette bene, e anche Serafini e Filighera. Deinos è gratis, quindi potreste scaricarla quantomeno per leggere i loro racconti.
Chiudo con una nota per gli appassionati. Se vi interessa la paleontologia, forse vorrete dare un’occhiata a questo blog in cui mi sono imbattuto durante le mie peregrinazioni:

The Palaeobabbler

Il proprietario è uno studente britannico di paleontologia. I post variano da immagini sceme con velociraptor in monociclo a commenti agli articoli del periodico Palaeontology, dalle scoperte di nuovi fossili a dissertazioni sugli pterodattili, da considerazioni sulla falsificabilità dell’evoluzionismo e il rapporto tra evoluzionismo e credo cristiano alla geologia.
Divertitevi.

Velociraptor

La mia classifica

1. Effetto Lazzaro 
2. Profumi
3. Hic Sunt Dracones Meh
4. [Bonus] La vendetta di GeraldoMeh
5. Deinosrestaurant No
6. Solo fameNo
7. Gorgonops – L’invasione degli esseri impossibiliNoNo
8. La razziatriceNoNo
9. DinosauriaNoNo
10. [Bonus] DinosauriNoNoNo