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Perché amo Whiplash

WhiplashQuando provo a scrivere qualcosa tendo ad arenarmi nei primissimi capitoli, intorno alle 20-30 pagine. Le ragioni sono diverse, ma quella principe è sempre la stessa: perché sto scrivendo quello che sto scrivendo? Ho davvero qualcosa di nuovo da dire sul dato argomento? Che bisogno c’è di ancora un’altra storia su X, Y, Z? Non è solo il magma di nuovi romanzi che ogni anno accresce la produzione letteraria mondiale a farmi dubitare dell’utilità del mio contributo; soprattutto è il guardarmi alle spalle e vedere quello che già è stato fatto. Dai rompicapi ingegneristici dell’Hard SF alle domande metafisiche del miglior fantasy, dallo studio della natura umana del romanzo psicologico all’indagine dei nostri terrori più atavici nell’horror, le risposte a tutte o almeno alla maggior parte delle nostre domande trovano già risposta in un’opera del passato. Perché leggere me – e la cosa informe che sto scrivendo in un dato momento – quando si hanno a disposizione Dostoevskij, Conrad, Dick, Orwell, Miller, Kafka, Swanwick o pure Mellick?
Per questa ragione, alcuni dei maggiori boost alla mia creatività li ho quando vengo sorpreso da un’opera appena uscita che mi sembra bella e nuova – che si tratti di un romanzo, un videogioco, un fumetto, un film. E’ qualcosa che ridà speranza. Questo inizio di 2015, poi, è stata una stagione molto felice per il cinema, con l’uscita di un numero a mio avviso sopra la media di film interessanti. Sono andato al cinema quasi tutte le settimane, e quasi mai sono tornato deluso. Ma di tutte le pellicole più o meno belle e ad alto budget – da Gone Girl di Fincher, ad American Sniper di Eastwood, a Fury di David Ayer – nessuna mi ha colpito neanche lontanamente come questo “piccolo” film di un regista agli esordi, poco pubblicizzato in Italia, e che ho visto quasi per caso: Whiplash.

Whiplash
Whiplash LocandinaRegista: Damien Chazelle
Genere: Mainstream / Psicologico

Durata: 106 minuti
Anno: 2014

Andrew ha un unico sogno nella vita: diventare il più grande tra i batteristi jazz, grande come Buddy Rich. Al primo anno al più prestigioso dei conservatori di New York, si allena notte e giorno. Finché una sera non viene notato da Terence Fletcher, direttore d’orchestra con la fama di coltivare i migliori talenti della scuola. Il giorno dopo, viene selezionato per entrare nella sua classe d’élite. Questa è la più grande occasione nella vita di Andrew – ma anche l’inizio del suo inferno.
Perché Fletcher è un mostro. Dai suoi studenti pretende la perfezione, non ammette il minimo sbaglio, ed è determinato a spingerli oltre i propri limiti. Per raggiungere il proprio scopo li aggredisce, li umilia, li picchia, li tortura con ogni mezzo a sua disposizione. Per compiacerlo e dimostrarsi all’altezza dei propri sogni, Andrew dovrà sacrificare tutto all’altare della perfezione – la sua vita, le sue relazioni, la sua umanità. Ma fino a dove siamo disposti a spingerci per realizzare i nostri sogni?

Uno dei principi più assodati in narrativa è che ogni storia poggia sul conflitto. Un uomo vuole qualcosa, un altro vuole impedirgli di raggiungerlo. Nelle storie migliori, il conflitto è anche all’interno di sé stessi: un uomo vuole qualcosa, ma fino a che punto, e a che cosa è disposto a rinunciare per averlo?
Whiplash è la quintessenza di questo principio. Tutto il film, quasi ogni minuto di screentime mette in scena il conflitto tra Andrew e Fletcher, al rapporto di amore e odio tra il pupillo dotato e il maestro inflessibile, incontentabile, irraggiungibile. Un conflitto talmente violento, talmente carico di tensione da farti agitare sulla sedia del cinema. L’oscillazione di Andrew tra il rancore verso un maestro schizofrenico e imprevedibile, per cui nessun risultato è mai abbastanza e che sembra sempre giocare sporco, e il bisogno disperato di compiacerlo e di strappargli un “bravo”, la sentiamo sulla nostra pelle. La sua progressiva dissociazione da sé stesso, il suo alienarsi nel ritmo della batteria, ci colpisce nelle viscere. Anche noi con lui odiamo e temiamo Fletcher.
Il tutto si regge sulla performance straordinaria di J.K. Simmons (che interpreta Fletcher), sulla sua capacità di passare con nonchalance in pochi secondi dalla figura paterna e incoraggiante di buon maestro – “hai molto talento, mettiti a tuo agio e fammi vedere cosa sai fare” – a quella di violento tiranno che perde la testa e tira le sedie contro i suoi studenti – “sei una merda, stai sprecando il tempo di tutti”. Tutti noi abbiamo sperimentato almeno una volta questa sensazione: quella di sentirci inadeguati rispetto a un ruolo che abbiamo desiderato con tutto noi stessi. Whiplash risveglia queste esperienze nello spettatore e le porta fino a un estremo di violenza e lotta per la vita e per la morte.


“Were you rushing or were you dragging?”
Il trailer di Whiplash

Ci sono tre tipi di film: quelli che ti fanno uscire dal cinema leggeri, quelli che ti fanno uscire annoiato (e forse mezzo addormentato), e quelli che ti fanno uscire spossato. Guardare Whiplash è un’esperienza logorante. Un po’ è la violenza verbale, un po’ è la frenesia delle esibizioni di Andrew, un po’ è semplicemente guardare questo protagonista in cui ci identifichiamo andare poco a poco in pezzi e farsi del male da solo – si arriva ai titoli di coda esausti, emotivamente distrutti. E’ una cosa a cui non sono abituato, io che tracanno hardcore horror come popcorn.
Il film non sembra aver lasciato indifferente nessuno di coloro che sono andati a guardarlo. Nonostante la circolazione piuttosto ridotta in Italia, la critica ha reagito con violenza a Whiplash – spesso con toni sconvolti. “Whiplash è una favola per gonzi di destra” ha titolato sull’Internazionale Goffredo Fofi (uno che in effetti ha l’indignazione facile). Altri critici, anche oltreoceano, hanno messo in dubbio la credibilità del jazz mostrato nel film – che è ispirato alla reale esperienza di Chazelle, quando alle superiori suonava nella band jazz del liceo. “The movie’s very idea of jazz is a grotesque and ludicrous caricature” ha scritto Richard Brody sul Newyorker.
Mi piace pensare che questa quantità di reazioni violente sia un indice della qualità del film. Il conflitto che mette in scena, le domande che obbliga lo spettatore a porsi sono così forti da dare fastidio. Ma per illustrare perché io penso che Whiplash sia invece bellissimo, esaminiamo alcune delle principali critiche.

“Il film fraintende lo spirito del jazz”
Whiplash sembra aver infastidito molti aficionados e anche veri musicisti – “Quello che viene messo in scena qui non è vero jazz”. Con la mia preparazione sull’argomento, non potrei certo mettermi a discutere di quanto quello che viene narrato in Whiplash rispecchi la reale vita in un conservatorio, o la vera pratica delle prove di banda. Quello che ho notato, tuttavia, a partire dalla recensione di Brody, è che il grosso delle critiche non sembrano essere di natura tecnica (“nonè così che si suona”), quanto morale: non è con questo spirito che si diventa un grande artista jazz.
E’ vero. Andrew non ha nessuna delle caratteristiche del genio musicale, o dell’artista, di chi ha qualcosa da esprimere. E’ un performer nel senso letterale della parola – il suo unico obiettivo (e quello che chiede il suo maestro) è essere il più veloce con le bacchette, è fare l’esecuzione impeccabile, l’assolo più virtuoso. E’ perfezione tecnica, non creatività. Brody, e gli altri con lui, contestano questo: il jazz non è (o non è soltanto) precisione, ma è soprattutto ricerca musicale, sperimentazione, estro creativo – tutte cose che in Andrew sono assenti e che nel film non compaiono mai, staccando Whiplash da tutti i classici film sulla musica (o dalle biopic dei grandi musicisti del passato). Whiplash ci dà un ritratto estremamente arido del jazz, che non corrisponde alla realtà.


Whiplash nella versione di Don Ellis

Tutto corretto. Eccetto che: Whiplash non è un film sul jazz. E’ un film sull’ambizione di essere il migliore e sul prezzo che c’è da pagare; la batteria è semplicemente il campo di battaglia sul quale protagonista e antagonista si misurano. Non che il fatto che si stia parlando di jazz sia un fatto accidentale che si sarebbe potuto sostituire con qualsiasi altra cosa (chessò, il tennis o gli scacchi o la breakdance). La musica è parte integrante del film, il modo in cui il montaggio lega immagini e musica è tra i più affascinanti che abbia mai visto e dà un ritmo ansioso e martellante a tutto il film; vedere il modo in cui la batteria e le bacchette di Andrew si sporcano di sangue a furia di provare ti strega, l’assolo alla fine del film è magistrale. Ma il jazz non è il tema del film, nel senso che Chazelle con Whiplash non vuole spiegarci il jazz al modo in cui Across the Universe vuole spiegarci i Beatles o Jimi: All Is By My Side vuole spiegarci Jimi Hendrix; attraverso il jazz, il regista vuole mostrarci il rapporto tra un maestro troppo esigente e un allievo troppo pronto a essere plagiato.
Ciò detto, il film potrebbe essere più radicato nella realtà di quello che pensiamo. In questo articolo apparso sul Post, un batterista jazz mette a confronto la propria esperienza al liceo e al college con quella di Andrew:

Passi mesi della tua vita a imparare il tempo di quattro canzoni alla perfezione e alla fine tutto si riduce a quei venti minuti sul palco. Come batterista, ci si trova nella posizione unica di poter rovinare tutto: puoi suonare troppo lentamente, troppo velocemente, troppo forte o troppo piano. Puoi mancare completamente una battuta importante o farla nel momento sbagliato. Se ti fermi, si ferma tutta l’orchestra. Se suoni male, tutta l’orchestra suona male. […] Mi è sembrato che il film in generale catturi bene i sentimenti che si provano in un’esperienza del genere. Ovviamente lo scenario del film era il peggiore possibile in assoluto, ma lo stress generale della storia mi era familiare.

La situazione descritta in Whiplash è un’estremizzazione della realtà; un portare il conflitto all’estremo. Ma non c’è nulla di sbagliato in questo, anzi è una delle tecniche più tradizionali della narrativa: fai soffrire il tuo protagonista più che puoi, in modo da massimizzare l’empatia del lettore e l’immersione; esaspera il conflitto più che puoi, per meglio evidenziare la posta in gioco ed esprimere al meglio il tema della tua storia.

Whiplash scena

Un normalissimo rapporto allievo – insegnante.

“Il film esalta una morale riprovevole, tipicamente americana: o sei il migliore o non vali nulla”
Questa critica, che ha spopolato soprattutto sulle testate italiane, poggia sul presupposto che la storia che viene rappresentata nella pellicola esprima il punto di vista del regista sul mondo. “È giusto insomma avere coraggio e credere nel proprio talento (e incitare a credervi), ma non al punto di pensare che la sconfitta sia un colpa” scrive per esempio Luigi Bonfanti, “E quando Chazelle afferma che per raggiungere i vertici ci vuole determinazione e dedizione assoluta, una vita dura di sudore e sangue, sembra dimenticare che soprattutto nella musica non esiste solamente il solista o il grande concertista, ma un gruppo, un ensemble, un’orchestra”. Peccato che Chazelle non dica mai questo; il regista non appare mai nel film, né appare un suo portavoce. A dirlo è Fletcher, il maestro. E come scrivere una storia con un protagonista razzista non fa dello scrittore un razzista, così il punto di vista dei personaggi del film non va letto come la visione del mondo dell’autore.
Molti film, soprattutto tra quelli che si definiscono “socialmente impegnati”, ci hanno abituati che la storia messa in scena è un megafono con cui il regista ci dice: ‘io la penso così su questo o quello’, ‘io vi faccio la morale’. Whiplash al contrario ci presenta una situazione senza interpretarla, personaggi che evolvono con un arco narrativo coerente dalle proprie premesse alla conclusione. Non ci dice come la dobbiamo pensare; sta a noi decidere se i sacrifici di Andrew siano valsi qualcosa, se Fletcher sia un buon maestro e il suo metodo funzioni, o un sadico che rovina la vita dei suoi allievi. Sta a noi approvare o rigettare la scelta finale del protagonista. E forse proprio questa sospensione del giudizio, questa ambiguità – che non si risolve nel finale – ha lasciato spiazzati i critici. Non sapevano più cosa pensare del film perché il regista non gli ha scritto a chiare lettere cosa ne dovessero pensare.

Il finale
Chazelle, quindi, non ci dice se la morale dei due protagonisti del film sia corretta o meno. Ma se proprio io dovessi scegliere, sulla base degli elementi forniti dalla storia, direi: no, non lo è. Per capire perché, dobbiamo concentrarci sul finale. Non penso ci sia bisogno di dire che seguono enormi spoiler, quindi se non avete ancora visto il film vi consiglio di saltare al paragrafo successivo.
Whiplash si chiude su un’apparente vittoria di Andrew: alla fine, rinunciando a tutto (la sua ragazza, la sua famiglia, suo padre, la sanità mentale), e lottando contro lo stesso Fletcher, l’allievo riesce a conquistare l’approvazione del maestro. Nell’ultimo assolo, Andrew e Fletcher si riscoprono alleati, nei loro occhi si legge una stima reciproca. Significa che Andrew coronerà il suo sogno? Che diventerà un grande artista, un grande batterista? Riguardiamo un attimo gli ultimi secondi di film. Whiplash non si conclude con un applauso scrosciante, non si conclude con il riconoscimento da parte del pubblico del talento di Andrew. Si chiude sugli sguardi reciproci tra allievo e maestro. E’ un circuito chiuso che riguarda solo loro. Accettando di cadere nella trappola di Fletcher e lanciandosi in quell’ultima performance, Andrew accetta – nonostante abbia avuto la possibilità di uscirne – di sottomettersi per sempre al giudizio e all’arbitrio del suo maestro. D’ora in poi, proprio come all’inizio del film, il ragazzo accetta che la sua felicità e sicurezza in sé stesso siano in mano a Fletcher. Andrew ha perso.


La scena finale del film, in caso doveste rinfrescarvi la memoria.
Aldilà del suo significato, è una scena dotata di un’energia straordinaria.

Il film non ci dice se diventerà mai un grande jazzista. Non ci dice se svilupperà mai del talento creativo, anche se possiamo ipotizzare di no, dato che – come giustamente notato dalla critica – Andrew non manifesta il minimo interesse per lo ‘spirito’ del jazz, la sua storia, le sue diverse interpretazioni e possibilità. Ad Andrew interessa solamente essere il migliore nell’eseguire i pezzi di repertorio – un approccio angusto alla musica che però sembrerebbe essere diffuso nell’ambiente dei conservatori.
L’ultima telefonata con la sua ex ragazza è rivelatoria: alla fine, non chiude per sempre la sua relazione con lei per dedicarsi al jazz, ma si butta nel jazz perché l’ha già persa. Se guardiamo attentamente il film, Andrew non ci viene presentato come un personaggio ‘positivo’ ed equilibrato; fin dall’inizio appare isolato, introverso, con difficoltà a socializzare. Fa l’arrogante con gli altri e coltiva il proprio senso di superiorità per mascherare la propria insicurezza; forse vuole eccellere come batterista jazz non perché ami il jazz, ma per dimostrare agli altri di valere più di loro e riacquistare quella sicurezza in sé stesso. Quando la sua ex ragazza gli sbatte la porta in faccia per l’ultima volta, anche l’ultimo legame di Andrew col resto del mondo è troncato. Gli rimane solo la sfida aperta con Fletcher. Gli rimane solo la ricerca della perfezione come batterista. Ed Andrew ci si butta a capofitto; ma ormai, è solo un guscio vuoto pronto ad essere riempito da Fletcher (per una lettura del film che condivido e che “spiega” anche il personaggio del maestro, vi rimando a questo bel pezzo su Youtube).
I critici (molti; non tutti) hanno detto che Whiplash esalti l’ideale americano della bellezza di essere migliore degli altri. A me sembra invece che Whiplash dica un’altra cosa: che nella ricerca della perfezione, si perde molto più di quanto non si guadagni. E che non rende felici.

In conclusione
Non è tanto importante quale interpretazione dare al film. C’è chi davvero ci ha letto un incoraggiamento a rimboccarsi le maniche e allenarsi di più; altri ci hanno visto una denuncia della crudeltà dei conservatori. Quello che mi affascina di Whiplash è la pura potenza delle emozioni che ha saputo scatenare in me, la violenza con cui mi ha schiacciato contro la poltrona del cinema e quel sottile disagio che mi ha accompagnato ancora per ore dopo la fine del film, mentre andavo a mangiare un boccone e poi tornavo a casa.
“E’ per questo che voglio scrivere”, ho pensato mentre uscivo dal cinema e mi riproiettavo mentalmente le scene salienti del film. Per suscitare sensazioni così forti in altre persone. Per fare qualcosa di altrettanto vivo. Forse tutto è già stato detto a questo mondo (e non lo penso), ma c’è sempre spazio per un altro pugno nello stomaco, per un altro conflitto che ci tende i muscoli del collo, per altri personaggi indimenticabili per cui tifare, per altri dubbi sul senso della nostra vita che ci accompagneranno anche a libro chiuso o tv spenta. E possono essere tragedie, o commedie, o storie d’amore o mystery metafisici – basta che non ci lascino indifferenti.


Per restare sul tema: l’epico assolo di batteria di John Bonham (Led Zeppelin) in Moby Dick

Se poi tutta questa poesia si tramuterà mai in un romanzo compiuto, be’, non saprei proprio dirlo.

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FERT!

Mole AntonellianaOgni tanto nella storia fanno capolino questi personaggi che, pur non possedendo del potere personale, riescono con totale faccia di merda a far fare agli altri quello che vogliono. Uomini capaci di trollare un’intera città e di plasmarla a propria immagine e somiglianza. Uomini come Alessandro Antonelli.
Oggi la Mole Antonelliana è il simbolo di Torino come il Duomo lo è di Milano e la Tour Eiffel di Parigi; è il tratto distintivo del suo skyline, viene rappresentata sul retro dei due centesimi italiani. Ma quel tozzo edificio, quella cupola a piramide e quella guglia che pare un’antenna televisiva non dovevano esistere.

La vicenda di come nacque la Mole Antonelliana è una storia edificante. Siamo nel 1863; l’Italia è fresca fresca dell’Unità e Torino sta vivendo i suoi pochi anni di splendore come capitale del nostro bel Paese.
La comunità ebraica di Torino voleva una nuova sinagoga. Avevano già comprato il terreno; gli serviva solo un architetto che tirasse su l’edificio, e pensarono ad Antonelli. E qui commisero il loro primo errore, perché all’epoca Antonelli era già famoso per la sua ambizione sfrenata e la sua tendenza a lasciare opere incompiute per esaurimento dei fondi o per problemi strutturali non previsti (dalla mai realizzata basilica di Castellamonte al Santuario di Boca). “State sereni” li tranquillizza comunque Antonelli, “il progetto sarà un semplice tempio neoclassico a base quadrata di 47 metri. Una sciocchezza”. Come avrete intuito non andò esattamente così.
Quattro anni dopo, nel 1867, la nuova sinagoga è alta 70 metri ed è tutto meno che finita. Una serie continua di problemi strutturali che minacciavano di far collassare l’edificio su sé stesso hanno costretto Antonelli a interventi continui; la comunità ebraica di Torino è ridotta in bancarotta dagli extra costi. I lavori si fermano. Dopo anni di negoziazione, gli ebrei ottengono quella che sarà la loro salvezza: smollano l’edificio incompiuto al Comune, e in cambio si fanno dare un terreno in un quartiere più periferico per farsi una sinagoga semplice semplice come la vogliono loro. Il Comune di Torino si fa carico dei costi per il completamento dei lavori. Al grido di: “Ebrei? Quali ebrei?”, Antonelli si rimette tutto contento a costruire il suo edificio, in sprezzo del buonsenso. E’ il momento di costruire la cupola!

Alessandro Antonelli

Alessandro Antonelli mentre esibisce la sua migliore trollface.

Questa volta, comunque, Antonelli è stato chiaro sul progetto: “Lo faremo di 113 metri! Insomma, il più è fatto”. E infatti undici anni dopo, nel 1884, l’edificio ha raggiunto i 146 metri, e la cupola piramidale si è munita di un elegante tempietto neoclassico. Nello skyline della città, la Mole di Antonelli torreggia su tutti i palazzi circostanti – ma è ancora tronca. Manca infatti da finire la guglia in cima al tempietto in cima alla cupola! Antonelli ha ottantasei anni suonati. Ma la sua volontà di potenza è inarrestabile: finirà quella cazzo di guglia.
Ma il destino degli uomini troppo ambiziosi è di morire prima di vedere la realizzazione dei propri sogni. Antonelli morirà nel 1888, a novant’anni, solo pochi mesi prima del completamento della Mole. Si dice che, negli ultimi tempi, si fosse fatto costruire un montacarichi lungo il fianco dell’edificio, per poter salire quotidianamente a osservare l’andamento dei lavori. Lavorò al suo progetto fino all’ultimo – e la vera domanda è se la Mole sarebbe davvero mai finita, se la vecchiaia non si fosse portata via il suo creatore. Qualche mese dopo la morte di Antonelli, a poche centinaia di metri dai cantieri della Mole, un tedesco corpulento veniva acchiappato di peso e ricoverato dopo aver abbracciato un cavallo ed essere scoppiato a piangere chiedendo perdono per la cattiveria dell’umanità. Ci dev’essere un legame.
La fine dei lavori fu curata dal figlio Costanzo, e la Mole venne inaugurata nell’aprile del 1889, con la posa in cima alla guglia di un genio alato che portava le dimensioni complessive dell’edificio a 167 metri e mezzo. Torino aveva finalmente il suo simbolo.

Fino a poco tempo fa non avevo la minima idea dell’esistenza di una storia così sublime. Torino, purtroppo, ha un po’ la fama di città noiosa. Basti dire questo: Torino dista 140 chilometri circa da Milano – il che equivale a un’ora e un quarto di macchina, o una-due ore di treno – ed è sempre a Torino che fanno la Fiera del Libro, che per tutti noi almeno per un breve periodo della nostra vita è parsa un qualche cosa d’interessante. Nonostante questo, ci volle un colloquio di lavoro, nel febbraio di due anni fa, per convincermi ad andarci. Fatta salva una gita scolastica alle elementari di cui non ricordavo nulla, non ci avevo mai messo piede.
Ma non poteva esserci momento migliore per scoprirla. Quello era il periodo in cui il Duca ci stava facendo una testa così con lo steampunk. Aveva scritto su Baionette tutta la sua serie di Introduzioni al genere, compreso quell’articolo di curiosità sul risorgimento italiano in cui auspicava che potesse nascere un’opera steampunk ambientata sull’italico suolo. Avevo letto e recensito solo l’estate prima The Difference Engine di Gibson e Sterling, e di lì a un paio di mesi avrei preso parte a Cittadella al mio primo e unico SteamCamp. Non avevo e non ho mai avuto un interesse particolare per lo steampunk (non più che per altri sottogeneri e ambientazioni); ma mentre camminavo per i viali squadrati del centro, tra una statua equeste di un qualche Vittorio Emanuele e un portico monumentale, raggiunsi l’illuminazione: “Se proprio dovessi mai scrivere la mia storia steampunk, è a Torino che dovrei ambientarla”.

Emanuele Filiberto

Rampolli di casa Savoia. Una volta eravate persone meglio.

Pensateci.
Se guardiamo alla storia, l’arco di tempo in cui Torino è una città interessante è piuttosto ridotto. Quasi tutti i luoghi d’interesse della città – palazzi, regge, basiliche – sono di costruzione posteriore al Rinascimento. Torino, che fino alla metà del Cinquecento rimase città secondaria di una casata che aveva i suoi interessi principali in Francia, sembra essere rimasta abbastanza impermeabile ai fermenti culturali di medioevo e rinascimento. Ha un Duomo, ma è talmente nascosto, eclissato e immiserito dalla grandiosità di Palazzo Reale e di Palazzo Madama, che molti non sanno neanche dove sia (e non l’ho trovato finché non sono andato a cercarlo apposta, Google Maps alla mano). La storia di Torino sembra veramente cominciare solo dopo che i Savoia ne hanno fatto la nuova capitale del Ducato.
Tutto, a Torino, parla di Casa Savoia. Ne parlano le regge che punteggiano la città – Palazzo Madama, il Castello del Valentino, Palazzo Carignano, la Reggia di Venaria appena fuori dalla città – ne parlano le vie. Il centro di Torino è delimitato a sud da corso Vittorio Emanuele II e a nord da corso Regina Margherita, ed è tagliato in due da corso Re Umberto. Attraversando Regina Margherita con il Po alle spalle, si incrocia prima corso Principe Eugenio, poi corso Principe Oddone. Il residence in cui ho alloggiato per un mese, in zona Porta Susa, stava a due passi da via Principi d’Acaja. L’altra sera sono stato in un locale in via Principe Amedeo; la macchina l’avevo parcheggiata a due minuti, in via Carlo Alberto. Sopra la facciata di Palazzo Carignano, un cartiglio recita: “QUI NACQVE VITTORIO EMANVELE II”.

Uno dei tratti a mio avviso più affascinanti dell’Ottocento, e dell’atmosfera steampunk, è l’esplodere della modernità nell’involucro della monarchia. Be’, è esattamente quanto stava accadendo a Torino negli anni del Risorgimento e nei primi decenni del Regno d’Italia. Da Torino si irraggiavano le decisioni politiche che avrebbero fatto l’Unità; per le sue strade e i suoi palazzi si muovevano Cavour, Rattazzi, il generale La Marmora. E Torino si avviava a diventare uno dei principali poli industriali d’Italia. La fondazione della FIAT nel 1899 è solo la punta dell’iceberg – in quegli anni aprirono una marea di case automobilistiche più o meni grandi, da Lancia alla scomparsa Itala.
E naturalmente, mentre tutto questo accadeva, fu possibile costruire un edificio assurdo come la Mole. Quale migliore esempio nostrano della fiducia positivista nelle magnifiche sorti e progressive, che non questo capolavoro di innovazioni tecniche reso nella più tradizionale delle estetiche? La Mole, la Mole… a questo continuavo a pensare mentre tornavo a casa dal colloquio di lavoro (decisamente non un buon segno!). E nella mia testa prendevano forma non ipotesi sul mio futuro, bensì l’ennesima idea per un romanzo che non si sa se proverò mai a scrivere.

Qui nacque Vittorio Emanuele II

Il romanzo antonelliano
Tutti sanno che Torino è una città magica. Secondo i deficienti gli appassionati di occultismo, è uno dei tre vertici di due triangoli alchemici: quello della magia bianca (con Praga e Lione) e quello della magia nera (con Londra e San Francisco). Se provate a costruirli su una cartina del mondo vengono fuori due triangoli ben strani, ma non facciamoci queste domande ora. La domanda che invece dobbiamo farci invece è: e se l’avesse saputo anche Antonelli?
Antonelli ha una visione: infinite dimensioni parallele, infinite Storie alternative che poggiano lungo altrettante linee temporali. Queste linee esistono tutte contemporaneamente, ma non si intersecano mai, se non, a mazzi, in alcuni luoghi geografici particolari. Torino è uno di questi. L’intera sua vita viene allora dominata da un unico pensiero: costruire uno strumento che, attraverso le specialissime armonie matematiche generate dall’incontro delle sue parti, metta in comunicazione queste differenti dimensioni. Questo strumento sarà la Mole. E per trent’anni della sua vita Antonelli inseguirà questo sogno, lottando contro l’ottusità e la limitatezza di orizzonte degli altri uomini, senza poter rivelare a nessuno il reale scopo della sua opera.

Raccontare la storia dal punto di vista del folle architetto però non sarebbe tanto interessante. Come protagonista utilizzerei piuttosto il figlio Costanzo, assistente del padre tanto instancabile quanto ignaro del vero significato della sua opera. Dopo la morte di Alessandro, durante il completamento della guglia della mole, Costanzo intuisce che c’è qualcosa di strano nell’edificio; che dentro al tempietto in cima alla cupola, guardando certe arcate da certe angolazioni, la città sembra diventare un poco diversa, o qualcosa del genere…
Il romanzo potrebbe dipanarsi come un mystery, in cui Costanzo mano a mano scopre i segreti di suo padre e parallelamente viene in contatto con le dimensioni alternative rese visibili dal completamento della Mole: una in cui Torino è rimasta capitale d’Italia; una in cui l’Unità d’Italia è stata realizzata dai repubblicani di Garibaldi, e i Savoia sono stati cacciati; una in cui il Risorgimento è fallito; una, Dio non voglia, in cui la battaglia di Solferino è stata combattuta a bordo di satanici mech a carbone… E a poco a poco la contaminazione tra dimensioni alternative potrebbe espandersi, uscendo dalle proporzioni auree del tempietto della Mole e diffondendosi per tutta la città di Torino… In tutte le dimensioni, una sola costante: la costruzione della Mole, nel medesimo punto della città, ad opera di un medesimo, ossessivo Antonelli. Riuscirà Costanzo a fermare il dilagare delle follie paterne? E’ proprio vero che le colpe dei padri ricadono sui figli.

Torino magica

Le inoppugnabili argomentazioni degli occultisti.

La Mole si presta particolarmente bene a diventare un feticcio magico. Nel 1904, un fulmine abbatté la statua del genio alato in cima alla guglia; miracolosamente rimase integra, ma l’amministrazione cittadina non si azzardò più a rimetterla al suo posto (e ancora oggi sulla guglia non c’è niente). Chiaro segno dell’ira divina, monito all’arroganza degli uomini che non capiscono quando devono fermarsi? O forse la soluzione estrema con cui Costanzo ruppe l’armonia magica della Mole, ponendo fine al sovrapporsi delle dimensioni alternative? Ripercorrere la storia della sua costruzione, poi, potrebbe diventare un modo per osservare quei primi decenni di vita dello stato italiano, e anche per immaginare una serie di esiti ucronici per il Risorgimento e magari per l’intera storia europea. Certo nessuna delle Storie alternative visitate nel romanzo potrebbe essere troppo distante: tutte quelle raggiungibili richiederebbero la costruzione di una Mole nel centro di Torino.
Ovviamente per scrivere questa storia demente avrei bisogno della consueta mole di documentazione. Ho una conoscenza estremamente scolastica degli anni del Risorgimento, mentre questa storia richiederebbe di conoscerla bene. Qualcosa sulla Torino di quegli anni aiuterebbe. E non vi dico la difficoltà per ritrovare una biografia di Antonelli! Del resto, potrei anche inventare il grosso della sua vita, no? L’Antonelli del mio romanzo potrebbe essere quello di una dimensione parallela, con tutte le differenze del caso rispetto al nostro…

So what
In accordo con la mia attention span da criceto, nel giro di pochi giorni da quella giornata a Torino archiviai le mie idee su Antonelli e non ci pensai più. Né mi trasferii nella città sabauda. All’epoca.
A Torino invece ci sono andato a vivere adesso. Per ragioni lavorative, e per la precisione da febbraio, proprio due anni dopo quella famosa giornata, proprio da quando ho smesso di aggiornare il blog. In questi quattro mesi ho pensato spesso di pubblicare qualcosa – e come al solito ho lavorato a un sacco di bozze contemporaneamente – ma mi è mancato materialmente il tempo e la tranquillità necessarie. E Tapirullanza ha languito.
Ora la mia vita si è normalizzata (forse), e voglio avere abbastanza fiducia in me stesso da riprendere con gli articoli. Ho tanti libri, film, videogiochi, anime, saggi di cui parlarvi. E poi, i miei numerosi (?) fan stavano cominciando a temere per la mia vita.

Mole Antonelliana notturno

Un panorama che si presta naturalmente al science-fantasy.

Non so dirvi cosa ci sia nel futuro di Tapirullanza. Quello che so, è che in bozza ho la solita ventina di articoli tra Consigli del Lunedì, diversi giochi indie che mi hanno affascinato, un manuale di scrittura atipico, una saga videoludica che ha fatto la grana, una serie tv promettente, un paio di film che mi hanno lasciato basito e un paio di cose troppo dementi per essere altrimenti descritte. Cercherò di mantenere la mia consueta tabella di marcia e vediamo dove arriveremo.
Si dice che cambiare location possa essere stimolante per la creatività. Non saprei. Ma camminando per Torino, ho ricominciato a pensare a questa storia semiseria di Antonelli; quindi forse è un buon segno.

E quindi uscimmo a metter le stelline, o: consigli per gli acquisti

Stellina Super Mario“Tu quante stelline gli dai? Io tre e mezzo, max.”
“Quattro, dai…”
“Naaaah. Non arriva a quattro. Fight Club è da quattro, e questo non è all’altezza di Fight Club.”
“Be’, però era bello…”
“Sì, ma non da quattro stelline. Era bello da tre e mezzo.”
Lo so, è molto stupido. Sono in riabilitazione da anni. Ma ormai è diventata un’abitudine: quando usciamo dal cinema, la prima domanda dopo “piaciuto? / non piaciuto?” è “allora, secondo te quante stelline?”. Ce l’ha attaccata anni addietro la ragazza dell’epoca di un mio amico. Poi la ragazza è uscita di scena, ma le stelline sono rimaste.
A quei tempi Amazon non era ancora arrivato in Italia, non avevo mai sentito parlare di Goodreads e Anobii muoveva i suoi primi passi. Le stelline erano quelle che si trovavano sulle mini-recensioni del Corriere, sulle rubriche prezzolate di D’Orrico e Genna, sui dizionari del cinema. Valevano quello che valevano, cioè niente. Ma riuscivano a muovere spettatori e lettori – o almeno, un certo tipo di spettatori e lettori con velleità intellettuali.
I lit-blog sono arrivati dopo.

Subito prima di Natale, il buon Taotor ha scritto un articolo sui lit-blogger in cui a un certo punto mi tirava anche in ballo. Con “lit-blog” – termine che mi fa abbastanza sorridere perché tenta di darsi importanza quando di importanza non ne ha – si intendono proprio gli spazi come Tapirullanza: blog (sia scritti, sia video-blog su Youtube) che si occupano di letteratura, e quindi, di norma, di recensioni di libri. Ci sono tanti tipi di lit-blogger: quelli che lo vivono solo come un hobby da condividere con gli altri e quelli che tentano di costruirci sopra una carriera; quelli che, come me, evitano contatti con le case editrici, e quelli che invece su questi contatti ci speculano sopra.
Conosco da tempo l’abitudine di alcuni blogger di farsi mandare gratis libri da qualche casa editrice per poi recensirli positivamente; almeno da quando, ancora nel 2008 o 2009, Gamberetta raccontava su Gamberi Fantasy delle offerte fattegli da questa o quell’altra, e da lei rifiutate perché evidentemente aveva l’ambizione di essere qualcosa di più di un leccaculo prezzolato. In genere funziona così: tu hai un blog in cui fai recensioni di libri, e ti sei ritagliato una nicchia di lettori che ti leggono e commentano. Un bel giorno ti arriva la mail di un PR di una casa editrice – di norma molto piccola, a meno che tu non muova davvero tante visite, e di certo non è il mio caso – che ti dice che ha visto il tuo blog, che è fatto molto bene, che le tue considerazioni sono acute e divertenti, che siete sulla stessa linea d’onda, e conclude chiedendoti se vorresti ricevere aggratis uno dei suoi libri appena usciti. La proposta, fate attenzione, è apparentemente non impegnativa: l’editore ti propone il libro e ti suggerisce che, se ti piace, potresti in caso scriverci una recensione positiva.

Gone Girl

“Quante stelline hai detto che mi dai scusa…?”

L’accordo di scambio rimane tacito, ma è molto evidente. Certo non ti stanno regalando un libro per altruismo. Il meccanismo che si innesca è riassunto molto bene da Taotor:

meccanismi psicologici elementari come la dissonanza cognitiva portano inevitabilmente a far parlare più o meno bene del prodotto. “Beh, me l’hanno regalato, come minimo ne parlo bene per ricambiare il favore”.

Anche a tenere a freno l’impulso emotivo e a ragionare a mente fredda sulla proposta fatta, è chiaro che non ci sono molte scappatoie. Mettiamo che accetto e che mi mandano il libro; se è bello tutto a posto, ma se fa cagare? Come reagisco? Potrei, in nome della mia etica di recensore, scriverne una recensione negativa: ma oltre a essere messo in difficoltà dal fatto che questo libro che sto cassando non l’ho comprato coi miei soldi ma me l’hanno regalato, è chiaro che romperò tutti i rapporti con l’editore. “Ma come, noi ti regaliamo un libro e tu ce lo stronchi?”.
Oppure potrei non recensirlo affatto. Ma in quel caso, dovrei accettare che ho buttato via il mio tempo: ho letto un libro che non mi è piaciuto e che probabilmente non avrei mai letto se non me l’avessero offerto, senza guadagnarci nulla. Nemmeno in termini di buone relazioni con l’editore, perché a che serve continuare a mandare libri gratis a uno che poi sta zitto e non te li recensisce?
Risultato:

Scorro i post, le recensioni dei romanzi ricevuti gratis non hanno valutazioni inferiori a 4/5. Che è come quando mi invitano a pranzo e se il pasto è insipido e mi chiedono com’è dico che ha un gusto delicato, se è salato dico che è molto saporito.

Dato che un blogger che riceve questi “regali” è portato o a fare una recensione positiva, o al massimo a non fare nessuna recensione, questo è l’unico tipo di recensioni che leggeremo. Ossia: articoli inutili e non attendibili per definizione. Per questo, pur essendo ad esempio in ottimi rapporti col Duca, non mi faccio mandare le uscite di Vaporteppa ma le compro io quando voglio io: non solo perché trovo giusto supportare economicamente il progetto, ma soprattutto per mantenere piena indipendenza in quello che faccio. Questo – unitamente a un metodo di valutazione il più oggettivo possibile – è l’unico approccio ragionevole per gestire un blog onesto e affidabile.

Pyramid Head Happiness

Ragionevolezza e affidabilità.

Di conseguenza la domanda diventa: come fare a trovare consigli di lettura attendibili, se non posso fidarmi di questa gente? La discussione è proseguita nei commenti, coinvolgendo anche la valutazione in stelline. Giustamente Angra nota che il sistema delle stelline è inutile: dato che il significato delle stelline è completamente arbitrario, quando andiamo a leggere “quante stelline” ha un libro o un film di fatto non acquisiamo alcuna informazione. Non sappiamo cosa significhino quelle stelline.
Se l’amico con cui sono andato al cinema mi dice che per lui Gone Girl merita quattro stelline, aldilà della stupidità della conversazione l’informazione può avere un valore: conosco il mio amico da tempo, so come valuta le cose, e il suo dirmi “quante stelline” può essere una sintesi efficiente del suo giudizio. Ma il recensore sconosciuto che dà 5 stelline alla nuova trilogia di VanderMeer su Amazon o Anobii o Goodreads potrebbe essere chiunque: uno di manica larga che dà 4 o 5 a tutti, uno che ha amato il libro alla follia perché in genere non va mai oltre il 3, un fellow scrittore agli esordi che spera di essere notato da VanderMeer con il suo giudizio positivo. Il libro di VanderMeer potrebbe essere il primo romanzo di science-fantasy che legge nella sua vita, e quindi tutto è nuovo e meraviglioso per lui; oppure potrebbe essere un navigato lettore di genere, e il romanzo un’effettiva ventata di novità e inventiva nel panorama del fantastico. Cercare qualcosa da leggere o regalare basandosi sulle stelline è chiaramente del tutto inutile.

Se però togliamo lit-blogger e stelline, come recuperare informazioni utili all’acquisto? Ho già scritto qui e là, in passato, dei metodi che adotto io; ma vale la pena riassumerli.
In una prima fase, bypasso completamente i giudizi di valore e vado per argomenti e autori. Ho voglia di bel low-fantasy di ambientazione storica, o una space opera nel Sistema Solare (la cosiddetta Near Future Space Opera), o di un urban fantasy con le fatine, o di una speculazione sulla terraformazione di Marte? I siti dove trovo le migliori informazioni di partenza sono quelli che aggregano liste ed elenchi, come Worlds Without End: dalle nomination ai vari premi di fantasy e fantascienza, a tutte le uscite di collane antologiche come i Masterworks della Gollancz, c’è una miniera di dati su cui lavorare. Una mano ce lo dà anche il sistema di profilatura degli store e dei social: il “chi ha acquistato questo articolo ha acquistato anche…” di Amazon, o il “I tuoi amici hanno giocato anche a…” di Steam, è una delle migliori idee commerciali degli ultimi anni (1).

Meanwhile at Valve

Cercare per autore è forse la cosa più utile in assoluto. Ogni autore ha una sua area di expertise in cui tenderà a tornare nei suoi vari romanzi, e se mi piace uno dei suoi libri è facile che mi piaceranno anche gli altri. Paolo Bagicalupi è specializzato in fantascienza sui disastri ecologici e le loro conseguenze, e di recente, sulla scia di Cory Doctorow (Little Brother, Homeland), si è dato allo Young Adult intelligente. Charles Stross scrive soprattutto speculazioni near-future, in particolare su sistemi informatici e intelligenze artificiali. VanderMeer scrive urban fantasy e science-fantasy con un approccio più vicino al mainstream e al realismo magico, che non alla narrativa di genere. Catherynne Valente (Palimpsest, la serie di Fairyland) scrive fiabe surreali ed è pesantemente Literary.
Cercare per autore significa una distinzione non solo in termini di contenuti, ma anche in termini di prosa. So ad esempio che VanderMeer, di norma, è introspettivo, lento come la fame e depressivo; Lauren Beukes invece (Moxyland, Zoo City) è pop, ruvida, tutta azione; Stross scrive da uber-nerd e a volte è al limite dell’illeggibile. A seconda di che tipo di prosa ho voglia (o sono in grado di tollerare), sceglierò un autore diverso. E se non ho mai letto niente dell’autore? Un estratto gratuito (se disponibile) o scaricarmi la versione pirata (se esiste) risolve in fretta la questione.

E se il libro non è per me, ma è un regalo, come nel caso di Taotor? In realtà si tratta di un falso problema. L’approccio è sempre lo stesso: sapere quali sono i gusti della persona, e regalarle qualcosa in accordo con quei gusti, come faremmo per noi stessi. L’unica difficoltà consiste a quel punto nell’assicurarsi che il libro in questione non ce l’abbia già. Se si tratta di un amico o parente, bisognerebbe conoscerlo abbastanza da avere un’idea dei suoi gusti. Se non ce l’abbiamo, bisogna tastare il terreno con gli altri amici e parenti. Se non ne abbiamo idea e nessuno è in grado di aiutarci, significa che il nostro rapporto con questa persona è così superficiale che regalare un libro non è probabilmente una buona idea.
E se è una persona che legge poco, uno-due libri all’anno, perlopiù la roba famosa che leggono tutti? L’approccio è ancora lo stesso. Se è una persona con pretese intellettuali, le si prende un libro nella classifica del Corriere. Se queste pretese non le ha, allora si può andare sereni a spulciare le classifiche dei best-seller e regalarle qualcosa coerente con la sua fascia di età. Non è importante che poi gli piaccia o meno. Se parliamo di qualcuno che legge uno-due libri famosi l’anno, allora è il tipo di persona che usa i libri come argomento di conversazione (“ah, sì, l’ho letto”, “noooo, devi assolutamente leggerlo anche tu!”, “mah, a me non ha detto niente”) e non come esperienza di piacere. Il puro possesso del libro gli darà più soddisfazione del leggerlo.

Nuovi autori

Lauren Beukes, Cory Doctorow, Catherynne Valente

Ma mettiamo che il libro invece è per noi. Siamo sopravvissuti al Natale anche quest’anno e vogliamo farci un bel regalo. Dopo le nostre prime ricerche abbiamo identificato tre o quattro libri che ci interessano. Ma il tempo è quello che è, riusciamo a leggere solo qualche libro al mese, e comunque quando non si trovano su Library Genesis costano. Come scegliamo il nostro uomo? Ed è qui che rientrano in gioco le stelline!
Benché non utili di per sé, le stelline sono un ottimo strumento di indicizzazione. Raccolgono in sottoinsiemi quelli che hanno amato il libro, quelli a cui è piaciuto così così e quelli a cui ha fatto cagare. Il mio approccio è questo: vado alla scheda del libro su Amazon US e mi apro le recensioni con voto “3/5”. E me le leggo. Di norma le recensioni con tre stelline sono tra le più equilibrate, perché hanno abbastanza lucidità da aver individuato sia “pro” che “contro” dell’opera, e quindi sono un ottimo punto di partenza. Quando ne ho lette quattro o cinque (ammesso che ce ne siamo così tante), in genere tra l’una e l’altra sono già emersi degli elementi ricorrenti. Sulla Southern Reach Trilogy di VanderMeer, per esempio, continuano a ricorrere questi commenti: è un horror dal sapore lovecrafiano; il ritmo è lentissimo, nel secondo e terzo libro succedono anche meno cose che nel primo; molti misteri rimangono irrisolti; la prosa è molto “materica”, crea immagini vivide; è cerebrale.
Dopo aver letto un po’ di recensioni “medie”, posso passare a leggermi quelle con voto “4/5” e “2/5”. Troverò gente che loda il libro in modo più sperticato o lo sprofonda nella merda – ma, di norma, queste diverse valutazioni sono fatte partendo dagli stessi elementi. Anche qui troverò scritto: il ritmo è lento (ma ad alcuni piace moltissimo, altri invece lo odiano), i misteri rimangono irrisolti (geniale! per alcuni, fregatura! per altri), e così via. Tenete presente che il punteggio medio finale del libro è del tutto irrilevante: conta solo quante volte ricorrano nelle recensioni gli stessi pregi, gli stessi difetti, gli stessi commenti.

Alla fine mi sono fatto un’idea abbastanza precisa di cosa troverò nell’opera, pur evitando gli spoiler. La quantità di recensioni mi permette di eliminare le bias individuali e i rumori di fondo, per concentrarmi sugli elementi ricorrenti (2). Non importa che io concordi o meno con i vari recensori. Non importa nemmeno che le stelline di per sé abbiano un significato nebuloso. L’importante è che, partendo dall’indicizzazione per stelline, sono arrivato a un’idea di com’è fatto il libro, e quindi di quante probabilità ci siano che piaccia a me in questo momento. Ecco quindi a cosa servono le stelline, ed ecco come io decido quale prossimo libro leggere. Alla fine ho comprato Annihilation e l’ho letto, con un’idea approssimativa di ciò a cui stavo andando incontro. E anche questa volta – come quasi sempre – la lettura ha confermato quell’idea approssimativa: nel libro ho ritrovato quello che già molti altri recensori avevano, positivamente o negativamente, riscontrato.
In tutto questo, i blog di narrativa svolgono la stessa funzione: aggiungere una voce al coro, su cui fare la media. Anche il mio. Non accontentatevi di me che dico che The Deep di Crowley – libro relativamente oscuro – è interessante e originale. Andate su Amazon o dove volete, e mediate la mia valutazione con l’opinione degli altri.

Download a Bear

E ricordate: scaricare è come rubare!!

Tutto questo per dirvi che sì, parlerò prossimamente della Southern Reach Trilogy di VanderMeer. E anche di altri autori citati qui e là nel corso dell’articolo.
Ma anche che ho cambiato il sottotitolo del blog: non è più una vetrina di libri curiosi, ma “Una vetrina di narrativa curiosa”. Tapirullanza era nato per ospitare solo libri, ma nel corso di questi anni mi sono occupato di film, di anime, di videogiochi. Stupido, del resto, è limitarsi ai soli libri, dato che tutti questi sono medium narrativi. Il libro non è un oggetto di culto, così come il profumo della carta non è un allucinogeno (benché per alcuni sembri esserlo); questo mio spazio è dedicato a quanto di interessante esiste in ogni tipo di narrativa. E anche i suggerimenti che ho dato oggi riguardo ai libri, valgono ovviamente per ogni forma di narrativa.
Comunque sia: se Fight Club è da quattro, Gone Girl è tre stelline e mezzo. Max.

(1) Il sistema forse in assoluto più efficace è proprio lo slideshow sulla home page del negozio di Steam, grazie al quale ho comprato diversi bei giochi indie. Credo che il trucco di Steam consista in due features:
1. Un sistema di tag migliore rispetto a quello degli altri store. I tag non sono imposti dall’alto, ma creati dalla stessa comunità: tanti più utenti applicano un certo tag a un articolo, tanto più quell’articolo sarà taggato in quel modo. Di conseguenza, su Steam c’è una grande quantità di tag e al tempo stesso – dato che solo i tag più ricorrenti appaiono – una maggiore precisione nell’identificare (e catalogare) ogni articolo. E dato che la nostra profilatura viene fatta in base ai tag che visitiamo più spesso, questo significa una maggior precisione nell’identificare i nostri gusti.
2. La possibilità di indicare non solo gli articoli che ci piacciono, ma anche quelli che non ci piacciono.
Questi due elementi permettono a Steam di definire meglio i nostri gusti, e quindi di fare una miglior scrematura quando “sceglie” che giochi mostrarci nello slideshow.

(2) Il problema rimane quando il libro ha una circolazione molto limitata e anche in inglese si trovano poche recensioni. In quel caso, potete essere voi i pionieri: correre il rischio, leggere il libro e poi aggiungere voi la vostra recensione per rendere più facile la decisione a chi verrà dopo di voi.

Attack on Continuity

Attack on Titan memeCome tutte quelle tecniche che alterano il semplice flusso lineare della narrazione, i flashback sono una brutta bestia. Nel suo manuale Plot, Ansel Dibell mette giustamente in guardia contro il loro utilizzo:

All this structural hanky-panky isn’t something to engage in just for the fun of it. Any departure from linear, sequential storytelling is going to make the story harder to read and call attention to the container rather than the content, the technique rather than the story those techniques should be serving.
There’s a principle called “elegance” which means that a theory or an object has no excess parts. It may be very complex, but it’s as simple as it can be and still work. This applies to fiction, too.

Tuttavia, ci sono storie che beneficiano realmente, in termini di chiarezza o di coinvolgimento, da un utilizzo intelligente dei flashback. E ci sono storie che semplicemente non funzionerebbero senza flashback.
Pensiamo a Lost: è una storia che non potrebbe mai funzionare se fosse raccontata in ordine cronologico. Dei personaggi non ci interessa nulla finché non sono sull’isola (la vita della maggior parte di loro è piuttosto ordinaria); e viceversa, la serie sarebbe solamente un mystery fantascientifico se non avessimo la possibilità di scoprire, poco a poco, chi erano i sopravvissuti prima di arrivare sull’isola. Si potrebbe raccontare la storia in modo lineare, partendo dallo schianto del volo Oceanic e proseguendo fino alla risoluzione finale ignorando le backstory dei personaggi – ma l’elemento più affascinante della serie (o almeno, delle prime stagioni, che poi sono quelle che funzionano meglio), la sua ragion d’essere, sta proprio nella giustapposizione e nel contrasto tra il prima e l’adesso dei sopravvissuti.

Lost meme

Ho nominato Lost perché è un esempio celebre, ma in realtà tutte le trame del tipo “crogiolo” (in cui una serie di personaggi senza precedenti relazioni tra loro si trovano forzati in uno spazio chiuso di pericolo) si prestano bene a una struttura narrativa che salta avanti e indietro nel tempo. La timeline che segue il presente concentra tutta l’azione, la tensione della vicenda, ed è il perno della storia; le timeline che indagano il passato dei protagonisti concedono dei momenti di respiro tra un momento adrenalinico e l’altro (così da evitare l’assuefazione), sono un piacevole cambio di scenario, accrescono la familiarità e l’affezione verso i personaggi, e permettono di esplorarne meglio le motivazioni e i comportamenti. Battle Royale e Le Iene sono altri due esempi di storia che funziona proprio grazie a questa struttura.
I crogioli sono forse l’esempio migliore, ma non l’unico, di trama che funziona bene quando non è lineare. Pensiamo a Pulp Fiction. Data la natura episodica del film (che racconta, in pratica, tre o quattro storie autoconclusive), non è difficile da seguire anche se è raccontato in modo non lineare. E in compenso, la storia ne beneficia tantissimo: la scena finale di Vic e Jules alla tavola calda, dove i due killer discutono della vita e del loro futuro, non avrebbe minimamente lo stesso impatto sullo spettatore se non sapessimo già come andrà a finire. E viceversa, l’ultimo episodio in ordine temporale è quello del boxeur in fuga interpretato da Bruce Willis: terminare il film con la sua storia sarebbe stato debole. L’episodio di Bruce Willis è divertente e pieno d’azione, ma non dà un senso di chiusura alla pellicola.

Questo pippone per dirvi cosa? Che anche se la chiarezza espositiva e la fluidità della trama sono il primo obiettivo da ricercare quando si crea una storia, bisogna accettare che ci sono trame che, semplicemente, sono più interessanti quando sono raccontate in modo non lineare. A volte, per il bene della chiarezza, si finisce per annacquare una storia e renderla più noiosa. E indovinate dove, a mio avviso, è successo proprio questo? In Attack on Titan.
Uno degli scogli più grossi alla visione di questo anime sono i primi quattro episodi. Sono – per capirci – le puntate in cui viene mostrato l’attacco dei titani alla cerchia di mura esterne (con conseguente distruzione della città natale di Eren), l’esodo dei protagonisti nella seconda cerchia e i tre anni di addestramento all’accademia militare. Capite da subito il problema: si tratta di mostrare in uno spazio di tempo compresso tre anni abbondanti di vita del protagonista. Peggio: si tratta di mostrare un avvenimento di importanza centrale all’inizio, tre anni in cui succede poco e niente, e un nuovo avvenimento di importanza centrale alla fine (la ricomparsa del Titano Colossale, che mette in moto poi tutti gli eventi successivi della serie).

Titano Colossale Attack on Titan

Il risultato è pessimo. Più che raccontare una storia, questi primi episodi sono una sequenza di scene staccate e rabberciate alla bell’è meglio. Non solo: ci fanno familiarizzare inizialmente con i personaggi bambini, per poi rimpiazzarceli dopo i primi episodi con le loro versioni cresciute. La sensazione è che le prime due ore circa di Attack on Titan siano una specie di gigantesco prologo all’anime vero e proprio, e che la storia cominci solo a partire dal quinto episodio con la battaglia di Trost. L’impressione è rafforzata dal fatto che, a fronte dei continui salti temporali delle prime puntate, dalla quinta in poi l’evoluzione della trama diventa lentissima. Risultato: ho dovuto fare appello alla mia forza di volontà per non smettere prematuramente la visione dell’anime, e forse l’avrei fatto, se non li avessi già scaricati tutti e messi comodamente nel mio hard disk.
Né sono l’unico ad aver avuto questa impressione. Bazzicando in giro su qualche forum, mi è capitato più volte di imbattermi in conversazioni tra utenti delusi dai primi episodi e incerti se continuare la visione, e fan dell’anime che dicevano cose del tipo: “Tieni duro almeno fino all’episodio 5, poi diventa bellissimo!”. Ora – quando persino gli appassionati riconoscono che un’opera diventa bella solo superato un certo punto, e che quello che c’era prima serviva solo a preparare il terreno, c’è qualcosa che non va. Il tempo dello spettatore è denaro. L’opera deve essere avvincente e reggersi sulle sue gambe fin da subito, non può vivere della vaga promessa che “il bello deve ancora arrivare, sii paziente”.

Ora, mi rendo conto che Isayama si trovava di fronte a un bel problema. Questo problema consisteva nel fatto che il cuore della storia si svolgeva in un determinato momento temporale, ma che questa storia aveva senso solo alla luce di alcuni avvenimenti cruciali che avvenivano alcuni anni prima. I primi episodi avrebbero dunque una serie di obiettivi espositivi:
1. Mostrare l’apertura della breccia nel Muro Maria e l’invasione dei Titani nel regno, dato che questo è l’avvenimento che determinerà il nuovo assetto della società di Attack on Titan.
2. Mostrare il trauma nell’infanzia del protagonista e la serie di avvenimenti che lo porterà a intraprendere la carriera militare.
3. Mostrare come funziona la vita militare nel mondo di Attack on Titan, e introdurre una serie di comprimari che saranno importanti negli episodi successivi (es. i compagni di Eren).
A questi si aggiunge un obiettivo narrativo:
4. Aprire l’opera col botto, cioè con un’apparizione dei Titani (il nodo della storia) e una battaglia sanguinosa.

Titano colossale Attack on Titan

Non tutti questi punti sono altrettanto importanti. Il punto 3, ad esempio. Il funzionamento dell’esercito – e l’addestramento dei cadetti di cui Eren fa parte – poteva anche essere mostrato direttamente in battaglia, e così i suoi compagni. L’inefficienza di un “avanti veloce” sugli anni di boot camp è dimostrata dal fatto che, comunque sia, poco vediamo – nei primi episodi degli anime – tanto dell’addestramento, quanto di questi comprimari; e infatti facciamo fatica a ricordarceli. Mi sono sorpreso, arrivato all’episodio 16 o 17, di sbattere gli occhi e pensare: “Aspetta – chi minchia è ‘sta Krista Lenz?”. Viceversa, il personaggio di Levi è introdotto relativamente tardi, ma ha un carattere così distintivo, e lo vediamo fare talmente tante cose, che lo memorizziamo subito.
I personaggi si memorizzano e ci diventano familiari in base alle cose che fanno, a come si comportano in momenti cruciali – come ad esempio uno scontro con mostri mangiauomini alti otto metri. Una carrellata veloce e infodumposa, come quella regalataci nel terzo e quarto episodio, aiuta poco (salvo forse a dire: “Ah sì, quella è la tipa delle battute sulle patate…”. Sigh).

Ma concedo che i primi due punti e l’ultimo sono cruciali, e andavano risolti in qualche modo. Il regista, con Isayama, sceglie di privilegiare la chiarezza, raccontando la storia in modo strettamente cronologico e costringendo lo spettatore a tenere duro per i primi episodi – diciamo dal secondo al quarto compreso, che sono quasi esclusivamente espositivi e nei quali non succede granché – per godere poi di quelli successivi.
E se invece avesse fatto diversamente? Se avesse scelto di raccontare la storia di Attack on Titan in modo non lineare, così da evitare il pantano dei primi episodi? Come salvare i punti più importanti, senza fare impazzire il lettore da un lato, né dall’altro annoiarlo?
Ho provato a immaginare come mi sarei comportato io nei panni del regista. Ovviamente, avessi carta bianca, terrei solo l’ambientazione ed eliminerei senza rimpianti i protagonisti e tutta la loro storia. Come già detto nello scorso articolo – ma so di avere il consenso della maggior parte di voi su questo punto – ci sono storie molto più interessanti che si potrebbero raccontare con le premesse di Attack on Titan. Ma poniamo di dover mantenere tutti gli elementi principali della storia, e di poter cambiare solo i dettagli e il modo di presentarli. Mi sono venute in mente due diverse alternative.

Ciao a tutti. Sono il comic relief dell’anime e i miei sketch non fanno ridere. Mi ricorderete non per la mia abilità in battaglia, ma perché mangio patate.

Variante #1: Battaglia di Trost con contorno di flashback
Siamo d’accordo: dato che Attack on Titan è un fantasy militare sull’umanità contro i Titani, dovrebbe iniziare con una battaglia contro di loro. Ma perché dev’essere una battaglia ambientata nel passato (rispetto al grosso della storia)? Perché non una battaglia che si svolge nel presente? La soluzione più semplice sarebbe proprio cominciare con l’episodio cinque, ossia con l’attacco dei Titani a Trost – uno scontro che prosegue fino a metà stagione e che quindi da sola rappresenta quasi il 50% dell’anime. L’anime potrebbe aprirsi con una pacifica scena di cadetti sulle mura della città, dando allo spettatore qualche minuto per familiarizzare coi protagonisti – e poi l’attacco.
Ok: questo risolve il quarto punto, ma che dire dei primi due, ossia dell’importanza di far capire allo spettatore come si è arrivati alla situazione presente e cosa motiva Eren a combattere i Titani? Be’, ma a pensarci bene questa è pura exposition. Allo spettatore (come al lettore), all’inizio dell’opera queste cose non interessano. Poiché non c’è ancora stato investimento emotivo né sull’ambientazione, né sul protagonista, non proverà curiosità per il background dell’una né dell’altro. Vuole azione. E provare emozioni forti. Ergo: prima di tutto, un po’ di violenza che ci familiarizzi con Titani e adolescenti protagonisti. Poi, nel tempo – diciamo dopo qualche episodio – il bisogno di saperne di più sul passato di questa gente comincerà ad acquistare peso.

Come gestirlo? Per prima cosa, si può cominciare già dai primi episodi a buttare dettagli sul passato di Eren (e dei suoi amici d’infanzia): il suo essere originario della città dove avvenne il primo attacco, il fatto che sia fuggito per il rotto della cuffia dai Titani e l’odio che ne è scaturito. Poi, in un momento di distensione – alla fine della battaglia, o di una prima fase della battaglia – si potrebbe inserire un flashback (della durata di un episodio, difficilmente di più) che ci mostri nel dettaglio l’avvenimento, con particolari come il fatto che i Titani si siano pappati la mamma di Eren sotto i suoi occhi.
Questi flashback potrebbero diventare anche un pattern dell’anime: ogni tot episodi, in momenti di distensione dell’azione nel presente, e con hook tematici sufficienti a giustificarli, si potrebbe inserire una puntata flashback che illustri questo o quell’aspetto interessante della storia di Eren e dei suoi amici – l’esodo nella seconda cerchia di mura, la difficile vita dei profughi in condizioni di scarsità di cibo, qualche episodio di rivolta finito nel sangue e così via. Sarebbe un interessante sistema per mostrare i particolari della vita ordinaria nel mondo di Attack of Titan senza risultare pesanti.

Potato Kid Attack on Titan

Ok, un altro po’ di ragazza patata.

Variante #02: Build-up lento
Il problema della prima proposta potrebbe essere che condensa molte informazioni in uno spazio concentrato: nel corpo di un unico avvenimento centrale – la battaglia di Trost, che abbia o meno più fasi – ci sono l’introduzione dei personaggi, dell’ambientazione, degli antagonisti, per non parlare dei flashback. Si potrebbe tentare un’altra strada, ossia quella di posticipare la battaglia e dare più tempo allo spettatore di familiarizzare coi personaggi. Ad esempio, potremmo cominciare la nostra storia negli ultimi giorni (l’ultima settimana?) da cadetti dei protagonisti, prima dell’apparizione dei Titani davanti alle mura di Trost.
Però ci siamo detti che un esordio senza l’apparizione dei Titani è debole. Come risolvere questo problema? E’ qui che entra in gioco la Legione Esplorativa! Immaginiamo un inizio incentrato su una spedizione della legione fuori dalle mura, magari tra le rovine di una delle cittadine del Muro Maria. L’anime comincia sui soldati che, variamente acciaccati, fanno per tornare verso la seconda cerchia di mura. E bam! Appaiono i Titani. Segue carneficina (durante la quale apprendiamo quanto cazzo sono pericolosi questi Titani). Alla fine, i superstiti si mettono in fuga ed entrano nelle mura dalla porta di Trost: tutta la scena potrebbe durare un cinque minuti. Ed ecco che il pov passa su Eren – che vedremmo per la prima volta – che li guarda entrare in condizioni pietose. Sigla. Di qui in poi, l’anime stabilirà Eren come protagonista e seguirà la sua storia.

Questa scena, che tra l’altro rispecchia altre scene simili dell’anime reali, svolgerebbe numerosi funzioni: ci dà un inizio forte con Titani che attaccano (e vincono), mostra i giganti che infestano le rovine di città umane, e stabilisce da subito il rapporto tra Eren e la Legione, verso cui chiaramente prova stima e di cui vuole entrare a far parte (anche se per ora non ne sappiamo il perché). Da quest’ultimo dato, lo spettatore intuisce da subito una prima motivazione per cui Eren è nella scuola militare. Il resto dell’episodio può proseguire su toni più tranquilli, mostrando scorci di vita militare dei nostri eroi e qualcosa della vita quotidiana dentro le mura.
L’episodio dovrebbe culminare con un cliffhanger, ma l’attacco dei Titani alle mura potrebbe essere prematuro. Si potrebbe invece chiudere su un disordine con i militari; magari un tentativo di rivolta popolare, così da creare un po’ di tensione, far subito emergere i problemi di politica interna e focalizzare l’attenzione sui soldati (potrebbe persino essere un compito da cadetti come Eren, l’aiutare la guarnigione a riportare l’ordine). L’attacco dei Titani potrebbe poi arrivare con più calma nell’episodio successivo, o ancora più avanti. I dettagli sul passato dei nostri protagonisti dovrebbero essere centellinati. Anche in questo caso si potrebbe inserire, in un momento di calma, il flashback sull’infanzia del protagonista; ma la cosa sarebbe meno traumatica perché avremmo avuto più tempo per conoscere tutti i personaggi.

Attack on Titan Freddie Mercury

That’s it
I due scenari riportati sopra erano solo esempi, neanche molto brillanti, che mi sono venuti in mente. Chissà quante soluzioni migliori si possono trovare. Ma entrambe mi sembrano migliori di quella originale, nell’evitare i cliché da shonen e nel presentare il mondo della storia in modo interessante. Mi sono tolto un sassolino dalla scarpa.
Ora posso con più tranquillità abbassare la saracinesca su Attack on Titan. Se ne riparlerà, magari, quando sarà uscita la seconda stagione.

Il prezzo della magia

Spongebob magicIo ho un problema col fantasy. Il mio problema è la magia.
Messa nelle mani di uno scrittore inesperto, la magia è come una pistola carica data a un bambino: poco poco finisce che si spara nei piedi. Benché sia l’elemento caratterizzante del genere, ciò che lo distingue dai generi limitrofi del fantastico, ha una natura così indefinita che diventa molto difficile da manipolare per lo scrittore. La magia può essere qualsiasi cosa si voglia. Per questo, una delle prime cose che è necessario fare quando si inventa il proprio mondo fantasy (o anche quando solo si crea una storia fantasy nel nostro mondo) è definire quali saranno le regole del nostro sistema magico.
Se non ci chiariamo bene questo punto, se non facciamo emergere nel corso della storia le limitazioni della magia, e se non manteniamo una coerenza interna nell’uso della magia, tutto il nostro bel mondo sembrerà una costruzione arbitraria e finta. Cadremo nel “perché sì, perché è fantasy!”. Persa la sospensione dell’incredulità, il lettore si rende conto che sta solo leggendo un libro, non vivendo una storia; l’immersione viene meno a si rimette il libro nello scaffale (o si chiude il reader).

Che la magia sia più spesso una seccatura piuttosto che un interessante power-up da aggiungere alla nostra ambientazione, si capisce dal fatto che molti decani della narrativa fantasy abbiano cercato di arginarla in tutti i modi, limitandone la presenza nel mondo e il numero di persone in grado di usarla. Nel Signore degli Anelli troviamo una serie (ridotta) di artefatti e creature magiche, ma la quasi totalità dei personaggi non è in grado di usare la magia e non la usa; e chi è in grado di usarla è ove possibile allontanato dal party in modo tale da non sbilanciare gli incontri. Nella saga di Martin, il sovrannaturale è un elemento di cornice che viene rigorosamente tenuto il più lontano possibile dalla storia principale, e sembra quasi messo solo perché il reparto marketing possa pubblicizzarlo come Fantasy invece che come Beautiful fanta-storico di ambientazione medievale.
Altri autori hanno scelto una strada diametralmente opposta. Swanwick, nei suoi due romanzi più dichiaratamente fantasy (The Iron Dragon’s Daughter e The Dragons of Babel), ha creato un mondo volutamente impossibile. Qui la magia permea ogni cosa, ogni abitante, viola esplicitamente ogni logica. Ma Swanwick ambienta le sue storie a Faerie, il mondo sovrannaturale del folklore; e le regole della sua magia sono tutte meta-narrative: si ispirano più o meno fedelmente a leggende e miti delle tradizioni di questo o quel popolo terrestre. Benché l’effetto sia molto colorato e affascinante, e questi romanzi trasudino sense of wonder a palate, non è una scelta che mi piaccia troppo: è tutto molto meta-, tutto ha senso solo se si concepisce il mondo dei romanzi come uno specchio rovesciato del nostro. Si riesce a godere appieno i due romanzi a patto di concentrarsi sul percorso di crescita del protagonista e non tanto su come funzioni il mondo che lo circonda. Di fatto, la Faerie di Swanwick è tutta un grande (e consapevole) “perché sì, perché è fantasy!”.

Ratzinger magic

Quando bisogna decidere cosa sarà la “magia” nel nostro libro, si presentano due domande, una interna al mondo della narrazione, l’altra esterna. La prima è: “Che cos’è la magia nel mio mondo?”. E’ un potere interiore, una forza fisica, un patto con gli déi o degli spiriti sovrannaturali? Si acquisisce con lo studio, la meditazione, la preghiera, la masturbazione? La seconda è: “Qual’è il prezzo per lanciare una magia?” O in altre parole: quali sono le limitazioni all’uso della magia nella mia storia?
Che la magia richieda un costo è d’obbligo: se non ci fosse un prezzo da pagare, cosa impedirebbe a chiunque nell’ambientazione di utilizzarla di continuo? Se lanciare un incantesimo fosse facile come starnutire, come fanno gli abitanti del tuo mondo a coesistere in società più o meno ordinate, invece di essere ciascuno un dio immortale all’interno del proprio sistema solare personale? Alcuni scrittori hanno risolto facendo della magia una prerogativa di alcuni individui, persone speciali che hanno un “dono”. Ma in realtà, il problema è solo spostato: perché anche queste persone, non vivono lanciando magie continuamente. Per dirla con Orson Scott Card:

First, you don’t want your readers to think that anything can happen. Second, the more carefully you work out the rules, the more you know about the limitations on magic, the more possibilities you open up in the story.

Dunque: qual’è il prezzo?

Si può partire da qualsiasi delle due domande, per decidere come funzioni il proprio sistema magico. Ma trovo più interessante e utile partire dalla seconda. E’ partendo da quale sia il prezzo della magia, che si definisce chi potrà essere un mago e chi no, cosa sia possibile fare con la magia e cosa no, che ruolo ricopriranno i maghi all’interno della società, e quale livello di sviluppo tecnologico (o dovrei dire tecnomagico?) la suddetta società potrà avere.
Se la magia è accessibile a pochi, ma per questi pochi lanciare il singolo incantesimo è poco costoso, cosa impedisce questi pochi fortunati di essere i governanti, la cima della piramide sociale del nostro mondo? Se viceversa la magia è accessibile a tutti, ma il singolo incantesimo ha un costo elevato (ad esempio: ogni volta che lanciamo un incantesimo perdiamo un anno di vita), i maghi non governeranno la società ma saranno probabilmente dei subordinati. Una volta deciso quale sarà il costo, insomma, si può a ritroso definire tutte le regole del nostro sistema, e infine stabilire che cosa sia più in generale la magia nel nostro mondo, quale ne sia l’origine. Insomma, partire da ciò che serve effettivamente alla trama che vogliamo sviluppare per arrivare a definire, alla fine, i massimi sistemi della nostra ambientazione.

Oppure fai come la Rowling e scrivi la prima cosa che ti viene in mente. A lei è andata bene no?

Più facile a dirsi che a farsi. Ma proprio perché è difficile chiarirsi le idee sulla magia, ho sempre cercato romanzi fantasy che mi offrissero un approccio nuovo all’argomento. Il mese scorso abbiamo visto ad esempio la bilogia Dark Fantasy di James Blish, composta da Black Easter e The Day After Judgement. Come per la Faerie di Swanwick, anche in questi due romanzi il sistema magico non è inventata di sana pianta ma è ripresa dal nostro folklore – nel caso di Blish, dalla demonologia dei grimori medievali e rinascimentali. Diversa però è l’ottica dei due autori. Blish infatti, benché sia sempre stato affascinato dalla religione cristiana, dalla teodicea e dalla magia nera, non ha mai abbandonato il suo approccio razionalista alle cose.
In Black Easter, c’è un passaggio in cui il mago nero Theron Ware cerca di spiegare la sua arte all’ingegnere Rudolf Hess, uno degli uomini del magnate Baines. I grimori medievali non sembrano essere mai stati troppo precisi nel definire le regole della magia. Emerge comunque un quadro interessante. Nell’ambientazione di Blish, chiunque può imparare a usare la magia – benché poi ci siano individui più talentuosi e altri meno, come in tutte le arti. Se non tutti lo sono, però, è perché imparare a usare la magia è un’attività molto dispendiosa, in termini di tempo ed energie. Bisogna forgiare da sé tutti gli oggetti che si impiegheranno nei rituali. Bisogna sottoporsi a pratiche di purificazioni complicate ed estenuanti, come digiunare o meditare perfettamente immobili per giorni.

Il potere magico, inoltre, non è in possesso degli uomini, ma deriva direttamente dai demoni. Fare una magia significa indurre un demone a fare qualcosa per noi. L’attività principale del mago nero è dunque quella di costringere il demone a fare ciò che si vuole, richiamandolo a sé e piegandone la volontà. E’ un’attività che logora il fisico e la psiche, perché il demone non aspetta altro che commettiate un passo falso per divorarvi l’anima. Un’unica evocazione – che servirà a chiamare un solo demone per un unico compito – richiede giorni di preparazione, uno sforzo terribile durante il rituale, e altri giorni per purificarsi a rito finito.
Non sorprende che ci siano così pochi maghi in circolazione, allora, in un’epoca in cui la maggior parte delle azioni che si possono compiere con la magia possono essere più facilmente eseguite senza (un omicidio? Si può usare un sicario. Soldi a palate? Qualche speculazione azzeccata in Borsa). Né sorprende che anche un mago eviti volentieri la magia quando può. In questo caso, la magia è a portata di tutti ma il costo per ogni singolo incantesimo è elevato. Per dirla con Theron Ware:

One thing you must understand is that magic is hard work. I don’t use it out of laziness, I am not a lazy man, but by the same token I do take the easier ways of getting what I want if easier ways are available.

Demon's Souls

I demoni sono crudeli. Chi ha giocato a Demon’s Souls lo sa.

Riflettere sul costo della magia è interessante anche perché può diventare il fulcro di tutta una serie di problemi morali. In Final Fantasy VII, la magia è ricavata estraendo e raffinando l’energia vitale stessa del pianeta. Questo significa che ogni volta che si crea e si usa magia, si sta a poco a poco distruggendo il mondo in cui viviamo. Un simile problema etico, se ben gestito, può diventare il cuore stesso della storia.
L’argomento è ben illustrato da Orson Scott Card nel suo manuale How To Write Science Fiction & Fantasy (di cui vi avevo già parlato in un vecchio articolo). Al tema della magia Scott Card dedica due misere paginette, ben lontane dall’esaurire l’argomento; tuttavia, le idee che menziona sono abbastanza suggestive da meritare di essere riportate:

The price of magic might be the loss of parts from the human body. It’s simple, it’s painful, and it’s grotesque to imagine—sounds like a great idea to me. And there are as many variations here as there were with time travel. Here are several different ways you might turn this idea into a useful magic system:

1. When the magic user casts a spell, he loses bits off his own body, always starting with the extremities. He’s never sure quite how much he’s going to lose. Inevitably, however, missing fingers or hands or feet or limbs begin to be taken in society as a sign of great power—so that young people who wish to seem formidable pay to have fingers and, sometimes, limbs removed, with scars artfully arranged to look like those that magicians have. It’s hard to tell who really has power and who only seems to. (Your story might be about somebody who refuses to mutilate himself; he’s universally regarded as a powerless coward. Which, in fact, he is—until there comes a time when a spell is needed to save his city, a spell so powerful that only a person with his entire body intact can cast it—and the spell will use up all his limbs at once. Does he do it? If so, why?)

2. The magic user must actually cut off a part of his own body, or have it cut off, casting the spell while the bone is being incised. The longer he endures the pain and the larger the section of his body being removed, the more power he obtains. A whole profession of Removers would spring up, people skilled at the excruciatingly slow removal of limbs, using drugs that, while they don’t dull the pain, do allow the magician to remain lucid enough to perform the spell. (Here’s a chance for an interesting twist on a science fiction staple: a future society devoted to “harmless” recreational drugs. Why not have a Remover who goes into the underground apothecary trade, selling the drugs to people who just want the heightened mental effects? What will the magicians do to him then?)

Harry Potter junkie

3. The magic user does not have to cut off his own body part; he can cut off somebody else’s. Thus magicians keep herds of human beings—social rejects, mental defectives, and so on—to harvest their limbs for power. In most places this practice would be illegal, of course, so that their victims would be concealed or masquerade as something else. (A good horror story using this magic system might be set in our contemporary world, as we discover people living among us who are secretly harvesting other people’s limbs.)

4. The magic user can only obtain power when someone else voluntarily removes a body part. Thus magic is only rarely used, perhaps only at times of great need. If a private person wishes to hire a spell done, he must provide not only payment to the wizard, but also a part of his body. And at a time of great public need, the hero is not the wizard, but the volunteer who gives up part of his body so the
spell can be cast to save the town. (How about a psychological study of a pair of lovers, one a magician, the other a voluntary donor, as we come to understand why the one is willing to give up his or her body parts for the other’s use?)

5. When the magician casts a spell, someone loses part of his body, but he can’t predict who. It has to be someone known to him, however, someone connected to him in some way. And, while wizards all know this dark secret of their craft, they have never told anyone, so that nobody realizes that what causes limbs to wither up and fall off is really not a disease, but rather the wizard up the street or off there in the woods or up in the castle tower. (And here’s the obvious variation: What if some common but nasty disease in our world is really the work of secret magicians? That’s why certain diseases go in waves: twenty years ago it was bleeding ulcers; now it’s colon cancer. And the hero of our story is a wizard who is trying to stop the suffering he and others like him are causing.)

6. When a wizard casts a spell, body parts wither and fall off the person he loves the most. The love can’t be faked; if he loves himself most, it is himself who loses body parts. The greater the love, the greater the power—but also the greater the suffering of the wizard when he sees what has happened to the person he loves. This makes the most loving and compassionate people the ones with the most potential power and yet they’re the ones least likely to use it. (Here’s a monstrous story idea: The child of loving parents who wakes up one morning without a limb and, seeing her devoted father getting paid, begins to suspect the connection between her maiming and his wealth.)

You get the idea. There are at least this many permutations possible with every other source of magic I’ve ever heard of. And the stories you tell, the world you create, will in many ways be dependent on the decisions you make about the rules of magic.

La magia è un’arma a doppio taglio. E’ un concetto così nebuloso che se non lo trattiamo con la cura dovuta (ma solo come power-up per i nostri personaggi maghi) rischia di non avere senso e vanificare la credibilità del nostro mondo; ma al tempo stesso sono possibili talmente tante combinazioni, che può diventare un’infinita fonte di idee e conflitti e ambiguità morali per le nostre storie.
E’ mia intenzione presentarvi, nelle prossime settimane e mesi, altri autori e storie che hanno fatto un uso creativo e intelligente della magia – proprio come ho fatto con le due novellas di James Blish. Storie in cui la magia non è un elemento di contorno ma il cuore stesso del worldbuilding e dei conflitti che vi si svolgono. Ne vedremo un piccolo esempio – se tutto va bene – lunedì prossimo. Intanto, se avete degli spunti creativi che volete condividere, sono tutti bene accetti.

Magic trick