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Gli Italiani #09: Lo Specchio di Atlante

Lo Specchio di AtlanteAutore: Bernardo Cicchetti
Genere: Fantasy
Tipo: Romanzo

Anno: 2014
Pagine: 150 ca.
Editore: Vaporteppa

Atlante è malato. Questo è un bel problema, dato che Atlante, la statua colossale al centro del bosco di eucalipti, è ciò che regge il mondo e le sue leggi. Strani eventi cominciano a moltiplicarsi: bambini che nascono con un piede caprino, boschi che diventano carnivori, buchi nel cielo, ratti che creano degli eserciti. Zephiro, l’anziano Mago di Maniero, studia da settimane il problema, analizzando gli ambigui versi del Libro dei Se e chiudendosi in meditazione – e finalmente ha scoperto l’origine del problema. La ghiandola pineale del gigante di pietra è consumata dall’usura, e va sostituita al più presto.
Ma come fare, come crearne una nuova? La ghiandola pineale è fatta di drimite, rarissimo metallo, ma per costruire quella attuale è già stata impiegata tutta la drimite del mondo! Zephiro convoca all’istante i suoi due Apprendisti, Heron e Kalamon, e rivela loro il suo piano: se non c’è più drimite in questo mondo, bisognerà andare a prenderla in altri mondi. Per Heron e Kalamon è l’inizio del viaggio – nei mondi dei sogni e nei mondi dietro gli specchi, prima che sotto l’azione della malattia Atlante si sfaldi e il tessuto stesso della realtà si distrugga per sempre. Ma che succede se anche negli altri mondi c’è un Atlante malato, e un altro Zephiro, un altro Heron e un altro Kalamon alla disperata ricerca di una nuova ghiandola?

Lo Specchio di Atlante è un tipo di Fantasy come in circolazione ce ne sono molti pochi. Il setting è completamente fiabesco e lontano dalla nostra realtà; la struttura è quella del rompicapo, del gioco intellettuale. Immaginiamo un mondo ‘semplificato’, con al centro un Maniero medievaleggiante abitato da maghi che studiano la realtà e le sue leggi. Immaginiamo ora che questo mondo sia adiacente ad altri mondi – alcuni simmetrici, altri gerarchicamente superiori o inferiori in un rapporto di causa ed effetto – tutti con lo stesso Maniero (o una sottile variazione dello stesso) e gli stessi abitanti (o sottili variazioni degli stessi). Immaginiamo, infine: cosa succederebbe se questi mondi, separati ma condizionati uno dall’altro, si trovassero a interagire?
E’ questo il “gioco” che costruisce Bernardo Cicchetti, e il tema del suo romanzo è sviluppare tutte le possibili implicazioni di queste premesse di wordbuilding. Attraverso gli occhi del protagonista, l’Apprendista Heron, del suo collega e rivale Kalamon, e del loro maestro, il Mago Zephiro, viaggeremo attraverso cinque-sei mondi differenti alla scoperta della strana architettura ricorsiva di questo universo, pungolati dal lento sfaldarsi per malattia dell’intero Universo.


La soundtrack di accompagnamento a questo articolo è la bellissima “Maenam” di Jami Sieber, main theme del gioco indie Braid. Come Lo Specchio di Atlante, Braid è un rompicapo sulla simmetria, la ricorsività, il tempo, l’alchimia. Ne parlerò in futuro.

A differenza delle altre opere di Vaporteppa, la collana di narrativa del Duca, Lo Specchio di Atlante non è un’opera inedita di una giovane promessa italiana, né una traduzione di un autore americano. E’ invece il “recupero” di un romanzo italiano uscito nel lontano 1991, pubblicato da Fanucci ma passato abbastanza inosservato, e oggi fuori stampa. Io ne feci la conoscenza nel 2009, quando Gamberetta lo recensì positivamente su Gamberi Fantasy, ma all’epoca non lo lessi. Lo lesse invece il Duca, e dev’esserne rimasto abbastanza affascinato da mettersi in contatto con l’autore per riproporlo.
Lo Specchio di Atlante è uscito su Vaporteppa lunedì scorso, in una nuova edizione rivista e corretta che migliora la qualità della prosa, ma che non altera lo stile di Cicchetti né tantomeno i contenuti dell’opera. Non posso che essere contento di questo recupero, che dimostra che in Italia è esistita una narrativa fantastica al di fuori dei cloni di Tolkien, dei master D&D che si scoprono scrittori e dei soliti Nomi Ufficiali (Calvino, Buzzati…). Ma a questo punto la domanda è: Lo Specchio di Atlante sarà all’altezza dei colleghi pubblicati su Vaporteppa, o l’opera di Cicchetti sfigurerà di fronte agli standard elevati del Duca?

Uno sguardo approfondito
Uno dei principali lavori di correzione per la nuova edizione de Lo Specchio di Atlante ha probabilmente riguardato la gestione dei pov. Dopo un breve prologo di poche pagine, in cui guardiamo con pov onnisciente la statua di Atlante malato e la spirale di corruzione che da esso si allarga, e veniamo introdotti ai tre personaggi principali – il vecchio Mago e i due Apprendisti – con un breve paragrafo dedicato a ciascuno di essi, il romanzo ci pianta solidamente nel punto di vista di Heron. Nel corso del romanzo incontreremo una serie di altri pov ricorrenti – Zephiro, Kalamon, l’omuncolo di Heron – più una manciata di pov usa e getta, ma Heron rimane chiaramente il protagonista della storia.
Ogni cambio di punto di vista coincide inoltre con un cambio di paragrafo; ogni scena ha quindi un unico pov, e non si ha mai difficoltà a capire chi stia facendo cosa. Un paio di pov usa e getta si sarebbero potuti evitare senza grosse difficoltà né perdita di informazione, ma si tratta tutto sommato di dettagli trascurabili in un romanzo che scorre molto bene.

Atlante Farnese

L’Atlante Farnese. A furia di stare così te credo che ti si sputtana la ghiandola pineale.

Discorso differente per la caratterizzazione dei personaggi.
Tutti i protagonisti sono dotati di connotati di base che li rendono ben riconoscibili: Heron, ambizioso sognatore con attitudini da filosofo; il sarcastico Kalamon, mosso nei suoi rapporti sociali da un’invidia dominata a fatica e un forte senso della competizione; Zephiro, bisbetico e brontolone nella maniera innocua di un cartone animato. Alla base del protagonista Heron troviamo anche un interessante conflitto interiore che si sviluppa coerentemente nel corso del romanzo, ossia la lotta tra la sua ambizione a primeggiare e superare il suo maestro, e il bisogno di essere e restare un “bravo ragazzo” che non fa né pensa certe cose. Questo conflitto – che peraltro non si vede molto spesso nella narrativa di genere – non fa solo “colore”, ma motiva le decisioni di Heron e diventa un tassello fondamentale della trama del romanzo.
Insomma, siamo già un passo avanti rispetto ai grigi burattini di tante storie di Clarke o Poul Anderson. Al tempo stesso, però, i personaggi di Cicchetti suonano molto poco umani. I loro dialoghi sono brillanti, sagaci e a volte anche divertenti, ma suonano spesso molto artefatti (1); la loro gestualità è roboante e improbabile (guardate come agitano quei pugni); possono essere presi dalla paura o dall’emozione un momento, e dimenticarsene l’istante dopo per riprendere a parlare e comportarsi come nulla fosse. Heron gestisce il proprio conflitto tutto sommato con distacco e tranquillità, quasi come se fosse un problema accademico (“toh guarda! Sono fatto così e così…”).

Questa approssimazione nel tratteggiare la psicologia dei personaggi sfocia a volte nell’incoerenza. I personaggi si lanciano l’un l’altro frecciatine velenose o anche vere e proprie accuse, per poi tornare – in tutta sincerità, non con ipocrisia! – amici come prima nella scena dopo, quasi non fosse successo nulla (2). La stessa lotta contro il tempo della malattia di Atlante, che in teoria dovrebbe suscitare nel lettore un rush di adrenalina attraverso tutto il romanzo (la realtà potrebbe collassare da un momento all’altro!), è in realtà resa da Cicchetti con una tale tranquillità, che non avvertiamo alcuna fretta. Tutto il libro, in effetti, è dominato da un’atmosfera di generale serenità e giocosità. Guarire Atlante è semplicemente un altro rompicapo da risolvere.
Gli stessi personaggi, in fondo, non sono che altrettante pedine sulla scacchiera del romanzo, che Cicchetti muove in giro per complicare la trama prima, e risolverla poi. L’analogia narrativa più vicina che mi viene in mente, per capirci al volo, è The End of Eternity di Asimov: altro romanzo-rompicapo con un protagonista ben caratterizzato in teoria, ma scarno nella pratica. Sul piano emotivo, Lo Specchio di Atlante trasmette poco: immedesimarsi in questi personaggi è impossibile, e tutte le loro disavventure ci arrivano con un certo distacco.
Un fallimento, quindi? Niente affatto: perché, come accennavo prima, dove invece il romanzo lavora molto bene è sul piano del gioco intellettuale.

Atlas Shrugged Ayn Rand

Quando Atlante si incazza, si incazza! L’opera di Cicchetti sottile specchio deformante, abrasiva critica sociale mascherata da fantasy per ragazzi?

Nel corso del romanzo visiteremo infatti cinque mondi differenti (più uno sguardo gettato a un altro paio di mondi)(3), ciascuno dei quali è costruito con una serie di simmetrie rispetto agli altri, creando così un complicatissimo gioco di rimandi. L’intelaiatura del mondo di Cicchetti è molto complessa, ed è notevole come l’autore riesca a tenere insieme tutti i fili senza cadere in contraddizione o perdersi dei pezzi per strada. Al contrario, quando si arriva alla risoluzione dei vari enigmi (perché non c’è un solo problema né un solo antagonista, ma più casini che si intrecciano!) ci si rende conto che tutti gli elementi erano già lì, a disposizione del lettore. Cicchetti riprende anche alcuni stilemi classici del giallo a enigma, come il monologo dell’investigatore che di fronte a una platea “smaschera” il colpevole (o i colpevoli) e scioglie i nodi di trama, con grande soddisfazione del lettore. Né l’architettura del mondo è l’unico elemento di sense of wonder del romanzo: Lo Specchio di Atlante trabocca di piccole idee affascinanti, come il ciclo di vita degli omuncoli o il camaleonte che comunica cambiando colore.
Aiuta a camuffare i limiti stilistici e a mettere in luce i pregi del romanzo la prosa secca e concisa di Cicchetti. Lo Specchio di Atlante è fortemente plot-driven: le descrizioni sono ridotte all’osso – tanto che gli ambienti principali in cui si muove il romanzo sono appena abbozzati – i personaggi agiscono, agiscono e agiscono, e tutto ciò che non sviluppa la trama semplicemente non esiste. Questo trasmette al romanzo un ritmo incredibile: non ci sono punti morti, e ad avere un’intera giornata libera a disposizione lo si potrebbe leggere tutto d’un fiato. Né l’ambientazione risente delle descrizioni scarne: il worldbuilding a monte è talmente ben fatto, che il lettore non ha problemi a orientarsi e a crearsi una mappa mentale dell’universo narrativo.

Certo, nonostante la terapia d’urto ducale, diverse bizzarrie stilistiche rimangono. Cicchetti ha chiaramente un amore morboso per gli avverbi e gli epiteti, tanto che ce li ficca più o meno ovunque. Se ci aggiungiamo un gusto per i termini inconsueti e gli accostamenti bizzarri, non dovremmo stupirci di imbatterci in “rovi ostinati” o “anomalie vegetali” o “mostruose infiorescenze” o una “barba antica”. Né mancano passaggi di estrema vaghezza. Proprio nell’incipit, della manifestazione della malattia di Atlante si dice: “regrediva, poi, a mano a mano che ci si allontanava. In cerchi di sempre minore morbosità, di sempre crescente normalità. Al limite dello sguardo di Atlante, il male persisteva ancora. In modo meno acuto, ma sensibile.” Boh?
Più fastidiosa è la tendenza dell’autore di abbandonarsi a lunghi riassuntoni per raccontare le parti meno importanti della trama. Cicchetti impiega infatti questa tecnica soprattutto nei punti di raccordo del romanzo – ad esempio tra la fine della prima parte e l’inizio della seconda, o nella parte conclusiva della seconda parte. Nonostante vi si descrivano fatti di per sé interessanti e che ampliano il worldbuilding (come alcune manifestazioni della malattia di Atlante, e la lotta degli abitanti di Maniero contro di esse), sono scritte in un raccontato talmente sciatto e sbrigativo che quasi si sarebbe fatto meglio a ometterle: “L’assedio durò tre giorni. In più di un’occasione Maniero rischiò la disfatta. Poi…”. E dire che sarebbe bastato mostrare qualche episodio chiave, dedicandogli non più di un paio di pagine, per rendere quegli stessi passaggi in un modo molto più piacevole e senza perdere informatività!

Multiverse meme

Le teorie sul multiverso sono sempre un casino.

Il romanzo si richiama esplicitamente all’Alice di Carroll, ma se dovessi citare i cugini più prossimi del romanzo di Cicchetti, mi verrebbero in mente invece due correnti letterarie del primo Novecento. La prima è quella dei racconti fantasy-onirici della generazione di Weird Tales, come quelli di Clark Ashton Smith e dello stesso Lovecraft (The Dream-Quest of Unknown Kadath, The Doom that Came to Sarnath…), con i loro mondi irreali dalle regole tutte loro. La seconda è quella del racconto-rompicapo argentino stile Cortazar, Bioy Casares e soprattutto Borges; in particolare due racconti di quest’ultimo, La biblioteca di Babele e Il giardino dei sentieri che si biforcano – entrambi contenuti in Finzioni – mi sono venuti in mente più e più volte leggendo il libro di Cicchetti. Il tutto immerso in un’atmosfera da rinascimento magico crepuscolare alla Jack Vance, con tanto di maghi sornioni e scambi di battute pungenti.
Non ce ne sono molti in giro, di libri così. Lo Specchio di Atlante è un’opera veramente sui generis, che va a coprire una nicchia della narrativa fantastica abbastanza scoperta. Se vi piacciono le storie a enigma o i paradossi logici, amerete questo libro. Andando a gusto personale, posso dire che al momento Lo Specchio di Atlante è il miglior cavallo della scuderia di Vaporteppa. Alcuni preferiranno la caratterizzazione dei personaggi di Caligo (o le tettone della protagonista…), altri l’escalation di catastrofi de Gli Dei di Mosca, altri ancora la follia delle novelle di Mellick, ma in ogni caso credo che l’opera di Cicchetti non vi lascerà indifferenti. Provatela! E bravo Duca che l’ha rimessa in commercio in veste migliorata!

E a proposito di Vaporteppa…
E’ passato un po’ di tempo dall’ultima volta che abbiamo parlato di Vaporteppa; per la precisione, dall’articolo dedicato a Caligo di Alessandro Scalzo, e nel frattempo di cose ne sono successe parecchie. Ci sono un paio d’articoli che m’ero ripromesso di finire a proposito delle opere pubblicate dal Duca, e che di sicuro vedrete nelle prossime settimane, magari proprio nelle prime dell’anno nuovo:
– Un piccolo post dedicato ai tre racconti del concorso Steampunk rieditati e pubblicati gratuitamente, ossia L1L0, La maschera di Bali e Piloti e nobiltà. Sono racconti che meritano e mi dispiace di non aver ancora trovato il tempo per dire la mia.
– Un corposo post riepilogativo dell’opera di Mellick, in cui voglio ordinare i miei pensieri sulla quasi trentina di opere sue che ho letto, in vista della lodevole iniziativa del Duca di portarlo in Italia un pezzetto alla volta. Anche questo, era un articolo che avevo promesso già quest’estate – e che in effetti è per oltre metà già scritto – quindi non posso tirarmi indietro.
Infine, proprio ieri è uscito un nuovo romanzo di Vaporteppa, questa volta un inedito: Abaddon di Giuseppe Menconi. Me lo leggerò probabilmente durante le vacanze di Natale; vedrò poi di farvi sapere che ne penso!

Lo Specchio di Atlante Fanucci

La copertina dell’edizione Fanucci del 1991. La nuova copertina è molto più figa.

Qualche estratto
Dato che non voglio rovinarvi il piacere di scoprire da soli l’architettura a più mondi del romanzo, entrambi i brani sono presi dall’inizio del libro. Il primo viene dal prologo ed è la descrizione, con pov del mago Zephiro, degli effetti nefasti della malattia di Atlante; il secondo invece è il bellissimo dialogo tra Heron e il suo omuncolo nel momento di dirsi addio.

1.
Il Mago Zephiro, come ogni notte, chiuse gli occhi e abbandonò il proprio corpo.
La sua emanazione astrale veleggiò, ansiosa di valutare l’evolversi della malattia.
Un bosco di olmi diventato carnivoro.
L’ultimo figlio di un contadino nato con un piede caprino.
Il corso di un fiume deviato verso la sorgente, in un assurdo anello fluente.
Un vecchio sopravvissuto alla propria morte, che perseguitava la famiglia.
Un foro di tenebra apparso nel cielo del mattino.
Follia e assurdità, dove prima erano ordine e logica.
Scosse la testa: il male incalzava. Era necessario curare il gigante.
Atlante doveva guarire.
Zephiro levitò, affidandosi a una corrente stratosferica. Si librò oltre le montagne, sulla piana malata. Superò il bosco di eucalipti e sfiorò il cranio calvo di Dio.
Incrociò uno dei due Messaggeri, che volteggiò intorno al titano di granito. La creatura alata non poteva vederlo ma, in qualche modo, ne intuì la presenza. Stridette un messaggio ed espulse un grumo di guano sul naso poderoso di Atlante. Poi, volò via.
Il Mago virò, seguendone la scia. Rimase per un po’ dietro, quindi la superò e planò su Maniero. Scivolò attraverso la finestra della Torre Più Alta e rientrò nel proprio corpo.
E per evadere dalla follia del suo Mondo, si immerse nel mondo meno folle dei sogni.

2.
L’omuncolo era seduto sul cuscino, faceva girare i pollici e aspettava che l’ira del suo padrone sbollisse.
[…] «Dovevi proprio svegliarmi?» sbottò Heron, e si grattò la testa per scacciare la nebbia del sonno e l’orrore del sogno.
Il minuscolo, vecchio Heron sorrise con gli occhi. Il volto rugoso e la lunga barba candida erano gli stessi che sarebbero stati del padrone a novant’anni.
«Il mio tempo è finito,» disse con la voce sottile.
«È già trascorso un mese,» sussurrò Heron. Gli si strinse il cuore. Una stretta lieve e consueta, ormai.
Questo era il terzo sé stesso che lo lasciava. Sia maledetta l’insensibilità di Zephiro. Perché imporre agli Apprendisti di dare agli omuncoli il loro aspetto? Assistere al proprio decadimento fisico era una lezione di saggezza o di cinismo?
Il piccolo vecchio doveva aver seguito il corso dei suoi pensieri.
«Non rattristarti. La mia vita è stata lunga e intensa. Se ti ho servito bene, ne sono soddisfatto.»
Heron fece un sorriso un po’ storto.
«È più di quello che dirò io a novant’anni,» sospirò. «Scusa.»
«Perché?»
«Per prima. Per essermi adirato. Non potevi sapere che ero nel mio sogno.»
«Lo sapevo.»
Heron aggrottò le sopracciglia.
«Perché mi hai svegliato, allora? Tu non immagini quali possono essere le conseguenze del tuo atto.»
«Non angustiarti troppo per questo.»
«Ma Ilina—»
L’omuncolo sollevò una mano.
«Non si possono calzare due scarpe con un piede solo. E non si possono vivere due realtà. Prendi una decisione. Scegli la tua. Sia questa o il tuo sogno, non ha importanza. Ma scegli.»
Heron sbuffò.
«La cosa più irritante di voi omuncoli è che alla fine diventate tutti filosofi.»
Il volto del vecchio, che un giorno sarebbe stato il suo, era privo di espressione.
Anch’io so essere insensibile, a quanto pare. «Scusa…»
L’omuncolo scrollò le spalle.
«Zephiro vuole vederti.»
Cominciò a scendere dal letto, afferrandosi a fatica alle pieghe della coperta.
Heron fece per aiutarlo ma il piccolo scosse la testa.
«Vai via?» Gli venne un nodo alla gola, ma si sforzò di scioglierlo.
«Sì.» Il vecchio si fermò sull’uscio, più piccolo e grinzoso che mai. «Abbi cura di te.» E uscì.
Nessuno sapeva dove andassero a morire gli omuncoli.

Tabella riassuntiva

Un rompicapo affascinante su mondi paralleli che si intrecciano. Prosa discutibile tra avverbi a pioggia e riassuntoni.
Trama articolatissima e risoluzione degna del miglior giallo. Personaggi poco caratterizzati e non sempre coerenti.
Prosa concisa e ritmo serrato, non si riesce a smettere di leggerlo! Non si avverte la tensione della malattia di Atlante che avanza.
Sense of wonder a badilate.

(1) Ci sono delle importanti eccezioni.
Il dialogo tra Heron e il suo omuncolo all’inizio del primo capitolo è praticamente perfetto. Non solo ci mostra in poche righe tutto degli omuncoli e del loro rapporto coi loro creatori; è anche toccante e incredibilmente umano. L’omuncolo di Heron è tenerissimo e mette tristezza.
Un altro episodio che tocca le corde giuste è invece alla fine del romanzo: il dialogo tra Heron e l’altro Heron nella stanza degli specchi, in cui si decide il destino dei due mondi.

(2) Il caso più emblematico è durante il processo a Heron, verso la fine del romanzo. Heron accusa in tutta serenità Kalamon (in realtà l’altro Kalamon, ma lui non lo sa!), suo amico-rivale di una vita, di essere un assassino e un manipolatore senza scrupoli. Dopodiché, quando si scopre che Kalamon era innocente, non lo troviamo roso dal senso di colpa e la sensazione di essere uno stronzo (stava mandando a morte un innocente, e suo amico per giunta!). Nella scena successiva, quando Heron è diventato Maestro, lui e Kalamon sono nel migliore dei rapporti, nonostante ormai, tra due persone reali in circostanze analoghe, si sarebbe creata una tale spirale di diffidenza e risentimenti da rendere impossibile alcuna relazione normale.

(3) I cinque mondi principali sono: quello nativo dei protagonisti, quello sognato da Heron, il mondo dietro lo specchio, il mondo “malvagio” dietro lo specchio e il mondo tecnologico (il nostro?). In più, si gettano sguardi fugaci ad almeno altri due mondi: il mondo di Atlante alla fine del romanzo (attraverso il pov dell’altro Heron), e il mondo di sogno descritto da Kalamon/Kalem nella prima parte. Ora, si potrebbe obiettare che quest’ultima sia un’invenzione di sana pianta di Kalem, ma pensando a come viene descritto – una versione “malvagia” del sogno di Heron, quindi in linea con quello che potrebbero sognare gli abitanti del mondo “malvagio” – si può anche pensare che sia una descrizione sincera di un altro mondo.

Gli Dei di Mosca su Vaporteppa

Gli Dei di MoscaGli Dei di Mosca, traduzione italiana di Dancing with Bears di Michael Swanwick, è uscito ieri per la collana Vaporteppa del Duchino. Potete leggere la notizia sul sito di Vaporteppa.
L’e-book si può acquistare su Ultima Books (in ePub o mobi, il formato proprietario del kindle), su Amazon (solo mobi) e sulle altre librerie online collegate a Stealth. Il costo è di 4,99 Euro: un prezzo assolutamente abbordabile, considerando che l’e-book di un romanzo come Zombies and Shit di Mellick in lingua originale – più corto di un cinquanta pagine buone, e senza i costi di traduzione sul groppone – viene messo su Amazon a 5,95 Euro, un Euro in più. Personalmente, credo che aspetterò la versione cartacea che uscirà tra un paio di settimane: avendo già letto il romanzo in lingua originale, la cosa che mi interessa di più è – narcisisticamente – poter esporre Gli Dei di Mosca nella mia polverosa libreria.

Ho già scritto nel precedente articolo di come trovi questa de Gli Dei di Mosca una scelta azzeccata per inaugurare la narrativa di Vaporteppa. Ecco il commento il Duchino in proposito:

Scegliere un romanzo di Swanwick ha significato sottoporsi a costi molto maggiori rispetto a un romanzo italiano. Non lo abbiamo fatto perché speriamo di guadagnare “di più” (anche se evitare di andare in passivo non ci farebbe schifo), ma perché questo titolo rappresenta bene quel tono un po’ cialtrone e quelle ambientazioni vagamente ottocentesche che vorrei vedere nelle future opere di Vaporteppa.
In più Swanwick è un autore, come ricordato pochi giorni fa anche sul blog di Urania (che ringrazio per aver messo in eBook Ossa della Terra), che NON ha la giusta diffusione e il giusto riconoscimento in Italia. Solo alcuni dei suoi romanzi sono stati tradotti e questo, il meno fantastico/fantascientifico, non lasciava presagire speranze di apparire dopo quasi tre anni dalla pubblicazione originale… o lo portavamo noi o chissà quando sarebbe apparso!

Insomma, il Duca ha fatto ciò che avevo sempre chiesto e desiderato da quando esiste Tapirullanza: che gli editori italiani la smettaesero di importare solo (o quasi) merda e aprissero gli occhi anche a quei tanti piccoli capolavori o romanzi curiosi – benché di nicchia – che facevano capolino nel mare di melma della narrativa. Oggi è successo. Capite quindi che è anche nel mio interesse che Vaporteppa viva e prosperi negli anni a venire: perché altri e altri bei romanzi ancora vengano portati in Italia o nascano, ancora meglio, in italiano.
La sorpresa più grande, però, doveva ancora arrivare. Come sapete seguo regolarmente Flogging Babel, il blog di Michael Swanwick. E cosa mi spunta fuori sul feed ieri sera, se non proprio questo breve articolo dell’illustrissimo che commenta la copertina del romanzo?

This is, I believe, the best version of Surplus to date. Check out that expression!  His marks don’t normally get to see this aspect of him. And this is the first attempt to capture the likeness of Aubrey Darger I’ve ever seen. Artist Manuel Preitano captures, I believe, the quintessential Britishness of him.

Quale soddisfazione migliore ci potrebbe essere delle lodi personali dell’autore?

OK, time to move on: Gli Dei di Mosca è uscito. Ora posso solo sperare che il catalogo si arricchisca nelle settimane e mesi a venire con nuovi titoli, magari anche di inediti italiani.
Nel frattempo, come combattere la noia? Che domande. Con il Goat Simulator!


Trailer ufficiale di Goat Simulator.

Gli Autopubblicati #07: Soldati a Vapore

Soldati a vaporeAutore: Diego Ferrara
Genere: Guerra / Science Fiction / Steampunk
Tipo: Novella

Anno: 2013
Pagine: 105
Editore: Narcissus

Siamo nel 1848, e il Regno d’Italia, guidato da casa Savoia, è in guerra contro l’Austria. Il fronte corre lungo il corso del fiume Mincio, da dove i crauti pianificano la conquista di Milano.
Il soldato semplice Basile serve da un anno nella Squadra Sei delle meccanizzate, e si è già fatto un nome come inetto e lavativo. Sotto lo sguardo sprezzante del tenente Bregoli, Basile trascorre i suoi giorni tra pattugliamenti, assalti notturni e lunghe attese.
Ma come tutti i suoi compagni di reggimento, ha un privilegio: è un pilota di mec. Quando c’è un’operazione importante, può salire a bordo del suo Manzetti, un esoscheletro di tre metri capace, con le sue braccia meccaniche, di sollevare una camionetta e scaraventarla a metri di dstanza. Ma anche i crauti hanno i loro mec – i Krebs, esoscheletri muniti di due lunghi tentacoli che terminano in pinze capaci di aprirti in due come una lattina. E stanno preparando qualcosa di ancora più grosso, aldilà del fiume, qualcosa che richiederà lo spiegamento di tutta la squadra e non solo…

Soldati a Vapore era una delle opere steampunk presentate allo SteamCamp, ed è stato nel programma dell’evento che ne ho sentito parlare per la prima volta. Ma allo SteamCamp sono arrivato preparato: ispirato da questa microrecensione di Taotor, che aveva fatto da betareader, l’ho letto circa una settimana prima dell’evento. E’ un libro che si legge in una giornata. La storia è semplice, e segue alcune settimane della vita della recluta Basile tra i Pulcini della meccanizzata, culminando in un all-out attack contro le linee nemiche.
La storia editoriale di questo libro è interessante. L’editing è stato seguito dall’Agenzia Duca, quella del buon Duchino (ma l’ho scoperto solo alla fine, leggendo i “titoli di coda”), e poi l’autore si è autopubblicato sulla piattaforma Narcissus. Ho poi incontrato Ferrara allo SteamCamp, come ho raccontato nell’ultimo post. Qui ho scoperto che lui è l’uomo dietro ben due dei racconti dell’antologia steampunk organizzata dal Duca (ma mai pubblicata nella versione definitiva): Il Lunasil e Piloti e Nobiltà. Quest’ultimo, in particolare, era a mio avviso il più bello nella rosa dei candidati per il primo posto nel concorso – anche se poi non ha vinto.
Tutto questo per dire che Ferrara è uno che bazzica lo steampunk da qualche anno. Sarà riuscito a produrre una stand-alone di qualità?

Savoia

Loro ci guideranno verso un radioso avvenire. Avanti Savoia!

Uno sguardo approfondito
Primo elemento positivo: Ferrara è bravo a mostrare. E’ attraverso gli occhi e la voce del protagonista, che narra in prima persona, che assistiamo a tutte le vicende della squadra sei. Il mesetto circa in cui si svolge la vicenda è quindi scandito da una serie di scene vivide – il pattugliamento lungo il corso del Mincio, in cerca di crauti, oppure la sortita notturna aldilà delle basse acque del fiume per sorprendere un convoglio di camion che trasportano vettovaglie.
Questo approccio permette a Ferrara di aggirare il problema dell’infodump, che poteva essere spinoso in un’ucronia. Gli elementi peculiari dell’ambientazione – come i Manzetti, i Wanderer, le corazzate Savoia – sono quasi sempre mostrati in azione piuttosto che spiegati a tavolino, e conditi dai commenti della voce narrante; e anche in quelle poche digressioni che in teoria sarebbero ascrivibili all’infodump (come l’incipit sulla zuppa di cervelli), il tono del protagonista gli dà un tono naturale. In ogni caso, Ferrara ci risparmia lezioncine e spiegoni: la situazione politica non ci è mai spiegata, né si scopre come e perché sia avvenuta la divergenza tecnologica rispetto al nostro mondo. La situazione globale, semplicemente, non è importante – importa solo la storia tragicomica della squadra sei.

Basile è un protagonista simpatico; è il classico soldataccio pigro, che vorrebbe solo andarsene in licenza e invece finisce sempre in punizione – forse l’unico tratto poco credibile è che parla in modo troppo “pulito” (non dice parolacce, non fa granché il villano neanche con i suoi parigrado). Non è un pilota di mec eccezionale, e non lo vedremo mai compiere gesta eroiche – e già questo lo distingue dalla massa di protagonisti amorfi di tanta narrativa di genere. Nelle scene di combattimento svolge soprattutto un ruolo di spettatore, il che permette a Ferrara di farcele vedere in modo vivido senza alterare il punto di vista.
Le scene d’azione – che occupano una buona metà del libro – sono riuscite a metà. Da una parte, Ferrara riesce a mantenere l’interesse del lettore inserendo una grande varietà di situazioni diverse, dall’agguato nel buio al combattimento sul fiume, dalla fuga rocambolesca tra i boschi al rissone – non troviamo quelle serie infinite e tediose di scazzottate tutte uguali alla Marstenheim o Barbarian Beast Bitches of the Badlands. Inoltre il pov molto focalizzato fa sì che il lettore si senta più coinvolto. Dall’altro lato, l’anonimato tanto dei nemici – soldataglia o piloti di Krebs tutti uguali – quanto degli alleati, unito al fatto di sapere che il protagonista non morirà, sortiscono l’effetto opposto. Il bilancio finale mi sembra positivo, ma assai migliorabile.

Guerra in trincea

Mi hanno preso molto di più le altre scene, quella di vita quotidiana. C’è una naturalezza, una spontaneità, nei discorsi tra soldati, negli atteggiamenti, che suona sincera, e che mi ha ricordato storie di guerra tragicomiche come Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu o La grande guerra di Monicelli (senza arrivare alla bellezza di nessuno dei due, s’intende, ma l’atmosfera è un po’ quella). Dirò di più: Soldati a vapore ha poco dello steampunk tradizionale – sia quello gonzo-historical alla Infernal Devices, sia quello serio e politico alla The Difference Engine – e assomiglia di più alle “storie del fronte” della Prima Guerra Mondiale. Ci sono mitragliatrici, camionette, c’è la guerra di posizione; gli italiani hanno il solito esercito un po’ straccione, regolarmente a corto di mezzi, e la tronfia retorica militarista; e i soldati sono gente cinica che sa di essere trattata come carne da macello, e che prega la sua buona stella di tornare tutto intero dal prossimo assalto.
Certo, anche su questo fronte si poteva fare di più, molto di più. Alcuni scambi di battute tra soldati suonano goffi, deboli; il loro linguaggio mi sembra troppo poco crudo, troppo da brava gente di città, e anche se fanno battutacce spesso mi sembravano smorzate, poco incisive. Alcune espressioni sono carine ma sembrano fuori posto nel 1848; ad esempio la battuta di un soldato che difende la sua bella: «Giovanna ha smesso con quel lavoro… e comunque lo faceva solo per dare una mano in famiglia. A tempo determinato, chiaro?». I comprimari sono tutti uguali o quasi. Cordino, Ballarin, Lorenzoni – i loro nomi tendono a confondersi, nessuno ha un tratto particolare che li renda memorabili. E dire che sarebbe bastato poco sforzo e poco spazio per renderli più vividi; e quindi, eventualmente, di coinvolgere di più il lettore in caso uno di loro dovesse morire sul fronte. L’unica nota di merito va al tenente Bregoli che, benché sia in fondo il solito stereotipo dell’ufficiale virile e cazzuto, dell’Uomo-Che-Non-Deve-Chiedere-Mai, è incisivo, dice battute stupende e rimarrà vivido nella mia memoria a distanza di mesi e forse anni1.

Pur con questi limiti, Soldati a vapore è una storia carina che si legge con piacere. La prosa è sempre sul pezzo e il ritmo è rapido, non ci sono parole di troppo. Forse si potrebbe rimproverare a Ferrara la mancanza di ambizione: Soldati a vapore è esattamente quello che vi aspettate che sia, una storia di soldataglia e mech, di battaglie e ritirate. Non ci sono colpi di scena o cambi di registro o altro d’inaspettato – what you see is what you get. Che può anche essere un bene; dipende dal gusto del lettore.
In conclusione, la novella di Ferrara è un’opera divertente, che per approccio e argomenti piacerà forse più agli appassionati di racconti di guerra che non ai fan dello steampunk, e che per ambientazione mi ha ricordato più la Prima Guerra Mondiale che non i classici dello steampunk. Il che va benissimo: la varietà è un bene in un genere ancora così giovane e inesplorato (considerato il numero esiguo di opere meritevoli che ha prodotto). Vale sicuramente la pena provarlo, anche considerato il basso prezzo a cui è venduto. E se non siete convinti, provate prima a dare un’occhiata ai due racconti steampunk di Ferrara, andandovi a recuperare la prima (e attualmente unica) versione, non editata, dell’Antologia steampunk del Duca2.

Prima Guerra Mondiale

Le piccole gioie della vita al fronte

Ciò detto, due parole di merito su Ferrara. Avendolo incontrato, ho avuto l’impressione di una persona vogliosa di imparare e di migliorare, e che non si sente “arrivato” perché ha pubblicato qualcosa. Nutro quindi la speranza che possa diventare uno scrittore ancora migliore e produrre cose anche più belle, se ne troverà il tempo e la voglia. E spero di poter mettere le mani, prima o poi, su un romanzo vero e proprio scritto da lui.
Un ultimo “complimenti” a Okamis (Alessandro Canella), che ha realizzato a tempo record la copertina del libro. E’ un piccolo capolavoro, che rispecchia in pieno le sue convinzioni sul modo di fare le copertine più volte espresso sul suo blog.

Dove si trova?
Soldati a Vapore esiste solo in digitale. E’ distribuito su Ultima Books alla cifra irrisoria di 2,49 Euro – una cifra decisamente adeguata al formato novella, forse pure un pelo basso (si poteva fare 2,99 e lo si sarebbe comprato uguale).

Qualche estratto
Il primo estratto viene dall’introduzione, in cui la voce narrante del protagonista spiega all’ignaro lettore la preparazione di una delikatessen del reparto, il brodo di cervello di crauto; il brano è lo stesso proposto da Taotor, ma ho scelto delle parti diverse. Il secondo estratto viene dalla prima vera scena di combattimento del libro – così potete farvi un’idea di come l’autore gestisca le scene d’azione.

1.
La procedura è semplice: si prende un crauto – vivo è molto meglio, ma se proprio non si trova va bene anche morto – e mentre quello piange e strilla nein! Bitte nicht! gli appoggi il bordo di un bossolo da 120 sopra l’orecchio e cominci a menare forte con la mazza da cinque chili. C’è un punto preciso (Costa sa benissimo dov’è) che se lo prendi, con due o tre colpi ben piazzati la calotta cranica del crauto salta via come un tappo di prosecco. Il cervello, sotto, è grigio e bitorzoluto. Bisogna scalzarlo con un grosso cucchiaio e poi tagliare. A questo punto viene fuori parecchio sangue, ma tanto nessuno ci fa caso: stanno tutti lì incantati a vedere quella roba grigia nelle mani di Costa che con aria cerimoniosa la ficca nell’Elmo Potorio, a bagno nella mistura di grappa e olio lubrificante. Stando alle parole del tenente Bregoli, l’olio del Manzetti dovrebbe essere il fottuto sangue nero delle nostre vene. L’Elmo Potorio per noi ha lo stesso valore di un artefatto magico. È la nostra Cornucopia. È il primo pickelhaube catturato dai Pulcini da quando il battaglione è stato assegnato alla zona del Mincio, nel febbraio scorso. Ormai possiede la sua aura di leggenda. Quando non serve per bere il brodo, Costa lo tiene appeso al posto d’onore dietro il banco, insieme a un sacco di altra roba rastrellata sul campo di battaglia: croci di ferro, sciabole, stivali, il cranio di un colonnello crauto di cui non ricordo mai il nome (comunque il cranio è stato ribattezzato Joseph, in onore del sommo bastardo gran comandante di tutti i crauti). Sono cimeli che la compagnia conserva a memoria della sua gloria imperitura. C’è perfino un folgoratore da Wanderer intero, anche se un po’ carbonizzato, che punta il suo naso mortale verso il soffitto. Costa lo adopera come rastrelliera per i bicchieri.
Per finire il discorso, si lascia il cervello del crauto a macerare per mezz’ora, finché non ha preso quel gusto odioso di culo di cane. Un sorso a testa, dice a quel punto Costa (come se ci fosse qualcuno così coglione da scolarselo tutto!) e l’Elmo Potorio passa di mano in mano finché non è stato svuotato. Una volta finito, si butta via il cervello, poi l’Elmo viene sciacquato, asciugato con cura e torna al suo posto dietro il banco.
È così che si fa il brodo da noialtri delle meccanizzate.
Se lo racconti, la gente non ci crede.

Steampunk Tron

2.
Il rombo dei camion fa vibrare il terreno come un principio di terremoto. Compaiono due fari gemelli sormontati da una chioma di vapore ondeggiante. Dietro il primo, si sgrana la colonna dei camion. Procedono serrati nell’oscurità, il muso di uno incollato al cassone dell’altro.
L’inizio dell’attacco è annunciato da uno schianto nel bosco. Il Manzetti di Lorenzoni balza fuori dalla selva, manda zampe all’aria un Krebs e si lancia contro il primo camion centrandolo di spalla nel blocco motore. Il camion sbanda, rotola giù per il pendio e si va a schiantare tra gli alberi. Lorenzoni si ferma in mezzo alla strada, pianta un ginocchio a terra e offre la spalla massiccia del Manzetti al secondo camion. Quest’ultimo non può fare altro che centrarlo: si solleva e poi ricade in un enorme sussulto, uno dei due autisti sfonda il parabrezza e sorvola la testa di Lorenzoni. Gli altri camion si schiantano uno dentro l’altro a fisarmonica. Strilli di paura e dolore si levano nei cassoni.
Corrono fuori anche i Manzetti di Garoglia e De Gregorio, afferrano un camion ciascuno, lo alzano sopra la testa e lo scagliano oltre le fronde degli alberi. Prima di avere il tempo di ripetere l’operazione, tuttavia, i Krebs si gettano su di loro mulinando i tentacoli.
Autisti e passeggeri non hanno ancora avuto il tempo di capire cos’è successo quando apriamo il fuoco. Il sergente Paganin punta la mitragliera sul camion che ha di fronte e lascia partire una raffica. I proiettili si sgranano fluidi dai serbatoi dorsali del suo ESP e disegnano graffi scintillanti nel buio. Sul fianco del camion si apre una fila di fori, le grida si moltiplicano. Poi si mette a sparare anche il resto della squadra e in un baleno sembra arrivato il giorno dell’Apocalisse. Le mitragliere ad alta pressione vomitano una cascata di metallo che attraversa il telo sottile del camion e fa strage dei coscritti ammassati. Lorenzoni solleva il camion che gli si è schiantato contro e lo schiaccia sul camion successivo. Le lamiere si piegano e dai lati schizzano zampilli di sangue. La notte è piena di strilli e richiami. Metà della colonna nemica è già fuori combattimento. Un Krebs discende il pendio a lunghi balzi e si piazza davanti ai soldati in esoscheletro leggero. L’ESP, contro le pinze dei Krebs, offre la stessa protezione di una vestaglia di seta. I miei compagni gli sparano addosso, ma è come se tirassero con le cerbottane: i proiettili scivolano sulla corazza rinforzata senza produrre altro che un sonoro frastuono come di centinaia di martellate.
Il Krebs stacca la testa a uno dei nostri con una pinza, ne impala un secondo con una zampa, bucandogli il torace da parte a parte, lo solleva e lo lancia via nell’oscurità. Gli altri cercano rifugio tra i cespugli ma il Krebs li insegue continuando a uccidere. I coscritti sopravvissuti cominciano a sciamare giù dai camion e ci sono scambi di mitragliate. Una manciata di pallottole mi fischia vicino alla testa. Guardo verso il sergente in cerca d’indicazioni e non lo vedo più. Sparito nella bolgia. I due soldati alla mia destra sono inginocchiati e impegnati a sforacchiare i camion, come ci è stato ordinato. A venti metri, più in giù lungo la colonna, uno dei nostri Manzetti si sta difendendo dall’attacco di tre Krebs, in un groviglio di tentacoli. I rumori fanno sembrare i mec creature viventi. I getti di vapore degli sfiati somigliano a sibili e i cigolii dei perni metallici sono grida di rabbia. Lorenzoni risale la colonna schiantando i camion uno dopo l’altro, e spazzando con le braccia i coscritti, finché un Krebs non gli salta addosso.

Tabella riassuntiva

La vita di un soldato al fronte al tempo dei mech! Scene di combattimento sottosfruttate.
Voce narrante divertente e dal pov saldo. Comprimari tutti uguali e registro non sempre credibile.
Narrazione onesta e dritta al sodo. Plain and simple, pure troppo (forse)
In conclusione: PROMOSSO

(1) Uno dei pezzi più belli del libro sono le parole che Bregoli dice a Basile dopo un certo attacco. Poiché siamo in piena area spoiler le metto in bianco, ma non potevo tacere:

«Basile,» dice.
Non so cosa gli frulla in testa, ma un sorriso conciliatorio dovrebbe andar bene. «Signor tenente… ce l’ha fatta anche lei, eh?»
Un’impercettibile piega di disgusto gli arcua le labbra, sotto i baffi scuri. «Basile, tu sei così lavativo che se anche all’inferno fossero a corto di personale, non ti prenderebbero comunque. Non creperai mai, nemmanco se ti ci impegnassi, e dubito che tu e la parola impegno vi troverete mai sullo stesso continente insieme, fors’anche sullo stesso pianeta. Te ne arrivi di sera come se fossi di ritorno dal bar del paese. E conoscendoti potrebbe anche essere vero…» mi scorre con uno sguardo cinico e quando arriva in fondo gli angoli della sua bocca franano. «…con scarponi da fante ai piedi, perdio.»
«Anch’io sono contento di rivederla, tenente.»
Bregoli scuote la testa e punta lo sguardo oltre le tende. «Sei la vergogna della compagnia, Basile. Unisciti a questi altri disperati e, se riuscite, fate in modo di farvi notare il meno possibile. L’imbarazzo di sapervi miei soldati mi uccide.»
Gira sui tacchi e se ne va, lento come un bastimento.
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(2) Ovviamente questi racconti, non avendo ricevuto editing (se non in modo molto marginale), possono essere indicativi fino a un certo punto della qualità effettiva della prosa dell’autore. Comunque sono una buona approssimazione. E le idee ci sono tutte.Torna su