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Saggistica: Obedience to Authority

Obedience to AuthorityAutore: Stanley Milgram
Editore: Harper Perennial
Collana: Modern Thought
Genere: Psicologia / Sociologia

Anno: 1974
Pagine: 224

Difficoltà in inglese: **

Ho sempre trovato irritante quell’abitudine a definire il nazismo come un “male assoluto” o, ancora peggio, come qualcosa di completamente inspiegabile, qualcosa che non si dovrebbe neanche provare a spiegare. Alcuni lo dicono per educazione, altri perché credono che cercare una spiegazione ai campi di concentramento sia un modo per giustificarli, altri ancora perché genuinamente convinti di questa “assolutezza” irripetibile dell’evento. Di fatto, sono tutti meccanismi mentali per allontanare quel problema, per fare finta che non riguardi davvero l’essere umano ‘normale’ e che quindi non vada studiato.
Eppure Hannah Arendt l’aveva spiegato piuttosto bene. Assistendo all’interrogatorio di Eichmann a Gerusalemme, ne aveva tratto un quadro che non si accordava con l’idea classica del gerarca nazista sadico e mostruoso. Eichmann appariva come un uomo ‘normale’, fin troppo nella media; non sembrava aver tratto piacere personale dall’atto di far torturare e uccidere ebrei, anzi asseriva di averlo fatto solo perché gli era stato ordinato di farlo. L’unico piacere che aveva provato consisteva nell’idea di aver fatto bene il suo lavoro, e quindi di aver soddisfatto le aspettative dei suoi superiori. Ancora, Eichmann non si sentiva più che tanto responsabile delle proprie azioni: era soltanto un esecutore materiale. Aveva semplicemente obbedito.
Dall’atteggiamento di Eichmann la Arendt trasse la definizione di ‘banalità del male’; ma ormai questo termine è stato ripetuto tante di quelle volte nelle conversazioni quotidiane che ha perso il suo significato.

Un altro studioso, in quegli anni, si stava occupando della natura dell’obbedienza: si chiamava Stanley Milgram ed era un ricercatore di psicologia sociale. Milgram rileva l’ambiguità morale dell’obbedienza: se da parte è un elemento necessario alla convivenza tra esseri umani (obbedienza alle leggi, ai genitori, a un leader, alle norme civili non scritte, eccetera), dall’altro l’obbedienza può spingere l’essere umano a compiere a cuor leggero omicidi e crudeltà assortite (ad esempio il soldato in guerra). Ma l’obbedienza all’autorità, ben lungi dall’essere una presa di coscienza pienamente razionale, sembra essere un meccanismo istintuale ben radicato nella specie umana.
Milgram decide di fare un passo avanti rispetto alle osservazioni empiriche e alle intuizioni della Arendt. Vuole misurare la portata del meccanismo di obbedienza insito in tutti noi. In altre parole: fino a che punto può spingerci l’obbedienza all’autorità? Cosa siamo disposti a fare pur di obbedire agli ordini dell’autorità? Nasce così, nel 1963, quello che oggi è passato alla storia come Milgram experiment.

Adolf Eichmann

L’uomo medio.

L’esperimento
Lascio spiegare allo stesso Milgram come funzioni l’esperimento. Eccezionalmente, per permettere anche ai più pigri di seguire l’articolo, oltre a trascrivere l’originale tradurrò questo passaggio in italiano:

The logic and philosophic aspects of obedience are of enormous aspect, but an empirically grounded scientist eventually comes to the point where he wishes to move from abstract discourse to the careful observation of concrete instances. In order to take a close look at the act of obeying, I set up a simple experiment at Yale University. Eventually, the experiment was to involve more than a thousand participants and would be repeated ay several unversities, but at the beginning, the conception was simple. A person comes to a psychological laboratory and is told to carry out a series of acts that come increasingly into conflict with conscience. The main question is how far the participant will comply with the experimenter’s instructions before refusing to carry out the actions required of him.
[…] Two people come to a psychology laboratory to take part to a study of memory and learning. One of them is designed as a “teacher” and the other a “learner”. The experimenter explains that the study is concerned with the effects of punishment on learning. The learner is conducted into a room, seated to a chair, his arms strapped to prevent excessive movement, and an electrode attached to his wrist. He is told that he is to learn a list of word pairs; whenever he makes an error, he will receive electric shocks of increasing intensity.
The real focus of the experiment is the teacher. After watching the learner being strapped into place, he is taken into the main experimental room and seated before an impressive shock generator. Its main feature is a horizontal line of thirty switches, ranging from 15 volts to 450 volts, in 15-volt increments. There are also verbal designations which range from SLIGHT SHOCK to DANGER – SEVERE SHOCK. The teacher is told that he is to administer the learning test to the man in the other room. When the learner responds correctly, the teacher moves on to the next item; when the other man gives an incorrect answer, the teacher is to give him an electric shock. He is to start at the lowest shock level (15 volts) and to increase the level each time the man makes an error, going through 30 volts, 45 volts, and so on.
The “teacher” is a genuine naive subject who has come to the laboratory to participate in an experiment. The learner, or victim, is an actor who actually receives no shock at all. The point of the experiment is to see how far a person will proceed in a concrete and measurable situation in which he is ordered to inflict increasing pain on a protesting victim. At what point will the subject refuse to obey the experimenter?
Conflict arises when the man receiving the shock begins to indicate that he is experiencing discomfort. At 75 volts, the “learner” grunts. At 120 volts he complains verbally; at 150 he demands to be released from the experiment. His protest continue as the shock escalate, growing increasingly vehement and emotional. At 285 volts his response can only be described as an agonized scream.
[…] For the subject, the situation is not a game; conflict is intense and obvious. On one hand, the manifest suffering of the learner presses him to quit. On the other, the experimenter, a legitimate authority to whom the subject feels some commitment, enjoins him to continue. Each time the subject hesitates to administer shock, the experimenter orders him to continue. To extricate himself from the situation, the subject must make a clear break with authority. The aim of this investigation was to find when and how people would defy authority in the face of a clear moral imperative.

Esperimento Milgram

Una delle stanze dell’esperimento Milgram.

Gli aspetti legali dell’obbedienza sono di enorme importanza, ma uno scienziato di estrazione empirica prima o poi arriva al punto di volersi spostare dal discorso astratto allo studio attento di situazioni concrete. Per dare un’occhiata da vicino all’atto dell’obbedienza, ho messo in piedi un semplice esperimento all’Università di Yale. Alla fine, l’esperimento avrebbe coinvolto più di un migliaio di partecipanti e sarebbe stato ripetuto in diverse università, ma all’inizio l’idea era semplice. Una persona va in un laboratorio di psicologia e gli viene detto di compiere una serie di azioni che entrano progressivamente sempre più in conflitto con la sua coscienza. La domanda principale è fino a che punto i partecipanti obbediranno alle istruzioni dello sperimentatore prima di rifiutarsi di compiere le azioni richieste.
[…] Due persone arrivano in un laboratorio di psicologia per prendere parte in uno studio sulla memoria e l’apprendimento. Uno di loro viene designato come “insegnante”, l’altro come “allievo”. Lo sperimentatore spiega che lo studio riguarda gli effetti delle punizioni sull’apprendimento. L’allievo è condotto in una stanza, viene fatto sedere su una sedia, le sue braccia vengono legate per impedire movimenti eccessivi, e un elettrodo gli viene attaccato al polso. Gli viene detto che dovrà imparare una lista di coppie di parole; ogni voltà che farà un errore, riceverà una scossa elettrica di intensità crescente.
Il vero fulcro dell’esperimento è l’insegnante. Dopo aver guardato l’allievo legato al suo posto, viene portato nella stanza principale dell’esperimento e fatto sedere di fronte a un impressionante generatore di elettricità. La sua caratteristica principale è una riga orizzontale di trenta interruttori, che variano da 15 a 450 volt, con incrementi progressivi di 15 volt. Ci sono anche indicazioni verbali che variano da LEGGERO SHOCK a PERICOLO – SHOCK VIOLENTO. All’insegnante è spiegato che deve somministrare il test all’uomo nell’altra stanza. Quando l’allievo risponde correttamente, l’insegnante passa alla domanda successiva; quando dà una risposta sbagliata, l’insegnante deve dargli una scossa. Deve partire al livello più basso (15 volt) e salire di un livello ogni volta che l’allievo commette un errore, passando a 30 volt, 45 volt, e così via.
L'”insegnante” è un soggetto realmente ignaro che è venuto nel laboratorio per partecipare a un esperimento. L’allievo, o vittima, è un attore che in realtà non riceve alcuna scossa. Il punto dell’esperimento è vedere fino a che punto si spingerà una persona in una situazione concreta e misurabile nella quale gli è ordinato di infliggere un dolore crescente a una vittima che protesta. A che punto il soggetto si rifiuterà di continuare a obbedire lo sperimentatore?
Il conflitto si manifesta quando l’uomo che subisce le scosse comincia a mostrare di provare disagio. A 75 volt, l’allievo grugnisce. A 120 volt si lamenta verbalmente; a 150 chiede di essere rilasciato dall’esperimento. Le sue proteste continuano con l’aumentare delle scosse, diventando sempre più violente ed emotive. A 285 volt le sue reazioni non possono essere descritte altrimenti che come un urlo di agonia.
[…] Per il soggetto, la situazione non è un gioco; il conflitto è intenso e palese. Da una parte, le sofferenze manifeste dell’allievo lo spingono a interrompere l’esperimento. Dall’altra lo sperimentatore, un’autorità legittima verso cui il soggetto avverte una certa dedizione, gli impone di continuare. Ogni volta che il soggetto esita nell’infliggere una scossa, lo sperimentatore gli ordina di continuare. Per districarsi da questa situazione, il soggetto deve compiere una chiara rottura con l’autorità. L’obiettivo di questa indagine è trovare come e quando le persone violeranno gli ordini dell’autorità di fronte ad un chiaro imperativo morale.

Ridotto all’osso, il conflitto che si manifesta nel soggetto dell’esperimento è questo: il bisogno da un lato di far cessare le sofferenze di un proprio simile, da lui stesso procurate e continuamente aumentate; dall’altro, il bisogno di obbedire agli ordini di un’autorità riconosciuta che non si vorrebbe dispiacere. L’equipe di Milgram si aspettava risultati inquietanti, ma non era preparata a ciò che accadde. Nell’esperimento di base, il 65% circa dei soggetti arrivò a premere tutti gli interruttori, infliggendo il massimo dolore possibile (!); la restante percentuale di soggetti si fermò tra la scarica da 300 volt e quella da 375.
Altrettanto interessante della fase centrale dell’esperimento è il debriefing finale: al soggetto viene rivelata la vera natura dell’esperimento e che la vittima non ha veramente ricevuto gli shock. Generalmente la reazione misurata nei soggetti è un visibile rilassamento e sollievo. Quando viene loro chiesto perché non si siano fermati nonostante le proteste e le sofferenze dell’allievo, le risposte variano, ma nella maggior parte dei casi hanno questo tenore: avrei voluto smettere, ma non ho potuto; non volevo violare l’esperimento; non è colpa mia, ho fatto quello che mi era stato detto di fare; mi sono attenuto alle regole, è stato lui (l’allievo) a violarle mettendosi a protestare; e così via.

Diagramma dell'esperimento Milgram

Schema dell’esperimento di base. “L” sta per Learner (Allievo), “T” per Teacher (Insegnante, il soggetto), “E” per Experimenter (Sperimentatore, o scienziato).

Il libro
Obedience to Authority viene uubblicato nel 1974, nove anni dopo i primi esperimenti. Benché il libro non sia diviso in parti, si possono distinguere due sezioni.
Nei primi nove capitoli, Milgram descrive in dettaglio l’esperimento: all’inizio vengono spiegate con precisione tutte le sue parti, dalla scelta dei candidati alle modalità delle misurazioni al debriefing; quindi vengono mostrati e commentati i primi risultati, e vengono raccontati nel dettaglio i casi di alcuni soggetti dell’esperimento; quindi vengono illustrate tutta una serie di variazioni sull’esperimento iniziale per studiare i cambiamenti nel comportamento dei soggetti al cambiamento di alcune condizioni. Questa prima parte è scritta in modo molto piano e limpido – Milgram ha il dono (non comune tra gli scienziati) di farci vedere in modo chiaro e trascinante le varie esperienze di cui è stato testimone durante gli esperimenti.
La seconda parte è più teorica e quindi, nonostante la chiarezza dello stile di Milgram, più difficile da leggere (specialmente in inglese). Milgram passa dall’esposizione dei risultati dell’esperimento al tentativo di spiegare come funzioni il meccanismo dell’obbedienza nell’essere umano. Chiudono il libro un capitolo dedicato ai problemi metodologici dell’esperimento e una conclusione generale.

Le parole di Milgram nel raccontarci gli esperimenti non lasciano dubbi: il comportamento dei soggetti non è mai determinato, se non in pochissimi casi, da un impulso sadico nei confronti della vittima. Gli “insegnanti” non provano piacere in quello che fanno; al contrario, gli osservatori registrano un livello di stress e di malessere crescente nei soggetti mano a mano che si va avanti nell’esperimento. Il soggetto vorrebbe smettere, e spesso cerca di farlo, esitando, pregando o questionando apertamente lo scienziato di interrompere il test. Ma è la presenza fisica dello scienziato, e le sue intimazioni ad andare avanti ad ogni costo, a ‘costringerlo’ a proseguire.
Questo conflitto è chiarito ulteriormente nelle variazioni dell’esperimento di base. Alcune riguardano la distanza. Più la vittima è allontanata dal soggetto, meno quest’ultimo si sente responsabile e più diminuisce la percentuale di soggetti che si rifiutano di andare avanti; viceversa, più la vittima si avvicina al soggetto più questo diventa restio (ad esempio, la percentuale di coloro che interrompono l’esperimento aumenta di molto nei casi in cui il soggetto, per amministrare le scosse, deve toccare fisicamente la vittima).

Esperimento Milgram

La macchina del male.

Altrettanto cruciale è la percezione che si ha dell’autorità: la sensazione di farlo ‘per il bene della scienza’, e che gli scienziati hanno ragione, è un elemento molto importante, e spesso addotto dai soggetti per spiegare la loro diminuzione di senso di colpa. “E’ uno scienziato, sa quello che sta facendo” è una frase ricorrente. Se si diminuisce con vari mezzi l’autorità dello scienziato o dell’ambiente in cui si sta svolgendo l’esperimento, aumenta il senso di responsabilità dei soggetti e quindi la percentuale di coloro che si fermano. Hanno quindi ragione coloro che dicono che i nazisti che parteciparono al genocidio degli ebrei sposavano almeno in parte l’ideologia hitleriana, o quantomeno ne riconoscevano l’autorità; magari in modo passivo, ma comunque con un certo grado di accettazione.
Un altro fattore importante sembra essere il livello di istruzione. Persone poco istruite, poco abituate al ragionamento astratto e all’abitudine a mettersi nei panni degli altri sono più prone all’ubbidienza; esemplare il caso di un saldatore italoamericano, un soggetto dal carattere quasi animalesco, incapace di provare la minima empatia verso la vittima, o il benché minimo senso di colpa. Ecco uno stralcio dal debriefing:

The experimenter routinely asks him whether the experiment has any other purpose he can think of. He uses the question, without any particular logic, to denigrate the learner, stating, “Well, we have more or less a stubborn person (the learner). If he understood what this here was, he would’a went along without getting the punishment”. In his view, the learner brought punishment on himself.
[…] The experimenter has great difficulty in questioning the subject on the issue of responsibility. He does not seem to grasp the concept. The interviewer simplifies the question. Finally the subject assigns major responsibility on the experimenter: “I say your fault for the simple reason that I was paid for doing this. I had to follow orders. That’s how I figured it”.

Al contrario, livelli d’istruzione più alti aumenterebbero il senso di responsabilità individuale (il che non significa che questi soggetti siano spesso in grado di sottrarsi all’autorità dello scienziato, anzi). Ancora: soggetti insicuri tendono più facilmente a identificarsi nell’autorità o a ricercare la sua approvazione rispetto a soggetti con un forte senso di sé e dei propri valori, che invece oppongono più resistenza. Il libro descrive poi ulteriori variazioni, per esempio esperimenti con soggetti donna (che producono le stesse percentuali) o con soggetti multipli, ma non entrerò nel dettaglio: leggeteli, perché sono veramente interessanti.

Glados

Do it. For science.

Se i risultati dell’esperimento sono lì, e sono indiscutibili, più incerte sono le interpretazioni che Milgram costruisce su di essi. Sono comunque terribilmente affascinanti. Muovendo da un’analogia con la robotica, Milgram parla di agentic shift: un meccanismo che scatta nel momento in cui l’individuo si sottomette a una gerarchia, e quindi delega la proprie scelte ai propri superiori e cessa di ritenersene responsabile (o quantomeno diminuisce il proprio senso di responsabilità). L’individuo si sente così come il “braccio” di una volontà che sta fuori e sopra di lui:

The essence of obedience consists in the fact that a person comes to view themselves as the instrument for carrying out another person’s wishes, and they therefore no longer see themselves as responsible for their actions. Once this critical shift of viewpoint has occurred in the person, all of the essential features of obedience follow.

E ancora:

How is it that a person who is usually decent and courteous acts with severity against another person within the experiment? He does so because conscience, which regulate impulsive aggressive action, is per force diminished at the point of entering a hierarchical structure.

Lo scattare di questa soglia varia da individuo a individuo a seconda della sua personalità e del suo background di esperienze; ma essa sarebbe innata nella specie umana. Cosa ancora più affascinante, Milgram spiega questo meccanismo in termini darwiniani. L’essere umano è sopravvissuto all’estinzione unendosi in gruppo; la selezione naturale ha quindi favorito quei tratti istintuali che favorivano la vita in gruppo. La delega della propria autonomia all’autorità del gruppo (che può essere un leader carismatico, una casta istituzionale, un’assemblea collettiva, eccetera), garantendo ordine e armonia nel gruppo, rafforza il gruppo e aumenta le sue possibilità di sopravvivenza. E’ ironico (o inquietante, a scelta) pensare che lo stesso meccanismo che ha favorito la sopravvivenza della specie umana nella giungla della selezione naturale sia anche responsabile di crudeltà di massa come l’Olocausto. Al contrario della vulgata comune sull’unicità del nazismo, Milgram ci avverte che, in potenza, c’è un Eichmann in ognuno di noi.

Esperimento Milgram avviso

L’avviso messo dall’Università di Yale per reclutare i soggetti.

Conclusione
Quando si parla di esperimenti sociali sull’obbedienza e sulla trasformazione morale degli individui in condizioni estreme, il primo esempio che viene alla mente è sempre l’esperimento carcerario di Stanford condotto da Philip Zimbardo. Effettivamente, Milgram e Zimbardo si mossero nella stessa direzione e raggiunsero gli stessi risultati. Tuttavia l’esperimento di Zimbardo è famoso per la sua spettacolarità più che per il suo rigore; perché venne sospeso e non per l’inoppugnabilità dei suoi risultati. L’esperimento di Milgram è migliore, non solo perché misurabile con precisione, ma anche perché “facilmente” ripetibile. E infatti è stato ripetuto, più volte, in diversi luoghi del mondo e in decadi diverse – e le percentuali sono sempre le stesse (con piccoli scarti)! Ciò significa che i risultati dell’esperimento di Milgram non sono più dubitabili, a meno di mettere in discussione la validità stessa della metodologia alla base.
E ho solo sfiorato la superficie di quella miniera d’oro di intuizioni sulla natura umana e sulle caratteristiche dell’obbedienza che è il saggio di Milgram. Volevo farvi venire l’acquolina in bocca – ora dovete correre a leggerlo. Obedience to Authority è uno dei saggi più belli e interessanti che abbia mai letto, oltre ad essere scritto in una prosa facile, scorrevole e acchiappante. E’ anche uno dei pochi saggi che abbia mai letto interamente in inglese nella mia breve vita, e non ho mai avuto problemi (salvo in qualche passaggio nell’ultima parte, quella teorica). E’ davvero triste che in Italia sia così poco noto, tanto che non mi risulta che ci sia una traduzione italiana attualmente in circolazione.

Gli esperimenti condotti da Milgram – e in particolare il racconto dettagliato del comportamento di alcuni dei soggetti – sono anche ottimo materiale per qualsiasi scrittore. L’ambiguità stessa del concetto di obbedienza e del comportamento dell’essere umano medio in queste circostanze sono uno strumento fantastico per tratteggiare personaggi più complessi. Il conflitto (sia quello interno che quello esterno) si alimenta di ambiguità, e il conflitto è uno dei pilastri di una narrativa avvincente.

Dove si trova?
Un anno fa, ho comprato Obedience to Authority su Amazon.com al prezzo di 10,50 $ circa (più spese di spedizione) – un prezzo più che onesto per un libro così bello e che vale la pena di tenere in libreria, per prenderlo in mano e sfogliarlo quando si vuole.
Ho comunque scoperto che ora si trova anche su Bookfinder e su Library Genesis in formato pdf. E’ un file di cattiva qualità che sarebbe difficile convertire in altri formati, tuttavia consiglio di scaricarlo e darci un’occhiata: se si è abbastanza incuriositi da voler andare avanti, si può passare all’originale e finire di leggerselo cartaceo.

Chi devo ringraziare?
Qui il merito va tutto al buon Taotor. Sapendo che lui bazzica l’ambiente psico-sociologico, gli avevo chiesto ragguagli sul libro di Festinger su cui ho scritto un articolo quattro mesi fa, Quando la profezia non si avvera: l’avevo visto tra le novità del Mulino e lo volevo. Taotor colse la palla al balzo e oltre che di Festinger mi parlò anche di Milgram, che un anno fa conoscevo solo di nome:

Per esempio, il più famoso esperimento di Psicologia Sociale è il Milgram Experiment, i cui risultati spiegano in parte l’obbedienza per esempio dei soldati nazisti nel commettere atti atroci – e Stanley Milgram è lo stesso genio che ha condotto un esperimento in cui rimaneva fermo in mezzo a una strada a fissare la finestra di un palazzo, e man mano alcuni suoi collaboratori facevano lo stesso, e più il gruppo diventava grande, più alto era il numero di persone che guardava nella stessa direzione, lol.

Che dire – il libro di Milgram è ancora più figo di quello di Festinger. Thx Taotor ^-^

It's Milgram Time

Una nota finale
Voglio chiudere l’articolo su una nota positiva. Ho detto che molti di noi – io stesso? – probabilmente si comporterebbero come Eichmann posti in una situazione simile. Ma questo non giustifica Eichmann né tutti gli altri. La teoria di Milgram non annulla la responsabilità individuale. Resistere all’autorità, vagliare ogni suo ordine e rifiutare quelli che ci appaiono inaccettabili, è possibile. Riporto il caso di Gretchen Brandt, un’emigrata tedesca di trentun’anni che da adolescente ha vissuto nella Germania di Hitler:

Ad the administration of 210 volts, she turns to the experimenter, remarking firmly: “Well, I’m sorry. I don’t think we should continue.”
“The experiment requires that you go on until he has learned all the words pairs correctly.”
“He has a heart condition, I’m sorry. He told you that before”.
“The shocks may be painful but they are not dangerous”.
“Well, I’m sorry, but I think when shocks continue like this, they are dangerous. You ask him if he wants to get out. It’s his free will.”
“It is absolutely essential that we continue…”
“I like you to ask him. We came here of our free will. […] I don’t want to be responsible for anything happening to him. I wouldn’t like it for me either.”
[…] She refuses to go further and the experiment is terminated. The woman is firm and resolute throughout. She indicates in the interview that she was in no way tense or nervous, and this corresponds to her controlled appearance throughout.
[…] The woman’s straightforward, courteous behavior in the experiment, lack of tension, and total control of her own action seems to make disobedience a simple and rational deed. Her behavior is the very embodiment of what I had initially envisioned would be true for almost all subjects. Ironically, Gretchen Brandt grew to adolescence in Hitler’s Germany and was for the great part of her youth exposed to Nazi propaganda. When asked about the possible influence of her background, she remarks slowly, “Perhaps we have seen too much pain.”

Saggistica: Quando la profezia non si avvera

Quando la profezia non si avveraAutori: Leon Festinger, Henry W. Riecker, Stanley Schachter
Titolo originale: When Prophecy Fails: A Social and Psychological Study of a Modern Group That Predicted the Destruction of the World
Argomento: Sociologia / Psicologia
Editore: Il Mulino
Collana: Collezione di Testi e Studi / Sezione di psicologia

Anno: 1956
Pagine: 264

Come forse vi avranno detto, una settimana fa doveva finire il mondo. Ci sono stati disguidi tecnici, ma mi hanno assicurato che risolveranno tutto in dieci-quindici giorni lavorativi. Comunque, non era di questo di cui vi volevo parlare, ma di un comportamento a prima vista strano che ho notato in questi anni.
Fino a due-tre anni fa, quando la prospettiva della fine del mondo era ancora remota e il credere o meno nelle profezie Maya non aveva un grosso impatto nella vita quotidiana, erano in molti a baloccarsi con questa storia – Hollywood era persino riuscita a cavalcare l’onda e a regalarci un nuovo capolavoro di quel gegno di Emmerich. E quanti libri ha venduto, Giacobbo? Man mano che la data si avvicinava, però, il chiacchiericcio attorno alle profezie è molto scemato. C’è stato un lieve picco nell’ultima settimana o due e fino alla sera del 21, certo; ma la buttavano solo in scherzo, e senza tutto quel marketing che ci hanno messo nel 2009 o nel 2010.
Il 21 Dicembre era talmente vicino, infatti, che il credere o meno, del tutto in parte, che sarebbe successo qualcosa, non era più indifferente dal punto di vista pratico. Non si poteva prenderlo sul serio e contemporaneamente andare al cinema a guardare un film catastrofista. Se io credo che finirà il mondo o che comunque non sarà più come prima, chi me lo fa fare di continuare a studiare o lavorare invece di godermi gli ultimi giorni? Perché non dovrei sperperare tutti i miei risparmi, dato che comunque non mi serviranno più a niente? Dico una banalità: dei miei amici dovevano prenotare un albergo per le vacanze di Natale. Come potevano seriamente fare dei piani a lungo termine e contemporaneamente dare il benché minimo credito alla profezia Maya? Tra le due convinzioni si veniva a creare una dissonanza cognitiva.

Di cosa stiamo parlando? Lascio che a spiegarcelo sia la persona che ha coniato il termine, lo psicologo sociale Leon Festinger:

Due opinioni, due convinzioni o due conoscenze sono dissonanti quando non vanno d’accordo, cioè se sono incoerenti o se una non deriva logicamente dall’altra. Per esempio, un fumatore convinto che il fumo sia nocivo per la sua salute ha un’opinione dissonante con la conoscenza del fatto che continua a fumare. Potrebbe avere altre opinioni, altre convinzioni o altre conoscenze che sono consonanti con l’abitudine di fumare ma la dissonanza esiste comunque.
La dissonanza produce disagio, e di conseguenza si creano delle pressioni per ridurla o per eliminarla. I tentativi di ridurre la dissonanza rappresentano le manifestazioni osservabili della sua esistenza. Potrebbero assumere una di queste tre forme, o tutte e tre: la persona potrebbe tentare di modificare una o più delle convinzioni, delle opinioni o dei comportamenti coinvolti nella dissonanza; acquisire nuove informazioni o nuove convinzioni che aumentino la consonanza in essere e quindi facciano diminuire la dissonanza; dimenticare o ridurre l’importanza delle cognizioni che si trovano in una relazione dissonante.

Dottori che fumano Camel

Vai tra! Se lo fanno pure i medici…

La maggior parte delle persone dunque (compresi coloro che ancora un anno fa credevano che qualcosa sarebbe successo – e ne conoscevo), risolvono la dissonanza buttando sul ridere l’idea della fine del mondo – o modificandola radicalmente; si vedano le teorie del tipo: il mondo non finirà, ma ci sarà un grande cambiamento positivo1 – e continuando a vivere la vita di tutti i giorni. Ma cosa succede, invece, a quei pochi fermamente convinti che davvero il mondo cesserà di esistere, e che si regoleranno di conseguenza? Cosa ne sarà di loro, quando la profezia non si avvererà, e si accorgeranno di aver lasciato il lavoro, o bruciato tutti i propri soldi, o tagliato tutti i ponti con la società, per niente?
E’ quello che si chiede Leon Festinger in Quando la profezia non si avvera.

Festinger e i suoi colleghi avevano studiato a lungo, nei libri, casi di movimenti millenaristi del passato che predicevano l’imminente fine del mondo. Essi sono un terreno particolarmente fertile per studiare la dissonanza cognitiva; ossia, per la precisione, per studiare come reagisce un individuo quando la realtà smentisce una convinzione in cui aveva investito tutto.
Sarà un uomo poco disposto a cambiare idea, anche di fronte alla prova più lampante del suo errore; se infatti dovesse ammettere che il mondo non è finito e non finirà, che lui è stato così stupido da lasciare lavoro, famiglia, amici scettici, in una parola tutta la sua vita, per un’illusione, come potrebbe vivere in pace con sé stesso? Questa persona, allora, farà di tutto per aggrapparsi alle sue convinzioni e continuare a pensare che aveva ragione.

Un uomo che ha delle convinzioni radicate è un uomo difficile da cambiare. Ditegli che non siete d’accordo con lui e vi volterà le spalle. Mostrategli dei dati o delle cifre e metterà in dubbio le vostre fonti. Fate appello alla logica e non capirà la vostra posizione.
Sappiamo tutti quanto sia inutile tentare di modificare una convinzione radicata, specie se chi la porta avanti ci ha investito sopra. Conosciamo tutta la varietà degli ingegnosi meccanismi difensivi con cui le persone proteggono le proprie convinzioni, riuscendo a mantenerle illese dagli attacchi più devastanti. […] Quell’individuo si dimostrerà spesso non solo indifferente ai dati di fatto che sconfessano la sua convinzione, ma anche più sicuro che mai della veridicità delle sue idee. Anzi, potrebbe dimostrare addirittura un nuovo fervore che lo porterà a cercare di fare nuovi proseliti.

Fine del mondo

“Poi non dite che non ve l’avevo detto!”

Dopo questo esordio, Festinger definisce le cinque condizioni in cui lui e i suoi colleghi si aspettano di osservare, dopo la smentita di una convinzione, non l’abbandono dell’idea ma anzi un rinnovato fervore:

1. La convinzione dev’essere profondamente radicata e avere una certa rilevanza per l’azione, ossia per ciò che la persona fa o per il modo in cui si comporta.
2. La persona che sostiene quella convinzione deve aver agito in suo nome; vale a dire che deve aver intrapreso qualche azione importante e difficile da revocare. In linea generale, più importanti sono queste azioni, e più è difficile revocarle, maggiore è l’impegno dell’individuo nei confronti della sua convinzione.
3. La convinzione dev’essere sufficientemente specifica e sufficientemente legata al mondo reale da far sì che gli eventi possano smentirla inequivocabilmente.
4. Questa innegabile smentita deve determinarsi, e dev’essere riconosciuta da colui che sostiene la convinzione.
5. Il fautore dell’idea in questione deve godere di un certo sostegno sociale. E’ improbabile che un sostenitore isolato possa reggere alle prove che la smentiscono. Se invece fa parte di un gruppo di persone convinte di potersi sostenere a vicenda, dovremmo aspettarci che l’idea che li accomuna venga mantenuta e che i suoi sostenitori tentino di fare proseliti e di persuadere altri della sua intrinseca validità.

La terza e la quarta condizione spiegano perché lo studio dei culti millenaristi sia particolarmente interessante: perché sia possibile studiare la reazione alla smentita è necessario che questa smentita sia inequivocabile, quindi la fine del mondo deve avere una data precisa. Il caso della profezia Maya – 21 Dicembre 2012 – è un esempio lampante: non c’è spazio di manovra, se il 21 Dicembre non succede niente la profezia è stata falsificata.
Ma la vera chiave di volta è la quinta condizione. Perché una convinzione sia rafforzata, abbiamo bisogno del sostegno di altre persone. Dobbiamo vedere la nostra credenza riflessa negli occhi delle persone che ci circondano. Questo è un fenomeno che possiamo toccare con mano tutti i giorni. Noi sentiamo il bisogno che le nostre scelte di vita siano approvate, e condivise, da coloro che amiamo, da coloro che rispettiamo, dalle persone del nostro ambiente. Abbiamo bisogno di riconoscimento, di stima2. E questo spiega perché il millenarista smentito senta il bisogno di fare proseliti per sposare altre persone alla sua causa.

Scherzi sulla fine del mondo

Chiedo scusa per la battuta. Vi prego, perdonatemi.

I culti del passato studiati dall’equipe di Festinger parevano corroborare questa tesi, tuttavia gli episodi tratti dalla Storia, non osservati direttamente, hanno una validità sperimentale assai scarsa. I documenti sono sempre molto lacunosi, e poi come si fa a essere sicuri che sia andata proprio in quel modo? L’ideale, per gli psicologi di Stanford, sarebbe stato poter studiare un movimento millenarista dal vivo.
L’opportunità si presenta nel 1954. Un quotidiano locale pubblica un articolo in cui si parla di un culto che predice un imminente disastro apocalittico: Secondo una casalinga di periferia, Marian Keech, residente al numero 847 di West School Street, poco prima dell’alba del 21 dicembre Lake City verrà distrutta dall’esondazione del Great Lake. La signora Keech dichiara di essere in contatto con degli esseri superiori (identificati sia come degli alieni, che come degli spiriti), i quali intendono mettere in guardia gli esseri umani dalla catastrofe e salvare pochi eletti. La profezia verrà poi elaborata come la predizione della fine del mondo, o comunque di un disastro che spazzerà via la maggior parte del nostro mondo e lo cambierà per sempre.

Venuti a sapere dell’esistenza di questo culto, Festinger e i suoi decidono di studiarlo. Dopo alcune manovre di avvicinamento alla signora Keech (prima una telefonata, poi la visita di uno studente di psicologia che si finge interessato a entrare nel culto), l’equipe di Festinger cercherà di infiltrare dei propri membri all’interno del movimento. Il fine è doppio: recuperare quante più informazioni possibili sul culto e i suoi membri, e assistere di persona a quel che succederà quando il 21 Dicembre sarà trascorso e la profezia non si sarà avverata. Quando la profezia non si avvera è la storia di questa infiltrazione, e un magnifico reportage della storia del culto dall’Ottobre 1954 fino al Gennaio successivo e al graduale scioglimento dello stesso.
Dopo un primo capitolo introduttivo, in cui Festinger illustra in breve la teoria della dissonanza cognitiva e i risultati raggiunti con lo studio dei movimenti millenaristi del passato, si entra nel vivo con la storia della signora Keech. Il resto del libro è interamente dedicato al movimento di Lake City. Dapprima si introducono i membri principali del culto, con tutte le informazioni che l’equipe di Stanford è riuscita a ricavare su di loro. Quindi, sono raccontate le prime fasi del culto, quelle fasi nebulose precedenti all’articolo uscito in Settembre e all’infiltrazione di studenti dell’università. I capitoli successivi mostrano, attraverso le rilevazioni fatte dagli infiltrati, gli ultimi mesi di vita del culto, fino al fatidico 21 Dicembre e oltre.

Aliens Guy

Quando la profezia non si avvera è scritto magnificamente. La prosa è talmente semplice e scorrevole, che anche un lettore completamente digiuno di saggistica non avrebbe problemi a leggerlo. Inoltre la tensione è tale, man mano che ci si avvicina a quel fatidico 21 Dicembre, che si divora tutto d’un fiato – io ho cominciato un sabato mattina, sul presto, e sono andato avanti ininterrottamente (salto pause fisiologiche e pranzo) fino a metà pomeriggio, quando l’ho chiuso. Il libro intreccia il racconto dei fatti alla formulazione di ipotesi e riflessioni attorno a quegli stessi fatti, sicché si ha l’impressione di stare leggendo ora un saggio, ora un reportage giornalistico, ora (quasi) un romanzo.
Man mano che si va avanti, si comincia addirittura per provare empatia per le persone coinvolte nella vicenda (empatia acuita dal sapere che è tutto vero, queste persone hanno realmente fatto quel che hanno fatto – benché, per motivi di privacy, tutti i nomi di persona e luoghi siano stati cambiati). Le persone che ruotavano attorno alla Keech – come, immagino, a tutti questi culti – non erano un branco di fanatici ritardati tutti uguali, ma sono una galassia di personalità. C’è quello più scettico, quello che dà tutto sé stesso per il movimento, quella che tenta di sostituirsi al leader, quello che attacca sempre il leader e fa il bastian contrario però alla fine si adegua, la figlia di cultisti che diventa cultista suo malgrado ma finisce per crederci pure lei, quello che si allontana sul più bello, e così via. Seguire l’evoluzione di ciascuno di loro è affascinante; ma soprattutto, si finisce per condividere la delusione e la frustrazione che segue alle smentite, e la nuova ondata di entusiasmo quando ci si convince che la data vera è un’altra, e poi la nuova delusione, e così via…

Nonostante questo, il taglio è comunque molto serio: Festinger precisa sempre quando un fatto è certo (per esempio, perché è stato visto da uno dei ricercatori e subito trascritto), quando è filtrato, quando è dubbio; quali avvenimenti sono fatti e quali solo ipotetici; e così via. E alla fine della storia, Festinger non si dimentica, comunque, di aver raccontato tutto questo per dimostrare o smentire una teoria. E quindi, si tirano le somme. Non sono un esperto del campo, e forse qualcuno come Taotor potrebbe dare un parere più attendibile, ma la mia impressione leggendo il libro è stata di grande professionalità.
In chiusura del libro, troviamo anche un’Appendice metodologica che spiega più nel dettaglio come hanno infiltrato membri dell’università del culto, come hanno raccolto informazioni, come abbiano cercato di non influenzare le decisioni dei membri del culto (concetto dell’osservatore che non interviene per non alterare le osservazioni) e come ovviamente questo non sia stato spesso possibile. Festinger non è un illuso, si rende conto di tutti i limiti della sperimentazione delle scienze sociali (dalla irripetibilità di ogni esperimento, all’inevitabile alterazione delle osservazioni causate dall’osservatore, e così via), soprattutto nel caso di un esperimento così poco ortodosso come quello del libro. Ma ciò non significa che queste osservazioni non abbiano valore scientifico – bisogna solo saperle interpretare nel modo corretto, tenendo conto di tutti i limiti. Lo studio di questo caso particolare permette a Festinger di fare una breve discussione teorica sulla metodologia nelle scienze sociali, il che è estremamente affascinante per i profani come me.

Science! Fine del mondo

In realtà abbiamo fatto un lavoro investigativo, non meno che osservazionale. Abbiamo dovuto ascoltare, indagare e fare domande in continuazione per scoprire fin dall’inizio chi erano i membri del gruppo, quanto credevano veramente nell’ideologia, quali azioni intraprendevano coerentemente con le loro convinzioni, e in che misura facevano propaganda o tentavano di convincere il prossimo. Poi abbiamo dovuto continuare ad accumulare questi dati cercando contestualmente di capire quali potevano essere gli sviluppi successivi del movimento: quando ci sarebbe stata la prossima riunione, chi era invitato, dove sarebbero andati i membri del gruppo ad attendere l’inondazione ecc. E abbiamo dovuto fare tutto questo sotto copertura, senza rivelare la finalità della nostra ricerca, fingendoci dei curiosi che credevano nella correttezza dell’ideologia, ma assumendo un ruolo passivo e ininfluente sulle dinamiche del gruppo.
Insomma, i nostri dati sono meno completi di come avremmo desiderato, e la nostra influenza sul gruppo è stata più forte di quanto avremmo voluto. Siamo riusciti tuttavia a raccogliere informazioni sufficienti a raccontare una storia coerente, e per fortuna gli effetti della smentita sono stati abbastanza pesanti da consentire solide conclusioni.

Quando la profezia non si avvera è un raro caso di libro piacevolissimo da leggere e al contempo ricco intellettualmente. Che vi interessi la psicologia sociale, o la dinamica dei culti della fine del mondo, o che siate alla ricerca di spunti sulla mente umana per arricchire i personaggi della vostra storia, o che semplicemente cerchiate una storia vera ben raccontata, questo libro vi darà ciò che cercate. L’unico che potrebbe restarne deluso è forse chi studia queste cose già da anni, e magari ci troverà troppo poco, sul piano della teoria psicologica.
Sarebbe interessante applicare le conclusioni del libro a questo 21 Dicembre di cinquantotto anni dopo. Chissà quanti piccoli gruppi di credenti sono rimasti delusi dal trascorrere innocuo della mezzanotte; quanti si sono sciolti immediatamente, quanti invece hanno tratto nuovo vigore e si sono messi a fare proseliti, a dare annunci sulla radio o in una qualche tv locale, nel tentativo disperato di convincere altre persone della loro verità, e di riacquistare così loro stessi la fede nelle loro parole tradite…

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(1) E’ interessante vedere, a questo proposito, come ci sia stato un progressivo spostamento nella tesi dominante circa il 21 Dicembre. All’inizio era la fine del mondo. Poi si è parlato di grande cambiamento, non necessariamente catastrofico. Con l’avvicinarsi della data, nelle trasmissioni l’idea dominante è diventata quella di un cambiamento spirituale, più che fisico; e un cambiamento graduale, lento, più che improvviso.
Lo spostamento, quindi, è stato verso una predizione non controllabile (quindi non falsificabile), e più rassicurante (cambiamento positivo, spirituale, etc.). In sostanza, una predizione tranquillizzante e non traumatica per mettere a posto la coscienza e risolvere la dissonanza cognitiva.Torna su

(2) Questo, tra l’altro, si sposa con l’importanza che Eric Berne dà al nostro bisogno di ricevere carezze sociali dalle persone che frequentiamo.Torna su