Perché amo Whiplash

WhiplashQuando provo a scrivere qualcosa tendo ad arenarmi nei primissimi capitoli, intorno alle 20-30 pagine. Le ragioni sono diverse, ma quella principe è sempre la stessa: perché sto scrivendo quello che sto scrivendo? Ho davvero qualcosa di nuovo da dire sul dato argomento? Che bisogno c’è di ancora un’altra storia su X, Y, Z? Non è solo il magma di nuovi romanzi che ogni anno accresce la produzione letteraria mondiale a farmi dubitare dell’utilità del mio contributo; soprattutto è il guardarmi alle spalle e vedere quello che già è stato fatto. Dai rompicapi ingegneristici dell’Hard SF alle domande metafisiche del miglior fantasy, dallo studio della natura umana del romanzo psicologico all’indagine dei nostri terrori più atavici nell’horror, le risposte a tutte o almeno alla maggior parte delle nostre domande trovano già risposta in un’opera del passato. Perché leggere me – e la cosa informe che sto scrivendo in un dato momento – quando si hanno a disposizione Dostoevskij, Conrad, Dick, Orwell, Miller, Kafka, Swanwick o pure Mellick?
Per questa ragione, alcuni dei maggiori boost alla mia creatività li ho quando vengo sorpreso da un’opera appena uscita che mi sembra bella e nuova – che si tratti di un romanzo, un videogioco, un fumetto, un film. E’ qualcosa che ridà speranza. Questo inizio di 2015, poi, è stata una stagione molto felice per il cinema, con l’uscita di un numero a mio avviso sopra la media di film interessanti. Sono andato al cinema quasi tutte le settimane, e quasi mai sono tornato deluso. Ma di tutte le pellicole più o meno belle e ad alto budget – da Gone Girl di Fincher, ad American Sniper di Eastwood, a Fury di David Ayer – nessuna mi ha colpito neanche lontanamente come questo “piccolo” film di un regista agli esordi, poco pubblicizzato in Italia, e che ho visto quasi per caso: Whiplash.

Whiplash
Whiplash LocandinaRegista: Damien Chazelle
Genere: Mainstream / Psicologico

Durata: 106 minuti
Anno: 2014

Andrew ha un unico sogno nella vita: diventare il più grande tra i batteristi jazz, grande come Buddy Rich. Al primo anno al più prestigioso dei conservatori di New York, si allena notte e giorno. Finché una sera non viene notato da Terence Fletcher, direttore d’orchestra con la fama di coltivare i migliori talenti della scuola. Il giorno dopo, viene selezionato per entrare nella sua classe d’élite. Questa è la più grande occasione nella vita di Andrew – ma anche l’inizio del suo inferno.
Perché Fletcher è un mostro. Dai suoi studenti pretende la perfezione, non ammette il minimo sbaglio, ed è determinato a spingerli oltre i propri limiti. Per raggiungere il proprio scopo li aggredisce, li umilia, li picchia, li tortura con ogni mezzo a sua disposizione. Per compiacerlo e dimostrarsi all’altezza dei propri sogni, Andrew dovrà sacrificare tutto all’altare della perfezione – la sua vita, le sue relazioni, la sua umanità. Ma fino a dove siamo disposti a spingerci per realizzare i nostri sogni?

Uno dei principi più assodati in narrativa è che ogni storia poggia sul conflitto. Un uomo vuole qualcosa, un altro vuole impedirgli di raggiungerlo. Nelle storie migliori, il conflitto è anche all’interno di sé stessi: un uomo vuole qualcosa, ma fino a che punto, e a che cosa è disposto a rinunciare per averlo?
Whiplash è la quintessenza di questo principio. Tutto il film, quasi ogni minuto di screentime mette in scena il conflitto tra Andrew e Fletcher, al rapporto di amore e odio tra il pupillo dotato e il maestro inflessibile, incontentabile, irraggiungibile. Un conflitto talmente violento, talmente carico di tensione da farti agitare sulla sedia del cinema. L’oscillazione di Andrew tra il rancore verso un maestro schizofrenico e imprevedibile, per cui nessun risultato è mai abbastanza e che sembra sempre giocare sporco, e il bisogno disperato di compiacerlo e di strappargli un “bravo”, la sentiamo sulla nostra pelle. La sua progressiva dissociazione da sé stesso, il suo alienarsi nel ritmo della batteria, ci colpisce nelle viscere. Anche noi con lui odiamo e temiamo Fletcher.
Il tutto si regge sulla performance straordinaria di J.K. Simmons (che interpreta Fletcher), sulla sua capacità di passare con nonchalance in pochi secondi dalla figura paterna e incoraggiante di buon maestro – “hai molto talento, mettiti a tuo agio e fammi vedere cosa sai fare” – a quella di violento tiranno che perde la testa e tira le sedie contro i suoi studenti – “sei una merda, stai sprecando il tempo di tutti”. Tutti noi abbiamo sperimentato almeno una volta questa sensazione: quella di sentirci inadeguati rispetto a un ruolo che abbiamo desiderato con tutto noi stessi. Whiplash risveglia queste esperienze nello spettatore e le porta fino a un estremo di violenza e lotta per la vita e per la morte.


“Were you rushing or were you dragging?”
Il trailer di Whiplash

Ci sono tre tipi di film: quelli che ti fanno uscire dal cinema leggeri, quelli che ti fanno uscire annoiato (e forse mezzo addormentato), e quelli che ti fanno uscire spossato. Guardare Whiplash è un’esperienza logorante. Un po’ è la violenza verbale, un po’ è la frenesia delle esibizioni di Andrew, un po’ è semplicemente guardare questo protagonista in cui ci identifichiamo andare poco a poco in pezzi e farsi del male da solo – si arriva ai titoli di coda esausti, emotivamente distrutti. E’ una cosa a cui non sono abituato, io che tracanno hardcore horror come popcorn.
Il film non sembra aver lasciato indifferente nessuno di coloro che sono andati a guardarlo. Nonostante la circolazione piuttosto ridotta in Italia, la critica ha reagito con violenza a Whiplash – spesso con toni sconvolti. “Whiplash è una favola per gonzi di destra” ha titolato sull’Internazionale Goffredo Fofi (uno che in effetti ha l’indignazione facile). Altri critici, anche oltreoceano, hanno messo in dubbio la credibilità del jazz mostrato nel film – che è ispirato alla reale esperienza di Chazelle, quando alle superiori suonava nella band jazz del liceo. “The movie’s very idea of jazz is a grotesque and ludicrous caricature” ha scritto Richard Brody sul Newyorker.
Mi piace pensare che questa quantità di reazioni violente sia un indice della qualità del film. Il conflitto che mette in scena, le domande che obbliga lo spettatore a porsi sono così forti da dare fastidio. Ma per illustrare perché io penso che Whiplash sia invece bellissimo, esaminiamo alcune delle principali critiche.

“Il film fraintende lo spirito del jazz”
Whiplash sembra aver infastidito molti aficionados e anche veri musicisti – “Quello che viene messo in scena qui non è vero jazz”. Con la mia preparazione sull’argomento, non potrei certo mettermi a discutere di quanto quello che viene narrato in Whiplash rispecchi la reale vita in un conservatorio, o la vera pratica delle prove di banda. Quello che ho notato, tuttavia, a partire dalla recensione di Brody, è che il grosso delle critiche non sembrano essere di natura tecnica (“nonè così che si suona”), quanto morale: non è con questo spirito che si diventa un grande artista jazz.
E’ vero. Andrew non ha nessuna delle caratteristiche del genio musicale, o dell’artista, di chi ha qualcosa da esprimere. E’ un performer nel senso letterale della parola – il suo unico obiettivo (e quello che chiede il suo maestro) è essere il più veloce con le bacchette, è fare l’esecuzione impeccabile, l’assolo più virtuoso. E’ perfezione tecnica, non creatività. Brody, e gli altri con lui, contestano questo: il jazz non è (o non è soltanto) precisione, ma è soprattutto ricerca musicale, sperimentazione, estro creativo – tutte cose che in Andrew sono assenti e che nel film non compaiono mai, staccando Whiplash da tutti i classici film sulla musica (o dalle biopic dei grandi musicisti del passato). Whiplash ci dà un ritratto estremamente arido del jazz, che non corrisponde alla realtà.


Whiplash nella versione di Don Ellis

Tutto corretto. Eccetto che: Whiplash non è un film sul jazz. E’ un film sull’ambizione di essere il migliore e sul prezzo che c’è da pagare; la batteria è semplicemente il campo di battaglia sul quale protagonista e antagonista si misurano. Non che il fatto che si stia parlando di jazz sia un fatto accidentale che si sarebbe potuto sostituire con qualsiasi altra cosa (chessò, il tennis o gli scacchi o la breakdance). La musica è parte integrante del film, il modo in cui il montaggio lega immagini e musica è tra i più affascinanti che abbia mai visto e dà un ritmo ansioso e martellante a tutto il film; vedere il modo in cui la batteria e le bacchette di Andrew si sporcano di sangue a furia di provare ti strega, l’assolo alla fine del film è magistrale. Ma il jazz non è il tema del film, nel senso che Chazelle con Whiplash non vuole spiegarci il jazz al modo in cui Across the Universe vuole spiegarci i Beatles o Jimi: All Is By My Side vuole spiegarci Jimi Hendrix; attraverso il jazz, il regista vuole mostrarci il rapporto tra un maestro troppo esigente e un allievo troppo pronto a essere plagiato.
Ciò detto, il film potrebbe essere più radicato nella realtà di quello che pensiamo. In questo articolo apparso sul Post, un batterista jazz mette a confronto la propria esperienza al liceo e al college con quella di Andrew:

Passi mesi della tua vita a imparare il tempo di quattro canzoni alla perfezione e alla fine tutto si riduce a quei venti minuti sul palco. Come batterista, ci si trova nella posizione unica di poter rovinare tutto: puoi suonare troppo lentamente, troppo velocemente, troppo forte o troppo piano. Puoi mancare completamente una battuta importante o farla nel momento sbagliato. Se ti fermi, si ferma tutta l’orchestra. Se suoni male, tutta l’orchestra suona male. […] Mi è sembrato che il film in generale catturi bene i sentimenti che si provano in un’esperienza del genere. Ovviamente lo scenario del film era il peggiore possibile in assoluto, ma lo stress generale della storia mi era familiare.

La situazione descritta in Whiplash è un’estremizzazione della realtà; un portare il conflitto all’estremo. Ma non c’è nulla di sbagliato in questo, anzi è una delle tecniche più tradizionali della narrativa: fai soffrire il tuo protagonista più che puoi, in modo da massimizzare l’empatia del lettore e l’immersione; esaspera il conflitto più che puoi, per meglio evidenziare la posta in gioco ed esprimere al meglio il tema della tua storia.

Whiplash scena

Un normalissimo rapporto allievo – insegnante.

“Il film esalta una morale riprovevole, tipicamente americana: o sei il migliore o non vali nulla”
Questa critica, che ha spopolato soprattutto sulle testate italiane, poggia sul presupposto che la storia che viene rappresentata nella pellicola esprima il punto di vista del regista sul mondo. “È giusto insomma avere coraggio e credere nel proprio talento (e incitare a credervi), ma non al punto di pensare che la sconfitta sia un colpa” scrive per esempio Luigi Bonfanti, “E quando Chazelle afferma che per raggiungere i vertici ci vuole determinazione e dedizione assoluta, una vita dura di sudore e sangue, sembra dimenticare che soprattutto nella musica non esiste solamente il solista o il grande concertista, ma un gruppo, un ensemble, un’orchestra”. Peccato che Chazelle non dica mai questo; il regista non appare mai nel film, né appare un suo portavoce. A dirlo è Fletcher, il maestro. E come scrivere una storia con un protagonista razzista non fa dello scrittore un razzista, così il punto di vista dei personaggi del film non va letto come la visione del mondo dell’autore.
Molti film, soprattutto tra quelli che si definiscono “socialmente impegnati”, ci hanno abituati che la storia messa in scena è un megafono con cui il regista ci dice: ‘io la penso così su questo o quello’, ‘io vi faccio la morale’. Whiplash al contrario ci presenta una situazione senza interpretarla, personaggi che evolvono con un arco narrativo coerente dalle proprie premesse alla conclusione. Non ci dice come la dobbiamo pensare; sta a noi decidere se i sacrifici di Andrew siano valsi qualcosa, se Fletcher sia un buon maestro e il suo metodo funzioni, o un sadico che rovina la vita dei suoi allievi. Sta a noi approvare o rigettare la scelta finale del protagonista. E forse proprio questa sospensione del giudizio, questa ambiguità – che non si risolve nel finale – ha lasciato spiazzati i critici. Non sapevano più cosa pensare del film perché il regista non gli ha scritto a chiare lettere cosa ne dovessero pensare.

Il finale
Chazelle, quindi, non ci dice se la morale dei due protagonisti del film sia corretta o meno. Ma se proprio io dovessi scegliere, sulla base degli elementi forniti dalla storia, direi: no, non lo è. Per capire perché, dobbiamo concentrarci sul finale. Non penso ci sia bisogno di dire che seguono enormi spoiler, quindi se non avete ancora visto il film vi consiglio di saltare al paragrafo successivo.
Whiplash si chiude su un’apparente vittoria di Andrew: alla fine, rinunciando a tutto (la sua ragazza, la sua famiglia, suo padre, la sanità mentale), e lottando contro lo stesso Fletcher, l’allievo riesce a conquistare l’approvazione del maestro. Nell’ultimo assolo, Andrew e Fletcher si riscoprono alleati, nei loro occhi si legge una stima reciproca. Significa che Andrew coronerà il suo sogno? Che diventerà un grande artista, un grande batterista? Riguardiamo un attimo gli ultimi secondi di film. Whiplash non si conclude con un applauso scrosciante, non si conclude con il riconoscimento da parte del pubblico del talento di Andrew. Si chiude sugli sguardi reciproci tra allievo e maestro. E’ un circuito chiuso che riguarda solo loro. Accettando di cadere nella trappola di Fletcher e lanciandosi in quell’ultima performance, Andrew accetta – nonostante abbia avuto la possibilità di uscirne – di sottomettersi per sempre al giudizio e all’arbitrio del suo maestro. D’ora in poi, proprio come all’inizio del film, il ragazzo accetta che la sua felicità e sicurezza in sé stesso siano in mano a Fletcher. Andrew ha perso.


La scena finale del film, in caso doveste rinfrescarvi la memoria.
Aldilà del suo significato, è una scena dotata di un’energia straordinaria.

Il film non ci dice se diventerà mai un grande jazzista. Non ci dice se svilupperà mai del talento creativo, anche se possiamo ipotizzare di no, dato che – come giustamente notato dalla critica – Andrew non manifesta il minimo interesse per lo ‘spirito’ del jazz, la sua storia, le sue diverse interpretazioni e possibilità. Ad Andrew interessa solamente essere il migliore nell’eseguire i pezzi di repertorio – un approccio angusto alla musica che però sembrerebbe essere diffuso nell’ambiente dei conservatori.
L’ultima telefonata con la sua ex ragazza è rivelatoria: alla fine, non chiude per sempre la sua relazione con lei per dedicarsi al jazz, ma si butta nel jazz perché l’ha già persa. Se guardiamo attentamente il film, Andrew non ci viene presentato come un personaggio ‘positivo’ ed equilibrato; fin dall’inizio appare isolato, introverso, con difficoltà a socializzare. Fa l’arrogante con gli altri e coltiva il proprio senso di superiorità per mascherare la propria insicurezza; forse vuole eccellere come batterista jazz non perché ami il jazz, ma per dimostrare agli altri di valere più di loro e riacquistare quella sicurezza in sé stesso. Quando la sua ex ragazza gli sbatte la porta in faccia per l’ultima volta, anche l’ultimo legame di Andrew col resto del mondo è troncato. Gli rimane solo la sfida aperta con Fletcher. Gli rimane solo la ricerca della perfezione come batterista. Ed Andrew ci si butta a capofitto; ma ormai, è solo un guscio vuoto pronto ad essere riempito da Fletcher (per una lettura del film che condivido e che “spiega” anche il personaggio del maestro, vi rimando a questo bel pezzo su Youtube).
I critici (molti; non tutti) hanno detto che Whiplash esalti l’ideale americano della bellezza di essere migliore degli altri. A me sembra invece che Whiplash dica un’altra cosa: che nella ricerca della perfezione, si perde molto più di quanto non si guadagni. E che non rende felici.

In conclusione
Non è tanto importante quale interpretazione dare al film. C’è chi davvero ci ha letto un incoraggiamento a rimboccarsi le maniche e allenarsi di più; altri ci hanno visto una denuncia della crudeltà dei conservatori. Quello che mi affascina di Whiplash è la pura potenza delle emozioni che ha saputo scatenare in me, la violenza con cui mi ha schiacciato contro la poltrona del cinema e quel sottile disagio che mi ha accompagnato ancora per ore dopo la fine del film, mentre andavo a mangiare un boccone e poi tornavo a casa.
“E’ per questo che voglio scrivere”, ho pensato mentre uscivo dal cinema e mi riproiettavo mentalmente le scene salienti del film. Per suscitare sensazioni così forti in altre persone. Per fare qualcosa di altrettanto vivo. Forse tutto è già stato detto a questo mondo (e non lo penso), ma c’è sempre spazio per un altro pugno nello stomaco, per un altro conflitto che ci tende i muscoli del collo, per altri personaggi indimenticabili per cui tifare, per altri dubbi sul senso della nostra vita che ci accompagneranno anche a libro chiuso o tv spenta. E possono essere tragedie, o commedie, o storie d’amore o mystery metafisici – basta che non ci lascino indifferenti.


Per restare sul tema: l’epico assolo di batteria di John Bonham (Led Zeppelin) in Moby Dick

Se poi tutta questa poesia si tramuterà mai in un romanzo compiuto, be’, non saprei proprio dirlo.

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8 risposte a “Perché amo Whiplash

  1. Ottimo pezzo, complimenti!
    Anche io ho amato molto il film e anche io mi sono fatto le stesse domande, uscendo dalla sala.
    “Cosa ho io da aggiungere a tutto questo?” è una domanda salutare, anzi, necessaria direi; se la dovrebbero fare in molti prima di gettarsi a capofitto nella loro creazione artistica, qualsivoglia sia.
    Però, io penso che può essere una domanda che ti paralizza, capisco perfettamente il tuo fermarti dopo 20-30 pagine; io mi fermo dopo neanche mezza pagina.

    P.s. I critici italiani, spesso e volentieri, giudicano un’opera in base a delle idiosincrasie politiche che applicano malamente al film/libro/ecc. in esame. Atteggiamento fastidiosissimo

  2. Un altro film che finisce il lista.
    Cmq io voglio bene all’Internazionale per i suoi articoli ma non mi fido delle loro recensioni.

    Detto questo noto la colpevole assenza di Mad Max nei film belli!

    PS
    Ora che sei a Torino vai al cinema Massimo come un vero intellettuale? 😀

  3. @Satan Burger:

    P.s. I critici italiani, spesso e volentieri, giudicano un’opera in base a delle idiosincrasie politiche che applicano malamente al film/libro/ecc. in esame. Atteggiamento fastidiosissimo

    Lo so fin troppo bene.
    Fidarsi di loro è quasi sempre impossibile.

    @Nicholas:

    Detto questo noto la colpevole assenza di Mad Max nei film belli!

    Non l’ho visto lo ammetto… non che abbia la sensazione di essermi perso qualcosa di trascendentale, eh…

    Ora che sei a Torino vai al cinema Massimo come un vero intellettuale?

    Sigh… ho pochissimo tempo a disposizione per fare il radical chic qui.
    Ma sto cercando di migliorare.

  4. Non l’ho visto e non so se sia il mio genere, ma ne terrò conto.

  5. Ottima recensione, davvero.
    Prendo nota, il tema affrontato mi interessa parecchio.

  6. Film molto ma molto interessante, seppure approssimativo dal punto di vista musicale, il che va a minare al senso stesso del film e del suo finale.
    Tu mi ripeterai che non è un film SULLA musica, il che è vero, ma la musica ha un ruolo troppo importante perché certi errori non siano gravi per la trama stessa del film. Qui non si parla di un termine sbagliato, o di una scelta stilistica discutibile. Il finale stesso del film, verte su un errore.

    (SPOILER)

    Fletcher decide di sputtanare Andrew di fronte a un pubblico di esperti, il che rovinerà la sua carriera. Peccato che batterista abbia sempre ragione, anche quando ha torto.
    Il batterista non è un semplice membro dell’orchestra, ma l’ossatura che sorregge tutto, il che significa che Andrew ha sempre il coltello dalla parte del manico. Se il batterista fa qualcosa di diverso da quanto stabilito, gli altri non vanno avanti come niente fosse: seguono il batterista, con buona pace di Fletcher.
    Inoltre se studi musica (jazz!) a livelli molto alti, studierai anche armonia. E se studi armonia, hai le basi per l’improvvisazione. E se hai le basi per l’improvvisazione e sei in merda, improvvisi. Magari la tua performance sarà banale, ma meglio di niente.
    Andrew invece fa il pesce lesso e non è nemmeno in grado di seguire le indicazioni del direttore d’orchestra.
    Il commento di mio fratello, musicista, è stato che Andrew non manca semplicemente di fantasia, ma non sa proprio suonare. Andrew è (dovrebbe essere) un musicista esperto, eppure non riesce nemmeno a tenere il tempo. La carenza di fantasia è l’ultimo dei suoi problemi.

  7. Tapiro ci dobbiamo preoccupare?
    Ti sei unito a Putin?
    In ogni caso auguri di buone feste e un buon 2016!

  8. @Nicholas:

    Tapiro ci dobbiamo preoccupare?
    Ti sei unito a Putin?

    Putin non ha messo le grinfie sulla sua anima e non sono neanche stato sequestrato dall’ISIS. Mi spiace di avervi angosciato con il mio silenzio XD
    Nei prossimi giorni tornerò a farmi sentire con nuovi articoli. Giuro.

    Ciò detto, ricambio gli auguri di buon 2016^^

    @Lucia:

    Il batterista non è un semplice membro dell’orchestra, ma l’ossatura che sorregge tutto, il che significa che Andrew ha sempre il coltello dalla parte del manico. Se il batterista fa qualcosa di diverso da quanto stabilito, gli altri non vanno avanti come niente fosse: seguono il batterista, con buona pace di Fletcher.

    Riguardo questa tua prima critica, ipotizzo che durante il finale, quando Fletcher attacca il pezzo che Andrew non conosce, l’orchestra si sia trovata in un dilemma. Da una parte il batterista non sa cosa deve suonare e va per i cazzi suoi; dall’altro, il pubblico (essendo un pubblico di esperti) conosce il brano, e quindi si aspetta una certa sequenza di note. Se l’orchestra si limitasse a seguire l’improvvisazione di Andrew, tutti si accorgerebbero che qualcosa non va; quindi d’istinto provano a suonare lo spartito. Ma così facendo è Andrew che non è in grado di stare dietro all’orchestra fornendo la struttura ritmica del pezzo, e il risultato è che fanno cagare.

    Il commento di mio fratello, musicista, è stato che Andrew non manca semplicemente di fantasia, ma non sa proprio suonare. Andrew è (dovrebbe essere) un musicista esperto, eppure non riesce nemmeno a tenere il tempo.

    Non essendo io un musicista, non sono ahimé in grado di rispondere a una critica tecnica come questa. Il massimo che posso dire, è che secondo alcuni musicisti le scene del film sono credibili, mentre per altri (tra cui tuo fratello) no. Ma chi abbia ragione, non saprei dirlo…

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