Archivi del mese: giugno 2015

Le fatine di Luca Tarenzi

Absinthe FairyA differenza di molti di coloro che si avvicinano al fantasy, non sono mai stato un grande appassionato di mitologia e folklore – le antiche credenze dei popoli mi sono sempre parsi poca cosa rispetto ai fatti della Storia e alle meraviglie della tecnica moderna, e i mondi alla Tolkien mi hanno sempre annoiato. Di conseguenza, tra le altre cose me ne ero sempre sbattuto delle fatine.
Finché nell’estate 2011 non è uscito Assault Fairies, il romanzo steam-fantasy di Gamberetta che immaginava un’Inghilterra vittoriana alternativa in cui il mondo degli uomini e quello delle fatine erano in comunicazione, e queste ultime svolgevano tutta una serie di incarichi particolarissimi per il governo britannico. Aldilà di tutti i suoi problemi, Assault Fairies aveva un worldbuilding veramente figo, ed era interessante vedere il modo in cui questi piccoli esserini petulanti interagivano con le cose del nostro mondo. Concettualmente, la fatina – oltre a essere indiscutibilmente sexy – pone al lettore un cambio di prospettiva che la maggior parte delle razze magiche della tradizione non vantano.
Purtroppo il romanzo era incompiuto – la prima parte di n. Con la promessa di poter leggere presto il seguito, abbiamo aspettato e aspettato, ma in quattro anni non è mai arrivato. Sicché – non so voi – ma a me un certo languore di fatine è rimasto. Peccato che sul mercato, nonostante abbiamo avuto vampiri, licantropi, angeli, zombie e tra un po’ pure ghoul innamorati, le fatine non siano mai diventate la next big thing. In assenza di Gamberetta, insomma, sono rimasto a bocca asciutta.

Finché, a fine 2014, un altro scrittore italiano ha deciso di cimentarsi nell’impresa: Luca Tarenzi con la serie di Poison Fairies. Tarenzi rimane fedele alla sua passione per l’urban fantasy, e a questo giro ci mostra la sorte delle fatine del folklore nel mondo moderno. La piccola Cruna, sorella del re, vive con tutta la sua tribù sulla collinetta di una discarica, dove i rifiuti degli uomini vengono riciclati per farne utensili per tutti i giorni. Ma la sopravvivenza della tribù è minacciata dalla vicinanza dei Boggart, fatine più grosse e meglio organizzate, e solo una tregua faticosamente negoziata da re Albedo li tiene al sicuro.
Un nuovo evento rischia però di rompere l’armistizio e trascinare le due tribù in una nuova guerra. La batteria di un auto è stata appena abbandonata sul fianco della collina controllata dai Boggart, vicino al confine tra i due territori – un’arma che potrebbe assicurare un netto vantaggio strategico a una delle due parti. Cruna è stata la prima ad accorgersene, e ora con i suoi compagni Verderame e Disgelo vuole appropriarsene. Ma per farlo dovrebbe invadere i territori nemici, rompendo i termini della tregua e rischiando di venire avvistata dai famelici gabbiani che pattugliano senza sosta la discarica… Le sue azioni impulsive cambieranno le sorti del suo popolo.

Poison Fairies

La copertina dell’edizione italiana di Poison Fairies – La guerra della discarica.

Aldilà della mia recente passione per le fatine, leggere Poison Fairies per me è come prendere due piccioni con una fava. Il primo motivo è l’autore: pur conoscendo il suo nome da anni, non ho mai letto nulla di Luca Tarenzi. I suoi urban fantasy alla American Gods, con angeli, demoni, spiriti e dèi che camminano tra di noi (Quando il diavolo ti accarezza, Godbreaker), mi sono sempre parsi roba vista e rivista e non ho mai avuto voglia di verificare. Al contrario, la discarica umana dove tribù di piccole fatine incattivite si sono accampate e si fanno la guerra sembra un setting dal sapore “fresco”.
Il secondo motivo è la casa editrice: Tarenzi ha infatti pubblicato con Acheron Books, un nuovo progetto editoriale molto insolito. Acheron pubblica esclusivamente in digitale, lo fa a dei prezzi onesti (il libro più costoso viene a 4,25 Euro, la media è tra i 3 e i 4 Euro), e – che io sappia – senza uso di DRM. Fin qui tutto bene. La cosa strana è che, pur essendo un progetto interamente italiano, Acheron pubblica tutti suoi i titoli simultaneamente in italiano e in inglese, e pare orientato principalmente al mercato internazionale: il sito è scritto in inglese, la currency impostata di default è il dollaro, e così via. La ragion d’essere di Acheron Books, infatti, pare proprio quella di esportare inediti italiani per far conoscere la nostra narrativa fantastica all’estero. Come riportato sul sito:

Acheron’s distinctive quality is that it selects the best speculative fiction written by Italian authors who take inspiration from the rich Italian historical and folkloristic tradition.

Sul piano teorico l’iniziativa è più che lodevole; resta da capire come potrà essere sostenuta economicamente. Far tradurre in inglese ogni opera del proprio catalogo costa, e al tempo stesso, il mercato anglosassone è un oceano gigantesco in cui farsi notare è molto difficile. Ci lamentiamo sempre che l’Italia è uno stagno e che gli italiani leggono poco, il che è vero – ma l’altra faccia della medaglia è che, poiché il bacino di narrativa fantastica in lingua italiana è più piccolo, risaltare in mezzo alla concorrenza diventa molto più facile. In un’intervista, il direttore editoriale di Acheron Books ha precisato di puntare a una nicchia specifica, ossia lettori non italiani alla ricerca di narrativa fantastica di sapore italiano: “Il presupposto di partenza è che se il meglio di questa produzione viene tradotta in inglese, può raggiungere una readership decisamente più ampia e con numeri che abbiano un senso economico. […] Contiamo anche sul fatto che la specificità dell’ambientazione e della storia italiane si rivelerà interessante, dato che l’Italia rimane un luogo ancora considerato affascinante per storia culturale e artistica a livello internazionale”.
Rimane da capire se questa nicchia di anglofoni appassionati di fantastico italiano non sia ancora più piccola e difficile da raggiungere di, poniamo, i malati di Bizarro Fiction (tipo me). Il fatto che il direttore in questione sia Adriano Barone – un uomo che ha all’attivo una brutta raccolta di racconti, Carni (e)strane(e), e un brutto romanzo, Il ghigno di Arlecchino – non mi fa esattamente ben sperare sui criteri di selezione e di editing. Il fatto che tra i primi autori pubblicati ci sia Davide Mana, persona che – esattamente come Girola – ha più e più volte sostenuto che le regole in narrativa sono un ostacolo e una ‘vivisezione’ delle opere letterarie, rinforza questa sensazione.

Acheron Books

Il banner della pagina FB di Acheron Books.

Ma cerchiamo di essere liberi dai pregiudizi.
Di tutto il catalogo di Acheron Books – che al momento in cui scrivo conta sei titoli – Luca Tarenzi è sicuramente il nome più conosciuto, e l’unico ad aver pubblicato con case editrici di medio-grandi dimensioni. Due sono i libri che ha pubblicato con Acheron: Poison Fairies, per l’appunto, e il thriller fanta-storico in odore di serialità Demon Hunter Severian (sotto lo pseudonimo di Giovanni Anastasi). La lettura di Poison Fairies può essere quindi il banco di prova per capire, se non altro, la qualità dell’offerta di Acheron Books e la serietà del progetto editoriale.

Prime impressioni
Nei giorni scorsi mi sono scaricato da Amazon l’anteprima del libro – tutto il primo capitolo e una parte del secondo, per un totale di 20 pagine circa – e me la sono letta. E devo dire che le mie speranze sono state realizzate: Tarenzi scrive bene. Il libro comincia in medias res, con le fatine protagoniste che pattugliano il confine tra le due tribù rivali e meditano il furto della batteria, il McGuffin che metterà in moto la vicenda. Il mondo della discarica, il rapporto che le fatine hanno con i rifiuti degli esseri umani non è infodumpato al lettore ma emerge a poco dalle osservazioni, dai dialoghi, dai gesti dei personaggi. Le stesse dimensioni del piccolo popolo sono mostrate al lettore in modo naturale da uno scambio di due personaggi, a poche righe dall’inizio del capitolo:

“Sono sceso fino al torrente. Non è profondo: cinque o sei centimetri al massimo”.
Verderame mandò un sibilo. “Basta anche meno per annegarci”.

Certo, ogni tanto un accesso di pigrizia si fa largo nel mostrato di Tarenzi e qualche infodump poco elegante ce lo becchiamo: “Cruna fissò di nuovo la montagna e poi i gabbiani. Tecnicamente quello era territorio dei Boggart, la tribù rivale. Il confine passava proprio nella valle tra le due pareti di spazzatura, due metri e mezzo sotto di lei […]. E questo piazzava in territorio nemico la ragione per cui lei e i suoi compagni erano venuti di nascosto fin lì: la batteria.”
Altre volte la pigrizia danneggia anche le scene d’azione (grassetto mio): “Con un grugnito il Boggart si voltò e le scaricò addosso una tempesta di colpi che Cruna parò con la velocità della disperazione, finché un fendente centrò di taglio la spada e la spezzò in due.” Ma questi passaggi non sono la norma, e il grosso della narrazione procede con un solido mostrato. Lo stesso combattimento che conclude il primo capitolo è dinamico, non è cliché e si conclude in modo interessante.

Fatina anime

Le fatine non sono tutte delle creaturine pucciose (o delle allusioni sessuali semoventi) come vogliono farci credere i giappi…

Il problema principale del libro è forse la gestione del pov. La storia è raccontata in terza persona dal punto di vista di Cruna, la sorella del re della tribù di fatine; è lei la vera protagonista di Poison Fairies. Tuttavia, il tono neutro della voce narrante e una telecamera un po’ vacillante fanno sì che all’inizio, quando le fatine sono tutte insieme, non si capisca bene dal punto di vista di chi si stia guardando la vicenda. Il problema si risolve in fretta dopo le prime pagine, quando le protagoniste si dividono e continuiamo a seguire solo Cruna; ma all’inizio, quando non si conoscono ancora bene i personaggi e non si sa bene chi faccia cosa o chi sia il protagonista, questo approccio può essere un problema per l’immersione. Io stesso ci ho messo un po’ prima di imparare a distinguere Cruna, Verderame e Disgelo – nomi e azioni dei personaggi mi si mischiavano insieme.
Prese come razza, le fatine di Tarenzi sono molto interessanti. Come le fatine di Gamberetta sono brutali e short-tempered, ma a differenza di quelle di Assault Fairies appaiono meno civilizzate, più animalesche – più vicine in questo alla tradizione. Il glamour è un alone magico che le circonda e che possono concentrare attorno a sé per celarsi alle creature non fatate – come i terribili gabbiani che volteggiano sopra la discarica – oppure concentrare in parti specifiche del proprio corpo per potenziarne le prestazioni o per attutire i colpi. Ma la cosa che più ho gradito di queste fatine, è il modo in cui – vivendo nella discarica – si sono appropriati dei rifiuti del nostro mondo per farne gli strumenti della loro vita, dai pezzi di lamiera che diventano spade, ai cassetti che diventano slitte, alle scarpe da bimbo che diventano divani.

Il pretesto che mette in moto la vicenda, per contro, mi sembra un po’ debole. Cruna e le sue compagne violano espressamente l’ordine di re Albedo, violando la tregua e mettendo a repentaglio il destino della loro gente, per rubare una batteria e l’acido solforico al suo interno. Pare insomma un oggetto di importanza inestimabile. E per farne che? Veleno con cui intingere le proprie armi bianche: “Quanto veleno si poteva distillare da lì? Cruna strinse le labbra. Tanto da avvelenare almeno cento armi Goblin. Tanto da vincere solo con quello una battaglia. E non una piccola.” Tutto qui? Un po’ debole come ragione per mettere in moto una guerra, soprattutto considerando – come spiega Cruna nel capitolo successivo – che il vantaggio strategico che la tribù nemica sta guadagnando su di loro (più territorio, più uomini, più risorse) difficilmente potrà essere controbilanciata dall’avere armi avvelenate (1).
Ora, a questo punto della storia non possiamo sapere che ruolo rivestirà l’acido della batteria per le sorti del conflitto – e certo io, avendo letto solo l’estratto, non posso sbilanciarmi in quel senso. Qui però il punto è un altro, ossia la capacità dell’autore di persuadere il lettore dell’importanza cruciale dell’evento. Tarenzi mi deve convincere che questa batteria, se davvero è ciò che mette in moto le azioni del protagonista, sia la cosa più importante mai accaduta dalla crocifissione di Gesù. Non è lo strumento che aiuterà a vincere una battaglia ‘non piccola’; dev’essere la chiave per vincere la guerra, per ribaltare le sorti tra fatine e Boggart. Tarenzi stesso, a giudicare dalla costruzione della frase, non sembra del tutto convinto dell’escamotage che ha orchestrato per iniziare il romanzo. Ma se l’autore non è convinto, allora trovare una situazione iniziale alternativa che gli funzioni meglio e che sia poi in grado di venderci.

Car Battery

Può cambiare le sorti di una guerra. O quantomeno di una battaglia non piccola.

Al netto di tutte queste considerazioni, comunque, l’inizio di Poison Fairies sembra promettere un bel romanzo. E lo stile di Tarenzi è decisamente sopra la media degli scrittori italiani di fantastico. Come mai allora non mi sono fiondato a leggere il resto del romanzo? Perché come per Assault Fairies, anche Poison Fairies – La guerra della discarica è solo la prima parte di una storia più ampia; il progetto completo sarà una trilogia di cui il secondo e il terzo libro devono ancora uscire. Insomma – per il momento mi dovrei accontentare anche questa volta di una storia incompiuta; come infatti sembrano precisare le recensioni su Amazon, è che La guerra della discarica sembrerebbe terminare con un cliffhanger, lasciando la storia tronca (2). E i miei dubbi sulla solvibilità futura di Acheron Books non mi tranquillizzano di certo.
Rimango fedele alla mia politica di non iniziare una saga fino a che non sia compiuta (saggia idea che mi ha tenuto alla larga dalla Ruota di Jordan e dalla Song di Martin, che probabilmente rimarrà incompiuta, almeno nella versione cartacea). Leggerò Poison Fairies solo quando e se uscirà l’ultimo capitolo della trilogia.

Quel che è certo, è che ho voglia di leggere Poison Fairies. Tarenzi è bravo, e con questo ciclo sembra aver trovato un’ambientazione originale e ricca di possibilità. Incrociamo le dita (3).

Luca Tarenzi

Luca Tarenzi: una piacevole sorpresa.

(1) Tra l’altro, la sinossi su Amazon dice qualcos’altro: “…Ma Cruna ha deciso che le cose devono cambiare: convince i suoi amici Verderame e Disgelo a rubare la batteria di una macchina, in modo che il suo acido possa fornire energia alla sua gente, visto che l’inverno è alle porte.”
Mettetevi d’accordo.

(2) “La trama, invece, mi ha colpito meno del resto non perché non sia buona, anzi, ma perché è tronca. Pur sviluppandosi attorno a una vicenda che vede un inizio e una fine la maggior parte delle premesse e il grosso degli eventi, appassionanti, che vengono messi in moto troveranno continuazione solo nel libro successivo lasciando il lettore con quel misto di attesa e delusione a fine lettura da “E adesso?”
(dalla recensione di Marco Parini)

“Se proprio devo trovare un difetto a questo romanzo è la sua brevità (I want more pages! Give me more!) e il fatto che non si concluda. Si chiude con un bel cliffhanger che mi ha fatta indispettire, lo ammetto, ma mi è piaciuto talmente tanto il romanzo che glielo perdono.”
(dalla recensione di Angharad)

Il concetto è ribadito anche da altre recensioni, questi sono solo due esempi.

(3) EDIT: Segnalo un errata corrige. Nei commenti all’articolo ho scritto che tutti i libri presenti nel catalogo di Acheron Books sono unicamente i sei pubblicati al momento del lancio. Sono però stato informato da Acheron Books dell’esistenza di un settimo libro, Eternal War – La guerra dei santi di Livio Gambarini, pubblicato il 2 Giugno. Potete vedere la pagina del libro qui su Amazon.
Il mio è stato comunque un errore in buona fede, dato che, “per precisa strategia editoriale”, il romanzo di Gambarini non è presente sul sito di Acheron Books (è invece presente un box dedicato a Gambarini nella sezione Authors, ma sotto la sua bio sono segnalati “0 ebooks“). Riporto a proposito uno stralcio del commento di Lorenzo dello staff di Acheron:

Eternal War, per precisa strategia editoriale, per ora è pubblicata solo su Amazon Italia. Seguirà a breve pubblicazione sul sito, sugli altri stores, e in pod. E’ per questo che non la si vede ancora sul sito di Acheron.

Eternal War - Livio Gambarini

La copertina di Eternal War – Gli eserciti dei santi

Ringrazio Lorenzo per l’informazione e la correttezza.
Non posso purtroppo dire lo stesso delle conversazioni apparse sulla pagina FB di Tarenzi,  ma uno giustamente sulla propria pagina può fare quello che vuole. Spero solo che Tarenzi si renda prima o poi conto che quanto ho scritto era privo di cattiveria (per cosa poi?) e riportava semplicemente le mie reazioni di lettore; se i miei post gli facciano vendere più o meno copie non mi riguarda, è la qualità del suo lavoro che deve fargli vendere copie.

FERT!

Mole AntonellianaOgni tanto nella storia fanno capolino questi personaggi che, pur non possedendo del potere personale, riescono con totale faccia di merda a far fare agli altri quello che vogliono. Uomini capaci di trollare un’intera città e di plasmarla a propria immagine e somiglianza. Uomini come Alessandro Antonelli.
Oggi la Mole Antonelliana è il simbolo di Torino come il Duomo lo è di Milano e la Tour Eiffel di Parigi; è il tratto distintivo del suo skyline, viene rappresentata sul retro dei due centesimi italiani. Ma quel tozzo edificio, quella cupola a piramide e quella guglia che pare un’antenna televisiva non dovevano esistere.

La vicenda di come nacque la Mole Antonelliana è una storia edificante. Siamo nel 1863; l’Italia è fresca fresca dell’Unità e Torino sta vivendo i suoi pochi anni di splendore come capitale del nostro bel Paese.
La comunità ebraica di Torino voleva una nuova sinagoga. Avevano già comprato il terreno; gli serviva solo un architetto che tirasse su l’edificio, e pensarono ad Antonelli. E qui commisero il loro primo errore, perché all’epoca Antonelli era già famoso per la sua ambizione sfrenata e la sua tendenza a lasciare opere incompiute per esaurimento dei fondi o per problemi strutturali non previsti (dalla mai realizzata basilica di Castellamonte al Santuario di Boca). “State sereni” li tranquillizza comunque Antonelli, “il progetto sarà un semplice tempio neoclassico a base quadrata di 47 metri. Una sciocchezza”. Come avrete intuito non andò esattamente così.
Quattro anni dopo, nel 1867, la nuova sinagoga è alta 70 metri ed è tutto meno che finita. Una serie continua di problemi strutturali che minacciavano di far collassare l’edificio su sé stesso hanno costretto Antonelli a interventi continui; la comunità ebraica di Torino è ridotta in bancarotta dagli extra costi. I lavori si fermano. Dopo anni di negoziazione, gli ebrei ottengono quella che sarà la loro salvezza: smollano l’edificio incompiuto al Comune, e in cambio si fanno dare un terreno in un quartiere più periferico per farsi una sinagoga semplice semplice come la vogliono loro. Il Comune di Torino si fa carico dei costi per il completamento dei lavori. Al grido di: “Ebrei? Quali ebrei?”, Antonelli si rimette tutto contento a costruire il suo edificio, in sprezzo del buonsenso. E’ il momento di costruire la cupola!

Alessandro Antonelli

Alessandro Antonelli mentre esibisce la sua migliore trollface.

Questa volta, comunque, Antonelli è stato chiaro sul progetto: “Lo faremo di 113 metri! Insomma, il più è fatto”. E infatti undici anni dopo, nel 1884, l’edificio ha raggiunto i 146 metri, e la cupola piramidale si è munita di un elegante tempietto neoclassico. Nello skyline della città, la Mole di Antonelli torreggia su tutti i palazzi circostanti – ma è ancora tronca. Manca infatti da finire la guglia in cima al tempietto in cima alla cupola! Antonelli ha ottantasei anni suonati. Ma la sua volontà di potenza è inarrestabile: finirà quella cazzo di guglia.
Ma il destino degli uomini troppo ambiziosi è di morire prima di vedere la realizzazione dei propri sogni. Antonelli morirà nel 1888, a novant’anni, solo pochi mesi prima del completamento della Mole. Si dice che, negli ultimi tempi, si fosse fatto costruire un montacarichi lungo il fianco dell’edificio, per poter salire quotidianamente a osservare l’andamento dei lavori. Lavorò al suo progetto fino all’ultimo – e la vera domanda è se la Mole sarebbe davvero mai finita, se la vecchiaia non si fosse portata via il suo creatore. Qualche mese dopo la morte di Antonelli, a poche centinaia di metri dai cantieri della Mole, un tedesco corpulento veniva acchiappato di peso e ricoverato dopo aver abbracciato un cavallo ed essere scoppiato a piangere chiedendo perdono per la cattiveria dell’umanità. Ci dev’essere un legame.
La fine dei lavori fu curata dal figlio Costanzo, e la Mole venne inaugurata nell’aprile del 1889, con la posa in cima alla guglia di un genio alato che portava le dimensioni complessive dell’edificio a 167 metri e mezzo. Torino aveva finalmente il suo simbolo.

Fino a poco tempo fa non avevo la minima idea dell’esistenza di una storia così sublime. Torino, purtroppo, ha un po’ la fama di città noiosa. Basti dire questo: Torino dista 140 chilometri circa da Milano – il che equivale a un’ora e un quarto di macchina, o una-due ore di treno – ed è sempre a Torino che fanno la Fiera del Libro, che per tutti noi almeno per un breve periodo della nostra vita è parsa un qualche cosa d’interessante. Nonostante questo, ci volle un colloquio di lavoro, nel febbraio di due anni fa, per convincermi ad andarci. Fatta salva una gita scolastica alle elementari di cui non ricordavo nulla, non ci avevo mai messo piede.
Ma non poteva esserci momento migliore per scoprirla. Quello era il periodo in cui il Duca ci stava facendo una testa così con lo steampunk. Aveva scritto su Baionette tutta la sua serie di Introduzioni al genere, compreso quell’articolo di curiosità sul risorgimento italiano in cui auspicava che potesse nascere un’opera steampunk ambientata sull’italico suolo. Avevo letto e recensito solo l’estate prima The Difference Engine di Gibson e Sterling, e di lì a un paio di mesi avrei preso parte a Cittadella al mio primo e unico SteamCamp. Non avevo e non ho mai avuto un interesse particolare per lo steampunk (non più che per altri sottogeneri e ambientazioni); ma mentre camminavo per i viali squadrati del centro, tra una statua equeste di un qualche Vittorio Emanuele e un portico monumentale, raggiunsi l’illuminazione: “Se proprio dovessi mai scrivere la mia storia steampunk, è a Torino che dovrei ambientarla”.

Emanuele Filiberto

Rampolli di casa Savoia. Una volta eravate persone meglio.

Pensateci.
Se guardiamo alla storia, l’arco di tempo in cui Torino è una città interessante è piuttosto ridotto. Quasi tutti i luoghi d’interesse della città – palazzi, regge, basiliche – sono di costruzione posteriore al Rinascimento. Torino, che fino alla metà del Cinquecento rimase città secondaria di una casata che aveva i suoi interessi principali in Francia, sembra essere rimasta abbastanza impermeabile ai fermenti culturali di medioevo e rinascimento. Ha un Duomo, ma è talmente nascosto, eclissato e immiserito dalla grandiosità di Palazzo Reale e di Palazzo Madama, che molti non sanno neanche dove sia (e non l’ho trovato finché non sono andato a cercarlo apposta, Google Maps alla mano). La storia di Torino sembra veramente cominciare solo dopo che i Savoia ne hanno fatto la nuova capitale del Ducato.
Tutto, a Torino, parla di Casa Savoia. Ne parlano le regge che punteggiano la città – Palazzo Madama, il Castello del Valentino, Palazzo Carignano, la Reggia di Venaria appena fuori dalla città – ne parlano le vie. Il centro di Torino è delimitato a sud da corso Vittorio Emanuele II e a nord da corso Regina Margherita, ed è tagliato in due da corso Re Umberto. Attraversando Regina Margherita con il Po alle spalle, si incrocia prima corso Principe Eugenio, poi corso Principe Oddone. Il residence in cui ho alloggiato per un mese, in zona Porta Susa, stava a due passi da via Principi d’Acaja. L’altra sera sono stato in un locale in via Principe Amedeo; la macchina l’avevo parcheggiata a due minuti, in via Carlo Alberto. Sopra la facciata di Palazzo Carignano, un cartiglio recita: “QUI NACQVE VITTORIO EMANVELE II”.

Uno dei tratti a mio avviso più affascinanti dell’Ottocento, e dell’atmosfera steampunk, è l’esplodere della modernità nell’involucro della monarchia. Be’, è esattamente quanto stava accadendo a Torino negli anni del Risorgimento e nei primi decenni del Regno d’Italia. Da Torino si irraggiavano le decisioni politiche che avrebbero fatto l’Unità; per le sue strade e i suoi palazzi si muovevano Cavour, Rattazzi, il generale La Marmora. E Torino si avviava a diventare uno dei principali poli industriali d’Italia. La fondazione della FIAT nel 1899 è solo la punta dell’iceberg – in quegli anni aprirono una marea di case automobilistiche più o meni grandi, da Lancia alla scomparsa Itala.
E naturalmente, mentre tutto questo accadeva, fu possibile costruire un edificio assurdo come la Mole. Quale migliore esempio nostrano della fiducia positivista nelle magnifiche sorti e progressive, che non questo capolavoro di innovazioni tecniche reso nella più tradizionale delle estetiche? La Mole, la Mole… a questo continuavo a pensare mentre tornavo a casa dal colloquio di lavoro (decisamente non un buon segno!). E nella mia testa prendevano forma non ipotesi sul mio futuro, bensì l’ennesima idea per un romanzo che non si sa se proverò mai a scrivere.

Qui nacque Vittorio Emanuele II

Il romanzo antonelliano
Tutti sanno che Torino è una città magica. Secondo i deficienti gli appassionati di occultismo, è uno dei tre vertici di due triangoli alchemici: quello della magia bianca (con Praga e Lione) e quello della magia nera (con Londra e San Francisco). Se provate a costruirli su una cartina del mondo vengono fuori due triangoli ben strani, ma non facciamoci queste domande ora. La domanda che invece dobbiamo farci invece è: e se l’avesse saputo anche Antonelli?
Antonelli ha una visione: infinite dimensioni parallele, infinite Storie alternative che poggiano lungo altrettante linee temporali. Queste linee esistono tutte contemporaneamente, ma non si intersecano mai, se non, a mazzi, in alcuni luoghi geografici particolari. Torino è uno di questi. L’intera sua vita viene allora dominata da un unico pensiero: costruire uno strumento che, attraverso le specialissime armonie matematiche generate dall’incontro delle sue parti, metta in comunicazione queste differenti dimensioni. Questo strumento sarà la Mole. E per trent’anni della sua vita Antonelli inseguirà questo sogno, lottando contro l’ottusità e la limitatezza di orizzonte degli altri uomini, senza poter rivelare a nessuno il reale scopo della sua opera.

Raccontare la storia dal punto di vista del folle architetto però non sarebbe tanto interessante. Come protagonista utilizzerei piuttosto il figlio Costanzo, assistente del padre tanto instancabile quanto ignaro del vero significato della sua opera. Dopo la morte di Alessandro, durante il completamento della guglia della mole, Costanzo intuisce che c’è qualcosa di strano nell’edificio; che dentro al tempietto in cima alla cupola, guardando certe arcate da certe angolazioni, la città sembra diventare un poco diversa, o qualcosa del genere…
Il romanzo potrebbe dipanarsi come un mystery, in cui Costanzo mano a mano scopre i segreti di suo padre e parallelamente viene in contatto con le dimensioni alternative rese visibili dal completamento della Mole: una in cui Torino è rimasta capitale d’Italia; una in cui l’Unità d’Italia è stata realizzata dai repubblicani di Garibaldi, e i Savoia sono stati cacciati; una in cui il Risorgimento è fallito; una, Dio non voglia, in cui la battaglia di Solferino è stata combattuta a bordo di satanici mech a carbone… E a poco a poco la contaminazione tra dimensioni alternative potrebbe espandersi, uscendo dalle proporzioni auree del tempietto della Mole e diffondendosi per tutta la città di Torino… In tutte le dimensioni, una sola costante: la costruzione della Mole, nel medesimo punto della città, ad opera di un medesimo, ossessivo Antonelli. Riuscirà Costanzo a fermare il dilagare delle follie paterne? E’ proprio vero che le colpe dei padri ricadono sui figli.

Torino magica

Le inoppugnabili argomentazioni degli occultisti.

La Mole si presta particolarmente bene a diventare un feticcio magico. Nel 1904, un fulmine abbatté la statua del genio alato in cima alla guglia; miracolosamente rimase integra, ma l’amministrazione cittadina non si azzardò più a rimetterla al suo posto (e ancora oggi sulla guglia non c’è niente). Chiaro segno dell’ira divina, monito all’arroganza degli uomini che non capiscono quando devono fermarsi? O forse la soluzione estrema con cui Costanzo ruppe l’armonia magica della Mole, ponendo fine al sovrapporsi delle dimensioni alternative? Ripercorrere la storia della sua costruzione, poi, potrebbe diventare un modo per osservare quei primi decenni di vita dello stato italiano, e anche per immaginare una serie di esiti ucronici per il Risorgimento e magari per l’intera storia europea. Certo nessuna delle Storie alternative visitate nel romanzo potrebbe essere troppo distante: tutte quelle raggiungibili richiederebbero la costruzione di una Mole nel centro di Torino.
Ovviamente per scrivere questa storia demente avrei bisogno della consueta mole di documentazione. Ho una conoscenza estremamente scolastica degli anni del Risorgimento, mentre questa storia richiederebbe di conoscerla bene. Qualcosa sulla Torino di quegli anni aiuterebbe. E non vi dico la difficoltà per ritrovare una biografia di Antonelli! Del resto, potrei anche inventare il grosso della sua vita, no? L’Antonelli del mio romanzo potrebbe essere quello di una dimensione parallela, con tutte le differenze del caso rispetto al nostro…

So what
In accordo con la mia attention span da criceto, nel giro di pochi giorni da quella giornata a Torino archiviai le mie idee su Antonelli e non ci pensai più. Né mi trasferii nella città sabauda. All’epoca.
A Torino invece ci sono andato a vivere adesso. Per ragioni lavorative, e per la precisione da febbraio, proprio due anni dopo quella famosa giornata, proprio da quando ho smesso di aggiornare il blog. In questi quattro mesi ho pensato spesso di pubblicare qualcosa – e come al solito ho lavorato a un sacco di bozze contemporaneamente – ma mi è mancato materialmente il tempo e la tranquillità necessarie. E Tapirullanza ha languito.
Ora la mia vita si è normalizzata (forse), e voglio avere abbastanza fiducia in me stesso da riprendere con gli articoli. Ho tanti libri, film, videogiochi, anime, saggi di cui parlarvi. E poi, i miei numerosi (?) fan stavano cominciando a temere per la mia vita.

Mole Antonelliana notturno

Un panorama che si presta naturalmente al science-fantasy.

Non so dirvi cosa ci sia nel futuro di Tapirullanza. Quello che so, è che in bozza ho la solita ventina di articoli tra Consigli del Lunedì, diversi giochi indie che mi hanno affascinato, un manuale di scrittura atipico, una saga videoludica che ha fatto la grana, una serie tv promettente, un paio di film che mi hanno lasciato basito e un paio di cose troppo dementi per essere altrimenti descritte. Cercherò di mantenere la mia consueta tabella di marcia e vediamo dove arriveremo.
Si dice che cambiare location possa essere stimolante per la creatività. Non saprei. Ma camminando per Torino, ho ricominciato a pensare a questa storia semiseria di Antonelli; quindi forse è un buon segno.