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Correre ignudi con la fiammea quadriga

Thomas Mann“Giorno dopo giorno, ormai, il dio dalle guance infuocate correva ignudo con la fiammea quadriga attraverso gli spazi celesti e la sua chioma d’oro fluttuava al vento di levante mutandosi in placida brezza. Un lucido biancore di seta posava sulle pigre ondeggianti distese del ponto; la sabbia ardeva, l’etere azzurro sfavillava d’argento. Dinanzi ai capanni della spiaggia erano tese tende color ruggine: alla loro ombra che si proiettava netta, si trascorrevano le ore pomeridiane. Ma deliziosa era pure la sera, quando le piante del parco esalavano effluvi balsamici e si compiva nel cielo la danza delle stelle, quando il murmure delle acque avvolte nell’oscurità si levava sommesso a parlare all’anima. Ognuna di quelle sere portava con sé la gioiosa certezza di una nuova giornata di sole sotto il segno di un facile ozio, ornata di innumerevoli, ininterrotte probabilità di cari incontri.”

Chi è l’autore di siffatto capolavoro? Forse l’immortale Sergio Rocca?
No, ma ci siete andati vicini: è Thomas Mann, e questo è l’incipit del quarto capitolo di La morte a Venezia.
L’errore è comprensibile; Sergio Rocca potrebbe benissimo essere stato suo discepolo. Solo che, a differenza del leggendario esperto di civiltà orientale, Thomas Mann è stimato e riverito come uno dei maggiori scrittori del Novecento, se non come uno dei più grandi della letteratura occidentale tout-court.
E quando è Thomas Mann in persona a darti il permesso di scrivere di fiammee quadrighe al posto di un prosaico “sole”, e di Ponto al posto di un triviale “mare”, si capisce che è piuttosto difficile convincere quattro generazioni di intellettuali da salotto e scrittori wanna-be ad adottare una scrittura trasparente – sia che vogliano scrivere “di genere”, sia che vogliano scrivere mainstream. Come glielo spieghi che quell’incipit di quarto capitolo sembra tratto fresco fresco da uno di quei manuali di scrittura americani, come esempio di prosa di un diciassettenne clueless alla sua prima lezione di corso?
Ma capisco che qualcuno potrebbe accusarmi di essere capzioso: non mi prendo nemmeno la briga di lavorare con l’originale tedesco! Magari tutte quelle brutture sono frutto di una traduzione criminale! Be’, potrebbe darsi. Ahimé, non conosco bene il tedesco (ma so dire tutti i numeri fino a dodici!), ma ecco l’idea: proviamo a confrontare la prima traduzione – quella Mondadori – con altre tre prese a caso. Non potranno essere tutti quanti dei mistificatori e/o degli incapaci, giusto?

Sole sul mare

Notate lo scherzare della chioma del Febo sul Ponto.

Edizione Feltrinelli (traduzione di Enrico Filippini):
“Ormai, giorno per giorno, il dio dalle guance ardenti conduceva nudo la quadriga di fuoco attraverso gli spazi del cielo, e la sua chioma d’oro ondeggiava al vento dell’est che presto si placava. Una serica bianchezza posava sulle distese del Ponto torpido e ondulato. La sabbia era rovente. Sotto l’etere azzurro dai riverberi d’argento, davanti alle cabine, erano tese tende di tralicci ruggine, e sulla netta macchia d’ombra che essere proiettavano passavano le ore del pomeriggio. Ma altrettanto deliziosa era la sera, quando gli alberi del parco emanavano effluvi balsamici, le stelle eseguivano la loro danza, e il mormorio del mare notturno saliva dolcemente e parlava all’anima. Quelle sere portavano in seno facilmente la lieta promessa di una nuova giornata di sole, di ordinati piaceri, di infinite possibilità di cose gradevoli.”

Edizione Garzanti (traduzione di Tito Villari):
“Ora il dio dalle guance ardenti guidava nudo, giorno per giorno, il suo tiro a quattro, sprigionante fuoco, per gli spazi del cielo, e i riccioli gialli gli ondeggiavano al levante che in pari tempo turbinava. Serico splendore biancastro languiva sulle distese del ponto dalle onde lente. Sotto l’azzurro scintillante argentato dell’etere, davanti alle cabine, c’erano stesi dei teli color ruggine, e sulle macchie d’ombra dai contorni netti da essi offerti, si passavano le ore della mattina. Ma anche la sera era deliziosa, quando le piante del parco esalavano il loro profumo balsamico, le stelle lassù ballavano la loro ridda, e il mormorio del mare abbuiato, insinuandosi lieve, parlava al cuore. Tali sere portavano con sé un’altra bella giornata di sole, di ozio dall’ordine frivolo, e ornata da innumerevoli e frequenti possibilità di casi graziosi.”

Edizione Marsilio (traduzione di Elisabeth Galvan):
“Ora di giorno in giorno il dio dalle guance ardenti guidava ignudo la quadriga di fuoco attraverso gli spazi del cielo, e la sua chioma d’oro volava nel vento che, insieme, dall’est si levava. Un bianco splendore di seta giaceva sulle distese del Ponto lento e fluttuante. La sabbia bruciava. Sotto l’argenteo azzurro scintillante dell’etere, davanti alle cabine della spiaggia, stavano stesi teli color ruggine, e si passavano le mattinate entro la macchia d’ombra nettamente delimitata che essi offrivano. Ma deliziosa era anche la sera, quando le piante del parco emanavano effluvi balsamici, quando gli astri danzando compivano il loro giro, il mormorio del mare notturno saliva lieve e parlava all’anima. Quelle sere portavano in sé la lieta promessa di un nuovo giorno di sole, all’insegna di un ozio leggero, ornato di innumerevoli dense occasioni di casi graditi.”

OMG.
Non saprei neanche da che parte cominciare: c’è l’utilizzo di termini arcaici o classicheggianti o desueti al posto di quelli ordinari per dare una patina di “poeticità” a immagini banalissime; c’è la valanga di aggettivi (“serico splendore biancastro”, “argenteo azzurro scintillante”, “infinite possibilità di cose gradevoli”, srsly?); c’è l’insulso tentativo di dare un andamento musicale alle parole; c’è l’assoluta piattezza di tutta la scena, perché, se leviamo gli infiorettamenti, ecco cosa rimane: che ogni giorno sorge il sole e percorre il cielo, e di primo pomeriggio fa molto caldo e la sabbia scotta, e ci si rilassa in spiaggia, dopodiché arriva la sera, che è piacevole, e la mattina dopo comincia una nuova giornata.
Sorprendente, vero? Signor Mann, ma come le è venuta quest’idea?

Thomas Mann

"Be', ma perché sono un genio, no?"

Qualche osservazione sparsa.
1. Non è che Thomas Mann non sappia scrivere. I Buddenbrook, il suo primo romanzo, è un bel libro scritto con onestà. C’è anche il sincero tentativo di mostrare invece che raccontare; le descrizioni fisiche dei personaggi tendono ad essere un po’ statiche, ma Mann cerca addirittura, quando li fa parlare, di riprodurre inflessioni diverse a seconda della regione di provenienza o di idiosincrasie personali! Abbiamo quello che arrota le erre, quello che strascica le parole, quello che parla come se avesse delle patate in bocca…
Questo, se possibile, rende le cose ancora peggiori – perché significa che Mann ha deciso apposta di cominciare a scrivere così, mano a mano che diventava più famoso. C’è evidentemente la convinzione che questo modo di scrivere così stucchevole sia migliore della scrittura trasparente e mostrata degli esordi.
2. La cultura classica e/o mitologica nobilita tutto. Dì che il mare era illuminato dalla luce del sole, e avrai una banalità; dì che il dio greco del sole illumina il Ponto, e avrai un capolavoro! Concetto che potrebbe anche essere così riformulato: per quanto banale sia la tua storia, infiorettala di riferimenti agli studi classici che hai fatto da adolescente, e sarai stimato come grande erudito che parla all’anima della gente. Malattia che infesta anche molti scrittori di fantasy, che credono basti infilarci un po’ di mitologia qua e un po’ di archetipi là per fare il buon libro.
Ma tutti quei fronzoli e tutta quella pesantezza hanno in realtà un solo scopo: nascondere la reale pochezza dell’intero passaggio. Così come l’uso di complicate mitologie thailandesi o l’idea che ciò che è rappresentato nel libro sia in realtà allegoria di qualcosa di più Alto, sono solo espedienti per distogliere l’attenzione del lettore dal fatto che sta leggendo il solito banalissimo fantasy. Se mentre scriviamo cominciamo a ricorrere a questi espedienti, vuol dire che forse, dopotutto, non siamo molto convinti che ciò che stiamo scrivendo sia di per sé interessante.

Febo Apollo

Il Febo Apollo si posa sulla serica bianchezza delle pigre, ondulate labbra del Ponto. O qualcosa del genere.

Ora, un lettore dotato anche di un minimo di cultura libraria e senso critico, trovandosi di fronte a quell’incipit potrebbe anche pensare: “Sticazzi, chemmerda!”. Ma poi si trova di fronte il nome dell’autore, il nome dell’opera – nomi pesanti. Comincia a sudare. Forse il suo giudizio è stato troppo affrettato, dopotutto? O forse, forse – forse la colpa è sua, che non è abbastanza colto, non è abbastanza preparato per un modo di scrivere tanto raffinato… Mh, dev’essere così che molte persone abbandonano la lettura.
No: sviluppare il senso critico, significa usare lo stesso metro di giudizio per valutare Thomas Mann e Licia Troisi. E io ho l’impressione che nemmeno la nostra Licia avrebbe mai potuto scrivere una schifezza come quella.