Correre ignudi con la fiammea quadriga

Thomas Mann“Giorno dopo giorno, ormai, il dio dalle guance infuocate correva ignudo con la fiammea quadriga attraverso gli spazi celesti e la sua chioma d’oro fluttuava al vento di levante mutandosi in placida brezza. Un lucido biancore di seta posava sulle pigre ondeggianti distese del ponto; la sabbia ardeva, l’etere azzurro sfavillava d’argento. Dinanzi ai capanni della spiaggia erano tese tende color ruggine: alla loro ombra che si proiettava netta, si trascorrevano le ore pomeridiane. Ma deliziosa era pure la sera, quando le piante del parco esalavano effluvi balsamici e si compiva nel cielo la danza delle stelle, quando il murmure delle acque avvolte nell’oscurità si levava sommesso a parlare all’anima. Ognuna di quelle sere portava con sé la gioiosa certezza di una nuova giornata di sole sotto il segno di un facile ozio, ornata di innumerevoli, ininterrotte probabilità di cari incontri.”

Chi è l’autore di siffatto capolavoro? Forse l’immortale Sergio Rocca?
No, ma ci siete andati vicini: è Thomas Mann, e questo è l’incipit del quarto capitolo di La morte a Venezia.
L’errore è comprensibile; Sergio Rocca potrebbe benissimo essere stato suo discepolo. Solo che, a differenza del leggendario esperto di civiltà orientale, Thomas Mann è stimato e riverito come uno dei maggiori scrittori del Novecento, se non come uno dei più grandi della letteratura occidentale tout-court.
E quando è Thomas Mann in persona a darti il permesso di scrivere di fiammee quadrighe al posto di un prosaico “sole”, e di Ponto al posto di un triviale “mare”, si capisce che è piuttosto difficile convincere quattro generazioni di intellettuali da salotto e scrittori wanna-be ad adottare una scrittura trasparente – sia che vogliano scrivere “di genere”, sia che vogliano scrivere mainstream. Come glielo spieghi che quell’incipit di quarto capitolo sembra tratto fresco fresco da uno di quei manuali di scrittura americani, come esempio di prosa di un diciassettenne clueless alla sua prima lezione di corso?
Ma capisco che qualcuno potrebbe accusarmi di essere capzioso: non mi prendo nemmeno la briga di lavorare con l’originale tedesco! Magari tutte quelle brutture sono frutto di una traduzione criminale! Be’, potrebbe darsi. Ahimé, non conosco bene il tedesco (ma so dire tutti i numeri fino a dodici!), ma ecco l’idea: proviamo a confrontare la prima traduzione – quella Mondadori – con altre tre prese a caso. Non potranno essere tutti quanti dei mistificatori e/o degli incapaci, giusto?

Sole sul mare

Notate lo scherzare della chioma del Febo sul Ponto.

Edizione Feltrinelli (traduzione di Enrico Filippini):
“Ormai, giorno per giorno, il dio dalle guance ardenti conduceva nudo la quadriga di fuoco attraverso gli spazi del cielo, e la sua chioma d’oro ondeggiava al vento dell’est che presto si placava. Una serica bianchezza posava sulle distese del Ponto torpido e ondulato. La sabbia era rovente. Sotto l’etere azzurro dai riverberi d’argento, davanti alle cabine, erano tese tende di tralicci ruggine, e sulla netta macchia d’ombra che essere proiettavano passavano le ore del pomeriggio. Ma altrettanto deliziosa era la sera, quando gli alberi del parco emanavano effluvi balsamici, le stelle eseguivano la loro danza, e il mormorio del mare notturno saliva dolcemente e parlava all’anima. Quelle sere portavano in seno facilmente la lieta promessa di una nuova giornata di sole, di ordinati piaceri, di infinite possibilità di cose gradevoli.”

Edizione Garzanti (traduzione di Tito Villari):
“Ora il dio dalle guance ardenti guidava nudo, giorno per giorno, il suo tiro a quattro, sprigionante fuoco, per gli spazi del cielo, e i riccioli gialli gli ondeggiavano al levante che in pari tempo turbinava. Serico splendore biancastro languiva sulle distese del ponto dalle onde lente. Sotto l’azzurro scintillante argentato dell’etere, davanti alle cabine, c’erano stesi dei teli color ruggine, e sulle macchie d’ombra dai contorni netti da essi offerti, si passavano le ore della mattina. Ma anche la sera era deliziosa, quando le piante del parco esalavano il loro profumo balsamico, le stelle lassù ballavano la loro ridda, e il mormorio del mare abbuiato, insinuandosi lieve, parlava al cuore. Tali sere portavano con sé un’altra bella giornata di sole, di ozio dall’ordine frivolo, e ornata da innumerevoli e frequenti possibilità di casi graziosi.”

Edizione Marsilio (traduzione di Elisabeth Galvan):
“Ora di giorno in giorno il dio dalle guance ardenti guidava ignudo la quadriga di fuoco attraverso gli spazi del cielo, e la sua chioma d’oro volava nel vento che, insieme, dall’est si levava. Un bianco splendore di seta giaceva sulle distese del Ponto lento e fluttuante. La sabbia bruciava. Sotto l’argenteo azzurro scintillante dell’etere, davanti alle cabine della spiaggia, stavano stesi teli color ruggine, e si passavano le mattinate entro la macchia d’ombra nettamente delimitata che essi offrivano. Ma deliziosa era anche la sera, quando le piante del parco emanavano effluvi balsamici, quando gli astri danzando compivano il loro giro, il mormorio del mare notturno saliva lieve e parlava all’anima. Quelle sere portavano in sé la lieta promessa di un nuovo giorno di sole, all’insegna di un ozio leggero, ornato di innumerevoli dense occasioni di casi graditi.”

OMG.
Non saprei neanche da che parte cominciare: c’è l’utilizzo di termini arcaici o classicheggianti o desueti al posto di quelli ordinari per dare una patina di “poeticità” a immagini banalissime; c’è la valanga di aggettivi (“serico splendore biancastro”, “argenteo azzurro scintillante”, “infinite possibilità di cose gradevoli”, srsly?); c’è l’insulso tentativo di dare un andamento musicale alle parole; c’è l’assoluta piattezza di tutta la scena, perché, se leviamo gli infiorettamenti, ecco cosa rimane: che ogni giorno sorge il sole e percorre il cielo, e di primo pomeriggio fa molto caldo e la sabbia scotta, e ci si rilassa in spiaggia, dopodiché arriva la sera, che è piacevole, e la mattina dopo comincia una nuova giornata.
Sorprendente, vero? Signor Mann, ma come le è venuta quest’idea?

Thomas Mann

"Be', ma perché sono un genio, no?"

Qualche osservazione sparsa.
1. Non è che Thomas Mann non sappia scrivere. I Buddenbrook, il suo primo romanzo, è un bel libro scritto con onestà. C’è anche il sincero tentativo di mostrare invece che raccontare; le descrizioni fisiche dei personaggi tendono ad essere un po’ statiche, ma Mann cerca addirittura, quando li fa parlare, di riprodurre inflessioni diverse a seconda della regione di provenienza o di idiosincrasie personali! Abbiamo quello che arrota le erre, quello che strascica le parole, quello che parla come se avesse delle patate in bocca…
Questo, se possibile, rende le cose ancora peggiori – perché significa che Mann ha deciso apposta di cominciare a scrivere così, mano a mano che diventava più famoso. C’è evidentemente la convinzione che questo modo di scrivere così stucchevole sia migliore della scrittura trasparente e mostrata degli esordi.
2. La cultura classica e/o mitologica nobilita tutto. Dì che il mare era illuminato dalla luce del sole, e avrai una banalità; dì che il dio greco del sole illumina il Ponto, e avrai un capolavoro! Concetto che potrebbe anche essere così riformulato: per quanto banale sia la tua storia, infiorettala di riferimenti agli studi classici che hai fatto da adolescente, e sarai stimato come grande erudito che parla all’anima della gente. Malattia che infesta anche molti scrittori di fantasy, che credono basti infilarci un po’ di mitologia qua e un po’ di archetipi là per fare il buon libro.
Ma tutti quei fronzoli e tutta quella pesantezza hanno in realtà un solo scopo: nascondere la reale pochezza dell’intero passaggio. Così come l’uso di complicate mitologie thailandesi o l’idea che ciò che è rappresentato nel libro sia in realtà allegoria di qualcosa di più Alto, sono solo espedienti per distogliere l’attenzione del lettore dal fatto che sta leggendo il solito banalissimo fantasy. Se mentre scriviamo cominciamo a ricorrere a questi espedienti, vuol dire che forse, dopotutto, non siamo molto convinti che ciò che stiamo scrivendo sia di per sé interessante.

Febo Apollo

Il Febo Apollo si posa sulla serica bianchezza delle pigre, ondulate labbra del Ponto. O qualcosa del genere.

Ora, un lettore dotato anche di un minimo di cultura libraria e senso critico, trovandosi di fronte a quell’incipit potrebbe anche pensare: “Sticazzi, chemmerda!”. Ma poi si trova di fronte il nome dell’autore, il nome dell’opera – nomi pesanti. Comincia a sudare. Forse il suo giudizio è stato troppo affrettato, dopotutto? O forse, forse – forse la colpa è sua, che non è abbastanza colto, non è abbastanza preparato per un modo di scrivere tanto raffinato… Mh, dev’essere così che molte persone abbandonano la lettura.
No: sviluppare il senso critico, significa usare lo stesso metro di giudizio per valutare Thomas Mann e Licia Troisi. E io ho l’impressione che nemmeno la nostra Licia avrebbe mai potuto scrivere una schifezza come quella.

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29 risposte a “Correre ignudi con la fiammea quadriga

  1. Di Mann ho letto recentemente Tonio Kröger, proposto come romanzo breve, e l’incipit è poco meglio di quello di Morte a Venezia.
    La cosa che trovo un tantino squallida è che la mia insegnante d’italiano l’ha descritto come un libro di cui sarebbe stato difficile comprendere la trama, soprattutto in una terza liceo (il mio anno), poiché non si hanno le basi per carpire tutti i riferimenti stilistici. Insomma, per apprezzare un buon libro bisognerebbe padroneggiare tutta la storia della letteratura e avere una certa età. Questo è il messaggio che è entrato a fondo nella testa di tutti, e non sembra esserci modo di scardinarlo. ._.

  2. Dibattito vecchio, ma sempre attuale.
    Già ricordo dalle superiori l’esortazione della romantica madame de stael ad inizi ottocento agl’italiani di abbandonare modelli triti e ritriti, e di provare a leggere i contemporanei, abbandonando la stanca imitazione della mitologia classica

    esortazione per lo più inascoltata, esattamente come l’attuale situazione italiana 😀

  3. Sono stradaccordo e ti ho bloggato. oh.

  4. Di Mann ho letto recentemente Tonio Kröger, proposto come romanzo breve, e l’incipit è poco meglio di quello di Morte a Venezia.

    Precisazione: il pezzo che ho postato è l’incipit del quarto capitolo, non di tutta la novella.

    Insomma, per apprezzare un buon libro bisognerebbe padroneggiare tutta la storia della letteratura e avere una certa età. Questo è il messaggio che è entrato a fondo nella testa di tutti, e non sembra esserci modo di scardinarlo. ._.

    Ecco un buon metodo per far passare alla gente la voglia di leggere per sempre^^ E quelli che persistono, di conseguenza si sentiranno degli eroi che, nonostante le avversità, sono riusciti persino a leggere l’Ulisse.

    esortazione per lo più inascoltata, esattamente come l’attuale situazione italiana

    D’altronde il grosso dell’intellighenzia italiana è convinta che “cultura” coincida con la cultura classica/umanistica.

  5. bene. sono andata a ripescarmi l’originale in tedesco (io so parecchio più che contare fino a 12 😉 ). le traduzioni migliori per me sono quella di marsilio e quella di feltrinelli. ma davvero non ricordavo fosse così arcaico nello scrivere. forse perché ho letto il libro in originale quando padroneggiavo molto meno la lingua e sostanzialmente avevo quella scolastica e non della vita vera.
    grazie per lo spunto di riflessione. 🙂

  6. ps: il libro se non ricordo male mi era anche piaciucchiato.
    letto adesso concordo in pieno. è una vera schifezza. 😀

  7. Vado completamente a memoria, ho letto il libro parecchi anni fa.
    Sei sicuro che il passaggio kitsch da te citato non sia in qualche modo voluto e necessario?
    In fondo il protagonista stesso è uno scrittore inaridito e con un cipiglio classico completamente fuori dal suo tempo. Smette di scrivere perché è ossessionato dall’idea di creare quelle forme pure che già in quell’epoca erano considerate pesanti e, in un certo senso, superate.
    Non solo fuori dal suo tempo, ma anche terrorizzato dal fatto di esserlo: un vecchio piuttosto grottesco innamorato di un quasi bambino. Uno che si fa stirare, truccare, tingere i capelli.
    Forse il modo migliore per raccontare una storia di questo tipo, infondendo la giusta dose di disagio, è scrivere in questo modo. Forse. Difficile, in generale, tagliare con l’accetta, non credi?

  8. le traduzioni migliori per me sono quella di marsilio e quella di feltrinelli.

    Lo sospettavo. Tra la “fiammea quadriga” e il “tiro a quattro, sprigionante fuoco” c’era da spararsi…
    E ti ringrazio del contributo^^

    Sei sicuro che il passaggio kitsch da te citato non sia in qualche modo voluto e necessario?
    In fondo il protagonista stesso è uno scrittore inaridito e con un cipiglio classico completamente fuori dal suo tempo.

    Tirandola molto per i capelli, si potrebbe anche dire di sì. In realtà, il pov in cui è raccontato Morte a Venezia è troppo staccato da Aschenbach perché si possa pensare che queste descrizioni siano parte della sua “voce”. Okay se la storia fosse narrata in prima persona; okay se con una terza molto ravvicinata; ma non è il caso di Morte a Venezia.
    Prova ne è che il lettore che legge quel passo non pensa ad Aschenbach che parla, ma “mio Dio, perché Mann deve scrivere così?” / “mio Dio, quale poeta è il signor Mann!”
    In ogni caso il risultato è l’allontanamento dalla storia e il fissarsi dell’attenzione su dettagli formali e triviali – ossia l’esatto contrario di ciò che dovrebbe fare un buon racconto psicologico.

  9. Il buon vecchio Bukowski su Thoman Mann:

    “This fellow has a problem…he considers boredom an Art”

    ^__^

  10. Boh…. Sinceramente mi lascia sempre un po’ perplesso andare a fustigare i c.d. “classici” (o presunti tali).
    Di mio aggiungo che Thomas Mann non me lo sono mai filato manco di striscio, ma l’incipit e la scrittura mi ricordano molto la prosa d’Annunziana (mio malgrado, mi è stato inflitto “il piacere”, come lettura estiva, e perdipiù quando ancora non esisteva kiwipedia da andarsi a leggere il riassunto e risparmiarsi ore d’agonia nel sole d’agosto – o notti insonni verso la metà di settembre XD).

    Che dire: resta che non capisco il senso del post. Thomas Mann (come d’Annunzio o la buonanima del Manzoni) è da un bel pezzo a ingrassare i vermi (o a spingere le margherite dalla parte delle radici, se preferisci). Ha la sua aura di consacrazione, conferitagli dal fatto che è “un classico” (e soprattutto, che è ormai leggermente defunto), e il libro è oggettivamente vecchio. Ma va ricordato che ogni opera è figlia del suo tempo, e all’epoca lo scrittore mainstream scriveva così, perché era quello che piaceva alla gente. Prosa fiorita, descrizioni sovrabbondanti e ridondanti, ed uno stile che oggi definiremmo senza dubbio (e con poche eccezioni) pesante. In una parola, SUPERATO.

    In conclusione: lungi da me l’intenzione di far polemica, ma resta la mia perplessità per operazioni di questo tipo, di cui proprio non riesco a capire lo scopo.

  11. Concordo con Anacroma. Ovvio che nessun autore contemporaneo sano di mente scriverebbe così, e ci sta pure che certi classici non incontrino il gusto di oggi. Però un autore va giudicato dal periodo in cui scriveva: in epoca barocca, ad esempio, andavano forte le metafore ardite e amenità del genere. Il mio prof di italiano ci parlò di un poema che, parole sue, al giorno d’oggi non è leggibile. Ciononostante in quel caso non si può tacciare l’autore di incompetenza, perché a quel tempo la bella scrittura era quella.
    Uno scribacchino che oggi scriva in quel modo è, quanto minimo, un incompetente, qualcuno che non abbia idea delle regole elementari della scrittura contemporanea.

    Bisogna però dire, e con questo chiudo, che trovo anche sbagliato difendere qualunque cosa sia stata scritta più di cinquant’anni fa solo perché è “classico”. L’atteggiamento critico, il voler capire come effettivamente uno scritto si collochi tra le opere della sua epoca e, eventualmente, anche ridimensionarne la fama, è solo da incoraggiare.

  12. Aggiungo che ammetto di non aver presente le opere di Mann nel loro complesso, ma Morte a Venezia non mi è dispiaciuto. In compenso il Dottor Faustus non sono riuscita a leggerlo: dopo un paio di capitoli nei quali parlava del padre del protagonista, della madre del protagonista, del gatto, del cane, del canarino del protagonista, ho rimandato la lettura a tempo indeterminato.

  13. Il buon vecchio Bukowski su Thoman Mann:
    “This fellow has a problem…he considers boredom an Art”

    Adoro Bukowski ^-^

    @Anacroma & Fos:

    State commettendo un errore.
    Ossia: il modo in cui è scritto Morte a Venezia non è lo “stato dell’arte” di quel periodo storico.
    Facciamo degli esempi. Autori di romanzi d’appendice o di genere come Dumas o Stevenson scrivevano meglio, in modo pulito e lineare. Ma anche autori “seri”, come Lermontov, Flaubert, Maupassant, Mark Twain, Henry James. Dostoevskij, che pure ha uno stile molto zoppicante, scrive in modo più chiaro, scorrevole e piacevole di Mann. Idem Melville (e sto parlando di racconti e romanzi mainstream, come Bartleby o Billy Budd, non di literary fiction come Moby Dick).
    E stiamo parlando di scrittori dell’Ottocento! Provate a leggere i racconti di Maupassant: le formule di alcune storie sono un po’ datate (perché sono diventate dei ‘classici’), ma lo stile potrebbe essere quello di uno scrittore decente odierno.
    Tra i contemporanei di Mann, abbiamo per esempio Cechov, che ancora oggi è considerato uno scrittore degno di imitazione e grande maestro del racconto e della novella. Anche il nostro Svevo – che pure molti studenti liceali imparano a odiare – scrive meglio di come è scritta Morte a Venezia. O Jack London. E potrei andare avanti.
    Quindi, lo stile di Morte a Venezia è definibile brutto già secondo gli standard dell’epoca in cui è stato scritto. Se ciò non è avvenuto, probabilmente è per le stesse ragioni per cui oggi da noi la critica chic celebra Giuseppe Genna.

    Inoltre, siete stati disattenti: ho scritto in corpo all’articolo che il primo romanzo di Mann, I Buddenbrook, era scritto molto meglio di Morte a Venezia. E I Buddenbrook non fu considerato un capolavoro di stile o un’ardita sperimentazione; al contrario, era un romanzo che rispettava i “canoni” di stile onesto dell’epoca.
    Se proprio vogliamo parlare di stato dell’arte del Primo Novecento, allora, dovremmo dire che dei due è I Buddenbrook a rispettarlo – ossia il romanzo migliore dei due. I Buddenbrook, pubblicato nel 1901, non è “superato” (anche se si può scrivere meglio di così), mentre Morte a Venezia, del 1912, lo sarebbe? Io direi piuttosto che il secondo è “improponibile”, mentre il primo non lo è.

    Il discorso sull’opera figlia del suo tempo è accettabile per romanzi del Cinque, Sei, Settecento. Già le opere del primo Ottocento – Balzac, Stendhal, Puskin, Poe – pur non rispecchiando ancora i nostri canoni di decenza, seguono criteri abbastanza simili a quella del romanzo novecentesco da essere confrontabili.
    Capire questo, è avere spirito critico ^_^

    Di mio aggiungo che Thomas Mann non me lo sono mai filato manco di striscio, ma l’incipit e la scrittura mi ricordano molto la prosa d’Annunziana

    Infatti la prosa di d’Annunzio era già famosa all’epoca come estremamente pesante e manierata. D’Annunzio è indigeribile.

    lungi da me l’intenzione di far polemica, ma resta la mia perplessità per operazioni di questo tipo, di cui proprio non riesco a capire lo scopo.

    Ritengo che giudicare un classico con empietà (nel bene e nel male) sia essenziale per imparare cos’è una buona scrittura e cosa è una cattiva scrittura. Farlo con Thomas Mann mi sembra un buon esercizio di rifiuto dell’ipse dixit.

    L’atteggiamento critico, il voler capire come effettivamente uno scritto si collochi tra le opere della sua epoca e, eventualmente, anche ridimensionarne la fama, è solo da incoraggiare.

    Yeah.
    Solo che per collocare uno scritto tra le opere della sua epoca bisogna prima conoscerla, la sua epoca ^_^’

    Aggiungo che ammetto di non aver presente le opere di Mann nel loro complesso, ma Morte a Venezia non mi è dispiaciuto. In compenso il Dottor Faustus non sono riuscita a leggerlo

    La “trama” di Morte a Venezia – ossia l’idea, l’intreccio, l’ambientazione – non è male. Un artista attempato, dopo una vita di rigori, sbarella per un giovinotto che non lo caga, si dà alla pedofilia e perde il controllo: in ambito mainstream, una traccia interessante che poteva tradursi in un bel racconto o romanzo. E’ lo stile che fotte Mann.
    Quanto al Doctor Faustus, è atroce. Oltre al fatto che non c’è azione, aggiungerò che il grosso del romanzo è imperniato sulla musica, ma il libro è completamente inaccessibile (per la presenza di termini tecnici, concetti della musica classica e della storia della musica) a chi non sia già esperto nel campo. Ergo, dopo le prime 30-40 pagine non ho potuto fisicamente proseguire nella lettura. Tanto basta.

  14. “D’Annunzio è indigeribile.”

    Quoto xD

    Ehm… cosa vuol dire “giudicare un classico con empietà (nel bene e nel male)”?

    “per collocare uno scritto tra le opere della sua epoca bisogna prima conoscerla, la sua epoca ^_^” check. Mi sono per così dire “formato” sui romanzo dell’800 e primo ‘900 :-P. Ma è stato comunque un botto di tempo fa, in un’epoca felice e ormai parecchio lontana.

    Spero che la discussione prosegua, perché ci sono un botto di spunti interessanti.
    Ci rivediamo (credo) martedì.

    Intanto porgo ossequienti saluti

    Anacroma

  15. Tapiro, il mio era un discorso sul generale, e infatti ho ammesso di non conoscere bene Mann, nonché di non essere riuscita a leggere il Dottor Faustus: a quanto può benissimo essere che Morte a Venezia sia un libro scritto di merda anche per la sua epoca. Non ho le basi per dirti: “hai torto a giudicare male Mann”.
    Quello che contesto è l’usare lo stesso metro critico per il classico e il contemporaneo: il contemporaneo è relativamente facile da giudicare, se conosci le basi della letteratura contemporanea, un minimo di senso critico e hai letto più di dieci libri nella tua vita. Trattasi del tuo tempo: dovresti conoscere i canoni della letteratura del tuo tempo.
    Il classico si colloca in un altro contesto, quindi puoi benissimo rifiutarti di leggerlo e odiarlo con tutta l’anima e considerarlo una schifezza. Quello che non puoi fare, almeno non subito, è bollarlo come “scritto male” in senso assoluto. Prima devi avere appunto presente il contesto e cos’era arte al tempo. Il poema barocco di cui non ricordo il nome non è “scritto male”, perché al tempo si scriveva così (ciò non toglie che rimanga illeggibile per chiuque sano di mente, almeno al giorno d’oggi).
    Il mio professore di greco non esitava a definire i romanzi greci arrivatici delle schifezze, praticamente tante fotocopie della stessa storia melensa. Però lui aveva anche presente i frammenti di altre opere, sfortunatamente non arrivateci, che parlavano d’altro ed erano qualitativamente superiori.

    Poi ripeto, io non sto contestando il tuo giudizio su Mann. L’unica cosa che sto contestando è l’ultima frase nel tuo articolo, che secondo me rischia di incitare a una lettura superficiale, che non tenga conto di certi fattori storici.

  16. Aggiungo una cosa.
    ” il contemporaneo è relativamente facile da giudicare, se conosci le basi della letteratura contemporanea, un minimo di senso critico e hai letto più di dieci libri nella tua vita. Trattasi del tuo tempo: dovresti conoscere i canoni della letteratura del tuo tempo.”
    Mi pare ovvio che la persona che non ha studiato magari non conosca il “mostrare non raccontare” in quanto tale, ma se ha letto abbastanza di fronte a un raccontato si renderà conto che “c’è qualcosa che non va”. Poi la critica approfondita, la scrittura stessa richiede studio, ma il mero rendersi conto di trovarsi di fronte a una schifezza dovrebbe essere abbastanza semplice.

  17. @Anacroma:

    Ehm… cosa vuol dire “giudicare un classico con empietà (nel bene e nel male)”?

    Vuol dire giudicarlo senza avere un occhio di riguardo solo perché è un classico, o adagiarsi su quello che dice la critica ufficiale solo perché è la critica ufficiale. “Nel bene e nel male” perché il mio giudizio empio può comunque, alla fine, essere positivo.

    Spero che la discussione prosegua, perché ci sono un botto di spunti interessanti.

    Questo era l’intento; vedremo.

    @fos:

    Quello che contesto è l’usare lo stesso metro critico per il classico e il contemporaneo

    Come ho detto, dipende dal “classico”.
    Siamo d’accordo se stiamo parlando di narrativa vecchia di molti secoli (non mi sognerei mai di valutare il Tristano e Isotta di Thomàs, fine XII secolo, con gli stessi criteri di oggi), ma da metà Ottocento ad oggi i criteri non sono molto variati. Al limite alcuni concetti (come lo show don’t tell, la non-intrusione del narratore, la gestione rigorosa del pov) si sono “raffinati”, per cui posso avere un occhio di riguardo per Flaubert che fa ancora i pov-panoramica o per il Mann dei Buddenbrook che ancora descrive i suoi personaggi in modo statico (cioè bloccando un personaggio nello spazio e nel tempo e descrivendo il suo aspetto e il suo modo di fare “in astratto”). Ma è una questione di gradazione, non di principi fondamentali.
    Cechov (che precede Mann di una generazione) o Hemingway (che lo segue di una generazione) sono ancora considerati esempi di corretta scrittura in assoluto, e non solo in rapporto alla loro epoca. Segno che gli autori del primo Novecento non hanno bisogno di un occhio di riguardo…

    Per il resto, siamo d’accordo.

  18. polveredighiaccio

    Ricordo che durante il liceo leggevo quantità industriali di libri del sette e ottocento, sia costretta dalla prof di lettere sia per gusto personale. All’epoca sospiravo e pensavo “chissà se un giorno anche io scriverò così bene” e lì mi struggevo.
    Quando ti insegnano che sono solo quelli i capolavori la cosa lascia il segno e uscire da un simile lavaggio mentale è dura!
    Oggi leggo ancora classici (Dickens e Dostoevskij sono i miei miti) ma senza sognare di scrivere come loro, li prendo per quello che sono! ^^
    Mann non mi è mai piaciuto.
    L’Ulisse l’ho letto quasi tutto, ho rinunciato a tre capitoli dalla fine. un trauma! ç__________ç

  19. L’articolo di Tapiro è molto bello e le sue considerazioni nei commenti corrette per quanto ho visto. Per maggiore precisione mi riferisco in particolare al fatto che abbia compreso il periodo storico in cui la Narrativa moderna nasce con la scoperta dei principi che la regolano e anche il fatto che la Narrativa, essendo una forma di Retorica (ma questo fu scoperto solo un secolo dopo, sommando tutto ciò che si era capito nel frattempo), possa/debba essere valutata come tale.

    Per questo I Promessi Sposi e Moby Dick possono godere di due valutazioni: una che tiene conto del periodo storico e una come Retorica-Narrativa, basandoci sullo stato “attuale” (ma mica tanto, come vedremo dopo) delle cose.

    Storicamente allora si può lodare Melville per aver intuito il monomito con grande anticipo rispetto agli studiosi di mitologia mentre si può bacchettare Manzoni (bonariamente, perché in fondo la sua opera è di anni prima…) per non essere stato parte attiva nella nascita della Narrativa moderna tramite la riscoperta del Mostrato (primo appiglio con la Retorica, a cui il principio appartiene: la Retorica non si occupa di convincere qualcuno di qualcosa, ma di Mostrare ciò che causerà il convincimento – riportando la posizione di Aristotele in materia), il che ha fatto invecchiare un po’ maluccio il suo romanzo rispetto a quelli di alcuni suoi “contemporanei” più illuminati. Poco importa, in fondo vogliamo “bene” (coff coff) al Manzoni per altri motivi.
    Anche Moby Dick è anteriore alla vera rivoluzione del mostrato: 1851. Si può essere gentile con lui per motivi storici, in fondo. Non ci vedo nulla di male.

    Allo stesso tempo però, dovendoli giudicare in quanto Retorica, cosa sempre fattibile come è fattibile e considerato normale in TUTTI i settori poter giudicare qualcosa al di fuori del suo contesto storico, le cose cambiano parecchio.

    I VERI critici discutono davvero di opere antiche lodandole e criticandole con canoni MODERNI quando lo reputano necessario… che poi tanto moderni non sono, visto che quando Booth (uno dei maggiori esperti di narratologia del XX secolo) critica Omero per il modo con cui invade il testo dicendo al lettore cosa pensare di ogni personaggio, mostrando così il pessimo modo antico di usare il Narratore, ha anche la gentilezza però di spiegare che all’epoca Aristotele lo lodò perché gli altri autori greci, di norma, facevano perfino peggio! L’invadente Omero come male minore tra gli autori invadenti… e sì, il Narratore invadente faceva schifo già ad Aristotele perché, signori, se la Narrativa è Retorica abbiamo principi comuni validi da 2 millenni e mezzo… altro che valutare “fuori dal contesto storico”!

    Idem, valutando in base alla Retorica, ci è facile capire come mai tanti lettori possano trovare soporifera la partw dedicate alle cetologia in Moby Dick o storcere il naso al modo in cui venne progettata l’opera. Un po’ a cazzo di cane, visto che un personaggio principale cambiò in corso d’opera. Comunque ci sono stati dei critici delle seghe mentali esterne al testo, vecchio modo di fare critica reso obsoleto da Nuova Critica e Scuola di Chicago, che cercarono di costruire ragionamenti per giustificare la sparizione improvvisa di Bulkington … dai discorsi sul Vero e sul Falso Prometeo (Bulkington non avrebbe potuto sopportare la tirannia di Ahab, per questo simbolicamente sparisce dalla storia come Vero Prometeo lasciando indisturbato il Falso Prometeo Ahab) fino a critiche che cercando di legare Bulkington alle idee di Platone oppure, evviva, a figura ispirata a un pittore contemporaneo che Melville ammirava molto: tutto e il contrario di tutto, come regolarmente avviene quando si smettono di commentare le PAROLE SCRITTE e ci si inventa a piacere stronzate esterne al testo, giustificandole con arrampicate sugli specchi… da suicidio…

    Comunque qualcuno (Hayford credo) ebbe anche l’onestà di dire che la cosa più facile è che Bulkington fosse un personaggio il cui ruolo non fu più necessario quando Melville pensò a Queequeg (teoria credibile) e che, e questa è la parte più importante (sottolineata anche da Ansem Dibell in Plot), semplicemente Melville si dimenticò o non ebbe voglia di riscrivere i primi capitoli. Pigrizia e/o dabbenaggine, ecco la spiegazione. Un Capolavoro non criticabile, giusto?

    Anche Tolkien scriveva un po’ a cazzo, visto che quando introdusse Grampasso non aveva idea di che fargli fare, e questo lo mandò in crisi, e solo dopo ebbe l’idea di tramutarlo in Aragorn… simile dabbenaggine nella progettazione non è scusabile per coloro che hanno rispetto per la Narrativa, altro che Capolavori non criticabili!
    Se Tolkien non avesse confessato la cosa, chissà quante interpretazioni su Grampasso/Aragorn Vero-e-Falso-Prometeo e sulla tradizione Platonica… ^_^””

    E sempre ricordando la natura di Retorica della Narrativa, possiamo capire che simili infodump NON sono nemmeno Narrativa, sono “altro”. Ma chiunque abbia una minima conoscenza della letteratura dell’Ottocento sa che dentro un “romanzo” non c’era per forza solo Narrativa, ma anche informazioni storico-geografiche e elementi di sociologia infilati dentro con la scusa della vicenda, per il diletto di lettori senza televisione e senza internet.

    Ovviamente non era una grande idea nemmeno per l’epoca, visto che smettere di farlo è stato determinante per la moderna Narrativa, ma si può scusare l’autore che lo fa per il suo pubblico di curiosi e/ borghesi bisognosi di rassicurazioni sociologiche sul protagonista (e lì partono i pipponi biografici zeppi di contesto in cui nacque, crebbe ecc… spazzatura dal punto di vista della Narrativa in sé).
    Se aggiungete che i borghesi avevano talvolta la paura di peccare nel leggere opere troppo emozionanti, come ben ci fa intuire il Dr Kellogg, ci vuole poco a capire perché spesso gli autori si contenessero più del dovuto e sfumassero sul raccontato i dettagli scabrosi o censurassero le opere a scapito del loro realismo (e mai Dickens scrisse cose che potessero “far arrossire le gote dell’innocenza”, come si vantava).
    Storicamente comprensibile e umanamente giustificabile. Pessimo dal punto di vista Retorico.

    Ancorarsi al bisogno per forza di ammorbidire il giudizio SEMPRE con le scuse storiche è semplicemente parte del lavaggio del cervello dell’adorazione bieca e spregevole delle Auctoritas.
    Scuse magari tirate fuori “per principio”, senza sapere nulla dell’argomento, infatti Tapiro ha subito smentito il problema… ma d’altronde aveva scritto a CHIARE LETTERE, citando l’altra opera migliore di Mann, che non era più quello il modo normale di scrivere… e non ci vuole molto a usare Google per vedere la data di entrambe.

    Anche questo doversi giustificare per aver operato nel modo che qualsiasi serio esperto di narratologia indicherebbe come corretto, è uno degli elementi che limita il discorso sulla Narrativa in Italia: uno meno disposto a perdere tempo di Tapiro non scriverebbe nemmeno articoli così per non dover poi rispondere ai Fail-Comment a cui verrebbe voglia di ribattere con il solito (inutile e inascolatato) “informati prima di commentare, porcoddio”.
    Perché francamente se uno ha poco tempo (o reputa che non sia spazzatura da sprecare) perché dovrebbe perderlo a spiegare le cose a gente che se fosse interessata davvero le studierebbe per conto proprio invece di esprimere il proprio disinformato parere?

    Non è un programma sportivo di quelli pensati per i ritardati, dove anche quando c’è il fallo chiarissimo il sostenitore della squadra colpevole deve per principio negarlo… e scatta la discussione priva di contenuti e di qualsiasi valore, giacché non produce alcuna conoscenza ulteriore.

    Una mente libera e razionale, e quindi un critico serio come Booth, fa entrambe le valutazioni, se vuole, senza sentirsi costretto a mischiarle per non offendere la defunta Auctoritas. Quando si parla di Tecnica, le scuse storiche si possono anche lasciare da parte, come Aristotele ha ben dimostrato criticando cose che tutt’ora anche noi critichiamo (in compenso noi abbiamo superato Aristotele in altro, tiè!).
    Se si parla dell’opera in sé, e non solo usandola come esempio per parlare di Tecnica/Retorica, allora la valutazione storica ha diritto al suo spazio.

    Siamo all’ABC di cosa è la critica di un testo e lo studio narratologico. Un ABC di storia della critica e storia della letteratura che temo non in tutte le facoltà italiane di Lettere venga insegnato, visto che un certo autore fantasy molto (negativamente) noto, se la memoria non mi inganna, disse almeno una volta che non è possibile criticare un capolavoro come Moby Dick. Ah-ah. E si spiega infatti come scrive e perché non studia la scrittura…
    Laureati con conoscenze obsolete di almeno 50 anni. Una situazione ridicola i cui frutti tappezzano le librerie.

    Tapiro è un recensore/critico molto promettente e questo blog è il migliore che conosca in lingua italiana ancora attivo. Il suo approccio alle recensioni è ottimo. La definizione precisa dei contenuti dell’opera, per far capire al lettore in modo chiaro se possa interessargli o meno, si completa perfettamente con l’abitudine a fornire almeno due estratti di buona lunghezza, in modo che il lettore possa valutare da solo se lo stile pare sufficiente per i propri gusti.
    Contenuti e stile. Oggettivi. La combinazione verrà valutata dal gusto, soggettivo.

    Formula ìdeale per evitare il fenomeno sovrabbondante delle “recensioni tossiche” (o commenti tossici): Mostrare sufficiente testo affinché il lettore decida da sé cosa pensare dello stile, senza limitarsi a ciò che gli Racconta il recensore.

    Prima o poi gli dedicherò un articolo di lodi, che merita in dosi abbondanti. ^_^
    Con meno errori di battitura di questo commento, spero.

  20. frascheprivateosmize

    Qualcuno ha tirato in ballo Edwin Booth; ebbene, uno dei meriti, e non il minore, del suo “Rhetoric of Fiction” fu quello di mostrare che la narrativa puo’ funzionare in una miriade di modi diversi, ed egualmente legittimi, e che di conseguenza il tentativo di applicare regole fisse alla narrativa, ad esempio il dogma dello “show, don’t tell”, e’ destinato al fallimento – nello specifico, perche’ la retorica, in una forma o nell’altra, e’ sempre in qualche modo presente nel testo. Se Mann usa una scrittura ornata e mitologizzante, ha tutto il diritto di farlo per quanto mi riguarda, e il passaggio in questione, fatta la tara delle traduzioni, non mi sembra affatto da buttare.
    Lodi su lodi a Tapiroulant per la sua schietta spregiudicatezza nel prendere per le corna le vacche sacre eccetera eccetera. E d’accordo, nessuno sostiene che i classici non siano criticabili, ma se per fare questo un critico deve ricorrere a questo tono inutilmente arrogante, completo di anglismi a casaccio, e riferirsi a una serie di regole sacre e intoccabili (show, don’t tell, questo o quel pov, “scrittura trasparente” – che sara’ mai quest’ultima, poi?), beh, l’effetto che ne scaturisce per me – che non amo particolarmente Thomas Mann – e’ proprio quello di un tentativo di bandire ogni individualita’ di scrittura nel nome dell’ipostatizzazione del proprio gusto personale. Che il gusto di Tapiroulant corrisponda al “gusto dell’epoca” e’ tutto da dimostrare, e che quest’ultimo sia essenzialmente “migliore” tutti gli altri che sono venuti prima mi pare un retaggio del peggio di Hegel – o del “materialismo storico-dialettico”, chissa’.

  21. @Polvere:

    Oggi leggo ancora classici (Dickens e Dostoevskij sono i miei miti) ma senza sognare di scrivere come loro, li prendo per quello che sono! ^^

    Sorvolando sulle sue tare stilistiche, Dostoevskij è sempre stato uno dei miei scrittori preferiti^^ Memorie del sottosuolo, Delitto e castigo, L’idiota, I demoni, sono tutti stupendi.
    Dickens invece, ti suonerà strano, non l’ho mai letto.

    L’Ulisse l’ho letto quasi tutto, ho rinunciato a tre capitoli dalla fine. un trauma! ç__________ç

    Mmmh, coraggiosa!

    @Duchino: A differenza di Dickens, tu sì che le fai arrossire le gote dell’innocenza ^/////^

    @frasche: Ho qualche dubbio che tu sappia di cosa stai parlando.
    La retorica come disciplina – e come tale era studiata già nel mondo greco-romano – prevede che ci siano metodi efficaci e metodi inefficaci per interessare e persuadere l’uditorio. L’idea che “qualsiasi metodo o stile vada ugualmente bene” è in contraddizione con le fondamenta stessa della disciplina (che a quel punto non andrebbe neppure insegnata! Tanto ogni metodo va bene giusto?). Un retore potrà anche fare come gli pare, ma se non segue le regole corrette sarà un cattivo retore che non avvince nessuno.
    Sulla questione della retorica e sulla faticosità di stili ornati – es. l’asianesimo – ti risponderà il Duca se e quando avrà voglia, visto che è preparatissimo sull’argomento!

    Un’altra cosa. Gli “anglismi a casaccio” sono termini tecnici, che vengono utilizzati in inglese per convenzione, così come diciamo “computer” e non calcolatore e “database” al posto dell’orrendo “base di dati”. E se non hai mai sentito parlare di “scrittura trasparente”, forse non ha neanche senso che continuiamo questa discussione…

    • frascheprivateosmize

      Non intendevo affatto dire che “qualsiasi metodo o stile vada ugualmente bene”. Il mio punto e’ che c’e’ un ampio ventaglio di possibilita’ per uno scrittore, alcune delle quali andranno bellamente “contro” le regole da manuale; l’imposizione di una serie di norme che vanno bene all’interno di un certo contesto retorico o genere a _ogni_ istanza di scrittura e’ illegittima, proprio perche’ ogni opera letteraria degna di questo nome crea in una certa misura le proprie regole, che valgono all’interno del proprio “mondo possibile”. A proposito di “Morte a Venezia” non mi pare affatto peregrina l’idea che questo genere di scrittura “bizantina” sia un effetto della costante focalizzazione su Aschenbach: non e’ una questione di uso di prima o terza persona, ma di un piu’ impalpabile “colore” della narrazione dato dall’essere costantemente “filtrata” dallo sguardo del protagonista. E’ per questo che i lustrini classicheggianti del passaggio in questione mi sembrano appropriati al contesto narrativo, e che condannarli a priori perche’ non soddisfano una serie di regole preconcette sia, lo ribadisco, arrogante. Quanto alla “scrittura trasparente” non e’ che non sappia cos’e’, sono semplicemente scettico sulla possibilita’ della sua esistenza: ci sta che dire “il sole splende” sia piu’ “trasparente” che dire “il carro di Febo si inarcua ecc.”; all’interno di un’opera letteraria, tuttavia, nella misura in cui esiste uno stile – e di conseguenza, dal mio punto di vista, nella misura in cui si tratta appunto di opera letteraria – la scrittura non e’ mai “trasparente”, vivaddio.

      ps per gli anglicismi dubito che omg e srsly siano termini tecnici.

      @altri: che io debba essere qualificato come “squallido troll” perche’ ho usato un tono brusco, quando il padrone di casa non usa certo i guanti per trattare con Mann, mi pare, come dire – no, non lo dico, voglio essere diplomatico stavolta. Si’, ho letto il libro di Booth, e si’, so che il Nostro da’ giudizi di valore. Ma d’altronde, siccome tu mi ricorri allo (squallido) artificio retorico di dire che qualunque cosa io abbia da dire non ti interessa perche’ ho gia’ dato prova di essere un coglione, bene, ricambio. Non sono ansioso di scrivere una monografia su Booth per replicare.

  22. Veramente Wayne Clayson Booth precisa fin da subito che senza regole un testo è solo una “brodaglia informe” che non intende difendere per il fatto di essere informe. Hai franteso il senso e hai rifutato le conseguenze.
    Booth dice che un testo può fare quello che vuole fare, ovvero sostenere ciò che vuole sostenere, non essere scritto come capita perché sì. La concentrazione è tutta sulel tecniche e sull’effetto, lasciando da parte il “contenuto” (perché, appunto, il testo ha diritto di dire ciò che vuole, non sta a noi censurarlo o giudicarlo per il contenuto, ma per la tecnica).
    Quello di Booth, tutto all’opposto di quello che tu affermi, e come sottolinea anche Bertoni in “il testo a quattro mani” parlando di Boorth, è un giudizio di valore. Altroché! Ed è un giudizio tecnico!

    Inteso come Narrativa e intendendone l’agenda creativa che Booth dà alla Narrativa prendendo quella indicata da Ford Madox Ford (immergere il lettore rendendo la scrittura trasparente), quel brano di Mann è un fallimento. Non siamo nell’ambito leggermente Literary della scrittura non-trasparente per imitare una condizione mentale, come avviene in Fiori per Algernon. Qui è proprio scritto male e non trasmette altro che schifo al lettore che si aspetta Narrativa decente.

    La base di partenza su cui Booth struttura la sua opera è che non è negando le regole che si può iniziare un discorso qualsiasi, ma capendo quanto il Mostrare è superiore al Raccontare (lo dice esplcitamente: il Raccontato non è difendibile “così com’è” rispetto al Mostrato). Accettato questo si può andare oltre. E interpretare il vero potenziale del Mostrato, che è ciò che Booth fa. E nel vero potenziale del Mostrato c’è del Raccontato… ma non è il Raccontato inteso come goffo riassunto privo di emozioni o come Intrusione dell’Autore, è il vero Raccontato sotteso al Mostrato, il parere elegantemente camuffato dell’Autore Implicito. Una cosa completamente diversa dal Raccontato della formula “Show, don’t Tell”, non confondiamo le cose! Eh…

    Tant’è che il discorso sull’Autore Implicito, e quindi della Retorica perché l’autore implicito decide cosa mostrare e come mostrarlo (e qui il discorso retorica si lega anche alla “premise”, come naturalmente saprai visto che ti sei introdotto nell’argomento), contro la mania per la telecamera neutrale vecchio stile del primo Mostrato, è il nucleo del discorso.

    Concordo con Wayne. La telecamera neutrale è una cattiva scelta. È una cattiva interpretazione del Mostrato. È meglio del Raccontare goffo e sciocco, ma non è l’ideale. Un filtro che scelga e interpreti gli eventi, pur mostrandoli, è migliore. Un filtro che impone la sua visione. Secondo te di cosa stava parlando Booth quando parlava della sospensione di giudizi di valore da parte del lettore e dell’accettazione, anche alla cieca, di giudizi diversi dai propri (come narratario, appunto)? È il filtro, è il lettore che diventa un altro individuo e lo vive in una storia. È, appunto, la trasparenza unita all’immedesimazione. Divenire l’altro. Divenire il personaggio. Vivere la vita degli altri e immergersi nella loro visione delle cose. Il borghese bianco diventa il negro nel ghetto e può capire cosa prova e può vedere il mondo dalla sua prospettiva.

    Anche se poi rimane in parte scettico… e infatti un libro non ben realizzato, oppure i cui valori sono così radicalmente diversi da quelli accettabili per il lettore seppur ben scritto, può far trionfare la componente scettica del lettore a scapito del credulo narratario e portarlo a chiudere il libro. Esempio: ho letto molti commenti di gente su Goodreads che ha apprezzato molto il brutto stile Literary di Perdido Street Station, ma ha dovuto smettere di leggere perché la sensazione di sporcizia, di degrado, di marciume era nauseante… ecco, Mieville ha vinto, ha trasmesso ciò che voleva trasmettere, ma ha anche fallito perché quei lettori erano disgustati da ciò che stava facendo vivere loro. I gusti sono gusti, non ci si può far nulla: per loro quella tecnica bastava a coinvolgerli, tant’è che l’effetto c’è stato, e se Mieville avesse scritto meglio al massimo li avrebbe digustati ancora di più e scacciati ancora prima!

    E’ tutto un lavoro in bilico tra creduloneria e scetticismo, con l’autore retore che cerca di far proseguire la lettura al lettore.
    Semplice, no?

    Riguardo il “tentativo di bandire ogni individualita’ di scrittura nel nome dell’ipostatizzazione del proprio gusto personale” connesso alle regolette da rispettare… si vede proprio che non hai letto Booth che invece dimostra come partendo dalle REGOLE, perché senza regole c’è solo brodaglia informe, si possono avere autori e stili molto diversi grazie proprio alla piena potenzialità del filtro del Punto di Vista profondamente immerso nella mente del personaggio (il tutto scelto con cura dall’Autore Implicito, per sostenere quanto desiderato… tra cui la “premise” appunto). Appunto, Mostrando e usando sensatamente i mezzi della Retorica è possibile fare buona Retorica senza scacciare il lettore dalla storia, lasciandolo immerso.
    Si può fallire, può esserci un “cattivo libro”, Booth lo dice… il cattivo libro è quello che viene chiuso dal lettore perché la visione del mondo scelta dell’Autore Implicito non viene imposta con successo.
    Cattivo in senso oggettivo, mal costruito come retorica, oppure cattivo rispetto al lettore come nel caso visto con Perdido… e in tal caso non si può far niente! Amen.

    Intendendolo invece come Literary Fiction, ovvero l’agenda creativa del bello per il gusto del bello e della volontaria negazione della trasparenza, le cose cambiano. Magari è bello. Non lo so, non mi occupo di cose che non siano Narrativa.

    Comunque,riguardo la Literary Fiction, bisogna sottolineare che Booth non la tratta (se non nella frecciatina alla brodaglia informe) e la definizione così positiva (bello per il bello) è più mia, che la difendo teoricamente, piuttosto che reale visto che, come saprai, Literary Fiction è una etichetta esclusivamente commerciale nata negli anni 1950-1960 e ormai utilizzata solo per marchiare testi supponenti e mal scritti, ma con un’aria snob ed elitaria che eccita gli intellettualoidi con un fascino paragonabile a quello che i “fascisti” in senso ampio -reazionari russi, nazisti ecc…- provavano per l’esoterismo e per la verità raggiungibile da pochi.
    Il libro serio è quello che pochi possono riuscire a leggere, con sforzo immane… la verità celata, quella che pochi dominatori possono raggiungere, uomini superiori al popolo schiavo…
    Posizioni affascinanti, certo, ma non ho la mentalità elitaria e fascista per apprezzarle davvero. Preferisco la Narrativa, più popolare e comprensibile a tutti coloro che vogliano comprenderla.

    Ma usciamo dall’ambito della Narrativa come Retorica perché un testo così goffo, seppur studiato per essere tale, fallisce nel suo compito come falliva l’Asianesimo contro la terza via di Cicerone (o contro l’originale di Demostene, vedi Audisio per il commento di preferenza di Demostene rispetto a Cicerone).

    Per il resto citando il “gusto di Tapiro” (???) e la non comprensione di cosa sia la “trasparenza” dimostri di non aver letto Rhetoric of Fiction (né alcun manuale di scrittura decente, perlomeno non senza saltare righe e capoversi a caso). Trolling atto a controbattere alla conoscenza con sparate random, a quanto pare… squallido.

    Sparar sciocchezze è facile, mentre i miei commenti per rispondere decentemente alle sciocchezze richiedono molto tempo. Idem i commenti di Tapiro, immagino. E io non ho la pazienza di Tapiro. Qundi ciao, piacere di aver letto la tua “opinione”.

    Scusate gli errori di battitura, ma sono stanco per trovarli tutti…

  23. ha dovuto smettere di leggere perché la sensazione di sporcizia, di degrado, di marciume era nauseante…

    E’ lo stesso motivo per cui non sono mai riuscita a leggere Delitto e Castigo ._.
    D’altronde sono solo una delicata fanciulla.
    Per il resto concordo col Duca, basta col Troll Feeding.

  24. Polveredighiaccio

    Tapiro sull’Ulisse mi hanno fregata! ^^
    La prof lo aveva dipinto come un libro essenziale perché pieno di sperimentalismo, ci aveva parlato per ore del capitolo senza punteggiatura come di qualcosa di straordinario!
    Ho arrancato per un anno su quelle pagine dicendomi che se veniva tanto acclamato non potevo non apprezzarlo. Che cosa mi mancava per capirlo?
    Poi l’ho lasciato perdere perché l’ho trovato incomprensibile e di conseguenza noioso! :Q________

    Di Dickens adoro i riferimenti ai costumi del periodo. Quando parla di picnic a base di pasticcio freddo e descrive le portate e i vini mi entusiasma (ah, le bottiglie di Madera! *_*). Nel Circolo Pickwick racconta il processo del protagonista, dettagli sul sistema legale (e un siparietto comico sul concetto frainteso di habeas corpus!). Mi piace perché ha spunti comici e perché riesco a “vedere” le camere dei miserabili e i banchetti dei ricchi.
    Niente che riguardi la tecnica con cui scrive ma solo il modo in cui colpisce il mio immaginario.
    Di Dostoevskij amo tutto, ma al primo posto i Karamazzoff! ^^
    Mann non mi piace perché non riesco a immedesimarmi nei suoi personaggi. Li trovo freddi, impostati. Nessun coinvolgimento.
    Il suo modo di scrivere/descrivere mi disturba. -.-
    Mi annoia, cosa che non capita con i due autori sopra indicati.

  25. Mann non mi piace perché non riesco a immedesimarmi nei suoi personaggi. Li trovo freddi, impostati. Nessun coinvolgimento.
    Il suo modo di scrivere/descrivere mi disturba. -.-

    Sai qual’è la differenza?
    Che Dickens e Dostoevskij tentano di raccontarti una *storia*; tentano di avvincerti alla loro vicenda e ai loro personaggi. Così come anche scrittori più incapaci e più intrusivi, come Balzac (Rastignac, Vautrin, Lucien de Rubempré, la cugina Bette sono personaggi che rimangono impressi anche se Balzac scrive da cani). Attraverso la storia cercano magari di farti passare le loro idee e riflessioni, la loro visione del mondo – ma in primo piano c’è la storia.
    Mann invece, con poche eccezioni – es. I Buddenbrook – non tenta di raccontarti una storia. Quello che succede è che, ad ogni pagina dei suoi libri, ti trovi l’Autore in persona seduto in poltrona di fronte a te che ti fa: “Questa è la mia Opera. Dirò un mucchio di cose intelligenti a cui tu non avresti mai pensato, perciò concentrati e vedi di capirmi; non costringermi ad abbassarmi al tuo livello”. Il Doctor Faustus, per esempio, è la quintessenza dell’Autore-che-Pontifica mascherato da romanzo (neanche troppo bene, infatti la storia quasi non esiste).

  26. Sempre a tema scrittura di 100 anni fa, consiglio la lettura di Love Among the Chickens di Wodehouse. Ne esistono due versioni, quella del 1906 e quella del 1921. Come mai? Indovina indovinello… l’autore si accorse che la prima era invecchiata male e che il suo stile di scrittura non era all’altezza di quello raggiunto anni dopo, per cui ne approfittò per riscriverla cambiando drasticamente i primi capitoli che divennero in prima persona (prima erano in terza e l’opera diventava in prima successivamente).

    Il narratore invadente che faceva capolino nei primi capitoli dell’edizione del 1906 lasciò spazio addirittura nel 1921 a un abbozzo di uso della penetrazione profonda del POV, con i pensieri del personaggio che si mischiano al testo filtrando le percezioni. Non uno stile perfetto, ma per l’epoca uno Show così “maturo” nella comprensione delle sue conseguenze merita un applauso.

    Una cosa che mi dispiace sia sparita nella nuova edizione è quando, all’inizio, comunica elegantemente alla padrona di casa che se il giovane ospite della camera sopra la sua si metterà a canticchiare inni patriottici in piena notte ancora una volta, probabilmene non avrà l’occasione di diventare vecchio. LOL.

    Una commedia garbata per signori col monocolo vecchi dentro, come me, e per signorine per bene. Me l’ha consigliata Angra, che è un gentiluomo.

    Le edizioni italiane disponibile di L’Amore tra i polli credo siano traduzioni di quella del 1921, ma potrei sbagliarmi, l’ho letto solo nelle edizioni in inglese (si trovano su Gutenberg).

    I Buddenbrook è da tanto che volevo leggerlo, ma la fama di certe altre opere di Mann e le dimensioni non ridottissime di questa mi avevano bloccato. Penso che appena possibile lo leggerò.

  27. Odio Mann, al ricordo di cane e padrone mi viene ancora il sudore freddo. Se lo critichi hai la mia approvazione sempre e comunque.

  28. Un lettore dotato di un minimo di cultura letteraria e senso critico, dopo mezza riga di quell’incipit… semplicemente riconoscerebbe la celeberrima novella manniana, punto. Che possa confonderne la paternità con una di Sergio Rocca (perdoni la mia ignoranza, confesso candidamente di non aver mai sentito nominare costui) mi pare alquanto fantasioso e che se ne esca poi con un “sticazzi chemmerda” suppongo costituisca una canagliesca provocazione (come del resto il tono di tutto il post).
    Mi creda sono capitato qui per caso e sinceramente non è mia abitudine commentare i blog altrui, ma senza offesa, ad una sequela di str… ehmm, amenità di questa portata è difficile rimanere indifferenti eh! Poi ho scorso frettolosamente la sua top 100 e ho inquadrato un po’ il personaggio (“alternativo ad oltranza”)…

    A parte il fatto che l’insistito classicheggiare del passo da lei citato (sfuggì anche a me lo riconosco ad una prima frettolosa lettura) sottintende una quasi impercettibile venatura parodistica dell’autore nei confronti della passione che consuma il suo personaggio (un po’ come meno velatamente amava tratteggiare taluni dei propri il grande Dostoevskij, senza per altro inibirne la potenziale drammaticità), che il decadentismo di Mann in grado di destreggiarsi fra incipit e periodi di cui non a caso lei cita un saggio di maestria, veleggi un lirismo (sennò lo chiamavano minimalismo) neppure vagamente echeggiabile fra le pagine dell’idolatrato P.K.Dick, che ciò le sia particolarmente indigesto e urti la sua ucronica sensibilità, temo (per lei) non smuova di uno iota l’opera del Nobel anseatico dal canto che legioni di entusiasti lettori d’ogni provenienza idealmente gli assegnano.

    Veda, io stesso non sono un assiduo di palchi d’opera nè di conservatori e ad un concerto di Pollini o di Accardo confesso di preferire gli accattivanti fraseggi di un Fresu o anche le suadenti melodie di uno swing di Arbore (why not?) tuttavia mai mi sognerei di apostrofare con un “chemmerda” uno studio di Chopin e meno che mai una ciaccona di Bach, piuttosto sono pronto a riconoscere di non essere in grado di apprezzarle e quindi di goderne.

    Potremmo chiuderla salomonicamente con un conciliante “De gustibus…” con quel che segue (dopodiché Morte a Venezia rimane il capolavoro che è, e, con tutto il rispetto, il “suo” Sergio Rocca più che immortale…”mortalmente” marginale) ma mi sembrerebbe di tradire quanto di meraviglioso il Maestro tedesco mi ha trasmesso nell’arco di anni di proficue e gratificanti letture.
    La verità (o ciò ch’è più sensato dire, se preferisce) è che come io non so cogliere le raffinatezze stilistiche di cui sopra né apprezzare sino in fondo lo spirito che anima le opere di un P.K.Dick piuttosto che di un Orwell (che pure, mi creda, mi sono sforzato di leggere) parimenti lei non è in grado (ma non per impreparazione, sia chiaro, per una sorta di sensibilità che in ognuno di noi si differenzia talora sostanzialmente) di percepire la genialità di quest’opera che, vorrei ribadire a scanso di equivoci, non risiede certamente (o solo in parte) nella sia pur magistrale struttura stilistica (bastasse scrivere bene chi più di Eco avrebbe diritto a un Nobel…) io mi riferisco al contenuto artistico, l’atmosfera che vi si respira, l’emozione, lo stupore, lo struggimento, il tormento, il dissidio, il travaglio (e altro ancora) che l’autore per mezzo del suo alter ego ha saputo trasmettere (a me come ad intere generazioni di lettori) nel corso di oltre un secolo dalla sua pubblicazione (che emeriti besuiti pretenderebbero assimilare ad una mera vicenda di pederastia).

    (P.S. Non perpetri un torto anche nei confronti dell’incolpevole Castellani e ponga mano al correttore: non l’auree chiome di Tadzio mutano l’ondeggiar fluttuante, bensì l’intensità del levante 😉
    Edificanti letture!)

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