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Draghi come pterodattili: una lezione di metodo

PterodattiloIn un articolo vecchio ormai di tre o quattro anni, Gamberetta si lamentava degli ambienti del fantasy italiano – e dei salotti letterari italiani in genere – perché passavano più tempo a porsi quesiti sul valore sociale della narrativa, sui drammi della propria epoca e sul valore simbolico-politico-metallurgico di questo o di quel Grande Scrittore nella Storia della Letteratura (con tutte le maiuscole al posto giusto), invece che discutere della plausibilità di costruire un’intera città nell’occhio di una salamandra gigante.
Ho sempre cercato di attenermi al suo consiglio, ma se sono sempre riuscito a evitare articoli del tipo: “Tolkien: una lettura teocon”, devo ammettere di non essermi mai dato molto da fare con le salamandre. Oggi farò parziale ammenda.

Parlando di fantasy tradizionale, una delle domande che su blog e forum tende a riemergere periodicamente è: “Come figa fanno a volare i draghi?”. La massa di un drago, infatti, sarebbe troppo grande perché le sue ali possano sollevarlo da terra e farlo schizzare in cielo come D&D ci ha abituati. Peggio ancora se al drago aggiungiamo la massa del cavaliere (rigorosamente in armatura milanese e lancia in resta) che gli salta in groppa.
In queste discussioni, generalmente si creano tre fazioni. Quelli che dicono: “I draghi sono un assurdo fisico, bisogna espungerli o quantomeno avere la compiacenza di togliergli le ali o renderle inutili al volo, come per le galline”; quelli che dicono: “Magari se facciamo le ossa del drago sufficientemente cave, riduciamo la massa del drago e ingrandiamo le ali in proporzione al resto del corpo, riusciamo a creare un drago plausibile”; e quelli che dicono: “Nn spakkarmi la minkia, qst è fntasy mica scienza!”, o, nella variante meno ritardata: “Non è necessario che il drago debba essere scientificamente coerente per scrivere una bella storia coi draghi volanti”.
Ora – alcuni dei miei lettori abituali forse lo troveranno strano, ma non sono in completo disaccordo con la terza corrente di pensiero. Mi spiego. La narrativa, come giustamente dice il Duca, è una forma di Retorica, e uno dei suoi obiettivi – specialmente se stiamo parlando di narrativa fantastica – è la sospensione dell’incredulità, ossia quello stato in cui il lettore è così assorbito dalla vicenda che non ne questiona la validità e si diverte. Non importa come la sospensione dell’incredulità sia raggiunta, purché sia raggiunta.

Armatura milanese

Una comoda e pratica armatura alla milanese. Il drago ringrazia.

Questo significa che nella mia storia posso mettere cose implausibili come draghi volanti che trasportano cavalieri in armatura completa, se riesco a fare in modo che il lettore non se ne accorga o che comunque lo accetti spontaneamente. Ho letto un libro di Mellick – di cui probabilmente parlerò prima della pausa estiva – in cui a un uomo è stata fatta un’operazione chirurgica che ha trasformato la sua faccia in un enorme hamburger con gli occhi a palla; non solo, ma nella sua nuova faccia hanno messo così tanti conservanti che quest’uomo ha superato i cent’anni ed è ancora in forma smagliante. Tutto questo è semplicemente ridicolo; tuttavia, la vicenda è inserita in una storia così internamente coerente, così divertente e dal ritmo così serrato che la si accetta senza troppi problemi.
Inoltre, possiamo prenderci una certa libertà quando si tratta di elementi marginali della storia. Se la cavalleria di draghi volanti è al centro della mia storia e non sono riuscito a rendere plausibili questi draghi, allora ho un problema; ma se la storia parla d’altro e a un certo punto appare un contingente di cavalieri a cavallo di drago volante, potrebbe essere ok.

Tuttavia, la soluzione della plausibilità scientifica rimane la strada migliore, quando è praticabile. Se sono sicuro di ciò che sto scrivendo, generalmente riuscirò a scriverlo meglio, e a trasmettere questa sicurezza anche al lettore. Se so esattamente come funziona il mio drago, probabilmente riuscirò a mostrarlo meglio. E se la mia soluzione è particolarmente furba e/o originale, mi distinguerò dagli altri scrittori che si sono occupati di draghi volanti.
E’ per questo che, quando per caso mi imbatto in un sito o un blog che si occupa di argomenti accademici, me lo salvo da qualche parte e lo tengo d’occhio. Non avrei mai il tempo di occuparmi della fisica dei draghi, ma se c’è qualcun’altro che lo fa al posto mio, be’, cambia tutto!
Qualche settimana fa ho accennato al blog The Palaeobabbler. Ebbene, navigando in modo del tutto casuale tra gli articoli del blog, mi sono imbattuto in un fatto di cui non ero a conoscenza. Pare che da lungo tempo i paleontologi si interroghino e si pikkino su una questione molto simile a quella sulla possibilità che i draghi volino, con la differenza che riguarda un animale realmente esistito.
E la domanda è: ma come cazzo facevano gli pterodattili a volare?

Dannato pterodattilo

Ma soprattutto, come diavolo facevano a sollevare automobili?

Molte famiglie di pterosauri erano veramente enormi, arrivando a raggiungere la stazza di giraffe. Molti scienziati hanno quindi messo in dubbio che gli pterosauri potessero volare – ossia che riuscissero a darsi la spinta necessaria da staccarsi da terra, e che poi riuscissero a sostenersi in volo.
Cito testualmente il Palaeobabbler:

Put simply, the problem is as follows: pterosaurs appear to have not had strong enough legs to launch themselves into the air as birds do. This might not seem like a problem if you imagine the huge beasts diving off of cliffs and catching the air like a paraglider might, however, the larger pterosaurs are most abundant in flat, terrestrial environments, even preying on small dinosaurs. Without the use of powerful leg muscles, or cliffs to sail off, how on Earth did they launch themselves?

Ed ora, ecco una possibile risposta:


Lo pterodattilo spicca il volo!

It turns out they very well might have used their incredibly strong flight muscles in their arms to do the job, using some acrobatics which to us might seem insane, yet are the same sort of movement used by some vampire bats.

Se l’argomento è riuscito a catturare la vostra attenzione, ecco l’articolo del blog da cui ho tratto questa ipotesi . Oltre a una serie di link alle fonti del blogger, c’è anche un breve video che mostra il modo in cui uno di questi pipistrelli vampiro acquista velocita’ per spiccare il volo. Immagino che tutti coloro che hanno partecipato a Deinos saranno entusiasti all’idea di approfondire questo problema paleontologico.

Per quanto mi riguarda, voglio aggiungere due note.
Primo: se la soluzione funziona con gli pterodattili, potrebbe funzionare anche per i draghi. Why not? Non risolve il problema di come possano portarsi in groppa 100 e passa chili di carne e ferraglia, ma almeno rende plausibile il fatto che possano spiccare il volo e volteggiare nell’aere. E poi, un drago che prende la rincorsa a quel modo certo dev’essere una bella vista – mostrarlo in una scena potrebbe farvi guadagnare qualche punto.
Secondo: perchè i paleontologi arrivassero a questa ipotesi c’è voluta un’escursione nel campo della zoologia! Questa è l’ennesima dimostrazione dell’importanza di non limitare il proprio campo di studi a una sola specializzazione. In particolare uno scrittore, se vuole essere bravo a mostrare e se non vuole rimanere a corto di idee, dovrebbe cercare di farsi un minimo di cultura in quante più discipline possibili. Una delle ragioni per cui a molti di voi piace Stephen King, è perchè quando parla dell’effetto di un proiettile che ti si infila nella rotula, quando descrive una frattura esposta, o quando fa muovere gli uomini di un reparto speciale dell’esercito, sembra sapere di cosa sta parlando – benchè King non sia nè un medico, nè un militare1.
Diventare esperti di tutto ovviamente è impossibile; ma il mio consiglio è di tenere gli occhi aperti, e ogni volta che vi imbattete in un sito o un blog o un qualcosa di potenzialmente utile, salvatevelo da qualche parte. Chissà che non possa tornarvi utile.

Pene a forma di drago

E in definitiva, suonerò un po’ naif, ma a me i draghi sono sempre piaciuti.

***

Quanto a Ray Bradbury, voglio lasciargli anch’io un commiato, anche se un po’ tardivo.
E come ho già detto in un commento, a me piace ricordarlo così:

(1) La gestione delle ferite è sempre una delle cose che mi ha dato più problemi, e in generale può essere una vera scopa in culo per lo scrittore non esperto di medicina. David Page ci è venuto in aiuto con il manuale Body Trauma: A Writer’s Guide to Wounds and Injuries.
Il manuale avrebbe potuto essere organizzato meglio, ma rimane una buona fonte di informazioni quando abbiamo l’urgenza di gambizzare il nostro protagonista.Torna su