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Saggistica: Quando la profezia non si avvera

Quando la profezia non si avveraAutori: Leon Festinger, Henry W. Riecker, Stanley Schachter
Titolo originale: When Prophecy Fails: A Social and Psychological Study of a Modern Group That Predicted the Destruction of the World
Argomento: Sociologia / Psicologia
Editore: Il Mulino
Collana: Collezione di Testi e Studi / Sezione di psicologia

Anno: 1956
Pagine: 264

Come forse vi avranno detto, una settimana fa doveva finire il mondo. E niente – ci sono stati disguidi tecnici, forse si sono dimenticati di avvisare il pianeta che doveva esplodere, ma fatto sta che siamo ancora qua a cercare di dare un senso alle nostre vite. Ma tranquilli: mi hanno assicurato che risolveranno tutto in dieci-quindici giorni lavorativi.

Ora però vi racconto un fatto che vi apparirà strano. Fino a due-tre anni fa, quando la prospettiva della fine del mondo era ancora remota e il credere o meno nelle profezie Maya non aveva un grosso impatto nella vita quotidiana, erano in molti a baloccarsi con questa storia – Hollywood era persino riuscita a cavalcare l’onda e a regalarci un nuovo capolavoro di quel gegno di Roland Emmerich. E quanti libri sul 21 Dicembre ha venduto, Giacobbo? Eppure, mano a mano che la data si avvicinava, il chiacchiericcio attorno alle profezie è molto scemato. C’è stato un lieve picco nell’ultima settimana o due e fino alla sera del 21, certo; ma a quel punto i vari programmi televisivi la buttavano in scherzo, senza più tutto quel marketing che ci mettevano nel lontano 2009 o nel 2010.
Cos’è cambiato da allora? Che il 21 Dicembre, ormai, era talmente vicino, che il credere o meno che sarebbe successo qualcosa, non era più indifferente dal punto di vista pratico. Non si poteva, ad esempio, prendere sul serio la profezia della fine del mondo, e contemporaneamente andare al cinema a guardare un film catastrofista. Se io credo che terminerà la civiltà umana o che comunque non sarà più come prima, chi me lo fa fare di continuare a studiare o lavorare invece di godermi gli ultimi giorni? Chi me lo fa fare di andare al cinema a vedere un film di Emmerich? Perché non dovrei sperperare tutti i miei risparmi, dato che comunque non mi serviranno più a niente?
Dico una banalità: io e dei miei amici dovevamo prenotare un albergo per le vacanze di Natale. Come potevano seriamente fare dei piani sulle nostre vite dopo il 21 Dicembre, e contemporaneamente dare il benché minimo credito alla profezia Maya? Tra le due convinzioni si veniva a creare una dissonanza cognitiva.

Dissonanza cognitiva
Di cosa stiamo parlando? Lascio che a spiegarcelo sia la persona che ha coniato il termine, lo psicologo sociale Leon Festinger:

Due opinioni, due convinzioni o due conoscenze sono dissonanti quando non vanno d’accordo, cioè se sono incoerenti o se una non deriva logicamente dall’altra. Per esempio, un fumatore convinto che il fumo sia nocivo per la sua salute ha un’opinione dissonante con la conoscenza del fatto che continua a fumare. Potrebbe avere altre opinioni, altre convinzioni o altre conoscenze che sono consonanti con l’abitudine di fumare ma la dissonanza esiste comunque.
La dissonanza produce disagio, e di conseguenza si creano delle pressioni per ridurla o per eliminarla. I tentativi di ridurre la dissonanza rappresentano le manifestazioni osservabili della sua esistenza. Potrebbero assumere una di queste tre forme, o tutte e tre: la persona potrebbe tentare di modificare una o più delle convinzioni, delle opinioni o dei comportamenti coinvolti nella dissonanza; acquisire nuove informazioni o nuove convinzioni che aumentino la consonanza in essere e quindi facciano diminuire la dissonanza; dimenticare o ridurre l’importanza delle cognizioni che si trovano in una relazione dissonante.

Dottori che fumano Camel

Vai tra! Se lo fanno pure i medici…

Nel momento in cui la profezia Maya della fine del mondo non era più un fatto curioso ancora lontano del tempo, ma una possibile realtà a pochi mesi, o settimane, o giorni dal realizzarsi, ecco che nella testa di chiunque l’avesse anche solo remotamente presa in considerazione, è nato il conflitto, la dissonanza: la mia vita cesserà e cambierà radicalmente tra poco tempo, eppure continuo a comportarmi e a fare piani sul futuro come se nulla dovesse accadere. Non si può vivere a lungo senza risolvere questo conflitto interiore.
La maggior parte delle persone risolvono la dissonanza buttando sul ridere l’idea della fine del mondo, abbandonandola – oppure modificandola radicalmente; si vedano le teorie del tipo “il mondo non finirà, ma ci sarà un grande cambiamento positivo”1 – e continuando a vivere la vita di tutti i giorni. Ma cosa succede, invece, a quei pochi fermamente convinti che davvero il mondo cesserà di esistere, e che si regoleranno di conseguenza? Cosa ne sarà di loro, quando la profezia non si avvererà, e si accorgeranno di aver lasciato il lavoro, o bruciato tutti i propri soldi, o tagliato tutti i ponti con la società, per niente? E’ quello che si chiede Leon Festinger in Quando la profezia non si avvera.

Quando la profezia non si avvera
Festinger e i suoi colleghi avevano studiato a lungo, nei libri, casi di movimenti millenaristi del passato che predicevano l’imminente fine del mondo. Essi sono un terreno particolarmente fertile per studiare la dissonanza cognitiva; ossia, per la precisione, per studiare come reagisce un individuo quando la realtà smentisce una convinzione in cui aveva investito tutto.
Sarà un uomo poco disposto a cambiare idea, anche di fronte alla prova più lampante del suo errore; se infatti dovesse ammettere che il mondo non è finito e non finirà, che lui è stato così stupido da lasciare lavoro, famiglia, amici scettici, in una parola tutta la sua vita, per un’illusione, come potrebbe vivere in pace con sé stesso? Questa persona, allora, farà di tutto per aggrapparsi alle sue convinzioni e continuare a pensare che aveva ragione.

Un uomo che ha delle convinzioni radicate è un uomo difficile da cambiare. Ditegli che non siete d’accordo con lui e vi volterà le spalle. Mostrategli dei dati o delle cifre e metterà in dubbio le vostre fonti. Fate appello alla logica e non capirà la vostra posizione.
Sappiamo tutti quanto sia inutile tentare di modificare una convinzione radicata, specie se chi la porta avanti ci ha investito sopra. Conosciamo tutta la varietà degli ingegnosi meccanismi difensivi con cui le persone proteggono le proprie convinzioni, riuscendo a mantenerle illese dagli attacchi più devastanti. […] Quell’individuo si dimostrerà spesso non solo indifferente ai dati di fatto che sconfessano la sua convinzione, ma anche più sicuro che mai della veridicità delle sue idee. Anzi, potrebbe dimostrare addirittura un nuovo fervore che lo porterà a cercare di fare nuovi proseliti.

Fine del mondo

“Poi non dite che non ve l’avevo detto!”

Festinger definisce le cinque condizioni in cui lui e i suoi colleghi si aspettano di osservare, dopo la smentita di una convinzione, non l’abbandono dell’idea ma anzi un rinnovato fervore:

1. La convinzione dev’essere profondamente radicata e avere una certa rilevanza per l’azione, ossia per ciò che la persona fa o per il modo in cui si comporta.
2. La persona che sostiene quella convinzione deve aver agito in suo nome; vale a dire che deve aver intrapreso qualche azione importante e difficile da revocare. In linea generale, più importanti sono queste azioni, e più è difficile revocarle, maggiore è l’impegno dell’individuo nei confronti della sua convinzione.
3. La convinzione dev’essere sufficientemente specifica e sufficientemente legata al mondo reale da far sì che gli eventi possano smentirla inequivocabilmente.
4. Questa innegabile smentita deve determinarsi, e dev’essere riconosciuta da colui che sostiene la convinzione.
5. Il fautore dell’idea in questione deve godere di un certo sostegno sociale. E’ improbabile che un sostenitore isolato possa reggere alle prove che la smentiscono. Se invece fa parte di un gruppo di persone convinte di potersi sostenere a vicenda, dovremmo aspettarci che l’idea che li accomuna venga mantenuta e che i suoi sostenitori tentino di fare proseliti e di persuadere altri della sua intrinseca validità.

La terza e la quarta condizione spiegano perché lo studio dei culti millenaristi sia particolarmente interessante: perché sia possibile studiare la reazione alla smentita è necessario che questa smentita sia inequivocabile, quindi la fine del mondo deve avere una data precisa. Il caso della profezia Maya – 21 Dicembre 2012 – è un esempio lampante: non c’è spazio di manovra, se il 21 Dicembre non succede niente la profezia è stata falsificata.
Ma la vera chiave di volta è la quinta condizione. Perché una convinzione sia rafforzata, abbiamo bisogno del sostegno di altre persone. Dobbiamo vedere la nostra credenza riflessa negli occhi delle persone che ci circondano. Questo è un fenomeno che possiamo toccare con mano tutti i giorni. Noi sentiamo il bisogno che le nostre scelte di vita siano approvate, e condivise, da coloro che amiamo, da coloro che rispettiamo, dalle persone del nostro ambiente. Abbiamo bisogno di riconoscimento, di stima2. E questo spiega perché il millenarista smentito senta il bisogno di fare proseliti per sposare altre persone alla sua causa.

Scherzi sulla fine del mondo

Chiedo scusa per la battuta. Vi prego, perdonatemi.

Il culto di Marian Keech
I culti del passato studiati dall’equipe di Festinger parevano corroborare questa tesi, tuttavia gli episodi tratti dalla Storia, non osservati direttamente, hanno una validità sperimentale assai scarsa. I documenti sono sempre molto lacunosi, e poi come si fa a essere sicuri che sia andata proprio in quel modo? L’ideale, per gli psicologi di Stanford, sarebbe stato poter studiare un movimento millenarista dal vivo.
L’opportunità si presenta nel 1954. Un quotidiano locale pubblica un articolo in cui si parla di un culto che predice un imminente disastro apocalittico: Secondo una casalinga di periferia, Marian Keech, residente al numero 847 di West School Street, poco prima dell’alba del 21 dicembre Lake City verrà distrutta dall’esondazione del Great Lake. La signora Keech dichiara di essere in contatto con degli esseri superiori (identificati sia come degli alieni, che come degli spiriti), i quali intendono mettere in guardia gli esseri umani dalla catastrofe e salvare pochi eletti. La profezia verrà poi elaborata come la predizione della fine del mondo, o comunque di un disastro che spazzerà via la maggior parte del nostro pianeta e lo cambierà per sempre.

Venuti a sapere dell’esistenza di questo culto, Festinger e i suoi decidono di studiarlo. Dopo alcune manovre di avvicinamento alla signora Keech (prima una telefonata, poi la visita di uno studente di psicologia che si finge interessato a entrare nel culto), l’equipe di Festinger cercherà di infiltrare dei propri membri all’interno del movimento. Il fine è doppio: recuperare quante più informazioni possibili sul culto e i suoi membri, e assistere di persona a quel che succederà quando il 21 Dicembre sarà trascorso e la profezia non si sarà avverata. Quando la profezia non si avvera è la storia di questa infiltrazione, e un magnifico reportage della storia del culto dall’Ottobre 1954 fino al Gennaio successivo e al suo graduale scioglimento.
Dopo un primo capitolo introduttivo, in cui Festinger illustra in breve la teoria della dissonanza cognitiva e i risultati raggiunti con lo studio dei movimenti millenaristi del passato, si entra nel vivo con la storia della signora Keech. Il saggio è interamente dedicato alla setta di Lake City. Dapprima si introducono i membri principali del culto, con tutte le informazioni che l’equipe di Stanford è riuscita a ricavare su di loro. Quindi, sono raccontate le prime fasi di vita del culto, quelle fasi nebulose precedenti all’articolo uscito in Settembre e all’infiltrazione di studenti dell’università. I capitoli successivi mostrano, attraverso le rilevazioni fatte dagli infiltrati, gli ultimi mesi di vita del movimento, fino al fatidico 21 Dicembre e oltre.

Aliens Guy

Quando la profezia non si avvera è scritto magnificamente. La prosa è talmente semplice e scorrevole, che anche un lettore completamente digiuno di saggistica non avrebbe problemi a leggerlo. La tensione è tale, man mano che ci si avvicina a quel maledetto 21 Dicembre, che si divora tutto d’un fiato – io ho cominciato un sabato mattina, sul presto, e sono andato avanti ininterrottamente (salvo pause fisiologiche e pranzo) fino a metà pomeriggio, quando l’ho chiuso. Il libro intreccia il racconto dei fatti alla formulazione di ipotesi e riflessioni attorno a quegli stessi fatti, sicché si ha l’impressione di stare leggendo ora un saggio, ora un reportage giornalistico, ora (quasi) un romanzo.
Man mano che si va avanti, si comincia addirittura a provare empatia per le persone coinvolte nella vicenda (empatia acuita dal sapere che è tutto vero, queste persone hanno realmente fatto quel che hanno fatto – benché, per motivi di privacy, tutti i nomi di persona e luoghi siano stati cambiati). Le persone che ruotavano attorno alla Keech – come, immagino, a tutti questi culti – non erano un branco di fanatici ritardati tutti uguali, ma individui complessi, ciascuno con le proprie motivazioni per aderire. C’è quello più scettico, quello che dà tutto sé stesso per il movimento, quella che tenta di sostituirsi al leader, quello che attacca sempre il leader e fa il bastian contrario però alla fine si adegua; la figlia di cultisti che diventa cultista suo malgrado ma finisce per crederci pure lei, quello che si allontana sul più bello, e così via. Seguire l’evoluzione di ciascuno di loro è affascinante; ma soprattutto, si finisce per condividere la delusione e la frustrazione che segue alle smentite, e la nuova ondata di entusiasmo quando ci si convince che no, la data vera è un’altra, il mondo finirà veramente, e poi la nuova delusione, e così via…

Nonostante l’argomento, il taglio è comunque molto serio: Festinger precisa sempre quando un fatto è certo (per esempio, perché è stato visto da uno dei ricercatori e subito trascritto), quando è filtrato, quando è dubbio; quali avvenimenti sono fatti e quali solo ipotetici; e così via. E alla fine della storia, Festinger non si dimentica, comunque, di aver raccontato tutto questo per dimostrare o smentire una teoria – e tira le somme.
In chiusura del libro, troviamo un’Appendice metodologica che spiega più nel dettaglio come Festinger e i suoi abbiamo infiltrato membri dell’università del culto, come hanno raccolto informazioni, come abbiano cercato di non influenzare le decisioni dei membri del culto (concetto dell’osservatore che non interviene per non alterare le osservazioni) e come ovviamente questo non sia stato spesso possibile. Festinger non è un illuso, si rende conto di tutti i limiti della sperimentazione delle scienze sociali (dalla irripetibilità di ogni esperimento, all’inevitabile alterazione delle osservazioni causate dall’osservatore, e così via), soprattutto nel caso di un esperimento così poco ortodosso come quello del libro. Ma ciò non significa che queste osservazioni non abbiano valore scientifico – bisogna solo saperle interpretare nel modo corretto, tenendo conto di tutti i limiti. Lo studio di questo caso particolare permette a Festinger di fare una breve discussione teorica sulla metodologia nelle scienze sociali, il che è estremamente affascinante per i profani come me.

Science! Fine del mondo

In realtà abbiamo fatto un lavoro investigativo, non meno che osservazionale. Abbiamo dovuto ascoltare, indagare e fare domande in continuazione per scoprire fin dall’inizio chi erano i membri del gruppo, quanto credevano veramente nell’ideologia, quali azioni intraprendevano coerentemente con le loro convinzioni, e in che misura facevano propaganda o tentavano di convincere il prossimo. Poi abbiamo dovuto continuare ad accumulare questi dati cercando contestualmente di capire quali potevano essere gli sviluppi successivi del movimento: quando ci sarebbe stata la prossima riunione, chi era invitato, dove sarebbero andati i membri del gruppo ad attendere l’inondazione ecc. E abbiamo dovuto fare tutto questo sotto copertura, senza rivelare la finalità della nostra ricerca, fingendoci dei curiosi che credevano nella correttezza dell’ideologia, ma assumendo un ruolo passivo e ininfluente sulle dinamiche del gruppo.
Insomma, i nostri dati sono meno completi di come avremmo desiderato, e la nostra influenza sul gruppo è stata più forte di quanto avremmo voluto. Siamo riusciti tuttavia a raccogliere informazioni sufficienti a raccontare una storia coerente, e per fortuna gli effetti della smentita sono stati abbastanza pesanti da consentire solide conclusioni.

Quando la profezia non si avvera è un raro caso di libro piacevolissimo da leggere e al contempo ricco intellettualmente. Che vi interessi la psicologia sociale, o la dinamica dei culti della fine del mondo, o che siate alla ricerca di spunti sulla mente umana per arricchire i personaggi della vostra storia, o che semplicemente cerchiate una storia vera e ben raccontata, questo saggio vi darà ciò che cercate. L’unico che potrebbe restarne deluso è forse chi studia queste cose già da anni, e magari ci troverà troppo poco, sul piano della teoria psicologica.
Sarebbe interessante applicare le conclusioni del libro a questo 21 Dicembre di cinquantotto anni dopo. Chissà quanti piccoli gruppi di credenti sono rimasti delusi dal trascorrere innocuo della mezzanotte; quanti si sono sciolti immediatamente, quanti invece hanno tratto nuovo vigore e si sono messi a fare proseliti, a dare annunci sulla radio o in una qualche sito o comunità online, nel tentativo disperato di convincere altre persone della loro verità, e di riacquistare così loro stessi la fede nelle loro parole tradite… che poi, alla fin fine, non è che tra qualche anno il mondo finisce veramente?

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(1) E’ interessante vedere, a questo proposito, come ci sia stato un progressivo spostamento nella tesi dominante circa il 21 Dicembre. All’inizio era la fine del mondo. Poi si è parlato di grande cambiamento, non necessariamente catastrofico. Con l’avvicinarsi della data, nelle trasmissioni l’idea dominante è diventata quella di un cambiamento spirituale, più che fisico; e un cambiamento graduale, lento, più che improvviso.
Lo spostamento, quindi, è stato verso una predizione non controllabile (quindi non falsificabile), e più rassicurante (cambiamento positivo, spirituale, etc.). In sostanza, una predizione tranquillizzante e non traumatica per mettere a posto la coscienza e risolvere la dissonanza cognitiva.Torna su

(2) Questo, tra l’altro, si sposa con l’importanza che Eric Berne dà al nostro bisogno di ricevere carezze sociali dalle persone che frequentiamo.Torna su