Archivi del giorno: maggio 14, 2012

Bonus Track: Pavane, o Come non scrivere un’ucronia

PavaneAutore: Keith Roberts
Titolo italiano: –
Genere: Ucronia / Slipstream / Mainstream
Tipo: Raccolta di racconti intrecciati

Anno: 1968
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 290 ca.

Difficoltà in inglese: ***

On a warm July evening of the year 1588, in the royal palace of Greenwich, London, a woman lay dying, an assassin’s bullets lodged in abdomen and chest. Her face was lined, her teeth blackened, and death lent her no dignity: but her last breath started echoes that ran out to shake a hemisphere. For the Faery Queen, Elizabeth the First, paramount ruler of England, was no more…

In un momento cruciale della storia d’Europa, la regina Elisabetta I viene assassinata. In preda alla guerra civile, l’Inghilterra viene conquistata dall’Invincibile Armada di Filippo II di Spagna; in Francia, le guerre di religione terminano con il trionfo della Lega Cristiana e l’ascesa al trono del Casato dei Guisa; in Germania, la rinnovata forza del Papato e dei suoi alleati spezza le ossa delle città-stato tedesche e pone fine al Protestantesimo. Alla fine del secolo, il Cattolicesimo è tornata ad essere l’unica religione d’Europa, e il braccio di ferro del Papato si estende su tutto il mondo occidentale.
Sotto l’occhio severo della Chiesa, il progresso tecnico-scientifico stenta ad affermarsi. Siamo nel 1968, ma l’Inghilterra è ancora un paese rurale punteggiato di castelli e signorotti feudali; ogni nuova tecnologia viene limitata o bollata come eretica dai veti papali. In un Wessex in cui convivono feudalesimo e timide apparizioni di modernità, si intrecciano sei storie: quella di un piccolo macchinista-imprenditore e della sua locomotiva a vapore; quella di un giovane che vuole entrare nella potente Corporazione dei Segnalatori; quella di un prete-stampatore che impazzisce dopo aver assistito alle pratiche dell’Inquisizione; quella di una donna del popolo con l’opportunità di sposarsi col potente signore di Corfe; quella di una ragazzina e dei suoi rapporti con una nave venuta dall’altra parte della Manica; e quella della strenua resistenza di una nobildonna all’autorità del Papa. Intanto, sullo sfondo di queste storie, si muove il popolo degli Antichi, esseri a metà tra mito e realtà che venerano i dimenticati dèi pagani e sembrano dotati di poteri sovrannaturali.

Assieme a The Man in the High Castle di Philip K. Dick, e a Bring the Jubilee di Ward Moore, Pavane è considerato uno dei classici della prima generazione del sottogenere ucronico. La premessa è semplice: cosa sarebbe successo se il Protestantesimo fosse stato soffocato sul nascere e il Papato avesse mantenuto sull’Europa la stessa autorità che aveva nel Basso Medioevo?
E così come nel romanzo di Dick, Roberts decide di mostrare questa divergenza storica attraverso spaccati di vita di gente comune. Dopo la breve premessa a volo d’uccello, Pavane si snoda in sei racconti intrecciati. I racconti sono autoconclusivi, ma alcuni personaggi – come la famiglia di macchinisti-mercanti Strange – e tratti dell’ambientazione riappaiono da una storia all’altra, sicché esse vanno a comporre un unico grande arazzo sulla condizione dell’Inghilterra in questo Novecento alternativo e retrogrado.

Ma come avrete notato, l’articolo di oggi non è un Consiglio. Ci ho pensato per qualche tempo; ho deciso in questo modo perché Pavane – nonostante sia spesso elogiato come “one of the finest alternative histories ever written” – non raggiunge gli standard di qualità minimi per diventare Consigli del Lunedì. Ciononostante, si tratta di un romanzo curioso; e le discussioni avute con Dago e altri utenti sulle ucronie mi hanno convinto che valeva la pena spenderci qualche riga. Soprattutto, vorrei sottolineare dove e perché Pavane ha sbagliato e ha fallito come ucronia.
In coda allo “Sguardo approfondito”, infatti, seguirà una breve riflessione sull’argomento ispiratami dalla discussione con Dago.


Pavana in fa diesis, Op.50, di Gabriel Fauré (1887). Ascoltatela in sottofondo mentre leggete la recensione!

Uno sguardo approfondito
Ciò che mi lascia perplesso di Pavane, tanto per cominciare, è la capacità stilistica dell’autore.
Quando vuole, Roberts è in grado di mostrare una scena in modo efficace. The Signaller, il secondo racconto (nonché il migliore della raccolta), si apre su un ragazzo sdraiato nella neve, immerso in una pozza di sangue. Il ragazzo si riprende, tenta di rimettersi in piedi, di trovare un riparo prima di finire congelato; la telecamera, molto vicina, ci fa percepire il dolore di ogni movimento, la fatica e la difficoltà di sollevarsi, fermare la fuoriuscita del sangue, eccetera.
La capacità di Roberts di mostrare dà il meglio di sé nelle descrizioni delle macchine. Così, nel primo racconto, viene descritto con dettaglio il modo in cui il macchinista Jesse Strange tira fuori la sua locomotiva Lady Margaret dal deposito per l’ultimo viaggio, ci attacca gli altri vagoni, la mette in moto, la guida per la campagna. E del resto, le macchine di Pavane – strano miscuglio di antico e moderno – sono il motivo di maggior fascino del libro, dalle locomotive che viaggiano senza binari ai torni per la stampa gelosamente custoditi nelle abbazie. Su tutte le invenzioni di Roberts trionfano i “semafori”, enormi pali da cui si distaccano due braccia che, mossi all’interno da degli addetti, possono comunicare un’infinità varietà di segnali ad altri semafori collocati a miglia di distanza (un esempio di semaforo lo vedete nella copertina). In un mondo in cui persino il telegrafo è in odore di eresia, i semafori sono il principale mezzo di comunicazione a distanza, e la Corporazione dei Segnalatori – che si tramandano di generazione in generazione il codice dei semafori – è potente e rispettata.

Ma i pregi si fermano qui, perché per la maggior parte del tempo Roberts preferisce (per ragioni incomprensibili) abbandonarsi a un insipido raccontato. La maggior parte dei dialoghi tra i personaggi sono riportati in discorso indiretto, come se l’autore non li ritenesse abbastanza interessanti da riportarli. Molte parti del racconto, anziché essere mostrate attraverso una serie di scene, sono riassunte succintamente.
Decisioni che appaiono particolarmente incoerenti, visto che Roberts non manca quando gli gira di dedicare anche due o tre pagine consecutive alla descrizione della campagna del Wessex.

Telegrafo

Uno strumento chiaramente eretico.

Del resto, l’indifferenza di Roberts ad alternare mostrato e raccontato è una diretta conseguenza della sua disgraziata gestione del pov. Pavane infatti utilizza un bel narratore onnisciente che si avvicina e allontana a suo piacimento dai protagonisti delle storie. Generalmente la telecamera si tiene ancorata al protagonista del racconto, ma il narratore si riserva sempre la possibilità di saltare su un altro personaggio pov o persino di sollevarsi a un’impersonale visuale a volo d’uccello.
Nei racconti più concitati – come Brother John o Corfe Gate – il narratore è anche capace di saltare di pov in pov ogni poche pagine, e nelle scene di massa ricorre spesso alla letale combo narratore onnisciente + riassunto raccontato. Di conseguenza, anche scene teoricamente coinvolgenti come l’assedio di un castello – episodio chiave di uno dei racconti – si trasformano in una monotona esposizione di avvenimenti di cui non ce ne potrebbe fregare di meno.
E le cose non vanno molto meglio nei racconti con pochi personaggi. Nel primo racconto, il pov rimane ancorato tutto il tempo sul protagonista, Jesse Strange; finché, proprio nella scena culminante della storia, il narratore salta per un paio di capoversi su un altro personaggio! E senza neanche dichiararlo in modo evidente: il soggetto rimane “he”, solo che dopo un po’ il lettore capisce che non è lo stesso “he” del capoverso precedente! Mi sono dovuto rileggere il passaggio due o tre volte per capire cosa stesse succedendo. Risultato: ritmo spezzato proprio nel momento più importante, distacco dal racconto, frustrazione. Bella mossa Roberts.

In ogni caso, anche quando la telecamera è vicina, il narratore mantiene sempre una distanza minima rispetto al suo personaggio-pov. E’ impossibile immedesimarsi davvero nei protagonisti di Pavane, perché ogni loro azione ci arriva filtrata dal punto di vista del narratore. Non sentiamo cosa provano i personaggi; invece, vediamo i personaggi muoversi mentre l’autore ci spiega cosa provano. Poiché inoltre i protagonisti cambiano da un racconto all’altro, l’empatia non scatta nemmeno per abitudine. E in un libro il cui argomento è gli effetti che il mondo alternativo provoca sulle persone, impedire l’immedesimazione nei personaggi è un EPIC FAIL.
Il risultato, neanche a dirlo, è che Pavane ha un ritmo lento, a volte lentissimo. Una distesa di noia punteggiata da pochi momenti concitati. La scusa ufficiale è che l’autore voleva replicare, nell’andamento dei suoi racconti, la struttura della pavana – una danza rinascimentale dal ritmo lento e rigido, e dalla melodia malinconica. Allo stesso modo, i sei racconti del libro – che infatti sono chiamati Measures, “misura” o “movimento” – vorrebbero essere i sei movimenti di una composizione lenta, carica di malinconia e struggimento.
Be’, che scusa del cazzo. Un consiglio: qualunque sia lo scopo che vogliate raggiungere, cercate di non annoiare il lettore. Se il lettore proverà noia e indifferenza, difficilmente gli rimarrà spazio nell’anima per malinconia e struggimento. E per essere malinconici, dobbiamo prima di tutto essere emotivamente coinvolti dalla storia!

Pavana

Guardate attentamente questi ballerini di pavana. Non vi sentite già più malinconici?

E come se tutto questo non bastasse, Roberts si lascia pure andare ad eccessi di retorica e di mistica metafisica per gonzi. La Chiesa Cattolica, ovviamente, fa la parte del supercattivo – conservatrice, nemica del progresso, pronta a soffocare nel sangue ogni ribellione e ogni uomo in odore di eresia. Se nei capitoli che tengono la Chiesa ai margini (come i primi due) l’autore riesce a controllarsi, nel terzo capitolo compare nientemeno che l’Inquisizione (oh noes!), e via a pagine e pagine sulle torture, i roghi, l’efferatezza, il popolo che ha ormai in odio il tallone vaticano 1. Nei racconti Brother John e Corfe Gate troviamo pagine e pagine di prevedibile eroismo di impavidi uomini d’Inghilterra che combattono l’odiata Santa Romana Chiesa. Quel che è peggio, le cattiverie della Chiesa sono spesso raccontate e raramente mostrate, cosa che amplifica ulteriormente l’effetto retorico della critica sociale.
Contraltare del cattolicesimo cattivo, affiora nei racconti di Pavane la saggezza superiore, i poteri sovrannaturali e la bontà d’animo degli antichi spiriti pagani (chiamati alternativamente Fairies o Old Ones). Inizialmente gli Old Ones sono solo un elemento di disturbo che appare ai margini dello schermo; se il nodo del libro è l’ucronia, che diamine c’entrano i folletti pagani? Ma, mano a mano che si va avanti in Pavane, queste creature assumono una posizione di sempre maggior rilievo, fino a diventare una sorta di antitesi “buona” (nonché magica) del clero cattolico. Sicché le premesse di un’onesta e realistica ucronia vengono tradite. Inoltre è difficile visualizzare in modo chiaro questi spiriti, dato che le pagine che li coinvolgono sono sempre avvolte in una patina eterea/metaforica/allegorica che ti fa continuamente chiedere, “questa cosa che ha scritto l’autore la devo prendere alla lettera o in modo simbolico”? Addirittura un racconto, The White Boat, acquisterebbe un senso solo se letto in chiave allegorica (e infatti fa schifo)!

Il sospetto, è che Roberts debba fare ricorso a questa patina di retorica (raccontata) e di oscuro misticismo (qualcuno direbbe: poesia) per nascondere le pecche di un’ambientazione incongruente. I dubbi non mancano. Se è divertente vedere fianco a fianco locomotive e Corporazioni dei Mestieri, monaci stampatori di brochure pubblicitarie e piccoli eserciti feudali armati di moschetto, viene anche da chiedersi se tutto questo abbia un senso. Com’è possibile che dei veti papali possano tenere in scacco lo sviluppo tecnico di un intero continente per quattrocento anni? Considerati i vantaggi economici dati dall’impiego di certe tecnologie come l’elettricità o la combustione del petrolio – tecnologie che, ci viene detto nei racconti, sono sotterraneamente conosciute – non abbiano permesso a qualche sovrano o consorteria di ribellarsi all’autorità vaticana e avviare una rivoluzione industriale?
I semafori, per quanto affascinanti, non hanno l’aria di essere strumenti di comunicazione molto efficienti; al contrario, costruirli dev’essere costato una valanga di denaro, date le dimensioni, e per cosa – per dare a una Corporazione privata (quella dei Segnalatori) un potere talmente elevato da poter tener testa al Papa in persona? In cosa consisterebbe il vantaggio di far sviluppare i semafori al posto di più economici (e meno monopolizzabili) telegrafi?

Papa Ratzinger

Papi. Supercattivi dal 1098.

Stiamo arrivando alla radice del problema, ossia l’inconsistenza dell’ucronia di Pavane. L’inconsistenza, d’altronde, sta prima di tutto nella premessa: non ha alcun senso che la morte di una sola persona, fosse anche la regina Elisabetta nel cruciale anno 1588, possa aver provocato la distruzione del Protestantesimo e l’ascesa di un organismo internazionalmente già moribondo come il Papato 2. Delle tre, una: o Roberts, nonostante le sue velleità, è un’ignorante della storia della Riforma e della storia della tecnologia; o si trattava solo di un’esperimento mentale, senza alcuna pretesa di credibilità storica (gonzo-historical fiction); o tutto il libro va interpretato come una qualche allegoria filosoficamente impegnata (il che non mi stupirebbe, se ho ben inquadrato la personalità dell’autore). Delle tre, l’unica tollerabile sarebbe la seconda; senonché un libro gonzo-historical dovrebbe almeno essere divertente o curioso, e non quel concentrato di serio struggimento che Pavane tenta di essere.
Forse anche Roberts aveva intuito l’inconsistenza del suo mondo alternativo, perché ai sei racconti aggiunse una Coda, a mo’ di epilogo. Senonché la Coda – una brutta scimmiottatura di Leibowitz, uscito una decina di anni prima – crea ulteriori problemi di congruenza col resto del libro, rivelandosi al tempo stesso inutile per il lettore e dannosa per l’ambientazione. Non sprecherò altre parole su di essa: cercando nell’Internet, troverete decine di lettori pronte a scagliare maledizioni contro quell’orrendo epilogo (e anche tra i più entusiasti fan di Pavane, la maggior parte vi dirà di fare finta che la Coda nemmeno esista per conservare la coerenza del libro!).

Riassumendo, Pavane fallisce su due fronti:
1. Come ucronia, perché si fonda su premesse inconsistenti e sviluppa un’ambientazione non credibile;
2. Come romanzo di genere, perché incapace di coinvolgere il lettore.
Rimane qualche motivo per leggerlo? Forse. Innanzitutto come curiosità storica, se siete appassionati di storie alternative o di letteratura fantastica; nonostante la sua bruttezza Pavane rimane un classico del suo genere. In secondo luogo, come spunto creativo: alcune invenzioni sono carine, e la giustapposizione di medievale e moderno, anche se spesso illogica, ha un suo fascino. Magari potrete riutilizzare alcune delle intuizioni di Roberts in un’ambientazione e un romanzo migliore. Io, per strano che possa sembrare, sono contento di averlo letto.
Anche a questi coraggiosi (o masochisti), comunque, consiglio di saltare i racconti più brutti – l’illeggibile The White Boat e il retorico Brother John.

Corfe Castle

Le rovine di Corfe Castle, uno dei luoghi chiave del libro. Voglio andarci.

Sull’ucronia
In chiusura alla recensione, voglio proporre una discussione sulle ucronie e sul funzionamento delle divergenze storiche. La discussione è ispirata allo scambio che ho avuto con Dago nei commenti all’articolo sul saggio Storia economica dell’Europa pre-industriale. Le prime tre battute sono quasi identiche, con diversi tagli e modifiche minori. Lo scambio sull’ucronia invece l’ho inventato di sana pianta, e si ricollega alla recensione di Pavane. E’ che mi piacciono le ringkomposition.

Io: Se non si conoscono i meccanismi della storia e dell’evoluzione delle società, cadere nella trappola della premessa inconsistente diventa molto facile. E’ l’errore tipico, per esempio, di chi crede che cambiando un singolo episodio (es. assassinare Hitler prima che salga al potere) l’intera storia futura possa cambiare profondamente.

B: E’ un tema molto dibattuto e complesso, quello del determinismo storico. Ci hanno sbattuto la capa storici, politologi e prima ancora filosofi e pensatori. Io stesso non ho una posizione precisa.
Sicuramente concordo sull’esempio di cui sopra: Hitler era solo la valvola di sfogo del revanchismo tedesco degli anni 30. Morto lui, qualcun altro avrebbe fatto da valvola. Magari Himmler, magari Goebbels, magari un tizio tal dei tali che nel nostro continuum è finito a fare l’impiegato dell’ufficio catasto.
D’altra parte però mi chiedo: sicuri che con un tizio più sveglio al comando, la Germania avrebbe sempre e comunque perso la guerra, dato il suo accerchiamento geografico/politico e il suo ritardo economico/industriale sugli altri Paesi? E più in generale, sicuri che la storia abbia sempre e solo una via maestra, in cui le persone non contano niente e tutto viene deciso da rapporti di forza economica?
Ad esempio, restando in tema nazi, pensa all’Incidente di Mechelen. Ti sfido a dimostrarmi che se quel minchione non fosse andato in giro con documenti top secret in saccoccia, la storia non sarebbe cambiata.

Io: L’idea è un po’ diversa. La storia è determinata dai rapporti di forza economica e dalle leggi di movimento base degli esseri umani; ma, all’interno di questi limiti, rimane comunque un certo spazio di manovra per individui e gruppi. E, a seconda della posizione e del ruolo che riescono a raggiungere, alcuni di questi (es. i re e i condottieri di epoca pre-industriale) hanno il potere di operare cambiamenti sensibili nella Storia.
Un cambiamento locale non può modificare la Storia, ma un singolo cambiamento catastrofico (es. la peste nera che stermina il 99% della popolazione europea invece che il 30%, come in The Years of Rice and Salt) o una serie di cambiamenti simultanei o successivi sì.
Un uomo solo, in una posizione di potere non avrà la forza di cambiare il corso della Storia a suo piacere; ma potrà magari sfruttare i processi macroscopici in atto (su cui può intervenire limitatamente) e incanalarli in una direzione piuttosto che in un’altra. Inoltre, un uomo solo difficilmente avrà il potere di operare, da solo e consapevolmente, un cambiamento di rotta nella storia – soprattutto con il livello di interconnessione tra Paesi e uomini di oggi. Ciò che conta quindi non è l’azione di un singolo uomo speciale, ma l’interazione tra più uomini e organismi in posizioni di potere.
Riassumendo: ogni situazione (dalla Crisi di Cuba al rapporto USA-Europa-Cina attuale) ha più soluzioni possibili, con differenti gradi di probabilità. Quali soluzioni siano possibili, e con quale grado di probabilità, è determinato dalle “macro-forze” (e in primis i rapporti economici). Gli uomini al comando mantengono una limitata possibilità di spingere in una o in un’altra direzione; posto che la responsabilità di quello che sarà il futuro non poggia sulle spalle di uno solo, ma su tutto l’inter-gioco tra questi individui.

Incidente di Mechelen

La coppia di deficienti protagonista dell’incidente di Mechelen. Nessuno ha mai pensato di girare una commedia nera su di loro?

B: Sì, ma se io volessi scrivere un’ucronia, chessò, sul Protestantesimo sconfitto e i Papi che dominano in Europa per i successivi 400 anni, devo arrendermi al fatto che è impossibile e lasciar perdere o posso provarci comunque?

Io: Innanzitutto, bisogna documentarsi – studiare sia il periodo storico in cui vogliamo inserire il punto di divergenza, che le conseguenze storiche di quel periodo, così che potremmo immaginare quali differenze potrebbero esserci state con la divergenza storica. D’altronde, se voglio scrivere un’ucronia su un certo periodo storico, si presume che quel periodo mi interessi, no? Quindi non sarà un peso studiarmelo.
A questo punto, per come la vedo io si presentano due strade.
Una è quella dell’ucronia dura e pura, quella che nasce per rispondere alla domanda: what if? Insomma, pura speculazione storica. Il che significa che devo attenermi strettamente al buon senso, e ogni divergenza impossibile o anche solo molto improbabile andrebbe scartata. Il piacere del libro, infatti, qui nasce dalla verosimiglianza della speculazione – il brividino dato dal pensiero “pensa se invece che così fosse andata in quell’altro modo…”. Se quindi tu parti dall’idea di voler creare un Super-Papato che domina col dogma religioso l’Europa del Novecento, ma durante i tuoi studi scopri che è un’eventualità pressoché impossibile, devi rinunciare e non scrivere l’ucronia.
L’altra strada è quella che negli States viene talvolta chiamata gonzo-historical fiction. Ossia: prendiamo un’ipotesi divertente/accattivante e immaginiamo cosa potrebbe succedere se fosse andata così. Dall’Impero Austro-Ungarico che combatte la WWI con un esercito di zombie fino all’ucronia steampunk. In questo tipo di storia, ciò che conta è intrattenere il lettore con un’ipotesi bizzarra, uno scenario alternativo, quindi non importa che sia storicamente credibile. Quindi in questo caso sì, potresti scrivere un romanzo gonzo-historical basato sulle premesse di Pavane. Agli esseri umani piace leggere di scenari improbabili e assurdi. Flatland è uno dei romanzi fantastici migliori di tutti i tempi, eppure si basa su premesse del tutto illogiche (esseri bidimensionali che vivono e pensano come noi); andranno bene anche nazisti che creano legioni di robot.
L’importante è che sia chiaro che si tratta di un’ucronia gonza e non seria (se non è autoevidente dall’incipit e dalla copertina, si può sempre mettere un disclaimer), in modo da non ingannare coloro che cercano una speculazione seria; inoltre, per essere gradevole, un’ucronia gonza dovrebbe essere divertente, brillante, molto immedesimativa. Altrimenti che senso ha leggerla?

B: Quindi se Pavane avesse avuto in prima pagina l’etichetta “gonzo-historical”, ti sarebbe piaciuto?

Io: No. E’ comunque scritto male. E di regola, un’ucronia gonza dovrebbe essere scritta meglio di un’ucronia seria. Dato che non è interessante sotto il profilo speculativo, quantomeno dev’essere piacevole da leggere!

B: Mi hai convinto. Sei troppo figo.

Io: Grazie.

Leone su cavallo

Un’ucronia che mi piacerebbe leggere.

Qualche estratto
Nonostante tutte le cattiverie che ho detto su Pavane, ho cercato di scegliere degli estratti carini. Il primo è una descrizione di un semaforo dal punto di vista del giovane protagonista del racconto The Signaller (che come dicevo, è il migliore dei sei); il secondo, è un brano di un dialogo tra la castellana Lady Eleanor e il suo consigliere, dal racconto Corfe Gate, che in un certo senso esprime e riassume la filosofia di tutto il libro (nel bene e nel male).

1.
The child lay couched in long grass, feeling the heat of the sun strike through his jerkin to burn his shoulders. In front of him, at the conical crest of the hill, the magic thing flapped slowly, its wings proud and lazy as those of a bird. Very high it was, on its pole on top of its hill; the faint wooden clattering it made fell remote from the blueness of the summer sky. The movements of the arms had half hypnotised him; he lay nodding and blinking, chin propped on his hands, absorbed in his watching. Up and down, up and down, clap… then down again and round, up and back, pausing, gesticulating, never staying wholly still. The semaphore seemed alive, an animate thing perched there talking strange words nobody could understand. Yet words they were, replete with meanings and mysteries like the words in his Modern English Primer. The child’s brain spun.
Words made stories; what stories was the tower telling, all alone there on its hill? Tales of kings and shipwrecks, fights and pursuits, Fairies, buried gold… It was talking, he knew that without a doubt; whispering and clacking, giving messages and. taking them from the others in the lines, the great lines that stretched across England everywhere you could think, every direction you could see.
He watched the control rods sliding like bright muscles in their oiled guides. From Avebury. where he lived, many other towers were visible; they marched southwards across the Great Plain, climbed the westward heights of the Marlborough Downs. Though those were bigger, huge things staffed by teams of men whose signals might be visible on a clear day for ten miles or more. When they moved it was majestically and slowly, with a thundering from their jointed arms; these others, the little local towers, were friendlier somehow, chatting and pecking away from dawn to sunset.

2.
‘You know,’ she said, ‘it’s strange, Sir John; but it seemed this morning when I fired the gun I was standing outside myself, just watching what my body did. As if I, and you too, all of us, were just tiny puppets on the grass. Or on a stage. Little mechanical things playing out parts we didn’t understand.’ She stared into her wineglass, swilling it in her hands to see flame light and lamplight dance from the goldenness inside; then she looked up frowning, eyes opaque and dark. ‘Do you know what I mean?’
He nodded, gravely. ‘Yes, my Lady…’
‘Yes,’ she said. ‘It’s like a… dance somehow, a minuet or a pavane. Something stately and pointless, with all its steps set out. With a beginning, and an end… ‘ She tucked her legs under her, as she sat beside the fire. ‘Sir John,’ she said, ‘sometimes I think life’s all a mass of significance, all sorts of strands and threads woven like a tapestry or a brocade. So if you pulled one out or broke it the pattern would alter right back through the cloth. Then I think… it’s all totally pointless, it would make just as much sense backwards as forwards, effects leading to causes and those to more effects… maybe that’s what will happen, when we get to the end of Time. The whole world will shoot undone like a spring, and wind itself back to the start…’ She rubbed her forehead tiredly. ‘I’m not making sense, am I? It’s getting too late for me…’

Tabella riassuntiva

Un Novecento in cui convivono Medioevo e rivoluzione industriale. Premesse ucroniche fallaci e mondo poco credibile.
Alcune idee e marchingegni carini. Narratore onnisciente e abuso di raccontato rendono difficile appassionarsi.
Ritmo inesistente.
Cadute di retorica e di mistica per gonzi.

(1) Non sono un esperto di Inquisizione, quindi se volete approfondire l’argomento vi consiglio di chiedere a Zwei, che ha pure dedicato un articolo alle origini dell’istituzione.
Di sicuro, gli strumenti di tortura descritti da Roberts esistevano e furono impiegati dalla Chiesa almeno fino alla fine del Settecento; così come è vero che in alcuni periodi storici e luoghi l’Inquisizione ebbe grande potere e si attirò un certo odio.
Ma il punto è un altro: dir male dell’Inquisizione è un po’ come sparare sulla croce rossa. Non è più intelligente né più interessante dello scrivere un libro sul nazismo in cui si dice quant’era brutto il nazismo, quant’era cattivo Hitler. Srsly, un altro libro sull’Inquisizione cattiva? Ne abbiamo davvero bisogno?Torna su

(2) Per gli interessati, qui discuterò più approfonditamente l’assurdità delle premesse ucroniche del libro.
In primo luogo, la debolezza del Papato. La Riforma non segna affatto l’inizio del tramonto del potere di Roma, come molti pensano; al contrario, non è che il segno tangibile di una decadenza cominciata almeno un paio di secoli prima. Già nel corso del Duecento il Papato comincia a perdere un po’ del suo mordente sull’Europa; ma penso che il punto di non ritorno sia l’episodio dello schiaffo di Anagni. Il significato è semplice: un sovrano forte non ha bisogno del Papa per comandare nei suoi territori. Il Papato è stato forte finché le monarchie europee erano troppo deboli (e frammentate) per autogovernarsi, e avevano bisogno sia dell’assistenza dell’efficiente e ramificata organizzazione clericale, sia del riconoscimento simbolico del loro potere da parte dell’ideologia cattolica. Quando al contrario (a partire dal Trecento) le monarchie europee cominciano a diventare organismi centralizzati e funzionanti, il Papa diventa più un peso (per le sue ambizioni di controllo) che un alleato; a poco a poco, chi può prende le distanze. La Riforma cinquecentesca non è che l’ennesimo tentativo di scissione – con la differenza che riesce ad avere successo, facendo leva sulle ambizioni di autonomia dall’ingerenza papista e imperiale di molti principi e città-stato tedesche.
Il Papato non avrebbe mai più potuto acquistare supremazia politica sull’Europa, a meno di diventare anch’essa una potenza militare e/o economica come stava accadendo in quel periodo all’Inghilterra, all’Olanda e alla Francia. Anche se il Protestantesimo fosse stato soffocato, un altro movimento scissionista sarebbe nato venti o cinquanta o cento anni dopo, finché finalmente uno di essi avesse avuto successo. Anche se in Francia avesse vinto Enrico di Guisa, campione dei cattolici, nel giro di qualche generazione i sovrani di Francia avrebbero riaffermato la loro piena autonomia (facendo guerra al Papato o riaffermandosi protestanti, se necessario), dato che la linea guida della politica francese degli ultimi due secoli era stata quella della sovranità piena e autonoma sul proprio territorio.
Oltretutto, anche le nazioni più legate alla Chiesa Romana – come la Spagna – mai e poi mai furono schiave politiche del Papa. I re di Spagna avevano molto di più da temere dai banchieri genovesi – che li tenevano per i cordoni della borsa – che non dall’Inquisizione, che invece faceva un ragguardevole lavoro di pulizia generale.

L'assassinio di Enrico I, Duca di Guisa

“Hmm, signor Duca, non la trovo bene. Mi sa che a ‘sto giro il Papa perde, eh?”

Insomma, cosa sarebbe realisticamente successo se Elisabetta I fosse morta?
Be’, a mio parere non molto. Forse l’Inghilterra avrebbe perso il suo vantaggio strategico, ma sul medio periodo avrebbe comunque fatto ingoiare la merda alla Spagna: lo svantaggio economico spagnolo era strutturale, non contingente, per cui il fallimento della Spagna si sarebbe verificato comunque (per correggerlo, bisognerebbe tornare indietro nel tempo ben prima del 1588, e intronare re più avveduti). E l’esercito del Papa e dei suoi alleati era semplicemente troppo lontano per esercitare il pugno di ferro sull’Inghilterra. Del resto, l’economia vaticana era arretrata, e con la perdita di importanza del Mediterraneo è difficile immaginarsi un destino diverso, per il Papato, che non la decadenza e il ripiegarsi sulle faccende italiane (processo, del resto, già avviato nel Quattrocento).
Quindi, in sostanza, non penso che sarebbe cambiato molto. Ma accetto altre versioni.

Soprattutto, la cosa più inverosimile di Pavane è che per quattrocento anni non si verifichino altri moti ereticali e scissionisti dopo l’aborto del Protestantesimo. Anche nei periodi di massimo splendore del Papato (XII e XIII secolo) i movimenti ereticali erano all’ordine del giorno; non dovrebbero essercene a maggior ragione in un mondo in cui staccarsi dalla Chiesa Romana significherebbe avere libero accesso a tecnologie di livello post-rivoluzione industriale? Il vantaggio economico e politico di chi si staccasse dal cattolicesimo sarebbe talmente enorme che dovrebbe esserci un fuggi fuggi generale!Torna su