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Bonus Track: Rogue Moon

Rogue MoonAutore: Algis Budrys
Titolo italiano: Il satellite proibito
Genere: Science Fiction / Horror / Psicologico
Tipo: Romanzo

Anno: 1960
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 200 ca.

Difficoltà in inglese: **

C’è una strana formazione di origine aliena, sul lato oscuro della Luna. Ha una sola entrata, ma una volta che la varchi non puoi più utilizzarla per uscire. Una volta dentro, se stai fermo, vieni ammazzato. Se vai nella direzione sbagliata, vieni ammazzato. Se fai il movimento sbagliato, vieni ammazzato.
Il Dr. Hawks è il fisico incaricato di esplorare la formazione. E’ lui che ha permesso al governo americano di mettere i piedi sulla Luna, all’inizio degli anni ’60: è la mente dietro il trasmettitore di materia, una macchina in grado di registrare la composizione subatomica di un individuo e di spedirla istantaneamente via microonde a una macchina ricevente sulla Luna. Il soggetto scansionato viene disintegrato sulla Terra, ma una sua copia fedele nasce nello stesso momento sulla Luna.
Ma ora Hawks è ossessionato dalla formazione aliena. Ha individuato un metodo per ridurre il costo di vite umane dell’esplorazione: di ogni esploratore vengono create due copie, una che va sulla Luna e una che rimane sulla Terra. Quando la copia lunare, entrata nella formazione, viene inevitabilmente macellata, la copia terrestre è in grado di ricordare l’evento e di riferirlo – come se in realtà non fosse morto nessuno. Ma il ricordo della propria morte è insostenibile; tutti gli esploratori diventano degli idioti sbavanti. E ora i finanziatori del progetto minacciano di toglierlo dalle mani di Hawk e di chiuderlo. Perché la sua carriera non venga distrutta, Hawks deve trovare al più presto un uomo capace di sopportare il peso della propria morte e andare nella formazione, ancora e ancora, continuando a essere ucciso fino a che non l’avrà mappata interamente. Qualcuno che ami la morte. E forse l’ha trovato…

Continuiamo i nostri articoli dedicati alla Luna con un romanzo abbastanza sconosciuto in Italia e – come avrete intuito dalla sinossi – assolutamente morboso. Algis Budrys – un lituano naturalizzato americano, nato a Konigsberg prima che diventasse una exclave russa – si trasferì ancora piccolo con la famiglia negli Stati Uniti. Nel mondo della fantascienza, era noto soprattutto come critico; nella fattispecie, un recensore caustico stile Duca o Gamberetta, che non si faceva problemi a stroncare questo o quello e a dare del cretino a tot persone nel frattempo. Nel corso della sua vita scrisse pochi romanzi – meno di una decina – forse perché adottava con sé stesso la stessa severità che aveva con gli altri. Il romanzo breve Rogue Moon è la sua opera più famosa.
Si dice che Budrys volesse chiamare il suo romanzo “The Death Machine”, “La macchina della morte”. Non è chiaro se il riferimento sia allo strano artefatto lunare che uccide chi ci entra, o alla macchina di Hawks per duplicare e scansionare persone sulla Luna (uccidendo l’originale nel processo); ma in ogni caso sarebbe stato un titolo azzeccatissimo, dato che Rogue Moon è permeato del tema della morte. Rogue Moon è un dramma psicologico centrato sul rapporto tra Hawks e l’avventuriero Al Barker, che lo scienziato dovrà convincere a viaggiare sulla Luna sulla sua macchina per ‘sfidare’ l’artefatto alieno. Ma benché il suddetto artefatto svolga un ruolo critico nella trama, è chiaro fin da subito che il vero oggetto del romanzo è esplorare il cuore di tenebra della psiche umana.

Our Moon

Rogue Moon – lo anticipo da subito – poteva essere un capolavoro di fantascienza malata, ma non lo è; è invece un romanzo fondamentalmente fallato, con alcuni lampi di genialità. Vediamo dove Budrys sbaglia, e perché; ma soprattutto se rimangono abbastanza meriti, al romanzo, da farne un buon consiglio di lettura.

Uno sguardo approfondito
Il romanzo si apre con il dottor Hawks e lo psicologo del dipartimento di fronte a Rogan, l’ultima delle cavie selezionate per esplorare l’artefatto lunare. Come da copione, la copia di Rogan è stata fatta a pezzi pochi metri dopo l’entrata della struttura, e come da copione, ora Rogan è ridotto a un idiota sbavante dagli occhi vacui. Nonostante i difetti della prosa di Budrys, che emergono da subito – il narratore ci informa fin dalle prime righe che Hawks “was a black-haired, pale-skinned, gangling man who rarely got out of the sun” – questo è un incipit potente, che ci mette subito di fronte al problema del protagonista e agli effetti devastanti dell’artefatto misterioso. Da queste prime righe, ci si aspetterebbe quindi un romanzo tormentoso e dal ritmo serrato di esplorazione e mystery cosmico. E invece no.
Bisogna aspettare all’incirca metà romanzo per avere una prima descrizione accurata dell’artefatto alieno. E solo nell’ultimo capitolo il lettore lo vedrà dal vivo. Il resto del libro, è una lunghissima preparazione e una continua posticipazione del momento saliente della trama – e proprio in questo sta il primo e principale difetto di Rogue Moon. La prima parte del romanzo ci mostra il primo incontro tra Hawks e Al Barker – uomo iper-testosteronico, ex-paracadutista, amante degli sport estremi, wannabe supereroe, e ossessionato dal quotidiano desiderio di sfidare la morte – i tentativi del primo di convincere il secondo a sottoporsi all’esperimento, la preparazione dell’attrezzatura. Nel frattempo si approfondiscono le tematiche psicologiche del romanzo e il carattere dei personaggi, sì – ma fondamentalmente succede poco.

Ci sono tanti modi per affrontare temi filosofici in un romanzo. Di questi, uno dei peggiori è quello di prendere i personaggi principali e farli discutere astrattamente dei temi in questione; eppure è proprio ciò che succede per la maggior parte di Rogue Moon. Che sia una conversazione in ufficio tra Hawks e il suo superiore, o una chiacchierata informale a bordo piscina nella villa di Barker, sempre si parla, si parla, si parla di questi temi. Quando, nel mezzo di uno scambio tensivo tra Hawks e Barker, i due si mettono a citare reciprocamente passaggi di Shakespeare, stavo per rotolarmi per terra dal ridere (1). Budrys implementa anche la trovata tipica dickiana del protagonista che si lascia andare a confessioni e lampi di intimità con un perfetto sconosciuto. Ma se nel caso di Dick questi incontri erano resi con naturalezza, e poteva persino commuovere vedere che livelli di empatia e affetto si possano raggiungere con un estraneo, in Rogue Moon suonano freddi, forzati, e si traducono in altrettanti bla bla poco coinvolgenti.
Se questi scambi suonano spesso poco credibili, si potrebbe forse accettarli con una buona caratterizzazione dei personaggi. Peccato che Rogue Moon fallisca anche in questo. Budrys sembra avere una predilezione per la teatralità e i gesti eccessivi. I suoi personaggi gesticolano come forsennati, ridono a squarciagola, chiudono le mani a pugno, strillano, si ricompongono il momento dopo e quello dopo strillano di nuovo. Le discussioni spesso degenerano in scene completamente inverosimili di gente che si sbraita addosso; e se una cosa del genere posso aspettarmela in un’anime su ragazzine schizzate come Madoka Magica o in un film di gangster ignoranti, diventa invece surreale se parliamo di manager corporativi che gestiscono rapporti di lavoro (2).

Madoka Magica meme

Madoka Magica.

Ecco ad esempio un estratto del primo incontro del dottor Hawks e di Connington, dirigente delle risorse umane, con Al Barker e la sua donna:

[Connington] dangled a used glass from one hand, and held a partially emptied bottle in the other. His face was flushed, and his eyes were wide with the impact of a great deal of liquor consumed over a short period of time. ‘Gonna do it, Al?’
Instantly, Barker’s mouth flashed into a bare-toothed, fighing grimace. ‘Of course!’ he exclaimed in a startingly desperate voice. ‘I couldn’t let it pass – not for the world!’

Poco più oltre, Connington prosegue: “He chuckled again. ‘What else could you’ve said?’ He laughed at Barker. His arms swept out in irony”. Da una parte non abbiamo l’effetto “teste parlanti” e anzi, i personaggi ci vengono mostrati in modo molto vivo, il che è positivo; d’altra parte, sono talmente scalmanati e melodrammatici che prenderli sul serio diventa impossibile. Non è un comportamento che ci si aspetta da degli adulti in posizioni di responsabilità.

Il che è un peccato, perché di per sé i personaggi sarebbero interessanti e pieni di conflitti interiori che si intrecciano con la trama principale. Come Al Barker, talmente ricco e di successo che non avrebbe bisogno di imbarcarsi in questa impresa suicida, ma che al tempo stesso non riuscirebbe a guardarsi allo specchio se rifiutasse come un codardo la sfida; il suo bisogno di mettersi ogni continuamente alla prova per non perdere stima di sé è anche la sua malattia. O come Hawks, diviso tra il senso di colpa per tutte le vite che sta sacrificando all’altare della sua ricerca e il bisogno di dare un senso a questo massacro portando a termine l’esplorazione dell’artefatto (alimentando così un circolo vizioso di nuove vittime e nuovi sensi di colpa). Anche i personaggi secondari sono ben sviluppati, e le loro sidestory contribuiscono a sviluppare il tema centrale della morte e del valore degli individui – come Sam, l’assistente di Hawks, malato terminale che vede nella macchina che per gli altri è simbolo di morte la sua unica chance di vivere ancora; o la determinazione di Connington a portare via a Barker la sua ragazza per recuperare la propria dignità.
Idee buone, insomma – solo, realizzate male. Come l’artefatto alieno: come Clarke in Rendezvous with Rama, Budrys riesce veramente a trasmettere l’idea di un costrutto creato da intelligenze completamente differenti da noi, e non pensato per l’interazione con l’essere umano. L’artefatto lunare è una macchina per uccidere, ma è evidente che non è stata pensata per quello scopo, e che non c’è crudeltà nell’eliminazione sistematica degli esploratori: semplicemente, non sappiamo come interagire correttamente con essa. Si avverte del vero sense of wonder quando, alla fine del libro, finalmente entriamo con il personaggio pov all’interno dell’artefatto; e la scena finale del romanzo è stupenda – è riuscita a commuovermi come mi capita di rado. Peccato che queste soddisfazioni arrivino solo alla fine di una lettura fallata.

Moon harvesting

Io avrei fatto così
Se il problema del romanzo è che l’elemento fantastico è troppo subordinato al bla bla psicologico ed entra in scena troppo tardi, l’antidoto non può essere che: più artefatto, più Luna, e subito. Non è accettabile che si scopra come funzioni questo costrutto di cui si parla dall’inizio del libro solo a metà romanzo. Avrei aperto il primo capitolo con la scena dell’esplorazione dell’artefatto da parte di Rogan. Si sarebbe potuto fare in due modi. Il primo, con il pov usa-e-getta di Rogan stesso (i pov usa-e-getta di norma sono sconsigliabili, ma un’eccezione qui si potrebbe forse fare, considerando che è l’inizio della storia e che c’è una tradizione degli horror di cominciare la narrazione col punto di vista della prima vittima), che avrebbe assicurato il massimo dell’immersione e quindi della tensione. Il secondo, più ligio alle regole tradizionali del punto di vista – e più alla Lovecraft nell’impostazione – col pov di Hawks che si mantiene in contatto radio con Rogan e riceve la fedele cronaca di quello che succede fino al momento dell’uccisione.
Questo inizio permetterebbe da subito di fissare nella mente del lettore cosa sia esattamente l’artefatto e, più o meno, come funzioni. Il romanzo sarebbe poi potuto proseguire mostrando più di una delle visite delle copie di Barker, focalizzandosi ogni volta su aspetti diversi dell’esplorazione per mantenere la varietà (ad esempio: una volta il focus potrebbe essere sulla base lunare e sui suoi abitanti, una volta sul perimetro esterno dell’artefatto, e così via). L’importante sarebbe mantenere una buona proporzione di pagine tra le scene – tendenzialmente a bassa tensione – ambientate sulla Terra, e quelle più adrenaliniche-ansiogene sulla Luna.

In conclusione
Se si riesce ad andare oltre ai difetti di struttura e caratterizzazione, Rogue Moon può regalare dei bei momenti, e un paio di scene intense. Le idee alla base del libro, del resto, sono davvero affascinanti e piuttosto originali. Basta prenderlo per quel che è: un dramma psicologico in cui gli elementi fantascientifici svolgono soprattutto un ruolo funzionale. Alla fine non avremo una risposta sullo scopo o l’origine dell’artefatto alieno – è meglio che ve lo dica da subito – perché come nel romanzo di Clarke (o come la Zona di Roadside Picnic), l’artefatto è semplicemente qualcosa di troppo remoto da noi per essere decifrato. L’interesse è quello che gli esseri umani fanno con questo costrutto, e come questo li trasforma.
Colpisce anche pensare che pur essendo uscito nel 1960, anni prima della nascita della New Wave, il romanzo già toccava temi che dall’epoca rimanevano lontani dalla fantascienza – l’ossessione per la morte, il sesso, le morbosità. Per non parlare del cast, composto interamente da personaggi cinici e “negativi”. A chi sia rimasto incuriosito dai temi del libro, consiglierei di scaricarlo e provare a leggerlo, passando oltre i suoi limiti. Potrebbe anche essere un buon oggetto di studio per aspiranti scrittori, come esempio di storia con ottime premesse rovinato da una cattiva esecuzione – a dimostrazione del fatto che il come importa quasi quanto il cosa, e che una scarsa conoscenza delle regole della narrativa può compromettere anche i soggetti più promettenti. Quanto a noi, continueremo le nostre esplorazioni spaziali nei prossimi articoli.

Inside Rama

Uno spaccato dell’interno di Rama. Non sempre è necessario che gli artefatti alieni vengano spiegati.

Dove si trova?
Potete scaricare il romanzo in lingua originale su Library Genesis o su Bookfinder; in entrambi i casi, l’unico formato disponibile è il pdf.

Chi devo ringraziare?
Avevo adocchiato per la prima volta questo romanzo guardando il catalogo degli SF Masterworks – attirato dalla copertina, dal titolo, dal nome bizzarro dell’autore. Ma non avevo una reale intenzione di leggerlo. Se mi sono deciso, è per la recensione dell’editor David Pringle nel suo catalogo Science Fiction: The 100 Best Novels 1949-1984, un libro che si sta rivelando una preziosa fonte di spunti. Ve ne parlerò sicuramente in un prossimo articolo.

Qualche estratto
Ho scelto due brani che coniugassero in qualche modo i dialoghi morbosi che compongono il grosso del romanzo col tema del costrutto lunare. Il primo brano, più breve, è preso dall’inizio del libro, e mostra gli effetti dell’artefatto sulla psiche sull’ultima delle sfortunate cavie del dottor Hawks. Il secondo è invece un monologo di Hawks a Barker, in cui gli descrive minutamente – e con la cinica freddezza che gli è propria – le caratteristiche dell’artefatto e i mille modi di morirci dentro. Delizioso!

1.
The young man stared unblinkingly. His trim crewcut was wet with perspiration and plastered by it to his scalp. His features were clean, clear-skinned and healthy, but his chin was wet. ‘An dark …’ he said querulously, ‘an dark and nowhere starlights …’ His voice trailed away suddenly into a mumble, but he still complained.
Hawks looked to his right.
Weston, the recently hired psychologist, was sitting there in an armchair he’d had brought down to Hawks’ office. […] He frowned slightly back towards Hawks and arched one eyebrow.
‘He’s insane,’ Hawks said to him like a wondering child.
Weston crossed his legs. ‘I told you that, Dr Hawks; I told you the moment we pulled him out of that apparatus of yours. What had happened to him was too much for him to stand.’
‘I know you told me,’ Hawks said mildly. ‘But I’m responsible for him. I have to make sure.’ He began to turn back to the young man, then looked again at Weston. ‘He was young. Healthy. Exceptionally stable and resilient, you told me. He looked it.’ Hawks added slowly, ‘He was brilliant.’
‘I said he was stable,’ Weston explained earnestly. ‘I didn’t say he was inhumanly stable. I told you he was an exceptional specimen of a human being. You’re the one who sent him to a place no human being should go.’
Hawks nodded. ‘You’re right, of course. It’s my fault.’
‘Well, now,’ Weston said quickly, ‘he was a volunteer. He knew it was dangerous. He knew he could expect to die.’
But Hawks was ignoring Weston. He was looking straight out over his desk again.
‘Rogan?’ he said softly. ‘Rogan?’
He waited, watching Rogan’s lips move almost soundlessly. He sighed at last and asked Weston, ‘Can you do anything for him?’
‘Cure him,’ Weston said confidently. ‘Electroshock treatments. They’ll make him forget what happened to him in that place. He’ll be all right.’
‘I didn’t know electroshock amnesia was permanent.’
Weston blinked at Hawks. ‘He may need repetitive treatment now and then, of course.’
‘At intervals for the remainder of his life.’
‘That’s not always true.’
‘But often.’
‘Well, yes …’
‘Rogan,’ Hawks was whispering. ‘Rogan, I’m sorry.’
‘An dark … an dark … It hurt me and it was so cold … so quiet I could hear myself …’

2.
‘There’s only one entrance into the thing. Somehow, our first technician found it, probably by fumbling around the periphery until he stepped through it. It is not an opening in any describable sense; it is a place where the nature of this formation permits entrance by a human being, either by design or accident. It cannot be explained in more precise terms, and it can’t be encompassed by the eye or, we suspect, the human brain. Three men died to make the chart which now permits other men, who follow the chart by dead reckoning like navigators in an impenetrable fog, to enter the formation. Other men have died to tell us the following things about its interior:
‘A man inside it can be seen, very dimly, if we know where to look. No one knows, except in the most incoherent terms, what he sees. No one has ever come out; no one has ever been able to find an exit; the entrance cannot be used for that purpose. Non-living matter, such as a photograph or a corpse, can be passed out from inside. But the act of passing it out is invariably fatal to the man doing it. That photo of the first volunteer’s body cost another man’s life. The formation also does not permit electrical signals from its interior. That includes a man’s speaking intelligibly inside his helmet, loudly enough for his RT microphone to pick it up. Coughs, grunts, other non-informative mouth-noises, are permissible. An attempt to encode a message in this manner failed.
‘You will not be able to maintain communication, either by broadcast or along a cable. You will be able to make very limited hand signals to observers from the outpost, and you will make written notes on a tablet tied to a cord, which the observer team will attempt to draw back after you die. If that fails, the man on the next try will have to go in and pass the tablet out by hand, if he can, and if it is decipherable. Otherwise, he will attempt to repeat whatever actions you took, making notes, until he finds the one that killed you. We have a chart of safe postures and motions which have been established in this manner, as well as of fatal ones. It is, for example, fatal to kneel on one knee while facing lunar north. It is fatal to raise the left hand above shoulder height while in any position whatsoever. It is fatal past a certain point to wear armour whose air hoses loop over the shoulders. It is fatal past another point to wear armour whose air tanks feed directly into the suit without the use of hoses at all. It is crippling to wear armour whose dimensions vary greatly from the ones we are using now. It is fatal to use the hand motions required to write the English word “yes,” with either the left or right hand.
‘We don’t know why. We only know what a man can and cannot do while within that part of the formation which has been explored. Thus far, we have a charted safe path and safe motions to a distance of some twelve metres. The survival time for a man within the formation is now up to three minutes, fifty-two seconds.
‘Study your charts, Barker. You’ll have them with you when you go, but we can’t know that having them won’t prove fatal past the point they measure now. You can sit here and memorize them. If you have any other questions, look through these report transcriptions, here, for the answers. I’ll tell you whatever else you need to know when you come down to the laboratory. I’ll expect you there in an hour. Sit at my desk,’ Hawks finished, walking quickly towards the door. ‘There’s an excellent reading light.’

Tabella riassuntiva

Un libro morboso sulla morte e sul valore degli individui! L’artefatto alieno appare solo dopo metà romanzo!
L’artefatto è affascinante e le buone idee ci sono. I personaggi chiacchierano a vuoto per la maggior parte del libro.
Perlomeno i personaggi sono ben mostrati! Dialoghi teatrali fino all’inverosimile.
Prosa sciatta.

(1) Oltre ad essere la cosa più cheesy del mondo, quasi al pari delle partite a scacchi tra protagonista e antagonista dove a un tratto uno dei due dichiara con occhi gelidi: “scacco matto”, lo trovo abbastanza inverosimile. Chi ti aspetti che sia in grado di citare a memoria brani di Shakespeare che non siano tra i più famosi? Eppure qui abbiamo non due studiosi di letteratura, bensì uno scienziato e uno sportivo.
Certo: chiunque può avere gli hobby più disparati. Un paracadutista potrebbe anche essere un amante dell’opera wagneriana. Ma quante probabilità ci sono che entrambi siano amanti del teatro elisabettiano al punto da impararsi a memoria passaggi delle tragedie di Shakespeare? Sul serio, Budrys?

(2) Forse questa è una bias della gente dell’Est Europa, perché un altro scrittore che tendeva sempre al dialogo barocco e ai personaggi teatrali era Conrad. Provate a leggere romanzi come La follia di Almayer, o Un reietto delle isole, o Sotto gli occhi dell’Occidente: metà del cast sembra epilettico.

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I Consigli del Lunedì #42: The Moon Is A Harsh Mistress

The Moon Is A Harsh MistressAutore: Robert A. Heinlein
Titolo italiano: La Luna è una severa maestra
Genere: Science Fiction / Hard SF / Politico
Tipo: Romanzo

Anno: 1966
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 380 ca.

Difficoltà in inglese: ***

There ain’t no such thing as a free lunch.

Nel XXI secolo la Luna è diventata una colonia penale. Una prigione che non ha bisogno di sbarre né di molte guardie, perché fuggire è impossibile: pochi possono permettersi di pagare il passaggio sulle navi merci che transitano mensilmente; e soprattutto, dopo pochi mesi di permanenza sulla Luna, la bassa gravità opera sull’organismo cambiamenti irreversibili che rendono insopportabile la gravità terrestre. Sotto l’occhio vigile dell’Autorità Lunare, i Lunatici si sono costruiti la propria società, scavando intere città sotterranee e trattando lo sterile suolo terrestre in modo da convertirlo in acqua e grano. Una quota del grano prodotto viene mensilmente venduta all’Autorità, proprietaria di una catapulta con cui viene spedito nello spazio e giù sulla Terra.
Manuel non si è mai interessato di politica. Nato sulla Luna da nonni deportati, è fiero di essere un Lunatico, ma conduce una vita tranquilla come tecnico del super-computer che coordina tutte le attività amministrative a Luna City. Manuel è anche l’unico ad essersi accorto che un bel giorno il computer è diventato autocosciente; l’ha chiamato Mike ed è diventato il suo unico amico. Ma una sera del 2075, per fare un favore a Mike, Manuel si trova suo malgrado invischiato in una protesta dei Lunatici contro il monopolio dell’Autorità. E ben presto capirà che in gioco c’è il futuro stesso dei Lunatici e delle risorse lunari. O la Luna diventerà indipendente e libera dalla Terra, o sono condannati a un futuro di carestia e schiavitù… e Manuel potrebbe avere in mano la carta vincente per decidere le sorti della rivolta.

The Moon is a Harsh Mistress, o: piccolo manuale del rivoluzionario pragmatico. Il Consiglio di oggi non avrebbe certo bisogno di presentazioni; Robert Heinlein è uno dei Big Three della fantascienza della Golden Age, e questo è uno dei suoi romanzi più famosi, dopo (o accanto a?) Starship Troopers e Stranger in a Strange Land. Ma mentre alcuni dei suoi romanzi più celebri – compresi i due summenzionati – negli ultimi anni sono stati riportati nelle librerie italiane, dalla Mondadori e dalla Fanucci, La Luna è una severa maestra è rimasto relegato alle ristampe Urania. Un trattamento ingiusto. Dopo il Consiglio su Clarke e quello su Asimov, dunque, è giunto il momento di chiudere il cerchio con questo classico (non molto letto in Italia) di Heinlein.
Come potrebbe un piccolo satellite come la nostra Luna ribellarsi con successo alla Terra e conquistare l’indipendenza? Quali tattiche dovrebbe adottare, come dovrebbe organizzarsi? The Moon Is A Harsh Mistress ci racconta tutte le fasi della rivoluzione lunare – dai primi germi, alla preparazione, all’esecuzione, all’esito finale. Ma Moon è anche un’opera di Hard SF, e anche un romanzo d’azione; e a tratti diventa anche un trattato di filosofia politica. Vediamo come il buon vecchio Anson ha tenuto tutto insieme.

Brass cannon

Un cannone di ottone. Uno dei simboli del romanzo, infatti Heinlein originariamente avrebbe voluto intitolarlo “The Brass Cannon” (fortunatamente gli fu impedito di commettere questa pazzia).

Uno sguardo approfondito
Immaginate di essere andati a bere qualcosa con un amico che non vedevate da tempo. Seduti a un tavolo, boccale di birra davanti, il vostro amico vi racconta la storia della sua vita e voi, pazienti, lo ascoltate. Ecco: questa è esattamente la sensazione che lascia il narratore di Heinlein. The Moon is a Harsh Mistress, come molti altri dei suoi romanzi, è raccontato in prima persona e al passato remoto dal protagonista Manuel O’Kelly-Davis. Dico “raccontato” non a caso, perché per trovare delle scene mostrate decentemente in tutto il romanzo bisogna andare a cercarle col lanternino.
Tutto il romanzo è pesantemente filtrato dal punto di vista di Mannie, che non si fa problemi a commentare, fare del sarcasmo, lanciarsi in digressioni su questo o quello. A descrizioni dettagliate di alcune scene chiave, seguono riassunti sbrigativi di giorni o anche settimane di avvenimenti. Gli infodump sono spiattellati in faccia al lettore senza tanti problemi: per esempio, all’inizio del romanzo il protagonista va a incontrare Mike, e subito si lancia in un lungo excursus sulla natura del super-computer e sulla storia di come abbia scoperto che era senziente e come sono diventati amici. Solo il tono frizzante e sopra le righe della voce narrante, e il fatto che di norma queste digressioni siano interessanti, ti fa resistere alla tentazione di lanciare il libro dalla finestra.

Insomma, l’impostazione narrativa ricorda tanto quella di un romanzo tardo-ottocentesco alla Henry James o Thackeray, non fosse per il fatto che il pov-narratore è troppo arrogante e dalla parlata troppo slang per confonderlo coi libri di quell’epoca. Ma oltre all’immersione – più che calarci direttamente negli avvenimenti della storia, ci sembra di essere di fronte a uno che ce li racconti – ne risente anche il ritmo della narrazione: a parti adrenaliniche in cui succedono cose e seguiamo concitatamente l’azione, seguono pagine e pagine di spiegoni sospesi nel tempo.
E a questo si aggiungono alcune scelte poco chiare di Heinlein nella gestione dei tempi. Un momento critico e anticipato per un centinaio di pagine, come il golpe dei ribelli sul governo lunare, è liquidato in poche pagine raccontate con grande distacco, mentre pagine e pagine sono dedicate a discussioni inconcludenti tra il protagonista e il Professore (il volto pubblico della rivolta lunare) sul pensiero anarchico.

Chiacchiere da bar

“E ti dicevo, no, di quando ho liberato la Luna dalle ingerenze terrestri…”

Non aiuta la caratterizzazione dei personaggi: The Moon is a Harsh Mistress presenta il tipico spaccato di figure piatte e stereotipate di quasi tutti i romanzi di Heinlein. Wyoming Knott, la bella rivoluzionaria che sedurrà il protagonista convincendolo così a unirsi alla causa, è la classica eroina heinleiniana, forte di carattere ma troppo idealista, indipendente ma sotto sotto ansiosa di essere posseduta da un uomo forte; il Professor de la Paz è il vecchio saggio, indurito e reso cinico da anni di lotte e angherie, ma determinato a fare del mondo un posto migliore. Gli altri personaggi, si fa fatica persino a ricordarseli. Lo stesso protagonista, benché col suo sarcasmo e la sua schiettezza sia un piacevole compagno di viaggio per le quasi 400 pagine del romanzo, è il tipico alter-ego heinleiniano: un uomo pragmatico e moderatamente egocentrico, disposto a cambiare il mondo quel tanto da garantirsi una vita in cui farsi serenamente i cazzi propri e campare cent’anni. Del resto, Heinlein sembra più preoccupato di far dire ai suoi personaggi battute a effetto e scambi brillanti, piuttosto che costruire una psicologia credibile.
Il personaggio più interessante alla fin fine è proprio il super-computer Mike, sorta di bambino prodigio che mescola una conoscenza enciclopedica dell’universo e una capacità di ragionamento sovrumana con un’incredibile ingenuità per le sottigliezze dell’animo e del linguaggio umano. Una sorta di HAL9000 ‘buono’, ma da approcciare con cautela per evitare di essere fraintesi. E’ stimolante vedere come Heinlein gestisca il rapporto tra l’intelligenza artificiale e i protagonisti umani, e come Mike “evolva” nel tempo in conseguenza di queste interazioni.

All in all, comunque, l’impressione è che, anche se fossero stati mostrati nei loro gesti e nelle loro azioni, invece che raccontati piattamente dal narratore, i personaggi di The Moon is a Harsh Mistress non sarebbero migliorati di molto. Discorso diverso per il worldbuilding, in cui Heinlein ha fatto un lavoro magistrale. La società lunare appare fin dalle prime pagine come qualcosa di molto diverso da quella terrestre, in ragione della sua storia (il fatto, cioè, di essere nata come colonia penale per ergastolani) e della sua scarsità di risorse (dal cibo alle persone). Farò giusto un paio di esempi.
Morire sulla Luna è facile, basta essere gettati fuori da un portellone dell’aria nel vuoto. Poiché la vita individuale è così a rischio, e in conseguenza della scarsità di popolazione lunare, i Lunatici hanno evitato di estinguersi organizzandosi in veri e propri clan familiari, all’interno dei quali vige il matrimonio di gruppo. In un line marriage, tutti i mariti e le mogli sono sposati tra di loro, e di conseguenza condividono tutte le responsabilità (dall’amministrazione delle finanze all’allevamento dei figli) e prendono insieme tutte le decisioni; quando un figlio raggiunge l’età adulta potrà sposarsi, abbandonando la famiglia originaria ed entrando in matrimonio di gruppo in un’altra famiglia.
In conseguenza della scarsità di donne nella società lunare originaria – quando ancora era soltanto un carcere – il gentil sesso era una risorsa preziosa. Di conseguenza, la donna ha acquisito un potere incredibile nella società. Nessun uomo oserebbe mai provarci con una che non ci sta, perché alla minima manifestazione di insofferenza di lei, il pugno di uomini più vicino potrebbe acchiappare il “molestatore” e mandarlo al creatore schiaffandolo fuori da un portellone. E all’interno dei matrimoni di gruppo, il voto delle donne conta quanto quello degli uomini. Insomma, una donna dovrebbe essere piuttosto contenta di vivere sulla Luna.

My nose itches

La vita sulla Luna può essere davvero dura.

Le città della Luna sono enormi complessi sotterranei di sale e corridoi organizzati a livelli, in cui perdersi è facilissimo. I Lunatici sopravvivono del suolo lunare attraverso culture idroponiche e altre complicate trasformazioni molecolari, mediante macchinari direttamente posseduti dalle famiglie. Lungi dall’essere importatori, i Lunatici esportano grano, sparandolo periodicamente sulla Terra da una catapulta di proprietà dell’Autorità Lunare. E proprio il possesso di questa catapulta diventerà il pomo della discordia tra Lunatici e Autorità e scatenerà la rivoluzione lunare.
A fronte di tutte queste belle idee, quindi, è un vero peccato che la storia sia tutta raccontata e che “vediamo” così poco. Le peculiarità antropologiche delle società lunari sono affidate agli spiegoni del protagonista, e anche delle affascinanti città della Luna vediamo ben poco: descrizioni fisiche degli ambienti ci sono solamente quando sono strettamente funzionali alla trama, come un inseguimento tra i cunicoli sotterranei o un assalto della fanteria terrestre alle città (1). Per la maggior parte del romanzo, sembra che i personaggi si muovano nel vuoto o quasi.

Ma il tratto in assoluto più interessante del romanzo è sicuramente ascoltare Heinlein che ci spiega come si fa la rivoluzione. Con un approccio da realpolitik che mi ha ricordato Tecnica del colpo di stato di Curzio Malaparte, Heinlein ci spiega che per rovesciare con successo un governo gli ideali di partenza non contano una mazza; ciò che conta è un’organizzazione efficiente e una strategia rigorosa. Nel corso della storia l’autore toccherà tutti i temi, da come si debbano strutturare le cellule del partito per limitare i danni in caso si venga scoperti, a come prendere il controllo dei punti chiave del governo da rovesciare, a come gestire la propaganda o i negoziati col nemico, fino a come gestire una vera e propria guerra.
L’esecuzione delle varie parti del piano è affascinante, e soprattutto traspare l’idea di quanto sia complicato, e improbabile anche nel migliore degli scenari possibili, avere successo. Qualunque siano le simpatie politiche personali (e le mie non collimano certo con quelle di Heinlein), e nonostante la difficoltà tecnica di immedesimarsi nei ribelli protagonisti, dopo un po’ non si può non simpatizzare per il piccolo Davide-Luna nella sua lotta per trionfare quel Golia che è la Terra. Così come è interessante vedere come il protagonista passi dalla frase con cui si presenta al lettore – My old man taught me two things: ‘Mind own business’ and ‘Always cut cards.’ Politics never tempted me” – a diventare uno degli organizzatori della rivoluzione. L’unico rammarico è forse che per Heinlein le possibilità di riuscita da parte di una società piccola come quella lunare è davvero così bassa, da far dipendere tutto il piano dei ribelli su un asso nella manica veramente sgravo: l’amicizia con il super-computer che amministra praticamente l’intero satellite. Così sembra quasi troppo “comodo”!

French revolution

La rivoluzione è crudele.

E’ comunque un bene che Heinlein abbia una visione così pragmatica della tecnica del golpe, perché quando si butta nella teoria politica viene da piangere. Tra le dissertazioni del Professor de la Paz e le riflessioni del protagonista, un sacco di pagine sono buttate in una celebrazione del liberismo e dello Stato anarchico che dopo i disastri del 2007-2008 sono assai difficili da prendere sul serio (“ah! Se i governi non si immischiassero e lasciassero che il mercato si autoregolasse negli scambi fra i privati, starebbero tutti meglio! Ah, solo i deboli hanno bisogno dello Stato, gli uomini davvero in gamba si assumono la responsabilità delle proprie azioni!”). Questi passaggi sono resi ancora più sgradevoli dal fatto che, proprio per lo stile pesantemente raccontato, queste teorie e la loro validità non passano come le convinzioni personali di alcuni personaggi, quanto come un dato di fatto sancito dal Narratore.

The Moon is a Harsh Mistress, insomma, è un romanzo geniale nelle idee benché povero nell’esecuzione – anche se, vale la pena dirlo, è pur sempre diverse spanne sopra i veri inetti della prosa, come Clarke o Poul Anderson. La vastità degli argomenti toccati – dal calcolo della traiettoria dei proiettili lanciati dalla Luna a una lezione sulla finanza lunare, dal funzionamento dei matrimonio di gruppo agli effetti della gravità lunare sulla struttura muscolare umana – da sola la dice lunga sulla cura e la serietà messe da Heinlein nello scrivere questo libro.
Se non avete mai letto Heinlein, questo è (come Starship Troopers o Stranger in a Strange Land) un ottimo punto di partenza. Se l’avete letto e vi piace il suo stile, e per qualche strana ragione non avete ancora provato The Moon is a Harsh Mistress, correte a farlo. Se Heinlein invece vi dà il voltastomaco (reazione comprensibile), be’… questo libro è puro Heinlein 100%, quindi statene alla larga. Quanto a me, in futuro mi piacerebbe tornare su Heinlein, magari toccando un romanzo meno conosciuto: la sua bibliografia è sterminata, e materiale di buona qualità non manca. Vediamo intanto le reazioni a questo articolo.

Dove si trova?
Come potete immaginare, non è difficile procurarsi una copia digitale di quest’opera. Edizioni ePub di The Moon Is A Harsh Mistress si trovano sia su Library Genesis che su BookFinder, mentre su Emule potrete scaricarvi la traduzione italiana (La Luna è una severa maestra).

Su Heinlein
Ansioso di informarmi su uno degli scrittori ritenuti più importanti nella storia della fantascienza, nel corso degli ultimi due anni ho letto una decina abbondante di romanzi di Heinlein. Di seguito quelli che ho apprezzato di più – chissà, da uno di questi potrebbe nascere in futuro un Consiglio o una Bonus Track:
The Puppet Masters The Puppet Masters (Il terrore della sesta luna) è un classico dei romanzi d’invasione “tipo ultracorpi”: una navicella atterra in mezzo ai campi del Midwest, e in men che non si dica una progenie di lumaconi prende il controllo della popolazione locale. I lumaconi controllano le loro vittime attaccandosi al loro cervelletto, dopodiché si fingono umani normali e cominciano a diffondersi in modo sistematico… I protagonisti sono un pugno di agenti di un’organizzazione segreta della Difesa americana, e il romanzo racconta di come faranno a contenere l’invasione e quindi annientarla. I personaggi sono abbastanza bidimensionali, c’è molto machismo un po’ datato, nessuna ambiguità morale – ma la partita a scacchi tra i buoni e gli alieni cattivi è affascinante, e gestita con molta intelligenza. Un romanzo piacevole, nettamente superiore all’altro classico dell’invasione “tipo ultracorpi” – The Body Snatchers di Jack Finney.
Farmer in the Sky Farmer in the Sky (Pionieri dello spazio) è un romanzo per ragazzi, uno dei cosiddetti “Heinlein’s Juveniles”. La trama è molto semplice: racconta di un ragazzo che, non avendo prospettive sulla Terra, decide di emigrare sul padre nelle prime colonie su Ganimede, una delle lune di Giove. Ma la vita su Ganimede è dura, la voglia di mollare tanta. C’è una cosa di questo romanzo che me lo rende caro – la sincerità del messaggio che Heinlein lancia ai suoi lettori: nella vita nulla arriva gratis, se vuoi qualcosa devi darti da fare, con intelligenza e determinazione; se molli (per codardia, o pigrizia) perderai il rispetto di te stesso. Il tutto mostrato con molta efficacia. Per me Farmer in the Sky è il migliore degli Heinlein’s Juveniles.
The Door into Summer The Door Into Summer (La porta sull’estate) sembra il sogno bagnato di un’ingegnere mischiato a un romanzo sui viaggi nel tempo. Daniel Davis è il geniale inventore di una serie di automi per le faccende domestiche che hanno rivoluzionato il mercato, ma oggi è un uomo finito: la sua ex-amante e il suo partner d’affari l’hanno truffato e buttato fuori dalla compagnia. Amareggiato dalla vita, Davis decide di farsi criogenizzare assieme al suo unico caro – il suo gatto – per tornare a vivere in un futuro migliore; ma questo è solo l’inizio di una serie di avvenimenti rocamboleschi che lo porteranno a chiudere i conti con i due traditori. Il plot è melodrammatico e la dinamica dei viaggi nel tempo suona inverosimile, ma il protagonista è simpatico, la descrizione delle invenzioni deliziosa e l’interplay tra i personaggi (in particolare con il gatto!) ben riuscito. Il più dolce e meno pretenzioso dei romanzi di Heinlein.
Starship Troopers Starship Troopers (Fanteria dello spazio) non ha certo bisogno di presentazioni. Come tanti giovani della sua età Rico, appena diplomato, non sa cosa fare della propria vita; e più per emulazione che per reale convinzione, si arruola nell’esercito. Attraverso i suoi occhi, vivremo la vita militare in un mondo utopico in cui l’esercito ha assunto il controllo della Terra e la amministra con efficienza, dai boot camp per i cadetti ai campi di battaglia interstellari. Nonostante gli alti e bassi, un romanzo di formazione affascinante e ben scritto; incredibile pensare che sia stato scritto per un target Young Adult.
Stranger in a Strange Land Stranger in a Strange Land (Straniero in terra straniera), un altro dei romanzi più famosi della fantascienza, racconta le peripezie di Michael Valentine Smith, primo uomo nato ed educato su Marte, dopo il suo arrivo sulla Terra. A metà tra il romanzo d’avventura e il saggio antropologico, questo romanzo vuole mettere in luce le idiosincrasie della cultura occidentale attraverso gli occhi ingenui dell’uomo venuto da un altro pianeta. Nonostante alcune digressioni siano un po’ pesanti, questo è uno dei libri dove Heinlein ha trovato il miglior equilibrio tra narrazione e disquisizioni saggistiche. Assicuratevi di leggere la Uncut Version, che contiene un paio di centinaia di pagine in più rispetto alla versione tagliata che è circolata per decenni.
La produzione di Heinlein è in genere divisa in tre periodi cronologici. Tutte le opere che ho letto finora appartengono al Periodo Giovanile (fino a Starship Troopers) o al Periodo della Maturità (fino a The Moon is a Harsh Mistress). Ma visto che Heinlein mi è piaciuto, in futuro leggerò di sicuro anche qualcosa del Periodo Tardo (in particolare sono attratto da Time Enough for LoveFridayJob: A Comedy of Justice). Vi farò sapere che ne penso.

Qualche estratto
Il primo estratto, preso dall’inizio del libro, è la presentazione del personaggio di Mike da parte del protagonista, e dà subito un’idea del tono e del linguaggio colorito della voce narrante (ma anche della maniera in cui semina infodump a pioggia). Il secondo è invece un vivace dialogo tra il protagonista e la bella Wyoh, e tocca i temi caldi del libro: teoria e pratica della rivoluzione, l’organizzazione della famiglia di Mannie, il suo scetticismo pratico e la situazione politica terrestre. E’ un po’ lungo ma ha ritmo – e ne vale la pena.

1.
When Mike was installed in Luna, he was pure thinkum, a flexible logic—“High-Optional, Logical, Multi-Evaluating Supervisor, Mark IV, Mod. L”—a HOLMES FOUR. He computed ballistics for pilotless freighters and controlled their catapult. This kept him busy less than one percent of time and Luna Authority never believed in idle hands. They kept hooking hardware into him—decision-action boxes to let him boss other computers, bank on bank of additional memories, more banks of associational neural nets, another tubful of twelve-digit random numbers, a greatly augmented temporary memory. Human brain has around ten-to-the-tenth neurons. By third year Mike had better than one and a half times that number of neuristors.
And woke up.
Am not going to argue whether a machine can “really” be alive, “really” be self-aware. Is a virus self-aware? Nyet. How about oyster? I doubt it. A cat? Almost certainly. A human? Don’t know about you, tovarishch, but I am. Somewhere along evolutionary chain from macromolecule to human brain self-awareness crept in. Psychologists assert it happens automatically whenever a brain acquires certain very high number of associational paths. Can’t see it matters whether paths are protein or platinum.
(“Soul?” Does a dog have a soul? How about cockroach?)
Remember Mike was designed, even before augmented, to answer questions tentatively on insufficient data like you do; that’s “high optional” and “multi-evaluating” part of name. So Mike started with “free will” and acquired more as he was added to and as he learned—and don’t ask me to define “free will.” If comforts you to think of Mike as simply tossing random numbers in air and switching circuits to match, please do.

Super Mario on the Moon

Non c’entra niente ma DOVEVO metterla.

2.
 “Mannie, why do you say our program isn’t practical? We need you.”
Suddenly felt tired. How to tell lovely woman dearest dream is nonsense? “Um. Wyoh, let’s start over. You told them what to do. But will they? Take those two you singled out. All that iceman knows, bet anything, is how to dig ice. So he’ll go on digging and selling to Authority because that’s what he can do. Same for wheat farmer. Years ago, he put in one cash crop—now he’s got ring in nose. If he wanted to be independent, would have diversified. Raised what he eats, sold rest free market and stayed away from catapult head. I know—I’m a farm boy.”
“You said you were a computerman.”
“Am, and that’s a piece of same picture. I’m not a top computerman. But best in Luna. I won’t go civil service, so Authority has to hire me when in trouble—my prices—or send Earthside, pay risk and hardship, then ship him back fast before his body forgets Terra. At far more than I charge. So if I can do it, I get their jobs—and Authority can’t touch me; was born free. And if no work—usually is—I stay home and eat high.
“We’ve got a proper farm, not a one-cash-crop deal. Chickens. Small herd of whiteface, plus milch cows. Pigs. Mutated fruit trees. Vegetables. A little wheat and grind it ourselves and don’t insist on white flour, and sell—free market—what’s left. Make own beer and brandy. I learned drillman extending our tunnels. Everybody works, not too hard. Kids make cattle take exercise by switching them along; don’t use tread mill. Kids gather eggs and feed chickens, don’t use much machinery. Air we can buy from L-City—aren’t far out of town and pressure-tunnel connected. But more often we sell air; being farm, cycle shows Oh-two excess. Always have valuta to meet bills.”
“How about water and power?”
“Not expensive. We collect some power, sunshine screens on surface, and have a little pocket of ice. Wye, our farm was founded before year two thousand, when L-City was one natural cave, and we’ve kept improving it—advantage of line marriage; doesn’t die and capital improvements add up.
[…] But back to your plan, Wyoh: two things wrong. Never get ‘solidarity’; blokes like Hauser would cave in—because they are in a trap; can’t hold out. Second place, suppose you managed it. Solidarity. So solid not a tonne of grain is delivered to catapult head. Forget ice; it’s grain that makes Authority important and not just neutral agency it was set up to be. No grain. What happens?”
“Why, they have to negotiate a fair price, that’s what!”
“My dear, you and your comrades listen to each other too much. Authority would call it rebellion and warship would orbit with bombs earmarked for L-City and Hong Kong and Tycho Under and Churchill and Novylen, troops would land, grain barges would lift, under guard—and farmers would break necks to cooperate. Terra has guns and power and bombs and ships and won’t hold still for trouble from ex-cons. And troublemakers like you—and me; with you in spirit—us lousy troublemakers will be rounded up and eliminated, teach us a lesson. And earthworms would say we had it coming . . . because our side would never be heard. Not on Terra.”
Wyoh looked stubborn. “Revolutions have succeeded before. Lenin had only a handful with him.”
“Lenin moved in on a power vacuum. Wye, correct me if I’m wrong. Revolutions succeeded when—only when—governments had gone rotten soft, or disappeared.”
“Not true! The American Revolution.”
“South lost, nyet?”
“Not that one, the one a century earlier. They had the sort of troubles with England that we are having now—and they won!”
“Oh, that one. But wasn’t England in trouble? France, and Spain, and Sweden—or maybe Holland? And Ireland. Ireland was rebelling; O’Kellys were in it. Wyoh, if you can stir trouble on Terra—say a war between Great China and North American Directorate, maybe PanAfrica lobbing bombs at Europe, I’d say was wizard time to kill Warden and tell Authority it’s through. Not today.”
“You’re a pessimist.”
“Nyet, realist. Never pessimist. Too much Loonie not to bet if any chance. Show me chances no worse then ten to one against and I’ll go for broke. But want that one chance in ten.”

Tabella riassuntiva

Ti spiega come si fa la rivoluzione! E’ tutto raccontato!
Rigoroso worldbuilding di una società lunare autosufficiente. Infodump a pioggia e ritmo altalenante.
Il destino dei ribelli lunari è incerto fino all’ultimo. Personaggi stereotipati.
Voce narrante frizzante e piacevole. Ti ingozza a forza di dottrine politico-economiche assai discutibili.

(1) L’unica eccezione importante sta nel linguaggio. Sia nei dialoghi, sia nel parlato stesso della voce narrante, Heinlein fa uso di una grammatica strana, dai periodi spezzati, in cui spesso gli articoli come the o i pronomi personali vengono omessi. Al contempo, i Lunatici usano un gergo tutto loro che mischia le lingue più diverse, come il buffo termine ‘dinkum thinkum’ adottato da Manuel per indicare Mike o l’abbondanza di parole di origine russa (‘nyet’, ‘tovarish’…). Questo mix sarebbe una conseguenza del melting pot di razze che hanno caratterizzato la colonia penale lunare fin dalle origini.
Heinlein, insomma, crea un linguaggio personalizzato a scopo narrativo alla maniera di Burgess in Arancia Meccanica, anche se senza spingersi così in là. Il risultato è piacevole, anche se non sempre facile da seguire in inglese. Bravo Robert.

Gli Dei di Mosca su Vaporteppa

Gli Dei di MoscaGli Dei di Mosca, traduzione italiana di Dancing with Bears di Michael Swanwick, è uscito ieri per la collana Vaporteppa del Duchino. Potete leggere la notizia sul sito di Vaporteppa.
L’e-book si può acquistare su Ultima Books (in ePub o mobi, il formato proprietario del kindle), su Amazon (solo mobi) e sulle altre librerie online collegate a Stealth. Il costo è di 4,99 Euro: un prezzo assolutamente abbordabile, considerando che l’e-book di un romanzo come Zombies and Shit di Mellick in lingua originale – più corto di un cinquanta pagine buone, e senza i costi di traduzione sul groppone – viene messo su Amazon a 5,95 Euro, un Euro in più. Personalmente, credo che aspetterò la versione cartacea che uscirà tra un paio di settimane: avendo già letto il romanzo in lingua originale, la cosa che mi interessa di più è – narcisisticamente – poter esporre Gli Dei di Mosca nella mia polverosa libreria.

Ho già scritto nel precedente articolo di come trovi questa de Gli Dei di Mosca una scelta azzeccata per inaugurare la narrativa di Vaporteppa. Ecco il commento il Duchino in proposito:

Scegliere un romanzo di Swanwick ha significato sottoporsi a costi molto maggiori rispetto a un romanzo italiano. Non lo abbiamo fatto perché speriamo di guadagnare “di più” (anche se evitare di andare in passivo non ci farebbe schifo), ma perché questo titolo rappresenta bene quel tono un po’ cialtrone e quelle ambientazioni vagamente ottocentesche che vorrei vedere nelle future opere di Vaporteppa.
In più Swanwick è un autore, come ricordato pochi giorni fa anche sul blog di Urania (che ringrazio per aver messo in eBook Ossa della Terra), che NON ha la giusta diffusione e il giusto riconoscimento in Italia. Solo alcuni dei suoi romanzi sono stati tradotti e questo, il meno fantastico/fantascientifico, non lasciava presagire speranze di apparire dopo quasi tre anni dalla pubblicazione originale… o lo portavamo noi o chissà quando sarebbe apparso!

Insomma, il Duca ha fatto ciò che avevo sempre chiesto e desiderato da quando esiste Tapirullanza: che gli editori italiani la smettaesero di importare solo (o quasi) merda e aprissero gli occhi anche a quei tanti piccoli capolavori o romanzi curiosi – benché di nicchia – che facevano capolino nel mare di melma della narrativa. Oggi è successo. Capite quindi che è anche nel mio interesse che Vaporteppa viva e prosperi negli anni a venire: perché altri e altri bei romanzi ancora vengano portati in Italia o nascano, ancora meglio, in italiano.
La sorpresa più grande, però, doveva ancora arrivare. Come sapete seguo regolarmente Flogging Babel, il blog di Michael Swanwick. E cosa mi spunta fuori sul feed ieri sera, se non proprio questo breve articolo dell’illustrissimo che commenta la copertina del romanzo?

This is, I believe, the best version of Surplus to date. Check out that expression!  His marks don’t normally get to see this aspect of him. And this is the first attempt to capture the likeness of Aubrey Darger I’ve ever seen. Artist Manuel Preitano captures, I believe, the quintessential Britishness of him.

Quale soddisfazione migliore ci potrebbe essere delle lodi personali dell’autore?

OK, time to move on: Gli Dei di Mosca è uscito. Ora posso solo sperare che il catalogo si arricchisca nelle settimane e mesi a venire con nuovi titoli, magari anche di inediti italiani.
Nel frattempo, come combattere la noia? Che domande. Con il Goat Simulator!


Trailer ufficiale di Goat Simulator.

Bonus Track: Black Easter / The Day After Judgement

Black EasterAutore: James Blish
Titolo italiano: Pasqua nera
Genere: Horror / Apocalyptic Fantasy
Tipo: Romanzo

Anno: 1968
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 176

Difficoltà in inglese: **

Autore: James BlishThe Days After Judgement
Titolo italiano: L’apocalisse e dopo
Genere: Horror / Post-Apocalyptic Fantasy
Tipo: Romanzo

Anno: 1971
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 172

Difficoltà in inglese: ***

“I have never seen [a novel] which dealt with what real sorcery actually had to be like if it existed, although all the grimoires are explicit about the matter. Whatever other merits this book may have, it neither romanticizes magic nor treats it as a game.”

Theron Ware è uno degli ultimi grandi maghi neri della nostra epoca. Isolato dal mondo nel suo palazzo di Positano, si mantiene vendendo le sue capacità a facoltosi clienti. Ma capisce subito che qualcosa di nuovo è nell’aria quando alla sua porta si presenta Mr. Baines, mercante d’armi in giacca e cravatta, con la richiesta di far uccidere con discrezione il Governatore della California. Baines lo sta solo mettendo alla prova: vuole capire quali siano i reali poteri di Ware prima di metterlo a parte del suo vero, ambiziosissimo progetto.
Ma il loro incontro non è passato inosservato. Dalle pendici di Monte Albano, dove vive in ritiro perenne l’ultimo ordine monastico di maghi bianchi, Padre Domenico si prepara, col beneplacito dei suoi confratelli, a partire alla volta di Positano. Il Patto sancito nella notte dei tempi tra maghi bianchi e neri proibisce ai monaci di interferire in alcun modo con i rituali, ma Padre Domenico intende assistere con i propri occhi all’evocazione. I presagi dicono infatti che è dalla nascita di Theron Ware che gli Inferi attendono il suo incontro con Baines, e che la sciagura che si sta preparando è tale che non se n’è mai vista una uguale nella storia del mondo…

Il Consiglio di settimana scorsa era dedicato a un’apocalisse del tutto possibile e a una speculazione fantascientifica su ciò che avrebbe potuto realisticamente succedere dopo. Con i due brevi romanzi di Blish, invece, entriamo in pieno territorio Fantasy. Cosa succederebbe, se la magia nera contenuta nei grimori medievali fosse reale, e se davvero un mago bene addestrato potesse evocare demoni e legarli a sé con un contratto? E se trasportassimo quest’arte occulta nel moderno mondo degli affari? Nelle mie letture sono sempre alla ricerca di modi nuovi di interpretare la “magia” e i sistemi magici, e la concezione prettamente malvagia e demoniaca che troviamo in questi due libri, unita all’ambientazione moderna, è una variante insolita nel panorama della narrativa Fantasy contemporanea.
Le due opere di Blish sono, di fatto, un unico romanzo in due parti, e andrebbero lette di fila. Black Easter ci racconta cosa succede quando un potente uomo d’affari dall’ambizione smodata incontra l’ultimo grande mago nero della nostra epoca. The Day After Judgement inizia nel momento esatto in cui il primo finisce, e si concentra sulle conseguenze delle azioni compiute dai protagonisti nel primo libro (1). In seguito i due romanzi sono stati anche raccolti, in lingua inglese, nell’omnibus The Devil’s Day.

Mago nero Yugioh

Il mago nero dei romanzi di Blish potrebbe non corrispondere.

Uno sguardo approfondito
C’è qualcosa di affascinante nell’architettura narrativa chiamata crogiolo: un numero limitato di personaggi si trovano, più o meno per costrizione, a vivere a stretto contatto in un ambiente chiuso. Questa situazione di ‘contatto obbligato’ crea tutta una rete di rapporti e microconflitti tra i personaggi, col doppio scopo di approfondire ciascuno di essi e mantenere un continuo livello di tensione. È questo il modo in cui è strutturato Black Easter, in cui il limitato cast di personaggi converge verso il palazzo di Positano dove i rituali oscuri dovranno essere celebrati.
E mentre il romanzo procede, con un crescente lento ma costante, verso lo svelamento finale del piano perverso che Baines vuole mettere in atto con l’aiuto delle arti oscure di Ware, l’attenzione del lettore è impegnata dal fitto interplay dei personaggi e dalle loro sottotrame. Abbiamo per esempio il conflitto interiore di Padre Domenico, combattuto tra la necessità di rispettare il Patto e non intervenire – se lo rompesse, i monaci dell’ordine non sarebbero più protetti dagli attacchi dei demoni – e l’odio per la propria impotenza, oltre al suo domandarsi perché Dio permetta tutto questo (insomma, il solito problema del male cristiano); o quello del Dr. Hess, lo scienziato al servizio di Baines da questi chiamato per studiare le tecniche di Ware, ma che è un ateo e uno scettico, e non può risolversi a credere che le arti oscure siano reali; o quello di Jack Ginsberg, il segretario di Baines, uomo gelido e riservato ma debole, che vive per ottenere la stima del suo capo e degli altri, e che sarebbe disposto ad apprendere la magia di Ware per soddisfare le sue passioni private, non importa quale sia il prezzo. E infine, il conflitto dello stesso Theron Ware, tra il suo amore per la conoscenza, il suo desiderio di spingere sempre oltre l’audacia dei suoi rituali, e il terrore che portando a termine il disegno di Baines farà qualcosa di irreparabile per il genere umano (2).

Il fascino di tutti questi livelli di conflitto è amplificato dalla totale ambiguità morale dell’ambientazione. Non ci sono personaggi davvero positivi, nei due romanzi di Blish, ciascuno è mosso dalle sue ambizioni personali o dal basso ventre; anche i monaci di Monte Albano, che dovrebbero incarnare i ‘buoni’, sono un tipo molto particolare di buoni, considerando che sono costretti a una quasi totale inazione. La stessa magia, in quanto legata ai demoni della tradizione cristiana, è intrinsecamente intrisa di crudeltà e piccole meschinità, è disgustosa nei rituali ed essenzialmente votata a fare del male.
Altra scelta interessante, nei due libri non c’è un vero protagonista. La storia è raccontata in terza persona, con tipico pov-a-cazzo che passa da un personaggio all’altro di capitolo in capitolo, senza preferenze particolari per l’uno o per l’altro, non di rado scivolando nell’onnisciente. Benché si possa dire che Theron Ware e Baines siano i motori della storia e quindi i personaggi principali, il segretario Jack Ginsberg appare sotto i riflettori per almeno altrettanto tempo. Inoltre il punto di vista scende raramente nella testa dei personaggi, assumendo per lo più il ruolo della telecamera neutra. Sta quindi al lettore scegliere in quali punti di vista identificarsi maggiormente, a chi dare ragione, per chi parteggiare.

Clavicula Salomonis

Pentacolo maggiore della Clavicula Salomonis. Diffidate dalle imitazioni.

Il principale motivo di interesse dei romanzi di Blish è però il modo in cui viene rappresentata la magia. Da una parte, abbiamo un’interpretazione fedele della metodologia dei grimori (che Blish deve aver studiato nel dettaglio, dall’Ars Magna di Raimondo Lullo alla Clavicula Salomonis): le gerarchie di marchesi e principi e presidenti dell’Inferno, le procedure estenuanti e senza un’apparente logica da seguire alla lettera, invocazioni di decine di nomi demoniaci (rigorosamente in maiuscolo) come SATAN MEKRATRIG o LUCIFUGE ROFOCALE, l’obbligo di fare certe cose in certi giorni e a certe ore rivolti verso certi punti cardinali, i sacrifici, gli oggetti rituali da forgiare e incantare personalmente. E i demoni appaiono fin troppo reali e pericolosi: un singolo passo falso durante un rituale di evocazione, e la creatura evocata potrebbe dilaniarci e divorarci vivi.
Al tempo stesso, è bello vedere una simile ritualità calata ai tempi nostri, in mezzo a uomini d’affari e scienziati scettici e studiosi di anti-materia. L’arte di Theron Ware è un corpo di discipline oggettivo, che chiunque con la giusta dedizione e i nervi saldi potrebbe apprendere, e che potrebbe persino essere paragonata al metodo scientifico (benché parta da premesse opposte). Uno dei passaggi più interessanti di Black Easter è proprio quando Ware mostra il suo ‘laboratorio’ al Dr. Hess, e si lancia in una discussione su affinità e divergenze tra la magia nera e l’approccio scientifico.

Purtroppo, il fascino dell’opera scema quando il conflitto assume proporzioni cosmiche, e si passa dai piccoli e meschini drammi umani ai massimi sistemi della religione cristiana. Il problema principale dei romanzi di Blish – come già avevo mostrato in questo articolo dedicato, tra gli altri, a A Case of Conscience – è sembra stata la costruzione della trama, che si perde a metà strada e non arriva da nessuna parte nel finale.
Anche Black Easter e The Day After Judgement non fanno eccezione: in entrambi i casi, il climax culmina in un finale certamente epico, ma tronco, e si ha la sensazione che Blish non sapesse più cosa dire. Tutto si risolve in una tesi abbastanza generica e cinica sulla natura umana, sulla sua ambizione e sui suoi bassi istinti. L’epilogo miltoniano di The Day After Judgement potrà forse regalare un orgasmo agli amanti dell’epica cristologica rinascimentale, ma è poco soddisfacente per la maggior parte di noi lettori di narrativa di genere.

James Blish

“Blah, blah, ho letto Milton, non sono mica uno di quegli scrittori di fantascienza ‘gnoranti che leggete di solito”

A questo senso di incompiutezza si aggiunge la generale sciatteria stilistica tipica della narrativa fantastica di quegli anni. Anche se all’occorrenza Blish sa come far muovere e gesticolare i suoi personaggi per trasmettere le loro emozioni, troppo spesso si abbandona per pigrizia a raccontare il loro stato d’animo. L’abuso del tell diventa particolarmente opprimente negli infodump, che Blish utilizza di continuo e in modo goffissimo per spiegarci la sua ambientazione e i suoi personaggi, a volte andando avanti per righe e righe. Ecco ad esempio come, all’inizio del primissimo capitolo, l’autore ci introduce a Monte Albano e ai suoi monaci:

Demons were not welcome visitors on Monte Albano, where the magic practiced was mostly of the kind called Transcendental, aimed at pursuit of a more perfect mystical union with God and His two revelations, the Scriptures and the World. But occasionally, Ceremonial magic – an applied rather than a pure art, seeking certain immediate advantages – was practiced also, and in the course of that the White Monks sometimes called down a demiurge, and, even more rarely, raised up one of the Fallen.

Unito alla gestione sbarellata del pov, il risultato è terribile. Data la brevità dei due romanzi, Blish avrebbe certamente potuto spendere qualche capitolo in più per presentare il suo mondo in modo più immersivo e naturale.

Come romanzi, Black Easter e The Day After Judgement sono un parziale fallimento. La storia parte forte e cresce bene; i personaggi sono suggestivi, l’atmosfera affascinante e atipica; ma tutto questo build-up non porta da nessuna parte e il lettore finisce col sentirsi tradito. Di conseguenza, non mi sentirei di consigliare tout-court questo romanzo in due parti.
L’opera di Blish merita tuttavia di essere ricordata per almeno due ragioni:
1. Per aver ripreso i canoni della magia evocativa medievale e averla trasportata ai giorni nostri. Questo connubio sarebbe poi stato ripreso con risultati più felici dalla serie di JRPG Shin Megami Tensei, a cui dedicherò un articolo a breve.
2. Per l’atmosfera cupa, di sovrannaturalità e morte, che ha saputo ricucire attorno al concetto di “magia”. Nel Fantasy contemporaneo, la magia è ormai diventata perlopiù qualcosa di mondano, abituale, o figo; nei romanzi di Blish torna ad essere – come un tempo doveva essere percepita da chi ci credeva – come qualcosa di terribile, che può ucciderti per un istante di distrazione o dannarti l’anima per l’eternità, qualcosa di alieno, qualcosa con cui è meglio non avere a che fare perché “i mortali non sono nati per servirsene”.
L’aspirante scrittore di fantasy dovrebbe fare tesoro di queste ispirazioni quando progetterà il suo personalissimo sistema magico.

Decarabia

Il demone Decarabia secondo Shin Megami Tensei. Awwww ma che carino!

Dove si trovano
In lingua originale, Black Easter si può scaricare sia su Library Genesis che su BookFinder in formato pdf, mentre The Day After Judgement si trova solamente su BookFinder in formato .rar.

Qualche estratto
Volendo evitare spoiler troppo in là nella storia, entrambi i brani che seguono sono presi da Black Easter. Il primo estratto è tratto dal primo incontro fra Mr. Baines e Theron Ware, e stabilisce le basi della magia nera e del loro rapporto d’affari; il secondo è invece preso da una delle sedute di evocazione, quando il gruppo tenta di evocare il demone MARCHOSIAS perché provochi la morte di un innocente.

1.
The magician said, “No, I can’t help you to persuade a woman. Should you want her raped, I can arrange that. If you want to rape her yourself, I can arrange that, too, with more difficulty-possibly more than you’d have to exert on your own hook. But I can’t supply you with any philters or formulae. My specialty is crimes of violence. Chiefly, murder.”
Baines shot a sidelong glance at his special assistant, Jack Ginsberg, who as usual wore no expression whatsoever and had not a crease out of true. It was nice to be able to trust someone. Baines said, “You’re very frank. “
“I try to leave as little mystery as possible,” Theron Ware – Baines knew that was indeed his real name – said promptly. “From the client’s point of view; black magic is a body of technique, like engineering. The more he knows about it, the easier I find it makes coming to an agreement.”
“No trade secrets? Arcane lore, and so on?”
“Some-mostly the products of my own research, and very few of them of any real importance to you. The main scholium of magic is ‘arcane’ only because most people don’t know what books to read or where to find them. Given those books-and sometimes, somebody to translate them for you-you could learn almost everything important that I know in a year. To make something of the material, of course, you’d have to have the talent, since magic is also an art. With books and the gift, you could become a magician-either you are or you aren’t, there are no bad magicians, any more than there is such a thing as a bad mathematician-in about twenty years. If it didn’t kill you first, of course, in some equivalent of a laboratory accident. It takes that long, give or take a few years, to develop the skills involved. I don’t mean to say you wouldn’t find it formidable, but the age of secrecy is past. And really the old codes were rather simpleminded, much easier to read than, say, musical notation. If they weren’t, well, computers could break them in a hurry.”
Most of these generalities were familiar stuff to Baines, as Ware doubtless knew. Baines suspected the magician of offering them in order to allow time for himself to be studied by the client. […]
“Of course, it’s also faster if my clients are equally frank with me.”
“I should think you’d know all about me by now,” Baines said.
“Oh, Dun and Bradstreet,” Ware said, “newspaper morgues, and of course the grapevine – I have all that, naturally. But I’ll still need to ask some questions.”
“Why not read my mind?”
“Because it’s more work than it’s worth. I mean your excellent mind no disrespect, Mr. Baines. But one thing you must understand is that magic is hard work. I don’t use it out of laziness, I am not a lazy man, but by the same token I do take the easier ways of getting what I want if easier ways are available.”
“You’ve lost me.”
“An example, then. All magic – I repeat, all magic, with no exceptions whatsoever-depends upon the control of demons. By demons I mean specifically fallen angels. No lesser class can do a thing for you. Now, I know one such whose earthly form includes a long tongue. You may find the notion comic.”
“Not exactly.”
“Let that pass for now. In any event, this is also a great prince and president, whose apparition would cost me three days of work and two weeks of subsequent exhaustion. Shall I call him up to lick stamps for me?”
“I see the point.”

Marchosias

Una delle tante raffigurazioni di Marchosias, marchese infernale, secondo l’Ars Goetia.

2.
 Ware reappeared, carrying a sword. He entered the circle, closed it with the point of the sword, and proceeded to the central square, where he lay the sword across the toes of his white shoes; then he drew the wand from his belt and unwrapped it, laying the red silk cloth across his shoulders.
“From now on,” he said, in a normal, even voice, “no one is to move.” From somewhere inside his vestments he produced a small crucible, which he set at his feet before the recumbent sword. Small blue flames promptly began to rise from the bowl, and Ware cast incense into it.
He said: “Holocaust. Holocaust. Holocaust.” The flames in the brazier rose slightly.
“We are to call upon MARCHOSIAS, a great marquis of the Descending Hierarchy,” Ware said in the same conversational voice. “Before he fell, he belonged to the Order of Dominations among the angels, and thinks to return to the Seven Thrones after twelve hundred years. His virtue is that he gives true answers. Stand fast, all.”
With a sudden motion, Ware thrust the end of his rod into the surging flames of the brazier. At once the air of the hall rang with a long, frightful chain of woeful howls. Above the bestial clamor, Ware shouted:
“I adjure thee, great MARCHOSIAS, as the agent of the Emperor LUCIFER, and of his beloved son LUCIFUGE ROFOCALE, by the power of the pact I have with thee, and by the Names ADONAY, ELIOM, JEHOVAM, TAGLA, MATHON, ALMOUZIN, ARIOS, PITHONA, AGOTS, SYLPHAE, TABOTS, SALAMANDRAE, GNOMUS, TERRAE, COELIS, GODENS, AQUA, and by the whole hierarchy of superior intelligences who shall constrain thee against thy will, venite, venite, submiritillor MARCHOSIAS!”
The noise rose higher, and a green steam began to come off the brazier. It smelt like someone was burning hart’s horn and fish gall. But there was no other answer. His face white and cruel, Ware rasped over the tumult:
“I adjure thee, MARCHOSIAS, by the pact, and by the Names, appear instanter” He plunged the rod a second time into the flames. The room screamed; but still there was no apparition.
“Now I adjure thee, LUCIFUGE ROFOCALE, whom I command, as the agent of the Lord and Emperor of Lords, send me thy messenger MARCHOSIAS, forcing him to forsake his hiding place, wheresoever it may be, and warning thee–” The rod went back in the fire. Instantly, the palazzo rocked as though the earth had moved under it.
“Stand fast” Ware said hoarsely. Something Else said.
HUSH, I AM HERE. WHAT DOEST THOU SEEK OF ME? WHY DOEST THOU DISTURB MY REPOSE? LET MY FATHER REST, AND HOLD THY ROD.

Tabella riassuntiva

La magia dei grimori medievali trasportata ai giorni nostri! Scrittura sciatta e gestione approssimativa del pov.
Personaggi complessi e in conflitto tra loro. Finali inconcludenti.
Buona gestione del crescendo verso il climax finale.

(1) Inizialmente Blish aveva concepito solo il primo libro, ma il finale aperto il discreto successo di Black Easter spinse gli editori a commissionargli la continuazione. The Day After Judgement fu pubblicato infatti, solo tre anni dopo il primo libro.

(2) Questa struttura a ‘crogiolo’ purtroppo si rompe in The Day After Judgement, che infatti non riesce ad essere affascinante e tensivo quanto il primo libro. I personaggi sopravvissuti si separano, e ognuno (assieme alle new entries del secondo romanzo) persegue la propria quest personale per conto proprio.

I Consigli del Lunedì #39: Earth Abides

Earth AbidesAutore: George R. Stewart
Titolo italiano: La Terra sull’abisso
Genere: Science Fiction / Post-Apocalyptic SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1949
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 370 ca.

Difficoltà in inglese: **

Men go and come, but earth abides.
ECCLESIASTES, I, 4

Quando una specie raggiunge un numero elevatissimo di esemplari, e satura il proprio habitat, diventa più soggetta al rischio di essere decimata da un’epidemia. Nel giro di pochi giorni, di quell’animale che sembrava essere ovunque non si trova più traccia. Oggi è toccato all’uomo. Quando Isherwood Williams, giovane studente di geografia all’università di Stanford, torna dalla sua escursione solitaria di due settimane sulle montagne, non trova più anima viva. Le strade sono deserte, le città silenziose. Una pandemia misteriosa si è portata via il 99% degli esseri umani.
Anche la sua casa, nei sobborghi di San Francisco, è vuota; nessuna delle persone che conosceva è ancora in vita. Ma Ish non vuole cedere alla disperazione. Deciso a trovare degli altri sopravvissuti e a impedire il silenzioso tracollo della civiltà, si imbarcherà in un viaggio attraverso gli Stati Uniti. A dargli forza, la curiosità intellettuale di scoprire cosa ne sarà del mondo dopo la fine del dominio dell’uomo. Lo aspettano anni incredibili.

Oggi vi presento un classico dimenticato. Benché non sia certo la prima opera di fantascienza post-apocalittica, Earth Abides è stato a lungo, per il mondo anglosassone, uno dei modelli di riferimento del genere. Uscito un anno dopo 1984, il romanzo di Stewart ha conosciuto una fama crescente nei decenni successivi. Gli scrittori che si sono cimentati in questo sottogenere, da King con The Stand (L’ombra dello scorpione) a McCarthy con The Road, gli si sono dichiaratamente ispirati. Ma con Earth Abides il tempo non è stato clemente come col romanzo di Orwell: oggi, negli States, è uno di quei libri che ricorrono più nella saggistica che nelle librerie di Anobii, e in Italia gli è andata ancora peggio, dove è rimasto un romanzo “da Urania” e non ha mai raggiunto grande notorietà.
Earth Abides parte da premesse consolidate – un protagonista solo, che si ritrova a vagare per le strade vuote di città decimate, in cerca di sopravvissuti – ma prende una direzione inusuale per il genere: quella del realismo documentaristico. Stewart era un saggista e uno storico prima che uno scrittore, e il suo romanzo ha molto della speculative fiction più pura: cosa succederebbe al nostro pianeta se rimuovessimo all’improvviso la quasi totalità della popolazione, e come reagirebbero i pochi superstiti? Stewart ce lo racconta attraverso gli occhi di Ish, in tre fasi della sua vita (corrispondenti alle tre parti in cui è diviso il romanzo): subito dopo il disastro, vent’anni dopo, e alla fine della sua vita. Niente mutazioni zombie, niente eroi, niente epica – solo le ‘normali’ esperienze di un uomo scampato alla fine del mondo.

Koala extinction

Uno sguardo approfondito
I protagonisti tipici della fantascienza post-apocalittica sono degli eroi, dei leader, o quantomeno dei duri – insomma, uomini d’azione. Devono esserlo, altrimenti avremmo dei personaggi-pov che se ne stanno tutto il giorno chiusi in uno sgabuzzino aspettando che qualcuno li salvi, e questa non è una trama molto appassionante. Nel 1949 però le convenzioni del genere non erano ancora state stabilite, e Stewart sceglie un tipo di protagonista molto differente.
Due sono le caratteristiche particolari dell’unico personaggio-pov di Earth Abides, e queste caratteristiche determinano il tono e la filosofia di fondo dell’intero romanzo.

Isherwood, tanto per cominciare, è passivo. Fin dall’inizio si presenta come uno studioso, un osservatore un po’ misantropo; la sua filosofia è quella dello scienziato davanti a un esperimento o dell’etnografo davanti al popolo da studiare: registrare fedelmente e interagire il meno possibile. La sua motivazione per tirare avanti e mettersi in viaggio, dopo aver scoperto che la malattia si è portata via tutti i suoi affetti, non è tanto trovare dei superstiti, quanto scoprire cosa succederà al mondo dopo la scomparsa dell’uomo. Il suo distacco dalla tragedia e la sua politica di non-intervento (soprattutto nella prima parte) riduce anche il coinvolgimento emotivo di noi lettori.
Tutta la narrazione si sviluppa secondo questo mood: il ritmo è pacato e costante, senza quasi mai picchi di tensione o di emozione. Spesso ho provato la sensazione di trovarmi in un documentario alla Piero Angela e di seguire la storia attraverso gli occhi di una fredda telecamera. Sensazione che si accentua quando Stewart intervalla la narrazione con dei brevi paragrafi dal tono esplicitamente saggistico: in questi passaggi, ci allontaniamo per un momento dalla storia di Ish e il Narratore Onnisciente ci racconta la sorte di questa o quella specie animale, o del sistema idrico di una città, o delle grandi autostrade che attraversano le praterie del Midwest. Queste digressioni – che si trovano soprattutto nella prima parte del romanzo, per poi diminuire gradualmente – sono del resto gli unici momenti in cui ci stacchiamo dal pov del protagonista, e sono chiaramente segnalate dall’interruzione di paragrafo.

Panda estinzione

Il nostro protagonista.

Se già questa premessa ha allontanato una buona fetta di voi dal romanzo, aspettate che arriva il bello: Ish è pure un protagonista sgradevole. Rampante universitario nell’America di fine anni ’40, Ish si sente un essere intellettualmente e moralmente superiore agli altri. Per tutto il romanzo, quando si riferisce ad altri da sé, non lo sentiremo dire altro che: questo è stupido, quello è mediocre, quest’altro ha una mente torpida, quello è un sempliciotto, quell’altro ancora si è talmente abbruttito che merita solo di morire.
La sua mancanza di empatia nei confronti degli altri, in particolare, può lasciare interdetti. E dato che un esempio vale più di mille parole, ecco come Ish tratta la prima persona in cui si imbatte dopo settimane, un ubriaco stordito dall’alcool e dal dolore:

Poi imprecò fra i denti, incapace di trattenere una smorfia di disgusto. Di tutti i sopravvissuti che avrebbe potuto trovare gli capitava fra i piedi un imbecille ubriaco, inutile per se stesso e per gli altri.

Mai in un romanzo post-apocalittico mi sarei aspettato di trovare un protagonista che invece di radunare attorno a sé tutti i poveri cristi che incontra, desideroso di compagnia e mutua assistenza, stabilisce che prenderà con sé soltanto quelli che riterrà degni – e che di fatto abbandona al loro destino quasi tutti i superstiti in cui si imbatte. Per dirla alla Fornero, Ish è terribilmente choosy.
Ora; un protagonista-pov sgradevole è una scelta pericolosa ma, di per sé, non è un errore. Corre il rischio di alienarsi la simpatia di molti lettori, impedendo in questo modo la catarsi e quindi l’immersione nella storia; ma può anche essere uno strumento dell’autore per dare un taglio particolare alla sua narrazione. Gli eroi heinleiniani sono tipicamente degli arroganti figli di puttana, ma molti fedelissimi di Heinlein amano i suoi romanzi proprio per questo. I protagonisti di Heinlein, però, non solo dicono di essere dei gran fighi, ma lo mostrano nei fatti: si rivelano davvero degli uomini superiori alla media. Isherwood, invece, è un meschino. Con la sua passività, crea una frattura tra quello che dice di essere (un eletto) e quello che mostra di essere (uno che non combina niente): un cocktail davvero difficile da digerire.

Worst apocalypse ever

Di nuovo, il nostro protagonista. Ma potrebbe anche essere la Tengi!

È difficile stabilire se quella di fare un protagonista sgradevole sia stata una scelta intenzionale dell’autore. Stewart era lui stesso un professore universitario, e dal tono compiacente che si fa strada a volte nella narrazione, si potrebbe sospettare un’inconsapevole self-insertion nel protagonista. Il modo in cui Ish incolpa vittimisticamente la mediocrità del genere umano per il collasso della civiltà, fa pensare a uno di quegli autori misantropi e autocompiaciuti di cui la storia della letteratura è piena.
In diverse altre occasioni, tuttavia, il mondo di Earth Abides smentisce e prende a schiaffi Ish. Il mondo post-apocalittico non ha bisogno di astrazioni intellettuali o di umanisti – ha bisogno di tecnici, di agricoltori, di ingegneri, di discipline pratiche. Ma queste cose Ish non può offrirle, Ish che alla sera preferisce leggersi Shakespeare piuttosto che una guida a come si coltiva un orto. In questo caso, Ish diventerebbe un simbolo dell’inadeguatezza e dell’impreparazione dell’uomo medio a far fronte agli infiniti problemi del ricostruire la civiltà dopo l’apocalisse.
Se non altro, l’impossibilità di decidere se l’autore sia ‘dalla parte’ del protagonista o meno, dimostra che la gestione dei punto di vista è impeccabile. Che ci piaccia o meno, ciò che vediamo è sempre filtrato dal pov di Ish, e nessun giudizio morale piove dall’alto; sta a noi lettori decidere come pensarla. (1)

Se la questione del protagonista rimane nebulosa, comunque, il romanzo pullula di errori oggettivi. Troppo spesso Stewart si abbandona a riassuntini raccontati, per esempio quando deve descrivere lunghi lassi di tempo o momenti della giornata in cui non accade nulla di importante. Le tre parti del romanzo, per esempio, sono inframezzate da brevi capitoli intitolati ‘The Quick Years”, in cui l’autore racconta cos’è successo tra un blocco temporale e un altro: queste parti sono interamente dei riassunti. Cosa ancora più irritante, anche alcune scene chiave sono raccontate anziché mostrate – ad esempio, il ritrovamento di molti dei superstiti durante i primi viaggi di Ish, all’inizio del libro.
Difetto ancora più grave, nel libro ci sono diversi errori scientifici. Un esempio su tutti: il cibo in scatola. Anche a distanza di venti e più anni dal collasso della civiltà, i superstiti continuano a nutrirsi di scatolette; Stewart concede che il cibo contenuto non abbia più sapore né struttura, ma sembra rimanere commestibile in aeterno. Cosa ancora più ridicola, probabilmente residuo della pruderie di fine anni ’40, nonostante la malattia abbia falcidiato un centinaio di milioni di persone, nel romanzo non ci si imbatte quasi mai nei cadaveri: le vittime hanno avuto la decenza di morire sempre fuori scena, nascosti nelle loro case, lontano in mezzo ai campi, o nei quartieri degli ospedali (da cui Ish si tiene accortamente alla larga). Sembra quasi che l’umanità non sia stata vittima di una pandemia quanto di rapimenti di massa degli alieni. Ora, posso capire che un romanzo di quell’epoca non insisterà mai – ahimé – sullo spettacolo gore di descrivere masse di corpi in putrefazione che invadono ogni dove; ma di qui all’asetticità Wasp di questa morte ‘invisibile’ e pulitina ce ne corre. Per un romanzo che vuole darsi un taglio realista e documentaristico, questi errori rischiano di minare la credibilità di tutta la storia.

Cibo in scatola

Al tempo stesso, però, molti aspetti del mondo di Earth Abides suonano credibili e scientificamente accurati. Le ipotesi sui cambiamenti ecologici nel corso degli anni sono affascinanti e ricevono molta più attenzione che nel romanzo post-apocalittico medio, dove in genere fanno da mero sfondo all’azione. Anche la dinamica sociale delle comunità in cui si radunano i sopravvissuti è convincente, e Stewart riesce a costruire alcune scene veramente coinvolgenti. Avanti nel libro – per dirne una – sullo scontro tra Ish e un nuovo arrivato che minaccia la sua leadership nella comunità, l’autore mette in piedi dei bellissimi momenti di tensione, e al contempo ci fa capire molto su come funzionano i rapporti di potere. Ish stesso, che ho tanto maltrattato per tutta la recensione, nel corso del romanzo avrà una crescita psicologica, e alla fine arriverà a capire molte cose che il suo snobistico io giovanile non vedeva o non voleva vedere (e riuscirà persino a combinare qualcosa di pratico!).
Earth Abides è anche un romanzo a tesi, e la sua tesi (dichiarata praticamente da subito: non è uno spoiler) è che un’epidemia che colpisce a caso e indiscriminatamente, non lascerebbe in circolazione i migliori, ma l’uomo medio – la gente che sta nella fetta centrale della gaussiana. Per questo non troviamo, nel romanzo di Stewart, gli uomini straordinari e dalla forte motivazione di tante opere post-apocalittiche successive. I personaggi che popolano Earth Abides sono tutte persone normali, banali, più pigre che cattive; e Ish, nella sua meschinità, è un’altra persona normale. E nella visione cinica ma condivisibile di Stewart, se la ricostruzione della civiltà è affidata a persone normali, non particolarmente talentuose o determinate o visionarie, cosa potrà mai venirne fuori?(2)

Earth Abides è un romanzo che non può piacere a tutti. La sua visione cinica e fredda dell’essere umano lo associa più a romanzi come Il signore delle mosche di Golding che non al tipico romanzo post-apocalittico, oppure a romanzi apocalittici molto particolari come The Death of Grass di John Cristopher (bel libro di cui parlai in questo vecchio consiglio). Il suo ritmo pacato, i personaggi banali, il pov antipatico, e il taglio naturalistico incline alla filosofia ricorda molta narrativa mainstream più che quella di genere. Quando consideri tutto questo, capisci come mai il romanzo di Stewart stia cadendo nell’oblio mentre The Stand di King (che è sicuramente peggiore) continui a vendere.
Ma nonostante tutto è un bel romanzo; e soprattutto è un romanzo che fa riconsiderare il modo in cui siamo abituati a leggere un sottogenere assai codificato della narrativa fantastica.

Mano di Dio

Perlomeno nel romanzo di Stewart non c’è QUESTO.

Dove si trova?
In lingua originale, Earth Abides si trova in formato ePub sia su Library Genesis che su BookFinder. In italiano, cercate La Terra sull’abisso su Emule: troverete una quantità di formati (doc, rtf, pdf, ePub).

Qualche estratto
Per i due estratti, ho scelto due degli elementi più controversi della scrittura di Stewart. Il primo brano è il primo di quei paragrafi saggistici con Narratore Onnisciente che interrompono la narrazione principale di cui vi parlavo; come vedrete, nonostante siano una sfacciata violazione delle regole dell’immersione, sono ben scritti e hanno un certo fascino. Il secondo brano è centrato sull’incontro tra Ish e il primo superstite, l’ubriacone – episodio a cui avevo dedicato qualche riga in corpo di recensione – così che possiate vedere in un contesto più ampio il problema del ‘protagonista non-empatico’.

1.
“It has never happened!” cannot be construed to mean, “It can never happen!”—as well say, “Because I have never broken my leg, my leg is unbreakable,” or “Because I’ve never died, I am immortal.” One thinks first of some great plague of insects—locusts or grasshoppers—when the species suddenly increases out of all proportion, and then just as dramatically sinks to a tiny fraction of what it has recently been. The higher animals also fluctuate. The lemmings work upon their cycle. The snowshoe-rabbits build up through a period of years until they reach a climax when they seem to be everywhere; then with dramatic suddenness their pestilence falls upon them. Some zoologists have even suggested a biological law: that the number of individuals in a species never remains constant, but always rises and falls — the higher the animal and the slower its breeding-rate, the longer its period of fluctuation.
During most of the nineteenth century the African buffalo was a common creature on the veldt. It was a powerful beast with few natural enemies, and if its census could have been taken by decades, it would have proved to be increasing steadily. Then toward the century’s end it reached its climax, and was suddenly struck by a plague of rinderpest. Afterwards the buffalo was almost a curiosity, extinct in many parts of its range. In the last fifty years it has again slowly built up its numbers.
As for man, there is little reason to think that he can in the long run escape the fate of other creatures, and if there is a biological law of flux and reflux, his situation is now a highly perilous one. During ten thousand years his numbers have been on the upgrade in spite of wars, pestilences, and famines. This increase in population has become more and more rapid. Biologically, man has for too long a time been rolling an uninterrupted run of sevens.

Alla frase «Questo non è mai successo» non si può attribuire il significato di «Questo non potrà mai succedere»… sarebbe come dire: «Dato che non mi sono mai rotto una gamba, le mie ossa sono infrangibili», oppure: «Dato che non sono mai morto, io sono immortale». Si pensi ad esempio alle catastrofi causate dall’invasione di certi insetti, come le cavallette o le locuste, quando una specie prolifera improvvisamente oltre le possibilità naturali offerte dall’ambiente, e quindi, per un meccanismo opposto ma altrettanto ignoto, precipita di nuovo sul limite della completa estinzione. Gli animali superiori non sono esenti da fluttuazioni simili. I lemming seguono un ciclo che senza preavviso giunge a un culmine drammatico. I conigli selvatici proliferano normalmente in un territorio per molti anni, finché all’improvviso sembrano sbucar fuori a dozzine da ogni cespuglio; e poi, con uguale rapidità, una pestilenza o qualcosa nell’ambiente ecologico li stermina di nuovo. Gli zoologi hanno perfino ipotizzato l’esistenza di una legge biologica: il numero di individui di una stessa specie non può stabilizzarsi, ma cresce e diminuisce fra un massimo e un minimo, e più si tratta di animali superiori, più lungo è il ciclo di queste fluttuazioni.
Durante la maggior parte del diciannovesimo secolo il bufalo africano ha popolato la savana in branchi più numerosi di ogni altro erbivoro. Era un animale poderoso, con pochi nemici naturali, e tutto fa credere che per secoli la quantità di capi fosse aumentata lentamente e gradualmente. Poi, sul finire del secolo, questo incremento raggiunse l’apice e i branchi furono improvvisamente colpiti da una varietà di peste bovina. Già nei primi anni del millenovecento i bufali erano animali rari, estinti in molte zone che un tempo avevano popolato. Soltanto negli ultimi cinquant’anni il loro numero sembra pian piano essere cresciuto.
In quanto all’uomo, ci sono poche ragioni per non credere che alla lunga possa sfuggire al destino di altri mammiferi superiori, e se davvero esiste una legge biologica di flusso e di riflusso la sua situazione è attualmente vicina al punto di pericolo. Negli ultimi cento anni il suo numero è aumentato vertiginosamente, a dispetto delle guerre e delle carestie che hanno provocato centinaia di milioni di vittime. Questo aumento della popolazione sta diventando anzi sempre più rapido, con aspetti esponenziali. Se quella dell’uomo con l’ambiente fosse una partita a dadi, si potrebbe dire che biologicamente egli sta ottenendo da ormai troppo tempo una ininterrotta serie di sette.

Philosophy Raptor

2.
In the front seat of a car parked at the curb, he saw a man. Even as he looked, the man collapsed and fell forward on the wheel. The horn, pressed down, emitted a long squawk as the body slipped sideways to the seat. Coming closer, Ish smelled a reek of whiskey. He saw the man with a long, straggly beard, his face bloated and red, obviously in the last stages of passing-out. Ish looked around, and saw that the liquor-store close by was wide open.
In sudden anger, Ish shook the yielding body. The man revived a little, opened his eyes, and emitted a kind of grunt which might have meant, “What is it?” Ish shoved the inert body to a sitting position; as he did so, the man’s hand fumbled for the half-empty bottle of whiskey which was propped in the corner of the seat. Ish grabbed it, threw it out, and heard it splinter on the curbing. He was filled only with a deep bitter anger and a sense of horrible irony. Of all the survivors whom he might have found, here was only a poor old drunk, good for nothing more in this world, or any other. Then as the man’s eyes opened and Ish looked into them, he felt suddenly no more anger, but only a great deep pity.
Those eyes had seen too much. There was a fear in them and a horror that could never be told. However gross the bloated body of the drunkard might seem—somewhere, behind it all, lay a sensitive mind, and that mind had seen more than it could endure. Escape and oblivion were all that could remain.
They sat there together on the seat. The eyes of the drunken man glanced here and there, hardly under control. Their tragedy seemed to grow only deeper. The breath came raspingly. On sudden impulse, Ish took the inert wrist and felt for the pulse. It was weak and irregular. The man had been drinking, doubtless, for a week. Whether he could last much longer was questionable.
“This, then is it!” thought Ish. The survivor might have been a beautiful girl, or a fine intelligent man, but it was only this drunkard, too far gone for any help.

Semisdraiato sul sedile anteriore di una Ford bianca c’era un uomo, che mentre lui si avvicinava collassò in avanti piombando col petto sul volante. Il clacson, sotto il peso del suo corpo, emise un ululato continuo. Ancor prima di aver aperto la portiera Ish sentì l’odore del whisky. L’individuo aveva una barba di due settimane, il volto gonfio e arrossato, ed era evidentemente ubriaco fradicio. Ish alzò lo sguardo e capì perché aveva posteggiato lì: a pochi metri di distanza c’era un negozio di liquori, con la porta aperta.
Improvvisamente irritato sollevò l’uomo dal volante e lo scosse. Lo sconosciuto parve riaversi, aprì gli occhi ed emise un grugnito che avrebbe potuto significare: – Eh? Che c’è? – Lui lo fece appoggiare allo schienale. Mentre lo piazzava in quella posizione l’altro annaspò verso una bottiglia di Old Man Ranger piena a metà, incastrata dietro la leva del cambio. Ish la prese, la scaraventò dall’altra parte della strada e la sentì andare in pezzi contro il marciapiede. Poi imprecò fra i denti, incapace di trattenere una smorfia di disgusto. Di tutti i sopravvissuti che avrebbe potuto trovare gli capitava fra i piedi un imbecille ubriaco, inutile per se stesso e per gli altri. Ma allorché l’individuo si volse a scrutarlo e Ish poté vedere meglio i suoi occhi, vacui e storditi, la rabbia che l’aveva invaso lasciò il posto alla compassione.
Quelli erano occhi che avevano visto troppe cose. Nel loro sguardo vitreo stagnavano ancora uno spavento e un dolore che non potevano essere detti a voce. Per quanto rozzo e incivile l’ubriaco potesse ora apparire, da qualche parte dentro di lui c’era una mente sensibile, una mente che aveva sopportato tutto quello che un uomo riesce a sopportare prima di cedere. La fuga e l’oblio erano tutto ciò che poteva restargli.
Aprì lo sportello di destra e sedette al suo fianco. Gli occhi dello sconosciuto si spostarono qua e là sul parabrezza, probabilmente senza vedere niente al di là di esso. Ansimava raucamente, inerte. La sua tragedia personale era una barriera che adesso lo isolava dal mondo. D’impulso Ish gli fece sollevare un polso e controllò le pulsazioni. Erano molto deboli, irregolari. C’era da scommettere che si stava nutrendo d’alcool da almeno una settimana. Quanto avrebbe tirato avanti prima del collasso finale era materia di ipotesi.
Così stanno le cose, già, pensò Ish. A rispondergli col clacson avrebbe potuto essere un uomo solido e ben educato, o magari una bella ragazza, e invece lì c’era un ubriaco che per lui costituiva soltanto un peso morto.

Tabella riassuntiva

Uno sguardo realistico a un possibile futuro post-apocalittico. Protagonista passivo e dall’atteggiamento irritante.
Buona gestione del pov. Ritmo lento e atmosfera fatalista.
Alcune riflessioni interessanti sulla natura umana. Alcuni errori scientifici minano la credibilità dell’insieme.

(1) Fanno eccezione, all’uso sistematico del pov del protagonista, i già citati paragrafi ‘saggistici’ con Narratore Onniscienti. Ma in questi passaggi non vengono pronunciati giudizi morali sui personaggi del romanzo, quindi questa ‘indecidibilità’ rimane.

(2) Alla luce di questa visione cinica dell’uomo medio di Stewart si potrebbe anche riconsiderare il carattere choosy di Ish. Lui rifiuta di aggregarsi alla maggior parte dei sopravvissuti che incontra, rimanendone inorridito. Questo atteggiamento elitista, sulle prime, ci disturba. Però potremmo anche chiederci: noi ci comporteremmo davvero in modo diverso? Saremmo pronti, nonostante la solitudine e la desolazione del mondo post-apocalittico, a fare banda con le prime persone che incontriamo? Anche se non ci piacessero? Non ci trasformeremmo piuttosto in animali guardinghi e riservati, come animali selvatici, costretti dall’istinto di sopravvivenza a non fidarci degli estranei?
Le convenzioni del genere post-apocalittico ci hanno ormai abituati a una logica standard delle relazioni umane – ma non è detto che sia quella più corretta. Forse le reazioni di Ish sono molto più vicine alla realtà. E se l’obiettivo di Earth Abides è il realismo, allora ha fatto un buon lavoro.