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I Consigli del Lunedì #46: The Man in the High Castle

The Man in the High CastleAutore: Philip K. Dick
Titolo italiano: La svastica sul sole
Genere: Ucronia / Slice of life
Tipo: Romanzo

Anno: 1962
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 240 ca.

Difficoltà in inglese: ***

Quando gli Alleati hanno perso la Seconda Guerra Mondiale, Germania e Giappone si sono spartiti il mondo. Gli Stati Uniti, costretti alla resa alla fine del ’46, sono stati spaccati in due: la parte orientale è entrata a far parte del Grande Reich, mentre la costa ovest è diventata colonia giapponese, col nome di Stati Pacifici d’America. In mezzo, a fare da cuscinetto tra le due superpotenze, gli Stati delle Montagne Rocciose, un fazzoletto di terra perlopiù desertica, ultimo residuo dell’indipendenza americana. Ora, dopo quindici anni di pace, la situazione mondiale sta tornando tesa: Martin Bormann, Cancelliere del Reich dopo l’uscita di scena di Hitler, sta per morire, e la lotta tra gli alti gerarchi per la successione si preannuncia tremenda. E nella loro ambizione sfrenata, i nazisti potrebbero trascinare il mondo in una nuova guerra per il controllo del pianeta.
Ci troviamo nel 1961, nella San Francisco occupata dai giapponesi. Robert Childan, antiquario di prestigio, cerca di conquistare l’ammirazione della dirigenza giapponese vendendo loro i più rari cimeli dell’America libera. Nobusuke Tagomi, diplomatico giapponese di stanza a San Francisco, si prepara a un incontro della massima importanza con Mr. Baynes, industriale svedese – ma un criptico messaggio da Tokyo lascia intendere che quest’uomo nasconde qualcosa, forse è finanche una spia del Reich. Frank Frink, ebreo in incognito sfuggito ai nazisti, si guadagna da vivere fabbricando falsi oggetti d’antiquariato, ma sogna di creare qualcosa di bello con le proprie mani. Juliana, la sua ex moglie, l’ha abbandonato per vivere una nuova vita nei liberi stati delle Montagne Rocciose, ma la sua vita cambierà il giorno che incontrerà Joe Cinnadella, fascista italiano dal passato torbido. Su tutti loro aleggia l’ombra di La cavalletta non si alzerà più (The Grasshopper Lies Heavy), romanzo proibito in cui si narra una storia stranissima, una storia alternativa in cui i nazisti e i giapponesi hanno perso la guerra. Del suo autore, il misterioso Nathanael Abendsen, si sa soltanto che vive trincerato in cima a un alto castello circondato di filo spinato, col terrore che i nazisti vengano a metterlo a tacere…

“In che mondo vivremmo, se le forze dell’Asse avessero vinto la Seconda Guerra Mondiale?” è la domanda posta da questo classico dell’ucronia, il primo dei romanzi di Philip K. Dick ad essere candidato a dei premi e l’unico che gli varrà un Hugo. Ma a differenza della maggior parte delle storie alternative sulla WWII – come Fatherland di Robert Harris – The Man in the High Castle non è un thriller né un romanzo d’azione; è invece un romanzo corale slice-of-life, interessato a mostrare la vita di persone comuni in questo mondo che sarebbe potuto essere. Nel corso del romanzo, seguiremo le vicende intrecciate di cinque personaggi – un fabbro ebreo, un antiquario piccolo-borghese, un diplomatico giapponese, un misterioso industriale svedese venuto dal Reich e una donna irrequieta – tra San Francisco e gli stati delle Montagne Rocciose. Una trama politica esiste, ma è come se si svolgesse ai margini del romanzo e della vita dei nostri protagonisti.
È forse proprio questo approccio mainstream e questa struttura atipica per la narrativa di genere, ad aver assicurato la fama duratura di The Man in the High Castle rispetto ad altri romanzi sullo stesso argomento. Essendo così famoso, ho esitato a lungo – come sapete – prima di decidermi a dedicargli un Consiglio. Ma a fine novembre Amazon Studios ha lanciato sul suo canale una serie omonima, ispirata all’ambientazione di Dick, e il romanzo è tornato alla ribalta. Vale la pena di fare un bilancio per un libro che, celebre finché si vuole, in Italia non è poi così letto. La prossima volta parleremo della serie tv di Amazon.


“In the Mood” della Glenn Miller Orchestra, tormentone swing degli anni della guerra. In un’America che culturalmente si è fermata ai ’40, il pezzo sembra quantomai appropriato.

Uno sguardo approfondito
The Man in the High Castle ha la struttura del romanzo corale in terza persona, con un ampio numero di personaggi-pov che si succedono di paragrafo in paragrafo. Dick scrive in terza persona, con telecamera che oscilla da sopra la spalla del personaggio a dentro la sua testa; passiamo quindi da momenti in cui vediamo il personaggio muoversi come in un film, distaccati da lui, ad altri in cui siamo immersi nel suo tono di voce, e tutto quello che vediamo è filtrato dai suoi pensieri. E qui ci imbattiamo nel primo talento di Dick, ossia la sua capacità di passare da un timbro all’altro a seconda del personaggio: la testa piena di pregiudizi razziali di Childan, i periodi brevi e la flemma di Tagomi, il modo di pensare disordinato, amorale e quasi ferino di Juliana. Riconosciamo le loro voci. Né si rischia di fare confusione su chi sia il pov in ogni momento, dato che il punto di vista cambia solamente al cambio di paragrafo.
Certo, a volte si ha l’impressione che Dick utilizzi i suoi personaggi come delle marionette, dei veicoli per raccontarci la sua ambientazione. Questa sensazione la si avverte soprattutto nei primi capitoli, quando ancora non conosciamo il mondo del romanzo e l’autore sente il bisogno di spiegarcelo. Così, ad esempio, Frank Frink disteso sul suo letto riflette sulla sua difficile condizione – ebreo che è fuggito da New York e si è fatto cambiare il cognome per passare inosservato – e parte un lungo infodump sulla spartizione politica del mondo e le atrocità dei nazisti. Un dialogo, una cosa vista per strada: tutto diventa un pretesto per una digressione – mal camuffata da monologo interiore – su questo o quell’aspetto della società. E sembra a volte che i personaggi di questo mondo non discutano d’altro che di nazisti, della guerra, di come sarebbe potuta andare se. Pure in un mondo così fortemente plasmato dal cattivo esito della Seconda Guerra Mondiale, come quello di The Man in the High Castle, suona un po’ inverosimile che i suoi abitanti non parlino quasi d’altro che di politica e guerra.

Quando invece Dick riesce a mettere la sua ambientazione al servizio dei suoi personaggi, allora il romanzo brilla veramente. Ogni protagonista ha la sua storia, il suo punto di vista sul mondo, i suoi conflitti (interiori ed esteriori). Prendiamo per esempio Mr. Tagomi: in qualità di diplomatico della Trade Mission a San Francisco, il suo ruolo è di mediare tra la madrepatria, gli occupati americani e la Germania nazista, con cui i giapponesi sono in pace. Ma Tagomi è turbato. La consapevolezza del male perpetrato dai nazisti, e che lui – nella sua funzione di mediatore – deve non solo tollerare, ma assecondare e finanche avallare le loro azioni, distrugge il suo baricentro morale. Nel corso del romanzo Tagomi dovrà fare i conti con sé stesso, col suo conflitto tra il bisogno di giustizia e la coscienza del male, e sarà costretto a prendere delle decisioni che decideranno da che parte sta.
Ma non ci sono vie d’uscita pulite. In un mondo dove i nazisti hanno vinto, dove o sei dalla loro parte o sei morto, è come se ogni cosa fosse stata contaminata. Non esiste una divisione manichea tra i buoni e i cattivi; tutti i personaggi del romanzo di Dick hanno commesso qualcosa di più o meno riprovevole, tutti vivono questa ambiguità morale, e così come c’è l’americano antisemita e collaborazionista, così c’è il nazista disilluso e stanco del proprio regime. Consideriamo Robert Childan: americano vittima dell’occupazione giapponese, abituato fin da giovane a sentirsi “inferiore”, ha trovato però una possibilità di riscatto (sia economico che di prestigio personale) vendendo reperti della storia americana proprio a coloro che lo opprimono. Childan vive il conflitto tra il bisogno di essere accettato fra i suoi “superiori”, di elevarsi, e la consapevolezza che per farlo deve svendere sé stesso e la storia del suo paese. E proprio quando cominciamo a sviluppare empatia nei suoi confronti, scopriamo – abbastanza presto nel libro, in verità – che Childan stima i nazisti, stima quello che hanno fatto ad africani, slavi ed ebrei, condivide la loro teoria delle razze e spera in cuor suo che gli ariani spazzino via tutti i musi gialli dalla faccia della terra. Sì: proviamo empatia per un antisemita. Questa è la potenza della scrittura di Dick.

The Man in the High Castle Worldmap

La mappa politica del mondo nell’universo alternativo di The Man in the High Castle (cliccare per ingrandire).

Ogni protagonista, dunque, ha la sua storia e i suoi conflitti da superare. Ma come tutti i romanzi dalla struttura corale, anche The Man in the High Castle ha un problema: se da un lato si guadagna in prospettiva – la possibilità di vedere il mondo del libro da tante paia d’occhi diversi – dall’altro si rischia di perdere in immersione, in immedesimazione nei personaggi della storia. Il problema è ancora più accentuato in questo caso, essendoci la bellezza di cinque personaggi-pov principali, più due pov usa-e-getta dedicati a personaggi minori. Il continuo passare da un personaggio all’altro, e quindi da una storia all’altra, crea facilmente confusione, soprattutto all’inizio del romanzo quando non abbiamo ancora familiarizzato con l’ambientazione.
Ma anche quando, proseguendo nella lettura, ci si affeziona ai vari protagonisti e non si fa più fatica a seguire la trama, rimane la sensazione di stare leggendo tante storie separate. Le vite dei cinque personaggi si intrecciano, le loro vicende rimandano l’una all’altra, chiariscono aspetti l’una dell’altra, le loro azioni plasmeranno i destini degli altri, e ciascuno vivrà il proprio arco di trasformazione; ma le loro storie rimangono fondamentalmente distinte.  Una trama collettiva vera e propria non c’è – solo tante direttrici parallele. E’ quindi inevitabile provare, nel corso della lettura, un senso di smarrimento: dove sta andando a parare il romanzo? Dove porta tutto questo saltare da una vicenda individuale all’altra? Cosicché, anche se ci immergiamo nei personaggi e nei loro conflitti, rimane in noi un certo distacco rispetto alla vicenda.

A mantenere alta in parte l’attenzione del lettore, al di sopra delle vicende individuali, ci sono due misteri centrali: quale sia il vero obiettivo dell’incontro d’affari tra Tagomi e Mr. Baynes, nel quale il governo a Tokyo sembra riporre grandissima attenzione, e perché il misterioso e recluso Abendsen abbia scritto un romanzo in cui l’Asse ha perso la Seconda Guerra Mondiale – un libro che circola di mano in mano nonostante sia ufficialmente proibito sia negli Stati sotto il controllo giapponese sia nel Reich, e che appassiona e sconvolge, dall’ebreo Frink al nazista al fascista Cinnadella (che ne sembra ossessionato). Che cosa sa realmente Abendsen? Faccenda resa ancora più inquietante dal fatto che la storia che racconta Abendsen è comunque diversa da quella del nostro mondo: in The Grasshopper Lies Heavy, l’America ha sì vinto, ma ora si spartisce il mondo con l’Impero Britannico e non con l’Unione Sovietica. Un’ucronia nell’ucronia.
Questi misteri troveranno risposta entro la fine del libro. Ma se quest’aura di suspence lavora a favore della curiosità del lettore e lo incalza ad andare avanti, a remare contro ci pensa il ritmo. The Man in the High Castle è un romanzo lento. I momenti d’azione sono quasi assenti, le scene statiche sono numerose, e la maggior parte dei protagonisti-pov della storia sono individui che prediligono la riflessione all’azione. Soprattutto, sono individui “piccoli”: possono fare la loro parte, e risolvere problemi più o meno grandi, ma il destino ultimo del popolo americano e del mondo non sono nelle loro mani. Come in 1984 e in ogni distopia che si rispetti, non si arriverà alla fine del romanzo con il Fuhrer gloriosamente deposto e gli equilibri politici irreversibilmente cambiati. Se questo tipo di storia scoccia, sarebbe meglio stare alla larga dal libro di Dick.

Povero Goebbels

The Man in the High Castle è piuttosto un affresco, la messa in scena di un worldbuilding attraverso le vicissitudini di chi ci vive dentro, a tutti i livelli: dalla quotidianità delle persone che non contano nulla (Frank Frink, Juliana), a quello della borghesia (Childan e il suo rapporto con la dirigenza giapponese), a quello della politica (Tagomi, Baynes). Come sarebbe oggi il mondo, e in particolar modo l’America, se nazisti e giapponesi avessero vinto la guerra? E in questo, bisogna ammetterlo, Dick ci spalanca davanti un tripudio di sense of wonder.
Alcune sono piccole trovate, come il fatto che il Mediterraneo – ora completamente controllato dalla Germania – sia stato prosciugato per farne campi coltivati, o che i nazisti, con la loro ossessione per le imprese titaniche, abbiamo spedito navicelle con equipaggio su Venere e Marte mentre ancora la televisione non è entrata nelle case della gente comune (e siamo negli anni ’60!). La lotta per il potere tra i gerarchi nazisti, tra un erudito affabulatore come Goebbels e una iena come Heydrich, rimane altrettanto sullo sfondo del romanzo – attraverso i discorsi dei personaggi e i proclami alla radio – ma si porta sempre dietro un’aura di inquietudine e un fascino sinistro.
Altre sono cose grosse, che determinano il modo di agire e di pensare dei protagonisti. I giapponesi di Dick, intrisi di misticismo e di rispetto per le antiche tradizioni, si sono portati oltremare l’I Ching, l’antichissimo almanacco divinatorio cinese che permette, attraverso la disposizione casuale di bastoncini di legno, di porre delle domande sul proprio futuro. Tutti in The Man in the High Castle, dai giapponesi agli americani occupati – e con la sola eccezione dei pragmatici nazisti – si affidano all’oracolo nei momenti difficili, lanciando i legnetti e interpretandone i misteriosi esagrammi. Tutti cercano di equilibrare lo yin e lo yang nella propria vita, e di ristabilire l’equilibrio del tao.

Il worldbuilding di Dick è anche uno splendido esempio di cosa significa immaginare le conseguenze delle idee che si introducono. Come accade spesso nella storia umana, gli occupanti giapponesi,  dall’iniziale razzismo verso l’uomo occidentale, hanno sviluppato nel tempo un senso di colpa per aver distrutto la cultura americana, e una fascinazione verso la sua storia e i suoi reperti. E’ nato in questo modo un gigantesco mercato di collezionisti di americana, dalle Colt utilizzate nella guerra di secessione ai poster di arruolamento della Prima Guerra Mondiale, passando per gli orologi di Topolino. Ma accanto al mercato dei cimeli autentici, si è sviluppata un’immensa industria di falsi, come la Wyndam-Matson Corp. per cui lavora lo stesso Frank Frink. E parallelamente, quest’ossessione per le antichità – quelle autentiche e quelle contraffatte – sembra aver soffocato la possibilità di un’arte americana nuova, perché chi mai vorrebbe comprarla, a chi mai potrebbe interessare, quando ci sono in circolazione così tanti francobolli dell’Esposizione Universale di Chicago? Ma che cosa succederebbe al mercato del collezionismo, se i funzionari giapponesi scoprissero che molti dei pezzi che hanno acquistato a peso d’oro sono dei falsi? Questa catena di cause ed effetto lega i destini dei personaggi di Childan, Frink e Tagomi.
Altri aspetti del worldbuilding, purtroppo, tradiscono l’età del romanzo. Se il ritratto dei nazisti rimane generalmente credibile, e attraversa tutto lo spettro umano – dai più fanatici e psicotici, come l’artista Lotze, ai più meschini e opportunisti, come il console Hugo Reiss – i giapponesi sono tutti caratterizzati da una certa aura mistico-filosofica che rispecchia i pregiudizi degli anni ’60, ma oggi appare un po’ ridicola. Il solo fatto che si affidino a tutti i livelli a un testo cinese come l’I Ching, soprattutto alla luce del nazionalismo giapponese del periodo bellico e del disprezzo verso i vicini popoli asiatici, è molto poco credibile.

I Ching yarrow stalks

Bastoncini dell’I Ching. Questi affari si utilizzano per ottenere un esagramma in risposta a una domanda fatta all’oracolo. Non chiedetemi come diamine funzioni ‘sta cacata.

The Man in the High Castle è una strana creatura, che rischia di lasciare freddi e spaesati a inizio lettura, ma che, a chi va avanti, regala una valanga di idee affascinanti e di spiragli sugli abissi dell’animo umano. Il problema del male, il dilemma etico del collaborazionismo, il rapporto tra il vero e il falso, il dubbio su quale sia la realtà vera, nonché il vecchio sano what if politico: tutti questi temi sono approfonditi da Dick in poco più di 200 pagine. Il tutto condito da persone vere che si comportano in modo vero e vivono problemi veri.
Sarebbe potuto essere migliore? Certo che sì. Se Dick fosse riuscito a costruire una chiara trama centrale, che facesse da hook per il lettore e da nodo di collegamento tra le varie storie individuali, certo sarebbe stato più facile seguire il romanzo e capire la direzione della storia. Se avesse limitato il numero di pov, almeno eliminando quelli usa-e-getta, la lettura sarebbe stata meno dispersiva. Certo, è interessante entrare per poche pagine nella visione del mondo di un collaborazionista meschino come Wyndam-Matson o di un nazista come il console Reiss, ma forse c’erano modi più eleganti per raccontare anche quel ‘lato’ della vicenda.
The Man in the High Castle è lontano dalla perfezione. Ma è anche straordinario, e unico nel suo genere – uno strano slice-of-life filosofico di storia alternativa.

Dove si trova
Come quasi tutti i libri di Philip K. Dick, anche questo è un molto facile da trovare. Potete scaricare il romanzo in lingua originale su Library Genesis (ePub, pdf) o su BookFI, il nuovo dominio del fu Bookfinder (ePub, lit, mobi, pdf). Sempre su BookFI si può trovare l’edizione italiana La svastica sul sole.

Churchill vs Hitler

Qualche estratto
Per i due estratti di oggi, ho scelto due momenti particolarmente esemplificativi dell’approccio di Dick, delle sue scene statiche e meditative, delle sue fisse esistenziali e filosofiche. Il primo mostra Frink mentre interroga l’I Ching su una questione della massima importanza: come deve fare per riavere il suo lavoro da Wyndam-Matson? Il secondo, Baynes mentre chiacchiera amabilmente con un tedesco fanatico e riflette su quali siano i tratti della mentalità nazista.

1.
Seated on his bed, a cup of lukewarm tea beside him, Frink got down his copy of the I Ching. From their leather tube he took the forty-nine yarrow stalks. He considered, until he had his thoughts properly controlled and his questions worked out.
Aloud he said, “How should I approach Wyndam-Matson in order to come to decent terms with him?” He wrote the question down on the tablet, then began whipping the yarrow stalks from hand to hand until he had the first line, the beginning. An eight. Half the sixty-four hexagrams eliminated already. He divided the stalks and obtained the second line. Soon, being so expert, he had all six lines; the hexagram lay before him, and he did not need to identify it by the chart. He could recognize it as Hexagram Fifteen. Ch’ien. Modesty. Ah. The low will be raised up, the high brought down, powerful families humbled; he did not have to refer to the text—he knew it by heart. A good omen. The oracle was giving him favorable council.
And yet he was a bit disappointed. There was something fatuous about Hexagram Fifteen. Too goody-goody. Naturally he should be modest. Perhaps there was an idea in it, however. After all, he had no power over old W-M. He could not compel him to take him back. All he could do was adopt the point of view of Hexagram Fifteen; this was that sort of moment, when one had to petition, to hope, to await with faith. Heaven in its time would raise him up to his old job or perhaps even to something better.
He had no lines to read, no nines or sixes; it was static. So he was through. It did not move into a second hexagram.
A new question, then. Setting himself, he said aloud, “Will I ever see Juliana again?” […]
Busily he maneuvered the yarrow stalks, his eyes fixed on the tallies. How many times he had asked about Juliana, one question or another? Here came the hexagram, brought forth by the passive chance workings of the vegetable stalks. Random, and yet rooted in the moment in which he lived, in which his life was bound up with all other lives and particles in the universe. The necessary hexagram picturing in its pattern of broken and unbroken lines the situation. He, Juliana, the factory on Gough Street, the Trade Missions that ruled, the exploration of the planets, the billion chemical heaps in Africa that were now not even corpses, the aspirations of the thousands around him in the shanty warrens of San Francisco, the mad creatures in Berlin with their calm faces and manic plans—all connected in this moment of casting the yarrow stalks to select the exact wisdom appropriate in a book begun in the thirtieth century B.C. A book created by the sages of China over a period of five thousand years, winnowed, perfected, that superb cosmology—and science—codified before Europe had even learned to do long division.
The hexagram. His heart dropped. Forty-four. Kou. Coming to Meet. Its sobering judgment. The maiden is powerful. One should not marry such a maiden. Again he had gotten it in connection with Juliana.
Oy vey, he thought, settling back. So she was wrong for me; I know that. I didn’t ask that. Why does the oracle have to remind me? A bad fate for me, to have met her and been in love—be in love—with her.

Seduto sul letto, con una tazza di tè tiepido, Frink tirò fuori la sua copia dell’I Ching. Estrasse i quarantanove steli di millefoglie dalla custodia di pelle e si concentrò finché non si sentì in grado di controllare adeguatamente i propri pensie­ri e non ebbe elaborato le domande.
Disse ad alta voce: «Come devo rivolgermi a Wyndham-Matson in modo da raggiungere con lui un accordo soddisfa­cente?» Scrisse la domanda sul blocco di carta, poi cominciò a muovere gli steli di millefoglie da una mano all’altra finché non ottenne la prima linea, l’inizio. Un otto. Questo già elimi­nava la metà dei sessantaquattro esagrammi. Divise gli steli e ottenne la seconda linea. Ben presto, esperto com’era, ebbe tutte e sei le linee; l’esagramma era davanti a lui e non ebbe bisogno di consultare il libro. Era in grado di riconoscerlo come l’Esagramma Quindici. Ch’ien. La Modestia. Ah. Colo­ro che sono in basso verranno elevati, coloro che sono in alto abbassati, le famiglie potenti umiliate; non fu necessario consultare il testo… lo conosceva a memoria. Un buon auspicio. L’oracolo gli stava fornendo un responso favorevole.
Eppure provò una certa delusione. C’era qualcosa di fatuo nell’Esagramma Quindici. Troppo prevedibile. Doveva per forza essere modesto. Ma forse c’era un’idea, dietro tutto ciò. In fin dei conti lui non aveva alcun potere sul vecchio W-M. Non poteva imporgli di riassumerlo. Tutto ciò che poteva fare era adottare il punto di vista dell’Esagramma Quindici; era quel momento particolare in cui ci si doveva limitare a far domande, sperare e aspettare fiduciosi. Al momento giusto il cielo lo avrebbe risollevato al suo vecchio lavoro o forse an­che a qualcosa di meglio.
Non c’erano linee da leggere, nessun nove e nessun sei. Era un esagramma statico. Perciò aveva finito. Non poteva diventare un secondo esagramma.
Ma allora, ecco una nuova domanda. Si preparò e disse a voce alta: «Rivedrò Juliana?»
[…] Maneggiò laboriosamente gli steli di millefoglie, con gli occhi fissi sul punteggio. Quante volte aveva fatto domande su Juliana, in un modo o nell’altro? Ecco l’esagramma, for­mato dal passivo movimento casuale dei bastoncini. Casuale, eppure radicato nel momento in cui lui viveva, in cui la sua vita era legata a tante altre vite e particelle dell’universo. Il necessario esagramma che tratteggiava, nel suo schema di li­nee intere e spezzate, la situazione. Lui, Juliana, la fabbrica di Gough Street, le Missioni Commerciali che dettavano leg­ge, l’esplorazione dei pianeti, i miliardi di mucchietti di resi­dui chimici, in Africa, che non erano nemmeno più cadaveri, le aspirazioni di migliaia di persone intorno a lui, nelle squal­lide conigliere di San Francisco, le creature folli di Berlino con i loro volti impassibili e i progetti maniacali… tutto colle­gato in quel momento nel quale si gettavano gli steli di mille­foglie per selezionare la saggezza appropriata in un libro ini­ziato nel trentesimo secolo prima di Cristo. Un libro creato dai saggi della Cina durante un periodo di cinquemila anni, vagliato e perfezionato; quella cosmologia – e quella scienza – superba, codificata prima ancora che l’Europa avesse impa­rato a fare le divisioni.
L’esagramma. Il suo cuore ebbe un sussulto. Quarantaquattro. Kou. Il Farsi incontro. Il suo giudizio raggelante. La ragazza è potente. Non bisogna sposare una ragazza del ge­nere. Era venuto fuori di nuovo, in relazione a Juliana.
Vabbé, pensò, rilassandosi. Dunque era la donna sba­gliata per me; lo so. Non è questo che ho chiesto. Perché l’oracolo me lo deve ricordare? Un brutto destino, il mio, quello di averla incontrata e di essermi innamorato – di essere ancora innamorato – di lei.

2.
“I hope we will see one another later on in San Francisco,” Lotze said as the rocket touched the ground. “I will be at loose ends without a countryman to talk to.”
“I’m not a countryman of yours,” Baynes said.
“Oh, yes; that’s so. But racially, you’re quite close. For all intents and purposes the same.” Lotze began to stir around in his seat, getting ready to unfasten the elaborate belts.
Am I racially kin to this man? Baynes wondered. So closely so that for all intents and purposes it is the same? Then it is in me, too, the psychotic streak. A psychotic world we live in. The madmen are in power. How long have we known this? Faced this? And—how many of us do know it? Not Lotze. Perhaps if you know you are insane then you are not insane. Or you are becoming sane, finally. Waking up. I suppose only a few are aware of all this. Isolated persons here and there. But the broad masses… what do they think? All these hundreds of thousands in this city, here. Do they imagine that they live in a sane world? Or do they guess, glimpse, the truth… ?
But, he thought, what does it mean, insane? A legal definition. What do I mean? I feel it, see it, but what is it?
He thought, It is something they do, something they are. It is—their unconsciousness. Their lack of knowledge about others. Their not being aware of what they do to others, the destruction they have caused and are causing. No, he thought. That isn’t it, I don’t know; I sense it, intuit it. But—they are purposely cruel … is that it? No. God, he thought. I can’t find it, make it clear. Do they ignore parts of reality? Yes. But it is more. It is their plans. Yes, their plans. The conquering of the planets. Something frenzied and demented, as was their conquering of Africa, and before that, Europe and Asia.
Their view; it is cosmic. Not of a man here, a child there, but air abstraction: race, land. Volk. Land. Blut. Ehre. Not of honorable men but of Ehre itself, honor; the abstract is real, the actual is invisible to them. Die Güte, but not good men, this good man. It is their sense of space and time. They see through the here, the now, into the vast black deep beyond, the unchanging. And that is fatal to life. Because eventually there will be no life; there was once only the dust particles in space, the hot hydrogen gases, nothing more, and it will come again. This is an interval, ein Augenblick. The cosmic process is hurrying on, crushing life back into the granite and methane; the wheel turns for all life. It is all temporary. And they—these madmen—respond to the granite, the dust, the longing of the inanimate; they want to aid Natur.
And, he thought, I know why. They want to be the agents, not the victims, of history. They identify with God’s power and believe they are godlike. That is their basic madness. They are overcome by some archetype; their egos have expanded psychotically so that they cannot tell where they begin and the godhead leaves off. It is not hubris, not pride; it is inflation of the ego to its ultimate confusion between him who worships and that which is worshiped. Man has not eaten God; God has eaten man.

«Spero che ci rincontreremo, a San Francisco,» disse Lot­ze mentre il razzo toccava il suolo. «Mi sentirò sperduto, sen­za un connazionale con cui parlare.»
«Io non sono un suo connazionale,» disse Baynes.
«Oh, sì, è vero. Ma dal punto di vista razziale siamo mol­to vicini. E anche sotto il profilo delle intenzioni e degli obiet­tivi.» Lotze cominciò a muoversi sul sedile, preparandosi a slacciare la complicata cintura di sicurezza.
Sono simile a quest’uomo, dal punto di vista razziale? si domandò Baynes. Simile a tal punto da avere le stesse inten­zioni e gli stessi obiettivi? Allora c’è anche in me quella vena psicotica. È un mondo psicotico, quello in cui viviamo. I paz­zi sono al potere. Da quanto tempo lo sappiamo? Da quanto tempo affrontiamo questa realtà? E… quanti di noi lo sanno? Non Lotze. Forse se uno sa di essere pazzo, allora non è paz­zo. Oppure può dire di essere guarito, finalmente. Si risve­glia. Credo che solo poche persone si rendano conto di tutto questo. Persone isolate, qua e là. Ma le masse… che cosa pensano? Tutte le centinaia di migliaia di abitanti di questa città. Sono convinte di vivere in un mondo sano di mente? Oppure intravedono, intuiscono in qualche modo la verità?
Ma, pensò, che cosa significa la parola pazzo? È una de­finizione legale. E per me, che significato ha? Io la sento, la vedo, ma che cos’è?
È qualcosa che fanno, pensò, qualcosa che sono. È la loro inconsapevolezza. La loro mancanza di conoscenza degli altri. Il fatto di non rendersi conto di ciò che fanno agli altri, della distruzione che hanno causato e che stanno anco­ra causando. No, pensò. Non è quello. Non lo so; lo sento, lo intuisco, ma… sono volutamente crudeli… è quello? No. Dio, pensò, non riesco ad arrivarci, a chiarire il concetto. Forse ignorano parti della realtà? Sì. Ma c’è di più. Sono i loro progetti. Sì, i loro progetti. La conquista dei pianeti. Qualco­sa di frenetico e di folle, così come lo è stata la loro conqui­sta dell’Africa, e prima ancora dell’Europa e dell’Asia,
La loro visione; è cosmica. Non un uomo qua, un bambi­no là, ma un’astrazione: la razza, la terra. Volk. Land. Blut. Ehre [Popolo. Terra. Sangue. Onore]. Non l’onore degli uomini degni d’onore, ma l’Ehre stesso; per loro l’astratto è reale, e il reale è invisibile. Die Gute [Il bene], ma non gli uomini buoni, non quest’uomo buono. È il loro senso dello spazio e del tempo. Essi vedono attraverso il “qui” e “ora”, nell’enorme e nero abisso che c’è al di là, nell’immutabile. E questo è fatale alla vita. Perché alla fine non ci sarà più vita; una volta c’erano soltanto le particelle di polvere nello spazio, gli ardenti gas di idrogeno, e niente più, e così tornerà a essere. Questo è un intervallo, ein Augenblic [Un attimo]. Il processo cosmico procede a grandi passi, fran­tumando la vita e riducendola di nuovo a granito e metano; la ruota gira sempre, per tutta la vita. È tutto temporaneo. E loro – questi pazzi – rispondono al granito, alla polvere, al desiderio dell’inanimato; essi vogliono aiutare la Natur.
E io, pensò, so perché. Vogliono essere gli agenti, non le vittime, della storia. Si identificano con la potenza di Dio e credono di essere simili a dèi. Questa è la loro pazzia di fon­do. Sono sopraffatti da qualche archetipo; il loro ego si è di­latato psicoticamente a tal punto che non sanno più dire dove essi cominciano e dove finisce la divinità. Non è hybris, non è orgoglio; è l’ego gonfiato a dismisura, fino all’estre­mo… la confusione tra colui che adora e colui che è adorato. L’uomo non ha divorato Dio; Dio ha divorato l’uomo.

Tabella riassuntiva

Un affascinante affresco su un mondo in cui l’Asse ha trionfato. Una storia frammentata senza una vera trama unificante.
Protagonisti affascinanti che maturano affrontando i loro problemi personali.  Il ritmo lento e i balzi da una storia all’altra distaccano dai protagonisti.
Sense of wonder fantastorico a palate! Infodump e monologhi interiori gestiti in modo poco elegante.
Insolito approccio slice-of-life al genere ucronico.

Bonus Track: Rogue Moon

Rogue MoonAutore: Algis Budrys
Titolo italiano: Il satellite proibito
Genere: Science Fiction / Horror / Psicologico
Tipo: Romanzo

Anno: 1960
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 200 ca.

Difficoltà in inglese: **

C’è una strana formazione di origine aliena, sul lato oscuro della Luna. Ha una sola entrata, ma una volta che la varchi non puoi più utilizzarla per uscire. Una volta dentro, se stai fermo, vieni ammazzato. Se vai nella direzione sbagliata, vieni ammazzato. Se fai il movimento sbagliato, vieni ammazzato.
Il Dr. Hawks è il fisico incaricato di esplorare la formazione. E’ lui che ha permesso al governo americano di mettere i piedi sulla Luna, all’inizio degli anni ’60: è la mente dietro il trasmettitore di materia, una macchina in grado di registrare la composizione subatomica di un individuo e di spedirla istantaneamente via microonde a una macchina ricevente sulla Luna. Il soggetto scansionato viene disintegrato sulla Terra, ma una sua copia fedele nasce nello stesso momento sulla Luna.
Ma ora Hawks è ossessionato dalla formazione aliena. Ha individuato un metodo per ridurre il costo di vite umane dell’esplorazione: di ogni esploratore vengono create due copie, una che va sulla Luna e una che rimane sulla Terra. Quando la copia lunare, entrata nella formazione, viene inevitabilmente macellata, la copia terrestre è in grado di ricordare l’evento e di riferirlo – come se in realtà non fosse morto nessuno. Ma il ricordo della propria morte è insostenibile; tutti gli esploratori diventano degli idioti sbavanti. E ora i finanziatori del progetto minacciano di toglierlo dalle mani di Hawk e di chiuderlo. Perché la sua carriera non venga distrutta, Hawks deve trovare al più presto un uomo capace di sopportare il peso della propria morte e andare nella formazione, ancora e ancora, continuando a essere ucciso fino a che non l’avrà mappata interamente. Qualcuno che ami la morte. E forse l’ha trovato…

Continuiamo i nostri articoli dedicati alla Luna con un romanzo abbastanza sconosciuto in Italia e – come avrete intuito dalla sinossi – assolutamente morboso. Algis Budrys – un lituano naturalizzato americano, nato a Konigsberg prima che diventasse una exclave russa – si trasferì ancora piccolo con la famiglia negli Stati Uniti. Nel mondo della fantascienza, era noto soprattutto come critico; nella fattispecie, un recensore caustico stile Duca o Gamberetta, che non si faceva problemi a stroncare questo o quello e a dare del cretino a tot persone nel frattempo. Nel corso della sua vita scrisse pochi romanzi – meno di una decina – forse perché adottava con sé stesso la stessa severità che aveva con gli altri. Il romanzo breve Rogue Moon è la sua opera più famosa.
Si dice che Budrys volesse chiamare il suo romanzo “The Death Machine”, “La macchina della morte”. Non è chiaro se il riferimento sia allo strano artefatto lunare che uccide chi ci entra, o alla macchina di Hawks per duplicare e scansionare persone sulla Luna (uccidendo l’originale nel processo); ma in ogni caso sarebbe stato un titolo azzeccatissimo, dato che Rogue Moon è permeato del tema della morte. Rogue Moon è un dramma psicologico centrato sul rapporto tra Hawks e l’avventuriero Al Barker, che lo scienziato dovrà convincere a viaggiare sulla Luna sulla sua macchina per ‘sfidare’ l’artefatto alieno. Ma benché il suddetto artefatto svolga un ruolo critico nella trama, è chiaro fin da subito che il vero oggetto del romanzo è esplorare il cuore di tenebra della psiche umana.

Our Moon

Rogue Moon – lo anticipo da subito – poteva essere un capolavoro di fantascienza malata, ma non lo è; è invece un romanzo fondamentalmente fallato, con alcuni lampi di genialità. Vediamo dove Budrys sbaglia, e perché; ma soprattutto se rimangono abbastanza meriti, al romanzo, da farne un buon consiglio di lettura.

Uno sguardo approfondito
Il romanzo si apre con il dottor Hawks e lo psicologo del dipartimento di fronte a Rogan, l’ultima delle cavie selezionate per esplorare l’artefatto lunare. Come da copione, la copia di Rogan è stata fatta a pezzi pochi metri dopo l’entrata della struttura, e come da copione, ora Rogan è ridotto a un idiota sbavante dagli occhi vacui. Nonostante i difetti della prosa di Budrys, che emergono da subito – il narratore ci informa fin dalle prime righe che Hawks “was a black-haired, pale-skinned, gangling man who rarely got out of the sun” – questo è un incipit potente, che ci mette subito di fronte al problema del protagonista e agli effetti devastanti dell’artefatto misterioso. Da queste prime righe, ci si aspetterebbe quindi un romanzo tormentoso e dal ritmo serrato di esplorazione e mystery cosmico. E invece no.
Bisogna aspettare all’incirca metà romanzo per avere una prima descrizione accurata dell’artefatto alieno. E solo nell’ultimo capitolo il lettore lo vedrà dal vivo. Il resto del libro, è una lunghissima preparazione e una continua posticipazione del momento saliente della trama – e proprio in questo sta il primo e principale difetto di Rogue Moon. La prima parte del romanzo ci mostra il primo incontro tra Hawks e Al Barker – uomo iper-testosteronico, ex-paracadutista, amante degli sport estremi, wannabe supereroe, e ossessionato dal quotidiano desiderio di sfidare la morte – i tentativi del primo di convincere il secondo a sottoporsi all’esperimento, la preparazione dell’attrezzatura. Nel frattempo si approfondiscono le tematiche psicologiche del romanzo e il carattere dei personaggi, sì – ma fondamentalmente succede poco.

Ci sono tanti modi per affrontare temi filosofici in un romanzo. Di questi, uno dei peggiori è quello di prendere i personaggi principali e farli discutere astrattamente dei temi in questione; eppure è proprio ciò che succede per la maggior parte di Rogue Moon. Che sia una conversazione in ufficio tra Hawks e il suo superiore, o una chiacchierata informale a bordo piscina nella villa di Barker, sempre si parla, si parla, si parla di questi temi. Quando, nel mezzo di uno scambio tensivo tra Hawks e Barker, i due si mettono a citare reciprocamente passaggi di Shakespeare, stavo per rotolarmi per terra dal ridere (1). Budrys implementa anche la trovata tipica dickiana del protagonista che si lascia andare a confessioni e lampi di intimità con un perfetto sconosciuto. Ma se nel caso di Dick questi incontri erano resi con naturalezza, e poteva persino commuovere vedere che livelli di empatia e affetto si possano raggiungere con un estraneo, in Rogue Moon suonano freddi, forzati, e si traducono in altrettanti bla bla poco coinvolgenti.
Se questi scambi suonano spesso poco credibili, si potrebbe forse accettarli con una buona caratterizzazione dei personaggi. Peccato che Rogue Moon fallisca anche in questo. Budrys sembra avere una predilezione per la teatralità e i gesti eccessivi. I suoi personaggi gesticolano come forsennati, ridono a squarciagola, chiudono le mani a pugno, strillano, si ricompongono il momento dopo e quello dopo strillano di nuovo. Le discussioni spesso degenerano in scene completamente inverosimili di gente che si sbraita addosso; e se una cosa del genere posso aspettarmela in un’anime su ragazzine schizzate come Madoka Magica o in un film di gangster ignoranti, diventa invece surreale se parliamo di manager corporativi che gestiscono rapporti di lavoro (2).

Madoka Magica meme

Madoka Magica.

Ecco ad esempio un estratto del primo incontro del dottor Hawks e di Connington, dirigente delle risorse umane, con Al Barker e la sua donna:

[Connington] dangled a used glass from one hand, and held a partially emptied bottle in the other. His face was flushed, and his eyes were wide with the impact of a great deal of liquor consumed over a short period of time. ‘Gonna do it, Al?’
Instantly, Barker’s mouth flashed into a bare-toothed, fighing grimace. ‘Of course!’ he exclaimed in a startingly desperate voice. ‘I couldn’t let it pass – not for the world!’

Poco più oltre, Connington prosegue: “He chuckled again. ‘What else could you’ve said?’ He laughed at Barker. His arms swept out in irony”. Da una parte non abbiamo l’effetto “teste parlanti” e anzi, i personaggi ci vengono mostrati in modo molto vivo, il che è positivo; d’altra parte, sono talmente scalmanati e melodrammatici che prenderli sul serio diventa impossibile. Non è un comportamento che ci si aspetta da degli adulti in posizioni di responsabilità.

Il che è un peccato, perché di per sé i personaggi sarebbero interessanti e pieni di conflitti interiori che si intrecciano con la trama principale. Come Al Barker, talmente ricco e di successo che non avrebbe bisogno di imbarcarsi in questa impresa suicida, ma che al tempo stesso non riuscirebbe a guardarsi allo specchio se rifiutasse come un codardo la sfida; il suo bisogno di mettersi ogni continuamente alla prova per non perdere stima di sé è anche la sua malattia. O come Hawks, diviso tra il senso di colpa per tutte le vite che sta sacrificando all’altare della sua ricerca e il bisogno di dare un senso a questo massacro portando a termine l’esplorazione dell’artefatto (alimentando così un circolo vizioso di nuove vittime e nuovi sensi di colpa). Anche i personaggi secondari sono ben sviluppati, e le loro sidestory contribuiscono a sviluppare il tema centrale della morte e del valore degli individui – come Sam, l’assistente di Hawks, malato terminale che vede nella macchina che per gli altri è simbolo di morte la sua unica chance di vivere ancora; o la determinazione di Connington a portare via a Barker la sua ragazza per recuperare la propria dignità.
Idee buone, insomma – solo, realizzate male. Come l’artefatto alieno: come Clarke in Rendezvous with Rama, Budrys riesce veramente a trasmettere l’idea di un costrutto creato da intelligenze completamente differenti da noi, e non pensato per l’interazione con l’essere umano. L’artefatto lunare è una macchina per uccidere, ma è evidente che non è stata pensata per quello scopo, e che non c’è crudeltà nell’eliminazione sistematica degli esploratori: semplicemente, non sappiamo come interagire correttamente con essa. Si avverte del vero sense of wonder quando, alla fine del libro, finalmente entriamo con il personaggio pov all’interno dell’artefatto; e la scena finale del romanzo è stupenda – è riuscita a commuovermi come mi capita di rado. Peccato che queste soddisfazioni arrivino solo alla fine di una lettura fallata.

Moon harvesting

Io avrei fatto così
Se il problema del romanzo è che l’elemento fantastico è troppo subordinato al bla bla psicologico ed entra in scena troppo tardi, l’antidoto non può essere che: più artefatto, più Luna, e subito. Non è accettabile che si scopra come funzioni questo costrutto di cui si parla dall’inizio del libro solo a metà romanzo. Avrei aperto il primo capitolo con la scena dell’esplorazione dell’artefatto da parte di Rogan. Si sarebbe potuto fare in due modi. Il primo, con il pov usa-e-getta di Rogan stesso (i pov usa-e-getta di norma sono sconsigliabili, ma un’eccezione qui si potrebbe forse fare, considerando che è l’inizio della storia e che c’è una tradizione degli horror di cominciare la narrazione col punto di vista della prima vittima), che avrebbe assicurato il massimo dell’immersione e quindi della tensione. Il secondo, più ligio alle regole tradizionali del punto di vista – e più alla Lovecraft nell’impostazione – col pov di Hawks che si mantiene in contatto radio con Rogan e riceve la fedele cronaca di quello che succede fino al momento dell’uccisione.
Questo inizio permetterebbe da subito di fissare nella mente del lettore cosa sia esattamente l’artefatto e, più o meno, come funzioni. Il romanzo sarebbe poi potuto proseguire mostrando più di una delle visite delle copie di Barker, focalizzandosi ogni volta su aspetti diversi dell’esplorazione per mantenere la varietà (ad esempio: una volta il focus potrebbe essere sulla base lunare e sui suoi abitanti, una volta sul perimetro esterno dell’artefatto, e così via). L’importante sarebbe mantenere una buona proporzione di pagine tra le scene – tendenzialmente a bassa tensione – ambientate sulla Terra, e quelle più adrenaliniche-ansiogene sulla Luna.

In conclusione
Se si riesce ad andare oltre ai difetti di struttura e caratterizzazione, Rogue Moon può regalare dei bei momenti, e un paio di scene intense. Le idee alla base del libro, del resto, sono davvero affascinanti e piuttosto originali. Basta prenderlo per quel che è: un dramma psicologico in cui gli elementi fantascientifici svolgono soprattutto un ruolo funzionale. Alla fine non avremo una risposta sullo scopo o l’origine dell’artefatto alieno – è meglio che ve lo dica da subito – perché come nel romanzo di Clarke (o come la Zona di Roadside Picnic), l’artefatto è semplicemente qualcosa di troppo remoto da noi per essere decifrato. L’interesse è quello che gli esseri umani fanno con questo costrutto, e come questo li trasforma.
Colpisce anche pensare che pur essendo uscito nel 1960, anni prima della nascita della New Wave, il romanzo già toccava temi che dall’epoca rimanevano lontani dalla fantascienza – l’ossessione per la morte, il sesso, le morbosità. Per non parlare del cast, composto interamente da personaggi cinici e “negativi”. A chi sia rimasto incuriosito dai temi del libro, consiglierei di scaricarlo e provare a leggerlo, passando oltre i suoi limiti. Potrebbe anche essere un buon oggetto di studio per aspiranti scrittori, come esempio di storia con ottime premesse rovinato da una cattiva esecuzione – a dimostrazione del fatto che il come importa quasi quanto il cosa, e che una scarsa conoscenza delle regole della narrativa può compromettere anche i soggetti più promettenti. Quanto a noi, continueremo le nostre esplorazioni spaziali nei prossimi articoli.

Inside Rama

Uno spaccato dell’interno di Rama. Non sempre è necessario che gli artefatti alieni vengano spiegati.

Dove si trova?
Potete scaricare il romanzo in lingua originale su Library Genesis o su Bookfinder; in entrambi i casi, l’unico formato disponibile è il pdf.

Chi devo ringraziare?
Avevo adocchiato per la prima volta questo romanzo guardando il catalogo degli SF Masterworks – attirato dalla copertina, dal titolo, dal nome bizzarro dell’autore. Ma non avevo una reale intenzione di leggerlo. Se mi sono deciso, è per la recensione dell’editor David Pringle nel suo catalogo Science Fiction: The 100 Best Novels 1949-1984, un libro che si sta rivelando una preziosa fonte di spunti. Ve ne parlerò sicuramente in un prossimo articolo.

Qualche estratto
Ho scelto due brani che coniugassero in qualche modo i dialoghi morbosi che compongono il grosso del romanzo col tema del costrutto lunare. Il primo brano, più breve, è preso dall’inizio del libro, e mostra gli effetti dell’artefatto sulla psiche sull’ultima delle sfortunate cavie del dottor Hawks. Il secondo è invece un monologo di Hawks a Barker, in cui gli descrive minutamente – e con la cinica freddezza che gli è propria – le caratteristiche dell’artefatto e i mille modi di morirci dentro. Delizioso!

1.
The young man stared unblinkingly. His trim crewcut was wet with perspiration and plastered by it to his scalp. His features were clean, clear-skinned and healthy, but his chin was wet. ‘An dark …’ he said querulously, ‘an dark and nowhere starlights …’ His voice trailed away suddenly into a mumble, but he still complained.
Hawks looked to his right.
Weston, the recently hired psychologist, was sitting there in an armchair he’d had brought down to Hawks’ office. […] He frowned slightly back towards Hawks and arched one eyebrow.
‘He’s insane,’ Hawks said to him like a wondering child.
Weston crossed his legs. ‘I told you that, Dr Hawks; I told you the moment we pulled him out of that apparatus of yours. What had happened to him was too much for him to stand.’
‘I know you told me,’ Hawks said mildly. ‘But I’m responsible for him. I have to make sure.’ He began to turn back to the young man, then looked again at Weston. ‘He was young. Healthy. Exceptionally stable and resilient, you told me. He looked it.’ Hawks added slowly, ‘He was brilliant.’
‘I said he was stable,’ Weston explained earnestly. ‘I didn’t say he was inhumanly stable. I told you he was an exceptional specimen of a human being. You’re the one who sent him to a place no human being should go.’
Hawks nodded. ‘You’re right, of course. It’s my fault.’
‘Well, now,’ Weston said quickly, ‘he was a volunteer. He knew it was dangerous. He knew he could expect to die.’
But Hawks was ignoring Weston. He was looking straight out over his desk again.
‘Rogan?’ he said softly. ‘Rogan?’
He waited, watching Rogan’s lips move almost soundlessly. He sighed at last and asked Weston, ‘Can you do anything for him?’
‘Cure him,’ Weston said confidently. ‘Electroshock treatments. They’ll make him forget what happened to him in that place. He’ll be all right.’
‘I didn’t know electroshock amnesia was permanent.’
Weston blinked at Hawks. ‘He may need repetitive treatment now and then, of course.’
‘At intervals for the remainder of his life.’
‘That’s not always true.’
‘But often.’
‘Well, yes …’
‘Rogan,’ Hawks was whispering. ‘Rogan, I’m sorry.’
‘An dark … an dark … It hurt me and it was so cold … so quiet I could hear myself …’

2.
‘There’s only one entrance into the thing. Somehow, our first technician found it, probably by fumbling around the periphery until he stepped through it. It is not an opening in any describable sense; it is a place where the nature of this formation permits entrance by a human being, either by design or accident. It cannot be explained in more precise terms, and it can’t be encompassed by the eye or, we suspect, the human brain. Three men died to make the chart which now permits other men, who follow the chart by dead reckoning like navigators in an impenetrable fog, to enter the formation. Other men have died to tell us the following things about its interior:
‘A man inside it can be seen, very dimly, if we know where to look. No one knows, except in the most incoherent terms, what he sees. No one has ever come out; no one has ever been able to find an exit; the entrance cannot be used for that purpose. Non-living matter, such as a photograph or a corpse, can be passed out from inside. But the act of passing it out is invariably fatal to the man doing it. That photo of the first volunteer’s body cost another man’s life. The formation also does not permit electrical signals from its interior. That includes a man’s speaking intelligibly inside his helmet, loudly enough for his RT microphone to pick it up. Coughs, grunts, other non-informative mouth-noises, are permissible. An attempt to encode a message in this manner failed.
‘You will not be able to maintain communication, either by broadcast or along a cable. You will be able to make very limited hand signals to observers from the outpost, and you will make written notes on a tablet tied to a cord, which the observer team will attempt to draw back after you die. If that fails, the man on the next try will have to go in and pass the tablet out by hand, if he can, and if it is decipherable. Otherwise, he will attempt to repeat whatever actions you took, making notes, until he finds the one that killed you. We have a chart of safe postures and motions which have been established in this manner, as well as of fatal ones. It is, for example, fatal to kneel on one knee while facing lunar north. It is fatal to raise the left hand above shoulder height while in any position whatsoever. It is fatal past a certain point to wear armour whose air hoses loop over the shoulders. It is fatal past another point to wear armour whose air tanks feed directly into the suit without the use of hoses at all. It is crippling to wear armour whose dimensions vary greatly from the ones we are using now. It is fatal to use the hand motions required to write the English word “yes,” with either the left or right hand.
‘We don’t know why. We only know what a man can and cannot do while within that part of the formation which has been explored. Thus far, we have a charted safe path and safe motions to a distance of some twelve metres. The survival time for a man within the formation is now up to three minutes, fifty-two seconds.
‘Study your charts, Barker. You’ll have them with you when you go, but we can’t know that having them won’t prove fatal past the point they measure now. You can sit here and memorize them. If you have any other questions, look through these report transcriptions, here, for the answers. I’ll tell you whatever else you need to know when you come down to the laboratory. I’ll expect you there in an hour. Sit at my desk,’ Hawks finished, walking quickly towards the door. ‘There’s an excellent reading light.’

Tabella riassuntiva

Un libro morboso sulla morte e sul valore degli individui! L’artefatto alieno appare solo dopo metà romanzo!
L’artefatto è affascinante e le buone idee ci sono. I personaggi chiacchierano a vuoto per la maggior parte del libro.
Perlomeno i personaggi sono ben mostrati! Dialoghi teatrali fino all’inverosimile.
Prosa sciatta.

(1) Oltre ad essere la cosa più cheesy del mondo, quasi al pari delle partite a scacchi tra protagonista e antagonista dove a un tratto uno dei due dichiara con occhi gelidi: “scacco matto”, lo trovo abbastanza inverosimile. Chi ti aspetti che sia in grado di citare a memoria brani di Shakespeare che non siano tra i più famosi? Eppure qui abbiamo non due studiosi di letteratura, bensì uno scienziato e uno sportivo.
Certo: chiunque può avere gli hobby più disparati. Un paracadutista potrebbe anche essere un amante dell’opera wagneriana. Ma quante probabilità ci sono che entrambi siano amanti del teatro elisabettiano al punto da impararsi a memoria passaggi delle tragedie di Shakespeare? Sul serio, Budrys?

(2) Forse questa è una bias della gente dell’Est Europa, perché un altro scrittore che tendeva sempre al dialogo barocco e ai personaggi teatrali era Conrad. Provate a leggere romanzi come La follia di Almayer, o Un reietto delle isole, o Sotto gli occhi dell’Occidente: metà del cast sembra epilettico.

I Consigli del Lunedì #42: The Moon Is A Harsh Mistress

The Moon Is A Harsh MistressAutore: Robert A. Heinlein
Titolo italiano: La Luna è una severa maestra
Genere: Science Fiction / Hard SF / Politico
Tipo: Romanzo

Anno: 1966
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 380 ca.

Difficoltà in inglese: ***

There ain’t no such thing as a free lunch.

Nel XXI secolo la Luna è diventata una colonia penale. Una prigione che non ha bisogno di sbarre né di molte guardie, perché fuggire è impossibile: pochi possono permettersi di pagare il passaggio sulle navi merci che transitano mensilmente; e soprattutto, dopo pochi mesi di permanenza sulla Luna, la bassa gravità opera sull’organismo cambiamenti irreversibili che rendono insopportabile la gravità terrestre. Sotto l’occhio vigile dell’Autorità Lunare, i Lunatici si sono costruiti la propria società, scavando intere città sotterranee e trattando lo sterile suolo terrestre in modo da convertirlo in acqua e grano. Una quota del grano prodotto viene mensilmente venduta all’Autorità, proprietaria di una catapulta con cui viene spedito nello spazio e giù sulla Terra.
Manuel non si è mai interessato di politica. Nato sulla Luna da nonni deportati, è fiero di essere un Lunatico, ma conduce una vita tranquilla come tecnico del super-computer che coordina tutte le attività amministrative a Luna City. Manuel è anche l’unico ad essersi accorto che un bel giorno il computer è diventato autocosciente; l’ha chiamato Mike ed è diventato il suo unico amico. Ma una sera del 2075, per fare un favore a Mike, Manuel si trova suo malgrado invischiato in una protesta dei Lunatici contro il monopolio dell’Autorità. E ben presto capirà che in gioco c’è il futuro stesso dei Lunatici e delle risorse lunari. O la Luna diventerà indipendente e libera dalla Terra, o sono condannati a un futuro di carestia e schiavitù… e Manuel potrebbe avere in mano la carta vincente per decidere le sorti della rivolta.

The Moon is a Harsh Mistress, o: piccolo manuale del rivoluzionario pragmatico. Il Consiglio di oggi non avrebbe certo bisogno di presentazioni; Robert Heinlein è uno dei Big Three della fantascienza della Golden Age, e questo è uno dei suoi romanzi più famosi, dopo (o accanto a?) Starship Troopers e Stranger in a Strange Land. Ma mentre alcuni dei suoi romanzi più celebri – compresi i due summenzionati – negli ultimi anni sono stati riportati nelle librerie italiane, dalla Mondadori e dalla Fanucci, La Luna è una severa maestra è rimasto relegato alle ristampe Urania. Un trattamento ingiusto. Dopo il Consiglio su Clarke e quello su Asimov, dunque, è giunto il momento di chiudere il cerchio con questo classico (non molto letto in Italia) di Heinlein.
Come potrebbe un piccolo satellite come la nostra Luna ribellarsi con successo alla Terra e conquistare l’indipendenza? Quali tattiche dovrebbe adottare, come dovrebbe organizzarsi? The Moon Is A Harsh Mistress ci racconta tutte le fasi della rivoluzione lunare – dai primi germi, alla preparazione, all’esecuzione, all’esito finale. Ma Moon è anche un’opera di Hard SF, e anche un romanzo d’azione; e a tratti diventa anche un trattato di filosofia politica. Vediamo come il buon vecchio Anson ha tenuto tutto insieme.

Brass cannon

Un cannone di ottone. Uno dei simboli del romanzo, infatti Heinlein originariamente avrebbe voluto intitolarlo “The Brass Cannon” (fortunatamente gli fu impedito di commettere questa pazzia).

Uno sguardo approfondito
Immaginate di essere andati a bere qualcosa con un amico che non vedevate da tempo. Seduti a un tavolo, boccale di birra davanti, il vostro amico vi racconta la storia della sua vita e voi, pazienti, lo ascoltate. Ecco: questa è esattamente la sensazione che lascia il narratore di Heinlein. The Moon is a Harsh Mistress, come molti altri dei suoi romanzi, è raccontato in prima persona e al passato remoto dal protagonista Manuel O’Kelly-Davis. Dico “raccontato” non a caso, perché per trovare delle scene mostrate decentemente in tutto il romanzo bisogna andare a cercarle col lanternino.
Tutto il romanzo è pesantemente filtrato dal punto di vista di Mannie, che non si fa problemi a commentare, fare del sarcasmo, lanciarsi in digressioni su questo o quello. A descrizioni dettagliate di alcune scene chiave, seguono riassunti sbrigativi di giorni o anche settimane di avvenimenti. Gli infodump sono spiattellati in faccia al lettore senza tanti problemi: per esempio, all’inizio del romanzo il protagonista va a incontrare Mike, e subito si lancia in un lungo excursus sulla natura del super-computer e sulla storia di come abbia scoperto che era senziente e come sono diventati amici. Solo il tono frizzante e sopra le righe della voce narrante, e il fatto che di norma queste digressioni siano interessanti, ti fa resistere alla tentazione di lanciare il libro dalla finestra.

Insomma, l’impostazione narrativa ricorda tanto quella di un romanzo tardo-ottocentesco alla Henry James o Thackeray, non fosse per il fatto che il pov-narratore è troppo arrogante e dalla parlata troppo slang per confonderlo coi libri di quell’epoca. Ma oltre all’immersione – più che calarci direttamente negli avvenimenti della storia, ci sembra di essere di fronte a uno che ce li racconti – ne risente anche il ritmo della narrazione: a parti adrenaliniche in cui succedono cose e seguiamo concitatamente l’azione, seguono pagine e pagine di spiegoni sospesi nel tempo.
E a questo si aggiungono alcune scelte poco chiare di Heinlein nella gestione dei tempi. Un momento critico e anticipato per un centinaio di pagine, come il golpe dei ribelli sul governo lunare, è liquidato in poche pagine raccontate con grande distacco, mentre pagine e pagine sono dedicate a discussioni inconcludenti tra il protagonista e il Professore (il volto pubblico della rivolta lunare) sul pensiero anarchico.

Chiacchiere da bar

“E ti dicevo, no, di quando ho liberato la Luna dalle ingerenze terrestri…”

Non aiuta la caratterizzazione dei personaggi: The Moon is a Harsh Mistress presenta il tipico spaccato di figure piatte e stereotipate di quasi tutti i romanzi di Heinlein. Wyoming Knott, la bella rivoluzionaria che sedurrà il protagonista convincendolo così a unirsi alla causa, è la classica eroina heinleiniana, forte di carattere ma troppo idealista, indipendente ma sotto sotto ansiosa di essere posseduta da un uomo forte; il Professor de la Paz è il vecchio saggio, indurito e reso cinico da anni di lotte e angherie, ma determinato a fare del mondo un posto migliore. Gli altri personaggi, si fa fatica persino a ricordarseli. Lo stesso protagonista, benché col suo sarcasmo e la sua schiettezza sia un piacevole compagno di viaggio per le quasi 400 pagine del romanzo, è il tipico alter-ego heinleiniano: un uomo pragmatico e moderatamente egocentrico, disposto a cambiare il mondo quel tanto da garantirsi una vita in cui farsi serenamente i cazzi propri e campare cent’anni. Del resto, Heinlein sembra più preoccupato di far dire ai suoi personaggi battute a effetto e scambi brillanti, piuttosto che costruire una psicologia credibile.
Il personaggio più interessante alla fin fine è proprio il super-computer Mike, sorta di bambino prodigio che mescola una conoscenza enciclopedica dell’universo e una capacità di ragionamento sovrumana con un’incredibile ingenuità per le sottigliezze dell’animo e del linguaggio umano. Una sorta di HAL9000 ‘buono’, ma da approcciare con cautela per evitare di essere fraintesi. E’ stimolante vedere come Heinlein gestisca il rapporto tra l’intelligenza artificiale e i protagonisti umani, e come Mike “evolva” nel tempo in conseguenza di queste interazioni.

All in all, comunque, l’impressione è che, anche se fossero stati mostrati nei loro gesti e nelle loro azioni, invece che raccontati piattamente dal narratore, i personaggi di The Moon is a Harsh Mistress non sarebbero migliorati di molto. Discorso diverso per il worldbuilding, in cui Heinlein ha fatto un lavoro magistrale. La società lunare appare fin dalle prime pagine come qualcosa di molto diverso da quella terrestre, in ragione della sua storia (il fatto, cioè, di essere nata come colonia penale per ergastolani) e della sua scarsità di risorse (dal cibo alle persone). Farò giusto un paio di esempi.
Morire sulla Luna è facile, basta essere gettati fuori da un portellone dell’aria nel vuoto. Poiché la vita individuale è così a rischio, e in conseguenza della scarsità di popolazione lunare, i Lunatici hanno evitato di estinguersi organizzandosi in veri e propri clan familiari, all’interno dei quali vige il matrimonio di gruppo. In un line marriage, tutti i mariti e le mogli sono sposati tra di loro, e di conseguenza condividono tutte le responsabilità (dall’amministrazione delle finanze all’allevamento dei figli) e prendono insieme tutte le decisioni; quando un figlio raggiunge l’età adulta potrà sposarsi, abbandonando la famiglia originaria ed entrando in matrimonio di gruppo in un’altra famiglia.
In conseguenza della scarsità di donne nella società lunare originaria – quando ancora era soltanto un carcere – il gentil sesso era una risorsa preziosa. Di conseguenza, la donna ha acquisito un potere incredibile nella società. Nessun uomo oserebbe mai provarci con una che non ci sta, perché alla minima manifestazione di insofferenza di lei, il pugno di uomini più vicino potrebbe acchiappare il “molestatore” e mandarlo al creatore schiaffandolo fuori da un portellone. E all’interno dei matrimoni di gruppo, il voto delle donne conta quanto quello degli uomini. Insomma, una donna dovrebbe essere piuttosto contenta di vivere sulla Luna.

My nose itches

La vita sulla Luna può essere davvero dura.

Le città della Luna sono enormi complessi sotterranei di sale e corridoi organizzati a livelli, in cui perdersi è facilissimo. I Lunatici sopravvivono del suolo lunare attraverso culture idroponiche e altre complicate trasformazioni molecolari, mediante macchinari direttamente posseduti dalle famiglie. Lungi dall’essere importatori, i Lunatici esportano grano, sparandolo periodicamente sulla Terra da una catapulta di proprietà dell’Autorità Lunare. E proprio il possesso di questa catapulta diventerà il pomo della discordia tra Lunatici e Autorità e scatenerà la rivoluzione lunare.
A fronte di tutte queste belle idee, quindi, è un vero peccato che la storia sia tutta raccontata e che “vediamo” così poco. Le peculiarità antropologiche delle società lunari sono affidate agli spiegoni del protagonista, e anche delle affascinanti città della Luna vediamo ben poco: descrizioni fisiche degli ambienti ci sono solamente quando sono strettamente funzionali alla trama, come un inseguimento tra i cunicoli sotterranei o un assalto della fanteria terrestre alle città (1). Per la maggior parte del romanzo, sembra che i personaggi si muovano nel vuoto o quasi.

Ma il tratto in assoluto più interessante del romanzo è sicuramente ascoltare Heinlein che ci spiega come si fa la rivoluzione. Con un approccio da realpolitik che mi ha ricordato Tecnica del colpo di stato di Curzio Malaparte, Heinlein ci spiega che per rovesciare con successo un governo gli ideali di partenza non contano una mazza; ciò che conta è un’organizzazione efficiente e una strategia rigorosa. Nel corso della storia l’autore toccherà tutti i temi, da come si debbano strutturare le cellule del partito per limitare i danni in caso si venga scoperti, a come prendere il controllo dei punti chiave del governo da rovesciare, a come gestire la propaganda o i negoziati col nemico, fino a come gestire una vera e propria guerra.
L’esecuzione delle varie parti del piano è affascinante, e soprattutto traspare l’idea di quanto sia complicato, e improbabile anche nel migliore degli scenari possibili, avere successo. Qualunque siano le simpatie politiche personali (e le mie non collimano certo con quelle di Heinlein), e nonostante la difficoltà tecnica di immedesimarsi nei ribelli protagonisti, dopo un po’ non si può non simpatizzare per il piccolo Davide-Luna nella sua lotta per trionfare quel Golia che è la Terra. Così come è interessante vedere come il protagonista passi dalla frase con cui si presenta al lettore – My old man taught me two things: ‘Mind own business’ and ‘Always cut cards.’ Politics never tempted me” – a diventare uno degli organizzatori della rivoluzione. L’unico rammarico è forse che per Heinlein le possibilità di riuscita da parte di una società piccola come quella lunare è davvero così bassa, da far dipendere tutto il piano dei ribelli su un asso nella manica veramente sgravo: l’amicizia con il super-computer che amministra praticamente l’intero satellite. Così sembra quasi troppo “comodo”!

French revolution

La rivoluzione è crudele.

E’ comunque un bene che Heinlein abbia una visione così pragmatica della tecnica del golpe, perché quando si butta nella teoria politica viene da piangere. Tra le dissertazioni del Professor de la Paz e le riflessioni del protagonista, un sacco di pagine sono buttate in una celebrazione del liberismo e dello Stato anarchico che dopo i disastri del 2007-2008 sono assai difficili da prendere sul serio (“ah! Se i governi non si immischiassero e lasciassero che il mercato si autoregolasse negli scambi fra i privati, starebbero tutti meglio! Ah, solo i deboli hanno bisogno dello Stato, gli uomini davvero in gamba si assumono la responsabilità delle proprie azioni!”). Questi passaggi sono resi ancora più sgradevoli dal fatto che, proprio per lo stile pesantemente raccontato, queste teorie e la loro validità non passano come le convinzioni personali di alcuni personaggi, quanto come un dato di fatto sancito dal Narratore.

The Moon is a Harsh Mistress, insomma, è un romanzo geniale nelle idee benché povero nell’esecuzione – anche se, vale la pena dirlo, è pur sempre diverse spanne sopra i veri inetti della prosa, come Clarke o Poul Anderson. La vastità degli argomenti toccati – dal calcolo della traiettoria dei proiettili lanciati dalla Luna a una lezione sulla finanza lunare, dal funzionamento dei matrimonio di gruppo agli effetti della gravità lunare sulla struttura muscolare umana – da sola la dice lunga sulla cura e la serietà messe da Heinlein nello scrivere questo libro.
Se non avete mai letto Heinlein, questo è (come Starship Troopers o Stranger in a Strange Land) un ottimo punto di partenza. Se l’avete letto e vi piace il suo stile, e per qualche strana ragione non avete ancora provato The Moon is a Harsh Mistress, correte a farlo. Se Heinlein invece vi dà il voltastomaco (reazione comprensibile), be’… questo libro è puro Heinlein 100%, quindi statene alla larga. Quanto a me, in futuro mi piacerebbe tornare su Heinlein, magari toccando un romanzo meno conosciuto: la sua bibliografia è sterminata, e materiale di buona qualità non manca. Vediamo intanto le reazioni a questo articolo.

Dove si trova?
Come potete immaginare, non è difficile procurarsi una copia digitale di quest’opera. Edizioni ePub di The Moon Is A Harsh Mistress si trovano sia su Library Genesis che su BookFinder, mentre su Emule potrete scaricarvi la traduzione italiana (La Luna è una severa maestra).

Su Heinlein
Ansioso di informarmi su uno degli scrittori ritenuti più importanti nella storia della fantascienza, nel corso degli ultimi due anni ho letto una decina abbondante di romanzi di Heinlein. Di seguito quelli che ho apprezzato di più – chissà, da uno di questi potrebbe nascere in futuro un Consiglio o una Bonus Track:
The Puppet Masters The Puppet Masters (Il terrore della sesta luna) è un classico dei romanzi d’invasione “tipo ultracorpi”: una navicella atterra in mezzo ai campi del Midwest, e in men che non si dica una progenie di lumaconi prende il controllo della popolazione locale. I lumaconi controllano le loro vittime attaccandosi al loro cervelletto, dopodiché si fingono umani normali e cominciano a diffondersi in modo sistematico… I protagonisti sono un pugno di agenti di un’organizzazione segreta della Difesa americana, e il romanzo racconta di come faranno a contenere l’invasione e quindi annientarla. I personaggi sono abbastanza bidimensionali, c’è molto machismo un po’ datato, nessuna ambiguità morale – ma la partita a scacchi tra i buoni e gli alieni cattivi è affascinante, e gestita con molta intelligenza. Un romanzo piacevole, nettamente superiore all’altro classico dell’invasione “tipo ultracorpi” – The Body Snatchers di Jack Finney.
Farmer in the Sky Farmer in the Sky (Pionieri dello spazio) è un romanzo per ragazzi, uno dei cosiddetti “Heinlein’s Juveniles”. La trama è molto semplice: racconta di un ragazzo che, non avendo prospettive sulla Terra, decide di emigrare sul padre nelle prime colonie su Ganimede, una delle lune di Giove. Ma la vita su Ganimede è dura, la voglia di mollare tanta. C’è una cosa di questo romanzo che me lo rende caro – la sincerità del messaggio che Heinlein lancia ai suoi lettori: nella vita nulla arriva gratis, se vuoi qualcosa devi darti da fare, con intelligenza e determinazione; se molli (per codardia, o pigrizia) perderai il rispetto di te stesso. Il tutto mostrato con molta efficacia. Per me Farmer in the Sky è il migliore degli Heinlein’s Juveniles.
The Door into Summer The Door Into Summer (La porta sull’estate) sembra il sogno bagnato di un’ingegnere mischiato a un romanzo sui viaggi nel tempo. Daniel Davis è il geniale inventore di una serie di automi per le faccende domestiche che hanno rivoluzionato il mercato, ma oggi è un uomo finito: la sua ex-amante e il suo partner d’affari l’hanno truffato e buttato fuori dalla compagnia. Amareggiato dalla vita, Davis decide di farsi criogenizzare assieme al suo unico caro – il suo gatto – per tornare a vivere in un futuro migliore; ma questo è solo l’inizio di una serie di avvenimenti rocamboleschi che lo porteranno a chiudere i conti con i due traditori. Il plot è melodrammatico e la dinamica dei viaggi nel tempo suona inverosimile, ma il protagonista è simpatico, la descrizione delle invenzioni deliziosa e l’interplay tra i personaggi (in particolare con il gatto!) ben riuscito. Il più dolce e meno pretenzioso dei romanzi di Heinlein.
Starship Troopers Starship Troopers (Fanteria dello spazio) non ha certo bisogno di presentazioni. Come tanti giovani della sua età Rico, appena diplomato, non sa cosa fare della propria vita; e più per emulazione che per reale convinzione, si arruola nell’esercito. Attraverso i suoi occhi, vivremo la vita militare in un mondo utopico in cui l’esercito ha assunto il controllo della Terra e la amministra con efficienza, dai boot camp per i cadetti ai campi di battaglia interstellari. Nonostante gli alti e bassi, un romanzo di formazione affascinante e ben scritto; incredibile pensare che sia stato scritto per un target Young Adult.
Stranger in a Strange Land Stranger in a Strange Land (Straniero in terra straniera), un altro dei romanzi più famosi della fantascienza, racconta le peripezie di Michael Valentine Smith, primo uomo nato ed educato su Marte, dopo il suo arrivo sulla Terra. A metà tra il romanzo d’avventura e il saggio antropologico, questo romanzo vuole mettere in luce le idiosincrasie della cultura occidentale attraverso gli occhi ingenui dell’uomo venuto da un altro pianeta. Nonostante alcune digressioni siano un po’ pesanti, questo è uno dei libri dove Heinlein ha trovato il miglior equilibrio tra narrazione e disquisizioni saggistiche. Assicuratevi di leggere la Uncut Version, che contiene un paio di centinaia di pagine in più rispetto alla versione tagliata che è circolata per decenni.
La produzione di Heinlein è in genere divisa in tre periodi cronologici. Tutte le opere che ho letto finora appartengono al Periodo Giovanile (fino a Starship Troopers) o al Periodo della Maturità (fino a The Moon is a Harsh Mistress). Ma visto che Heinlein mi è piaciuto, in futuro leggerò di sicuro anche qualcosa del Periodo Tardo (in particolare sono attratto da Time Enough for LoveFridayJob: A Comedy of Justice). Vi farò sapere che ne penso.

Qualche estratto
Il primo estratto, preso dall’inizio del libro, è la presentazione del personaggio di Mike da parte del protagonista, e dà subito un’idea del tono e del linguaggio colorito della voce narrante (ma anche della maniera in cui semina infodump a pioggia). Il secondo è invece un vivace dialogo tra il protagonista e la bella Wyoh, e tocca i temi caldi del libro: teoria e pratica della rivoluzione, l’organizzazione della famiglia di Mannie, il suo scetticismo pratico e la situazione politica terrestre. E’ un po’ lungo ma ha ritmo – e ne vale la pena.

1.
When Mike was installed in Luna, he was pure thinkum, a flexible logic—“High-Optional, Logical, Multi-Evaluating Supervisor, Mark IV, Mod. L”—a HOLMES FOUR. He computed ballistics for pilotless freighters and controlled their catapult. This kept him busy less than one percent of time and Luna Authority never believed in idle hands. They kept hooking hardware into him—decision-action boxes to let him boss other computers, bank on bank of additional memories, more banks of associational neural nets, another tubful of twelve-digit random numbers, a greatly augmented temporary memory. Human brain has around ten-to-the-tenth neurons. By third year Mike had better than one and a half times that number of neuristors.
And woke up.
Am not going to argue whether a machine can “really” be alive, “really” be self-aware. Is a virus self-aware? Nyet. How about oyster? I doubt it. A cat? Almost certainly. A human? Don’t know about you, tovarishch, but I am. Somewhere along evolutionary chain from macromolecule to human brain self-awareness crept in. Psychologists assert it happens automatically whenever a brain acquires certain very high number of associational paths. Can’t see it matters whether paths are protein or platinum.
(“Soul?” Does a dog have a soul? How about cockroach?)
Remember Mike was designed, even before augmented, to answer questions tentatively on insufficient data like you do; that’s “high optional” and “multi-evaluating” part of name. So Mike started with “free will” and acquired more as he was added to and as he learned—and don’t ask me to define “free will.” If comforts you to think of Mike as simply tossing random numbers in air and switching circuits to match, please do.

Super Mario on the Moon

Non c’entra niente ma DOVEVO metterla.

2.
 “Mannie, why do you say our program isn’t practical? We need you.”
Suddenly felt tired. How to tell lovely woman dearest dream is nonsense? “Um. Wyoh, let’s start over. You told them what to do. But will they? Take those two you singled out. All that iceman knows, bet anything, is how to dig ice. So he’ll go on digging and selling to Authority because that’s what he can do. Same for wheat farmer. Years ago, he put in one cash crop—now he’s got ring in nose. If he wanted to be independent, would have diversified. Raised what he eats, sold rest free market and stayed away from catapult head. I know—I’m a farm boy.”
“You said you were a computerman.”
“Am, and that’s a piece of same picture. I’m not a top computerman. But best in Luna. I won’t go civil service, so Authority has to hire me when in trouble—my prices—or send Earthside, pay risk and hardship, then ship him back fast before his body forgets Terra. At far more than I charge. So if I can do it, I get their jobs—and Authority can’t touch me; was born free. And if no work—usually is—I stay home and eat high.
“We’ve got a proper farm, not a one-cash-crop deal. Chickens. Small herd of whiteface, plus milch cows. Pigs. Mutated fruit trees. Vegetables. A little wheat and grind it ourselves and don’t insist on white flour, and sell—free market—what’s left. Make own beer and brandy. I learned drillman extending our tunnels. Everybody works, not too hard. Kids make cattle take exercise by switching them along; don’t use tread mill. Kids gather eggs and feed chickens, don’t use much machinery. Air we can buy from L-City—aren’t far out of town and pressure-tunnel connected. But more often we sell air; being farm, cycle shows Oh-two excess. Always have valuta to meet bills.”
“How about water and power?”
“Not expensive. We collect some power, sunshine screens on surface, and have a little pocket of ice. Wye, our farm was founded before year two thousand, when L-City was one natural cave, and we’ve kept improving it—advantage of line marriage; doesn’t die and capital improvements add up.
[…] But back to your plan, Wyoh: two things wrong. Never get ‘solidarity’; blokes like Hauser would cave in—because they are in a trap; can’t hold out. Second place, suppose you managed it. Solidarity. So solid not a tonne of grain is delivered to catapult head. Forget ice; it’s grain that makes Authority important and not just neutral agency it was set up to be. No grain. What happens?”
“Why, they have to negotiate a fair price, that’s what!”
“My dear, you and your comrades listen to each other too much. Authority would call it rebellion and warship would orbit with bombs earmarked for L-City and Hong Kong and Tycho Under and Churchill and Novylen, troops would land, grain barges would lift, under guard—and farmers would break necks to cooperate. Terra has guns and power and bombs and ships and won’t hold still for trouble from ex-cons. And troublemakers like you—and me; with you in spirit—us lousy troublemakers will be rounded up and eliminated, teach us a lesson. And earthworms would say we had it coming . . . because our side would never be heard. Not on Terra.”
Wyoh looked stubborn. “Revolutions have succeeded before. Lenin had only a handful with him.”
“Lenin moved in on a power vacuum. Wye, correct me if I’m wrong. Revolutions succeeded when—only when—governments had gone rotten soft, or disappeared.”
“Not true! The American Revolution.”
“South lost, nyet?”
“Not that one, the one a century earlier. They had the sort of troubles with England that we are having now—and they won!”
“Oh, that one. But wasn’t England in trouble? France, and Spain, and Sweden—or maybe Holland? And Ireland. Ireland was rebelling; O’Kellys were in it. Wyoh, if you can stir trouble on Terra—say a war between Great China and North American Directorate, maybe PanAfrica lobbing bombs at Europe, I’d say was wizard time to kill Warden and tell Authority it’s through. Not today.”
“You’re a pessimist.”
“Nyet, realist. Never pessimist. Too much Loonie not to bet if any chance. Show me chances no worse then ten to one against and I’ll go for broke. But want that one chance in ten.”

Tabella riassuntiva

Ti spiega come si fa la rivoluzione! E’ tutto raccontato!
Rigoroso worldbuilding di una società lunare autosufficiente. Infodump a pioggia e ritmo altalenante.
Il destino dei ribelli lunari è incerto fino all’ultimo. Personaggi stereotipati.
Voce narrante frizzante e piacevole. Ti ingozza a forza di dottrine politico-economiche assai discutibili.

(1) L’unica eccezione importante sta nel linguaggio. Sia nei dialoghi, sia nel parlato stesso della voce narrante, Heinlein fa uso di una grammatica strana, dai periodi spezzati, in cui spesso gli articoli come the o i pronomi personali vengono omessi. Al contempo, i Lunatici usano un gergo tutto loro che mischia le lingue più diverse, come il buffo termine ‘dinkum thinkum’ adottato da Manuel per indicare Mike o l’abbondanza di parole di origine russa (‘nyet’, ‘tovarish’…). Questo mix sarebbe una conseguenza del melting pot di razze che hanno caratterizzato la colonia penale lunare fin dalle origini.
Heinlein, insomma, crea un linguaggio personalizzato a scopo narrativo alla maniera di Burgess in Arancia Meccanica, anche se senza spingersi così in là. Il risultato è piacevole, anche se non sempre facile da seguire in inglese. Bravo Robert.

I Consigli del Lunedì #41: The Deep

The DeepAutore: John Crowley
Titolo italiano: E la bestia sorse dall’abisso
Genere: Science-Fantasy / Fairytale Fantasy / Low Fantasy / Politico
Tipo: Romanzo

Anno: 1975
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 200 ca.

Difficoltà in inglese: **

In un mondo medievale senza tempo e dalla perfetta geometria ad anello, si combatte l’infinita guerra per il trono tra i Neri e i Rossi. Little Black, il re demente, governa ormai da molti anni sulla cittadella al centro del lago che è al centro del mondo; non sa che i Rossi hanno radunato un esercito nelle pianure attorno al lago, e si preparano a riconquistare la corona con la forza. Sul conflitto vegliano i Grigi, arbitri implacabili di ciò che è ammesso e ciò che non lo è, dall’alto della fortezza di Inviolabile sulla vetta delle montagne. E intanto, tra le fila dei due eserciti, si muovono i Giusti, assassini anarchici che si mimetizzano tra gli schieramenti, e uccidono con le loro Pistole chiunque sia nella loro lista.
Per secoli, le forze tra queste fazioni si sono equivalse, e la corona è passata di mano in mano. Ma le cose cambiano una notte quando, sul campo di battaglia, piove dal cielo un uovo metallico. All’interno un essere, né uomo né donna, senza memoria e incapace di parlare. Preso in custodia da due donne del Popolo, il Visitatore apprende con una rapidità innaturale la loro lingua e i loro costumi. Dimentico delle proprie origini, sa però di essere stato mandato qui con una missione da svolgere – deve solo ricordare quale. Intanto, una forza misteriosa sembra attirarlo oltre i confini delle terre conosciute, dove si dice ci sia una Profondità senza fondo su cui poggia il pilastro che sorregge il mondo. Comincia così la storia di come il Visitatore venuto da Altrove si mischiò alla lotta dei Neri e dei Rossi, e cambiò inevitabilmente le sorti di questo mondo.

Nell’ultimo cinquantennio, il Fantasy ‘classico’ si è grossomodo consolidato in due filoni. Da una parte l’epica tolkeniana, fatta di ambientazioni pseudo-celtiche, grandi gesta, elfi e nani, e un’attenzione dell’autore al folklore medievale e pre-medievale; dall’altra lo sword&sorcery d’avventura alla Jack Vance e D&D, pieno di maghi che sparano le peggio cose, barbari che spakkano, portali dimensionali, dungeon crawling e una certa predilezione per le minchiate. E’ bello quindi trovare ogni tanto autori, come Martin o Abercrombie, che si discostano da entrambe queste tradizioni.
The Deep, in particolare, è un Fantasy che sembra scritto come se Il Signore degli Anelli non fosse mai esistito. Nato dalle ceneri di un romanzo storico sulla Guerra delle Due Rose che John Crowley lasciò incompiuto, The Deep – sua opera d’esordio – trae molta più ispirazione dalle cronache medievali sulle faide tra case regnanti che non dal folklore o dal mito, calandolo però in un’ambientazione da fiaba e buttandoci dentro qualche topos fantascientifico e qualche scintilla di teatro elisabettiano. Il risultato è uno strano calderone che non assomiglia davvero a niente che abbia mai letto. Vediamo perché preferisco quest’opera d’esordio di Crowley a tutto ciò che ha scritto dopo.

Medieval meme

E visto che siamo in tema cronache medievali… ^_^’

Uno sguardo approfondito
Considerato che The Deep non supera le duecento pagine, è incredibile la quantità di temi, ambientazioni e personaggi che Crowley è riuscito a buttarci dentro. Tanto per cominciare il suo è un romanzo corale, senza un vero protagonista. La cosa è chiarita fin da subito all’inizio del libro, dato che, prima del primo capitolo, c’è una pagina stile “Dramatis Personae” da sceneggiatura teatrale, con un elenco di tutti i personaggi del romanzo divisi per fazione di appartenenza.
Neanche il Visitatore può essere considerato un vero protagonista: benché sia colui che mette in moto uno dei nodi centrali del romanzo, non è il motore della storia; in diversi capitoli non compare affatto, e in molti dei capitoli in cui compare (specialmente nella prima metà del romanzo) il suo ruolo è marginale.

Questa natura corale è rispecchiata nella prosa di Crowley, che potrei definire nel bene e nel male ‘flaubertiana’. Il romanzo è scritto in terza persona con narratore onnisciente neutrale. Per la maggior parte del tempo, questo Narratore abbassa la visuale a livello dei suoi personaggi e la porta dietro la testa di uno di essi, ma si riserva ogni tanto (specialmente all’inizio o alla fine di capitolo o paragrafo) dei campi lunghi che non possono appartenere ad alcun personaggio. Chiunque può diventare personaggio-pov (ne ho contati sette principali, più una miriade di usa e getta), e Crowley transita allegramente da uno all’altro, di solito con il movimento “Pov 1 – Onnisciente – Pov 2”.
Queste transizioni, in realtà, causano di rado confusione nel lettore – ma ciò perché la telecamera, anche quando non è a volo d’uccello, è piazzata sulle spalle dei personaggi e non entriamo quasi mai nella loro testa. Di conseguenza, gli eventi ci vengono presentati da una certa distanza, come se guardassimo un film, e quindi siamo già predisposti a passare da un punto di vista a un altro senza che ci venga il mal di mare. L’effetto collaterale di questo approccio è quello che ormai conosciamo: si crea una certa distanza emotiva tra lettore e vicende narrate, e tendiamo a non identificarci nei personaggi della storia.

Gustave Flaubert

“Perché mi devi sempre tirare in mezzo?”

Il che non significa che non ci affezioniamo a loro. Anzi: anche a distanza di mesi, diversi dei personaggi principali di The Deep sono rimasti vividi nella mia memoria. Ciascuno di essi ha la propria agenda personale, il proprio subplot e i propri conflitti (esterni e interiori). Abbiamo Redhand, Protettore della Cittadella come suo padre, diviso tra la fedeltà che deve al suo Re e il suo giuramento di difendere la propria famiglia e la propria gente anche a costo di assumere una posizione impopolare nella faida; suo fratello Learned Redhand, combattuto tra l’imparzialità arbitrale a cui lo chiama la sua tonaca da Grigio e gli obblighi che lo legano a una delle parti in causa, quella dei Rossi; Red Senlin’s Son, pretendente al trono dall’ambizione sfrenata, dalla cinica diffidenza verso gli uomini e dal disprezzo verso gli antichi costumi.
E poi suo fratello Sennred, eccelso spadaccino gobbo che tutti credono un pazzo maniaco, ma che semplicemente ha votato la propria vita alla difesa della sua famiglia; l’assassina Nyame/Nod, che ha sposato la causa dei Giusti per porre fine alla lotta per il trono che tante sofferenze procura al Popolo, ma che si trova ad uccidere persone impostele dall’alto e a seguire un’agenda che non capisce; e naturalmente il Visitatore (che nel corso del romanzo cambierà nome più volte), la creatura creata su una stella lontana, con il compito di fare quante più esperienze possibili nel tentativo di recuperare la sua identità e scoprire la sua missione in questo mondo. E poi ancora tutti gli altri.

Tutto questo intrico di trame potrebbe sembrare complicato, ma Crowley riesce a gestirlo con facilità. Incidentalmente, The Deep è anche una lezione per chiunque voglia scrivere un romanzo politico – pieno di nomi di personaggi e casate e fazioni – che non costringa il lettore a chiedersi ogni due pagine: “Aspetta, chi era questo?”. Associando ogni fazione a un colore (i Neri, i Rossi, i Grigi) o a un attributo facile da ricordare (i Giusti), e il nome dei personaggi importanti alla propria fazione (Black Harrah, Red Senlin, Fauconred…), fin dalle prime pagine il lettore si fa un’immagine chiara della situazione politica. Ancora meglio: i vari personaggi e gli schieramenti che rappresentano acquistano – nella forma, ad esempio, dei colori – da subito dei tratti concreti, palpabili (quelli che T.S. Eliot chiamava ‘correlativi oggettivi’). E così, i Neri si vestono di nero, i Rossi di rosso, e i Giusti si nascondono dietro abiti anonimi sotto cui celano le loro Pistole dall’origine misteriosa.
L’assenza di un vero protagonista ha inoltre un altro effetto interessante: ossia che nessuno è indispensabile, e quindi chiunque può morire in qualsiasi punto del romanzo. E succede. A lot. Fin dalle prime pagine. Quando impariamo la facilità con cui Crowley fa fuori i suoi personaggi (ma i lettori di Martin saranno abituati), ogniqualvolta uno dei nostri preferiti si trova in una situazione di pericolo cominciamo a sentire quella sana tensione a cui non siamo più abituati. Ce la farà? Non ce la farà? L’esito non è mai scontato.

George Martin favourite characters

L’uso alla Flaubert della telecamera onnisciente e la distanza dai personaggi, comunque, si trascina dietro tutta un’altra serie di problemi. Il ritmo della narrazione, per esempio, è più lento e meno avvincente, proprio per l’esistenza di questi filtri tra noi e l’azione. Non mancano gli infodump, che ci raccontano di questo o quel particolare dell’ambientazione, o della tal famiglia o della psicologia del tal personaggio; o i riassunti raccontati di avvenimenti e periodi di tempo che accadono “fuori scena”. E, cosa che mi irrita di più, queste scelte non sembrano derivare tanto dalla sciatteria stilistica tipica della narrativa fantastica degli anni ’40-’70 – Crowley anzi sembra uno scrittore ‘consapevole’ della propria prosa – ma al contrario da un modo tutto suo di fare “letteratura alta”.
Fortunatamente, queste cattive scelte sono mitigate da un altro tratto stilistico di The Deep: una prosa molto asciutta e rapida (1). Accennavo all’inizio che è incredibile come Crowley riesca a condensare in due centinaia di pagine una storia e un cast talmente ricchi. E in effetti, in The Deep succede una tale quantità di cose che un Martin ci avrebbe costruito sopra una trilogia o peggio. Ogni capitolo è costruito da una molteplicità di piccoli paragrafi, ciascuno con i suoi personaggi, e ogni paragrafo muove avanti la trama. Non si sprecano parole: in ogni pagina succedono un sacco di cose, narrate con pochi dettagli concreti. Prendiamo ad esempio il passaggio, ancora all’inizio del libro, in cui un membro importante di una delle fazioni viene ammazzato a sangue freddo:

The Gun she held in both hands was half as long as an arm, and its great bore was like a mouth; it clicked when she fired it, hissed white smoke, and exploded like all rage and hatred. The stone ball shattered Black Harrah; without a cry he fell, thrown against the stairs, wrapped in a shower of his own blood.

Bam! Non una parola in più. Conciso, brutale, materico (“wrapped in a shower of his own blood”!), senza sbavature. Proprio questa rapidità di avvenimenti e ricchezza d’azione impedisce al lettore di cadere nella noia di un pov spesso distante e impersonale.

Okay – ma alla fine The Deep di cosa parla? Perché nel romanzo si intrecciano due filoni tematici abbastanza diversi, quello politico e quello metafisico. Il primo, nonostante la storia sia ambientato in uno strano mondo di fiaba dalla geometria artificiosa, suona realistico e mi sembra particolarmente ben riuscito. Come nelle reali dispute tra case regnanti della cara vecchia Europa, la disputa tra Neri e Rossi oscilla tra il bisogno di legittimazione legale delle proprie rivendicazioni – presso gli imparziali Grigi, presso i consessi di famiglie feudali – e l’uso della forza e degli stratagemmi più biechi (pugnalate alle spalle, inviti a pranzo che si trasformano in carneficine, re fatti sparire). Soprattutto, c’è quel gusto per la faida familiare senza fine così ben riassunta in un dialogo del paladino Black Harrah con la Regina:

‘I will kill him.’
‘If he kills you . . . ?’
‘My son will kill him. If his sons kill my son, my son’s sons will kill his. Enough?’

Il secondo filone è incarnato dal Visitatore e dalla sua quest: scoprire com’è fatto questo strano mondo, e perché c’è finito sopra. Le risposte, alla fine, non sono nulla di concettualmente rivoluzionario; ma tutte le domande principali trovano soluzione, si gusta qualche brividino di sense of wonder lungo il viaggio e si arriva alla fine del romanzo bene o male soddisfatti. E i due filoni trovano un degno punto d’incontro in quello che è uno dei miei temi preferiti, ossia quello della Storia: sarà un cerchio, destinato a ripetersi sempre uguale, o una spirale, e la nuova generazione spazzerà via le tradizioni della vecchia? In che modo il viaggio del Visitatore influenzerà le sorti di questa eterna faida per la corona?

Almeno The Deep si risparmia questi problemi.

In conclusione, The Deep è un romanzo che se la tira e che ha evidentemente l’ambizione di essere qualcosa di più di una storia di viulenza e lotta per il potere; ma, almeno per quanto mi riguarda, è un tirarsela positivo, stile Swanwick prima maniera, che non va a mettere i bastoni fra le ruote alla storia ma anzi offre (almeno a tratti) il valore aggiunto di voler dire qualcosa sull’uomo e sulla realtà. E sicuramente, con la sua commistione di elementi low fantasy, fiabeschi e sci-fi, è un romanzo insolito nel panorama del Fantasy. Il suo parente più prossimo è forse Game of Thrones, ma si tratta comunque di una parentela alla lontana (e non sono sicuro che gli amanti di Martin apprezzeranno questo libro).
The Deep è uno di quei romanzi che si ama o si odia. E se questo Consiglio non vi ha ancora fatto capire da che parte state, probabilmente vi chiarirete del tutto le idee leggendo le prime pagine. Provatelo – se è il tipo di libro che tocca le vostre corde, vi ricorderete dei fratelli Redhand e del furioso Sennred e della dolce assassina Nyame/Nod e dell’enigmatico Visitatore e della bestia nascosta nelle Profondità a distanza di anni.

Dove si trova?
The Deep si può scaricare su Library Genesis (pdf) o su BookFinder (pdf o rar); se siete disposti a spendere per una formattazione decente, invece, su Amazon si trova a meno di 7 Euro il kindle dell’edizione SF Masterworks.

Su Crowley
Crowley è un altro di quegli scrittori che, pur avendo da quarant’anni nel business, hanno prodotto un numero abbastanza ridotto di libri. Oltre a The Deep, ne ho letti un altro paio:
Engine Summer Engine Summer (La città dell’estate) è un romanzo post-apocalittico sui generis, in quanto non è una distopia ma un’utopia new-age. Secoli dopo un’imprecisata catastrofe, la gente di Little Belaire vive una vita spensierata e comunitaria, seguendo una filosofia animista che ricorda quella degli indiani d’America. Ma il giovane irrequieto Rush-that-Speaks, della tribù della Corda, si imbarcherà in un viaggio attraverso il continente per ritrovare sé stesso e il perduto amore della propria infanzia. Con la semplicità di una fiaba, Crowley mescola una normale ambientazione post-apocalittica con stramberie aliene e tecno-magia arcana; tutto purtroppo si annacqua in un romanzo barocco, pieno di autocompiacimento letterario e scarso di trama. Geniale e odioso al tempo stesso.
Little, BigLittle, Big, il suo romanzo più famoso, è un fantasy delicato che segue la storia della misteriosa famiglia Drinkwater e i suoi ambigui rapporti col regno di Faerie e i suoi piccoli abitanti. Partendo dalla storia del mite Smoky Barnable, che per uno scherzo del destino si trova a sposare la misteriosa Alice Drinkwater, il narratore salta avanti e indietro nel tempo per mostrarci passato e futuro della famiglia. Le fatine sembrano uscite dai saggi di Conan Doyle sul piccolo popolo; nel romanzo appaiono di rado ma è come se la loro presenza fosse ovunque. Nonostante le idee di fondo siano interessanti, il tono literary, la costruzione barocca delle frasi, l’abuso sistematico di raccontato, il ritmo lento, l’atmosfera rarefatta e le dimensioni (600 pagine circa!) rendono Little, Big una lettura faticosa. Un libro per vecchie signore e per accademici con tanto tempo libero.

Sarei tentato di leggere qualcos’altro di Crowley in futuro, ma la sua tendenza al manierismo letterario e la sua crescente passione per i tomi logorroici (come la sua quadrilogia Aegypt, talmente grossa da far impallidire Il Signore degli Anelli) mi fanno un po’ passare la voglia. Vedremo.

Qualche estratto
Il primo brano è incentrato sul Visitatore, e sul suo passare dall’ebetismo del suo risveglio a quando, in tempo brevissimo, impara a parlare e ragionare con le sue soccorritrici; il secondo ci introduce alla Cittadella reale al centro del mondo e ai personaggi di Black Harrah e della Regina, poco prima dell’irruzione dei Rossi e dell’inizio della guerra. Entrambi mostrano, credo, il peggio e il meglio della prosa di Crowley: il narratore onnisciente e gli infodump da una parte, la vividezza dei dettagli e i dialoghi serrati dall’altro.

1.
They called him the Visitor. His strange wound healed quickly, but the two sisters decided that his brain must have been damaged. He spoke rarely, and when he did, in strange nonsense syllables. He listened carefully to everything said to him, but understood nothing. He seemed neither surprised nor impatient nor grateful about his circumstances; he ate when he was given food and slept when they slept.
The week had been quiet. After the battle into which the Visitor had intruded, the Just returned to the Nowhere they could disappear to, and the Protector’s men returned to the farms and the horse-gatherings, to other battles in the Protector’s name. None had passed for several days except peat-cutters from the Downs.
Toward the close of a clear, cold day, the elder Endwife, Ser, made her slow circular way home across the Drumskin. In her wide basket were ten or so boxes and jars, and ever she knelt where her roving eye saw in the tangle of gray grass an herb or sprout of something useful. She’d pluck it, crush and sniff it, choose with pursed lips a jar for it. When it had grown too dark to see them any more, she was near home; yellow lamplight poured from the open door. She straightened her stiff back and saw the stars and planets already ashine; whispered a prayer and covered her jars from the Evening Star, just in case.
When she stepped through the door, she stopped there in the midst of a ‘Well . . .’ Fell silent, pulled the door shut and crept to a chair.
The Visitor was talking.
The younger Endwife, Norin, sat rapt before him, didn’t turn when her sister entered. The Visitor, motionless on the bed, drew out words with effort, as though he must choose each one. But he was talking.
‘I remember,’ he was saying, ‘the sky. That – egg, you call it. I was placed. In it. And. Separated. From my home. Then, descending. In the egg. To here.’
‘Your home,’ said Norin. ‘That star.’
‘You say a star,’ the Visitor said blankly. ‘I think, it can’t have been a star. I don’t know how, I know it, but, I do.’
‘But it circled the world. In the evening it rose from the Deep. And went overhead. In the morning it passed again into the Deep.’
‘Yes.’
‘For how long?’
‘I don’t know. I was made there.’
‘There were others there. Your parents.’
‘No. Only me. It was a place not much larger than the egg.’
He sat expressionless on the edge of the bed, his long pale hands on his knees. He looked like a statue. Norin turned to her sister, her eyes shining.
‘Is he mad now?’ said Ser. Her sister’s face darkened.
‘I . . . don’t know. Only, just today he learned to speak. This morning when you left he began. He learned “cup” and “drink,” like a baby, and now see! In one day, he’s speaking so! He learned so fast . . .’
‘Or remembered,’ Ser said, arising slowly with her eyes on the Visitor. She bent over him and looked at his white face; his eyes were black holes. She intended to be stern, to shock him; it sometimes worked. Her hand moved to the shade of the lamp, turned it so the lamplight fell full on him.
‘You were born inside a star in the sky?’ she asked sharply.
‘I wasn’t born,’ said the Visitor evenly. ‘I was made.’

Ziggy Stardust

Né uomo né donna, venuto dalle stelle con una missione… Ok, inutile continuare a girarci intorno: il Visitatore è chiaramente Ziggy Stardust.

2.
There are seven windows in the Queen’s bedroom in the Citadel that is the center of the City that is on the lake island called the Hub in the middle of the world.
Two of the seven windows face the tower stones and are dark; two overlook inner courtyards; two face the complex lanes that wind between the high, blank-faced mansions of the Protectorate; and the seventh, facing the steep Street of Birdsellers and, beyond, a crack in the ring of mountains across the lake, is always filled at night with stars. When wind speaks in the mountains, it whispers in this window, and makes the fine brown bed hangings dance.
Because the Queen likes light to make love by, there is a tiny lamp lit within the bed hangings. Black Harrah, the Queen’s lover of old, dislikes the light; it makes him think as much of discovery as of love. But then, one is not the Queen’s lover solely at one’s own pleasure.
If there were now a discoverer near, say on the balcony over the double door, or in the curtained corridor that leads to the servants’ stairs, he would see the great bed, lit darkly from within. He would see the great, thick body of the Queen struggling impatiently against Black Harrah’s old lean one, and hear their cries rise and subside. He might, well-hidden, stay to watch them cease, separate, lie somnolent; might hear shameful things spoken, and later, if he has waited, hear them consider their realm’s affairs, these two, the Queen and her man, the Great Protector Black Harrah.
‘No, no,’ Black Harrah answers to some question.
‘I fear,’ says the Queen.
‘There are ascendancies,’ says Black Harrah sleepily. ‘Binding rules, oaths sworn. Fixed as stars.’
‘New stars are born. The Grays have found one.’
‘Please. One thing at a time.’
‘I fear Red Senlin.’
‘He is no new star. If ever a man were bound by oaths . . .’
‘He hates me.’
‘Yes,’ Harrah says.
‘He would be King.’
‘No.’
‘If he . . . ?’
‘I will kill him.’
‘If he kills you . . . ?’
‘My son will kill him. If his sons kill my son, my son’s sons will kill his. Enough?’

Tabella riassuntiva

Un insolito blend di low fantasy medievale, fiaba e fantascienza. Narratore onnisciente e gestione dei pov alla cazzo.
Un vastissimo cast di personaggi interessanti e sempre a rischio morte. Infodump e raccontati che rallentano il ritmo.
Quando vuole la prosa di Crowley è secca, concreta e precisa. Crowley se la tira.
In 200 pagine succede di tutto!

(1) Nei romanzi successivi Crowley imboccherà purtroppo la strada opposta, adottando uno stile sempre più verboso e barocco. Se Engine Summer è irritante, Little, Big è talmente pomposo e naif da prendere a testate il muro.

I Consigli del Lunedì #39: Earth Abides

Earth AbidesAutore: George R. Stewart
Titolo italiano: La Terra sull’abisso
Genere: Science Fiction / Post-Apocalyptic SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1949
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 370 ca.

Difficoltà in inglese: **

Men go and come, but earth abides.
ECCLESIASTES, I, 4

Quando una specie raggiunge un numero elevatissimo di esemplari, e satura il proprio habitat, diventa più soggetta al rischio di essere decimata da un’epidemia. Nel giro di pochi giorni, di quell’animale che sembrava essere ovunque non si trova più traccia. Oggi è toccato all’uomo. Quando Isherwood Williams, giovane studente di geografia all’università di Stanford, torna dalla sua escursione solitaria di due settimane sulle montagne, non trova più anima viva. Le strade sono deserte, le città silenziose. Una pandemia misteriosa si è portata via il 99% degli esseri umani.
Anche la sua casa, nei sobborghi di San Francisco, è vuota; nessuna delle persone che conosceva è ancora in vita. Ma Ish non vuole cedere alla disperazione. Deciso a trovare degli altri sopravvissuti e a impedire il silenzioso tracollo della civiltà, si imbarcherà in un viaggio attraverso gli Stati Uniti. A dargli forza, la curiosità intellettuale di scoprire cosa ne sarà del mondo dopo la fine del dominio dell’uomo. Lo aspettano anni incredibili.

Oggi vi presento un classico dimenticato. Benché non sia certo la prima opera di fantascienza post-apocalittica, Earth Abides è stato a lungo, per il mondo anglosassone, uno dei modelli di riferimento del genere. Uscito un anno dopo 1984, il romanzo di Stewart ha conosciuto una fama crescente nei decenni successivi. Gli scrittori che si sono cimentati in questo sottogenere, da King con The Stand (L’ombra dello scorpione) a McCarthy con The Road, gli si sono dichiaratamente ispirati. Ma con Earth Abides il tempo non è stato clemente come col romanzo di Orwell: oggi, negli States, è uno di quei libri che ricorrono più nella saggistica che nelle librerie di Anobii, e in Italia gli è andata ancora peggio, dove è rimasto un romanzo “da Urania” e non ha mai raggiunto grande notorietà.
Earth Abides parte da premesse consolidate – un protagonista solo, che si ritrova a vagare per le strade vuote di città decimate, in cerca di sopravvissuti – ma prende una direzione inusuale per il genere: quella del realismo documentaristico. Stewart era un saggista e uno storico prima che uno scrittore, e il suo romanzo ha molto della speculative fiction più pura: cosa succederebbe al nostro pianeta se rimuovessimo all’improvviso la quasi totalità della popolazione, e come reagirebbero i pochi superstiti? Stewart ce lo racconta attraverso gli occhi di Ish, in tre fasi della sua vita (corrispondenti alle tre parti in cui è diviso il romanzo): subito dopo il disastro, vent’anni dopo, e alla fine della sua vita. Niente mutazioni zombie, niente eroi, niente epica – solo le ‘normali’ esperienze di un uomo scampato alla fine del mondo.

Koala extinction

Uno sguardo approfondito
I protagonisti tipici della fantascienza post-apocalittica sono degli eroi, dei leader, o quantomeno dei duri – insomma, uomini d’azione. Devono esserlo, altrimenti avremmo dei personaggi-pov che se ne stanno tutto il giorno chiusi in uno sgabuzzino aspettando che qualcuno li salvi, e questa non è una trama molto appassionante. Nel 1949 però le convenzioni del genere non erano ancora state stabilite, e Stewart sceglie un tipo di protagonista molto differente.
Due sono le caratteristiche particolari dell’unico personaggio-pov di Earth Abides, e queste caratteristiche determinano il tono e la filosofia di fondo dell’intero romanzo.

Isherwood, tanto per cominciare, è passivo. Fin dall’inizio si presenta come uno studioso, un osservatore un po’ misantropo; la sua filosofia è quella dello scienziato davanti a un esperimento o dell’etnografo davanti al popolo da studiare: registrare fedelmente e interagire il meno possibile. La sua motivazione per tirare avanti e mettersi in viaggio, dopo aver scoperto che la malattia si è portata via tutti i suoi affetti, non è tanto trovare dei superstiti, quanto scoprire cosa succederà al mondo dopo la scomparsa dell’uomo. Il suo distacco dalla tragedia e la sua politica di non-intervento (soprattutto nella prima parte) riduce anche il coinvolgimento emotivo di noi lettori.
Tutta la narrazione si sviluppa secondo questo mood: il ritmo è pacato e costante, senza quasi mai picchi di tensione o di emozione. Spesso ho provato la sensazione di trovarmi in un documentario alla Piero Angela e di seguire la storia attraverso gli occhi di una fredda telecamera. Sensazione che si accentua quando Stewart intervalla la narrazione con dei brevi paragrafi dal tono esplicitamente saggistico: in questi passaggi, ci allontaniamo per un momento dalla storia di Ish e il Narratore Onnisciente ci racconta la sorte di questa o quella specie animale, o del sistema idrico di una città, o delle grandi autostrade che attraversano le praterie del Midwest. Queste digressioni – che si trovano soprattutto nella prima parte del romanzo, per poi diminuire gradualmente – sono del resto gli unici momenti in cui ci stacchiamo dal pov del protagonista, e sono chiaramente segnalate dall’interruzione di paragrafo.

Panda estinzione

Il nostro protagonista.

Se già questa premessa ha allontanato una buona fetta di voi dal romanzo, aspettate che arriva il bello: Ish è pure un protagonista sgradevole. Rampante universitario nell’America di fine anni ’40, Ish si sente un essere intellettualmente e moralmente superiore agli altri. Per tutto il romanzo, quando si riferisce ad altri da sé, non lo sentiremo dire altro che: questo è stupido, quello è mediocre, quest’altro ha una mente torpida, quello è un sempliciotto, quell’altro ancora si è talmente abbruttito che merita solo di morire.
La sua mancanza di empatia nei confronti degli altri, in particolare, può lasciare interdetti. E dato che un esempio vale più di mille parole, ecco come Ish tratta la prima persona in cui si imbatte dopo settimane, un ubriaco stordito dall’alcool e dal dolore:

Poi imprecò fra i denti, incapace di trattenere una smorfia di disgusto. Di tutti i sopravvissuti che avrebbe potuto trovare gli capitava fra i piedi un imbecille ubriaco, inutile per se stesso e per gli altri.

Mai in un romanzo post-apocalittico mi sarei aspettato di trovare un protagonista che invece di radunare attorno a sé tutti i poveri cristi che incontra, desideroso di compagnia e mutua assistenza, stabilisce che prenderà con sé soltanto quelli che riterrà degni – e che di fatto abbandona al loro destino quasi tutti i superstiti in cui si imbatte. Per dirla alla Fornero, Ish è terribilmente choosy.
Ora; un protagonista-pov sgradevole è una scelta pericolosa ma, di per sé, non è un errore. Corre il rischio di alienarsi la simpatia di molti lettori, impedendo in questo modo la catarsi e quindi l’immersione nella storia; ma può anche essere uno strumento dell’autore per dare un taglio particolare alla sua narrazione. Gli eroi heinleiniani sono tipicamente degli arroganti figli di puttana, ma molti fedelissimi di Heinlein amano i suoi romanzi proprio per questo. I protagonisti di Heinlein, però, non solo dicono di essere dei gran fighi, ma lo mostrano nei fatti: si rivelano davvero degli uomini superiori alla media. Isherwood, invece, è un meschino. Con la sua passività, crea una frattura tra quello che dice di essere (un eletto) e quello che mostra di essere (uno che non combina niente): un cocktail davvero difficile da digerire.

Worst apocalypse ever

Di nuovo, il nostro protagonista. Ma potrebbe anche essere la Tengi!

È difficile stabilire se quella di fare un protagonista sgradevole sia stata una scelta intenzionale dell’autore. Stewart era lui stesso un professore universitario, e dal tono compiacente che si fa strada a volte nella narrazione, si potrebbe sospettare un’inconsapevole self-insertion nel protagonista. Il modo in cui Ish incolpa vittimisticamente la mediocrità del genere umano per il collasso della civiltà, fa pensare a uno di quegli autori misantropi e autocompiaciuti di cui la storia della letteratura è piena.
In diverse altre occasioni, tuttavia, il mondo di Earth Abides smentisce e prende a schiaffi Ish. Il mondo post-apocalittico non ha bisogno di astrazioni intellettuali o di umanisti – ha bisogno di tecnici, di agricoltori, di ingegneri, di discipline pratiche. Ma queste cose Ish non può offrirle, Ish che alla sera preferisce leggersi Shakespeare piuttosto che una guida a come si coltiva un orto. In questo caso, Ish diventerebbe un simbolo dell’inadeguatezza e dell’impreparazione dell’uomo medio a far fronte agli infiniti problemi del ricostruire la civiltà dopo l’apocalisse.
Se non altro, l’impossibilità di decidere se l’autore sia ‘dalla parte’ del protagonista o meno, dimostra che la gestione dei punto di vista è impeccabile. Che ci piaccia o meno, ciò che vediamo è sempre filtrato dal pov di Ish, e nessun giudizio morale piove dall’alto; sta a noi lettori decidere come pensarla. (1)

Se la questione del protagonista rimane nebulosa, comunque, il romanzo pullula di errori oggettivi. Troppo spesso Stewart si abbandona a riassuntini raccontati, per esempio quando deve descrivere lunghi lassi di tempo o momenti della giornata in cui non accade nulla di importante. Le tre parti del romanzo, per esempio, sono inframezzate da brevi capitoli intitolati ‘The Quick Years”, in cui l’autore racconta cos’è successo tra un blocco temporale e un altro: queste parti sono interamente dei riassunti. Cosa ancora più irritante, anche alcune scene chiave sono raccontate anziché mostrate – ad esempio, il ritrovamento di molti dei superstiti durante i primi viaggi di Ish, all’inizio del libro.
Difetto ancora più grave, nel libro ci sono diversi errori scientifici. Un esempio su tutti: il cibo in scatola. Anche a distanza di venti e più anni dal collasso della civiltà, i superstiti continuano a nutrirsi di scatolette; Stewart concede che il cibo contenuto non abbia più sapore né struttura, ma sembra rimanere commestibile in aeterno. Cosa ancora più ridicola, probabilmente residuo della pruderie di fine anni ’40, nonostante la malattia abbia falcidiato un centinaio di milioni di persone, nel romanzo non ci si imbatte quasi mai nei cadaveri: le vittime hanno avuto la decenza di morire sempre fuori scena, nascosti nelle loro case, lontano in mezzo ai campi, o nei quartieri degli ospedali (da cui Ish si tiene accortamente alla larga). Sembra quasi che l’umanità non sia stata vittima di una pandemia quanto di rapimenti di massa degli alieni. Ora, posso capire che un romanzo di quell’epoca non insisterà mai – ahimé – sullo spettacolo gore di descrivere masse di corpi in putrefazione che invadono ogni dove; ma di qui all’asetticità Wasp di questa morte ‘invisibile’ e pulitina ce ne corre. Per un romanzo che vuole darsi un taglio realista e documentaristico, questi errori rischiano di minare la credibilità di tutta la storia.

Cibo in scatola

Al tempo stesso, però, molti aspetti del mondo di Earth Abides suonano credibili e scientificamente accurati. Le ipotesi sui cambiamenti ecologici nel corso degli anni sono affascinanti e ricevono molta più attenzione che nel romanzo post-apocalittico medio, dove in genere fanno da mero sfondo all’azione. Anche la dinamica sociale delle comunità in cui si radunano i sopravvissuti è convincente, e Stewart riesce a costruire alcune scene veramente coinvolgenti. Avanti nel libro – per dirne una – sullo scontro tra Ish e un nuovo arrivato che minaccia la sua leadership nella comunità, l’autore mette in piedi dei bellissimi momenti di tensione, e al contempo ci fa capire molto su come funzionano i rapporti di potere. Ish stesso, che ho tanto maltrattato per tutta la recensione, nel corso del romanzo avrà una crescita psicologica, e alla fine arriverà a capire molte cose che il suo snobistico io giovanile non vedeva o non voleva vedere (e riuscirà persino a combinare qualcosa di pratico!).
Earth Abides è anche un romanzo a tesi, e la sua tesi (dichiarata praticamente da subito: non è uno spoiler) è che un’epidemia che colpisce a caso e indiscriminatamente, non lascerebbe in circolazione i migliori, ma l’uomo medio – la gente che sta nella fetta centrale della gaussiana. Per questo non troviamo, nel romanzo di Stewart, gli uomini straordinari e dalla forte motivazione di tante opere post-apocalittiche successive. I personaggi che popolano Earth Abides sono tutte persone normali, banali, più pigre che cattive; e Ish, nella sua meschinità, è un’altra persona normale. E nella visione cinica ma condivisibile di Stewart, se la ricostruzione della civiltà è affidata a persone normali, non particolarmente talentuose o determinate o visionarie, cosa potrà mai venirne fuori?(2)

Earth Abides è un romanzo che non può piacere a tutti. La sua visione cinica e fredda dell’essere umano lo associa più a romanzi come Il signore delle mosche di Golding che non al tipico romanzo post-apocalittico, oppure a romanzi apocalittici molto particolari come The Death of Grass di John Cristopher (bel libro di cui parlai in questo vecchio consiglio). Il suo ritmo pacato, i personaggi banali, il pov antipatico, e il taglio naturalistico incline alla filosofia ricorda molta narrativa mainstream più che quella di genere. Quando consideri tutto questo, capisci come mai il romanzo di Stewart stia cadendo nell’oblio mentre The Stand di King (che è sicuramente peggiore) continui a vendere.
Ma nonostante tutto è un bel romanzo; e soprattutto è un romanzo che fa riconsiderare il modo in cui siamo abituati a leggere un sottogenere assai codificato della narrativa fantastica.

Mano di Dio

Perlomeno nel romanzo di Stewart non c’è QUESTO.

Dove si trova?
In lingua originale, Earth Abides si trova in formato ePub sia su Library Genesis che su BookFinder. In italiano, cercate La Terra sull’abisso su Emule: troverete una quantità di formati (doc, rtf, pdf, ePub).

Qualche estratto
Per i due estratti, ho scelto due degli elementi più controversi della scrittura di Stewart. Il primo brano è il primo di quei paragrafi saggistici con Narratore Onnisciente che interrompono la narrazione principale di cui vi parlavo; come vedrete, nonostante siano una sfacciata violazione delle regole dell’immersione, sono ben scritti e hanno un certo fascino. Il secondo brano è centrato sull’incontro tra Ish e il primo superstite, l’ubriacone – episodio a cui avevo dedicato qualche riga in corpo di recensione – così che possiate vedere in un contesto più ampio il problema del ‘protagonista non-empatico’.

1.
“It has never happened!” cannot be construed to mean, “It can never happen!”—as well say, “Because I have never broken my leg, my leg is unbreakable,” or “Because I’ve never died, I am immortal.” One thinks first of some great plague of insects—locusts or grasshoppers—when the species suddenly increases out of all proportion, and then just as dramatically sinks to a tiny fraction of what it has recently been. The higher animals also fluctuate. The lemmings work upon their cycle. The snowshoe-rabbits build up through a period of years until they reach a climax when they seem to be everywhere; then with dramatic suddenness their pestilence falls upon them. Some zoologists have even suggested a biological law: that the number of individuals in a species never remains constant, but always rises and falls — the higher the animal and the slower its breeding-rate, the longer its period of fluctuation.
During most of the nineteenth century the African buffalo was a common creature on the veldt. It was a powerful beast with few natural enemies, and if its census could have been taken by decades, it would have proved to be increasing steadily. Then toward the century’s end it reached its climax, and was suddenly struck by a plague of rinderpest. Afterwards the buffalo was almost a curiosity, extinct in many parts of its range. In the last fifty years it has again slowly built up its numbers.
As for man, there is little reason to think that he can in the long run escape the fate of other creatures, and if there is a biological law of flux and reflux, his situation is now a highly perilous one. During ten thousand years his numbers have been on the upgrade in spite of wars, pestilences, and famines. This increase in population has become more and more rapid. Biologically, man has for too long a time been rolling an uninterrupted run of sevens.

Alla frase «Questo non è mai successo» non si può attribuire il significato di «Questo non potrà mai succedere»… sarebbe come dire: «Dato che non mi sono mai rotto una gamba, le mie ossa sono infrangibili», oppure: «Dato che non sono mai morto, io sono immortale». Si pensi ad esempio alle catastrofi causate dall’invasione di certi insetti, come le cavallette o le locuste, quando una specie prolifera improvvisamente oltre le possibilità naturali offerte dall’ambiente, e quindi, per un meccanismo opposto ma altrettanto ignoto, precipita di nuovo sul limite della completa estinzione. Gli animali superiori non sono esenti da fluttuazioni simili. I lemming seguono un ciclo che senza preavviso giunge a un culmine drammatico. I conigli selvatici proliferano normalmente in un territorio per molti anni, finché all’improvviso sembrano sbucar fuori a dozzine da ogni cespuglio; e poi, con uguale rapidità, una pestilenza o qualcosa nell’ambiente ecologico li stermina di nuovo. Gli zoologi hanno perfino ipotizzato l’esistenza di una legge biologica: il numero di individui di una stessa specie non può stabilizzarsi, ma cresce e diminuisce fra un massimo e un minimo, e più si tratta di animali superiori, più lungo è il ciclo di queste fluttuazioni.
Durante la maggior parte del diciannovesimo secolo il bufalo africano ha popolato la savana in branchi più numerosi di ogni altro erbivoro. Era un animale poderoso, con pochi nemici naturali, e tutto fa credere che per secoli la quantità di capi fosse aumentata lentamente e gradualmente. Poi, sul finire del secolo, questo incremento raggiunse l’apice e i branchi furono improvvisamente colpiti da una varietà di peste bovina. Già nei primi anni del millenovecento i bufali erano animali rari, estinti in molte zone che un tempo avevano popolato. Soltanto negli ultimi cinquant’anni il loro numero sembra pian piano essere cresciuto.
In quanto all’uomo, ci sono poche ragioni per non credere che alla lunga possa sfuggire al destino di altri mammiferi superiori, e se davvero esiste una legge biologica di flusso e di riflusso la sua situazione è attualmente vicina al punto di pericolo. Negli ultimi cento anni il suo numero è aumentato vertiginosamente, a dispetto delle guerre e delle carestie che hanno provocato centinaia di milioni di vittime. Questo aumento della popolazione sta diventando anzi sempre più rapido, con aspetti esponenziali. Se quella dell’uomo con l’ambiente fosse una partita a dadi, si potrebbe dire che biologicamente egli sta ottenendo da ormai troppo tempo una ininterrotta serie di sette.

Philosophy Raptor

2.
In the front seat of a car parked at the curb, he saw a man. Even as he looked, the man collapsed and fell forward on the wheel. The horn, pressed down, emitted a long squawk as the body slipped sideways to the seat. Coming closer, Ish smelled a reek of whiskey. He saw the man with a long, straggly beard, his face bloated and red, obviously in the last stages of passing-out. Ish looked around, and saw that the liquor-store close by was wide open.
In sudden anger, Ish shook the yielding body. The man revived a little, opened his eyes, and emitted a kind of grunt which might have meant, “What is it?” Ish shoved the inert body to a sitting position; as he did so, the man’s hand fumbled for the half-empty bottle of whiskey which was propped in the corner of the seat. Ish grabbed it, threw it out, and heard it splinter on the curbing. He was filled only with a deep bitter anger and a sense of horrible irony. Of all the survivors whom he might have found, here was only a poor old drunk, good for nothing more in this world, or any other. Then as the man’s eyes opened and Ish looked into them, he felt suddenly no more anger, but only a great deep pity.
Those eyes had seen too much. There was a fear in them and a horror that could never be told. However gross the bloated body of the drunkard might seem—somewhere, behind it all, lay a sensitive mind, and that mind had seen more than it could endure. Escape and oblivion were all that could remain.
They sat there together on the seat. The eyes of the drunken man glanced here and there, hardly under control. Their tragedy seemed to grow only deeper. The breath came raspingly. On sudden impulse, Ish took the inert wrist and felt for the pulse. It was weak and irregular. The man had been drinking, doubtless, for a week. Whether he could last much longer was questionable.
“This, then is it!” thought Ish. The survivor might have been a beautiful girl, or a fine intelligent man, but it was only this drunkard, too far gone for any help.

Semisdraiato sul sedile anteriore di una Ford bianca c’era un uomo, che mentre lui si avvicinava collassò in avanti piombando col petto sul volante. Il clacson, sotto il peso del suo corpo, emise un ululato continuo. Ancor prima di aver aperto la portiera Ish sentì l’odore del whisky. L’individuo aveva una barba di due settimane, il volto gonfio e arrossato, ed era evidentemente ubriaco fradicio. Ish alzò lo sguardo e capì perché aveva posteggiato lì: a pochi metri di distanza c’era un negozio di liquori, con la porta aperta.
Improvvisamente irritato sollevò l’uomo dal volante e lo scosse. Lo sconosciuto parve riaversi, aprì gli occhi ed emise un grugnito che avrebbe potuto significare: – Eh? Che c’è? – Lui lo fece appoggiare allo schienale. Mentre lo piazzava in quella posizione l’altro annaspò verso una bottiglia di Old Man Ranger piena a metà, incastrata dietro la leva del cambio. Ish la prese, la scaraventò dall’altra parte della strada e la sentì andare in pezzi contro il marciapiede. Poi imprecò fra i denti, incapace di trattenere una smorfia di disgusto. Di tutti i sopravvissuti che avrebbe potuto trovare gli capitava fra i piedi un imbecille ubriaco, inutile per se stesso e per gli altri. Ma allorché l’individuo si volse a scrutarlo e Ish poté vedere meglio i suoi occhi, vacui e storditi, la rabbia che l’aveva invaso lasciò il posto alla compassione.
Quelli erano occhi che avevano visto troppe cose. Nel loro sguardo vitreo stagnavano ancora uno spavento e un dolore che non potevano essere detti a voce. Per quanto rozzo e incivile l’ubriaco potesse ora apparire, da qualche parte dentro di lui c’era una mente sensibile, una mente che aveva sopportato tutto quello che un uomo riesce a sopportare prima di cedere. La fuga e l’oblio erano tutto ciò che poteva restargli.
Aprì lo sportello di destra e sedette al suo fianco. Gli occhi dello sconosciuto si spostarono qua e là sul parabrezza, probabilmente senza vedere niente al di là di esso. Ansimava raucamente, inerte. La sua tragedia personale era una barriera che adesso lo isolava dal mondo. D’impulso Ish gli fece sollevare un polso e controllò le pulsazioni. Erano molto deboli, irregolari. C’era da scommettere che si stava nutrendo d’alcool da almeno una settimana. Quanto avrebbe tirato avanti prima del collasso finale era materia di ipotesi.
Così stanno le cose, già, pensò Ish. A rispondergli col clacson avrebbe potuto essere un uomo solido e ben educato, o magari una bella ragazza, e invece lì c’era un ubriaco che per lui costituiva soltanto un peso morto.

Tabella riassuntiva

Uno sguardo realistico a un possibile futuro post-apocalittico. Protagonista passivo e dall’atteggiamento irritante.
Buona gestione del pov. Ritmo lento e atmosfera fatalista.
Alcune riflessioni interessanti sulla natura umana. Alcuni errori scientifici minano la credibilità dell’insieme.

(1) Fanno eccezione, all’uso sistematico del pov del protagonista, i già citati paragrafi ‘saggistici’ con Narratore Onniscienti. Ma in questi passaggi non vengono pronunciati giudizi morali sui personaggi del romanzo, quindi questa ‘indecidibilità’ rimane.

(2) Alla luce di questa visione cinica dell’uomo medio di Stewart si potrebbe anche riconsiderare il carattere choosy di Ish. Lui rifiuta di aggregarsi alla maggior parte dei sopravvissuti che incontra, rimanendone inorridito. Questo atteggiamento elitista, sulle prime, ci disturba. Però potremmo anche chiederci: noi ci comporteremmo davvero in modo diverso? Saremmo pronti, nonostante la solitudine e la desolazione del mondo post-apocalittico, a fare banda con le prime persone che incontriamo? Anche se non ci piacessero? Non ci trasformeremmo piuttosto in animali guardinghi e riservati, come animali selvatici, costretti dall’istinto di sopravvivenza a non fidarci degli estranei?
Le convenzioni del genere post-apocalittico ci hanno ormai abituati a una logica standard delle relazioni umane – ma non è detto che sia quella più corretta. Forse le reazioni di Ish sono molto più vicine alla realtà. E se l’obiettivo di Earth Abides è il realismo, allora ha fatto un buon lavoro.