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Paranoia Agent

Paranoia AgentRegista: Satoshi Kon
Sceneggiatura: Satoshi Kon / Seishi Mikanami
Titolo originale: 妄想代理人 (Mōsō Dairinin)
Genere: Horror / Crime / Slipstream

N° Episodi: 13
Anno: 2004

La disegnatrice Tsukiko Sagi è una piccola star. Da quando ha creato il personaggio di Maromi, un cagnetto rosa super-deformed, lo studio per cui lavora ha raggiunto una fama inimmaginabile. Tutti amano Maromi, grandi e piccini; ci sono gadget di Maromi, zaini di Maromi, serie animate di Maromi. Ma ora, dopo anni di successo ininterrotto dovuto a un unico personaggio, lo studio ha chiesto a Tsukiko di inventare una nuova mascotte. E lei è terrorizzata. Quella notte, mentre rincasa da sola, sente che qualcuno la pedina – l’ultima cosa che vede, mentre le luci dei lampioni si spengono, e prima di essere tramortita, è un ragazzino su pattini a rotelle dorati, con una visiera a coprirgli il volto, un largo sorriso e una mazza da baseball. Si risveglierà in ospedale.
L’aggressione a Tsukiko sembrerebbe un caso isolato, se non fosse che, la notte dopo, un giornalista scandalistico che si era interessato al suo caso viene a sua volta malmenato dal piccolo aggressore sorridente. E poi ci sono una terza, una quarta, una quinta vittima. Ikari e Maniwa, i due investigatori assegnati al caso, si troveranno ben presto invischiati in un gioco più grande di loro, mentre gli attacchi del misterioso ragazzino con la mazza da baseball si fanno di notte in notte più violenti; e la città di Tokyo cade nell’ossessione e nella paranoia.

Quando si parla di lungometraggi d’animazione giapponese, il primo nome che mi viene in mente non è quello di Miyazaki, ma quello di Satoshi Kon. Nella sua breve carriera (è morto di tumore a quarantasette anni, manco fossimo nell’Ottocento…) ha porodotto una piccola serie di perle weird; storie che paiono un incrocio tra Philip K. Dick e una sessione psicanalitica degenerata nell’horror, storie in cui l’allucinazione e il sovrannaturale si inseriscono a poco a poco nel tessuto della realtà e non sai mai dove finisca uno e cominci l’altro. Una sola volta si è cimentato con una serie anime, e ne è uscito questo Paranoia Agent. Che, dopo un paio di episodi, si capisce subito non essere un anime dalla struttura classica, ma una roba sperimentale che gronda auteur da tutti i pori – nel bene e nel male.
Paranoia Agent è una storia corale e dalla struttura a episodi. Pur avendo una continuity interna e un numero limitato di personaggi ricorrenti – l’illustratrice Tsukiko, la prima vittima, e i due investigatori Ikari e Maniwa – ogni puntata è un racconto autoconclusivo, centrata su uno o più personaggi che si trovano a fronteggiare Shounen Bat (lett. “Il ragazzo con la mazza da baseball”). Ogni episodio è un’indagine psicologica, in cui siamo introdotti alla vita e ai problemi nascosti del suo protagonista, fino al climax dell’incontro/scontro con l’aggressore. Al tempo stesso, ogni puntata porta anche avanti la trama principale, aggiungendo un tassello all’indagine di Ikari e Maniwa – mano a mano, ciascuno di questi episodi di violenza permetterà ai due investigatori di arrivare più vicini all’aggressore misterioso e alla risoluzione del caso. Forse.


Opening di Paranoia Agent. Creepy as hell.

Uno sguardo approfondito
Molte delle storie raccontate in Paranoia Agent sono estremamente affascinanti. Il secondo episodio, per esempio, è dedicato alla storia di un ragazzino, Yuuichi, bello e popolare, abituato ad essere sempre il primo della classe e ad avere la stima di tutti, che si trova ad avere la sfiga di assomigliare tantissimo (nell’aspetto e nell’abbigliamento) a Shonen Bat. Di colpo, compagni di classe e vicini di casa cominciano a pensare che potrebbe essere lui l’aggressore – la sua popolarità crolla in un attimo, comincia a essere bulleggiato e tenuto a distanza, e non ha idea di come fermare tutto questo.
Il terzo episodio è dedicato invece alla tutrice di Yuuichi, che dietro una facciata di ordine e perbenismo nasconde uno sdoppiamento di personalità. E poi, ancora: un poliziotto che di notte fa affari con la yakuza, una donna afflitta fin dall’infanzia da una malattia che la costringe a casa, un gruppo di due uomini e una ragazzina uniti dalla determinazione a suicidarsi insieme. Completano il quadro due strani figuri: un vecchietto che vive in un ospizio, e che passa tutto il suo tempo in uno stato di catatonia, a disegnare con un gesso un’equazione in cui parrebbe celarsi il pattern delle aggressioni di Shonen Bat; e un’altra vecchietta, una silenziosa senzatetto che potrebbe essere l’unico testimone oculare della prima aggressione.

L’analisi psicologica e l’interplay fra i personaggi è di certo l’elemento più importante di Paranoia Agent. Fortunatamente, tutti i personaggi sono ben caratterizzati, a partire dai protagonisti. L’illustratice Tsukiko sembra essere progettata per stare sul cazzo allo spettatore, pur essendo la vittima: debole e riservata, risponde a monosillabi, non sa interagire con gli altri, non collabora con chi vorrebbe aiutarla, sembra essere completamente concentrata su sé stessa, al punto dell’alienazione. Maniwa e Ikari sono un’ottima coppia: il primo è l’investigatore giovane, il rookie, amante delle speculazioni metafisiche, pronto a intraprendere approcci non ortodossi alle indagini e incline al sovrannaturale; il secondo un poliziotto navigato, vicino alla pensione, che crede nel buon senso, nei casi “normali” con moventi “normali” e colpevoli “normali”, e che rimpiange i bei tempi andati in cui tutto era più semplice. Il modo in cui evolve il rapporto tra questo triangolo di personaggi nel corso delle puntate è affascinante.
Più in generale, nell’opera di Satoshi Kon c’è un’onestà nel trattare argomenti difficili, e in cui scadere nella retorica è un attimo – l’ipocrisia, l’esclusione sociale, la frustrazione, lo stress lavorativo, il pettegolezzo, la vergogna, la rimozione collettiva – che non si incontra spesso negli anime. Tanto nelle serie leggere (come gli shonen) quanto in quelle drammatiche, c’è spesso una tendenza alla stilizzazione, al cliché, all’esagerazione grottesca (sì, Madoka Magica, ce l’ho anche con te). Paranoia Agent sta invece in quell’olimpo rarefatto di anime, come Evangelion (la serie originale, non il Rebuild), in cui le reazioni delle persone paiono realistiche e credibili, anche quando impazziscono.

Paranoia Agent - Ottavo episodio

I protagonisti dell’ottavo episodio. In questo anime non ci sono persone normali.

Certo, molti potrebbero essere infastiditi dalla struttura frammentaria dell’anime e dall’assenza di un protagonista riconoscibile che faccia da catalizzatore della storia. Gli episodi centrali della serie, in particolare, raccontano storie che inizialmente appaiono del tutto scollegate dalla trama principale (solo verso la fine si colgono i collegamenti), e l’assenza di qualsiasi personaggio già incontrato precedentemente disturba (“ma questo cosa c’entra? Cosa sto guardando?”). Alla fin fine, questi episodi non mi sono dispiaciuti e penso arricchiscano l’universo di Paranoia Agent (1) – ma qualche collegamento in più con la trama principale non avrebbe fatto schifo.
Cosa più importante: nonostante il carattere episodico, il senso di unità e progressione della trama è sempre molto forte. Di puntata in puntata, non solo le vite dei tre protagonisti, ma l’intera Tokyo subirà dei cambiamenti irreversibili – e alla fine della serie si avrà l’impressione di essere in un luogo molto diverso rispetto a quello da cui si è partiti. Lo stesso Shonen Bat muterà profondamente in proporzione all’aumento della sua popolarità, facendosi più violento di aggressione in aggressione, fino ad arrivare all’omicidio e alle stragi. Sino al climax delle ultime tre puntate, in cui la serie abbandona la struttura autoconclusiva per imbastire uno showdown tra protagonisti e antagonista.

Qualche rammarico c’è. I personaggi secondari, una volta conclusa la puntata a loro dedicata, scompaiono quasi del tutto dalla storia, mentre sarebbe stato interessante vedere cosa ne è delle loro vite dopo il climax dell’incontro con Shonen Bat – chi rimane soffocato dai propri problemi, chi riemerge, e come? Prendiamo il caso di Yuiichi: cosa ne sarà di lui quando, nella seconda metà della serie, sarà evidente al di là di ogni dubbio che non può essere lui Shonen Bat? Concedendosi qualche episodio in più invece dei soli tredici che dura, Satoshi Kon avrebbe potuto riannodare tutti i fili del suo universo narrativo e portare l’intero cast fino alla fine della storia; purtroppo non sapremo mai cosa ne è di molti di loro.
Quanto al finale, è il tipico Satoshi Kon goes wild che gli amanti del regista avranno ben presente dagli altri suoi film – un degenero completo in una serie di avvenimenti uno più folle dell’altro, in cui non si capisce più cosa è reale e cosa non lo è, cosa è allucinazione e cosa è puro e semplice sovrannaturale. Nonostante qualche riserva sulla risoluzione del mistero dietro Shonen Bat (2), il finale mi è piaciuto – dirò solo che ho guardato gli ultimi tre episodi uno dietro l’altro, come in trance.

Paranoia Agent Maromi

Il cane Maromi. E’ pure più inquietante di Shounen Bat.

Paranoia Agent è un capolavoro. Se non vi farete intimidire dalla struttura sperimentale e dall’apparente assenza di un arco narrativo tradizionale, scoprirete una storia capace di regalarvi tensione, personaggi immersivi e appassionanti e diversi momenti creepy, immersi in una visione lucida della realtà e dei rapporti umani. L’assenza di gore e di scene veramente violente – qualche momento sanguinolento c’è, ma è poca cosa – rende inoltre la visione accessibile a tutti.
Di tutte le opere che ho presentato nel corso di questo mese e che ancora presenterò, Paranoia Agent è anche l’unica che si presti davvero a un’interpretazione metaforica. Alla fin fine, Satoshi Kon crea un grande affresco sociale; la sua storia vuole parlarci del disagio dell’uomo moderno (in particolare giapponese, ma non solo), e dare forma alle sue ansie e paure. La sua è la tipica opera di cui si dice che “fa pensare”. Ma no, non mettete mano alla pistola – perché Kon lo fa nel modo giusto, mostrandoci una serie di casi concreti e andando dal particolare al generale, e soprattutto confezionando una storia che ha comunque perfettamente senso, e ritmo, e tensione di per sé. Paranoia Agent è quel tipo di opera che, se avete un minimo di sensibilità, a fine visione non vi lascerà completamente uguali a com’eravate prima di vederla.

Chi devo ringraziare?
La prima persona a segnalarmi questo anime fu nientemeno che Gamberetta, intorno al 2010 o 2011, quando ancora il blog Gamberi Fantasy era un poco attivo. Mi segnai il titolo ma lo misi da parte.
L’ho riscoperto invece quest’anno, quando, stimolato da un mio amico, sono andato a recuperarmi tutte le opere di Satoshi Kon. E, che dire – Gamberetta aveva ragione.


La sigla di chiusura di Paranoia Agent

Tabella riassuntiva

Una serie atipica che coniuga tensione sovrannaturale e indagine sociale. La natura episodica potrebbe disturbare qualcuno.
Ottima caratterizzazione psicologica dei personaggi.  Le storyline dei personaggi secondari vengono abbandonate.
Adatto anche a chi si spaventa facilmente.
Shonen Bat è un personaggio geniale.

(1) SPOILERS AHEAD.
In particolare mi sto riferendo agli episodi otto, nove e dieci, dedicati rispettivamente al club dei tre suicidi, alle vicine di casa pettegole, e allo studio d’animazione incaricato di girare l’anime di Maromi. Oltre a raccontare le storie individuali di questi personaggi, questi episodi muovono la trama principale mostrando la graduale trasformazione di Shonen Bat.
Siamo infatti arrivati a un punto in cui – subito dopo l’omicidio del copycat Kozuka in maniera chiaramente sovrannaturale – Shonen Bat è diventato talmente potente da non aver più bisogno di un legame diretto tra le varie vittime per poter colpire. Non è più indispensabile che i personaggi degli episodi precedenti compaiano, e infatti non compaiono. Assistiamo, invece, all’ingigantirsi del mito dietro Shonen Bat, e di conseguenza alla sua trasformazione da ‘semplice’ serial killer a leggenda metropolitana, fino a divinità mitologica in grado di essere ovunque in qualsiasi momento e prendere qualunque forma voglia.

(2) Again, SPOILERS AHEAD.
Scopriamo il passato di Tsukiko e della morte del vero cagnolino Maromi negli ultimi due episodi. Nel penultimo, la faccenda viene spiegata a Maniwa per accenni, ma lasciandola aperta a più interpretazioni. Io, ovviamente, ci avevo messo la mia – e la trovo più figa di come poi si scopre essere andata realmente.
Io mi ero convinto che ad ammazzare Maromi fosse stata Tsukiko stessa, in un raptus. Dato il suo carattere introverso e passivo-aggressivo, non era così impensabile. Dopodiché, non potendo accettare ciò che aveva fatto, aveva rimosso la propria responsabilità nel gesto trasferendo la colpa su una figura immaginaria, quella del ragazzino con la mazza da baseball. In questo modo, aveva “esternalizzato” la propria parte malvagia, che aveva finito per prendere vita propria. Il ritratto di questa ragazzina, omicida e folle, mi piaceva molto.
Alla fine invece, non so se per mancanza di coraggio o perché era la sua idea fin dall’inizio, Satoshi Kon opta per il cliché del pirata della strada: Tsukiko ha la responsabilità di aver lasciato inavvertitamente finire il cane sotto la macchina, ma non è direttamente colpevole della sua morte. La cosa mi ha un po’ deluso.

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Cosa ne penso di Attack on Titan

Attack on TitanL’umanità è sull’orlo dell’estinzione.
Oltre un secolo fa sono apparsi dal nulla i Titani, creature umanoidi di dimensioni gigantesche e intelletto limitato, e hanno cominciato una caccia metodica agli esseri umani, distruggendo intere nazioni e civiltà. I superstiti si sono trincerati in una piccola nazione difesa da tre cerchie concentriche di mura alte cinquanta metri, e hanno creato dei corpi speciali dell’esercito per difenderle. E l’umanità si è rassegnata a vivere come topi in trappola.
Finché, un giorno, fuori dalla cerchia di mura più esterne non è apparso un Titano di sessanta metri. Con un unico calcio ha sfondato il muro, permettendo l’entrata dei Titani e l’inizio dell’invasione del regno. Il giovane Eren Yaeger era lì; ha visto con i propri occhi la distruzione della sua città natale e la morte della madre, divorata da un Titano. Messosi in fuga con i suoi amici d’infanzia, la bella Mikasa e l’esile Armin, Eren ripara insieme ai profughi nella seconda cerchia di mura. Ma fa un giuramento a sé stesso: si arruolerà nell’esercito e dedicherà la sua vita allo sterminio dei Titani, fino a che anche l’ultimo di quei mostri non sarà sparito dalla faccia della Terra. Comincia così la carriera di Eren e dei suoi compagni nella grande guerra per la sopravvivenza tra umani e Titani.

Guardare una serie anime porta via un sacco di tempo, anche in confronto alla lettura di un romanzo di medie dimensioni – per questo capita molto di rado che lo faccia. Attack on Titan (進撃の巨人Shingeki no Kyojin, in italiano “L’attacco dei Giganti”) è, in effetti, la prima serie intera che guardo da quasi due anni a questa parte; e se mi sono deciso a farlo, è perché stava diventando così famosa, ne sentivo parlare così spesso in giro, che fare finta di niente era semplicemente impossibile. Se frequentate un minimo il mondo degli anime o della narrativa fantastica, sicuramente conoscete già quest’opera.
Saprete già, per esempio, che non si tratta di un anime originale, ma dell’adattamento dell’omonimo manga di Hajime Isayama. Un manga che in madrepatria ha riscosso un successo strepitoso e che poi ha sbancato anche negli Stati Uniti. La pubblicazione, che è cominciata nel 2009, è ancora in corso, e stando alle dichiarazioni di Isayama la storia andrà avanti ancora per alcuni anni. Insomma: pur sapendo più o meno a cosa andavo incontro, sono riuscito a impelagarmi in una situazione simile a quella dei disgraziati che si guardano la serie del Trono di Spade, ossia guardarmi una storia incompleta che non si sa ancora bene quando finirà. Maledizione a me. Coi suoi 25 episodi, l’anime copre pressappoco i primi otto volumi del manga – cioè un po’ più di metà della storia uscita fino ad oggi. Preciso da subito che non ho letto (né, al momento, intendo farlo), il manga originale, quindi il mio giudizio si limiterà esclusivamente all’anime.

La prima opening di Attack on Titan. Molto figa.

La scorsa settimana, con il Consiglio dedicato a The Deep, abbiamo visto un esempio di Fantasy atipico; con l’articolo di oggi voglio fare una seconda incursione nell’argomento. Attack on Titan parte da una premessa affascinante: un’umanità sull’orlo dell’estinzione, trincerata dietro mura altissime come topi in gabbia, e assediata da un nemico che non può sconfiggere. Come può, l’uomo, vivere in simili condizioni? E come farà, d’altronde, a respingere l’assalto e a riprendersi ciò che gli è stato tolto?
Ci sono tante angolazioni da cui si potrebbe raccontare una storia del genere. Ma Isayama è un mangaka, e non ha lo stesso grado di libertà di un romanziere; la sua scelta ricade quindi sulla storia adolescenziale di formazione, mescolata alla military fiction. Attack on Titan segue il protagonista, il giovane Eren Yaeger, dall’inizio della sua formazione nell’accademia militare alla sua carriera come soldato di professione nella guerra del genere umano contro i Titani. Il risultato ha più di una spruzzata dell’Heinlein di Starship Troopers, calato però in un fantasy dall’atmosfera sette-ottocentesca, e con la struttura tipica del seinen d’azione (1). E tanto gore.

Uno sguardo approfondito
Ho cominciato la visione di Attack on Titan con parecchie aspettative. Mi sono quindi cadute le braccia nel constatare, fin dai primissimi episodi, la quantità abissale di cliché da shonen/seinen che l’anime è riuscito a inanellare. A partire dal protagonista, il classico giovane che, da quando i Titani hanno distrutto la sua città natale e mangiato sua mamma sotto i suoi occhi, ha giurato eterna vendetta e che diventerà Hokage il miglior guerriero del mondo per ucciderli tutti.
Eren Yaeger è, in due parole, un Gary Stu. Si distingue da subito per la sua abilità combattiva eccezionale e la sua determinazione; i coetanei vedono in lui un leader naturale; il personaggio femminile più figo dell’anime gli sbava dietro, ha occhi solo per lui, morirebbe per lui, fin dal primo episodio, benché lui, come tutti i protagonisti giapponesi, sia apparentemente asessuato e non sembri accorgersene. La sua psicologia è elementare, la sua motivazione incrollabile, la sua etica adamantina, i conflitti interiori inesistenti. In pratica, è un given fin dal primo episodio che Eren è un eroe. Tutto in lui grida cliché.

Attack on Titan testimoni di Jeova

Ora, la scelta di questo protagonista sarà stata fatta nell’ottica di una facile identificazione degli spettatori in lui. Per questo ne hanno fatto un personaggio super-positivo e facile da capire. Il risultato, tuttavia, è che Eren è irritante. Mettiamolo a confronto con Rico, il protagonista di Starship Troopers. Anche Rico deve affrontare le fatiche dell’addestramento militare, per poi trovarsi sbattuto in prima linea a combattere contro i mostri alieni. Ma Rico non è il protagonista senza macchia. Si arruola senza avere le idee chiare, durante i mesi di boot camp vacilla, si trova in difficoltà, finisce a chiedersi più volte se questa sia davvero la vita per lui e se non sia più facile rinunciare. Rico ha tutte le incertezze delle persone normali, e quindi lo sentiamo come “uno di noi”; attraverso i suoi occhi sentiamo la fatica dell’addestramento e il terrore cieco del campo di battaglia. Con Eren no: poiché tutto gli viene con naturalezza e il suo eroismo non viene mai messo in discussione, lo percepiamo immediatamente come un individuo eccezionale, e rimaniamo distaccati. Non solo: proprio perché la sua dedizione alla causa ci lascia freddi, i suoi continui appelli all’onore e al senso del dovere danno la sgradevole sensazione di un proclama militare, o di un perentorio invito all’arruolamento stile Zio Sam (2).
Ma la scelta di questo protagonista ha conseguenze ancora più gravi per l’anime. Il fulcro di Attack on Titan si fonda proprio sul rapporto impari che c’è tra gli esseri umani, per quanto addestrati, e i mostruosi Titani. Un Titano, anche il più debole, è una macchina per uccidere, che mentre sfascia case e strade solo camminando, spappola un abitante con un pugno, ne schiaccia un altro col piede e intanto ne mastica un terzo acchiappato al volo coi denti. Puoi esserti preparato quando vuoi, puoi esserti un supersoldato, ma quando vedi un Titano dal vivo ti si ghiaccia il sangue nelle vene e rimani pietrificato. E’ un terrore atavico, quasi chtulhiano. Ma con un protagonista come Eren, l’effetto si vanifica. Eren è così determinato, così accecato dalla rabbia, dall’odio, e dal desiderio di vendetta, che attraverso i suoi occhi si smette persino di provare paura per i Titani. E l’opera ne esce di molto indebolita.

Altrettanto cliché sono i comprimari. Mikasa è lo stereotipo giapponese della “amica d’infanzia”: bellissima, dolce con la sua cerchia ristretta di amici, dura gli con altri, combattente determinata e votata al protagonista. Si è tentata una botta di originalità facendone una guerriera eccezionale, tecnicamente superiore allo stesso Eren; ma la sua fissazione monomaniacale per il protagonista e il suo carattere silenzioso ne fanno comunque un personaggio piuttosto debole. Quanto ad Armin, l’altro amico d’infanzia, è il tipico nerd: fisicamente esile, vigliacco, incapace di difendersi da solo, ma al contempo un genio della strategia, si rivelerà utile alla squadra grazie alle sue intuizioni e alla sua sensibilità. Completano il quadro della banalità i power-up dei personaggi, convenientemente distribuiti nel corso della serie.
Attack on Titan si concede qualche tocco di profondità in più in alcuni dei personaggi secondari. Non appartenendo alla ristretta cerchia degli ‘eroi’ che devono arrivare fino alla fine della storia, a questi personaggi sono concessi tratti più umani: si cagano sotto, commettono errori (anche clamorosi) e possono pure schiattare. La mia preferenza va a Jean. Compagno di Eren all’accademia militare, Jean è un bravo combattente, ma è tutto fuorché un eroe senza macchia. Ha inizialmente scelto la carriera militare per guadagnarsi un posto nella guardia ristretta del Re e fare la bella vita, non per combattere i Titani; sul campo di battaglia, è dilaniato tra il suo senso dell’onore, e il desiderio di soccorrere i propri compagni in difficoltà da una parte, e il terrore cieco per i Titani, e il desiderio di darsela a gambe levate, dall’altra. Non solo Jean sembra una persona normale – pur facendo una vita straordinaria – ma i suoi conflitti interiori lo rendono interessante. Quando vediamo la battaglia col pov di Jean, tutto fa più paura, e anche i Titani sembrano inquadrati nella loro giusta dimensione. Mentre ogni volta che Eren fa la cosa giusta sembra prassi, quando Jean fa la cosa giusta è una conquista, e ci entusiasmiamo. Non posso fare a meno di chiedermi quanto più interessante sarebbe stato Attack on Titan con un protagonista complesso e ambiguo come Jean invece di Eren.

Uncle Sam cupcakes

…ma voglio anche che ti arruoli nella guerra contro i Titani. Per la patria!

Infelice scelta del protagonista a parte, l’elemento d’azione dell’anime ha alti e bassi. Tra le idee più interessanti, l’Equipaggiamento di Manovra Tridimensionale inventato dall’esercito del regno per combattere i Titani. Problema: i Titani sono quasi invincibili, l’unico punto debole è una parte molle collocata sotto la loro nuca. Come raggiungerla? Con un’imbracatura di cavi e rampini che, manovrata attraverso un sistema di propulsione a getto, permette ai soldati di sollevarsi in aria e manovrare di palazzo in palazzo alla Spiderman, così da poter combattere in tre dimensioni e saltare addosso ai giganti. Se dal punto di vista scientifico farà alzare più di un sopracciglio, visivamente è uno stile di combattimento molto affascinante.
Inoltre, crea tutta una serie di conseguenze tattiche: se per esempio è possibile combattere contro i Titani in città o in un bosco, muovendosi sui tetti o tra gli altri, la Manovra Tridimensionale è del tutto impossibile in uno spazio aperto come una prateria. Anche dal punto di vista dell’arte della guerra, poi, Isayama sembra aver fatto i compiti. Preciso subito di non essere un esperto di tattica militare; ma, ai miei occhi di profano, il modo in cui si dispongono i battaglioni sul campo di battaglia sembra avere un senso e suona credibili.

I problemi cominciano se dalla singola scena di battaglia allarghiamo lo sguardo a una visione d’insieme. In una delle prime puntate dell’anime, quando assistiamo al primo vero combattimento tra i nostri eroi e i Titani, si scatena una vera e propria carneficina. Gli autori vogliono mostrarci la brutalità dei Titani, e l’incredibile disparità di forze tra loro e gli umani: nel giro di pochi minuti, tutta una serie di personaggi che avevamo conosciuto nelle puntate precedenti viene fatta fuori come moscerini. E’ uno degli episodi più potenti della serie, e stabilisce due punti fondamentali: che i Titani sono davvero fortissimi, e che chiunque può morire in qualsiasi momento. Figo, no?
Peccato che poi la promessa non sia mantenuta. Come in un cattivo horror, i Titani che inizialmente sembravano così in gamba diventano goffi nelle puntate successivi. I personaggi smettono di morire – anche se posti in situazioni identiche, dal punto di vista del rischio e della bravura individuale, dei loro colleghi morti nella puntata precedente – e la sensazione di pericolo gradualmente scende.
A questo si aggiunge poi una gestione sconclusionata delle scene d’azione, che fatico a capire. In più di un’occasione, momenti salienti di una battaglia vengono tagliati e raccontati poi fuori scena. Succede per esempio nel secondo episodio: nel momento più importante dello scontro – quando il Titano Corazzato sfonda il Muro Maria, aprendo la strada agli altri giganti – quando ci si aspetterebbe una scena dettagliata della resistenza, e della fuga dei profughi dalle pianure che vengono invase di mostri, tac! dissolvenza, e andiamo avanti veloce ad alcuni giorni dopo, mentre il narratore ci spiega cos’è successo nel frattempo. E’ la cosa più anticlimatica e deludente dell’universo. E già che ci siamo: il regista abusa delle dissolvenze incrociate. Ma questo è un tipo di transizione che si usa tra due scene calme; non la puoi usare in un momento ad alta tensione, nel culmine di una battaglia, così come quando un uomo viene mangiato da un Titano non puoi usare un “chomp!” da cartone animato – sarebbe fuori luogo. Dà fastidio.

Attack on Titan

CHOMP!

Alla fin fine, però, la ragione principale per cui si guarda un anime come Attack on Titan è una sola: i Titani stessi. E qui gli autori fanno centro. Perché i Titani fanno veramente paura. Con delle fattezze pressoché umane, ma al tempo stesso distorte in modo disumano, i Titani ci scuotono perché fanno appello a quel fenomeno detto ‘Uncanny valley‘ di cui avevamo già parlato in passato: la dissonanza cognitiva data da qualcosa che dovrebbe essere umano ma chiaramente non lo è. Oltre alle dimensioni esagerate, ciò che fa soprattutto spavento dei Titani – e che, paradossalmente, rende più inquietanti i Titani normali rispetto a quelli eccezionali – è la loro espressione ebete, di incredibile stupidità, e assoluta serenità mentre sbranano e distruggono.
I Titani sono stupidi, irrimediabilmente stupidi; comunicarci è impossibile, perché sembrano non avere nient’altro che un rudimentale istinto assassino. Questo li rende ancora più crudeli. I Titani infatti non hanno bisogno di mangiare per sopravvivere, ma sembrano programmati per puntare e ammazzare qualsiasi essere umano attiri la loro attenzione. Insomma, i Titani sono un vero enigma: non si sa da dove vengano né cosa vogliano. Scoprire la verità su di loro è una delle ragioni principali che invogliano a continuare la visione, e gli autori gestiscono bene questo hook, dispensando periodicamente risposte parziali e aprendo nuovi misteri.

Affascinante è anche l’ambientazione, che mescola un’architettura da bordo nord-europeo ottocentesco (con i suoi castelli, le strade acciottolate, le carrozze trainate da cavalli, le lampade a petrolio, i fucili ad avancarica) con l’atmosfera da horror post-apocalittico. Il regno degli umani in cui è ambientata la storia ha la struttura politica, militare e amministrativa di una monarchia assoluta moderna. L’esercito è organizzato in tre corpi di militari di professione rigidamente organizzati – la Polizia Militare, che pattuglia le città e le Mura; la Gendarmeria, ossia la guardia scelta del re e degli alti dignitari; e i Corpi Esplorativi, che organizzano spedizioni fuori dalle Mura nel tentativo di riconquistare dai Titani i terreni perduti. Ma la società di Attack on Titan è ricca di spunti interessanti, come la Chiesa dei Muri, un culto nato dopo l’apertura della cerchia esterna e che venera le tre mura (chiamate Muro Maria, Muro Rose e Muro Sina) come divinità scese in terra.
Certo, non mancano anacronismi tecnologici in pieno stile giapponese. L’Equipaggiamento di Manovra Tridimensionale sembra un’invenzione quasi fantascientifica, e vediamo il padre di Eren, che è un medico, fare al figlio un’iniezione con una moderna siringa. Ma siamo lontani dal puro retard delle ambientazioni alla Naruto, dove la gente si combatte a colpi di shuriken anche se ha la corrente elettrica.

Attack on Titan

Il fatto che abbiano una faccia da ritardati li rende ancora più inquietanti.

Quel che è meglio, Attack on Titan è una di quelle – poche – storie che migliora nel tempo. Se arrivato alla quarta puntata ero pronto a lanciare quest’anime dalla finestra e a dimenticarlo per sempre, superata la metà ero determinato a finirlo. Nonostante tutti i cliché – di cui la trama sembra incapace di liberarsi, anche dopo i primi episodi – e i colpi di scena cheesy, la vicenda diventa più interessante col passare del tempo, e anche un protagonista piatto come Eren vive una piccola evoluzione psicologica. L’anime trova persino il tempo di toccare alcuni temi interessanti, come l’onere del comando (sei disposto a sacrificare un numero imprecisato di tuoi uomini, se questo porterà un importante vantaggio strategico nella lotta contro i Titani?) e il dilemma tra il fidarsi solo di sé stessi e del proprio istinto, e avere fiducia nei propri compagni di squadra. E trova pure delle risposte originali (per un anime)! (3)
Ho una teoria per questo stato di cose. Come molti manga – di cui non si sa, all’inizio, se avranno successo, e quindi quanto potranno andare avanti – Attack on Titan è partito più classico e familiare che potesse. Aveva bisogno di costruire fanbase, e per questo ha integrato gli elementi innovativi – i Titani e la lotta contro di loro – in una struttura riconoscibile e personaggi standardizzati, che non sbalestrassero i lettori. Solo poco alla volta, mano a mano che il successo dell’opera si consolidava e si poteva concedere più respiro a livello di trama, Isayama ha cominciato a esplorare territori meno banali e ad aggiungere complessità. Il risultato è un’opera che parte super-standard ma che potrebbe, a conti fatti, finire in qualsiasi modo (benché preveda una conclusione abbastanza banale, che accontenti i fan).

In conclusione, sono contento di aver visto Attack on Titan. Nonostante tutti i suoi limiti, e pur essendo ben lontana dall’essere un capolavoro, è un’opera che si sforza di essere diversa e dire qualcosa di nuovo. L’atmosfera di sana disperazione apocalittica che si respira è ben bilanciata dall’azione selvaggia delle battaglie e dagli elementi mystery che ruotano attorno all’origine dei Titani. Se si sopporta la vagonata di cliché stantii e quel brutto odore di occasione sprecata che aleggia su tutto, è una visione piacevole.
Peccato solo che ci vorranno diversi anni prima di arrivare a una conclusione. La serie si chiude con la fine di un mini-arco narrativo, ma le domande principali sono ancora tutte senza risposta. Se Isayama terrà fede alla sua dichiarazione di chiudere la storia intorno al ventesimo volume del manga, immagino che l’anime potrebbe richiedere altre due stagioni di 20-25 episodi. Solo a pensarci mi viene la nausea.

Manovra Tridimensionale Attack on Titan

Il bizzarro equipaggiamento per la Manovra Tridimensionale.

Chi devo ringraziare?
Pur conoscendo già l’opera – la prima volta che ne sentii parlare fu probabilmente da Zwei sul sup blog – non mi sono deciso a provare a vedere l’anime finché il buon Dago non mi ha convinto. Quindi è colpa, o merito, suo^^

Dove trovarlo
Dato il successo dell’anime, trovarlo in rete non è difficile. Diverse comunità italiane di fansubber lo ospitano, sia con link di download diretto, sia come torrent (di singoli episodi o pacchetto di tutta la serie), doppiato in giapponese con hardsub in italiano. Io personalmente li ho presi da qui, ma li ho trovati anche qui.
In Italia, i diritti per l’adattamento sarebbero stati appena comprati da Dynit, anche se non è ancora dato sapere quando e dove andrà in onda.

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(1) Il termine seinen, riferito a un manga o un’anime, indica un’opera destinata a un target di giovani adulti, cioè sopra i 18 anni. Insomma, se gli shonen sono dedicati a ragazzini e adolescenti, i seinen si prendono il range di età immediatamente successivo. Nei seinen c’è più libertà espressiva che negli shonen: l’autore può indulgere molto più nel gore (sangue, budella, torture!) e nei riferimenti al sesso. Nei seinen c’è anche molta più varietà che negli shonen, benché molti seguano poi, nella struttura, gli stessi cliché. Vedremo che anche Attack on Titan non sfugge a questo difetto.

(2) Non ci sarebbe nemmeno nulla di male, nel fatto che il protagonista conquisti il cuore della tipa più figa di tutte: in gran parte della fiction le cose vanno in questo modo. Ma si tratta di un amore che bisogna conquistarsi. Grazie ai suoi talenti e al suo impegno, l’eroe si guadagna l’amore della bella.
Nel corso dell’anime, ci verrà anche data, mediante flashback, una ragione plausibile del sentimento che Mikasa prova per Eren (e anche questa è tremendamente cliché). Ma è troppo tardi. L’amore di Mikasa non appare come una legittima conquista di Eren, perché era già stato stabilito a priori: ci viene mostrato fin dalle prime scene del primo episodio della serie. Insomma, questo amore viene presentato come un normale plus del protagonista in quanto protagonista, e non come il risultato finale di una relazione tra i due personaggi. E quindi noia, noia, noia.

Eren Yaeger

Boooring.

(3) In particolare, trovo molto interessante la risposta che si dà Eren al culmine della lotta contro il Titano Femmina nella foresta. Seguono spoiler in bianco.
Inizialmente, Eren decide di fidarsi dei suoi compagni di squadra – che sono dei veterani, e che inoltre sembrano sapere il fatto loro – e invece di trasformarsi, come gli diceva il suo istinto, lascia a loro il compito di combattere contro il Titano Femmina. Questa è una decisione che si è rivelata corretta in passato: nella fase finale dell’assedio di Trost, è stato solo affidandosi ad Armin e Mikasa che è riuscito a riprendere il controllo della sua forma Titano e a chiudere il buco nelle Mura.
Ma questa volta la sua decisione è sbagliata. I suoi compagni di squadra non sono all’altezza del Titano Femmina, e vengono eliminati uno dopo l’altro davanti ai suoi occhi. Eren capisce di aver sbagliato; deduce che fidarsi degli altri, questa volta, è stato un errore, e la conseguenza è la morte dei suoi compagni. Capisce che a volte è corretto affidarsi agli altri, altre volte è corretto fidarsi solo di sé stessi, e che è indecidibile a priori quale sarà la soluzione corretta.
Senonché… anche questa teoria si rivela sbagliata! Dopo essersi trasformato, pure lui viene massacrato di botte dal Titano Femmina. E sarebbe stato spacciato, se Mikasa e Levi non lo avessero salvato all’ultimo secondo. Questo significa che: entrambe le decisioni (sia fidarsi degli altri, sia fare di testa sua) sono risultate in un fallimento. Ossia: a volte perderai qualunque sia la scelta che hai fatto. E’ una conclusione interessante che capita molto di rado di trovare in un anime.