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Paranoia Agent

Paranoia AgentRegista: Satoshi Kon
Sceneggiatura: Satoshi Kon / Seishi Mikanami
Titolo originale: 妄想代理人 (Mōsō Dairinin)
Genere: Horror / Crime / Slipstream

N° Episodi: 13
Anno: 2004

La disegnatrice Tsukiko Sagi è una piccola star. Da quando ha creato il personaggio di Maromi, un cagnetto rosa super-deformed, lo studio per cui lavora ha raggiunto una fama inimmaginabile. Tutti amano Maromi, grandi e piccini; ci sono gadget di Maromi, zaini di Maromi, serie animate di Maromi. Ma ora, dopo anni di successo ininterrotto dovuto a un unico personaggio, lo studio ha chiesto a Tsukiko di inventare una nuova mascotte. E lei è terrorizzata. Quella notte, mentre rincasa da sola, sente che qualcuno la pedina – l’ultima cosa che vede, mentre le luci dei lampioni si spengono, e prima di essere tramortita, è un ragazzino su pattini a rotelle dorati, con una visiera a coprirgli il volto, un largo sorriso e una mazza da baseball. Si risveglierà in ospedale.
L’aggressione a Tsukiko sembrerebbe un caso isolato, se non fosse che, la notte dopo, un giornalista scandalistico che si era interessato al suo caso viene a sua volta malmenato dal piccolo aggressore sorridente. E poi ci sono una terza, una quarta, una quinta vittima. Ikari e Maniwa, i due investigatori assegnati al caso, si troveranno ben presto invischiati in un gioco più grande di loro, mentre gli attacchi del misterioso ragazzino con la mazza da baseball si fanno di notte in notte più violenti; e la città di Tokyo cade nell’ossessione e nella paranoia.

Quando si parla di lungometraggi d’animazione giapponese, il primo nome che mi viene in mente non è quello di Miyazaki, ma quello di Satoshi Kon. Nella sua breve carriera (è morto di tumore a quarantasette anni, manco fossimo nell’Ottocento…) ha porodotto una piccola serie di perle weird; storie che paiono un incrocio tra Philip K. Dick e una sessione psicanalitica degenerata nell’horror, storie in cui l’allucinazione e il sovrannaturale si inseriscono a poco a poco nel tessuto della realtà e non sai mai dove finisca uno e cominci l’altro. Una sola volta si è cimentato con una serie anime, e ne è uscito questo Paranoia Agent. Che, dopo un paio di episodi, si capisce subito non essere un anime dalla struttura classica, ma una roba sperimentale che gronda auteur da tutti i pori – nel bene e nel male.
Paranoia Agent è una storia corale e dalla struttura a episodi. Pur avendo una continuity interna e un numero limitato di personaggi ricorrenti – l’illustratrice Tsukiko, la prima vittima, e i due investigatori Ikari e Maniwa – ogni puntata è un racconto autoconclusivo, centrata su uno o più personaggi che si trovano a fronteggiare Shounen Bat (lett. “Il ragazzo con la mazza da baseball”). Ogni episodio è un’indagine psicologica, in cui siamo introdotti alla vita e ai problemi nascosti del suo protagonista, fino al climax dell’incontro/scontro con l’aggressore. Al tempo stesso, ogni puntata porta anche avanti la trama principale, aggiungendo un tassello all’indagine di Ikari e Maniwa – mano a mano, ciascuno di questi episodi di violenza permetterà ai due investigatori di arrivare più vicini all’aggressore misterioso e alla risoluzione del caso. Forse.


Opening di Paranoia Agent. Creepy as hell.

Uno sguardo approfondito
Molte delle storie raccontate in Paranoia Agent sono estremamente affascinanti. Il secondo episodio, per esempio, è dedicato alla storia di un ragazzino, Yuuichi, bello e popolare, abituato ad essere sempre il primo della classe e ad avere la stima di tutti, che si trova ad avere la sfiga di assomigliare tantissimo (nell’aspetto e nell’abbigliamento) a Shonen Bat. Di colpo, compagni di classe e vicini di casa cominciano a pensare che potrebbe essere lui l’aggressore – la sua popolarità crolla in un attimo, comincia a essere bulleggiato e tenuto a distanza, e non ha idea di come fermare tutto questo.
Il terzo episodio è dedicato invece alla tutrice di Yuuichi, che dietro una facciata di ordine e perbenismo nasconde uno sdoppiamento di personalità. E poi, ancora: un poliziotto che di notte fa affari con la yakuza, una donna afflitta fin dall’infanzia da una malattia che la costringe a casa, un gruppo di due uomini e una ragazzina uniti dalla determinazione a suicidarsi insieme. Completano il quadro due strani figuri: un vecchietto che vive in un ospizio, e che passa tutto il suo tempo in uno stato di catatonia, a disegnare con un gesso un’equazione in cui parrebbe celarsi il pattern delle aggressioni di Shonen Bat; e un’altra vecchietta, una silenziosa senzatetto che potrebbe essere l’unico testimone oculare della prima aggressione.

L’analisi psicologica e l’interplay fra i personaggi è di certo l’elemento più importante di Paranoia Agent. Fortunatamente, tutti i personaggi sono ben caratterizzati, a partire dai protagonisti. L’illustratice Tsukiko sembra essere progettata per stare sul cazzo allo spettatore, pur essendo la vittima: debole e riservata, risponde a monosillabi, non sa interagire con gli altri, non collabora con chi vorrebbe aiutarla, sembra essere completamente concentrata su sé stessa, al punto dell’alienazione. Maniwa e Ikari sono un’ottima coppia: il primo è l’investigatore giovane, il rookie, amante delle speculazioni metafisiche, pronto a intraprendere approcci non ortodossi alle indagini e incline al sovrannaturale; il secondo un poliziotto navigato, vicino alla pensione, che crede nel buon senso, nei casi “normali” con moventi “normali” e colpevoli “normali”, e che rimpiange i bei tempi andati in cui tutto era più semplice. Il modo in cui evolve il rapporto tra questo triangolo di personaggi nel corso delle puntate è affascinante.
Più in generale, nell’opera di Satoshi Kon c’è un’onestà nel trattare argomenti difficili, e in cui scadere nella retorica è un attimo – l’ipocrisia, l’esclusione sociale, la frustrazione, lo stress lavorativo, il pettegolezzo, la vergogna, la rimozione collettiva – che non si incontra spesso negli anime. Tanto nelle serie leggere (come gli shonen) quanto in quelle drammatiche, c’è spesso una tendenza alla stilizzazione, al cliché, all’esagerazione grottesca (sì, Madoka Magica, ce l’ho anche con te). Paranoia Agent sta invece in quell’olimpo rarefatto di anime, come Evangelion (la serie originale, non il Rebuild), in cui le reazioni delle persone paiono realistiche e credibili, anche quando impazziscono.

Paranoia Agent - Ottavo episodio

I protagonisti dell’ottavo episodio. In questo anime non ci sono persone normali.

Certo, molti potrebbero essere infastiditi dalla struttura frammentaria dell’anime e dall’assenza di un protagonista riconoscibile che faccia da catalizzatore della storia. Gli episodi centrali della serie, in particolare, raccontano storie che inizialmente appaiono del tutto scollegate dalla trama principale (solo verso la fine si colgono i collegamenti), e l’assenza di qualsiasi personaggio già incontrato precedentemente disturba (“ma questo cosa c’entra? Cosa sto guardando?”). Alla fin fine, questi episodi non mi sono dispiaciuti e penso arricchiscano l’universo di Paranoia Agent (1) – ma qualche collegamento in più con la trama principale non avrebbe fatto schifo.
Cosa più importante: nonostante il carattere episodico, il senso di unità e progressione della trama è sempre molto forte. Di puntata in puntata, non solo le vite dei tre protagonisti, ma l’intera Tokyo subirà dei cambiamenti irreversibili – e alla fine della serie si avrà l’impressione di essere in un luogo molto diverso rispetto a quello da cui si è partiti. Lo stesso Shonen Bat muterà profondamente in proporzione all’aumento della sua popolarità, facendosi più violento di aggressione in aggressione, fino ad arrivare all’omicidio e alle stragi. Sino al climax delle ultime tre puntate, in cui la serie abbandona la struttura autoconclusiva per imbastire uno showdown tra protagonisti e antagonista.

Qualche rammarico c’è. I personaggi secondari, una volta conclusa la puntata a loro dedicata, scompaiono quasi del tutto dalla storia, mentre sarebbe stato interessante vedere cosa ne è delle loro vite dopo il climax dell’incontro con Shonen Bat – chi rimane soffocato dai propri problemi, chi riemerge, e come? Prendiamo il caso di Yuiichi: cosa ne sarà di lui quando, nella seconda metà della serie, sarà evidente al di là di ogni dubbio che non può essere lui Shonen Bat? Concedendosi qualche episodio in più invece dei soli tredici che dura, Satoshi Kon avrebbe potuto riannodare tutti i fili del suo universo narrativo e portare l’intero cast fino alla fine della storia; purtroppo non sapremo mai cosa ne è di molti di loro.
Quanto al finale, è il tipico Satoshi Kon goes wild che gli amanti del regista avranno ben presente dagli altri suoi film – un degenero completo in una serie di avvenimenti uno più folle dell’altro, in cui non si capisce più cosa è reale e cosa non lo è, cosa è allucinazione e cosa è puro e semplice sovrannaturale. Nonostante qualche riserva sulla risoluzione del mistero dietro Shonen Bat (2), il finale mi è piaciuto – dirò solo che ho guardato gli ultimi tre episodi uno dietro l’altro, come in trance.

Paranoia Agent Maromi

Il cane Maromi. E’ pure più inquietante di Shounen Bat.

Paranoia Agent è un capolavoro. Se non vi farete intimidire dalla struttura sperimentale e dall’apparente assenza di un arco narrativo tradizionale, scoprirete una storia capace di regalarvi tensione, personaggi immersivi e appassionanti e diversi momenti creepy, immersi in una visione lucida della realtà e dei rapporti umani. L’assenza di gore e di scene veramente violente – qualche momento sanguinolento c’è, ma è poca cosa – rende inoltre la visione accessibile a tutti.
Di tutte le opere che ho presentato nel corso di questo mese e che ancora presenterò, Paranoia Agent è anche l’unica che si presti davvero a un’interpretazione metaforica. Alla fin fine, Satoshi Kon crea un grande affresco sociale; la sua storia vuole parlarci del disagio dell’uomo moderno (in particolare giapponese, ma non solo), e dare forma alle sue ansie e paure. La sua è la tipica opera di cui si dice che “fa pensare”. Ma no, non mettete mano alla pistola – perché Kon lo fa nel modo giusto, mostrandoci una serie di casi concreti e andando dal particolare al generale, e soprattutto confezionando una storia che ha comunque perfettamente senso, e ritmo, e tensione di per sé. Paranoia Agent è quel tipo di opera che, se avete un minimo di sensibilità, a fine visione non vi lascerà completamente uguali a com’eravate prima di vederla.

Chi devo ringraziare?
La prima persona a segnalarmi questo anime fu nientemeno che Gamberetta, intorno al 2010 o 2011, quando ancora il blog Gamberi Fantasy era un poco attivo. Mi segnai il titolo ma lo misi da parte.
L’ho riscoperto invece quest’anno, quando, stimolato da un mio amico, sono andato a recuperarmi tutte le opere di Satoshi Kon. E, che dire – Gamberetta aveva ragione.


La sigla di chiusura di Paranoia Agent

Tabella riassuntiva

Una serie atipica che coniuga tensione sovrannaturale e indagine sociale. La natura episodica potrebbe disturbare qualcuno.
Ottima caratterizzazione psicologica dei personaggi.  Le storyline dei personaggi secondari vengono abbandonate.
Adatto anche a chi si spaventa facilmente.
Shonen Bat è un personaggio geniale.

(1) SPOILERS AHEAD.
In particolare mi sto riferendo agli episodi otto, nove e dieci, dedicati rispettivamente al club dei tre suicidi, alle vicine di casa pettegole, e allo studio d’animazione incaricato di girare l’anime di Maromi. Oltre a raccontare le storie individuali di questi personaggi, questi episodi muovono la trama principale mostrando la graduale trasformazione di Shonen Bat.
Siamo infatti arrivati a un punto in cui – subito dopo l’omicidio del copycat Kozuka in maniera chiaramente sovrannaturale – Shonen Bat è diventato talmente potente da non aver più bisogno di un legame diretto tra le varie vittime per poter colpire. Non è più indispensabile che i personaggi degli episodi precedenti compaiano, e infatti non compaiono. Assistiamo, invece, all’ingigantirsi del mito dietro Shonen Bat, e di conseguenza alla sua trasformazione da ‘semplice’ serial killer a leggenda metropolitana, fino a divinità mitologica in grado di essere ovunque in qualsiasi momento e prendere qualunque forma voglia.

(2) Again, SPOILERS AHEAD.
Scopriamo il passato di Tsukiko e della morte del vero cagnolino Maromi negli ultimi due episodi. Nel penultimo, la faccenda viene spiegata a Maniwa per accenni, ma lasciandola aperta a più interpretazioni. Io, ovviamente, ci avevo messo la mia – e la trovo più figa di come poi si scopre essere andata realmente.
Io mi ero convinto che ad ammazzare Maromi fosse stata Tsukiko stessa, in un raptus. Dato il suo carattere introverso e passivo-aggressivo, non era così impensabile. Dopodiché, non potendo accettare ciò che aveva fatto, aveva rimosso la propria responsabilità nel gesto trasferendo la colpa su una figura immaginaria, quella del ragazzino con la mazza da baseball. In questo modo, aveva “esternalizzato” la propria parte malvagia, che aveva finito per prendere vita propria. Il ritratto di questa ragazzina, omicida e folle, mi piaceva molto.
Alla fine invece, non so se per mancanza di coraggio o perché era la sua idea fin dall’inizio, Satoshi Kon opta per il cliché del pirata della strada: Tsukiko ha la responsabilità di aver lasciato inavvertitamente finire il cane sotto la macchina, ma non è direttamente colpevole della sua morte. La cosa mi ha un po’ deluso.

Bonus Track: A Parliament of Crows

A Parliament of Crows

Autore: Alan M. Clark
Titolo italiano: –
Genere: Psicologico / Storico / Horror
Tipo: Romanzo

Anno: 2012
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 188
Editore: Lazy Fascist Press

Difficoltà in inglese: **

A quasi sessant’anni, le tre sorelle Mortlow – Vertiline, la maggiore, e le due gemelle Carolee e Mary – vengono arrestate nello stato del New Jersey. L’accusa? L’omicidio della figlia di Carolee, trovata annegata nella sua vasca da bagno imbottita di psicofarmaci, per intascare la sua sua assicurazione sulla vita. Ma Vertiline non ha intenzione di arrendersi alla giustizia americana – intende dare battaglia in quell’aula di tribunale, e salvare l’onore della sua famiglia.
E’ tutta la vita che Vertiline combatte per proteggere le sue sorelle. Da quando era un’adolescente, suo padre le aveva affidato il compito di educare quelle sorelle minori che si divertivano a spingere gli schiavi negri giù dalle scale; da quando la guerra di secessione aveva distrutto la sua famiglia e le aveva condannate a una vita di espedienti. In quell’aula di tribunale, e nelle celle della prigione di stato, nell’anno del signore 1908, Vertiline, Carolee e Mary ripercorrono la loro vita e le scelte che le hanno portate fino a quel triste epilogo. La giovane Orphia è stata solo l’ultima delle loro vittime, e loro sono senza rimorsi.

Abbiamo conosciuto Alan M. Clark sulle pagine di questo blog in questo articolo dedicato ai suoi “esercizi di dilatazione”. Clark comincia la sua carriera negli anni ’80 come illustratore di opere di narrativa fantastica, principalmente fantascienza. Negli ultimi anni si è avvicinato al movimento della Bizarro Fiction, realizzando molte copertine della Eraserhead Press, ed è proprio sulle pagine di Bizarro Central che ho fatto la sua conoscenza. Quello che non sapevo era che Clark fosse anche uno scrittore. Ha cominciato negli anni 2000, ma non ha scritto molto prima di cominciare a pubblicare con Lazy Fascist Press, la casa editrice gestita dall’autore di Bizarro Cameron Pierce; A Parliament of Crows è il suo secondo romanzo vero e proprio.
Pur essendo pubblicato dalla Lazy Fascist ed essendo associato agli scrittori di quell’ambiente, le storie di Alan Clark non possono essere definite Bizarro Fiction nemmeno nella più lasca delle definizioni. A Parliament of Crows è prima di tutto un romanzo storico: il caso e la vita delle sorelle Mortlow sono ispirate a una storia realmente accaduta, quella delle sorelle Wardlaw, e l’interesse di Clark a ricostruire il mondo del Sud americano della seconda metà dell’Ottocento è evidente. Un tiepido elemento horror c’è, nel senso che la vicenda delle tre sorelle sudiste è costellata di episodi macabri e attraversata da una spessa vena di follia; ma l’interesse primario dell’autore è l’approfondimento psicologico di una famiglia così borderline. Cos’avevano in testa donne capaci di fare quello che hanno fatto?

A Parliament of Crows - The Imagination Fully Dilated

Un’illustrazione di Clark ispirata a A Parliament of Crows.

Cito dall’introduzione:

Because the information about the Wardlaw sisters gives a rather two dimensional view of them, I can’t help but wonder about their emotional characteristics. I’m curious about the choices they made that led to their crimes, and how they justified to themselves what they did even as they went about their dreadful business. A Parliament of Crows is my exploration of the possibilities with the use of fictional characters and the fun of storytelling.

Affascinato dai propositi di Clark – che già stimavo come disegnatore e come blogger – e curioso di approfondire la galassia di scrittori che ruotano attorno al movimento Bizarro, ho deciso di dare una chance al suo libro.

Uno sguardo approfondito
Il romanzo si muove su due timeline differenti. La prima ci mostra il processo penale nei confronti delle sorelle Mortlow, alla fine della loro carriera delittuosa, e i loro tentativi di venirne fuori. A partire dai pensieri e dalle reminiscenze delle tre sorelle, sul banco degli imputati o tra le quattro pareti delle loro celle, si snoda la seconda timeline: flashback che ricostruiscono episodi salienti della loro vita, dall’infanzia alla cattura. Questi episodi non seguono un vero andamento cronologico, ma piuttosto associazioni di idee con la situazione della prima timeline; per esempio, da Mary che sdraiata sul pavimento della cella pensa a sua sorella, sboccia il racconto di come sia nato il legame speciale tra le due gemelle.
L’idea di questa doppia timeline è buona: da un lato non ha nessun effetto “spoiler”, perché il lettore sa già dalla quarta di copertina del libro com’è andata a finire; dall’altro, dà dinamicità a una vicenda che raccontata in modo cronologico sarebbe stata probabilmente più noiosa. Ottima scelta strutturale, quindi – peccato che Clark la rovini con uno stile assolutamente pessimo, ossia un eterno raccontato con il punto di vista del narratore onnisciente. Seriously. A seconda della scena la telecamera si avvicina o si allontana, anche penetrando nella testa di una delle tre protagoniste e confondendosi col pov della stessa, ma l’effetto complessivo è di una bella barriera tra il lettore e i personaggi.

A Parliament of Crows - The Imagination Fully Dilated

Un’altra illustrazione ispirata a A Parliament of Crows

Il raccontato investe ogni aspetto del romanzo come una colata di fango. Lunghi riassuntoni distaccati in apertura di una scena o anche al posto della scena, emozioni e stati d’animo raccontati invece che mostrati attraverso le azioni, infodump – non manca niente. Leggete queste poche righe tratte dalla primissima pagina, e guardate quante occasioni sprecate in un colpo solo:

In the long delay before the trial, during which the sisters were kept in a separate jail cells, Mary had become increasingly ill (Vertiline had good reason to think Mary was intentionally starving herself) and Carolee had gone mad from the isolation.
As the time drew near for the sisters to appear in court, Vertiline felt an unaccountable excitement despite her dread. After endless days of boredom spent in her lonely cell, she anticipated that the trial might provide intellectual and emotional stimulation. She hated herself for looking forward to the event.
But on the first day of trial, which was the first time she’d seen the twins in over a month, Vertiline found nothing about the experience desirable. She became sick with worry over the condition of her sisters while riding in the police van to the courthouse. Mary was emaciated and uncommunicative, and would look away every time Vertiline tried to make eye contact. Carolee was highly agitated. Her eyes darted about warily and when spoken to she appeared startled.

Che piattume. Quanti spunti interessanti, annacquati nel grigiore uniforme di un raccontato con pov onnisciente. E il testo non migliora andando avanti, con l’eccezione di poche scene più vivide, specialmente dialoghi (come il botta e risposta serrato tra Vertiline e l’avvocato dell’accusa durante l’interrogatorio processuale).
Anche lo stile, non solo l’ambientazione, sembra essere regredito all’Ottocento – dalle parti di Balzac, Stendhal e tutti quegli scrittori che ignoravano la costruzione a scene e lo show don’t tell. Potrebbe venire da pensare che l’abbia fatto apposta, per ‘meglio calarci’ nel clima dell’epoca. Ma, aldilà del fatto che è un’idea demente, non mi sembra il caso: Clark non si fa problemi, nelle introduzioni come altrove, a parlare della propria opera, di come l’abbia costruita e perché. Parla ad esempio della sua volontà di far usare ai personaggi termini dell’epoca – ad esempio “fiend” per indicare una creatura spregevole, un assassino o un corruttore – ma non fa mai menzione al ritorno ad uno stile ottocentesco. Pertanto mi sento di escluderlo, e di concludere che Clark lo fa per pura ignoranza.

Oltre ad essere una pessima scelta in sé, questa prosa è particolarmente infelice trattandosi di un romanzo psicologico – un romanzo, cioè, che pone come cosa più importante il ‘catturare’ e mostrare ogni tratto, esteriore o interiore, dei suoi protagonisti. Ed è un peccato, perché in compenso i personaggi sono molto affascinanti. Vertiline, la sorella maggiore e quella più ‘sana’ del gruppo, è la persona matura della famiglia, quella più sana e lucida; proteggere le sue sorelle – la loro vita come il loro onore – sono la cosa più importante per lei, e sacrificherebbe qualsiasi cosa per la famiglia, anche le vite degli altri. Carolee è la sorella degenerata: cinica, amorale, atea, vede la vita come una lotta per la sopravvivenza e il mondo come un luogo crudele e ostile, e non si fermerebbe davanti a nulla pur di proteggere la quiete familiare. Mary è la sorella pia, ipocrita, fragile; sobilla le altre ma non si esporrebbe mai personalmente, è soggetta a svenimenti e crisi mistiche, crede fermamente in Dio e crede che Lui protegga la loro famiglia e legittimi ogni loro azione.
Insieme, le tre sorelle hanno un’alchimia spettacolare; il rapporto tra loro e il mondo esterno, e le loro azioni, suonano sempre credibili. Clark non fa di loro le classiche macchiette del serial killer, anzi. I loro delitti sono compiuti spesso in modo accidentale o improvvisato, le loro azioni sono maldestre, e la loro ignoranza di donne della campagna sudista fa commettere loro molti errori. Non c’è una perfetta armonia familiare, anzi – spesso gli assassinii sono provocati contro le intenzioni della razionale (ma connivente) Vertiline. Il risultato è un ritratto molto credibile, e non mi sorprenderei se le motivazioni delle vere sorelle Wardlaw fossero state esattamente le stesse. Forse Clark non sarà un “fine psicologo” quanto Kundera, ma si difende bene. L’unica caduta di stile, a mio avviso, è l’episodio traumatico che a un tratto Clark inscena nella loro giovinezza, e che fa tanto “ecco, sono diventate così efferate perché hanno vissuto un trauma!” (1).

Trauma

Il romanzo, insomma, ha anche quella piacevole impressione di verità, di ricostruzione storica accurata che tanto mi piace. Le scelte compiute dalle sorelle per rimettersi dai loro guai finanziari, come diventare istitutrici o contrarre matrimoni vantaggiosi, mi hanno ricordato i cento romanzi dell’Ottocento che ho letto. L’importanza di essere donne rispettabili, di proteggere il proprio onore, la freddezza della terminologia e degli atteggiamenti tra coppie sposate che non si amano, il rapporto isterico col sesso. Ho trovato tutto convincente e mi sono sentito trasportato nell’America rurale del sud-ovest, benché indubbiamente io non sia un esperto del periodo e quindi sono attendibile fino a un certo punto.
E’ quasi completamente assente, invece, l’elemento fantastico: l’horror è quello che scaturisce dalle azioni e dalla psicologia borderline di esseri umani normali. L’unico elemento weird è la connessione sovrannaturale che sembra esistere tra le due gemelle, per cui una sa sempre (con il minimo sforzo) quello che sta facendo o sta provando l’altra, e Mary è convinta che Carolee possa spingerla a fare quello che vuole con la sola forza della volontà. Ma potrebbe anche trattarsi di un caso estremo di autosuggestione: non è mai provato nel romanzo che si tratti realmente di qualcosa di paranormale, e in fondo è meglio così.

In un vecchio articolo sulla potenza del mostrato e di una solida gestione del pov, avevo detto che un bravo scrittore di narrativa dovrebbe essere in grado di farti identificare persino in Hitler, farti parteggiare persino per Hitler, se lui è il protagonista della storia. E’ davvero affascinante immergersi nella psiche di un personaggio moralmente riprovevole; nel lettore si creano sentimenti ambigui, il desiderio di “staccarsi” dal personaggio e al tempo stesso vivere la storia attraverso di lui. E’ come se nel romanzo si creasse un ulteriore livello di conflitto: non solo tra il protagonista e il mondo esterno o tra il protagonista e sé stesso, ma tra il lettore e il pov. E se è vero che il conflitto aumenta il coinvolgimento, aggiungendo questo livello si schizza alle stelle!
Con A Parliament of Crows, Clark aveva questa possibilità: quella di incatenarci in un misto di repulsione ed empatia alla follia delle sorelle Mortlow. Ma lo stile raccontato ammazza l’immersione sul nascere, e il lettore non arriva mai all’identificazione, se non in pochissime scene concitate e mostrate con telecamera ravvicinata. Si può al massimo arrivare a una certa comprensione distaccata per le tre gelide serial killer, ma poco altro; e in questo forse Clark ha fallito anche nei suoi stessi propositi.
Il romanzo è comunque godibile per la psicologia dei personaggi e la ricostruzione della società dell’epoca; e dopotutto, in queste storie macabre, un po’ di fascino rimane anche quando la prosa è debole.

Hitler al telefono

In fondo anche lui aveva un lato tenerone, no?

Su Alan M. Clark
Come ho accennato in apertura di articolo, Clark ha scritto un altro romanzo prima di questo. Si chiama Of Thimble and Threat, è un altro romanzo ad ambientazione ottocentesca e racconta la storia personale di una delle prostitute vittime di Jack lo Squartatore, dall’infanzia alla morte. La cosa più affascinante è che Clark tenta di scrivere la storia di Catherine Eddowes partendo dall’inventario degli oggetti trovatile addosso al momento della morte. Una sorta di romanzo-reportage, dove la fantasia interviene laddove non sia stato possibile ricostruire il fatto reale.
Ciononostante, non credo leggerò questo romanzo di Clark, a meno che proprio non abbia di meglio da leggere. Il suo stile raccontato mi ha molto deluso, e non ritengo che meriti un ulteriore esborso di denaro. Se qualche appassionato però volesse fare la prova, sarò lieto di sentire poi cosa ne pensa.
Ecco alcune parole di Clark sul romanzo:

In writing Of Thimble and Threat, my effort was not to create a character we would relate to as one from our time, but one whose words and actions were shaped by her environment and circumstances and whose driving emotions were seen as reasonable within that context. Victorian England, with it’s social structure, polluted environment, the quality of sustenance, labor conditions, the state of scientific and medical knowledge, the prevalence and pervasiveness of disease and the ease with which people became ill and slipped quickly into death, was a very different world from the one in which I live. All these elements created different priorities for the people of that time from what most of us experience today. The average person was likely much more aware of mortality day to day, since something as simple as a cut on the finger could easily fester and lead to death. Choosing an occupation–if one were lucky enough to have a choice–was to choose between compromising one or another aspects of one’s health.

That’s not to say we don’t have these concerns today, but time and experience has led to systems which mitigate much of the extremes seen in Victorian London. Human beings haven’t truly changed–we experience the same emotions we always have. The stimulus for those emotions is what changes from generation to generation. We would certainly relate to those of another time, but having a conversation with someone from the 1800s would be a singular experience for someone today.

The possessions of Catherine Eddowes started that conversation with me, and Of Thimble and Threat is my response.

Of Thimble and Threat

Il romanzo d’esordio di Clark su Lazy Fascist Press.

Dove si trova?
A Parliament of Crows è troppo poco famoso perché qualcuno si sia preoccupato di piratarlo, a quanto pare. Su Amazon.it si può trovare l’edizione kindle al prezzo di 5,50 Euro; prezzo un po’ alto, anche in rapporto all’effettiva qualità del libro, ma ancora abbordabile se la storia vi ha appassionato.

Qualche estratto
Per i due estratti ho scelto due scene che mi sono particolarmente piaciute. Il primo è una brano del processo, quando a interrogare Vertiline è l’avvocato difensore (che lei ha ottimi motivi per disprezzare); da notare l’uso di termini desueti deliziosi come “busybodies” o “what a dolt!”. il secondo è un flusso di pensieri di Carolee in carcere, in cui viene rievocato un episodio triste della sua infanzia che trovo particolarmente riuscito.

1.
Despite her discomfort, Vertiline continued to sit up as straight as possible in the witness chair. She might do a better job still if she believed her attorney did her any good.
After going over the events surrounding Orphia’s death, Mr. Hitchens turned to other discoveries dredged up during the police investigation: those elements of the state’s case presented to make Vertiline and her sisters look like cold-hearted criminals. The family’s dirty laundry would be aired once again before strangers in the courtroom, but this time, Vertiline hoped Mr. Hitchens would help her take it all down, fold it neatly, and put it away looking much cleaner.
Doing her best to soften her facial features, adopt a less formal posture, and appear open in response to her attorney, Vertiline hoped the jury’s impressions of her were improving as she spoke.
“Do you remember well the time before your family moved to New Jersey, Miss Mortlow,” Mr. Hitchens asked, “when you and your two sisters, the deceased, and her husband all lived in the apartment in Brooklyn?”
“Yes, sir.”
“Were you surprised to hear that two of your neighbors, a Mrs. Biermann and a Miss Calise, called as witnesses, referred to it as a ‘mystery house’ and a ‘baby farm?’”
“Yes, sir.” Vertiline remembered the women well. She considered them troublemakers and busybodies.
Mr. Hitchens consulted his notes at the defense table. “The relevance to this case was not established,” he said. “How many children were born to your niece during that time?”
“Orphia had one child shortly after we removed to Brooklyn,” Vertiline said evenly, “and another a few years later.”
“She gave her first child, a girl named Alberta, up for adoption. Can you tell us why?”
No—the question is too pointed! The dolt wasn’t characterizing events to put them in a good light! He left that up to her, and she struggled to find the proper words.
“Orphia’s husband…” she began haltingly, “had…run away.”
Vertiline paused to reflect on her good-for-nothing nephew, Fletcher. She wondered where he’d gone and if he ever found work he was willing to do.
“Is that all?” Mr. Hitchens asked.
“The child…” she began, but her voice trailed off. Vertiline didn’t want to admit they had gotten rid of the child merely because Alberta had kept them all up day and night with her crying. Vertiline had not admitted that to herself until the present moment. With the realization, came distress. She glanced quickly at the jury and saw several of the men frown.
“Miss Mortlow?” Mr. Hitchens said.
Vertiline shook off the reverie. “I—I’m sorry.” She took a deep breath. “My niece was ill and suffering from severe melancholy. My sisters and I were busy organizing our new business venture, a tutoring service. Orphia neglected the child.”
I must appear more caring, and present my decisions as more than merely practical.
“What happened to the second infant—John, was it?”
Again, a blunt question regarding a delicate subject. Does he have no sense at all? He made no effort to help her set the scene and create a scenario sympathetic to Vertiline and her sisters. She glared at Mr. Hitchens, then regretted it, for she knew the jury saw the expression.

2.
Carolee was a survivor. When she thought about what that meant, she often remembered the emaciated feral dog that prepared a whelping den and gave birth to a litter of pups under an azalea in the garden behind the house on Spring Street. Because the war had finally come to Milledgeville and Union forces moved through the city, Mr. Mortlow had instructed his daughters to confine themselves to the upstairs of the house. They were not allowed to go outside at all. Carolee snuck out to the garden anyway, and was attracted by the small squeals of the pups. The bitch and her suckling litter was such a sweet vision, Carolee had an impulse to pick up and cuddle one of the cute puppies. A glaring look and snarls from the mother persuaded her to keep her distance. Carolee did not begrudge the bitch such brute protection of her young. She dragged a couple of the wrought-iron outdoor chairs over to the exposed side of the azalea to help block the cold November wind from the den. Having something warm and tender to think about, Carolee returned to the house without being caught. For the first time in a long while, she looked forward to the next day when she would find another opportunity to sneak out and look in on the nursery.
When the next day came, Vertiline kept a close watch on her, insisting that she play games with her twin and help with various small tasks while remaining in either their father?s upstairs study or the hiding place accessible through the wall panel in that room. Mr. Mortlow created the secret room months before in preparation for a time when the family might need to hide from marauding Union troops. The family currently slept there every night. Carolee was sick of the cramped, smelly space.
Mr. Mortlow had been asleep in his chair at his desk in the study all day. He was white as bedlinen and sleeping soundly. The four of them took naps in the afternoon. Mr. Mortlow often slept in his chair while his daughters lay on piles of quilts in the hiding place. When nap time came, Carolee said, “I’m going to take a quilt into the study and sleep with Father today.”
Vertiline didn’t argue with that, but because she left the panel to the hiding place open, Carolee would have to make sure everyone was asleep before she snuck out to see the puppies. She made a little bed beside her father’s desk near the opening, just out of her sisters’ line of sight. When she heard them breathing deeply in sleep, she got up and snuck out of the study, tiptoed down the stairs, through the hall, the dining room, the kitchen, and out the back door.
She crept through the garden, approaching the whelping den quietly to keep from startling the bitch and her litter. As she slowly pulled one of the chairs away, she heard growling. Light spilled into the den, revealing the bitch licking her bloody mouth. The litter was gone, all but for one tiny leg. The bitch lunged and Carolee gasped, dropped the chair and stumbled back. Heartbroken, she turned and ran for the house.
All day, Carolee struggled to hide her tears.
Finally, Vertiline asked her, “Why are you so sad today?”
“I wish the War was over,” Carolee said, “and we could all have plenty to eat again.”

Tabella riassuntiva

Le sorelle Mortlow sono assassine non stereotipate e complesse. Prosa raccontata  che appiattisce la storia.
Ricostruzione credibile del Sud americano del tardo Ottocento. Pov onnisciente che distanzia il lettore.
What a dolt! Qualche episodio appare un po’ forzato.

(1) In realtà non è vero, perché Carolee e Mary erano fuori di testa tutt’e due anche prima. Però l’episodio, raccontato com’è raccontato e messo a quel punto del romanzo, sembra voler dare questo tipo di messaggio.