La scrittura ai tempi del colera

Macchina da scrivere Olivetti“Non c’è un’epoca migliore di questa per diventare scrittori”: così diceva James N. Frey all’inizio degli anni ’90, nel suo How to Write a Damn Good Novel II (seguito del suo primo, fortunato manuale). Frey si riferiva all’avvento dei word processor, che andando a sostituire le macchine da scrivere rendeva il lavoro dello scrittore infinitamente più facile, e alla globalizzazione, che stava ingigantendo i numeri del mercato editoriale. Oggi, visto dalla prospettiva del 2014 (e del mercato italiano del 2014, bisognerebbe aggiungere), fatico a condividere quell’ottimismo.
Mi sono sempre chiesto quale fosse la formula di vita che permettesse agli scrittori di vivere della loro arte. Più che la domanda “Come fai a scrivere?” (dove la risposta è sempre stessa: costanza, disciplina, orari rigidi), ciò che mi sono sempre chiesto è: come fai a guadagnare? Riesci sempre a scrivere quello che vuoi? Devi scendere a compromessi? Rinunci alla perfezione per rispettare la deadline? E ancora: Che tipo di vita vivi, in conseguenza della tua scelta di dedicarti alla scrittura? Ho guardato alle vite degli scrittori che mi piacevano, in cerca di ispirazione. Più spesso che no, purtroppo, ho visto cose che non mi sono piaciute.

Mi sono fatto un quadro di cosa significhi “vivere di scrittura”. Naturalmente non mi aspetto di dire nulla di nuovo. Ma trovo utile, a volte, fare il punto della situazione, e scrivere a chiare lettere pensieri che per la maggior parte del tempo volano in modo disordinato nella nostra testa. Non mi aspetto nemmeno di dire cose piacevoli. Gli ultimi anni non sono stati felici per la maggior parte degli italiani, e parlare di soldi, lavoro, e di mantenersi tocca note delicate. Per cui se siete di cattivo umore non continuate a leggere.
Ora, dato che un esempio vale più di mille parole, prenderò in considerazione una serie di casi. Partiremo da quattro autori americani di narrativa fantastica; tutti autori che abbiamo incontrato a più riprese su Tapirullanza e che quindi conosco abbastanza bene. Vedremo dove li hanno portati le loro scelte, e quali gradi di libertà – economica, artistica, di opinione – mi sembra che godano all’interno della loro professione.

Colera

Il vibrione del colera. In caso aveste bisogno di riconoscerlo.

Il caso Swanwick
Partiamo dalla cima. Tra gli autori attualmente viventi che mi è capitato di leggere negli ultimi anni, Swanwick è di certo uno di quelli che se la passa meglio. Si mantiene con la scrittura da trent’anni, e ha sempre potuto scrivere quello che gli piaceva senza scendere a compromessi, senza mai “tradire” la propria poetica. Non ha mai pubblicato niente di cui non fosse soddisfatto, e ha dichiarato in più occasioni che una sua storia può rimanere nel cassetto anche per diversi anni, in attesa di trovarle una conclusione degna. In tre decadi di carriera ha all’attivo meno di dieci romanzi, eppure non sta morendo di fame. In una parola: scrive e fa pubblicare quello che vuole, seguendo i propri ritmi. Insomma, la vita che ogni scrittore vorrebbe avere, no?
Eppure anche Swanwick deve stare attento a quello che fa e dice. Se il romanzo di un suo collega fa schifo, non può dirlo. La questione è emersa chiaramente in un suo post su Flogging Babel dello scorso agosto:

Recently, on Facebook, I grumbled about the limitations of a book I’d quit reading. Immediately, people wanted to know the name of the author.
But I won’t do that.
I understand why people wanted to know. There are many, many bad writers whose works are risibly (this may well be the first time in this century that word has appeared outside of a crossword puzzle) awful. I read their books and I gnash my teeth. So why won’t I mock them out and publicly humiliate them?
Because they fall into two camps.
The first consists of those who hopefully put their work before the public eye and got no or little response. If they have done anything wrong (and I am unconvinced they did), they have been punished well beyond their desert. Some of them deserve far better.
The second consists of those who published and profited richly. (You know — or think you do — who I’m talking about.). But what is their crime? They wrote novels that tens of thousands of people loved so much that they were willing to spend their hard earned money on them.
There are people within one block of me who have done worse.
[…] These people are my kin — my brothers and sisters. We understand each other.
So, no, I won’t name names.

Ricordo una vecchissima diatriba tra Gamberetta e lo scrittore Adriano Barone, perché quest’ultimo non voleva fare i nomi dei moltissimi autori incapaci che affliggevano la narrativa fantastica italiana. Qui Swanwick si sta macchiando della stessa colpa: dare la precedenza alla lealtà tra colleghi scrittori rispetto a quella verso i lettori. Neanche lui, uno dei riconosciuti Grandi della narrativa fantastica statunitense, può permettersi una simile libertà rispetto al network di gente che gli dà da mangiare. Evidentemente neanche il mondo della narrativa fantastica americana, pur mangiandosi a colazione quello italiano, è poi così grande.
Pur con la sua libertà artistica, Swanwick partecipa a tutte le convention che può, si fa vedere, scrive prefazioni o articoli saggistici quando gli vengono commissionati, e così via. Una serie di obblighi di mestiere lo legano a doppio filo con i personaggi del mondo dell’editoria. Per alcuni questo non sarà un problema o addirittura sarà un piacere, ma molti sembrano coltivare il sogno di una vita da artista eremitico, autonomo e privo di ipocrisie. Be’, la realtà è che neanche un uomo del calibro di Swanwick può permettersi un simile privilegio. Proprio perché i suoi introiti derivano interamente dal mondo dell’editoria, dipende da esso e non potrà mai permettersi di pestare i piedi a qualcuno.

Michael Swanwick

Swanwick is not amused.

Il caso Mellick
Anche Carlton Mellick è riuscito a coronare il suo sogno e a mantenersi scrivendo ciò che vuole. A differenza di Swanwick, però, Mellick è uno scrittore giovane e meno affermato, che si è trovato una piccola nicchia al di fuori dei circuiti dei premi e delle convention tradizionali del fantastico (i vari Hugo, Nebula, Locus e compagnia cantante, la Worldcon…). Per lui è già più dura. E difatti, per garantirsi un afflusso più o meno costante di denaro scrive come un dannato.
Da gennaio dell’anno scorso, ha dichiarato il suo intento di pubblicare un libro ogni trimestre – vale a dire quattro pubblicazioni all’anno! E se alcune sono novelle di un centinaio di pagine o poco più, quasi ogni anno gli scappa il romanzo da due o trecento pagine. Insomma, un output terrificante, che non soltanto lo costringe ad ammazzarsi di scrittura tutto l’anno – e anche a lanciarsi in maratone di scrittura da sedici ore al giorno per una o più settimane – ma ovviamente lo porta a curare di meno ogni singola opera. Benché il livello stilistico di Mellick sia tra i più alti che potrete trovare nella narrativa fantastica (è davvero bravo!), la qualità della sua prosa non è la stessa in tutti i suoi lavori, si vede che a volte scrive un po’ di fretta, e anche molte situazioni o espedienti tendono a ripetersi da un romanzo all’altro. Verrebbe da dire: “scrivi un po’ meno e cura di più ognuna delle tue opere”, ma è facile per noi che stiamo dall’altra parte; per lui, magari, scrivere di meno significa saltare un mese di affitto.

Non solo. Pur con il catalogo senza fine di Mellick – nel 2013 festeggiava, con Village of the Mermaids, la sua quarantesima pubblicazione! – la vita dello scrittore è una vita sull’orlo dell’abisso. Nella prefazione a Crab Town (un libro molto triste e purtroppo non particolarmente ben riuscito), Mellick scrive:

If there were a message to Crab Town it would be: debt is the scariest fucking thing in the world. Well, maybe it’s not scarier than say a tidal wave made of sharks and chainsaws heading toward your children, but it’s one of the most realistic things to fear because it’s the most likely thing that can, and will, fuck over your whole life.
Debt is the reason there aren’t too many full time writers or artists anymore. As a full time writer living my dream, I can have it all taken away from me at any moment. It’s happened to tons of writers that I’ve known. It’s called: not having health insurance. If you’re a full time writer you’re not getting health insurance. You’re lucky enough to be able to pay rent with the small amount of money you’re making. All it takes is to have a medical emergency, which is bound to happen someday, and without health insurance those hospital bills are going to hit you with debt so hard you’ll have to get two back-to- back day jobs in order to pay them off.
Fuck that shit!
Real life just isn’t set up for certain kinds of people, and artists/writers are one of them. Living your dream is worth the risk, sure, but you’ll often find yourself getting the shit end of the stick.

Grazie al cielo noi italiani non abbiamo un sistema sanitario fottuto come quello americano. Ma anche in Italia ci sono molti modi per finire indebitati.

Carlton Mellick III

Mellick dopo un anno che pubblica un libro ogni tre mesi. Vuoi finire anche tu così?

Il caso VanderMeer
Benché sia un autore che non mi dispiace, abbiamo incontrato solo una volta il “patrono” della corrente del New Weird, nel Consiglio dedicato a City of Saints and Madmen. In compenso, all’epoca in cui era attiva Gamberetta ne parlò in lungo e in largo, dedicando – tra le altre cose – un divertentissimo articolo al suo manuale di “sopravvivenza” come scrittore, Booklife. Come racconta Gamberetta:

Sopravvivenza nel vero senso del termine: come procurarsi da mangiare vendendo libri.
Il mestiere dello scrittore è affrontato dal punto di vista sociale/commerciale, partendo dal presupposto che già si abbiano pronti uno o più romanzi da far fruttare.

Con VanderMeer cominciamo veramente a scavare la fossa del “chi me lo fa fare”, dato che questo pover’uomo, per mantenersi come scrittore, ha davvero dovuto gettare alle ortiche la sua dignità. Dal mendicare blurb e pubblicizzazioni gratis a destra e a manca, al rivendere gli indirizzi e-mail dei propri fan alla casa editrice per spammarli di pubblicità, VanderMeer spiega tutto ciò che ha dovuto fare – e che qualunque scrittore professionista dovrebbe fare – per pubblicizzare la propria opera e riuscire così a mantenersi.

A fronte di ciò, si potrebbe ribattere, VanderMeer è riuscito a restare fedele alla propria vocazione, e a scrivere solo i libri che voleva scrivere. E in effetti, i suoi romanzi del ciclo di Ambergris sono tutto meno che mainstream. Nella sua vita ha dovuto scrivere un unico romanzo su commissione, Predator: South China Seas (OMG), e ha evitato la trappola dello “sforna un libro dopo l’altro stile catena di montaggio” alla Mellick, dato che in media pare pubblicare un romanzo ogni quattro anni.
Apparentemente. Perché se guardiamo alla sua bibliografia, notiamo che la sua carriera di scrittore è completamente eclissata da quella, parallela, di curatore di antologie. Steampunk, Steampunk Reloaded, New Weird, The Weird, Best American Fantasy: solo Wikipedia ne conta quindici. Si sarà divertito, per carità; ma con tutto il tempo che passa a curare cose non sue, e quello trascorso a fare il (triste) markettaro di sé stesso, viene da chiedersi quanto tempo gli rimanga da dedicare alla scrittura. Ah: ecco perché esce un romanzo ogni quattro anni! Pare che VanderMeer un tempo lavorasse come impiegato, ma che a un certo punto si sia licenziato per dedicare la sua vita alla scrittura. Sicuro sicuro sicuro che sia stata una buona scelta, Jeff?

Jeff VanderMeer

VanderMeer mentre scrocca a casa di un fan.

Il caso Jeter
E veniamo al fondo della mia fossa personale.
K.W. Jeter non è un cattivo scrittore. Anzi, quando si impegna è anche superiore alla media dei suoi colleghi, come spero di essere riuscito a dimostrare nel Consiglio dedicato al suo Farewell Horizontal. Ma a lui è andata a male. Non ha mai vinto un premio nel settore, nessuno dei suoi libri ha mai raggiunto una grande notorietà. A partire dai primi anni ’90, dopo quindici anni trascorsi nel settore, ha cominciato ad accettare di scrivere libri su commissione. Prima romanzi sull’universo di Star Trek, poi anche seguiti di Blade Runner – probabilmente sulla base del fatto che era stato un discepolo e amico personale di Dick – e romanzi su Star Wars. Da allora non ha più smesso. E con questi lavori deve aver finalmente cominciato a vedere soldi veri, perché gradualmente ha cessato di produrre opere originali, e ora non ne scrive quasi più.
Il nascente interesse per lo steampunk gli ha donato finalmente, negli ultimi anni, un po’ di popolarità. Angry Robot ha ripubblicato i suoi due romanzi proto-steampunk. Ma già si vede la piega che sta prendendo la cosa. L’ultimo romanzo di Jeter, pubblicato anch’esso da Angry Robot, si chiama Fiendish Schemes ed è un seguito diretto di Infernal Devices, la più bella delle sue opere steampunk. Scrivere il seguito di un romanzo scritto venticinque anni prima e che, di per sé, era pienamente concluso: questo è diventato Jeter dopo quarant’anni di carriera sfortunata. Lo stesso cinico, amareggiato Jeter che nel suo Noir sclerava completamente e si lanciava – attraverso i suoi personaggi – in una tirata contro i pirati e i violatori di copyright che gli portavano via i soldi.

Intermezzo
Abbiamo già visto in uno scorso articolo come funzioni per chi pubblica: un libro sarà acquistato da una singola persona una sola volta, quindi ha senso che sia curato solo fino al punto da essere comprato e da spingere l’acquirente a comprare quelli successivi. Il nostro sistema economico premia la quantità di opere sopra la qualità di ogni singola opera.
Questo vale anche dal lato di chi scrive. Posto che si raggiunga un livello minimo di qualità della scrittura – sotto il quale stai scrivendo Unika e allora non ti compra neanche tua madre – si guadagna di più scrivendo tanti romanzi non troppo curati che scrivendone pochi su cui si è lavorato di lima fino a sfiorare la perfezione. E non è una questione di avidità, poiché – come dice Mellick e come sembra confermare VanderMeer – a fare lo scrittore a tempo pieno si vive sempre o quasi sulla soglia della povertà (se non sotto, per tutti quelli che non hanno successo). Vengono premiate la serializzazione e le saghe – perché creano fanbase e richiedono un minore sforzo creativo, dato che ambientazione e personaggi non devono essere ripensati da zero ad ogni nuovo libro – i libri su commissione e il seguire le mode del momento, mentre è penalizzato il lavoro di documentazione, se si protrae troppo nel tempo (e non c’è peccato peggiore, per uno scrittore, che non rispettare la deadline).
Vivere del proprio sogno è teoricamente una figata, ma guardiamo in faccia la realtà: scrittura e soldi non sembrano andare molto d’accordo. E scrivere per soldi costringe a fare cose molto svilenti e che non avremmo mai desiderato fare quando abbiamo cominciato. Ma allora – cos’altro possiamo fare?

K.W. Jeter

Jeter: piratagli un libro e ti spaccherà la faccia.

Un caso italiano: Alessandro Girola
Girola, anche conosciuto con lo pseudonimo di McNab75, è uno scrittore autopubblicato di narrativa fantastica in attività da una decina d’anni. Nel corso degli anni, grazie ai suoi blog aggiornati quotidianamente, e al ritmo quasi mellickiano con cui sforna libri, ha creato attorno a sé una comunità di lettori fedeli e aspiranti scrittori.
Chi segue Tapirullanza da qualche anno conoscerà Girola, e saprà che non ho una buona opinione di lui. La sua prosa è paragonabile a quella della Troisi – il che significa che scrive meglio di tanta gente pubblicata su carta, ma che nondimeno scrive male e con pressappochismo – le sue storie e ambientazioni sono piuttosto banali, e tutto ciò che ho mai letto di suo sapeva di già visto. Nessuna delle opere di Girola che ho letto è al livello di uno dei miei Consigli del Lunedì. Soprattutto, Girola è uno che non vuole, e che pensa di non aver bisogno, di migliorare: crede che in narrativa non esistano regole oggettive, e che quindi non ci sia ‘meglio’ o ‘peggio’ ma solo ‘mi piace’ e ‘non mi piace’. E’ probabilmente uno dei migliori scrittori autopubblicati in Italia, ma questo anche perché la concorrenza è inesistente.

Però bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare.
Girola sta riuscendo – forse – a costruirsi una carriera da scrittore autopubblicato. In sette-otto anni di attività, ha pubblicato circa 45 libri tra romanzi, racconti e novellas. Certo, questo numero non deve trarre in inganno: molte pubblicazioni sono singoli racconti brevi, quindi il computo totale di parole è decisamente inferiore a quello di un Mellick. Facendo un calcolo approssimativo sulla base del numero di pagine da lui dichiarato per ciascun’opera, posso ipotizzare che abbia pubblicato circa 3500 pagine in formato A5 di narrativa. Che equivalgono – sempre spannometricamente – a 12 romanzi di medie dimensioni (cioè da 300 pagine l’uno).
Da un anno circa, inoltre, Girola ha cominciato a vendere alcuni dei suoi titoli sul Kindle Store di Amazon. I primi riscontri sembrano positivi. In un articolo di settembre 2013 scriveva così in proposito:

L’esperienza in realtà si sta rivelando più positiva del previsto. Non che le vendite siano milionarie, eh, ma, considerando tutti i titoli che ho in vendita (qui), ne piazzo 7-8 al giorno. Detta così sembrano pochi, ma considerate che in un anno posso arrivare, ipoteticamente parlando, a più di 2700 copie vendute. Probabilmente di più, considerando nei primi giorni di pubblicazione le cifre sono molto più alte.
Sicché posso azzardare questa teoria: con l’autopubblicazione di ebook sono potenzialmente in grado di vendere più di uno scrittore “medio” regolarmente pubblicato.

Alessandro Girola

Girola in una posa da intellettuale.

Due mesi dopo è tornato sull’argomento:

I miei bestseller sono senz’altro I Robot di La Marmora (di cui arriverà prestissimo il corposo seguito) e Specie Dominante. Entrambi gli ebook si attestano sulle circa 300 copie vendute (l’uno). La palma di ebook più rivalutato sul lungo periodo va ad Aquila di Sangue. Pubblicato sul Kindle Store a fine agosto, ha iniziato a vendere molto bene solo in ottobre, I motivi? La nuova copertina disegnata da Giordano Efrodini, un’azzeccata campagna pubblicitaria e l’aiuto di voi lettori, che mi avete aiutato nel passaparola.
Soddisfacenti anche le vendite di Milano Doppelganger, il mio racconto lungo venduto in agosto e pensato per la ricorrenza di Halloween.
[…] Gli altri miei titoli hanno venduto molto, molto, molto meno. Parlo di numeri compresi tra le 20 copie per il peggiore e le 70 per il migliore. C’è anche da dire che sono quelli che ho pubblicizzato meno, o addirittura seconde pubblicazioni rivedute e ampliate di ebook rilasciati anni fa, gratuitamente.

E’ possibile, insomma, che in un futuro non troppo lontano Girola, se continuerà a pubblicare con una certa regolarità e a promuoversi come fa attualmente, possa guadagnare dignitosamente dalla sua attività di scritture. E questo nonostante la sua politica suicida sui prezzi, decisamente troppo bassi: tutti i titoli pubblicati sul Kindle Store hanno un costo compreso fra 0,92 Euro (per i racconti lunghi e le novellas) e 1,99 Euro (per le opere più corpose).

Ciò su cui voglio soffermarmi oggi, tuttavia, non è tanto sull’entità dei suoi guadagni o sulle sue politiche di prezzo, quanto sul fatto che Girola riesca a fare tutto questo pur avendo un altro lavoro. Ora, ignoro che cosa faccia nella vita, se sia una professione che lo impegni tanto o poco, se possa scrivere anche da lavoro quando nessuno lo guarda o se debba ridursi alle tre del mattino ogni notte. Mi pare comunque di capire che si tratti di un lavoro full time, che lo mantiene – quindi farà almeno le canoniche 40 ore settimanali. Insomma, ha a disposizione una frazione del tempo di uno scrittore a tempo pieno. Questo non gli ha impedito di produrre in meno di dieci anni l’equivalente quantitativo di una dozzina di romanzi di medie dimensioni (certo: questo ritmo deve aver inciso sulla qualità media delle opere).
Inoltre, benché abbia meno tempo libero da dedicare alla scrittura a causa del suo lavoro principale, nella scrittura Girola gode di un grado di libertà superiore persino a quella di uno Swanwick. Può scrivere quello che vuole, coi ritmi che vuole, e pubblicarlo quando vuole (perché si fissa da solo le deadline); può parlare come vuole di qualsiasi editore, senza temere di segarsi le gambe; può dedicare tutto il tempo che serve al lavoro preparatorio di documentazione; può sperimentare tutti i metodi di pubblicazione che vuole, dall’autopubblicazione sul suo blog, ad Amazon, ad altre piattaforme; potrebbe, nel momento in cui si stufasse, smettere completamente di scrivere e darsi al bracconaggio (1).

Girola bracconaggio

Una possibile alternativa di vita.

Girola ha avuto il merito di trovare una nicchia di lettori insoddisfatti da ciò che il mercato italiano offriva. Gli appassionati di fanta-thriller in salsa Mistero, di mystery urbani, di ucronie gonzo-historical non hanno molti posti dove guardare in Italia, e Girola dà loro qualcosa che raggiunge la soglia della decenza.
Ma quella nicchia è lungi dall’essere satura, e non è nemmeno l’unica. Se c’è posto per la Bizarro Fiction in Italia – e c’è! Saremo, tipo, e voglio esagerare, addirittura in dieci a leggerla! – allora forse c’è posto per qualsiasi sfumatura del fantastico. E senza la pressione della bolletta della luce da pagare, potendo prendersi tutto il tempo per imparare a scrivere bene e per costruire in modo originale le proprie trame, allora si può offrire a questo pubblico qualcosa di veramente nuovo, e di bello.

Conclusione
Avete capito, insomma, dove voglio andare a parare. La mia conclusione potrà non piacere a molti, anche perché va in contrasto con ciò che dice la maggior parte dei manuali di narrativa e va contro le scelte di vita della maggior parte degli scrittori di narrativa (americani o inglesi). E’ anche una soluzione banale, e per nulla poetica.
Ma trovo che la strada migliore per coronare il sogno di diventare scrittori sia questa: trovare un lavoro che abbia il meno a che fare possibile con la scrittura. Questo lavoro rappresenterà la nostra base economica. Poi, nel tempo libero, scrivere – decidendo da sé cosa, come, quando, fissando da sé le deadline, concentrando tutte le proprie energie per rendere la propria prosa la migliore possibile e documentarsi con la massima cura possibile delle cose di cui si vuole scrivere.

You don't say

Abbiamo già visto quali vantaggi comporti essere liberi dai vincoli economici di chi scrive per vivere. Li riassumo brevemente:
– Poter scrivere di ciò che si vuole, anche se i propri fetish letterari sono una nicchia talmente piccola che non potrebbe mai sostentarci economicamente.
– Non essere costretti a scrivere ciò che non si vuole, o a partecipare a reading o altre convention o altri eventi promozionali a cui non si vuole andare.
– Poter dire ciò che si pensa di chiunque, senza essere costretti al silenzio, all’ipocrisia, alle mezze verità dalla rete di relazioni su cui si poggia il mondo dell’editoria.
– Dedicare tutto il tempo necessario a migliorare il proprio stile e al lavoro di documentazione, senza essere pressati da scadenze.
Non si stanno svendendo i propri ideali. Kafka, uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, scriveva di notte perché di giorno faceva l’impiegato.
Certo, questi privilegi non vengono senza svantaggi. Avremo meno energie e molto meno tempo a disposizione per coltivare la scrittura, dato che il grosso della nostra giornata sarà occupato dal lavoro principale. Ma nessuno ci obbliga a sfornare un romanzo all’anno, no? E trovo che sia meglio impiegare dieci anni per realizzare un unico libro, ma che ci soddisfi in tutti i suoi aspetti, piuttosto che dieci libri in dieci anni buttati di fretta solo perché “se non mantieni un ritmo elevato perdi visibilità e non ti seguono/comprano più”.

Un simile stile di vita richiede, se possibile, ancora più disciplina di chi scrive per vivere. Senza il pungolo dei contratti da rispettare o delle bollette da pagare, dobbiamo trovare nella nostra ambizione e nel puro piacere di scrivere la motivazione sufficiente a scrivere tutti i giorni. E’ facilissimo impigrirsi (io stesso ne sono un fulgido esempio! ^-^), soprattutto perché arriveremo davanti al PC alla fine della giornata e già stanchi.
Ma forse, se senza il morso della fame ci è così facile abbandonare la scrittura, forse dopotutto non eravamo così motivati. Forse per noi scrivere non è così importante. Forse troveremo le nostre soddisfazioni altrove e non scriveremo mai un rigo. Be’, non vedo il problema: il mondo non ha bisogno di un altro scrittore poco motivato, e nessuno rimpiangerà un romanzo che non è mai stato scritto. Se invece, nonostante siamo in una posizione economicamente decente, sentiamo ugualmente il bisogno di scrivere – allora vale la pena di aprire Word anche alle nove di sera e darsi da fare.

Franz Kafka

Kafka: una persona felice.

(1) Certo, la posizione di Girola comporta altre limitazioni. In quanto autopubblicato, dovrà dividere il proprio tempo libero tra la scrittura e l’autopromozione, la formattazione dei propri e-book, e tutte le altre funzioni che per uno scrittore pubblicato da una casa editrice seria, sarebbero in carico dell’editore. E magari proprio l’autopubblicazione mangerà via buona parte del tempo e delle energie della sua “seconda professione”.
Ma questo è un problema comune a tutti gli autopubblicati, che facciano lo scrittore di mestiere o nel tempo libero, e rientra nel problema più generale dell’editoria moderna che non fa quello che dovrebbe fare. Questo è il tipo di realtà che spero cambi con Vaporteppa, la collana del Duca. Ma ho già toccato l’argomento nell’articolo di due settimane fa, e non ci ritornerò.

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26 risposte a “La scrittura ai tempi del colera

  1. Imho la via per pubblicare in maniera costante ma salvaguardando la qualità è una sola: telefonare allo zio maresciallo e farsi raccomandare per un posto al comune di Melendugno, Casarano o Copertino (no Tapi, quello è cUpertino).
    Così da una parte avrai la sicurezza economica di un onesto stipendio di 1500-1700 euri più contributi, quattordicesima, quindicesima, ferie, malattia.
    Dall’altra avrai anche la certezza di non dover fare una BENEAMATA MINCHIA per tutte le tue oneste 7-8 ore di orario d’ufficio.
    Sicchè mentre i colleghi disquisiscono di calciomercato e Cannavaro, o se ne vanno al pizzicagnolo a fare la spesa, tu avrai tempo e modo di worldbuildare, scrivere, editare una o più opere immortali.
    Mettendo come dedica:

    “SIa lode alle Muse,
    che non più sul monte Elicona dimoran
    ma nel sottoscala del catasto di San Cataldo”

  2. Ho notato anche io che molti scrittori quando cominciano ad avere un po’ di successo editoriale devono stare attenti a come parlano dei colleghi amici o nemici, per esempio escono da Anobii. Peccato, mi piaceva studiarmi le loro librerie. A mia volta non dirò di chi si tratta, metti che un giorno o l’altro mi venga su anche a me un gran successo editoriale?

  3. Il mercato editoriale rientra in quei mercati teorizzati da Rosen e amyketti negli anni ’80 ossia i mercati TWTA meglio noti come “The winner take all”.
    In questo genere di economia valgono più che le leggi di mercato le leggi di potenza, ciò è legato al tipo di prodotto e al tipo di domanda: in un mercato letterario un solo libro può saturare la domanda a costo praticamente 0 se è percepito come buono.
    (Evito il pippone wottoso ma se vi interessa l’argomento ci avevo scritto un post).

    Di conseguenza, in queste situazioni, ci saranno pochissime persone che guadagnano tutto (tipo la Rowling) e moltissime persone che falliscono.

    La cosa divertente è che il successo è praticamente separato dall’abilità, non vi è un rapporto tra le due cose appena il livello di sfida sale.

    Quindi si, se uno vuole fare qualcosa che gli piace, sia esso scrivere, suonare, insegnare danza, progettare videogiochi o comunque fare una qualsiasi attività che ricade nel TWTA deve avere un piano B.
    Dopotutto nessuno scrive un libro perchè vuole diventare ricco no?

  4. @Dago:

    da una parte avrai la sicurezza economica di un onesto stipendio di 1500-1700 euri più contributi, quattordicesima, quindicesima, ferie, malattia.
    Dall’altra avrai anche la certezza di non dover fare una BENEAMATA MINCHIA per tutte le tue oneste 7-8 ore di orario d’ufficio.

    Quello di certo aiuta ^-^
    Ma se proprio non si ha lo zio maresciallo che ti procura il lavoro inutile, si può fare lo scrittore pure con un lavoro normalmente faticoso…

    @donna camel:

    Ho notato anche io che molti scrittori quando cominciano ad avere un po’ di successo editoriale devono stare attenti a come parlano dei colleghi amici o nemici, per esempio escono da Anobii.

    Esatto, la logica è proprio quella.
    Fai sempre tutti i nomi quando devi fare i complimenti (e fanne pure a chi non li ha meritati), taci quando devi dire qualcosa di poco carino.

    @Nicholas:

    Il mercato editoriale rientra in quei mercati teorizzati da Rosen e amyketti negli anni ’80 ossia i mercati TWTA meglio noti come “The winner takes all”.

    Adoro questi acronimi americani così spavaldi.
    Sono parzialmente d’accordo sul fatto che il successo sia slegato dall’abilità, ma questo è vero fino a un certo punto. Bisogna se non altro avere fiuto per cogliere qual’è la domanda del mercato in quel momento, o (in caso di colpo di fortuna) essere stati almeno abbastanza bravi da rispondere in modo adeguato a quella domanda.
    Il resto poi lo fanno il marketing e il passaparola (e i diritti per il film).

    • Il principio è il seguente (se divento inopportuno o OT fermatemi).
      I mercati TWTA sono quelli dove la domanda può essere soddisfatta in massima parte da pochi fornitori, prendiamo l’esempio dei libri, in media la gente legge 1 libro l’anno (sparo numeri a caso), quindi un solo libro potrebbe potenzialmente saturare tutta la domanda, è il classico esempio dei best seller alla Harry Potter o alla Twilight, una volta saturata questa domanda, tutti gli altri restano fuori, quindi come si decide chi sta dentro e chi sta fuori?

      Ovviamente in un primissimo momento conta l’abilità (banalmente devi saper scrivere) ma di li in poi ci sono infiniti scrittori che si battono tra di loro per scrivere il libro che saturerà la domanda, prendiamo la Rowling e Swanwick, wikipedia mi dice che la Rowling ha venduto 500 ml di copie, Swanwick non ne ho idea ma ipotizziamo che ne abbia vendute 1 mln, questo significa forse che la Rowling scrive 500 volte meglio di uno Swanwick?
      Of course not.
      Significa forse che è brava a capire il mercato 500 volte più di uno Swanwick?
      Decisamente no.
      Significa che ha avuto fortuna (nell’accezione Talebiana del termine)

      Il fatto è che quando tanti competono e uno solo satura la domanda allora basta essere solo un pelino più bravi del secondo per accaparrarsi tutto il mercato, insomma basta essere primi e prendi tutto, gli altri sono fuori o si spartiscono le briciole.

      Però, quando i numeri sono così alti l’abilità viene meno, ma conta la fortuna ossia tutta quella serie di contingenze che sono al di fuori del nostro controllo (la casa editrice che ci legge il libro, i fan che lo pubblicizzano, il fatto che tutti lo comprino al day one facendolo salire su Amazon, il fatto che qualcuno di importante lo trovi, lo legga e lo recensisca, che qualcuno ci scommetta per un film etc.) sono migliaia di fattori che non c’entrano con te e con quanto sei bravo e che quindi non puoi controllare — > fortuna.

      Banalmente se qualcuno mi chiedesse chi è lo scrittore che ha venduto di più nel mondo direi Rowling, se mi chiedesse il secondo? Bho?
      Così come non so chi sia il secondo pilota più bravo del mondo, il secondo calciatore, il secondo gruppo musicale, la seconda macchina sportiva, etc.
      Nessuno si ricorda dei secondi nei mercati TWTA 😦

      Quindi si, punta allo zio di Dago!

  5. Mi chiedo: secondo te questo stesso tipo di ragionamento vale anche per quegli scrittori che nello specifico si occupano di sceneggiatura (film e telefilm)?

  6. L’inciso che riporti di Swanwick mi sembra dire qualcosa di diverso dalla tua interpretazione, mi sembra più:
    ci sono due categorie di scrittori di merda: quelli che non hanno avuto successo, e per cui sono già stati giudicati a sufficienza dal pubblico, e quelli che han avuto successo, per cui chi sono io per giudicare quello che una grossa fetta del pubblico ha osannato.

    Più che non posso criticare l’editoria, perchè l’editoria mi dà da mangiare, mi sembra una posizione sull’insindacabilità del giudizio del pubblico.

    Che forse è pure peggio.

  7. @Giovanni:

    secondo te questo stesso tipo di ragionamento vale anche per quegli scrittori che nello specifico si occupano di sceneggiatura (film e telefilm)?

    Non conosco il mondo degli sceneggiatori, quindi non posso darti una risposta precisa.
    Tuttavia, in quel mondo si lavora ancora meno da soli di quanto non accada nell’editoria, il network è ancora più presente; e l’esperienza mi dice che più c’è network, più nella vita devi tenere la bocca chiusa e sorridere (in tutti gli ambienti di lavoro).

    @Federico:

    L’inciso che riporti di Swanwick mi sembra dire qualcosa di diverso dalla tua interpretazione

    Sì, ma ho imparato a leggere fra le righe.
    Potrei sbagliarmi, ma anni e anni di dichiarazioni simili sentite pronunciare da altri scrittori mi hanno convinto che: “chi sono io per giudicare quello che una grossa fetta del pubblico ha osannato” è un modo per dire: “preferisco non esprimermi su un argomento che mi si potrebbe ritorcere contro”.

    Poi, c’è chi crede veramente a quello che dice, chi si autoconvince per dare una patina di moralità e correttezza alle proprie azioni, e chi mente spudoratamente.
    Non ti so dire a che categoria Swanwick appartenga.
    Qualunque sia la verità, le costrizioni a cui è soggetto e che gli impedirebbero di esprimere un giudizio lapidario rimangono reali.

  8. Imho, Tapiro, nel tuo discorso scordi di considerare un fattore fondamentale: il perché una persona scriva.
    Se uno lo fa perché vuole, allora quella che hai proposto è indubbiamente la soluzione più sensata. Ci si può divertire seguendo i propri ritmi, e cercando di produrre il migliore dei lavori possibili.
    Poi ci sono le persone che devono scrivere. Non perché siano più bravi degli altri, bada: sono semplicemente così. C’è chi aspetta l’ispirazione prima di mettere le parole su carta, e chi “funziona” trovando ispirazione nell’atto stesso di scrivere.
    (Ci fu un bel litigone in merito a questa distinzione su tumblr, qualche mese fa. eccola qui)
    Questa seconda categoria di persone viene perpetuamente scoraggiata dal mondo, perché circondata dai pregiudizi. Da amici e parenti che dicono di prendersi una laurea e andare a fare l’ingegnere, invece di sognare, perché altrimenti non riuscirai mai a pagarti le bollette.

    L’importante, secondo me, è dimostrare a queste persone che si può vivere in maniera dignitosa di sola scrittura. Cosa che indirettamente hai fatto, in fondo: mi pare che tutti gli scrittori da te citati riescano ad arrivare a fine mese.
    Lavorando come schiavetti in una piantagione di cotone, ovvio, ma chi ha mai detto che la scrittura fosse un lavoro semplice? Non sempre si può pretendere di scrivere ciò che piace.
    Oh, e poi c’è anche il fatto che lavorando nell’editoria ci sono più possibilità che il tuo lavoro venga diffuso e letto in giro, cosa che non fa mai schifo. Se devo scrivere, è perché ritengo di aver qualcosa da dire agli altri.

    (Riguardo al discorso dello svendersi, non ci vedo nulla di male nello scrivere romanzi su commissione, basati su franchise già affermati.
    Lavorare avendo dei paletti può essere molto stimolante, e ti dà la bella sensazione di far parte di qualcosa di più grande.
    D’altra parte, io ha mentalità di chi scrive per il fumetto, un campo in cui scrivere su serie inventate da altri è normale e anzi consigliato. Entrare in una realtà editoriale già affernata, come la Bonelli o la Disney, è una bella sicurezza dal punto di vista economico.)

    questo stesso tipo di ragionamento vale anche per quegli scrittori che nello specifico si occupano di sceneggiatura (film e telefilm)?

    Il mondo degli sceneggiatori è ancora più piccino di quello degli scrittori. Questo porta a lati negativi (pettegolezzi, sfottò alle spalle, litigate ecc), ma ha anche un grande vantaggio: nel magico mondo dei freelance, avere contatti significa anche avere sempre qualcosa da fare. Magari non farai sempre quel che più ti piace fare nella vita, ma ti tieni impegnato
    Di sceneggiatori ne conosco tanti (più che di fumetti che di cinema, però), e quasi tutti oltre a scribacchiare si occupano di traduzioni, editing, storyboard, scrittura di battute per i comici, insegnamento, giornalismo, e ogni altra amenità che abbia vagamente a che fare con la scrittura. Sono in pochissimi a mantenersi sceneggiando e basta.
    Personalmente, un po’di varietà nel lavoro non mi dispiace affatto.

  9. braccia rubate all’agricoltura… 😛

  10. Che depressione. Dubito che ai fumettisti peraltro vada meglio.

  11. @Tales:

    Se uno lo fa perché vuole, allora quella che hai proposto è indubbiamente la soluzione più sensata. Ci si può divertire seguendo i propri ritmi, e cercando di produrre il migliore dei lavori possibili.
    Poi ci sono le persone che devono scrivere. Non perché siano più bravi degli altri, bada: sono semplicemente così.

    Non mi sono dimenticato delle persone che hanno un bisogno fisiologico di scrivere; anzi, ho dedicato a loro l’ultima parte del mio articolo.
    Kafka aveva un lavoro che gli dava da vivere dignitosamente, e aveva alle spalle una famiglia della media borghesia che lo avrebbe potuto aiutare in eventuali momenti di difficoltà. Non aveva bisogno di scrivere per vivere.
    Però scriveva lo stesso, di notte. E non parlo neanche di ‘scribacchiare’ una volta ogni tanto – scriveva compulsivamente. Sicuramente Kafka è una delle persone che devono scrivere di cui parli. E dimostra la mia tesi: se davvero per te scrivere è così importante, lo farai anche se hai un altro lavoro, lo farai anche se non sei costretto dalle bollette. Lo farai comunque – solo che avrai più libertà nel dare sfogo alle tue compulsioni.

    L’importante, secondo me, è dimostrare a queste persone che si può vivere in maniera dignitosa di sola scrittura.

    Dove si colloca la linea di ciò che è dignitoso e ciò che non lo è, ognuno lo decide da sé. Io, per esempio, troverei sgradevole essere costretto a fare lobby con gli altri scrittori e non poter dire quello che penso perché sennò mi taglio i fili del mio network.
    Il succo del mio discorso è che quasi inevitabilmente (e l’eccezione sono il King e la Rowling di turno), nel nostro mondo, a fare gli scrittori a tempo pieno si perdono – proprio relativamente alla scrittura – dei gradi di libertà. Ognuno poi decida da sé.

    Riguardo al discorso dello svendersi, non ci vedo nulla di male nello scrivere romanzi su commissione, basati su franchise già affermati.

    Non c’è nulla di male se è quello che desideravi di fare (e nel campo del fumetto, che segue logiche diverse, uno si aspetta esattamente di fare quello nella vita).
    C’è qualcosa di male se non lo volevi fare, ma le robe che volevi davvero scrivere non hanno avuto successo (Jeter), o se non ne hai nessuna voglia e ti tolgono tempo per scrivere le cose che ti piacciono (VanderMeer: racconta Gamberetta che si ridusse a scrivere il romanzo su Predator negli ultimi due mesi perché aveva zero voglia e quindi aveva continuato a temporeggiare).

    @Nicholas:

    Avevo già capito il discorso sui TWTA x°D
    Stavo semplicemente dicendo che la fortuna è importante, ma ci sono anche degli elementi oggettivi che determinano quali di questi libri spopoleranno (ad esempio saper, volontariamente o involontariamente, cogliere il trend di massa del momento. In termini economici: offrire proprio quel tipo di offerta di cui c’è domanda in quel momento).

  12. Glen Cook faceva l’operaio per la General Motors e scriveva. Quando andò in pensione, raccontò a StrangeHorizons di avere la sensazione di essere meno prolifico in scrittura rispetto a quando lavorava (http://www.strangehorizons.com/2005/20050117/cook-int-a.shtml).
    Lungi da me paragonare la scrittura di un libro allo studio universitario, ma i miei ritmi erano maggiori in ogni campo mentre studiavo e allo stesso tempo lavoravo. Ero una fucina, marciavo bene, non rispettavo le scadenze, ma mi piaceva. Soprattutto questo, mi piaceva scrivere e dedicarmi alla scrittura.
    Ora che sono in cerca di lavoro (perché spero di poter fare, in futuro, quando hai affermato in questo post), trovo che la “disoccupazione” porti ad essere troppo “apatico” sul campo artistico. Questo non toglie il fatto che a Gennaio io abbia scritto circa 80 pagine di un romanzo che, sebbene brutto e tutto da rivedere e da correggere e quello che vuoi, sia stato bello buttare su carta.
    Quindi concordo con te. Alla fine di tutto, credo sia solo questione di “ho voglia di scrivere” piuttosto che “devo scrivere perché…”.

    – S.G.

  13. Ci sono due principi della Social Cognition che potrebbero spiegare il fenomeno per cui se si è impegnati con lavoro e altra roba “obbligatoria”, si avrà più piacere e voglia di fare un’altra cosa (in questo caso, l’hobby della scrittura). E Tapi, so che a te queste cose intrigano molto quindi anche se a nessuno interesserà, il commento-papiro che seguirà è tutto per te ❤
    È poca roba in realtà: teoria della reattanza e principio di sovragiustificazione.
    Per la teoria della reattanza, essenzialmente l'individuo avverte disagio in conseguenza della percezione che la sua libertà è limitata, e vuole ristabilirla. La reattanza è connessa al piacere del proibito ("Non toccare i prodotti in esposizione" – "… POKE!"). Ne consegue che se uno ha mille cose da fare e poco tempo per scrivere, l'atto (e la fantasia) dello scrivere diventa molto attraente (e trovare il tempo di scrivere dopo una giornata di lavoro risulta gratificante).
    Per il principio di sovragiustificazione, invece, se fai una cosa per hobby, la fai con piacere, e ok. Nel momento in cui la motivazione a farla non è intrinseca, cioè tua, ma estrinseca, per esempio te lo impone qualcuno o ti pagano per farlo, allora è probabile che quella cosa non ti piacerà più come prima (già, anche se ti pagano).
    Non sto dicendo (o meglio, i ricercatori che hanno condotto ricerche che hanno portato a postulare questi fenomeni non dicono) che ciò succede sempre e comunque. Ma che gli esseri umani funzionano più o meno così.
    I fattori che intervengono a modulare questi costrutti sono ovviamente tantissimi.
    Su due piedi, chiunque penserebbe che se hai un lavoro, l’hobby della scrittura ti rilassa e lo stato di relax ti permette di scrivere meglio rispetto a situazioni stressanti.
    Analogamente, scrivere con delle scadenze, sapendo di dover fare affidamento sul proprio estro per poter campare, ti riempie di pressione, responsabilità, ansia, aspettative. È come dover fare pipì in pubblico perché ti scappa troppo, ma qualcuno si mette a guardarti e ti blocchi. Non è detto, c’è chi lo fa senza alcun problema, eppure in una percentuale significativa di casi succede.

    Ad ogni modo, (usciamo dalla scienza ed entriamo nel cafonissimo parere personale) non augurerei nemmeno al mio peggior nemico di dover campare con la scrittura. Quando in TV, per esempio in un documentario o in un tg, arriva il tizio di turno che dice la sua e in sovraimpressione esce il suo nome con accanto “Scrittore”, penso agli “opinionisti”. “Che si trovino un lavoro vero!”
    Imho non si può essere scrittori senza fare altro nella vita. Non si avrebbe di che scrivere, tanto per dirne una. Ma più che un’opinione, è solo la mia opinabilissima “visione” di come dovrebbe essere uno scrittore.

  14. Visto che a Tapiro piace e Taotor ha iniziato a calargli le mutande con il post sintetico, schiaffiamogli dentro questo articolo che parla della roba detta da Taotor e sentiamo se il kyaaaaaaa sarà acuto come in un anime.
    http://youarenotsosmart.com/2011/12/14/the-overjustification-effect/
    (ma non l’avevi già letto questo?)
    ^__^

  15. @Taotor:

    Ci sono due principi della Social Cognition che potrebbero spiegare il fenomeno per cui se si è impegnati con lavoro e altra roba “obbligatoria”, si avrà più piacere e voglia di fare un’altra cosa (in questo caso, l’hobby della scrittura). […] teoria della reattanza e principio di sovragiustificazione.

    Great!
    Fa sempre piacere quando c’è un po’ di backup scientifico dietro alle proprie affermazioni ^-^

    Quando in TV, per esempio in un documentario o in un tg, arriva il tizio di turno che dice la sua e in sovraimpressione esce il suo nome con accanto “Scrittore”, penso agli “opinionisti”. “Che si trovino un lavoro vero!”
    Imho non si può essere scrittori senza fare altro nella vita. Non si avrebbe di che scrivere, tanto per dirne una. Ma più che un’opinione, è solo la mia opinabilissima “visione” di come dovrebbe essere uno scrittore.

    Be’, qui usciamo un po’ dal seminato.
    Si può essere scrittori senza fare altro nella vita e scrivere comunque cose dignitosissime. L’importante è essere rigorosi e appassionati nel documentarsi (e possibilmente non essere economicamente alla canna del gas). Swanwick ne è un esempio: ha scritto racconti e romanzi di fantascienza che, per la loro epoca, erano perfettamente attendibili. E pieni di idee. In uno dei suoi ultimi post su Flogging Babel raccontava come, al momento della pubblicazione, il suo Bones of the Earth rappresentasse lo stato dell’arte della paleontologia.
    E lui fa lo scrittore a tempo pieno.
    La penserai così sugli scrittori perché ormai avvelenato dalla pletora di sedicenti scrittori italiani di mainstream che imperversano sui nostri programmi tv di ‘cultura’. Ma non dimenticare gli esempi contrari.

    @Duchino:

    (ma non l’avevi già letto questo?)

    Noes. Ho già un’infarinatura sull’argomento del rapporto tra creatività e ricompensa, e conoscevo alcuni degli studi contenuti nell’articolo (per esempio quello dei gruppi di bambini che dovevano disegnare), ma quell’articolo non l’avevo mai letto.
    Ergo kyaaa ^-^

  16. Ciao Tapiro! Perdona il commento di dimensioni bibliche, ma è un argomento che mi sta molto a cuore. Rispondo in parte anche a Giovanni.

    Sto cominciando a lavorare da sceneggiatore. L’ambiente è molto simile all’editoria tranne che per due punti: 1) c’è meno gente, 2) ci sono più soldi. Ergo, se la spunti ci campi meglio che in editoria, ma devi anche essere mooolto più paraculo.

    In TV poi, il coinvolgimento per quello che scrivi è minimo. Lo fai da mestierante, è un lavoro di gruppo come fare l’impiegato… però è pur sempre pratica. Charlie Kaufman ha lavorato anni e anni in TV (e TV brutta) prima di arrivare ai film, ma quello che ha imparato si sente: è talmente fluido nello scrivere dialoghi e nel cambiar tono da un momento all’altro, che fa dei lavori di intreccio e di storia pazzeschi.

    Per questo penso che scrivere di mestiere sia meglio: per me, quantità è qualità. Per quanto infimo o banale, ogni lavoro se preso con voglia di fare è un’occasione per impratichirsi. Le scadenze esterne spesso sono un incentivo, più che un limite alla creatività. Anche scazzando, si consegna sempre puntualmente.

    E lo stesso discorso vale per i lavori su commissione: quanti autori hanno cominciato con le fan fiction (o nell’Ottocento, con “rielaborazioni” dei classici greci e latini?). Non c’è niente di male nel rielaborare l’universo narrativo di qualcun altro.

    L’unico rischio, imho, è finire col conformare i propri gusti e lo stile al mercato. Ma credo sia anche un problema di personalità dell’autore: Benni ha cominciato coi raccontini umoristici di “Bar Sport” e le battute per Grillo, eppure ha uno stile vivissimo in tutti i suoi romanzi.

    Sul “marathon writing” di Mellick:
    http://deaditepress.yuku.com/topic/110/Marathon-Writing-Process

    Sembra bellissimo e prima o poi lo imiterò. Non fa così perché dev’essere più prolifico: produrrebbe di più scrivendo 10-15 cartelle al giorno tutti i giorni, invece che 30 un giorno ogni tanto. Fa così per essere più immerso nella storia, perché scrivere di getto aiuta a focalizzare. In questo modo, tra l’altro, dividi chiaramente la costruzione della storia (prima), la scrittura della prima stesura, e la riscrittura, invece di cambiare la storia in scrittura, o riscrivere mentre il romanzo è ancora a metà.

  17. Ciao Willie. Senza offesa, ma non posso fare a meno di pensare agli sceneggiatori di Boris xD

  18. Puntavo a fare quello nella vita, ma poi ho scoperto che non esistono 😀

    Il quadro tipico è questo. Ogni santo giorno:

  19. Non fidatevi di Willie Pete: si spaccia per fosforo bianco, ma in realta’ lo sappiamo tutti che quello dell’Operazione Genoa era Sarin!

  20. LOL. Sgamato in pieno.

    Ti prego non dirmi niente, di The Newsroom! Sono uno strafan di Sorkin e prima o poi la voglio vedere. È che prima vorrei farmi la maratona West Wing…

  21. @Willie Pete:

    Il lavoro di sceneggiatore è molto diverso rispetto a quello dello scrittore.
    Lo dici tu stesso in questo passaggio:

    n TV poi, il coinvolgimento per quello che scrivi è minimo. Lo fai da mestierante, è un lavoro di gruppo come fare l’impiegato… però è pur sempre pratica. Charlie Kaufman ha lavorato anni e anni in TV (e TV brutta) prima di arrivare ai film

    A differenza dello scrittore, lo sceneggiatore – soprattutto di serie TV – ha obiettivi molto più immediati e concreti da raggiungere, e strumenti più precisi per verificare la qualità del suo lavoro.
    Se sceneggio una serie TV, la qualità della mia scrittura emergerà dallo share della puntata. Se lo share è sotto le aspettative, ci possono essere diverse concause; ma una di queste, è che io e gli altri sceneggiatori non abbiamo lavorato bene.
    Inoltre, proprio perché girano più soldi, e più spettatori (è quindi c’è maggior interesse anche per aziende esterne: es. per gli spazi pubblicitari, per il product placement), c’è molta più attenzione a che il lavoro sia fatto bene.

    Ripeto, non frequento quel mondo, quindi potrei sbagliarmi. Ma la mia impressione è che a fare lo sceneggiatore (in primis di serie TV e film, ma anche di fumetti) si impari molto di più che a fare lo scrittore di racconti e romanzi – perlomeno per come è costruito oggi il mercato editoriale (non solo in Italia).
    Dici che in anni e anni da sceneggiatore di robaccia, Kaufman è diventato bravo. Dato che reputo capolavori diversi dei film che ha sceneggiato (Essere John Malkovich, Eternal Sunshine), sono d’accordo. Ora però guarda la Troisi. In anni e anni di scrittrice di robaccia – e robaccia che ha venduto – ha imparato… cosa? Se possibile, per rispettare i ‘tempi editoriali’ del fantasy (scrivi trilogie, non uscire mai dal canovaccio classico del viaggio dell’eroe, completa un libro all’anno), è diventata sempre peggiore, dai tempi di Nihal a quelli di Nashira.

  22. @WilliePete: ma come, ho beccato la citazione giusta, ma non hai visto la serie da cui proviene? o_o7

    @Tapiroulant: quindi se fare lo sceneggiatore e’ meglio che fare lo scrittore (perche’ si impara di piu’, e sapere e’ potere), ti vedremo sceneggiare?

    Comunque, Adaptation di Kaufman e’ er mejo, come si dice in America. Per me tutte le vaccate che ha fatto Nicolas Cage se le e’ perdonate con quel film li’.

  23. @Giovanni
    Lo “sgamato” era per il significato del nome. Questo nickname lo uso da sei anni, e nessuno era venuto a dirmi “ma vuol dire fosforo bianco!”. Complimenti, sei il primo!
    Ho googlato Operation Genoa e ho capito che c’entrava Newsroom, e da lì la richiesta no-spoiler 😀

    Adaptation spakka. Eternal sunshine di più. Synecdoche è troppo concettuale ma è comunque fighissimo.
    Kaufman sta lavorando a millemila cose, tra cui una serie TV (speriamo bene) e due film potenzialmente fighissimi:
    – un nuovo adattamento di Mattatoio n5 con Del Toro regista
    – un adattamento di Ubik con Gondry

    sperando che non gli si affossino tutti… promette bene 😀

    @tapiro:
    Concordo che lavorando da sceneggiatori si “impara” di più, ma non per le aspettative più alte su ogni prodotto: è che sei obbligato a lavorare in gruppo, a confrontarti di continuo.

    Molti scrittori non hanno beta readers, a parte il proprio editor o i parenti… ed è una cazzata, perché leggersi fra persone competenti aiuta un sacco.

    La Troisi, dal suo primo libro in poi, sapeva che il suo romanzo successivo sarebbe stato pubblicato (TWTA).
    Quindi non aveva bisogno di mollare il suo primo lavoro… né ha mai avuto la tensione al miglioramento dello scrittore che, nel suo piccolo, spera sempre che la prossima opera faccia il botto.

    Pensa a Dick: in un articolo parlavi di come cercava di fare l’autore letterario alla Philip Roth, e di come è approdato alla fantascienza per “ripiego”. Il professionismo non gli ha fatto così male. Lo stesso è successo a David Eddings.

    Secondo me il meglio è campare scrivendo, ma senza vendere troppo: un discorso che faceva spesso il Duca sulla “coda lunga” e sulle nicchie. Niente ti fa scrivere di più dell’ACEA da pagare: in compenso un autore che non è un nome troppo noto fra i lettori ha molta libertà, di stile e di genere.

    Più o meno è quello che fa Mellick, a parte che lui vende davvero pochissimo: ed è anche incastrato nel collettivo della Bizarro Fiction, che lo obbliga a idolatrarsi a vicenda con tutti quelli che pubblicano lì.

  24. @Giovanni:

    quindi se fare lo sceneggiatore e’ meglio che fare lo scrittore (perche’ si impara di piu’, e sapere e’ potere), ti vedremo sceneggiare?

    No.
    Non penso proprio XD

    Adaptation di Kaufman e’ er mejo, come si dice in America. Per me tutte le vaccate che ha fatto Nicolas Cage se le e’ perdonate con quel film li’.

    Non l’ho mai visto. Ma se mi dite che merita…

    @Willie:

    Kaufman sta lavorando a millemila cose, tra cui una serie TV (speriamo bene) e due film potenzialmente fighissimi:
    – un nuovo adattamento di Mattatoio n5 con Del Toro regista
    – un adattamento di Ubik con Gondry

    Entrambi i progetti meritano, sulla carta.
    Speriamo non finisca come i progetti di Vincenzo Natali di girare adattamenti di Neuromante e High Rise, di cui non ho sentito più niente da un pezzo.

    Pensa a Dick: in un articolo parlavi di come cercava di fare l’autore letterario alla Philip Roth, e di come è approdato alla fantascienza per “ripiego”

    Vero.
    Vero anche, però, che proprio la professione di scrittore di fantascienza pulp lo costringeva a ritmi insostenibili che, oltre a distruggergli il fisico (negli anni peggiori si imbottiva di psicofarmaci per andare più veloce), peggioravano anche la qualità dei suoi romanzi.
    Le sue opere migliori (The Man in The High Castle, Flow My Tears, A Scanner Darkly…) le ha scritte tutte in anni di relativa tranquillità, quando era poco pressato dalle scadenze o addirittura aveva raggiunto una stabilità economica. Negli anni in cui era stato costretto a sfornare quattro o cinque romanzi annui, quasi tutti facevano cagare o perlomeno erano strutturalmente deboli (proprio perché li scriveva di getto e aveva poco tempo per sistemarli).

    Magari Mellick riesce a tenere quei ritmi – e comunque scrive di meno di Dick ai bei tempi – ma Dick evidentemente no…^^’

    Secondo me il meglio è campare scrivendo, ma senza vendere troppo

    Vabbé… detta così, sembra un po’ la storia della volpe e l’uva ^-^’

  25. Più o meno a proposito:



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