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La scrittura ai tempi del colera

Macchina da scrivere Olivetti“Non c’è un’epoca migliore di questa per diventare scrittori”: così diceva James N. Frey all’inizio degli anni ’90, nel suo How to Write a Damn Good Novel II (seguito del suo primo, fortunato manuale). Frey si riferiva all’avvento dei word processor, che andando a sostituire le macchine da scrivere rendeva il lavoro dello scrittore infinitamente più facile, e alla globalizzazione, che stava ingigantendo i numeri del mercato editoriale. Oggi, visto dalla prospettiva del 2014 (e del mercato italiano del 2014, bisognerebbe aggiungere), fatico a condividere quell’ottimismo.
Mi sono sempre chiesto quale fosse la formula di vita che permettesse agli scrittori di vivere della loro arte. Più che la domanda “Come fai a scrivere?” (dove la risposta è sempre stessa: costanza, disciplina, orari rigidi), ciò che mi sono sempre chiesto è: come fai a guadagnare? Riesci sempre a scrivere quello che vuoi? Devi scendere a compromessi? Rinunci alla perfezione per rispettare la deadline? E ancora: Che tipo di vita vivi, in conseguenza della tua scelta di dedicarti alla scrittura? Ho guardato alle vite degli scrittori che mi piacevano, in cerca di ispirazione. Più spesso che no, purtroppo, ho visto cose che non mi sono piaciute.

Mi sono fatto un quadro di cosa significhi “vivere di scrittura”. Naturalmente non mi aspetto di dire nulla di nuovo. Ma trovo utile, a volte, fare il punto della situazione, e scrivere a chiare lettere pensieri che per la maggior parte del tempo volano in modo disordinato nella nostra testa. Non mi aspetto nemmeno di dire cose piacevoli. Gli ultimi anni non sono stati felici per la maggior parte degli italiani, e parlare di soldi, lavoro, e di mantenersi tocca note delicate. Per cui se siete di cattivo umore non continuate a leggere.
Ora, dato che un esempio vale più di mille parole, prenderò in considerazione una serie di casi. Partiremo da quattro autori americani di narrativa fantastica; tutti autori che abbiamo incontrato a più riprese su Tapirullanza e che quindi conosco abbastanza bene. Vedremo dove li hanno portati le loro scelte, e quali gradi di libertà – economica, artistica, di opinione – mi sembra che godano all’interno della loro professione.

Colera

Il vibrione del colera. In caso aveste bisogno di riconoscerlo.

Il caso Swanwick
Partiamo dalla cima. Tra gli autori attualmente viventi che mi è capitato di leggere negli ultimi anni, Swanwick è di certo uno di quelli che se la passa meglio. Si mantiene con la scrittura da trent’anni, e ha sempre potuto scrivere quello che gli piaceva senza scendere a compromessi, senza mai “tradire” la propria poetica. Non ha mai pubblicato niente di cui non fosse soddisfatto, e ha dichiarato in più occasioni che una sua storia può rimanere nel cassetto anche per diversi anni, in attesa di trovarle una conclusione degna. In tre decadi di carriera ha all’attivo meno di dieci romanzi, eppure non sta morendo di fame. In una parola: scrive e fa pubblicare quello che vuole, seguendo i propri ritmi. Insomma, la vita che ogni scrittore vorrebbe avere, no?
Eppure anche Swanwick deve stare attento a quello che fa e dice. Se il romanzo di un suo collega fa schifo, non può dirlo. La questione è emersa chiaramente in un suo post su Flogging Babel dello scorso agosto:

Recently, on Facebook, I grumbled about the limitations of a book I’d quit reading. Immediately, people wanted to know the name of the author.
But I won’t do that.
I understand why people wanted to know. There are many, many bad writers whose works are risibly (this may well be the first time in this century that word has appeared outside of a crossword puzzle) awful. I read their books and I gnash my teeth. So why won’t I mock them out and publicly humiliate them?
Because they fall into two camps.
The first consists of those who hopefully put their work before the public eye and got no or little response. If they have done anything wrong (and I am unconvinced they did), they have been punished well beyond their desert. Some of them deserve far better.
The second consists of those who published and profited richly. (You know — or think you do — who I’m talking about.). But what is their crime? They wrote novels that tens of thousands of people loved so much that they were willing to spend their hard earned money on them.
There are people within one block of me who have done worse.
[…] These people are my kin — my brothers and sisters. We understand each other.
So, no, I won’t name names.

Ricordo una vecchissima diatriba tra Gamberetta e lo scrittore Adriano Barone, perché quest’ultimo non voleva fare i nomi dei moltissimi autori incapaci che affliggevano la narrativa fantastica italiana. Qui Swanwick si sta macchiando della stessa colpa: dare la precedenza alla lealtà tra colleghi scrittori rispetto a quella verso i lettori. Neanche lui, uno dei riconosciuti Grandi della narrativa fantastica statunitense, può permettersi una simile libertà rispetto al network di gente che gli dà da mangiare. Evidentemente neanche il mondo della narrativa fantastica americana, pur mangiandosi a colazione quello italiano, è poi così grande.
Pur con la sua libertà artistica, Swanwick partecipa a tutte le convention che può, si fa vedere, scrive prefazioni o articoli saggistici quando gli vengono commissionati, e così via. Una serie di obblighi di mestiere lo legano a doppio filo con i personaggi del mondo dell’editoria. Per alcuni questo non sarà un problema o addirittura sarà un piacere, ma molti sembrano coltivare il sogno di una vita da artista eremitico, autonomo e privo di ipocrisie. Be’, la realtà è che neanche un uomo del calibro di Swanwick può permettersi un simile privilegio. Proprio perché i suoi introiti derivano interamente dal mondo dell’editoria, dipende da esso e non potrà mai permettersi di pestare i piedi a qualcuno.

Michael Swanwick

Swanwick is not amused.

Il caso Mellick
Anche Carlton Mellick è riuscito a coronare il suo sogno e a mantenersi scrivendo ciò che vuole. A differenza di Swanwick, però, Mellick è uno scrittore giovane e meno affermato, che si è trovato una piccola nicchia al di fuori dei circuiti dei premi e delle convention tradizionali del fantastico (i vari Hugo, Nebula, Locus e compagnia cantante, la Worldcon…). Per lui è già più dura. E difatti, per garantirsi un afflusso più o meno costante di denaro scrive come un dannato.
Da gennaio dell’anno scorso, ha dichiarato il suo intento di pubblicare un libro ogni trimestre – vale a dire quattro pubblicazioni all’anno! E se alcune sono novelle di un centinaio di pagine o poco più, quasi ogni anno gli scappa il romanzo da due o trecento pagine. Insomma, un output terrificante, che non soltanto lo costringe ad ammazzarsi di scrittura tutto l’anno – e anche a lanciarsi in maratone di scrittura da sedici ore al giorno per una o più settimane – ma ovviamente lo porta a curare di meno ogni singola opera. Benché il livello stilistico di Mellick sia tra i più alti che potrete trovare nella narrativa fantastica (è davvero bravo!), la qualità della sua prosa non è la stessa in tutti i suoi lavori, si vede che a volte scrive un po’ di fretta, e anche molte situazioni o espedienti tendono a ripetersi da un romanzo all’altro. Verrebbe da dire: “scrivi un po’ meno e cura di più ognuna delle tue opere”, ma è facile per noi che stiamo dall’altra parte; per lui, magari, scrivere di meno significa saltare un mese di affitto.

Non solo. Pur con il catalogo senza fine di Mellick – nel 2013 festeggiava, con Village of the Mermaids, la sua quarantesima pubblicazione! – la vita dello scrittore è una vita sull’orlo dell’abisso. Nella prefazione a Crab Town (un libro molto triste e purtroppo non particolarmente ben riuscito), Mellick scrive:

If there were a message to Crab Town it would be: debt is the scariest fucking thing in the world. Well, maybe it’s not scarier than say a tidal wave made of sharks and chainsaws heading toward your children, but it’s one of the most realistic things to fear because it’s the most likely thing that can, and will, fuck over your whole life.
Debt is the reason there aren’t too many full time writers or artists anymore. As a full time writer living my dream, I can have it all taken away from me at any moment. It’s happened to tons of writers that I’ve known. It’s called: not having health insurance. If you’re a full time writer you’re not getting health insurance. You’re lucky enough to be able to pay rent with the small amount of money you’re making. All it takes is to have a medical emergency, which is bound to happen someday, and without health insurance those hospital bills are going to hit you with debt so hard you’ll have to get two back-to- back day jobs in order to pay them off.
Fuck that shit!
Real life just isn’t set up for certain kinds of people, and artists/writers are one of them. Living your dream is worth the risk, sure, but you’ll often find yourself getting the shit end of the stick.

Grazie al cielo noi italiani non abbiamo un sistema sanitario fottuto come quello americano. Ma anche in Italia ci sono molti modi per finire indebitati.

Carlton Mellick III

Mellick dopo un anno che pubblica un libro ogni tre mesi. Vuoi finire anche tu così?

Il caso VanderMeer
Benché sia un autore che non mi dispiace, abbiamo incontrato solo una volta il “patrono” della corrente del New Weird, nel Consiglio dedicato a City of Saints and Madmen. In compenso, all’epoca in cui era attiva Gamberetta ne parlò in lungo e in largo, dedicando – tra le altre cose – un divertentissimo articolo al suo manuale di “sopravvivenza” come scrittore, Booklife. Come racconta Gamberetta:

Sopravvivenza nel vero senso del termine: come procurarsi da mangiare vendendo libri.
Il mestiere dello scrittore è affrontato dal punto di vista sociale/commerciale, partendo dal presupposto che già si abbiano pronti uno o più romanzi da far fruttare.

Con VanderMeer cominciamo veramente a scavare la fossa del “chi me lo fa fare”, dato che questo pover’uomo, per mantenersi come scrittore, ha davvero dovuto gettare alle ortiche la sua dignità. Dal mendicare blurb e pubblicizzazioni gratis a destra e a manca, al rivendere gli indirizzi e-mail dei propri fan alla casa editrice per spammarli di pubblicità, VanderMeer spiega tutto ciò che ha dovuto fare – e che qualunque scrittore professionista dovrebbe fare – per pubblicizzare la propria opera e riuscire così a mantenersi.

A fronte di ciò, si potrebbe ribattere, VanderMeer è riuscito a restare fedele alla propria vocazione, e a scrivere solo i libri che voleva scrivere. E in effetti, i suoi romanzi del ciclo di Ambergris sono tutto meno che mainstream. Nella sua vita ha dovuto scrivere un unico romanzo su commissione, Predator: South China Seas (OMG), e ha evitato la trappola dello “sforna un libro dopo l’altro stile catena di montaggio” alla Mellick, dato che in media pare pubblicare un romanzo ogni quattro anni.
Apparentemente. Perché se guardiamo alla sua bibliografia, notiamo che la sua carriera di scrittore è completamente eclissata da quella, parallela, di curatore di antologie. Steampunk, Steampunk Reloaded, New Weird, The Weird, Best American Fantasy: solo Wikipedia ne conta quindici. Si sarà divertito, per carità; ma con tutto il tempo che passa a curare cose non sue, e quello trascorso a fare il (triste) markettaro di sé stesso, viene da chiedersi quanto tempo gli rimanga da dedicare alla scrittura. Ah: ecco perché esce un romanzo ogni quattro anni! Pare che VanderMeer un tempo lavorasse come impiegato, ma che a un certo punto si sia licenziato per dedicare la sua vita alla scrittura. Sicuro sicuro sicuro che sia stata una buona scelta, Jeff?

Jeff VanderMeer

VanderMeer mentre scrocca a casa di un fan.

Il caso Jeter
E veniamo al fondo della mia fossa personale.
K.W. Jeter non è un cattivo scrittore. Anzi, quando si impegna è anche superiore alla media dei suoi colleghi, come spero di essere riuscito a dimostrare nel Consiglio dedicato al suo Farewell Horizontal. Ma a lui è andata a male. Non ha mai vinto un premio nel settore, nessuno dei suoi libri ha mai raggiunto una grande notorietà. A partire dai primi anni ’90, dopo quindici anni trascorsi nel settore, ha cominciato ad accettare di scrivere libri su commissione. Prima romanzi sull’universo di Star Trek, poi anche seguiti di Blade Runner – probabilmente sulla base del fatto che era stato un discepolo e amico personale di Dick – e romanzi su Star Wars. Da allora non ha più smesso. E con questi lavori deve aver finalmente cominciato a vedere soldi veri, perché gradualmente ha cessato di produrre opere originali, e ora non ne scrive quasi più.
Il nascente interesse per lo steampunk gli ha donato finalmente, negli ultimi anni, un po’ di popolarità. Angry Robot ha ripubblicato i suoi due romanzi proto-steampunk. Ma già si vede la piega che sta prendendo la cosa. L’ultimo romanzo di Jeter, pubblicato anch’esso da Angry Robot, si chiama Fiendish Schemes ed è un seguito diretto di Infernal Devices, la più bella delle sue opere steampunk. Scrivere il seguito di un romanzo scritto venticinque anni prima e che, di per sé, era pienamente concluso: questo è diventato Jeter dopo quarant’anni di carriera sfortunata. Lo stesso cinico, amareggiato Jeter che nel suo Noir sclerava completamente e si lanciava – attraverso i suoi personaggi – in una tirata contro i pirati e i violatori di copyright che gli portavano via i soldi.

Intermezzo
Abbiamo già visto in uno scorso articolo come funzioni per chi pubblica: un libro sarà acquistato da una singola persona una sola volta, quindi ha senso che sia curato solo fino al punto da essere comprato e da spingere l’acquirente a comprare quelli successivi. Il nostro sistema economico premia la quantità di opere sopra la qualità di ogni singola opera.
Questo vale anche dal lato di chi scrive. Posto che si raggiunga un livello minimo di qualità della scrittura – sotto il quale stai scrivendo Unika e allora non ti compra neanche tua madre – si guadagna di più scrivendo tanti romanzi non troppo curati che scrivendone pochi su cui si è lavorato di lima fino a sfiorare la perfezione. E non è una questione di avidità, poiché – come dice Mellick e come sembra confermare VanderMeer – a fare lo scrittore a tempo pieno si vive sempre o quasi sulla soglia della povertà (se non sotto, per tutti quelli che non hanno successo). Vengono premiate la serializzazione e le saghe – perché creano fanbase e richiedono un minore sforzo creativo, dato che ambientazione e personaggi non devono essere ripensati da zero ad ogni nuovo libro – i libri su commissione e il seguire le mode del momento, mentre è penalizzato il lavoro di documentazione, se si protrae troppo nel tempo (e non c’è peccato peggiore, per uno scrittore, che non rispettare la deadline).
Vivere del proprio sogno è teoricamente una figata, ma guardiamo in faccia la realtà: scrittura e soldi non sembrano andare molto d’accordo. E scrivere per soldi costringe a fare cose molto svilenti e che non avremmo mai desiderato fare quando abbiamo cominciato. Ma allora – cos’altro possiamo fare?

K.W. Jeter

Jeter: piratagli un libro e ti spaccherà la faccia.

Un caso italiano: Alessandro Girola
Girola, anche conosciuto con lo pseudonimo di McNab75, è uno scrittore autopubblicato di narrativa fantastica in attività da una decina d’anni. Nel corso degli anni, grazie ai suoi blog aggiornati quotidianamente, e al ritmo quasi mellickiano con cui sforna libri, ha creato attorno a sé una comunità di lettori fedeli e aspiranti scrittori.
Chi segue Tapirullanza da qualche anno conoscerà Girola, e saprà che non ho una buona opinione di lui. La sua prosa è paragonabile a quella della Troisi – il che significa che scrive meglio di tanta gente pubblicata su carta, ma che nondimeno scrive male e con pressappochismo – le sue storie e ambientazioni sono piuttosto banali, e tutto ciò che ho mai letto di suo sapeva di già visto. Nessuna delle opere di Girola che ho letto è al livello di uno dei miei Consigli del Lunedì. Soprattutto, Girola è uno che non vuole, e che pensa di non aver bisogno, di migliorare: crede che in narrativa non esistano regole oggettive, e che quindi non ci sia ‘meglio’ o ‘peggio’ ma solo ‘mi piace’ e ‘non mi piace’. E’ probabilmente uno dei migliori scrittori autopubblicati in Italia, ma questo anche perché la concorrenza è inesistente.

Però bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare.
Girola sta riuscendo – forse – a costruirsi una carriera da scrittore autopubblicato. In sette-otto anni di attività, ha pubblicato circa 45 libri tra romanzi, racconti e novellas. Certo, questo numero non deve trarre in inganno: molte pubblicazioni sono singoli racconti brevi, quindi il computo totale di parole è decisamente inferiore a quello di un Mellick. Facendo un calcolo approssimativo sulla base del numero di pagine da lui dichiarato per ciascun’opera, posso ipotizzare che abbia pubblicato circa 3500 pagine in formato A5 di narrativa. Che equivalgono – sempre spannometricamente – a 12 romanzi di medie dimensioni (cioè da 300 pagine l’uno).
Da un anno circa, inoltre, Girola ha cominciato a vendere alcuni dei suoi titoli sul Kindle Store di Amazon. I primi riscontri sembrano positivi. In un articolo di settembre 2013 scriveva così in proposito:

L’esperienza in realtà si sta rivelando più positiva del previsto. Non che le vendite siano milionarie, eh, ma, considerando tutti i titoli che ho in vendita (qui), ne piazzo 7-8 al giorno. Detta così sembrano pochi, ma considerate che in un anno posso arrivare, ipoteticamente parlando, a più di 2700 copie vendute. Probabilmente di più, considerando nei primi giorni di pubblicazione le cifre sono molto più alte.
Sicché posso azzardare questa teoria: con l’autopubblicazione di ebook sono potenzialmente in grado di vendere più di uno scrittore “medio” regolarmente pubblicato.

Alessandro Girola

Girola in una posa da intellettuale.

Due mesi dopo è tornato sull’argomento:

I miei bestseller sono senz’altro I Robot di La Marmora (di cui arriverà prestissimo il corposo seguito) e Specie Dominante. Entrambi gli ebook si attestano sulle circa 300 copie vendute (l’uno). La palma di ebook più rivalutato sul lungo periodo va ad Aquila di Sangue. Pubblicato sul Kindle Store a fine agosto, ha iniziato a vendere molto bene solo in ottobre, I motivi? La nuova copertina disegnata da Giordano Efrodini, un’azzeccata campagna pubblicitaria e l’aiuto di voi lettori, che mi avete aiutato nel passaparola.
Soddisfacenti anche le vendite di Milano Doppelganger, il mio racconto lungo venduto in agosto e pensato per la ricorrenza di Halloween.
[…] Gli altri miei titoli hanno venduto molto, molto, molto meno. Parlo di numeri compresi tra le 20 copie per il peggiore e le 70 per il migliore. C’è anche da dire che sono quelli che ho pubblicizzato meno, o addirittura seconde pubblicazioni rivedute e ampliate di ebook rilasciati anni fa, gratuitamente.

E’ possibile, insomma, che in un futuro non troppo lontano Girola, se continuerà a pubblicare con una certa regolarità e a promuoversi come fa attualmente, possa guadagnare dignitosamente dalla sua attività di scritture. E questo nonostante la sua politica suicida sui prezzi, decisamente troppo bassi: tutti i titoli pubblicati sul Kindle Store hanno un costo compreso fra 0,92 Euro (per i racconti lunghi e le novellas) e 1,99 Euro (per le opere più corpose).

Ciò su cui voglio soffermarmi oggi, tuttavia, non è tanto sull’entità dei suoi guadagni o sulle sue politiche di prezzo, quanto sul fatto che Girola riesca a fare tutto questo pur avendo un altro lavoro. Ora, ignoro che cosa faccia nella vita, se sia una professione che lo impegni tanto o poco, se possa scrivere anche da lavoro quando nessuno lo guarda o se debba ridursi alle tre del mattino ogni notte. Mi pare comunque di capire che si tratti di un lavoro full time, che lo mantiene – quindi farà almeno le canoniche 40 ore settimanali. Insomma, ha a disposizione una frazione del tempo di uno scrittore a tempo pieno. Questo non gli ha impedito di produrre in meno di dieci anni l’equivalente quantitativo di una dozzina di romanzi di medie dimensioni (certo: questo ritmo deve aver inciso sulla qualità media delle opere).
Inoltre, benché abbia meno tempo libero da dedicare alla scrittura a causa del suo lavoro principale, nella scrittura Girola gode di un grado di libertà superiore persino a quella di uno Swanwick. Può scrivere quello che vuole, coi ritmi che vuole, e pubblicarlo quando vuole (perché si fissa da solo le deadline); può parlare come vuole di qualsiasi editore, senza temere di segarsi le gambe; può dedicare tutto il tempo che serve al lavoro preparatorio di documentazione; può sperimentare tutti i metodi di pubblicazione che vuole, dall’autopubblicazione sul suo blog, ad Amazon, ad altre piattaforme; potrebbe, nel momento in cui si stufasse, smettere completamente di scrivere e darsi al bracconaggio (1).

Girola bracconaggio

Una possibile alternativa di vita.

Girola ha avuto il merito di trovare una nicchia di lettori insoddisfatti da ciò che il mercato italiano offriva. Gli appassionati di fanta-thriller in salsa Mistero, di mystery urbani, di ucronie gonzo-historical non hanno molti posti dove guardare in Italia, e Girola dà loro qualcosa che raggiunge la soglia della decenza.
Ma quella nicchia è lungi dall’essere satura, e non è nemmeno l’unica. Se c’è posto per la Bizarro Fiction in Italia – e c’è! Saremo, tipo, e voglio esagerare, addirittura in dieci a leggerla! – allora forse c’è posto per qualsiasi sfumatura del fantastico. E senza la pressione della bolletta della luce da pagare, potendo prendersi tutto il tempo per imparare a scrivere bene e per costruire in modo originale le proprie trame, allora si può offrire a questo pubblico qualcosa di veramente nuovo, e di bello.

Conclusione
Avete capito, insomma, dove voglio andare a parare. La mia conclusione potrà non piacere a molti, anche perché va in contrasto con ciò che dice la maggior parte dei manuali di narrativa e va contro le scelte di vita della maggior parte degli scrittori di narrativa (americani o inglesi). E’ anche una soluzione banale, e per nulla poetica.
Ma trovo che la strada migliore per coronare il sogno di diventare scrittori sia questa: trovare un lavoro che abbia il meno a che fare possibile con la scrittura. Questo lavoro rappresenterà la nostra base economica. Poi, nel tempo libero, scrivere – decidendo da sé cosa, come, quando, fissando da sé le deadline, concentrando tutte le proprie energie per rendere la propria prosa la migliore possibile e documentarsi con la massima cura possibile delle cose di cui si vuole scrivere.

You don't say

Abbiamo già visto quali vantaggi comporti essere liberi dai vincoli economici di chi scrive per vivere. Li riassumo brevemente:
– Poter scrivere di ciò che si vuole, anche se i propri fetish letterari sono una nicchia talmente piccola che non potrebbe mai sostentarci economicamente.
– Non essere costretti a scrivere ciò che non si vuole, o a partecipare a reading o altre convention o altri eventi promozionali a cui non si vuole andare.
– Poter dire ciò che si pensa di chiunque, senza essere costretti al silenzio, all’ipocrisia, alle mezze verità dalla rete di relazioni su cui si poggia il mondo dell’editoria.
– Dedicare tutto il tempo necessario a migliorare il proprio stile e al lavoro di documentazione, senza essere pressati da scadenze.
Non si stanno svendendo i propri ideali. Kafka, uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, scriveva di notte perché di giorno faceva l’impiegato.
Certo, questi privilegi non vengono senza svantaggi. Avremo meno energie e molto meno tempo a disposizione per coltivare la scrittura, dato che il grosso della nostra giornata sarà occupato dal lavoro principale. Ma nessuno ci obbliga a sfornare un romanzo all’anno, no? E trovo che sia meglio impiegare dieci anni per realizzare un unico libro, ma che ci soddisfi in tutti i suoi aspetti, piuttosto che dieci libri in dieci anni buttati di fretta solo perché “se non mantieni un ritmo elevato perdi visibilità e non ti seguono/comprano più”.

Un simile stile di vita richiede, se possibile, ancora più disciplina di chi scrive per vivere. Senza il pungolo dei contratti da rispettare o delle bollette da pagare, dobbiamo trovare nella nostra ambizione e nel puro piacere di scrivere la motivazione sufficiente a scrivere tutti i giorni. E’ facilissimo impigrirsi (io stesso ne sono un fulgido esempio! ^-^), soprattutto perché arriveremo davanti al PC alla fine della giornata e già stanchi.
Ma forse, se senza il morso della fame ci è così facile abbandonare la scrittura, forse dopotutto non eravamo così motivati. Forse per noi scrivere non è così importante. Forse troveremo le nostre soddisfazioni altrove e non scriveremo mai un rigo. Be’, non vedo il problema: il mondo non ha bisogno di un altro scrittore poco motivato, e nessuno rimpiangerà un romanzo che non è mai stato scritto. Se invece, nonostante siamo in una posizione economicamente decente, sentiamo ugualmente il bisogno di scrivere – allora vale la pena di aprire Word anche alle nove di sera e darsi da fare.

Franz Kafka

Kafka: una persona felice.

(1) Certo, la posizione di Girola comporta altre limitazioni. In quanto autopubblicato, dovrà dividere il proprio tempo libero tra la scrittura e l’autopromozione, la formattazione dei propri e-book, e tutte le altre funzioni che per uno scrittore pubblicato da una casa editrice seria, sarebbero in carico dell’editore. E magari proprio l’autopubblicazione mangerà via buona parte del tempo e delle energie della sua “seconda professione”.
Ma questo è un problema comune a tutti gli autopubblicati, che facciano lo scrittore di mestiere o nel tempo libero, e rientra nel problema più generale dell’editoria moderna che non fa quello che dovrebbe fare. Questo è il tipo di realtà che spero cambi con Vaporteppa, la collana del Duca. Ma ho già toccato l’argomento nell’articolo di due settimane fa, e non ci ritornerò.

I Consigli del Lunedì #20: City of Saints and Madmen

City of Saints and MadmenAutore: Jeff VanderMeer
Titolo italiano: –
Genere: Fantasy / Horror / New Weird / Urban Fantasy / Pseudo-trattato / Literary Fiction
Tipo: Raccolta di racconti, novellas e pseudo-saggi intrecciati

Anno: 2001 / 2004
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 400 ca.
Difficoltà in inglese: ***

Ambergris è una città strana e violenta. Una città priva di governo, in condizione di anarchia controllata, ma segretamente amministrata da una potente casata mercantile. Una città i cui abitanti sono capaci di ammazzarsi nel nome di un compositore operistico appena morto. Una città che una notte all’anno, durante il Festival of the Freshwater Squid, si abbandona a un’orgia di torture e omicidi. E poi ci sono i grey caps, orribili uomini fungo che vivono nei cunicoli sotto la città ed escono solo di notte, per ripulire le strade di Ambergris da qualsiasi cosa trovino; creature più antiche della città, che non comunicano con gli esseri umani, ma di cui gli abitanti sembrano terrorizzati. E che dire dei funghi dalle forme più diverse che infestano gli anfratti delle case e i vicoli più appartati, e che ritornano e ritornano nonostante ogni tentativo di estirparli?
Per le strade di questa metropoli si muovono i protagonisti di City of Saints and Madmen. Un prete missionario e squattrinato che perde la testa per una donna irraggiungibile; un artista senza talento a cui viene offerto l’invito a partecipare a una decapitazione; uno scrittore pazzo convinto di aver creato Ambergris; un antiquario desideroso di scoprire la verità sugli uomini fungo e su ciò che hanno fatto ai suoi antenati; un calamarologo intenzionato a ridare dignità alla professione dei calamarologi. E molti altri.

City of Saints and Madmen è uno scatolone pieno di giocattoli. Più o meno belli, di forma e dimensione sempre diversa.
La prima metà del volume contiene quattro novellasDradin In Love, The Hoegbottom’s Guide to the Early History of Ambergris, The Trasformation of Martin Lake e The Strange Case of X – tutte scritte in stili diversi. Mentre la prima edizione del libro si ferma qui, l’edizione del 2003 vi aggiunge una corposa Appendice (ulteriormente ampliata nella terza e ultima edizione del 2004) densa di racconti, novellas, pseudo-trattati, esperimenti e giochi letterari. Tutti insieme, questi pezzi costituiscono nelle intenzioni dell’autore un grande romanzo sulla città di Ambergris.
Jeff VanderMeer è il campione del genere del New Weird, e in effetti le sue storie sono piene di stramberie, di creature e di trovate bizzarre. Ma se dovessi definire le storie di City of Saints and Madmen, direi che si trovano all’incrocio tra l’urban fantasy, l’horror alla Lovecraft e una certa vena mainstream. Le storie della raccolta, infatti, pur svolgendosi su uno sfondo di stranezza, sono perlopiù storie di uomini ‘normali’, e le loro esperienze corrono sul confine tra naturale e sovrannaturale senza mai sconfinare decisamente in una direzione. Per certi versi, queste storie mi hanno ricordato più i romanzi e i racconti di certi autori dell’Ottocento (Balzac e la sua sporca Parigi, Gogol’ e la sua labirintica Pietroburgo) che non il fantasy degli ultimi cinquant’anni. Anche perché l’atmosfera di Ambergris pare oscillare tra la belle epoque – con i primi veicoli a benzina, ma anche le carrozze tirate da cavalli – e una puzzolente Parigi di metà Ottocento.

Ma questo scatolone che è City of Saints and Madmen, come dicevo, è estremamente eterogeneo, quindi è il caso di dare un’occhiata ai giocattoli uno per uno.

Scatola di giocattoli

Secondo me il racconto più bello è la gallina.

Uno sguardo approfondito
Dradin, In Love, la novella che apre la raccolta, è anche quella scritta nel modo meno ornato e più straightforward. Nella vigilia del Festival of the Freshwater Squid, il missionario Dradin torna ad Ambergris dopo anni sprecati nella giungla nel tentativo (fallimentare) di convertire gli indigeni, e dopo aver patito ogni sorta di sofferenza. Alzando per sbaglio lo sguardo su una finestra della ditta Hoegbotton & Sons, si innamora perdutamente del volto di una fanciulla. Ma il desiderio di farla sua lo porterà ad affidarsi ad un nano dall’aspetto infido e ad esporsi alla follia omicida della notte del Festival. Il racconto è carino, ed è un’ottimo esempio dello stile mostrato e immersivo di VanderMeer, coi suoi pregi e i suoi difetti (su cui mi dilungherò in chiusura del Consiglio); Dradin è un buon personaggio e la sua semi-consapevole discesa nella miseria e nella follia piuttosto credibile. Lunghe e inutili le digressioni intimiste sulla sua infanzia.
The Hoegbottom’s Guide to the Early History of Ambergris, il secondo pezzo della raccolta, è anche uno dei migliori. Scritto nella forma di un’opuscolo per turisti ad opera di uno scrittore arrogante e istrionico, racconta la storia della fondazione di Ambergris da parte di un pirata barbaro e lievemente psicotico, lo sterminio e la scomparsa dei suoi abitanti originari (gli uomini-fungo) e quel che ne seguì. In pratica è un’unico infodumpone sull’ambientazione del libro, ma è talmente divertente che lo si legge con piacere anche maggiore dei racconti. Duncan Shriek, lo storico autore dell’opuscolo, ha uno stile divertente e scorrevole, e il testo è corredato di note e note di note che non di rado insultano il lettore. Inoltre la storia dei grey caps è affascinante. Dimostrazione che un infodump è tollerabile se e solo se: a. è divertente (e possibilmente autoironico, come in questo caso); b. è interessante (cioè il lettore è così preso che si dimentica di star leggendo un infodump) 1.

The Trasformation of Martin Lake racconta la vicenda di un pittore senza talento che, dopo aver vissuto una terribile esperienza che gli farà scoprire il lato oscuro di Ambergris, diventa il più grande artista della sua epoca. La storia è inframezzata dai brani di un saggio immaginario di critica d’arte scritto da Janice Shriek (gallerista di mediocre talento e sorella di Duncan), che si interroga sulle ragioni della trasformazione di Martin Lake e descrive alcuni dei suoi quadri più celebri. Il racconto gioca molto sul contrappunto tra le esperienze tragiche vissute da Lake e il babbling intellettualoide di Janice, e su un piano teorico apprezzo l’idea; ma all’atto pratico, gli intermezzi saggistici rallentano di molto il ritmo della trama principale e ostacolano l’immersione. Come nel caso di Vonnegut, non saprei dire se VanderMeer avrebbe dovuto semplicemente lavorare meglio alla parte saggistica (piuttosto noiosa) o toglierla direttamente e scrivere un normale racconto ‘immersivo’; lascio a voi giudicare. Nonostante questo, e il fatto che la risoluzione del racconto mi sia parsa un po’ sottotono 2, Martin Lake rimane uno dei racconti che preferisco; forse anche perché, con il suo protagonista, mi ha ricordato più di ogni altro i racconti sugli artisti maledetti di Balzac e Gogol’.
The Strange Case of X, la novella che chiude la prima parte del libro, è ambientata in un fatiscente ospedale psichiatrico di Chicago. Un uomo (presumibilmente un medico) visita e interroga uno dei pazienti, uno scrittore che sta perdendo i contatti con la realtà e non sa più se Ambergris sia reale o soltanto un parto della sua immaginazione. Il racconto è scritto bene, prevalentemente nella forma di un botta e risposta tra interrogatore e interrogato; ma la storia non è particolarmente originale o brillante, fa un uso eccessivo di citazioni interne e rimandi ad altri racconti di City, il protagonista è troppo un alter-ego di VanderMeer, e ho previsto il colpo di scena finale diverse pagine prima di arrivarci. Insomma, niente di che.

Fungo

Sono tra noi.

L’Appendice è costituita dalla raccolta di testi e frammenti trovati dal Dottor V nella stanza di X, e la cornice (molto divertente) riprende la trama di The Strange Case of X. La qualità dei pezzi è molto altalenante, e va da ottima a illeggibile.
Alcuni brani non possono nemmeno essere chiamate ‘storie’, essendo più che altro raccolte di immagini o ‘pezzi di bravura’ dal sapore molto literary. Le X’s Notes, che aprono la serie, sono frammenti di immagini e riflessioni piuttosto insulsi e noiosi; altrettanto inutile è The Release of Belacqua, che parte come un racconto ma si arena nell’allegoria e nella riflessione metanarrativa. Menzione di disonore anche per In the Hours After Death, racconto breve sulle esperienze allucinatorie di un trombettista morto; l’idea sarebbe anche carina, ma il pezzo si riduce a un collage di immagini suggestive senza una vera storia o una logica.
Tra i pezzi migliori, invece, troviamo lo squisito pseudo-saggio King Squid. L’autore, il sottovalutato calamarologo (squidologist) Frederick Madnok si lancia in una dissertazione folle sul Re Calamaro e le sue proprietà, gettando merda su quasi tutti i suoi colleghi e celebrando la sua professione in modi che richiamano alla mente Roberto Giacobbo. Il saggio poi si chiude con una lunga ma spassosa bibliografia sulla calamarologia (e non solo).

L’Appendice contiene anche il pezzo che preferisco di tutto il libro, ossia la novella The Cage. Ambientata un secolo dopo il Silenzio, in un’epoca in cui gli Hoegbotton non contavano nulla, narra la storia di Robert Hoegbotton, antiquario-rigattiere, e della sua ossessione per i grey caps e per gli oggetti appartenuti alle famiglie che sono state uccise e/o infettate dagli uomini fungo. La sua vita cambierà per sempre quando metterà le mani su una gabbia appartenuta a una di queste famiglie ‘maledette’. Il finale del racconto è un po’ sottotono e lascia troppi nodi insoluti, ma la storia è suggestiva, piena di fantasia e di immagini acchiappanti, con un protagonista interessante e con una nota horror molto più efficace rispetto agli altri racconti.
The Cage è purtroppo preceduta da un pezzo piuttosto imbarazzante chiamato The Hoegbotton Family History, una cronaca familiare sulle origini della famiglia e su come questa si insediò in Ambergris. Il brano fornisce alcune informazioni di background (comunque piuttosto inutili), ma lo fa con uno stile cronachistico, riassunto, raccontato, piatto – in una parola: noiosissimo – che ti fanno chiedere perché mai VanderMeer l’abbia incluso nel libro. Sembra appartenere a quel libro di appunti, utili allo scrittore che vuole farsi un’idea precisa della propria ambientazione, che non dovrebbero mai essere pubblicati ma restare nel cassetto assieme a bozze e mappe.
Carino invece The Exchange, un breve pezzo nonsense su una coppia di anziani che si scambiano regali ‘vivi’ e sullo psicopatico che li osserva, corredato di illustrazioni, di inserti pubblicitari della Hoegbotton & Sons e dei commenti di X. Infine, nell’Appendice si trovano altri piccoli giochi e chicche, come il racconto criptato The Man Who Had no Eyes e un glossario semiserio sulla città di Ambergris. Il tutto corredato da una serie di rimandi e citazioni, di personaggi che ritornano (il calamarologo Madnok, lo scrittore Sporlender, eccetera) e che danno l’impressione che quella di Ambergris sia una comunità reale, di gente che si conosce.

Calamaro

Un’onorevole disciplina accademica.

Questo, del resto, è uno dei pregi maggiori del libro. Grazie ai continui rimandi, ai personaggi che ritornano, agli eventi – storici o recenti – che vengono visti prima con gli occhi di uno e poi di un altro personaggio, Ambergris sembra una città viva, con una storia vera. Martin Lake dà l’idea di essere diventato veramente un artista famoso, visto quanti personaggi dei racconti successivi sembrano conoscerlo; gli uomini fungo ed eventi come il Silenzio ci diventano familiari, visto quante volte ritornano (l’espediente, del resto, è noto fin dai tempi di Balzac e della sua Commedia umana, in cui il protagonista di un romanzo ritornava come personaggio secondario di un altro romanzo).
Ma se Ambergris sembra reale, il merito è soprattutto della prosa di City. VanderMeer è senza dubbio uno degli scrittori più bravi che abbia mai letto in campo fantastico. Sia che debba descrivere ambienti fisici, sia che debba mostrare situazioni o stati psicologici dei suoi protagonisti, VanderMeer riesce a scegliere immagini concrete, che richiamano tutti i sensi e rimangono impresse. Ecco come viene descritto l’apparire dei funghi negli anfratti e tra le crepe della città: “Certainly the jungle had never concealed such a cornucopia of assorted fungi, for between patches of stone burned black Dradin now espied rich clusters of mushrooms in as many colors as there were beggars on Albumuth Boulevard: emerald, magenta, ruby, sapphire, plain brown, royal purple, corpse white. They ranged in size from a thimble to an obese eunuch’s belly”. Oppure, ecco un tramonto ad Ambergris: “The dusk had a mingled blood-and-orange peel scent”. Il lettore può quasi sentire la puzza di muffa e umidità dei vicoli della città, l’odore del sangue nella notte del Festival, l’angoscia provata da Robert Hoegbotton nell’immobilità della stanza del suo antenato invasa dai funghi infetti.

Quando VanderMeer riesce a mettere la sua bravura con le immagini al servizio della storia, l’immersione è completa e ci si diverte. Purtroppo, però, l’autore sembra non poter fare a meno di autocompiacersi del suo talento, sicché spesso e volentieri si lascia andare ad eccessi stucchevoli. Un buon mostrato, per esempio, richiede non solo che io scelga un’immagine vivida e concreta, ma anche che ne scelga una, e che sia appropriata; invece, VanderMeer non di rado affastella immagini, una dopo l’altra, soprattutto se deve convincerti di quanto la sua città sia sporca e crudele. In Dradin, durante la notte del Festival, la cosa si fa particolarmente ridicola quando VanderMeer, dopo averci già mostrato i falò, le montagne di corpi, i cadaveri impiccati o crocifissi, eccetera, insiste a dire che la città è brutale, sanguinosa, folle (blasfema?), come se non ci fossimo già arrivati da soli. E si lancia in espressioni ridicole come: “Oh, that he could rip his own eyes from his sockets!”, o in passaggi inutili e retorici come: “He looked toward the door. It was a perilous door, a deceitful door, for the world lay beyond it in all its brutality“. Ma và? Non si era capito!
Tra metafore incomprensibili, esclamazioni leziose e interi paragrafi che accumulano immagini sempre più mirabolanti ed eccessive, a volte VanderMeer sembra più un bambino scemo che gioca con le parole che uno scrittore serio. Il risultato è che siamo buttati fuori dalla storia, e invece che vedere Ambergris vediamo lo scrittore che ci punzecchia col gomito e ci fa: “Visto come sono bravo?”. Alcuni pezzi dell’Appendice sono più vicini alla Literary Fiction becera che non alla narrativa fantastica. E non venitemi a dirti che si tratta di una scelta stilistica pienamente cosciente; ho ritrovato questa stessa tendenza ai barocchismi in altre sue opere (Veniss Underground e Shriek: An Afterword; solo in Finch ho notato un sensibile miglioramento).

Calamaro porno

Uno dei vantaggi della professione di squidologist.

Comunque, nonostante gli eccessi, VanderMeer rimane uno scrittore in gamba. Ambergris è un bel posto dove trascorrere quindici-venti ore della vostra vita, e data la varietà dei racconti (sia come genere che come atmosfera) è facile che troviate qualcosa di vostro gusto. Nel complesso, City of Saints and Madmen è un libro che piacerà più agli amanti del surreale e dello slipstream che non ai lettori di fantasy tradizionale, ma credo che anche gli appassionati di Martin e Abercrombie dovrebbero dargli una chance.

Su VanderMeer
Oltre a City of Saints and Madmen, VanderMeer ha scritto tre romanzi veri e propri. Di questi, il primo in ordine cronologico è un romanzo autonomo, mentre gli altri due riprendono e sviluppano l’ambientazione di Ambergris (tanto che VanderMeer li ha complessivamente chiamati, assieme a City of Saints and Madmen, ‘Ambergris Cycle’).
Veniss UndergroundVeniss Underground è un cupo romanzo sci-fi ambientato nella futuristica città di Veniss. In un mondo sull’orlo dell’anarchia, seguiremo le storie di tre personaggi – un artista fallito, la sua gemella programmatrice e Shadrach, misterioso individuo pronto a scendere negli infernali livelli sotterranei della città per salvare la sua amata. Nonostante alcune idee affascinanti – come il genetista Quin e i suoi suricati bioingegnerizzati – l’inizio lento, e lo stile pomposo e iperbolico, rendono la lettura un po’ fastidiosa. L’opera minore di VanderMeer. In coda al romanzo seguono quattro racconti con la stessa ambientazione; curiosamente, sono migliori del romanzo.
Shriek: An AfterwordShriek: An Afterword riprende le storie dello storico Duncan Shriek (autore della Guide to the Early History of Ambergris) e di sua sorella Janice. Scritto da Janice nella forma di una biografia sul fratello scomparso (e punteggiato dai commenti tra parentesi del redivivo Duncan), il romanzo ripercorre, con un’andatura da mainstream-fantastico, tutta la vita dei due fratelli fino al loro tragico epilogo. La scrittura contorta, le digressioni inutili, i continui flashback e flashforward rovinano in parte una storia carina ed emotivamente coinvolgente, anche se non proprio eccezionale. Leggetelo solo se dopo City of Saints and Madmen avete deciso che i due fratelli Shriek vi piacciono e volete sapere di più della loro vita.
Finch Finch, episodio conclusivo del ciclo di Ambergris, parte come un noir e finisce come un fantasy epico. Dopo un secolo di guerra civile, gli uomini fungo sono usciti in superficie e hanno conquistato la città. Finch è stato costretto a diventare un detective e a lavorare al loro servizio; ma sogna di andare coi ribelli e restituire Ambergris agli esseri umani. Chiamato a investigare sul doppio omicidio di un uomo e di un grey cap, Finch scoprirà che è in ballo il destino della città. Il romanzo parte bene e l’ambientazione è figa, ma la trama procede in modo un po’ troppo convenzionale per i miei gusti e il finale non è niente di che. VanderMeer adotta una telecamera molto ravvicinata e una prosa dai periodi brevi e spezzati che, pur non essendo sempre scorrevole, è un netto miglioramento rispetto ai libri precedenti.
Gamberetta ha recensito Finch qui, e sono d’accordo con quasi tutto ciò che ha detto.
Ciò detto, penso che leggerò ancora VanderMeer in futuro. In particolare la raccolta di racconti The Third Bear, che tra gli altri contiene la novella The Situation (recensita qui da Gamberetta, assieme a un paio di schifezze ormai dimenticate); se non l’ho ancora presa è perché non sono riuscito a trovarne una versione digitale. Un altro libro suo che potrebbe incuriosirvi è il saggio Booklife (recensito qui da, indovinate?, Gamberetta), sulle sue strategie per sopravvivere facendo lo scrittore. Navigando su Amazon mi sono imbattuto anche in questa variante di Booklife, che non ho capito se sia un libro diverso o solo un’espansione che tenga conto della diffusione in digitale. La mia impressione è che VanderMeer stia semplicemente cercando di fare soldi con ogni mezzo possibile (il che la dice lunga sulle sue ‘strategie di sopravvivenza’, uhm).

Dove si trova?
City of Saints and Madmen non è facilissimo da rintracciare in rete; probabilmente perché, essendo un’opera piena di illustrazioni, ghirigori nei posti più impensati e un’impaginazione tutta sua, non è semplice da piratare.
L’unica copia piratata decente che sono riuscito a trovare è un .lit che si può scaricare da Library Genesis. E’ fatta bene quasi quanto l’originale. Comunque, se vedete che l’opera vi piace, vi consiglio di fare un salto su Amazon e acquistarla. Il prezzo è altino per un e-book – 8,99 Euro, senza contare il DRM da levare – ma considerate le dimensioni del volume e l’attenzione messa da VanderMeer nel curarlo, non mi sono sentito truffato. E poi, a sentire quel che dice in Booklife, sembra che di questi soldi abbia un bisogno disperato! Aiutatelo!

Chi devo ringraziare?
Non avevo mai sentito parlare di VanderMeer prima di capitare su Gamberi Fantasy; e, a dire il vero, al di fuori di Gamberetta non è che ci sia molta gente in Italia che ne parli.
Ad ogni modo, Gamberi Fantasy è zeppo di articoli o riferimenti a VanderMeer, quindi se vi interessa l’autore vi consiglio di farci un salto. Oltre agli articoli che ho già linkato, aggiungo una segnalazione su City of Saints and Madmen.

Qualche estratto
Eccezionalmente, per questo Consiglio ho deciso di proporre ben quattro estratti. La raccolta, come ho detto, è molto variegata, e volevo dare un assaggio un po’ di tutto.
In particolare, il primo e il terzo estratto vengono da due racconti veri e propri – rispettivamente, da Dradin, In Love e da The Transformation of Martin Lake – e vogliono essere una dimostrazione dell’abilità di VanderMeer nel mostrato. Il primo brano mostra il primo incontro tra Dradin e i famigerati “gray caps”; il terzo, un sogno particolarmente vivido che prelude alla ‘trasformazione’ dell’artista Martin Lake.
Il secondo e il quarto estratto vengono invece dai due pseudo-saggi della raccolta: The Hoegbotton’s Guied to the Early History of the City of Ambergris e King Squid. Del primo ho scelto l’incipit (che dà una chiara idea della voce narrante di Duncan Shriek e dell’uso demente delle note), del secondo la simpatica voce ‘Squidanthropy’. Have fun.

1.
Much as the sight intrigued him, the alley between the columbary and columbarium fascinated Dradin more, for the mushrooms that had crowded the crevices of the street and dotted the walls like the pox now proliferated beyond all imagining, the cobblestones thick with them in a hundred shades and hues. Down the right-hand side of the alley, ten alcoves had been carved, complete with iron gates, a hundred hardened cherubim and devils alike caught in the metalwork. The gate of the nearest alcove stood open and from within spilled lichen, creepers, and mushroom dwellers, their red flags droopy. Surrounded by the vines, the mushroom dwellers resembled human headstones or dreamy, drowning swimmers in a green sea.
Beside Dradin — and he jumped back as he realized his mistake — lay a mushroom dweller that he had thought was a mushroom the size of a small child. It mewled and writhed in half-awakened slumber as Dradin looked at it with a mixture of fascination and distaste. Stranger to Ambergris that he was, still Dradin knew of the mushroom dwellers, for, as Cadimon Signal had taught him in Morrow, “they form the most outlandish of all known cults,” although little else had been forthcoming from Cadimon’s dried and withered lips.
Mushroom dwellers smelled of old, rotted barns and spoiled milk and vegetables mixed with the moistness of dark crevices and the dryness of day-dead dung beetles. […] Mushroom dwellers slept on the streets by day, but came out at night to harvest the fungus that had grown in the cracks and shadows of graveyards during sunlit hours. Wherever they slept, they planted the red flags of warning, and woe to the man who, as Dradin had, disturbed their wet and lugubrious slumber. Sailors on the docks had told Dradin that the mushroom dwellers were known to rob graves for compost, or even murder tourists and use the flesh for their midnight crop. If no one questioned or policed them, it was because during the night they tended to the garbage and carcasses that littered Ambergris. By dawn the streets had been picked clean and lay shining and innocent under the sun.

2.
THE HISTORY OF AMBERGRIS, FOR OUR purposes, begins with the legendary exploits of the whaler-cum-pirate Cappan John Manzikert,123 who, in the Year of Fire—so called for the catastrophic volcanic activity in the Southern Hemisphere that season—led his fleet of 30 whaling ships up the Moth River Delta into the River Moth proper. Although not the first foot-reported incursion of Aan whaling clans into the region, it is the first incursion of any importance.

1 . By Manzikert’s time, the rough southern accent of his people had permanently changed the designation “Captain” to “Cappan.” “Captain” referred not only to Manzikert’s command of a fleet of ships, but also to the old Imperial titles given by the Saphants to the commander of a see of islands; thus, the title had both religious and military connotations. Its use, this late in history, reflects how pervasive the Saphant Empire’s influence was: 200 years after its fall, its titles were still being used by clans that had only known of the Empire secondhand.
2 . A footnote on the purpose of these footnotes: This text is rich with footnotes to avoid inflicting upon you, the idle tourist, so much knowledge that, bloated with it, you can no longer proceed to the delights of the city with your customary mindless abandon. In order to hamstring your predictable attempts—once having discovered a topic of interest in this narrative—to skip ahead, I have weeded out all of those cross references to other Hoegbotton publications that litter the rest of this pamphlet series like a plague of fungi.
3 . I should add to footnote 2 that the most interesting information will be included only in footnote form, and I will endeavor to include as many footnotes as possible. Indeed, information alluded to in footnote form will later be expanded upon in the main text, thus confusing any of you who have decided not to read the footnotes. This is the price to be paid by those who would rouse an elderly historian from his slumber behind a desk in order to coerce him to write for a common travel guide series.

Cappello grigio

Un grey cap.

3.
The man held Lake’s left hand, palm up.
The knife sliced into the middle of Lake’s palm. He felt the knife tear through the skin, and into the palmar fascia muscle, and beneath that, into the tendons, vessels, and nerves. The skin peeled back until his entire hand was flayed and open. He saw the knife sever the muscle from the lower margin of the annular ligament, then felt, almost heard, the lesser muscles snap back from the bones as they were cut—six for the middle finger, three for the ring finger—the knife now grinding up against the os magnum as the man guided it into the area near Lake’s wrist—slicing through extensor tendons, through the nerves, through the farthest outposts of the radial and ulnar arteries. He could see it all—the yellow of the thin fat layer, the white of bone obscured by the dull red of muscle, the gray of tendons, as surely as if his hand had been labeled and diagrammed for his own benefit. The blood came thick and heavy, draining from all of his extremities until he only had feeling in his chest. The pain was infinite, so infinite that he did not try to escape it, but tried only to escape the red gaze of the man who was butchering him while he just stood there and let him do it. The thought went through his head like a dirge, like an epitaph,
I will never paint again.

4.
SQUIDANTHROPY
Squidanthropy is not, as some have misidentified it, the domain of squid philanthropists but, rather, a form of supposed insanity in which a man imagines himself to be a squid. This may result in the subject taking to the waters in an attempt to rejoin his squidkin, with often fatal consequences if one wants to be honest about it, or simply a confused physiology: the subject may believe he or she is drowning while on dry land or feel the absence of gills or a mantle, or lose the ability to walk and find oneself swimming around in public fountains.
The most committed of amateur squidologists will always empathize with the underlying urge toward squidanthropy. It is no empty promise, no empty threat of a cure. It is simply one way in which to fulfill the dream known since childhood: to understand the squid in all of its manifestations. What squidologist has not thought of what it would be like to have a mantle? What squidologist, while spraying water on his boyhood friends, many or few, has not thought how much more fun to have a funnel? It is inevitable that in the quest to get under the King Squid’s skin, the squidologist learns to think like the squid. Like the detective who, in investigating a murder, loses himself in the identity of the murderer, the squidologist may, at times, lose himself in the identity of the squid (which, admittedly, has committed no crime). That some few do not come back out the other side to “sanity” is to be expected—and, perhaps, applauded. Those who follow a singular obsession their entire lives should not be castigated for achieving the object of that obsession. Would we punish an artist for, through one last burst of genius flecked with insanity, creating the masterwork for which the world had been waiting since the beginning of the artist’s career? For make no mistake—in squidanthropy, the amateur squidologist longs to make the final, synergistic leap that separates observer from observed, patient from doctor. The doctor studies the thing the patient has become, whereas the patient longs to study and understand himself. The correlation and the corollary are clear…

Tabella riassuntiva

Ambergris è una città sporca, maledetta e affascinante. Alcuni racconti sono proprio brutti.
Lo stile di VanderMeer è vivido e immersivo. Troppo autocompiacimento letteriario.
Dagli uomini fungo ai calamari, un sacco di weirdness
Grande varietà di generi e atmosfere.

(1) Questo pezzo è particolarmente interessante, poi, perché fornisce tutta una serie di informazioni di background sulla storia della città che saranno riutilizzate non solo negli altri racconti di City of Saints and Madmen, ma anche in tutti i successivi romanzi ambientati ad Ambergris. Duncan Shriek, in particolare, torna come co-protagonista in Shriek: An Afterword e come personaggio chiave in Finch. Discorso simile per il Cappan Manzikert I, il monaco Samuel Tonsure e alcuni eventi della storia della città, come il Silenzio.Torna su
(2) Attenzione: seguiranno spoiler (in bianco) sul finale del racconto.
Fino al momento in cui Martin Lake non ha aperto la bara contenente Voss Bender, avevo pensato che il racconto avrebbe avuto un’altra risoluzione, che secondo me è molto più fiQa. Ossia: pensavo che nella bara ci fosse il cadavere di Voss Bender (o, al limite, Voss Bender in coma), e che i padroni di casa volessero trasferire il talento artistico del primo in Martin Lake. O lo spirito artistico di Voss Bender si sarebbe incarnato in Martin Lake, o lo stesso Voss Bender non era che un veicolo di una sorta di ‘artista eterno’ che di epoca in epoca si incarnava in individui differenti, diventando ogni volta il più grande artista della sua generazione. In ogni caso, Martin Lake sarebbe stato solamente un veicolo di un talento che non era il suo; sarebbe rimasto, di suo, un artista fallito e senza talento; e questo a mio avviso avrebbe accentuato di molto il conflitto interiore e l’elemento drammatico del racconto.Torna su