Archivi tag: Alessandro Girola

La scrittura ai tempi del colera

Macchina da scrivere Olivetti“Non c’è un’epoca migliore di questa per diventare scrittori”: così diceva James N. Frey all’inizio degli anni ’90, nel suo How to Write a Damn Good Novel II (seguito del suo primo, fortunato manuale). Frey si riferiva all’avvento dei word processor, che andando a sostituire le macchine da scrivere rendeva il lavoro dello scrittore infinitamente più facile, e alla globalizzazione, che stava ingigantendo i numeri del mercato editoriale. Oggi, visto dalla prospettiva del 2014 (e del mercato italiano del 2014, bisognerebbe aggiungere), fatico a condividere quell’ottimismo.
Mi sono sempre chiesto quale fosse la formula di vita che permettesse agli scrittori di vivere della loro arte. Più che la domanda “Come fai a scrivere?” (dove la risposta è sempre stessa: costanza, disciplina, orari rigidi), ciò che mi sono sempre chiesto è: come fai a guadagnare? Riesci sempre a scrivere quello che vuoi? Devi scendere a compromessi? Rinunci alla perfezione per rispettare la deadline? E ancora: Che tipo di vita vivi, in conseguenza della tua scelta di dedicarti alla scrittura? Ho guardato alle vite degli scrittori che mi piacevano, in cerca di ispirazione. Più spesso che no, purtroppo, ho visto cose che non mi sono piaciute.

Mi sono fatto un quadro di cosa significhi “vivere di scrittura”. Naturalmente non mi aspetto di dire nulla di nuovo. Ma trovo utile, a volte, fare il punto della situazione, e scrivere a chiare lettere pensieri che per la maggior parte del tempo volano in modo disordinato nella nostra testa. Non mi aspetto nemmeno di dire cose piacevoli. Gli ultimi anni non sono stati felici per la maggior parte degli italiani, e parlare di soldi, lavoro, e di mantenersi tocca note delicate. Per cui se siete di cattivo umore non continuate a leggere.
Ora, dato che un esempio vale più di mille parole, prenderò in considerazione una serie di casi. Partiremo da quattro autori americani di narrativa fantastica; tutti autori che abbiamo incontrato a più riprese su Tapirullanza e che quindi conosco abbastanza bene. Vedremo dove li hanno portati le loro scelte, e quali gradi di libertà – economica, artistica, di opinione – mi sembra che godano all’interno della loro professione.

Colera

Il vibrione del colera. In caso aveste bisogno di riconoscerlo.

Il caso Swanwick
Partiamo dalla cima. Tra gli autori attualmente viventi che mi è capitato di leggere negli ultimi anni, Swanwick è di certo uno di quelli che se la passa meglio. Si mantiene con la scrittura da trent’anni, e ha sempre potuto scrivere quello che gli piaceva senza scendere a compromessi, senza mai “tradire” la propria poetica. Non ha mai pubblicato niente di cui non fosse soddisfatto, e ha dichiarato in più occasioni che una sua storia può rimanere nel cassetto anche per diversi anni, in attesa di trovarle una conclusione degna. In tre decadi di carriera ha all’attivo meno di dieci romanzi, eppure non sta morendo di fame. In una parola: scrive e fa pubblicare quello che vuole, seguendo i propri ritmi. Insomma, la vita che ogni scrittore vorrebbe avere, no?
Eppure anche Swanwick deve stare attento a quello che fa e dice. Se il romanzo di un suo collega fa schifo, non può dirlo. La questione è emersa chiaramente in un suo post su Flogging Babel dello scorso agosto:

Recently, on Facebook, I grumbled about the limitations of a book I’d quit reading. Immediately, people wanted to know the name of the author.
But I won’t do that.
I understand why people wanted to know. There are many, many bad writers whose works are risibly (this may well be the first time in this century that word has appeared outside of a crossword puzzle) awful. I read their books and I gnash my teeth. So why won’t I mock them out and publicly humiliate them?
Because they fall into two camps.
The first consists of those who hopefully put their work before the public eye and got no or little response. If they have done anything wrong (and I am unconvinced they did), they have been punished well beyond their desert. Some of them deserve far better.
The second consists of those who published and profited richly. (You know — or think you do — who I’m talking about.). But what is their crime? They wrote novels that tens of thousands of people loved so much that they were willing to spend their hard earned money on them.
There are people within one block of me who have done worse.
[…] These people are my kin — my brothers and sisters. We understand each other.
So, no, I won’t name names.

Ricordo una vecchissima diatriba tra Gamberetta e lo scrittore Adriano Barone, perché quest’ultimo non voleva fare i nomi dei moltissimi autori incapaci che affliggevano la narrativa fantastica italiana. Qui Swanwick si sta macchiando della stessa colpa: dare la precedenza alla lealtà tra colleghi scrittori rispetto a quella verso i lettori. Neanche lui, uno dei riconosciuti Grandi della narrativa fantastica statunitense, può permettersi una simile libertà rispetto al network di gente che gli dà da mangiare. Evidentemente neanche il mondo della narrativa fantastica americana, pur mangiandosi a colazione quello italiano, è poi così grande.
Pur con la sua libertà artistica, Swanwick partecipa a tutte le convention che può, si fa vedere, scrive prefazioni o articoli saggistici quando gli vengono commissionati, e così via. Una serie di obblighi di mestiere lo legano a doppio filo con i personaggi del mondo dell’editoria. Per alcuni questo non sarà un problema o addirittura sarà un piacere, ma molti sembrano coltivare il sogno di una vita da artista eremitico, autonomo e privo di ipocrisie. Be’, la realtà è che neanche un uomo del calibro di Swanwick può permettersi un simile privilegio. Proprio perché i suoi introiti derivano interamente dal mondo dell’editoria, dipende da esso e non potrà mai permettersi di pestare i piedi a qualcuno.

Michael Swanwick

Swanwick is not amused.

Il caso Mellick
Anche Carlton Mellick è riuscito a coronare il suo sogno e a mantenersi scrivendo ciò che vuole. A differenza di Swanwick, però, Mellick è uno scrittore giovane e meno affermato, che si è trovato una piccola nicchia al di fuori dei circuiti dei premi e delle convention tradizionali del fantastico (i vari Hugo, Nebula, Locus e compagnia cantante, la Worldcon…). Per lui è già più dura. E difatti, per garantirsi un afflusso più o meno costante di denaro scrive come un dannato.
Da gennaio dell’anno scorso, ha dichiarato il suo intento di pubblicare un libro ogni trimestre – vale a dire quattro pubblicazioni all’anno! E se alcune sono novelle di un centinaio di pagine o poco più, quasi ogni anno gli scappa il romanzo da due o trecento pagine. Insomma, un output terrificante, che non soltanto lo costringe ad ammazzarsi di scrittura tutto l’anno – e anche a lanciarsi in maratone di scrittura da sedici ore al giorno per una o più settimane – ma ovviamente lo porta a curare di meno ogni singola opera. Benché il livello stilistico di Mellick sia tra i più alti che potrete trovare nella narrativa fantastica (è davvero bravo!), la qualità della sua prosa non è la stessa in tutti i suoi lavori, si vede che a volte scrive un po’ di fretta, e anche molte situazioni o espedienti tendono a ripetersi da un romanzo all’altro. Verrebbe da dire: “scrivi un po’ meno e cura di più ognuna delle tue opere”, ma è facile per noi che stiamo dall’altra parte; per lui, magari, scrivere di meno significa saltare un mese di affitto.

Non solo. Pur con il catalogo senza fine di Mellick – nel 2013 festeggiava, con Village of the Mermaids, la sua quarantesima pubblicazione! – la vita dello scrittore è una vita sull’orlo dell’abisso. Nella prefazione a Crab Town (un libro molto triste e purtroppo non particolarmente ben riuscito), Mellick scrive:

If there were a message to Crab Town it would be: debt is the scariest fucking thing in the world. Well, maybe it’s not scarier than say a tidal wave made of sharks and chainsaws heading toward your children, but it’s one of the most realistic things to fear because it’s the most likely thing that can, and will, fuck over your whole life.
Debt is the reason there aren’t too many full time writers or artists anymore. As a full time writer living my dream, I can have it all taken away from me at any moment. It’s happened to tons of writers that I’ve known. It’s called: not having health insurance. If you’re a full time writer you’re not getting health insurance. You’re lucky enough to be able to pay rent with the small amount of money you’re making. All it takes is to have a medical emergency, which is bound to happen someday, and without health insurance those hospital bills are going to hit you with debt so hard you’ll have to get two back-to- back day jobs in order to pay them off.
Fuck that shit!
Real life just isn’t set up for certain kinds of people, and artists/writers are one of them. Living your dream is worth the risk, sure, but you’ll often find yourself getting the shit end of the stick.

Grazie al cielo noi italiani non abbiamo un sistema sanitario fottuto come quello americano. Ma anche in Italia ci sono molti modi per finire indebitati.

Carlton Mellick III

Mellick dopo un anno che pubblica un libro ogni tre mesi. Vuoi finire anche tu così?

Il caso VanderMeer
Benché sia un autore che non mi dispiace, abbiamo incontrato solo una volta il “patrono” della corrente del New Weird, nel Consiglio dedicato a City of Saints and Madmen. In compenso, all’epoca in cui era attiva Gamberetta ne parlò in lungo e in largo, dedicando – tra le altre cose – un divertentissimo articolo al suo manuale di “sopravvivenza” come scrittore, Booklife. Come racconta Gamberetta:

Sopravvivenza nel vero senso del termine: come procurarsi da mangiare vendendo libri.
Il mestiere dello scrittore è affrontato dal punto di vista sociale/commerciale, partendo dal presupposto che già si abbiano pronti uno o più romanzi da far fruttare.

Con VanderMeer cominciamo veramente a scavare la fossa del “chi me lo fa fare”, dato che questo pover’uomo, per mantenersi come scrittore, ha davvero dovuto gettare alle ortiche la sua dignità. Dal mendicare blurb e pubblicizzazioni gratis a destra e a manca, al rivendere gli indirizzi e-mail dei propri fan alla casa editrice per spammarli di pubblicità, VanderMeer spiega tutto ciò che ha dovuto fare – e che qualunque scrittore professionista dovrebbe fare – per pubblicizzare la propria opera e riuscire così a mantenersi.

A fronte di ciò, si potrebbe ribattere, VanderMeer è riuscito a restare fedele alla propria vocazione, e a scrivere solo i libri che voleva scrivere. E in effetti, i suoi romanzi del ciclo di Ambergris sono tutto meno che mainstream. Nella sua vita ha dovuto scrivere un unico romanzo su commissione, Predator: South China Seas (OMG), e ha evitato la trappola dello “sforna un libro dopo l’altro stile catena di montaggio” alla Mellick, dato che in media pare pubblicare un romanzo ogni quattro anni.
Apparentemente. Perché se guardiamo alla sua bibliografia, notiamo che la sua carriera di scrittore è completamente eclissata da quella, parallela, di curatore di antologie. Steampunk, Steampunk Reloaded, New Weird, The Weird, Best American Fantasy: solo Wikipedia ne conta quindici. Si sarà divertito, per carità; ma con tutto il tempo che passa a curare cose non sue, e quello trascorso a fare il (triste) markettaro di sé stesso, viene da chiedersi quanto tempo gli rimanga da dedicare alla scrittura. Ah: ecco perché esce un romanzo ogni quattro anni! Pare che VanderMeer un tempo lavorasse come impiegato, ma che a un certo punto si sia licenziato per dedicare la sua vita alla scrittura. Sicuro sicuro sicuro che sia stata una buona scelta, Jeff?

Jeff VanderMeer

VanderMeer mentre scrocca a casa di un fan.

Il caso Jeter
E veniamo al fondo della mia fossa personale.
K.W. Jeter non è un cattivo scrittore. Anzi, quando si impegna è anche superiore alla media dei suoi colleghi, come spero di essere riuscito a dimostrare nel Consiglio dedicato al suo Farewell Horizontal. Ma a lui è andata a male. Non ha mai vinto un premio nel settore, nessuno dei suoi libri ha mai raggiunto una grande notorietà. A partire dai primi anni ’90, dopo quindici anni trascorsi nel settore, ha cominciato ad accettare di scrivere libri su commissione. Prima romanzi sull’universo di Star Trek, poi anche seguiti di Blade Runner – probabilmente sulla base del fatto che era stato un discepolo e amico personale di Dick – e romanzi su Star Wars. Da allora non ha più smesso. E con questi lavori deve aver finalmente cominciato a vedere soldi veri, perché gradualmente ha cessato di produrre opere originali, e ora non ne scrive quasi più.
Il nascente interesse per lo steampunk gli ha donato finalmente, negli ultimi anni, un po’ di popolarità. Angry Robot ha ripubblicato i suoi due romanzi proto-steampunk. Ma già si vede la piega che sta prendendo la cosa. L’ultimo romanzo di Jeter, pubblicato anch’esso da Angry Robot, si chiama Fiendish Schemes ed è un seguito diretto di Infernal Devices, la più bella delle sue opere steampunk. Scrivere il seguito di un romanzo scritto venticinque anni prima e che, di per sé, era pienamente concluso: questo è diventato Jeter dopo quarant’anni di carriera sfortunata. Lo stesso cinico, amareggiato Jeter che nel suo Noir sclerava completamente e si lanciava – attraverso i suoi personaggi – in una tirata contro i pirati e i violatori di copyright che gli portavano via i soldi.

Intermezzo
Abbiamo già visto in uno scorso articolo come funzioni per chi pubblica: un libro sarà acquistato da una singola persona una sola volta, quindi ha senso che sia curato solo fino al punto da essere comprato e da spingere l’acquirente a comprare quelli successivi. Il nostro sistema economico premia la quantità di opere sopra la qualità di ogni singola opera.
Questo vale anche dal lato di chi scrive. Posto che si raggiunga un livello minimo di qualità della scrittura – sotto il quale stai scrivendo Unika e allora non ti compra neanche tua madre – si guadagna di più scrivendo tanti romanzi non troppo curati che scrivendone pochi su cui si è lavorato di lima fino a sfiorare la perfezione. E non è una questione di avidità, poiché – come dice Mellick e come sembra confermare VanderMeer – a fare lo scrittore a tempo pieno si vive sempre o quasi sulla soglia della povertà (se non sotto, per tutti quelli che non hanno successo). Vengono premiate la serializzazione e le saghe – perché creano fanbase e richiedono un minore sforzo creativo, dato che ambientazione e personaggi non devono essere ripensati da zero ad ogni nuovo libro – i libri su commissione e il seguire le mode del momento, mentre è penalizzato il lavoro di documentazione, se si protrae troppo nel tempo (e non c’è peccato peggiore, per uno scrittore, che non rispettare la deadline).
Vivere del proprio sogno è teoricamente una figata, ma guardiamo in faccia la realtà: scrittura e soldi non sembrano andare molto d’accordo. E scrivere per soldi costringe a fare cose molto svilenti e che non avremmo mai desiderato fare quando abbiamo cominciato. Ma allora – cos’altro possiamo fare?

K.W. Jeter

Jeter: piratagli un libro e ti spaccherà la faccia.

Un caso italiano: Alessandro Girola
Girola, anche conosciuto con lo pseudonimo di McNab75, è uno scrittore autopubblicato di narrativa fantastica in attività da una decina d’anni. Nel corso degli anni, grazie ai suoi blog aggiornati quotidianamente, e al ritmo quasi mellickiano con cui sforna libri, ha creato attorno a sé una comunità di lettori fedeli e aspiranti scrittori.
Chi segue Tapirullanza da qualche anno conoscerà Girola, e saprà che non ho una buona opinione di lui. La sua prosa è paragonabile a quella della Troisi – il che significa che scrive meglio di tanta gente pubblicata su carta, ma che nondimeno scrive male e con pressappochismo – le sue storie e ambientazioni sono piuttosto banali, e tutto ciò che ho mai letto di suo sapeva di già visto. Nessuna delle opere di Girola che ho letto è al livello di uno dei miei Consigli del Lunedì. Soprattutto, Girola è uno che non vuole, e che pensa di non aver bisogno, di migliorare: crede che in narrativa non esistano regole oggettive, e che quindi non ci sia ‘meglio’ o ‘peggio’ ma solo ‘mi piace’ e ‘non mi piace’. E’ probabilmente uno dei migliori scrittori autopubblicati in Italia, ma questo anche perché la concorrenza è inesistente.

Però bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare.
Girola sta riuscendo – forse – a costruirsi una carriera da scrittore autopubblicato. In sette-otto anni di attività, ha pubblicato circa 45 libri tra romanzi, racconti e novellas. Certo, questo numero non deve trarre in inganno: molte pubblicazioni sono singoli racconti brevi, quindi il computo totale di parole è decisamente inferiore a quello di un Mellick. Facendo un calcolo approssimativo sulla base del numero di pagine da lui dichiarato per ciascun’opera, posso ipotizzare che abbia pubblicato circa 3500 pagine in formato A5 di narrativa. Che equivalgono – sempre spannometricamente – a 12 romanzi di medie dimensioni (cioè da 300 pagine l’uno).
Da un anno circa, inoltre, Girola ha cominciato a vendere alcuni dei suoi titoli sul Kindle Store di Amazon. I primi riscontri sembrano positivi. In un articolo di settembre 2013 scriveva così in proposito:

L’esperienza in realtà si sta rivelando più positiva del previsto. Non che le vendite siano milionarie, eh, ma, considerando tutti i titoli che ho in vendita (qui), ne piazzo 7-8 al giorno. Detta così sembrano pochi, ma considerate che in un anno posso arrivare, ipoteticamente parlando, a più di 2700 copie vendute. Probabilmente di più, considerando nei primi giorni di pubblicazione le cifre sono molto più alte.
Sicché posso azzardare questa teoria: con l’autopubblicazione di ebook sono potenzialmente in grado di vendere più di uno scrittore “medio” regolarmente pubblicato.

Alessandro Girola

Girola in una posa da intellettuale.

Due mesi dopo è tornato sull’argomento:

I miei bestseller sono senz’altro I Robot di La Marmora (di cui arriverà prestissimo il corposo seguito) e Specie Dominante. Entrambi gli ebook si attestano sulle circa 300 copie vendute (l’uno). La palma di ebook più rivalutato sul lungo periodo va ad Aquila di Sangue. Pubblicato sul Kindle Store a fine agosto, ha iniziato a vendere molto bene solo in ottobre, I motivi? La nuova copertina disegnata da Giordano Efrodini, un’azzeccata campagna pubblicitaria e l’aiuto di voi lettori, che mi avete aiutato nel passaparola.
Soddisfacenti anche le vendite di Milano Doppelganger, il mio racconto lungo venduto in agosto e pensato per la ricorrenza di Halloween.
[…] Gli altri miei titoli hanno venduto molto, molto, molto meno. Parlo di numeri compresi tra le 20 copie per il peggiore e le 70 per il migliore. C’è anche da dire che sono quelli che ho pubblicizzato meno, o addirittura seconde pubblicazioni rivedute e ampliate di ebook rilasciati anni fa, gratuitamente.

E’ possibile, insomma, che in un futuro non troppo lontano Girola, se continuerà a pubblicare con una certa regolarità e a promuoversi come fa attualmente, possa guadagnare dignitosamente dalla sua attività di scritture. E questo nonostante la sua politica suicida sui prezzi, decisamente troppo bassi: tutti i titoli pubblicati sul Kindle Store hanno un costo compreso fra 0,92 Euro (per i racconti lunghi e le novellas) e 1,99 Euro (per le opere più corpose).

Ciò su cui voglio soffermarmi oggi, tuttavia, non è tanto sull’entità dei suoi guadagni o sulle sue politiche di prezzo, quanto sul fatto che Girola riesca a fare tutto questo pur avendo un altro lavoro. Ora, ignoro che cosa faccia nella vita, se sia una professione che lo impegni tanto o poco, se possa scrivere anche da lavoro quando nessuno lo guarda o se debba ridursi alle tre del mattino ogni notte. Mi pare comunque di capire che si tratti di un lavoro full time, che lo mantiene – quindi farà almeno le canoniche 40 ore settimanali. Insomma, ha a disposizione una frazione del tempo di uno scrittore a tempo pieno. Questo non gli ha impedito di produrre in meno di dieci anni l’equivalente quantitativo di una dozzina di romanzi di medie dimensioni (certo: questo ritmo deve aver inciso sulla qualità media delle opere).
Inoltre, benché abbia meno tempo libero da dedicare alla scrittura a causa del suo lavoro principale, nella scrittura Girola gode di un grado di libertà superiore persino a quella di uno Swanwick. Può scrivere quello che vuole, coi ritmi che vuole, e pubblicarlo quando vuole (perché si fissa da solo le deadline); può parlare come vuole di qualsiasi editore, senza temere di segarsi le gambe; può dedicare tutto il tempo che serve al lavoro preparatorio di documentazione; può sperimentare tutti i metodi di pubblicazione che vuole, dall’autopubblicazione sul suo blog, ad Amazon, ad altre piattaforme; potrebbe, nel momento in cui si stufasse, smettere completamente di scrivere e darsi al bracconaggio (1).

Girola bracconaggio

Una possibile alternativa di vita.

Girola ha avuto il merito di trovare una nicchia di lettori insoddisfatti da ciò che il mercato italiano offriva. Gli appassionati di fanta-thriller in salsa Mistero, di mystery urbani, di ucronie gonzo-historical non hanno molti posti dove guardare in Italia, e Girola dà loro qualcosa che raggiunge la soglia della decenza.
Ma quella nicchia è lungi dall’essere satura, e non è nemmeno l’unica. Se c’è posto per la Bizarro Fiction in Italia – e c’è! Saremo, tipo, e voglio esagerare, addirittura in dieci a leggerla! – allora forse c’è posto per qualsiasi sfumatura del fantastico. E senza la pressione della bolletta della luce da pagare, potendo prendersi tutto il tempo per imparare a scrivere bene e per costruire in modo originale le proprie trame, allora si può offrire a questo pubblico qualcosa di veramente nuovo, e di bello.

Conclusione
Avete capito, insomma, dove voglio andare a parare. La mia conclusione potrà non piacere a molti, anche perché va in contrasto con ciò che dice la maggior parte dei manuali di narrativa e va contro le scelte di vita della maggior parte degli scrittori di narrativa (americani o inglesi). E’ anche una soluzione banale, e per nulla poetica.
Ma trovo che la strada migliore per coronare il sogno di diventare scrittori sia questa: trovare un lavoro che abbia il meno a che fare possibile con la scrittura. Questo lavoro rappresenterà la nostra base economica. Poi, nel tempo libero, scrivere – decidendo da sé cosa, come, quando, fissando da sé le deadline, concentrando tutte le proprie energie per rendere la propria prosa la migliore possibile e documentarsi con la massima cura possibile delle cose di cui si vuole scrivere.

You don't say

Abbiamo già visto quali vantaggi comporti essere liberi dai vincoli economici di chi scrive per vivere. Li riassumo brevemente:
– Poter scrivere di ciò che si vuole, anche se i propri fetish letterari sono una nicchia talmente piccola che non potrebbe mai sostentarci economicamente.
– Non essere costretti a scrivere ciò che non si vuole, o a partecipare a reading o altre convention o altri eventi promozionali a cui non si vuole andare.
– Poter dire ciò che si pensa di chiunque, senza essere costretti al silenzio, all’ipocrisia, alle mezze verità dalla rete di relazioni su cui si poggia il mondo dell’editoria.
– Dedicare tutto il tempo necessario a migliorare il proprio stile e al lavoro di documentazione, senza essere pressati da scadenze.
Non si stanno svendendo i propri ideali. Kafka, uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, scriveva di notte perché di giorno faceva l’impiegato.
Certo, questi privilegi non vengono senza svantaggi. Avremo meno energie e molto meno tempo a disposizione per coltivare la scrittura, dato che il grosso della nostra giornata sarà occupato dal lavoro principale. Ma nessuno ci obbliga a sfornare un romanzo all’anno, no? E trovo che sia meglio impiegare dieci anni per realizzare un unico libro, ma che ci soddisfi in tutti i suoi aspetti, piuttosto che dieci libri in dieci anni buttati di fretta solo perché “se non mantieni un ritmo elevato perdi visibilità e non ti seguono/comprano più”.

Un simile stile di vita richiede, se possibile, ancora più disciplina di chi scrive per vivere. Senza il pungolo dei contratti da rispettare o delle bollette da pagare, dobbiamo trovare nella nostra ambizione e nel puro piacere di scrivere la motivazione sufficiente a scrivere tutti i giorni. E’ facilissimo impigrirsi (io stesso ne sono un fulgido esempio! ^-^), soprattutto perché arriveremo davanti al PC alla fine della giornata e già stanchi.
Ma forse, se senza il morso della fame ci è così facile abbandonare la scrittura, forse dopotutto non eravamo così motivati. Forse per noi scrivere non è così importante. Forse troveremo le nostre soddisfazioni altrove e non scriveremo mai un rigo. Be’, non vedo il problema: il mondo non ha bisogno di un altro scrittore poco motivato, e nessuno rimpiangerà un romanzo che non è mai stato scritto. Se invece, nonostante siamo in una posizione economicamente decente, sentiamo ugualmente il bisogno di scrivere – allora vale la pena di aprire Word anche alle nove di sera e darsi da fare.

Franz Kafka

Kafka: una persona felice.

(1) Certo, la posizione di Girola comporta altre limitazioni. In quanto autopubblicato, dovrà dividere il proprio tempo libero tra la scrittura e l’autopromozione, la formattazione dei propri e-book, e tutte le altre funzioni che per uno scrittore pubblicato da una casa editrice seria, sarebbero in carico dell’editore. E magari proprio l’autopubblicazione mangerà via buona parte del tempo e delle energie della sua “seconda professione”.
Ma questo è un problema comune a tutti gli autopubblicati, che facciano lo scrittore di mestiere o nel tempo libero, e rientra nel problema più generale dell’editoria moderna che non fa quello che dovrebbe fare. Questo è il tipo di realtà che spero cambi con Vaporteppa, la collana del Duca. Ma ho già toccato l’argomento nell’articolo di due settimane fa, e non ci ritornerò.

Gli Autopubblicati #05: Deinos

DeinosAutore: AA.VV. (a cura di Mr. Giobblin)
Genere: Horror / Science Fiction / Apocalyptic SF
Tipo: Raccolta di racconti

Anno: 2012
Pagine: 100 ca.

Sono tre mesi che non dedico un articolo al panorama degli autopubblicati italiani; l’ultimo era stato il deludente La nave dei folli di Alessandro Girola. I motivi sono, credo, gli stessi per cui Gamberetta ha deciso di non occuparsi più di fantasy italiano. Gli autopubblicati, purtroppo, hanno dimostrato di non essere mediamente migliori degli scribacchini dell’editoria tradizionale. E di rendermi antipatico con altre recensioni negative di opere misconosciute non mi andava.
Non credo di essere il solo a pensarlo. Zweilawyer non aggiorna più da un anno la sua Z-List (probabilmente è troppo impegnato a prendere a capocciate il muro e a chiedersi “Signore, perché ci hai abbandonato?”), Bakakura di Neyven ha inaugurato il suo progetto Valinor solo per scoprire che tutta la roba che gli mandano fa troppo schifo per essere portata avanti.
Comunque, ho continuato a seguire iniziative e progetti che mi davano (e mi danno) la speranza di produrre risultati superiori alla media. Deinos era uno di questi.

Su Giobblin e sul suo Minuetto Express ho opinioni ambivalenti. E’ un tipo strano, perché consiglia con lo stesso entusiasmo titoli molto buoni (Ender’s Game, The Windup Girl, Hugo Cabret), vere e propri gioiellini (The Wonderful Future That Never Was), roba insulsa (Robopocalypse) e schifezze orrende (Pirati dei Carabi 4 “discreto”, John Carter “sottovalutato” – srsly u guy?). Soprattutto, mi dà l’impressione di essere troppo indulgente; e l’indulgenza è una delle cose che più fregano i nostri aspiranti scrittori, dato che rallenta o blocca il loro percorso di studio. Ma se non altro parla di zombie, dinosauri e ucronie invece che del fantastico come specchio deformante o dell’importanza di una lettura neoliberista dell’opera di Tolkien.
Deinos nasce sulle pagine del blog di Giobblin come concorso letterario di racconti. Il tema: i dinosauri appaiono dal nulla nella nostra epoca, e cominciano a portare distruzione. Perché sono apparsi? Come si comporteranno? Come sarà la vita dell’uomo della strada dopo la dino-apocalisse? Di qui in poi i concorrenti possono sbizzarrirsi – dal racconto di invasione sull’arrivo dei dinosauri, al survival horror urbano, dal tentativo hard sf di trovare una spiegazione scientifica dell’apparizione dei lucertoloni a roba più strana.
Okay, il tema non è né interessante né ampio come quello di Ucronie Impure di Girola (recensito qui), ma ci può stare.

Like a boss

Traccia per un racconto con dinosauri. Io la butto lì eh…

Gli otto racconti migliori, dopo una passata di editing, sono entrati a far parte dell’antologia Deinos che potete scaricare qui nei formati epub e mobipocket. I racconti sono stati ordinati in ordine decrescente di bellezza secondo il giudizio di Giobblin e Girola, i due giurati del concorso. I racconti sono preceduti da una breve introduzione dello stesso Girola, e sono seguiti da due “fuori concorso”: il racconto di Giobblin La vendetta di Geraldo, già apparso a puntate sulle pagine del blog, e un breve pezzo scritto da Claudio Vergnani, un tizio che non conosco ma che ha scritto una trilogia sui vampiri (qui la pagina di IBS coi tre libri).
Presenterò i due gruppi di racconti in due sezioni separate, dopodiché tirerò le fila del discorso con una valutazione complessiva dell’antologia.

Gli otto racconti in gara

DeinonicusEffetto Lazzaro
Il primo racconto ci catapulta nella Squadra Anti Dino, corpi speciali con il compito di ripulire le città dai sauri immondi che le hanno invase, quartiere dopo quartiere. Ma la vita nelle Squadre Anti Dino è una vita dura, e solitamente breve: parola di geologa. Il racconto è strutturato come un unico monologo di un veterano delle Squadre a un novellino poco prima dell’inizio della missione. Gli interventi e le risposte del novellino non appaiono, ma sono deducibili dal discorso.
Effetto Lazzaro è bello. La voce della protagonista ha un tono incalzante e aggressivo, che unito alle informazioni di contesto – sono gli ultimi minuti prima dell’inizio di una missione letale! – mantengono il ritmo serrato e ti impediscono di staccare gli occhi dalla pagina. Fatto ancora più piacevole, la protagonista non si limita a raccontare situazioni di vita militare o come sia cominciata l’invasione preistorica, ma evoca episodi mediante immagini. Per esempio, uno dei primi avvistamenti:

Poi, è arrivata Nessie.
A Loch Ness ci hanno campato cent’anni con ‘sta storia del mostro: testimonianze, foto sfocate… e non uno straccio di prova certa.
Una mattina bello presto, un tizio porta il cane a pisciare sul lungo lago, alza gli occhi per concedere a Fido un momento di privacy ed eccotela là, Nessie.
Questo è scappato a telefonare ai giornali, con il cane a rimorchio, e c’ha avuto del gran culo, detto fra noi.

Altro lato piacevole, in Effetto Lazzaro sia i dinosauri, sia gli umani chiamati a combatterli, si comportano in modo razionale. I dinosauri non attaccano i blindati perché è troppo faticoso: aspettano che i militari escano. Le squadre militari vengono fatte scendere a gruppetti divisi per quartieri; le sortite, brevi e ben organizzate, mi hanno ricordato vagamente i piani d’attacco di Starship Troopers. E se un bestione ti carica, l’unico modo di sopravvivere è sparargli alle articolazioni.
Nonostante alcune cadute di stile (la parte sui film americani mi sembra un po’ inutile), il racconto funziona, e ti senti immerso in un mondo in cui potrebbero sbranarti tra cinque minuti. Di sicuro, il miglior racconto dell’antologia – bel modo di cominciare.

In conclusione: PROMOSSO Si

—————-

ProfumiDinosauro piumato
Il secondo racconto dell’antologia è un survival horror con protagonisti due ragazzini – Filippo e Leonardo – in fuga da una Udine invasa dai lucertoloni.
L’inizio parte in medias res, con Filippo in un supermercato devastato che si versa addosso litri di alcol. Non solo l’inizio mostrato veicola in poche immagini tutte le informazioni di background necessarie (il supermercato è vuoto e distrutto: segno che l’invasione è già cominciata e la città si sta già spopolando), ma infila subito un hook nel lettore, che si chiede: perché diavolo si sta versando dell’alcol addosso? E la risposta costituisce il fulcro di tutto il racconto.
Se la struttura della storia è quasi impeccabile, la prosa di Serafini avrebbe bisogno di una bella revisione. Spesso si esprime in modo goffo e con più parole del necessario; la cosa si nota fin dall’incipit:

Uno scaffale si è staccato dal muro e una parte dei liquori ha ubriacato il parquet, dietro il lungo bancone del Bar Collo. Gli altri invece sono intatti, davanti al sollievo di Filippo.

Non solo la frase in grassetto è orrenda, ma si potrebbe eliminare del tutto e tanto di guadagnato!
La scena d’azione verso la fine del racconto è confusa, e i movimenti reciproci di ragazzini e predatori difficili da visualizzare. Ancora, i dialoghi soffrono del problema delle “teste parlanti” (paginate intere di scambi senza alcuna descrizione contestuale), e spesso si sbrodolano su dettagli triviali che potrebbero essere eliminati. In compenso, i due personaggi sono simpatici e parlando in modo credibile.
Insomma, perché sembri un racconto “vero” bisognerebbe risistemare e riscrivere alcune parti, ma la storia c’è e funziona. Bravo.

In conclusione: PROMOSSO Si

—————————–

TriceratopoDeinosrestaurant
Il Deinosrestaurant è un agriturismo romagnolo di successo in cui si macellano triceratopi per i palati fini dei clienti. Antonella, la proprietaria, non si fermerebbe davanti a nulla per aumentare la popolarità del locale, soprattutto con la prospettiva della visita di un importante critico culinario. Ma i dinosauri stanno sviluppando un’immunità agli anestetici e non sono disposti a subire in eterno…
Forlani è uno scrittore che quando vuole è bravo; io e Zwei ci eravamo trovati d’accordo nel definire il suo Tlaloc Verrà il miglior racconto di Ucronie Impure. Per di più, le premesse del racconto parevano un’oasi di originalità nel clima horror-apocalittico-di-invasione del resto dell’antologia.
Purtroppo invece Deinosrestaurant è una boiata scritta da schifo. Il pov sta normalmente “nei pressi” della protagonista, ma quando gli gira salta dove capita (sui ragazzini in bici, sulle cameriere, sugli inservienti, su Philippe Daverio, insomma su chiunque); il tempo verbale continua ad alternare passato remoto e un orribile imperfetto, senza alcun motivo; la prosa è piena di passaggi raccontati (“gli adulti fumavano, scambiavano ovvietà di moda circa le specie, le abitudini, le ricette di dinosauro”), anche durante le scene chiave (“[i dinosauri] fracassarono le finestre e devastarono l’interno” – davvero molto preciso); Forlani abusa di termini desueti e fuori luogo:

«Li svegliamo di notte», incupì l’ucraino, «sentono l’odore dell’esplosivo e la droga.»
«È come per los cerdos», abbuiò l’argentino, «lo sanno che li ammazziamo.» [dovrei ridere?]

E come se non bastasse, la storia si arena sui luoghi comuni e sulla bassa retorica del tipo “l’essere umano è più bestia delle bestie!” o “con la Natura non si scherza!”. Almeno l’autore ci fa il piacere di ‘mostrare’ la sua retorica invece di esporla. Ma rimane un racconto bruttino e inutile, scritto tanto per scrivere.
Ogni tanto ci scappa qualche scena carina, come la padrona che stacca il cartello di divieto quando Daverio si mette a fumare.

In conclusione: BOCCIATONo

————————-

La razziatrice Velociraptor
 Già l’incipit promette male:

L’apocalisse, dopotutto, non è rimasta solo una parola in bocca agli appassionati di narrativa e ai predicatori in cerca di soldi facili. La fine del mondo è arrivata, cinque giorni prima del Santo Natale. […] Non poteva esserci giorno migliore per la fine del mondo. Quasi tutta la gente era fuori casa, servita come su un piatto d’argento per il loro arrivo. […] Il panico in luogo della frenesia, il terrore al posto dell’odio, la morte sostituitasi al consumismo.

La razziatrice è una storia di sopravvivenza, che invece di mostrare come e perché sono arrivati i dinosauri si concentra sulla vita di tutti i giorni ad apocalisse già avvenuta. Nella fattispecie seguiamo la vita di Laura, cinica ex-segretaria riciclatasi come razziatrice di palazzi abbandonati.
La traccia sarebbe anche buona, senonché l’autore sembra più interessato a comporre un panegirico sulla cattiveria delle persone piuttosto che a raccontare una storia. Il racconto non è altro che una successione di episodi costruiti al solo scopo di mostrare la crudeltà e l’egoismo della protagonista – il tutto condito da profonde riflessioni filosofiche sul fatto che l’uomo è stronzo ed egoista e il consumismo è brutto e i capitalisti sono grassi maiali e la gente era opportunista anche prima dei dinosauri e non c’è più religione. Insomma, Laura sembra solo il veicolo di uno scrittore arrabbiato che vuole fare sapere a tutti cosa pensa del mondo. Ma queste cose è capace di dirle anche mia nonna, solo che mia nonna non si definisce “scrittrice”.
Perdipiù, l’unica scena d’azione del racconto è fallata. Del velociraptor che sta per attaccarla, Laura pensa che: “Un paio di falcate e potrebbe azzannarla”; solo che fa in tempo a sparargli col fucile e a vuotargli addosso il caricatore della pistola prima di essere raggiunta. E intanto il velociraptor “sembra accusare le ferite, ma continua ad avanzare”, si muove di qua e di là, schiva proiettili, continua ad avvicinarsi… ma non erano un paio di falcate? E’ diventato mezzo chilometro? FAIL.
Insomma, La razziatrice è un concentrato di 100% populismo italiano da intellettualoide con una parvenza (brutta) di storia intorno.

In conclusione: OMG, BOCCIATO!No

——————————

SpinosauroHic sunt dracones
Dado, il suo fratellone autistico nonché amante dei dinosauri Angelo, e il suo coinquilino nerd ciccione ed erotomane B-52, stanno tornando a casa nel cuore della notte a bordo della loro Panda. Tutto va bene finché vedono una prostituta sbranata da un’enorme creatura. Ce lo dobbiamo essere sognati, giusto? Ma la mattina dopo si svegliano in un modo invaso da quelle bestiacce – e dovranno trovare un modo per sopravvivere.
Questo racconto mi piace, perché è deliziosamente retard. Basta dare un’occhiata a queste battute, un esempio fra i tanti che disseminano Hic Sunt Dracones:

“Mi sono spaventato, e poi era da mezz’ora che me la tenevo.”
“M’hai pisciato sul sedile?”
“OMG! Non menarla.”
Frenai nuovamente.
“Che fai?” domandò B-52.
“Scendi.”
“Dai, non fare così.” frignò.
“Scendi, ciccione, siamo arrivati.”

La forza di questo racconto sta nel fatto che non si prende sul serio. La storia procede senza cali di ritmo tra OMG, IMHO, dinosauri fracassati con mazze da baseball e altri affettati con motosega e tosaerba. Srsly. L’atmosfera è quella di Planet Terror di Rodriguez, e detto da me è un complimento. I personaggi sono ben congegnati, con pochi tratti essenziali ma che rimangono impressi (l’autismo di Angelo, la nerdaggine di B-52), e sono mostrati nei dialoghi e nei gesti più che raccontati. Il contrasto tra il fratello autistico, che capisce tutto subito ma non riesce a esprimersi, e il protagonista, scettico fino all’ultimo, funziona bene.
Altro fattore positivo, la storia non si perde via in lunghe descrizioni o elucubrazioni del protagonista, ma procede rapidamente di situazione in situazione. Purtroppo le scene d’azione sono spesso mal congegnate o poco mostrate. Prendiamo la scena della puttana. La scena è troppo lunga, non combacia col fatto che loro stanno viaggiando su una Panda, e che per di più la situazione è illuminata dai fari di una macchina che viaggia in senso opposto. Una situazione del genere dovrebbe durare pochi secondi, invece succedono un sacco di cose e i protagonisti fanno pure in tempo a commentarle. Ancora: l’idea di smembrare velociraptor a suon di motosega è pulp, ma un po’ troppo improbabile. L’autore avrebbe dovuto convincerci con un buon mostrato che la cosa fosse fattibile, invece (forse perché anche lui sente che la cosa non ha senso) opta per una dissolvenza. Troppo comodo: le scene chiave si mostrano, diamine!
Il racconto rimane uno dei più godibili e onesti della raccolta. Con un restyling stilistico – soprattutto nelle scene più importanti – verrebbe una cosa carina, benché niente di trascendentale.

In conclusione: MEH, TENDENTE ALLA PROMOZIONE Meh

————————-

Gorgonops – L’invasione degli esseri impossibiliGorgonops
Per la prima volta nella storia dell’umanità, la cometa Apophis passa accanto al nostro pianeta, e il suo passaggio è visibile da terra. La giornalista Lorella e il cameraman Davide stanno facendo un servizio sulla cometa, quando accade l’impossibile: mentre alcune persone crollano in preda alle convulsioni, piccoli dinosauri sbucano dal nulla e cominciano a fare mattanza. Davide e Lorella dovranno trovare il modo di mettersi in salvo e capire cos’è successo.
Questo racconto, associato alla parola “dinosauri”, suona come una presa in giro. Sembra che l’autore abbia scritto un racconto sugli zombie, o sui lupi mannari, e poi abbia sostituito ogni occorrenza della parola “zombie” o “licantropo” con “dinosauro”. Niente distingue infatti questi dinosauri dal Mostro Carnivoro Infetto Standard. Del resto, quando prova a descriverne uno la cosa si fa ancora più imbarazzante: il primo che scorgono ha i denti a sciabola e assomiglia a una pantera, solo che è verde. OMG.
Fastidiosa poi la mania di utilizzare i corsivi per sottolineare i dettagli scabrosi: “Davide fece in tempo a notare quanto fosse magro e come avesse la pelle lurida e cadente, prima di focalizzare la propria attenzione sulle sue enormi zanne a sciabola grondanti sangue“; più avanti: “La carne dell’ormeggiatore si sciolse, spargendosi sul molo come siero. Le sue ossa si allungarono. La sua faccia incominciò a crescere.” E tu non sai scrivere.
Tra le varie trovate retard, l’idea che gli animali vengano al mondo con su l’etichetta col nome:

“Aspetta, c’è un notiziario straordinario in televisione. […] Allora, qui dice di nuovo che sono dinosauri, con un nome tipo Gorgoni… Gorgonoidi…”

Insomma, il classico racconto d’inizio invasione con i dinosauri appiccicati, lungo e ripieno di noia.

EDIT: L’autore mi ha fatto presente che i Gorgonopsi non se li è inventati lui ma sono realmente esistiti. Fonte Wikipedia: Gorgonops.
Quindi il fatto che i media si riferiscano a loro col nome di “gorgonopsi” non è un errore. Dimostrazione che io stesso non mi ero documentato a sufficienza prima di scrivere questo pezzo!
Mi scuso con l’autore e lo ringrazio della correzione^^

In conclusione: BOCCIATO No

———————–

T-rexSolo fame

«Il mio nome è Jones, Robert Jones.»

Già da questa riga si intuisce che qualcosa che non va. Ma procediamo con ordine.
Nei recessi della Domus Aurea neroniana, gli archeologi rinvengono i resti di una sala da pranzo. All’inaugurazione della nuova scoperta partecipano le più alte cariche dello Stato. Purtroppo, per qualche motivo che è meglio non indagare, la sala da pranzo romana è in realtà un portale dimensionale collegato con il Cretaceo. Legioni di dinosauri escono e cominciano a seminare l’apocalisse. Il protagonista, l’archeologo americano Robert Jones (Dio santo), dovrà riuscire a scappare dal centro di Roma prima che i militari gasino la zona.
Questo racconto è un concentrato di retard talmente denso da essere esilarante. Sembrerebbe quasi un racconto comico-demenziale, se non fosse che l’autore si prende sul serio. La storia in pratica procede in modo lineare, dall’incidente al raggiungimento della safehouse, senza stare a farsi troppe domande.
I dinosauri, peraltro, compaiono pochissimo, perché l’autore sembra troppo impegnato a fare la solita sbrodolata retorica sul governo inetto e sui militari kattivi. La loro comparsa dal portale, ottima occasione per fare del “mostrato”, si riduce a una sfilata di nomi:

Comparirono nuovamente sulla Terra tarbosauri, carnotauri, velociraptor (e i più temibili Deinonychus), ma anche triceratopi, oviraptor, spinosauri e anchilosauri.

Accipicchia.
Il pov è generalmente fissato sulla spalla del protagonista, ma all’occorrenza non manca di saltare di qua e di là; durante una scena d’azione, per esempio, passa per poche righe su un triceratopo. Gegnale!
Insomma, il racconto è tremendo, ma è così ingenuo da essere divertente; vale la pena di leggerlo anche solo per non perdersi alcune chicche, come il protagonista che sputa contro lo schermo di un televisore appeso al soffitto o il Presidente del Consiglio sbranato da un t-rex.

In conclusione: BOCCIATO No

—————————————–

DinosauriaPlesiosauro
Breve racconto strutturato come una mail che tale Luke manda al suo amico Cris. I dinosauri hanno invaso il mondo, e Luke appartiene a un corpo militare specializzato nell’abbattimento di bestie marine in giro per il Mediterraneo.
Il racconto non è altro che un monotono elenco di situazioni della vita del protagonista, da quanto sono temibili i pliosauri sottomarini a come si ammazzano i plesiosauri che infestano i porti. Luke se la spassa, nonostante l’invasione di rettili sembra che la vita nel Mediterraneo sia una figata.
Non c’è tensione, non c’è conflitto, non c’è niente di niente, a parte la noia. E c’è questa tendenza fastidiosa a occultare i nomi delle località con degli asterischi, neanche fossimo in un romanzo dell’Ottocento. Quantomeno, l’autore ci concede un minimo di descrizione dei dinosauri marini e dei sistemi per ammazzarli.
Ma questo non è un racconto – al massimo, sono i primi appunti su cui sviluppare un racconto. L’unico pregio? Finisce in fretta.

In conclusione: BOCCIATO No

——————-

I fuori concorso

AnchilosauroLa vendetta di Geraldo
Geraldo è un vecchio pensionato scorbutico la cui massima aspirazione nella vita è di essere lasciato in pace a guardarsi in culo di Belen su Studio Aperto. Ma la sua tranquillità sarà sconvolta prima dall’odiato vicino ricchione, che lo costringerà a prendersi in casa per un paio d’ore la sua cagnetta col maglioncino, e poi da un’invasione di dinosauri. Nel parapiglia generale, coglierà l’opportunità di vendicarsi di un vecchio torto.
La blog novelette di Giobblin si muove nel campo dell’umoristico senza mai scendere nel comico vero e proprio. Geraldo è un personaggio simpatico, e l’idea di raccontare una storia di invasione scegliendo un pensionato acido come protagonista è quantomeno originale. Purtroppo, Giobblin non riesce sempre a gestire bene il suo linguaggio: se a volte ci regala perle deliziose come “Meglio salvare la ghirba”, spesso si esprime in modo convenzionale, da anonimo “vecchio scorbutico”, e a volte non sembra nemmeno che a parlare sia un vecchio di paese. In un racconto così filtrato dal punto di vista del protagonista, e in cui peraltro il modo (umoristico) in cui è raccontata la storia è più importante del cosa (solita invasione di dinosauri), una maggiore attenzione al linguaggio avrebbe molto giovato.
Ci sono poi alcuni problemi di struttura. L’inizio è lento, troppo lento; e se la cosa è ancora tollerabile in un romanzo, certo non lo è per un racconto. Giobblin dedica le prime pagine a delineare il protagonista e il suo rapporto con gli altri, ma nel farlo (data la carenza di azione) si abbandona spesso agli infodump. Meglio sarebbe stato partire in medias res, con Geraldo che mostra il proprio carattere e la considerazione che prova per gli altri. Peraltro, all’inizio del racconto ci sono pure delle false piste. La scomparsa dei compari Giorgio e Michele all’inizio del racconto (unita alle notizie del tg), lasciano presagire che gli sia successo qualcosa, magari legato ai dinosauri; invece il giorno dopo sono lì in piazzetta come se nulla fosse. La storia di Minerva, e del fatto che la moglie gli abbia tenuto nascosto chi l’ha ammazzata, avrebbe dovuto essere anticipata all’inizio del racconto (per la solita regola del fucile sul caminetto); così com’è, sembra quasi un deus ex machina.
Mi è dispiaciuto inoltre che Giobblin abbia lasciato cadere lo spunto della cagnetta in fuga nella notte. Poteva venirne fuori un racconto più divertente e insolito: un’invasione di dinosauretti piccoli e agili (ma “affrontabili”) nel cuore della notte, invece della solita apocalisse con tirannosauri in pieno giorno. Il vecchio pensionato alla ricerca della cagnetta per le strade invase di deinonicus o compsognatus o altri animaletti carini. E magari il racconto avrebbe potuto giocare sul comico-grottesco, con un Geraldo che non capisce o (per testardaggine) si rifiuta di capire che c’è un’invasione di dinosauri e si comporta di conseguenza, ignorando i dinosauretti o trattandoli come cagnacci o altro… Insomma, un tipo di storia che avrebbe fatto più risaltare il carattere di “vecchio cocciuto” del protagonista.
Così com’è, il racconto è senza infamia e senza lode. Però la menzione di Giacobbo mi è piaciuta.

In conclusione: MEH Meh

——————-

DinosauriBeppe Grillo
Riassunto del racconto: l’alter-ego dell’autore, intrappolato in un palazzo braccato da un tirannosauro, in attesa di crepare, passa cinque pagine a vomitare bile e a fare l’intellettualoide saccente. En passant, non manca di tirare frecciatine ai Grillini, a Fabio Fazio, a Spielberg e agli urbanisti che progettano le rotonde.
Questa sproloquio di banalità – che candidano Vergnani, assieme a quello de La razziatrice, a migliore amico di mia nonna – non è in nessun modo definibile “racconto”. Lo definirei piuttosto ‘robetta scritta in un’ora tanto per fare contento un tizio molesto che mi chiedeva un contributo alla sua antologia’. Perché mi rifiuto di credere che ‘sta roba gli abbia portato via più di un’ora del suo tempo. Spero tanto per lui che i suoi romanzi siano meglio.
Ah; a onor di cronaca, ogni tanto gli riesce per sbaglio una battuta carina: “l’idiota [il tirannosauro] sta riprendendo con le sue capocciate (è comprensibilmente molto indietro nella scala evolutiva) e io devo reggermi all’antenna.”

In conclusione: MIO DIO COS’E’ ST’ORRENDA MERDA? No

—————————–

Bilancio finale
Volendo fare un paragone con Ucronie Impure, salta subito all’occhio una cosa: anche i racconti più brutti di Deinos sono meno brutti dei più brutti della raccolta di Girola (“Reliquie” mi fa venire ancora oggi gli incubi), e i racconti migliori sono scritti meglio dei migliori di Ucronie.  E tuttavia, Ucronie Impure aveva qualcosa che qui latita molto: fantasia.
Si potrebbe dire che la colpa è in parte delle stesse premesse del concorso, molto più limitanti rispetto a quelle di Ucronie. E tuttavia i racconti sono deludenti anche secondo gli stessi parametri del concorso. Ad eccezione di Deinosrestaurant (che però è brutto per altri motivi), e in parte Effetto Lazzaro, non c’è nulla di tipicamente “dinosauresco” in questi racconti, qualcosa che avrebbero potuto fare solo i dinosauri e non altre creature. Sembra di leggere racconti di invasione di Mostri Kattivi Random con appiccicati sopra l’etichetta “dinosauro”. Ma se ci fossero stati zombie o lupi mannari o shoggoth sarebbe stato uguale. E sarebbe proprio da ridere se dalla prossima antologia di Girola (tema: apocalisse zombie) uscissero racconti identici a questi, ma con gli zombie al posto dei dinosauri…

Quanto ai racconti migliori, brillano per immersività (Effetto Lazzaro), buone trovate (Profumi), demenzialità (Hic Sunt Dracones) – ma non certo per sense of wonder. Dal punto di vista delle idee, Deinos non avrebbe potuto essere più banale.
Poi, per carità, Girola nell’introduzione dice che i racconti della raccolta sono pieni di meraviglia. D’altronde, cosa possiamo aspettarci dalla mente che ha inventato il cialve capace di scrivere una frase del genere: “Spero che suscitino in ciascuno di voi quel senso di meraviglia proprio dei ragazzini che rimangono ammirati nello scoprire per la prima volta l’esistenza degli ammirevoli bestioni che in un remotissimo passato hanno camminato sul nostro pianeta”. In questa frase c’è più sense of wonder che in tutta l’antologia.

T-rex frustrato

I dinosauri come metafora sociale del peccato di Onan.

Da molti di questi racconti, soprattutto, trasuda pigrizia. Non ci ho visto ricerca, la volontà di documentarsi sui dinosauri per partorire un racconto che li distinguesse dalla massa dei mostri. Forse c’era solo la voglia di partecipare a più concorsi possibili, buttando giù la prima idea che veniva in mente.
Il risultato? Non solo Deinos è un’antologia bruttina (vale la pena di leggere solo i primi tre-quattro racconti), ma con ogni probabilità non piacerà neanche alla “nicchia” di lettori per cui era stata pensata, ossia gli amanti dei dinosauri (Piperita, lo so che sei in ascolto^^). E in un futuro in cui – come spiegava il Duca – il successo di un’opera letteraria sarà legato alla possibilità di soddisfare i gusti/bisogni della sua nicchia specifica, questo è un EPIC FAIL.
Deinos ha più opportunità di piacere all’altra nicchia coinvolta, quella degli “amanti dell’horror di invasione mostruosa”. Ma anche lì, ho i miei dubbi. E’ una nicchia affollata, piena di titoli validi e in tutte le sfumature, mentre Deinos nel suo complesso non si distingue particolarmente né per originalità né per qualità della scrittura.
Il rischio è che quest’antologia circoli solamente tra i partecipanti al concorso e gli amici dei partecipanti, oggetto di tante pacche sulle spalle e occhi luccicanti: “mi hanno pubblicato in un’antologia!”. A chi altri potrebbe interessare?

Comunque, anche se ho cazziato l’antologia, devo fare i complimenti ad alcuni dei partecipanti: Valentina Coscia promette bene, e anche Serafini e Filighera. Deinos è gratis, quindi potreste scaricarla quantomeno per leggere i loro racconti.
Chiudo con una nota per gli appassionati. Se vi interessa la paleontologia, forse vorrete dare un’occhiata a questo blog in cui mi sono imbattuto durante le mie peregrinazioni:

The Palaeobabbler

Il proprietario è uno studente britannico di paleontologia. I post variano da immagini sceme con velociraptor in monociclo a commenti agli articoli del periodico Palaeontology, dalle scoperte di nuovi fossili a dissertazioni sugli pterodattili, da considerazioni sulla falsificabilità dell’evoluzionismo e il rapporto tra evoluzionismo e credo cristiano alla geologia.
Divertitevi.

Velociraptor

La mia classifica

1. Effetto Lazzaro 
2. Profumi
3. Hic Sunt Dracones Meh
4. [Bonus] La vendetta di GeraldoMeh
5. Deinosrestaurant No
6. Solo fameNo
7. Gorgonops – L’invasione degli esseri impossibiliNoNo
8. La razziatriceNoNo
9. DinosauriaNoNo
10. [Bonus] DinosauriNoNoNo

Gli Autopubblicati #04: La nave dei folli

La nave dei folliAutore: Alessandro ‘mcnab75’ Girola
Genere: Horror / Fantasy
Tipo: Novella

Anno: 2011
Pagine: 110




C’è qualcosa di strano nella galleria posta sulla linea ferroviaria che collega Vaiano, nel pratese, al paesino abbandonato di Monteflauto. Chi vi entra non sempre ne esce. Ultima vittima è la troupe di TG Enigma, scomparsa durante le riprese di un servizio sui misteri di Monteflauto e della galleria. Prima di scomparire, Martina, uno dei membri della troupe, ha inviato delle foto inquietanti a Enrico, il suo ragazzo: immagini di orribili mostri che ricordano i dipinti di Hieronymus Bosch, disegnate su un diario consunto trovato nel paese fantasma.
Ora Enrico, piccolo regista underground che sogna ancora di decollare, vuole ritrovare la sua ragazza, ma soprattutto vuole scoprire il mistero che si cela dietro il paese e la galleria di Monteflauto. Polizia e governo, infatti, sembrano ansiosi di insabbiare tutto. Lo accompagnano Fabrizio, Fernando e Astrid, amici e colleghi di lavoro; li guida Antonello Lucchini, vicequestore in pensione che sembra avere un conto in sospeso con i misteri di Monteflauto. Ad attenderli, il silenzio omertoso della campagna, e quella diabolica dimensione che i locali chiamano “Flegetonte”…

Abbiamo già incontrato Alessandro Girola come curatore dell’antologia Ucronie Impure. La nave dei folli è la sua ultima fatica.
La novella si presenta come un classico horror-fantasy investigativo: la vita quotidiana di persone normali è scossa da un evento inspiegabile, che cela misteri ancora più grandi. Mentre gli altri due romanzi autopubblicati di cui mi sono occupato, Marstenheim e L’ombra dell’incantatrice, erano essenzialmente delle trame politiche, basate sull’intreccio e sui personaggi, il libro di Girola è un libro che punta direttamente al sense of wonder, al viaggio nell’incredibile.
Il successo di La nave dei folli, quindi, dipenderà dalla sua capacità di spaventare e meravigliare il lettore. Ci sarà riuscito? Prima di andare a scoprirlo, riassumiamo velocemente gli ingredienti necessari a fare di un’idea, una scoperta, un’ambientazione, una fonte di sense of wonder, prendendo spunto dall’articolo di Gamberetta “Il senso del meraviglioso“:
Surprise, ovvero la capacità di sorprendere il lettore.
Sublime, ovvero la capacità di trasmettere al lettore un’immagine sensoriale potente.
Conceptual Brakethrough, ovvero la capacità di mostrare le cose sotto una nuova prospettiva.
Originalità, ovvero non deve trattarsi di qualcosa di già visto n volte.
In tutto questo, ha molta importanza anche la tecnica stilistica. Uno stile immersivo, ben mostrato, faciliterà il raggiungimento del secondo punto – ossia un’efficace visualizzazione sensoriale degli elementi “meravigliosi” – ma anche del primo, perché la sorpresa, lo shock, nascono tanto più facilmente quanto più ci si sente immersi nella vicenda.

La nave dei folli Bosch

La “stultifera navis”: un sistema all’avanguardia per prenderci cura dei nostri malati.

Uno sguardo approfondito
Partiamo quindi dallo stile. Ahimé, la scrittura di Girola è un disastro; un gradino sopra la prosa del Dr.Jack, ma comunque ampiamente nel campo del brutto. A parte la gestione del pov – sempre su Enrico, in terza persona ravvicinata – troviamo il campionario completo degli errori.
Poco mostrato e molto raccontato? Presente, con contorno di descrizioni di descrizioni vaghe e aggettivazione a pioggia. Per esempio, la tenuta dei Marzio di Monteflauto è descritta come “vecchia e bisognosa di ristrutturazioni, ma in possesso di un certo fascino, eco di un passato glorioso”. Potete toccarla, la gloriosità del passato che riecheggia nella tenuta? A volte la scrittura si fa particolarmente goffa; sempre parlando della tenuta, “sul lato opposto risposto all’ingresso ci sono delle ampie stalle da cui provengono muggiti insistenti e un odore bovino molto intenso”. Ci voleva tanto a dire puzza di merda di mucca? O anche solo un più prosaico puzza di letame?
Peraltro, quando vuole, Girola sa costruire anche delle belle scene. Sempre parlando della tenuta dei Marzio, dopo un paio di pagine di aggettivi a raffica, ecco che si entra nello studio del padrone: “Una robusta scrivania diplomatica in noce massello domina la stanza. Su di essa sono disposti rispettivamente un notebook Toshiba, un fax e il monitor di sorveglianza collegato alle telecamere a circuito chiuso.” Il contrasto tra la rusticità della magione e la modernità dell’attrezzatura dello studio è qualcosa che colpisce. Ma soprattutto, Girola non ci dice ‘la studio è moderno’: ci fa vedere il notebook, il fax, il monitor di sorveglianza, eccetera.

Abbiamo anche infodump a manetta, spesso resi ancora più irritanti perché del tutto inutili. Più o meno a metà del libro, così Fabrizio commenta le disavventure del gruppo: “Siamo finiti in uno zoo dimensionale popolato da aborti schifosi. Mi ricorda Serious Sam, quel videogioco dove il protagonista viaggia attraverso degli stargate per ammazzare una marea di mostri assurdi e ridicoli”. Ve lo immaginate, un vostro amico che fa una citazione e poi ve la spiega? Ma soprattutto, che valore ha questa precisazione inutile nell’economia del racconto? Non era meglio tagliarla? E il discorso si potrebbe estendere a molte delle citazioni sparse nel libro, raramente di qualche utilità, e talvolta talmente invadenti da occupare anche mezza pagina di discussioni. Per quanto riguarda invece gli infodump utili, ricordo che quasi sempre lo scrittore ha la possibilità di mascherarli o filtrarli nei dialoghi e nell’azione – lo spiattellamento nudo e crudo di informazioni è solo la soluzione più pigra.
A volte, poi, viene il dubbio che Girola non conosca bene la nostra lingua; o che non rilegga bene quello che scrive. Per esempio quando descrive le case di Monteflauto. Di esse ci dice che sono piene di polvere e ragnatele. Dopodiché, se ne esce con: “Il solaio non è altro che l’ennesimo locale vuoto e polveroso. L’unica variante è rappresentata dalle solite ragnatele, grosse e spesse, che pendono un po’ ovunque. E’ una costante degli edifici di Monteflauto.” L’unica variazione tra il solaio e gli altri locali sono le solite ragnatele, che peraltro sono una costante degli edifici di Monteflauto? Mmmh.

Ragnatela

Esempio di ragnatela diversa dalle solite ragnatele.

Fino ad arrivare a capolavori di prosa come questa presentazione della squadra di Enrico:

Fabbri, fedelissimo e irrinunciabile, per una miriade di motivi.
Fernando Marasso, pacato e sempre ottimista, fotografo di scena e all’occorrenza assistente operatore.
Astrid Volpi, operatrice di ripresa, nonché grande amica di Martina.

La bruttezza di questo passaggio è quasi comica nel modo in cui riecheggia un brano di Buio di Elena Melodia, giustamente sbeffeggiato sulla Barca dei Gamberi:

Seline, sempre allegra e curiosa, sarebbe capace di vivere una settimana solo facendo shopping. Agatha, taciturna e introversa, è indipendente e determinata. E Naomi, vivace ma equilibrata, è una di quelle che dicono sempre quello che pensano.

Anzi, nel brano della Melodia c’è persino più movimento che in quello di Girola!
Lezione di scrittura: se ai fini della caratterizzazione del personaggio è importante sapere che Fernando è fotografo di scena, mostralo mentre fa il fotografo di scena! Non fare l’elenco della spesa!

E non è solo un problema di presentazione. I personaggi di Girola sono piatti, insulsi, convenzionali. Per gran parte del libro – probabilmente anche a cause del fatto che hanno la stessa iniziale – ho continuato tranquillamente a confondere Fabrizio e Fernando. Enrico è lacerato da un conflitto morale potenzialmente interessante circa il suo interesse per il mistero di Monteflauto – da una parte il desiderio di ritrovare Martina, dall’altra quello di girare una figata di documentario e far così decollare la sua carriera. Ma Girola lo annacqua nel raccontato ed elimina sistematicamente ogni possibilità reale di conflitto (le litigate con Astrid sono ininfluenti a livello di trama).
I dialoghi sono triti e convenzionali, da film. I personaggi si incazzano e si calmano nel giro di poche battute, sempre pronti a scattare come una molla, nel modo subitaneo e improbabile delle cattive fiction. Gli alterchi di Fabrizio contro Lucchini non sono un brillante tentativo di dare profondità a un personaggio, e l’unico risultato che ottengono è di trasformare il Fabbri nella macchietta del sessantottino che odia i poliziotti. Allo stesso modo, gli scatti isterici di Astrid con Enrico sono quanto di più lontano dal comportamento di una persona vera – anche di una persona isterica.
L’unico personaggio che brilli un poco è proprio quello del vecchio Lucchini. E come mai? Guarda un po’, perché è quello più mostrato. Lucchini si muove, brandisce il fucile e lo sa usare, Lucchini è quello che discute con gli estranei e organizza il gruppo, Lucchini aggrotta le sopracciglia alla Lee Van Cleef (anche se Girola insiste troppo spesso sul paragone). Non è solo l’ombra dello scrittore o una pedina funzionale. E’ un buon personaggio. Purtroppo, da solo non può reggere tutto lo show.

Lee Van Cleef

Purtroppo non è previsto un mexican standoff tra Lucchini e i mostri del Flegetonte.

Ma scrittori tecnicamente incapaci come Clarke o mediocri come Asimov ci mostrano che è possibile meravigliare nonostante uno stile pessimo. Come se la cava Girola su questo punto?
I mostri, questo va detto, sono ben mostrati. Complice il fatto di non esserseli inventati da zero ma di averli presi dai bellissimi dipinti di Hieronymus Bosch, le creature del Flegetonte non sono generici orrori blasfemi o concentrati di malvagia malvagità – tradizione tutta italiana di descrivere i mostri – ma creature con un aspetto e un comportamento precisi. Abbiamo, per esempio, una scolopendra gigante con escrescenze a forma di volti umani sofferenti che spuntano dal dorso; ma anche enormi galline volanti con volti umani dalla bocca larga al posto del sedere e che volano al contrario; o grosse palle lardose e monocole, che si muovono su piedi palmati e sono punteggiati di pseudopodi che si muovono “come stelle filanti esposte al vento”.
Un po’ poco per raggiungere il “sublime” della definizione, ma almeno siamo sulla strada giusta.

In compenso, il Flegetonte è un mondo sbiadito.
Da una parte, manca quella complessità ecologica propria delle ambientazioni del buon Fantasy e della buona Science Fiction – quelle ambientazioni in cui ogni pezzo s’incastra come il tassello di un puzzle e dà l’impressione di una cosa viva, dall’astronave di Incontro con Rama allo “spazio conosciuto” di Ringworld al mondo atlantideo di Stations of the Tide.
Dall’altra, il mondo di Girola non può nemmeno competere con la fantasia sfrenata della Bizarro Fiction o del New Weird. I mostri sono carini, ma siamo ad anni luce di distanza da cose come le vagine che diventano portali dimensionali, le feto-mosche, le fabbriche di draghi bio-meccanici. Alla fin fine, ad eccezione degli uomini-gufo – che sono un minimo più complessi – le creature del Flegetonte sanno fare solo due cose: attaccare o non attaccare.
Il Flegetonte, insomma, non è che un’accozzaglia di ambienti e creature ostili sul modello “foresta di Lost“; i vari mostri praticamente non interagiscono tra loro 1. Salta quindi il terzo punto, il “conceptual brakethrough”; a meno che non pensiate che l’esistenza di dimensioni parallele sia ancora oggi una rottura di paradigma…

Scolopendra gigante

Una scolopendra. Non gigante.

Anche sul versante della tensione il romanzo latita. A parte un paio di scene – per esempio quella della galleria – non si prova mai paura o anche solo inquietudine per i nostri eroi. Sono quasi tutti troppo poco caratterizzati perché il lettore si leghi a loro, e c’è troppa poca immersività perché ci si immedesimi nel protagonista. Quando muore un personaggio, poi, succede tutto così lentamente, così per gradi, che non proviamo alcuna sensazione di shock. Insomma: anche qui, niente. Salta il primo punto – la “surprise”.
Inoltre, la storia segue un canovaccio estremamente classico, con il progressivo avvicinamento al luogo del mistero, il passaggio dall’altra parte, l’esplorazione e il ritorno. Le sorprese in mezzo sono ben poche, e non si discostano granché dal copione di infiniti romanzi e racconti del mistero e dell’orrore. Girola cerca di ampliare la sua ambientazione inserendo dei riferimenti qua e là: la selva oscura di Dante, Hieronymus Bosch, l’usanza della ‘stultifera navis’. Ma tutte queste belle idee sul piano della trama non aggiungono niente. Salta così il quarto punto – l’originalità.

Insomma, questo romanzo lo suscita o no, un po’ di sense of wonder? Meh. In proporzione inversa alla vostra cultura letteraria: ci sono centinaia di romanzi e racconti che, partendo da un’impostazione simile, raggiungono risultati molto più brillanti. La nave dei folli sembra un compito a casa – eseguito con onestà, ma senza particolare impegno né brillantezza. Pur essendo scritto meglio de L’ombra dell’incantatrice, paradossalmente è così ovvio e tradizionale da avermi colpito di meno. Il romanzo del Dr. Jack era scritto male ma aveva un po’ di potenziale.
Alla fine è proprio questo, il problema del romanzo. Se qualcuno mi chiedesse: “perché dovrei leggere La nave dei folli?”, non saprei cosa rispondergli. Non mi verrebbe in mente niente. Perché è gratis, forse? Ma anche i racconti di Lovecraft ormai sono gratis – essendo lui morto da più di 70 anni. Tanto vale che vi leggiate quelli, perché non c’è nulla di nuovo in Girola, rispetto ai racconti fantasy-horror che si scrivevano negli anni ’20-’30; anzi, Lovecraft è molto più appassionante. Allora, bisognerebbe leggerlo perché Girola è un italiano, un autopubblicato, uno che conoscete? Sono tutte ragioni extratestuali.
La nave dei folli è un libro modesto, senza ambizioni. Dimenticabile.

Bonus Track: Il treno di Moebius
Il treno di MoebiusAutore: Alessandro ‘mcnab75’ Girola
Genere: Horror / Fantasy
Tipo: Racconto

Anno: 2011
Pagine: 40

La nave dei folli nasce come espansione dell’ambientazione di questo racconto di quaranta pagine. Nella redazione del TG Enigma giunge un filmato amatoriale degli anni ’70, in cui si assiste alla scomparsa di un treno dentro la galleria di Monteflauto: è l’incidente che porterà alla chiusura della tratta e all’abbandono del paese. Il racconto prosegue con il viaggio della troupe a Monteflauto e le conseguenti disavventure.
Non ha senso leggere questo racconto se non prima de La nave dei folli, dato che ne è l’immediato prequel. Peraltro, a leggere entrambi, la sensazione di dé jà vu è molto forte: i personaggi dei due libri fanno quasi le stesse cose, visitano gli stessi posti e hanno anche esperienze simili. Lo stile è altrettanto brutto, anzi in certi punti è pure peggio. Per esempio, Girola ha l’ossessione di ricordarci che Richy è un’attore di soap opera fallito almeno una volta ogni tre che lo nomina.
Nel complesso fa un po’ più paura de La nave dei folli, forse perché i ragazzi di TG Enigma sono disarmati e meno preparati. L’ultima parte del racconto e il finale sono amari, e ho gradito il tentativo di scostarsi dal copione standard; purtroppo questo non basta a risollevare un racconto globalmente anonimo.
Solo per fan estremi di Girola.

Dove si trovano?
Entrambi gli e-book possono essere scaricati gratuitamente sul blog di Girola, Plutonia Experiment. Se le storie vi sono piaciute o se semplicemente vi sentite in colpa, donategli un Euro o più via Paypal.

Hieronymus Bosch

Dipingere sotto l’effetto di stupefacenti non è un invenzione del Novecento.

Qualche estratto
Il primo estratto è una panoramica di Monteflauto, nonché un ottimo esempio di come Girola riesca a sposare infodump, piogge di aggettivi e raccontato; il secondo è un raro caso di dialogo abbastanza ben riuscito, tra Enrico e Lucchini (nonostante il solito abuso di aggettivi tra una battuta e l’altra).

1.
Quando arrivano all’ingresso vero e proprio del paese, la ragazza dà lo stop e tutti si fermano per guardarsi intorno. «Voglio fare una panoramica da qui», afferma Astrid.
Le case di Monteflauto sono un mix di antico e moderno, dove per moderno s’intendono alcuni edifici costruiti probabilmente negli anni del boom economico. Essi stridono con la maggioranza delle abitazioni, che sono rustiche e semplici.
«Era un borgo di trecento abitanti circa.» spiega Lucchini, guardandosi intorno. «Coi pendolari che venivano da fuori per lavorare alla miniera di stagno, arrivava a quattrocento, anche se molti erano lavoratori stagionali.»
Enrico cerca di immaginarsi Martina a passeggio tra quei ruderi cadenti. Molte case sono conciate male, forse a causa del maltempo e delle erbacce infestanti, che in alcuni casi sembrano essere state in grado di sventrare intere pareti. Non è troppo sorpreso nello scoprirsi in diffoltà nel concentrarsi sulle sorti della sua ragazza. Forse è impazzito, ma trova quel posto tanto inquietante quanto irresistibile. È un po’ come quando da adolescente non puoi fare a meno di guardare un film horror anche se sei a casa da solo e sai che avrai gli incubi per tutta la notte.

2.
Enrico guarda il vecchio negli occhi. «Possiamo parlare un momento in privato?»
«Certo.»
«Un momento!» interviene Astrid. «Se dobbiamo decidere che cosa fare, credo che dovremmo votare per alzata di mano.»
Il regista si sforza di sorriderle. «Mi sembra giusto. Allora lo dirò qui davanti a tutti: Antonello, tu soffri di dipendenza da azione, vero? Non riesci a stare fermo e a goderti la vita da pensionato. Non desideravi altro che trovare qualche disperato disposto ad accompagnarti per tornare a indagare su Monteflauto. Ora che sei qui non ti basta ancora. È come una droga. Anzi, forse mi sbaglio. Dovrei parlare di dipendenza da indagine. Vuoi scoprire, scavare a fondo, avere tutte le risposte…» Enrico si accorge solo in quel momento che sta tremando. È colpa della tensione accumulata, ma anche dello shock di quanto è accaduto quando hanno attraversato il tunnel. Per un attimo, quel preciso attimo, vorrebbe tornare a casa, al sicuro, dimenticare tutto.
Lucchini lo guarda a occhi socchiusi, furente. Impugna ancora il Benelli. Potrebbe ammazzarlo su due piedi e nessuno farebbe in tempo a impedirlo. Invece replica con glaciale pacatezza. «Può darsi che tu abbia ragione. Io sono quello che sono e non posso diventare altro. Di certo non voglio trasformarmi in un pensionato bavoso con la prostata grossa come un melone e la dentiera da mettere in un bicchiere ogni fottuta sera. Scoprire cosa c’era alla fine del tunnel è un pensiero che ha tormentato fin dal giorno in cui mia moglie è morta. Prima, Monteflauto coi suoi misteri era un pensiero remoto del mio passato. Poi è riemerso tutto. L’ultima grande indagine. Un trucchetto per non impazzire, se preferisci. Ora il tunnel l’ho attraversato e sai una cosa? Non mi basta.»

Tabella riassuntiva

I mostri boschiani sono perlopiù ben riusciti. Trama lineare e priva di originalità.
Lucchini è un buon personaggio. Personaggi insulsi e dialoghi triti.
Uhm… è gratis?^^’ Il sense of wonder latita.
Scrittura sciatta, raccontata, infodumposa.

In conclusione: MEH, TENDENTE AL NOMeh

——

(1) Si potrebbe obiettare che Girola ha poco spazio per mostrare adeguatamente l’ecologia del suo mondo. Tuttavia a Swanwick, in Bones of the Earth, bastano poche pagine ambientate nel tardo Cretaceo per mostrarci l’interazione esistente tra diverse specie di dinosauri. Molti scrittori nostrani (specie se imbottiti di King) non riescono a immaginare quante informazioni si possano mostrare in poche pagine!Torna su

Nuova sezione per gli Autopubblicati

Breve post logistico.
Dato che gli autopubblicati da me recensiti cominciano a diventare tanti, e altri ne seguiranno in futuro, ho deciso di aprire una sezione autonoma nel menu orizzontale in alto, accanto alla voce dei Consigli del Lunedì. Proprio come l’altra, questa voce conterrà la lista degli autopubblicati di cui mi sono occupato sul blog. Per ora questa lista è abbastanza piccola da stare comodamente in un box sulla home page, ma metto le mani avanti.
Più volte mi è stato chiesto, su queste pagine o via mail, se avessi letto o avessi intenzione di leggere questo o quell’autore autopubblicato. D’ora in poi, per richieste simili potete utilizzare la nuova pagina (o alla peggio questo articolo). Che vi assecondi è un altro paio di maniche: il tempo per leggere non è moltissimo, e in genere preferisco dedicarlo a un autore ‘sicuro’ come Swanwick, Jack Vance e compagnia cantante; ma voglio avere un po’ di fiducia nelle nuove leve. L’unica chance che in Italia si produca narrativa fantastica decente viene dall’autopubblicazione, e se ce l’ha fatta un manipolo di punkettoni di Portland nell’Oregon, forse c’è un briciolo di speranza anche da noi.
Mi piacerebbe riuscire a leggere un autopubblicato al mese (o magari due, se sono libri brevi), ma questa è una cosa che si vedrà.

Carota gigante

Piccoli autopubblicati italiani inseguono la carota del romanzo decente. E' solo un sogno, o può diventare realtà?

I prossimi Autopubblicati
Le due autopubblicazioni che aspetto con maggiore trepidazione, neanche a dirlo, sono l’antologia steampunk del Duca – che dovrebbe uscire per fine marzo o fine aprile, stando a questo articolo, ma potrebbe anche volerci più tempo – e lo spakkoso Zodd di Zwei – che però uscirà chissà quando; diciamo quando l’autore la pianterà di passare il tempo libero su Skyrim e sui romanzacci pulp con gli stupratori seriali deformi.
Diversi di voi mi hanno chiesto cosa ne pensassi dei libri del prolifico Alessandro “mcnab75” Girola, e in particolare della trilogia Prometeo e la Guerra. Finora non ho mai letto Girola. Ammetto di aver fatto un pensierino su 1935, il primo volume della trilogia, ma le diverse – e abbastanza concordi – recensioni negative che avevo letto in giro per la Rete mi hanno in parte dissuaso. Giobblin mi ha indirizzato invece verso l’ultima opera di Girola, La nave dei folli, e il suo prequel, il racconto Il treno di Moebius: ci sto facendo un pensiero. Sempre di Girola, mi incuriosisce anche Scene selezionate dalla Pandemia Gialla.
Nel frattempo, tengo un occhio puntato sul nuovo concorso organizzato da Girola, il cui tema – mutuato dall’esperienza del Survival Blog – è l’apocalisse zombie. Spero ne esca una raccolta più decorosa di Ucronie Impure. E aspetto anche l’antologia che sta preparando Giobblin a partire dal suo concorso Deinos, che si è appena concluso.
Roba ce n’è e ce ne sarà, speriamo bene.

Gli Autopubblicati #01: Ucronie Impure

Ucronie ImpureAutore: AA.VV. (a cura di Alessandro Girola, aka Mcnab75)
Genere: Ucronia / Science Fiction / Fantasy
Tipo: Raccolta di racconti

Anno: 2011
Pagine: 155

Da amante delle ucronie quale io sono, nutrivo molte aspettative nei confronti di Ucronie Impure, antologia che – per coloro che non lo sapessero – raccoglie i 10 racconti finalisti dell’omonimo concorso, indetto un anno fa da Alessandro “Mcnab75” Girola. Sollecitato in parte anche da Siobhàn, che l’aveva già letta, avevo attaccato i primi racconti quando è uscita la recensione di Zwei.
L’antologia è disponibile per il download sul blog di Mcnab75 in formato ePub, ed è completamente gratuita.

Disclaimer per i diversamente abili
Dirò subito che sono stato kattivo e komunista, bocciando una metà dei racconti e facendo parecchi appunti agli altri; il flammone partito da Zwei dopo la sua recensione a Ucronie Impure mi obbliga quindi a fare una precisazione.
Alcuni dei partecipanti all’antologia si sono sentiti offesi dalle critiche di Zwei. Riporto un paio di affermazioni in merito, non per il gusto di alimentare ulteriori flammoni, ma perché inquadrano alla perfezione una certa mentalità dannosa per la scena italiana:

Sarebbe pur lecito dire “il racconto XY” non mi è piaciuto, talvolta questa frenesia nel voler squartare il racconto e calcare la mano su giudizi quantomeno opinabili, si sa, mi irrita un po’… Con tutto che secondo me a Zwei l’antologia è piaciuta, ma dirlo e basta lo renderebbe, appunto, un po’ meno fiko agli occhi degli altri pirati…

Boh, a me dare contro alle persone dà sempre fastidio; il sarcasmo non è certo una cosa reperibile e gradita a tutti. Sembra che ormai la vera trasgressione sia pubblicare una recensione positiva, senza dover per forza aggiungere postille e sbeffeggi. Prima o poi tornerò sulla cosa, anche se ovviamente in molti concluderanno soltanto che “allora non vuoi essere criticato!”.

Spacchettiamo queste affermazioni in punti concettuali:
1. Di un racconto non si può dire che è brutto, ma al massimo che “non è piaciuto”.
2. Si fanno troppe recensioni negative, bisognerebbe invece farle positive.
3. Chi critica un’opera lo fa non nell’interesse dell’opera o dei lettori, ma per essere più fiko.

Disabilities are fun

Queste convinzioni di Girola sono quanto di più dannoso possa immaginare per l’autopubblicazione italiana; trasmettono infatti la falsa idea che l’autopubblicazione, il cosiddetto “mettersi in gioco”, siano una cosa buona di per sé e che vada premiata a prescindere.
Niente di più falso. Un’opera è buona nella misura della qualità, non in base a come è diffusa. L’autopubblicazione sarà una strada virtuosa solo quando saprà proporre opere di qualità superiore a quelle pessime proposte dall’editoria tradizionale.
Cito a proposito una cosa detta da Okamis sul suo blog:

Ne approfitto anche per condividere una breve riflessione fatta sempre quest’oggi con il buon Duca via Messenger. Mi auguro che la presenza in Italia di una sempre più vasta comunità di autori indipendenti porti alla volontà di recensire questi lavori in maniera spietata, soprattutto da chi in questi anni si è battuto contro l’editoria tradizionale, senza scusanti del tipo “in fondo è l’opera di un amateur”. È vero: il 90% del panorama indie (ma facciamo anche il 99,99%) è pura spazzatura, come c’insegna Sturgeon. Ma è altrettanto vero che se non si comincia sin da ora a giudicare con occhio critico questo settore, non ci si potrà mai scrollare l’etichetta da prodotto di serie B (se non C o D). Non ci si può, insomma, lamentare del giro di “amiketti” che purtroppo ammorba l’editoria italiana e poi procedere in punta di piedi quando si tratta di parlare di “uno di noi”. Insomma, è tempo di cominciare a rivolgere il bazooka anche verso altre direzioni e dimostrare che un’altra editoria è possibile.

La stroncatura di un’opera autopubblicata non è un favore che il critico fa a sé stesso, e non lo si fa nell’interesse di diventare più fiki – al contrario, posso assicurare che scrivere una critica sia faticoso e time consuming; infatti ci ho impiegato oltre una settimana a scrivere questo post. E’ un favore che il critico fa all’autore, dicendogli: guarda, qui hai sbagliato; guarda, qui puoi migliorare così e così; guarda, il tuo racconto sarebbe più fiko se provassi a fare così e così.
Non vi dico, ovviamente, di prendere le mie critiche come Verbo, come non dovete prendere come Verbo quelle di Zwei. Sarebbe un atteggiamento sbagliato come quello di rifiutarle a prescindere. Dico di prendere ogni critica e vagliarla: è sensata? Non lo è? Seguire il suo consiglio può davvero migliorare il mio racconto? Eccetera 1.
Alcuni racconti di Ucronie Impure avrebbero a mio avviso solo bisogno di una buona dose di editing per diventare dei bei racconti. E’ solo questione di studio e di allenamento. E di ambizione: un’antologia come questa dovrebbe ambire a competere contro raccolte come i Bizarro Starter Kit, o le antologie sul New Weird di Vandermeer, o i racconti di un altro autore affermato. Pensateci: se posso procurarmi piratata e quindi aggratis una qualsiasi di queste opere (o, in un futuro roseo, se potrò comprare a 2, 3 o anche 4 Euro una di queste opere in formato ePub senza DRM), perché dovrei scegliere di spendere il pomeriggio su Ucronie Impure piuttosto che su un autore affermato?
Bisogna cercare di essere meglio degli autori affermati, perdio! Bisogna aspirare a sentirsi dire: “Fanculo! Non c’ho voglia di leggere l’ultimo di Mieville, preferisco leggere quelli di Ucronie Impure 2.0 che sono più fiki e secondo me gli tira anche di più il cazzo!”.

Mieville

Mieville…? Fanculo!

Metro di valutazione
Ogni racconto sarà trattato separatamente, nell’ordine in cui sono stati messi nell’antologia. Di ogni racconto, sottolineerò innanzitutto l’idea ucronica – che è poi il succo della raccolta – quindi parlerò di come l’idea sia stata realizzata. Infine assegnerò una sorta di “voto”:

 PROMOSSO. Un racconto che sembra un “vero racconto”; bisogno di editing minore o nullo.
Meh MEH. Un racconto zoppicante, che così com’è non va bene, ma potrebbe andare se opportunamente aggiustato.
No BOCCIATO. Un racconto che va ripensato da zero perché non va bene per niente.

Dopo questa presentazione separata farò un brevissimo bilancio dell’antologia nel suo complesso e scriverò la mia classifica personale, completa della posizione che avrebbe meritato imho il “Vendetta” di Zwei^^

I dieci racconti

RasputinAlla corte del monaco nero
L’idea ucronica: Alla morte di Nicola II, ultimo zar di Russia, è asceso al trono nientemeno che Rasputin, il monaco pazzo. Lo aiutano le potenze demoniache, che egli è in grado di controllare. Il racconto inizia con Marlene Dietrich che, una valigetta ammanettata al polso, scende alla stazione di San Pietroburgo…
Realizzazione: Il racconto ha quelle idee sanguigne e un po’ trashone che potevano farne una bella storia: il duello-ninja tra la Dietrich ed Eva Braun, per esempio, o il rituale col feto, e per citare Zwei: “Hitler che le sborra su una coscia è priceless”. Ciò che mina il racconto è lo stile: aggettivazione pesante, molto raccontato e poco mostrato, infodump a manetta, narrazione goffa, abuso di parole vuote (“Ora capiva. Capiva ogni cosa. Avvertiva il potere. Il disegno salvifico nascosto dietro agli eventi che l’avevano condotta fin lì”).
Una scena, come lo scontro con la Braun, che poteva avere quel sapore pulp-retard alla Rodriguez o alla Miike, scivola spesso nel ridicolo puro e semplice. Rasputin diventa un cattivo da operetta, tutto sguardi maniacali e grandeur da Signore del Male. E non c’è niente di così sorprendente, di così “wow!”, nel racconto, da far dimenticare il cattivo stile. Il racconto non è da buttare, ma andrebbe riscritto in modo dignitoso.

In conclusione: MEHMeh

AriaMaschera antigas
L’idea ucronica: Per combattere la crisi del ’29, che oltre a gettare sul lastrico milioni di americani lo ha reso estremamente impopolare, il presidente Hoover si mette nelle mani di avidi capitalisti e approva il progetto “Aria”. Di cosa si tratta? Di privatizzare l’aria: ogni cittadino potrà respirare solo l’aria fornita dalle bombole d’ossigeno del monopolio Aria, attraverso opportune maschere; chiunque sarà sorpreso a respirare l’aria pubblica, sarà messo a morte.
Realizzazione: L’idea in sé è affascinante, ma molto improbabile; perché, per fare un esempio, non c’è un esodo di massa di americani poveri verso il Canada, il Messico o l’Europa? Questo è il tipico esempio di ucronia che richiede una certa abilità di storyteller per essere convincente e non far pensare il lettore: “see, vabbé va…”. Abilità che a Mattia Tasso manca.
L’incipit è un capolavoro dell’As you know, Bob (“Sei stato il mio consulente per anni Jeremy. Ho affidato a te i miei risparmi…”); Hoover e lo squalo capitalista che gli sottopone il progetto parlano come due mongoloidi, non come uomini di potere; e il racconto è tropo frammentato (tutta la parte su Roosevelt andrebbe tolta, dato che fa deragliare il racconto dal punto principale, mentre in compenso non aggiunge granché verosimiglianza alla storia). Infine, l’ultima parte è un lungo, didascalico rant su oh, quanto sono kattivi i kattivi del racconto: una sbrodolata moralista che non commuove ma irrita, dato che racconta e non mostra.
Qua e là c’è qualche immagine vivida che mi è piaciuta – la manifestazione silenziosa; le mamme che richiamano i bambini perché non consumino troppo ossigeno – ma nel complesso il racconto, pur partendo da un’idea interessante, è completamente fallato. Carina la ringkomposition col figlio che segue un destino speculare a quello del padre.

In conclusione: BOCCIATONo

Il millenario regno d’ItaliaMausoleo di Teodorico
L’idea ucronica: Il regno dei Goti, che con Teodorico si insediarono nella nostra penisola dopo la caduta dell’Impero, non è mai caduto. Per mille anni l’Italia è rimasta unita sotto il giogo di Ravenna, gli italiani sono ricordati come i più valorosi guerrieri della cristianità. Ma tutto ha un prezzo: siamo nel 1500, e l’Italia non ha poeti, non ha pittori, non ha arte.
Realizzazione: Uno dei racconti che ho preferito; ha quella scintilla di sense of wonder che in un racconto ucronico non dovrebbe mai mancare. Il problema grosso, tanto per cambiare, è stilistico. La storia sembra scritta come un racconto ottocentesco, con tutti i suoi problemi: l’abuso di raccontato (“La storia che raccontò era interessante, ma risultava ancora più piacevole poiché il narratore non era mai noioso”), i tempi morti, le divagazioni (“Stavolta era in piena salute, e voleva vedere Roma nel miglior modo possibile”, a cui seguono diverse righe sulle cose che il protagonista vede a Roma), gli infodump inutili (che ci frega delle lotte papali tra Medici e Della Rovere?), le sottolineature dell’ovvio (“Evidentemente quel Jasper Vercruyssen, una volta privato delle idee e del talento di Michele Angelo Buonarroti, non aveva saputo inventare niente di originale”). Inoltre avrei evitato tutto quel ricorrere di nomi noti: per alcuni personaggi (come Buonarroti) va bene, è utile alla storia e affascinante; ma che nonostante i 1000 anni di deviazione storica ci siano le stesse grandi famiglie, gli stessinomi di Papi, eccetera, è abbastanza improbabile.
Il finale con la lettura della poesia è ottimo; per una maggiore efficacia del racconto, avrei chiuso con la poesia tralasciando le righe successive (o, al massimo, avrei lasciato solo la frase che comincia con: “Gli venne spontaneo pensare…”, che lascia quel retrogusto amaro che ci piace tanto). Con un adeguato editing, potrebbe diventare un ottimo racconto; allo stato attuale, è troppo grezzone. Non è da buttare, ma andrebbe riscritto in modo dignitoso.

In conclusione: MEHMeh

Kalokagathia Iliade
L’idea ucronica: Gli Achei non han voluto dar retta a Odisseo quando ha proposto di proseguire il cavallo, e stanchi di guerra se ne sono tornati a casina. Ma Paride ha adunato un esercito di proporzioni bibliche e si prepara a invadere la Grecia per fargliela pagare. L’unico modo per fermare il nemico è bloccarli nello stretto corridoio delle Termopili…
Realizzazione: Noia, noia, noia! Leggere questo racconto è stato piacevole come andare dal dentista. I combattimenti sono perlopiù masse anonime di uomini visti dall’alto del narratore onnisciente; avvertire un qualsiasi sentimento per loro è impossibile. Il raccontato abbonda: le armature sono splendenti, gli impatti devastanti, gli uomini coraggiosi, e così via. L’unico scontro “mostrato” e con un pov vicino è il duello tra Enea e Diomede; ma il finale del combattimento non è chiaro (perché Diomede “gli si butta addosso”? Non basterebbe avvicinarsi e infilzarlo?).
Ho l’impressione che l’autore volesse riprodurre, in piccolo, l’atmosfera epica dell’Iliade. Ma non si può fare dell’epos omerico nel XXI secolo, in prosa perdipiù; se non ci credete, provate a scrivere nel vostro romanzo una minuziosa descrizione delle immagini sullo scudo del vostro eroe, e poi ditemi se non vi viene voglia di spararvi nei coglioni.
La pochezza dello stile non è peraltro compensata dalla brillantezza delle idee. Dove sarebbe infatti l’ucronia? Di fatto viene ri-raccontato l’episodio delle Termopili con nomi e numeri cambiati. E il finale è inconsistente (evidenzia per leggerlo): ho apprezzato l’idea che la plebaglia achea sputtanasse i suoi comandanti imbecilli, ma che senso ha, se poi questi ultimi si rialleano coi primi e continuano i combattimenti? Che fine fa il senso dell’onore, che obbliga al rispetto della parola data? In sostanza: non il racconto più brutto, come dice Zwei, ma sicuramente uno dei più brutti.

In conclusione: BOCCIATONo

Little Big HornLa fine della diaspora
L’idea ucronica: Gli indiani hanno perso la battaglia di Little Big Horn e sono stati sterminati. Il generale Custer è diventato dittatore di tutto il Nord America, e i pochi pellerossa sopravvissuti sono dovuti sfuggire in Europa. Ora Custer sta per arrivare in Francia, e l’esule Bill Orso Feroce prepara la sua vendetta.
Realizzazione: Questo racconto mi lascia perplesso. Invece che concentrarsi sulla parte importante della storia (l’assassinio di Custer), ci fa un racconto – anche piuttosto infodumposo – sulla preparazione dell’attentato. In realtà anche al piano è dedicato poco spazio; perdipiù si tratta di reminescenze di Bill, qualche informazione sulla situazione storica, e una buona dose di As you know, Bob. Il racconto ‘vero’ non arriva mai.
Il contesto stesso, è anonimo quant’altri mai. Con poche modifiche periferiche, invece di indiani in esilio che vogliono ammazzare Custer potrebbe trattarsi di ebrei in esilio che vogliono ammazzare Hitler o di cinesi esuli che vogliono ammazzare i Giapponesi invasori, e non si noterebbe la differenza.
Inconsistente.

In conclusione: BOCCIATONo

Elisabetta ILa regina dei pirati di Atlantide
L’idea ucronica: In un ‘500 che non ha mai visto il ritorno di Colombo dalla sua spedizione e non sa, quindi, dell’esistenza dell’America, Filippo II di Spagna riesce con l’appoggio papale a conquistare l’Inghilterra. La regina Elisabetta e i fedelissimi della sua corte riescono ad allestire una flotta e a darsela a gambe; rotta: il misterioso Atlantico.
Realizzazione: L’autore mette in campo un sacco di idee per questo racconto; troppe per la sua abilità, dato che non riesce a gestirle. Il difetto principe dei Pirati di Atlantide, infatti, è che sembra il canovaccio di un intero romanzo condensato nello spazio di un racconto; peggio, un racconto abortito. Il racconto infatti prende tante direzioni contemporaneamente – la minaccia degli Spagnoli, che potrebbero stare inseguendo la flotta regale; l’esplorazione della terra misteriosa; i microconflitti dell’ambiente di corte – ma non riesce a seguirne fino in fondo nessuna, abbandonandole di punto in bianco una dopo l’altra fino all’insulso finale.
Altra conseguenza negativa di trasformare un romanzo in un racconto, è che abbiamo un profluvio di personaggi – oltre una decina quelli “importanti” – ma dato che non c’è spazio per presentarli, rimangono un affollamento confusionario di nomi. Non che l’autore aiuti: i personaggi non vengono quasi mai descritti, sono dei nomi volanti; alcuni si distinguono per qualche tratto marcato (Marlowe, per esempio, è quello che fa le battutacce), ma più che personaggi sembrano delle macchiette. Quanto alla regina Elisabetta, dovrebbe essere la donna gelida per eccellenza, ma in poche pagine di narrazione si lancia in isterismi ben poco regali.
La gestione del pov è un ulteriore punto a sfavore. In teoria la storia sarebbe raccontata in prima persona da un giovane John Donne; in realtà, Donne è un personaggio talmente passivo e “invisibile” che spesso ci si dimentica della sua esistenza e si crede che la storia sia scritta con narratore onnisciente. Quando all’improvviso riappare un verbo in prima singolare, il lettore trasecola: “Ma che cazz… ah sì, è vero, c’era coso, quello là, Donne…”. Insomma: va bene il narratore ‘subordinato’ alla Watson o alla Adso da Melk, ma una voce narrante così inconsistente non ha senso. Tanto valeva usare una terza ancorata a uno dei personaggi importanti, come Marlowe o Dee o Raleigh.
Pirati di Atlantideè comunque più mostrato della maggior parte dei racconti dell’antologia, ma è una ben magra soddisfazione considerando quanto questo racconto sia fallato.

In conclusione: BOCCIATONo

ReliquieReliquie
L’idea ucronica: A partire dalla battaglia di Hattin del XII secolo, alcune reliquie cristane acquisiscono il potere di sparare raggi della morte e/o esplodere, insomma di “nuclearizzare la zona” e polverizzare i nemici. Perché sì, perché è fantasy. In epoca moderna, il Papato regna incontrastato in Europa, e si trova impegnato su più fronti per il controllo del globo.
Realizzazione: Questo è uno dei racconti più brutti che abbia mai letto in vita mia. Non riesco a credere che sia entrato nell’antologia, mi sembra solo un brutto sogno.
Il contesto è alquanto retard. Il Papato si trova impegnato in una guerra mondiale contro praticamente tutti gli altri popoli del globo contemporaneamente. Ci sono un sacco di massacri incomprensibili, dato che il Papato, poi, di fatto vince lanciando missili atomici a spron battuto e facendo esplodere reliquie. Del resto né il Papa né i suoi mostrano un QI troppo alto, come mostra questo affascinante e preciso scambio di battute:

«Eminenza, i nostri Servizi indicano un aumento delle forze lungo tutto il confine orientale.»
Il Papa ci mise un po’ a digerire la notizia. «Non è possibile, gli scontri con le truppe mongole non sono mai stati un problema!»
«Santità, crediamo che durante questi anni si siano rinforzati, attendendo il momento più opportuno per colpire il Vaticano. Questo giustificherebbe le piccole battaglie combattute a est.» Era giunta l’ora di far aprire gli occhi all’erede di Pietro.

Per il resto, la solita storia: quasi tutto raccontato; non ci sono personaggi ma perlopiù solo masse di uomini anonimi che combattono altre masse anonime (ad eccezione dello scontro con lo Zero, che almeno è uno *Zero*, chiaro, riconoscibile); la noia e il nonsense si trascinano fino ad un finale altrettanto noioso e nonsense.

In conclusione: BOCCIATO DI BRUTTONo

RintocchiCampana nazista
L’idea ucronica: Riprendendo uno dei miti delle stilosissime superarmi naziste, l’autore ci porta in un segretissimo laboratorio dove menti brillanti hanno assemblato Die Glocke – un aggeggio a forma di campana in grado di fare brevi viaggi nel tempo e sparare fasci di radiazioni che distruggono ogni forma di vita. Ma l’esperimento avrà risultati imprevisti.
Realizzazione: Contrariamente alla maggior parte dei racconti, in questo i problemi sono più che altro di trama. Ad esempio: anche accettando l’idea di un aggeggio che contemporaneamente è una macchina del tempo e una bomba a radiazioni, com’è possibile che menti brillanti come gli scienziati del racconto la sparino indietro nel tempo più o meno a caso, senza preoccuparsi delle conseguenze? Eppure lo sanno che di fatto è una bomba, che stanno mandando indietro nel tempo! C’è anche una certa ingenuità di fondo sulle dinamiche storiche – per esempio pensare che far vincere ai francesi la battaglia di Waterloo possa cambiare, per oltre un secolo, gli equilibri tra le potenze europee – ma gliela si perdona per il bene del sense of wonder.
Questo racconto infatti, come a Zwei, “mi ha acceso sulla punta del pene una scintilla di autentico Sense of Wonder”. I brevi intermezzi tra un viaggio della campana e l’altro sono gestiti bene, con particolari minimi, senza sbrodolamenti infodumposi. Il racconto si legge con estremo piacere perché è sintetico, va dritto al punto, non si parla addosso come molti altri. La principale pecca stilistica è che gli scienziati parlano in modo molto poco scientifico e non suonano convincenti.
Consiglierei all’autore di lavorare di più sulla coerenza della trama, perché ne verrebbe fuori un pezzo molto carino.

In conclusione: PROMOSSO CON RISERVA

GundamSquali contro alieni
L’idea ucronica: L’Ideon è un enorme robot alieno. O qualcosa del genere. Fatto sta che comincia ad apparire sulla Terra nel 1951. I giapponesi se ne impossessano e lo usano per cancellare gli USA dalla faccia della Terra. E mentre il ricchissimo Conte Felix Charzez du Pontiac, che si è comprato l’Europa e l’ha unificata in un enorme superstato, scompare lasciando vaghe promesse sulla cattura di un secondo Ideon, gli europei sopravvissuti alla Granata Bianca che ha ghiacciato la fascia temperata costruiscono un secondo robottone, il terribile Squalo. Legioni di sfortunati tecnici e ingegneri vivono nelle giunture dello Squalo, e i protagonisti della vicenda, chiusi in una cabina nel ginocchio della bestia, attendono con terrore di arrivare al cospetto dell’Ideon… Ma WTF?
Realizzazione: Questo racconto è una delle cose più deliziosamente retard che abbia mai letto; Excel Saga potrebbe essere un suo lontano cugino. E non soltanto per la premessa nonsense. Tutta la storia è infatti filtrata dalla voce di un protagonista querulo e perennemente sopra le righe: la sua narrazione è tutto un fioccare di commenti acidi (“so bene che mi odiano ma non mi interessa ottenere un diverso riconoscimento da parte loro, il disprezzo è più che sufficiente e bene alimenta la mia voglia, un giorno, di spaccare quelle teste di cazzo”), metafore senza senso (“solo adesso ce ne accorgiamo tutti, come ci fossimo persi a disegnare capezzoli e vagine sui banchi di scuola durante la spiegazione, e l’insegnante si mettesse a scagliare domande a bruciapelo che poco hanno a che fare con l’anatomia femminile”), digressioni cretine. Gli infodump abbondano, ma sono giustificati dall’uso della prima persona; la demenzialità degli antefatti e le infiorettature del protagonista però li rendono sufficientemente interessanti da non farli pesare.
A volte il tono del protagonista diventa troppo ingombrante. Spesso si capisce più cosa passa per la sua testa di cosa succede attorno a lui; diversi passaggi della storia sono confusi e non si capisce bene cosa succeda; a volte gli ambienti sono talmente poco abbozzati da ridursi a degli spazi bianchi nella mente del lettore. Fossi nell’autore, dedicherei più spazio ad una descrizione chiara degli ambienti e delle azioni, limitando un attimo l’istrionismo della voce narrante ma senza soffocarlo.
Altro difetto, i dialoghi non sono sempre ben riusciti. Alcuni scambi di battute più che retard in modo calcato sembrano semplicemente stupidi e poco curati; gli insulti razzisti dei fratelli Kotipelto nei confronti degli africani sono insulsamente politically correct (es. tutte le battute sulle banane, abbastanza grigie). Io ci andrei più pesante – per maggiori informazioni, consiglio all’autore di farsi un giro sul blog di Zwei, in particolare dove si parla di masai e degli altri illuminati popoli d’Africa.
Con la dovuta pulizia, questo racconto decollerebbe.

In conclusione: PROMOSSO CON RISERVA

Tlaloc verrà
L’idea ucronica: Dopo il fallimento dell’impresa dei Conquistadores, gli Aztechi, popolo notoriamente vendicativo, hanno messo in piedi una flotta, hanno attraversato l’Atlantico e conquistato il Portogallo. Lisbona è ormai una città ibrida, le vecchie mura e le chiese cristiane si mescolano con le piramidi a gradoni gonfie del sangue dei sacrifici. Rogério, vecchio conquistador, ubriacone e scalcinato, sogna di cacciare gli invasori e restituire il Portogallo ai civili Cristiani.
Realizzazione: Devo dare ragione a Zwei quando sottolinea la completa implausibilità della conquista del Portogallo da parte di una civiltà così avanzata da non conoscere la ruota. In compenso, è di sicuro la storia scritta meglio. Il conflitto centrale è mostrato sin dalle prime righe, dove assistiamo a una serie di sacrifici umani a Plaça do Comércio. Il racconto non divaga mai, tutto ciò che è scritto è funzionale allo sviluppo di quel conflitto. Rogério e Inés sono ben caratterizzati, le loro scelte ben motivate.
Ci sono delle sbavature tecniche, ma ci si fa caso appena. L’unica caduta di stile è nell’Epilogo: taglierei molto, riducendo al minimo la descrizione della giornata ed eliminando i pensieri di Rogério. Ciò che pensa traspare dal contesto e dalle sue azioni, e il “messaggio” finale arriva più chiaro e più forte, al lettore, se invece di raccontarlo attraverso i suoi pensieri lo si mostra attraverso la semplice descrizione di quel che succede. Per contro le ultimissime righe dedicate a Inés (proprio perché più sintetiche ed esclusivamente mostrate) sono perfette.

In conclusione: PROMOSSO

Bilancio finale
Il problema principale dell’antologia è la mancanza di un editing finale dei racconti vincitori; quello che, ad esempio, il Duca ha promesso e imposto ai finalisti del suo Concorso Steampunk. Una buona metà dei racconti infatti avrebbe tratto estremo giovamento da una revisione rigorosa, perché si tratta di racconti potenzialmente buoni o anche ottimi. E spesso – ma non sempre – si tratta di difetti di stile più che di contenuti. Altri andrebbero ripensati completamente (come Aria e i Pirati di Atlantide), altri andrebbero solo dimenticati (Reliquie).
Nel complesso, un’ottima occasione in parte sprecata; ma nulla vieta agli autori di rimettere mano alle loro opere e continuare a lavorarci.

La mia classifica

1. Tlaloc verrà 
2. Rintocchi
3. Squali contro alieni
4. Il millenario regno d’ItaliaMeh
+ VendettaMeh
5. Alla corte del monaco neroMeh
6. La regina dei pirati di AtlantideNo
7. AriaNo
8. KalokagathiaNo
9. La fine della diasporaNo
10. ReliquieNo

Ucronie

(1) Certo, bisogna partire dal presupposto che una critica oggettiva al testo sia possibile. Se si rifiuta anche questo e si crede che il “gusto personale” sia l’unico discrimine, la cura è Gamberi Fantasy; in particolar modo date un’occhiata a questo articolo sul Mostrare.Torna su