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I Consigli del Lunedì #45: Infernal Devices

Infernal DevicesAutore: K.W. Jeter
Titolo italiano: Le macchine infernali
Genere: Fantasy / Proto-Steampunk / Commedia
Tipo: Romanzo

Anno: 1987
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 290 ca.

Difficoltà in inglese: ***

For me, London’s grey veil, smoke and fog, has been brushed aside. Happy are those who mistake the painted curtain for the reality behind…

Questa è la triste storia di George Dower, artigiano e gentiluomo della Londra del XIX secolo, e di come il suo nome è caduto per sempre nell’infamia.
Suo padre era una delle più grandi menti della sua epoca, un orologiaio capace di costruire qualsiasi sorta di complicato meccanismo, da astrolabi ad automi musicisti a strutture gigantesche dalla funzione incomprensibile. Ma Dower senior non ha trasmesso nulla della sua arte al figlio, e a due anni dalla sua morte, George ha ereditato la sua bottega e un mucchio di creazioni lasciate a metà di cui non capisce il senso. Con l’aiuto del servo Creff, prova a mandare avanti il business di famiglia, facendo le riparazioni più semplici, ma ha ormai cominciato a diffondersi la voce che il figlio non è all’altezza del padre.
La vita di Dower cambia il giorno che nella sua bottega entra un uomo dalla pelle nera come l’ebano, che gli chiede di riparare uno dei misteriosi aggeggi del padre, e gli lascia come anticipo un’assurda moneta con un viso di pesce inciso sopra. Dower commette l’errore di accettare ignaro che sono in molti a desiderare il marchingegno che l’uomo gli ha lasciato in custodia. Strani individui cominciano a frequentare il negozio; presto Dower si troverà invischiato in una rete di intrighi e malaffare, e scoprirà l’esistenza di un’altra Londra, una Londra sordida e occulta che non poteva immaginare…

Ci sono due modi, stringi stringi, per fare steampunk. Uno è l’approccio serio: immaginare un mondo, o un futuro alternativo, in cui la tecnologia ha imboccato una strada diversa rispetto alla nostra. Le premesse possono essere improbabili o assurde, ma l’autore sviluppa il mondo conseguente in modo rigoroso e mira alla credibilità. Questo è l’approccio di The Difference Engine, il romanzo scritto a quattro mani da Gibson e Sterling che presentai su Tapirullanza un paio di anni fa, e di altre opere di cui ho parlato sul blog nel corso del tempo (come le italiane Soldati a Vapore o Caligo, che però scelgono un approccio meno spocchioso e danno più spazio all’umorismo). C’è poi l’altro approccio, cosiddetto gonzo-historical: commedie più o meno dementi che ci buttano in un mondo di automi a vapore, razzi su Marte e ipocrisia vittoriana senza alcuna pretesa di credibilità – così, per ridere. Le prime opere identificate come ‘steampunk’ erano quasi tutte molto più vicine a questo spirito che non all’ucronia seria di Gibson e Sterling (1); ed è sicuramente a questo filone che appartiene il divertentissimo Infernal Devices.
Era da parecchio tempo che volevo parlare del romanzo di K.W. Jeter. Abbiamo già incontrato questo autore con il Consiglio dedicato all’affascinante – ma negletto – Farewell Horizontal, ma il suo nome in realtà è apparso su questo blog molto più spesso; vuoi perché è l’involontario coniatore del termine ‘steampunks’ (quindi, vuoi non tirarlo in mezzo ogni volta che sei in argomento?), vuoi come esempio negativo di carriera letteraria sfortunata, vuoi perché a mio avviso, per la sua immaginazione assurda, è una specie di precursore della Bizarro Fiction. Era solo questione di tempo, prima che decidessi di dedicare un intero articolo a uno dei suoi romanzi giustamente più celebri.

Steampunk meme

Per essere uno dei classici dello steampunk di prima generazione, Infernal Devices appare da subito anomalo; ed è sicuramente molto diverso da tutto ciò che è arrivato dopo. Tra le sue pagine non troverete dirigibili, né lotte sindacali per i diritti dei lavoratori, né ucronie politiche, né macchine analitiche – in effetti, non troverete proprio macchinari alimentate dal Vapore. Le macchine infernali del titolo, e che rappresentano il centro e il “motore” della storia, le macchine inventate dal padre di Dower e che gli renderanno la vita un incubo – sono tutte meccaniche, meccanismi a orologeria. Il romanzo è ambientato intorno alla metà dell’Ottocento (2), quindi in un periodo anteriore rispetto a quello ‘classico’ dello steampunk (che in genere è ambientato durante la belle époque), più vicino a Dickens che non a Wells. Quindi cos’è, clockpunk?!
Aldilà delle etichette, ecco cos’è Infernal Devices: una commedia farsesca che riprende e prende in giro tutti gli stilemi della narrativa e dell’immaginario vittoriano. Scritto in prima persona da Dower, con il suo aplomb da londinese della piccola classe media, come se fossero le sue memorie, è una serie di avventure più o meno idiota che ci catapulterà tra uomini pesce, quartieri segreti di Londra, automi senzienti dall’impareggiabile potenza sessuale, uomini che vedono il futuro, macchinari titanici in grado di distruggere il mondo e la Lega delle Donne per la Soppressione dei Vizi Carnali. Non ci chiede di prenderlo sul serio, solo di divertirci.

Uno sguardo approfondito
Essendo scritto in prima persona, Infernal Devices è strutturato come la più classica delle pappardellone vittoriane sia nello stile che nella struttura. Il romanzo si apre con una cornice in cui Dower, rifugiato in un’anonima casupola in un sobborgo di Londra dove conduce una grigia esistenza, dichiara che ci racconterà come, vittima di un fato avverso e della malvagità degli uomini, la sua reputazione sia stata distrutta per sempre. Anche quando entriamo nel vivo della storia, la cornice aleggia sempre su di noi: il Dower posteriore interviene spesso e volentieri con digressioni, flashforward, e commenti inutili (ma squisitamente ottocenteschi), tipo che le sue mani tremano mentre scrive al solo pensiero di ciò che sta per raccontare!
Questa ampollosità intenzionale contagia tutti gli aspetti della prosa di Infernal Devices. Dower parla un inglese ottuso e che puzza di vecchio, pieno di termini caduti in disuso. Ecco un esempio dall’incipit: “Reader, if the name George Dower, late of the London borough of Clerkenwell, is unfamiliar to you, I beg you to read no further. Perhaps a merciful fate – merciful to the genteel reader’s sensibilities, even more so to the author’s reputation – has spared a few souls acquaintance with the sordid history that has become attached to my name.” O: “When I at last roused myself from my thoughts, what remained of my breakfast had passed from unattractive to inedible.” Il timbro di Dower dilata le scene, riempiendole di commenti e digressioni, e di conseguenza il ritmo della storia rimane sempre modesto.

Clerkenwell

Uno scorcio dell’ameno quartiere di Clerkenwell, dove si trova la bottega di Dower e dove è ambientata una grossa parte del romanzo.

Illeggibile? Nient’affatto. Le prime pagine possono lasciare perplessi, ma una volta capito come funziona ci si lascia catturare in fretta dagli ingranaggi della storia. E questo per tre motivi.
Primo, l’elemento mystery. Jeter è molto bravo a sollevare, fin dal primo capitolo, una serie di enigmi per il lettore. Chi è e da dove viene lo strano uomo dalla pelle bruna che si è presentato nel suo negozio? Cosa significa la moneta con su il profilo di un pesce e l’incisione “Saint Monkfish”, con cui l’uomo l’ha pagato? E a cosa servirà il misterioso marchingegno che gli ha chiesto di riparare? La massa di macchine dal funzionamento misterioso ma dai poteri fantastici costruite dal padre di Dower, che aleggia costantemente sulla narrazione, è un motore costante per la curiosità del lettore. Come in una buona serie tv, nei primi capitoli le domande continuano ad accumularsi (e solo ogni tanto Jeter ci getta qualche risposta per tenerci buoni), mentre solo verso la fine del romanzo tutti i vari misteri trovano una soluzione. Alla fine della storia, tutte le domande avranno risposta, anche se non tutti i tasselli del puzzle si inseriscono in modo elegante. E lo stesso aplomb di Dower si rivelerà essere non soltanto una divertente trovata stilistica, ma un elemento di trama che si incastra alla perfezione con gli altri.

In secondo luogo, Infernal Devices è divertente. I misteri del romanzo non sono una roba cupa alla Lost, ma una serie di vicende idiote in cui Dower viene pestato, insultato, stordito, rapito, ingannato, o combina qualche disastro che mette in fuga una popolazione sconvolta. Non solo la prosa ampollosa non rema contro questo andamento da commedia, al contrario: il bello della storia è proprio il contrasto tra il tono pacato e un po’ melodrammatico di Dower e le disgrazie che gli capitano.
In terzo luogo, di cose in questo romanzo ne succedono veramente tante. La prosa pseudo-vittoriana che si trascina e allunga il brodo è controbilanciata (soprattutto dopo i primi capitoli, un po’ più lenti) da una serie continua di situazioni rocambolesche, inseguimenti, scoperte, apparizioni di strani personaggi. Dower viene spedito da una parte all’altra della Gran Bretagna, e poco alla volta farà la conoscenza con una serie di macchine impossibili del padre – dal gigantesco ordigno che affonda nelle viscere della Terra e, si dice, sia in grado di farla esplodere, al Paganinicon, un automa capace di riprodurre alla perfezione tutti i talenti del fu Niccolò Paganini (e le nobildonne di tutte le grandi corti europee sono pronte a giurare che la sua abilità col violino non fosse né l’unica né la principale delle sue doti…).


Rondò “La Campanella”, terzo movimento del Concerto per Violino e Orchestra No.2 di Paganini, una delle sue composizioni più celebri.

Altro piccolo tocco che aiuta a immergersi nella vicenda, tutti i personaggi hanno la propria voce. Accanto allo stile pesante di Dower, troviamo l’inglese semplice e diretto del servo Creff (“Lord, Mr Dower, it’s an Ethiope!” whispered Creff. “And crazed – a murderous savage!”), il rude cockney dei cocchieri dei bassifondi, degli scaricatori di porto, dei furfanti (“More ‘n likely, she’ll say it’s your own bloody fault, for being such a gawp.”), la parlata stile Yoda dell’uomo dalla pelle bruna (” “Your warning I accept,” he said at last. “Nevertheless, worthwhile will I make it to attempt what you can.”). Ma su tutti, arriva come un fulmine a ciel sereno, in mezzo a tutti questi personaggi che sembrano usciti da una brutta parodia della Londra vittoriana, la parlata di Scape: “Jesus H. Christ,” I heard him whisper to another figure behind him. “Sure gotta deal with a lot of dim bulbs around here”.
Scape, lo strano e burbero omaccione dagli occhiali dalle lenti azzurre, che parla come se fosse uscito dai nostri anni ’70 (“Shit – did Bendray send you here? That sonuvabitch; never tells me a goddamn thing”) e sembra trovarsi al centro della rete di intrighi del romanzo, è forse uno dei migliori personaggi mai usciti dalla penna di Jeter. Ma non scherzano neanche lo svaporato nobile decaduto Lord Bendray, la ninfomane Miss McThane – compagna di scorribande di Scape – o la nevrotica Mrs. Wroth. Certo, sono tutte delle macchiette, senza vera profondità psicologica. Ma dato il tono umoristico del romanzo, e la costruzione a sketch delle scene, svolgono la loro funzione più che bene.

Certo, Infernal Devices è ben lontano dalla perfezione.
L’ultima parte del romanzo, in particolare, sembra scritta un po’ di fretta, come se Jeter avesse avuto bisogno di concludere per incassare l’assegno. E’ vero che arrivano tutte le risposte ai misteri sollevati, e si ottiene un senso di chiusura; ma queste risposte arrivano affastellate, buttate una in fila all’altra, e soprattutto, arrivano quasi tutte attraverso dialoghi invece che attraverso avvenimenti reali. Sono, cioè, spiegate, raccontate, e non mostrate. Non tutte le spiegazioni inoltre sono convincenti, e in particolare il legame tra i due temi fondamentali della trama (quello biologico della razza degli uomini pesce, e quello meccanico delle invenzioni del padre geniale) rimane debole.
Se quindi la nostra razionalità è soddisfatta che la trama abbia un senso e che non ci siano plothole, dal punto di vista emozionale siamo tutto meno che soddisfatti: non si riceve, nella rivelazione, un piacere pari all’investimento che avevamo fatto nel mistero iniziale. Ed è un vero peccato, perché con un po’ di sforzo e non molte pagine in più, Jeter avrebbe potuto ristrutturare l’ultima parte in modo da farci avere la soluzione in modo molto più appassionante. Per converso, il finale vero e proprio è assolutamente geniale e mi ha fatto sganasciare.

Jesus H. Christ

Né questo è l’unico limite di Infernal Devices. Quello principale sta nella natura stessa del romanzo: e cioè di non voler essere nient’altro che una lettura divertente e scanzonata. La storia è della lunghezza giusta per appassionare senza diventare ripetitivo; ma se lo si chiude con un sorriso, è anche vero che si tende a dimenticarlo in fretta (se non per alcuni particolari particolarmente immaginifici e divertenti). Non è certo una di quelle letture che ti cambiano la vita. Né è materiale particolarmente formativo per chi voglia scrivere narrativa steampunk, dato che, per come intendiamo oggi il termine, di steampunk non ha molto.
Ciò detto, vale la pena di leggere Infernal Devices? Sì, e per la stessa ragione per cui consiglio tutto ciò che passa per questo blog: perché è insolito, originale, e perché è piacevole da leggere senza essere stupido. E, nel modo vivace in cui tratteggia le relazioni tra i personaggi e mette gli eventi della storia uno in fila all’altro, anche una buona lezione di storytelling. Scorretevi il primo capitolo, giudicate se potete digerire lo stile bislacco, e in caso andate avanti, che non ve ne pentirete. E poi, che diamine, c’è l’automa di Paganini con il cazzone a orologeria! Che cosa volete di più?

E se ne volete ancora: Fiendish Schemes
Fiendish SchemesAnno: 2013
Pagine: 350

Sono passati decenni da quando Dower è fuggito da Londra in cerca della pace e dell’anonimato, dopo che la sua reputazione è stata completamente distrutta dagli avvenimenti di Infernal Devices. Ma non si può dire che da allora la vita gli abbia sorriso. Ormai raggiunta la mezza età, rifugiato in totale miseria in un remoto paesotto della Cornovaglia, sta contemplando il suicidio con la rivoltella del padre, quando dal mare arriva un uomo con una proposta d’affari. Un affare che potrebbe renderli entrambi ricchissimi.
L’unico problema? Che, ancora una volta, l’impresa coinvolge il ritrovamento e la messa in funzione di un’invenzione del suo dannato padre. Dower si dovrà imbarcare in una nuova avventura senza senso, tra balene parlanti, oceani senzienti, fari con le gambe e uomini locomotiva, il tutto mentre nella terra d’Albione è ormai arrivata l’età del Vapore e le sue macchine infernali.

Fiendish Schemes puzza di operazione a tavolino da due chilometri di distanza. A quasi trent’anni dall’uscita del romanzo originale, e proprio negli anni di apice della febbre steampunk, Jeter se ne esce con un seguito pubblicato dalla stessa casa editrice – la Angry Robot – che due anni prima gli aveva ripubblicato Infernal Devices. Ora, ignoro da chi sia partita l’idea, se da Jeter o dall’editore. Forse era una clausola del contratto originale: Angry Robot si sarebbe impegnata alla ripubblicazione dei romanzi steampunk di Jeter (oltre a Infernal Devices, anche Morlock Night), a patto che lui avesse scritto un sequel di quello di maggior successo. O forse hanno visto che la riedizione di Infernal Devices vendeva bene e si son detti: perché no? Elementi sufficienti, comunque, per prendere il mano il nuovo romanzo con estremo scetticismo.
Be’, mi sbagliavo – almeno in parte. Apparentemente, Fiendish Schemes riprende fedelmente gli elementi fondativi del suo predecessore: la prosa ampollosa (ma ho la sensazione che qui sia ancora più esasperata che non in Infernal Devices), la sequela picaresca di avvenimenti grotteschi, la sfiga perenne che aleggia sopra Dower, il tono semiserio. Ma in realtà i due romanzi sono piuttosto diversi.

Rivoluzione industriale

Dilettanti: noi abbiamo locomotive che fanno sesso!

In primo luogo, Fiendish Schemes è uno steampunk vero e proprio, secondo la definizione corrente del termine. Se Infernal Devices ci mostrava una Londra nascosta e ignota ai più, calata però nel vero mondo del primo Ottocento, nei decenni che intercorrono tra i due romanzi l’Inghilterra si trasforma in un vero mondo ucronico, con macchine alimentate a vapore e marchingegni impossibili ovunque. Quella di Fiendish Schemes è un’Inghilterra con pistoni e stantuffi a ogni angolo di strada, una follia collettiva per i prodigi del Vapore, e pure una pratica underground di modificazioni corporee in vero stile “cyberpunk-fatto-con-lo-steampunk”. Per non parlare delle degressioni sul meatpunk e sul coalpunk! E’ tutto assolutamente idiota, ma in una maniera molto consapevole e meta-letteraria, e comunque nell’atmosfera umoristica del romanzo funziona.
In secondo luogo, la struttura del romanzo è meno improntata all’azione e più al worldbuilding. Il grosso del romanzo consiste in un Dower sballottato dai suoi “compagni d’avventura” in giro per l’Inghilterra e Londra, a scoprire cos’è cambiato nel mondo durante i suoi decenni di eremitaggio e quali assurdità ci riservi il Futuro. Insomma: si parla e si vede molto, ma al tempo stesso succede poco.

C’è una serie di ovvie ragioni per cui Fiendish Schemes non è un romanzo interessante come il suo predecessore. In primo luogo, been there done that: Infernal Devices era interessante perché era una novità, perché era diverso da tutto il resto. Ora che prendiamo in mano questo sequel, abbiamo capito come funziona e la scintilla di curiosità e sorpresa si è bell’e che spenta. A questo c’è poi da aggiungere che Fiendish Schemes è troppo lento. Già il primo romanzo aveva uno stile tendente ad allungare il brodo, ma almeno era pieno di scontri, inseguimenti, misteri, colpi di scena; qui le lungaggini sono ancora più estese, di azione ce n’è pochina e le digressioni infinite.
Nonostante questo, però, devo ammettere che il romanzo è meglio di quanto mi aspettassi al momento dell’acquisto. Idee geniali e trovate grottesche non mancano, e alcune sarebbero degne della miglior Bizarro Fiction. Il problema è che la struttura in cui queste belle trovate sono inserite è ripetitiva e insulsa. Fiendish Schemes non è un romanzo che mi sentirei di consigliare; ma se avete già letto il libro originale e vi manca la sua atmosfera ampollosamente retard, buttateci un occhio. Magari vi piace.

Altro che quella troiata di Steamed! Jeter ha inventato il vero sesso steampunk, ed è in Fiendish Schemes!

Dove si trovano?
Entrambi i romanzi si trovano in lingua originale su Library Genesis , mentre su Bookfi.org (il nuovo nome di BookFinder) si trova solo Infernal Devices, sia nella prima edizione che nella riedizione di Angry Robot (interessante per la prefazione di Jeter stesso e la postfazione di VanderMeer). Per la traduzione italiana del romanzo originale, cercate “Le macchine infernali” su Emule; mentre non mi risulta che Fiendish Schemes sia mai stato tradotto in italiano.

Qualche estratto
Non è facile scegliere gli estratti per Infernal Devices, perché gli sketch di questo libro si sviluppano nel corso di pagine, come accumulo di assurdità su assurdità fino a raggiungere le proporzioni di una valanga. Alla fine ne ho selezionati un paio che spero ben sintetizzino stile e atmosfera del libro.
Il primo brano è preso dall’inizio del romanzo, ed è la captatio del narratore al lettore in cui sono sintetizzati gli avvenimenti che accadranno nel corso della storia ed è steso una specie di umoristico “piano dell’opera” – una cosa molto ottocentesca, di cui avevamo visto l’inizio già nel corpo dell’articolo. Il secondo è tratto uno degli episodi più demenziali e grotteschi del romanzo: Lord Bendray che spiega a Dower lo scopo di una delle più grandi invenzioni del padre…

1.
Reader, if the name George Dower, late of the London borough of Clerkenwell, is unfamiliar to you, I beg you to read no further. Perhaps a merciful fate – merciful to the genteel reader’s sensibilities, even more so to the author’s reputation – has spared a few souls acquaintance with the sordid history that has become attached to my name. Small chance of that, I know, as the infamy has been given the widest circulation possible. The engines of ink-stained paper and press spew forth unceasingly, while the even more pervasive swell of human voice whispers in drawing room and tenement the details that cannot be transcribed.
Still, should the reader be such a one, blessedly ignorant of recent scandal, then lay this book down unread. Perhaps the dim confines of the sick-room, or the wider horizons of tour abroad, far from English weather and the even darker and more permeating chill of English gossip, have sheltered your ear. There can be only small profit in hearing the popular rumours of that dubious scientific brotherhood known as the Royal Anti-Society, and the part I am assumed to have played in its resurrection from that shrouded past where it had lain as mythological shadow to Newton’s Fiat live.
Such happy ignorance is possible. Only the sketchiest outline has been made public of Lord Bendray’s investigations into the so-called Cataclysm Harmonics by which he meant to split the earth to its core. Even now, the riveted iron sphere of his Hermetic Carriage lies in the ruins of Bendray Hall, its signal flags and lights tattered and broken, a mere object of speculation to the attendants who listen patiently to the tottering grey-haired figure’s inquiries about his new life on another planet.
The discretion that sterling can purchase has saved the heirs of the Bendray estate further embarrassment. Not for the purposes of spite, but to remedy the damage done to my own and my father’s name, will I render a complete account of Lord Bendray’s fateful musical soiree in these pages.
The rain begins, spattering on the panes of my study window. Before the heaped coal-grate, the dog sleeping on the rug whines and scratches the floor. An apprehensive tremor blots the ink from the pen in my hand, and in my waistcoat pocket a coin of no value, save as a dread keepsake, grows cold through layers of cloth against my flesh. No matter; I press onward.

2.
  Lord Bendray led me further into the laboratory’s reaches. “Steady on, there,” he cautioned after a few minute’s wavering progress.
“Pardon? Christ in Heaven!” I leapt back from the edge of a circular chasm; another step would have precipitated me into its inky depths. A fragment of stone fell from the stone lip; no sound came back of it reaching bottom.
Lord Bendray stationed himself before the hole. It curved round in either direction for some distance, appearing large enough to have swallowed a small village such as the loathsome Dampford beyond the Hall’s gates. The far edge was hidden from view by rough stone pillars that descended into the pit, their lower ends lost to sight in the darkness. Above them, an intricate arrangement of cross-beams, great geared wheels taller than a man, chains thick enough to suspend houses by, and other machinery looped and dipped to make connection with the pillars.
My host gazed raptly at the stone. “They go down,” he pronounced solemnly, “straight to bedrock. And beyond – hundreds of feet.” He looked back at me. “Your father’s last creation. Such a tragedy that he died before this – his masterpiece – could be set into operation.”
[…] The hairs at the back of my neck began to stand up, as I sensed a madness even greater than I had at first suspected.
Glancing over his shoulder, Lord Bendray read the awful surmise visible in my face. “Yes – you’ve got it – you’ve got it, my boy! Exactly so! The senior Dower was a master of that Science properly known as Cataclysm Harmonics. Just as the marching soldiers transmit the vibrations that bring the bridge tumbling into bits, so this grand construction–” He gestured towards the stone pillars stretching down into the pit. “Your father’s greatest creation – so it is designed to transmit equally destructive pulsations into the core of the earth itself. Pulsations that build, and reinforce themselves – marching soldiers! Hah! Yes – until this world is throbbing with them, and shakes itself to its component atoms!” The vision set him all a-tremble. “The bridge collapses; the world disintegrates… Just so, just so.” He nodded happily.
I stared up at the construction, appalled by the old gentleman’s fervour. Could it be? I was struck with a dread certainty that he had spoken the truth. My father’s creation… Surely there could be no doubting it. If such a thing were the product of his genius, then, for good or ill, it very likely was as potent as all else that had come from his hand and mind.
“But–” I looked to him, baffled. “What would be the purpose of such a destruction?” A terrible vision centred itself in my thoughts, of mountains splitting in twain, deserts shivering as the oceans welled up in their midst, the grinding of splintered stone and the shrieking of women. “What cause would it serve?”
He gazed at me with patient benevolence. “Why, that of which we were just speaking,” he said. “That of contacting those wise, advanced beings on the other worlds. What possible signal could be better? Surely, creatures that are capable of shattering the world on which they live, would be perceived by those intelligences as beings worthy of respect and attention. It stands to reason.”

Tabella riassuntiva

Follia pseudo-vittoriana raccontata alla maniera del romanzo d’appendice dell’800! La prosa ampollosa e le digressioni continue possono stufare.
Dialoghi esilaranti e personaggi surreali.  Divertente, ma privo di “profondità”.
Crescendo di misteri che stimola ad andare avanti. L’ultima parte sembra scritta un po’ di fretta.
Le invenzioni di Dower senior sono una più geniale dell’altra.

(1) Le due eccezioni che mi vengono in mente sono The Warlord of the Air (1971) di Michael Moorcock e A Transatlantic Tunnel, Hurray! (1972) di Harry Harrison. Entrambe le opere precedono di una decina d’anni quelle del triumvirato Powers-Jeter-Blaylock, e pur non avendo manco alla lontana il rigore speculativo di The Difference Engine, sono a tutti gli effetti delle ucronie con qualche pretesa di serietà.

(2) Nel romanzo non viene mai detto con precisione in che anno ci troviamo, ma alcuni indizi permettono di collocarlo tra il 1841 e il 1850.
Il più importante di questi indizi è il riferimento al violinista Niccolò Paganini. Nella scena in cui Dower viene raccattato dalla carrozza di Mrs. Wroth, e il protagonista fa conoscenza con il Paganinicon, ci viene detto che l’artista è scomparso da poco (Mrs. Wroth è rammaricata di non averlo potuto “provare”, mentre alcune sue amiche hanno avuto nel recente passato questo privilegio). Paganini è morto nel 1840. Considerato che la signora è ancora giovane e bella, sembra sensato collocare l’azione non più di pochi anni dopo la morte del violinista.
Un altro indizio che conferma questa tesi viene invece dal seguito di Infernal Devices, Fiendish Schemes (di cui parlo a fine articolo). In quest’ultimo si fa riferimento alla Guerra di Crimea, come qualcosa di avvenuto dopo la fine del primo, ma prima dell’inizio del secondo romanzo (tra l’uno e l’altro, infatti, trascorrono alcune decine di anni). La Guerra di Crimea è scoppiata nel 1853: significa che l’azione di Infernal Devices si è svolta interamente prima di quella data.

La scrittura ai tempi del colera

Macchina da scrivere Olivetti“Non c’è un’epoca migliore di questa per diventare scrittori”: così diceva James N. Frey all’inizio degli anni ’90, nel suo How to Write a Damn Good Novel II (seguito del suo primo, fortunato manuale). Frey si riferiva all’avvento dei word processor, che andando a sostituire le macchine da scrivere rendeva il lavoro dello scrittore infinitamente più facile, e alla globalizzazione, che stava ingigantendo i numeri del mercato editoriale. Oggi, visto dalla prospettiva del 2014 (e del mercato italiano del 2014, bisognerebbe aggiungere), fatico a condividere quell’ottimismo.
Mi sono sempre chiesto quale fosse la formula di vita che permettesse agli scrittori di vivere della loro arte. Più che la domanda “Come fai a scrivere?” (dove la risposta è sempre stessa: costanza, disciplina, orari rigidi), ciò che mi sono sempre chiesto è: come fai a guadagnare? Riesci sempre a scrivere quello che vuoi? Devi scendere a compromessi? Rinunci alla perfezione per rispettare la deadline? E ancora: Che tipo di vita vivi, in conseguenza della tua scelta di dedicarti alla scrittura? Ho guardato alle vite degli scrittori che mi piacevano, in cerca di ispirazione. Più spesso che no, purtroppo, ho visto cose che non mi sono piaciute.

Mi sono fatto un quadro di cosa significhi “vivere di scrittura”. Naturalmente non mi aspetto di dire nulla di nuovo. Ma trovo utile, a volte, fare il punto della situazione, e scrivere a chiare lettere pensieri che per la maggior parte del tempo volano in modo disordinato nella nostra testa. Non mi aspetto nemmeno di dire cose piacevoli. Gli ultimi anni non sono stati felici per la maggior parte degli italiani, e parlare di soldi, lavoro, e di mantenersi tocca note delicate. Per cui se siete di cattivo umore non continuate a leggere.
Ora, dato che un esempio vale più di mille parole, prenderò in considerazione una serie di casi. Partiremo da quattro autori americani di narrativa fantastica; tutti autori che abbiamo incontrato a più riprese su Tapirullanza e che quindi conosco abbastanza bene. Vedremo dove li hanno portati le loro scelte, e quali gradi di libertà – economica, artistica, di opinione – mi sembra che godano all’interno della loro professione.

Colera

Il vibrione del colera. In caso aveste bisogno di riconoscerlo.

Il caso Swanwick
Partiamo dalla cima. Tra gli autori attualmente viventi che mi è capitato di leggere negli ultimi anni, Swanwick è di certo uno di quelli che se la passa meglio. Si mantiene con la scrittura da trent’anni, e ha sempre potuto scrivere quello che gli piaceva senza scendere a compromessi, senza mai “tradire” la propria poetica. Non ha mai pubblicato niente di cui non fosse soddisfatto, e ha dichiarato in più occasioni che una sua storia può rimanere nel cassetto anche per diversi anni, in attesa di trovarle una conclusione degna. In tre decadi di carriera ha all’attivo meno di dieci romanzi, eppure non sta morendo di fame. In una parola: scrive e fa pubblicare quello che vuole, seguendo i propri ritmi. Insomma, la vita che ogni scrittore vorrebbe avere, no?
Eppure anche Swanwick deve stare attento a quello che fa e dice. Se il romanzo di un suo collega fa schifo, non può dirlo. La questione è emersa chiaramente in un suo post su Flogging Babel dello scorso agosto:

Recently, on Facebook, I grumbled about the limitations of a book I’d quit reading. Immediately, people wanted to know the name of the author.
But I won’t do that.
I understand why people wanted to know. There are many, many bad writers whose works are risibly (this may well be the first time in this century that word has appeared outside of a crossword puzzle) awful. I read their books and I gnash my teeth. So why won’t I mock them out and publicly humiliate them?
Because they fall into two camps.
The first consists of those who hopefully put their work before the public eye and got no or little response. If they have done anything wrong (and I am unconvinced they did), they have been punished well beyond their desert. Some of them deserve far better.
The second consists of those who published and profited richly. (You know — or think you do — who I’m talking about.). But what is their crime? They wrote novels that tens of thousands of people loved so much that they were willing to spend their hard earned money on them.
There are people within one block of me who have done worse.
[…] These people are my kin — my brothers and sisters. We understand each other.
So, no, I won’t name names.

Ricordo una vecchissima diatriba tra Gamberetta e lo scrittore Adriano Barone, perché quest’ultimo non voleva fare i nomi dei moltissimi autori incapaci che affliggevano la narrativa fantastica italiana. Qui Swanwick si sta macchiando della stessa colpa: dare la precedenza alla lealtà tra colleghi scrittori rispetto a quella verso i lettori. Neanche lui, uno dei riconosciuti Grandi della narrativa fantastica statunitense, può permettersi una simile libertà rispetto al network di gente che gli dà da mangiare. Evidentemente neanche il mondo della narrativa fantastica americana, pur mangiandosi a colazione quello italiano, è poi così grande.
Pur con la sua libertà artistica, Swanwick partecipa a tutte le convention che può, si fa vedere, scrive prefazioni o articoli saggistici quando gli vengono commissionati, e così via. Una serie di obblighi di mestiere lo legano a doppio filo con i personaggi del mondo dell’editoria. Per alcuni questo non sarà un problema o addirittura sarà un piacere, ma molti sembrano coltivare il sogno di una vita da artista eremitico, autonomo e privo di ipocrisie. Be’, la realtà è che neanche un uomo del calibro di Swanwick può permettersi un simile privilegio. Proprio perché i suoi introiti derivano interamente dal mondo dell’editoria, dipende da esso e non potrà mai permettersi di pestare i piedi a qualcuno.

Michael Swanwick

Swanwick is not amused.

Il caso Mellick
Anche Carlton Mellick è riuscito a coronare il suo sogno e a mantenersi scrivendo ciò che vuole. A differenza di Swanwick, però, Mellick è uno scrittore giovane e meno affermato, che si è trovato una piccola nicchia al di fuori dei circuiti dei premi e delle convention tradizionali del fantastico (i vari Hugo, Nebula, Locus e compagnia cantante, la Worldcon…). Per lui è già più dura. E difatti, per garantirsi un afflusso più o meno costante di denaro scrive come un dannato.
Da gennaio dell’anno scorso, ha dichiarato il suo intento di pubblicare un libro ogni trimestre – vale a dire quattro pubblicazioni all’anno! E se alcune sono novelle di un centinaio di pagine o poco più, quasi ogni anno gli scappa il romanzo da due o trecento pagine. Insomma, un output terrificante, che non soltanto lo costringe ad ammazzarsi di scrittura tutto l’anno – e anche a lanciarsi in maratone di scrittura da sedici ore al giorno per una o più settimane – ma ovviamente lo porta a curare di meno ogni singola opera. Benché il livello stilistico di Mellick sia tra i più alti che potrete trovare nella narrativa fantastica (è davvero bravo!), la qualità della sua prosa non è la stessa in tutti i suoi lavori, si vede che a volte scrive un po’ di fretta, e anche molte situazioni o espedienti tendono a ripetersi da un romanzo all’altro. Verrebbe da dire: “scrivi un po’ meno e cura di più ognuna delle tue opere”, ma è facile per noi che stiamo dall’altra parte; per lui, magari, scrivere di meno significa saltare un mese di affitto.

Non solo. Pur con il catalogo senza fine di Mellick – nel 2013 festeggiava, con Village of the Mermaids, la sua quarantesima pubblicazione! – la vita dello scrittore è una vita sull’orlo dell’abisso. Nella prefazione a Crab Town (un libro molto triste e purtroppo non particolarmente ben riuscito), Mellick scrive:

If there were a message to Crab Town it would be: debt is the scariest fucking thing in the world. Well, maybe it’s not scarier than say a tidal wave made of sharks and chainsaws heading toward your children, but it’s one of the most realistic things to fear because it’s the most likely thing that can, and will, fuck over your whole life.
Debt is the reason there aren’t too many full time writers or artists anymore. As a full time writer living my dream, I can have it all taken away from me at any moment. It’s happened to tons of writers that I’ve known. It’s called: not having health insurance. If you’re a full time writer you’re not getting health insurance. You’re lucky enough to be able to pay rent with the small amount of money you’re making. All it takes is to have a medical emergency, which is bound to happen someday, and without health insurance those hospital bills are going to hit you with debt so hard you’ll have to get two back-to- back day jobs in order to pay them off.
Fuck that shit!
Real life just isn’t set up for certain kinds of people, and artists/writers are one of them. Living your dream is worth the risk, sure, but you’ll often find yourself getting the shit end of the stick.

Grazie al cielo noi italiani non abbiamo un sistema sanitario fottuto come quello americano. Ma anche in Italia ci sono molti modi per finire indebitati.

Carlton Mellick III

Mellick dopo un anno che pubblica un libro ogni tre mesi. Vuoi finire anche tu così?

Il caso VanderMeer
Benché sia un autore che non mi dispiace, abbiamo incontrato solo una volta il “patrono” della corrente del New Weird, nel Consiglio dedicato a City of Saints and Madmen. In compenso, all’epoca in cui era attiva Gamberetta ne parlò in lungo e in largo, dedicando – tra le altre cose – un divertentissimo articolo al suo manuale di “sopravvivenza” come scrittore, Booklife. Come racconta Gamberetta:

Sopravvivenza nel vero senso del termine: come procurarsi da mangiare vendendo libri.
Il mestiere dello scrittore è affrontato dal punto di vista sociale/commerciale, partendo dal presupposto che già si abbiano pronti uno o più romanzi da far fruttare.

Con VanderMeer cominciamo veramente a scavare la fossa del “chi me lo fa fare”, dato che questo pover’uomo, per mantenersi come scrittore, ha davvero dovuto gettare alle ortiche la sua dignità. Dal mendicare blurb e pubblicizzazioni gratis a destra e a manca, al rivendere gli indirizzi e-mail dei propri fan alla casa editrice per spammarli di pubblicità, VanderMeer spiega tutto ciò che ha dovuto fare – e che qualunque scrittore professionista dovrebbe fare – per pubblicizzare la propria opera e riuscire così a mantenersi.

A fronte di ciò, si potrebbe ribattere, VanderMeer è riuscito a restare fedele alla propria vocazione, e a scrivere solo i libri che voleva scrivere. E in effetti, i suoi romanzi del ciclo di Ambergris sono tutto meno che mainstream. Nella sua vita ha dovuto scrivere un unico romanzo su commissione, Predator: South China Seas (OMG), e ha evitato la trappola dello “sforna un libro dopo l’altro stile catena di montaggio” alla Mellick, dato che in media pare pubblicare un romanzo ogni quattro anni.
Apparentemente. Perché se guardiamo alla sua bibliografia, notiamo che la sua carriera di scrittore è completamente eclissata da quella, parallela, di curatore di antologie. Steampunk, Steampunk Reloaded, New Weird, The Weird, Best American Fantasy: solo Wikipedia ne conta quindici. Si sarà divertito, per carità; ma con tutto il tempo che passa a curare cose non sue, e quello trascorso a fare il (triste) markettaro di sé stesso, viene da chiedersi quanto tempo gli rimanga da dedicare alla scrittura. Ah: ecco perché esce un romanzo ogni quattro anni! Pare che VanderMeer un tempo lavorasse come impiegato, ma che a un certo punto si sia licenziato per dedicare la sua vita alla scrittura. Sicuro sicuro sicuro che sia stata una buona scelta, Jeff?

Jeff VanderMeer

VanderMeer mentre scrocca a casa di un fan.

Il caso Jeter
E veniamo al fondo della mia fossa personale.
K.W. Jeter non è un cattivo scrittore. Anzi, quando si impegna è anche superiore alla media dei suoi colleghi, come spero di essere riuscito a dimostrare nel Consiglio dedicato al suo Farewell Horizontal. Ma a lui è andata a male. Non ha mai vinto un premio nel settore, nessuno dei suoi libri ha mai raggiunto una grande notorietà. A partire dai primi anni ’90, dopo quindici anni trascorsi nel settore, ha cominciato ad accettare di scrivere libri su commissione. Prima romanzi sull’universo di Star Trek, poi anche seguiti di Blade Runner – probabilmente sulla base del fatto che era stato un discepolo e amico personale di Dick – e romanzi su Star Wars. Da allora non ha più smesso. E con questi lavori deve aver finalmente cominciato a vedere soldi veri, perché gradualmente ha cessato di produrre opere originali, e ora non ne scrive quasi più.
Il nascente interesse per lo steampunk gli ha donato finalmente, negli ultimi anni, un po’ di popolarità. Angry Robot ha ripubblicato i suoi due romanzi proto-steampunk. Ma già si vede la piega che sta prendendo la cosa. L’ultimo romanzo di Jeter, pubblicato anch’esso da Angry Robot, si chiama Fiendish Schemes ed è un seguito diretto di Infernal Devices, la più bella delle sue opere steampunk. Scrivere il seguito di un romanzo scritto venticinque anni prima e che, di per sé, era pienamente concluso: questo è diventato Jeter dopo quarant’anni di carriera sfortunata. Lo stesso cinico, amareggiato Jeter che nel suo Noir sclerava completamente e si lanciava – attraverso i suoi personaggi – in una tirata contro i pirati e i violatori di copyright che gli portavano via i soldi.

Intermezzo
Abbiamo già visto in uno scorso articolo come funzioni per chi pubblica: un libro sarà acquistato da una singola persona una sola volta, quindi ha senso che sia curato solo fino al punto da essere comprato e da spingere l’acquirente a comprare quelli successivi. Il nostro sistema economico premia la quantità di opere sopra la qualità di ogni singola opera.
Questo vale anche dal lato di chi scrive. Posto che si raggiunga un livello minimo di qualità della scrittura – sotto il quale stai scrivendo Unika e allora non ti compra neanche tua madre – si guadagna di più scrivendo tanti romanzi non troppo curati che scrivendone pochi su cui si è lavorato di lima fino a sfiorare la perfezione. E non è una questione di avidità, poiché – come dice Mellick e come sembra confermare VanderMeer – a fare lo scrittore a tempo pieno si vive sempre o quasi sulla soglia della povertà (se non sotto, per tutti quelli che non hanno successo). Vengono premiate la serializzazione e le saghe – perché creano fanbase e richiedono un minore sforzo creativo, dato che ambientazione e personaggi non devono essere ripensati da zero ad ogni nuovo libro – i libri su commissione e il seguire le mode del momento, mentre è penalizzato il lavoro di documentazione, se si protrae troppo nel tempo (e non c’è peccato peggiore, per uno scrittore, che non rispettare la deadline).
Vivere del proprio sogno è teoricamente una figata, ma guardiamo in faccia la realtà: scrittura e soldi non sembrano andare molto d’accordo. E scrivere per soldi costringe a fare cose molto svilenti e che non avremmo mai desiderato fare quando abbiamo cominciato. Ma allora – cos’altro possiamo fare?

K.W. Jeter

Jeter: piratagli un libro e ti spaccherà la faccia.

Un caso italiano: Alessandro Girola
Girola, anche conosciuto con lo pseudonimo di McNab75, è uno scrittore autopubblicato di narrativa fantastica in attività da una decina d’anni. Nel corso degli anni, grazie ai suoi blog aggiornati quotidianamente, e al ritmo quasi mellickiano con cui sforna libri, ha creato attorno a sé una comunità di lettori fedeli e aspiranti scrittori.
Chi segue Tapirullanza da qualche anno conoscerà Girola, e saprà che non ho una buona opinione di lui. La sua prosa è paragonabile a quella della Troisi – il che significa che scrive meglio di tanta gente pubblicata su carta, ma che nondimeno scrive male e con pressappochismo – le sue storie e ambientazioni sono piuttosto banali, e tutto ciò che ho mai letto di suo sapeva di già visto. Nessuna delle opere di Girola che ho letto è al livello di uno dei miei Consigli del Lunedì. Soprattutto, Girola è uno che non vuole, e che pensa di non aver bisogno, di migliorare: crede che in narrativa non esistano regole oggettive, e che quindi non ci sia ‘meglio’ o ‘peggio’ ma solo ‘mi piace’ e ‘non mi piace’. E’ probabilmente uno dei migliori scrittori autopubblicati in Italia, ma questo anche perché la concorrenza è inesistente.

Però bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare.
Girola sta riuscendo – forse – a costruirsi una carriera da scrittore autopubblicato. In sette-otto anni di attività, ha pubblicato circa 45 libri tra romanzi, racconti e novellas. Certo, questo numero non deve trarre in inganno: molte pubblicazioni sono singoli racconti brevi, quindi il computo totale di parole è decisamente inferiore a quello di un Mellick. Facendo un calcolo approssimativo sulla base del numero di pagine da lui dichiarato per ciascun’opera, posso ipotizzare che abbia pubblicato circa 3500 pagine in formato A5 di narrativa. Che equivalgono – sempre spannometricamente – a 12 romanzi di medie dimensioni (cioè da 300 pagine l’uno).
Da un anno circa, inoltre, Girola ha cominciato a vendere alcuni dei suoi titoli sul Kindle Store di Amazon. I primi riscontri sembrano positivi. In un articolo di settembre 2013 scriveva così in proposito:

L’esperienza in realtà si sta rivelando più positiva del previsto. Non che le vendite siano milionarie, eh, ma, considerando tutti i titoli che ho in vendita (qui), ne piazzo 7-8 al giorno. Detta così sembrano pochi, ma considerate che in un anno posso arrivare, ipoteticamente parlando, a più di 2700 copie vendute. Probabilmente di più, considerando nei primi giorni di pubblicazione le cifre sono molto più alte.
Sicché posso azzardare questa teoria: con l’autopubblicazione di ebook sono potenzialmente in grado di vendere più di uno scrittore “medio” regolarmente pubblicato.

Alessandro Girola

Girola in una posa da intellettuale.

Due mesi dopo è tornato sull’argomento:

I miei bestseller sono senz’altro I Robot di La Marmora (di cui arriverà prestissimo il corposo seguito) e Specie Dominante. Entrambi gli ebook si attestano sulle circa 300 copie vendute (l’uno). La palma di ebook più rivalutato sul lungo periodo va ad Aquila di Sangue. Pubblicato sul Kindle Store a fine agosto, ha iniziato a vendere molto bene solo in ottobre, I motivi? La nuova copertina disegnata da Giordano Efrodini, un’azzeccata campagna pubblicitaria e l’aiuto di voi lettori, che mi avete aiutato nel passaparola.
Soddisfacenti anche le vendite di Milano Doppelganger, il mio racconto lungo venduto in agosto e pensato per la ricorrenza di Halloween.
[…] Gli altri miei titoli hanno venduto molto, molto, molto meno. Parlo di numeri compresi tra le 20 copie per il peggiore e le 70 per il migliore. C’è anche da dire che sono quelli che ho pubblicizzato meno, o addirittura seconde pubblicazioni rivedute e ampliate di ebook rilasciati anni fa, gratuitamente.

E’ possibile, insomma, che in un futuro non troppo lontano Girola, se continuerà a pubblicare con una certa regolarità e a promuoversi come fa attualmente, possa guadagnare dignitosamente dalla sua attività di scritture. E questo nonostante la sua politica suicida sui prezzi, decisamente troppo bassi: tutti i titoli pubblicati sul Kindle Store hanno un costo compreso fra 0,92 Euro (per i racconti lunghi e le novellas) e 1,99 Euro (per le opere più corpose).

Ciò su cui voglio soffermarmi oggi, tuttavia, non è tanto sull’entità dei suoi guadagni o sulle sue politiche di prezzo, quanto sul fatto che Girola riesca a fare tutto questo pur avendo un altro lavoro. Ora, ignoro che cosa faccia nella vita, se sia una professione che lo impegni tanto o poco, se possa scrivere anche da lavoro quando nessuno lo guarda o se debba ridursi alle tre del mattino ogni notte. Mi pare comunque di capire che si tratti di un lavoro full time, che lo mantiene – quindi farà almeno le canoniche 40 ore settimanali. Insomma, ha a disposizione una frazione del tempo di uno scrittore a tempo pieno. Questo non gli ha impedito di produrre in meno di dieci anni l’equivalente quantitativo di una dozzina di romanzi di medie dimensioni (certo: questo ritmo deve aver inciso sulla qualità media delle opere).
Inoltre, benché abbia meno tempo libero da dedicare alla scrittura a causa del suo lavoro principale, nella scrittura Girola gode di un grado di libertà superiore persino a quella di uno Swanwick. Può scrivere quello che vuole, coi ritmi che vuole, e pubblicarlo quando vuole (perché si fissa da solo le deadline); può parlare come vuole di qualsiasi editore, senza temere di segarsi le gambe; può dedicare tutto il tempo che serve al lavoro preparatorio di documentazione; può sperimentare tutti i metodi di pubblicazione che vuole, dall’autopubblicazione sul suo blog, ad Amazon, ad altre piattaforme; potrebbe, nel momento in cui si stufasse, smettere completamente di scrivere e darsi al bracconaggio (1).

Girola bracconaggio

Una possibile alternativa di vita.

Girola ha avuto il merito di trovare una nicchia di lettori insoddisfatti da ciò che il mercato italiano offriva. Gli appassionati di fanta-thriller in salsa Mistero, di mystery urbani, di ucronie gonzo-historical non hanno molti posti dove guardare in Italia, e Girola dà loro qualcosa che raggiunge la soglia della decenza.
Ma quella nicchia è lungi dall’essere satura, e non è nemmeno l’unica. Se c’è posto per la Bizarro Fiction in Italia – e c’è! Saremo, tipo, e voglio esagerare, addirittura in dieci a leggerla! – allora forse c’è posto per qualsiasi sfumatura del fantastico. E senza la pressione della bolletta della luce da pagare, potendo prendersi tutto il tempo per imparare a scrivere bene e per costruire in modo originale le proprie trame, allora si può offrire a questo pubblico qualcosa di veramente nuovo, e di bello.

Conclusione
Avete capito, insomma, dove voglio andare a parare. La mia conclusione potrà non piacere a molti, anche perché va in contrasto con ciò che dice la maggior parte dei manuali di narrativa e va contro le scelte di vita della maggior parte degli scrittori di narrativa (americani o inglesi). E’ anche una soluzione banale, e per nulla poetica.
Ma trovo che la strada migliore per coronare il sogno di diventare scrittori sia questa: trovare un lavoro che abbia il meno a che fare possibile con la scrittura. Questo lavoro rappresenterà la nostra base economica. Poi, nel tempo libero, scrivere – decidendo da sé cosa, come, quando, fissando da sé le deadline, concentrando tutte le proprie energie per rendere la propria prosa la migliore possibile e documentarsi con la massima cura possibile delle cose di cui si vuole scrivere.

You don't say

Abbiamo già visto quali vantaggi comporti essere liberi dai vincoli economici di chi scrive per vivere. Li riassumo brevemente:
– Poter scrivere di ciò che si vuole, anche se i propri fetish letterari sono una nicchia talmente piccola che non potrebbe mai sostentarci economicamente.
– Non essere costretti a scrivere ciò che non si vuole, o a partecipare a reading o altre convention o altri eventi promozionali a cui non si vuole andare.
– Poter dire ciò che si pensa di chiunque, senza essere costretti al silenzio, all’ipocrisia, alle mezze verità dalla rete di relazioni su cui si poggia il mondo dell’editoria.
– Dedicare tutto il tempo necessario a migliorare il proprio stile e al lavoro di documentazione, senza essere pressati da scadenze.
Non si stanno svendendo i propri ideali. Kafka, uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, scriveva di notte perché di giorno faceva l’impiegato.
Certo, questi privilegi non vengono senza svantaggi. Avremo meno energie e molto meno tempo a disposizione per coltivare la scrittura, dato che il grosso della nostra giornata sarà occupato dal lavoro principale. Ma nessuno ci obbliga a sfornare un romanzo all’anno, no? E trovo che sia meglio impiegare dieci anni per realizzare un unico libro, ma che ci soddisfi in tutti i suoi aspetti, piuttosto che dieci libri in dieci anni buttati di fretta solo perché “se non mantieni un ritmo elevato perdi visibilità e non ti seguono/comprano più”.

Un simile stile di vita richiede, se possibile, ancora più disciplina di chi scrive per vivere. Senza il pungolo dei contratti da rispettare o delle bollette da pagare, dobbiamo trovare nella nostra ambizione e nel puro piacere di scrivere la motivazione sufficiente a scrivere tutti i giorni. E’ facilissimo impigrirsi (io stesso ne sono un fulgido esempio! ^-^), soprattutto perché arriveremo davanti al PC alla fine della giornata e già stanchi.
Ma forse, se senza il morso della fame ci è così facile abbandonare la scrittura, forse dopotutto non eravamo così motivati. Forse per noi scrivere non è così importante. Forse troveremo le nostre soddisfazioni altrove e non scriveremo mai un rigo. Be’, non vedo il problema: il mondo non ha bisogno di un altro scrittore poco motivato, e nessuno rimpiangerà un romanzo che non è mai stato scritto. Se invece, nonostante siamo in una posizione economicamente decente, sentiamo ugualmente il bisogno di scrivere – allora vale la pena di aprire Word anche alle nove di sera e darsi da fare.

Franz Kafka

Kafka: una persona felice.

(1) Certo, la posizione di Girola comporta altre limitazioni. In quanto autopubblicato, dovrà dividere il proprio tempo libero tra la scrittura e l’autopromozione, la formattazione dei propri e-book, e tutte le altre funzioni che per uno scrittore pubblicato da una casa editrice seria, sarebbero in carico dell’editore. E magari proprio l’autopubblicazione mangerà via buona parte del tempo e delle energie della sua “seconda professione”.
Ma questo è un problema comune a tutti gli autopubblicati, che facciano lo scrittore di mestiere o nel tempo libero, e rientra nel problema più generale dell’editoria moderna che non fa quello che dovrebbe fare. Questo è il tipo di realtà che spero cambi con Vaporteppa, la collana del Duca. Ma ho già toccato l’argomento nell’articolo di due settimane fa, e non ci ritornerò.