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Le fatine di Luca Tarenzi

Absinthe FairyA differenza di molti di coloro che si avvicinano al fantasy, non sono mai stato un grande appassionato di mitologia e folklore – le antiche credenze dei popoli mi sono sempre parsi poca cosa rispetto ai fatti della Storia e alle meraviglie della tecnica moderna, e i mondi alla Tolkien mi hanno sempre annoiato. Di conseguenza, tra le altre cose me ne ero sempre sbattuto delle fatine.
Finché nell’estate 2011 non è uscito Assault Fairies, il romanzo steam-fantasy di Gamberetta che immaginava un’Inghilterra vittoriana alternativa in cui il mondo degli uomini e quello delle fatine erano in comunicazione, e queste ultime svolgevano tutta una serie di incarichi particolarissimi per il governo britannico. Aldilà di tutti i suoi problemi, Assault Fairies aveva un worldbuilding veramente figo, ed era interessante vedere il modo in cui questi piccoli esserini petulanti interagivano con le cose del nostro mondo. Concettualmente, la fatina – oltre a essere indiscutibilmente sexy – pone al lettore un cambio di prospettiva che la maggior parte delle razze magiche della tradizione non vantano.
Purtroppo il romanzo era incompiuto – la prima parte di n. Con la promessa di poter leggere presto il seguito, abbiamo aspettato e aspettato, ma in quattro anni non è mai arrivato. Sicché – non so voi – ma a me un certo languore di fatine è rimasto. Peccato che sul mercato, nonostante abbiamo avuto vampiri, licantropi, angeli, zombie e tra un po’ pure ghoul innamorati, le fatine non siano mai diventate la next big thing. In assenza di Gamberetta, insomma, sono rimasto a bocca asciutta.

Finché, a fine 2014, un altro scrittore italiano ha deciso di cimentarsi nell’impresa: Luca Tarenzi con la serie di Poison Fairies. Tarenzi rimane fedele alla sua passione per l’urban fantasy, e a questo giro ci mostra la sorte delle fatine del folklore nel mondo moderno. La piccola Cruna, sorella del re, vive con tutta la sua tribù sulla collinetta di una discarica, dove i rifiuti degli uomini vengono riciclati per farne utensili per tutti i giorni. Ma la sopravvivenza della tribù è minacciata dalla vicinanza dei Boggart, fatine più grosse e meglio organizzate, e solo una tregua faticosamente negoziata da re Albedo li tiene al sicuro.
Un nuovo evento rischia però di rompere l’armistizio e trascinare le due tribù in una nuova guerra. La batteria di un auto è stata appena abbandonata sul fianco della collina controllata dai Boggart, vicino al confine tra i due territori – un’arma che potrebbe assicurare un netto vantaggio strategico a una delle due parti. Cruna è stata la prima ad accorgersene, e ora con i suoi compagni Verderame e Disgelo vuole appropriarsene. Ma per farlo dovrebbe invadere i territori nemici, rompendo i termini della tregua e rischiando di venire avvistata dai famelici gabbiani che pattugliano senza sosta la discarica… Le sue azioni impulsive cambieranno le sorti del suo popolo.

Poison Fairies

La copertina dell’edizione italiana di Poison Fairies – La guerra della discarica.

Aldilà della mia recente passione per le fatine, leggere Poison Fairies per me è come prendere due piccioni con una fava. Il primo motivo è l’autore: pur conoscendo il suo nome da anni, non ho mai letto nulla di Luca Tarenzi. I suoi urban fantasy alla American Gods, con angeli, demoni, spiriti e dèi che camminano tra di noi (Quando il diavolo ti accarezza, Godbreaker), mi sono sempre parsi roba vista e rivista e non ho mai avuto voglia di verificare. Al contrario, la discarica umana dove tribù di piccole fatine incattivite si sono accampate e si fanno la guerra sembra un setting dal sapore “fresco”.
Il secondo motivo è la casa editrice: Tarenzi ha infatti pubblicato con Acheron Books, un nuovo progetto editoriale molto insolito. Acheron pubblica esclusivamente in digitale, lo fa a dei prezzi onesti (il libro più costoso viene a 4,25 Euro, la media è tra i 3 e i 4 Euro), e – che io sappia – senza uso di DRM. Fin qui tutto bene. La cosa strana è che, pur essendo un progetto interamente italiano, Acheron pubblica tutti suoi i titoli simultaneamente in italiano e in inglese, e pare orientato principalmente al mercato internazionale: il sito è scritto in inglese, la currency impostata di default è il dollaro, e così via. La ragion d’essere di Acheron Books, infatti, pare proprio quella di esportare inediti italiani per far conoscere la nostra narrativa fantastica all’estero. Come riportato sul sito:

Acheron’s distinctive quality is that it selects the best speculative fiction written by Italian authors who take inspiration from the rich Italian historical and folkloristic tradition.

Sul piano teorico l’iniziativa è più che lodevole; resta da capire come potrà essere sostenuta economicamente. Far tradurre in inglese ogni opera del proprio catalogo costa, e al tempo stesso, il mercato anglosassone è un oceano gigantesco in cui farsi notare è molto difficile. Ci lamentiamo sempre che l’Italia è uno stagno e che gli italiani leggono poco, il che è vero – ma l’altra faccia della medaglia è che, poiché il bacino di narrativa fantastica in lingua italiana è più piccolo, risaltare in mezzo alla concorrenza diventa molto più facile. In un’intervista, il direttore editoriale di Acheron Books ha precisato di puntare a una nicchia specifica, ossia lettori non italiani alla ricerca di narrativa fantastica di sapore italiano: “Il presupposto di partenza è che se il meglio di questa produzione viene tradotta in inglese, può raggiungere una readership decisamente più ampia e con numeri che abbiano un senso economico. […] Contiamo anche sul fatto che la specificità dell’ambientazione e della storia italiane si rivelerà interessante, dato che l’Italia rimane un luogo ancora considerato affascinante per storia culturale e artistica a livello internazionale”.
Rimane da capire se questa nicchia di anglofoni appassionati di fantastico italiano non sia ancora più piccola e difficile da raggiungere di, poniamo, i malati di Bizarro Fiction (tipo me). Il fatto che il direttore in questione sia Adriano Barone – un uomo che ha all’attivo una brutta raccolta di racconti, Carni (e)strane(e), e un brutto romanzo, Il ghigno di Arlecchino – non mi fa esattamente ben sperare sui criteri di selezione e di editing. Il fatto che tra i primi autori pubblicati ci sia Davide Mana, persona che – esattamente come Girola – ha più e più volte sostenuto che le regole in narrativa sono un ostacolo e una ‘vivisezione’ delle opere letterarie, rinforza questa sensazione.

Acheron Books

Il banner della pagina FB di Acheron Books.

Ma cerchiamo di essere liberi dai pregiudizi.
Di tutto il catalogo di Acheron Books – che al momento in cui scrivo conta sei titoli – Luca Tarenzi è sicuramente il nome più conosciuto, e l’unico ad aver pubblicato con case editrici di medio-grandi dimensioni. Due sono i libri che ha pubblicato con Acheron: Poison Fairies, per l’appunto, e il thriller fanta-storico in odore di serialità Demon Hunter Severian (sotto lo pseudonimo di Giovanni Anastasi). La lettura di Poison Fairies può essere quindi il banco di prova per capire, se non altro, la qualità dell’offerta di Acheron Books e la serietà del progetto editoriale.

Prime impressioni
Nei giorni scorsi mi sono scaricato da Amazon l’anteprima del libro – tutto il primo capitolo e una parte del secondo, per un totale di 20 pagine circa – e me la sono letta. E devo dire che le mie speranze sono state realizzate: Tarenzi scrive bene. Il libro comincia in medias res, con le fatine protagoniste che pattugliano il confine tra le due tribù rivali e meditano il furto della batteria, il McGuffin che metterà in moto la vicenda. Il mondo della discarica, il rapporto che le fatine hanno con i rifiuti degli esseri umani non è infodumpato al lettore ma emerge a poco dalle osservazioni, dai dialoghi, dai gesti dei personaggi. Le stesse dimensioni del piccolo popolo sono mostrate al lettore in modo naturale da uno scambio di due personaggi, a poche righe dall’inizio del capitolo:

“Sono sceso fino al torrente. Non è profondo: cinque o sei centimetri al massimo”.
Verderame mandò un sibilo. “Basta anche meno per annegarci”.

Certo, ogni tanto un accesso di pigrizia si fa largo nel mostrato di Tarenzi e qualche infodump poco elegante ce lo becchiamo: “Cruna fissò di nuovo la montagna e poi i gabbiani. Tecnicamente quello era territorio dei Boggart, la tribù rivale. Il confine passava proprio nella valle tra le due pareti di spazzatura, due metri e mezzo sotto di lei […]. E questo piazzava in territorio nemico la ragione per cui lei e i suoi compagni erano venuti di nascosto fin lì: la batteria.”
Altre volte la pigrizia danneggia anche le scene d’azione (grassetto mio): “Con un grugnito il Boggart si voltò e le scaricò addosso una tempesta di colpi che Cruna parò con la velocità della disperazione, finché un fendente centrò di taglio la spada e la spezzò in due.” Ma questi passaggi non sono la norma, e il grosso della narrazione procede con un solido mostrato. Lo stesso combattimento che conclude il primo capitolo è dinamico, non è cliché e si conclude in modo interessante.

Fatina anime

Le fatine non sono tutte delle creaturine pucciose (o delle allusioni sessuali semoventi) come vogliono farci credere i giappi…

Il problema principale del libro è forse la gestione del pov. La storia è raccontata in terza persona dal punto di vista di Cruna, la sorella del re della tribù di fatine; è lei la vera protagonista di Poison Fairies. Tuttavia, il tono neutro della voce narrante e una telecamera un po’ vacillante fanno sì che all’inizio, quando le fatine sono tutte insieme, non si capisca bene dal punto di vista di chi si stia guardando la vicenda. Il problema si risolve in fretta dopo le prime pagine, quando le protagoniste si dividono e continuiamo a seguire solo Cruna; ma all’inizio, quando non si conoscono ancora bene i personaggi e non si sa bene chi faccia cosa o chi sia il protagonista, questo approccio può essere un problema per l’immersione. Io stesso ci ho messo un po’ prima di imparare a distinguere Cruna, Verderame e Disgelo – nomi e azioni dei personaggi mi si mischiavano insieme.
Prese come razza, le fatine di Tarenzi sono molto interessanti. Come le fatine di Gamberetta sono brutali e short-tempered, ma a differenza di quelle di Assault Fairies appaiono meno civilizzate, più animalesche – più vicine in questo alla tradizione. Il glamour è un alone magico che le circonda e che possono concentrare attorno a sé per celarsi alle creature non fatate – come i terribili gabbiani che volteggiano sopra la discarica – oppure concentrare in parti specifiche del proprio corpo per potenziarne le prestazioni o per attutire i colpi. Ma la cosa che più ho gradito di queste fatine, è il modo in cui – vivendo nella discarica – si sono appropriati dei rifiuti del nostro mondo per farne gli strumenti della loro vita, dai pezzi di lamiera che diventano spade, ai cassetti che diventano slitte, alle scarpe da bimbo che diventano divani.

Il pretesto che mette in moto la vicenda, per contro, mi sembra un po’ debole. Cruna e le sue compagne violano espressamente l’ordine di re Albedo, violando la tregua e mettendo a repentaglio il destino della loro gente, per rubare una batteria e l’acido solforico al suo interno. Pare insomma un oggetto di importanza inestimabile. E per farne che? Veleno con cui intingere le proprie armi bianche: “Quanto veleno si poteva distillare da lì? Cruna strinse le labbra. Tanto da avvelenare almeno cento armi Goblin. Tanto da vincere solo con quello una battaglia. E non una piccola.” Tutto qui? Un po’ debole come ragione per mettere in moto una guerra, soprattutto considerando – come spiega Cruna nel capitolo successivo – che il vantaggio strategico che la tribù nemica sta guadagnando su di loro (più territorio, più uomini, più risorse) difficilmente potrà essere controbilanciata dall’avere armi avvelenate (1).
Ora, a questo punto della storia non possiamo sapere che ruolo rivestirà l’acido della batteria per le sorti del conflitto – e certo io, avendo letto solo l’estratto, non posso sbilanciarmi in quel senso. Qui però il punto è un altro, ossia la capacità dell’autore di persuadere il lettore dell’importanza cruciale dell’evento. Tarenzi mi deve convincere che questa batteria, se davvero è ciò che mette in moto le azioni del protagonista, sia la cosa più importante mai accaduta dalla crocifissione di Gesù. Non è lo strumento che aiuterà a vincere una battaglia ‘non piccola’; dev’essere la chiave per vincere la guerra, per ribaltare le sorti tra fatine e Boggart. Tarenzi stesso, a giudicare dalla costruzione della frase, non sembra del tutto convinto dell’escamotage che ha orchestrato per iniziare il romanzo. Ma se l’autore non è convinto, allora trovare una situazione iniziale alternativa che gli funzioni meglio e che sia poi in grado di venderci.

Car Battery

Può cambiare le sorti di una guerra. O quantomeno di una battaglia non piccola.

Al netto di tutte queste considerazioni, comunque, l’inizio di Poison Fairies sembra promettere un bel romanzo. E lo stile di Tarenzi è decisamente sopra la media degli scrittori italiani di fantastico. Come mai allora non mi sono fiondato a leggere il resto del romanzo? Perché come per Assault Fairies, anche Poison Fairies – La guerra della discarica è solo la prima parte di una storia più ampia; il progetto completo sarà una trilogia di cui il secondo e il terzo libro devono ancora uscire. Insomma – per il momento mi dovrei accontentare anche questa volta di una storia incompiuta; come infatti sembrano precisare le recensioni su Amazon, è che La guerra della discarica sembrerebbe terminare con un cliffhanger, lasciando la storia tronca (2). E i miei dubbi sulla solvibilità futura di Acheron Books non mi tranquillizzano di certo.
Rimango fedele alla mia politica di non iniziare una saga fino a che non sia compiuta (saggia idea che mi ha tenuto alla larga dalla Ruota di Jordan e dalla Song di Martin, che probabilmente rimarrà incompiuta, almeno nella versione cartacea). Leggerò Poison Fairies solo quando e se uscirà l’ultimo capitolo della trilogia.

Quel che è certo, è che ho voglia di leggere Poison Fairies. Tarenzi è bravo, e con questo ciclo sembra aver trovato un’ambientazione originale e ricca di possibilità. Incrociamo le dita (3).

Luca Tarenzi

Luca Tarenzi: una piacevole sorpresa.

(1) Tra l’altro, la sinossi su Amazon dice qualcos’altro: “…Ma Cruna ha deciso che le cose devono cambiare: convince i suoi amici Verderame e Disgelo a rubare la batteria di una macchina, in modo che il suo acido possa fornire energia alla sua gente, visto che l’inverno è alle porte.”
Mettetevi d’accordo.

(2) “La trama, invece, mi ha colpito meno del resto non perché non sia buona, anzi, ma perché è tronca. Pur sviluppandosi attorno a una vicenda che vede un inizio e una fine la maggior parte delle premesse e il grosso degli eventi, appassionanti, che vengono messi in moto troveranno continuazione solo nel libro successivo lasciando il lettore con quel misto di attesa e delusione a fine lettura da “E adesso?”
(dalla recensione di Marco Parini)

“Se proprio devo trovare un difetto a questo romanzo è la sua brevità (I want more pages! Give me more!) e il fatto che non si concluda. Si chiude con un bel cliffhanger che mi ha fatta indispettire, lo ammetto, ma mi è piaciuto talmente tanto il romanzo che glielo perdono.”
(dalla recensione di Angharad)

Il concetto è ribadito anche da altre recensioni, questi sono solo due esempi.

(3) EDIT: Segnalo un errata corrige. Nei commenti all’articolo ho scritto che tutti i libri presenti nel catalogo di Acheron Books sono unicamente i sei pubblicati al momento del lancio. Sono però stato informato da Acheron Books dell’esistenza di un settimo libro, Eternal War – La guerra dei santi di Livio Gambarini, pubblicato il 2 Giugno. Potete vedere la pagina del libro qui su Amazon.
Il mio è stato comunque un errore in buona fede, dato che, “per precisa strategia editoriale”, il romanzo di Gambarini non è presente sul sito di Acheron Books (è invece presente un box dedicato a Gambarini nella sezione Authors, ma sotto la sua bio sono segnalati “0 ebooks“). Riporto a proposito uno stralcio del commento di Lorenzo dello staff di Acheron:

Eternal War, per precisa strategia editoriale, per ora è pubblicata solo su Amazon Italia. Seguirà a breve pubblicazione sul sito, sugli altri stores, e in pod. E’ per questo che non la si vede ancora sul sito di Acheron.

Eternal War - Livio Gambarini

La copertina di Eternal War – Gli eserciti dei santi

Ringrazio Lorenzo per l’informazione e la correttezza.
Non posso purtroppo dire lo stesso delle conversazioni apparse sulla pagina FB di Tarenzi,  ma uno giustamente sulla propria pagina può fare quello che vuole. Spero solo che Tarenzi si renda prima o poi conto che quanto ho scritto era privo di cattiveria (per cosa poi?) e riportava semplicemente le mie reazioni di lettore; se i miei post gli facciano vendere più o meno copie non mi riguarda, è la qualità del suo lavoro che deve fargli vendere copie.

Cinque incipit per l’anno nuovo

Spiderman New YearAnsen Dibell, nel suo manuale Plot, è piuttosto chiaro:

Any departure from linear, sequential storytelling is going to make the story harder to read and call attention to the container rather than the content, the technique rather than the story those techniques should be serving. […] Don’t use a frame or a flashback if the story can be well told by following the King of Hearts’ advice: “Begin at the beginning, and go on till you come to the end: then stop.” 

Mentre leggevo quelle righe, nel lontano 2009, contemplavo la struttura del romanzo che da qualche mese tentavo di scrivere. Nel romanzo, c’era questo tizio che, durante un viaggio in barca su un fiume in terre selvagge (molto Cuore di tenebra) raccontava ad altri due tizi una storia. Questa era la cornice. Poi c’era la storia raccontata dal tipo, che in realtà erano due storie: la storia di come quattro tizi si erano imbarcati in un’avventura assurda ai margini della civiltà, e la storia di uno dei quattro che, rimasto solo, andava in giro trascinandosi dietro un cadavere. Il lettore ovviamente doveva essere avvinto dall’interrogativo: com’è che questo qui è finito ad andare in giro trascinandosi dietro un cadavere? Cosa sarà mai successo? E poi, naturalmente, c’era la backstory individuale di ciascuno dei quattro tizi del racconto nel racconto, in cui poco alla volta venivano alla luce i loro torbidi problemi. Come se non bastasse, la cornice in realtà non era una cornice: mano a mano che si procedeva nel romanzo, in essa succedevano sempre più cose e alla fine doveva diventare la storyline principale. Quella dove tutti i nodi vengono al pettine.
Quattro timeline parallele, con una storia che salta da una all’altra capitolo dopo capitolo. Insomma, ero un maestro della linearità e della storia che si legge per il gusto della storia. Non c’è da sorprendersi che abbia velocemente mandato affanculo i pochi capitoli che ero riuscito a scrivere.

Plot - Ansen Dibell

Plot di Ansen Dibell. Il libro che ti farà sentire una merda.

Da allora il copione si è ripetuto più volte. In quattro anni, ho scritto qualcosa come dodici primi capitoli. Tutti di storie diverse. Diversi li ho distrutti, altri li ho tenuti – per ricordo, o come monito, o perché credevo ancora nella storia che c’era dietro (e che un giorno potrei ancora scrivere, se ne diventassi capace).
Scrivere primi capitoli è molto divertente: le possibilità sono tutte aperte, e anche se hai una traccia in testa da seguire, puoi ancora scrivere qualsiasi cosa. Man mano che si va avanti con la storia, le possibilità si chiudono, il percorso diventa sempre più obbligato. E tutte le magagne strutturali (o anche più semplicemente una prosa di merda) vengono alla luce, perché sono scritte nero su bianco. L’abbandono per perdita della pazienza è inevitabile.

Questa cosa dei primi capitoli divertiva molto Siobhàn. Una volta mi disse: “Perché non prendi tutta quella roba, e fai un libro di primi capitoli? Magari è la storia di uno scrittore sficato e depresso che non riesce ad andare oltre il primo capitolo”. Feci finta di non aver colto l’osservazione implicita (mica tanto) sulla mia condizione, e mi misi piuttosto a sviluppare l’idea. “Potrebbe essere una storia che corre su due binari! Da una parte, la vita dello scrittore (capitoli dispari); dall’altra, i primi capitoli che prova a scrivere (capitoli pari). Però dovrebbe esserci qualche legame tra gli uni e gli altri; non posso semplicemente buttare a random i primi capitoli che ho scritto. Magari ogni primo capitolo dovrebbe echeggiare episodi paralleli della vita dello scrittore. Certo, potrebbero essere riflessi psicologici (fatti triviali della vita dello scrittore che diventano materia per le sue trame fantastiche; e al perdere di interesse verso il fatto scatenante, lo scrittore perde interesse anche nella storia che ne è nata e per questo si interrompe al primo capitolo!). Ma fermarsi al piano psicologico è banale. Perché invece non creare un legame reale tra i primi capitoli fittizi e la vita personale dello scrittore? C’è una strana corrispondenza metafisica tra il mondo reale e le storie che scrive… Un mistero che è possibile dipanare solo incrociando le informazioni fornite nei capitoli dispari e in quelli pari… Forse nessuno dei due mondi è reale… Però allora i primi capitoli che ho già scritto non vanno bene. Li avevo scritti senza creare un legame tra di loro. Ne dovrò creare altri apposta, già predisposti per questa trama. Gli altri li dovrò buttare…”. Siobhàn alza gli occhi al cielo.
Insomma, mi ero sabotato fin dall’inizio. Ma in realtà è stata una fortuna. Sarebbe stata una trama orribile. E poi l’ha già fatto Calvino, e pure sul suo libro ci sarebbe da discutere.

Italo Calvino

Italo Calvino: praticamente, un incrocio tra Bersani e Bilbo Baggins.

Ma perché buttare il bambino con tutta l’acqua? E quale modo migliore di inaugurare un nuovo anno di Tapirullanza, se non con una rassegna di incipit di alcuni di quegli infami primi capitoli? Domande che fanno girar la testa.
Per la vostra gioia qui di seguito vi presento diversi incipit tra le 150 e le 190 parole, quasi tutti di annate diverse, tutti accompagnati dal titolo provvisorio. Potrei dire che lo faccio perché sono un narcisista, ma basta darci un’occhiata per capire che in realtà lo faccio perché non ho senso del pudore. La maggior parte di questi incipit sono veramente orrendi (i primi sicuramente!), una collezione di perle dall’uomo che parla come un libro stampato (e vagamente tolkeniano nel suo soffermarsi sulla vegetazione) agli As you know Bob nei monologhi interiori (“come Isak sapeva”), da piogge di avverbi e doppi aggettivi a metafore roboanti. Capolavoro!
E lasciamo stare il mio gusto per i nomi propri.

«Ecco. È successo proprio là, sul fianco di una di quelle montagne, ai piedi di quei dirupi di parete rocciosa» ci dice una sera il nostro ospite, indicando i picchi lisci e dritti che si ergono sopra le chiome degli alberi e le basse montagne attorno a noi. «Dovunque sterpaglia gialla, bruciata dal sole – è successo d’estate, sapete. I prati – immaginateveli – sono punteggiati qua e là da sassi squadrati, macchie verdi di rovi, e piccoli grappoli di alberi. Più in basso, forse un centinaio di metri più in basso, c’è il bosco vero e proprio, ma lui è troppo stanco per raggiungerlo, specie con quel cadavere che deve portarsi sulle spalle. Saranno le nove di mattina e il sole è ancora basso, quasi sfiora le cime delle montagne; però comincia già a fare caldo, e lui sa che tra poco farà un caldo dell’inferno. Per di più sopra la sua testa pendono quei picchi affilati come figure geometriche, dandogli la sensazione che potrebbero franargli addosso in qualsiasi momento. E tenete conto che non mangia da qualcosa come trentasei ore.»
(Problema matematico attorno al corpo della donna amata, 2009)

D'Alema

“Che minchia mi stai facendo leggere?”

Appena uscito dal treno, Isak realizzò che cosa fosse Eh-Eh-Ototoi. File e file di rotaie si stendevano davanti e dietro di lui. Non correvano perfettamente parallele l’una accanto all’altra, ma piegavano leggermente verso l’interno della città; e questo perché, come Isak sapeva, la ferrovia circondava completamente la città. Il cielo era fittamente solcato di cavi dell’alta tensione, attraversati con ritmo incessante dai pantografi dei vagoni in entrata e in uscita. Una lussureggiante vegetazione di tralicci intervallava la piatta monotonia grigia di quel paesaggio.
Se qualcuno avesse solcato la città dall’alto di un elicottero, venendo dalla periferia, la prima cosa che avrebbe visto sarebbe stato lo sterminato intrico di scambi ferroviari che come serpenti sinuosi si allungavano verso le banchine. Queste si estendevano, sterminate rette di cemento assediate dai binari e dalle processioni di pali e cavi, anche per mezzo chilometro prima di entrare nella stazione.
(La città dei seicentododici dèi, 2010)

La cupola spicca in mezzo agli alberi come sangue in una chiesa. Le lisce pareti bianche riflettono la luce del sole al punto che Cadmio deve schermarsi gli occhi con la mano guantata.
Vattene, Cadmio.
Il cervello si mette in moto da solo, gli occhi saettano a sinistra e a destra nelle fessure che ha aperto tra le dita: altezza 6,50 metri, diametro 18,30 metri.
L’uomo si ferma contro un albero, a distanza di sicurezza. I suoi occhi hanno già tracciato una griglia di quadrati di 5 metri di lato l’uno, bianchi come il gessetto sulla lavagna dell’Accademia. Un quadrato di 80 metri di lato avente al centro il centro della cupola, e i suoi piedi proprio a un passo dal bordo.
Ansima; con la mano libera si preme la coscia destra. Distoglie lo sguardo dal bianco della cupola e chiude gli occhi. Dolore e stanchezza cancellano cifre e quadrati, riempiono il suo universo.
Il dolore è un nodo che gli strizza la coscia; filamenti incandescenti si irradiano giù, fino al ginocchio, onde ritmiche gli lambiscono la caviglia. Si massaggia il punto in cui ha battuto cadendo dal dorso dell’iguana, anche se la cotta di maglia e l’imbottitura di cuoio gli impediscono di arrivare al livido.
Fottuta iguana.
(Dilemma della stanza bianca, 2012)

Cello è seduta sulle panche della chiesa, seconda fila, e il direttore le stringe una spalla con la mano, il braccio attorno alla schiena. Le candele sono spente e la luce filtra dalla cupola di vetro sopra l’abside. Cello si tortura le labbra tra gli incisivi.
Sorella Delia è in piedi davanti alla prima fila, un braccio poggiato sullo schienale della panca, le dita nodose che torcono il legno. Il busto è piegato verso destra, in una posa innaturale, l’altra mano stretta sul fianco. Sorella Delia volta la testa. La guarda con apprensione, le linee sulla fronte che si ispessiscono. Sembra dirle, Cos’hai combinato? Cello abbassa lo sguardo.
Ha sbagliato qualcosa? La schiena è dritta. Le mani sono raccolte in grembo, chiuse a coppa nella posizione della preghiera. Le unghie affondano nella carne, ma questo sorella Delia non può vederlo.
Passi rompono il silenzio. È il cappellano, lo vede con la coda dell’occhio. Si avvicina al direttore, allarga le braccia. La bocca si schiude come per dire qualcosa, ma non dice niente. Il direttore scuote la testa.
(Francis Bacon aveva ragione!, 2013)

Francis Bacon

L’uomo che dobbiamo ringraziare per l’esistenza dell’espressione “esperimento cruciale”. E per tutte le opere di Shakespeare, ovviamente.

Sotto il cielo livido, la torre inclinata del Woolworth Building sembra un dito puntato verso l’oceano. Le onde si frangono contro le finestre, la schiuma si addensa attorno a una guglia affiorante a pelo d’acqua. Più oltre, contro l’orizzonte si stagliano gli scheletri pallidi dell’Irving Trust Company Building e del palazzo della Bank of Manhattan.
Plic. La goccia gli scivola lungo il profilo dell’orecchio; un’altra gli pizzica la punta del naso. Noah si rimette il cappuccio, un gesto meccanico.
La linea dell’orizzonte è ancora vuota – acqua, acqua, acqua. Sospira. Appoggia la nuca contro il parapetto della terrazza panoramica, la schiena rivolta all’oceano. La luce lampeggiante del faro in cima all’Empire State gli ferisce gli occhi. Uomini si muovono sulle impalcature, grandi come formiche, ma le luci rosse sono ancora spente.
Ci sono uomini anche ai piedi dell’Empire, sulla banchina di legno. Due barche stanno lasciando i pontili, un battello è fermo aspettando di poter entrare nel dedalo di moli. Un uomo esce dal vano di una finestra. Tira un carrello con sopra impilate due casse di legno; le ruote seguono la pendenza di una passerella che taglia il davanzale. Merce da portare a Londra; probabilmente sono altre sirene.
(Quando Londra venne a New York, 2013)

Vedendo questi incipit uno di fianco all’altro, leggo un cambiamento nel tempo. All’inizio prediligevo le lunghe descrizioni statiche in campo lungo, con pov simil-onnisciente – errore classico da principiante – nel tempo, ho cercato di filtrare le scene attraverso il personaggio pov (anche quando descrivo l’ambiente), a rendere le descrizioni dinamiche e ad inserire da subito degli hook che potessero incoraggiare a proseguire. Ho cercato di suscitare la curiosità del lettore su domande precise: perché la povera Cello è così tesa, perché entra l’acqua nei grattacieli di Manhattan (o almeno quella era la mia intenzione). Chi se ne frega dei sinuosi scambi ferroviari della città del secondo incipit!
Solo su una cosa non sono stato sincero. L’ultimo brano non è tratto da un primo capitolo orfano. E’ l’incipit di un racconto che ho finito da qualche mese, e che attualmente è in fase di revisione. Avendo fallito con le opere di ampio respiro, mi sono detto: perché non allenarmi con qualcosa di più breve e di più gestibile dal punto di vista della trama? Non so che forma avrà il racconto quando sarà davvero pronto; magari sarà completamente trasformato. Ma quando sarà, mi piacerebbe pubblicarlo sul blog. Chissà che la forma del racconto non mi porti fortuna e che non ne seguano altri.
Propositi per l’anno nuovo? Articoli meno autoreferenziali ^.^

Di passaggio, mi accorgo che in questo momento sul mio Worpress ci sono 20 articoli in bozza. Le cattive abitudini sono dure a morire.