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I Consigli del Lunedì #46: The Man in the High Castle

The Man in the High CastleAutore: Philip K. Dick
Titolo italiano: La svastica sul sole
Genere: Ucronia / Slice of life
Tipo: Romanzo

Anno: 1962
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 240 ca.

Difficoltà in inglese: ***

Quando gli Alleati hanno perso la Seconda Guerra Mondiale, Germania e Giappone si sono spartiti il mondo. Gli Stati Uniti, costretti alla resa alla fine del ’46, sono stati spaccati in due: la parte orientale è entrata a far parte del Grande Reich, mentre la costa ovest è diventata colonia giapponese, col nome di Stati Pacifici d’America. In mezzo, a fare da cuscinetto tra le due superpotenze, gli Stati delle Montagne Rocciose, un fazzoletto di terra perlopiù desertica, ultimo residuo dell’indipendenza americana. Ora, dopo quindici anni di pace, la situazione mondiale sta tornando tesa: Martin Bormann, Cancelliere del Reich dopo l’uscita di scena di Hitler, sta per morire, e la lotta tra gli alti gerarchi per la successione si preannuncia tremenda. E nella loro ambizione sfrenata, i nazisti potrebbero trascinare il mondo in una nuova guerra per il controllo del pianeta.
Ci troviamo nel 1961, nella San Francisco occupata dai giapponesi. Robert Childan, antiquario di prestigio, cerca di conquistare l’ammirazione della dirigenza giapponese vendendo loro i più rari cimeli dell’America libera. Nobusuke Tagomi, diplomatico giapponese di stanza a San Francisco, si prepara a un incontro della massima importanza con Mr. Baynes, industriale svedese – ma un criptico messaggio da Tokyo lascia intendere che quest’uomo nasconde qualcosa, forse è finanche una spia del Reich. Frank Frink, ebreo in incognito sfuggito ai nazisti, si guadagna da vivere fabbricando falsi oggetti d’antiquariato, ma sogna di creare qualcosa di bello con le proprie mani. Juliana, la sua ex moglie, l’ha abbandonato per vivere una nuova vita nei liberi stati delle Montagne Rocciose, ma la sua vita cambierà il giorno che incontrerà Joe Cinnadella, fascista italiano dal passato torbido. Su tutti loro aleggia l’ombra di La cavalletta non si alzerà più (The Grasshopper Lies Heavy), romanzo proibito in cui si narra una storia stranissima, una storia alternativa in cui i nazisti e i giapponesi hanno perso la guerra. Del suo autore, il misterioso Nathanael Abendsen, si sa soltanto che vive trincerato in cima a un alto castello circondato di filo spinato, col terrore che i nazisti vengano a metterlo a tacere…

“In che mondo vivremmo, se le forze dell’Asse avessero vinto la Seconda Guerra Mondiale?” è la domanda posta da questo classico dell’ucronia, il primo dei romanzi di Philip K. Dick ad essere candidato a dei premi e l’unico che gli varrà un Hugo. Ma a differenza della maggior parte delle storie alternative sulla WWII – come Fatherland di Robert Harris – The Man in the High Castle non è un thriller né un romanzo d’azione; è invece un romanzo corale slice-of-life, interessato a mostrare la vita di persone comuni in questo mondo che sarebbe potuto essere. Nel corso del romanzo, seguiremo le vicende intrecciate di cinque personaggi – un fabbro ebreo, un antiquario piccolo-borghese, un diplomatico giapponese, un misterioso industriale svedese venuto dal Reich e una donna irrequieta – tra San Francisco e gli stati delle Montagne Rocciose. Una trama politica esiste, ma è come se si svolgesse ai margini del romanzo e della vita dei nostri protagonisti.
È forse proprio questo approccio mainstream e questa struttura atipica per la narrativa di genere, ad aver assicurato la fama duratura di The Man in the High Castle rispetto ad altri romanzi sullo stesso argomento. Essendo così famoso, ho esitato a lungo – come sapete – prima di decidermi a dedicargli un Consiglio. Ma a fine novembre Amazon Studios ha lanciato sul suo canale una serie omonima, ispirata all’ambientazione di Dick, e il romanzo è tornato alla ribalta. Vale la pena di fare un bilancio per un libro che, celebre finché si vuole, in Italia non è poi così letto. La prossima volta parleremo della serie tv di Amazon.


“In the Mood” della Glenn Miller Orchestra, tormentone swing degli anni della guerra. In un’America che culturalmente si è fermata ai ’40, il pezzo sembra quantomai appropriato.

Uno sguardo approfondito
The Man in the High Castle ha la struttura del romanzo corale in terza persona, con un ampio numero di personaggi-pov che si succedono di paragrafo in paragrafo. Dick scrive in terza persona, con telecamera che oscilla da sopra la spalla del personaggio a dentro la sua testa; passiamo quindi da momenti in cui vediamo il personaggio muoversi come in un film, distaccati da lui, ad altri in cui siamo immersi nel suo tono di voce, e tutto quello che vediamo è filtrato dai suoi pensieri. E qui ci imbattiamo nel primo talento di Dick, ossia la sua capacità di passare da un timbro all’altro a seconda del personaggio: la testa piena di pregiudizi razziali di Childan, i periodi brevi e la flemma di Tagomi, il modo di pensare disordinato, amorale e quasi ferino di Juliana. Riconosciamo le loro voci. Né si rischia di fare confusione su chi sia il pov in ogni momento, dato che il punto di vista cambia solamente al cambio di paragrafo.
Certo, a volte si ha l’impressione che Dick utilizzi i suoi personaggi come delle marionette, dei veicoli per raccontarci la sua ambientazione. Questa sensazione la si avverte soprattutto nei primi capitoli, quando ancora non conosciamo il mondo del romanzo e l’autore sente il bisogno di spiegarcelo. Così, ad esempio, Frank Frink disteso sul suo letto riflette sulla sua difficile condizione – ebreo che è fuggito da New York e si è fatto cambiare il cognome per passare inosservato – e parte un lungo infodump sulla spartizione politica del mondo e le atrocità dei nazisti. Un dialogo, una cosa vista per strada: tutto diventa un pretesto per una digressione – mal camuffata da monologo interiore – su questo o quell’aspetto della società. E sembra a volte che i personaggi di questo mondo non discutano d’altro che di nazisti, della guerra, di come sarebbe potuta andare se. Pure in un mondo così fortemente plasmato dal cattivo esito della Seconda Guerra Mondiale, come quello di The Man in the High Castle, suona un po’ inverosimile che i suoi abitanti non parlino quasi d’altro che di politica e guerra.

Quando invece Dick riesce a mettere la sua ambientazione al servizio dei suoi personaggi, allora il romanzo brilla veramente. Ogni protagonista ha la sua storia, il suo punto di vista sul mondo, i suoi conflitti (interiori ed esteriori). Prendiamo per esempio Mr. Tagomi: in qualità di diplomatico della Trade Mission a San Francisco, il suo ruolo è di mediare tra la madrepatria, gli occupati americani e la Germania nazista, con cui i giapponesi sono in pace. Ma Tagomi è turbato. La consapevolezza del male perpetrato dai nazisti, e che lui – nella sua funzione di mediatore – deve non solo tollerare, ma assecondare e finanche avallare le loro azioni, distrugge il suo baricentro morale. Nel corso del romanzo Tagomi dovrà fare i conti con sé stesso, col suo conflitto tra il bisogno di giustizia e la coscienza del male, e sarà costretto a prendere delle decisioni che decideranno da che parte sta.
Ma non ci sono vie d’uscita pulite. In un mondo dove i nazisti hanno vinto, dove o sei dalla loro parte o sei morto, è come se ogni cosa fosse stata contaminata. Non esiste una divisione manichea tra i buoni e i cattivi; tutti i personaggi del romanzo di Dick hanno commesso qualcosa di più o meno riprovevole, tutti vivono questa ambiguità morale, e così come c’è l’americano antisemita e collaborazionista, così c’è il nazista disilluso e stanco del proprio regime. Consideriamo Robert Childan: americano vittima dell’occupazione giapponese, abituato fin da giovane a sentirsi “inferiore”, ha trovato però una possibilità di riscatto (sia economico che di prestigio personale) vendendo reperti della storia americana proprio a coloro che lo opprimono. Childan vive il conflitto tra il bisogno di essere accettato fra i suoi “superiori”, di elevarsi, e la consapevolezza che per farlo deve svendere sé stesso e la storia del suo paese. E proprio quando cominciamo a sviluppare empatia nei suoi confronti, scopriamo – abbastanza presto nel libro, in verità – che Childan stima i nazisti, stima quello che hanno fatto ad africani, slavi ed ebrei, condivide la loro teoria delle razze e spera in cuor suo che gli ariani spazzino via tutti i musi gialli dalla faccia della terra. Sì: proviamo empatia per un antisemita. Questa è la potenza della scrittura di Dick.

The Man in the High Castle Worldmap

La mappa politica del mondo nell’universo alternativo di The Man in the High Castle (cliccare per ingrandire).

Ogni protagonista, dunque, ha la sua storia e i suoi conflitti da superare. Ma come tutti i romanzi dalla struttura corale, anche The Man in the High Castle ha un problema: se da un lato si guadagna in prospettiva – la possibilità di vedere il mondo del libro da tante paia d’occhi diversi – dall’altro si rischia di perdere in immersione, in immedesimazione nei personaggi della storia. Il problema è ancora più accentuato in questo caso, essendoci la bellezza di cinque personaggi-pov principali, più due pov usa-e-getta dedicati a personaggi minori. Il continuo passare da un personaggio all’altro, e quindi da una storia all’altra, crea facilmente confusione, soprattutto all’inizio del romanzo quando non abbiamo ancora familiarizzato con l’ambientazione.
Ma anche quando, proseguendo nella lettura, ci si affeziona ai vari protagonisti e non si fa più fatica a seguire la trama, rimane la sensazione di stare leggendo tante storie separate. Le vite dei cinque personaggi si intrecciano, le loro vicende rimandano l’una all’altra, chiariscono aspetti l’una dell’altra, le loro azioni plasmeranno i destini degli altri, e ciascuno vivrà il proprio arco di trasformazione; ma le loro storie rimangono fondamentalmente distinte.  Una trama collettiva vera e propria non c’è – solo tante direttrici parallele. E’ quindi inevitabile provare, nel corso della lettura, un senso di smarrimento: dove sta andando a parare il romanzo? Dove porta tutto questo saltare da una vicenda individuale all’altra? Cosicché, anche se ci immergiamo nei personaggi e nei loro conflitti, rimane in noi un certo distacco rispetto alla vicenda.

A mantenere alta in parte l’attenzione del lettore, al di sopra delle vicende individuali, ci sono due misteri centrali: quale sia il vero obiettivo dell’incontro d’affari tra Tagomi e Mr. Baynes, nel quale il governo a Tokyo sembra riporre grandissima attenzione, e perché il misterioso e recluso Abendsen abbia scritto un romanzo in cui l’Asse ha perso la Seconda Guerra Mondiale – un libro che circola di mano in mano nonostante sia ufficialmente proibito sia negli Stati sotto il controllo giapponese sia nel Reich, e che appassiona e sconvolge, dall’ebreo Frink al nazista al fascista Cinnadella (che ne sembra ossessionato). Che cosa sa realmente Abendsen? Faccenda resa ancora più inquietante dal fatto che la storia che racconta Abendsen è comunque diversa da quella del nostro mondo: in The Grasshopper Lies Heavy, l’America ha sì vinto, ma ora si spartisce il mondo con l’Impero Britannico e non con l’Unione Sovietica. Un’ucronia nell’ucronia.
Questi misteri troveranno risposta entro la fine del libro. Ma se quest’aura di suspence lavora a favore della curiosità del lettore e lo incalza ad andare avanti, a remare contro ci pensa il ritmo. The Man in the High Castle è un romanzo lento. I momenti d’azione sono quasi assenti, le scene statiche sono numerose, e la maggior parte dei protagonisti-pov della storia sono individui che prediligono la riflessione all’azione. Soprattutto, sono individui “piccoli”: possono fare la loro parte, e risolvere problemi più o meno grandi, ma il destino ultimo del popolo americano e del mondo non sono nelle loro mani. Come in 1984 e in ogni distopia che si rispetti, non si arriverà alla fine del romanzo con il Fuhrer gloriosamente deposto e gli equilibri politici irreversibilmente cambiati. Se questo tipo di storia scoccia, sarebbe meglio stare alla larga dal libro di Dick.

Povero Goebbels

The Man in the High Castle è piuttosto un affresco, la messa in scena di un worldbuilding attraverso le vicissitudini di chi ci vive dentro, a tutti i livelli: dalla quotidianità delle persone che non contano nulla (Frank Frink, Juliana), a quello della borghesia (Childan e il suo rapporto con la dirigenza giapponese), a quello della politica (Tagomi, Baynes). Come sarebbe oggi il mondo, e in particolar modo l’America, se nazisti e giapponesi avessero vinto la guerra? E in questo, bisogna ammetterlo, Dick ci spalanca davanti un tripudio di sense of wonder.
Alcune sono piccole trovate, come il fatto che il Mediterraneo – ora completamente controllato dalla Germania – sia stato prosciugato per farne campi coltivati, o che i nazisti, con la loro ossessione per le imprese titaniche, abbiamo spedito navicelle con equipaggio su Venere e Marte mentre ancora la televisione non è entrata nelle case della gente comune (e siamo negli anni ’60!). La lotta per il potere tra i gerarchi nazisti, tra un erudito affabulatore come Goebbels e una iena come Heydrich, rimane altrettanto sullo sfondo del romanzo – attraverso i discorsi dei personaggi e i proclami alla radio – ma si porta sempre dietro un’aura di inquietudine e un fascino sinistro.
Altre sono cose grosse, che determinano il modo di agire e di pensare dei protagonisti. I giapponesi di Dick, intrisi di misticismo e di rispetto per le antiche tradizioni, si sono portati oltremare l’I Ching, l’antichissimo almanacco divinatorio cinese che permette, attraverso la disposizione casuale di bastoncini di legno, di porre delle domande sul proprio futuro. Tutti in The Man in the High Castle, dai giapponesi agli americani occupati – e con la sola eccezione dei pragmatici nazisti – si affidano all’oracolo nei momenti difficili, lanciando i legnetti e interpretandone i misteriosi esagrammi. Tutti cercano di equilibrare lo yin e lo yang nella propria vita, e di ristabilire l’equilibrio del tao.

Il worldbuilding di Dick è anche uno splendido esempio di cosa significa immaginare le conseguenze delle idee che si introducono. Come accade spesso nella storia umana, gli occupanti giapponesi,  dall’iniziale razzismo verso l’uomo occidentale, hanno sviluppato nel tempo un senso di colpa per aver distrutto la cultura americana, e una fascinazione verso la sua storia e i suoi reperti. E’ nato in questo modo un gigantesco mercato di collezionisti di americana, dalle Colt utilizzate nella guerra di secessione ai poster di arruolamento della Prima Guerra Mondiale, passando per gli orologi di Topolino. Ma accanto al mercato dei cimeli autentici, si è sviluppata un’immensa industria di falsi, come la Wyndam-Matson Corp. per cui lavora lo stesso Frank Frink. E parallelamente, quest’ossessione per le antichità – quelle autentiche e quelle contraffatte – sembra aver soffocato la possibilità di un’arte americana nuova, perché chi mai vorrebbe comprarla, a chi mai potrebbe interessare, quando ci sono in circolazione così tanti francobolli dell’Esposizione Universale di Chicago? Ma che cosa succederebbe al mercato del collezionismo, se i funzionari giapponesi scoprissero che molti dei pezzi che hanno acquistato a peso d’oro sono dei falsi? Questa catena di cause ed effetto lega i destini dei personaggi di Childan, Frink e Tagomi.
Altri aspetti del worldbuilding, purtroppo, tradiscono l’età del romanzo. Se il ritratto dei nazisti rimane generalmente credibile, e attraversa tutto lo spettro umano – dai più fanatici e psicotici, come l’artista Lotze, ai più meschini e opportunisti, come il console Hugo Reiss – i giapponesi sono tutti caratterizzati da una certa aura mistico-filosofica che rispecchia i pregiudizi degli anni ’60, ma oggi appare un po’ ridicola. Il solo fatto che si affidino a tutti i livelli a un testo cinese come l’I Ching, soprattutto alla luce del nazionalismo giapponese del periodo bellico e del disprezzo verso i vicini popoli asiatici, è molto poco credibile.

I Ching yarrow stalks

Bastoncini dell’I Ching. Questi affari si utilizzano per ottenere un esagramma in risposta a una domanda fatta all’oracolo. Non chiedetemi come diamine funzioni ‘sta cacata.

The Man in the High Castle è una strana creatura, che rischia di lasciare freddi e spaesati a inizio lettura, ma che, a chi va avanti, regala una valanga di idee affascinanti e di spiragli sugli abissi dell’animo umano. Il problema del male, il dilemma etico del collaborazionismo, il rapporto tra il vero e il falso, il dubbio su quale sia la realtà vera, nonché il vecchio sano what if politico: tutti questi temi sono approfonditi da Dick in poco più di 200 pagine. Il tutto condito da persone vere che si comportano in modo vero e vivono problemi veri.
Sarebbe potuto essere migliore? Certo che sì. Se Dick fosse riuscito a costruire una chiara trama centrale, che facesse da hook per il lettore e da nodo di collegamento tra le varie storie individuali, certo sarebbe stato più facile seguire il romanzo e capire la direzione della storia. Se avesse limitato il numero di pov, almeno eliminando quelli usa-e-getta, la lettura sarebbe stata meno dispersiva. Certo, è interessante entrare per poche pagine nella visione del mondo di un collaborazionista meschino come Wyndam-Matson o di un nazista come il console Reiss, ma forse c’erano modi più eleganti per raccontare anche quel ‘lato’ della vicenda.
The Man in the High Castle è lontano dalla perfezione. Ma è anche straordinario, e unico nel suo genere – uno strano slice-of-life filosofico di storia alternativa.

Dove si trova
Come quasi tutti i libri di Philip K. Dick, anche questo è un molto facile da trovare. Potete scaricare il romanzo in lingua originale su Library Genesis (ePub, pdf) o su BookFI, il nuovo dominio del fu Bookfinder (ePub, lit, mobi, pdf). Sempre su BookFI si può trovare l’edizione italiana La svastica sul sole.

Churchill vs Hitler

Qualche estratto
Per i due estratti di oggi, ho scelto due momenti particolarmente esemplificativi dell’approccio di Dick, delle sue scene statiche e meditative, delle sue fisse esistenziali e filosofiche. Il primo mostra Frink mentre interroga l’I Ching su una questione della massima importanza: come deve fare per riavere il suo lavoro da Wyndam-Matson? Il secondo, Baynes mentre chiacchiera amabilmente con un tedesco fanatico e riflette su quali siano i tratti della mentalità nazista.

1.
Seated on his bed, a cup of lukewarm tea beside him, Frink got down his copy of the I Ching. From their leather tube he took the forty-nine yarrow stalks. He considered, until he had his thoughts properly controlled and his questions worked out.
Aloud he said, “How should I approach Wyndam-Matson in order to come to decent terms with him?” He wrote the question down on the tablet, then began whipping the yarrow stalks from hand to hand until he had the first line, the beginning. An eight. Half the sixty-four hexagrams eliminated already. He divided the stalks and obtained the second line. Soon, being so expert, he had all six lines; the hexagram lay before him, and he did not need to identify it by the chart. He could recognize it as Hexagram Fifteen. Ch’ien. Modesty. Ah. The low will be raised up, the high brought down, powerful families humbled; he did not have to refer to the text—he knew it by heart. A good omen. The oracle was giving him favorable council.
And yet he was a bit disappointed. There was something fatuous about Hexagram Fifteen. Too goody-goody. Naturally he should be modest. Perhaps there was an idea in it, however. After all, he had no power over old W-M. He could not compel him to take him back. All he could do was adopt the point of view of Hexagram Fifteen; this was that sort of moment, when one had to petition, to hope, to await with faith. Heaven in its time would raise him up to his old job or perhaps even to something better.
He had no lines to read, no nines or sixes; it was static. So he was through. It did not move into a second hexagram.
A new question, then. Setting himself, he said aloud, “Will I ever see Juliana again?” […]
Busily he maneuvered the yarrow stalks, his eyes fixed on the tallies. How many times he had asked about Juliana, one question or another? Here came the hexagram, brought forth by the passive chance workings of the vegetable stalks. Random, and yet rooted in the moment in which he lived, in which his life was bound up with all other lives and particles in the universe. The necessary hexagram picturing in its pattern of broken and unbroken lines the situation. He, Juliana, the factory on Gough Street, the Trade Missions that ruled, the exploration of the planets, the billion chemical heaps in Africa that were now not even corpses, the aspirations of the thousands around him in the shanty warrens of San Francisco, the mad creatures in Berlin with their calm faces and manic plans—all connected in this moment of casting the yarrow stalks to select the exact wisdom appropriate in a book begun in the thirtieth century B.C. A book created by the sages of China over a period of five thousand years, winnowed, perfected, that superb cosmology—and science—codified before Europe had even learned to do long division.
The hexagram. His heart dropped. Forty-four. Kou. Coming to Meet. Its sobering judgment. The maiden is powerful. One should not marry such a maiden. Again he had gotten it in connection with Juliana.
Oy vey, he thought, settling back. So she was wrong for me; I know that. I didn’t ask that. Why does the oracle have to remind me? A bad fate for me, to have met her and been in love—be in love—with her.

Seduto sul letto, con una tazza di tè tiepido, Frink tirò fuori la sua copia dell’I Ching. Estrasse i quarantanove steli di millefoglie dalla custodia di pelle e si concentrò finché non si sentì in grado di controllare adeguatamente i propri pensie­ri e non ebbe elaborato le domande.
Disse ad alta voce: «Come devo rivolgermi a Wyndham-Matson in modo da raggiungere con lui un accordo soddisfa­cente?» Scrisse la domanda sul blocco di carta, poi cominciò a muovere gli steli di millefoglie da una mano all’altra finché non ottenne la prima linea, l’inizio. Un otto. Questo già elimi­nava la metà dei sessantaquattro esagrammi. Divise gli steli e ottenne la seconda linea. Ben presto, esperto com’era, ebbe tutte e sei le linee; l’esagramma era davanti a lui e non ebbe bisogno di consultare il libro. Era in grado di riconoscerlo come l’Esagramma Quindici. Ch’ien. La Modestia. Ah. Colo­ro che sono in basso verranno elevati, coloro che sono in alto abbassati, le famiglie potenti umiliate; non fu necessario consultare il testo… lo conosceva a memoria. Un buon auspicio. L’oracolo gli stava fornendo un responso favorevole.
Eppure provò una certa delusione. C’era qualcosa di fatuo nell’Esagramma Quindici. Troppo prevedibile. Doveva per forza essere modesto. Ma forse c’era un’idea, dietro tutto ciò. In fin dei conti lui non aveva alcun potere sul vecchio W-M. Non poteva imporgli di riassumerlo. Tutto ciò che poteva fare era adottare il punto di vista dell’Esagramma Quindici; era quel momento particolare in cui ci si doveva limitare a far domande, sperare e aspettare fiduciosi. Al momento giusto il cielo lo avrebbe risollevato al suo vecchio lavoro o forse an­che a qualcosa di meglio.
Non c’erano linee da leggere, nessun nove e nessun sei. Era un esagramma statico. Perciò aveva finito. Non poteva diventare un secondo esagramma.
Ma allora, ecco una nuova domanda. Si preparò e disse a voce alta: «Rivedrò Juliana?»
[…] Maneggiò laboriosamente gli steli di millefoglie, con gli occhi fissi sul punteggio. Quante volte aveva fatto domande su Juliana, in un modo o nell’altro? Ecco l’esagramma, for­mato dal passivo movimento casuale dei bastoncini. Casuale, eppure radicato nel momento in cui lui viveva, in cui la sua vita era legata a tante altre vite e particelle dell’universo. Il necessario esagramma che tratteggiava, nel suo schema di li­nee intere e spezzate, la situazione. Lui, Juliana, la fabbrica di Gough Street, le Missioni Commerciali che dettavano leg­ge, l’esplorazione dei pianeti, i miliardi di mucchietti di resi­dui chimici, in Africa, che non erano nemmeno più cadaveri, le aspirazioni di migliaia di persone intorno a lui, nelle squal­lide conigliere di San Francisco, le creature folli di Berlino con i loro volti impassibili e i progetti maniacali… tutto colle­gato in quel momento nel quale si gettavano gli steli di mille­foglie per selezionare la saggezza appropriata in un libro ini­ziato nel trentesimo secolo prima di Cristo. Un libro creato dai saggi della Cina durante un periodo di cinquemila anni, vagliato e perfezionato; quella cosmologia – e quella scienza – superba, codificata prima ancora che l’Europa avesse impa­rato a fare le divisioni.
L’esagramma. Il suo cuore ebbe un sussulto. Quarantaquattro. Kou. Il Farsi incontro. Il suo giudizio raggelante. La ragazza è potente. Non bisogna sposare una ragazza del ge­nere. Era venuto fuori di nuovo, in relazione a Juliana.
Vabbé, pensò, rilassandosi. Dunque era la donna sba­gliata per me; lo so. Non è questo che ho chiesto. Perché l’oracolo me lo deve ricordare? Un brutto destino, il mio, quello di averla incontrata e di essermi innamorato – di essere ancora innamorato – di lei.

2.
“I hope we will see one another later on in San Francisco,” Lotze said as the rocket touched the ground. “I will be at loose ends without a countryman to talk to.”
“I’m not a countryman of yours,” Baynes said.
“Oh, yes; that’s so. But racially, you’re quite close. For all intents and purposes the same.” Lotze began to stir around in his seat, getting ready to unfasten the elaborate belts.
Am I racially kin to this man? Baynes wondered. So closely so that for all intents and purposes it is the same? Then it is in me, too, the psychotic streak. A psychotic world we live in. The madmen are in power. How long have we known this? Faced this? And—how many of us do know it? Not Lotze. Perhaps if you know you are insane then you are not insane. Or you are becoming sane, finally. Waking up. I suppose only a few are aware of all this. Isolated persons here and there. But the broad masses… what do they think? All these hundreds of thousands in this city, here. Do they imagine that they live in a sane world? Or do they guess, glimpse, the truth… ?
But, he thought, what does it mean, insane? A legal definition. What do I mean? I feel it, see it, but what is it?
He thought, It is something they do, something they are. It is—their unconsciousness. Their lack of knowledge about others. Their not being aware of what they do to others, the destruction they have caused and are causing. No, he thought. That isn’t it, I don’t know; I sense it, intuit it. But—they are purposely cruel … is that it? No. God, he thought. I can’t find it, make it clear. Do they ignore parts of reality? Yes. But it is more. It is their plans. Yes, their plans. The conquering of the planets. Something frenzied and demented, as was their conquering of Africa, and before that, Europe and Asia.
Their view; it is cosmic. Not of a man here, a child there, but air abstraction: race, land. Volk. Land. Blut. Ehre. Not of honorable men but of Ehre itself, honor; the abstract is real, the actual is invisible to them. Die Güte, but not good men, this good man. It is their sense of space and time. They see through the here, the now, into the vast black deep beyond, the unchanging. And that is fatal to life. Because eventually there will be no life; there was once only the dust particles in space, the hot hydrogen gases, nothing more, and it will come again. This is an interval, ein Augenblick. The cosmic process is hurrying on, crushing life back into the granite and methane; the wheel turns for all life. It is all temporary. And they—these madmen—respond to the granite, the dust, the longing of the inanimate; they want to aid Natur.
And, he thought, I know why. They want to be the agents, not the victims, of history. They identify with God’s power and believe they are godlike. That is their basic madness. They are overcome by some archetype; their egos have expanded psychotically so that they cannot tell where they begin and the godhead leaves off. It is not hubris, not pride; it is inflation of the ego to its ultimate confusion between him who worships and that which is worshiped. Man has not eaten God; God has eaten man.

«Spero che ci rincontreremo, a San Francisco,» disse Lot­ze mentre il razzo toccava il suolo. «Mi sentirò sperduto, sen­za un connazionale con cui parlare.»
«Io non sono un suo connazionale,» disse Baynes.
«Oh, sì, è vero. Ma dal punto di vista razziale siamo mol­to vicini. E anche sotto il profilo delle intenzioni e degli obiet­tivi.» Lotze cominciò a muoversi sul sedile, preparandosi a slacciare la complicata cintura di sicurezza.
Sono simile a quest’uomo, dal punto di vista razziale? si domandò Baynes. Simile a tal punto da avere le stesse inten­zioni e gli stessi obiettivi? Allora c’è anche in me quella vena psicotica. È un mondo psicotico, quello in cui viviamo. I paz­zi sono al potere. Da quanto tempo lo sappiamo? Da quanto tempo affrontiamo questa realtà? E… quanti di noi lo sanno? Non Lotze. Forse se uno sa di essere pazzo, allora non è paz­zo. Oppure può dire di essere guarito, finalmente. Si risve­glia. Credo che solo poche persone si rendano conto di tutto questo. Persone isolate, qua e là. Ma le masse… che cosa pensano? Tutte le centinaia di migliaia di abitanti di questa città. Sono convinte di vivere in un mondo sano di mente? Oppure intravedono, intuiscono in qualche modo la verità?
Ma, pensò, che cosa significa la parola pazzo? È una de­finizione legale. E per me, che significato ha? Io la sento, la vedo, ma che cos’è?
È qualcosa che fanno, pensò, qualcosa che sono. È la loro inconsapevolezza. La loro mancanza di conoscenza degli altri. Il fatto di non rendersi conto di ciò che fanno agli altri, della distruzione che hanno causato e che stanno anco­ra causando. No, pensò. Non è quello. Non lo so; lo sento, lo intuisco, ma… sono volutamente crudeli… è quello? No. Dio, pensò, non riesco ad arrivarci, a chiarire il concetto. Forse ignorano parti della realtà? Sì. Ma c’è di più. Sono i loro progetti. Sì, i loro progetti. La conquista dei pianeti. Qualco­sa di frenetico e di folle, così come lo è stata la loro conqui­sta dell’Africa, e prima ancora dell’Europa e dell’Asia,
La loro visione; è cosmica. Non un uomo qua, un bambi­no là, ma un’astrazione: la razza, la terra. Volk. Land. Blut. Ehre [Popolo. Terra. Sangue. Onore]. Non l’onore degli uomini degni d’onore, ma l’Ehre stesso; per loro l’astratto è reale, e il reale è invisibile. Die Gute [Il bene], ma non gli uomini buoni, non quest’uomo buono. È il loro senso dello spazio e del tempo. Essi vedono attraverso il “qui” e “ora”, nell’enorme e nero abisso che c’è al di là, nell’immutabile. E questo è fatale alla vita. Perché alla fine non ci sarà più vita; una volta c’erano soltanto le particelle di polvere nello spazio, gli ardenti gas di idrogeno, e niente più, e così tornerà a essere. Questo è un intervallo, ein Augenblic [Un attimo]. Il processo cosmico procede a grandi passi, fran­tumando la vita e riducendola di nuovo a granito e metano; la ruota gira sempre, per tutta la vita. È tutto temporaneo. E loro – questi pazzi – rispondono al granito, alla polvere, al desiderio dell’inanimato; essi vogliono aiutare la Natur.
E io, pensò, so perché. Vogliono essere gli agenti, non le vittime, della storia. Si identificano con la potenza di Dio e credono di essere simili a dèi. Questa è la loro pazzia di fon­do. Sono sopraffatti da qualche archetipo; il loro ego si è di­latato psicoticamente a tal punto che non sanno più dire dove essi cominciano e dove finisce la divinità. Non è hybris, non è orgoglio; è l’ego gonfiato a dismisura, fino all’estre­mo… la confusione tra colui che adora e colui che è adorato. L’uomo non ha divorato Dio; Dio ha divorato l’uomo.

Tabella riassuntiva

Un affascinante affresco su un mondo in cui l’Asse ha trionfato. Una storia frammentata senza una vera trama unificante.
Protagonisti affascinanti che maturano affrontando i loro problemi personali.  Il ritmo lento e i balzi da una storia all’altra distaccano dai protagonisti.
Sense of wonder fantastorico a palate! Infodump e monologhi interiori gestiti in modo poco elegante.
Insolito approccio slice-of-life al genere ucronico.

Saggistica: Obedience to Authority

Obedience to AuthorityAutore: Stanley Milgram
Editore: Harper Perennial
Collana: Modern Thought
Genere: Psicologia / Sociologia

Anno: 1974
Pagine: 224

Difficoltà in inglese: **

Ho sempre trovato irritante quell’abitudine a definire il nazismo come un “male assoluto” o, ancora peggio, come qualcosa di completamente inspiegabile, qualcosa che non si dovrebbe neanche provare a spiegare. Alcuni lo dicono per educazione, altri perché credono che cercare una spiegazione ai campi di concentramento sia un modo per giustificarli, altri ancora perché genuinamente convinti di questa “assolutezza” irripetibile dell’evento. Di fatto, sono tutti meccanismi mentali per allontanare quel problema, per fare finta che non riguardi davvero l’essere umano ‘normale’ e che quindi non vada studiato.
Eppure Hannah Arendt l’aveva spiegato piuttosto bene. Assistendo all’interrogatorio di Eichmann a Gerusalemme, ne aveva tratto un quadro che non si accordava con l’idea classica del gerarca nazista sadico e mostruoso. Eichmann appariva come un uomo ‘normale’, fin troppo nella media; non sembrava aver tratto piacere personale dall’atto di far torturare e uccidere ebrei, anzi asseriva di averlo fatto solo perché gli era stato ordinato di farlo. L’unico piacere che aveva provato consisteva nell’idea di aver fatto bene il suo lavoro, e quindi di aver soddisfatto le aspettative dei suoi superiori. Ancora, Eichmann non si sentiva più che tanto responsabile delle proprie azioni: era soltanto un esecutore materiale. Aveva semplicemente obbedito.
Dall’atteggiamento di Eichmann la Arendt trasse la definizione di ‘banalità del male’; ma ormai questo termine è stato ripetuto tante di quelle volte nelle conversazioni quotidiane che ha perso il suo significato.

Un altro studioso, in quegli anni, si stava occupando della natura dell’obbedienza: si chiamava Stanley Milgram ed era un ricercatore di psicologia sociale. Milgram rileva l’ambiguità morale dell’obbedienza: se da parte è un elemento necessario alla convivenza tra esseri umani (obbedienza alle leggi, ai genitori, a un leader, alle norme civili non scritte, eccetera), dall’altro l’obbedienza può spingere l’essere umano a compiere a cuor leggero omicidi e crudeltà assortite (ad esempio il soldato in guerra). Ma l’obbedienza all’autorità, ben lungi dall’essere una presa di coscienza pienamente razionale, sembra essere un meccanismo istintuale ben radicato nella specie umana.
Milgram decide di fare un passo avanti rispetto alle osservazioni empiriche e alle intuizioni della Arendt. Vuole misurare la portata del meccanismo di obbedienza insito in tutti noi. In altre parole: fino a che punto può spingerci l’obbedienza all’autorità? Cosa siamo disposti a fare pur di obbedire agli ordini dell’autorità? Nasce così, nel 1963, quello che oggi è passato alla storia come Milgram experiment.

Adolf Eichmann

L’uomo medio.

L’esperimento
Lascio spiegare allo stesso Milgram come funzioni l’esperimento. Eccezionalmente, per permettere anche ai più pigri di seguire l’articolo, oltre a trascrivere l’originale tradurrò questo passaggio in italiano:

The logic and philosophic aspects of obedience are of enormous aspect, but an empirically grounded scientist eventually comes to the point where he wishes to move from abstract discourse to the careful observation of concrete instances. In order to take a close look at the act of obeying, I set up a simple experiment at Yale University. Eventually, the experiment was to involve more than a thousand participants and would be repeated ay several unversities, but at the beginning, the conception was simple. A person comes to a psychological laboratory and is told to carry out a series of acts that come increasingly into conflict with conscience. The main question is how far the participant will comply with the experimenter’s instructions before refusing to carry out the actions required of him.
[…] Two people come to a psychology laboratory to take part to a study of memory and learning. One of them is designed as a “teacher” and the other a “learner”. The experimenter explains that the study is concerned with the effects of punishment on learning. The learner is conducted into a room, seated to a chair, his arms strapped to prevent excessive movement, and an electrode attached to his wrist. He is told that he is to learn a list of word pairs; whenever he makes an error, he will receive electric shocks of increasing intensity.
The real focus of the experiment is the teacher. After watching the learner being strapped into place, he is taken into the main experimental room and seated before an impressive shock generator. Its main feature is a horizontal line of thirty switches, ranging from 15 volts to 450 volts, in 15-volt increments. There are also verbal designations which range from SLIGHT SHOCK to DANGER – SEVERE SHOCK. The teacher is told that he is to administer the learning test to the man in the other room. When the learner responds correctly, the teacher moves on to the next item; when the other man gives an incorrect answer, the teacher is to give him an electric shock. He is to start at the lowest shock level (15 volts) and to increase the level each time the man makes an error, going through 30 volts, 45 volts, and so on.
The “teacher” is a genuine naive subject who has come to the laboratory to participate in an experiment. The learner, or victim, is an actor who actually receives no shock at all. The point of the experiment is to see how far a person will proceed in a concrete and measurable situation in which he is ordered to inflict increasing pain on a protesting victim. At what point will the subject refuse to obey the experimenter?
Conflict arises when the man receiving the shock begins to indicate that he is experiencing discomfort. At 75 volts, the “learner” grunts. At 120 volts he complains verbally; at 150 he demands to be released from the experiment. His protest continue as the shock escalate, growing increasingly vehement and emotional. At 285 volts his response can only be described as an agonized scream.
[…] For the subject, the situation is not a game; conflict is intense and obvious. On one hand, the manifest suffering of the learner presses him to quit. On the other, the experimenter, a legitimate authority to whom the subject feels some commitment, enjoins him to continue. Each time the subject hesitates to administer shock, the experimenter orders him to continue. To extricate himself from the situation, the subject must make a clear break with authority. The aim of this investigation was to find when and how people would defy authority in the face of a clear moral imperative.

Esperimento Milgram

Una delle stanze dell’esperimento Milgram.

Gli aspetti legali dell’obbedienza sono di enorme importanza, ma uno scienziato di estrazione empirica prima o poi arriva al punto di volersi spostare dal discorso astratto allo studio attento di situazioni concrete. Per dare un’occhiata da vicino all’atto dell’obbedienza, ho messo in piedi un semplice esperimento all’Università di Yale. Alla fine, l’esperimento avrebbe coinvolto più di un migliaio di partecipanti e sarebbe stato ripetuto in diverse università, ma all’inizio l’idea era semplice. Una persona va in un laboratorio di psicologia e gli viene detto di compiere una serie di azioni che entrano progressivamente sempre più in conflitto con la sua coscienza. La domanda principale è fino a che punto i partecipanti obbediranno alle istruzioni dello sperimentatore prima di rifiutarsi di compiere le azioni richieste.
[…] Due persone arrivano in un laboratorio di psicologia per prendere parte in uno studio sulla memoria e l’apprendimento. Uno di loro viene designato come “insegnante”, l’altro come “allievo”. Lo sperimentatore spiega che lo studio riguarda gli effetti delle punizioni sull’apprendimento. L’allievo è condotto in una stanza, viene fatto sedere su una sedia, le sue braccia vengono legate per impedire movimenti eccessivi, e un elettrodo gli viene attaccato al polso. Gli viene detto che dovrà imparare una lista di coppie di parole; ogni voltà che farà un errore, riceverà una scossa elettrica di intensità crescente.
Il vero fulcro dell’esperimento è l’insegnante. Dopo aver guardato l’allievo legato al suo posto, viene portato nella stanza principale dell’esperimento e fatto sedere di fronte a un impressionante generatore di elettricità. La sua caratteristica principale è una riga orizzontale di trenta interruttori, che variano da 15 a 450 volt, con incrementi progressivi di 15 volt. Ci sono anche indicazioni verbali che variano da LEGGERO SHOCK a PERICOLO – SHOCK VIOLENTO. All’insegnante è spiegato che deve somministrare il test all’uomo nell’altra stanza. Quando l’allievo risponde correttamente, l’insegnante passa alla domanda successiva; quando dà una risposta sbagliata, l’insegnante deve dargli una scossa. Deve partire al livello più basso (15 volt) e salire di un livello ogni volta che l’allievo commette un errore, passando a 30 volt, 45 volt, e così via.
L'”insegnante” è un soggetto realmente ignaro che è venuto nel laboratorio per partecipare a un esperimento. L’allievo, o vittima, è un attore che in realtà non riceve alcuna scossa. Il punto dell’esperimento è vedere fino a che punto si spingerà una persona in una situazione concreta e misurabile nella quale gli è ordinato di infliggere un dolore crescente a una vittima che protesta. A che punto il soggetto si rifiuterà di continuare a obbedire lo sperimentatore?
Il conflitto si manifesta quando l’uomo che subisce le scosse comincia a mostrare di provare disagio. A 75 volt, l’allievo grugnisce. A 120 volt si lamenta verbalmente; a 150 chiede di essere rilasciato dall’esperimento. Le sue proteste continuano con l’aumentare delle scosse, diventando sempre più violente ed emotive. A 285 volt le sue reazioni non possono essere descritte altrimenti che come un urlo di agonia.
[…] Per il soggetto, la situazione non è un gioco; il conflitto è intenso e palese. Da una parte, le sofferenze manifeste dell’allievo lo spingono a interrompere l’esperimento. Dall’altra lo sperimentatore, un’autorità legittima verso cui il soggetto avverte una certa dedizione, gli impone di continuare. Ogni volta che il soggetto esita nell’infliggere una scossa, lo sperimentatore gli ordina di continuare. Per districarsi da questa situazione, il soggetto deve compiere una chiara rottura con l’autorità. L’obiettivo di questa indagine è trovare come e quando le persone violeranno gli ordini dell’autorità di fronte ad un chiaro imperativo morale.

Ridotto all’osso, il conflitto che si manifesta nel soggetto dell’esperimento è questo: il bisogno da un lato di far cessare le sofferenze di un proprio simile, da lui stesso procurate e continuamente aumentate; dall’altro, il bisogno di obbedire agli ordini di un’autorità riconosciuta che non si vorrebbe dispiacere. L’equipe di Milgram si aspettava risultati inquietanti, ma non era preparata a ciò che accadde. Nell’esperimento di base, il 65% circa dei soggetti arrivò a premere tutti gli interruttori, infliggendo il massimo dolore possibile (!); la restante percentuale di soggetti si fermò tra la scarica da 300 volt e quella da 375.
Altrettanto interessante della fase centrale dell’esperimento è il debriefing finale: al soggetto viene rivelata la vera natura dell’esperimento e che la vittima non ha veramente ricevuto gli shock. Generalmente la reazione misurata nei soggetti è un visibile rilassamento e sollievo. Quando viene loro chiesto perché non si siano fermati nonostante le proteste e le sofferenze dell’allievo, le risposte variano, ma nella maggior parte dei casi hanno questo tenore: avrei voluto smettere, ma non ho potuto; non volevo violare l’esperimento; non è colpa mia, ho fatto quello che mi era stato detto di fare; mi sono attenuto alle regole, è stato lui (l’allievo) a violarle mettendosi a protestare; e così via.

Diagramma dell'esperimento Milgram

Schema dell’esperimento di base. “L” sta per Learner (Allievo), “T” per Teacher (Insegnante, il soggetto), “E” per Experimenter (Sperimentatore, o scienziato).

Il libro
Obedience to Authority viene uubblicato nel 1974, nove anni dopo i primi esperimenti. Benché il libro non sia diviso in parti, si possono distinguere due sezioni.
Nei primi nove capitoli, Milgram descrive in dettaglio l’esperimento: all’inizio vengono spiegate con precisione tutte le sue parti, dalla scelta dei candidati alle modalità delle misurazioni al debriefing; quindi vengono mostrati e commentati i primi risultati, e vengono raccontati nel dettaglio i casi di alcuni soggetti dell’esperimento; quindi vengono illustrate tutta una serie di variazioni sull’esperimento iniziale per studiare i cambiamenti nel comportamento dei soggetti al cambiamento di alcune condizioni. Questa prima parte è scritta in modo molto piano e limpido – Milgram ha il dono (non comune tra gli scienziati) di farci vedere in modo chiaro e trascinante le varie esperienze di cui è stato testimone durante gli esperimenti.
La seconda parte è più teorica e quindi, nonostante la chiarezza dello stile di Milgram, più difficile da leggere (specialmente in inglese). Milgram passa dall’esposizione dei risultati dell’esperimento al tentativo di spiegare come funzioni il meccanismo dell’obbedienza nell’essere umano. Chiudono il libro un capitolo dedicato ai problemi metodologici dell’esperimento e una conclusione generale.

Le parole di Milgram nel raccontarci gli esperimenti non lasciano dubbi: il comportamento dei soggetti non è mai determinato, se non in pochissimi casi, da un impulso sadico nei confronti della vittima. Gli “insegnanti” non provano piacere in quello che fanno; al contrario, gli osservatori registrano un livello di stress e di malessere crescente nei soggetti mano a mano che si va avanti nell’esperimento. Il soggetto vorrebbe smettere, e spesso cerca di farlo, esitando, pregando o questionando apertamente lo scienziato di interrompere il test. Ma è la presenza fisica dello scienziato, e le sue intimazioni ad andare avanti ad ogni costo, a ‘costringerlo’ a proseguire.
Questo conflitto è chiarito ulteriormente nelle variazioni dell’esperimento di base. Alcune riguardano la distanza. Più la vittima è allontanata dal soggetto, meno quest’ultimo si sente responsabile e più diminuisce la percentuale di soggetti che si rifiutano di andare avanti; viceversa, più la vittima si avvicina al soggetto più questo diventa restio (ad esempio, la percentuale di coloro che interrompono l’esperimento aumenta di molto nei casi in cui il soggetto, per amministrare le scosse, deve toccare fisicamente la vittima).

Esperimento Milgram

La macchina del male.

Altrettanto cruciale è la percezione che si ha dell’autorità: la sensazione di farlo ‘per il bene della scienza’, e che gli scienziati hanno ragione, è un elemento molto importante, e spesso addotto dai soggetti per spiegare la loro diminuzione di senso di colpa. “E’ uno scienziato, sa quello che sta facendo” è una frase ricorrente. Se si diminuisce con vari mezzi l’autorità dello scienziato o dell’ambiente in cui si sta svolgendo l’esperimento, aumenta il senso di responsabilità dei soggetti e quindi la percentuale di coloro che si fermano. Hanno quindi ragione coloro che dicono che i nazisti che parteciparono al genocidio degli ebrei sposavano almeno in parte l’ideologia hitleriana, o quantomeno ne riconoscevano l’autorità; magari in modo passivo, ma comunque con un certo grado di accettazione.
Un altro fattore importante sembra essere il livello di istruzione. Persone poco istruite, poco abituate al ragionamento astratto e all’abitudine a mettersi nei panni degli altri sono più prone all’ubbidienza; esemplare il caso di un saldatore italoamericano, un soggetto dal carattere quasi animalesco, incapace di provare la minima empatia verso la vittima, o il benché minimo senso di colpa. Ecco uno stralcio dal debriefing:

The experimenter routinely asks him whether the experiment has any other purpose he can think of. He uses the question, without any particular logic, to denigrate the learner, stating, “Well, we have more or less a stubborn person (the learner). If he understood what this here was, he would’a went along without getting the punishment”. In his view, the learner brought punishment on himself.
[…] The experimenter has great difficulty in questioning the subject on the issue of responsibility. He does not seem to grasp the concept. The interviewer simplifies the question. Finally the subject assigns major responsibility on the experimenter: “I say your fault for the simple reason that I was paid for doing this. I had to follow orders. That’s how I figured it”.

Al contrario, livelli d’istruzione più alti aumenterebbero il senso di responsabilità individuale (il che non significa che questi soggetti siano spesso in grado di sottrarsi all’autorità dello scienziato, anzi). Ancora: soggetti insicuri tendono più facilmente a identificarsi nell’autorità o a ricercare la sua approvazione rispetto a soggetti con un forte senso di sé e dei propri valori, che invece oppongono più resistenza. Il libro descrive poi ulteriori variazioni, per esempio esperimenti con soggetti donna (che producono le stesse percentuali) o con soggetti multipli, ma non entrerò nel dettaglio: leggeteli, perché sono veramente interessanti.

Glados

Do it. For science.

Se i risultati dell’esperimento sono lì, e sono indiscutibili, più incerte sono le interpretazioni che Milgram costruisce su di essi. Sono comunque terribilmente affascinanti. Muovendo da un’analogia con la robotica, Milgram parla di agentic shift: un meccanismo che scatta nel momento in cui l’individuo si sottomette a una gerarchia, e quindi delega la proprie scelte ai propri superiori e cessa di ritenersene responsabile (o quantomeno diminuisce il proprio senso di responsabilità). L’individuo si sente così come il “braccio” di una volontà che sta fuori e sopra di lui:

The essence of obedience consists in the fact that a person comes to view themselves as the instrument for carrying out another person’s wishes, and they therefore no longer see themselves as responsible for their actions. Once this critical shift of viewpoint has occurred in the person, all of the essential features of obedience follow.

E ancora:

How is it that a person who is usually decent and courteous acts with severity against another person within the experiment? He does so because conscience, which regulate impulsive aggressive action, is per force diminished at the point of entering a hierarchical structure.

Lo scattare di questa soglia varia da individuo a individuo a seconda della sua personalità e del suo background di esperienze; ma essa sarebbe innata nella specie umana. Cosa ancora più affascinante, Milgram spiega questo meccanismo in termini darwiniani. L’essere umano è sopravvissuto all’estinzione unendosi in gruppo; la selezione naturale ha quindi favorito quei tratti istintuali che favorivano la vita in gruppo. La delega della propria autonomia all’autorità del gruppo (che può essere un leader carismatico, una casta istituzionale, un’assemblea collettiva, eccetera), garantendo ordine e armonia nel gruppo, rafforza il gruppo e aumenta le sue possibilità di sopravvivenza. E’ ironico (o inquietante, a scelta) pensare che lo stesso meccanismo che ha favorito la sopravvivenza della specie umana nella giungla della selezione naturale sia anche responsabile di crudeltà di massa come l’Olocausto. Al contrario della vulgata comune sull’unicità del nazismo, Milgram ci avverte che, in potenza, c’è un Eichmann in ognuno di noi.

Esperimento Milgram avviso

L’avviso messo dall’Università di Yale per reclutare i soggetti.

Conclusione
Quando si parla di esperimenti sociali sull’obbedienza e sulla trasformazione morale degli individui in condizioni estreme, il primo esempio che viene alla mente è sempre l’esperimento carcerario di Stanford condotto da Philip Zimbardo. Effettivamente, Milgram e Zimbardo si mossero nella stessa direzione e raggiunsero gli stessi risultati. Tuttavia l’esperimento di Zimbardo è famoso per la sua spettacolarità più che per il suo rigore; perché venne sospeso e non per l’inoppugnabilità dei suoi risultati. L’esperimento di Milgram è migliore, non solo perché misurabile con precisione, ma anche perché “facilmente” ripetibile. E infatti è stato ripetuto, più volte, in diversi luoghi del mondo e in decadi diverse – e le percentuali sono sempre le stesse (con piccoli scarti)! Ciò significa che i risultati dell’esperimento di Milgram non sono più dubitabili, a meno di mettere in discussione la validità stessa della metodologia alla base.
E ho solo sfiorato la superficie di quella miniera d’oro di intuizioni sulla natura umana e sulle caratteristiche dell’obbedienza che è il saggio di Milgram. Volevo farvi venire l’acquolina in bocca – ora dovete correre a leggerlo. Obedience to Authority è uno dei saggi più belli e interessanti che abbia mai letto, oltre ad essere scritto in una prosa facile, scorrevole e acchiappante. E’ anche uno dei pochi saggi che abbia mai letto interamente in inglese nella mia breve vita, e non ho mai avuto problemi (salvo in qualche passaggio nell’ultima parte, quella teorica). E’ davvero triste che in Italia sia così poco noto, tanto che non mi risulta che ci sia una traduzione italiana attualmente in circolazione.

Gli esperimenti condotti da Milgram – e in particolare il racconto dettagliato del comportamento di alcuni dei soggetti – sono anche ottimo materiale per qualsiasi scrittore. L’ambiguità stessa del concetto di obbedienza e del comportamento dell’essere umano medio in queste circostanze sono uno strumento fantastico per tratteggiare personaggi più complessi. Il conflitto (sia quello interno che quello esterno) si alimenta di ambiguità, e il conflitto è uno dei pilastri di una narrativa avvincente.

Dove si trova?
Un anno fa, ho comprato Obedience to Authority su Amazon.com al prezzo di 10,50 $ circa (più spese di spedizione) – un prezzo più che onesto per un libro così bello e che vale la pena di tenere in libreria, per prenderlo in mano e sfogliarlo quando si vuole.
Ho comunque scoperto che ora si trova anche su Bookfinder e su Library Genesis in formato pdf. E’ un file di cattiva qualità che sarebbe difficile convertire in altri formati, tuttavia consiglio di scaricarlo e darci un’occhiata: se si è abbastanza incuriositi da voler andare avanti, si può passare all’originale e finire di leggerselo cartaceo.

Chi devo ringraziare?
Qui il merito va tutto al buon Taotor. Sapendo che lui bazzica l’ambiente psico-sociologico, gli avevo chiesto ragguagli sul libro di Festinger su cui ho scritto un articolo quattro mesi fa, Quando la profezia non si avvera: l’avevo visto tra le novità del Mulino e lo volevo. Taotor colse la palla al balzo e oltre che di Festinger mi parlò anche di Milgram, che un anno fa conoscevo solo di nome:

Per esempio, il più famoso esperimento di Psicologia Sociale è il Milgram Experiment, i cui risultati spiegano in parte l’obbedienza per esempio dei soldati nazisti nel commettere atti atroci – e Stanley Milgram è lo stesso genio che ha condotto un esperimento in cui rimaneva fermo in mezzo a una strada a fissare la finestra di un palazzo, e man mano alcuni suoi collaboratori facevano lo stesso, e più il gruppo diventava grande, più alto era il numero di persone che guardava nella stessa direzione, lol.

Che dire – il libro di Milgram è ancora più figo di quello di Festinger. Thx Taotor ^-^

It's Milgram Time

Una nota finale
Voglio chiudere l’articolo su una nota positiva. Ho detto che molti di noi – io stesso? – probabilmente si comporterebbero come Eichmann posti in una situazione simile. Ma questo non giustifica Eichmann né tutti gli altri. La teoria di Milgram non annulla la responsabilità individuale. Resistere all’autorità, vagliare ogni suo ordine e rifiutare quelli che ci appaiono inaccettabili, è possibile. Riporto il caso di Gretchen Brandt, un’emigrata tedesca di trentun’anni che da adolescente ha vissuto nella Germania di Hitler:

Ad the administration of 210 volts, she turns to the experimenter, remarking firmly: “Well, I’m sorry. I don’t think we should continue.”
“The experiment requires that you go on until he has learned all the words pairs correctly.”
“He has a heart condition, I’m sorry. He told you that before”.
“The shocks may be painful but they are not dangerous”.
“Well, I’m sorry, but I think when shocks continue like this, they are dangerous. You ask him if he wants to get out. It’s his free will.”
“It is absolutely essential that we continue…”
“I like you to ask him. We came here of our free will. […] I don’t want to be responsible for anything happening to him. I wouldn’t like it for me either.”
[…] She refuses to go further and the experiment is terminated. The woman is firm and resolute throughout. She indicates in the interview that she was in no way tense or nervous, and this corresponds to her controlled appearance throughout.
[…] The woman’s straightforward, courteous behavior in the experiment, lack of tension, and total control of her own action seems to make disobedience a simple and rational deed. Her behavior is the very embodiment of what I had initially envisioned would be true for almost all subjects. Ironically, Gretchen Brandt grew to adolescence in Hitler’s Germany and was for the great part of her youth exposed to Nazi propaganda. When asked about the possible influence of her background, she remarks slowly, “Perhaps we have seen too much pain.”

I Consigli del Lunedì #07: The Iron Dream

The Iron DreamAutore: Norman Spinrad
Titolo italiano: Il signore della svastica
Genere:
 Science Fiction / Metafiction / Literary Fiction / Ucronia / Pulp-trash
Tipo: Romanzo

Anno: 1972
Nazione:
 USA
Lingua:
 Inglese
Pagine:
 260 ca.

Difficoltà in inglese: **

Avete mai letto l’ultimo romanzo di Adolf Hitler, Lord of the Swastika? No? Ma se ha pure vinto il premio Hugo nel 1954! Se è nato un gigantesco movimento di fan del libro, e se le uniformi dei Sons of the Swastika sono tra le più cosplayate ai convegni di fantascienza…? Ah, no, scusate, errore mio: ho sbagliato realtà^^
Norman Spinrad immagina un mondo alternativo in cui Hitler non è mai diventato leader del partito nazionalsocialista. Dopo la Prima Guerra Mondiale, il nostro baffino preferito ha deciso di trasferirsi negli Stati Uniti, dove si è riciclato come disegnatore e scrittore di fantascienza pulp. I conoscenti lo ricordano come un tipo tranquillo, forse un po’ strano.
Il suo più grande successo, completato pochi giorni prima della morte, parla di un mondo decadente, corrotto dai meticci e dalle mutazioni genetiche. Heldon, l’ultimo baluardo della purezza genetica, è minacciato dalle orde dei Dominatori, creature spietate che piegano la volontà degli individui e delle nazioni con la forza della mente; solo un uomo di razza purissima e di volontà ferrea – il giovane Feric Jaggar – potrà, radunando attorno a sé un pugno di uomini devoti e pronti a tutto, salvare il genere umano dall’imbastardimento definitivo. Toccherà a Feric ricostruire a Heldon una legione di Veri Uomini e guidarli alla legittima riconquista del mondo – e dell’intero Universo!

The Iron Dream è uno strano e delizioso esperimento diviso in tre parti: la prima, brevissima, consiste di una nota biografica sull’Hitler ucronico e della sua bibliografia; la seconda, che occupa il libro quasi per intero, è Lord of the Swastika, il romanzo scritto da Hitler; la terza, una Postfazione (Afterword) di una quindicina di pagine in cui un immaginario accademico commenta e analizza il romanzo.
L’esperimento è questo: se Hitler scrivesse un romanzo di fantascienza, cosa scriverebbe e come lo scriverebbe? Esperimento sviluppato in oltre duecento pagine di disgustosi meticci, uniformi di pelle nera, parate militari, baldi giovini dai capelli biondi e gli occhi azzurri, massacri su larga scala e iNioranza in dosi massicce.

Hitler

Feric Jaggar è pronto a combattere per il futuro della razza umana! E TU?

Uno sguardo approfondito
In Lord of the Swastika confluiscono due anime.
Da una parte, la narrativa fantasy-fantascientifica di serie b (e in particolare l’heroic fantasy/sf) con i suoi cliché e le sue ingenuità. Feric Jaggar è il giovane predestinato che deve salvare il mondo; i cattivi sono cattivissimi, senza appello e senza motivazione; e mentre i buoni ce la fanno grazie all’intelligenza e all’organizzazione, i nemici sono orde senza cervello, che attaccano come zombie basando la loro forza sul numero. C’è anche l’arma leggendaria impugnabile soltanto da un eroe di stirpe regale, nella forma del Grande Manganello (Great Truncheon). Ci sono i balzi tecnologici improbabili. Soprattutto, è ripetuto e amplificato il wish-fulfillment nella sua forma più ingenua: tutto il romanzo non è che il susseguirsi di trionfi e di riconoscimenti della naturale superiorità dell’eroe su tutti i suoi avversari e su tutti i suoi discepoli 1.
Dall’altra parte, troviamo l’esasperazione della filosofia nazista e delle fissazioni private di Hitler. Per tutto il romanzo, il pov rimane saldamente ancorato sulle spalle di Feric: di conseguenza, noi vediamo il mondo filtrato dal suo tono di aristocratico esaltato, dal suo disgusto per le razze corrotte, dalla sua ossessione per la virilità, dall’eccitazione che gli provocano le uniformi e i bei giovani dai fieri occhi azzurri. Il disgusto di Feric per le “catastrofi genetiche” è palpabile. Ma non è solo questo. Tutto il mondo del romanzo si comporta in accordo con queste convinzioni: tutti i mutanti puzzano, e sono miserevoli; i Veri Uomini (Truemen) sono intelligenti, capaci e virtuosi quanto sono alti, biondi, con gli occhi azzurri e un fisico statuario.
Molti eventi del libro sono anche interpretabili come corrispettivi di alcune fasi storiche del Partito nazional-socialista 2.

Questi due elementi, messi insieme e portati all’eccesso, creano un romanzo grottesco-splatter che sfiora la parodia della bassa narrativa e in ogni caso è profondamente trash. La storia di Feric è un’escalation di violenza e di deliri di onnipotenza. Si va dal pestaggio di indifesi meticci fino ai genocidi, ma la violenza è talmente portata all’eccesso da essere cartoonesca più che gore.
The Iron Dream mi ha ricordato certi film di Rodriguez – Planet Terror, Machete, o anche il caro vecchio Dal tramonto all’alba – film che rifanno apposta il b-movie ma lo rifanno ridendoci sopra. The Iron Dream è un lungo b-movie.
Forse, come vedremo, troppo lungo.

Pikachu nazi

Un gerarca dei Sons of the Swastika.

L’esperimento di Spinrad si porta infatti dietro degli handicap; in parte inevitabile conseguenza della natura iNiorante del romanzo e del fatto che a scriverlo sia Hitler, in parte dovuti alla sua incapacità come scrittore.
A partire dallo stile. Un po’ per ricalcare le ingenuità della letteratura di genere, un po’ per insistere sul dilettantismo e le ossessioni di Hitler, Lord of the Swastika è scritto male apposta. Abbondano le ripetizioni, le descrizioni statiche, l’aggettivazione pesante, gli infodump, personaggi piatti come un asse da stiro, il raccontato – anche se, all’occorrenza, l’autore è capace di mostrare efficacemente i momenti splatter o le parate militari del Partito. Ma Spinrad non è scusato del tutto: leggendo un altro suo libro, ho ritrovato in parte questa tendenza alle ripetizioni e all’aggettivo facile. Lo stile di Spinrad è realmente mediocre – in The Iron Dream questo aspetto è semplicemente amplificato. E comunque, calcare troppo la mano sullo scrivere male apposta può essere una buona strategia per un racconto breve o per una novella, ma non per un intero romanzo di oltre duecento pagine.

Lord of the Swastika soffre di ripetitività anche sul piano dei contenuti, soprattutto nella seconda metà del romanzo. Ogni capitolo si svolge su un piano più “grande” del precedente, ma la formula rimane la stessa. Ci sono pagine e pagine dedicati alle parate militari, alle nuove fikissime uniformi che Feric disegna per questo o quel corpo del Partito, ai nuovi esperimenti eugenetici promossi dai suoi laboratori.
Spinrad lo fa per sottolineare il carattere ossessivo dell’Hitler-scrittore, ed è anche divertente vedere fino a che punto si spinga la sua immaginazione, ma alla lunga la formula annoia. Se vuoi parlare della noia, fai attenzione a dedicarci lo stretto spazio necessario, prima che il lettore stesso si annoi; allo stesso modo, va bene insistere sulle fissazioni del nazismo, ma almeno sii creativo nel mostrarle, varia, tieni il lettore sulla corda! Spinrad questo non l’ha capito 3. La seconda metà del romanzo è decisamente troppo ripetitiva – anche se viene riscattata dall’ultimo capitolo del romanzo, assolutamente geniale 😀

Sons of the Swastika

Un ultimo possibile difetto di The Iron Dream è implicato nella sua stessa natura di metafiction. Immergersi completamente nel romanzo hitleriano è impossibile, non tanto perché non si possa abbracciare il punto di vista di un meganazista (ho letto libri, come alcuni di Mellick, dove succedono cose più terribili e l’empatia scatta lo stesso), quanto perché il tono trash-grottesco della narrazione ci ricorda continuamente che stiamo leggendo un libro. Il fatto stesso che ci sia una finta Postfazione (che tra l’altro è stupenda) distrugge ogni possibilità di catarsi.
Il lettore si trova davanti più la mente dello scrittore-psicopatico che non il contenuto del romanzo. Momenti di immersione e partecipazione emotiva ci sono, ma sono rari.

L’idea complessiva che mi sono fatto di The Iron Dream, quindi, è di un esperimento interessante e divertente, ma non del tutto riuscito. Con più impegno e più consapevolezza tecnica, Spinrad avrebbe potuto farne un capolavoro; così com’è, rimane un libro unico nel suo genere, che vale la pena provare a leggere, ma con ampissimi margini di miglioramento. I numerosi momenti di stanca, del resto, sono inframezzati da lampi di genio che valgono la lettura.
Potrebbe essere il libro ideale per chi cerchi un po’ di sano trash ma abbia bisogno anche di un sottofondo un po’ intellettuale: The Iron Dream provvede a entrambi.

Dove si trova?
In Italia il libro è stato pubblicato con il titolo del romanzo-nel-romanzo, ossia Il signore della svastica. Nel 2005 è stato ristampato da Fanucci, ma per quanto ne so anche questa edizione è pressoché introvabile. Ci si può senza timore affidare al Mulo.
Su library.nu si trova invece l’edizione in lingua originale.

Hitler Think Different

Su Norman Spinrad
Spinrad non è un autore che mi convinca troppo. E’ uno di quegli scrittori che vuole sempre fare l’impegnato e lo sperimentale, ma che non ha un sufficiente bagaglio tecnico alle spalle per poterselo permettere. E’ il tipico autore che fa della fantascienza un trampolino di lancio per parlare d’altro, ma che non ha ancora capito troppo bene come funziona un romanzo.
Perciò, di Spinrad ho letto solo un altro libro:

Bug Jack Barron / Jack Barron e l'eternitàBug Jack Barron (Jack Barron e l’eternità) si può a malapena definire fantascienza; è più che altro uno slipstream. E’ la storia di un personaggio televisivo di successo che conduce infuocati programmi di denuncia sociale, fingendo di stare “dalla parte del popolo” mentre è colluso con la politica e col mondo degli affari; una serie di eventi lo costringeranno a una scelta e a rimettere in discussione il suo ruolo nel mondo. L’idea è interessante e il libro è abbastanza unico nel suo genere, ma diversi problemi stilistici ne minano la qualità. Penso comunque che gli dedicherò un Consiglio in futuro.

Qualche estratto
Questa volta voglio proporre la bellezza di tre estratti. Il primo è preso dall’inizio del romanzo, dove facciamo la conoscenza di Feric e della sua strana visione del mondo, mentre il secondo descrive invece uno dei massacri indiscriminati che punteggiano allegramente il romanzo.
Il terzo, infine, è un breve e delizoso brano tratto dall’Afterword in coda al romanzo.

1.
Finally, there emerged from the cabin of the steamer a figure of startling and unexpected nobility: a tall, powerfully built true human in the prime of manhood. His hair was yellow, his skin was fair, his eyes were blue and brilliant. His musculature, skeletal structure, and carriage were letter-perfect, and his trim blue tunic was clean and in good repair.
Feric Jaggar looked every inch the genotypically pure human that he in fact was. It was all that made such prolonged close confinement with the dregs of Borgravia bearable; the quasi-men could not help but recognize his genetic purity. The sight of Feric put mutants and mongrels in their place, and for the most part they kept to it.
[…] With his heart filled with thoughts of his goal in fact and in spirit, Feric was almost able to ignore the sordid spectacle that assailed his eyes, ears, and nostrils as he loped up the bare earth boulevard toward the river.
[…] as Feric elbowed his way through the foul-smelling crowds, he spotted three Eggheads, their naked chitinous skulls gleaming redly in the warm sun, and brushed against a Parrotface. This creature whirled about at Feric’s touch, clacking its great bony beak at him indignantly for a moment until it recognized him for what he was. Then, of course, the Parrotface lowered its rheumy gaze, instantly gave off flapping its obscenely mutated teeth, and muttered a properly humble “Your pardon, Trueman.” For his part, Feric did not acknowledge the creature one way or the other, and quickly continued on up the street staring determinedly straight ahead.

Per ultima scese dalla corriera una figura di straordinaria e imprevedibile nobiltà: un uomo autentico, alto e forte, nel fiore della virilità. Capelli biondi, pelle chiara, occhi azzurri e vivaci. La muscolatura, la struttura ossea e il portamento erano perfetti, la tunica blu ben tagliata, pulita e in ottimo stato.
Feric Jaggar dimostrava di appartenere sotto tutti gli aspetti al genotipo dell’uomo puro. Questo lo aiutava a sopportare una vicinanza tanto prolungata con la feccia di Borgravia; gli umanoidi non potevano non riconoscere la sua purezza genetica. La vista di Feric rimetteva al loro posto mutanti e meticci, che per lo più ci rimanevano.
[…] Assorto nelle riflessioni sulle proprie mete materiali e spirituali, Feric riuscì quasi a ignorare il sordido spettacolo che assaliva occhi, orecchie e narici mentre percorreva a lunghe falcate lo squallido viale terroso che portava al fiume.
[…] mentre si faceva largo a gomitate tra la folla puzzolente, Feric individuò tre tested’uovo dai crani nudi e fiammeggianti al sole, e si scontrò con un pappagalloide. Quest’ultimo si girò di scatto indignatissimo, ticchettandogli contro il beccaccio osseo per un attimo, prima di rendersi conto di chi era. Allora, naturalmente, abbassò gli occhi lacrimosi, smise all’istante di far crocchiare gli osceni denti da ibrido, anzi mormorò con la dovuta umiltà: «Mi perdoni Verouomo». Feric, da parte sua, fece finta di non vederlo e tirò diritto per la sua strada senza guardarsi intorno.

Hitler Super Sayan

Hitler elogia la purezza genetica del suo alter-ego Feric durante una delle sue più celebri trasformazioni.

2.
Feric stood erect on the floor of the command car cabin bracing himself against the back of Best’s seat with his left hand; with his right, he pointed the shining steel fist that was the headpiece of the Great Truncheon at the heavens. “Hail Heldon!” he shouted, his mighty voice piercing the din. “Death to the Dominators and their Universalist slaves!” He brought the Steel Commander down in a great arc, and with an earthshaking roar of “Hail Jaggar,” the forces of the Swastika swept forward.
The line of motorcycles smashed into the leading edge of the horde in the park to the accompaniment of massed fire from squads of SS gunners. With great screams of fear and dismay, hundreds of the wild-eyed scum went down choking on their own blood while cold steel split skulls and wheels crushed the limbs of the fallen. Through the interstices in the forward line of motorcycles the Knights then charged, swinging their truncheons and swirling their chains, cracking limbs and smashing heads, consolidating the opening that the motorized SS had given them. Feric’s driver took the command car straight into the forefront of the battle. As Best and Render cut broad swathes through the panicked rabble with their submachine guns, Feric swung the Steel Commander in great arcs of destruction, smashing dozens of heads, crushing scores of limbs, cutting the torsos of the enemy in twain, wreaking incredible havoc with every blow. What a dashing sight this was to viewers all over Heldon, and what an inspiration to his men!

Feric era in piedi, dritto sul tettuccio della sua automobile, e mentre con la mano sinistra si teneva attaccato al sedile di Best, con la destra puntava verso il cielo il pugno d’acciaio scintillante che ornava il puntale della Gran Mazza. «Heil Heldon!» gridò con la voce possente che sovrastò il fragore. «Morte ai Dominatori e ai loro servi Universalisti!» Con un ampio movimento ad arco, riabbassò il Comandante d’Acciaio, e con un ruggito squassante di: «Heil Jaggar!» le forze della Svastica partirono all’attacco.
La prima linea di motociclisti si gettò contro l’avanguardia nemica sotto il fuoco di protezione di parecchi tiratori SS. Con grandi urla di terrore e sgomento, centinaia di miserabili dagli occhi allucinati caddero a terra nel loro stesso sangue mentre l’acciaio gelido disintegrava i crani e le ruote maciullavano le ossa di chi era al suolo. Lanciandosi negli spazi aperti dall’avanguardia di motociclisti, caricarono allora i Cavalieri, saettando i manganelli e facendo sibilare le catene, spezzando ossa e fracassando teste, e allargarono l’apertura che già le SS avevano creato per loro. L’autista di Feric portò la macchina proprio sul fronte principale degli scontri. Mentre Best e Remler decimavano la plebaglia stravolta a mitragliate, Feric descriveva con il Comandante d’Acciaio grandi archi di morte, maciullando dozzine di crani, spezzando decine di ossa, squarciando letteralmente a metà i nemici, per i quali ogni colpo rappresentava un’incredibile rovina. Che spettacolo eccitante per gli spettatori di Heldon, e che esempio per gli helder!

3.
As anyone with even a cursory layman’s knowledge of human psychology will realize, Lord of the Swastika is filled with the most blatant phallic symbolisms and allusions. A description of Feric Jaggar’s magic weapon, the so-called Great Truncheon of Held: “The shaft was a gleaming rod of … metal full four feet long and thick around as a man’s forearm … the oversize headball was a life-sized steel fist, and a hero’s fist at that.” If this is not a description of a fantasy penis, what is? Further, everything about the Great Truncheon points to a phallic identification between Hitler’s hero, Feric Jaggar, and his weapon. Not only is the truncheon fashioned in the shape of an enormous penis, but it is the source and symbol of Jaggar’s power. […] it is the phallus of maximum size, potency, and status, the sceptre of rule in more ways than one. When he forces Stag Stopa to kiss the head of his weapon as a gesture of fealty, the phallic symbolism of the’ Great Truncheon reaches a grotesque apex.

Come chiunque dotato di una conoscenza anche estremamente superficiale e profana di psicologia comprenderà, II Signore della Svastica trabocca di simbolismi e allusioni falliche incredibilmente trasparenti. Ecco una descrizione dell’arma magica di Feric Jaggar, la cosiddetta Gran Mazza di Held: «Lo stelo era una lastra scintillante di… metallo lungo almeno un metro e venti e spesso come il braccio di un uomo… la testa di dimensioni straordinarie era un pugno a grandezza naturale, il pugno di un eroe sicuramente». Cos’altro può essere se non la descrizione di un pene fantastico? Inoltre, ogni allusione alla Gran Mazza sottolinea un’identificazione tra l’eroe di Hitler, Feric Jaggar, e la sua arma. Non solo il manganello è modellato a forma di un enorme pene, ma è la fonte e il simbolo della potenza di Jaggar. […] è poi il fallo dotato di maggiori dimensioni, potenza e status, lo scettro del potere in molti sensi. Quando il protagonista obbliga Stag Stopa a baciare la punta della sua arma come dimostrazione di fedeltà, il simbolismo della Gran Mazza raggiunge un apice grottesco.

Tabella riassuntiva

Un romanzo che potrebbe essere stato scritto da Hitler! E’ scritto male apposta.
Talmente trash da essere delizioso, ma con un fondo di intelligenza. La formula del romanzo è ripetitiva e dopo un po’ viene a noia.
E’ bello avere a che fare, per una volta, con un protagonista così meganazi. E’ un libro che si legge con distacco.

(1) E’ interessante notare che comunque, pur essendo Feric truzzissimo e improbabile, è sempre meglio dei protagonisti del fantasy moderno. Feric vince sempre, ma effettivamente è meglio degli altri in tutto, e il rispetto dei suoi discepoli è perfettamente giustificato nel contesto del romanzo; Bella di Twilight (ed è solo un esempio) non sa fare niente, ma è un’eroina lo stesso.Torna su
(2) Questa mi è parsa una cattiva idea. L’esperimento di Spinrad sarebbe stato più interessante se Hitler avesse cercato vie alternative – più “fantastiche”, in accordo con la natura del genere – per far arrivare al potere il suo personaggio. Feric dovrebbe sembrare più una versione idealizzata di Hitler, che l’alter-ego dell’Hitler reale.Torna su
(3) Sulla ripetitività della formula di The Iron Dream si esprime pure Ursula K. LeGuin in questo articolo. Il suo giudizio sul romanzo è globalmente positivo, il suo giudizio sullo stile è “fai schifo”. In particolare:

Why should one read a book that isn’t interesting?
A short story, yes. Even a book of a hundred or a hundred and twenty pages. At that length, the idea would carry one through; the essential interest of the distancing effect, the strength of the irony, would have held up. And all that is said in 255 pages could have been said. Nobody would ask Spinrad to sacrifice such scenes as the winning of the Great Truncheon by the hero Feric and the subsequent kissing of the Great Truncheon by the Black Avengers, or the terrific final scene. These are magnificent. They are horribly funny. They are totally successful tours de force. But the long build-ups to them are not necessary, as they would be in a novel; rather they weaken the whole effect. Only the high points matter; only they support the ironic tension.

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