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I Consigli del Lunedì #35: Holy Fire

Holy FireAutore: Bruce Sterling
Titolo italiano: Fuoco sacro
Genere: Science Fiction / Cyberpunk / Social SF / Bildungsroman
Tipo: Romanzo

Anno: 1996
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 300 ca.

Difficoltà in inglese: ***

No matter how carefully she guarded herself, life was too short. Life would always be too short. 

Mia Ziemann ha 94 anni ed è all’apice della sua carriera. Nulla di strano, in un tardo XXI secolo in cui i progressi della tecnologia medica sono tali da aver eliminato quasi qualsiasi malattia e rallentato i processi di invecchiamento al punto che si può vivere in gran forma anche un paio di secoli. La società moderna è dominata da una bonaria gerontocrazia, che ha posto fine alle guerre e ha reso possibile una vita dignitosa per tutta la popolazione terrestre, al prezzo di schiacciare e tenere lontane dal potere le nuove generazioni. La sanità è pubblica e accessibile a tutti, ma ci sono delle graduatorie – e solo chi ha uno stile di vita impeccabile avrà accesso alle cure migliori e potrà vivere più a lungo.
Mia ha sempre vissuto un’esistenza cauta, controllata, calcolatrice, così da assicurarsi una splendida e lunga vecchiaia. Ma la morte di un ex amante che non vedeva da ottant’anni e l’incontro con una coppia di ragazzi focosi la riempiono di incertezze e di rimpianti. Ora Mia rivuole la sua giovinezza. E un rivoluzionario trattamento medico potrebbe ridargliela, restituendole un corpo da ventenne. Quello che non sa è che ci sono degli effetti collaterali: non solo il suo corpo, ma anche la sua mente, le sue emozioni, i suoi sogni, potrebbero ritornare quelli di una impulsiva ventenne. E la nuova Mia potrebbe non voler più sottostare al rigore metodico della vecchia Mia. Potrebbe decidere di fare qualche pazzia, come ribattezzarsi Maya, prendere e scappare senza un soldo nella favoleggiata vecchia Europa. Ma cosa la aspetta alla fine del viaggio – felicità o disillusione? E chi la spunterà, la vecchia Mia o la giovane Maya?

Bruce Sterling è spesso considerato, almeno in Italia, l’amico sfigato di William Gibson. Lo ricordiamo come l’ideologo del cyberpunk, o come il curatore dell’antologia di racconti cyberpunk Mirrorshades, e al limite, quando lo pensiamo come scrittore, ci vengono in mente i lavori a quattro mani con Gibson. Perciò mi ha colpito scoprire che in realtà Sterling è uno scrittore più interessante di Gibson. Le cose che scrive sono molto più sci-fi di quelle di Gibson – che ha sempre strizzato l’occhio al mainstream e ci si è buttato dopo pochi anni – il suo amore per il weird e la speculazione futuristica molto più evidente.
Holy Fire non è il migliore tra i romanzi di Sterling ma è quello che più ha catturato la mia curiosità. A differenza del cyberpunk tradizionale, il futuro di questo romanzo non è una società capitalistica andata a male, zeppa di povertà e criminalità; al contrario è un mondo quasi utopico, dove tutti stanno bene o hanno il potere di farlo. La domanda, che trovo molto affascinante, è se anche un eccesso di moralismo, di controllo, di benessere imposto, di paternalismo, possa portare a un’infelicità di massa.


Quale altra colonna sonora avrebbe potuto avere un romanzo come questo?

Uno sguardo approfondito
La struttura di Holy Fire è atipica per un cyberpunk: è quella del Bildungsroman, o romanzo di formazione. Se avete mai letto libri come Il giovane Holden o Demian o L’apprendistato di Wilhelm Meister sapete di cosa parlo: il protagonista si imbarca in un viaggio senza meta o scopo, alla ricerca di un senso alla propria vita e di un posto da ritagliarsi nel mondo. In questo tipo di storie non c’è, in genere, la catena di causa/effetto tipica del romanzo d’azione; si succedono, invece, una serie di episodi più o meno slegati, ciascuno dei quali fa ‘crescere’ in qualche modo il protagonista. Alla fine del percorso, il personaggio sarà qualcuno di diverso da quello che era all’inizio.
Holy Fire segue il medesimo canovaccio. Dopo un primo capitolo introduttivo, che ci dà un assaggio del mondo del romanzo e ci familiarizza con la psicologia della protagonista, Mia si sottopone al trattamento ringiovanente – e da qui comincia la sua fuga e il suo viaggio iniziatico attraverso l’Europa del 2100, fatto di incontri, dialoghi filosofici ed esperienze di vita. E se il primo capitolo ha ancora un po’ il sapore della fantascienza sociale “classica”, andando avanti se ne stacca sempre di più.

Capirete bene che in un romanzo come questo, il realismo dei personaggi, l’immersività della narrazione e la capacità di immedesimarsi completamente nella protagonista (ossia tutti gli elementi cardine dello ‘scrivere bene’ in narrativa) sono tutto. Non bastano le idee geniali, perché Holy Fire vuole arrivarti alla pancia, parlarti delle scelte di base nella vita di una persona e del senso della vita. Fortunatamente, dal punto di vista stilistico Sterling scrive piuttosto bene. Il romanzo è scritto in terza persona attraverso un unico pov, quello della protagonista, e l’autore ci si attiene per tutto il libro. Non assistiamo mai a niente che Mia non veda con i propri occhi.
Il rapporto mostrato/raccontato è più ambivalente. Quando vuole, Sterling è molto bravo a mostrare. Prendiamo uno degli episodi iniziali del libro: Mia si imbatte nel delizioso cane parlante Plato, il quale le comunica con evidente sofferenza che il suo padrone (nonché ex amante di lunga data di Mia) sta morendo e vorrebbe vederla. Senza stare a dirci molto del carattere di Mia, Sterling ce lo fa capire attraverso i suoi gesti e le sue parole: il modo freddo, esitante, impacciato con cui tratta prima il cane e poi l’uomo. La sua quasi indifferenza di fronte al loro dolore. Lo stesso cane Plato è un bell’esempio di mostrato. Si tratta di un cane intelligente, ma di intelligenza modesta, e i suoi istinti sono pur sempre quelli di un cane: Sterling lo fa parlare e agire in modo buffissimo, con l’inconsequenzialità, la facilità a distrarsi, l’importanza degli odori e la fedeltà ingenua verso il proprio padrone.

Cane parlante

Non è che se un cane impara a parlare diventa Einstein.

Altre volte, Sterling si abbandona senza problemi al raccontato. Che si tratti di esplorare le sensazioni di Mia in quel momento o, ancora più spesso, lanciarsi in infodump sulla sua ambientazione. Il secondo capitolo comincia così: “The medical-industrial complex dominated the planet’s economy”, e Sterling va avanti per pagine e pagine a spiegarci, da bravo narratore onnisciente, in che modo il complesso medico-industriale domini l’economia mondiale. Non che non sia capace di mostrare le sue invenzioni in azione, o di spiegarcele attraverso le parole di un personaggio. Ad esempio, il trattamento ringiovanente rivoluzionario a cui si sottoporrà Mia ci viene spiegato nel dettaglio dal suo medico. Semplicemente, Sterling usa l’uno o l’altro metodo in modo indifferenziato, come se non cogliesse la differenza.
Si perdona facilmente, in realtà: il worldbuilding di Holy Fire è veramente spettacolare e lo si legge rapiti anche quando ci viene fatto piovere dall’alto. Sul piano macroscopico, veniamo introdotti a poco a poco alle tante piccole crudeltà che conseguono da una società organizzata secondo principi moralistici e salutisti, dove lo stato di salute di ciascuno è tracciato continuamente anche contro la propria volontà. Nessuno ti vieta (legalmente) di bere alcol, fumare, assumere droghe; ma se lo fai, questo lascerà tracce sul tuo profilo medico, e scenderai di graduatoria. E se il tuo cattivo comportamento diventa sistematico, non avrai mai accesso ai trattamenti, il che significa il peggiore degli stigmi sociali: guardare i tuoi coetanei rimanere giovani, belli e in salute mentre tu invecchi, diventi brutto e malato… E questo è solo un piccolo esempio di tutte le conseguenze immaginate da Sterling.
Ma Sterling è brillante anche sul piano microscopico, e il romanzo è disseminato da piccole invenzioni affascinanti. Ad esempio, i “ninnoli” da indossare per entrare nella realtà virtuale (che in Holy Fire, a differenza degli ingenui cyberspazi degli anni ’80, ricordano gli ambienti customizzabili tipo Second Life). Sterling aveva capito una cosa per nulla scontata: che per commercializzare una tecnologia mass market, il design è importante quanto l’utilità pratica. Sicché, per entrare nella realtà virtuale, due orecchini diventano delle cuffie, un neo finto da poggiare accanto al labbro il microfono, le ciglia finte dei tracciatori dei movimenti oculari e così via.

Insomma, sul piano fantascientifico Holy Fire è una gioia. Ma come romanzo di formazione? Ecco – qui cominciano i problemi. E sono parecchi.
Il conflitto centrale, il cuore del romanzo, dovrebbe essere il rapporto tra la vecchia e la giovane Mia. Abbiamo due individualità intrappolate nella stessa persona, separate fin quasi a sfiorare lo sdoppiamento di personalità con obiettivi antitetici: Maya odia l’esistenza an-emotiva di Mia e vuole ribellarsi, uscire dalla gabbia di regole e bon-ton che si è costruita e vivere una vita “autentica”; e d’altro canto, Mia è terrorizzata dall’impulsività di Maya, teme giustamente di perdere la propria reputazione, e che un momento di pazzia possa distruggere settant’anni di duro lavoro. E chi dei due abbia più ragione non è scontato. Insomma, sembra materiale perfetto per dare corpo a un conflitto avvincente, no? (1)
No. A parte qualche piccolo confronto in un paio di punti cruciali del libro, il rapporto tra Mia e Maya è quasi inesistente. Il conflitto è ai minimi termini. Né si tratta di un episodio isolato – sembra che Sterling cerchi per tutto il romanzo di appianare ogni conflitto o momento di tensione ogni volta che si affaccia. C’è un punto, nel romanzo, in cui Mia sfugge a un agguato violento; di colpo si sente braccata, ricercata dalla polizia e dai medici che seguivano la sua terapia prima che scappasse. E’ terrorizzata, in preda ai sensi di colpa, non sa cosa fare. Cosa fa Sterling? Avanti veloce a quando Mia risolve la situazione e si ritrova in pace con il suo pugno di alleati. Un’altra volta, la sua terapia ha un rigetto e Mia rischia di morire. Cosa fa Sterling? Avanti veloce a quando Mia è guarita e in salute. What the fuck?

Old medicine

Si stava meglio quando si stava peggio.

Il conflitto tra Mia e Maya, poi, dovrebbe essere uno specchio per parlare del conflitto su larga scala del mondo di Sterling: quello tra i vecchi e i giovani. Ma anche quest’ultimo rimane poco a fuoco. Nei suoi viaggi, Mia/Maya incontra ragazzi di ogni tipo: furfantelli, artisti, rivoluzionari, hacker. Tutti questi fanno un gran parlare della condizione infelice in cui sono tenuti dai vecchi che tengono le redini della società. Ma appunto: sono tutte chiacchiere. Sterling ci parla, ci parla, delle ingiustizie e dei problemi di questo ordinamento sociale, ma mostra poco, e non convince. Troppo spesso i giovani europei di Holy Fire sembrano soltanto dei ragazzetti viziati che si lamentano per attirare l’attenzione, che fanno i ribelli ma poi vivono senza una preoccupazione.
Spesso, poi, Sterling sembra perdersi negli stereotipi sulla gioventù e la vecchiaia. I giovani non sono tutti impulsivi e irrazionali, i vecchi non sono tutti dei gelidi calcolatori (mi sento quasi cretino a dirlo); eppure in Holy Fire troviamo di continuo questa polarità. Il comportamento scatenato di Maya si potrebbe spiegare come una reazione violenta all’eccesso di autocontrollo nella vita di Mia, ma troppo spesso Sterling sembra spiegarlo con un “perché sì, perché è giovane”.

E si potrebbe andare avanti a lungo. Il personaggio di Maya è perfetto in modo insopportabile, praticamente una Mary Sue: giovane e bellissima, ma al contempo intelligentissima e affascinante per via della sua reale età, tutti gli uomini cadono ai suoi piedi e tutte (o quasi) le donne la invidiano. Tutto le riesce facile, non deve mai sforzarsi per avere ciò che vuole. E ancora: il gusto sgradevole di Sterling per i discorsi filosofici ad cazzum (in cui spesso i dialoghi con i radical chic europei si arenano) e gli pseudo-intellettualismi. Ditemi ad esempio cosa vuoldire questo periodo:

Now she was beginning to get the hang of it. It was beyond eros, beyond skin. Skinlessness. Skinless memory. Bloody nostalgia, somatic déjà vu, neural mono no aware. Memories she was not allowed to have. From sensations she was not allowed to feel.

Mary Sue

Déjà vu somatico, mono no aware neurale! Nientemeno! E ancora: diversi degli episodi del viaggio di formazione di Mia non sembrano neanche appartenere al mondo futuristico di Holy Fire. In un attico della vecchia Praga, dove (giustamente) i palazzi sono ancora quelli che conosciamo e nulla sembra cambiato, la storia tra Mia e l’artista Emil potrebbe essere tratta pari pari da un romanzo dell’Ottocento – e in effetti mi ha ricordato da vicino il rapporto tra la borghese Bette e lo scultore Wenceslaw di un romanzo di Balzac. E uno si chiede: sto ancora leggendo un romanzo sci-fi?
Al contempo, però, il rapporto tra Mia ed Emil, vasaio depresso che a causa di una malattia dimentica ogni mattina quel che gli è successo il giorno prima, è uno dei momenti più belli del romanzo. Dirò di più: è una delle storie d’amore che più mi abbia commosso negli ultimi anni, e questo nonostante occupi una porzione piccola del libro. E funziona anche perché sembra senza tempo. Né è giusto dire che tutti i dialoghi del romanzo finiscano in merda pseudo-filosofica. La giovane matematica che vuole calcolare il momento storico in cui il progresso della scienza medica sarà tale da rendere virtualmente immortali gli esseri umani è deliziosa; così come il discorso di Paul sulla differenza tra un originale e una replica. L’interrogatorio di Helene Vauxcelles-Serusier è affascinante, e non si può rimanere freddi di fronte alla vicenda del cane Plato.

Insomma, Holy Fire è uno di quei romanzi che si ama o si odia; o, nel mio caso, si ama e si odia contemporaneamente. Per spiegare il mio rapporto con questo libro, uso l’immagine delle montagne russe. Nei suoi momenti più alti, è veramente figo; ma subito dopo precipita ed è merda. Se il worldbuilding è spettacolare, le invenzioni geniali e alcuni personaggi ben fatti, come romanzo di formazione non vale niente, e i tentativi di Sterling di suonare profondo sono rivoltanti.
Merita davvero di essere consigliato? Be’, dipende. Di sicuro Holy Fire non è una storia d’azione o d’avventura o di suspence; è un romanzo di idee, fatto di dialoghi e monologhi interiori. Il ritmo è lento e il conflitto (ingiustificabilmente) debole. Il che già allontanerà una parte dei lettori. Per quelli che restano, il mio consiglio è il seguente: scaricatelo e provate a leggerlo. Può valerne la pena, e forse sarete toccati da quelle riflessioni esistenzialiste che a me hanno lasciato freddo. E se invece a un certo punto vi venisse voglia di scaraventare il libro dalla finestra, sentitevi pienamente giustificati.

Su Sterling
Oltre a Holy Fire ho letto altri tre romanzi di Sterling:
Schismatrix Schismatrix (La matrice spezzata) è una space-opera politica e avventurosa, ambientata in un futuro in cui l’umanità ha colonizzato il sistema solare, ha abbandonato la Terra e sta raggiungendo nuovi stadi evolutivi. Attraverso la vita bicentenaria di Abelard Lindsey, prima giovane rivoluzionario, poi disilluso diplomatico e poi altro ancora, assisteremo allo scontro senza fine tra le due superpotenze post-umane degli Shaper (Mutaforma) e Mechanist (Meccanisti). Un po’ cyberpunk e un po’ biopunk, l’ambientazione ricorda quella del coevo Vacuum Flowers senza essere altrettanto bella. Ma il romanzo, pur affascinante, soffre di eccesso di worldbuilding: infodump a manetta e avvenimenti fuori scena sono la norma, e la tensione va spesso a farsi benedire. Consiglio di procurarsi l’edizione Schismatrix Plus, che contiene i racconti di Sterling sull’universo Shaper/Mechanists (racconti che aveva composto prima di scrivere il romanzo), e di leggere i racconti prima del romanzo, per avere un’esperienza migliore.
Islands in the Net Islands in the Net (Isole nella rete) è un thriller cyberpunk ambientato in un futuro recente. Laura Webster, PR di un’organizzazione di diplomatici democratici chiamata Rizome, si troverà con la sua famiglia al centro di una rete di intrighi e omicidi internazionali. Nonostante all’epoca della sua uscita presentasse molte idee rivoluzionarie sulla Rete, e una versione del cyberspazio molto più aderente alla realtà rispetto a quella dei coevi romanzi gibsoniani dello Sprawl, oggi questo romanzo di Sterling sembra il meno immaginativo e più banale dei suoi. Molte idee affascinanti rimangono, ma affondano comunque in una narrativa lenta e in personaggi noiosi. Datato.
The Difference Engine The Difference Engine (La macchina della realtà), scritto a quattro mani con Gibson, è un’ucronia steampunk tra le più influenti sul genere. Siamo in una Londra vittoriana ucronica in cui la realizzazione della macchina analitica di Babbage ha risvegliato l’entusiasmo per la tecnologia e ha modificato l’equilibrio delle potenze europee. Peccato per l’eccesso di spocchia degli autori, che rende la lettura frustrante e le varie trame difficili da seguire. Ho già parlato di questo romanzo nel Consiglio del Lunedì #26.
Credo di essermi fatto un’idea piuttosto chiara di Sterling. Ha un sacco di idee affascinanti, ma purtroppo finisce spesso per affogarle nell’intellettualismo, nei giri di parole finto-colti, in questa sua tendenza a fare della filosofia spicciola. I commenti che ho letto sui suoi romanzi degli ultimi quindici-vent’anni non sono incoraggianti, quindi credo di aver letto il meglio di Sterling. Direi che per ora sono a posto.

Dove si trovano?
Tutti i libri di Sterling summenzionati si trovano, in lingua originale, sia su Bookfinder che su Library Genesis (assieme a quasi qualsiasi altro romanzo mai pubblicato dall’autore). Di Holy Fire e The Difference Engine si trovano anche l’ePub e il mobi, mentre di Islands in the Net e Schismatrix Plus solo il formato pdf.

Chi devo ringraziare?
Ad attirare la mia attenzione su questo libro stavolta è stato Charles Stross (l’autore di Singularity Sky e Accelerando). In risposta a un utente che sul suo blog gli chiedeva di consigliargli qualche bel titolo poco conosciuto, ecco cos’ha detto Stross a proposito di Holy Fire:

13 years old and unjustly overlooked, this ought to be one of the classics of medium-future extrapolation

In effetti, Holy Fire è stato poi incluso (non so se proprio in seguito a questo commento di Stross) da Paul Di Filippo e Broderick nella loro lista dei 101 migliori romanzi di fantascienza scritti tra il 1985 e il 2010.

Qualche estratto
I tre estratti che ho scelto vengono tutti dal primo capitolo, prima che Mia si sottoponga al trattamento ringiovanente. Il primo è l’incontro tra Mia e il cane Plato (che io adoro); il secondo è la descrizione dell’interfaccia virtuale che Mia deve indossare per connettersi al cyberspazio; l’ultimo, un momento di crisi notturna da cui nascerà la decisione, nella protagonista, di tornare giovane.

1.
A dog was following her up Market Street, loping through the crowd. She stopped behind the shadowed column of a portico and stretched out her bare hand, beckoning.
The dog paused timidly, then came up and sniffed at her fingers.
“Are you Mia Ziemann?” the dog said.
“Yes, I am,” Mia said. People walked past her, brisk and purposeful, their solemn faces set, neat shoes scuffing the red brick sidewalks. Under the steady discipline of Mia’s gaze, the dog settled on his haunches, crouching at her feet.
“I tracked you from your home,” bragged the dog, panting rhythmically. “It’s a long way.” The dog wore a checkered knit sweater, tailored canine trousers, and a knitted black skullcap.
The dog’s gloved front paws were vaguely prehensile, like a raccoon’s hands. The dog had short clean fawn-colored fur and large attractive eyes. His voice came from a speaker implanted in his throat.
A car bleeped once at a tardy pedestrian, rudely breaking the subtle urban murmurs of downtown San Francisco. “I’ve walked a long way,” Mia said. “It was clever of you to find me. Good dog.”
The dog brightened at the praise, and wagged his tail. “I think I’m lost and I feel rather hungry.”
“That’s all right, nice dog.” The dog reeked of cologne. “What’s your name?”
“Plato,” the dog said shyly.
“That’s a fine name for a dog. Why are you following me?”
This sophisticated conversational gambit exhausted the dog’s limited verbal repertoire, but with the usual cheerful resilience of his species he simply changed the subject. “I live with Martin Warshaw! He’s very good to me! He feeds me well. Also Martin smells good! Except not … like other days. Not like …” The dog seemed pained. “Not like now.… ”
“Did Martin send you to follow me?”
The dog pondered this. “He talks about you. He wants to see you. You should come talk to him. He can’t be happy.” The dog sniffed at the paving, then looked up expectantly. “May I have a treat?”
“I don’t carry treats with me, Plato.”
“That’s very sad,” Plato observed.
“How is Martin? How does he feel?”
A dim anxiety puckered the hairy canine wrinkles around the dog’s eyes. It was odd how much more expressive a dog’s face became once it learned to talk. “No,” the dog offered haltingly, “Martin smells unhappy. My home feels bad inside. Martin is making me very sad.” He began to howl.
The citizens of San Francisco were a very tolerant lot, civilized and cosmopolitan. Mia could see that the passersby strongly disapproved of anyone who would publicly bully a dog to tears.
“It’s all right,” Mia soothed, “calm down. I’ll go with you. We’ll go to see Martin right away.”
The dog whined, too distraught to manage speech.
“Take me home to Martin Warshaw,” she commanded.
“Oh, all right,” said the dog, brightening. Order had returned to his moral universe. “I can do that. That’s easy.”
He led her, frisking, to a trolley. The dog paid for both of them, and they got off after three stops.

Talking dogs

2.
Stuart gave Mia a battered touchslate and a virtuality jewel case. Mia retired to the netsite’s bathroom, with its pedestal sinks and mirrors. She washed her hands.
Mia clicked open the jewelry case, took its two featherlight earring phones, and cuffed them deftly onto her ears. She dabbed the little beauty-mark microphone to the corner of her upper lip. She carefully glued the false lashes to her eyelids. Each lash would monitor the shape of her eyeball, and therefore the direction of her gaze.
Mia opened the hinged lid of a glove font and dipped both her hands, up to the wrists, into a thick bath of hot adhesive plastic. She pulled her hands out, and waved them to cool and congeal.
The gloves crackled on her fingers as they cured and set. Mia worked her finger joints, then clenched her fists, methodically. The plastic surface of the gloves split like drying mud into hundreds of tiny platelets. She then dipped her gloves into a second tank, then pulled free. Thin, conductive veins of wetly glittering organic circuitry dried swiftly among the cracks.
When her gloves were nicely done, Mia pulled a wrist-fan from a slot below the basin. She cracked the fan against her forearm to activate it, then opened it around her left wrist and buttoned it shut. The rainbow-tinted fabric stiffened nicely. When she had opened and buttoned her second wrist-fan, she had two large visual membranes the size of dinner plates radiating from the ends of her arms.
The plastic gloves came alive as their circuitry met and meshed with the undersides of the wrist-fans. Mia worked her fingers again. The wrist-fans swiftly mapped out the shape of the gloves, making themselves thoroughly familiar with the size, shape, and movements of her hands.
The fans went opaque. Her hands vanished from sight. Then the image of her hands reappeared, cleverly mapped and simulated onto the outer surfaces of the wrist-fans. Reality vanished at the rim of the fans, and Mia saw virtual images of both her hands extended into twin circles of blue void.
Tucking the touchslate under one arm, Mia left the bathroom and walked to her chosen curtain unit. She stepped inside and shut and sealed the curtain behind her. The fabric stiffened with a sudden top-to-bottom shudder, and the machine woke itself around her. The stiff curtain fabric turned a uniform shade of cerulean. Much more of reality vanished, and Mia stood suspended in a swimming sky blue virtuality. Immersive virtuality—except, of course, for the solid floor beneath her feet, and the ceiling overhead, an insect-elbowed mess of remote locators, tracking devices, and recording equipment.
The fabric curtain was woven from glass fiber, thousands of hair-thin multicolored fiber-optic scan-lines. Following the cues from her false eyelashes, the curtain wall lit up and displayed its imagery wherever Mia’s eyesight happened to rest. Wherever her gaze moved and fell, the curtain was always ahead of her, instantly illuminated, rendering its imagery in a fraction of a second, so that the woven illusion looked seamless, and surrounded her.
Mia fumbled for a jack and plugged in the touchslate. The curtain unit recognized the smaller machine and immediately wrapped her in a three-hundred-and-sixty-degree touchplate display, a virtual abyss of smoky gray. Mia dabbled at the touchscreen with her gloved fingertips until a few useful displays tumbled up from its glassy depths: a cycle tachometer, a clock, a network chooser.
She picked one of San Francisco’s bigger public net gates, held her breath, and traced in Martin Warshaw’s passtouch. The wall faithfully sketched out the scrawling of her gloved fingertip, monster glyphs of vivid charcoal against the gray fabric.
The tracing faded. The curtain unit went sky blue again. Nothing much happened after that. Still, the little tachometer showed processing churning away, somewhere, somehow, out in the depths of the net. So Mia waited patiently.

3.
The truth was starker: she was old. Night cramps were a minor evil. People got very old, and strange new things went wrong with them, and they repaired what the racing and bursting technology allowed them to repair, and what they could not cure they endured. In certain ways, night cramps were even a good sign. She got leg cramps because she could still walk. It hurt her sometimes, but she had always been able to walk. She wasn’t bedridden. She was lucky. She had to concentrate on that: on the luckiness.
Mia wiped her sweating forehead on her nightgown’s sleeve. She limped into the front room. Brett was still asleep. She lay there undisturbed, head on one arm, utterly at peace. The sight of her lying there flooded Mia with déjà vu.
In a moment Mia had the memory in focus, beating at her heart like a moth in a net. Looking in one night at her sleeping daughter. Chloe at five, maybe six years old. Daniel with her, at her side. The child of their love asleep and safe, and happy in their care.
Human lives, her human life. A night not really different from a thousand other nights, but there had been a profound joy in that one moment, an emotion like holy fire. She had known without speaking that her husband felt it, too, and she had slipped her arm around him. It had been a moment beyond speech and out of time.
And now she was looking at a drugged and naked stranger on her carpet and that sacred moment had come back to her, still exactly what it was, what it had been, what it would always be. This stranger was not her daughter, and this moment of the century was not that other ticking moment, but none of that mattered. The holy fire was more real than time, more real than any such circumstance. She wasn’t merely having a happy memory. She was having happiness. She had become happiness.
The hot glow of deep joy had shed its bed of ashes. Still just as full of mysterious numinous meaning. As rich and alive and authentic as any sensation she had ever had. Emotion that would last with her till death, emotion she would have to deal with in her final reckoning. A feeling bigger than her own identity. She felt the joy of it crackling and kindling inside her, and in its hot fitful glow she recognized the poverty of her life.
[…] Mia heard her own voice in the silent air. When the sentence struck her ears, she felt the power of a terrible resolve. An instant decision, sudden, unconscious, unsought, but irrevocable: “I can’t go on like this.”

Tabella riassuntiva

Uno scenario cyberpunk atipico e affascinante. I conflitti centrali del romanzo sono sempre annacquati.
Grande abilità nel mostrato e nella gestione del pov. Gestione distratta degli infodump.
La narrazione è disseminata di invenzioni geniali. Si perde nello pseudo-filosofico e nei discorsi astratti.
Alcuni episodi sono bellissimi. Maya è una Mary Sue.

(1) Questo conflitto, tra parentesi, ricorda quello visto in Vacuum Flowers di Swanwick, dove due donne condividono lo stesso corpo: Rebel Elizabeth Mudlark, la protagonista, e la cinica hacker Eucrasia Welsh. In questo caso, però, si tratta a tutti gli effetti di due persone diverse.
Peccato che Sterling non abbia saputo fare della situazione un elemento di conflitto altrettanto avvicente.

Cane parlante

I Consigli del Lunedì #26: The Difference Engine

La fine dell'eternitàAutore: William Gibson & Bruce Sterling
Titolo italiano: La macchina della realtà
Genere: Ucronia / Science Fiction / Thriller / Politico / Steampunk
Tipo: Romanzo

Anno: 1990
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 380 ca.

Difficoltà in inglese: ***

Siamo nel 1855, e l’Inghilterra è la più grande potenza mondiale. Grazie alle prodigiose macchine di Charles Babbage e all’ondata di entusiasmo tecnico che hanno generato, il mondo è molto diverso da come lo conosciamo. Sotto la guida del primo ministro Lord Byron, i Rads (radicals, cioè i progressisti) governano ininterrottamente da trent’anni, la vecchia nobiltà è stata smantellata e il titolo di lord è concesso per merito alle più grandi menti scientifiche. Con le sue carrozze a vapore, la metropolitana, e il sistema di schedatura dei cittadini attraverso schede perforate, la Gran Bretagna è diventata il modello da imitare. Ma Londra è anche una fucina di contraddizioni, di operai sfruttati nelle fabbriche e prostitute macchiate d’infamia per l’eternità – e i fuochi della ribellione covano sotto la superficie smaltata della città.
Per le strade di Londra si muovono tre personaggi: Sybil Gerard, la figlia del grande luddista ridotta a lavorare come prostituta, la cui vita cambierà quando si metterà al servizio del rivoluzionario Mick Radley, il braccio destro del generale texano Sam Houston; Edward “Leviathan” Mallory, paleontologo in ascesa, che si troverà invischiato in un gioco più grande di lui il giorno che salverà un’esanime Ada Byron dalle grinfie di due manigoldi; e Laurence Oliphant, diplomatico benestante con agganci segreti con la Corona e il governo. Al centro delle loro vite, una scatola di legno lavorato contenente un set di schede perforate – schede potentissime, si dice, capaci di distruggere irreversibilmente i delicati meccanismi delle macchine che governano Londra e Parigi…

The Difference Engine è il romanzo che più di ogni altro ha influenzato il modo di intendere la narrativa steampunk, ossia: come sarebbe stato il futuro, se fosse arrivato prima? I romanzi steampunk della “prima generazione” – ossia i lavori di Jeter, Powers e Blaylock – non erano ucronie, ma storie più o meno minchione ambientate nella vera Londra vittoriana. Gli elementi anacronistici e science-fantasy si muovevano all’ombra della storia ufficiale, in una sorta di Londra sotterranea; e il “-punk” di “steampunk” non era altro che un gioco di parole sul cyberpunk, e stava a indicare un’indole poco seria.
Al contrario il romanzo di Gibson & Sterling, come dice il Duca, sembra un cyberpunk anticipato al Lungo Secolo XIX: ci sono gli hacker delle schede perforate – i clackers – c’è la lotta di classe, c’è il germe di un governo cupo e distopico. Il pretesto è che Babbage, dopo aver completato in pochi anni la macchina differenziale, si è messo al lavoro e ha realizzato il suo progetto più ambizioso, la macchina analitica1. La rivoluzione digitale scatenata dalla macchina di Babbage si trascina a sua volta una rivoluzione economica, politica ed ideologica che stimola il progresso accelerato di tutte le discipline tecniche. Come sarebbe un mondo del genere?, è la domanda a cui The Difference Engine cerca di rispondere.
Il romanzo si articola in sei parti – cinque più una “appendice”, costituita da una serie di testi eterogenei, che in realtà continuano e concludono la storia. Sybil Gerard è la protagonista della prima parte; Edward Mallory occupa la sezione centrale del romanzo, dalla seconda alla quarta parte; Oliphant, introdotto attraverso il pov di Mallory nella terza parte, diventa protagonista dell’ultima. Curiosa la mancanza di una divisione in capitoli.

Macchina differenziale

Un prototipo della macchina differenziale.

Uno sguardo approfondito
L’incipit di The Difference Engine è famoso per essere ai limiti dell’illeggibilità. Un narratore onnisciente (non proprio, come si scopre alla fine) ci mostra con visuale dall’alto una serie di frammenti di scene apparentemente incomprensibili, per poi finalmente ‘fissarsi’ sul 1855, e sul personaggio di Sybil Gerard nella casa d’appuntamenti della Signora Whitemore. E’ talmente anti-immersivo che devo farvelo vedere (e vi risparmio l’originale inglese):

Immagine composita, codificata otticamente dall’apparecchio di scorta della nave aerea trans-Canale Lord Brunel: veduta aerea dei sobborghi di Cherbourg, 14 ottobre 1905.
Una villa, un giardino, un terrazzo.
Cancellate le curve in ferro battuto del terrazzo, scoprendo una poltrona a rotelle e la sua occupante. La luce del sole al tramonto si riflette sui raggi nichelati delle ruote.
L’occupante, proprietaria della villa, appoggia le mani artritiche sulla stoffa, lavorata da un telaio Jacquard.
Queste mani consistono di tendini, tessuti, ossa. Attraverso un silenzioso processo di tempo e di informazioni, i fili all’interno delle cellule umane si sono intessuti in una donna.
Il suo nome è Sybil Gerard.

Come dicono nei romanzi di Mellick e di Jeter, What the fuck is this shit?2
Dopo due o tre pagine di nausea, comunque, la storia finalmente comincia. Cambia anche lo stile, che diventa una normale terza persona ancorata al personaggio-pov; quest’ultimo rimane sempre lo stesso per tutta la parte ad esso dedicata (cioè Sybil, poi Mallory, poi Oliphant). Il punto di vista è gestito bene, e non ci si sente mai spaesati; gli autori mantengono però un certo distacco dai propri personaggi, e di conseguenza non ci si sente molto coinvolti dalle loro tribolazioni e dalle loro emozioni.
In chiusura e in apertura di ogni parte, poi, capita spesso che la telecamera sfumi di nuovo verso il campo lungo del narratore onnisciente. In realtà questo effetto cornice, che ricorda quello di A Canticle for Leibowitz, una volta capito come funziona non è particolarmente sgradevole; anzi, personalmente non mi dispiace, e inoltre non intacca l’immersione nella storia principale, dato che si trova sempre alla fine o all’inizio di un arco narrativo.

Schede perforate

Sappiamo chi sei, dove vivi e in che scuola vanno i tuoi figli.

In realtà l’incipit, nel suo puzzare di literary lontano un miglio, ha questo di buono: che fa subito capire al lettore che tipo di libro si sta mettendo a leggere. The Difference Engine è un romanzo estremamente pretenzioso; il che si traduce in una trama talmente esile che quasi non si vede. Ognuno dei tre protagonisti ha i suoi problemi personali, e ogni arco narrativo costituisce un episodio autoconclusivo e debolmente legato agli altri (con la parziale eccezione della terza e quarta parte). Di conseguenza, il lettore dopo un po’ comincia a chiedersi dove vogliano andare a parare i due autori, cosa c’entri Mallory con Sybil, quale sia il senso di ciò che sta leggendo.
Una trama generale, che riunisce i destini dei tre personaggi, a volerla cercare c’è; ma si ha sempre l’impressione che la narrazione stia sempre ai margini di questa storia, la sfiori senza mai entrarci, e perda invece pagine su pagine su episodi secondari. Vogliamo sapere cosa si cela in quella scatola di schede perforate per la quale la gente si ammazza, vogliamo sapere cosa sia l’invenzione di Lady Ada, vogliamo sapere cosa nasconde il governo e cosa si cela tra i circuiti delle Macchine che amministrano la città di Londra, non come faranno i Mallory a vendicare l’onore della sorella infamata da una lettera anonima! Beffa finale: la trama è conclusa e veramente spiegata non nel romanzo principale, ma tra i frammenti dell’Appendice!

A ciò si aggiunge il carattere passivo dei protagonisti (in particolare, di Sybil e Mallory). Per la maggior parte del tempo, i personaggi si limitano a reagire ai vari avvenimenti e minacce – spesso slegati tra loro – che gli capitano, senza quasi mai cercare di prendere le redini della situazione. Per carità, è realistico: anch’io mi curerei più di consolidare la mia carriera e la mia fortuna invece di continuare a scervellarmi sugli assalitori di Lady Ada. Né sono un fautore del protagonista attivo a tutti i costi; riconosco il vantaggio, a volte, di un personaggio passivo e più normale (come il Glogauer di Behold the Man). Ma in The Difference Engine questa passività, unita al carattere episodico della narrazione, al ritmo lento e all’assenza di una trama solida a fare da sostegno, rinforza quell’impressione di pesantezza e d’inconcludenza che dicevo prima.
Insomma, sembra quasi che storia e personaggi esistano al solo scopo di mettere in scena un’ambientazione.

Morire di noia

La lettura di The Difference Engine può avere questo effetto.

Ed è nell’ambientazione che The Difference Engine brilla davvero. Un’Inghilterra dominata dal merito scientifico e dalla tecnica, dove Darwin e Thomas Huxley diventano lord, Lord Byron, Lady Ada e Babbage una sorta di trinità laica; dove le strade sono attraversate da carrozze a vapore, e nella campagna si organizzano derby automobilistici tra carrozze che ricordano le gare della belle epoque, e che possono fare la fortuna di un’ingegnere; dove a Londra c’è già la metropolitana e la moda del momento è la kinotropia, una curiosa arte visiva a metà strada tra il cinema e la grafica digitale; dove prosperano le pseudo-scienze del tardo Ottocento e del primo Novecento, dall’antropometria criminale cara a Lombroso alla frenologia; dove la vita di tutti è schedata, e non si può fare un passo o comprare qualcosa senza che il tutto venga registrato sulla propria scheda perforata identificativa, e i dati inviati ai “server” centrali del Dipartimento di Statistica Centrale – un palazzo gigantesco, a forma di piramide egizia, solido e cupo come un sarcofago, che deve essere mantenuto pulitissimo e a temperatura costante perché la polvere o il calore non inceppino i delicati ingranaggi delle enormi Macchine sotterranee. Una bella doccia fredda per chi ancora è convinto che “steampunk” sia sinonimo a tutti i costi di dirigibili, occhialoni e vapore infilato ovunque (se mai ce ne fosse ancora bisogno).
Al contempo è bello vedere, come sotto la patina di progresso accelerato, dal punto di vista sociale sia ancora l’Inghilterra vittoriana che conosciamo – quella dei gentiluomini dalle maniere compassate e dal ferreo senso dell’onore, e delle dame che si comportano come puri angeli del focolare domestico, rispettose dello Stato e di Dio. Le donne continuano a non avere alcun potere nella sfera pubblica, e anzi, ogni deviazione dalla morale prescritta può significare una macchia d’infamia eterna, perché registrata nella propria scheda governativa. Interessante inoltre che a un progresso tecnico non sia seguita un’uguale accelerazione nelle scienze naturali. La medicina, per esempio, non ha ancora scoperto l’esistenza dei microrganismi; e quando Mallory nota un microscopio nella vetrina di un negozio di articoli scientifici per ragazzi, pensa con un sorriso sarcastico quanto sia una perdita di tempo l’osservazione di quei buffi animalculi nelle pozzanghere e negli stagni, ma che forse un ragazzino, partendo da quei giochi infantili, possa crescendo rivolgersi a discipline più serie…

Carini anche i cameo di personaggi famosi. Invece di darsi alla poesia, John Keats si è dato alla kinotropia, diventando uno dei migliori sulla piazza; Benjamin Disraeli invece di buttarsi nella politica è rimasto un pubblicista, e scrive di morbose liaisons tra paleontologi e belle indiane per giornaletti scandalistici; Engels è rimasto un ricco magnate dei tessuti, benché con qualche simpatia sotterranea per il marxismo, e Sam Houston, l’eroe della liberazione del Texas dal Messico, invece che diventare governatore del Texas è un esiliato a Londra che guarda con amarezza alla sua patria, e prepara uomini e alleanze per tornare a prendersi ciò che è suo. E oltre alla voglia di giocare con le vite di personaggi illustri, i due autori danno anche l’idea di essersi ben documentati: Lady Ada Byron (che qui è rimasta “Byron” perché non si è mai sposata) appare non solo come un genio matematico, ma come una donna dalla condotta licenziosa e una giocatrice d’azzardo incallita. E la puzza rancida che si leva dal Tamigi nel corso del romanzo e paralizza la città, eco della Grande Puzza realmente avvenuta nel 1858, può diventare l’occasione per una rivolta proletaria e mettere in forse il destino della città.
Lo scenario politico di The Difference Engine, oltre ad avere un certo fascino, è uno dei più realistici che abbia mai visto in un’ucronia, accanto alla Seconda Guerra Mondiale alternativa di The Man in the High Castle. Lo strapotere della Gran Bretagna ha gettato il Nordamerica in ginocchio: la Guerra di Secessione si è conclusa con una divisione permanente tra Nord e Sud, il Texas è rimasto una nazione indipendente, così come la California, e l’Alaska è rimasta ai russi. Marx ha avuto fortuna non a Londra ma negli Stati Uniti proletari e piegati dal declino economico, fondando la Comune di Manhattan. Il Giappone guarda alla Gran Bretagna come modello da seguire, e l’unica nazione a tenerle testa è la Francia imperiale di Napoleone III, con la conquista del Messico e la costruzione di una Macchina analitica ancora più grossa e potente di quelle custodite nel sottosuolo di Londra.

Marx su tua madre

Marx spakka in qualsiasi scenario ucronico.

Ho molto apprezzato anche il clima di ambiguità politica e morale che si respira nel romanzo. E’ difficile provare una simpatia ideologica per chiunque: da un lato i proletari più sfortunati e i rivoluzionari, che pur dovendo teoricamente aver ragione si riducono a una manica di disperati e di banditi, che scimmiottano a vanvera la filosofia marxista; dall’altro i gentiluomini entusiasti, pronti a lanciarsi in dichiarazioni da operetta in difesa della Corona e del buon nome dell’Inghilterra, a morire per il buon nome della patria e del tutto incapaci di comprendere posizioni diverse dalla propria. E nel mentre l’informatizzato governo britannico, benché abbia portato una prosperità mai vista prima – in Irlanda non c’è mai stata la grande carestia di metà Ottocento – spande le sue spie e i suoi agenti in tutto il mondo, e sogna di estendere i suoi tentacoli in ogni interstizio della vita dei suoi cittadini.
Ma se dal punto di vista della macropolitica Gibson e Sterling fanno un buon lavoro, non si può dire lo stesso per la rete di intrighi che circonda la trama principale e i suoi personaggi. Come ho già detto in altre recensioni, se si vuole scrivere un romanzo politico bisogna prima mostrare le varie fazioni, in modo tale che il lettore le identifichi e ci associ delle emozioni; solo dopo si può entrare nel merito (raccontato) degli intrighi. Al contrario in The Difference Engine, come accade spesso, i giochi politici si riducono a una massa di nomi volanti che si intrecciano in vari modi, etichette che non dicono granché e sono difficili da ricordare. Charles Egremont, uno dei “cattivi” del romanzo nonché colui che motiva le azioni di molti dei personaggi della storia, compare soltanto alla fine del romanzo e nello spazio di una paginetta! Come ci si fa ad appassionare, o anche solo a non perdere il filo di cosa sta succedendo?
Buona invece l’idea di non far mai comparire Byron, Babbage e gli altri “grandi” della politica londinese. Nominati continuamente ma mai fisicamente presenti, sembrano quasi degli déi, che dirigono dall’alto le vicende dei comuni mortali; questa scelta, inoltre, dà una prospettiva più umana e più realistica dei protagonisti, che se non sono gli “ultimi” rimangono comunque persone normali.

In conclusione, The Difference Engine è un romanzo riuscito solo a metà. Aveva il potenziale per essere un capolavoro assoluto, ma lo azzoppano le sue ambizioni da literary fiction pomposa, la trama quasi inesistente, gli intrighi raccontati e il ritmo pesante. Il risultato è un libro difficile da leggere, che io stesso ho interrotto un paio di volte e che complessivamente ho impiegato quasi un mese a finire. Nei suoi momenti migliori è una lettura affascinante, piena di sense of wonder ucronico e distopico, che fa venire voglia di approfondire l’età vittoriana e i progetti matematici di Babbage; in quelli peggiori, si precipita nella noia e nella confusione.
Non è un romanzo che consiglierei a tutti, ma solo a chi fosse seriamente interessato all’argomento dopo aver preso nota dei numerosi difetti. Per chiunque voglia cimentarsi nella narrativa steampunk, però, The Difference Engine dovrebbe essere una lettura obbligata. Non solo per l’importanza che l’opera ha nel genere, ma anche perché è un compendio di idee straordinarie, dal riciclo di personaggi storici allo scenario politico alla tecnologia alternativa. E a distanza di qualche mese da quando l’ho letto, rimane comunque il romanzo steampunk che più resta impresso nella mia immaginazione.

Lincoln Steampunk

Se anche tu la pensi così, ti serve un’iniezione di The Difference Engine.

Dove si trova?
In lingua originale, The Difference Engine si può scaricare sia da Bookfinder che da Library Genesis, in pdf, mobi e epub. Su Emule si trovano traduzioni in italiano sia in pdf che in epub.

Su William Gibson
Di Gibson, in questi mesi, oltre a The Difference Engine ho letto tutti i lavori cyberpunk – ossia tutto ciò che ha scritto fino alla fine degli anni ’80. Di Neuromancer ho già parlato più volte nel corso del blog e immagino che lo conoscerete; se volete sapere cosa ne penso, controllate La Mia Classifica. Quanto agli altri:
La notte che bruciammo Chrome Burning Chrome (La notte che bruciammo Chrome) è un’antologia che raccoglie tutti i racconti di Gibson precedenti alla pubblicazione di Neuromante, una buona metà dei quali appartiene allo stesso universo cyberpunk della Trilogia dello Sprawl. La qualità della raccolta è altalenante: “Johnny Mnemonic”, “The Gernsback Continuum” e “Burning Chrome” sono molto belli; “The Belonging Kind”, “Red Star, Winter Orbit”, “New Rose Hotel” e “Winter Market” sono carini; gli altri sono dimenticabili, anche per via di uno stile spesso pomposo e non lineare, con continui salti avanti e indietro nella timeline, e tutte quelle arie da ‘mamma, mamma, non sto scrivendo narrativa di genere, guarda come sono literary!’. I racconti cyberpunk rimangono un’ottima introduzione allo stile e ai temi della Trilogia dello Sprawl per il lettore che si avvicini a Gibson per la prima volta3.
Count Zero Count Zero (Giù nel Cyberspazio), secondo capitolo della Trilogia dello Sprawl, è ambientato una decina di anni dopo gli avvenimenti di Neuromante. Mentre la megacorporation Maas Biolabs si prepara a rivoluzionare il mercato dell’elettronica con la distribuzione dei primi chip biologici, il cyberspazio è stato invaso da strane entità che sembrano vivere solo nella matrice, e prendono le sembianze di divinità voodoo. Il romanzo segue le vicende di tre personaggi diversi il cui pov si alterna di capitolo in capitolo. Il lato positivo del romanzo è che esplora aspetti del mondo di Gibson lasciati in ombra in Neuromante, come la guerra tra le corporation e il trattamento riservato ai dipendenti di punta; apprezzo anche che uno dei protagonisti – Bobby Newmark – sia un hacker niubbo, che deve imparare, e non il superdio che era Case. Ma l’alternarsi continuo di tre storie diverse rende la trama sfilacciata e allenta la tensione, mentre il mondo disegnato in Count Zero è molto meno affascinante di quello di Neuromante.
Mona Lisa Overdrive Mona Lisa Overdrive (Mona Lisa Cyberpunk) chiude la trilogia riprendendo dove era finito Count Zero. Angela Mitchell, la nuova star del simstim figlia dell’inventore dei chip biologici, ha appena ricevuto una missione dalle IA con cui è in contatto mentale; ma degli uomini tramano nell’ombra per farla sparire e sostituirla con una prostituta quasi identica a lei. Questo romanzo continua la tendenza inaugurata con Count Zero, moltiplicando trame e pov (questa volta sono addirittura quattro!) e diminuendo il numero di elementi weird e fantascientifici in favore di una trama più mainstream e ambienti più quotidiani. Scene carine e personaggi affascinanti non mancano, ma nel complesso c’è molta poca creatività, e la conclusione è deludente. Paradossalmente, la prosa è molto migliorata e più semplice da seguire.
In conclusione, passare da Burning Chrome e Neuromancer a Mona Lisa Overdrive significa guardare la lenta caduta di Gibson dalla fantascienza a un mainstream tendente allo slice of life. Più la sua prosa diventa scorrevole e meno barocca, più il suo serbatoio di idee si prosciuga. La mia impressione è che Count Zero e Mona Lisa non aggiungano granché al mondo dello Sprawl, e che anche un appassionato di cyberpunk dovrebbe limitarsi a leggere Burning Chrome e Neuromante. Quanto a me, mi fermo qui: non credo che proverei piacere a leggere le successive trilogie di Gibson – sempre più mainstream, sempre più ‘grande romanzo americano’, sempre più noioso.
Sto leggiucchiando anche qualcosa di Sterling, ma di lui parlerò in un articolo futuro.

Chi devo ringraziare?
Se ho cominciato a leggere Gibson lo devo alle pressioni di mezzo blog, ma a spingermi a leggere The Difference Engine è stato il blog del Duca, che l’ha citato spesso e volentieri come uno dei libri di riferimento per imparare a fare steampunk (per esempio nel suo articolone “Breve introduzione allo Steampunk“. Di lui, il Duca dice che è noioso e scritto piuttosto male (e come avete visto non si può dargli tutti i torti…), ma riconosce l’importanza delle sue trovate e del suo immaginario per il genere.
Devo dire che, ad oggi, nonostante tutto, rimane il miglior romanzo steampunk che abbia mai letto; d’altronde, il Duca l’ha pur detto che lo steampunk non ha dato il suo meglio in letteratura…

Dr. Kellogg

Comportati bene: il Dr. Kellogg ti osserva. Sempre.

Qualche estratto
Questa volta ho deciso di mettere davvero alla prova la pazienza dei miei lettori, proponendo la bellezza di tre estratti, di cui il primo di dimensioni gargantuesche. D’altronde, mi son detto, se uno non c’ha voglia di leggerli può sempre saltarli!
Il primo mostra, attraverso un dialogo tra Sybil e Mick, alcuni aspetti sociali dell’Inghilterra alternativa e della lotta di classe che vi si combatte; il secondo si apre su uno dei momenti più suggestivi del romanzo, la visita alle Macchine analitiche del Dipartimento di Statistica; infine l’ultimo breve estratto, tratto dall’appendice, è un brano dell’autobiografia del Babbage ucronico in persona.

1.
She let her gaze follow steam-pipes and taut wires to the gleam of the Babbage Engine, a small one, a kinotrope model, no taller than Sybil herself. Unlike everything else in the Garrick, the Engine looked in very good repair, mounted on four mahogany blocks. The floor and ceiling above and beneath it had been carefully scoured and whitewashed. Steam-calculators were delicate things, temperamental, so she’d heard; better not to own one than not cherish it. In the stray glare from Mick’s limelight, dozens of knobbed brass columns gleamed, set top and bottom into solid sockets bored through polished plates, with shining levers, ratchets, a thousand steel gears cut bright and fine. It smelled of linseed oil.
Looking at it, this close, this long, made Sybil feel quite odd. Hungry almost, or greedy in a queer way, the way she might feel about… a fine lovely horse, say. She wanted — not to own it exactly, but possess it somehow…
Mick took her elbow suddenly, from behind. She started. “Lovely thing, isn’t it?”
“Yes, it’s . . . lovely.”
Mick still held her arm. Slowly, he put his other gloved hand against her cheek, inside her bonnet. Then he lifted her chin with his thumb, staring into her face. “It makes you feel something, doesn’t it?”
His rapt voice frightened her, his eyes underlit with glare. “Yes, Mick,” she said obediently, quickly. “I do feel it . . . something.”
He tugged her bonnet loose, to hang at her neck. “You’re not frightened of it, Sybil, are you? Not with Dandy Mick here, holding you. You feel a little special frisson. You’ll learn to like that feeling. We’ll make a clacker of you.”
“Can I do that, truly? Can a girl do that?”
Mick laughed. “Have you never heard of Lady Ada Byron, then? The Prime Minister’s daughter, and the very Queen of Engines!” He let her go, and swung both his arms wide, coat swinging open, a showman’s gesture. “Ada Byron, true friend and disciple of Babbage himself! Lord Charles Babbage, father of the Difference Engine and the Newton of our modern age!”
She gaped at him. “But Ada Byron is a ladyship!”
“You’d be surprised who our Lady Ada knows,” Mick declared, plucking a block of cards from his pocket and peeling off its paper jacket. “Oh, not to drink tea with, among the diamond squad at her garden-parties, but Ada’s what you’d call fast, in her own mathematical way… ” He paused.
“That’s not to say that Ada is the best, you know. I know clacking coves in the Steam Intellect Society that make even Lady Ada look a bit tardy. But Ada possesses genius. D’ye know what that means, Sybil? To possess genius?”
“What?” Sybil said, hating the giddy surety in his voice.
“D’ye know how analytical geometry was born? Fellow named Descartes, watching a fly on the ceiling. A million fellows before him had watched flies on the ceiling, but it took Ren6 Descartes to make a science of it. Now engineers use what he discovered every day, but if it weren’t for him we’d still be blind to it.”
“What do flies matter to anyone?” Sybil demanded.
“Ada had an insight once that ranked with Descartes’ discovery. No one has found a use for it as yet. It’s what they call pure mathematics.” Mick laughed. ” ‘Pure.’ You know what that means, Sybil? It means they can’t get it to run.” He rubbed his hands together, grinning. “No one can get it to run.”
Mick’s glee was wearing at her nerves. “I thought you hated lordships!”
“I do hate lordly privilege, what’s not earned fair and square and level,” he said. “But Lady Ada lives and swears by the power of gray matter, and not her blue blood.” He slotted the cards into a silvered tray by the side of the machine, then spun and caught her wrist. “Your father’s dead, girl! ‘Tis not that I mean to hurt you, saying it, but the Luddites are dead as cold ashes. Oh, we marched and ranted, for the rights of labor and such — fine talk, girl! But Lord Charles Babbage made blueprints while we made pamphlets. And his blueprints built this world.”
Mick shook his head. “The Byron men, the Babbage men, the Industrial Radicals, they own Great Britain! They own us, girl — the very globe is at their feet, Europe, America, everywhere. The House of Lords is packed top to bottom with Rads. Queen Victoria won’t stir a finger without a nod from the savants and capitalists.” He pointed at her. “And it’s no use fighting that anymore, and you know why? ‘Cause the Rads do play fair, or fair enough to manage — and you can become one of ‘em, if you’re clever! You can’t get clever men to fight such a system, as it makes too much sense to ‘em.”
Mick thumbed his chest. “But that don’t mean that you and I are out in the cold and lonely. It only means we have to think faster, with our eyes peeled and our ears open…”

Seguì con gli occhi i tubi del vapore e i fili tesi, fino alla luccicante Macchina di Babbage, piuttosto piccola, un modello per chinotropio, non più alta di Sybil stessa. A differenza di tutto il resto nel Garrick, la Macchina sembrava in ottime condizioni, montata su quattro blocchi di mogano. Il pavimento e il soffitto sotto e sopra erano stati accuratamente lavati e imbiancati. I calcolatori a vapore erano oggetti delicati, temperamentali, così aveva sentito dire; meglio non possederne uno, che non trattarlo bene.
Nel riflesso del riflettore di Mick, scintillavano dozzine di colonnine di ottone fornite di sporgenze, inserite in alto e in basso in sedi praticate all’interno di piastre lucide, con leve scintillanti, denti di arresto, e mille ingranaggi di acciaio splendente. Odorava di olio di lino. uardandola, così da vicino e così a lungo, Sybil provò una strana sensazione. Quasi come se la desiderasse ardentemente, come se fosse… Un bel cavallo, per esempio. Desiderava… non semplicemente averlo, ma possederlo… Mick le prese il gomito, da dietro. Lei ebbe un sobbalzo… — È bello, vero?
— Sì, è… bello.
Mick le teneva ancora il braccio. Lentamente, le appoggiò l’altra mano guantata sulla guancia, sotto la cuffia. Poi le sollevò il mento con il pollice, fissandola in viso. — Ti fa sentire qualcosa, vero?
La sua voce intensa la spaventò, gli occhi illuminati dal basso. — Sì, Mick — rispose ubbidiente, in fretta. — Sento… qualcosa.
Le slacciò la cuffia, lasciandola penzolare dal collo. — Non ne hai paura, vero Sybil? Non con Dandy Mick che ti stringe. Senti uno speciale frisson. Imparerai ad amare questa sensazione. Faremo un computatore di te.
— Posso farlo, veramente? Può farlo una ragazza?
Mick rise. — Non hai mai sentito parlare di Lady Ada Byron? La figlia del Primo Ministro, la Regina delle Macchine! — La lasciò andare e spalancò entrambe le braccia, la giacca che si allargava, con un gesto da uomo di teatro. — Ada Byron, vera amica e discepola di Babbage in persona! Lord Charles Babbage, padre della Macchina Differenziale, il Newton dell’era moderna!
Lei lo guardò a bocca spalancata. — Ma Lady Byron è una nobildonna!
— Non ti immagini neanche che ambienti frequenti la nostra Lady Ada — dichiarò Mick, estraendo un blocco di cartellini dalla tasca e togliendo l’involucro di carta. — Oh, non parlo della gente ingioiellata con cui beve il tè, nei suoi party in giardino; ma la nostra Ada è una che tu definiresti svelta, nel suo modo matematico… — Fece una pausa. — Questo non vuol dire che Ada sia la migliore. Conosco dei computatori nella Società Intellettuale del Vapore che farebbero sembrare anche Lady Ada un po’ lenta. Ma Ada possiede del genio. Lo sai cosa vuol dire, Sybil, possedere del genio?
— Cosa? — disse Sybil, odiando la vorticosa sicurezza della sua voce.
— Lo sai com’è nata la geometria analitica? Un tipo di nome Descartes vide una mosca sul soffitto. Un milione di persone prima di lui avevano guardato mosche sul soffitto, ma c’è voluto René Descartes per farne una scienza. Adesso gli ingegneri usano ogni giorno quello che lui ha scoperto, ma se non fosse stato per lui, saremmo ancora nel buio.
— A chi interessano le mosche? — chiese Sybil.
— Una volta Ada ha avuto un’intuizione pari alla scoperta di Descartes. Nessuno ha ancora scoperto come usarla. È quella che chiamano matematica pura. — Mick rise. — “Pura.” Lo sai cosa vuol dire, Sybil? Vuol dire che non riescono a farla funzionare su una Macchina. — Si fregò le mani, sogghignando. — Nessuno riesce a farla funzionare.
L’allegria di Mick cominciava a darle sui nervi. — Credevo che odiassi i Lord!
— Odio i privilegi dei Lord, quello che non si guadagnano onestamente — disse. — Ma Lady Ada campa con la forza della sua materia grigia, non per il sangue blu. — Sistemò le carte in un vassoio argentato a fianco della Macchina. Poi si girò di scatto e le prese il polso. — Tuo padre è morto, ragazza! Non lo dico per farti del male, ma i luddisti sono morti come cenere fredda. Oh, abbiamo marciato e abbiamo sbraitato per i diritti dei lavoratori, eccetera… bei discorsi, ragazza. Ma Lord Charles Babbage faceva disegni, mentre noi stampavamo pamphlets. E i suoi disegni hanno costruito il mondo.
Mick scosse la testa. — Gli uomini di Byron, gli uomini di Babbage, gli Industriali Radicali, loro possiedono la Gran Bretagna! Possiedono noi, ragazza… Il mondo stesso è ai loro piedi, l’Europa, l’America, tutto quanto. La Camera dei Lord è piena da cima a fondo di Rad. La Regina Vittoria non muoverebbe un dito senza un cenno dei sapienti e dei capitalisti. — Le puntò contro un dito. — E non serve a niente lottare, e sai perché? Perché i Rad giocano onestamente, o abbastanza onestamente da farsi accettare… e tu puoi diventare una di loro, se sei intelligente! Non puoi indurre la gente intelligente a combattere contro questo sistema, perché è troppo logico per loro.
Mick si batté sul petto. — Ma questo non vuoi dire che tu ed io siamo in mezzo a una strada. Vuol dire solo che dobbiamo pensare più in fretta, con gli occhi e le orecchie aperti… —

Luddismo

Il luddismo è facile e divertente!

2.
Behind the glass loomed a vast hall of towering Engines—so many that at first Mallory thought the walls must surely be lined with mirrors, like a fancy ballroom. It was like some carnival deception, meant to trick the eye—the giant identical Engines, clock-like constructions of intricately interlocking brass, big as rail-cars set on end, each on its foot-thick padded blocks. The white-washed ceiling, thirty feet overhead, was alive with spinning pulley-belts, the lesser gears drawing power from tremendous spoked flywheels on socketed iron columns. White-coated clackers, dwarfed by their machines, paced the spotless aisles. Their hair was swaddled in wrinkled white berets, their mouths and noses hidden behind squares of white gauze.
Tobias glanced at these majestic racks of gearage with absolute indifference. “All day starin’ at little holes. No mistakes, either! Hit a key-punch wrong and it’s all the difference between a clergyman and an arsonist. Many’s the poor innocent bastard ruined like that.…”
The tick and sizzle of the monster clockwork muffled his words.
Two men, well-dressed and quiet, were engrossed in their work in the library. They bent together over a large square album of color-plates. “Pray have a seat,” Tobias said.
Mallory seated himself at a library table, in a maple swivel-chair mounted on rubber wheels, while Tobias selected a card-file. He sat opposite Mallory and leafed through the cards, pausing to dab a gloved finger in a small container of beeswax. He retrieved a pair of cards. “Were these your requests, sir?”
“I filled out paper questionnaires. But you’ve put all that in Engine-form, eh?”
“Well, QC took the requests,” Tobias said, squinting. “But we had to route it to Criminal Anthropometry. This card’s seen use—they’ve done a deal of the sorting-work already.” He rose suddenly and fetched a loose-leaf notebook—a clacker’s guide. He compared one of Mallory’s cards to some ideal within the book, with a look of distracted disdain. “Did you fill the forms out completely, sir?”
“I think so,” Mallory hedged.
“Height of suspect,” the boy mumbled, “reach.… Length and width of left ear, left foot, left forearm, left forefinger.”
“I supplied my best estimates,” Mallory said. “Why just the left side, if I may ask?”
“Less affected by physical work,” Tobias said absently. “Age, coloration of skin, hair, eyes. Scars, birthmarks … ah, now then. Deformities.”
“The man had a bump on the side of his forehead,” Mallory said.
“Frontal plagiocephaly,” the boy said, checking his book. “Rare, and that’s why it struck me. But that should be useful. They’re spoony on skulls, in Criminal Anthropometry.” Tobias plucked up the cards, dropped them through a slot, and pulled a bell-rope. There was a sharp clanging. In a moment a clacker arrived for the cards.
“Now what?” Mallory said.
“We wait for it to spin through,” the boy said.
“How long?”
“It always takes twice as long as you think,” the boy said, settling back in his chair. “Even if you double your estimate. Something of a natural law.”

Dietro il vetro si stendeva una grande sala di gigantesche Macchine… tante che sul momento Mallory pensò che le pareti fossero ricoperte di specchi, come una sala da ballo. Era come un trucco da fiera, fatto per ingannare l’occhio: le Macchine enormi e identiche, costruzioni simili a orologi dai complessi ingranaggi di ottone, grosse come carrozze ferroviarie messe in piedi, ciascuna appoggiata su blocchi imbottiti spessi un piede; il soffitto dipinto di bianco, alto trenta piedi, era pieno di pulegge ruotanti, gli ingranaggi più piccoli che venivano messi in movimento da immensi volani a raggi, ruotanti su colonne di ferro. Computatori in camice bianco, resi nani dalle loro Macchine, si muovevano nei passaggi immacolati. Avevano i capelli avvolti in bianchi berretti pieghettati, il naso e la bocca nascosti dietro quadrati di garza bianca.
Tobias guardò quei maestosi complessi di ingranaggi con assoluta indifferenza. — Tutto il giorno a fissare piccoli buchi. E guai a commettere er-ori! Sbagli un tasto, e uno da sacerdote diventa incendiario. Molti poveri bastardi innocenti sono stati rovinati in questa maniera…
Il ticchettio e lo sfrigolio del mostruoso orologio attutirono le sue parole. Due uomini, ben vestiti e silenziosi, erano assorti nel loro lavoro nella biblioteca. Erano chini insieme su un grande album quadrato di tavole colorate. — Prego, sieda — disse Tobias.
Mallory si sedette a un tavolo della biblioteca, su una sedia girevole di acero, montata su ruote di gomma, mentre Tobias sceglieva uno schedario. Si sedette di fronte a Mallory e sfogliò le schede, fermandosi per umettare un dito guantato in un piccolo vasetto di cera d’api. Prese un paio di schede. — Erano queste le sue richieste, signore?
— Ho riempito dei questionari. Ma avete trasferito il tutto in linguaggio macchina, eh?
— Be’, CQ ha ricevuto le richieste — disse Tobias, stringendo gli occhi. — Ma abbiamo dovuto trasmetterle alla sezione di Antropometria Criminale. Questa scheda mostra segni di essere stata usata. .. Hanno fatto un bel po’ di cernita. — Si alzò d’improvviso e prese un libretto a fogli mobili… una guida per computatore. Paragonò una delle schede di Mallory con un modello ideale del libro, con espressione di distratto fastidio. — Avete
riempito i moduli completamente, signore?
— Credo di sì — disse Mallory con qualche esitazione.
— Altezza del sospettato — mormorò il ragazzo — lunghezza delle braccia… lunghezza e larghezza dell’orecchio sinistro, piede sinistro, avambraccio sinistro, indice sinistro.
— Ho dato le mie stime migliori — disse Mallory. — Perché solo il fianco sinistro, se posso chiedere?
— Meno influenzato dal lavoro fisico — disse Tobias con aria assente.
— Età, colore della pelle, capelli, occhi. Cicatrici, segni particolari… ah, eccoci. Deformità.
— L’uomo aveva una protuberanza sulla fronte, da un lato — disse Mallory.
— Plagiocefalia frontale — disse il ragazzo, controllando sul suo libro. — Rara, per questo mi ha colpito. Potrebbe essere utile. Vanno matti per i crani all’Antropologia Criminale. — Tobias prese le schede e le lasciò cadere in una fessura, poi tirò la corda di un campanello. Ci fu uno squillo secco. Dopo un momento un computatore arrivò per prendere le schede.
— E adesso? — chiese Mallory.
— Aspettiamo che vengano fatte girare — disse il ragazzo. Quanto tempo?
— Ci vuole sempre il doppio di quello che uno pensa — disse il ragazzo, sistemandosi comodamente sulla sedia. — Anche se si raddoppia la stima. È una specie di legge di Natura.

3.
THE CIRCULAR ARRANGEMENT of the axes of the Difference Engine ‘round large central wheels led to the most extended prospects. The whole of arithmetic now appeared within the grasp of mechanism. A vague glimpse even of an Analytical Engine opened out, and I pursued with enthusiasm the shadowy vision.
The drawings and the experiments were of the most costly kind. Draftsmen of the highest order were engaged, to economize the labor of my own head; whilst skilled workmen executed the experimental machinery.
In order to carry out my pursuits successfully, I had purchased a house with about a quarter of an acre of ground, in a very quiet locality in London. My coach-house was converted into a forge and foundry, whilst my stables were transformed into a workshop. I built other extensive workshops myself, and had a fire-proof building for my drawings and draftsmen.
The complicated relations amongst the various parts of the machinery would have baffled the most tenacious memory. I overcame that difficulty by improving and extending a language of signs, the Mechanical Notation, which in 1826 I had explained in a paper printed in the Philosophic Transactions of the Royal Society. By such means I succeeded in mastering a train of investigation so vast in extent that no length of years could otherwise have enabled me to control it. By the aid of the language of signs, the Engine became a reality.

—LORD CHARLES BABBAGE,
Passages in the Life of a Philosopher, 1864.

La disposizione circolare degli assi della Macchina Differenziale, attorno a grandi ruote centrali, apriva le più ampie prospettive. L’intera aritmetica diventava ora circoscrivibile entro i limiti della meccanica.
Mi appariva perfino la possibilità di una Macchina Analitica, ed io mi lanciai con entusiasmo alla caccia di questa visione.
I disegni e gli esperimenti erano fra i più costosi. Ingaggiai disegnatori di prim’ordine, per economizzare il lavoro della mia testa, mentre abili artigiani costruivano i meccanismi sperimentali.
Al fine di coronare con il successo i miei sforzi, avevo acquistato una casa con un quarto di acro circa di terreno, in una località molto tranquilla di Londra. La rimessa per le carrozze fu trasformata in una fucina e fonderia, le stalle in laboratorio. Feci costruire io stesso altri laboratori, e un edificio a prova di fuoco per i disegni e i disegnatori.
Le complicate relazioni fra le varie parti della Macchina avrebbero sfidato la più tenace delle memorie. Superai la difficoltà sviluppando e migliorando un linguaggio di segni, la Notazione Meccanica, che nel 1826 avevo spiegato in un articolo apparso sui Philosophical Transactions of the Royal Society. Con questi mezzi riuscii a padroneggiare una serie di indagini di così vasta portata che nessuna quantità di anni mi avrebbe altrimenti permesso di controllare. Con l’aiuto del linguaggio dei segni, la Macchina divenne una realtà.

LORD CHARLES BABBAGE,
Momenti nella vita di un filosofo, 1864

Tabella riassuntiva

Una delle ucronie più affascinanti e realistiche che abbia mai letto! Trama esile ed episodi molto scollegati l’uno dall’altro.
Una valanga di idee tecnologiche geniali. Stile pesante e literary, ritmo lento.
Buona gestione dei pov. Intrighi politici “raccontati” e difficili da seguire.

(1) Mentre la macchina differenziale era “soltanto” in grado di fare calcoli, la macchina analitica era progettata come un vero e proprio computer, capace di eseguire operazioni logiche (come condizioni if, cicli, subroutine) e dotato di memoria. Oltre non mi dilungo perché non sono un matematico; magari potete chiedere al Duca o a Gamberetta.
Quanto ai progetti sulle due macchine e all’effettiva realizzazione della macchina differenziale a metà Ottocento, con Babbage ancora vivo, cito la Wikipedia inglese:

In 1822, Charles Babbage proposed the use of such a machine in a paper to the Royal Astronomical Society on 14 June entitled “Note on the application of machinery to the computation of astronomical and mathematical tables”. This machine used the decimal number system and was powered by cranking a handle. The British government was interested, since producing tables was time consuming and expensive and they hoped the difference engine would make the task more economical.
In 1823, the British government gave Babbage ₤1700 to start work on the project. Although Babbage’s design was technically feasible, no one had built a mechanical device to such exacting standards before, so the engine proved to be much more expensive than anticipated. By the time the government killed the project in 1842, they had given Babbage over ₤17,000, more than double the cost of a warship, without receiving a working engine. What Babbage did not, or was unwilling to, recognize was that the government was interested in economically produced tables, not the engine itself. The other issue that undermined the government’s confidence in the difference engine was Babbage had moved on to an analytical engine. By developing something better, Babbage had rendered the difference engine useless in the eyes of the government.
Babbage went on to design his much more general analytical engine […]. Inspired by Babbage’s difference engine plans, Per Georg Scheutz built several difference engines from 1855 onwards, one of which was sold to the British government in 1859 [già nel 1843 Scheutz aveva portato a termine una macchina basata su quella di Babbage].

Perché Gibson e Sterling abbiano intitolato il romanzo “The Difference Engine” invece che, per esempio, “The Analytical Engine”, resta per me un mistero.Torna su

Charles Babbage

Charles Babbage: un gran bell’uomo.

(2) In realtà alla fine del romanzo – e con “alla fine” intendo proprio alla fine – si scopre che questa scelta stilistica avrebbe anche un senso nell’economia narrativa (segue SPOILER in bianco: il punto di vista è quello dell’Occhio, dell’IA autocosciente che appare alla fine del libro. Il concetto di fondo, che sarebbe anche affascinante, sembra essere che tutto il romanzo sia l’indagine che l’Occhio onnipotente conduce consultando le sue banche dati). Ciononostante, non si può giustificare nelle pagine finali la scelta di usare una brutta prosa nell’incipit, anche perché con una premessa simile il 90% dei lettori a quelle pagine finali non ci arriverà neanche.Torna su

(3) In particolare, leggere il racconto “Burning Chrome” prima di Neuromancer rende la vita molto più facile. Nel racconto, infatti, tutti i concetti legati al cyberspazio – la matrice, i cowboy, l’ice, gli icebreaker, eccetera – sono ampiamente infodumpati invece che allusi e mostrati a spizzichi e bocconi come avviene nel romanzo. Il risultato è meno elegante, ma più semplice da seguire.
Consiglio anche “Johnny Mnemonic”, in cui compare per la prima volta uno dei personaggi principali di Neuromancer.Torna su