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I Consigli del Lunedì #44: The Forever War

The Forever WarAutore: Joe Haldeman
Titolo italiano: Guerra eterna
Genere: Science Fiction / Military SF / Hard SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1975
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 260 ca.

Difficoltà in inglese: **

La vita di William Mandella, e di altri novantanove giovani come lui, cambia per sempre il giorno in cui una navicella spaziale, mandata a colonizzare un pianeta lontano, viene abbattuta da un vascello di origine aliena. Nulla di sa di chi siano i colpevoli o perché l’hanno fatto – si sa soltanto che bisogna distruggerli senza pietà, prima che siano loro a fare lo stesso. L’organo militare dell’UNEF prende il controllo del programma di colonizzazione, e i cento giovani più brillanti del pianeta sono costretti ad arruolarsi per istituire un corpo di combattenti spaziali d’élite. La Terra è appena entrata in guerra.
Mandella, dottorando in fisica poco più che ventenne, ha vinto un biglietto di sola andata per Charon, pianetucolo ai margini del Sistema Solare, dove sarà addestrato per diventare una macchina da guerra e imparare a pilotare la sua tuta spaziale. E questa è solo la prima tappa di un viaggio che lo porterà verso regioni sconosciute della galassia, a combattere contro un nemico incomprensibile. Il suo obiettivo? Riuscire a sopravvivere per tutti e quattro anni di leva forzata, e tornare a casa intero. Non sa ancora quello che lo aspetta – la guerra eterna è appena cominciata.

Cosa succederebbe se l’umanità scoprisse il sistema per il viaggio interstellare, ma il suo sogno di colonizzazione della galassia venisse istantaneamente spezzato da un nemico incomprensibile e intenzionato a distruggerci? Questa è la premessa da cui parte Joe Haldeman nel suo romanzo d’esordio nella fantascienza. The Forever War è un’opera estremamente ambiziosa, che vuole coniugare una speculazione su come realisticamente si potrebbe combattere una guerra interstellare, con il racconto delle dinamiche della vita sotto le armi.
The Forever War, che nel mondo anglosassone è diventato un classico (tanto che la Gollancz lo scelse per inaugurare gli SF Masterworks) si inserisce nella scia della seria fantascienza militare inaugurata da Starship Troopers. Il romanzo di Haldeman si articola in tre parti – “Soldato Mandella”, “Tenente Mandella”, “Maggiore Mandella” – che raccontano altrettante tappe nella carriera militare del suo riluttante protagonista, e altrettante fasi della guerra. Ma l’approccio di Haldeman è antitetico a quello di Heinlein; e invece che mostrarci un’utopia militaristica dai solidi principi morali, ci getta in un’atmosfera cinica e amara, e nei panni di un uomo che questa guerra proprio non la vuole fare. Vale la pena, quindi, dopo il Consiglio dedicato questa primavera ad Heinlein, ascoltare anche la campana di The Forever War.


Un brano per restare in tema: l’Overture dalla colonna sonora “non ufficiale” del film Silent Running ad opera dei 65daysofstatic.

Uno sguardo approfondito
Con The Forever War, Haldeman si è scelto un soggetto parecchio difficile. Fin dall’inizio si trova a dover spiegare al lettore un sacco di cose: a che punto è arrivata la tecnologia spaziale umana, come funziona il viaggio interstellare, come è stata impostata la guerra ai Taurani (come è stato ribattezzato il nemico), gli effetti della relatività a velocità vicine a quella della luce. Bisogna però ammettere che Haldeman sceglie uno dei modi peggiori per riempire questo vuoto di spiegazioni: col raccontato, i riassuntoni, gli infodump.
The Forever War è scritto in prima persona dal punto di vista di William Mandella, e il suo timbro rende quantomeno più plausibile (e accettabile) il fatto che l’autore spenda tanto tempo, fin dalle prime pagine, nello spiegarci il suo worldbuilding. Pur non essendo un narratore istrionico come le prime persone dei romanzi di Heinlein o di Mellick, Mandella fa il suo dovere: è un tipo cinico e sarcastico, che odia cordialmente l’esercito e tutto ciò che gli è ordinato di fare, e la sua voce è riconoscibile per tutto il romanzo. “There really wasn’t any sense in having us train in the cold. Typical army half-logic”, ci racconta il narratore all’inizio del secondo capitolo.

La voce di Mandella, però, non allevia la pesantezza del raccontato e dell’approccio di Haldeman alle spiegazioni. Poco dopo, sempre nel secondo capitolo, ecco come esordisce la spiegazione sui collapsar jump, il principio fisico che permette i viaggi interstellari:

Twelve years before, when I was ten years old, they had discovered the collapsar jump. Just fling an object at a collapsar with sufficient speed, and out it pops in some other part of the galaxy. It didn’t take long to figure out the formula that predicted where it would come out: it travels along the same “line” (actually an Einsteinian geodesic) it would have followed if the collapsar hadn’t been in the way – until it reaches another collapsar field, whereupon it reappears, repelled with the same speed at which it approached the original collapsar. Travel time between the two collapsars – exactly zero.

Se un infodump di queste dimensioni è digeribile, e tutto sommato “informa” il lettore in modo abbastanza efficiente, il dilatarsi di questo stile narrativo per la maggior parte del romanzo trasforma spesso la lettura in un pantano. Il raccontato in Haldeman si affaccia infatti non solo nei flashback o nelle digressioni di background, ma anche in molte scene nel presente narrativo – come le descrizioni dei tempi morti durante i viaggi interstellari da una destinazione all’altra – o anche in vere e proprie scene d’azione – come le descrizioni di alcune fasi di una battaglia campale. Questo non può che creare un filtro tra il lettore e la storia, rendendolo meno coinvolto nel destino dei personaggi. Nonostante la mole di idee affascinanti, a livello emotivo capita spesso di sentirsi poco presi da quel che succede.
E il problema si estende anche alla caratterizzazione dei personaggi. Aldilà del protagonista, tutte le altre persone che incontriamo nel corso del romanzo sono poco più che nomi volanti con qualche tratto caratteristico appiccicato addosso – il soldato Rogers, il sergente di ferro Cortez, il gelido capitano Stott, e più avanti il luogotenente Charlie o l’autoritaria Hilleboe; la stessa Marygay, di cui il protagonista si innamora. Si fa fatica ad affezionarsi a loro o anche solo a dare loro una fisionomia, per cui il fatto che poi nelle battaglie muoiano a decine e centinaia ci lascia sempre abbastanza indifferenti.

Kerbal Space Program Personaggi

La vera identità dei Taurani?

La distanza tra noi e la storia è anche una conseguenza della natura episodica del romanzo. Nel solco di Starship Troopers, anche The Forever War ci racconta le tante tappe nella vita di soldato di Mandella, così da costituire tante piccole storie separate: il campo d’addestramento nel Missouri, poi l’addestramento all’uso della tuta spaziale sul pianeta Charon, la costruzione della base a Stargate – il punto di partenza di tutte le campagne terrestri – e poi le varie battaglie, e i lunghi mesi di viaggio da un punto all’altro.
Ogni episodio permette a Haldeman di toccare questo o quell’argomento, dalla spiegazione del funzionamento delle camere di accelerazione ai modi per mantenere la disciplina a bordo di una piccola nave spaziale; dalla costruzione di un avamposto militare su un pianetoide ostile, a una digressione sugli effetti della dilatazione relativistica del tempo, al modo più efficace per punire un soldato rissoso che rischia di mettere in pericolo l’equipaggio.
Questo approccio era probabilmente l’unico per raccontare una storia così complessa, e che copre un arco temporale così vasto, e preso di per sé non solo non mi dispiace, ma non può neanche essere oggettivamente chiamato “difetto”. Nondimeno, in combinazione con la prosa poco mostrata e molto distante di Haldeman, contribuisce a rendere la lettura lenta.

Dove The Forever War brilla davvero, è nella descrizione della vita militare. Si capisce al volo che Haldeman sotto le armi c’è stato davvero, e in un’esperienza che gli ha lasciato il dente avvelenato – fu infatti la guerra del Vietnam, a cui partecipò come combat engineer (1). Addestramenti meccanici e spesso inutili, comandanti codardi,  la retorica sul gruzzolo che stanno accumulando servendo la patria (ma di cui certo non potranno godere se moriranno prima della fine dei quattro anni di leva obbligatoria), strane idiosincrasie – come la sostituzione del classico saluto militare con un “fuck you sir!” che dovrebbe sollevare gli animi dei soldati, ma che alla fin fine non fa che esacerbarli ancora di più – sono tanti piccoli dettagli che formano un quadro credibile e (nonostante la prosa) immersivo.
Non possiamo che sposare il risentimento e la paura di Mandella prima di una battaglia, nella sua consapevolezza che stanno andando al macello e che pochissimi potranno tornare a casa a godersi gli stipendi accumulati. A differenza del classico di Heinlein, insomma, Haldeman ci mostra un esercito molto più ‘umano’, molto più realistico nel suo cinismo, nella sua fallibilità, nella stupidità di molte sue scelte.

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Ma, al tempo stesso, evita di cadere nell’estremo opposto di un esercito “idiota e cattivo” perché sì. Facendo compiere al suo protagonista tutto l’arco della carriera militare – da soldato semplice ad alto ufficiale – nel corso del romanzo il lettore sente entrambe le campane, quella di chi è costretto a eseguire gli ordini e quella di chi è costretto a darli.
Attraverso gli occhi del Mandella ufficiale, capiremo anche la necessità di certe procedure in sé stupide, e l’importanza di mantenere la disciplina, la gerarchia e i suoi strani rituali, per quanto spesso sembrino stupidi e perversi. La guerra è una cosa orribile, è vero, e spesso chi sta in cima alla catena di comando appare come uno stronzo insensibile che tratta i soldati come degli expendables; ma al tempo stesso, sembra dirci Haldeman, in una guerra in cui non capisci il tuo nemico, l’unico modo di procedere è alla cieca, per trial and error, tentando di portare a casa qualche risultato nel modo più efficiente possibile.

Dove l’immaginazione di Haldeman brilla veramente, è nell’immaginarsi come potrebbe funzionare una guerra tra due civiltà spaziali. Anche se non è rigoroso come un Clarke o un Anderson, l’approccio di The Forever War è quello dell’Hard SF. Le collapsar, i corpi celesti inventati da Haldeman che piegano lo spazio-tempo e connettono due punti lontani della galassia, funzionano alla fin fine come i classici wormhole e sono il punto meno elegante del worldbuilding del romanzo; ma il sistema di propulsione delle navicelle umane – il Bussard ramjet – e gli effetti di dilatazione temporale del viaggiare a velocità vicine a quelle della luce sono uguali a quelli che troviamo in Tau Zero di Poul Anderson.
Haldeman sfata tanti miti da sovraesposizione a Star Wars, dall’assurdità dei dogfight spaziali all’abilità dei piloti umani. In The Forever War, il 90% delle battaglie è gestito dai computer, per l’ottimo motivo che un essere umano non potrà mai eguagliarne la rapidità di calcolo; gli scontri si svolgono a milioni di chilometri di distanza, e le battaglie campali sono rare e ben distanziate da mesi e mesi di semplice viaggio da un corpo celeste all’altro (2). Un esempio eccellente dell’approccio razionale di Haldeman alle battaglie è la descrizione (non priva di un simpatico umorismo nero) dei cannoni laser posti a difesa delle basi planetarie:

On top was a swivel-mounted gigawatt laser. The operator—you couldn’t call him a “gunner”—sat in a chair holding deadman switches in both hands. The laser wouldn’t fire as long as he was holding one of those switches. If he let go, it would automatically aim for any moving aerial object and fire at will. Primary detection and aiming was by means of a kilometer-high antenna mounted beside the bunker.
It was the only arrangement that could really be expected to work, with the horizon so close and human reflexes so slow. You couldn’t have the thing fully automatic, because in theory, friendly ships might also approach.
The aiming computer could choose among up to twelve targets appearing simultaneously (firing at the largest ones first). And it would get all twelve in the space of half a second.
The installation was partly protected from enemy fire by an efficient ablative layer that covered everything except the human operator. But then, they were dead-man switches. One man above guarding eighty inside. The army’s good at that kind of arithmetic.

Guerra spaziale

Ecco: queste cose no.

Nonostante tutto ciò, e malgrado la prosa distanziante, Haldeman è in grado di costruire nel corso del romanzo una manciata di battaglie campali realmente appassionanti. L’ultima battaglia alla fine del libro, in particolare, è carica di tensione e rimane fino all’ultimo di esito incerto. L’ho letta d’un fiato.
Tutto The Forever War è un susseguirsi di alti e bassi, di scene straordinarie e momenti noiosotti o proprio mal scritti. La parte ambientata sulla Terra, per esempio, è narrata in modo chiaramente sbrigativo – specialmente nel finale, che ha tutto il sapore di un deus ex machina messo a bella posta per costringere il protagonista a tornare nello spazio – come se l’autore avesse fretta di tornare a raccontare la vita militare.

Nel complesso, The Forever War è un libro straordinario e abbastanza unico nel suo genere, nonostante una pletora di difetti grandi e piccoli gli impediscano di essere un vero capolavoro. Soprattutto, del romanzo di Haldeman colpisce l’ambizione e vastità di propositi – il voler raccontare in neanche trecento pagine cinquecento anni di storia, di guerra, di evoluzione tecnologica. Tanti temi vengono abbozzati, alcuni in maniera più riuscita e altri meno – dal controllo delle nascite, al sesso, all’economia di guerra, alla difficoltà di comunicazione tra specie diverse e alle conseguenze che questo genere.
Il finale arriva in modo brusco e ci lascia in bocca un sapore amaro – ma alla fin fine, è l’unico finale credibile per un romanzo come questo (a meno di farlo finire in medias res, senza una risoluzione), e mi piace. Entro la fine del romanzo avremo tutte le risposte: scopriremo chi sono i Taurani, come e perché sia scoppiata la guerra, cosa vogliano da noi. E tutto ha perfettamente senso – benché sia un senso molto grottesco.
In definitiva, The Forever War è uno di quei libri che colpisce moltissimo sul piano intellettuale, meno su quello emotivo, ma che in generale non si chiude con indifferenza. La mia raccomandazione? Cominciatelo, e vedete se riuscite a digerire la prosa. Se superate le prime dieci o venti pagine, avrete una buona idea di come sarà – coi suoi alti e bassi – tutto il resto del romanzo. Secondo me ne vale la pena.

Su Haldeman
In seguito alla bella esperienza di The Forever War, ho letto altri tre romanzi di Haldeman. Nessuno di questi eguaglia il suo esordio nella fantascienza, ma sono comunque una lettura interessante:
All My Sins RememberedAll My Sins Remembered (Al servizio del TB II), il migliore dei tre, è in realtà una raccolta di tre novellas collegate da una cornice. Il libro racconta la vita e la carriera di Otto McGavin, agente segreto con la capacità, tramite ipnosi, di ‘diventare’ altre persone (assumendo i loro ricordi e la loro personalità) e potersi così infiltrare in qualsiasi ambiente. In tre tappe che raccontano altrettanti casi che è chiamato a risolvere, vedremo la discesa di McGavin da pacifista convinto ad assassino a sangue freddo e la sua graduale perdita di identità. L’opera – che vuole essere un quadro amaro sulla crudeltà dei governi e le brutture della guerra – colpisce allo stomaco, ma è troppo frammentata e scritta non particolarmente bene.
The Hemingway HoaxThe Hemingway Hoax (Il paradosso Hemingway) è una strana novella sui viaggi nel tempo e le dimensioni parallele. Partendo dal famoso aneddoto del primo manoscritto di Hemingway – un romanzo completo che la moglie gli perse per sbaglio prima della consegna all’editore e non fu mai più ritrovato – Haldeman immagina la storia dell’incontro tra John Baird, studioso di Hemingway, e il falsario Castlemaine, e la loro decisione di forgiare un falso manoscritto per farci su bei soldi. Ma l’impresa prenderà una piega inaspettata, e Baird si troverà a fronteggiare un’entità sovrannaturale e la trasformazione della struttura stessa dell’universo. L’idea iniziale è interessante, ma lo svolgimento diventa gradualmente più contorto, e tutto l’elemento sovrannaturale suona un po’ stonato: ce ne vuole per convincerci la virilità di Hemingway può determinare il destino dell’universo! Curioso ma troppo pasticciato.
Forever PeaceForever Peace (Pace eterna), seguito concettuale di The Forever War, è un romanzo militare aggiornato al mondo della guerra di quarta generazione (4GW) e delle nanotecnologie. Julian Class è un pilota di soldierboy, guerrieri artificiali comandati a distanza tramite connessioni neurali, chiamato a combattere coi suoi compagni l’infinita guerra contro gli Ngumi, una rarefatta organizzazione terroristica sudamericana. Sullo sfondo, un piano disperato per terminare per sempre tutte le guerre. Il romanzo presenta tutti gli elementi classici di Haldeman – sfiducia verso i governi, brutalità della guerra, stupidità della burocrazia civile e militare – ma ha due problemi: una pesante asimmetria nella trama (la prima metà del libro è slice of life cupo, la seconda diventa un thrillerone un po’ ingenuo), e una struttura narrativa demente (vengono alternati paragrafi in prima persona col pov di Julian e paragrafi in terza con narratore onnisciente). Poteva essere un capolavoro, invece è così così.

Dove si trova?
Nel mondo anglosassone The Forever War è molto famoso, ergo trovarlo è estremamente facile, sia su Library Genesis che su Bookfinder (che sembra essersi definitivamente ribattezzato Bookfi). Per l’edizione italiana, cercate “Guerra eterna” sul caro vecchio Emule o su Torrentz.

Qualche estratto
Per questo articolo ho scelto due brani il più possibile antitetici: il primo è un puro infodump, ed espande il didascalico estratto che avevo già messo nel corpo dell’articolo sul collapsar jump; il secondo invece mostra una scena d’azione, ossia un’esercitazione di combattimento del corpo di Mandella al boot camp sul pianeta Charon.

1.
Twelve years before, when I was ten years old, they had discovered the collapsar jump. Just fling an object at a collapsar with sufficient speed, and out it pops in some other part of the galaxy. It didn’t take long to figure out the formula that predicted where it would come out: it travels along the same “line” (actually an Einsteinian geodesic) it would have followed if the collapsar hadn’t been in the way – until it reaches another collapsar field, whereupon it reappears, repelled with the same speed at which it approached the original collapsar. Travel time between the two collapsars – exactly zero.
It made a lot of work for mathematical physicists, who had to redefine simultaneity, then tear down general relativity and build it back up again. And it made the politicians very happy, because now they could send a shipload of colonists to Fomalhaut for less than it had once cost to put a brace of men on the moon. There were a lot of people the politicians would love to see on Fomalhaut, implementing a glorious adventure rather than stirring up trouble at home.
The ships were always accompanied by an automated probe that followed a couple of million miles behind. We knew about the portal planets, little bits of flotsam that whirled around the collapsars; the purpose of the drone was to come back and tell us in the event that a ship had smacked into a portal planet at .999 of the speed of light.
That particular catastrophe never happened, but one day a drone limped back alone. Its data were analyzed, and it turned out that the colonists? ship had been pursued by another vessel and destroyed. This happened near Aldebaran, in the constellation Taurus, but since “Aldebaranian” is a little hard to handle, they named the enemy “Tauran.”
Colonizing vessels thenceforth went out protected by an armed guard. Often the armed guard went out alone, and finally the Colonization Group got shortened to UNEF, United Nations Exploratory Force. Emphasis on the “force.”
Then some bright lad in the General Assembly decided that we ought to field an army of footsoldiers to guard the portal planets of the nearer collapsars. This led to the Elite Conscription Act of 1996 and the most elitely conscripted army in the history of warfare.
So here we were, fifty men and fifty women, with IQs over 150 and bodies of unusual health and strength, slogging elitely through the mud and slush of central Missouri, reflecting on the usefulness of our skill in building bridges on worlds where the only fluid is an occasional standing pool of liquid helium.

Dodici anni prima, quando io avevo dieci anni, avevano scoperto il balzo tra le collapsar. Lancia un oggetto contro una collapsar a velocità sufficiente, e l’oggetto ti schizza fuori in qualche altra parte della galassia. Non c’era voluto molto tempo per calcolare la formula che prediceva dove sarebbe uscito: l’oggetto viaggia lungo la stessa “linea” (che in realtà è una linea geodetica einsteiniana) che avrebbe seguito se non ci fosse stata di mezzo la collapsar, fino a quando non arriva a un altro campo di collapsar, e allora ricompare, respinto con la stessa velocità con cui si era avvicinato al primo campo. Tempo impiegato nel viaggio tra le due collapsar… esattamente zero.
Questo aveva comportato un sacco di lavoro per i fisici matematici, che erano stati costretti a ridefinire la simultaneità, e poi a fare a pezzettini la relatività generale e a ricostruirla daccapo. E aveva reso felici gli uomini politici, perché adesso potevano spedire a Fomalhaut un’astronave carica di coloni, spendendo meno di quanto costasse una volta spedire un gruppetto di uomini sulla Luna. C’era una quantità di gente che gli uomini politici preferivano vedere su Fomalhaut, a realizzare una gloriosa avventura, anziché a fomentare guai in patria.
Le astronavi erano sempre accompagnate da una sonda automatizzata che le seguiva a una distanza di qualche milione di chilometri. Sapevamo tutto dei pianeti portale, pezzettini di detriti cosmici che turbinavano intorno alle collapsar: la funzione della sonda consisteva nel ritornare indietro a informarci, nel caso che un’astronave fosse andata a sbattere contro un pianeta portale a 0,999 della velocità della luce.
Una catastrofe di questo genere non era mai capitata, ma un brutto giorno una sonda era ritornata indietro da sola, zoppicando. I dati erano stati analizzati, ed era saltato fuori che l’astronave dei coloni era stata inseguita da un altro veicolo spaziale ed era stata distrutta. Il fattaccio era successo dalle parti di Aldebaran, nella costellazione del Toro, latino Taurus, ma poiché “Aldebaraniani” era un po’ lungo da pronunciare, i nemici erano stati battezzati “Taurani”.
A partire da quella volta, le astronavi dei coloni si erano messe in viaggio protette da una scorta armata. Spesso la scorta annata si metteva in viaggio da sola, e alla fine il Gruppo Colonizzazione venne abbreviato in FENU, Forza Esplorativa delle Nazioni Unite. Con l’accento su Forza.
Poi qualche genio dell’Assemblea Generale aveva deciso che bisognava piazzare un’armata di fanti e fare la guardia ai pianeti portale delle collapsar più vicine. E questo portò alla Legge per la Coscrizione Elitaria del 1996, e alla creazione dell’esercito più elitario in tutta la storia della guerra.
E perciò adesso noi eravamo lì, cinquanta uomini e cinquanta donne, con quoziente d’intelligenza superiore a 150, e fisico dotato di salute e di forza fuori del comune, a trascinarci elitariamente nel fango e nella neve impoltigliata del Missouri centrale, a meditare sull’utilità della nostra bravura nel costruire ponti su mondi dove l’unico fluido che si può trovare è qualche pozzanghera stazionaria di elio liquido.

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L’esplorazione spaziale può essere pericolosa…

2.
“Fire team A—move out!” The twelve of us advanced in a ragged line toward the simulated bunker. It was about a kilometer away, across a carefully prepared obstacle course. We could move pretty fast, since all of the ice had been cleared from the field, but even with ten days’ experience we weren’t ready to do more than an easy jog.
I carried a grenade launcher loaded with tenth-microton practice grenades. Everybody had their laser-fingers set at a point oh eight dee one, not much more than a flashlight. This was a simulated attack—the bunker and its robot defender cost too much to use once and be thrown away.
“Team B, follow. Team leaders, take over.”
We approached a clump of boulders at about the halfway mark, and Potter, my team leader, said, “Stop and cover.” We clustered behind the rocks and waited for Team B.
Barely visible in their blackened suits, the dozen men and women whispered by us. As soon as they were clear, they jogged left, out of our line of sight.
“Fire!” Red circles of light danced a half-klick downrange, where the bunker was just visible. Five hundred meters was the limit for these practice grenades; but I might luck out, so I lined the launcher up on the image of the bunker, held it at a forty-five degree angle and popped off a salvo of three.
Return fire from the bunker started before my grenades even landed. Its automatic lasers were no more powerful than the ones we were using, but a direct hit would deactivate your image converter, leaving you blind. It was setting down a random field of fire, not even coming close to the boulders we were hiding behind.
Three magnesium-bright flashes blinked simultaneously about thirty meters short of the bunker. “Mandella! I thought you were supposed to be good with that thing.”
“Damn it, Potter—it only throws half a klick. Once we get closer, I’ll lay ’em right on top, every time.”
“Sure you will.”
I didn’t say anything. She wouldn’t be team leader forever.

— Squadra A… muoversi! — E noi dodici avanzammo in una fila irregolare verso il bunker simulato. Era a circa un chilometro di distanza, in fondo a un percorso a ostacoli accuratamente preparato. Potevamo muoverci in fretta, poiché quasi tutto il ghiaccio era stato rimosso dal campo, ma nonostante i dieci giorni di esperienza non ce la sentivamo di andare a un’andatura più svelta di un trotto tranquillo.
Io portavo un lanciagranate carico con bombe da esercitazione di un decimo di microton. Tutti avevamo le dita laser regolate a zero virgola zero otto, dispersione uno: poco più di una lampada tascabile. Era un attacco simulato… il bunker e il suo difensore robot costavano troppo perché si potesse pensare di adoperarli una volta e poi buttarli via.
— Squadra B, seguiteli. Comandanti di squadra, prendete il comando.
Ci avvicinammo a un gruppo di macigni che si trovavano circa a metà strada, e la Potter, il mio comandante di squadra, disse: — Fermatevi e mettetevi al coperto. — Ci raccogliemmo dietro le rocce e aspettammo la Squadra B.
A malapena visibili negli scafandri anneriti, i dodici, uomini e donne, ci passarono accanto con un fruscio. Non appena furono lì al sicuro, si avviarono verso sinistra, fuori della nostra visuale.
— Fuoco! — Cerchi rossi di luce danzarono più avanti, dove il bunker era appena visibile. La portata massima di quelle granate da esercitazione era cinquecento metri; ma io speravo di avere fortuna, perciò puntai il lanciagranate sull’immagine del bunker, lo tenni inclinato a un angolo di quarantacinque gradi e feci partire una salva di tre colpi.
Il bunker rispose al fuoco prima ancora che le mie granate arrivassero a terra. I suoi laser automatici non erano più potenti di quelli che adoperavamo noi, ma un colpo diretto avrebbe disattivato il trasformatore d’immagini, lasciandoci ciechi. Il bunker stava sparando a casaccio, senza neppure avvicinarsi ai macigni dietro i quali stavamo nascosti.
Tre lampi fulgidissimi, come magnesio, ammiccarono simultaneamente a trenta metri dal bunker. — Mandella! Credevo che tu sapessi maneggiare quel coso!
— Accidenti, Potter… arriva a mezzo chilometro soltanto. Quando saremo più vicini, lo colpirò giusto sul tetto, tutte le volte.
— Sicuro. — Io non replicai. Non sarebbe stata in eterno al comando della squadra.

Tabella riassuntiva

Una rappresentazione lucida di una guerra interstellare. Uso sistematico del raccontato e dell’infodump.
La vita militare raccontata da chi l’ha vissuta realmente.  Personaggi piatti a cui è difficile affezionarsi.
Alcune battaglie regalano veri momenti di tensione. La struttura episodica rallenta il ritmo di lettura.
Sense of wonder a manetta.

(1) E’ in questo, secondo me, che sta la grande differenza d’approccio tra Heinlein e Haldeman. Il primo partecipò – come ufficiale di Marina – alla Seconda Guerra Mondiale, una guerra “giusta” nella misura in cui era una reazione alle aggressioni di Germania e Giappone; e non andò mai personalmente al fronte. Haldeman invece ci andò, al fronte, e contro la propria volontà; e in una guerra di occupazione che non fu mai molto ben giustificata.
Heinlein, insomma, ebbe l’impressione di stare facendo la cosa giusta; Haldeman, di essere trascinato in una cosa orribile con cui non avrebbe voluto avere nulla a che fare. Di qui l’ottimismo dell’uno e il pessimismo dell’altro in merito alla vita militare.
E’ bene comunque ricordare che la supposta rivalità tra i due autori, di cui a volte si sente parlare, non ci fu mai. Haldeman non scrisse The Forever War “contro” Starship Troopers, anzi parlò spesso della sua ammirazione per Heinlein. E viceversa, pare che quando The Forever War vinse il Nebula, Heinlein gli scrisse per congratularsi.

(2) Certo, non mancano trovate più discutibili. La visione di Haldeman di come sarebbe un esercito aperto alle donne – con l’incoraggiamento del sesso tra camerati al punto dal fare cuccette matrimoniale e indire ogni notte un’assegnazione randomizzata delle suddette cuccette, così da permettere a tutti di accoppiarsi con tutti – fa molto anni ’70, ma oggi che abbiamo veramente quote femminili negli eserciti suona un po’ buffo.

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Moon e la solitudine

Terra vista dalla LunaPrima dell’atterraggio di Neil Armstrong e Buzz Aldrin, la Luna era il luogo del mistero. Visibile da ogni punto della Terra, e apparentemente così vicina, poteva nascondere qualsiasi cosa. Questo senso di inquietudine, l’abbiamo visto, è ben rappresentato da Rogue Moon, pubblicato nove anni prima della missione dell’Apollo 11: nell’universo narrativo di Budrys, i primi uomini arrivano sulla Luna non con un razzo, ma con una sorta di teletrasporto che radiotrasmette il corpo del viaggiatore sul satellite, e lì trovano ad aspettarli qualcosa di incomprensibile e letale. 2001: Odissea nello spazio è uscito nel cinema nel 1968, un anno prima, e ancora era plausibile immaginare di trovare un monolite alieno in una conca. Ma dopo la conquista, la Luna non è altro che un altro sasso vuoto nello spazio. Non è più una buona location per un mystery fantascientifico. Che altra funzione può assolvere, allora?
Per me, la Luna è il luogo della solitudine. Come ben spiegava xkcd in uno dei suoi What If?, dev’essere una sensazione davvero strana essere fisicamente così lontani da qualsiasi proprio simile. Micheal Collins, Richard Gordon, Stuart Roosa, Alfred Worden, Kenneth Mattingly e Ronald Evans, gli astronauti che – durante le rispettive missioni Apollo – sono rimasti soli a bordo del modulo in orbita mentre i loro compagni scendevano sulla Luna, si trovavano, nel punto più lontano della loro orbita, a 3.585 km dall’essere umano più vicino, e a  384.400 km circa dalla massa dei loro simili. Solitudine completa.

Ma non sono molte le storie che si focalizzino su questo aspetto del nostro satellite. Heinlein in The Moon is a Harsh Mistress, o Clarke in A Fall of Moondust o Earthlight, mostrano tutti una Luna già ‘addomesticata’ – una terra di frontiera, certo, ma già a misura d’uomo.
Capirete quindi la mia felicità quando mi sono imbattuto in Moon, il film d’esordio del figlio di David Bowie.

Moon
MoonRegista: Duncan Jones
Genere: Science Fiction / Psicologico

Durata: 97 minuti
Anno: 2007

Sam Bell vive sulla Luna da tre anni. Lavora per la Lunar Industries, la compagnia che ha il monopolio delle estrazioni di elio-3 dal suolo lunare, come supervisore della base mineraria. Ma la base è completamente automatizzata, e Sam vive da solo: non ci sono altri esseri umani oltre a lui sulla Luna. La sua unica compagnia sono GERTY, la gioviale intelligenza artificiale della base, e le sporadiche comunicazioni video che ha con la moglie Tess, rimasta a casa con la figlioletta piccola. Ma Sam ora è felice, perché i tre anni del contratto sono quasi terminati, e tra pochi giorni potrà tornare a casa.
Proprio ora che manca così poco al suo congedo, però, alla base cominciano ad accadere strani incidenti. Le comunicazioni in diretta con la Terra smettono di funzionare. Sam comincia ad avere allucinazioni di una ragazza che si stende accanto a lui. E ha come l’impressione che i suoi superiori sulla Terra gli stiano nascondendo qualcosa. Un incidente col rover, fuori dalla base, precipiterà la situazione. Sta veramente impazzendo? La solitudine gli sta dando alla testa? Oppure c’è davvero qualcosa che non va sulla Luna…?

Parlando del periodo trascorso da solo nel modulo in orbita durante la missione Apollo 15, mentre Scott e Irwin spendevano tre giorni consecutivi sulla Luna, Worden disse:

There’s a thing about being alone and there’s a thing about being lonely, and they’re two different things. I was alone but I was not lonely. My background was as a fighter pilot in the air force, then as a test pilot–and that was mostly in fighter airplanes–so I was very used to being by myself. I thoroughly enjoyed it. I didn’t have to talk to Dave and Jim any more … On the backside of the Moon, I didn’t even have to talk to Houston and that was the best part of the flight.

Ma Worden era parte di una delle più grandiose missioni del genere umano. Aveva su di sé i riflettori dell’opinione pubblica, e le aspettative e la stima dei suoi colleghi. Pur essendo fisicamente da solo, sapeva che molti stavano pensando a lui; e al termine della missione, sapeva che sarebbe di nuovo stato immerso nella gente. In questo senso, era solo ma non si sentiva solo.
Ora prendiamo però un tecnico, un uomo qualsiasi di cui a quasi nessuno importa molto, e mettiamolo a supervisionare una base lunare per tre anni, lontano non solo dagli occhi, ma per la maggior parte del tempo anche dalla mente di chiunque. Cosa proverà? In che modo lo cambierà l’esperienza? Questa è la storia che viene raccontata in Moon.

Full Moon - Michael Light

La fotografia viene dall’album Full Moon di Michael Light, citato espressamente da Jones come una delle sue ispirazioni.

I risultati migliori, in termini di coinvolgimento emotivo, si hanno sempre quando il tema di una storia è perfettamente rispecchiato dallo stile narrativo con cui è raccontata. Questo è esattamente ciò che accade in Moon. Se dovessi scegliere un aggettivo con cui definirlo, sarebbe: minimalista. Il cast del film comprende – a parte alcune comparse – un solo attore, Sam Rockwell, e due soli personaggi: Sam Bell e l’IA GERTY. L’intera pellicola si svolge all’interno della piccola base della Lunar Industries e nel perimetro immediatamente circostante. Anche noi quindi, con il protagonista, finiamo per sentirci soli. Soli e abbandonati a noi stessi, mentre strani episodi si moltiplicano attorno a noi e sentiamo che l’universo sta diventando incomprensibile.
E’ difficile parlare di Moon senza scadere negli spoiler, data la semplicità della trama, per cui sarò breve. Duncan Jones riprende tutta una serie di cliché del film di fantascienza – le corporation infide, le IA, la clonazione, e via dicendo – ma le shakera a sufficienza da evitare di essere prevedibile. Rockwell impersona magnificamente un uomo che si sta lentamente deteriorando, nel corpo e nello spirito, dopo un isolamento così prolungato, e sentiamo sulla nostra pelle il senso di alienazione, nevrosi e infine paranoia del personaggio. Soprattutto, Moon ci lascia per buona parte del film  con l’atroce dubbio: è tutto nella testa di Bell, o sta succedendo qualcosa?

Moon non è un film rivoluzionario; non mi ha lasciato molto, a fine visione, a livello di idee. Non troverete del vero sense of wonder. Quello che riesce ad essere, invece, è un film d’atmosfera – e che atmosfera. E’ una di quelle pellicole che ti cattura e ti immerge nel suo mondo in pochi minuti, e riesci a seguirlo senza problemi fino alla fine dimenticandoti della realtà esterna. Dimostrazione ne è il fatto che, dopo averlo visto accidentalmente una sera mentre facevo zapping, l’ho riguardato altre due volte con gente diversa nello spazio di un anno, e non mi spiacerebbe rivederlo una quarta volta. Non ci sono molti film che lasciano questa voglia. E poi ci sono i piccoli tocchi di classe: come il fatto che GERTY comunichi con Sam con un display che fa le faccine. Le faccine! Tipo MSN! Non è tenero?
Soprattutto, Moon riproduce l’idea della Luna come stato mentale – solitudine, alienazione, luci artificiali, buio, freddo – senza smettere per un secondo di essere scientificamente onesto. Parlarne mi è sembrato un buon modo, quindi, per chiudere questa piccola serie di articoli dedicati al nostro satellite.

GERTY Moon

La tenera faccina di GERTY.

And now, for something completely different: The Iron Dragon’s Mother?
Chiudo l’articolo con una rivelazione arrivata proprio in questi giorni su Flogging Babel, il blog di Michael Swanwick. Mentre Chasing the Phoenix, il secondo romanzo lungo della saga dei trickster Darger e Surplus (nonché seguito di Dancing with Bears,uscito in Italia come Gli dei di Mosca), si prepara a uscire nell’ultimo quadrimestre del 2014 per Tor Books, il buon Swanwick si è messo al lavoro su un nuovo progetto su cui meditava da tempo. Il libro in questione altro non è che il terzo e ultimo capitolo della cosiddetta, e non intenzionale, “trilogia dei draghi”, iniziata con The Iron Dragon’s Daughter e proseguita con The Dragons of Babel. Gamberetta sarà felice.
Potete leggere qui l’articolo integrale. Nel frattempo, vi riporto il passaggio più interessante:

In The Iron Dragon’s Daughter, Jane Alderberry’s essential problem is that she’s trapped in a world where she doesn’t belong.  No matter what she tries, she cannot find a place for herself.   In what became The Dragons of Babel, however, Will le Fey does belong in his world and his task is to find a proper role for him to fill.  This novel too was written as a stand-alone.  But by merely existing, the first novel created a dialogue with the second.  In many ways, the two novels were the opposites of each other.

So now I had Thesis and Antithesis.  Synthesis — the final volume of a (cough!) trilogy — hung over the entire enterprise like a third shoe waiting to drop.  But I had no ideas for such a volume.  None at all.

More years passed.  At last, an idea came to me, a way of opening up the rich, self-contradictory world of Faerie in a direction orthogonal to the other two, one which raised the possibility of answering all the questions raised by the first two books, and achieving other goals as well.  So I began writing.  This one is going to be a stand-alone novel as well.  But it’s inevitable that readers are going to think of it as the last third of a trilogy.

Now all that’s needed is lots and lots of hard work. And a new title. I’m thinking of calling this book The Iron Dragon’s Mother. But maybe that would confuse readers? I don’t know.

The Dragons of Babel è uno dei miei romanzi di Swanwick preferiti – no, a essere onesti è uno dei miei romanzi preferiti, punto. Per quanto, come saprete, non ami trilogie e saghe, sono quindi abbastanza curioso di vedere cosa riuscirà a combinare il vecchio geek di Philadelphia, e se la nuova opera sarà all’altezza delle precedenti. Forse troveranno persino risposta tutte le domande metafisiche lasciate in sospeso da The Iron Dragon’s Daughter – anche se questo non riabiliterebbe il pessimo finale del romanzo.
Conoscendo i tempi lunghi di Swanwick, il nuovo capitolo richiederà probabilmente alcuni anni di lavoro. Dovremo avere pazienza. Nel frattempo, vedrò di buttarmi a pesce su Chasing the Phoenix appena esce. Sono proprio curioso di vedere i nostri due eroi post-utopici che conquistano la Cina senza volerlo.

This is Cat

 

Bonus Track: Rogue Moon

Rogue MoonAutore: Algis Budrys
Titolo italiano: Il satellite proibito
Genere: Science Fiction / Horror / Psicologico
Tipo: Romanzo

Anno: 1960
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 200 ca.

Difficoltà in inglese: **

C’è una strana formazione di origine aliena, sul lato oscuro della Luna. Ha una sola entrata, ma una volta che la varchi non puoi più utilizzarla per uscire. Una volta dentro, se stai fermo, vieni ammazzato. Se vai nella direzione sbagliata, vieni ammazzato. Se fai il movimento sbagliato, vieni ammazzato.
Il Dr. Hawks è il fisico incaricato di esplorare la formazione. E’ lui che ha permesso al governo americano di mettere i piedi sulla Luna, all’inizio degli anni ’60: è la mente dietro il trasmettitore di materia, una macchina in grado di registrare la composizione subatomica di un individuo e di spedirla istantaneamente via microonde a una macchina ricevente sulla Luna. Il soggetto scansionato viene disintegrato sulla Terra, ma una sua copia fedele nasce nello stesso momento sulla Luna.
Ma ora Hawks è ossessionato dalla formazione aliena. Ha individuato un metodo per ridurre il costo di vite umane dell’esplorazione: di ogni esploratore vengono create due copie, una che va sulla Luna e una che rimane sulla Terra. Quando la copia lunare, entrata nella formazione, viene inevitabilmente macellata, la copia terrestre è in grado di ricordare l’evento e di riferirlo – come se in realtà non fosse morto nessuno. Ma il ricordo della propria morte è insostenibile; tutti gli esploratori diventano degli idioti sbavanti. E ora i finanziatori del progetto minacciano di toglierlo dalle mani di Hawk e di chiuderlo. Perché la sua carriera non venga distrutta, Hawks deve trovare al più presto un uomo capace di sopportare il peso della propria morte e andare nella formazione, ancora e ancora, continuando a essere ucciso fino a che non l’avrà mappata interamente. Qualcuno che ami la morte. E forse l’ha trovato…

Continuiamo i nostri articoli dedicati alla Luna con un romanzo abbastanza sconosciuto in Italia e – come avrete intuito dalla sinossi – assolutamente morboso. Algis Budrys – un lituano naturalizzato americano, nato a Konigsberg prima che diventasse una exclave russa – si trasferì ancora piccolo con la famiglia negli Stati Uniti. Nel mondo della fantascienza, era noto soprattutto come critico; nella fattispecie, un recensore caustico stile Duca o Gamberetta, che non si faceva problemi a stroncare questo o quello e a dare del cretino a tot persone nel frattempo. Nel corso della sua vita scrisse pochi romanzi – meno di una decina – forse perché adottava con sé stesso la stessa severità che aveva con gli altri. Il romanzo breve Rogue Moon è la sua opera più famosa.
Si dice che Budrys volesse chiamare il suo romanzo “The Death Machine”, “La macchina della morte”. Non è chiaro se il riferimento sia allo strano artefatto lunare che uccide chi ci entra, o alla macchina di Hawks per duplicare e scansionare persone sulla Luna (uccidendo l’originale nel processo); ma in ogni caso sarebbe stato un titolo azzeccatissimo, dato che Rogue Moon è permeato del tema della morte. Rogue Moon è un dramma psicologico centrato sul rapporto tra Hawks e l’avventuriero Al Barker, che lo scienziato dovrà convincere a viaggiare sulla Luna sulla sua macchina per ‘sfidare’ l’artefatto alieno. Ma benché il suddetto artefatto svolga un ruolo critico nella trama, è chiaro fin da subito che il vero oggetto del romanzo è esplorare il cuore di tenebra della psiche umana.

Our Moon

Rogue Moon – lo anticipo da subito – poteva essere un capolavoro di fantascienza malata, ma non lo è; è invece un romanzo fondamentalmente fallato, con alcuni lampi di genialità. Vediamo dove Budrys sbaglia, e perché; ma soprattutto se rimangono abbastanza meriti, al romanzo, da farne un buon consiglio di lettura.

Uno sguardo approfondito
Il romanzo si apre con il dottor Hawks e lo psicologo del dipartimento di fronte a Rogan, l’ultima delle cavie selezionate per esplorare l’artefatto lunare. Come da copione, la copia di Rogan è stata fatta a pezzi pochi metri dopo l’entrata della struttura, e come da copione, ora Rogan è ridotto a un idiota sbavante dagli occhi vacui. Nonostante i difetti della prosa di Budrys, che emergono da subito – il narratore ci informa fin dalle prime righe che Hawks “was a black-haired, pale-skinned, gangling man who rarely got out of the sun” – questo è un incipit potente, che ci mette subito di fronte al problema del protagonista e agli effetti devastanti dell’artefatto misterioso. Da queste prime righe, ci si aspetterebbe quindi un romanzo tormentoso e dal ritmo serrato di esplorazione e mystery cosmico. E invece no.
Bisogna aspettare all’incirca metà romanzo per avere una prima descrizione accurata dell’artefatto alieno. E solo nell’ultimo capitolo il lettore lo vedrà dal vivo. Il resto del libro, è una lunghissima preparazione e una continua posticipazione del momento saliente della trama – e proprio in questo sta il primo e principale difetto di Rogue Moon. La prima parte del romanzo ci mostra il primo incontro tra Hawks e Al Barker – uomo iper-testosteronico, ex-paracadutista, amante degli sport estremi, wannabe supereroe, e ossessionato dal quotidiano desiderio di sfidare la morte – i tentativi del primo di convincere il secondo a sottoporsi all’esperimento, la preparazione dell’attrezzatura. Nel frattempo si approfondiscono le tematiche psicologiche del romanzo e il carattere dei personaggi, sì – ma fondamentalmente succede poco.

Ci sono tanti modi per affrontare temi filosofici in un romanzo. Di questi, uno dei peggiori è quello di prendere i personaggi principali e farli discutere astrattamente dei temi in questione; eppure è proprio ciò che succede per la maggior parte di Rogue Moon. Che sia una conversazione in ufficio tra Hawks e il suo superiore, o una chiacchierata informale a bordo piscina nella villa di Barker, sempre si parla, si parla, si parla di questi temi. Quando, nel mezzo di uno scambio tensivo tra Hawks e Barker, i due si mettono a citare reciprocamente passaggi di Shakespeare, stavo per rotolarmi per terra dal ridere (1). Budrys implementa anche la trovata tipica dickiana del protagonista che si lascia andare a confessioni e lampi di intimità con un perfetto sconosciuto. Ma se nel caso di Dick questi incontri erano resi con naturalezza, e poteva persino commuovere vedere che livelli di empatia e affetto si possano raggiungere con un estraneo, in Rogue Moon suonano freddi, forzati, e si traducono in altrettanti bla bla poco coinvolgenti.
Se questi scambi suonano spesso poco credibili, si potrebbe forse accettarli con una buona caratterizzazione dei personaggi. Peccato che Rogue Moon fallisca anche in questo. Budrys sembra avere una predilezione per la teatralità e i gesti eccessivi. I suoi personaggi gesticolano come forsennati, ridono a squarciagola, chiudono le mani a pugno, strillano, si ricompongono il momento dopo e quello dopo strillano di nuovo. Le discussioni spesso degenerano in scene completamente inverosimili di gente che si sbraita addosso; e se una cosa del genere posso aspettarmela in un’anime su ragazzine schizzate come Madoka Magica o in un film di gangster ignoranti, diventa invece surreale se parliamo di manager corporativi che gestiscono rapporti di lavoro (2).

Madoka Magica meme

Madoka Magica.

Ecco ad esempio un estratto del primo incontro del dottor Hawks e di Connington, dirigente delle risorse umane, con Al Barker e la sua donna:

[Connington] dangled a used glass from one hand, and held a partially emptied bottle in the other. His face was flushed, and his eyes were wide with the impact of a great deal of liquor consumed over a short period of time. ‘Gonna do it, Al?’
Instantly, Barker’s mouth flashed into a bare-toothed, fighing grimace. ‘Of course!’ he exclaimed in a startingly desperate voice. ‘I couldn’t let it pass – not for the world!’

Poco più oltre, Connington prosegue: “He chuckled again. ‘What else could you’ve said?’ He laughed at Barker. His arms swept out in irony”. Da una parte non abbiamo l’effetto “teste parlanti” e anzi, i personaggi ci vengono mostrati in modo molto vivo, il che è positivo; d’altra parte, sono talmente scalmanati e melodrammatici che prenderli sul serio diventa impossibile. Non è un comportamento che ci si aspetta da degli adulti in posizioni di responsabilità.

Il che è un peccato, perché di per sé i personaggi sarebbero interessanti e pieni di conflitti interiori che si intrecciano con la trama principale. Come Al Barker, talmente ricco e di successo che non avrebbe bisogno di imbarcarsi in questa impresa suicida, ma che al tempo stesso non riuscirebbe a guardarsi allo specchio se rifiutasse come un codardo la sfida; il suo bisogno di mettersi ogni continuamente alla prova per non perdere stima di sé è anche la sua malattia. O come Hawks, diviso tra il senso di colpa per tutte le vite che sta sacrificando all’altare della sua ricerca e il bisogno di dare un senso a questo massacro portando a termine l’esplorazione dell’artefatto (alimentando così un circolo vizioso di nuove vittime e nuovi sensi di colpa). Anche i personaggi secondari sono ben sviluppati, e le loro sidestory contribuiscono a sviluppare il tema centrale della morte e del valore degli individui – come Sam, l’assistente di Hawks, malato terminale che vede nella macchina che per gli altri è simbolo di morte la sua unica chance di vivere ancora; o la determinazione di Connington a portare via a Barker la sua ragazza per recuperare la propria dignità.
Idee buone, insomma – solo, realizzate male. Come l’artefatto alieno: come Clarke in Rendezvous with Rama, Budrys riesce veramente a trasmettere l’idea di un costrutto creato da intelligenze completamente differenti da noi, e non pensato per l’interazione con l’essere umano. L’artefatto lunare è una macchina per uccidere, ma è evidente che non è stata pensata per quello scopo, e che non c’è crudeltà nell’eliminazione sistematica degli esploratori: semplicemente, non sappiamo come interagire correttamente con essa. Si avverte del vero sense of wonder quando, alla fine del libro, finalmente entriamo con il personaggio pov all’interno dell’artefatto; e la scena finale del romanzo è stupenda – è riuscita a commuovermi come mi capita di rado. Peccato che queste soddisfazioni arrivino solo alla fine di una lettura fallata.

Moon harvesting

Io avrei fatto così
Se il problema del romanzo è che l’elemento fantastico è troppo subordinato al bla bla psicologico ed entra in scena troppo tardi, l’antidoto non può essere che: più artefatto, più Luna, e subito. Non è accettabile che si scopra come funzioni questo costrutto di cui si parla dall’inizio del libro solo a metà romanzo. Avrei aperto il primo capitolo con la scena dell’esplorazione dell’artefatto da parte di Rogan. Si sarebbe potuto fare in due modi. Il primo, con il pov usa-e-getta di Rogan stesso (i pov usa-e-getta di norma sono sconsigliabili, ma un’eccezione qui si potrebbe forse fare, considerando che è l’inizio della storia e che c’è una tradizione degli horror di cominciare la narrazione col punto di vista della prima vittima), che avrebbe assicurato il massimo dell’immersione e quindi della tensione. Il secondo, più ligio alle regole tradizionali del punto di vista – e più alla Lovecraft nell’impostazione – col pov di Hawks che si mantiene in contatto radio con Rogan e riceve la fedele cronaca di quello che succede fino al momento dell’uccisione.
Questo inizio permetterebbe da subito di fissare nella mente del lettore cosa sia esattamente l’artefatto e, più o meno, come funzioni. Il romanzo sarebbe poi potuto proseguire mostrando più di una delle visite delle copie di Barker, focalizzandosi ogni volta su aspetti diversi dell’esplorazione per mantenere la varietà (ad esempio: una volta il focus potrebbe essere sulla base lunare e sui suoi abitanti, una volta sul perimetro esterno dell’artefatto, e così via). L’importante sarebbe mantenere una buona proporzione di pagine tra le scene – tendenzialmente a bassa tensione – ambientate sulla Terra, e quelle più adrenaliniche-ansiogene sulla Luna.

In conclusione
Se si riesce ad andare oltre ai difetti di struttura e caratterizzazione, Rogue Moon può regalare dei bei momenti, e un paio di scene intense. Le idee alla base del libro, del resto, sono davvero affascinanti e piuttosto originali. Basta prenderlo per quel che è: un dramma psicologico in cui gli elementi fantascientifici svolgono soprattutto un ruolo funzionale. Alla fine non avremo una risposta sullo scopo o l’origine dell’artefatto alieno – è meglio che ve lo dica da subito – perché come nel romanzo di Clarke (o come la Zona di Roadside Picnic), l’artefatto è semplicemente qualcosa di troppo remoto da noi per essere decifrato. L’interesse è quello che gli esseri umani fanno con questo costrutto, e come questo li trasforma.
Colpisce anche pensare che pur essendo uscito nel 1960, anni prima della nascita della New Wave, il romanzo già toccava temi che dall’epoca rimanevano lontani dalla fantascienza – l’ossessione per la morte, il sesso, le morbosità. Per non parlare del cast, composto interamente da personaggi cinici e “negativi”. A chi sia rimasto incuriosito dai temi del libro, consiglierei di scaricarlo e provare a leggerlo, passando oltre i suoi limiti. Potrebbe anche essere un buon oggetto di studio per aspiranti scrittori, come esempio di storia con ottime premesse rovinato da una cattiva esecuzione – a dimostrazione del fatto che il come importa quasi quanto il cosa, e che una scarsa conoscenza delle regole della narrativa può compromettere anche i soggetti più promettenti. Quanto a noi, continueremo le nostre esplorazioni spaziali nei prossimi articoli.

Inside Rama

Uno spaccato dell’interno di Rama. Non sempre è necessario che gli artefatti alieni vengano spiegati.

Dove si trova?
Potete scaricare il romanzo in lingua originale su Library Genesis o su Bookfinder; in entrambi i casi, l’unico formato disponibile è il pdf.

Chi devo ringraziare?
Avevo adocchiato per la prima volta questo romanzo guardando il catalogo degli SF Masterworks – attirato dalla copertina, dal titolo, dal nome bizzarro dell’autore. Ma non avevo una reale intenzione di leggerlo. Se mi sono deciso, è per la recensione dell’editor David Pringle nel suo catalogo Science Fiction: The 100 Best Novels 1949-1984, un libro che si sta rivelando una preziosa fonte di spunti. Ve ne parlerò sicuramente in un prossimo articolo.

Qualche estratto
Ho scelto due brani che coniugassero in qualche modo i dialoghi morbosi che compongono il grosso del romanzo col tema del costrutto lunare. Il primo brano, più breve, è preso dall’inizio del libro, e mostra gli effetti dell’artefatto sulla psiche sull’ultima delle sfortunate cavie del dottor Hawks. Il secondo è invece un monologo di Hawks a Barker, in cui gli descrive minutamente – e con la cinica freddezza che gli è propria – le caratteristiche dell’artefatto e i mille modi di morirci dentro. Delizioso!

1.
The young man stared unblinkingly. His trim crewcut was wet with perspiration and plastered by it to his scalp. His features were clean, clear-skinned and healthy, but his chin was wet. ‘An dark …’ he said querulously, ‘an dark and nowhere starlights …’ His voice trailed away suddenly into a mumble, but he still complained.
Hawks looked to his right.
Weston, the recently hired psychologist, was sitting there in an armchair he’d had brought down to Hawks’ office. […] He frowned slightly back towards Hawks and arched one eyebrow.
‘He’s insane,’ Hawks said to him like a wondering child.
Weston crossed his legs. ‘I told you that, Dr Hawks; I told you the moment we pulled him out of that apparatus of yours. What had happened to him was too much for him to stand.’
‘I know you told me,’ Hawks said mildly. ‘But I’m responsible for him. I have to make sure.’ He began to turn back to the young man, then looked again at Weston. ‘He was young. Healthy. Exceptionally stable and resilient, you told me. He looked it.’ Hawks added slowly, ‘He was brilliant.’
‘I said he was stable,’ Weston explained earnestly. ‘I didn’t say he was inhumanly stable. I told you he was an exceptional specimen of a human being. You’re the one who sent him to a place no human being should go.’
Hawks nodded. ‘You’re right, of course. It’s my fault.’
‘Well, now,’ Weston said quickly, ‘he was a volunteer. He knew it was dangerous. He knew he could expect to die.’
But Hawks was ignoring Weston. He was looking straight out over his desk again.
‘Rogan?’ he said softly. ‘Rogan?’
He waited, watching Rogan’s lips move almost soundlessly. He sighed at last and asked Weston, ‘Can you do anything for him?’
‘Cure him,’ Weston said confidently. ‘Electroshock treatments. They’ll make him forget what happened to him in that place. He’ll be all right.’
‘I didn’t know electroshock amnesia was permanent.’
Weston blinked at Hawks. ‘He may need repetitive treatment now and then, of course.’
‘At intervals for the remainder of his life.’
‘That’s not always true.’
‘But often.’
‘Well, yes …’
‘Rogan,’ Hawks was whispering. ‘Rogan, I’m sorry.’
‘An dark … an dark … It hurt me and it was so cold … so quiet I could hear myself …’

2.
‘There’s only one entrance into the thing. Somehow, our first technician found it, probably by fumbling around the periphery until he stepped through it. It is not an opening in any describable sense; it is a place where the nature of this formation permits entrance by a human being, either by design or accident. It cannot be explained in more precise terms, and it can’t be encompassed by the eye or, we suspect, the human brain. Three men died to make the chart which now permits other men, who follow the chart by dead reckoning like navigators in an impenetrable fog, to enter the formation. Other men have died to tell us the following things about its interior:
‘A man inside it can be seen, very dimly, if we know where to look. No one knows, except in the most incoherent terms, what he sees. No one has ever come out; no one has ever been able to find an exit; the entrance cannot be used for that purpose. Non-living matter, such as a photograph or a corpse, can be passed out from inside. But the act of passing it out is invariably fatal to the man doing it. That photo of the first volunteer’s body cost another man’s life. The formation also does not permit electrical signals from its interior. That includes a man’s speaking intelligibly inside his helmet, loudly enough for his RT microphone to pick it up. Coughs, grunts, other non-informative mouth-noises, are permissible. An attempt to encode a message in this manner failed.
‘You will not be able to maintain communication, either by broadcast or along a cable. You will be able to make very limited hand signals to observers from the outpost, and you will make written notes on a tablet tied to a cord, which the observer team will attempt to draw back after you die. If that fails, the man on the next try will have to go in and pass the tablet out by hand, if he can, and if it is decipherable. Otherwise, he will attempt to repeat whatever actions you took, making notes, until he finds the one that killed you. We have a chart of safe postures and motions which have been established in this manner, as well as of fatal ones. It is, for example, fatal to kneel on one knee while facing lunar north. It is fatal to raise the left hand above shoulder height while in any position whatsoever. It is fatal past a certain point to wear armour whose air hoses loop over the shoulders. It is fatal past another point to wear armour whose air tanks feed directly into the suit without the use of hoses at all. It is crippling to wear armour whose dimensions vary greatly from the ones we are using now. It is fatal to use the hand motions required to write the English word “yes,” with either the left or right hand.
‘We don’t know why. We only know what a man can and cannot do while within that part of the formation which has been explored. Thus far, we have a charted safe path and safe motions to a distance of some twelve metres. The survival time for a man within the formation is now up to three minutes, fifty-two seconds.
‘Study your charts, Barker. You’ll have them with you when you go, but we can’t know that having them won’t prove fatal past the point they measure now. You can sit here and memorize them. If you have any other questions, look through these report transcriptions, here, for the answers. I’ll tell you whatever else you need to know when you come down to the laboratory. I’ll expect you there in an hour. Sit at my desk,’ Hawks finished, walking quickly towards the door. ‘There’s an excellent reading light.’

Tabella riassuntiva

Un libro morboso sulla morte e sul valore degli individui! L’artefatto alieno appare solo dopo metà romanzo!
L’artefatto è affascinante e le buone idee ci sono. I personaggi chiacchierano a vuoto per la maggior parte del libro.
Perlomeno i personaggi sono ben mostrati! Dialoghi teatrali fino all’inverosimile.
Prosa sciatta.

(1) Oltre ad essere la cosa più cheesy del mondo, quasi al pari delle partite a scacchi tra protagonista e antagonista dove a un tratto uno dei due dichiara con occhi gelidi: “scacco matto”, lo trovo abbastanza inverosimile. Chi ti aspetti che sia in grado di citare a memoria brani di Shakespeare che non siano tra i più famosi? Eppure qui abbiamo non due studiosi di letteratura, bensì uno scienziato e uno sportivo.
Certo: chiunque può avere gli hobby più disparati. Un paracadutista potrebbe anche essere un amante dell’opera wagneriana. Ma quante probabilità ci sono che entrambi siano amanti del teatro elisabettiano al punto da impararsi a memoria passaggi delle tragedie di Shakespeare? Sul serio, Budrys?

(2) Forse questa è una bias della gente dell’Est Europa, perché un altro scrittore che tendeva sempre al dialogo barocco e ai personaggi teatrali era Conrad. Provate a leggere romanzi come La follia di Almayer, o Un reietto delle isole, o Sotto gli occhi dell’Occidente: metà del cast sembra epilettico.

I Consigli del Lunedì #42: The Moon Is A Harsh Mistress

The Moon Is A Harsh MistressAutore: Robert A. Heinlein
Titolo italiano: La Luna è una severa maestra
Genere: Science Fiction / Hard SF / Politico
Tipo: Romanzo

Anno: 1966
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 380 ca.

Difficoltà in inglese: ***

There ain’t no such thing as a free lunch.

Nel XXI secolo la Luna è diventata una colonia penale. Una prigione che non ha bisogno di sbarre né di molte guardie, perché fuggire è impossibile: pochi possono permettersi di pagare il passaggio sulle navi merci che transitano mensilmente; e soprattutto, dopo pochi mesi di permanenza sulla Luna, la bassa gravità opera sull’organismo cambiamenti irreversibili che rendono insopportabile la gravità terrestre. Sotto l’occhio vigile dell’Autorità Lunare, i Lunatici si sono costruiti la propria società, scavando intere città sotterranee e trattando lo sterile suolo terrestre in modo da convertirlo in acqua e grano. Una quota del grano prodotto viene mensilmente venduta all’Autorità, proprietaria di una catapulta con cui viene spedito nello spazio e giù sulla Terra.
Manuel non si è mai interessato di politica. Nato sulla Luna da nonni deportati, è fiero di essere un Lunatico, ma conduce una vita tranquilla come tecnico del super-computer che coordina tutte le attività amministrative a Luna City. Manuel è anche l’unico ad essersi accorto che un bel giorno il computer è diventato autocosciente; l’ha chiamato Mike ed è diventato il suo unico amico. Ma una sera del 2075, per fare un favore a Mike, Manuel si trova suo malgrado invischiato in una protesta dei Lunatici contro il monopolio dell’Autorità. E ben presto capirà che in gioco c’è il futuro stesso dei Lunatici e delle risorse lunari. O la Luna diventerà indipendente e libera dalla Terra, o sono condannati a un futuro di carestia e schiavitù… e Manuel potrebbe avere in mano la carta vincente per decidere le sorti della rivolta.

The Moon is a Harsh Mistress, o: piccolo manuale del rivoluzionario pragmatico. Il Consiglio di oggi non avrebbe certo bisogno di presentazioni; Robert Heinlein è uno dei Big Three della fantascienza della Golden Age, e questo è uno dei suoi romanzi più famosi, dopo (o accanto a?) Starship Troopers e Stranger in a Strange Land. Ma mentre alcuni dei suoi romanzi più celebri – compresi i due summenzionati – negli ultimi anni sono stati riportati nelle librerie italiane, dalla Mondadori e dalla Fanucci, La Luna è una severa maestra è rimasto relegato alle ristampe Urania. Un trattamento ingiusto. Dopo il Consiglio su Clarke e quello su Asimov, dunque, è giunto il momento di chiudere il cerchio con questo classico (non molto letto in Italia) di Heinlein.
Come potrebbe un piccolo satellite come la nostra Luna ribellarsi con successo alla Terra e conquistare l’indipendenza? Quali tattiche dovrebbe adottare, come dovrebbe organizzarsi? The Moon Is A Harsh Mistress ci racconta tutte le fasi della rivoluzione lunare – dai primi germi, alla preparazione, all’esecuzione, all’esito finale. Ma Moon è anche un’opera di Hard SF, e anche un romanzo d’azione; e a tratti diventa anche un trattato di filosofia politica. Vediamo come il buon vecchio Anson ha tenuto tutto insieme.

Brass cannon

Un cannone di ottone. Uno dei simboli del romanzo, infatti Heinlein originariamente avrebbe voluto intitolarlo “The Brass Cannon” (fortunatamente gli fu impedito di commettere questa pazzia).

Uno sguardo approfondito
Immaginate di essere andati a bere qualcosa con un amico che non vedevate da tempo. Seduti a un tavolo, boccale di birra davanti, il vostro amico vi racconta la storia della sua vita e voi, pazienti, lo ascoltate. Ecco: questa è esattamente la sensazione che lascia il narratore di Heinlein. The Moon is a Harsh Mistress, come molti altri dei suoi romanzi, è raccontato in prima persona e al passato remoto dal protagonista Manuel O’Kelly-Davis. Dico “raccontato” non a caso, perché per trovare delle scene mostrate decentemente in tutto il romanzo bisogna andare a cercarle col lanternino.
Tutto il romanzo è pesantemente filtrato dal punto di vista di Mannie, che non si fa problemi a commentare, fare del sarcasmo, lanciarsi in digressioni su questo o quello. A descrizioni dettagliate di alcune scene chiave, seguono riassunti sbrigativi di giorni o anche settimane di avvenimenti. Gli infodump sono spiattellati in faccia al lettore senza tanti problemi: per esempio, all’inizio del romanzo il protagonista va a incontrare Mike, e subito si lancia in un lungo excursus sulla natura del super-computer e sulla storia di come abbia scoperto che era senziente e come sono diventati amici. Solo il tono frizzante e sopra le righe della voce narrante, e il fatto che di norma queste digressioni siano interessanti, ti fa resistere alla tentazione di lanciare il libro dalla finestra.

Insomma, l’impostazione narrativa ricorda tanto quella di un romanzo tardo-ottocentesco alla Henry James o Thackeray, non fosse per il fatto che il pov-narratore è troppo arrogante e dalla parlata troppo slang per confonderlo coi libri di quell’epoca. Ma oltre all’immersione – più che calarci direttamente negli avvenimenti della storia, ci sembra di essere di fronte a uno che ce li racconti – ne risente anche il ritmo della narrazione: a parti adrenaliniche in cui succedono cose e seguiamo concitatamente l’azione, seguono pagine e pagine di spiegoni sospesi nel tempo.
E a questo si aggiungono alcune scelte poco chiare di Heinlein nella gestione dei tempi. Un momento critico e anticipato per un centinaio di pagine, come il golpe dei ribelli sul governo lunare, è liquidato in poche pagine raccontate con grande distacco, mentre pagine e pagine sono dedicate a discussioni inconcludenti tra il protagonista e il Professore (il volto pubblico della rivolta lunare) sul pensiero anarchico.

Chiacchiere da bar

“E ti dicevo, no, di quando ho liberato la Luna dalle ingerenze terrestri…”

Non aiuta la caratterizzazione dei personaggi: The Moon is a Harsh Mistress presenta il tipico spaccato di figure piatte e stereotipate di quasi tutti i romanzi di Heinlein. Wyoming Knott, la bella rivoluzionaria che sedurrà il protagonista convincendolo così a unirsi alla causa, è la classica eroina heinleiniana, forte di carattere ma troppo idealista, indipendente ma sotto sotto ansiosa di essere posseduta da un uomo forte; il Professor de la Paz è il vecchio saggio, indurito e reso cinico da anni di lotte e angherie, ma determinato a fare del mondo un posto migliore. Gli altri personaggi, si fa fatica persino a ricordarseli. Lo stesso protagonista, benché col suo sarcasmo e la sua schiettezza sia un piacevole compagno di viaggio per le quasi 400 pagine del romanzo, è il tipico alter-ego heinleiniano: un uomo pragmatico e moderatamente egocentrico, disposto a cambiare il mondo quel tanto da garantirsi una vita in cui farsi serenamente i cazzi propri e campare cent’anni. Del resto, Heinlein sembra più preoccupato di far dire ai suoi personaggi battute a effetto e scambi brillanti, piuttosto che costruire una psicologia credibile.
Il personaggio più interessante alla fin fine è proprio il super-computer Mike, sorta di bambino prodigio che mescola una conoscenza enciclopedica dell’universo e una capacità di ragionamento sovrumana con un’incredibile ingenuità per le sottigliezze dell’animo e del linguaggio umano. Una sorta di HAL9000 ‘buono’, ma da approcciare con cautela per evitare di essere fraintesi. E’ stimolante vedere come Heinlein gestisca il rapporto tra l’intelligenza artificiale e i protagonisti umani, e come Mike “evolva” nel tempo in conseguenza di queste interazioni.

All in all, comunque, l’impressione è che, anche se fossero stati mostrati nei loro gesti e nelle loro azioni, invece che raccontati piattamente dal narratore, i personaggi di The Moon is a Harsh Mistress non sarebbero migliorati di molto. Discorso diverso per il worldbuilding, in cui Heinlein ha fatto un lavoro magistrale. La società lunare appare fin dalle prime pagine come qualcosa di molto diverso da quella terrestre, in ragione della sua storia (il fatto, cioè, di essere nata come colonia penale per ergastolani) e della sua scarsità di risorse (dal cibo alle persone). Farò giusto un paio di esempi.
Morire sulla Luna è facile, basta essere gettati fuori da un portellone dell’aria nel vuoto. Poiché la vita individuale è così a rischio, e in conseguenza della scarsità di popolazione lunare, i Lunatici hanno evitato di estinguersi organizzandosi in veri e propri clan familiari, all’interno dei quali vige il matrimonio di gruppo. In un line marriage, tutti i mariti e le mogli sono sposati tra di loro, e di conseguenza condividono tutte le responsabilità (dall’amministrazione delle finanze all’allevamento dei figli) e prendono insieme tutte le decisioni; quando un figlio raggiunge l’età adulta potrà sposarsi, abbandonando la famiglia originaria ed entrando in matrimonio di gruppo in un’altra famiglia.
In conseguenza della scarsità di donne nella società lunare originaria – quando ancora era soltanto un carcere – il gentil sesso era una risorsa preziosa. Di conseguenza, la donna ha acquisito un potere incredibile nella società. Nessun uomo oserebbe mai provarci con una che non ci sta, perché alla minima manifestazione di insofferenza di lei, il pugno di uomini più vicino potrebbe acchiappare il “molestatore” e mandarlo al creatore schiaffandolo fuori da un portellone. E all’interno dei matrimoni di gruppo, il voto delle donne conta quanto quello degli uomini. Insomma, una donna dovrebbe essere piuttosto contenta di vivere sulla Luna.

My nose itches

La vita sulla Luna può essere davvero dura.

Le città della Luna sono enormi complessi sotterranei di sale e corridoi organizzati a livelli, in cui perdersi è facilissimo. I Lunatici sopravvivono del suolo lunare attraverso culture idroponiche e altre complicate trasformazioni molecolari, mediante macchinari direttamente posseduti dalle famiglie. Lungi dall’essere importatori, i Lunatici esportano grano, sparandolo periodicamente sulla Terra da una catapulta di proprietà dell’Autorità Lunare. E proprio il possesso di questa catapulta diventerà il pomo della discordia tra Lunatici e Autorità e scatenerà la rivoluzione lunare.
A fronte di tutte queste belle idee, quindi, è un vero peccato che la storia sia tutta raccontata e che “vediamo” così poco. Le peculiarità antropologiche delle società lunari sono affidate agli spiegoni del protagonista, e anche delle affascinanti città della Luna vediamo ben poco: descrizioni fisiche degli ambienti ci sono solamente quando sono strettamente funzionali alla trama, come un inseguimento tra i cunicoli sotterranei o un assalto della fanteria terrestre alle città (1). Per la maggior parte del romanzo, sembra che i personaggi si muovano nel vuoto o quasi.

Ma il tratto in assoluto più interessante del romanzo è sicuramente ascoltare Heinlein che ci spiega come si fa la rivoluzione. Con un approccio da realpolitik che mi ha ricordato Tecnica del colpo di stato di Curzio Malaparte, Heinlein ci spiega che per rovesciare con successo un governo gli ideali di partenza non contano una mazza; ciò che conta è un’organizzazione efficiente e una strategia rigorosa. Nel corso della storia l’autore toccherà tutti i temi, da come si debbano strutturare le cellule del partito per limitare i danni in caso si venga scoperti, a come prendere il controllo dei punti chiave del governo da rovesciare, a come gestire la propaganda o i negoziati col nemico, fino a come gestire una vera e propria guerra.
L’esecuzione delle varie parti del piano è affascinante, e soprattutto traspare l’idea di quanto sia complicato, e improbabile anche nel migliore degli scenari possibili, avere successo. Qualunque siano le simpatie politiche personali (e le mie non collimano certo con quelle di Heinlein), e nonostante la difficoltà tecnica di immedesimarsi nei ribelli protagonisti, dopo un po’ non si può non simpatizzare per il piccolo Davide-Luna nella sua lotta per trionfare quel Golia che è la Terra. Così come è interessante vedere come il protagonista passi dalla frase con cui si presenta al lettore – My old man taught me two things: ‘Mind own business’ and ‘Always cut cards.’ Politics never tempted me” – a diventare uno degli organizzatori della rivoluzione. L’unico rammarico è forse che per Heinlein le possibilità di riuscita da parte di una società piccola come quella lunare è davvero così bassa, da far dipendere tutto il piano dei ribelli su un asso nella manica veramente sgravo: l’amicizia con il super-computer che amministra praticamente l’intero satellite. Così sembra quasi troppo “comodo”!

French revolution

La rivoluzione è crudele.

E’ comunque un bene che Heinlein abbia una visione così pragmatica della tecnica del golpe, perché quando si butta nella teoria politica viene da piangere. Tra le dissertazioni del Professor de la Paz e le riflessioni del protagonista, un sacco di pagine sono buttate in una celebrazione del liberismo e dello Stato anarchico che dopo i disastri del 2007-2008 sono assai difficili da prendere sul serio (“ah! Se i governi non si immischiassero e lasciassero che il mercato si autoregolasse negli scambi fra i privati, starebbero tutti meglio! Ah, solo i deboli hanno bisogno dello Stato, gli uomini davvero in gamba si assumono la responsabilità delle proprie azioni!”). Questi passaggi sono resi ancora più sgradevoli dal fatto che, proprio per lo stile pesantemente raccontato, queste teorie e la loro validità non passano come le convinzioni personali di alcuni personaggi, quanto come un dato di fatto sancito dal Narratore.

The Moon is a Harsh Mistress, insomma, è un romanzo geniale nelle idee benché povero nell’esecuzione – anche se, vale la pena dirlo, è pur sempre diverse spanne sopra i veri inetti della prosa, come Clarke o Poul Anderson. La vastità degli argomenti toccati – dal calcolo della traiettoria dei proiettili lanciati dalla Luna a una lezione sulla finanza lunare, dal funzionamento dei matrimonio di gruppo agli effetti della gravità lunare sulla struttura muscolare umana – da sola la dice lunga sulla cura e la serietà messe da Heinlein nello scrivere questo libro.
Se non avete mai letto Heinlein, questo è (come Starship Troopers o Stranger in a Strange Land) un ottimo punto di partenza. Se l’avete letto e vi piace il suo stile, e per qualche strana ragione non avete ancora provato The Moon is a Harsh Mistress, correte a farlo. Se Heinlein invece vi dà il voltastomaco (reazione comprensibile), be’… questo libro è puro Heinlein 100%, quindi statene alla larga. Quanto a me, in futuro mi piacerebbe tornare su Heinlein, magari toccando un romanzo meno conosciuto: la sua bibliografia è sterminata, e materiale di buona qualità non manca. Vediamo intanto le reazioni a questo articolo.

Dove si trova?
Come potete immaginare, non è difficile procurarsi una copia digitale di quest’opera. Edizioni ePub di The Moon Is A Harsh Mistress si trovano sia su Library Genesis che su BookFinder, mentre su Emule potrete scaricarvi la traduzione italiana (La Luna è una severa maestra).

Su Heinlein
Ansioso di informarmi su uno degli scrittori ritenuti più importanti nella storia della fantascienza, nel corso degli ultimi due anni ho letto una decina abbondante di romanzi di Heinlein. Di seguito quelli che ho apprezzato di più – chissà, da uno di questi potrebbe nascere in futuro un Consiglio o una Bonus Track:
The Puppet Masters The Puppet Masters (Il terrore della sesta luna) è un classico dei romanzi d’invasione “tipo ultracorpi”: una navicella atterra in mezzo ai campi del Midwest, e in men che non si dica una progenie di lumaconi prende il controllo della popolazione locale. I lumaconi controllano le loro vittime attaccandosi al loro cervelletto, dopodiché si fingono umani normali e cominciano a diffondersi in modo sistematico… I protagonisti sono un pugno di agenti di un’organizzazione segreta della Difesa americana, e il romanzo racconta di come faranno a contenere l’invasione e quindi annientarla. I personaggi sono abbastanza bidimensionali, c’è molto machismo un po’ datato, nessuna ambiguità morale – ma la partita a scacchi tra i buoni e gli alieni cattivi è affascinante, e gestita con molta intelligenza. Un romanzo piacevole, nettamente superiore all’altro classico dell’invasione “tipo ultracorpi” – The Body Snatchers di Jack Finney.
Farmer in the Sky Farmer in the Sky (Pionieri dello spazio) è un romanzo per ragazzi, uno dei cosiddetti “Heinlein’s Juveniles”. La trama è molto semplice: racconta di un ragazzo che, non avendo prospettive sulla Terra, decide di emigrare sul padre nelle prime colonie su Ganimede, una delle lune di Giove. Ma la vita su Ganimede è dura, la voglia di mollare tanta. C’è una cosa di questo romanzo che me lo rende caro – la sincerità del messaggio che Heinlein lancia ai suoi lettori: nella vita nulla arriva gratis, se vuoi qualcosa devi darti da fare, con intelligenza e determinazione; se molli (per codardia, o pigrizia) perderai il rispetto di te stesso. Il tutto mostrato con molta efficacia. Per me Farmer in the Sky è il migliore degli Heinlein’s Juveniles.
The Door into Summer The Door Into Summer (La porta sull’estate) sembra il sogno bagnato di un’ingegnere mischiato a un romanzo sui viaggi nel tempo. Daniel Davis è il geniale inventore di una serie di automi per le faccende domestiche che hanno rivoluzionato il mercato, ma oggi è un uomo finito: la sua ex-amante e il suo partner d’affari l’hanno truffato e buttato fuori dalla compagnia. Amareggiato dalla vita, Davis decide di farsi criogenizzare assieme al suo unico caro – il suo gatto – per tornare a vivere in un futuro migliore; ma questo è solo l’inizio di una serie di avvenimenti rocamboleschi che lo porteranno a chiudere i conti con i due traditori. Il plot è melodrammatico e la dinamica dei viaggi nel tempo suona inverosimile, ma il protagonista è simpatico, la descrizione delle invenzioni deliziosa e l’interplay tra i personaggi (in particolare con il gatto!) ben riuscito. Il più dolce e meno pretenzioso dei romanzi di Heinlein.
Starship Troopers Starship Troopers (Fanteria dello spazio) non ha certo bisogno di presentazioni. Come tanti giovani della sua età Rico, appena diplomato, non sa cosa fare della propria vita; e più per emulazione che per reale convinzione, si arruola nell’esercito. Attraverso i suoi occhi, vivremo la vita militare in un mondo utopico in cui l’esercito ha assunto il controllo della Terra e la amministra con efficienza, dai boot camp per i cadetti ai campi di battaglia interstellari. Nonostante gli alti e bassi, un romanzo di formazione affascinante e ben scritto; incredibile pensare che sia stato scritto per un target Young Adult.
Stranger in a Strange Land Stranger in a Strange Land (Straniero in terra straniera), un altro dei romanzi più famosi della fantascienza, racconta le peripezie di Michael Valentine Smith, primo uomo nato ed educato su Marte, dopo il suo arrivo sulla Terra. A metà tra il romanzo d’avventura e il saggio antropologico, questo romanzo vuole mettere in luce le idiosincrasie della cultura occidentale attraverso gli occhi ingenui dell’uomo venuto da un altro pianeta. Nonostante alcune digressioni siano un po’ pesanti, questo è uno dei libri dove Heinlein ha trovato il miglior equilibrio tra narrazione e disquisizioni saggistiche. Assicuratevi di leggere la Uncut Version, che contiene un paio di centinaia di pagine in più rispetto alla versione tagliata che è circolata per decenni.
La produzione di Heinlein è in genere divisa in tre periodi cronologici. Tutte le opere che ho letto finora appartengono al Periodo Giovanile (fino a Starship Troopers) o al Periodo della Maturità (fino a The Moon is a Harsh Mistress). Ma visto che Heinlein mi è piaciuto, in futuro leggerò di sicuro anche qualcosa del Periodo Tardo (in particolare sono attratto da Time Enough for LoveFridayJob: A Comedy of Justice). Vi farò sapere che ne penso.

Qualche estratto
Il primo estratto, preso dall’inizio del libro, è la presentazione del personaggio di Mike da parte del protagonista, e dà subito un’idea del tono e del linguaggio colorito della voce narrante (ma anche della maniera in cui semina infodump a pioggia). Il secondo è invece un vivace dialogo tra il protagonista e la bella Wyoh, e tocca i temi caldi del libro: teoria e pratica della rivoluzione, l’organizzazione della famiglia di Mannie, il suo scetticismo pratico e la situazione politica terrestre. E’ un po’ lungo ma ha ritmo – e ne vale la pena.

1.
When Mike was installed in Luna, he was pure thinkum, a flexible logic—“High-Optional, Logical, Multi-Evaluating Supervisor, Mark IV, Mod. L”—a HOLMES FOUR. He computed ballistics for pilotless freighters and controlled their catapult. This kept him busy less than one percent of time and Luna Authority never believed in idle hands. They kept hooking hardware into him—decision-action boxes to let him boss other computers, bank on bank of additional memories, more banks of associational neural nets, another tubful of twelve-digit random numbers, a greatly augmented temporary memory. Human brain has around ten-to-the-tenth neurons. By third year Mike had better than one and a half times that number of neuristors.
And woke up.
Am not going to argue whether a machine can “really” be alive, “really” be self-aware. Is a virus self-aware? Nyet. How about oyster? I doubt it. A cat? Almost certainly. A human? Don’t know about you, tovarishch, but I am. Somewhere along evolutionary chain from macromolecule to human brain self-awareness crept in. Psychologists assert it happens automatically whenever a brain acquires certain very high number of associational paths. Can’t see it matters whether paths are protein or platinum.
(“Soul?” Does a dog have a soul? How about cockroach?)
Remember Mike was designed, even before augmented, to answer questions tentatively on insufficient data like you do; that’s “high optional” and “multi-evaluating” part of name. So Mike started with “free will” and acquired more as he was added to and as he learned—and don’t ask me to define “free will.” If comforts you to think of Mike as simply tossing random numbers in air and switching circuits to match, please do.

Super Mario on the Moon

Non c’entra niente ma DOVEVO metterla.

2.
 “Mannie, why do you say our program isn’t practical? We need you.”
Suddenly felt tired. How to tell lovely woman dearest dream is nonsense? “Um. Wyoh, let’s start over. You told them what to do. But will they? Take those two you singled out. All that iceman knows, bet anything, is how to dig ice. So he’ll go on digging and selling to Authority because that’s what he can do. Same for wheat farmer. Years ago, he put in one cash crop—now he’s got ring in nose. If he wanted to be independent, would have diversified. Raised what he eats, sold rest free market and stayed away from catapult head. I know—I’m a farm boy.”
“You said you were a computerman.”
“Am, and that’s a piece of same picture. I’m not a top computerman. But best in Luna. I won’t go civil service, so Authority has to hire me when in trouble—my prices—or send Earthside, pay risk and hardship, then ship him back fast before his body forgets Terra. At far more than I charge. So if I can do it, I get their jobs—and Authority can’t touch me; was born free. And if no work—usually is—I stay home and eat high.
“We’ve got a proper farm, not a one-cash-crop deal. Chickens. Small herd of whiteface, plus milch cows. Pigs. Mutated fruit trees. Vegetables. A little wheat and grind it ourselves and don’t insist on white flour, and sell—free market—what’s left. Make own beer and brandy. I learned drillman extending our tunnels. Everybody works, not too hard. Kids make cattle take exercise by switching them along; don’t use tread mill. Kids gather eggs and feed chickens, don’t use much machinery. Air we can buy from L-City—aren’t far out of town and pressure-tunnel connected. But more often we sell air; being farm, cycle shows Oh-two excess. Always have valuta to meet bills.”
“How about water and power?”
“Not expensive. We collect some power, sunshine screens on surface, and have a little pocket of ice. Wye, our farm was founded before year two thousand, when L-City was one natural cave, and we’ve kept improving it—advantage of line marriage; doesn’t die and capital improvements add up.
[…] But back to your plan, Wyoh: two things wrong. Never get ‘solidarity’; blokes like Hauser would cave in—because they are in a trap; can’t hold out. Second place, suppose you managed it. Solidarity. So solid not a tonne of grain is delivered to catapult head. Forget ice; it’s grain that makes Authority important and not just neutral agency it was set up to be. No grain. What happens?”
“Why, they have to negotiate a fair price, that’s what!”
“My dear, you and your comrades listen to each other too much. Authority would call it rebellion and warship would orbit with bombs earmarked for L-City and Hong Kong and Tycho Under and Churchill and Novylen, troops would land, grain barges would lift, under guard—and farmers would break necks to cooperate. Terra has guns and power and bombs and ships and won’t hold still for trouble from ex-cons. And troublemakers like you—and me; with you in spirit—us lousy troublemakers will be rounded up and eliminated, teach us a lesson. And earthworms would say we had it coming . . . because our side would never be heard. Not on Terra.”
Wyoh looked stubborn. “Revolutions have succeeded before. Lenin had only a handful with him.”
“Lenin moved in on a power vacuum. Wye, correct me if I’m wrong. Revolutions succeeded when—only when—governments had gone rotten soft, or disappeared.”
“Not true! The American Revolution.”
“South lost, nyet?”
“Not that one, the one a century earlier. They had the sort of troubles with England that we are having now—and they won!”
“Oh, that one. But wasn’t England in trouble? France, and Spain, and Sweden—or maybe Holland? And Ireland. Ireland was rebelling; O’Kellys were in it. Wyoh, if you can stir trouble on Terra—say a war between Great China and North American Directorate, maybe PanAfrica lobbing bombs at Europe, I’d say was wizard time to kill Warden and tell Authority it’s through. Not today.”
“You’re a pessimist.”
“Nyet, realist. Never pessimist. Too much Loonie not to bet if any chance. Show me chances no worse then ten to one against and I’ll go for broke. But want that one chance in ten.”

Tabella riassuntiva

Ti spiega come si fa la rivoluzione! E’ tutto raccontato!
Rigoroso worldbuilding di una società lunare autosufficiente. Infodump a pioggia e ritmo altalenante.
Il destino dei ribelli lunari è incerto fino all’ultimo. Personaggi stereotipati.
Voce narrante frizzante e piacevole. Ti ingozza a forza di dottrine politico-economiche assai discutibili.

(1) L’unica eccezione importante sta nel linguaggio. Sia nei dialoghi, sia nel parlato stesso della voce narrante, Heinlein fa uso di una grammatica strana, dai periodi spezzati, in cui spesso gli articoli come the o i pronomi personali vengono omessi. Al contempo, i Lunatici usano un gergo tutto loro che mischia le lingue più diverse, come il buffo termine ‘dinkum thinkum’ adottato da Manuel per indicare Mike o l’abbondanza di parole di origine russa (‘nyet’, ‘tovarish’…). Questo mix sarebbe una conseguenza del melting pot di razze che hanno caratterizzato la colonia penale lunare fin dalle origini.
Heinlein, insomma, crea un linguaggio personalizzato a scopo narrativo alla maniera di Burgess in Arancia Meccanica, anche se senza spingersi così in là. Il risultato è piacevole, anche se non sempre facile da seguire in inglese. Bravo Robert.

I Consigli del Lunedì #40: West of Eden

West of EdenAutore: Harry Harrison
Titolo italiano: L’era degli Yilanè
Genere: Science-Fantasy / Ucronia
Tipo: Romanzo

Anno: 1984
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 490 ca.

Difficoltà in inglese: ***

What was to come would be a clash such as this world had never seen.
A savage battle between two races who were united in only one thing; their absolute hatred of one for the other.

Da grande, Kerrick sarà un vero cacciatore come suo papà Amahast. Insieme agli altri cacciatori della tribù di cui Amahast è a capo, il piccolo Kerrick è sceso alle coste meridionali, dove fa caldo, per fare scorta di cibo per l’inverno. Finché un giorno sulla costa non approdano delle strane creature, con l’aspetto di rettili ma che camminano come uomini, a bordo di un’orribile nave senziente. Sono gli Yilané. E sono venuti a prendersi questa terra.
Per millenni gli Yilané hanno dominato incontrastati nel Vecchio Mondo, trincerati nelle loro gigantesche città bioingegnerizzate. Ma ora le cose stanno cambiando: è in arrivo una nuova Glaciazione, e la morsa del gelo rende inospitali le loro terre. L’ambiziosa Vainté è stata incaricata dalla signora di Inegban di viaggiare verso climi più caldi, nel Nuovo Mondo, e lì preparare una nuova città che possa accogliere gli Yilané del Vecchio quando il freddo sarà diventato intollerabile. Ma gli uomini non sono pronti a cedere la propria casa a quegli esseri repellenti venuti dal mare. Nel Nuovo Mondo sta per scatenarsi una guerra come questo pianeta non ne ha mai viste.

Quando ero piccolo anche a me, come a tutti quelli della mia generazione, piacevano da matti i dinosauri. Alle elementari inventavo e scrivevo storie su dinosauri umanoidi e intelligenti. Crescendo grazie al cielo ho smesso, ma in compenso non ho mai smesso di trovare affascinante la domanda: cosa sarebbe successo se i dinosauri non si fossero mai estinti, e se anzi avessero avuto a disposizione trecento milioni di anni di tempo per evolvere? I mammiferi superiori sarebbero mai nati, e ci sarebbe l’uomo? E se sì, come convivrebbero queste due specie intelligenti? West of Eden è una possibile risposta a queste domande.
Harry Harrison immagina un mondo alternativo in cui l’estinzione di massa al termine del Cretaceo non è mai avvenuta, e quindi i rettili, e non i mammiferi, hanno ereditato la Terra. Nel corso di centinaia di migliaia di anni, gli Yilané hanno costruito una civiltà avanzatissima da una sponda all’altra del continente eurasiatico, mentre una forma di essere umano ha visto la luce nelle Americhe. L’Oceano Atlantico ha tenuto le due specie divise per tutto questo tempo e ignare le une delle altre. Ora, per la prima volta, le due specie stanno per entrare in contatto – West of Eden racconta quello che succede dopo. Il romanzo ha conosciuto anche un breve momento di celebrità in Italia negli anni ’90, col nome “L’era degli Yilané” – molti trentenni di mia conoscenza lo venerano come un libro di culto – ma oggi sta cadendo nel dimenticatoio. E’ dunque mio preciso dovere riportare questa piccola perla alla vostra attenzione.

Jesus Raptor

E’ andata così. Circa.

Uno sguardo approfondito
West of Eden è la storia di uno ‘scontro di civiltà’. E per raccontare al meglio questo scontro, Harrison fa una scelta interessante: prende come protagonisti un essere umano e una Yilané, alternando le vicende dell’uno e dell’altra, e quindi i punti di vista dell’una e dell’altra specie. Da una parte il piccolo Kerrick, che viene catturato dagli Yilané all’inizio del romanzo e condotto nella loro nuova colonia come prigioniero e oggetto di studio; dall’altro Vainté, la governatrice in carica della nuova colonia, con sulle spalle il compito di far crescere la città e sterminare la potenziale minaccia degli umani nativi.
Il risultato, è un’ambientazione e un’atmosfera che hanno pochi eguali nella narrativa fantastica. Sulle fondamenta di un romanzo ‘preistorico’, con protagoniste piccole tribù nomadi che si muovono tra giungle e pianure, sul tipo della saga Earth’s Children di Jean Auel o di The Inheritors di Golding, si innesta il mondo tecnologico degli Yilané, con tutte le sue storie di ambizione, gerarchia sociale, lotte politiche intestine, manipolazioni di DNA. Storie di caccia da una parte, discussioni di urbanistica dall’altra. E a questo si aggiunge il sapore tutto particolare dell’inversione: nel mondo di Harrison, noi uomini siamo la civiltà arretrata, i ‘negri’ di turno; la specie avanzata sono le lucertole.

Parlando di Kerrick e Vainté ho detto semplicemente “protagonisti” e non “personaggi pov”, ahimè, per una ragione: a Harrison sembra sfuggire completamente – e non solo qui, ma in tutti i suoi romanzo – il concetto di ‘punto di vista’. In West of Eden, la telecamera vive di vita propria e si sposta di luogo in luogo, di testa in testa ogni poche pagine. Il principio è: chiunque sia nel raggio visivo o mentale dell’attuale pov, potrebbe diventare in quasiasi momento il nuovo pov. Abbiamo quindi le tipiche scene da mal di mare in cui si fa fatica a capire chi stia pensando o vedendo cosa perché la telecamera passa da un personaggio all’altro senza fissarsi a lungo su nessuno.
Abbondano naturalmente i pov usa-e-getta, usati per poche scene o anche una sola volta, in contesti in cui i normali punti di vista di tre o quattro personaggi chiave sarebbero stati sufficienti. Certe scelte sono particolarmente esilaranti nella loro inutilità, come il pov che a un certo punto va per poche righe su una tigre dai denti a sciabola (!), giusto il tempo di far guardare alla suddetta tigre un altro personaggio (umano) e poi passare la telecamera al personaggio suddetto. O ancora, nella seconda metà del libro, all’inizio di un capitolo, viene introdotto il pov di un ragazzino della tribù, con tutto il suo vissuto di sogni, paure, aspirazioni personali, solo per fargli fare una piccola scoperta che porta avanti la trama. Il ragazzino, inutile dirlo, non apparirà più nelle restanti centocinquanta pagine di romanzo.

Tigre dai denti a sciabola

“Mi sembra… mi sembra di vedere… un personaggio-pov!”

Non ci sono dubbi che a tenere la telecamera in mano per tutto il libro sia il Narratore Onnisciente. A volte la sua presenza si fa addirittura (e inutilmente) esplicita, con commenti su cose di cui il pov del momento non potrebbe mai rendersi conto. Ecco per esempio un passaggio con protagonista Kerrick: “If he had been of an introspective turn of mind, he might have compared the movement of the Yilané in their city to that of the ants in their own cities beneath the ground”. Ma nel caso non fossimo del tutto convinti che questo non è il pov di Kerrick, poco oltre l’autore ci tiene a toglierci ogni dubbio: “Not an exact analogy, but a close one that he never even considered”. Grazie, Harry, di questa preziosa precisazione.
La conseguenza di questa gestione criminale del pov è la solita che ormai conosciamo bene: il distacco del lettore. Entrare negli occhi e nella testa di tutti questi personaggi è come non entrare nella testa di nessuno, e infatti leggendo West of Eden sembra di essere un uccello che guarda dall’alto quello che succede, senza farsi coinvolgere. Le emozioni e i pensieri dei personaggi ci vengono continuamente raccontati, anche se quando vuole Harrison sa farli gesticolare in modo efficace. I dialoghi indiretti abbondano, così come i riassuntini di giorni e mesi di avvenimenti. Anche momenti cruciali come le battaglie campali tra le due specie finiscono per essere raccontate succintamente e senza interesse, come in questo passaggio di troisiana mestizia:

The slaughter was terrible, far worse than that of the day before. The hunters fired and fired and screamed with joy as they did. The Yilanè above them were brought down, the corpses of their towering mounts falling and slithering into the deadly chaos below.
[…] Twice more they ambushed the murgu. Twice more trapped them, killed them, disarmed them. And fled. The sun was dropping towards the horizon then as they stumbled up the trail.

Ma questo è il modo in cui Flaubert descriveva le battaglie campali nel suo Salammbò. Da allora alla pubblicazione di West of Eden sono passati quasi centocinquant’anni: non è concepibile che non ci sia stato un progresso.

Dinosauri Noè

Consoliamoci con un’altra presa per il culo dei dinosauri.

Il distacco del lettore è una delle cose peggiori che possa accadere in un romanzo. Il lettore si sente meno coinvolto, si annoia e si distrae più facilmente, e può finire col ritenere la lettura del libro una perdita di tempo. E se questo è già un problema in un romanzo ambientato ai giorni nostri, figurarsi in un setting esotico come quello di West of Eden, in cui il lettore deve spendere più energie (a livello di immaginazione, sforzo intellettuale, emotivo) per immergersi. Se sto raccontando la storia di Mario, neolaureato in lettere che studia per il concorso pubblico da insegnante, posso anche scrivere alla cazzo di cane, e ugualmente il lettore non farà fatica a mettersi nei suoi panni, e a gioire e soffrire con lui (circa).
Ma nel romanzo di Harrison non c’è niente di familiare. Da una parte abbiamo i Tanu che, pur essendo innegabilmente esseri umani, sono però cacciatori-raccoglitori preistorici, con cui non condividiamo molto né come habitat, né come cultura, né come sogni. Dall’altra, abbiamo creature completamente aliene, rettili umanoidi con un modo di pensare, parlare e vivere che non ha molto a che vedere col nostro. Solo una gestione impeccabile del punto di vista e del mostrato potrebbe riuscire a farci percepire come *nostri* i sogni e le paure di queste due specie. Harrison non si pone neanche il problema, e il risultato è che si rimane abbastanza freddi anche quando vediamo i poveri umani massacrati a dozzine.

Il che è un peccato, perché nei personaggi principali di West of Eden c’era molto potenziale. Prendiamo Vainté, la leader degli Yilané coloni. Vainté è caratterizzata da una grande intelligenza, un’ambizione sfrenata e un odio viscerale per tutto ciò che si frappone fra lei e i suoi obiettivi. Da una parte, Vainté sta costruendo la città di Alpe’Asak per il bene della sua gente, per dare il suo contributo al futuro degi Yilané; ma dall’altro, odia il pensiero che un giorno, quando tutti gli abitanti del Vecchio Mondo si saranno spostati nel Nuovo, la governatrice della lontana Inegban la spodesterà e prenderà il posto di comando che le spetta. Per tutto il romanzo, Vainté lavorerà per perseguire il suo doppio obiettivo: far prosperare la città – e quindi ricevere i plausi di Inegban – ma preparare il terreno per non perdere il posto quando il trasferimento sarà effettivo. Al tempo stesso, Vainté prova un disprezzo sconfinato per i disgustosi “ustuzou” – così gli Yilané chiamano i mammiferi – ma una certa ambivalenza e un senso di protezione verso Kerrick, l’umano che ha imparato i costumi e il modo di fare della sua gente. Tutti questi livelli di conflitto (interiore, verso la sua gente, verso gli umani) fanno di Vainté un personaggio assai complesso e interessante.
Anche in Kerrick c’è grande potenziale. E’ l’umano che viene allevato dai rettili; che a mano a mano che impara il linguaggio e la mentalità degli Yilané, perde il ricordo della sua vita da Tanu. Il dramma di Kerrick è quello di non avere più un’identità, non sapere più che cos’è, e quindi non avere più un posto nel mondo. E poi ci sono i personaggi secondari, come Stallan, la spietata comandante dei cacciatori Yilané, che ha giurato alla sua gente che non si fermerà fino a che non avrà estirpato fino all’ultimo essere umano dalla faccia della terra; o Enge, sorella di nidiata di Vainté e Yilané ribelle, che con alcuni compagni ha fondato una religione della non violenza ed è per questo caduta in disgrazia. Tutti questi personaggi, per fortuna, sono sufficientemente interessanti da sopperire alla povertà della prosa di Harrison.

Rettiliani

Ma la cosa più bella di West of Eden è certamente l’ambientazione. Con gli Yilané, Harrison è riuscito a creare una razza davvero aliena. Gli Yilané, per cominciare, non sanno mentire. Il loro linguaggio non è semplicemente un movimento delle corde vocali: ogni parola è fatta anche di movimenti (della testa, delle braccia, del collo) e del tingersi di alcune parti del corpo di certi colori, cosicché ogni conversazione è una danza. Parlare significa esprimere a voce alta ciò che si sta pensando in quel momento, cosicché non si può dire una bugia; l’unico modo che gli Yilané conoscono per celare i propri pensieri, è stare perfettamente immobile e guardare fisso. Se si muovessero, i loro movimenti tradirebbero i loro pensieri e il loro stato d’animo. In conseguenza di ciò, quella degli Yilané è una società estremamente conformista e conservatrice; i cambiamenti sono visti con fastidio e scetticismo; il bene della società prevale sempre su quello del singolo.
Ancora: a causa di questa natura ‘collettivista’, il singolo Yilané non può vivere al di fuori della società. Chi, per un crimine o una mancanza, viene esiliato dalla città, viene stroncato da infarto per lo shock o muore d’inedia pochi giorni dopo. Ancora: poiché nella loro specie sono i maschi a covare le uova, quella Yilané è una società femminista. Solo le femmine della specie godono di pieni diritti, possono muoversi liberamente per la città e rivestire posizioni di comando; gli uomini, creature grasse e torpide, vengono tenuti chiusi in degli harem per proteggerli dai pericoli esterni. Ancora: gli Yilané hanno sviluppato un’avanzatissima tecnologia della manipolazione genetica, ma non usano il fuoco. Di conseguenza, tutti i loro congegni (dall’architettura delle città ai mezzi di trasporto alle armi) sono creature vive e manipolate per servire a uno scopo, mentre non sono capaci di lavorare i metalli. Questo fa sì che la loro tecnologia sia un misto di avanzatissimo – la loro civiltà non conosce malattie perché le hanno debellate tutte a suon di eugenetica – e obsoleto – i loro eserciti ricordano quelli della nostra prima età moderna.

Altrettanto affascinante e ben riuscito è il modo in cui Harrison fa interagire tra loro le due specie – che poi sarebbe il perno del romanzo. Da un lato, Harrison evita di cadere nella morale buonista del “siamo tutti fratelli, perché non possiamo appianare le nostre divergenze e trovare un ragionevole compromesso”, a cui tanti scrittori – anche rispettatissimi, come la LeGuin – hanno ceduto. Dall’altro, adottando il punto di vista di entrambe le specie, non finiamo neanche nell’infantile sciovinismo alla Heinlein, stile: “questi bastardi stanno minacciando i nostri diritti costituzionali! Prendiamoli a calci nel culo fino all’estinzione, hell yeah!!”. Harrison lo pone, invece, quasi come un problema scientifico: come possono, due specie del tutto ignare l’una dell’altra che si incontrano all’improvviso, e che non riconoscono l’altro come proprio simile ma come una bestia mostruosa, a trovare un’intesa? A provare gli uni per gli altri qualcosa di diverso da diffidenza, disgusto, odio, desiderio di distruzione totale?
Risposta: non possono. Le due specie sono troppo, troppo diverse per capirsi, o anche solo avviare una trattativa. Gli Yilané, abituati a essere l’unica specie intelligente, si trovano davanti questi primitivi impellicciati che vanno a caccia e grugniscono: pensano di avere davanti degli animali, e gli animali si cacciano, non ci si parlamenta. All’inizio, la reciproca ostilità è data dalla repulsione istintuale per quell’altro che è al tempo stesso simile e diverso: si muovono come noi ma non sono come noi (qualcosa di molto simile, mi sembra, al concetto di uncanny valley della robotica). Nel tempo, questa ostilità assume connotati più razionali: le due specie combattono per lo stesso obiettivo, il possesso di quelle terre di cui entrambi hanno bisogno per sopravvivere. Sono costretti dalle circostanze a combattere.

Uncanny valley

Diagramma della uncanny valley. Chissà dove si potrebbe collocare uno Yilané.

Se l’approccio di Harrison mi piace tanto, è anche perché sposa le mie convinzioni di determinista alla Jared Diamond. Gli uomini (e le lucertole umanoidi, in questo caso!) possiedono certamente il libero arbitrio, ma le loro possibilità di movimento sono determinate dall’ambiente in cui vivono. Nel romanzo di Harrison, il motore della storia è la Glaciazione che sta arrivando, e che costringerà le due specie a spostarsi e a convergere nello stesso posto (1).
Ad un certo punto della storia, attraverso il punto di vista di un cacciatore Tanu, sentiamo sulla nostra pelle la sua disperazione nel realizzare che non c’è più scampo: a nord li attende il gelo perenne e la morte di fame; a ovest non c’è spazio, perché è tutto occupato (e spartito) dalle altre tribù umane, che si spartiscono i territori di caccia; a sud non si può, perché nel mondo di Harrison in cui i dinosauri non si sono mai estinti, le calde fasce equatoriali sono il territorio dei grandi rettili; e a est sono arrivati gli Yilané. Quanti popoli della storia reale – penso per esempio all’età delle Grandi Migrazioni in Europa, alla fine dell’antichità – devono aver provato queste stesse sensazioni, quando infine si decisero a scendere e premere alle mura dell’Impero Romano pur sapendo i rischi a cui andavano incontro?

Il romanzo si sviluppa dunque secondo le tappe di questo conflitto, dal primo contatto, alle prime schermaglie, fino alla guerra totale. In un romanzo così corposo – quasi cinquecento pagine – è un bene che ci sia questo elemento costante a dare direzione alla storia; permette all’autore di non divagare troppo, e al contempo rassicura il lettore che si sta andando a parare da qualche parte. Unito allo spazio ‘claustrofobico’ del romanzo – quel tocco di terra per cui Tanu e Yilané se le danno di santa ragione – dà un centro di gravità alla storia.
Peccato che, anche come architetto di trame, Harrison lasci molto a desiderare. Proprio nell’ultima parte del romanzo, il romanzo divaga dal tema del conflitto tra le due specie, introduce nuovi elementi e nuove sottotrame, parte un po’ per la tangente. Poi torna in carreggiata, ma un po’ della magia iniziale è persa. Il finale, poi, sembra brusco e improvvisato, e ben poco appagante dopo tutto l’investimento emotivo sui personaggi principali e le cinquecento pagine di build-up. E quindi si chiude il libro con la sensazione di aver letto una storia geniale, sì, ma un po’ incompiuta.

Turok

Se non altro, West of Eden è scientificamente più credibile di Turok.

West of Eden è uno degli esempi più compiuti di commistione tra il fantasy e la fantascienza. La civiltà e la tecnologia degli Yilané sono una pura fantasia senza fondamento, ma Harrison cerca di renderli il più plausibili e attinenti possibili alle leggi fisiche come le conosciamo. Soprattutto, la mentalità che pervade il romanzo, nel descrivere le dinamiche dei gruppi e nel tratteggiare le caratteristiche ambientali di questo mondo, è scientifica e fattuale.
Ucronia, speculazione più fantastica che scientifica, storia di “contatto”, romanzo di guerra, excursus antropologico: West of Eden è tutto questo. Certo, a causa della prosa mongoloide di Harrison solletica la testa più che il cuore; e viene a volte da pensare: “Cristo, non potevano fargli fare il layout generale della trama e dei personaggi e poi commissionare la stesura a un altro più capace?”. Ma rimane comunque un grande romanzo, per l’incredibile ambizione e per l’immaginazione folle. Consigliato? Se avete sufficiente tempo libero, sì. Leggetevi i primi due capitoli, e decidete da voi se siete abbastanza presi da andare avanti.

Dove si trova?
In lingua originale, West of Eden si può scaricare senza problemi sia su BookFinder che su Library Genesis; in entrambi i casi è disponibile solo il formato pdf. Per la versione italiana, cercate “L’era degli Yilané” su Emule.

Su Harry Harrison
Anche negli Stati Uniti, Harrison è sempre stato uno scrittore di serie B, un autore da “addetti ai lavori”. Conosciuto quand’era in vita soprattutto per le sue opere di fantascienza umoristica – la serie di The Stainless Steel Rat, il romanzo breve The Technicolor Time Machine – oggi viene ricordato per le sue poche opere ‘serie’. Oltre a West of Eden, ho letto altri due dei suoi romanzi:
Make Room! Make Room! Make Room! Make Room! (Largo! Largo!) è la risposta alla domanda: “cosa succederebbe se la popolazione mondiale crescesse in modo talmente incontrollato da far crollare la società così come la conosciamo?”. In una New York in cui la gente vive in miseria ammucchiata sulle strade e nelle palazzine diroccate, si intrecciano le vite di tre persone normali: un poliziotto, di una ex prostituta e di un ragazzino che ha ammazzato la persona sbagliata. Pur azzoppato dall’uso del narratore onnisciente e da problemi strutturali, è un romanzo che ti rapisce. Senti sulla pelle tutta la merda che quotidianamente viene schiaffata addosso ai personaggi. Un piccolo capolavoro su cui scriverò prima o poi un Consiglio; ma la lettura sconsigliata quando si è depressi.
A Transatlantic Tunnel, Hurrah!A Transatlantic Tunnel, Hurrah! (noto anche con il titolo di Tunnel Through the Deeps) è un romanzo proto-steampunk ambientato in un mondo in cui gli Stati Uniti hanno perso la Guerra d’Indipendenza e l’Impero Britannico governa sulle due sponde dell’Atlantico. L’umanità si appresta a costruire l’opera più grande di tutti i tempi: un tunnel ferroviario sotterraneo che passa sotto l’oceano da un capo all’altro, collegando Londra e New York; ma l’ingegnere Augustine Washington, a capo del progetto, dovrà vedersela con infiniti problemi tecnici, un rivale invidioso,misteriosi sabotatori e una melodrammatica storia d’amore. Il romanzo è una sorta di Hard SF steampunk, tutta incentrata sul funzionamento della tecnologia di questo strano mondo e sul problem solving della costruzione del tunnel; personaggi e trama sono piatti come carta velina, e poco più che una scusa per imbastire speculazioni tecniche. Un libro per super-nerd col pallino per lo steampunk (un decennio prima che il genere nascesse!).
Spinto dal successo del libro originale, Harrison ha scritto anche due seguiti di West of Eden: Winter in Eden e Return to Eden. Come sapete però non sono un amante dei sequel; e ciò che il mondo di Eden aveva da dire, l’ha già detto nel primo romanzo. Non penso valga la pena di leggere i seguiti.

Qualche estratto
Dato che il romanzo è enorme, ho scelto la bellezza di tre estratti. Consiglio a tutti di leggere almeno il primo: cronologicamente è quello più avanti di tutti, ma sintetizza bene il tema centrale del romanzo. Il cacciatore Ulfadan, al confine tra la foresta e la terra dei “murgu” (i lucertoloni giganteschi che infestano le pianure tropicali), riflette sul destino dei Tanu, chiusi da tutti i lati da pericoli troppo grandi e condannati all’estinzione se non faranno qualcosa.
Il secondo brano, tratto dal primo capitolo, mostra il primo incontro tra Tanu e Yilané, ed è uno dei momenti più felici e “mostrati” della prosa di Harrison. All’opposto, il terzo brano – preso dal secondo capitolo – è un esempio di Harrison al suo peggio: telecamera neutra che mostra una serie di strane creature al servizio degli Yilané. Di per sé la scena – che è la prima esibizione della tecnologia genetica yilané del romanzo – sarebbe molto affascinante, ma è parecchio confusionaria dato che Harrison non la aggancia ad alcun personaggio-pov.

1.
But the sammad must eat. Yet the food they searched and hunted for was growing scarcer and scarcer. The world was changing and Ulfadan did not know why. The alladjex told them that ever since Ermanpadar had shaped Tanu from the mud of the river bed the world had been the same. In the winter they went to the mountains where the snow lay deep and the deer were easy to kill. When the snow melted in the spring they followed the fast streams down to the river, and sometimes to the sea, where fish leaped in the water and good things grew in the earth. Never too far south though, for only murgu and death waited there. But the mountains and the dark northern forests had always provided everything that they had needed.
This was no longer true. With the mountains now wrapped in endless winter, the herds of deer depleted, the snow in the forests lying late into the spring, their timeless sources of food were no more. They were eating now, there were fish enough in the river at this season. They had been joined at their river camp by sammad Kellimans; this happened every year. It was a time to meet and talk, for the young men to find women. There was little of this now for although there was enough fish to eat there was not enough to preserve for the winter. And without this supply of food very few of them would see the spring.
There was no way out of the trap. To the west and east other sammads waited, as hungry as his and Kellimans’. Murgu to the south, ice to the north – and they were trapped between them. No way out. Ulfadan’s head was bursting with this problem that had no solution. In agony he wailed aloud like a trapped animal, then turned and made his way back to the sammad.

 

Dinosauri

2.
They became aware that someone was standing under a nearby tree, also looking out over the bay. Another hunter perhaps. Amahast had opened his mouth to call out when the figure stepped forward into the sunlight. The words froze in his throat; every muscle in his body locked hard.
No hunter, no man, not this. Man-shaped but repellently different in every way.
The creature was hairless and naked, with a colored crest that ran across the top of its head and down its spine. It was bright in the sunlight, obscenely marked with a skin that was scaled and multicolored.
A marag. Smaller than the giants in the jungle, but a marag nevertheless. Like all of its kind it was motionless at rest, as though carved from stone. Then it turned its head to one side, a series of small jerking motions, until they could see its round and expressionless eye, the massive out-thrust jaw. They stood, as motionless as murgu themselves, gripping their spears tightly, unseen, for the creature had not turned far enough to notice their silent forms among the trees.
Amahast waited until its gaze went back to the ocean before he moved. Gliding forward without a sound, raising his spear. He had reached the edge of the trees before the beast heard him or sensed his approach. It snapped its head about, stared directly into his face.
The hunter plunged the stone head of his spear into one lidless eye, through the eye and deep into the brain behind. It shuddered once, a spasm that shook its entire body, then fell heavily. Dead before it hit the ground. Amahast had the spear pulled free even before that, had spun about and raked his gaze across the slope and the beach beyond. There were no more of the creatures nearby.
Kerrick joined his father, standing beside him in silence as they looked down upon the corpse.
It was a crude and disgusting parody of human form. Red blood was still seeping from the socket of the destroyed eye, while the other stared blankly up at them, its pupil a black, vertical slit. There was no nose; just flapped openings where a nose should have been. Its massive jaw had dropped open in the agony of sudden death to reveal white rows of sharp and pointed teeth.
“What is it?” Kerrick asked, almost choking on the words.
“I don’t know. A marag of some kind. A small one, I have never seen its like before.”
“It stood, it walked, like it was human, Tanu. A marag, father, but it has hands like ours.”
“Not like ours. Count. One, two, three fingers and a thumb. No, it has only two fingers —and two thumbs.”
Amahast’s lips were drawn back from his teeth as he stared down at the thing. Its legs were short and bowed, the feet flat, the toes claw-tipped. It had a stumpy tail. Now it lay curled in death, one arm beneath its body.

3.
The enteesenat cut through the waves with rhythmic motions of their great, paddle-like flippers. One of them raised its head from the ocean, water streaming higher and higher on its long neck, turning and looking backward. Only when it caught sight of the great form low in the water behind them did it drop beneath the surface once again.
There was a school of squid ahead—the other enteesenat was clicking with loud excitement, Now the massive lengths of their tails thrashed and they tore through the water, gigantic and unstoppable, their mouths gaping wide. Into the midst of the school.
Spurting out jets of water the squid fled in all directions. Most would escape behind the clouds of black dye they expelled, but many of them were snapped up by the plate- ridged jaws, caught and swallowed whole. This continued until the sea was empty again, the survivors scattered and distant. Sated, the great creatures turned about and paddled slowly back the way they had come.
Ahead of them an even larger form moved through the ocean, water surging across its back and bubbling about the great dorsal fin of the uruketo. As they neared it the enteesenat dived and turned to match its steady motion through the sea, swimming beside it close to the length of its armored beak. It must have seen them, one eye moved slowly, following their course, the blackness of the pupil framed by its bony ring. Recognition slowly penetrated the creature’s dim brain and the beak began to open, then gaped wide.
One after another they swam to the wide open mouth and pushed their heads into the cave-like opening. Once in position they regurgitated the recently caught squid. Only when their stomachs were empty did they pull back and spin about with a sideways movement of their flippers. Behind them the jaws closed as slowly as they had opened and the massive bulk of the uruketo moved steadily on its way.
Although most of the creature’s massive body was below the surface, the uruketo’s dorsal fin projected above its back, rising up above the waves. The flattened top was dried and leathery, spotted with white excrement where sea birds had perched, scarred as well where they had torn the tough hide with their sharp bills. One of these birds was dropping down towards the top of the fin now, hanging from its great white wings, webbed feet extended. It squawked suddenly, flapping as it moved off, startled by the long gash that had appeared in the top of the fin. This gap widened, then extended the length of the entire fin, a great opening in the living flesh that widened further still and emitted a puff of stale air.
The opening gaped, wider and wider, until there was more than enough room for the Yilanè to emerge. It was the second officer, in charge of this watch.

Tabella riassuntiva

Immagina cosa sarebbe successo se i rettili avessero ereditato la terra! Ignora le più basilari regole di gestione del pov.
Gli Yilané sono creature realmente aliene. Difficoltà a immergersi nei personaggi e nei loro drammi.           .
Interazione drammatica e realistica tra le due specie. Si ammoscia nell’ultima parte.
Protagonisti complessi e conflittuali.

(1) Sarebbe ragionevole pensare che è assurdo che una civiltà avanzata come quella Yilané non abbia ancora colonizzato i quattro angoli del globo. Anch’io, all’inizio, la credevo un’ingenuità dell’autore. In realtà, Harrison l’ha pensata bene.
Primo: gli Yilané, in quanto animali a sangue freddo, soffrono il gelo ancor più che gli uomini. Di conseguenza, non si sono mai avventurati ai poli del pianeta, né, sembra, nelle aree più settentrionali delle fasce temperate. Ed è proprio qui che vivono gli esseri umani. In un mondo in cui i grandi rettili non si sono mai estinti, infatti, pare che la maggior parte dei mammiferi abbia trovato la propria nicchia ecologica negli unici luoghi non raggiungibili dai rettili.
Secondo: per costituzione – sia biologica che culturale – gli Yilané sono, come già avevo accennato, ostili al cambiamento. Non hanno la stessa spinta di curiosità degli esseri umani (se non in singoli individui isolati), e il loro bisogno fisico di stare in armonia con la comunità fa sì che non ci siano molte spinte verso l’esterno. Di conseguenza, gli Yilané sono stati perfettamente felici di vivere chiusi nelle proprie super-città al calduccio senza alcun desiderio di uscire a esplorare il resto del pianeta, finché non sono stati costretti da necessità contingenti – la Glaciazione, appunto.