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I Consigli del Lunedì #45: Infernal Devices

Infernal DevicesAutore: K.W. Jeter
Titolo italiano: Le macchine infernali
Genere: Fantasy / Proto-Steampunk / Commedia
Tipo: Romanzo

Anno: 1987
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 290 ca.

Difficoltà in inglese: ***

For me, London’s grey veil, smoke and fog, has been brushed aside. Happy are those who mistake the painted curtain for the reality behind…

Questa è la triste storia di George Dower, artigiano e gentiluomo della Londra del XIX secolo, e di come il suo nome è caduto per sempre nell’infamia.
Suo padre era una delle più grandi menti della sua epoca, un orologiaio capace di costruire qualsiasi sorta di complicato meccanismo, da astrolabi ad automi musicisti a strutture gigantesche dalla funzione incomprensibile. Ma Dower senior non ha trasmesso nulla della sua arte al figlio, e a due anni dalla sua morte, George ha ereditato la sua bottega e un mucchio di creazioni lasciate a metà di cui non capisce il senso. Con l’aiuto del servo Creff, prova a mandare avanti il business di famiglia, facendo le riparazioni più semplici, ma ha ormai cominciato a diffondersi la voce che il figlio non è all’altezza del padre.
La vita di Dower cambia il giorno che nella sua bottega entra un uomo dalla pelle nera come l’ebano, che gli chiede di riparare uno dei misteriosi aggeggi del padre, e gli lascia come anticipo un’assurda moneta con un viso di pesce inciso sopra. Dower commette l’errore di accettare ignaro che sono in molti a desiderare il marchingegno che l’uomo gli ha lasciato in custodia. Strani individui cominciano a frequentare il negozio; presto Dower si troverà invischiato in una rete di intrighi e malaffare, e scoprirà l’esistenza di un’altra Londra, una Londra sordida e occulta che non poteva immaginare…

Ci sono due modi, stringi stringi, per fare steampunk. Uno è l’approccio serio: immaginare un mondo, o un futuro alternativo, in cui la tecnologia ha imboccato una strada diversa rispetto alla nostra. Le premesse possono essere improbabili o assurde, ma l’autore sviluppa il mondo conseguente in modo rigoroso e mira alla credibilità. Questo è l’approccio di The Difference Engine, il romanzo scritto a quattro mani da Gibson e Sterling che presentai su Tapirullanza un paio di anni fa, e di altre opere di cui ho parlato sul blog nel corso del tempo (come le italiane Soldati a Vapore o Caligo, che però scelgono un approccio meno spocchioso e danno più spazio all’umorismo). C’è poi l’altro approccio, cosiddetto gonzo-historical: commedie più o meno dementi che ci buttano in un mondo di automi a vapore, razzi su Marte e ipocrisia vittoriana senza alcuna pretesa di credibilità – così, per ridere. Le prime opere identificate come ‘steampunk’ erano quasi tutte molto più vicine a questo spirito che non all’ucronia seria di Gibson e Sterling (1); ed è sicuramente a questo filone che appartiene il divertentissimo Infernal Devices.
Era da parecchio tempo che volevo parlare del romanzo di K.W. Jeter. Abbiamo già incontrato questo autore con il Consiglio dedicato all’affascinante – ma negletto – Farewell Horizontal, ma il suo nome in realtà è apparso su questo blog molto più spesso; vuoi perché è l’involontario coniatore del termine ‘steampunks’ (quindi, vuoi non tirarlo in mezzo ogni volta che sei in argomento?), vuoi come esempio negativo di carriera letteraria sfortunata, vuoi perché a mio avviso, per la sua immaginazione assurda, è una specie di precursore della Bizarro Fiction. Era solo questione di tempo, prima che decidessi di dedicare un intero articolo a uno dei suoi romanzi giustamente più celebri.

Steampunk meme

Per essere uno dei classici dello steampunk di prima generazione, Infernal Devices appare da subito anomalo; ed è sicuramente molto diverso da tutto ciò che è arrivato dopo. Tra le sue pagine non troverete dirigibili, né lotte sindacali per i diritti dei lavoratori, né ucronie politiche, né macchine analitiche – in effetti, non troverete proprio macchinari alimentate dal Vapore. Le macchine infernali del titolo, e che rappresentano il centro e il “motore” della storia, le macchine inventate dal padre di Dower e che gli renderanno la vita un incubo – sono tutte meccaniche, meccanismi a orologeria. Il romanzo è ambientato intorno alla metà dell’Ottocento (2), quindi in un periodo anteriore rispetto a quello ‘classico’ dello steampunk (che in genere è ambientato durante la belle époque), più vicino a Dickens che non a Wells. Quindi cos’è, clockpunk?!
Aldilà delle etichette, ecco cos’è Infernal Devices: una commedia farsesca che riprende e prende in giro tutti gli stilemi della narrativa e dell’immaginario vittoriano. Scritto in prima persona da Dower, con il suo aplomb da londinese della piccola classe media, come se fossero le sue memorie, è una serie di avventure più o meno idiota che ci catapulterà tra uomini pesce, quartieri segreti di Londra, automi senzienti dall’impareggiabile potenza sessuale, uomini che vedono il futuro, macchinari titanici in grado di distruggere il mondo e la Lega delle Donne per la Soppressione dei Vizi Carnali. Non ci chiede di prenderlo sul serio, solo di divertirci.

Uno sguardo approfondito
Essendo scritto in prima persona, Infernal Devices è strutturato come la più classica delle pappardellone vittoriane sia nello stile che nella struttura. Il romanzo si apre con una cornice in cui Dower, rifugiato in un’anonima casupola in un sobborgo di Londra dove conduce una grigia esistenza, dichiara che ci racconterà come, vittima di un fato avverso e della malvagità degli uomini, la sua reputazione sia stata distrutta per sempre. Anche quando entriamo nel vivo della storia, la cornice aleggia sempre su di noi: il Dower posteriore interviene spesso e volentieri con digressioni, flashforward, e commenti inutili (ma squisitamente ottocenteschi), tipo che le sue mani tremano mentre scrive al solo pensiero di ciò che sta per raccontare!
Questa ampollosità intenzionale contagia tutti gli aspetti della prosa di Infernal Devices. Dower parla un inglese ottuso e che puzza di vecchio, pieno di termini caduti in disuso. Ecco un esempio dall’incipit: “Reader, if the name George Dower, late of the London borough of Clerkenwell, is unfamiliar to you, I beg you to read no further. Perhaps a merciful fate – merciful to the genteel reader’s sensibilities, even more so to the author’s reputation – has spared a few souls acquaintance with the sordid history that has become attached to my name.” O: “When I at last roused myself from my thoughts, what remained of my breakfast had passed from unattractive to inedible.” Il timbro di Dower dilata le scene, riempiendole di commenti e digressioni, e di conseguenza il ritmo della storia rimane sempre modesto.

Clerkenwell

Uno scorcio dell’ameno quartiere di Clerkenwell, dove si trova la bottega di Dower e dove è ambientata una grossa parte del romanzo.

Illeggibile? Nient’affatto. Le prime pagine possono lasciare perplessi, ma una volta capito come funziona ci si lascia catturare in fretta dagli ingranaggi della storia. E questo per tre motivi.
Primo, l’elemento mystery. Jeter è molto bravo a sollevare, fin dal primo capitolo, una serie di enigmi per il lettore. Chi è e da dove viene lo strano uomo dalla pelle bruna che si è presentato nel suo negozio? Cosa significa la moneta con su il profilo di un pesce e l’incisione “Saint Monkfish”, con cui l’uomo l’ha pagato? E a cosa servirà il misterioso marchingegno che gli ha chiesto di riparare? La massa di macchine dal funzionamento misterioso ma dai poteri fantastici costruite dal padre di Dower, che aleggia costantemente sulla narrazione, è un motore costante per la curiosità del lettore. Come in una buona serie tv, nei primi capitoli le domande continuano ad accumularsi (e solo ogni tanto Jeter ci getta qualche risposta per tenerci buoni), mentre solo verso la fine del romanzo tutti i vari misteri trovano una soluzione. Alla fine della storia, tutte le domande avranno risposta, anche se non tutti i tasselli del puzzle si inseriscono in modo elegante. E lo stesso aplomb di Dower si rivelerà essere non soltanto una divertente trovata stilistica, ma un elemento di trama che si incastra alla perfezione con gli altri.

In secondo luogo, Infernal Devices è divertente. I misteri del romanzo non sono una roba cupa alla Lost, ma una serie di vicende idiote in cui Dower viene pestato, insultato, stordito, rapito, ingannato, o combina qualche disastro che mette in fuga una popolazione sconvolta. Non solo la prosa ampollosa non rema contro questo andamento da commedia, al contrario: il bello della storia è proprio il contrasto tra il tono pacato e un po’ melodrammatico di Dower e le disgrazie che gli capitano.
In terzo luogo, di cose in questo romanzo ne succedono veramente tante. La prosa pseudo-vittoriana che si trascina e allunga il brodo è controbilanciata (soprattutto dopo i primi capitoli, un po’ più lenti) da una serie continua di situazioni rocambolesche, inseguimenti, scoperte, apparizioni di strani personaggi. Dower viene spedito da una parte all’altra della Gran Bretagna, e poco alla volta farà la conoscenza con una serie di macchine impossibili del padre – dal gigantesco ordigno che affonda nelle viscere della Terra e, si dice, sia in grado di farla esplodere, al Paganinicon, un automa capace di riprodurre alla perfezione tutti i talenti del fu Niccolò Paganini (e le nobildonne di tutte le grandi corti europee sono pronte a giurare che la sua abilità col violino non fosse né l’unica né la principale delle sue doti…).


Rondò “La Campanella”, terzo movimento del Concerto per Violino e Orchestra No.2 di Paganini, una delle sue composizioni più celebri.

Altro piccolo tocco che aiuta a immergersi nella vicenda, tutti i personaggi hanno la propria voce. Accanto allo stile pesante di Dower, troviamo l’inglese semplice e diretto del servo Creff (“Lord, Mr Dower, it’s an Ethiope!” whispered Creff. “And crazed – a murderous savage!”), il rude cockney dei cocchieri dei bassifondi, degli scaricatori di porto, dei furfanti (“More ‘n likely, she’ll say it’s your own bloody fault, for being such a gawp.”), la parlata stile Yoda dell’uomo dalla pelle bruna (” “Your warning I accept,” he said at last. “Nevertheless, worthwhile will I make it to attempt what you can.”). Ma su tutti, arriva come un fulmine a ciel sereno, in mezzo a tutti questi personaggi che sembrano usciti da una brutta parodia della Londra vittoriana, la parlata di Scape: “Jesus H. Christ,” I heard him whisper to another figure behind him. “Sure gotta deal with a lot of dim bulbs around here”.
Scape, lo strano e burbero omaccione dagli occhiali dalle lenti azzurre, che parla come se fosse uscito dai nostri anni ’70 (“Shit – did Bendray send you here? That sonuvabitch; never tells me a goddamn thing”) e sembra trovarsi al centro della rete di intrighi del romanzo, è forse uno dei migliori personaggi mai usciti dalla penna di Jeter. Ma non scherzano neanche lo svaporato nobile decaduto Lord Bendray, la ninfomane Miss McThane – compagna di scorribande di Scape – o la nevrotica Mrs. Wroth. Certo, sono tutte delle macchiette, senza vera profondità psicologica. Ma dato il tono umoristico del romanzo, e la costruzione a sketch delle scene, svolgono la loro funzione più che bene.

Certo, Infernal Devices è ben lontano dalla perfezione.
L’ultima parte del romanzo, in particolare, sembra scritta un po’ di fretta, come se Jeter avesse avuto bisogno di concludere per incassare l’assegno. E’ vero che arrivano tutte le risposte ai misteri sollevati, e si ottiene un senso di chiusura; ma queste risposte arrivano affastellate, buttate una in fila all’altra, e soprattutto, arrivano quasi tutte attraverso dialoghi invece che attraverso avvenimenti reali. Sono, cioè, spiegate, raccontate, e non mostrate. Non tutte le spiegazioni inoltre sono convincenti, e in particolare il legame tra i due temi fondamentali della trama (quello biologico della razza degli uomini pesce, e quello meccanico delle invenzioni del padre geniale) rimane debole.
Se quindi la nostra razionalità è soddisfatta che la trama abbia un senso e che non ci siano plothole, dal punto di vista emozionale siamo tutto meno che soddisfatti: non si riceve, nella rivelazione, un piacere pari all’investimento che avevamo fatto nel mistero iniziale. Ed è un vero peccato, perché con un po’ di sforzo e non molte pagine in più, Jeter avrebbe potuto ristrutturare l’ultima parte in modo da farci avere la soluzione in modo molto più appassionante. Per converso, il finale vero e proprio è assolutamente geniale e mi ha fatto sganasciare.

Jesus H. Christ

Né questo è l’unico limite di Infernal Devices. Quello principale sta nella natura stessa del romanzo: e cioè di non voler essere nient’altro che una lettura divertente e scanzonata. La storia è della lunghezza giusta per appassionare senza diventare ripetitivo; ma se lo si chiude con un sorriso, è anche vero che si tende a dimenticarlo in fretta (se non per alcuni particolari particolarmente immaginifici e divertenti). Non è certo una di quelle letture che ti cambiano la vita. Né è materiale particolarmente formativo per chi voglia scrivere narrativa steampunk, dato che, per come intendiamo oggi il termine, di steampunk non ha molto.
Ciò detto, vale la pena di leggere Infernal Devices? Sì, e per la stessa ragione per cui consiglio tutto ciò che passa per questo blog: perché è insolito, originale, e perché è piacevole da leggere senza essere stupido. E, nel modo vivace in cui tratteggia le relazioni tra i personaggi e mette gli eventi della storia uno in fila all’altro, anche una buona lezione di storytelling. Scorretevi il primo capitolo, giudicate se potete digerire lo stile bislacco, e in caso andate avanti, che non ve ne pentirete. E poi, che diamine, c’è l’automa di Paganini con il cazzone a orologeria! Che cosa volete di più?

E se ne volete ancora: Fiendish Schemes
Fiendish SchemesAnno: 2013
Pagine: 350

Sono passati decenni da quando Dower è fuggito da Londra in cerca della pace e dell’anonimato, dopo che la sua reputazione è stata completamente distrutta dagli avvenimenti di Infernal Devices. Ma non si può dire che da allora la vita gli abbia sorriso. Ormai raggiunta la mezza età, rifugiato in totale miseria in un remoto paesotto della Cornovaglia, sta contemplando il suicidio con la rivoltella del padre, quando dal mare arriva un uomo con una proposta d’affari. Un affare che potrebbe renderli entrambi ricchissimi.
L’unico problema? Che, ancora una volta, l’impresa coinvolge il ritrovamento e la messa in funzione di un’invenzione del suo dannato padre. Dower si dovrà imbarcare in una nuova avventura senza senso, tra balene parlanti, oceani senzienti, fari con le gambe e uomini locomotiva, il tutto mentre nella terra d’Albione è ormai arrivata l’età del Vapore e le sue macchine infernali.

Fiendish Schemes puzza di operazione a tavolino da due chilometri di distanza. A quasi trent’anni dall’uscita del romanzo originale, e proprio negli anni di apice della febbre steampunk, Jeter se ne esce con un seguito pubblicato dalla stessa casa editrice – la Angry Robot – che due anni prima gli aveva ripubblicato Infernal Devices. Ora, ignoro da chi sia partita l’idea, se da Jeter o dall’editore. Forse era una clausola del contratto originale: Angry Robot si sarebbe impegnata alla ripubblicazione dei romanzi steampunk di Jeter (oltre a Infernal Devices, anche Morlock Night), a patto che lui avesse scritto un sequel di quello di maggior successo. O forse hanno visto che la riedizione di Infernal Devices vendeva bene e si son detti: perché no? Elementi sufficienti, comunque, per prendere il mano il nuovo romanzo con estremo scetticismo.
Be’, mi sbagliavo – almeno in parte. Apparentemente, Fiendish Schemes riprende fedelmente gli elementi fondativi del suo predecessore: la prosa ampollosa (ma ho la sensazione che qui sia ancora più esasperata che non in Infernal Devices), la sequela picaresca di avvenimenti grotteschi, la sfiga perenne che aleggia sopra Dower, il tono semiserio. Ma in realtà i due romanzi sono piuttosto diversi.

Rivoluzione industriale

Dilettanti: noi abbiamo locomotive che fanno sesso!

In primo luogo, Fiendish Schemes è uno steampunk vero e proprio, secondo la definizione corrente del termine. Se Infernal Devices ci mostrava una Londra nascosta e ignota ai più, calata però nel vero mondo del primo Ottocento, nei decenni che intercorrono tra i due romanzi l’Inghilterra si trasforma in un vero mondo ucronico, con macchine alimentate a vapore e marchingegni impossibili ovunque. Quella di Fiendish Schemes è un’Inghilterra con pistoni e stantuffi a ogni angolo di strada, una follia collettiva per i prodigi del Vapore, e pure una pratica underground di modificazioni corporee in vero stile “cyberpunk-fatto-con-lo-steampunk”. Per non parlare delle degressioni sul meatpunk e sul coalpunk! E’ tutto assolutamente idiota, ma in una maniera molto consapevole e meta-letteraria, e comunque nell’atmosfera umoristica del romanzo funziona.
In secondo luogo, la struttura del romanzo è meno improntata all’azione e più al worldbuilding. Il grosso del romanzo consiste in un Dower sballottato dai suoi “compagni d’avventura” in giro per l’Inghilterra e Londra, a scoprire cos’è cambiato nel mondo durante i suoi decenni di eremitaggio e quali assurdità ci riservi il Futuro. Insomma: si parla e si vede molto, ma al tempo stesso succede poco.

C’è una serie di ovvie ragioni per cui Fiendish Schemes non è un romanzo interessante come il suo predecessore. In primo luogo, been there done that: Infernal Devices era interessante perché era una novità, perché era diverso da tutto il resto. Ora che prendiamo in mano questo sequel, abbiamo capito come funziona e la scintilla di curiosità e sorpresa si è bell’e che spenta. A questo c’è poi da aggiungere che Fiendish Schemes è troppo lento. Già il primo romanzo aveva uno stile tendente ad allungare il brodo, ma almeno era pieno di scontri, inseguimenti, misteri, colpi di scena; qui le lungaggini sono ancora più estese, di azione ce n’è pochina e le digressioni infinite.
Nonostante questo, però, devo ammettere che il romanzo è meglio di quanto mi aspettassi al momento dell’acquisto. Idee geniali e trovate grottesche non mancano, e alcune sarebbero degne della miglior Bizarro Fiction. Il problema è che la struttura in cui queste belle trovate sono inserite è ripetitiva e insulsa. Fiendish Schemes non è un romanzo che mi sentirei di consigliare; ma se avete già letto il libro originale e vi manca la sua atmosfera ampollosamente retard, buttateci un occhio. Magari vi piace.

Altro che quella troiata di Steamed! Jeter ha inventato il vero sesso steampunk, ed è in Fiendish Schemes!

Dove si trovano?
Entrambi i romanzi si trovano in lingua originale su Library Genesis , mentre su Bookfi.org (il nuovo nome di BookFinder) si trova solo Infernal Devices, sia nella prima edizione che nella riedizione di Angry Robot (interessante per la prefazione di Jeter stesso e la postfazione di VanderMeer). Per la traduzione italiana del romanzo originale, cercate “Le macchine infernali” su Emule; mentre non mi risulta che Fiendish Schemes sia mai stato tradotto in italiano.

Qualche estratto
Non è facile scegliere gli estratti per Infernal Devices, perché gli sketch di questo libro si sviluppano nel corso di pagine, come accumulo di assurdità su assurdità fino a raggiungere le proporzioni di una valanga. Alla fine ne ho selezionati un paio che spero ben sintetizzino stile e atmosfera del libro.
Il primo brano è preso dall’inizio del romanzo, ed è la captatio del narratore al lettore in cui sono sintetizzati gli avvenimenti che accadranno nel corso della storia ed è steso una specie di umoristico “piano dell’opera” – una cosa molto ottocentesca, di cui avevamo visto l’inizio già nel corpo dell’articolo. Il secondo è tratto uno degli episodi più demenziali e grotteschi del romanzo: Lord Bendray che spiega a Dower lo scopo di una delle più grandi invenzioni del padre…

1.
Reader, if the name George Dower, late of the London borough of Clerkenwell, is unfamiliar to you, I beg you to read no further. Perhaps a merciful fate – merciful to the genteel reader’s sensibilities, even more so to the author’s reputation – has spared a few souls acquaintance with the sordid history that has become attached to my name. Small chance of that, I know, as the infamy has been given the widest circulation possible. The engines of ink-stained paper and press spew forth unceasingly, while the even more pervasive swell of human voice whispers in drawing room and tenement the details that cannot be transcribed.
Still, should the reader be such a one, blessedly ignorant of recent scandal, then lay this book down unread. Perhaps the dim confines of the sick-room, or the wider horizons of tour abroad, far from English weather and the even darker and more permeating chill of English gossip, have sheltered your ear. There can be only small profit in hearing the popular rumours of that dubious scientific brotherhood known as the Royal Anti-Society, and the part I am assumed to have played in its resurrection from that shrouded past where it had lain as mythological shadow to Newton’s Fiat live.
Such happy ignorance is possible. Only the sketchiest outline has been made public of Lord Bendray’s investigations into the so-called Cataclysm Harmonics by which he meant to split the earth to its core. Even now, the riveted iron sphere of his Hermetic Carriage lies in the ruins of Bendray Hall, its signal flags and lights tattered and broken, a mere object of speculation to the attendants who listen patiently to the tottering grey-haired figure’s inquiries about his new life on another planet.
The discretion that sterling can purchase has saved the heirs of the Bendray estate further embarrassment. Not for the purposes of spite, but to remedy the damage done to my own and my father’s name, will I render a complete account of Lord Bendray’s fateful musical soiree in these pages.
The rain begins, spattering on the panes of my study window. Before the heaped coal-grate, the dog sleeping on the rug whines and scratches the floor. An apprehensive tremor blots the ink from the pen in my hand, and in my waistcoat pocket a coin of no value, save as a dread keepsake, grows cold through layers of cloth against my flesh. No matter; I press onward.

2.
  Lord Bendray led me further into the laboratory’s reaches. “Steady on, there,” he cautioned after a few minute’s wavering progress.
“Pardon? Christ in Heaven!” I leapt back from the edge of a circular chasm; another step would have precipitated me into its inky depths. A fragment of stone fell from the stone lip; no sound came back of it reaching bottom.
Lord Bendray stationed himself before the hole. It curved round in either direction for some distance, appearing large enough to have swallowed a small village such as the loathsome Dampford beyond the Hall’s gates. The far edge was hidden from view by rough stone pillars that descended into the pit, their lower ends lost to sight in the darkness. Above them, an intricate arrangement of cross-beams, great geared wheels taller than a man, chains thick enough to suspend houses by, and other machinery looped and dipped to make connection with the pillars.
My host gazed raptly at the stone. “They go down,” he pronounced solemnly, “straight to bedrock. And beyond – hundreds of feet.” He looked back at me. “Your father’s last creation. Such a tragedy that he died before this – his masterpiece – could be set into operation.”
[…] The hairs at the back of my neck began to stand up, as I sensed a madness even greater than I had at first suspected.
Glancing over his shoulder, Lord Bendray read the awful surmise visible in my face. “Yes – you’ve got it – you’ve got it, my boy! Exactly so! The senior Dower was a master of that Science properly known as Cataclysm Harmonics. Just as the marching soldiers transmit the vibrations that bring the bridge tumbling into bits, so this grand construction–” He gestured towards the stone pillars stretching down into the pit. “Your father’s greatest creation – so it is designed to transmit equally destructive pulsations into the core of the earth itself. Pulsations that build, and reinforce themselves – marching soldiers! Hah! Yes – until this world is throbbing with them, and shakes itself to its component atoms!” The vision set him all a-tremble. “The bridge collapses; the world disintegrates… Just so, just so.” He nodded happily.
I stared up at the construction, appalled by the old gentleman’s fervour. Could it be? I was struck with a dread certainty that he had spoken the truth. My father’s creation… Surely there could be no doubting it. If such a thing were the product of his genius, then, for good or ill, it very likely was as potent as all else that had come from his hand and mind.
“But–” I looked to him, baffled. “What would be the purpose of such a destruction?” A terrible vision centred itself in my thoughts, of mountains splitting in twain, deserts shivering as the oceans welled up in their midst, the grinding of splintered stone and the shrieking of women. “What cause would it serve?”
He gazed at me with patient benevolence. “Why, that of which we were just speaking,” he said. “That of contacting those wise, advanced beings on the other worlds. What possible signal could be better? Surely, creatures that are capable of shattering the world on which they live, would be perceived by those intelligences as beings worthy of respect and attention. It stands to reason.”

Tabella riassuntiva

Follia pseudo-vittoriana raccontata alla maniera del romanzo d’appendice dell’800! La prosa ampollosa e le digressioni continue possono stufare.
Dialoghi esilaranti e personaggi surreali.  Divertente, ma privo di “profondità”.
Crescendo di misteri che stimola ad andare avanti. L’ultima parte sembra scritta un po’ di fretta.
Le invenzioni di Dower senior sono una più geniale dell’altra.

(1) Le due eccezioni che mi vengono in mente sono The Warlord of the Air (1971) di Michael Moorcock e A Transatlantic Tunnel, Hurray! (1972) di Harry Harrison. Entrambe le opere precedono di una decina d’anni quelle del triumvirato Powers-Jeter-Blaylock, e pur non avendo manco alla lontana il rigore speculativo di The Difference Engine, sono a tutti gli effetti delle ucronie con qualche pretesa di serietà.

(2) Nel romanzo non viene mai detto con precisione in che anno ci troviamo, ma alcuni indizi permettono di collocarlo tra il 1841 e il 1850.
Il più importante di questi indizi è il riferimento al violinista Niccolò Paganini. Nella scena in cui Dower viene raccattato dalla carrozza di Mrs. Wroth, e il protagonista fa conoscenza con il Paganinicon, ci viene detto che l’artista è scomparso da poco (Mrs. Wroth è rammaricata di non averlo potuto “provare”, mentre alcune sue amiche hanno avuto nel recente passato questo privilegio). Paganini è morto nel 1840. Considerato che la signora è ancora giovane e bella, sembra sensato collocare l’azione non più di pochi anni dopo la morte del violinista.
Un altro indizio che conferma questa tesi viene invece dal seguito di Infernal Devices, Fiendish Schemes (di cui parlo a fine articolo). In quest’ultimo si fa riferimento alla Guerra di Crimea, come qualcosa di avvenuto dopo la fine del primo, ma prima dell’inizio del secondo romanzo (tra l’uno e l’altro, infatti, trascorrono alcune decine di anni). La Guerra di Crimea è scoppiata nel 1853: significa che l’azione di Infernal Devices si è svolta interamente prima di quella data.

I Consigli del Lunedì #31: Farewell Horizontal

Farewell HorizontalAutore: K. W. Jeter
Titolo italiano: L’addio orizzontale
Genere: Science Fiction / Social SF / Distopia / Cyberpunk
Tipo: Romanzo

Anno: 1989
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 260 ca.

Difficoltà in inglese: ***

In un remoto futuro che ha perso il ricordo del proprio passato, l’intera umanità vive chiusa nel Cilindro, una gigantesca torre cilindrica le cui fondamenta si perdono sotto le nuvole. Ny Axxter è un artista freelance che per non perdere la propria libertà si è trasferito sulla superficie esterna del grattacielo. La società del Cilindro, infatti, è dominata dalle supercorporazioni della tecnologia e delle comunicazioni; essere assunti da una di esse significa firmare un contratto a vita che trasforma in poco più che schiavi, con orari di lavoro estremi e libertà di movimento quasi inesistente. Coloro che non accettano questo compromesso hanno una sola possibilità: abbandonare l’orizzontale e andarsene a vivere sulla verticale.
Ma quella del freelance è una lotta contro la fame. Axxter si guadagna da vivere creando simboli e animazioni di guerra per le tribù della verticale – clan guerreschi che competono per la vita e la posizione sociale e vengono quotati nella Borsa delle corporation. Ma il suo agente è un incapace (nonché un truffatore che gli frega una percentuale più alta di quella dovuta), e tutte le tribù con cui gli stila dei contratti si rivelano dei fallimenti. Finché ad Axxter capita l’occasione di una vita; l’opportunità di legarsi a uno dei più forti clan della verticale e assicurarsi un futuro di prosperità, proprio mentre nel Cilindro si prepara una grandiosa rivoluzione…

Nella narrativa di genere, Jeter è sempre stato un autore di secondo piano; di lui si è detto spesso che è il successore di Dick, ma viene letto poco. Non ha mai vinto grandi premi, e la maggior parte dei suoi libri sono andati fuori stampa. Si è guadagnato un piccolo posto nella storia della fantascienza come l’inventore del termine ‘steampunk’, e grazie alla recente rinascita del movimento è stato riscoperto come pioniere del genere (e di questo dobbiamo anche ringraziare la Angry Robot, che ha ripubblicato nel 2011 l’orrido Morlock Night e il divertente Infernal Devices).
Ma Jeter è prima di tutto uno scrittore di cupa Science Fiction, e di un tipo molto particolare di cyberpunk. Farewell Horizontal – che ritengo, e non sono il solo, il miglior libro di Jeter – ne è un esempio calzante: una storia di sopravvivenza e cinismo in un mondo alieno, sul confine tra romanzo d’azione, slice of life cyberpunk e metafisica. La domanda è: sarà riuscito a tenere tutto insieme?

Parkour

Qualcosa del genere.

Uno sguardo approfondito
Il romanzo è scritto in terza persona, ma il pov è fissato per tutto il romanzo sul protagonista – tutto è filtrato attraverso la sua cinica voce narrante. Ny Axxter è il tipico protagonista delle storie non-steampunk di Jeter: un tipo che dalla vita ne ha prese tante, e quindi è diventato disilluso e scazzato; un egocentrico e ipocrita, che a parole fa la vittima ma poi non esiterebbe a pugnalare i suoi colleghi per salire qualche gradino della scala sociale; un tipo con una certa vena autodistruttiva e la tendenza a fare la cosa sbagliata al momento sbagliato, in un modo che ricorda i protagonisti dickiani. Insomma – un vero antieroe, che però è talmente perseguitato dalle sfighe che non può non suscitare empatia e una certa immedesimazione. E in questo aiuta una certa dose di ironia, un tono leggero e sarcastico nel raccontare il susseguirsi di disavventure che toglie pesantezza al cinismo della storia.
A livello di prosa, Jeter si piazza nella fascia alta degli scrittori di genere – un gradino sotto virtuosi come Mellick o VanderMeer, ma sopra Finney, Asimov e la maggior parte degli altri. Anche Jeter gioca a volte a fare l’intellettualoide dalle frasi ricercate, come tutti o quasi gli scrittori New Wave, ma molto meno di uno snob come Gibson, e in questo romanzo meno che negli altri. Soprattutto, è un buon mostratore. Il mondo di Farewell Horizontal è stranissimo, pieno di idee bizzarre e difficile da visualizzare; ma Jeter riesce a illustrarlo mantenendo gli infodump al minimo. Ogni nuovo gadget o caratteristica del Cilindro è descritta in azione, accompagnato (e non sempre) da poche righe di spiegazione nel timbro naturale del protagonista.

Soprattutto, la prosa di Jeter è in grado di trasmettere la sensazione, l’ebbrezza di vivere su una superficie verticale. Per gran parte del romanzo, Axxter si muove lungo la superficie esterna del Cilindro, assistito dagli snakes, cavi metallici con ganci intelligenti che gli partono da piedi, gambe e cintura e, conficcandosi e sconficcandosi nel muro, gli permettono di spostarsi. Ma i cavi fanno molto di più; per esempio, si trasformano in una sorta di culla-branda agganciata al muro per permettergli di dormire. Jeter deve descrivere al lettore tutta una serie di movimenti e gesti molto complicati e innaturali, oltre che tenere costantemente conto degli effetti della forza di gravità, dell’afflusso sanguigno, eccetera.
Una cosa del genere, nelle mani di uno scrittore non all’altezza, poteva trasformarsi in un guazzabuglio visivamente incomprensibile oppure spegnersi in un romanzo trascurato, dove solo ogni tanto l’autore si ricorda di essere in verticale anziché in orizzontale. Invece, in Farewell Horizontal, anche nei momenti più concitati – e ci sono un paio di scene d’azione piuttosto complesse – si capisce cosa sta succedendo, si riesce a visualizzare la scena. E Jeter è molto preciso nella descrizione dei movimenti, al punto da mostrare come Ny redistribuisca il peso quando passa dalla posizione “culla” alla posizione in piedi.
Certo, neanche Jeter si risparmia alcuni errori da principiante. In un paio di occasioni, durante scene d’azione, apre delle parentesi di spiegazione che, benché brevi e filtrate dall’io narrante, arrivano al lettore come un pugno in un occhio. Più spesso, Axxter si mette a riflettere e a sviscerare ciò che gli sta accadendo, e diventa logorroico: tripudio di domande retoriche (ma allora stava succedendo così e così? O volevano fargli questo e quell’altro? Davvero lui aveva pensato di poter…? Come aveva potuto essere così sciocco?), dubbi, avvenimenti rianalizzati a poche pagine di distanza alla luce di un solo nuovo elemento. Forse Jeter voleva semplicemente caratterizzare meglio il suo antieroe, mostrandoci le sue ansie e la sua umanità – o, pensiero peggiore, è un’operazione scemo-friendly per ricapitolare e far capire anche ai lettori inetti cosa esattamente stia succedendo – ma facendo così diventa pesante e ridondante.

Il cavallo che non volle piegarsi al sistema.

Come ritmo e gestione della trama, il romanzo ha luci e ombre. La storia parte molto in sordina; i primi capitoli introducono l’ambientazione e i problemi finanziari (ed esistenziali) del protagonista, ma non è chiaro dove l’autore voglia andare a parare. Solo le continue trovate e la ricchezza del mondo di Farewell Horizontal fanno superare al lettore l’inerzia di questa cinquantina abbondante di pagine. Dopo i primi quattro capitoli la storia finalmente decolla – la direzione del romanzo diventa più chiara, il ritmo si fa serrato; salvo poi rallentare nell’ultima parte del romanzo e finire in maniera del tutto anticlimatica.
Il problema sta forse nel fatto che Jeter cerca di conciliare in questo romanzo tre anime diverse, senza riuscirci davvero. C’è il romanzo d’azione: inseguimenti rocamboleschi, pestaggi, esplosioni, Axxter che deve di volta in volta trovare l’escamotage per non rimetterci il collo. Poi c’è il romanzo esistenziale: il dramma dell’outcast, dell’artista di strada alla ricerca della felicità in un mondo cinico che non lo ama, e che probabilmente è un’allegoria di quella che a Jeter pareva essere la propria vita. E il romanzo metafisico, che punta al sense of wonder attraverso la stranezza dell’ambientazione, l’enorme Cilindro semi-disabitato di cui non si sa chi l’abbia costruito, quanto sia lungo, chi ne abiti le profondità. Queste anime si giustappongono l’una all’altra per tutto il romanzo, ma non si amalgamano mai molto tra di loro; e nessuna di queste raggiunge un epilogo davvero soddisfacente.

Prendiamo l’ambientazione. Le idee fighe abbondano, a partire dalla vita quotidiana di chi vive sulla verticale. Moto truccate munite di serpenti alle ruote, per viaggiare velocissimi seguendo i cavi-guida posti negli snodi più importanti del Cilindro dall’amministrazione centrale; prese nei muri che permettono agli outcast di collegarsi alla rete per scaricare le notizie del giorno e mappe GPS che danno la posizione delle bande guerriere lungo la verticale. La rete di Farewell Horizontal è qualcosa di molto più rudimentale del nostro Internet; assomiglia alla rete telefonica degli anni ’50, con un centralino che filtra tutte le richieste, e i servizi che sono tutti a pagamento. Ma attraverso la rete si può anche proiettare la propria coscienza in ologrammi in qualsiasi punto del Cilindro. E ci sono pure gli hacker, maghi della rete capaci di impossessarsi dei corpi della gente loggata e controllarli come marionette; ma la concezione di Jeter degli hacker e della loro genialità è un po’ diversa (e più cinica) rispetto a quella di un Gibson o di uno Sterling.
Poi ci sono gli angeli, creature umanoidi, eteree e dall’intelligenza rudimentale, che si tengono lontane dagli uomini ma che talvolta possono essere viste volteggiare attorno al Cilindro, mentre scopano a mezz’aria con i loro simili. O i Dead Centers, creature luciferine che nessuno ha mai visto in faccia, di cui si dice che vivano murati al centro del Cilindro e che attraverso le pareti tentino gli esseri umani ad aprirgli con le loro lusinghe; e che talvolta si manifestano con enormi esplosioni che cancellano interi settori e aprono ferite fumanti sulla verticale. O l’altro lato del Cilindro, quello dove il sole tramonta, e che nessuno ha mai mappato perché nessuno ne è mai tornato. E una marea di altre trovate, calate in un mondo dove tutti ti vogliono fregare e i primi a pugnalarti alle spalle sono i tuoi collaboratori più stretti.

Questa è più o meno la stima che Jeter ha degli hacker.

Eppure… eppure si arriva alla fine del libro con l’amaro in bocca. Troppe le domande lasciate senza risposta, troppe le idee interessanti abbandonate a sé stesse subito dopo essere state introdotte, troppe le false piste che si aprono nel corso della storia e finiscono nel niente. Anche in Rendezvous with Rama si scopre ben poco sulla navicella aliena che ha invaso il Sistema Solare; ma nel romanzo di Clarke, il senso di irrisolto fa parte di quel che l’autore voleva dire, ha un senso nell’economia della storia – insomma, va bene così. In Farewell Horizontal, l’impressione è invece quella di incompiuto, di lasciato a metà, come se semplicemente Jeter non avesse più nulla da dire, non sapesse più che farsene del suo Cilindro.
E come la componente metafisica lascia insoddisfatti, così anche le altre. Nonostante il continuo crescendo di azione e di tensione tra i vari personaggi del romanzo, non si arriva mai a un epico scontro finale. Né, alla fine, l’eroe trova delle risposte alla sua ricerca interiore di felicità – anche se forse la componente “esistenziale” del romanzo trova un epilogo un po’ più degno delle altre. Forse.

Insomma, come accade quasi sempre in Jeter, il romanzo parte pieno di ambizioni per poi afflosciarsi, come direbbe il Duca, come il pisello di un vecchio. E’ una di quelle storie che piace di più a metà o a tre quarti, che quando si arriva all’ultima riga. Col che non voglio dire che sia un brutto romanzo; solo, che poteva essere un capolavoro e invece si limita ad essere sopra la media.
Di sicuro è un romanzo originale. Implementa molto del cyberpunk, ma lo fa in modo tutto suo, calandolo in un’ambientazione atipica e con toni molto meno “libertari” di quelli tipici del genere. E’ anche un romanzo che, per tono, concentrato di idee, protagonista e comprimari, ricorda da vicino la Bizarro Fiction, pur restando sempre troppo controllato per diventare Bizarro. Potrebbe essere il cugino più soft e più intellettuale di Warrior Wolf Women of the Wasteland di Mellick (al quale lo preferisco!). Agli amanti della Bizarro meno pop e del New Weird dovrebbe piacere a prima vista.
Ed è uno di quei libri che non si può dimenticare di aver letto. Anche a distanza di anni, continuerà a evocare immagini nella mia testa, ne sono sicuro – l’immagine di artisti sfigati che camminano sulla superficie verticale di un cilindro infinito, sullo sfondo delle nuvole gialle della luce dell’alba, con serpenti metallici che gli escono dalle scarpe, alla ricerca di una presa internet in cui pluggarsi, inseguiti da orde di omaccioni borchiati e tatuati in motocicletta. Come dice un recensore su Amazon: se volete leggere un romanzo di K.W. Jeter, leggete questo.

Star Wars - The Mandalorian Armor

Nella sua vita, Jeter ha dovuto ingoiare molti bocconi amari.

Dove si trova?
Purtroppo Farewell Horizontal in lingua originale non si trova piratato, ma può essere acquistato in formato kindle su Amazon, nell’edizione Herodiade, alla dignitosissima cifra di 3,62 Euro. Se riuscite a guardare la copertina senza che vi esplodano gli occhi, ovvio.
In compenso, su Emule ho trovato diversi file dell’edizione italiana (“L’addio orizzontale”), nei formati ePub, mobi, pdf, doc, rtf.

Su Jeter
Anche se ci sono scrittori migliori di lui sulla piazza, Jeter meriterebbe più notorietà di quella che ha, e soprattutto ci vorrebbero più sue opere digitalizzate. Tra i libri suoi che ho letto ci sono luci e ombre, ma più le prime che le seconde. Eccoli:
Dr. AdderDr. Adder è il primo romanzo scritto da Jeter, benché non sia il primo pubblicato. Realizzato nel 1972 (dodici anni prima della pubblicazione di Neuromante), fu definito da Dick il primo vero Cyberpunk, ma gli editori l’avrebbero respinto per anni perché eccessivamente scabroso. In un prossimo futuro, il disilluso Allen Limmit si reca in una Los Angeles anarchica alla ricerca del famoso Dr. Adder, chirurgo estetico che altera in modi assurdi i corpi delle prostitute per soddisfare le perversioni dei loro cliente. Limmit vuole concludere un affare con Adder, ma i due si troveranno invischiati in una rivoluzione tra gli anarchici dell’Interfaccia e l’esercito perbenista del predicatore televisivo Mox. Il romanzo ha molte idee suggestive, e Adder è un personaggio affascinante; ma la storia è troppo frammentata, un sacco di sub-plot non vanno da nessuna parte e l’ossessione di Jeter per lo scabroso a tutti i costi stanca. Così così.
Morlock Night Morlock Night (La notte dei Morlock) è un seguito horror-fantasy di The Time Machine di Wells. I Morlock si sono impossessati della macchina del tempo, e dal futuro sono tornati nella Londra vittoriana per portare rovina e pasteggiare a base di gentiluomini britannici. L’idea è interessante e il romanzo parte bene, ma prende una bruttissima piega quando si intromettono Re Artù, la lotta del Bene contro il Male e la ricerca di tutti i pezzi della spada Excalibur per ridonare le forze al campione della luce. Una cagata pazzesca, sconsigliata a tutti tranne che agli amanti del trash estremo o a chi nutra una curiosità storica verso le origini dello steampunk.
Infernal Devices Infernal Devices (Le macchine infernali) è una tragicommedia in salsa vittoriana. George Dower, gentiluomo londinese senz’arte né parte, gestisce un negozio di diavolerie meccaniche lasciategli in eredità dal padre geniale. La sua vita tranquilla viene sconvolta dall’arrivo di un cliente negro con una richiesta particolare. Da allora, Dower precipita in una serie di intrighi sgangherati, tra uomini pesce che hanno colonizzato un quartiere di Londra, ordigni capaci di far esplodere il mondo, automi pensanti caricati a molla dalla notevole potenza sessuale, viaggiatori del tempo e logge massoniche. Stile e ritmo sono altalenanti e la storia è troppo esageratamente grottesca per essere davvero immersiva, ma si legge che è un piacere. Questa è l’opera steampunk di Jeter che merita di essere ricordata, e forse ci scriverò un post in futuro. Jesus H. Christ!
Noir Noir è un cyberpunk amarissimo, in un mondo collassato e in preda all’anarchia, dove i corporativi fanno il bello e il cattivo tempo in mezzo a giovani che si prostituiscono e barboni non-morti tenuti in vita finché non avranno pagato tutto il debito che hanno con le banche. McNihil, investigatore privato che si è fatto impiantare negli occhi un filtro in bianco e nero che gli fa vedere il mondo come se fosse un film noir, è arruolato da una supercorporation per indagare su un omicidio che lo metterà sulle tracce di perversi pirati del copyright che minacciano il mondo intero. Noir è immersivo e pieno di trovate affascinanti; ma l’insistenza feticistica di Jeter verso tutto ciò che è disgustoso, crudele, umiliante, sgradevole, la prosa lenta e intellettualoide, e il suo rant destrorso contro i violatori del copyright e i pirati del digitale (alla gogna!), fanno girare i coglioni. Da leggersi solo quando si è di ottimo umore.
Mi piacerebbe leggere qualche altro suo romanzo, come il decantato The Glass Hammer, ma allo stato attuale esistono solo cartacei fuori commercio. Auspicando una futura digitalizzazione dell’autore, per il momento mi limiterò ad aspettare.

Chi devo ringraziare?
Se sono arrivato a leggere Farewell Horizontal, una volta tanto non devo ringraziare persone che conosco personalmente ma due scrittori. In primo luogo Philip Dick, che in vita parlò sempre bene del suo pupillo e spinse molto Dr. Adder. Insomma: se il mio idolo letterario ne parla bene, deve pur valere qualcosa! In secondo luogo Jeff VanderMeer, che nella postfazione a Infernal Devices (nell’edizione della Angry Robot) ricorda ai lettori che Jeter non è solo proto-steampunk; anzi, che alcuni dei suoi risultati migliori li ha avuti nell’horror e nel cyberpunk (e questo è uno dei romanzi citati). Insomma: se lo dice il decano del New Weird, sarà vero…!
Poi, ovviamente, avrei da ringraziare in misura diversa anche il Duca – che nel suo parlare di steampunk mi ha scolpito nella testa il nome di Jeter – e Mr. Giobblin – che mi ha segnalato la ripubblicazione dei romanzi steampunk di Jeter da parte di Angry Robot. E magari la stessa Angry Robot. Insomma, devo ringraziare un macello di gente.

Blade Runner 2 - The Edge of Human

molti bocconi amari…

Qualche estratto
Per questo Consiglio ho scelto due brani che, mentre davano un’idea generale del protagonista e del “tono” della narrazione, si focalizzassero su due degli elementi più interessanti dell’ambientazione: la connessione alla rete e il movimento sulla verticale. Nel primo Axxter, subito dopo aver avuto la fortuna di immortalare due angeli che facevano sesso, vuole loggarsi per contattare il suo agente e verificare quanti soldi può farci. Il secondo è una scena di vita quotidiana: Axxter che smonta il campo alle prime luci dell’alba e chiama la sua motocicletta.

1.
For most of this excursion he’d been traveling off-line, the Small Moon being over-curve, all signal to or from it being blocked by the building itself. And in this scurfy territory, the building’s exterior desolate and abandoned in every direction, Ask & Receive hadn’t been able to sell him a map of plug-in jacks. So finding this one had been a break, as well. Maybe that’s when my luck started. Axxter rattled his fingertip inside the rust-specked socket; a spark jumped from the tiny patch of metal to the ancient wire running inside the building. Last night, when I found this; maybe it’s all going to just roll on from here. At last.
YES? The single word floated up in the center of his eye, bright against the deadfilm’s black drain of ambient light. More followed. GOOD MORNING. “THE GLORIES OF OUR BLOOD AND STATE/ARE SHADOWS, NOT SUBSTANTIAL THINGS/THERE IS NO ARMOR –”
“Jee-zuss.” Axxter’s gaze flicked to CANCEL at the corner of his eye. The trouble with buying secondhand; his low-budget freelancer’s outfit had all sorts of funky cuteness left on it from its previous owner; he had never been able to edit it out.
VERY WELL. Sniffy, feelings wounded. REQUEST?
He hesitated. For a moment he considered not calling anyone up; just not saying anything about the angels at all. His little secret, a private treasure. That would be something. Something nobody had except me. He nodded, playing back the tape inside his head corresponding to the one inside the camera. So pretty; both of them, but especially the female angel. Slender as a wire. A soft wire. And smiling as she’d drifted away. That smile was locked away, coded into the molecules inside the camera. And in my brain – burned right into the neural fibers. As if soft, dreaming smiles could burn.
[…] Angel stuff being rare also made it valuable, however. Beyond the mere smile. That decided the issue. “Get me Registry.”
After he’d zipped the footage from his archive to Reg and got a File Check, Clear & Confirmed Ownership – thank God that much service came free – he asked if anything else had come in lately under the heading Angels, Gas, Coitus (Real Time). For all he knew, whole orgies had been taking place in the skies around the building’s morningside.
Two cents pinged off the meter panel in the corner of his sight, Registry’s charge for the inquiry. The sight/sound made him wince.
NOTHING, JACK. TOTAL NADA. The Registry interface had a flip personality. YOU MIGHT TRY UNDER HISTORICAL AND/OR POETRY. “I WANDERED LONELY AS A –”
Another eyeflick, to DISCONNECT. He didn’t want to get tagged for another charge. Not for ancient nonsense, some pre-War file dredged out of Registry’s deep vaults. “Screw that.”
PARDON?
“Get me, um . . . get me Lenny Red.” By contract, Axxter should have called his agent Brevis. But Brevis took a ten-percenter bite; and any idiot working out of a top-level office could peddle hot angel love stuff. I could do it, from here – Axxter knew Ask & Receive had a call out, all angel footage bought top-price. But Ask & Receive also listed their stringers in a public file; if Brevis found out – and he would – he’d take the whole wad paid, not just ten percent. Contractual penalty. So Lenny’s usual five made him a bargain.
SHIELD LINE?
“Naw, don’t bother.” No sense in paying the extra – he had his Reg confirm. “Just call him straight in.”
YOU’RE THE BOSS.
The cranky wire quavered Lenny’s face. “Howdy, Ny.”
He squinted at the image overlaid in his sight. Lenny’s forehead smeared to the left; his mouth was a rippling loop. This far downwall, you took what you could get. “Got something for you.”
“Oh?” Oh? – the line echoed as well. “Like what?” Kwut?
“Angels.”
A distorted eyebrow lifted like an insect leg at the edge of the film “Really.” Lee-ee.
“Catch this.” Axxter engineered a smug smile into his own face. “Angels having sex.”

2.
Methodically, with elaborate care, Axxter broke down his small camp. Taking more pains than necessary; I know, he told himself once more, as he watched his hands going through routine. Mind working on two levels about the subject. On top, right up against curve of skull, the old subvocal litany: Careful; have to be careful; weren’t born out here like some of them; until you get your wall-legs, better, smarter to be careful still. But underneath, not even words: fear, not caution, slowed his movements. As narrow and cramped as the confines of the bivouac sling were, it was at least something underneath him, a bowed floor of reinforced canvas and plastic beneath his knees as he knelt, or shoulder and hip when he slept, and the empty air beneath. That was as safe, he knew, as you got on the vertical. He could have stayed in the sling forever, hanging on the wall. Money, the lack of it, compelled otherwise.
Eventually everything – not much – was packed into two panniers and a larger amorphous bundle. He closed his eyes for a moment, gathering strength, then stood up, the sling’s fabric stretching beneath his feet. He whistled for his motorcycle.
For close to a minute, as he leaned against the building’s wall, holding onto a transit cable for balance, he heard nothing, no answering roar of the engine as the motorcycle came wheeling back to his summons. Thin green on this sector of the wall; something to do with Cylinder’s weather pattern, Axxter figured. The motorcycle would have to have grazed for some distance to have filled its tank. Just as he was about to whistle again, he heard the rasp of its motor, growing louder as it approached.
Over the building’s vertical curve, due rightaround from where he stood in the bivouac sling, the headlight and handlebars of a Norton Interstate 850 first appeared, then the spoked front wheel and the rest of the machine behind. Bolted to the motorcycle’s left side – the uppermost side now, as the machine moved perpendicular to the metal wall – the classic blunt-nosed shape of a Watsonian Monza sidecar came with the motorcycle, its wheel the parallel third of the whole assemblage. A typical freelancer’s rolling stock; he had eyeballed it for so long back on the horizontal, when he’d been saving up his grubstake, that he’d memorized every bolt before he’d ever actually wrapped his fist around the black throttle grip. Even now, after this long out on the vertical, the sight of the riderless motorcycle heading toward him – accelerating as if impelled by love, though he knew it had only taken a visual lock on his position – affected him, rolled on a sympathetic throttle inside his chest. A notion of freedom, as much so as angels, living or dead.

Tabella riassuntiva

Un cyberpunk atipico dove la gente cammina sui muri! Troppe domande senza risposta e un senso di incompiutezza.
Protagonista sfigato e autoironico in cui è facile immedesimarsi. Brutta tendenza alla logorrea scemo-friendly.
Jeter riesce a mostrare come si vive in verticale. Inizio lento e finale anticlimatico.
Ritmo crescente e buon mix di azione.