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The Man in the Amazon Studios

Stendardo Greater Nazi ReichAvete pensato a quanto sia difficile scrivere un’ucronia? E’ uno sbatti assurdo.
Non soltanto bisogna documentarsi molto bene sul periodo storico in cui avviene il what if, ma bisogna anche avere abbastanza immaginazione e comprensione della Storia da creare un mondo alternativo credibile: da quel singolo avvenimento, o serie di avvenimenti che sono andati diversamente, costruire una catena di cause ed effetti verosimili che portino il mondo al presente della narrazione. E dove va a finire, questa mole incredibile di documentazione e worldbuilding faticosamente messi insieme? Al 90% rimane nella testa dello scrittore, fondamenta invisibile della storia particolare che decide di raccontare, secondo il principio dell’iceberg di Hemingway.
Non sorprende quindi che ci siano così pochi romanzi ucronici in circolazione, nonostante la domanda non manchi. Né stupisce che gli scrittori, quando ne trovano una, cerchino spesso di minarla fino alla totale esaustione con trilogie, saghe e universi espansi. Turtledove ha scritto due saghe per un totale di otto romanzi per la sua ambientazione Worldwar (Ciclo dell’Invasione in italiano), in cui gli alieni attaccano il nostro pianeta in piena Seconda Guerra Mondiale e sparigliano le carte; e la bellezza di undici romanzi nel suo ciclo Southern Victory, in cui immagina una diversa risoluzione della Guerra di Secessione americana. Harry Harrison ha scritto due seguiti di West of Eden, la sua ucronia preistorica – da me recensita qui – in cui un ceppo di rettili intelligenti evolve indipendentemente dall’essere umano.

Anche Dick aveva più volte provato a scrivere un seguito di The Man in the High Castle, e continuare così la sua esplorazione di un mondo in cui Germania e Giappone si sono spartiti il mondo dopo aver vinto la Seconda Guerra Mondiale. Le idee non gli mancavano. The Ganymede Takeover, romanzo minore scritto a quattro mani con Ray Nelson, era nato come un sequel in cui l’impero giapponese lanciava un’offensiva di occupazione degli interi Stati Uniti come strategia preventiva anti-nazista. Un altro tentativo abortito, Ring of Fire, vedeva gli ufficiali nazisti aprire uno squarcio con una dimensione parallela (la nostra?) in cui il Reich era caduto ma esisteva l’atomica, e cercare di trafugare la preziosa tecnologia nel mondo del romanzo. Anche lo stranissimo romanzo VALIS era nato come seguito di High Castle: la divinità in questo caso non si metteva in contatto con un alter ego di Dick, ma con Hawthorne Abendsen – l’uomo nell’alto castello himself – per proteggerlo dai nazisti che venivano a prenderlo.
Per più di vent’anni dalla pubblicazione del romanzo originale, insomma, Dick ha tentato di tornare a quel mondo, farlo rivivere ed espanderlo. Magari farci scoprire come andava a finire. Ma Dick era anche un uomo dalla salute mentale altalenante, e la repulsione verso la mentalità nazista era troppo forte per più di brevi incursioni nella terribile ucronia che aveva creato. Morì senza mai regalarci un’immagine della New York sotto occupazione nazista, o la Berlino sotto il pugno di Bormann o Goebbels o Heydrich. Il grosso del romanzo originale, infatti, si svolge nella San Francisco colonizzata dai giapponesi e nello stato cuscinetto delle Montagne Rocciose dove Abendsen si nasconde; tutto quello che sappiamo dello strano mondo là fuori, lo ricostruiamo attraverso i dialoghi e i monologhi interiori dei protagonisti (e già Dick abusa dell’infodump, ansioso di farci sapere cosa i suoi nazisti abbiano combinato nel Mediterraneo, piuttosto che in Africa, o i giapponesi in Sudamerica!). Potete quindi immaginare quanto fossi gasato quando, a Gennaio 2015, è arrivata la notizia che Amazon Studios si stava impegnando a sviluppare una serie tv ispirata al romanzo.

Nazi Times Square

La vista di una gigantesca svastica che occhieggia dai maxischermi di Times Square è qualcosa di impagabile. Dal primo episodio della serie tv.

Amazon Studios è una creatura interessante. Nato nel 2010 da una costola del gigante della distribuzione digitale, è una casa di produzione di film e serie tv originali che vengono poi distribuite in streaming su canali proprietari sul modello di Netflix. Come Netflix, le stagioni dei serial vengono girate e poi pubblicate in blocco; ma a differenza di Netflix, il modo in cui queste serie vengono selezionate e prodotte coinvolge gli utenti molto più di quello a cui siamo abituati. In specifici momenti dell’anno, vengono pubblicati gli episodi pilota di differenti soggetti, ed è in base ai feedback degli spettatori, con il loro numero di visualizzazioni, le valutazioni positive, le recensioni, che viene deciso quali portare avanti e quali cancellare. Inutile dire che The Man in the High Castle è stato il pilota che ha ricevuto più consensi di tutta la stagione.
L’ambientazione di The Man in the High Castle sembrava quasi implorare che qualcuno la prendesse per espanderla. C’è un sacco di spazio libero per creare nuove storie, approfondire personaggi ed eventi, e insomma arricchire quel mondo poco più che abbozzato da Dick. E con al comando Frank Spotnitz, uno dei più importanti registi e autori di X-Files, e Ridley Scott come produttore esecutivo, i numeri per fare qualcosa di interessante c’erano tutti. Il pilot è uscito su Amazon Prime il 15 Gennaio 2015; un mese dopo, la serie era stata selezionata per la produzione di una stagione da 10 episodi. La stagione completa è uscita il 20 Novembre ed è già stato opzionato il rinnovo per una seconda.
Ora, conoscete bene la mia insofferenza verso le opere incompiute e come in genere mi tenga alla larga da qualsiasi serie finché non è stata – o sta per essere – scritta la parola fine. Ma anch’io ho le mie debolezze – e per The Man in the High Castle ho fatto un’eccezione. Dopo aver recensito il romanzo, vediamo quindi cosa ne penso della serie tv.

The Man  in the High Castle
The Man in the High Castle (tv series)Autore: Frank Spotnitz
Produttore esecutivo: Ridley Scott, Frank Spotnitz
Genere: Ucronia / Thriller / Politico

Stagioni: 1  (ongoing)
Episodi: 10

Paese: U.S.
Anno: 2015

Da quando è nata, Juliana Crain vive con la testa bassa. Le sue giornate trascorrono tutte uguali tra gli allenamenti al dojo, dove pratica aikido con i giapponesi, e le serate col suo malinconico ragazzo Frank, saldatore che nasconde le proprie origini ebraiche. Ma la sua vita a San Francisco cambia per sempre il giorno in cui riappare Trudy, la sua sorella scomparsa, e le affida con fare misterioso una pellicola dal titolo enigmatico: The Grasshopper Lies Heavy. Poco dopo la Kempeitai, la polizia militare giapponese, la uccide a sangue freddo. L’orrore di Juliana si mischia alla sorpresa nel momento in cui, rifugiatasi a casa, mette la pellicola nel proiettore e si trova di fronte le immagini in bianco e nero di un cinegiornale estremamente realistico, che mostrano Berlino abbattuta, gli americani vincere la Seconda Guerra Mondiale e tornare a casa vittoriosi. Trudy era in realtà membro di una segreta Resistenza alle forze di occupazione, con il compito di consegnare la pellicola al misterioso leader rivoluzionario chiamato l’Uomo nell’Alto Castello.
E mentre Juliana, di nascosto da tutti, decide di prendere il posto della sorella e imbarcarsi per Canon City, l’anonima città della Zona Neutrale dove si dice che viva l’Uomo nell’Alto Castello, nella New York occupata dal Reich un giovane di nome Joe Blake entra in contatto con la locale cellula della Resistenza. Anche a lui viene affidata una pellicola e il compito di entrare di nascosto nella Zona Neutrale, ma il ragazzo fa appena in tempo a fuggire prima che un blitz nazista sgomini la cellula. Ora Juliana e Joe sono due uomini in fuga, due traditori invischiati in un gioco più grande di loro. Ma in gioco c’è molto di più degli equilibri politici del loro mondo.

Spotnitz e gli altri creatori della serie avevano a disposizione più modi per sviluppare il materiale originale. Potevano replicare in modo fedele la trama del romanzo (soluzione pigra), oppure esplorare nuovi territori del mondo immaginato da Dick, con nuove situazioni e nuovi personaggi, momenti storici differenti (soluzione più coraggiosa e affascinante). Gli autori hanno optato per una sana via di mezzo: re-immaginare la trama originale, prendendosi la libertà di espanderla e modificarla a piacimento. Il risultato è un thriller ucronico a tratti molto vicino e a tratti molto lontano da The Man in the High Castle.
Trattandosi di una produzione ad alto budget, Spotniz dà alla serie un taglio molto diverso rispetto all’opera originale. Il libro di Dick, lo abbiamo visto, è fondamentalmente un mainstream che mostra le vite parallele di tanti piccoli personaggi in un mondo più grande di loro – con il rischio di annoiare o perdere per strada i lettori. La serie tv mette invece al centro la lotta della Resistenza americana contro gli occupanti, e prende quindi la forma più convenzionale di un thriller politico orientato all’azione. Si ottiene, così, il doppio risultato di dare ritmo e una direzione alla storia – due elementi che il romanzo di Dick non aveva, o aveva in modo carente – e di inserirla in un archetipo ben riconoscibile dallo spettatore, quello dei ribelli in lotta contro la dittatura.

Il trailer ufficiale di The Man in the High Castle

I protagonisti dell’opera originale ritornano più o meno tutti, anche se in una versione ‘ingentilita’ e meno ambigua. Juliana – una dei due protagonisti veri e propri della serie – è, come nel romanzo di Dick, una donna forte, testarda e votatata all’azione, e come nel romanzo si mette alla ricerca dell’uomo nell’alto castello. Ma nell’opera originale aveva anche tutta una serie di caratteristiche che la rendevano più complessa e meno amabile: era egocentrica, priva di empatia, dall’intelligenza quasi animalesca nel suo curarsi solamente del presente e degli impulsi del momento. Era una donna che senza volerlo faceva soffrire le persone che la circondavano, e aveva lasciato Frank perché non riusciva più ad amarlo. Ma una simile figura femminile si alienerebbe le simpatie del pubblico; ed ecco quindi che la nuova Juliana è una donna di nobili ideali che si preoccupa degli altri. Lei e Frank stanno ancora insieme e, pur con i loro alti e bassi, sono una coppia innamorata.
Joe Blake, l’altro protagonista, è la rilettura in chiave americana di un personaggio minore del romanzo, il camionista italiano e fascista Joe Cinnadella. Il conflitto centrale di questo personaggio – lealtà al Partito o lealtà alla donna amata? – è molto affascinante, e mette in gioco concetti potenti come quelli di fedeltà, onore, obbedienza, patriottismo. Tuttavia si è voluto fare anche di Blake un personaggio facile da inquadrare, e si capisce subito che in fondo è il classico ragazzone dall’animo nobile e gli ideali un po’ confusi. Frank Frink – col suo carattere malinconico e riflessivo – e l’ambasciatore Nobusuke Tagomi – con le sue maniere posate e il suo spiritualismo – sono forse i personaggi che rimangono più aderenti al romanzo originale. Ma la scelta “facile” della serie si vede soprattutto nell’assenza tra i personaggi principali del più sfaccettato e ambiguo dei protagonisti del libro di Dick, l’antiquario Robert Childan, con la sua ammirazione per i nazisti e il suo rapporto di morboso amore-odio verso i dominatori giapponesi. Childan c’è nella serie di Spotnitz, ma relegato a un ruolo minore e trasformato in “macchietta” di commerciante furbetto.

Considerato però che si vuole raggiungere un pubblico vasto, e che i personaggi devono fare da punto di ancoraggio dello spettatore per esplorare un complicato mondo distopico, creare dei protagonisti stereotipici non è di per sé sbagliato. Il focus è altrove: sulla società, sulla politica, sull’azione.
Problema: stai comunque raccontando la storia di (prevalentemente) piccoli individui senza potere politico. Fin dagli anni ’40 del secolo scorso, Brave New World e 1984 ci hanno insegnato che i protagonisti delle distopie non solo perdono sempre, ma non hanno mai avuto neanche una chance. Anche il romanzo di Dick, nonostante tutto, si inseriva in questo filone: gli “uomini comuni” al centro del libro non possono e non cambieranno la storia. Come fai quindi a dare agency ai tuoi protagonisti? Ed è qui che arriva la botta di genio di Spotnitz, che prende un’idea dell’opera originale – il romanzo-nel-romanzo The Grasshopper Lies Heavy – e la trasforma in qualcosa di nuovo, una serie di pellicole di footage in bianco e nero che sembrano mostrare squarci di un mondo che non è il nostro.
La trovata ottiene due risultati. In primo luogo, una pellicola funziona molto meglio di un libro all’interno di una serie tv; la vediamo anche noi assieme alla protagonista, e ci emozioniamo con lei, mentre se avessero mostrato un romanzo sarebbe stato molto più complicato far arrivare allo spettatore cosa c’era dentro e perché fosse importante (oltre che essere estremamente lame). In secondo luogo, i film diventano un eccellente McGuffin per motivare le azioni dei personaggi e farli muovere in giro per l’universo narrativo. Non sappiamo esattamente a cosa servano o perché siano così importanti, ma il solo fatto che Hitler li cerchi disperatamente e che ci siano stuoli di cattivi sulle loro tracce è motivo sufficiente per farli apparire importanti e giustificare tutte le azioni dei protagonisti. Quello che fanno i nostri eroi, benché apparentemente insensato, di colpo diventa qualcosa capace di cambiare il mondo.

The Grasshopper Lies Heavy

La pellicola che può cambiare il mondo. Anche tu, comune cittadino, sentiti importante!

Ma c’è un limite a quanto puoi mandare in giro i tuoi personaggi all’inseguimento di un misterioso McGuffin, prima che la cosa diventi ridicola. E purtroppo Spotnitz e i suoi sgherri questo limite lo superano abbondantemente. Sullo sfondo di un worldbuilding dannatamente interessante, ciò a cui assistiamo per dieci puntate è fondamentalmente una serie di burattini impazziti che si inseguono e si sfuggono e vanno in giro un casino e alla fine non combinano niente. La caccia all’oggetto diventa più importante dell’affresco ucronico di giapponesi e nazisti al potere.
Il tutto non privo di una serie di idee del tutto illogiche. Quello che nel romanzo di Dick era uno stato cuscinetto di medie dimensioni tra i territori occupati da giapponesi e nazisti – gli Stati Uniti delle Montagne Rocciose – una nazione debole e innocua ma funzionante, nel film diventa una terra di nessuno, senza governo, senza legge, e lasciata in mano a signorotti della guerra e giustizieri nazistoidi che fanno quello che vogliono – un affresco improbabile che sembra preso di peso da un brutto western. Assistiamo increduli a questo cacciatore di ebrei fuori di testa che impicca la gente nella pubblica piazza e fa il bello e il cattivo tempo, e non si capisce bene perché gli abitanti del posto non si organizzino per linciarlo (e per darsi un autogoverno, già che ci sono). Suppongo perché sì, perché fa nazisti cattivi. Né mancano altri momenti di follia messi giusto per fare conflitto e mandare avanti la trama, come il trattamento disumano oltre ogni regola che la polizia giapponese riserva alla famiglia ebrea di Frank (che fa angst!) o il ghiribizzo di quest’ultimo di assassinare il principe giapponese in visita (che fa dramah!).

Ed è un peccato, perché a livello visivo The Man in the High Castle è una gioia per gli occhi. Vedere le svastiche che penzolano dalle villette a schiera della periferia newyorkese, gli ideogrammi al neon nei quartieri fumosi di San Francisco, ufficiali giapponesi che fanno seppuku in una piazza riparata per fare ammenda del loro fallimento, quiz televisivi con gerarchi delle SS come concorrenti, salette nascoste nelle ambasciate dove decine di agenti dei servizi segreti se ne stanno chini su apparecchi radio a decodificare intercettazioni radiofoniche del nemico. Certe scene fanno venire i brividi, come i tesi incontri fra dignitari giapponesi e nazisti negli edifici governativi, con le bandiere dei due membri dell’Asse fianco a fianco mentre i diplomatici si studiano a vicenda. Il contrasto tra la cerimoniosità studiata dei giapponesi e il pragmatismo scientifico teutonico è reso benissimo.
Né mancano trovate ben riuscite e miglioramenti rispetto all’opera originale. La conoscenza che oggi abbiamo del Giappone e della sua cultura fa sì che i giapponesi ritratti nella serie tv siano molto più credibili di quelli di Dick, che con il loro misticismo e la loro pacatezza finivano col diventare macchiette di sé stessi. L’imminente visita del principe ereditario dell’impero giapponese a San Francisco crea nelle prime puntate un punto di ancoraggio importante per lo spettatore, dando maggiore concretezza allo scorrere del tempo e un obiettivo verso cui molti dei personaggi – Tagomi su tutti – tendono. E proprio di punti di ancoraggio nel tempo era carente il romanzo originale. Ancora: John Smith, l’alto gerarca nazista al comando delle SS di New York, nonché creazione originale di Spotnitz, è il più articolato e coerente tra i personaggi principali della serie tv, e le scene che lo coinvolgono sono tra le migliori. Il contrasto tra le sue azioni spietate e i suoi principi morali crudeli da una parte, e la sua convinzione di stare facendo la cosa giusta, per il bene della sua famiglia e dei suoi figli, ci fanno provare contemporaneamente attrazione e repulsione nei suoi confronti. Attraverso di lui possiamo assistere da un punto di vista interno al lato umano dei nazisti. E il fatto che Smith sia un americano, uno yankee nato e cresciuto nell’America libera degli anni ’30, prima della guerra e dell’occupazione straniera, un uomo quindi che ha scelto di preferire il nazismo alla sua cultura nativa, lo rende ancora più terribile.

The Man in the High Castle series Map

La divisione politica degli U.S. nella serie tv. Confrontatela con quella del romanzo.

Cos’è andato storto, allora? Perché tutto questo potenziale, questi buoni spunti di worldbuilding non si concretizzano in un grande racconto? E’ solo un’ipotesi, ma The Man in the High Castle sembra costruito come venivano realizzate la maggior parte delle serie tv fino agli anni 2000, fino a prima della cosiddetta golden age dei serial: un’architettura che privilegiava il voler stupire e costruire dei climax a ogni episodio, a spese della coerenza interna e della realizzazione di veri archi narrativi. Con l’obiettivo strategico di fare quante più stagioni possibili.
Il risultato, quindi, è che emergono singole scene – o anche interi episodi – straordinari o singoli personaggi interessanti, ma questi elementi rimangono isolati; sono belli di per sé ma non si aggregano in un qualcosa che abbia significato o valore. Protagonisti che in un episodio si comportano in un modo, l’episodio dopo si comportano in un altro che lo contraddice; obiettivi che vengono raggiunti in una puntata vengono vanificati in quella successiva; personaggi fuggono da San Francisco verso le Montagne Rocciose per poi tornare a San Francisco qualche episodio dopo senza aver concluso nulla, eventi che sembrano importantissimi la puntata prima escono dai radar quella dopo. Lo spettatore non riesce più a distinguere cosa sia realmente importante per la storia e cosa sia invece filler, e la verità è che probabilmente a un certo punto non lo sanno più neanche gli sceneggiatori. “Dove vogliono andare a parare?” si chiede, ma non vogliono andare a parare da nessuna parte – vogliono solo farti saltare sulla sedia una volta di più.

Mentre le serie tv evolvono e diventano strumenti narrativi più complessi, o perché raccontano grandi archi dove ogni stagione è come un atto di una storia più grande – Breaking Bad, House of Cards – o addirittura arrivando al formato antologico, in cui ogni stagione è una storia autoconclusiva costruita interamente a tavolino – American Horror Story, True Detective, Fargo – è come se The Man in the High Castle fosse rimasto indietro. E’ vero, poter vedere l’ucronia che Dick ci aveva solo lasciato immagine è suggestivo, e la serie tv riesce effettivamente a espandere quel mondo, mostrandoci la New York nazista piuttosto che il castello di Kransberg tramutato in residenza permanente del Fuhrer – ma non è abbastanza, senza una solida trama dietro.
Forse le stagioni successive correggeranno il tiro e daranno una direzione a questo magma narrativo. Per ora, The Man in the High Castle è una serie tv senza infamia e senza lode, con un potenziale straordinario che sta sottosfruttando terribilmente.

Nazisti e giapponesi

Cose belle.

Dove si trova
A differenza di Netflix, sbarcato in Italia lo scorso autunno, i servizi di Amazon Studios non sono ancora disponibili nel nostro Paese. Che io sappia, dunque, non ci sono metodi del tutto legali per vedere The Man in the High Castle. Ma Torrentz è vostro amico; se non avete problemi a leggere in inglese, questo file contenente tutta la prima stagione hardsubbed in inglese è fatto molto bene:

The.Man.in.the.High.Castle.Season.1.Complete.720p.WEBRip.EN-SUB.x264-[MULVAcoded]

Tabella riassuntiva

L’ucronia giappo-nazista finalmente espansa! Una trama che non va da nessuna parte
Scenografie suggestive e fotografia stupenda Personaggi che cambiano obiettivi di puntata in puntata
Il personaggio di John Smith e i conflitti che lo riguardano L’ucronia si trasforma in un thriller generico di ‘caccia al McGuffin’
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I Consigli del Lunedì #46: The Man in the High Castle

The Man in the High CastleAutore: Philip K. Dick
Titolo italiano: La svastica sul sole
Genere: Ucronia / Slice of life
Tipo: Romanzo

Anno: 1962
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 240 ca.

Difficoltà in inglese: ***

Quando gli Alleati hanno perso la Seconda Guerra Mondiale, Germania e Giappone si sono spartiti il mondo. Gli Stati Uniti, costretti alla resa alla fine del ’46, sono stati spaccati in due: la parte orientale è entrata a far parte del Grande Reich, mentre la costa ovest è diventata colonia giapponese, col nome di Stati Pacifici d’America. In mezzo, a fare da cuscinetto tra le due superpotenze, gli Stati delle Montagne Rocciose, un fazzoletto di terra perlopiù desertica, ultimo residuo dell’indipendenza americana. Ora, dopo quindici anni di pace, la situazione mondiale sta tornando tesa: Martin Bormann, Cancelliere del Reich dopo l’uscita di scena di Hitler, sta per morire, e la lotta tra gli alti gerarchi per la successione si preannuncia tremenda. E nella loro ambizione sfrenata, i nazisti potrebbero trascinare il mondo in una nuova guerra per il controllo del pianeta.
Ci troviamo nel 1961, nella San Francisco occupata dai giapponesi. Robert Childan, antiquario di prestigio, cerca di conquistare l’ammirazione della dirigenza giapponese vendendo loro i più rari cimeli dell’America libera. Nobusuke Tagomi, diplomatico giapponese di stanza a San Francisco, si prepara a un incontro della massima importanza con Mr. Baynes, industriale svedese – ma un criptico messaggio da Tokyo lascia intendere che quest’uomo nasconde qualcosa, forse è finanche una spia del Reich. Frank Frink, ebreo in incognito sfuggito ai nazisti, si guadagna da vivere fabbricando falsi oggetti d’antiquariato, ma sogna di creare qualcosa di bello con le proprie mani. Juliana, la sua ex moglie, l’ha abbandonato per vivere una nuova vita nei liberi stati delle Montagne Rocciose, ma la sua vita cambierà il giorno che incontrerà Joe Cinnadella, fascista italiano dal passato torbido. Su tutti loro aleggia l’ombra di La cavalletta non si alzerà più (The Grasshopper Lies Heavy), romanzo proibito in cui si narra una storia stranissima, una storia alternativa in cui i nazisti e i giapponesi hanno perso la guerra. Del suo autore, il misterioso Nathanael Abendsen, si sa soltanto che vive trincerato in cima a un alto castello circondato di filo spinato, col terrore che i nazisti vengano a metterlo a tacere…

“In che mondo vivremmo, se le forze dell’Asse avessero vinto la Seconda Guerra Mondiale?” è la domanda posta da questo classico dell’ucronia, il primo dei romanzi di Philip K. Dick ad essere candidato a dei premi e l’unico che gli varrà un Hugo. Ma a differenza della maggior parte delle storie alternative sulla WWII – come Fatherland di Robert Harris – The Man in the High Castle non è un thriller né un romanzo d’azione; è invece un romanzo corale slice-of-life, interessato a mostrare la vita di persone comuni in questo mondo che sarebbe potuto essere. Nel corso del romanzo, seguiremo le vicende intrecciate di cinque personaggi – un fabbro ebreo, un antiquario piccolo-borghese, un diplomatico giapponese, un misterioso industriale svedese venuto dal Reich e una donna irrequieta – tra San Francisco e gli stati delle Montagne Rocciose. Una trama politica esiste, ma è come se si svolgesse ai margini del romanzo e della vita dei nostri protagonisti.
È forse proprio questo approccio mainstream e questa struttura atipica per la narrativa di genere, ad aver assicurato la fama duratura di The Man in the High Castle rispetto ad altri romanzi sullo stesso argomento. Essendo così famoso, ho esitato a lungo – come sapete – prima di decidermi a dedicargli un Consiglio. Ma a fine novembre Amazon Studios ha lanciato sul suo canale una serie omonima, ispirata all’ambientazione di Dick, e il romanzo è tornato alla ribalta. Vale la pena di fare un bilancio per un libro che, celebre finché si vuole, in Italia non è poi così letto. La prossima volta parleremo della serie tv di Amazon.


“In the Mood” della Glenn Miller Orchestra, tormentone swing degli anni della guerra. In un’America che culturalmente si è fermata ai ’40, il pezzo sembra quantomai appropriato.

Uno sguardo approfondito
The Man in the High Castle ha la struttura del romanzo corale in terza persona, con un ampio numero di personaggi-pov che si succedono di paragrafo in paragrafo. Dick scrive in terza persona, con telecamera che oscilla da sopra la spalla del personaggio a dentro la sua testa; passiamo quindi da momenti in cui vediamo il personaggio muoversi come in un film, distaccati da lui, ad altri in cui siamo immersi nel suo tono di voce, e tutto quello che vediamo è filtrato dai suoi pensieri. E qui ci imbattiamo nel primo talento di Dick, ossia la sua capacità di passare da un timbro all’altro a seconda del personaggio: la testa piena di pregiudizi razziali di Childan, i periodi brevi e la flemma di Tagomi, il modo di pensare disordinato, amorale e quasi ferino di Juliana. Riconosciamo le loro voci. Né si rischia di fare confusione su chi sia il pov in ogni momento, dato che il punto di vista cambia solamente al cambio di paragrafo.
Certo, a volte si ha l’impressione che Dick utilizzi i suoi personaggi come delle marionette, dei veicoli per raccontarci la sua ambientazione. Questa sensazione la si avverte soprattutto nei primi capitoli, quando ancora non conosciamo il mondo del romanzo e l’autore sente il bisogno di spiegarcelo. Così, ad esempio, Frank Frink disteso sul suo letto riflette sulla sua difficile condizione – ebreo che è fuggito da New York e si è fatto cambiare il cognome per passare inosservato – e parte un lungo infodump sulla spartizione politica del mondo e le atrocità dei nazisti. Un dialogo, una cosa vista per strada: tutto diventa un pretesto per una digressione – mal camuffata da monologo interiore – su questo o quell’aspetto della società. E sembra a volte che i personaggi di questo mondo non discutano d’altro che di nazisti, della guerra, di come sarebbe potuta andare se. Pure in un mondo così fortemente plasmato dal cattivo esito della Seconda Guerra Mondiale, come quello di The Man in the High Castle, suona un po’ inverosimile che i suoi abitanti non parlino quasi d’altro che di politica e guerra.

Quando invece Dick riesce a mettere la sua ambientazione al servizio dei suoi personaggi, allora il romanzo brilla veramente. Ogni protagonista ha la sua storia, il suo punto di vista sul mondo, i suoi conflitti (interiori ed esteriori). Prendiamo per esempio Mr. Tagomi: in qualità di diplomatico della Trade Mission a San Francisco, il suo ruolo è di mediare tra la madrepatria, gli occupati americani e la Germania nazista, con cui i giapponesi sono in pace. Ma Tagomi è turbato. La consapevolezza del male perpetrato dai nazisti, e che lui – nella sua funzione di mediatore – deve non solo tollerare, ma assecondare e finanche avallare le loro azioni, distrugge il suo baricentro morale. Nel corso del romanzo Tagomi dovrà fare i conti con sé stesso, col suo conflitto tra il bisogno di giustizia e la coscienza del male, e sarà costretto a prendere delle decisioni che decideranno da che parte sta.
Ma non ci sono vie d’uscita pulite. In un mondo dove i nazisti hanno vinto, dove o sei dalla loro parte o sei morto, è come se ogni cosa fosse stata contaminata. Non esiste una divisione manichea tra i buoni e i cattivi; tutti i personaggi del romanzo di Dick hanno commesso qualcosa di più o meno riprovevole, tutti vivono questa ambiguità morale, e così come c’è l’americano antisemita e collaborazionista, così c’è il nazista disilluso e stanco del proprio regime. Consideriamo Robert Childan: americano vittima dell’occupazione giapponese, abituato fin da giovane a sentirsi “inferiore”, ha trovato però una possibilità di riscatto (sia economico che di prestigio personale) vendendo reperti della storia americana proprio a coloro che lo opprimono. Childan vive il conflitto tra il bisogno di essere accettato fra i suoi “superiori”, di elevarsi, e la consapevolezza che per farlo deve svendere sé stesso e la storia del suo paese. E proprio quando cominciamo a sviluppare empatia nei suoi confronti, scopriamo – abbastanza presto nel libro, in verità – che Childan stima i nazisti, stima quello che hanno fatto ad africani, slavi ed ebrei, condivide la loro teoria delle razze e spera in cuor suo che gli ariani spazzino via tutti i musi gialli dalla faccia della terra. Sì: proviamo empatia per un antisemita. Questa è la potenza della scrittura di Dick.

The Man in the High Castle Worldmap

La mappa politica del mondo nell’universo alternativo di The Man in the High Castle (cliccare per ingrandire).

Ogni protagonista, dunque, ha la sua storia e i suoi conflitti da superare. Ma come tutti i romanzi dalla struttura corale, anche The Man in the High Castle ha un problema: se da un lato si guadagna in prospettiva – la possibilità di vedere il mondo del libro da tante paia d’occhi diversi – dall’altro si rischia di perdere in immersione, in immedesimazione nei personaggi della storia. Il problema è ancora più accentuato in questo caso, essendoci la bellezza di cinque personaggi-pov principali, più due pov usa-e-getta dedicati a personaggi minori. Il continuo passare da un personaggio all’altro, e quindi da una storia all’altra, crea facilmente confusione, soprattutto all’inizio del romanzo quando non abbiamo ancora familiarizzato con l’ambientazione.
Ma anche quando, proseguendo nella lettura, ci si affeziona ai vari protagonisti e non si fa più fatica a seguire la trama, rimane la sensazione di stare leggendo tante storie separate. Le vite dei cinque personaggi si intrecciano, le loro vicende rimandano l’una all’altra, chiariscono aspetti l’una dell’altra, le loro azioni plasmeranno i destini degli altri, e ciascuno vivrà il proprio arco di trasformazione; ma le loro storie rimangono fondamentalmente distinte.  Una trama collettiva vera e propria non c’è – solo tante direttrici parallele. E’ quindi inevitabile provare, nel corso della lettura, un senso di smarrimento: dove sta andando a parare il romanzo? Dove porta tutto questo saltare da una vicenda individuale all’altra? Cosicché, anche se ci immergiamo nei personaggi e nei loro conflitti, rimane in noi un certo distacco rispetto alla vicenda.

A mantenere alta in parte l’attenzione del lettore, al di sopra delle vicende individuali, ci sono due misteri centrali: quale sia il vero obiettivo dell’incontro d’affari tra Tagomi e Mr. Baynes, nel quale il governo a Tokyo sembra riporre grandissima attenzione, e perché il misterioso e recluso Abendsen abbia scritto un romanzo in cui l’Asse ha perso la Seconda Guerra Mondiale – un libro che circola di mano in mano nonostante sia ufficialmente proibito sia negli Stati sotto il controllo giapponese sia nel Reich, e che appassiona e sconvolge, dall’ebreo Frink al nazista al fascista Cinnadella (che ne sembra ossessionato). Che cosa sa realmente Abendsen? Faccenda resa ancora più inquietante dal fatto che la storia che racconta Abendsen è comunque diversa da quella del nostro mondo: in The Grasshopper Lies Heavy, l’America ha sì vinto, ma ora si spartisce il mondo con l’Impero Britannico e non con l’Unione Sovietica. Un’ucronia nell’ucronia.
Questi misteri troveranno risposta entro la fine del libro. Ma se quest’aura di suspence lavora a favore della curiosità del lettore e lo incalza ad andare avanti, a remare contro ci pensa il ritmo. The Man in the High Castle è un romanzo lento. I momenti d’azione sono quasi assenti, le scene statiche sono numerose, e la maggior parte dei protagonisti-pov della storia sono individui che prediligono la riflessione all’azione. Soprattutto, sono individui “piccoli”: possono fare la loro parte, e risolvere problemi più o meno grandi, ma il destino ultimo del popolo americano e del mondo non sono nelle loro mani. Come in 1984 e in ogni distopia che si rispetti, non si arriverà alla fine del romanzo con il Fuhrer gloriosamente deposto e gli equilibri politici irreversibilmente cambiati. Se questo tipo di storia scoccia, sarebbe meglio stare alla larga dal libro di Dick.

Povero Goebbels

The Man in the High Castle è piuttosto un affresco, la messa in scena di un worldbuilding attraverso le vicissitudini di chi ci vive dentro, a tutti i livelli: dalla quotidianità delle persone che non contano nulla (Frank Frink, Juliana), a quello della borghesia (Childan e il suo rapporto con la dirigenza giapponese), a quello della politica (Tagomi, Baynes). Come sarebbe oggi il mondo, e in particolar modo l’America, se nazisti e giapponesi avessero vinto la guerra? E in questo, bisogna ammetterlo, Dick ci spalanca davanti un tripudio di sense of wonder.
Alcune sono piccole trovate, come il fatto che il Mediterraneo – ora completamente controllato dalla Germania – sia stato prosciugato per farne campi coltivati, o che i nazisti, con la loro ossessione per le imprese titaniche, abbiamo spedito navicelle con equipaggio su Venere e Marte mentre ancora la televisione non è entrata nelle case della gente comune (e siamo negli anni ’60!). La lotta per il potere tra i gerarchi nazisti, tra un erudito affabulatore come Goebbels e una iena come Heydrich, rimane altrettanto sullo sfondo del romanzo – attraverso i discorsi dei personaggi e i proclami alla radio – ma si porta sempre dietro un’aura di inquietudine e un fascino sinistro.
Altre sono cose grosse, che determinano il modo di agire e di pensare dei protagonisti. I giapponesi di Dick, intrisi di misticismo e di rispetto per le antiche tradizioni, si sono portati oltremare l’I Ching, l’antichissimo almanacco divinatorio cinese che permette, attraverso la disposizione casuale di bastoncini di legno, di porre delle domande sul proprio futuro. Tutti in The Man in the High Castle, dai giapponesi agli americani occupati – e con la sola eccezione dei pragmatici nazisti – si affidano all’oracolo nei momenti difficili, lanciando i legnetti e interpretandone i misteriosi esagrammi. Tutti cercano di equilibrare lo yin e lo yang nella propria vita, e di ristabilire l’equilibrio del tao.

Il worldbuilding di Dick è anche uno splendido esempio di cosa significa immaginare le conseguenze delle idee che si introducono. Come accade spesso nella storia umana, gli occupanti giapponesi,  dall’iniziale razzismo verso l’uomo occidentale, hanno sviluppato nel tempo un senso di colpa per aver distrutto la cultura americana, e una fascinazione verso la sua storia e i suoi reperti. E’ nato in questo modo un gigantesco mercato di collezionisti di americana, dalle Colt utilizzate nella guerra di secessione ai poster di arruolamento della Prima Guerra Mondiale, passando per gli orologi di Topolino. Ma accanto al mercato dei cimeli autentici, si è sviluppata un’immensa industria di falsi, come la Wyndam-Matson Corp. per cui lavora lo stesso Frank Frink. E parallelamente, quest’ossessione per le antichità – quelle autentiche e quelle contraffatte – sembra aver soffocato la possibilità di un’arte americana nuova, perché chi mai vorrebbe comprarla, a chi mai potrebbe interessare, quando ci sono in circolazione così tanti francobolli dell’Esposizione Universale di Chicago? Ma che cosa succederebbe al mercato del collezionismo, se i funzionari giapponesi scoprissero che molti dei pezzi che hanno acquistato a peso d’oro sono dei falsi? Questa catena di cause ed effetto lega i destini dei personaggi di Childan, Frink e Tagomi.
Altri aspetti del worldbuilding, purtroppo, tradiscono l’età del romanzo. Se il ritratto dei nazisti rimane generalmente credibile, e attraversa tutto lo spettro umano – dai più fanatici e psicotici, come l’artista Lotze, ai più meschini e opportunisti, come il console Hugo Reiss – i giapponesi sono tutti caratterizzati da una certa aura mistico-filosofica che rispecchia i pregiudizi degli anni ’60, ma oggi appare un po’ ridicola. Il solo fatto che si affidino a tutti i livelli a un testo cinese come l’I Ching, soprattutto alla luce del nazionalismo giapponese del periodo bellico e del disprezzo verso i vicini popoli asiatici, è molto poco credibile.

I Ching yarrow stalks

Bastoncini dell’I Ching. Questi affari si utilizzano per ottenere un esagramma in risposta a una domanda fatta all’oracolo. Non chiedetemi come diamine funzioni ‘sta cacata.

The Man in the High Castle è una strana creatura, che rischia di lasciare freddi e spaesati a inizio lettura, ma che, a chi va avanti, regala una valanga di idee affascinanti e di spiragli sugli abissi dell’animo umano. Il problema del male, il dilemma etico del collaborazionismo, il rapporto tra il vero e il falso, il dubbio su quale sia la realtà vera, nonché il vecchio sano what if politico: tutti questi temi sono approfonditi da Dick in poco più di 200 pagine. Il tutto condito da persone vere che si comportano in modo vero e vivono problemi veri.
Sarebbe potuto essere migliore? Certo che sì. Se Dick fosse riuscito a costruire una chiara trama centrale, che facesse da hook per il lettore e da nodo di collegamento tra le varie storie individuali, certo sarebbe stato più facile seguire il romanzo e capire la direzione della storia. Se avesse limitato il numero di pov, almeno eliminando quelli usa-e-getta, la lettura sarebbe stata meno dispersiva. Certo, è interessante entrare per poche pagine nella visione del mondo di un collaborazionista meschino come Wyndam-Matson o di un nazista come il console Reiss, ma forse c’erano modi più eleganti per raccontare anche quel ‘lato’ della vicenda.
The Man in the High Castle è lontano dalla perfezione. Ma è anche straordinario, e unico nel suo genere – uno strano slice-of-life filosofico di storia alternativa.

Dove si trova
Come quasi tutti i libri di Philip K. Dick, anche questo è un molto facile da trovare. Potete scaricare il romanzo in lingua originale su Library Genesis (ePub, pdf) o su BookFI, il nuovo dominio del fu Bookfinder (ePub, lit, mobi, pdf). Sempre su BookFI si può trovare l’edizione italiana La svastica sul sole.

Churchill vs Hitler

Qualche estratto
Per i due estratti di oggi, ho scelto due momenti particolarmente esemplificativi dell’approccio di Dick, delle sue scene statiche e meditative, delle sue fisse esistenziali e filosofiche. Il primo mostra Frink mentre interroga l’I Ching su una questione della massima importanza: come deve fare per riavere il suo lavoro da Wyndam-Matson? Il secondo, Baynes mentre chiacchiera amabilmente con un tedesco fanatico e riflette su quali siano i tratti della mentalità nazista.

1.
Seated on his bed, a cup of lukewarm tea beside him, Frink got down his copy of the I Ching. From their leather tube he took the forty-nine yarrow stalks. He considered, until he had his thoughts properly controlled and his questions worked out.
Aloud he said, “How should I approach Wyndam-Matson in order to come to decent terms with him?” He wrote the question down on the tablet, then began whipping the yarrow stalks from hand to hand until he had the first line, the beginning. An eight. Half the sixty-four hexagrams eliminated already. He divided the stalks and obtained the second line. Soon, being so expert, he had all six lines; the hexagram lay before him, and he did not need to identify it by the chart. He could recognize it as Hexagram Fifteen. Ch’ien. Modesty. Ah. The low will be raised up, the high brought down, powerful families humbled; he did not have to refer to the text—he knew it by heart. A good omen. The oracle was giving him favorable council.
And yet he was a bit disappointed. There was something fatuous about Hexagram Fifteen. Too goody-goody. Naturally he should be modest. Perhaps there was an idea in it, however. After all, he had no power over old W-M. He could not compel him to take him back. All he could do was adopt the point of view of Hexagram Fifteen; this was that sort of moment, when one had to petition, to hope, to await with faith. Heaven in its time would raise him up to his old job or perhaps even to something better.
He had no lines to read, no nines or sixes; it was static. So he was through. It did not move into a second hexagram.
A new question, then. Setting himself, he said aloud, “Will I ever see Juliana again?” […]
Busily he maneuvered the yarrow stalks, his eyes fixed on the tallies. How many times he had asked about Juliana, one question or another? Here came the hexagram, brought forth by the passive chance workings of the vegetable stalks. Random, and yet rooted in the moment in which he lived, in which his life was bound up with all other lives and particles in the universe. The necessary hexagram picturing in its pattern of broken and unbroken lines the situation. He, Juliana, the factory on Gough Street, the Trade Missions that ruled, the exploration of the planets, the billion chemical heaps in Africa that were now not even corpses, the aspirations of the thousands around him in the shanty warrens of San Francisco, the mad creatures in Berlin with their calm faces and manic plans—all connected in this moment of casting the yarrow stalks to select the exact wisdom appropriate in a book begun in the thirtieth century B.C. A book created by the sages of China over a period of five thousand years, winnowed, perfected, that superb cosmology—and science—codified before Europe had even learned to do long division.
The hexagram. His heart dropped. Forty-four. Kou. Coming to Meet. Its sobering judgment. The maiden is powerful. One should not marry such a maiden. Again he had gotten it in connection with Juliana.
Oy vey, he thought, settling back. So she was wrong for me; I know that. I didn’t ask that. Why does the oracle have to remind me? A bad fate for me, to have met her and been in love—be in love—with her.

Seduto sul letto, con una tazza di tè tiepido, Frink tirò fuori la sua copia dell’I Ching. Estrasse i quarantanove steli di millefoglie dalla custodia di pelle e si concentrò finché non si sentì in grado di controllare adeguatamente i propri pensie­ri e non ebbe elaborato le domande.
Disse ad alta voce: «Come devo rivolgermi a Wyndham-Matson in modo da raggiungere con lui un accordo soddisfa­cente?» Scrisse la domanda sul blocco di carta, poi cominciò a muovere gli steli di millefoglie da una mano all’altra finché non ottenne la prima linea, l’inizio. Un otto. Questo già elimi­nava la metà dei sessantaquattro esagrammi. Divise gli steli e ottenne la seconda linea. Ben presto, esperto com’era, ebbe tutte e sei le linee; l’esagramma era davanti a lui e non ebbe bisogno di consultare il libro. Era in grado di riconoscerlo come l’Esagramma Quindici. Ch’ien. La Modestia. Ah. Colo­ro che sono in basso verranno elevati, coloro che sono in alto abbassati, le famiglie potenti umiliate; non fu necessario consultare il testo… lo conosceva a memoria. Un buon auspicio. L’oracolo gli stava fornendo un responso favorevole.
Eppure provò una certa delusione. C’era qualcosa di fatuo nell’Esagramma Quindici. Troppo prevedibile. Doveva per forza essere modesto. Ma forse c’era un’idea, dietro tutto ciò. In fin dei conti lui non aveva alcun potere sul vecchio W-M. Non poteva imporgli di riassumerlo. Tutto ciò che poteva fare era adottare il punto di vista dell’Esagramma Quindici; era quel momento particolare in cui ci si doveva limitare a far domande, sperare e aspettare fiduciosi. Al momento giusto il cielo lo avrebbe risollevato al suo vecchio lavoro o forse an­che a qualcosa di meglio.
Non c’erano linee da leggere, nessun nove e nessun sei. Era un esagramma statico. Perciò aveva finito. Non poteva diventare un secondo esagramma.
Ma allora, ecco una nuova domanda. Si preparò e disse a voce alta: «Rivedrò Juliana?»
[…] Maneggiò laboriosamente gli steli di millefoglie, con gli occhi fissi sul punteggio. Quante volte aveva fatto domande su Juliana, in un modo o nell’altro? Ecco l’esagramma, for­mato dal passivo movimento casuale dei bastoncini. Casuale, eppure radicato nel momento in cui lui viveva, in cui la sua vita era legata a tante altre vite e particelle dell’universo. Il necessario esagramma che tratteggiava, nel suo schema di li­nee intere e spezzate, la situazione. Lui, Juliana, la fabbrica di Gough Street, le Missioni Commerciali che dettavano leg­ge, l’esplorazione dei pianeti, i miliardi di mucchietti di resi­dui chimici, in Africa, che non erano nemmeno più cadaveri, le aspirazioni di migliaia di persone intorno a lui, nelle squal­lide conigliere di San Francisco, le creature folli di Berlino con i loro volti impassibili e i progetti maniacali… tutto colle­gato in quel momento nel quale si gettavano gli steli di mille­foglie per selezionare la saggezza appropriata in un libro ini­ziato nel trentesimo secolo prima di Cristo. Un libro creato dai saggi della Cina durante un periodo di cinquemila anni, vagliato e perfezionato; quella cosmologia – e quella scienza – superba, codificata prima ancora che l’Europa avesse impa­rato a fare le divisioni.
L’esagramma. Il suo cuore ebbe un sussulto. Quarantaquattro. Kou. Il Farsi incontro. Il suo giudizio raggelante. La ragazza è potente. Non bisogna sposare una ragazza del ge­nere. Era venuto fuori di nuovo, in relazione a Juliana.
Vabbé, pensò, rilassandosi. Dunque era la donna sba­gliata per me; lo so. Non è questo che ho chiesto. Perché l’oracolo me lo deve ricordare? Un brutto destino, il mio, quello di averla incontrata e di essermi innamorato – di essere ancora innamorato – di lei.

2.
“I hope we will see one another later on in San Francisco,” Lotze said as the rocket touched the ground. “I will be at loose ends without a countryman to talk to.”
“I’m not a countryman of yours,” Baynes said.
“Oh, yes; that’s so. But racially, you’re quite close. For all intents and purposes the same.” Lotze began to stir around in his seat, getting ready to unfasten the elaborate belts.
Am I racially kin to this man? Baynes wondered. So closely so that for all intents and purposes it is the same? Then it is in me, too, the psychotic streak. A psychotic world we live in. The madmen are in power. How long have we known this? Faced this? And—how many of us do know it? Not Lotze. Perhaps if you know you are insane then you are not insane. Or you are becoming sane, finally. Waking up. I suppose only a few are aware of all this. Isolated persons here and there. But the broad masses… what do they think? All these hundreds of thousands in this city, here. Do they imagine that they live in a sane world? Or do they guess, glimpse, the truth… ?
But, he thought, what does it mean, insane? A legal definition. What do I mean? I feel it, see it, but what is it?
He thought, It is something they do, something they are. It is—their unconsciousness. Their lack of knowledge about others. Their not being aware of what they do to others, the destruction they have caused and are causing. No, he thought. That isn’t it, I don’t know; I sense it, intuit it. But—they are purposely cruel … is that it? No. God, he thought. I can’t find it, make it clear. Do they ignore parts of reality? Yes. But it is more. It is their plans. Yes, their plans. The conquering of the planets. Something frenzied and demented, as was their conquering of Africa, and before that, Europe and Asia.
Their view; it is cosmic. Not of a man here, a child there, but air abstraction: race, land. Volk. Land. Blut. Ehre. Not of honorable men but of Ehre itself, honor; the abstract is real, the actual is invisible to them. Die Güte, but not good men, this good man. It is their sense of space and time. They see through the here, the now, into the vast black deep beyond, the unchanging. And that is fatal to life. Because eventually there will be no life; there was once only the dust particles in space, the hot hydrogen gases, nothing more, and it will come again. This is an interval, ein Augenblick. The cosmic process is hurrying on, crushing life back into the granite and methane; the wheel turns for all life. It is all temporary. And they—these madmen—respond to the granite, the dust, the longing of the inanimate; they want to aid Natur.
And, he thought, I know why. They want to be the agents, not the victims, of history. They identify with God’s power and believe they are godlike. That is their basic madness. They are overcome by some archetype; their egos have expanded psychotically so that they cannot tell where they begin and the godhead leaves off. It is not hubris, not pride; it is inflation of the ego to its ultimate confusion between him who worships and that which is worshiped. Man has not eaten God; God has eaten man.

«Spero che ci rincontreremo, a San Francisco,» disse Lot­ze mentre il razzo toccava il suolo. «Mi sentirò sperduto, sen­za un connazionale con cui parlare.»
«Io non sono un suo connazionale,» disse Baynes.
«Oh, sì, è vero. Ma dal punto di vista razziale siamo mol­to vicini. E anche sotto il profilo delle intenzioni e degli obiet­tivi.» Lotze cominciò a muoversi sul sedile, preparandosi a slacciare la complicata cintura di sicurezza.
Sono simile a quest’uomo, dal punto di vista razziale? si domandò Baynes. Simile a tal punto da avere le stesse inten­zioni e gli stessi obiettivi? Allora c’è anche in me quella vena psicotica. È un mondo psicotico, quello in cui viviamo. I paz­zi sono al potere. Da quanto tempo lo sappiamo? Da quanto tempo affrontiamo questa realtà? E… quanti di noi lo sanno? Non Lotze. Forse se uno sa di essere pazzo, allora non è paz­zo. Oppure può dire di essere guarito, finalmente. Si risve­glia. Credo che solo poche persone si rendano conto di tutto questo. Persone isolate, qua e là. Ma le masse… che cosa pensano? Tutte le centinaia di migliaia di abitanti di questa città. Sono convinte di vivere in un mondo sano di mente? Oppure intravedono, intuiscono in qualche modo la verità?
Ma, pensò, che cosa significa la parola pazzo? È una de­finizione legale. E per me, che significato ha? Io la sento, la vedo, ma che cos’è?
È qualcosa che fanno, pensò, qualcosa che sono. È la loro inconsapevolezza. La loro mancanza di conoscenza degli altri. Il fatto di non rendersi conto di ciò che fanno agli altri, della distruzione che hanno causato e che stanno anco­ra causando. No, pensò. Non è quello. Non lo so; lo sento, lo intuisco, ma… sono volutamente crudeli… è quello? No. Dio, pensò, non riesco ad arrivarci, a chiarire il concetto. Forse ignorano parti della realtà? Sì. Ma c’è di più. Sono i loro progetti. Sì, i loro progetti. La conquista dei pianeti. Qualco­sa di frenetico e di folle, così come lo è stata la loro conqui­sta dell’Africa, e prima ancora dell’Europa e dell’Asia,
La loro visione; è cosmica. Non un uomo qua, un bambi­no là, ma un’astrazione: la razza, la terra. Volk. Land. Blut. Ehre [Popolo. Terra. Sangue. Onore]. Non l’onore degli uomini degni d’onore, ma l’Ehre stesso; per loro l’astratto è reale, e il reale è invisibile. Die Gute [Il bene], ma non gli uomini buoni, non quest’uomo buono. È il loro senso dello spazio e del tempo. Essi vedono attraverso il “qui” e “ora”, nell’enorme e nero abisso che c’è al di là, nell’immutabile. E questo è fatale alla vita. Perché alla fine non ci sarà più vita; una volta c’erano soltanto le particelle di polvere nello spazio, gli ardenti gas di idrogeno, e niente più, e così tornerà a essere. Questo è un intervallo, ein Augenblic [Un attimo]. Il processo cosmico procede a grandi passi, fran­tumando la vita e riducendola di nuovo a granito e metano; la ruota gira sempre, per tutta la vita. È tutto temporaneo. E loro – questi pazzi – rispondono al granito, alla polvere, al desiderio dell’inanimato; essi vogliono aiutare la Natur.
E io, pensò, so perché. Vogliono essere gli agenti, non le vittime, della storia. Si identificano con la potenza di Dio e credono di essere simili a dèi. Questa è la loro pazzia di fon­do. Sono sopraffatti da qualche archetipo; il loro ego si è di­latato psicoticamente a tal punto che non sanno più dire dove essi cominciano e dove finisce la divinità. Non è hybris, non è orgoglio; è l’ego gonfiato a dismisura, fino all’estre­mo… la confusione tra colui che adora e colui che è adorato. L’uomo non ha divorato Dio; Dio ha divorato l’uomo.

Tabella riassuntiva

Un affascinante affresco su un mondo in cui l’Asse ha trionfato. Una storia frammentata senza una vera trama unificante.
Protagonisti affascinanti che maturano affrontando i loro problemi personali.  Il ritmo lento e i balzi da una storia all’altra distaccano dai protagonisti.
Sense of wonder fantastorico a palate! Infodump e monologhi interiori gestiti in modo poco elegante.
Insolito approccio slice-of-life al genere ucronico.

I Consigli del Lunedì #37: Flow My Tears, the Policeman Said

Flow My Tears, the Policeman SaidAutore: Philip K. Dick
Titolo italiano: Scorrete lacrime, disse il poliziotto
Genere: Slipstream / Distopia / Psicologico
Tipo: Romanzo

Anno: 1974
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 230 ca.

Difficoltà in inglese: **

Flow, my tears, fall from your springs!
Exiled for ever, let me mourn;
Where night’s black bird her sad infamy sings,
There let me live forlorn.

Tutti i martedì sera, tra le otto e le nove, trenta milioni di spettatori accendono la TV per guardare il Jason Taverner Show. Taverner, cantante pop, bellissimo quarantenne, nonché un Sei – un essere umano creato in laboratorio e geneticamente modificato per essere più affascinante, più psicologicamente stabile e più sano del normale – ha tutto ciò che si potrebbe desiderare dalla vita. Finché una delle sue amanti, in preda a una crisi di nervi, non tenta di ucciderlo con un parassita alieno. L’ambulanza, la corsa in ospedale: sembra che Taverner sopravviverà. Senonché, al suo risveglio, Taverner non si trova in una corsia d’ospedale; è nella stanza vuota di un albergo fatiscente, addosso non ha più neanche un documento, e la gente – anche i suoi più stretti collaboratori e la sua amante, la gelida cantante Heather Hart – non si ricorda più di lui.
Taverner è diventato una non-persona. E questo è un bel problema, in un’America che in seguito a una nuova guerra civile si è trasformata in uno stato totalitario, retto dalla polizia e dalla guardia nazionale, e dove ogni cittadino è schedato all’interno di un network esteso in tutto il mondo. In questo mondo, ad ogni svolta puoi trovarti davanti a un checkpoint randomico della polizia, e chi non è in regola rischia un viaggio di sola andata nei campi di lavoro sulla Luna. Taverner dovrà riuscire a sopravvivere e a scoprire cosa gli è successo, sperando di non attirare mai l’attenzione dello Stato; il suo destino è nelle mani di Felix Buckman, cinico Generale di Polizia che sogna un mondo di ordine e giustizia universali, e della sua androgina, bisessuale, tossicomane sorella Alys. La caccia è aperta.

“Flow, My Tears” è un’aria per liuto del compositore tardo-rinascimentale John Dowland. Il pezzo, che non sarebbe stato strano ascoltare alla corte della regina Elisabetta, parla del bisogno di nascondersi nei recessi più bui del pianeta in seguito a una grande sventura, per sfuggire alla vergogna, al disprezzo, alla consapevolezza della propria miseria. Allo stesso modo, il romanzo di Dick mette al centro l’inspiegabile caduta di una celebrità, e della lotta che dovrà condurre, in un mondo ostile e disumano, per non fare una fine orribile – o almeno, per trovare un po’ d’amore.
Flow My Tears, the Policeman Said ha vinto a mani basse il sondaggio che avevo lanciato un mese e mezzo fa, su quale romanzo di Dick avrei dovuto recensire fra una rosa di tre titoli. Ammetto che ero scettico all’idea di dedicare un articolo al romanzo, e non fosse stato per le vostre richieste non l’avrei fatto. Per tanti motivi: perché è una storia molto più vicina al mainstream che non al fantastico; perché è un romanzo che polarizza molto i lettori, anche tra i fan di Dick, che o lo amano o lo odiano; perché è un romanzo a cui sono molto legato, e quindi temevo di non poter essere obiettivo o che, rileggendolo a distanza di anni (e per la prima volta in lingua originale), ne sarei rimasto deluso. Be’, mi avete fatto cambiare idea. E quindi eccovi il Consiglio.


“Flow My Tears” di John Dowland, in un’interpretazione di Andreas Scholl. Come mi piace la erre dura dell’inglese classico!

Uno sguardo approfondito
Il primo capitolo è brutto. In uno spazio così piccolo, Dick riesce a compiere quasi tutti gli errori possibili: ci sono gli infodump debolmente mascherati da pensieri del protagonista, che senza un motivo valido si mette a ricapitolare le caratteristiche del mondo in cui vive a tutto beneficio del lettore; ci sono – ancora peggio – gli As you know, Bob, come l’agente di Taverner che declama alla sua stellina: “Do you realize what power you have?” per poi lanciarsi in una serie di precisazioni circa quanto potere egli abbia; ci sono le valanghe di aggettivi e avverbi. In generale, i personaggi di Dick mostrano una certa fretta di mettere a nudo fin da subito il loro animo e il loro carattere, anche se i dialoghi ne risultano forzati e innaturali. Insomma, se dovessimo giudicare il romanzo dal primo capitolo – come sarebbe legittimo fare – non resterebbe che scuotere la testa e riporlo sullo scaffale. Se invece teniamo duro, dal secondo capitolo le cose cominciano a cambiare.
Non che diventi mai un capolavoro di prosa. Dick non si è mai preoccupato troppo di curare il suo stile, e Flow My Tears non è nemmeno dei meglio scritti. Le sue descrizioni sono quasi sempre ai minimi termini, molto raccontate, e infatti a fine lettura dell’ambientazione del romanzo ci si ricorda ben poco. Ecco ad esempio come viene descritto lo studio clandestino della falsaria Kathy:

“It was small. But he saw a number of what appeared to be complex and highly specialized machines. On the far side a workbench. Tools by the hundreds, all neatly mounted in place on the walls of the room. Below the workbench large cartons, probably containing a variety of papers. And a small generator-driven printing press.”

Più nebuloso di così si muore. Per non parlare della costruzione criminale di certe frasi, come le combo letali punto + avverbio: “Sucking in his breath he shuddered. Violently.”

Eppure. Eppure a partire dal secondo capitolo tutta questa trascuratezza comincia a pesare di meno, scivola in secondo piano, e il lettore viene pian piano trascinato nel dramma personale del protagonista. All’inizio del secondo capitolo, Taverner si sveglia in una polverosa stanza d’albergo senza più un documento addosso, e comincia la sua odissea. Dick è molto bravo nel farci percepire l’ansia dei suoi protagonisti, la sensazione di essere precipitati in qualcosa che non si capisce e di non essere nemmeno più sicuri di essere nel mondo reale. I monologhi interiori del protagonista, nel loro oscillare costante tra un tentativo di razionalizzare l’esperienza e le crisi isteriche in cui si manda tutto affanculo, sono credibili e immersive.
Allo stesso modo il mondo in cui Taverner si muove, benché mostrato in modo approssimativo, è convincente e aggiunge ansia all’ansia. Taverner ha paura di essere scambiato per uno studente fuggitivo: negli Stati Uniti del futuro i campus universitari sono cintati di filo spinato perché gli studenti all’interno sono dei dissidenti del regime, e la polizia cerca di prenderli per fame. La burocrazia del nuovo regime è sconfinata, e quando Taverner sarà interrogato in una centrale avvertiremo sulla nostra pelle il suo terrore mentre documento falso dopo documento falso, deposizione dopo deposizione, tutto viene analizzato e rianalizzato e visto sotto luci diverse in cerca del più piccolo neo. Il tutto può ben essere riassunto in una frase di Taverner, che da sola dà l’idea di tutta l’atmosfera del romanzo: “Once they notice you, Jason realized, they never completely close the file. You can never get back your anonymity. It is vital not to be noticed in the first place. But I have been.”

Macchinari

Macchinari complessi e molto specializzati. Non necessariamente quelli dello studio di Kathy.

Ma dove Dick dà il meglio di sé, è nei dialoghi. I suoi dialoghi sono affascinanti per due ragioni. La prima, è che ci infila sempre più livelli di conflitto contemporanei. Non sono mai dialoghi semplicemente informativi – eccettuati quelli del brutto primo capitolo – e se da una parte danno al lettore una serie di informazioni utili (sull’ambientazione, sulla psicologia del personaggio che parla, eccetera), al contempo sono una lotta tra i due interlocutori per la prevalenza. Può essere la lotta tra Taverner e un ufficiale di polizia che lo sta interrogando: il primo vuole scamparla senza tradirsi, l’altro vuole incastrarlo. O può essere che Taverner stia cercando di accattivarsi la falsaria nella speranza di farsi fabbricare documenti falsi, mentre quella non è disposta ad aiutarlo senza qualcosa in cambio. Ognuno tira acqua al suo mulino. A un secondo livello, il personaggio-pov vive dei conflitti interiori: ad esempio Taverner, mentre gioca con freddezza la sua partita dialettica per avere ciò che vuole, deve tenere a bada la sua natura arrogante di ex-privilegiato che vorrebbe dare in escandescenza e mandare affanculo l’interlocutore.
E a volte il dialogo si fa anche più surreale. C’è un momento in cui uno dei personaggi comincia a fare al protagonista rivelazioni cruciali su quello che gli è successo. La faccenda è interessante proprio perché promette rivelazioni, ma potenzialmente noiosa perché è un dialogo strettamente informativo. Sfortunatamente, Taverner in quel momento è pieno di droga fino agli occhi; deve lottare per riuscire a concentrarsi, ed è terrorizzato all’idea che la sua gamba destra si allunghi fino alla luna. Il dialogo diventa obliquo: i due personaggi parlano ma non si ascoltano, ciascuno cerca di interagire con l’altro ma in realtà sono entrambi catturati dai loro problemi personali. Il lettore guadagna comunque l’informazione, ma in un contesto molto più interessante. E molto surreale.

Il secondo motivo per cui i suoi dialoghi sono affascinanti è che, pur senza essere realistici fino alla noia, suonano così verosimili. I personaggi dicono una cosa e poi ne fanno un’altra. Sostengono un’opinione, ma poi ci ripensano. Giocano molti giochi, nel senso di Eric Berne: conversazioni ritualizzate il cui fine nascosto è diverso da quello manifesto, e a volte addirittura antitetico (1). Molti si risentono della schizofrenia dei personaggi di Dick, dicendo che sono incoerenti e quindi mal scritti. Non è così. I suoi personaggi, a guardare la loro psicologia, sono coerenti – semplicemente, sono irresoluti. Oscillano tra due propositi, spesso contraddittori, e spesso finiscono per fare una cosa e poi l’esatto contrario – per poi odiarsi per questo. Taverner vorrebbe rimanere sempre freddo e agire con il cervello, ma il suo orgoglio e la sua insicurezza lo fanno sbroccare e distruggere in un attimo castelli di carte costruiti in ore di lavoro; Buckman vorrebbe non dover fare del male agli altri, ma finisce per farlo per fini superiori, e questo lo logora e gli procura sensi di colpa. Sono personaggi ambigui, complessi, pieni di dubbi, e questa complessità si manifesta proprio nel fatto di non avere un comportamento granitico.
E’ un bene che Dick sia così bravo nei dialoghi, perché di fatto tutto il romanzo è una lunga serie di dialoghi con poca azione intorno. In questo, la struttura di Flow My Tears ricorda un po’ quella del filosofico Holy Fire di Sterling – ne ho parlato giusto qualche mese fa – solo che qui i pericoli sono reali invece che teorici e lontani, e si parla di persone e di relazioni piuttosto che dei massimi sistemi. Attraverso questi dialoghi, Dick disegna una galleria di personaggi affascinanti: Kathy, la falsaria con la faccia da bambina e una psicosi che la sta mangiando da dentro, che usa l’amore come un legaccio per stritolare a sé i suoi uomini e impedire loro di abbandonarla; Heather Hart, la bellissima amante di Taverner, che pur facendo la popstar odia il genere umano ed è felice solo quando è completamente sola; Ruth Rae, la donna tutta sesso invecchiata precocemente; Mary Anne Dominic, l’artista vasaia un po’ sovrappeso, che vorrebbe solo essere lasciata in pace a coltivare la sua arte; Alys Buckman, che si è bruciata chirurgicamente i centri nervosi dell’empatia e vive per consumare tutto ciò che ama; e così via.

Brutal police

La polizia sa essere brutale.

Si potrebbe obiettare che, a giudicare dalle mie parole, in questo romanzo c’è ben poco di fantascientifico. Be’, è vero. L’ambientazione ha alcuni elementi weird molto carini, che però sono di contorno – su tutte, l’idea che l’odio razziale sia culminato nella decisione di sterilizzare tutti i neri, con la conseguenza che al tempo della storia ne sono rimasti pochissimi, e sono diventati oggetti di ammirazione, sono riempiti di soldi e trattati come i Panda del WWF. Ci sono anche altri elementi classici della fantascienza dickiana, come i precog, le macchine volanti e le droghe sintetiche dagli effetti assurdi, ma rimangono ai margini. L’America totalitaria del romanzo è inquietante ma molto ‘normale’: se facessimo finta che fosse stato scritto da un dissidente politico nel Blocco Sovietico degli anni ’50, potremmo quasi credere che si tratti di un regime realmente esistito. Di fatto, Flow My Tears è più vicino al mainstream che non alla fantascienza propriamente detta.
Particolare è anche la struttura del romanzo. All’inizio tutto ci fa pensare che Taverner sia il protagonista e l’unico personaggio-pov. Superati i primi capitoli, però, entra in scena Felix Buckman come nuovo personaggio-pov; e anche se i due protagonisti si passano la palla per il resto del romanzo, il baricentro della storia si sposta sempre più verso quest’ultimo. Scelta che approvo: allargando l’orizzonte della storia a Buckman, cominciamo a vedere lo stesso mondo che perseguitava Taverner da un nuovo punto di vista che altrimenti ci sarebbe stato negato. Una volta, in un momento poetico, avevo paragonato questo romanzo con Il processo di Kafka – anche qui l’atmosfera è dominata da un’autorità ottusa e pervasiva, con la differenza che oltre al punto di vista della vittima abbiamo anche quello di chi tiene in mano la scure.

E nonostante la carenza di azione, il ritmo è rapidissimo. Il botta e risposta continuo tra i personaggi, la sensazione di qualcosa di terribile costantemente alle calcagna, incollano alla pagina. La prima volta che lo lessi, lo divorai in un giorno. Oggi non ho modo di leggere dalla mattina alla sera senza mai fermarmi, ma l’ho comunque riletto in tre giorni. E nonostante le iniziali resistenze, l’ho trovato ancora fantastico – anche se oggi sono pronto a riconoscere che poteva essere scritto mille volte meglio.
Obiettivamente posso dire che ci sono molti romanzi migliori, e se lo metto ai primi posti della mia classifica è soprattutto perché ci sono legato in modo personale. Aldilà della trascuratezza dello stile, si porta dietro anche qualche difetto di contenuto. Per esempio, a volte – e soprattutto all’inizio – è difficile identificarsi in Taverner: è così bello, così intelligente, così affascinante, così dotato di autocontrollo, che è quasi un Gary Stu. A differenza di un Gary Stu, viene davvero messo alla prova, soffre sul serio (non si limita a dire che soffre come un Edward qualunque) e la prende davvero in quel posto dagli altri un sacco di volte. Tuttavia, il suo retaggio di ‘Sei’, di essere geneticamente superiore, lo allontana troppo dal lettore. Il problema non è il fatto che fosse una celebrità, quello è un elemento integrante della storia ed è importante – ma non poteva essere una persona nata normale che ce l’aveva fatta con le sue forze? Come il Bel-Ami di Maupassant o il Rastignac di Balzac, uno che era arrivato al vertice della società per talento e calcolo invece che per predestinazione naturale? Quanto sarebbe stato più interessante? E, trovandosi improvvisamente rigettato nell’anonimato e nella miseria, in quali modi più affascinanti avrebbe reagito?

Fuck the police!

Forse avrebbe reagito così?

Ma è oggettivamente un buon romanzo. E la scena finale (quella alla pompa di benzina) mi ha lasciato di ghiaccio adesso come allora, anche se sapevo già che ci sarebbe stata – ma ci vuole un minimo di sensibilità per apprezzarla. Per contro, l’Epilogo che chiude il libro è bruttino e il romanzo ci avrebbe guadagnato senza la sua esistenza.
Insomma, di cosa parla questo Flow My Tears? Diciamo che parla dell’amore tra le persone. E se volessi riassumerlo in poche righe, mi affiderei a queste parole dette a un certo punto da Taverner:

“Then why is love so good? […] You love someone and they leave. They come home one day and start packing their things and you say, ‘What’s happening?’ and they say, ‘I got a better offer someplace else,’ and there they go, out of your life forever, and after that until you’re dead you’re carrying around this huge hunk of love with no one to give it to. And if you do find someone to give it to, the same thing happens all over. Or you call them up on the phone one day and say, ‘This is Jason,’ and they say, ‘Who?’ and then you know you’ve had it. They don’t know who the hell you are. So I guess they never did know; you never had them in the first place.”

Dove si trova?
Come tutti i romanzi di Dick, anche Flow My Tears è facile da trovare online. Potete scaricarlo in lingua originale su BookFinder (pdf o epub) oppure su Library Genesis (pdf o epub); per l’edizione italiana potete serenamente affidarvi a Emule o simili, o potete comprare l’edizione Fanucci in libreria, se non è andata fuori stampa.

Qualche estratto
Il primo brano ci mostra Taverner nel momento in cui scopre di essere diventato una non-persona, ed è bello vedere un Sei come lui in preda alla madre delle crisi di nervi; il secondo mostra invece un dialogo con Kathy, la falsaria, e mi sembra un bell’esempio tanto della bravura di Dick coi dialoghi quanto della sua capacità di dar corpo a personaggi vividi.

1.
Fortunately he had change. He dropped a one-dollar gold piece into the slot, dialed Al Bliss’s number.
“Bliss Talent Agency,” Al’s voice came presently.
“Listen,” Jason said. “I don’t know where I am. In the name of Christ come and get me; get me out of here; get me someplace else. You understand, Al? Do you?”
Silence from the phone. And then in a distant, detached voice Al Bliss said, “Who am I talking to?”
He snarled his answer.
“I don’t know you, Mr. Jason Taverner,” Al Bliss said, again in his most neutral, uninvolved voice. “Are you sure you have the right number? Who did you want to talk to?”
“To you, Al. Al Bliss, my agent. What happened in the hospital? How’d I get out of there into here? Don’t you know?” His panic ebbed as he forced control on himself; he made his words come out reasonably. “Can you get hold of Heather for me?”
“Miss Hart?” Al said, and chuckled. And did not answer.
“You,” Jason said savagely, “are through as my agent. Period. No matter what the situation is. You are out.”
In his ear Al Bliss chuckled again and then, with a click, the line became dead. Al Bliss had hung up.
I’ll kill the son of a bitch, Jason said to himself. I’ll tear that fat balding little bastard into inch-square pieces.
What was he trying to do to me? I don’t understand. What all of a sudden does he have against me? What the hell did I do to him, for chrissakes? He’s been my friend and agent nineteen years. And nothing like this has ever happened before.
I’ll try Bill Wolfer, he decided. He’s always in his office or on call; I’ll be able to get hold of him and find out what this is all about. He dropped a second gold dollar into the phone’s slot and, from memory, once more dialed.
“Wolfer and Blaine, Attorneys-at-law,” a female receptionist’s voice sounded in his ear.
“Let me talk to Bill,” Jason said. “This is Jason Taverner. You know who I am.”
The receptionist said, “Mr. Wolfer is in court today. Would you care to speak to Mr. Blaine instead, or shall I have Mr. Wolfer call you back when he returns to the office later on this afternoon?”
“Do you know who I am?” Jason said. “Do you know who Jason Taverner is? Do you watch TV?” His voice almost got away from him at that point; he heard it break and rise. With great effort he regained control over it, but he could not stop his hands from shaking; his whole body, in fact, shook.
“I’m sorry, Mr. Taverner,” the receptionist said. “I really can’t talk for Mr. Wolfer or—”
“Do you watch TV?” he said.
“Yes.”
“And you haven’t heard of me? The Jason Taverner Show, at nine on Tuesday nights?”
“I’m sorry, Mr. Taverner. You really must talk directly to Mr. Wolfer. Give me the number of the phone you’re calling from and I’ll see to it that he calls you back sometime today.”
He hung up.
I’m insane, he thought.

Per fortuna aveva qualche moneta. Infilò un pezzo d’oro da un dollaro nella fessura e fece il numero di Al Bliss.
— Agenzia artistica Bliss — gli rispose la voce di Al.
— Senti — disse Jason, — non so dove mi trovo. Per amor di Dio, vieni a prendermi. Tirami fuori di qui. Hai capito, Al?
Silenzio. Poi, in tono remoto, distaccato, Al Bliss chiese: — Con chi parlo?
Lui ringhiò la risposta.
— Non la conosco, signor Jason Taverner — disse Al Bliss, ancora con la sua voce più neutra. — È sicuro di avere fatto il numero giusto? Con chi voleva parlare?
— Con te. Al. Al Bliss, il mio agente. Cose successo all’ospedale? Come ho fatto a finire qui? Non lo sai? — La marea del panico salì, e Jason lottò per imporsi l’autocontrollo. Costrinse le proprie parole ad assumere un tono pacato. — Puoi metterti in contatto con Heather per me?
— La signorina Hart? — disse Al, e ridacchiò.
— Tu — disse Jason, furibondo — hai finito di essere il mio agente. Punto. Qualunque sia la situazione. Sei fuori.
Al Bliss ridacchiò un’altra volta, e poi, con un clic, la comunicazione si interruppe. Al Bliss aveva riappeso.
“Ucciderò quel figlio di puttana” si disse Jason. “Ridurrò in pezzettini minuscoli quel bastardo di un grassone calvo.
“Cosa sta cercando di farmi? Non capisco. Cos’ha contro di me, cosi, all’improvviso? Che diavolo gli ho fatto, Cristo santo? È mio amico e mio agente da diciannove anni. E una cosa del genere non è mai successa.
“Proverò con Bill Wolfer” decise. “È sempre in ufficio o comunque reperibile. Riuscirò a raggiungerlo e scoprirò cosa accidente ci sia sotto.” Infilò una seconda moneta da un dollaro nella fessura e, a memoria, compose un altro numero.
— Studio legale Wolfer & Blaine — gli risuonò all’orecchio la voce di un’impiegata.
— Passami Bill — disse Jason. — Sono Jason Taverner. Hai capito bene chi.
L’impiegata disse: — Oggi il signor Wolfer è in aula. Preferisce parlare col signor Blaine, oppure devo farla richiamare dal signor Wolfer quando rientrerà in ufficio, nel pomeriggio?
— Ma sai chi sono? — chiese Jason. — Sai chi è Jason Taverner? Guardi la tivù? — A quel punto perse quasi il controllo della propria voce; la sentì spezzarsi e salire a un livello acuto. Se ne riappropriò con uno sforzo enorme, ma non riuscì a fermare il tremito delle mani. In realtà, tutto il suo corpo stava tremando.
— Mi spiace, signor Taverner — disse l’impiegata. — Proprio non posso parlare a nome del signor Wolfer o…
— Guardi la tivù?
— Sì.
— E non hai mai sentito parlare di me? Del Jason Taverner Show, alle nove di sera del martedì?
— Mi spiace, signor Taverner. Lei deve conferire direttamente col signor Wolfer. Mi lasci il suo numero di telefono e la farò richiamare in giornata.
Jason riappese.
“Sono impazzito” pensò.

Pompe di benzina

Pompe di benzina. Non necessariamente quelle alla fine del romanzo.

2.
Kathy said, “You’re more magnetic than Jack. He’s magnetic, but you’re so much, much more. Maybe after meeting you I couldn’t really love him again. Or do you think a person can love two people equally, but in different ways? My therapy group says no, that I have to choose. They say that’s one of the basic aspects of life. See, this has come up before; I’ve met several men more magnetic than Jack…but none of them as magnetic as you. Now I really don’t know what to do. It’s very difficult to decide such things because there’s no one you can talk to: no one understands. You have to go through it alone, and sometimes you choose wrong. Like, what if I choose you over Jack and then he comes back and I don’t give a shit about him; what then? How is he going to feel? That’s important, but it’s also important how I feel. If I like you or someone like you better than him, then I have to act it out, as our therapy group puts it. Did you know I was in a psychiatric hospital for eight weeks? Morningside Mental Hygiene Relations in Atherton. My folks paid for it. It cost a fortune because for some reason we weren’t eligible for community or federal aid. Anyhow, I learned a lot about myself and I made a whole lot of friends, there. Most of the people I truly know I met at Morningside. Of course, when I originally met them back then I had the delusion that they were famous people like Mickey Quinn and Arlene Howe. You know—celebrities. Like you.”
He said, “I know both Quinn and Howe, and you haven’t missed anything.”
Scrutinizing him, she said, “Maybe you’re not a celebrity; maybe I’ve reverted back to my delusional period. They said I probably would, sometime. Sooner or later. Maybe it’s later now.”
“That,” he pointed out, “would make me a hallucination of yours. Try harder; I don’t feel completely real.”
She laughed. But her mood remained somber. “Wouldn’t that be strange if I made you up, like you just said? That if I fully recovered you’d disappear?”
“I wouldn’t disappear. But I’d cease to be a celebrity.”
“You already have.” She raised her head, confronted him steadily. “Maybe that’s it. Why you’re a celebrity that no one’s ever heard of. I made you up, you’re a product of my delusional mind, and now I’m becoming sane again.”
[…] Her tone became firm and crisp. “The only thing that got me back to sanity was that I loved Jack more than Mickey Quinn. See, I thought this boy named David was really Mickey Quinn, and it was a big secret that Mickey Quinn had lost his mind and he had gone to this mental hospital to get himself back in shape, and no one was supposed to know about it because it would ruin his image. So he pretended his name was David. But I knew. Or rather, I thought I knew. And Dr. Scott said I had to chose between Jack and David, or Jack and Mickey Quinn, which I thought it was. And I chose Jack. So I came out of it. Maybe”—she wavered, her chin trembling—“maybe now you can see why I have to believe Jack is more important than anything or anybody, or a lot of anybodys, else. See?”
He saw. He nodded.
“Even men like you,” Kathy said, “who’re more magnetic than him, even you can’t take me away from Jack.”

— Sei più magnetico di Jack. È magnetico anche lui, ma tu lo sei molto di più. Magari, dopo avere conosciuto te, non riuscirò più ad amarlo sul serio. O tu pensi che si possano amare due persone con la stessa intensità ma in modi diversi? Il conduttore del mio gruppo di terapia dice di no. Dice che devo scegliere. Dice che è uno degli aspetti basilari della vita. Il fatto è che è già successo. Ho incontrato diversi uomini più magnetici di Jack… Però nessuno quanto te. Adesso non so proprio cosa fare. È molto difficile decidere su cose simili perché non ne puoi parlare con nessuno. Nessuno capisce. Bisogna cavarsela da soli, e a volte si fanno le scelte sbagliate. Per esempio, come se io scegliessi te al posto di Jack e poi lui tornasse e a me non fregasse più niente di lui: cosa succederebbe? Cosa proverebbe lui? È importante, ma è importante anche quello che provo io. Se tu, o qualcun altro come te, mi piace più di lui, devo dare via libera a quel che sento, questo almeno secondo il mio gruppo di terapia. Lo sapevi che sono stata in un ospedale psichiatrico per otto settimane? Il Morningside Mental Hygiene Relations di Atherton. Me l’hanno pagato i miei. È costato una fortuna, perché non avevano diritto alle sovvenzioni federali. Comunque, là ho imparato tante cose su di me e mi sono fatta un sacco di amici. La maggior parte della gente che conosco davvero l’ho incontrata al Morningside. Certo, quando li ho visti per la prima volta ero convinta che fossero gente famosa, come Mickey Quinn e Arlene Howe. Insomma, celebrità. Come te.
Lui disse: — Conosco sia Quinn che la Howe. Non ti sei persa niente.
Kathy lo scrutò. — Forse non sei una celebrità. Forse sono regredita al mio periodo delle illusioni. Hanno detto che probabilmente mi sarebbe successo, prima o poi. Ora è capitato.
— Il che — fece notare Jason — mi renderebbe una tua allucinazione. Sforzati di più. Non mi sento del tutto reale.
Lei rise. Ma il suo umore restò piuttosto cupo. — Non sarebbe strano se ti avessi inventato io, come hai appena detto? Se guarissi del tutto, tu scompariresti.
— Non scomparirei. Però smetterei di essere una celebrità.
— Hai già smesso di esserlo. — Kathy alzò la testa e lo fissò senza timori. — Ecco perché, forse. Ecco perché sei una celebrità che nessuno ha mai sentito nominare. Ti ho creato io. Sei un prodotto della mia mente in preda alle illusioni, e adesso sto recuperando la sanità mentale.
[…] Il tono di Kathy diventò deciso, fermo. — L’unica cosa che mi abbia riportata alla normalità è stato il fatto di amare Jack più di Mickey Quinn. Io pensavo che quel ragazzo, quel David, fosse Mickey Quinn, e che fosse un gran segreto che Mickey Quinn fosse uscito di testa e si fosse fatto ricoverare in quell’ospedale per rimettersi in forma, e nessuno doveva saperne niente perché avrebbe rovinato la sua immagine. Così lui faceva finta di chiamarsi David. Però io sapevo. O piuttosto, credevo di sapere. E il dottor Scott ha detto che dovevo scegliere tra Jack e David, o Jack e Mickey Quinn, qualunque cosa pensassi. E ho scelto Jack. Così ne sono uscita. Magari… — Ebbe un attimo di instabilità sulle gambe. Le tremò il mento. — Magari adesso riesci a capire perché devo credere che Jack sia più importante di tutto e di tutti, o comunque di tanta altra gente. Lo capisci?
Jason capiva. Annuì.
— Anche di uomini come te — disse Kathy. — Uomini che sono più magnetici di lui. Nemmeno voi potete strapparmi da Jack.

Tabella riassuntiva

Un uomo solo alla ricerca della propria esistenza in un mondo distopico! Prosa approssimativa con avverbi a cascata.
Dialoghi affascinanti e pieni di conflitto. Dick mostra poco e racconta molto.
Dick ha una capacità unica di tracciare ritratti psicologici. Protagonista in odore di Gary Stu.
L’atmosfera totalitaria è opprimente al punto giusto. Poco fantastico e poca scienza per alcuni palati.

(1) Non so se Dick conoscesse le teorie di Berne, ma non è affatto necessario per mettere in scena dei giochi. Potrebbe averne compreso le regole in modo intuitivo, come molti di noi fanno, semplicemente avendo a che fare con altre persone per tutta la vita.
A questo proposito, mi piacerebbe riprendere il discorso sui giochi mentali di Berne in un articolo futuro. E’ un argomento molto interessante di per sé, e può esserlo ancora di più per uno scrittore.

La supercazzola e il Glimmung

SupercazzolaAh, le coincidenze!
Ieri sera stavo preparando il Consiglio del Lunedì su Dick – articolo che spero di riuscire a pubblicare tra qualche giorno – quand’ecco che mi arriva una mail della Fanucci. Ricordate il mio articolo di questa primavera in cui scuotevo la testa di fronte alle tristi operazioni editoriali di Fanucci sulle opere di Dick? All’epoca lamentavo il disseppellimento sistematico di tutti i suoi romanzi non fantascientifici, e mi chiedevo fino a che punto sarebbero riusciti a scavare nella melma.
Bene: ora ho la risposta, ed è stata la Fanucci stessa a preoccuparsi di darmela. Signori e signore, gioite, perché a quanto pare è appena uscito Nick e il Glimmung!

Nick e il Glimmung

Grazie, Fanucci, per averci regalato un’altra perla!

Nick and the Glimmung è una storia per bambini che Dick aveva scritto nel 1966, quando ancora nessuno se lo filava, ma che, tanto per cambiare, fu pubblicata solo postuma, nel 1988. Da consumato economo qual’era, Dick nel frattempo aveva riciclato l’ambientazione del libro nel mediocre romanzo sci-fi per adulti Galactic Pot-Healer (Guaritore Galattico in italiano: esatto, Fanucci ha pubblicato anche quello). Di Nick and the Glimmung non si ricordava quasi più nessuno ma, grazie all’alacrità del management Fanucci, ora il fanboy italiano in astinenza avrà qualcosa da fare in attesa della prossima pubblicazione della Raccolta Completa degli Scontrini della Lavanderia a Berkeley di Philip K. Dick.
Soprattutto apprezzo la consueta trasparenza della redazione, che nel comunicato non accenna neanche una volta al fatto che si tratti di un libro per bambini ma anzi scrive: “Un romanzo d’intrattenimento nel quale si ritrovano le definizioni di realtà e destino messe in discussione nella sua narrativa più impegnata e le scelte coraggiose di piccoli grandi eroi che rischiano personalmente pur di rivendicare la loro diversità e la loro umanità.” E un bel “manco fosse Antani” no?

La beffa: l’ebook è in vendita a 9,99 Euro. Un prezzo che proprio ti invoglia a comprarlo, considerando che, per ebook di fantascienza della stessa epoca – anni ’60 e ’70 – che spesso sono pure dei classici, la casa britannica Gollancz fa pagare, con la sua collana Gateway, prezzi che oscillano fra i 3,99 e i 6,49 Euro. E’ quello che mi è costato, ad esempio, il bizzarro romanzo proto-steampunk di Harry Harrison Tunnel Through the Deeps (il cui titolo originale era molto più fico: A Transatlantic Tunnel, Hurray!), di cui non ero riuscito a trovare sui canali pirata una formattazione soddisfacente.
In altre parole: QUALCUNO FERMI L’UFFICIO MARKETING DI FANUCCI.

Gateway Gollancz

Considerato che l’autore è morto, che non ci sono costi di traduzione e che le copertine sono inesistenti anche quelli di Gollancz sono un po’ dei ladri…

Tutto questo per dire che il sondaggio è chiuso e a breve avrete il vostro Consiglio.

Il sondaggio lungo un anno

Philip K. DickJoe Fernwright è solo, al sicuro nel bunker. Ma tutti i suoi compagni sono là fuori, in balia di una creatura ancestrale emersa dagli abissi. E’ mezz’ora che non ha loro notizie. Il suo unico contatto col mondo esterno è la sua radio portatile. Disperato, decide di accendere la radio per sentire se ci sono notizie. E:

“Impotente?” disse la radio. “Incapace di raggiungere l’orgasmo? Hardovax trasformerà il vostro disappunto in gioia”. Quindi un’altra voce, quella di un uomo avvilito. “Diamine, Sally, non so cosa mi è successo. So che ti sei accorta che ultimamente sono del tutto floscio. Diamine, se ne sono accorti tutti.” Quindi una voce femminile: “Henry, tutto ciò di cui hai bisogno è una semplice pillola chiamata Hardovax. E in pochi giorni sarai un vero uomo.” “Hardovax?” le fece eco Henry. “Diamine, forse dovrei provarla.” E di nuovo la voce dell’annunciatore: “Nel più vicino drugstore, o puoi scrivere direttamente a…”.
A quel punto Joe spense la radio. Ora capisco cosa intendeva Willis.

A volte mi piace ricordarmi perché mi piace Philip K. Dick. E’ in brani come questi che Dick riluce, anche in romanzi malriusciti e obiettivamente bruttarelli come Galactic Pot-Healer (Guaritore galattico), da cui il brano è tratto. Proprio quest’anno, sempre in quella discutibile operazione di riesumazione sistematica di cui mi sono già lamentato in questo post, Galactic Pot-Healer è stato riportato alla luce in italiano da Fanucci. Sfogliandolo, mi sono tornati in mente gli anni in cui leggevo Dick, e della letteratura fantascientifica sapevo ancora molto poco. E mi è tornato in mente un sondaggio che avevo aperto quasi un anno fa.

Galactic Pot-Healer

Un restauratore di vasellame viene contattato da una divinità aliena a forma di enorme blob-cetaceo perché lo aiuti a riesumare dalle profondità dell’oceano del lontano Pianeta del Contadino una cattedrale gotica. WTF? Ah, giusto: è una storia di Dick.

Lo scorso Ottobre vi domandavo se voleste o meno una recensione di uno dei più celebri romanzi di Dick, The Man in the High Castle (in italiano, L’uomo nell’alto castello o La svastica sul sole). Per i ritardatari, il dilemma che ponevo era questo: si tratta di un romanzo molto interessante, ma abbastanza famoso anche in Italia. Fanucci lo tiene fisso in libreria. Ha senso parlarne in un blog votato prima di tutto ai libri poco (o non abbastanza) conosciuti?
Se ho lasciato aperto il sondaggio tutti questi mesi, è stato più per distrazione che per calcolo; finché non avessi raggiunto una decisione in merito, pensavo, tenerlo aperto non poteva fare male. Ormai però direi che il dado è tratto – non si sono aggiunti molti voti negli ultimi mesi, per cui i risultati possono dirsi definitivi. Pertanto ho chiuso il sondaggio; vediamo quali sono stati i risultati.

Il sondaggio chiedeva: volete un articolo su The Man in the High Castle? Basandomi sugli umori raccolti fra i frequentatori del blog in merito a Dick, avevo fornito tre opzioni:
– Sì, dai!
– Dick va bene, ma l’articolo lo vorrei su un altro dei suoi romanzi.
– Dick ha rotto il cazzo.
Ora, su un totale di 133 voti, ecco come si sono distribuite le risposte dei miei amati lettori:
– Il 48,12% dei votanti (64 voti) vuole la recensione.
– Il 41,35% dei votanti (55 voti) pensa che Dick abbia rotto il cazzo.
– Il 10,53% dei votanti (14 voti) non ha problemi con Dick, ma ce li ha con il romanzo in questione.
Da un punto di vista prettamente quantitativo, avrebbe quindi vinto il partito di quelli che vogliono un articolo sulla nostra ucronia nazista preferita. Ci sono però da fare un paio di considerazioni. In primo luogo, lo scarto è molto piccolo: solo 9 voti di differenza. Abbastanza perché non si possa formare un governo (ah! ah! ah!). In secondo luogo, se sommiamo i voti di chi non vuole recensioni su Dick e di chi le vorrebbe su un altro romanzo (cioè, per farla breve, le due posizioni contrarie a una recensione a High Castle), raggiungiamo il 51,88% dei votanti (69 voti). Quindi il partito “Sì, dai!” si troverebbe in realtà in minoranza.
C’è però anche un altro modo di guardare la questione. Possiamo anche dire che 64 + 14 = 78 votanti vorrebbero un articolo su un romanzo di Dick, contro i 55 che non la vogliono, e si tratta di una percentuale anche maggiore rispetto alla precedente (il 58,65%).

Nazi Abbey Road

…E SE FOSSE ANDATA COSI’?

Consideriamo anche i commenti. Solo 10 persone si sono espresse in merito, di cui 7 nei commenti all’articolo e 3 nei commenti inseribili nel programmino del sondaggio. Di questa decina di commentatori:
– 6 sono contrari o disinteressati a una recensione a High Castle (Siobhàn, Coscienza, Dunseny, mauro, reno, Piperita Patty) mentre 4 sono interessati (Giovanni, william crea, Amnell e Dago).
– 2 sono contrari in generale a recensioni su Dick (Coscienza e reno), uno è scettico ma non del tutto contrario (Dunseny), una non si esprime in merito (Siobhàn), mentre gli altri 6 sono interessati. Di passaggio, segnalo ad Amnell – benché con mesi di ritardo – che un Consiglio dedicato a The Three Stigmata of Palmer Eldritch, a cui lei era interessata, l’ho già pubblicato un anno e mezzo fa! Lo puoi trovare qui.
Bisogna anche dire che i commenti sono una frazione minima del totale dei voti sull’argomento.

Il risultato finale, considerando sia voti che commenti, è una situazione di quasi pareggio. Prevale un leggero scetticismo verso un articolo sull’ucronia nazista, ma c’è anche una certa voglia di Dick (questa in inglese suonerebbe malissimo). Pertanto, dopo attente riflessioni, sono giunto alla seguente soluzione – una soluzione di cui, per inciso, sono molto orgoglioso: UN NUOVO SONDAGGIO!!!11!!!!! Dio santo, sono troppo un genio. Potremmo chiamare questo nuovo sondaggio: quale Dick preferisci? (senonché anche questa in inglese…). Proporrò tre diversi romanzi dickiani tra cui scegliere. Tre romanzi che ai tempi mi sono molto piaciuti  – figurano tutti e tre nella mia classifica – ma che ho letto in italiano e non mi dispiacerebbe rileggere in inglese. Tre romanzi molto diversi tra loro, ma tutti strani. Oltre a The Man in the High Castle, che rimane uno dei tre candidati, abbiamo l’allucinato viaggio negli inferi di Flow My Tears, the Policeman Said e il messianico VALIS. In Flow My Tears assisteremo al conflitto che si scatena tra Jason Taverner, ex star televisiva diventata msteriosamente una non persona costretta a nascondersi, e Felix Buckman, il cinico commissario che gli dà la caccia; mentre in VALIS, parteciperemo alle folli ricerche esistenziali di un alter-ego di Philip Dick, convinto di ricevere messaggi da una divinità aliena e costretto a barcamenarsi tra ambigui film di fantascienza e cultisti fanatici. In altre parole: High Castle è sociale, Flow My Tears è psicologico-individuale, VALIS è metafisico. Dovendo scegliere, quale vi stuzzica di più?

Tre romanzi di Dick

You Decide.

Il sondaggio questa volta sarà una cosa molto più piccolo. Niente programmini per votare: mi interessano solo i commenti. Ditemi quale vi interessa di più e (possibilmente) perché; dare motivazioni da più peso al proprio voto. Potete anche approfittarne per ribadire il concetto che Dick se ne deve andare affanculo.
Anche i tempi saranno stringati: mi piacerebbe chiudere il sondaggio entro un mese. A quel punto deciderò cosa fare. Se riceverò troppe poche risposte recepirò il messaggio e la cosa finirà lì. Sono curioso di scoprire come andrà a finire!

Vi lascio con una perla di saggezza del buon Phil, un altro piccolo episodio di Galactic Pot-Healer:

 Getting to his feet he crossed the waiting room to the Padre booth; seated inside he put a dime into the slot and dialed at random. The marker came to rest at Zen.
“Tell me your torments,” the Padre said, in an elderly voice marked with compassion. And slowly; it spoke as if there were no rush, no pressure. All was timeless.
Joe said, “I haven’t worked for seven months and now I’ve got a job that takes me out of the Sol System entirely, and I’m afraid. What if I can’t do it? What if after so long I’ve lost my skill?”
The Padre’s weightless voice floated reassuringly back to him. “You have worked and not worked. Not working is the hardest work of all.”
That’s what I get for dialing Zen, Joe said to himself. Before the Padre could intone further he switched to Puritan Ethic.
“Without work,” the Padre said, in a somewhat more forceful voice, “a man is nothing. He ceases to exist.”
Rapidly, Joe dialed Roman Catholic.
“God and God’s love will accept you,” the Padre said in a faraway gentle voice. “You are safe in His arms. He will never—”
Joe dialed Allah.
Kill your foe,” the Padre said.
“I have no foe,” Joe said. “Except for my own weariness and fear of failure.”
“Those are enemies,” the Padre said, “which you must overcome in a
jihad; you must show yourself to be a man, and a man, a true man, is a fighter who fights back.” The Padre’s voice was stern.
Joe dialed Judaism.
“A bowl of Martian fatworm soup—” the Padre began soothingly, but then Joe’s money wore out; the Padre closed down, inert and dead—or anyhow dormant.
Fatworm soup, Joe reflected. The most nourishing food known. Maybe that’s the best advice of all, he thought. I’ll head for the spaceport’s restaurant.

Alzatosi, attraversò la sala d’aspetto, dirigendosi alla cabina del Padre; si sedette all’interno, infilò dieci centesimi nella fessura e scelse a caso. L’indicatore si fermò sullo Zen.
«Dimmi i tuoi tormenti,» chiese il Padre con una voce attempata e venata di compassione. Parlava lentamente, come se non ci fosse alcuna urgenza, alcuna pressione. Tutto era fuori dal tempo.
«Sono sette mesi che non lavoro e adesso ho ricevuto un incarico che mi porterà lontano dal Sistema Solare. Ho paura. Che succederà se non sarò in grado di svolgere il lavoro? Se dopo tanto tempo avessi perso le mie capacità?»
La voce fievole del Padre accarezzò l’aria rispondendo con tono rassicurante. «Tu hai lavorato e non hai lavorato. Non lavorare è il lavoro più duro che esista!»
Ecco cosa si ottiene scegliendo lo Zen, si disse Joe. Prima che il Padre proseguisse, digitò Etica Puritana.
«Senza lavoro,» riprese il Padre con una voce in qualche modo più aggressiva, «l’uomo è una nullità. Egli cessa di esistere.»
Rapido, Joe cambiò: Cattolicesimo.
«Dio e il Suo amore ti accoglieranno,» disse una voce gentile e remota. «Nelle Sue braccia sarai salvo. Lui non ti-»
Joe passò ad Allah.
«Uccidi il tuo nemico,» sentenziò il Padre.
«Ma io non ho nemici! Solo la mia stanchezza, la noia, la paura di fallire.»
«Anche quelli sono avversari,» proseguì il Padre, «che dovrai superare in una jihad; devi dimostrare a te stesso di essere un uomo; e un uomo, un vero uomo, è un combattente che risponde colpo su colpo.» La voce del Padre era severa.
Joe selezionò il Giudaismo.
«Una ciotola di zuppa di bruconi Marziani-» iniziò pacato il Padre, ma il denaro di Joe finì. Il Padre si interruppe, restò inerte, morto- o, in ogni caso, inattivo.
Zuppa di bruconi, rifletté Joe. Il cibo più nutriente finora conosciuto. Forse questo è il consiglio migliore. Andrò al ristorante dello spazioporto.

Meditate, gente. Meditate.

Brucone marziano

Il cibo più nutriente finora conosciuto.