I Consigli del Lunedì #37: Flow My Tears, the Policeman Said

Flow My Tears, the Policeman SaidAutore: Philip K. Dick
Titolo italiano: Scorrete lacrime, disse il poliziotto
Genere: Slipstream / Distopia / Psicologico
Tipo: Romanzo

Anno: 1974
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 230 ca.

Difficoltà in inglese: **

Flow, my tears, fall from your springs!
Exiled for ever, let me mourn;
Where night’s black bird her sad infamy sings,
There let me live forlorn.

Tutti i martedì sera, tra le otto e le nove, trenta milioni di spettatori accendono la TV per guardare il Jason Taverner Show. Taverner, cantante pop, bellissimo quarantenne, nonché un Sei – un essere umano creato in laboratorio e geneticamente modificato per essere più affascinante, più psicologicamente stabile e più sano del normale – ha tutto ciò che si potrebbe desiderare dalla vita. Finché una delle sue amanti, in preda a una crisi di nervi, non tenta di ucciderlo con un parassita alieno. L’ambulanza, la corsa in ospedale: sembra che Taverner sopravviverà. Senonché, al suo risveglio, Taverner non si trova in una corsia d’ospedale; è nella stanza vuota di un albergo fatiscente, addosso non ha più neanche un documento, e la gente – anche i suoi più stretti collaboratori e la sua amante, la gelida cantante Heather Hart – non si ricorda più di lui.
Taverner è diventato una non-persona. E questo è un bel problema, in un’America che in seguito a una nuova guerra civile si è trasformata in uno stato totalitario, retto dalla polizia e dalla guardia nazionale, e dove ogni cittadino è schedato all’interno di un network esteso in tutto il mondo. In questo mondo, ad ogni svolta puoi trovarti davanti a un checkpoint randomico della polizia, e chi non è in regola rischia un viaggio di sola andata nei campi di lavoro sulla Luna. Taverner dovrà riuscire a sopravvivere e a scoprire cosa gli è successo, sperando di non attirare mai l’attenzione dello Stato; il suo destino è nelle mani di Felix Buckman, cinico Generale di Polizia che sogna un mondo di ordine e giustizia universali, e della sua androgina, bisessuale, tossicomane sorella Alys. La caccia è aperta.

“Flow, My Tears” è un’aria per liuto del compositore tardo-rinascimentale John Dowland. Il pezzo, che non sarebbe stato strano ascoltare alla corte della regina Elisabetta, parla del bisogno di nascondersi nei recessi più bui del pianeta in seguito a una grande sventura, per sfuggire alla vergogna, al disprezzo, alla consapevolezza della propria miseria. Allo stesso modo, il romanzo di Dick mette al centro l’inspiegabile caduta di una celebrità, e della lotta che dovrà condurre, in un mondo ostile e disumano, per non fare una fine orribile – o almeno, per trovare un po’ d’amore.
Flow My Tears, the Policeman Said ha vinto a mani basse il sondaggio che avevo lanciato un mese e mezzo fa, su quale romanzo di Dick avrei dovuto recensire fra una rosa di tre titoli. Ammetto che ero scettico all’idea di dedicare un articolo al romanzo, e non fosse stato per le vostre richieste non l’avrei fatto. Per tanti motivi: perché è una storia molto più vicina al mainstream che non al fantastico; perché è un romanzo che polarizza molto i lettori, anche tra i fan di Dick, che o lo amano o lo odiano; perché è un romanzo a cui sono molto legato, e quindi temevo di non poter essere obiettivo o che, rileggendolo a distanza di anni (e per la prima volta in lingua originale), ne sarei rimasto deluso. Be’, mi avete fatto cambiare idea. E quindi eccovi il Consiglio.


“Flow My Tears” di John Dowland, in un’interpretazione di Andreas Scholl. Come mi piace la erre dura dell’inglese classico!

Uno sguardo approfondito
Il primo capitolo è brutto. In uno spazio così piccolo, Dick riesce a compiere quasi tutti gli errori possibili: ci sono gli infodump debolmente mascherati da pensieri del protagonista, che senza un motivo valido si mette a ricapitolare le caratteristiche del mondo in cui vive a tutto beneficio del lettore; ci sono – ancora peggio – gli As you know, Bob, come l’agente di Taverner che declama alla sua stellina: “Do you realize what power you have?” per poi lanciarsi in una serie di precisazioni circa quanto potere egli abbia; ci sono le valanghe di aggettivi e avverbi. In generale, i personaggi di Dick mostrano una certa fretta di mettere a nudo fin da subito il loro animo e il loro carattere, anche se i dialoghi ne risultano forzati e innaturali. Insomma, se dovessimo giudicare il romanzo dal primo capitolo – come sarebbe legittimo fare – non resterebbe che scuotere la testa e riporlo sullo scaffale. Se invece teniamo duro, dal secondo capitolo le cose cominciano a cambiare.
Non che diventi mai un capolavoro di prosa. Dick non si è mai preoccupato troppo di curare il suo stile, e Flow My Tears non è nemmeno dei meglio scritti. Le sue descrizioni sono quasi sempre ai minimi termini, molto raccontate, e infatti a fine lettura dell’ambientazione del romanzo ci si ricorda ben poco. Ecco ad esempio come viene descritto lo studio clandestino della falsaria Kathy:

“It was small. But he saw a number of what appeared to be complex and highly specialized machines. On the far side a workbench. Tools by the hundreds, all neatly mounted in place on the walls of the room. Below the workbench large cartons, probably containing a variety of papers. And a small generator-driven printing press.”

Più nebuloso di così si muore. Per non parlare della costruzione criminale di certe frasi, come le combo letali punto + avverbio: “Sucking in his breath he shuddered. Violently.”

Eppure. Eppure a partire dal secondo capitolo tutta questa trascuratezza comincia a pesare di meno, scivola in secondo piano, e il lettore viene pian piano trascinato nel dramma personale del protagonista. All’inizio del secondo capitolo, Taverner si sveglia in una polverosa stanza d’albergo senza più un documento addosso, e comincia la sua odissea. Dick è molto bravo nel farci percepire l’ansia dei suoi protagonisti, la sensazione di essere precipitati in qualcosa che non si capisce e di non essere nemmeno più sicuri di essere nel mondo reale. I monologhi interiori del protagonista, nel loro oscillare costante tra un tentativo di razionalizzare l’esperienza e le crisi isteriche in cui si manda tutto affanculo, sono credibili e immersive.
Allo stesso modo il mondo in cui Taverner si muove, benché mostrato in modo approssimativo, è convincente e aggiunge ansia all’ansia. Taverner ha paura di essere scambiato per uno studente fuggitivo: negli Stati Uniti del futuro i campus universitari sono cintati di filo spinato perché gli studenti all’interno sono dei dissidenti del regime, e la polizia cerca di prenderli per fame. La burocrazia del nuovo regime è sconfinata, e quando Taverner sarà interrogato in una centrale avvertiremo sulla nostra pelle il suo terrore mentre documento falso dopo documento falso, deposizione dopo deposizione, tutto viene analizzato e rianalizzato e visto sotto luci diverse in cerca del più piccolo neo. Il tutto può ben essere riassunto in una frase di Taverner, che da sola dà l’idea di tutta l’atmosfera del romanzo: “Once they notice you, Jason realized, they never completely close the file. You can never get back your anonymity. It is vital not to be noticed in the first place. But I have been.”

Macchinari

Macchinari complessi e molto specializzati. Non necessariamente quelli dello studio di Kathy.

Ma dove Dick dà il meglio di sé, è nei dialoghi. I suoi dialoghi sono affascinanti per due ragioni. La prima, è che ci infila sempre più livelli di conflitto contemporanei. Non sono mai dialoghi semplicemente informativi – eccettuati quelli del brutto primo capitolo – e se da una parte danno al lettore una serie di informazioni utili (sull’ambientazione, sulla psicologia del personaggio che parla, eccetera), al contempo sono una lotta tra i due interlocutori per la prevalenza. Può essere la lotta tra Taverner e un ufficiale di polizia che lo sta interrogando: il primo vuole scamparla senza tradirsi, l’altro vuole incastrarlo. O può essere che Taverner stia cercando di accattivarsi la falsaria nella speranza di farsi fabbricare documenti falsi, mentre quella non è disposta ad aiutarlo senza qualcosa in cambio. Ognuno tira acqua al suo mulino. A un secondo livello, il personaggio-pov vive dei conflitti interiori: ad esempio Taverner, mentre gioca con freddezza la sua partita dialettica per avere ciò che vuole, deve tenere a bada la sua natura arrogante di ex-privilegiato che vorrebbe dare in escandescenza e mandare affanculo l’interlocutore.
E a volte il dialogo si fa anche più surreale. C’è un momento in cui uno dei personaggi comincia a fare al protagonista rivelazioni cruciali su quello che gli è successo. La faccenda è interessante proprio perché promette rivelazioni, ma potenzialmente noiosa perché è un dialogo strettamente informativo. Sfortunatamente, Taverner in quel momento è pieno di droga fino agli occhi; deve lottare per riuscire a concentrarsi, ed è terrorizzato all’idea che la sua gamba destra si allunghi fino alla luna. Il dialogo diventa obliquo: i due personaggi parlano ma non si ascoltano, ciascuno cerca di interagire con l’altro ma in realtà sono entrambi catturati dai loro problemi personali. Il lettore guadagna comunque l’informazione, ma in un contesto molto più interessante. E molto surreale.

Il secondo motivo per cui i suoi dialoghi sono affascinanti è che, pur senza essere realistici fino alla noia, suonano così verosimili. I personaggi dicono una cosa e poi ne fanno un’altra. Sostengono un’opinione, ma poi ci ripensano. Giocano molti giochi, nel senso di Eric Berne: conversazioni ritualizzate il cui fine nascosto è diverso da quello manifesto, e a volte addirittura antitetico (1). Molti si risentono della schizofrenia dei personaggi di Dick, dicendo che sono incoerenti e quindi mal scritti. Non è così. I suoi personaggi, a guardare la loro psicologia, sono coerenti – semplicemente, sono irresoluti. Oscillano tra due propositi, spesso contraddittori, e spesso finiscono per fare una cosa e poi l’esatto contrario – per poi odiarsi per questo. Taverner vorrebbe rimanere sempre freddo e agire con il cervello, ma il suo orgoglio e la sua insicurezza lo fanno sbroccare e distruggere in un attimo castelli di carte costruiti in ore di lavoro; Buckman vorrebbe non dover fare del male agli altri, ma finisce per farlo per fini superiori, e questo lo logora e gli procura sensi di colpa. Sono personaggi ambigui, complessi, pieni di dubbi, e questa complessità si manifesta proprio nel fatto di non avere un comportamento granitico.
E’ un bene che Dick sia così bravo nei dialoghi, perché di fatto tutto il romanzo è una lunga serie di dialoghi con poca azione intorno. In questo, la struttura di Flow My Tears ricorda un po’ quella del filosofico Holy Fire di Sterling – ne ho parlato giusto qualche mese fa – solo che qui i pericoli sono reali invece che teorici e lontani, e si parla di persone e di relazioni piuttosto che dei massimi sistemi. Attraverso questi dialoghi, Dick disegna una galleria di personaggi affascinanti: Kathy, la falsaria con la faccia da bambina e una psicosi che la sta mangiando da dentro, che usa l’amore come un legaccio per stritolare a sé i suoi uomini e impedire loro di abbandonarla; Heather Hart, la bellissima amante di Taverner, che pur facendo la popstar odia il genere umano ed è felice solo quando è completamente sola; Ruth Rae, la donna tutta sesso invecchiata precocemente; Mary Anne Dominic, l’artista vasaia un po’ sovrappeso, che vorrebbe solo essere lasciata in pace a coltivare la sua arte; Alys Buckman, che si è bruciata chirurgicamente i centri nervosi dell’empatia e vive per consumare tutto ciò che ama; e così via.

Brutal police

La polizia sa essere brutale.

Si potrebbe obiettare che, a giudicare dalle mie parole, in questo romanzo c’è ben poco di fantascientifico. Be’, è vero. L’ambientazione ha alcuni elementi weird molto carini, che però sono di contorno – su tutte, l’idea che l’odio razziale sia culminato nella decisione di sterilizzare tutti i neri, con la conseguenza che al tempo della storia ne sono rimasti pochissimi, e sono diventati oggetti di ammirazione, sono riempiti di soldi e trattati come i Panda del WWF. Ci sono anche altri elementi classici della fantascienza dickiana, come i precog, le macchine volanti e le droghe sintetiche dagli effetti assurdi, ma rimangono ai margini. L’America totalitaria del romanzo è inquietante ma molto ‘normale’: se facessimo finta che fosse stato scritto da un dissidente politico nel Blocco Sovietico degli anni ’50, potremmo quasi credere che si tratti di un regime realmente esistito. Di fatto, Flow My Tears è più vicino al mainstream che non alla fantascienza propriamente detta.
Particolare è anche la struttura del romanzo. All’inizio tutto ci fa pensare che Taverner sia il protagonista e l’unico personaggio-pov. Superati i primi capitoli, però, entra in scena Felix Buckman come nuovo personaggio-pov; e anche se i due protagonisti si passano la palla per il resto del romanzo, il baricentro della storia si sposta sempre più verso quest’ultimo. Scelta che approvo: allargando l’orizzonte della storia a Buckman, cominciamo a vedere lo stesso mondo che perseguitava Taverner da un nuovo punto di vista che altrimenti ci sarebbe stato negato. Una volta, in un momento poetico, avevo paragonato questo romanzo con Il processo di Kafka – anche qui l’atmosfera è dominata da un’autorità ottusa e pervasiva, con la differenza che oltre al punto di vista della vittima abbiamo anche quello di chi tiene in mano la scure.

E nonostante la carenza di azione, il ritmo è rapidissimo. Il botta e risposta continuo tra i personaggi, la sensazione di qualcosa di terribile costantemente alle calcagna, incollano alla pagina. La prima volta che lo lessi, lo divorai in un giorno. Oggi non ho modo di leggere dalla mattina alla sera senza mai fermarmi, ma l’ho comunque riletto in tre giorni. E nonostante le iniziali resistenze, l’ho trovato ancora fantastico – anche se oggi sono pronto a riconoscere che poteva essere scritto mille volte meglio.
Obiettivamente posso dire che ci sono molti romanzi migliori, e se lo metto ai primi posti della mia classifica è soprattutto perché ci sono legato in modo personale. Aldilà della trascuratezza dello stile, si porta dietro anche qualche difetto di contenuto. Per esempio, a volte – e soprattutto all’inizio – è difficile identificarsi in Taverner: è così bello, così intelligente, così affascinante, così dotato di autocontrollo, che è quasi un Gary Stu. A differenza di un Gary Stu, viene davvero messo alla prova, soffre sul serio (non si limita a dire che soffre come un Edward qualunque) e la prende davvero in quel posto dagli altri un sacco di volte. Tuttavia, il suo retaggio di ‘Sei’, di essere geneticamente superiore, lo allontana troppo dal lettore. Il problema non è il fatto che fosse una celebrità, quello è un elemento integrante della storia ed è importante – ma non poteva essere una persona nata normale che ce l’aveva fatta con le sue forze? Come il Bel-Ami di Maupassant o il Rastignac di Balzac, uno che era arrivato al vertice della società per talento e calcolo invece che per predestinazione naturale? Quanto sarebbe stato più interessante? E, trovandosi improvvisamente rigettato nell’anonimato e nella miseria, in quali modi più affascinanti avrebbe reagito?

Fuck the police!

Forse avrebbe reagito così?

Ma è oggettivamente un buon romanzo. E la scena finale (quella alla pompa di benzina) mi ha lasciato di ghiaccio adesso come allora, anche se sapevo già che ci sarebbe stata – ma ci vuole un minimo di sensibilità per apprezzarla. Per contro, l’Epilogo che chiude il libro è bruttino e il romanzo ci avrebbe guadagnato senza la sua esistenza.
Insomma, di cosa parla questo Flow My Tears? Diciamo che parla dell’amore tra le persone. E se volessi riassumerlo in poche righe, mi affiderei a queste parole dette a un certo punto da Taverner:

“Then why is love so good? […] You love someone and they leave. They come home one day and start packing their things and you say, ‘What’s happening?’ and they say, ‘I got a better offer someplace else,’ and there they go, out of your life forever, and after that until you’re dead you’re carrying around this huge hunk of love with no one to give it to. And if you do find someone to give it to, the same thing happens all over. Or you call them up on the phone one day and say, ‘This is Jason,’ and they say, ‘Who?’ and then you know you’ve had it. They don’t know who the hell you are. So I guess they never did know; you never had them in the first place.”

Dove si trova?
Come tutti i romanzi di Dick, anche Flow My Tears è facile da trovare online. Potete scaricarlo in lingua originale su BookFinder (pdf o epub) oppure su Library Genesis (pdf o epub); per l’edizione italiana potete serenamente affidarvi a Emule o simili, o potete comprare l’edizione Fanucci in libreria, se non è andata fuori stampa.

Qualche estratto
Il primo brano ci mostra Taverner nel momento in cui scopre di essere diventato una non-persona, ed è bello vedere un Sei come lui in preda alla madre delle crisi di nervi; il secondo mostra invece un dialogo con Kathy, la falsaria, e mi sembra un bell’esempio tanto della bravura di Dick coi dialoghi quanto della sua capacità di dar corpo a personaggi vividi.

1.
Fortunately he had change. He dropped a one-dollar gold piece into the slot, dialed Al Bliss’s number.
“Bliss Talent Agency,” Al’s voice came presently.
“Listen,” Jason said. “I don’t know where I am. In the name of Christ come and get me; get me out of here; get me someplace else. You understand, Al? Do you?”
Silence from the phone. And then in a distant, detached voice Al Bliss said, “Who am I talking to?”
He snarled his answer.
“I don’t know you, Mr. Jason Taverner,” Al Bliss said, again in his most neutral, uninvolved voice. “Are you sure you have the right number? Who did you want to talk to?”
“To you, Al. Al Bliss, my agent. What happened in the hospital? How’d I get out of there into here? Don’t you know?” His panic ebbed as he forced control on himself; he made his words come out reasonably. “Can you get hold of Heather for me?”
“Miss Hart?” Al said, and chuckled. And did not answer.
“You,” Jason said savagely, “are through as my agent. Period. No matter what the situation is. You are out.”
In his ear Al Bliss chuckled again and then, with a click, the line became dead. Al Bliss had hung up.
I’ll kill the son of a bitch, Jason said to himself. I’ll tear that fat balding little bastard into inch-square pieces.
What was he trying to do to me? I don’t understand. What all of a sudden does he have against me? What the hell did I do to him, for chrissakes? He’s been my friend and agent nineteen years. And nothing like this has ever happened before.
I’ll try Bill Wolfer, he decided. He’s always in his office or on call; I’ll be able to get hold of him and find out what this is all about. He dropped a second gold dollar into the phone’s slot and, from memory, once more dialed.
“Wolfer and Blaine, Attorneys-at-law,” a female receptionist’s voice sounded in his ear.
“Let me talk to Bill,” Jason said. “This is Jason Taverner. You know who I am.”
The receptionist said, “Mr. Wolfer is in court today. Would you care to speak to Mr. Blaine instead, or shall I have Mr. Wolfer call you back when he returns to the office later on this afternoon?”
“Do you know who I am?” Jason said. “Do you know who Jason Taverner is? Do you watch TV?” His voice almost got away from him at that point; he heard it break and rise. With great effort he regained control over it, but he could not stop his hands from shaking; his whole body, in fact, shook.
“I’m sorry, Mr. Taverner,” the receptionist said. “I really can’t talk for Mr. Wolfer or—”
“Do you watch TV?” he said.
“Yes.”
“And you haven’t heard of me? The Jason Taverner Show, at nine on Tuesday nights?”
“I’m sorry, Mr. Taverner. You really must talk directly to Mr. Wolfer. Give me the number of the phone you’re calling from and I’ll see to it that he calls you back sometime today.”
He hung up.
I’m insane, he thought.

Per fortuna aveva qualche moneta. Infilò un pezzo d’oro da un dollaro nella fessura e fece il numero di Al Bliss.
— Agenzia artistica Bliss — gli rispose la voce di Al.
— Senti — disse Jason, — non so dove mi trovo. Per amor di Dio, vieni a prendermi. Tirami fuori di qui. Hai capito, Al?
Silenzio. Poi, in tono remoto, distaccato, Al Bliss chiese: — Con chi parlo?
Lui ringhiò la risposta.
— Non la conosco, signor Jason Taverner — disse Al Bliss, ancora con la sua voce più neutra. — È sicuro di avere fatto il numero giusto? Con chi voleva parlare?
— Con te. Al. Al Bliss, il mio agente. Cose successo all’ospedale? Come ho fatto a finire qui? Non lo sai? — La marea del panico salì, e Jason lottò per imporsi l’autocontrollo. Costrinse le proprie parole ad assumere un tono pacato. — Puoi metterti in contatto con Heather per me?
— La signorina Hart? — disse Al, e ridacchiò.
— Tu — disse Jason, furibondo — hai finito di essere il mio agente. Punto. Qualunque sia la situazione. Sei fuori.
Al Bliss ridacchiò un’altra volta, e poi, con un clic, la comunicazione si interruppe. Al Bliss aveva riappeso.
“Ucciderò quel figlio di puttana” si disse Jason. “Ridurrò in pezzettini minuscoli quel bastardo di un grassone calvo.
“Cosa sta cercando di farmi? Non capisco. Cos’ha contro di me, cosi, all’improvviso? Che diavolo gli ho fatto, Cristo santo? È mio amico e mio agente da diciannove anni. E una cosa del genere non è mai successa.
“Proverò con Bill Wolfer” decise. “È sempre in ufficio o comunque reperibile. Riuscirò a raggiungerlo e scoprirò cosa accidente ci sia sotto.” Infilò una seconda moneta da un dollaro nella fessura e, a memoria, compose un altro numero.
— Studio legale Wolfer & Blaine — gli risuonò all’orecchio la voce di un’impiegata.
— Passami Bill — disse Jason. — Sono Jason Taverner. Hai capito bene chi.
L’impiegata disse: — Oggi il signor Wolfer è in aula. Preferisce parlare col signor Blaine, oppure devo farla richiamare dal signor Wolfer quando rientrerà in ufficio, nel pomeriggio?
— Ma sai chi sono? — chiese Jason. — Sai chi è Jason Taverner? Guardi la tivù? — A quel punto perse quasi il controllo della propria voce; la sentì spezzarsi e salire a un livello acuto. Se ne riappropriò con uno sforzo enorme, ma non riuscì a fermare il tremito delle mani. In realtà, tutto il suo corpo stava tremando.
— Mi spiace, signor Taverner — disse l’impiegata. — Proprio non posso parlare a nome del signor Wolfer o…
— Guardi la tivù?
— Sì.
— E non hai mai sentito parlare di me? Del Jason Taverner Show, alle nove di sera del martedì?
— Mi spiace, signor Taverner. Lei deve conferire direttamente col signor Wolfer. Mi lasci il suo numero di telefono e la farò richiamare in giornata.
Jason riappese.
“Sono impazzito” pensò.

Pompe di benzina

Pompe di benzina. Non necessariamente quelle alla fine del romanzo.

2.
Kathy said, “You’re more magnetic than Jack. He’s magnetic, but you’re so much, much more. Maybe after meeting you I couldn’t really love him again. Or do you think a person can love two people equally, but in different ways? My therapy group says no, that I have to choose. They say that’s one of the basic aspects of life. See, this has come up before; I’ve met several men more magnetic than Jack…but none of them as magnetic as you. Now I really don’t know what to do. It’s very difficult to decide such things because there’s no one you can talk to: no one understands. You have to go through it alone, and sometimes you choose wrong. Like, what if I choose you over Jack and then he comes back and I don’t give a shit about him; what then? How is he going to feel? That’s important, but it’s also important how I feel. If I like you or someone like you better than him, then I have to act it out, as our therapy group puts it. Did you know I was in a psychiatric hospital for eight weeks? Morningside Mental Hygiene Relations in Atherton. My folks paid for it. It cost a fortune because for some reason we weren’t eligible for community or federal aid. Anyhow, I learned a lot about myself and I made a whole lot of friends, there. Most of the people I truly know I met at Morningside. Of course, when I originally met them back then I had the delusion that they were famous people like Mickey Quinn and Arlene Howe. You know—celebrities. Like you.”
He said, “I know both Quinn and Howe, and you haven’t missed anything.”
Scrutinizing him, she said, “Maybe you’re not a celebrity; maybe I’ve reverted back to my delusional period. They said I probably would, sometime. Sooner or later. Maybe it’s later now.”
“That,” he pointed out, “would make me a hallucination of yours. Try harder; I don’t feel completely real.”
She laughed. But her mood remained somber. “Wouldn’t that be strange if I made you up, like you just said? That if I fully recovered you’d disappear?”
“I wouldn’t disappear. But I’d cease to be a celebrity.”
“You already have.” She raised her head, confronted him steadily. “Maybe that’s it. Why you’re a celebrity that no one’s ever heard of. I made you up, you’re a product of my delusional mind, and now I’m becoming sane again.”
[…] Her tone became firm and crisp. “The only thing that got me back to sanity was that I loved Jack more than Mickey Quinn. See, I thought this boy named David was really Mickey Quinn, and it was a big secret that Mickey Quinn had lost his mind and he had gone to this mental hospital to get himself back in shape, and no one was supposed to know about it because it would ruin his image. So he pretended his name was David. But I knew. Or rather, I thought I knew. And Dr. Scott said I had to chose between Jack and David, or Jack and Mickey Quinn, which I thought it was. And I chose Jack. So I came out of it. Maybe”—she wavered, her chin trembling—“maybe now you can see why I have to believe Jack is more important than anything or anybody, or a lot of anybodys, else. See?”
He saw. He nodded.
“Even men like you,” Kathy said, “who’re more magnetic than him, even you can’t take me away from Jack.”

— Sei più magnetico di Jack. È magnetico anche lui, ma tu lo sei molto di più. Magari, dopo avere conosciuto te, non riuscirò più ad amarlo sul serio. O tu pensi che si possano amare due persone con la stessa intensità ma in modi diversi? Il conduttore del mio gruppo di terapia dice di no. Dice che devo scegliere. Dice che è uno degli aspetti basilari della vita. Il fatto è che è già successo. Ho incontrato diversi uomini più magnetici di Jack… Però nessuno quanto te. Adesso non so proprio cosa fare. È molto difficile decidere su cose simili perché non ne puoi parlare con nessuno. Nessuno capisce. Bisogna cavarsela da soli, e a volte si fanno le scelte sbagliate. Per esempio, come se io scegliessi te al posto di Jack e poi lui tornasse e a me non fregasse più niente di lui: cosa succederebbe? Cosa proverebbe lui? È importante, ma è importante anche quello che provo io. Se tu, o qualcun altro come te, mi piace più di lui, devo dare via libera a quel che sento, questo almeno secondo il mio gruppo di terapia. Lo sapevi che sono stata in un ospedale psichiatrico per otto settimane? Il Morningside Mental Hygiene Relations di Atherton. Me l’hanno pagato i miei. È costato una fortuna, perché non avevano diritto alle sovvenzioni federali. Comunque, là ho imparato tante cose su di me e mi sono fatta un sacco di amici. La maggior parte della gente che conosco davvero l’ho incontrata al Morningside. Certo, quando li ho visti per la prima volta ero convinta che fossero gente famosa, come Mickey Quinn e Arlene Howe. Insomma, celebrità. Come te.
Lui disse: — Conosco sia Quinn che la Howe. Non ti sei persa niente.
Kathy lo scrutò. — Forse non sei una celebrità. Forse sono regredita al mio periodo delle illusioni. Hanno detto che probabilmente mi sarebbe successo, prima o poi. Ora è capitato.
— Il che — fece notare Jason — mi renderebbe una tua allucinazione. Sforzati di più. Non mi sento del tutto reale.
Lei rise. Ma il suo umore restò piuttosto cupo. — Non sarebbe strano se ti avessi inventato io, come hai appena detto? Se guarissi del tutto, tu scompariresti.
— Non scomparirei. Però smetterei di essere una celebrità.
— Hai già smesso di esserlo. — Kathy alzò la testa e lo fissò senza timori. — Ecco perché, forse. Ecco perché sei una celebrità che nessuno ha mai sentito nominare. Ti ho creato io. Sei un prodotto della mia mente in preda alle illusioni, e adesso sto recuperando la sanità mentale.
[…] Il tono di Kathy diventò deciso, fermo. — L’unica cosa che mi abbia riportata alla normalità è stato il fatto di amare Jack più di Mickey Quinn. Io pensavo che quel ragazzo, quel David, fosse Mickey Quinn, e che fosse un gran segreto che Mickey Quinn fosse uscito di testa e si fosse fatto ricoverare in quell’ospedale per rimettersi in forma, e nessuno doveva saperne niente perché avrebbe rovinato la sua immagine. Così lui faceva finta di chiamarsi David. Però io sapevo. O piuttosto, credevo di sapere. E il dottor Scott ha detto che dovevo scegliere tra Jack e David, o Jack e Mickey Quinn, qualunque cosa pensassi. E ho scelto Jack. Così ne sono uscita. Magari… — Ebbe un attimo di instabilità sulle gambe. Le tremò il mento. — Magari adesso riesci a capire perché devo credere che Jack sia più importante di tutto e di tutti, o comunque di tanta altra gente. Lo capisci?
Jason capiva. Annuì.
— Anche di uomini come te — disse Kathy. — Uomini che sono più magnetici di lui. Nemmeno voi potete strapparmi da Jack.

Tabella riassuntiva

Un uomo solo alla ricerca della propria esistenza in un mondo distopico! Prosa approssimativa con avverbi a cascata.
Dialoghi affascinanti e pieni di conflitto. Dick mostra poco e racconta molto.
Dick ha una capacità unica di tracciare ritratti psicologici. Protagonista in odore di Gary Stu.
L’atmosfera totalitaria è opprimente al punto giusto. Poco fantastico e poca scienza per alcuni palati.

(1) Non so se Dick conoscesse le teorie di Berne, ma non è affatto necessario per mettere in scena dei giochi. Potrebbe averne compreso le regole in modo intuitivo, come molti di noi fanno, semplicemente avendo a che fare con altre persone per tutta la vita.
A questo proposito, mi piacerebbe riprendere il discorso sui giochi mentali di Berne in un articolo futuro. E’ un argomento molto interessante di per sé, e può esserlo ancora di più per uno scrittore.

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7 risposte a “I Consigli del Lunedì #37: Flow My Tears, the Policeman Said

  1. Ottima recensione, ricordavo ben poco dell’ambientazione e ora so perché.
    Adoro questo libro.

  2. Finalmente! Ecco, secondo me è valsa la pena di aspettare tutto questo tempo per un articolo. E ora dammi il libro! *O*

  3. notevole!
    adesso posso rileggerlo con calma.

  4. Finamente ho trovato il tempo di leggere per intero l’articolo (tutto merito dell’ora in più di quest’oggi u_u)… e mi sono accorto di essermi scordato parecchi particolari di “Flow My Tears, the Policeman Said”. Ad esempio non mi sembra di ricordare (ma parliamo di ANNI fa) che le droghe fossero un elemento marginale del libro visto che andavano a colpire una delle rivelazioni conclusive, ma forse è la mia (pessima) memoria a giocarmi il solito brutto scherzo e magari quella parte non era verso la fine. Vabbé, una buona scusa per andarmi a rileggere il libro, mi sa.

  5. Sono contento che alla fine la decisione di dedicare un altro Consiglio a Dick sia piaciuta ^-^

    @Okamis:

    non mi sembra di ricordare (ma parliamo di ANNI fa) che le droghe fossero un elemento marginale del libro visto che andavano a colpire una delle rivelazioni conclusive, ma forse è la mia (pessima) memoria a giocarmi il solito brutto scherzo e magari quella parte non era verso la fine.

    In realtà non ricordi male: a livello di trama, le droghe, e una in particolare, sono il motore della storia. Ciò che intendo dire, però, è che anche quando fanno da plot device, rimangono sullo sfondo, non sono il cuore del libro.
    Pensa a una scena in particolare: quando il medico legale spiega a Buckman cos’è successo, e il funzionamento della droga assunta da Alys, Buckman è disinteressato, stanco, vuole andare via. Chissenefrega perché è successo quello che è successo. E’ come se Dick dicesse, “okay, c’è una spiegazione razionale per tutta la trama se proprio la vuoi sapere, ma le cose importanti sono da un’altra parte”.

  6. Diamine ora sono più confuso di prima se leggere o meno questo libro!
    Dick perchè mi fai questo?

    Ottimo articolo come sempre!

  7. Divorato in un paio di giorni quest’estate. Credo sia uno dei migliori romanzi di Dick che abbia letto, mi stupisco che sia molto meno famoso di altri suoi libri più bruttini.
    Il libro è fiqo. La recensione del Tapiro è fiqa. Non credo di avere altro da aggiungere.

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