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Bonus Track: A Parliament of Crows

A Parliament of Crows

Autore: Alan M. Clark
Titolo italiano: –
Genere: Psicologico / Storico / Horror
Tipo: Romanzo

Anno: 2012
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 188
Editore: Lazy Fascist Press

Difficoltà in inglese: **

A quasi sessant’anni, le tre sorelle Mortlow – Vertiline, la maggiore, e le due gemelle Carolee e Mary – vengono arrestate nello stato del New Jersey. L’accusa? L’omicidio della figlia di Carolee, trovata annegata nella sua vasca da bagno imbottita di psicofarmaci, per intascare la sua sua assicurazione sulla vita. Ma Vertiline non ha intenzione di arrendersi alla giustizia americana – intende dare battaglia in quell’aula di tribunale, e salvare l’onore della sua famiglia.
E’ tutta la vita che Vertiline combatte per proteggere le sue sorelle. Da quando era un’adolescente, suo padre le aveva affidato il compito di educare quelle sorelle minori che si divertivano a spingere gli schiavi negri giù dalle scale; da quando la guerra di secessione aveva distrutto la sua famiglia e le aveva condannate a una vita di espedienti. In quell’aula di tribunale, e nelle celle della prigione di stato, nell’anno del signore 1908, Vertiline, Carolee e Mary ripercorrono la loro vita e le scelte che le hanno portate fino a quel triste epilogo. La giovane Orphia è stata solo l’ultima delle loro vittime, e loro sono senza rimorsi.

Abbiamo conosciuto Alan M. Clark sulle pagine di questo blog in questo articolo dedicato ai suoi “esercizi di dilatazione”. Clark comincia la sua carriera negli anni ’80 come illustratore di opere di narrativa fantastica, principalmente fantascienza. Negli ultimi anni si è avvicinato al movimento della Bizarro Fiction, realizzando molte copertine della Eraserhead Press, ed è proprio sulle pagine di Bizarro Central che ho fatto la sua conoscenza. Quello che non sapevo era che Clark fosse anche uno scrittore. Ha cominciato negli anni 2000, ma non ha scritto molto prima di cominciare a pubblicare con Lazy Fascist Press, la casa editrice gestita dall’autore di Bizarro Cameron Pierce; A Parliament of Crows è il suo secondo romanzo vero e proprio.
Pur essendo pubblicato dalla Lazy Fascist ed essendo associato agli scrittori di quell’ambiente, le storie di Alan Clark non possono essere definite Bizarro Fiction nemmeno nella più lasca delle definizioni. A Parliament of Crows è prima di tutto un romanzo storico: il caso e la vita delle sorelle Mortlow sono ispirate a una storia realmente accaduta, quella delle sorelle Wardlaw, e l’interesse di Clark a ricostruire il mondo del Sud americano della seconda metà dell’Ottocento è evidente. Un tiepido elemento horror c’è, nel senso che la vicenda delle tre sorelle sudiste è costellata di episodi macabri e attraversata da una spessa vena di follia; ma l’interesse primario dell’autore è l’approfondimento psicologico di una famiglia così borderline. Cos’avevano in testa donne capaci di fare quello che hanno fatto?

A Parliament of Crows - The Imagination Fully Dilated

Un’illustrazione di Clark ispirata a A Parliament of Crows.

Cito dall’introduzione:

Because the information about the Wardlaw sisters gives a rather two dimensional view of them, I can’t help but wonder about their emotional characteristics. I’m curious about the choices they made that led to their crimes, and how they justified to themselves what they did even as they went about their dreadful business. A Parliament of Crows is my exploration of the possibilities with the use of fictional characters and the fun of storytelling.

Affascinato dai propositi di Clark – che già stimavo come disegnatore e come blogger – e curioso di approfondire la galassia di scrittori che ruotano attorno al movimento Bizarro, ho deciso di dare una chance al suo libro.

Uno sguardo approfondito
Il romanzo si muove su due timeline differenti. La prima ci mostra il processo penale nei confronti delle sorelle Mortlow, alla fine della loro carriera delittuosa, e i loro tentativi di venirne fuori. A partire dai pensieri e dalle reminiscenze delle tre sorelle, sul banco degli imputati o tra le quattro pareti delle loro celle, si snoda la seconda timeline: flashback che ricostruiscono episodi salienti della loro vita, dall’infanzia alla cattura. Questi episodi non seguono un vero andamento cronologico, ma piuttosto associazioni di idee con la situazione della prima timeline; per esempio, da Mary che sdraiata sul pavimento della cella pensa a sua sorella, sboccia il racconto di come sia nato il legame speciale tra le due gemelle.
L’idea di questa doppia timeline è buona: da un lato non ha nessun effetto “spoiler”, perché il lettore sa già dalla quarta di copertina del libro com’è andata a finire; dall’altro, dà dinamicità a una vicenda che raccontata in modo cronologico sarebbe stata probabilmente più noiosa. Ottima scelta strutturale, quindi – peccato che Clark la rovini con uno stile assolutamente pessimo, ossia un eterno raccontato con il punto di vista del narratore onnisciente. Seriously. A seconda della scena la telecamera si avvicina o si allontana, anche penetrando nella testa di una delle tre protagoniste e confondendosi col pov della stessa, ma l’effetto complessivo è di una bella barriera tra il lettore e i personaggi.

A Parliament of Crows - The Imagination Fully Dilated

Un’altra illustrazione ispirata a A Parliament of Crows

Il raccontato investe ogni aspetto del romanzo come una colata di fango. Lunghi riassuntoni distaccati in apertura di una scena o anche al posto della scena, emozioni e stati d’animo raccontati invece che mostrati attraverso le azioni, infodump – non manca niente. Leggete queste poche righe tratte dalla primissima pagina, e guardate quante occasioni sprecate in un colpo solo:

In the long delay before the trial, during which the sisters were kept in a separate jail cells, Mary had become increasingly ill (Vertiline had good reason to think Mary was intentionally starving herself) and Carolee had gone mad from the isolation.
As the time drew near for the sisters to appear in court, Vertiline felt an unaccountable excitement despite her dread. After endless days of boredom spent in her lonely cell, she anticipated that the trial might provide intellectual and emotional stimulation. She hated herself for looking forward to the event.
But on the first day of trial, which was the first time she’d seen the twins in over a month, Vertiline found nothing about the experience desirable. She became sick with worry over the condition of her sisters while riding in the police van to the courthouse. Mary was emaciated and uncommunicative, and would look away every time Vertiline tried to make eye contact. Carolee was highly agitated. Her eyes darted about warily and when spoken to she appeared startled.

Che piattume. Quanti spunti interessanti, annacquati nel grigiore uniforme di un raccontato con pov onnisciente. E il testo non migliora andando avanti, con l’eccezione di poche scene più vivide, specialmente dialoghi (come il botta e risposta serrato tra Vertiline e l’avvocato dell’accusa durante l’interrogatorio processuale).
Anche lo stile, non solo l’ambientazione, sembra essere regredito all’Ottocento – dalle parti di Balzac, Stendhal e tutti quegli scrittori che ignoravano la costruzione a scene e lo show don’t tell. Potrebbe venire da pensare che l’abbia fatto apposta, per ‘meglio calarci’ nel clima dell’epoca. Ma, aldilà del fatto che è un’idea demente, non mi sembra il caso: Clark non si fa problemi, nelle introduzioni come altrove, a parlare della propria opera, di come l’abbia costruita e perché. Parla ad esempio della sua volontà di far usare ai personaggi termini dell’epoca – ad esempio “fiend” per indicare una creatura spregevole, un assassino o un corruttore – ma non fa mai menzione al ritorno ad uno stile ottocentesco. Pertanto mi sento di escluderlo, e di concludere che Clark lo fa per pura ignoranza.

Oltre ad essere una pessima scelta in sé, questa prosa è particolarmente infelice trattandosi di un romanzo psicologico – un romanzo, cioè, che pone come cosa più importante il ‘catturare’ e mostrare ogni tratto, esteriore o interiore, dei suoi protagonisti. Ed è un peccato, perché in compenso i personaggi sono molto affascinanti. Vertiline, la sorella maggiore e quella più ‘sana’ del gruppo, è la persona matura della famiglia, quella più sana e lucida; proteggere le sue sorelle – la loro vita come il loro onore – sono la cosa più importante per lei, e sacrificherebbe qualsiasi cosa per la famiglia, anche le vite degli altri. Carolee è la sorella degenerata: cinica, amorale, atea, vede la vita come una lotta per la sopravvivenza e il mondo come un luogo crudele e ostile, e non si fermerebbe davanti a nulla pur di proteggere la quiete familiare. Mary è la sorella pia, ipocrita, fragile; sobilla le altre ma non si esporrebbe mai personalmente, è soggetta a svenimenti e crisi mistiche, crede fermamente in Dio e crede che Lui protegga la loro famiglia e legittimi ogni loro azione.
Insieme, le tre sorelle hanno un’alchimia spettacolare; il rapporto tra loro e il mondo esterno, e le loro azioni, suonano sempre credibili. Clark non fa di loro le classiche macchiette del serial killer, anzi. I loro delitti sono compiuti spesso in modo accidentale o improvvisato, le loro azioni sono maldestre, e la loro ignoranza di donne della campagna sudista fa commettere loro molti errori. Non c’è una perfetta armonia familiare, anzi – spesso gli assassinii sono provocati contro le intenzioni della razionale (ma connivente) Vertiline. Il risultato è un ritratto molto credibile, e non mi sorprenderei se le motivazioni delle vere sorelle Wardlaw fossero state esattamente le stesse. Forse Clark non sarà un “fine psicologo” quanto Kundera, ma si difende bene. L’unica caduta di stile, a mio avviso, è l’episodio traumatico che a un tratto Clark inscena nella loro giovinezza, e che fa tanto “ecco, sono diventate così efferate perché hanno vissuto un trauma!” (1).

Trauma

Il romanzo, insomma, ha anche quella piacevole impressione di verità, di ricostruzione storica accurata che tanto mi piace. Le scelte compiute dalle sorelle per rimettersi dai loro guai finanziari, come diventare istitutrici o contrarre matrimoni vantaggiosi, mi hanno ricordato i cento romanzi dell’Ottocento che ho letto. L’importanza di essere donne rispettabili, di proteggere il proprio onore, la freddezza della terminologia e degli atteggiamenti tra coppie sposate che non si amano, il rapporto isterico col sesso. Ho trovato tutto convincente e mi sono sentito trasportato nell’America rurale del sud-ovest, benché indubbiamente io non sia un esperto del periodo e quindi sono attendibile fino a un certo punto.
E’ quasi completamente assente, invece, l’elemento fantastico: l’horror è quello che scaturisce dalle azioni e dalla psicologia borderline di esseri umani normali. L’unico elemento weird è la connessione sovrannaturale che sembra esistere tra le due gemelle, per cui una sa sempre (con il minimo sforzo) quello che sta facendo o sta provando l’altra, e Mary è convinta che Carolee possa spingerla a fare quello che vuole con la sola forza della volontà. Ma potrebbe anche trattarsi di un caso estremo di autosuggestione: non è mai provato nel romanzo che si tratti realmente di qualcosa di paranormale, e in fondo è meglio così.

In un vecchio articolo sulla potenza del mostrato e di una solida gestione del pov, avevo detto che un bravo scrittore di narrativa dovrebbe essere in grado di farti identificare persino in Hitler, farti parteggiare persino per Hitler, se lui è il protagonista della storia. E’ davvero affascinante immergersi nella psiche di un personaggio moralmente riprovevole; nel lettore si creano sentimenti ambigui, il desiderio di “staccarsi” dal personaggio e al tempo stesso vivere la storia attraverso di lui. E’ come se nel romanzo si creasse un ulteriore livello di conflitto: non solo tra il protagonista e il mondo esterno o tra il protagonista e sé stesso, ma tra il lettore e il pov. E se è vero che il conflitto aumenta il coinvolgimento, aggiungendo questo livello si schizza alle stelle!
Con A Parliament of Crows, Clark aveva questa possibilità: quella di incatenarci in un misto di repulsione ed empatia alla follia delle sorelle Mortlow. Ma lo stile raccontato ammazza l’immersione sul nascere, e il lettore non arriva mai all’identificazione, se non in pochissime scene concitate e mostrate con telecamera ravvicinata. Si può al massimo arrivare a una certa comprensione distaccata per le tre gelide serial killer, ma poco altro; e in questo forse Clark ha fallito anche nei suoi stessi propositi.
Il romanzo è comunque godibile per la psicologia dei personaggi e la ricostruzione della società dell’epoca; e dopotutto, in queste storie macabre, un po’ di fascino rimane anche quando la prosa è debole.

Hitler al telefono

In fondo anche lui aveva un lato tenerone, no?

Su Alan M. Clark
Come ho accennato in apertura di articolo, Clark ha scritto un altro romanzo prima di questo. Si chiama Of Thimble and Threat, è un altro romanzo ad ambientazione ottocentesca e racconta la storia personale di una delle prostitute vittime di Jack lo Squartatore, dall’infanzia alla morte. La cosa più affascinante è che Clark tenta di scrivere la storia di Catherine Eddowes partendo dall’inventario degli oggetti trovatile addosso al momento della morte. Una sorta di romanzo-reportage, dove la fantasia interviene laddove non sia stato possibile ricostruire il fatto reale.
Ciononostante, non credo leggerò questo romanzo di Clark, a meno che proprio non abbia di meglio da leggere. Il suo stile raccontato mi ha molto deluso, e non ritengo che meriti un ulteriore esborso di denaro. Se qualche appassionato però volesse fare la prova, sarò lieto di sentire poi cosa ne pensa.
Ecco alcune parole di Clark sul romanzo:

In writing Of Thimble and Threat, my effort was not to create a character we would relate to as one from our time, but one whose words and actions were shaped by her environment and circumstances and whose driving emotions were seen as reasonable within that context. Victorian England, with it’s social structure, polluted environment, the quality of sustenance, labor conditions, the state of scientific and medical knowledge, the prevalence and pervasiveness of disease and the ease with which people became ill and slipped quickly into death, was a very different world from the one in which I live. All these elements created different priorities for the people of that time from what most of us experience today. The average person was likely much more aware of mortality day to day, since something as simple as a cut on the finger could easily fester and lead to death. Choosing an occupation–if one were lucky enough to have a choice–was to choose between compromising one or another aspects of one’s health.

That’s not to say we don’t have these concerns today, but time and experience has led to systems which mitigate much of the extremes seen in Victorian London. Human beings haven’t truly changed–we experience the same emotions we always have. The stimulus for those emotions is what changes from generation to generation. We would certainly relate to those of another time, but having a conversation with someone from the 1800s would be a singular experience for someone today.

The possessions of Catherine Eddowes started that conversation with me, and Of Thimble and Threat is my response.

Of Thimble and Threat

Il romanzo d’esordio di Clark su Lazy Fascist Press.

Dove si trova?
A Parliament of Crows è troppo poco famoso perché qualcuno si sia preoccupato di piratarlo, a quanto pare. Su Amazon.it si può trovare l’edizione kindle al prezzo di 5,50 Euro; prezzo un po’ alto, anche in rapporto all’effettiva qualità del libro, ma ancora abbordabile se la storia vi ha appassionato.

Qualche estratto
Per i due estratti ho scelto due scene che mi sono particolarmente piaciute. Il primo è una brano del processo, quando a interrogare Vertiline è l’avvocato difensore (che lei ha ottimi motivi per disprezzare); da notare l’uso di termini desueti deliziosi come “busybodies” o “what a dolt!”. il secondo è un flusso di pensieri di Carolee in carcere, in cui viene rievocato un episodio triste della sua infanzia che trovo particolarmente riuscito.

1.
Despite her discomfort, Vertiline continued to sit up as straight as possible in the witness chair. She might do a better job still if she believed her attorney did her any good.
After going over the events surrounding Orphia’s death, Mr. Hitchens turned to other discoveries dredged up during the police investigation: those elements of the state’s case presented to make Vertiline and her sisters look like cold-hearted criminals. The family’s dirty laundry would be aired once again before strangers in the courtroom, but this time, Vertiline hoped Mr. Hitchens would help her take it all down, fold it neatly, and put it away looking much cleaner.
Doing her best to soften her facial features, adopt a less formal posture, and appear open in response to her attorney, Vertiline hoped the jury’s impressions of her were improving as she spoke.
“Do you remember well the time before your family moved to New Jersey, Miss Mortlow,” Mr. Hitchens asked, “when you and your two sisters, the deceased, and her husband all lived in the apartment in Brooklyn?”
“Yes, sir.”
“Were you surprised to hear that two of your neighbors, a Mrs. Biermann and a Miss Calise, called as witnesses, referred to it as a ‘mystery house’ and a ‘baby farm?’”
“Yes, sir.” Vertiline remembered the women well. She considered them troublemakers and busybodies.
Mr. Hitchens consulted his notes at the defense table. “The relevance to this case was not established,” he said. “How many children were born to your niece during that time?”
“Orphia had one child shortly after we removed to Brooklyn,” Vertiline said evenly, “and another a few years later.”
“She gave her first child, a girl named Alberta, up for adoption. Can you tell us why?”
No—the question is too pointed! The dolt wasn’t characterizing events to put them in a good light! He left that up to her, and she struggled to find the proper words.
“Orphia’s husband…” she began haltingly, “had…run away.”
Vertiline paused to reflect on her good-for-nothing nephew, Fletcher. She wondered where he’d gone and if he ever found work he was willing to do.
“Is that all?” Mr. Hitchens asked.
“The child…” she began, but her voice trailed off. Vertiline didn’t want to admit they had gotten rid of the child merely because Alberta had kept them all up day and night with her crying. Vertiline had not admitted that to herself until the present moment. With the realization, came distress. She glanced quickly at the jury and saw several of the men frown.
“Miss Mortlow?” Mr. Hitchens said.
Vertiline shook off the reverie. “I—I’m sorry.” She took a deep breath. “My niece was ill and suffering from severe melancholy. My sisters and I were busy organizing our new business venture, a tutoring service. Orphia neglected the child.”
I must appear more caring, and present my decisions as more than merely practical.
“What happened to the second infant—John, was it?”
Again, a blunt question regarding a delicate subject. Does he have no sense at all? He made no effort to help her set the scene and create a scenario sympathetic to Vertiline and her sisters. She glared at Mr. Hitchens, then regretted it, for she knew the jury saw the expression.

2.
Carolee was a survivor. When she thought about what that meant, she often remembered the emaciated feral dog that prepared a whelping den and gave birth to a litter of pups under an azalea in the garden behind the house on Spring Street. Because the war had finally come to Milledgeville and Union forces moved through the city, Mr. Mortlow had instructed his daughters to confine themselves to the upstairs of the house. They were not allowed to go outside at all. Carolee snuck out to the garden anyway, and was attracted by the small squeals of the pups. The bitch and her suckling litter was such a sweet vision, Carolee had an impulse to pick up and cuddle one of the cute puppies. A glaring look and snarls from the mother persuaded her to keep her distance. Carolee did not begrudge the bitch such brute protection of her young. She dragged a couple of the wrought-iron outdoor chairs over to the exposed side of the azalea to help block the cold November wind from the den. Having something warm and tender to think about, Carolee returned to the house without being caught. For the first time in a long while, she looked forward to the next day when she would find another opportunity to sneak out and look in on the nursery.
When the next day came, Vertiline kept a close watch on her, insisting that she play games with her twin and help with various small tasks while remaining in either their father?s upstairs study or the hiding place accessible through the wall panel in that room. Mr. Mortlow created the secret room months before in preparation for a time when the family might need to hide from marauding Union troops. The family currently slept there every night. Carolee was sick of the cramped, smelly space.
Mr. Mortlow had been asleep in his chair at his desk in the study all day. He was white as bedlinen and sleeping soundly. The four of them took naps in the afternoon. Mr. Mortlow often slept in his chair while his daughters lay on piles of quilts in the hiding place. When nap time came, Carolee said, “I’m going to take a quilt into the study and sleep with Father today.”
Vertiline didn’t argue with that, but because she left the panel to the hiding place open, Carolee would have to make sure everyone was asleep before she snuck out to see the puppies. She made a little bed beside her father’s desk near the opening, just out of her sisters’ line of sight. When she heard them breathing deeply in sleep, she got up and snuck out of the study, tiptoed down the stairs, through the hall, the dining room, the kitchen, and out the back door.
She crept through the garden, approaching the whelping den quietly to keep from startling the bitch and her litter. As she slowly pulled one of the chairs away, she heard growling. Light spilled into the den, revealing the bitch licking her bloody mouth. The litter was gone, all but for one tiny leg. The bitch lunged and Carolee gasped, dropped the chair and stumbled back. Heartbroken, she turned and ran for the house.
All day, Carolee struggled to hide her tears.
Finally, Vertiline asked her, “Why are you so sad today?”
“I wish the War was over,” Carolee said, “and we could all have plenty to eat again.”

Tabella riassuntiva

Le sorelle Mortlow sono assassine non stereotipate e complesse. Prosa raccontata  che appiattisce la storia.
Ricostruzione credibile del Sud americano del tardo Ottocento. Pov onnisciente che distanzia il lettore.
What a dolt! Qualche episodio appare un po’ forzato.

(1) In realtà non è vero, perché Carolee e Mary erano fuori di testa tutt’e due anche prima. Però l’episodio, raccontato com’è raccontato e messo a quel punto del romanzo, sembra voler dare questo tipo di messaggio.

Un tour-de-force di Bizarro Fiction

BizarroIncuriosito dalla lettura di Carlton Mellick III, negli ultimi tre quattro-mesi ho deciso di sperimentare altri autori di Bizarro Fiction per farmi un’idea del mare magnum che è questo nuovo sottogenere del Fantasy. Volevo capire se è solo Mellick ad essere bravo, o se i ragazzi di Eraserhead Press, Raw Dog Screaming Press, Afterbirth Books e compagnia hanno davvero operato una selezione spietata delle loro opere.
Il risultato è il post di oggi, che per questa settimana sostituisce il consueto Consiglio del Lunedì. Ho selezionato cinque delle opere più popolari di Bizarro Fiction, scritte da cinque degli autori più celebri – Mellick escluso, ovviamente. Di queste cinque, due sono romanzi, una è una novella, una una raccolta di tre novellas e una una raccolta di racconti brevi. Ho ordinato le opere non per anno di uscita né per tipologia, ma in ordine crescente di bellezza – perché, come i nostri antichi progenitori, sono convinto che il meglio debba arrivare alla fine.
Come vedrete non ho tessuto lodi sperticate del genere, cercando di mantenere la stessa freddezza con cui parlo dei nostri autopubblicati. Il mio punto di riferimento per questa ricerca è stato il sito di Bizarro Central, che consiglio di visitare a chiunque voglia saperne di più sul genere e sul catalogo.

Ass Goblins of Auschwitz Ass Goblins of Auschwitz

Autore: Cameron Pierce
Genere: Bizarro Fiction / Horror
Tipo: Novella
Anno: 2008

Editore: Eraserhead Press
Pagine: 104

Una volta la vita era perfetta per i bambini-folletto di Kidland, il paese dove non si diventa mai grandi e si passa il tempo a giocare a cantare. Finché un giorno non sono arrivati i crudeli culo-goblin, orrende creature con una faccia a forma di culo, due occhi in cima ad antenne che escono dalle chiappe, la tendenza a scoreggiare continuamente e una passione per il nazismo. I culo-goblin hanno rapito tutti i bambini di Kidland e li hanno portati ad Auschwitz, a lavorare in campi di concentramento, ad essere violentati in vario modo e a diventare cibo per i prigionieri.
I protagonisti, numero 999 e numero 1001, sono due gemelli siamesi, attaccati tra loro all’altezza della cassa toracica. Nonostante questo handicap, i culo-goblin non li hanno ancora eliminati; ma la sopravvivenza è qualcosa che devono faticosamente guadagnarsi giorno dopo giorno. Riuscirà numero 999 a fuggire, o quantomeno a sopravvivere alla crudeltà dei culo-goblin?

Ass-Goblin of Auschwitz è un campionario di pratiche disgustose e trovate sadiche; dai rospi che ogni sera violentano nel culo i bambini e li costringono a mangiare le loro stesse interiora (ehm^^’), allo Shit Slaughter (S.S. per gli amici), la pratica dei culo-goblin di infilarsi nel proprio culo i bambini troppo lenti ad eseguire gli ordini per poi… ehm, scopritelo da soli.
Cameron scrive in uno stile semplice e lineare che si sposa bene con la descrizione di queste nefandezze. La storia è narrata in prima persona dal prigioniero 999, ma il tono è impersonale, quasi da telecronaca, e i commenti sono ridotti al minimo. Essendo il protagonista un bambino brutalizzato e assuefatto alla violenza, il timbro è credibile e aiuta a immergersi nella vicenda. In generale Cameron è un bravo mostratore, anche se la qualità della scrittura cala negli ultimi capitoli: la battaglia finale è confusionaria, con molti passaggi difficili da visualizzare.
Quello che vi ho detto finora potrebbe già avervi fatto vomitare, ma il vero problema di Ass Goblins è un altro. Ossia che non va a parare da nessuna parte. Il libro tiene bene nei primi capitoli, che descrivono l’ambientazione – ma Pierce non riesce a innestarci una trama credibile o interessante. La storia diventa una sequela di episodi inconsistenti e piuttosto slegati, in un escalation di trovate schifose che stanca in fretta, fino a un finale insulso che ci regala anche un messaggio etico-psicologico. Messaggio che ci sta come i cavoli a merenda, dato il carattere eccessivo e improbabile di tutta la storia.
Insomma: Pierce non scrive male, e l’ambientazione – benché disgustosa – avrebbe anche del potenziale, ma la storia manca di struttura e di uno scopo. Così com’è, Ass Goblin è una raccolta pasticciata di bizzarrie. In futuro potrei decidere di dare un’altra chance a Pierce, ma preferirei aspettare il parere di un altro sulle sue opere successive.

Grammar nazi

I nazisti sono una fonte inesauribile di idee.

Dove si trova?
Come molti altri romanzi di Cameron Pierce, Ass Goblins of Auschwitz è disponibile su library.nu.

Un estratto
Come estratto, potevo forse esimermi dal proporvi in cosa consiste esattamente lo Shit Slaughter?

The ass goblin reaches the girl and hoots loud enough for everyone—ass goblins and children alike—to fall silent and watch. The hoot of an ass goblin sounds very similar to a trumpet, an instrument I used to play. When an ass goblin hoots, you know Shit Slaughter is coming. […]
“Shit! Slaughter! Shit! Slaughter! Shit! Slaughter!” the ass goblins chant.
The goblin picks the girl up by the throat. Her face turns blue. Vomit dribbles down her chin as the goblin takes her in both hands, turns her upside down, and shoves her up his own ass.
He jiggles from side to side and waves both sets of claws in the air. Egg-smelling steam burbles from his mouth. The ass goblins stop chanting. The big moment is almost here.
A swastika made from the little girl blasts out of the goblin’s head, flinging shit as it spins around the bathroom and bounces off the walls. The goblin in Shit Slaughter mode bumbles after the swastika. After a pursuit that makes my head spin, its head of teeth snaps shut around the former girl, grinding her up. The ass goblin’s head returns to normal. Dinnertime is over.

In conclusione: BOCCIATONo

House of Houses

House of Houses

Autore: Kevin L. Donihe
Genere: Bizarro Fiction / Fantasy
Tipo: Romanzo

Anno: 2008
Editore: Eraserhead Press
Pagine: 172

Una mattina, Carlos si sveglia e scopre una cosa orribile: la sua casa gli è precipitata addosso. Non solo: la casa si sta decomponendo attorno a lui, trasformandosi in muffa e fango e schifezze. Non solo: il mondo è diventata una strana dimensione coi colori tutti sbagliati, e anche le case di tutti i suoi vicini sono crollate. Si è verificato il grande olocausto delle case, e adesso la fine del mondo è vicina.
Ma Carlos amava la sua casa; ne era talmente innamorato che le aveva dato un nome – Helen – non la abbandonava mai, e stava per sposarla. Ora vuole scoprire cosa le sia successo, e se può riaverla indietro. Accompagnato da Tony, un supereroe dal pisello lunghissimo e perennemente ottimista, si imbarcherà alla scoperta di questo nuovo mondo; e mentre le case preparano la loro rivincita sugli esseri umani, il futuro riserva a Carlos delle brutte sorprese…

Donihe scrive abbastanza bene, con narrazione in prima persona e frasi brevi e piene di dettagli concreti, sensoriali. La scena dell’incipit, col protagonista che si sveglia in mezzo alle macerie e cerca di capire cos’è successo, è un eccellente esempio di “mostrato” utilizzato nel modo giusto. Rispetto a Mellick, Donihe usa un vocabolario più ricco e ha una voce meno personalizzata, ma per il resto la loro scrittura è abbastanza simile.
Insomma, con queste premesse, House of Houses avrebbe potuto essere un ottimo romanzo. Ricorderete il post entusiasta di una settimana fa, quando l’avevo appena preso in mano. E invece? Invece no, perché la storia di House of Houses non va da nessuna parte. La trama sembra procedere a tentoni.
Nella prima parte, gli avvenimenti bizzarri sembrano succedersi in modo più o meno casuale, secondo il capriccio dell’autore. Bizzarria su bizzarria (dall’autobus coi passeggeri di cartoncino alla città che si trasforma in una strada lunghissima ai culti della morte organizzati dai cittadini) si accumulano in modo incoerente, affaticando il lettore più che divertirlo. La seconda parte cambia completamente registro, tentando di diventare cupa e drammatica con scarsi risultati, visto il carattere demenziale dell’ambientazione e le premesse poco coerenti della prima parte.
Il romanzo va anche fuori tema rispetto alle sue premesse. L’argomento del libro dovrebbe essere il fatto che le case diventino animate, e come potrebbe mai essere un mondo fatto per le case; tuttavia, il loro mondo e il loro comportamento non è molto caratterizzante del loro essere “case”. Potrebbero anche essere cetrioli volanti animati, o scoregge spaziali animate, e non farebbe molta differenza in termini di trama e ambientazione.
Certo, alcune idee – come il tak show delle case – sono divertenti; Tony è un personaggio ben riuscito, con un’interessante evoluzione nel corso della storia; e il finale del romanzo, che si chiude ad anello con l’inizio, è carino; ma sono solo sprazzi di luce in un romanzo fallato. Sembra che Donihe sia partito con una buona idea ma non sapesse bene che farci. Un’ottima occasione sprecata.
Comunque, Donihe è uno scrittore con del potenziale, e in futuro potrei decidere di dargli una seconda chance con Washer Mouth.

Casa inquietante

Dove si trova?
Dei cinque libri di cui vi parlo oggi, House of Houses è l’unico a non essere disponibile in formato digitale. Su Amazon potrete comprare il paperback a 8 Euro circa.

Un estratto
L’estratto che ho scelto viene dal primo capitolo, forse il meglio riuscito del romanzo. Carlos, sepolto sotto la sua casa, rievoca alcuni bei momenti passati con lei:

I have not and will never fart inside my house. Though I imagine that I fart less than most people, I must nevertheless fart every so often. So, when I feel wind gather inside me, I ran onto the lawn and expel gas where Helen doesn’t have to smell it, or be haunted by its undying ghost.
I hate that I must defecate in her, but the neighbors started posting letters of complaint on the door whenever I shat in the yard. I always did it under the cover of the night, holding matter in my bowels until it got tight and impacted, so I have no idea how they saw me, unless they were waiting for me to come out, or had cameras trained on my yard at ungodly hours.
Ultimately, I ascertained the one wat to assuage both parental and neighboral giult: make it legal and marry the old gal (my house is 81 years young). I felt reactionary thinking this way, but if that’s what it took to make me feel comfortable in Helen’s love, then so be it.
Two nights ago, I drilled a hole in the wall by the bed in preparation for the honeymoon scheduled to commence the moment after everything had been sanctioned by – or at least brought to the attention of – a higher auctority. No priests or preachers or teachers or rabbis were to perform the ceremony, though. It’d be between Helen, that-thing-which-may-or-may-not-be-God, and me.
It was going to happen at 6:30 this evening. I even called my parents to tell them my plans, though I had no intention of offering invites. I just let them know that my life of sin would soon be over because Helen and I were to be married, and, after that, they could enter my house without fear of heavenly reprisals. They didn’t say anything substantial. Mom just sobbed on the phone, while dad farted in the background.

In conclusione: BOCCIATONo

Dr. Identity

Dr. Identity

Autore: D. Harlan Wilson
Genere: Bizarro Fiction / Science Fiction
Tipo: Romanzo
Anno: 2008

Editore: Two Backed Books
Pagine: 212

Nell’iperviolento ventiduesimo secolo, si è diffusa l’usanza di farsi sostituire, nelle incombenze più sgradevoli, da degli androidi identici a sé chiamati doppelganger. Il Dr. Blah Blah Blah è un giovane e insulso professore di letteratura fantascientifica alla Corndog University di Bliptown. Odia la sua vita e soprattutto odia tenere lezioni agli svogliati studenti dell’università, e ogni volta che può si fa sostituire dal suo doppelganger, il Dr. Identity.
Ma un brutto giorno, il Dr. Identity dà di matto e stermina l’intera Facoltà di Letteratura Inglese dell’università. I due sono costretti alla fuga, mentre l’intera città si scatena in una spietata caccia all’uomo. Tra i loro inseguitori, i terribili Papanazi, legioni senza nomi di sicari alla ricerca dello scoop perfetto. Riusciranno i due a scampare al linciaggio sommario e a dare un senso alla propria esistenza?

Harlan Wilson dev’essere l’intellettuale del gruppo. Infatti, a differenza degli altri autori di Bizarro, che fanno i cazzoni punk, Wilson se la tira un casino. Dr. Identity non solo è infarcito di citazioni e riferimenti che vanno dai classici della fantascienza e della Letteratura novecentesca con la L maiuscola a insulsi fenomenologi francesi (tipo Baudrillard), ma è imbottito anche di tutte le fisse da intellettualoide radical-chic: dalla critica mordace al consumismo americano, qui portata all’estremo, ai vari discorsi sul potere spersonalizzante del mondo moderno, fino ai pipponi filosofici sparsi qua e là.
Di conseguenza Dr. Identity è l’unico libro di Bizarro Fiction che potrebbe ricevere i complimenti di gente come la Lipperini o i Wu Ming: mirabile esempio di specchio distorcente! La realtà contemporanea vista attraverso gli occhiali iperbolici della fantascienza! La cosa brutta è che per una volta potrebbero anche avere ragione, perché Harlan Wilson sembra esattamente il tipo da fare certi discorsi.

Gatto ultraviolento

Ultimamente l'ultraviolenza è stata un po' sdoganata.

Il vero problema di Dr. Identity non è tanto il tirarsela, però, quanto una serie di scelte stilistiche dementi. A partire dalla gestione del pov: alcuni capitoli sono scritti in prima persona col pov del Dr. Blah; altri hanno il punto di vista del Dr. Identity, ma sono in terza persona; altri ancora sono in terza persona, con pov del papanazi Achtung 66.799. Infine, Wilson continua a inframezzare le vicende di questi tre personali con capitoli in cui appaiono solo personaggi secondari, scritti in terza persona e col pov di una telecamera impersonale che riprende la scena. Harlan Wilson ci fa la gentilezza di mettere, in calce all’inizio di ogni capitolo, il pov e la persona in cui sono scritti, ma comunque non si tratta di una buona idea se lo scopo è quello di immergere il lettore. Meglio sarebbe stato scegliere un unico pov in prima persona (quello del Dr. Blah, o quello del Dr. Identity), o scrivere in terza persona usando fino a tre pov (per esempio Blah, Identity e Achtung).
D’altronde, sembra che Wilson sia troppo preso dalle sue manie intellettuali per curarsi troppo di appassionare il lettore. La vicenda principale è continuamente annacquata da capitoli dedicati a personaggi usa-e-getta, che spesso hanno il solo scopo di espandere l’ambientazione. I combattimenti ultraviolenti, potenzialmente interessanti, si riducono spesso a un elenco di mosse, membra che esplodono e affettamenti vari, più simile a una lista della spesa che a un buon mostrato, e decisamente poco coinvolgenti sul piano emotivo. A ostacolare ulteriormente il coinvolgimento, la scelta idiota di confondere l’ordine cronologico dei capitoli che riguardano Achtung.
E’ un peccato che abbia tutti questi difetti, perché per altri versi Dr. Identity è un libro godibile. I due protagonisti hanno un’evoluzione coerente e interessante, e i loro dialoghi sono spassosi. Alcune scene sono geniali, come quelle ambientate nel Congresso di Bliptown, con i parlamentari che si fanno i dispetti a vicenda e si comportano come bambini; e anche alcune trovate, come la cruenta legislazione interna dei centri commerciali della catena Littleodladyville. E in generale, Wilson è in grado di costruire delle scene molto divertenti quando si impegna.
Inoltre, a differenza dei due libri precedenti, Dr. Identity dà l’idea di essere un *vero* romanzo, pensato per sviluppare degli argomenti, muovendo in modo coerente da una premessa fino alla sua conclusione. Una storia con un che, quando arrivi alla fine, dà l’idea di averti comunicato qualcosa. E il finale è intelligente, probabilmente il migliore possibile per una storia di questo tipo. Una pesante revisione stilistica e un po’ meno di spocchia intellettuale, quindi, potrebbero renderlo un ottimo romanzo di fantascienza bizzarra. Così com’è, con i suoi alti e bassi, Dr. Identity rimane soprattutto un’occasione sprecata.

Dove si trova?
Su libray.nu si può trovare in formato pdf.

Consumismo

Il consumismo: altro argomento abusato, ma gli intellettuali ne sono attratti come le mosche dalla cacca.

Un estratto
Ero incerto su quale estratto proporre, perché molte delle scene divertenti di Dr. Identity si sviluppano lentamente o hanno bisogno di un po’ di sottotesto. Alla fine ho optato per la scena in cui il povero Dr. Blah scopre il massacro indiscriminato compiuto dal suo ‘ganger:

Dr. Identity was waiting for me, arms folded behind its back. Its hair and suit were disheveled. It looked guilty.
“Now what?”
Dr. Identity giggled uncomfortably…
Bathing in the blue light of his computer screen, Dostoevsky sat stiff-backed in his chair with forearms resting on thighs. His head had been twisted 180 degrees so that his chin rested between his shoulder blades. One of his eyes had popped out of its socket; it hung down his cheek like a Christmas tree ornament. A vertebra appeared to be jutting out of his neck.
Next to the computer on Dostoevsky’s desk were the remains of Petunia Littlespank. The android’s extremities had been ripped apart and neatly stacked atop its torso.
Fighting vertigo, I slowly turned my attention back to Dr. Identity. […]
I said, “Fuck.”
Dr. Identity smiled a small, crooked smile. “There’s more where that came from, I’m afraid.” It gestured at the office door.
…Reality slipped into dreamtime. My insides seemed to leak out of my toes and I felt slightly euphoric. I floated towards the door in flashes, still shots, creeping into the future one static beat at a time. Grey roses bloomed onto my screen of vision and my diegetic universe became a silent film. The office door opened and I jaunted into a soundless, black-and-white wax museum…
Bodies and limbs and innards littered the hallway and dangled from the ceiling. I moved through the jungle slowly at first, calculating the holocaust with the exactitude of a forensics expert. I became less attentive and more anxious the further I proceeded down the hallway. Eventually I was darting here and there at the speed of so many popping flashbulbs.
The English department bore the likeness of an exhumed graveyard. The mangled corpses of professors, student-things and their ’gängers had been strewn everywhere. The title of one of Phillip José Farmer’s preneurorealist novels rattled in my head: To Your Scattered Bodies Go… […]
Dr. Identity made a frog face. “I guess I malfunctioned. But the one insurrection I committed is enough to merit the death penalty, despite its accidental nature. I figured a few more wouldn’t hurt.”
“You murdered the entire English department. You murdered my boss.” I
hesitated, overwhelmed by desperation. “How am I supposed to get tenure now?”
Dr. Identity blinked. “I don’t understand the question.”

In conclusione: MEHMeh

Cripple Wolf

Cripple Wolf

Autore: Jeff Burk
Genere: Bizarro Fiction / Horror / Slice of Life
Tipo: Raccolta di racconti
Anno: 2011

Editore: Eraserhead Press
Pagine: 100 ca.

Il reduce Benjamin Kurtz ha un grosso problema: durante la guerra in Vietnam ha contratto il morbo la licantropia. Purtroppo, soffre anche di amnesia, e tende a dimenticarsi che nelle lotti di luna piena si trasforma in una macchina per uccidere. Così, è con animo sereno che, a bordo della sua fida sedia a rotelle, si imbarca su un aereo della Fetish Flights. E quando nel bel mezzo del viaggio si trasforma in un lupo mannaro assetato di sangue, per i passeggeri saranno cazzi. A combattere il licantropo in carrozzina saranno tre musicisti punk giapponesi, un supereroe venuto da un altro pianeta, due terroristi islamici imbottiti di tritolo e due piloti imbottiti di coca e marijuana.
Ma questo è solo il primo e più lungo di una serie di racconti. Alcuni prendono spunto dal mondo della tv e della fiction per dargli una virata verso il Bizarro: Frosty and the Full Monty racconta la triste storia di un pupazzo di neve che prende vita solo per precipitare in una spirale di vizi e degradazione; Cook for Your Life attinge al mondo dei talent e ci mostra un programma in cui una serie di cuochi competono per non perdere la vita. Altri partono da storie quotidiane, mainstream, come il mio preferito, House of Cats: la storia di un barbone che trova la felicità quando decide di costruirsi una casetta fatta di gatti vivi perfettamente incastrati tra loro. Un altro, Punk Rock Nursing Home, è soltanto uno slice of life molto buffo: racconta la storia di un gruppo di musicisti punk ottantenni che vivono all’ospizio, e che decidono di rivivere i fasti della loro giovinezza organizzando un ultimo concerto.

Tra gli autori di Bizarro che mi è capitato di leggere, Jeff Burk è quello che scrive le storie più semplici e oneste. Le storie partono sempre da dei what if: cosa succederebbe se un licantropo paralitico si trasformasse durante un volo aereo, e come farebbero i passeggeri a sopravvivere? Cosa succederebbe se un barbone decidesse di costruirsi una casa fatta di gatti? E se una creatura magica come Frosty esistesse realmente? Queste premesse, poi, sono sviluppate con coerenza fino alla conclusione. Il lettore non si sente mai truffato – non ho provato il disappunto che mi hanno dato Ass Goblins e House of Houses.
Purtroppo, rispetto agli altri autori Jeff Burk è più debole sul lato strettamente tecnico. Le sue storie hanno quasi sempre un pov in terza persona neutra e decisamente ballerino, di stampo cinematografico, che in una singola scena può spostarsi anche due o tre volte su personaggi sempre diversi. A volte, poi, il pov diventa quello onnisciente del Narratore, che fa commenti sulla storia del tipo: “Ma non era questa la cosa importante. La cosa importante era…”. Queste intrusioni erano francamente evitabili, ma bisogna dire che non infastidiscono più di tanto: dato il carattere comico dei racconti, l’effetto distanziante del pov onnisciente e della telecamera ballerina sono di poco disturbo.
Comunque, aldilà delle sue beghe stilistiche, Jeff Burk dovrebbe essere preso a modello dai nostri aspiranti scrittori italiani per quanto concerne la struttura di una storia. I suoi racconti sono un ottimo esempio di come istituire fin dall’inizio un patto con il lettore (ossia: io lettore capisco subito di cosa parla il racconto) e come mantenerlo fino alla fine. Inoltre sono quasi tutti divertenti. Prendetevelo e studiate!

Philosoraptor hijacking

Dove si trova?
Cripple Wolf non c’è su library.nu, ma in compenso si può comprare a 6 Euro su Amazon in formato kindle. Vale la spesa, quindi non abbiate esitazioni. E se non avete un dispositivo kindle, spendendo cinque minuti su Calibre potrete convertirlo in un dignitoso epub.
Su library.nu si trova anche un altro libro di Burk, Shatnerquake. Trattasi di novella con protagonista William Shatner, l’attore che ha impersonato il Capitano Kirk. Ho evitato di leggere la novella perché, a causa della mia scarsa conoscenza di Shatner (e di Star Trek in generale), mi sarei probabilmente perso il grosso del divertimento. Ma se siete più “ferrati” in materia, perché non provate a leggerlo? Così poi mi dite.

Un estratto
L’estratto che ho scelto viene dal primo racconto, quello sul licantropo paralitico. Protagonista del brano è il terrorista Mohammed, che sono sicuro il nostro Zwei troverà delizioso:

Mohammad sat in an overstuffed chair in the upper cabin. There was no enjoying the niceties of first class, not with Satan having sent a minor to thwart his mission. For what other reason could that beast be here? He saw it kill Abdul, but it would not kill him. No beast would stop him. […]
The cabin the monster had attacked was the most populated of them all and, while the upper cabin was packed tight, it seemed like there should have been more people. He walked past two young women, their skin covered in tattoos and piercings. What little clothing they were wearing clung skin-tight to their bodies, soaked with blood.
They held each other, softly crying, and then one gently kissed the other. The kiss deepened and they began groping each other, blood soaked breasts sticking together, lip piercings tangling in their passionate embrace.
Mohammad scoffed and hurried past.
The devil really was going to great lengths to stop him but he was ordained by Allah. Nothing could get in his way.
He took his seat and leaned his head against cushioned neck rest. He closed his eyes and concentrated on the weight in his chest. Not only would he be striking a blow against a symbolic Satan, he would even be taking out one of his personal servants.
Mohammad closed his eyes and imagined the rewards awaiting him in heaven. There was no way he was letting the plane land in Portland.

In conclusione: PROMOSSO

Rampaging Fuckers of Everything on the Crazy Shitting Planet of the Vomit AtmosphereRampaging Fuckers of Everything on the Crazy Shitting Planet of the Vomit Atmosphere

Autore: Mykle Hansen
Genere: Bizarro Fiction / Fantasy
Tipo: Raccolta di tre novellas
Anno: 2008
Editore: Eraserhead Press
Pagine: 232

Abbiamo già incontrato Mykle Hansen parlando del divertente HELP! A Bear is Eating Me!. Questo libro, che conferma il genio comico di Hansen, raccoglie tre racconti lunghi: Monster Cocks, Journey to the Center of Agnes Cuddlebottom e Crazy Shitting Planet.
Il primo racconta la vicenda di un povero informatico sfigato, che lavora nel reparto assistenza tecnica di una multinazionale di articoli sportivi. Jack ha un grave problema: un pisello microscopico. Vorrebbe tanto un cazzone enorme come quelli dei porno che gli piacciono tanto! Il sogno sembra diventare realtà quando compra su Internet un proiettile magico da iniettarsi nel pene con un’apposito marchingegno. Ma all’improvviso, il mondo intero sembra andare a rotoli: Internet è bombardato di attacchi ad opera di misteriosi hacker, strani omicidi si diffondono per gli Stati Uniti, e il pene di Jack comincia a crescere a dismisura e a non rispondere più ai comandi!
Il racconto non è semplice da seguire, per l’abbondanza di termini tecnici e gergo informatico – io stesso non credo di aver capito più della metà degli inside jokes e dei riferimenti. Il fatto di essere in inglese non aiuta. Ma lo sforzo viene ripagato dalla genialità e dalla mole di trovate divertenti. Questo è anche il racconto più simile per stile a HELP!, con una voce narrante esagitata che abusa di esclamativi e commenti scemi.
Journey to the Center of Agnes Cuddlebottom racconta invece la cronaca di un prodigioso intervento per salvare la vita di una vecchietta ottantenne tossicomane. La poveretta è andata in coma, e i medici non riescono a capire cos’abbia! Finché un fisico, il Dr. Spinejack, non ha l’idea di trasformare l’ano della vecchia in un tunnel n-dimensionale capace di miniaturizzare le persone. Il medico della vecchia, il Dr. Fokker, potrà così entrare personalmente nel colon della signora e scoprire l’origine del problema. Ma la situazione precipita quando, sparsasi la voce dell’intervento, l’ano della signora Cuddlebottom si affolla di giornalisti, troupe televisive, chioschi di Starbucks, agenti immobiliari, rock band, poliziotti in formazione antisommossa… E se all’improvviso la vecchia si svegliasse, che cosa accadrebbe?
Il racconto è scritto in forma di inchiesta. Un intervistatore anonimo interroga una serie di personaggi coinvolti nella vicenda, svelando a poco a poco gli orribili sviluppi dell’intervento. Il racconto ha così la forma di un lungo copione di domande e risposte. In assoluto, il migliore dei tre.
Crazy Shitting Planet, che chiude la raccolta, è il meno ispirato dei tre, ma è comunque un ottimo racconto. La Terra del futuro è un’unica, enorme distesa di cacca. La cacca piove dal cielo, espulsa dalle persone grasse; orribili ricconi che si sono costruiti delle bellissime città in cielo e hanno lasciato i poveracci giù a marcire. Sulla Terra non c’è più cibo, ma grazie a un fungo insediatosi nei nostri organismi, ora gli esseri umani sono in grado di mangiare anche sassi, plastica, cartone. Il protagonista trascorre le sue giornate cercando cose da mangiare e odiando i ricchi grassoni che gli hanno mangiato i genitori. Ma la sua vita è destinata a cambiare, quando incontrerà la grassona Martha Hilton-Trump e la ciurma pirata del Bloody Hatchet…
Dei tre racconti, questo è quello il cui stile ricorda di più quello di Mellick. Il protagonista è un ragazzino malinconico e amorale, stanco della vita, che si trova ad essere spettatore, più che attore, di una serie di eventi incredibili. L’ambientazione, benché disgustosa, e benché sintetizzata in poche pagine, è geniale; la trovata fantascientifica dei funghi che vivono nello stomaco delle persone e, sintetizzando la materia inorganica, permettono agli ospiti di mangiare cose normalmente non commestibili, è sorprendentemente credibile. E a differenza di Pierce e Donihe, Hansen non si limita a baloccarsi con la sua ambientazione; riesce anche a costruirci una storia, una vera storia.

Ano

Dalla vagina all'ano, nella Bizarro Fiction si tratta sempre di entrare da qualche parte.

Insomma: Mykle Hansen è un genio. I suoi racconti non si limitano a sviluppare un’idea, ma prendono più idee (es. sfigato col pene piccolo + peni giganti assassini + Internet che impazzisce) e le combinano in modo perfetto. Di conseguenza, le storie di Hansen sono sempre imprevedibili, senza per questo disattendere le aspettative iniziali del lettore.
Se masticate a sufficienza l’inglese, dovete provare a leggerlo! Anche se non vi piace la Bizarro Fiction.

Dove si trova?
Su libray.nu si può trovare in formato pdf.

Un estratto
Ci sono un sacco di passaggi divertenti nella raccolta di Mykle Hansen. Il pezzo che ho scelto, è tratto dal secondo racconto e spiega il funzionamento del meccanismo miniaturizzante che permetterà agli esseri umani di entrare nell’ano di Agnes Cuddlebottom. E’ un po’ lungo ma ne vale la pena.

Q: Doctor Spinejack, how does your Spinejack Transform actually work?
DR. OTTO SPINEJACK, PH.D., PHYSICIST: Well. Our device harnesses newly discovered principles from the field of string theory and hyper-spatial symmetric analysis, in order to create an N-dimensional Impedance Transform Intersection. The theory of this we first published, myself and my colleagues Ed Ruff and Louise Vanhoff, in our paper in the Journal of Relativistic Physics three years ago entitled: “Implanting People In The Rectums Of Other People: Finally We Can!”
Q: Can you explain it in layman’s terms?
A: I will try. To understand the principles, it will help you to picture how a brass musical instrument, such as the tuba, takes a very tiny sound and amplifies it. It does this by allowing a pressure wave to expand very slowly within a long tubular chamber of increasing diameter, following precise exponential rules in a controlled fashion, until it emerges with a powerful “Ooom-pah” sound that you may know from the classics. Or, if you prefer, Polka.
Q: Okay, I’m picturing that …
A: Our machine, of course, creates a tube of folded N-space instead of brass, by using quantum computation to remove the entropy from a powerful field of strong nuclear forces. And our machine blows this tuba in reverse, injecting large spacetimewaves
in the large end, then folding them inward through higher dimensions, as they travel up through this tubing, growing smaller and smaller. Otherwise, it is exactly the same.
Q: So it’s a sort of a reverse-polkafying device?
A: You could give it that name, yes. However, the process, while theoretically promising, is unstable in real-world situations, as the space-fabric, exiting the small end of this tube, would mismatch the surrounding space-time impedance so dramatically that explosive re-expansion would occur, and boom! You die.
Q: Then how are you able to—
A: The breakthrough, yes: we realized, mathematically, that if the transform intersection could be mated with a very specific shape and length and form of tubular chamber, the space-time impedance could in fact be matched, so the re-expansion effect is countered, and in fact the N-space folding continues as long as forward momentum is maintained. So easy, yes?
Q: If you say so, yes.
A: But no! The tubular chamber for this is so very specific. It must match the material being folded in various ways, it needs a certain length and shape, also temperature, and many other mathematical properties. It would be impossible to manufacture such a chamber … yet, amazingly, it occurs in nature! It is as if a Creator invented this chamber for this very purpose! Because the human gastro-intestinal tract, you see, is actually a perfect match for the Spinejack transform! Human beings are the missing piece!
Q: So, your invention is not the general-purpose matter reducer that some have called it.
A: Yes and no. Yes, we can shrink anything you want. But no, it has to go in the anus.

In conclusione: DECISAMENTE PROMOSSO!

Autori di Bizarro Fiction

Le belle facce degli scrittori di Bizarro. Collezionali tutti!

Conclusioni generali
Dopo tutte queste letture, cosa posso dire sulla Bizarro Fiction?
Ciò che caratterizza il genere è l’esagerazione grottesca. Mentre le invenzioni del New Weird e di altri sottogeneri del Fantasy sono sì fantasiose e strabilianti, ma devono essere calate in un contesto verosimile e preciso come un orologio svizzero, la Bizarro Fiction è fondata sull’eccesso. E’ più difficile mantenere la suspension of disbelief nella Bizarro, tuttavia l’inverosimiglianza delle storie è compensata dall’intento umoristico e grottesco. E’ per questo che – con poche eccezioni, come Egg Man di Mellick – quando la Bizarro tenta di essere seria ottiene scarsi risultati.
Questa escalation di bizzarrie è spesso ottenuta attingendo al sesso e ai fetish sessuali, alle secrezioni corporee (sangue, cacca, vomito, muco, scoregge, sperma, etc.) e alle cose schifose in generale (mangiare facce di bambini), all’iperviolenza (massacri su larga scala, torture, crudeltà ingiustificate). Ma racconti come House of Cats di Burk dimostrano che in realtà si possono raccontare storie bizzarre anche senza quegli elementi. Del resto, se Kafka pubblicasse oggi La metamorfosi, sarebbe tranquillamente etichettabile come Bizarro.
Molti miei lettori hanno mostrato seri dubbi sul genere, dicendo che si tratta soltanto di una sterile esibizione di stranezze. Credo di aver dimostrato, col post di oggi, che questo rischio è reale, e che un numero discreto di romanzi e racconti di Bizarro Fiction prende questa cattiva strada. Ma non si tratta di un problema intrinseco al genere. E’ solo il modo più pigro e infantile di scrivere Bizarro Fiction, che bravi autori (come Mellick e Hansen, ma non solo) riescono quasi sempre a evitare.
La colpa in parte è delle stesse case editrici di Bizarro, troppo morbide nella selezione delle opere da inserire nel loro catalogo. Ammettendo opere come House of Houses non fanno che dare un’immagine sbagliata del genere e scoraggiare molti acquirenti; inoltre, basterebbe un editing più severo per trasformare quei romanzi in libri almeno decenti.

Panda arcobaleno

La Bizarro Fiction è come un panda che vomita arcobaleni! Circa.

La Bizarro Fiction è un genere che merita di essere esplorato, soprattutto da parte degli aspiranti scrittori di fantastico. Bisogna solo fare attenzione a scegliere i libri giusti. E se un libro vi piace, ricordate di premiare lo scrittore comprandolo!
In futuro credo che leggerò altre opere di Bizarro, anche se a un ritmo più basso rispetto a questi mesi. Oltre a quelle già citate, per esempio, mi intriga la raccolta  Clockwork Girl di Athena Villaverde. Di certo, tornerò in futuro a parlare di Mellick, e se dovessero capitare altre opere meritevoli di Bizarro Fiction, state sicuri che le segnalerò qui.