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I Consigli del Lunedì #25: Mission of Gravity

Mission of GravityAutore: Hal Clement
Titolo italiano: Stella doppia 61 Cygni
Genere: Science Fiction / Hard SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1953
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 220 ca.

Difficoltà in inglese: ***

In tutta la Via Lattea non c’è un pianeta come Mesklin. La violenza della sua accelerazione centrifuga gli ha dato una forma da pallone da rugby, schiacciato ai poli e stiracchiato all’equatore. Ha anche una massa immensa, e la sua attrazione di gravità varia dai 3G sull’Orlo (l’equatore) ai 700G ai poli. Ma nonostante le condizioni proibitive, Mesklin ospita vita intelligente: una razza di animaletti simili a millepiedi, robustissimi, che si muovono agganciandosi al terreno con le loro numerose zampe uncinate. E ora i terrestri hanno bisogno di loro.
Barlennan, capitano della nave mercantile Bree, è stato contattato dall’umano Charles Lackland per una missione della massima importanza. I terrestri hanno inviato un razzo al polo sud di Mesklin per compiere una serie di rilevazioni sulla gravità del pianeta; rilevazioni che potrebbero rivoluzionare le teorie fisiche sulla gravitazione dai tempi di Einstein. Ma proprio a causa dell’attrazione di Mesklin, il razzo non riesce più a lasciare la superficie. L’equipaggio di Barlennan dovrà raggiungere i poli – dove nessun umano potrà mai mettere piede – e recuperare le attrezzature per restituirle i terrestri; ma quale prezzo chiederanno i meskliniti per questa impresa? E cosa impareranno gli uni dagli altri le due specie?

Mission of Gravity è unanimemente riconosciuto come una delle massime vette raggiunte dall’Hard SF classica. Un romanzo che, come da tradizione del genere, parte da premesse incredibili – un pianeta schiacciato e dalla gravità altissima, e su cui c’è vita!? – e procede a illustrarle senza mai deviare dal rigore scientifico.  Che genere di vita potrebbe ospitare un pianeta dalle condizioni così estreme? E come queste condizioni modificherebbero la forma mentis dei suoi abitanti? Come sarebbe percepito da loro il cosmo? Quali cose si potrebbero fare, e quali no? E così via.
Ma il romanzo di Hal Clement non è saggistica immaginaria – è anche un romanzo d’avventura! La ciurma della nave Bree, guidata dall’impavido (e scaltro) capitano Barlennan, e con l’aiuto di Lackland e dei terrestri in orbita attorno al pianeta, dovrà affrontare tutta una serie di ostacoli e imprevisti per raggiungere il polo sud. Pericoli che daranno all’autore l’occasione per illustrare vari aspetti della vita su Mesklin.
L’ambizione è quella di coniugare speculazione scientifica e narrativa di buon livello. Ci sarà riuscito?

Forza di gravità

Il mantra di Clement.

Uno sguardo approfondito
Una delle cose più spiazzanti del romanzo – e che contribuiscono a distinguere Mission of Gravity dal resto della Hard SF – sta nel fatto che i protagonisti, nonché punto di vista privilegiato della storia, non sono gli esseri umani ma i meskliniti. Il libro comincia infatti con il pov del capitano Barlennan, e attraverso i suoi occhi osserviamo i venti letali dell’inverno equatoriale che minacciano di spazzare via la loro nave spiaggiata, o il suo secondo Dondragmer che si erge sulle sei zampe posteriori per ancorare la nave.
Il bel sogno purtroppo dura poco. Da quando, alla fine del secondo capitolo, entra in scena l’umano Lackland, il punto di vista del romanzo retrocede a quello del narratore onnisciente. Per il resto del romanzo, Clement fa viaggiare la telecamera un po’ come gli capita, posandola osa su Lackland, ora sui generici scienziati in orbita attorno a Mesklin, ora su Barlennan, ora sui membri dell’equipaggio ‘in generale’, ora a volo d’uccello (onniscienza vera e propria). La cosa più sgradevole, è che questi salti di pov avvengono nel bel mezzo di un paragrafo senza alcun preavviso. Nel migliore dei casi, questo significa semplicemente poca immersione e percezione da parte del lettore di una ‘regia occulta’ che lo sballotta di qua e di là; in alcune situazioni più concitate, significa dover rileggere un passaggio più volte perché non si capisce più bene cosa stia succedendo o da quale angolo visuale si stia guardando la scena.

E in realtà, bisogna ammettere che la presenza del narratore onnisciente è presente in tutto il romanzo, anche nelle scene mostrare attraverso gli occhi dei meskliniti. Le parti scritte col pov di Barlennan, infatti, danno più che altro l’impressione di un documentario naturalista: immagini di animaletti che si muovono nell’ambiente selvaggio, con voice over del narratore che ci spiega cosa pensano, cosa provano, cosa li preoccupa. Tra noi e il personaggio punto di vista percepiamo sempre il filtro dell’autore; di conseguenza non ci immedesimiamo mai nella specie aliena, li vediamo sempre dal di fuori anche quando sono loro a dominare la scena.
La presenza del narratore onnisciente rende anche più indigesti gli infodump. Quando va bene, gli elementi dell’ambientazione sono mostrati nelle conseguenze che hanno per i personaggi o, più spesso, discussi nei dialoghi tra Barlennan e Lackland. Questi dialoghi, specie quando entrano nel dettaglio tecnico, suonano un po’ artificiosi, ma rimangono comunque preferibili alla media degli espedienti da Hard SF (tipo l’As You Know, Bob). Quando va male, l’autore in persona interrompe la narrazione – o si inserisce in un punto morto della stessa – per spiegarci questa o quella caratteristica del pianeta.

Pallone da rugby

Un’approssimazione del pianeta Mesklin?

In Mission of Gravity troviamo anche un altro limite tipico dell’Hard SF: personaggi funzionali e bidimensionali come manichini. Ognuno dei personaggi segue fedelmente il suo ruolo istituzionale: Lackland è lo scienziato-antropologo che vuole stringere amicizia con i nativi; il Dottor Rosten è il capo della missione severo e pragmatico, ma, essendo anche un biologo, è pronto ad andare in sollucchero e a perdonare gli errori di Lackland in cambio della promessa di esemplari della vita di Mesklin da analizzare; Barlennan è il mercante-esploratore astuto, pronto a portare a termine una missione rischiosa in cambio di una contropartita; Dondragmer è il secondo diffidente ma fedele al suo leader. L’unica nota positiva nella caratterizzazione dei personaggi è l’esistenza di una certa evoluzione di Barlennan e Dondragmer nel corso della storia; tanto che nel finale entrambi regaleranno al lettore qualche piccola sorpresa.
Ma la nota più fastidiosa è la ragionevolezza, il buon senso che pervade sempre i personaggi e il rapporto tra le due specie, anche nei momenti di maggiori tensione. Lackland e Barlennan sono sempre in grado di discutere su come superare un determinato ostacolo con la massima naturalezza. Ora, penso che nemmeno degli etnologi di professione possano avere rapporti così idilliaci e razionali con i nativi della tribù africana o polinesiana che vanno a studiare, e stiamo pur sempre parlando di uomini della stessa razza e dello stesso pianeta! Possibile che i rapporti tra terrestri e millepiedi di un pianeta a 700G possa essere così idilliaco e così scevro di incomprensioni?

Il che ci porta al terzo, e più grave problema del romanzo: la brutta caratterizzazione della psicologia dei meskliniti.
Da un lato Clement fa un buon lavoro, quando si concentra sulla fisica del loro corpo o sulle conseguenze psichiche dell’ambiente in cui vivono. I meskliniti sono bassi e lunghi per meglio resistere alla pressione gravitazionale del pianeta, e hanno tante zampe (uncinate) per potersi sempre tenere ancorati al suolo e non rischiare di cadere. Da dove viene l’equipaggio della Bree infatti – ossia dalle fasce temperate di Mesklin – la gravità è così elevata che anche una caduta di pochi centimetri può significare la lacerazione di tutti gli organi interni e la morte. Di conseguenza, il suo popolo ha un terrore folle sia per le altezze, sia per avere qualcosa – di qualsiasi materiale – sopra la loro testa, e difatti le loro case non hanno un tetto. Quando ha portato la sua ciurma alle basse gravità dell’Equatore, Barlennan l’ha avvisata di non prendere l’abitudine di saltare o di sollevarsi troppo sulle zampe anteriori: se infatti per distrazione lo facessero anche una volta tornati nella loro patria, finirebbero quasi certamente per ammazzarsi.
Ma a parte questi tratti derivanti dalle condizioni particolari del pianeta, i meskliniti suonano terribilmente umani. Il loro modo di ragionare, di fare affari, di darsi una gerarchia, è identico al nostro. Anche quando l’equipaggio della Bree si imbatte in altre tribù e altri popoli della loro specie, queste creature non sono più strane o variegate dei selvaggi d’Africa di un racconto d’avventura dell’Ottocento, e spesso meno. Clement non si è chiesto che tipo di psiche potesse svilupparsi in una specie di millepiedi schiacciati al terreno, né si è premurato di inventarne una da capo a piedi. I meskliniti sembrano esseri umani in un un corpo di insetti.

Newton e la gravità

Dove Clement dà il meglio di sé è nel worldbuilding. La velocità di rotazione del pianeta è tale che un giorno dura meno di 20 minuti. Nelle prime pagine del romanzo è piuttosto straniante sentire i personaggi parlare con nonchalanche di aspettare cento, duecento o cinquecento giorni, ma poi si comincia a vedere il sole sorgere e tramontare con una frequenza allarmante. Sempre a causa di questa velocità di rotazione, in alcuni periodi dell’anno i venti spirano dai poli verso l’equatore, e la regione dell’Orlo è spazzato da correnti talmente forti che i meskliniti devono ancorare sé stessi e la loro imbarcazione al suolo per non volare via. Ancora, i mari di Mesklin sono fatti di metano e i venti di cristalli di ammoniaca.
Il popolo di Barlennan non possiede un termine per “lanciare” né il concetto, perché da dove vengono loro, con una gravità vicina ai 700G, appena un qualsiasi oggetto lascia la mano, istantaneamente arriva al suolo. L’accelerazione è tale che l’occhio non percepisce il movimento attraverso l’aria. Al polo sud, un sassolino lasciato cadere da oltre duecento metri di altezza scava un buco di alcuni metri e solleva un’onda di pulviscolo (che comunque scema rapidamente a terra). Di conseguenza, il suo popolo non possiede armi da lancio, ma solo armi bianche. E così via.

Insomma, Mission of Gravity è lontano dalla perfezione, ma certo si tratta di uno dei romanzi di Hard SF meglio scritti e anche più piacevoli da leggere che abbia mai incontrato. Intendiamoci: il gusto del libro è quello di un “rompicapo scientifico”, una lettura che colpisce più il cervello che i sensi. La gestione distanziante del pov e gli infodump rallentano in parte il ritmo della storia, mentre personaggi piatti e la psicologia poco aliena dei meskliniti riducono il fascino dell’esperienza, ma per gli amanti del genere l’epopea della Bree attraverso Mesklin sarà divertente e regalerà molti momenti di sense of wonder. E Mesklin è probabilmente uno dei pianeti più “alieni” e meglio pensati nella storia della fantascienza.
Al terzo posto dopo Rendezvous with Rama e Ringworld, lo ritengo uno dei punti di partenza ideali per chi voglia esplorare il sottogenere dell’Hard SF.

Science raptor

Let’s do some fucking science!

Dove si trova?
In lingua originale, Mission of Gravity si può trovare su Library Genesis. Ci sarebbe anche su Bookfinder, ma al momento dice che il download non è disponibile, quindi lasciate stare.
Come ha fatto notare Talesdreamer, l’edizione italiana si può scaricare via Mulo cercando l’orrido titolo “Stella Doppia 61 Cygni”, nei cinque gusti .doc, .rar, .pdf, .lit o epub.

Qualche estratto
Entrambi gli estratti che ho scelto vengono dal primo capitolo, che è uno dei più interessanti in quanto adotta il punto di vista del mesklinita Barlennan. Il primo estratto dà un assaggio dell’ambientazione, ma anche del taglio documentaristico e distaccato della voce narrante anche quando ancora la telecamera nella testa del personaggio. Il secondo viene dal primo dialogo tra Barlennan e Lackland; è particolarmente interessante perché mostra la visione che, in conseguenza del loro sistema di riferimento, hanno i meskliniti del loro mondo: una scodella!

1.
The wind came across the bay like something living. It tore the surface so thoroughly to shreds that it was hard to tell where liquid ended and atmosphere began; it tried to raise waves that would have swamped the Bree like a chip, and blew them into impalpable spray before they had risen a foot.
The spray alone reached Barlennan, crouched high on the Bree’s poop raft. His ship had long since been hauled safely ashore. That had been done the moment he had been sure that he would stay here for the winter; but he could not help feeling a little uneasy even so. Those waves were many times as high as any he had faced at sea, and somehow it was not completely reassuring to reflect that the lack of weight which permitted them to rise so high would also prevent their doing real damage if they did roll this far up the beach.
Barlennan was not particularly superstitious, but this close to the Rim of the World there was really no telling what could happen. Even his crew, an unimaginative lot by any reckoning, showed occasional signs of uneasiness. There was bad luck here, they muttered — whatever dwelt beyond the Rim and sent the fearful winter gales blasting thousands of miles into the world might resent being disturbed. At every accident the muttering broke out anew, and accidents were frequent. The fact that anyone is apt to make a misstep when he weighs about two and a quarter pounds instead of the five hundred and fifty or so to which he has been used all his life seemed obvious to the commander; but apparently an education, or at least the habit of logical thought, was needed to appreciate that.
[…] No witness could have told precisely where the shore line now lay. A blinding whirl of white spray and nearly white sand hid everything more than a hundred yards from the Bree in every direction; and now even the ship was growing difficult to see as hard-driven droplets of methane struck bulletlike and smeared themselves over his eye shells. At least the deck under his many feet was still rock-steady; light as it now was, the vessel did not seem prepared to blow away. It shouldn’t, the commander thought grimly, as he recalled the scores of cables now holding to deep-struck anchors and to the low trees that dotted the beach. It shouldn’t — but this would not be the first ship to disappear while venturing this near the Run. Maybe his crew’s suspicion of the Flyer had some justice. After all, that strange being had persuaded him to remain for the winter, and had somehow done it without promising any protection to ship or crew. Still, if the Flyer wanted to destroy them, he could certainly do so more easily and certainly than by arguing them into this trick. If that huge structure he rode should get above the Bree even here where weight meant so little, there would be no more to be said. Barlennan turned his mind to other matters; he had in full measure the normal Mesklinite horror of letting himself get even temporarily under anything really solid.

Il vento che arrivava dalla baia sembrava una cosa viva. Lacerava e sconvolgeva la distesa d’acqua in un pulviscolo di frammenti cosi minuti che era difficile stabilire dove finisse l’elemento liquido e dove cominciasse l’atmosfera. Il vento sembrava sempre sul punto di sollevare ondate capaci di spazzare via la “Bree” come un sughero, ma poi le disperdeva in miriadi di spruzzi impalpabili, prima che riuscissero ad alzarsi di mezzo metro.
Solamente gli spruzzi arrivavano fino a Barlennan, che se ne stava comodamente sdraiato, in alto, sul castello di poppa della “Bree”. Già da un pezzo aveva portato la nave al sicuro in secca sulla spiaggia, cioè da quando aveva capito di dover passare l’inverno lì. Tuttavia non poteva fare a meno di sentirsi un po’ a disagio anche dopo questa decisione. Quelle ondate erano le più alte che avesse mai visto in mare, e in un certo senso non trovava del tutto rassicurante nemmeno sapere che proprio la mancanza di peso, se da una parte permetteva alle onde di alzarsi tanto, dall’altra avrebbe anche impedito ai flutti di provocare veri e propri danni, se fossero riusciti a spingersi molto addentro sulla spiaggia.
Il Comandante Barlennan non era particolarmente superstizioso, ma trovandosi così vicino agli Orli del Mondo, non avrebbe davvero saputo dire cosa poteva succedere. Perfino l’equipaggio, che certo non era dotato di molta immaginazione, ogni tanto mostrava evidenti segni di malessere. Era la maledizione che regnava in quella regione, mormoravano… Qualunque mistero ci fosse al di là dell’Orlo, la cosa che mandava le terribili raffiche di vento invernale a spazzare per migliaia di chilometri quella parte del mondo poteva non gradire di essere disturbata dalla spedizione di Barlennan. Al minimo incidente l’equipaggio ricominciava a mormorare, e di incidenti, lievi o gravi che fossero, se ne verificavano spesso. Chiunque pesi poco più di un chilogrammo, invece dei duecentocinquanta a cui è stato abituato per tutta la vita, si trova nella condizione di commettere un sacco di errori. Era una costatazione ovvia per il Comandante, ma lui aveva una mentalità scientifica e l’abitudine a pensare in termini logici e razionali.
[…] Nessuno di loro, in quel momento, avrebbe potuto dire dove si trovava la linea costiera. Un vortice accecante di spruzzi e di sabbia bianca nascondeva ogni cosa che fosse a più di cento metri di distanza dalla “Bree”, in tutte le direzioni. Anche la nave cominciava a non essere quasi più visibile, mentre le goccioline di metano lanciate a tutta velocità dal vento colpivano come tante pallottole, spiaccicandosi sopra le conchiglie oculari. Per lo meno il ponte, sotto i suoi molteplici piedi, era ancora saldo come una roccia; e il battello, benché fosse alleggerito di molto, non sembrava disposto a farsi spazzare via dal vento. Cosa impossibile, ad ogni modo, si disse il Comandante, pensando alle decine di cavi che trattenevano la nave alle ancore profondamente sepolte nella sabbia e ai bassi alberi che punteggiava-no la spiaggia. Impossibile, certo, eppure la sua non sarebbe stata davvero la prima nave a scomparire durante una spedizione così pericolosamente vicina all’Orlo. Forse i sospetti dell’equipaggio nei confronti del Volatore non erano del tutto infondati. In fin dei conti, quella strana creatura lo aveva persuaso a fermarsi lì per tutto l’inverno e in un certo senso era riuscita a convincerlo senza garantire la minima protezione alla nave o all’equipaggio. D’altra parte, se il Volatore avesse voluto annientarli, avrebbe potuto farlo molto più facilmente e direttamente che non ingannandoli a parole. Se quell’immensa macchina su cui viaggiava avesse dovuto passare sulla “Bree” anche in questa parte del mondo, dove il peso aveva così poca importanza, sarebbe stata la fine. Barlennan si costrinse a pensare ad altro. Conosceva l’esatta misura del terrore congenito di tutti i meskliniti all’idea di stare, sia pure per breve tempo, sotto qualunque massa solida.

Michael Jackson sconfigge la gravità

Per recuperare il razzo dovevano chiamare lui.

2.
“What I really wondered about, Charles, was how long this blow was going to last. I understand your people can see it from above, and should know how big it is.”
“Are you in trouble already? The winter’s just starting — you have thousands of days before you can get out of here.” “I realize that. We have plenty of food, as far as quantity goes. However, we’d like something fresh occasionally, and it would be nice to know in advance when we can send out a hunting party or two.”
“I see. I’m afraid it will take some rather careful timing. I was not here last winter, but I understand that during that season the storms in this area are practically continuous. Have you ever been actually to the equator before?” “To the what?”
“To the — I guess it’s what you mean when you talk of the Rim.”
“No, I have never been this close, and don’t see how anyone could get much closer. It seems to me that if we went much farther out to sea we’d lose every last bit of our weight and go flying off into nowhere.”
“If it’s any comfort to you, you are wrong. If you kept going, your weight would start up again. You are on the equator right now — the place where weight is least. That is why I am here. I begin to see why you don’t want to believe there is land very much farther north. I thought it might be language trouble when we talked of it before. Perhaps you have time enough to describe to me now your ideas concerning the nature of the world. Or perhaps you have maps?”
“We have a Bowl here on the poop raft, of course. I’m afraid you wouldn’t be able to see it now, since the sun has just set and Esstes doesn’t give light enough to help through these clouds. When the sun rises I’ll show it to you. My flat maps wouldn’t be much good, since none of them covers enough territory to give a really good picture.”
“Good enough. While we’re waiting for sunrise could you give me some sort of verbal idea, though?”
“I’m not sure I know your language well enough yet, but I’ll try.
“I was taught in school that Mesklin is a big, hollow bowl. The part where most people live is near the bottom, where there is decent weight. The philosophers have an idea that weight is caused by the pull of a big, flat plate that Mesklin is sitting on; the farther out we go toward the Rim, the less we weigh, since we’re farther from the plate. What the plate is sitting on no one knows; you hear a lot of queer beliefs on that subject from some of the less civilized races.”
“I should think if your philosophers were right you’d be climbing uphill whenever you traveled away from the center, and all the oceans would run to the lowest point,” interjected Lackland. “Have you ever asked one of your philosophers that?”
“When I was a youngster I saw a picture of the whole thing. The teacher’s diagram showed a lot of lines coming up from the plate and bending in to meet right over the middle of Mesklin. They came through the bowl straight rather than slantwise because of the curve; and the teacher said weight operated along the lines instead of straight down toward the plate,” returned the commander. “I didn’t understand it fully, but it seemed to work. They said the theory was proved because the surveyed distances on maps agreed with what they ought to be according to the theory. That I can understand, and it seems a good point. If the shape weren’t what they thought it was, the distances would certainly go haywire before you got very far from your standard point.”
“Quite right. I see your philosophers are quite well into geometry.”

— Quello che mi stavo domandando, Charles, è quanto durerà questa bufera. So che i tuoi uomini possono vederla dall’alto, e dovrebbero quindi essere in grado di valutarne l’entità.
— Ti trovi già in pericolo? L’inverno è appena cominciato… hai davanti migliaia di giorni prima di poter uscire da questa zona.
— Lo so. Le scorte di vettovaglie sono più che abbondanti, ma ogni tanto si sente la necessità di un po’ di cibo fresco, e sarebbe utile sapere in anticipo quando potremo mandare fuori una spedizione di caccia, o anche due.
— Capisco. Ma ho paura che dovranno calcolare i tempi con molta precisione. Non mi trovavo in questa zona l’inverno scorso, ma so che durante l’inverno le bufere si susseguono in modo pressoché ininterrotto. Ci sei stato veramente nella regione equatoriale, in passato?
— Dove?
— Nella… ah, credo che quando parlate dell’Orlo in realtà vi riferiate all’Equatore.
— No, non mi sono mai spinto tanto vicino all’Orlo, e non vedo come qualcuno possa avanzare oltre un certo limite. La mia impressione è che se ci spingessimo ancora di più verso l’alto mare finiremmo per perdere anche gli ultimi residui di peso e voleremmo via come pagliuzze.
— Se ti è di conforto, posso assicurarti che ti sbagli. Continuando ad andare verso l’alto mare, il vostro peso ricomincerebbe ad aumentare. In questo momento sei sulla linea dell’ Equatore, cioè proprio dove si pesa meno. E’ per questo che io mi trovo qui. Ora comincio a capire perché tu non vuoi credere che ci siano terre molto più a nord. All’inizio, quando abbiamo cominciato a parlare di queste cose, pensavo che dipendesse dalla nostra difficoltà di comunicare, ma adesso credo che tu abbia il tempo di spiegarmi le tue idee circa la natura di questo mondo. O forse possiedi delle carte geografiche, delle mappe…?
— Naturalmente, abbiamo una “coppa” qui, sul castello di poppa, ma temo che tu non possa vederla, adesso che il sole è appena tramontato ed Esstes non dà luce sufficiente con tutta questa nuvolaglia. Domani, quando sorgerà il sole, te la mostrerò. Le mie carte geografiche non ti sarebbero di molto aiuto, perché nessuna di esse riproduce territori abbastanza estesi da fornire un quadro sufficientemente chiaro della regione.
— Capito, Ma, in attesa dell’alba, non potresti descrivermele a voce?
— Non sono sicuro di essere padrone della tua lingua fino a questo punto. Comunque proverò. A scuola mi hanno insegnato che il nostro pianeta è come una grande coppa dalla cavità molto profonda. La zona in cui vive la maggior parte della popolazione è vicina al fondo della coppa, dove il peso è più forte. Secondo la teoria dei nostri saggi questo peso è causato da una specie d’immenso vassoio piatto su cui posa Mesklin. Più ci si allontana dal fondo verso l’Orlo, più il nostro peso diminuisce e, perché nello stesso tempo ci si allontana anche dal vassoio. Su cosa poi sia posato il vassoio, nessuno lo sa. Al riguardo si sentono raccontare una quantità di strane leggende, soprattutto da parte delle razze meno civilizzate.
— Mi sembra che i tuoi saggi avrebbero ragione, se uno si accorgesse di salire verso l’alto tutte le volte che si allontana dal fondo della coppa, cioè dal centro, e se tutti gli oceani tendessero a raccogliersi verso il punto più basso, vale a dire al centro della coppa — obiettò Lackland. — Non hai mai approfondito la questione con uno di loro?
— Da giovane ho visto un disegno che spiegava tutta la situazione. Il diagramma del mio maestro mostrava una grande quantità di linee che salivano dal vassoio e si piegavano per incontrarsi esattamente nel centro di Mesklin. Il loro tracciato lungo la coppa seguiva praticamente una linea retta, a causa della curvatura, e il maestro disse che il peso si scaricava lungo quelle linee invece di correre direttamente giù verso il vassoio. Non riuscii a capire bene, ma il ragionamento mi sembrò abbastanza logico. L’ipotesi, ho saputo poi, aveva la sua conferma nei fatti. Infatti le distanze rilevate sulle carte concordavano esattamente con quelle calcolate in base alla teoria. E questa è una cosa che posso capire facilmente, e mi sembra rappresenti un punto fermo. Se la forma non corrispondesse a quella indicata dai saggi, le distanze risulterebbero tutte sbagliate, appena si cominciasse ad allontanarsi dal nostro punto medio d’osservazione.
— Giustissimo. Vedo che i tuoi saggi sono molto istruiti in fatto di geometria.

Tabella riassuntiva

Ambientato su un pianeta dalla gravità che varia dai 3 ai 700G! Narratore onnisciente e pov che salta da un personaggio all’altro.
I protagonisti sono coriacei millepiedi con l’orrore delle altezze! Alieni dalla psicologia terribilmente umana.
Unisce speculazione scientifica e avventura. Personaggi bidimensionali e perfettamente razionali.

I preferiti del Tapiro

Top 50Tempo fa, un individuo molesto che risponde al nome di Giovanni mi aveva chiesto di stilare la Top 10 dei miei libri preferiti. Dato che adoro stendere elenchi e classifiche, ho deciso di accontentare lui e tutti (?) i miei fans. Ma visto che sono megalomane e mi lascio sempre prendere la mano, dopo averci lavorato per un mesetto invece che una Top 10 m’è uscita una Top 50.
Ma non temete! Ho cercato di essere breve, nulla di simile ai miei soliti commentarii. Ci sono riuscito quasi sempre. Per i libri già apparsi sulle pagine di questo blog, mi limiterò in genere a linkare l’articolo in cui ne ho parlato in maniera approfondita.
Il post, comunque, è il più lungo che abbia mai scritto. Ops.

I criteri
Nello stilare la classifica, ho seguito una serie di regole. In primo luogo, limiti di tempo: nessun libro pubblicato prima del 1884. Perché il 1884? Perché è la data in cui è stato pubblicato il più ‘vecchio’ libro di cui si è parlato su Tapirullanza – Flatland, Consiglio #01 – e volevo rispettare la “cornice temporale” del blog. Inoltre mi sentirei a disagio a mettere sullo stesso piano di paragone un libro di Hemingway e uno, per esempio, di Diderot, o anche solo di Stendhal. Infine, almeno in questo modo eviterò di spammare i soliti titoli ‘classici’ sui vari Dostoevskij, Flaubert, Balzac, and so on.
In secondo luogo, un limite di categoria: ammessi solo romanzi e novellas, esclusi i racconti. Certo, in questo modo ho dovuto escludere raccolte che adoro, come Finzioni di Borges, Amori ridicoli di Kundera, Cronache marziane di Bradbury o Casi di Daniil Charms, ma volevo mantenere una certa coerenza e confrontabilità tra le varie entrate.
In terzo luogo, ho deciso di limitare al minimo il numero di entrate per ogni autore. Con la sola eccezione di un autore, che appare ben tre volte nella classifica (e potete ben immaginare di chi si tratti), tutti gli altri appaiono con solo uno o al massimo due libri. Così c’è più varietà ed è più divertente.
Non mi sono dato limiti, invece, per quanto riguarda il genere. Così facendo ho voluto rispettare la volontà dell’individuo molesto di cui sopra; d’altronde, mi è stato chiesto altre volte quali fossero i miei gusti al di fuori della narrativa fantastica.

La nuova sezione
A parte il puro divertimento di redigere (e, spero, di leggere) una classifica, conoscere i miei gusti personali potrebbe aiutarvi a inquadrare meglio il lavoro che faccio di solito. In tutti i miei articoli cerco di essere oggettivo e di fornire al lettore gli strumenti tecnici per capire da sé se vale la pena che spenda il tempo su questo o quell’altro libro, ma di sicuro nella selezione dei libri di cui parlare sono influenzato dai miei gusti personali. Conoscendoli meglio, potrete decidere se sono la persona giusta da seguire in materia di narrativa.
E’ per questo che ho deciso, assieme alla pubblicazione di questo articolo, di creare una nuova pagina nel menu orizzontale – La Mia Classifica. Mentre non metterò più mano a questo post – che diventerà, potremmo dire, una “fotografia” dei miei gusti e della mia cultura letteraria in questo momento – sarà mia premura tenere aggiornata “La Mia Classifica”. La nuova pagina potrà essere utile soprattutto a chi arriva qui per la prima volta e vuole capire meglio di che tipo di libri ci si occupa su Tapirullanza.
E ora andiamo avanti.

La classifica

50. Sotto gli occhi dell’Occidente

Sotto gli occhi dell'OccidenteAutore: Joseph Conrad
Genere: Mainstream / Politico
Anno: 1911

Nonostante la prosa ubriaca, Conrad rimane uno dei miei scrittori preferiti. Questo è uno dei suoi romanzi più atipici, essendo ambientato non nelle baie del sud-est asiatico ma a cavallo tra la Russia zarista degli ultimi anni e Ginevra. Il romanzo parla di un gruppo di rivoluzionari russi di matrice anarchico-populista con base a Ginevra, e del progressivo (ma combattuto) avvicinamento dello studente Razumov alla causa della rivoluzione.
Se Razumov, con le sue nevrosi e la sua espressione gelida, è un personaggio affascinante (che riecheggia il Raskolnikov di Dostoevskij), invece ne esce male la co-protagonista Nathalie Haldin, ritratto della virtù e dell’abnegazione femminile terribilmente belle époque (e con la complessità psicologica di un’aspirapolvere). La prima parte, quella ambientata a San Pietroburgo, è la più bella; piena di conflitti esterni e interiori. Passando a Ginevra, il ritmo si ammoscia un po’, e infatti la parte centrale del romanzo è spesso noiosotta. Comunque ben fatta la galleria dei rivoluzionari idealisti in esilio. Un romanzo che mi sentirei di consigliare ai cultori di Dostoevskij (tra i quali mi annovero pure io)1.

49. City of Saints and Madmen

City of Saints and Madmen

Autore: Jeff VanderMeer
Genere: Fantasy / Horror / New Weird / Urban Fantasy / Pseudo-trattato / Literary Fiction
Anno: 2001 / 2004

Tecnicamente questo non è un romanzo ma una raccolta di novellas, raccontini e schizzi. Tuttavia concordo con VanderMeer quando dice che tutti questi pezzi, insieme, formano un unico grande romanzo della città di Ambergris. E fino a questo momento, rimane il miglior VanderMeer che abbia mai letto.
Ho già parlato di City of Saints and Madmen nel Consiglio del Lunedì #20.

48. Auto da fé

Auto da féAutore: Elias Canetti
Genere: Mainstream / Picaresque / Umoristico
Anno: 1935

Stimato sinologo e forse l’uomo più colto della sua epoca, Peter Kien è però anche un misantropo che vive segregato nella sua immensa biblioteca, incapace di affrontare i più basilari problemi della vita quotidiana. L’arrivo di una governante meschina e semi-ritardata segnerà l’inizio della sua rovina.
La bellezza di Auto da fé è quella di presentare situazioni e individui assurdi e paradossali, immersi in una deliziosa atmosfera tragicomica. I personaggi sono caratterizzati alla perfezione; in particolare, la stupidità e l’ignoranza da sub-normale della governante Therese sono mostrate benissimo: il suo vocabolario si comporrà forse di un centinaio di parole che continua a riciclare a sproposito, di modi di dire e frasi preconfezionate, e anche il suo comportamento è quello standardizzato di un animaletto. Nella seconda parte purtroppo Canetti si perde un po’ per strada, calando di ritmo e aprendo parentesi e digressioni a non finire su personaggi secondari (come il nano Fischerle, che sogna di diventare il più grande scacchista vivente).
Se Canetti vi piace e siete interessati al clima della Mitteleuropa (e in particolare, di Austria e Germania) negli anni Venti e Trenta, vi consiglio anche la sua trilogia autobiografica: La lingua salvata, Il frutto del fuoco e Il gioco degli occhi.

47. Il carteggio Aspern

Il carteggio Aspern

Autore: Henry James
Genere: Mainstream
Anno: 1888

Verso James ho sentimenti ambivalenti: nel corso della sua vita ha pubblicato con la stessa disinvoltura libri bellissimi, roba insulsa e schifezze indegne. Nel corso degli anni anche la sua scrittura è peggiorata notevolmente (si dice per colpa della dislessia), e alcuni dei suoi ultimi lavori sono talmente involuti da essere quasi illeggibili.
Il carteggio Aspern appartiene ai buoni. Breve novella a sfondo veneziano, racconta del tentativo di un compito critico americano di impossessarsi delle carte private del defunto poeta Jeffrey Aspern, verso il quale nutre una devozione infinita. Ma le carte sono in possesso della vecchia Juliana Bordereau, ex-amante del poeta, e della nipote Tina; le due vivono segregate in un palazzo veneziano, gelose della loro privacy. Il protagonista dovrà abbassarsi a ogni nefandezza per entrare in possesso del carteggio, fino a provare orrore di sé stesso e a distruggere l’esistenza alienata delle due donne.
E’ una novella davvero strana. I personaggi sono bizzarri ma ben tratteggiati, e rimangono impressi.

46. Ringworld

Ringworld

Autore: Larry Niven
Genere: Science Fiction / Hard SF / Space Opera / BDO
Anno: 1970

Il pianeta a forma di anello: una delle idee più fighe mai partorite da mente umana.
Ho già parlato di Ringworld nel Consiglio del Lunedì #03.

45. Ho sposato un comunista

Autore: Philip RothHo sposato un comunista
Genere: Mainstream / Storico
Anno:1998

Lo scrittore Zuckerman, alter-ego dell’autore, si fa raccontare da un suo vecchio mentore la storia di Ira Ringold, ex-operaio riciclatosi come attivista comunista e conduttore radiofonico di successo nell’America degli anni ’50. Il suo tentativo di conciliare un impegno proletario un po’ alla buona e il sogno di penetrare nei salotti buoni della società newyorkese lo farà precipitare dalle stelle all’abisso.
Il libro mi piace non soltanto perché racconta un periodo interessantissimo, ossia gli Stati Uniti nell’era del maccartismo – che contribuì alla completa distruzione del comunismo nel mondo politico americano – ma anche per la galleria dei personaggi (come la volubile moglie del titolo) e per l’umorismo amaro che attraversa la storia. A distanza di anni, mi è rimasto impresso nella memoria più di Pastorale americana, il più celebre romanzo di Roth – il che è tutto dire.

44. Starship Troopers

Fanteria dello spazioAutore: Robert A. Heinlein
Genere: Science Fiction / Militaristic SF / Utopia
Anno: 1958

Ad oggi, uno dei romanzi più convincenti che abbia mai letto nel descrivere la vita militare. Con tutto che non si tratta di un romanzo realista, né di fantascienza nuda e cruda, ma dell’illustrazione – quasi pamphlettistica – di come potrebbe funzionare un’utopia militarista.
Certi capitoli prendono proprio la forma di uno pseudo-saggio, una massa d’informazioni con il minimo sindacale di storia intorno – e onestamente sono quelli più brutti. E ovviamente, ho trovato particolarmente irritanti le due paroline sceme – che Heinlein mette in bocca al suo professore di filosofia morale – con cui pretende di dimostrare quant’è sbagliato il comunismo.
Devo comunque ammettere che quella di Heinlein è un’utopia che cerca di stare un minimo coi piedi per terra (benché la parte in cui spiega come l’utopia sia nata è quella più debole). E alcune scene sono magistrali, come la descrizione del raid nel primo capitolo.

43. I Buddenbrook

I BuddenbrookAutore: Thomas Mann
Genere:
Mainstream
Anno:
1901

La storia di una famiglia della media borghesia di Lubecca, nel corso del cinquantennio che vede l’annessione dei principati tedeschi alla Prussia e la nascita della Germania. La storia è vista principalmente attraverso i pov di Thomas e sua sorella Tony, da quando sono piccoli (e la ditta è di proprietà del nonno) fino a quando diventano i membri più anziani della famiglia.
Lo stile è quello piano e semplice del romanzone ottocentesco, con nessun’altra ambizione che quella di raccontare una bella storia: la storia della fine della borghesia ‘eroica’ dell’Ottocento. Quello de I Buddenbrook è il Mann che mi piace, il Mann che non ha bisogno di gridare ai quattro venti: “Sono un’artista, guardatemi, cito la cultura classica a caso!”. L’autore tenta di mostrare i suoi personaggi, al punto da replicare nelle loro parlate le differenti inflessioni regionali o altri tic. La parte più debole è l’ultima, in cui il punto di vista della storia si sposta su un nuovo personaggio (il piccolo Hanno).

42. Stations of the Tide 

Stations of the TideAutore: Michael Swanwick
Genere: Science-Fantasy
Anno:
1991

Miranda è un pianeta sottosviluppato posto sotto la benevola tutela della Terra. A cicli alterni, il pianeta viene sommerso dall’alta marea, trasformando le valli in gole sommerse e le montagne in isole, dove gli abitanti si ritirano in attesa del nuovo ciclo. Poche settimane prima della nuova Marea, un “burocrate” armato di valigetta viene mandato su Miranda perché catturi il misterioso stregone Gregorian, individuo geniale e pericoloso, colpevole di aver rubato qualcosa al Dipartimento della Tecnologia. Ma il suo viaggio nel pianeta cambierà il burocrate irreversibilmente.
Stations of the Tide è il più acclamato tra i romanzi di Swanwick, ed effettivamente è molto bello. A frenare il mio entusiasmo, il carattere troppo episodico di alcuni capitoli, il ritmo lento e la mania di Swanwick di fare l’intellettualoide. Questi sono difetti tipici dell’autore, ma in questo romanzo, ahimé, si fanno particolarmente sentire.

41. Rendezvous with Rama

Randezvous with RamaAutore: Arthur C. Clarke
Genere: Science Fiction / Hard SF / BDO
Anno: 1972

Una grossa navicella spaziale di origine aliena entra nel Sistema Solare senza dichiarare le sue intenzioni; una squadra di militari e scienziati viene inviata ad esplorarla. Ma la navicella, ribattezzata ‘Rama’, si rivelerà un ecosistema artificiale completamente autosufficiente… e pericoloso?
Un libro che non ha bisogno di presentazioni, e certamente il miglior romanzo del genere “Big Dumb Object” che abbia mai letto. Ottima la parte esplorativa, debole invece quella politica. Peccato inoltre per alcune buone idee lasciate sullo sfondo, come la Chiesa di Cristo Cosmonauta. Un piccolo capolavoro, un po’ azzoppato dal solito stile clueless di Clarke.

40. La città e i cani

La città e i caniAutore: Mario Vargas Llosa
Genere: Mainstream
Anno: 1963

Romanzo d’esordio di Vargas Llosa, mostra uno spaccato della vita di alcuni cadetti dell’ultimo anno dell’Accademia Militare Leoncio Prado di Lima – Alberto, lo Schiavo, il Giaguaro. Quando uno dei ragazzi finisce ammazzato durante un’esercitazione, il tenente Gamboa è chiamato a indagare su ciò che si nasconde nelle camerate dei cadetti. E per Alberto confessare ciò che sa diventa sempre più difficile.
Vargas Llosa ha frequentato per davvero una scuola militare quando era giovane, e si capisce che sa di cosa parla. L’interplay tra i personaggi è la cosa più interessante del romanzo, e prima che uno se ne accorga si è veramente appassionato alle vicende dei protagonisti. Gamboa, poi, è fikissimo – un personaggio che si ricorda a distanza di anni. Ma anche il Giaguaro.
Il difetto principale? Un eccesso di sperimentazione idiota, per cui vediamo nel corso dei capitoli succedersi tre o quattro stili diversi (il migliore, manco a dirlo, è quello più trasparente e meno raccontato). Il peggio del romanzo infatti sono le prime trenta-quaranta pagine. Un’altra cosa che non mi è andata troppo a genio è l’eccesso di flashback, soprattutto per quel che riguarda Alberto.

39. La follia di Almayer / Un reietto delle isole

La follia di AlmayerAutore: Joseph Conrad
Genere: Mainstream
Anno: 1895 / 1896

Ultima entrata per Conrad. La follia di Almayer e Un reietto delle isole sono i primi due volumi della cosiddetta “trilogia malese” di Conrad, nonché i suoi due primi romanzi. Generalmente sono considerate opere minori, ma non sono d’accordo. Le presento insieme non soltanto perché fanno parte dello stesso universo narrativo (benché autonome), ma anche perché trattano gli stessi argomenti in modi simili: l’alienazione e il degrado di uomini europei costretti da esigenze commerciali a vivere nelle profondità della giungla malese.
Il primo romanzo racconta la storia dell’olandese Almayer, uomo abbruttito che aspetta il giorno in cui con una ciurma potrà risalire il fiume alla ricerca dell’oro, mentre sua figlia sogna di fuggire dalla giungla con un principe malese. Il secondo si focalizza invece su Willem, un truffatore che trova rifugio nella giungla ma che compie l’errore più grosso della sua vita – tradire sua moglie e la sua famiglia con una diabolica donna del posto. La qualità della prosa è così così, ma i protagonisti sono tratteggiati in maniera superba e i comportamenti nevrotici dei personaggi sono paragonabili solo a quelli di Dostoevskij.
Se vi piacciono temi e ambientazioni, controllate anche Giorni in Birmania di Orwell.

38. The End of Eternity

The End of EternityAutore: Isaac Asimov
Genere: Science Fiction / Thriller
Anno: 1955

L’Eternità è un’organizzazione che esiste al di fuori del tempo, il cui scopo è monitorare tutte le epoche della storia dell’umanità in modo da scongiurare catastrofi. Ogni volta che la linea temporale prende una brutta direzione, agenti dell’Eternità vengono mandati in varie epoche ad apportare tutta una serie di cambiamenti accuratamente studiati per modificare il corso della storia. Ma il comportamento dell’Eternità è legittimo? E quali effetti collaterali sta provocando?
The End of Eternity è un piccolo capolavoro concettuale, e ad oggi, credo, il migliore e più coerente romanzo sui viaggi nel tempo che abbia mai letto. Ci voleva uno scienziato per fare un lavoro decente sull’argomento! I punti deboli sono quelli tipici di gran parte della fantascienza anni ’40 e ’50: personaggi piatti e funzionali, infodump e scene raccontate come se piovesse. Ma setting e intreccio sono affascinanti, e Asimov riesce a tenere sempre alta la tensione e il ritmo.

37. Queste oscure materie

Queste oscure materieAutore: Philip Pullman
Genere: Fantasy / Science-Fantasy / Young Adult (forse)
Anno: 1995 – 2000

Lessi i libri di Pullman tra i 13 e i 15 anni, e mi piacquero talmente tanto che li definii la miglior trilogia fantasy che avessi mai letto. Quello lo penso ancora, anche perché tutte le trilogie che ho letto in seguito facevano cagare. Essendo forse il libro che ho letto da più tempo tra quelli in classifica, non so se avrei la stessa impressione positiva a rileggerlo oggi. Certo che, quando ci penso, mi tornano in mente un sacco di ricordi carichi di sense of wonder: i daimon che ti seguono ovunque e materializzano il tuo inconscio, la Polvere, gli orsi corazzati, l’aletiometro che data una serie di premesse determina scientificamente le conseguenze, il coltello che apre portali dimensionali, i mulefa (elefanti che si muovono su ruote), il mondo della morte, Dio nella bara di cristallo… E poi i personaggi: l’ambigua signora Coulter, il titanico e amorale Lord Asriel, l’orso Iorek Byrnison, gli angeli gay Balthamos e Baruch! La risoluzione dell’intreccio nell’ultimo libro della trilogia non mi fa impazzire, e il destino di alcuni personaggi m’è parso un po’ buttato via, ma altre scene – come quella del giardino dell’Eden – mi sono piaciute un sacco. Insomma, secondo me mi piacerebbe anche se lo rileggessi adesso.

36. Per chi suona la campana

Per chi suona la campanaAutore: Ernest Hemingway
Genere: Mainstream / Romanzo di Guerra
Anno: 1940

Guerra civile spagnola. Robert Jordan è andato in Spagna per combattere contro i franchisti.  L’esercito repubblicano l’ha mandato sulle montagne tra Madrid e Segovia, a mettersi in contatto con un gruppo di partigiani. In qualità di esperto dinamitardo, il suo compito è quello di far saltare un ponte di vitale importanza strategica quattro giorni dopo. Ma tra sospetti, diffidenza, tradimenti e contrattempi, portare a termine l’impresa non sarà facile e costerà molte vite umane.
Uno dei capolavori di Hemingway, anche se spesso non viene letto perché è un malloppazzo. Da buon aristotelico amo l’unità di tempo e luogo del romanzo (tutta la storia si svolge in cinque giorni); inoltre molti dei personaggi sono straordinari, dal vecchio Anselmo a Pablo, un tempo eroe dei ribelli ma ormai consumato e meschino, e soprattutto Agustin, donna di ferro e nerbo morale del gruppo partigiano. Menzione di disonore invece per Maria, solita femmina hemingwaiana buona solo a sospirare e a snocciolare romanticume.
L’intreccio funziona benissimo e c’è anche la sua bella dose di violenza.

35. Lord of the Flies

Il signore delle moscheAutore: William Golding
Genere: Horror / Mainstream
Anno: 1954

Questo è uno di quei romanzi che, credo, abbiamo letto tutti (non è così scontato: io per esempio l’ho letto solo quest’anno). Un pugno di ragazzini britannici finisce, in seguito a un non meglio precisato incidente aereo, spiaggiato su un’isola deserta. Guidati dal carismatico Ralph, i bambini cercano inizialmente di ristabilire l’ordine e organizzarsi per chiamare i soccorsi. Ma la situazione sfuggirà loro di mano, e mentre gli istinti primordiali si sostituiscono alla disciplina, il paradiso tropicale in cui sono precipitati si trasformerà in un inferno…
Nonostante una gestione ubriaca del pov e un simbolismo un po’ esagerato nell’associare certi personaggi a certi concetti, quello di Golding è un romanzo dal ritmo serrato e dalla tensione in crescendo. Fino ad arrivare a un finale geniale. Giustamente, è diventato un classico.
E a proposito di Golding, di recente ho parlato di un suo romanzo minore: The Inheritors.

34. Il nome della rosa

Il nome della rosaAutore: Umberto Eco
Genere: Storico / Thriller / Literary Fiction
Anno: 1983

Prima entrata per un italiano! Il nome della rosa è uno di quei romanzi che non hanno bisogno di presentazioni. L’impalcatura è quello di un giallo medievale ambientato nello spazio chiuso di un antica abbazia cluniacense, con Guglielmo da Baskerville nei panni di uno Sherlock Holmes con la tonaca da frate e il discepolo Adso nel ruolo di Watson. Ma Eco ne approfitta anche per mostrarci i conflitti dell’epoca, il modus operandi dell’Inquisizione trecentesca, il sentire religioso medievale, e anche alcuni misteri sui manoscritti conservati nelle biblioteche delle abbazie.
A prescindere dal fatto che adoro il Medioevo, questo libro poteva essere un capolavoro. Se non lo è, la colpa sta nel fatto che Eco, tra un saggio di semiotica e un altro di filosofia del linguaggio, non ha mai avuto il tempo per studiare le tecniche di scrittura. Descrizioni lunghissime e improponibili di frontoni di chiese, elenchi lunghi pagine e pagine che non hanno alcuna rilevanza per la trama, e altre amenità da intellettuale rovinano in parte il piacere della lettura. Comunque molto bello.

33. L’amore di uno sciocco

L'amore di uno scioccoAutore: Tanizaki Jun’ichirō
Genere: Mainstream
Anno: 1924

Lo schivo Joji voleva una moglie perfetta e con cui fosse in intimità. Per questo, quando si presenta l’occasione, si prende in casa Naomi, insulsa camerierina quindicenne di un quartiere povero. Joji vuole insegnarle tutto e farla diventare la compagna ideale. Ma l’idillio dura poco: Naomi vuole essere bella, divertirsi, attirare gli sguardi dei ragazzi nelle sale da ballo. E prima che Joji se ne accorga, Naomi è diventata una perfida succube, traditrice e opportunista. Lui vorrebbe fermarla, punirla, o nella peggiore delle ipotesi dimenticarla, eppure più lei peggiora e lo maltratta e più lui sente di starne diventando schiavo…
Questa è la prima e ultima entrata di un autore giapponese nella classifica. I temi – le follie a cui l’amore e l’eccitazione sessuale ci spingono – sono quelli tipici di Tanizaki, ma questo romanzo gli riesce particolarmente bene. Se l’autore vi ha acchiappato, altri romanzi carini sono Neve sottile, La chiave e Diario di un vecchio pazzo.

32. Se non ora, quando?

Se non ora, quando?Autore: Primo Levi
Genere: Romanzo di Guerra / Mainstream
Anno: 1982

Primo Levi è sempre associato ai campi di concentramento e al libro-reportage Se questo è un uomo. Questo è un po’ un peccato, perché non solo Levi era molto bravo come scrittore di fiction, ma probabilmente, di tutti gli scrittori italiani (o almeno, quelli che conosco), è stato quello che più si è avvicinato allo stile limpido, secco, trasparente della buona prosa americana. Un bel calcio in faccia a tutti quei geni che dicono che la lingua italiana è naturalmente portata al barocchismo e a vomitare parole su parole anche per esprimere i concetti più semplici.
Se non ora, quando? narra la storia di un pugno di ebrei polacchi e russi che, fuggiti dalle linee sovietiche nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, si fanno strada in una mitteleuropa contesa fra nazisti e sovietici. Nel mentre, incontrano un gruppo di partigiani e si votano alla missione di farla pagare ai nazi. Alla prosa limpida si unisce uno sguardo freddo e amaro sulle vicende della guerra e una galleria di personaggi affascinanti, tra cui una giovane ebrea sexy, brutale e cinica che sembra una precedente incarnazione della Tengi 2.

31. La promessa

La promessaAutore: Friedrich Durrenmatt
Genere: Poliziesco
Anno: 1958

Il giallo è uno dei generi letterari che apprezzo di meno. Forse è per questo che mi piace tanto La promessa, una novella lunga più che un romanzo, che parte come un comunissimo poliziesco ma scardina cammin facendo i pilastri del genere.
Un pedofilo è a piede libero in una cittadina svizzera, e una bambina è stata brutalmente uccisa. Il geniale commissario Matthai promette alla madre di catturare il colpevole, e mette tutta la sua anima nell’indagine. Matthai ha le intuizioni giuste, la pista è buona, sembra che la cattura del pedofilo sia inevitabile… ma un evento del tutto casuale farà crollare il castello di carte. La morale della favola? La logica ferrea del romanzo giallo è priva di senso in un mondo dominato dal caso.

30. High Rise

High RiseAutore: James G. Ballard
Genere: Horror / Slipstream
Anno: 1975

Questo libro è come Il signore delle mosche, solo che con uomini adulti, un grattacielo autosufficiente al posto di un’isola deserta, e la bizzarra caratteristica che i residenti potrebbero uscire e interrompere il “gioco”, ma non lo fanno. C’è anche molta più mattanza e più follia. Per tutti questi motivi, mi piace di più.
Ho già parlato di High Rise nel Consiglio del Lunedì #05.

29. The Egg Man

The Egg ManAutore: Carlton Mellick III
Genere: Horror / Urban Fantasy / Bizarro Fiction
Anno: 2008

In un futuro prossimo decadente e misero, le persone nascono come insettoni simili a mosche ed evolvono gradualmente in esseri umani. Tutti sono proprietà di una corporazione, e devono dimostrare di valere il tempo e i soldi spesi per dar loro vitto, alloggio e un’educazione. Lincoln, un Odore, si mantiene come pittore per la Georges Corporations, e deve dimostrare di essere in grado di produrre tele creative o verrà gettato in mezzo alla strada. Ma una serie di incontri disgustosi cambieranno la sua vita e lo faranno diventare una persona… diversa.
Il capolavoro di Mellick, benché per qualche motivo sia anche una delle sue novellas meno conosciute. Le bizzarrie ci sono tutte, ma il tono questa volta non è ironico – è cupo e triste. I protagonisti prendono direzioni veramente inaspettate, e per una volta Mellick non si attiene a un canovaccio classico – quel che succede è veramente imprevedibile. A ciò si aggiunge la genialità del potere di Lincoln: il suo senso principale è l’olfatto, perciò il romanzo è pieno di odori e immagini olfattive descritte benissimo. Una storia che ti fa veramente sentire la puzza delle cose. Stupendo! Mi piacerebbe dedicarci un Consiglio in futuro.

28. A ciascuno il suo

A ciascuno il suoAutore: Leonardo Sciascia
Genere: Poliziesco / Mainstream
Anno: 1966

Anche stavolta si tratta di un poliziesco atipico. Ambientato nella Sicilia dei mafiosi, degli inciuci politici e degli amici di amici, racconta di un doppio omicidio durante una battuta di caccia, e del modesto professor Laurana, che per divertimento decide di provare a risolvere il caso. Scoprirà che non si ficca il naso in faccende serie senza pagarne le conseguenze, e che del resto le sue intuizioni geniali e gli altarini svelati in realtà sono il segreto di Pulcinella.
Un’altra storia breve e amara, che come il libro di Durrenmatt scompagina la struttura classica del giallo, aggiungendoci però il sapore deliziosamente corrotto del meridione italiano. Mi piace perché è rapido, cinico, e senza una parola di troppo. Il miglior Sciascia , quando ancora scriveva storie oneste e non quella robaccia pseudo-intellettuale come Todo modo o Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia.

27. Childhood’s End

Childhood's EndAutore: Arthur C. Clarke
Genere: Science-Fantasy
Anno: 1953

Il miglior romanzo di invasione aliena che abbia mai letto, con degli invasori così smaccatamente superiori che l’umanità non ha una chance fin dall’inizio. E al contempo l’invasione suggerisce l’esistenza di cose e specie viventi ancora più grandiose e in alto nella scala evolutiva… Un libro genuinamente apocalittico!
Ho già parlato di Childhood’s End nel Consiglio del Lunedì #16.

26. Le dodici sedie

Autore: Il’ja Il’f & Evgenij Petrov
Genere: Commedia / Picaresque
Anno: 1927

A pochi anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, il nobile decaduto Ippolit Matveevic’ Vorobjaninov scopre che sua suocera, per evitare che i Bolscevichi si impossessassero delle ricchezze di famiglia, le nascose all’interno di una delle dodici sedie della sala da pranzo. Ma le sedie sono state espropriate dalla politica del Partito, e sparpagliate in tutta la grande Russia! Assieme a Ostap Bender, farabutto professionista specializzato nella nobile arte del raggiro, Ippolit si metterà sulle tracce delle dodici sedie, alla ricerca di quella che cela tutta la sua fortuna. Seguiranno disavventure tragicomiche di ogni sorta, e un finale crudo davvero geniale.
Le dodici sedie è un romanzo fresco e divertente, una delle ultime opere decenti che la Russia ha prodotto prima dell’inizio dell’allegro periodo delle grandi purghe staliniste. Si prende in giro di tutto, dalle politiche sovietiche e il nuovo gergo proletario, agli angoli più tradizionali di Russia e alla stupidità dei villici, passando per l’ossessione russa per gli scacchi. Ci sono alcuni momenti di stagnazione e il romanzo non è perfetto, però scorre piuttosto bene e fa divertire. E poi, Ippolit e Ostap sono una coppia stupenda.

25. Neuromancer

NeuromancerAutore: William Gibson
Genere: Science Fiction / Cyberpunk / Thriller
Anno: 1984

Case era un hacker professionista, ma quando ha tentato di fregare i suoi datori di lavoro, gli hanno inoculato una micotossina che gli impedisse di continuare a collegarsi al cyberspazio. Da allora, Case conduce una vita misera, contrabbandando tecnologia nel quartiere malfamato di Chiba City. Finché un tizio si presenta alla sua porta e gli offre la possibilità di liberarlo dalla micotossina, in cambio di un servizio molto speciale…
Di recente si è parlato spesso di Neuromancer sul blog; prima per paragonarlo a Vacuum Flowers di Swanwick (un po’ più in alto nella classifica), poi nel pronosticare la riuscita dell’adattamento cinematografico di Natali. Nonostante la tendenza di Gibson di fare l’autore literary, alcune scene davvero troppo confuse per essere comprensibili (come quella della cattura di Riviera), e l’estetica del cyberspazio, che è invecchiato male, rimane un gran bel libro. Nonché una pietra miliare della fantascienza.

24. The Sirens of Titan

The Sirens of TitanAutore: Kurt Vonnegut
Genere: Science Fiction / Social SF
Anno: 1958

Quando un aristocratico d’antico stampo si infila con la sua navicella privata in un infundibolo cronosinclastico, il destino dell’intera umanità è destinato a cambiare per sempre. A molti commentatori del blog questo romanzo non piace, ma io continuo a ritenerlo un mix geniale di sense of wonder e umorismo.
Ho già parlato di The Sirens of Titan nel Consiglio del Lunedì #02.

23. La marcia di Radetzky

La marcia di RadetzkyAutore: Joseph Roth
Genere: Storico / Mainstream
Anno: 1932

Da quando il tenente di fanteria Joseph Trotta ha salvato la vita a Francesco Giuseppe sul campo della battaglia di Solferino, le vite della famiglia Trotta sono legate a doppio filo a quella dell’imperatore. Come ricompensa per il nobile gesto il tenente viene innalzato al titolo di barone e i Trotta entrano nella nobiltà; ma questo titolo si rivelerà una maledizione piuttosto che un premio, nell’impero avviato alla fine dei suoi giorni. Il romanzo segue la vita del figlio e del nipote del tenente Trotta, e le loro alterne vicissitudini mentre si approssima lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Il Duca continua a menarla con la Germania Imperiale, ma quando volo nostalgicamente all’Europa degli ultimi decenni del Lungo XIX Secolo, è all’Austria-Ungheria di Francesco Giuseppe che penso. Il libro di Roth è un romanzone dal ritmo pacato, di impostazione ottocentesca, sulla fine dei sogni imperiali e della felix Austria. A chi ha la pazienza di leggerlo regala momenti di vero struggimento monarchico!

22. Il deserto dei Tartari

Il deserto dei tartariAutore: Dino Buzzati
Genere: Mainstream / Surreale
Anno: 1940

Nominato tenente, Giovanni Drogo viene assegnato alla Fortezza Bastiani. Il forte si trova sul confine della nazione, di fronte a una sconfinata pianura un tempo oggetto delle sortite degli invasori. E’ passato molto tempo dall’ultimo attacco, ma per gli uomini della fortezza ogni giorno potrebbero arrivare i nuovi attacchi del nemico. E Drogo si troverà intrappolato in questo clima di eterna attesa… ma arriveranno i Tartari?
Il deserto dei Tartari è senza dubbio il capolavoro di Buzzati, e un bellissimo esempio di surrealismo esistenziale. Lo scorrere del tempo, il senso di attesa, il terrore di una vita senza scopo e senza gloria che angoscia gli uomini della fortezza, colpiscono il lettore senza annoiarlo. E’ un altro dei libri che ho letto da più tempo ad essere entrati nella classifica, quindi non ricordo con precisione la qualità della scrittura.

21. Pantaleòn e le visitatrici

Pantaleon e le visitatriciAutore: Mario Vargas Llosa
Genere: Mainstream / Commedia
Anno: 1973

Nel cuore dell’Amazzonia, i soldati peruviani hanno la brutta abitudine di soddisfare i loro bisogni inappagati rapendo e stuprando donne indigene. Per porre fine a questa situazione indecorosa, l’alto comando incarica il capitano Pantaleòn Pantoja di studiare la situazione e istituire un servizio di “visitatrici” che si prendano cura dei bisogni dell’esercito ed evitino ulteriori danni d’immagine. Inizialmente inorridito dal compito, Pantaleòn è però anche un uomo dal rigido senso del dovere, e con la massima serietà si disporrà a eseguire gli ordini. Il servizio delle visitatrici si rivelerà non soltanto un toccasana per gli abitanti dell’Amazzonia, ma anche un compito complesso e appassionante che trasformerà Pantaleòn da così a così. Ma ci sono nemici pronti a screditare il suo operato e a gettare fango sull’esercito, e le cose potrebbero anche prendere una brutta piega…
Il romanzo più divertente di Vargas Llosa. Rispetto a quel pastrocchio di stili che è La città e i cani, qui siamo sulla buona strada, ma ancora sopravvive un certo barocchismo. L’autore utilizza una tecnica a incrocio per cui nello stesso paragrafo si intervallano battute dette nel presente e altre (richiamate nella conversazione nel presente) dette nel passato, per cui la storia continua a muoversi ogni poche righe tra due (e a volte più) periodi temporali differenti. Per certi versi l’idea è interessante e meriterebbe uno studio, ma così come la gestisce Vargas Llosa fa più che altro venire il vomito (oltre all’effetto “teste parlanti”). Altri capitoli sono costituiti da dispacci militari, lettere, questionari o script di trasmissioni radiofoniche.

20. A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court

Un americano alla corte di re artùAutore: Mark Twain
Genere: Fantasy / Gonzo-Historical / Commedia / Picaresque
Anno: 1889

Una bellissima satira del Medioevo e delle tinte nostalgiche e fiabesche in cui lo dipingevano i romantici ottocenteschi. E’ inoltre un ottimo antidoto per chi abbia fatto indigestione di cattivo fantasy.
Ho già parlato di A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court nel Consiglio del Lunedì #18.

19. Il valzer degli addii

Il valzer degli addiiAutore: Milan Kundera
Genere: Mainstream / Commedia
Anno: 1873

Una cittadina termale nella provincia di Praga diventa lo sfondo di un intreccio tragicomico in cinque giornate. Klima, trombettista nazionale belloccio, tradisce la gelosissima moglie Kamila con l’infermiera Ruzena. Scoperto che Ruzena è incinta, cerca di convincerla ad abortire e di interrompere la relazione, mentre viene inseguito da Frantisek, un pazzo in motocicletta convinto che Ruzena sia la sua ragazza. Intanto Jakub, ex-prigioniero politico a cui è stato accordato il permesso di lasciare la Cecoslovacchia, si trastulla con la pastiglia di veleno per commettere il suicidio datagli dal suo caro amico, Skreta, ginecologo della clinica che sogna di moltiplicarsi all’infinito versando di nascosto il proprio sperma nelle acque termali. E dall’America arriva il ricco magnate Bertlef, cristiano devoto nonché colmo dell’antico senso dell’onore. Il libro parte come una commedia rilassata ma finisce in modo serio – quasi metafisico – senza risparmiare un paio di pugni nello stomaco.
Kundera è un autore geniale, perché capace di passare insensibilmente, per gradi, dalla commedia alla tragedia; o di mostrare avvenimenti tragici col tono leggero della commedia. Il che per contrasto amplifica ancora di più gli avvenimenti tragici. Questo è il suo romanzo meno literary, meno intellettuale, e quindi anche uno dei più godibili. Potremmo definirlo: il vaudeville cecoslovacco con sorpresa. Oppure: Natale a Brno se fosse girato da un genio invece che dai Vanzina.

18. Do Androids Dream of Electric Sheep?

Do Androids Dream of Electric Sheep?Autore: Philip K. Dick
Genere: Science Fiction / Social SF / Thriller
Anno: 1965

In un mondo decadente, punteggiato di metropoli spopolate, in cui le forme di vita animali e vegetali sono quasi scomparse, in cui gli uomini abili emigrano sulle colonie spaziali e i sopravvissuti indulgono in una strana religione che permette a tutte le coscienze di fondersi nell’anima di un vecchio che sale una montagna mentre gli tirano le pietre, Rick Deckart viaggia per San Francisco a caccia di sei androidi fuggiaschi. Gliene capiterà di ogni e imparerà qualcosa.
Prima entrata del mio scrittore preferito nella classifica, ma ho cercato di controllarmi. La maggior parte di voi lo conoscerà grazie al film di Ridley Scott, ma lasciatemelo dire: Blade Runner ha stuprato questo libro. C’è così tanto qui dentro, e così poco in quel film. L’interrogativo alla base del film è la solita, annacquata domanda moralista-esistenziale: “non vedete che gli androidi sono umani come noi?”. Mentre nel libro Dick precisa che gli androidi non sono come gli esseri umani, e la domanda diventa: qual’è la differenza? Cos’hanno gli esseri umani che gli androidi non potranno mai replicare? Il tutto intriso in suggestive discussioni su entropia, empatia e ricerca della felicità.
In mezzo, un sacco di trovate creative e geniali come il Mercerismo, le macchinette che rilasciano umori e il bellissimo test Voigt-Kampf per scoprire se il soggetto è un essere umano o un androide.

17. Vacuum Flowers

Vacuum FlowersAutore: Michael Swanwick
Genere: Science Fiction / Hard SF / Space Opera / Cyberpunk
Anno: 1987

Neuromante a spasso per il Sistema Solare! Con in più, riprogrammazione mentale, ibridi pianta-macchina, e la Terra trasformata in un’unica coscienza collettiva. E una protagonista molto più simpatica del Case di Gibson (e che fa un sacco di sesso – ma questo perché Swanwick è un vecchio porcone).
Ho già parlato di Vacuum Flowers nel Consiglio del Lunedì #21.

16. Troppo buoni con le donne

Troppo buoni con le donneAutore: Raymond Queneau
Genere: Mainstream / Commedia
Anno: 1947

Durante la storica Insurrezione di Pasqua a Dublino, un pugno di repubblicani irlandesi guidati da John McCormack occupa un ufficio postale. Ammazzato il direttore, barricati dentro l’edificio, sono preparati a resistere a oltranza e a manifestare il loro odio verso la Corona britannica. Ma non avevano calcolato un imprevisto: una giovane impiegata con un’arma molto particolare.
Con Queneau ho rapporti altalenanti. I suoi romanzi irlandesi sono spassosissimi (se questo vi piace, provate anche Il diario intimo di Sally Mara), ma molti altri sono rovinati dalle sue ambizioni literary (per esempio non mi piace granché il tanto celebrato I fiori blu). Troppo buoni con le donne è una storia breve, rapida, tutta sesso&pallottole, e con qualche scena al limite del surreale. La parlata dei ribelli è resa benissimo, con frasi dalla sintassi dubbia, piene di slang e battutacce. La morale? Si è sempre troppo buoni con le donne!

15. Il mondo nuovo

Il mondo nuovoAutore: Aldous Huxley
Genere: Science Fiction / Distopia
Anno: 1932

Un altro libro talmente famoso da non richiedere molte parole. Eugenetica, produzione industriale di neonati, manip0lazione mentale, soppressione della libertà, tutto in un pratico pacchetto distopico. Il bellicoso (ma facilmente comprabile) intellettuale Bernard Marx e l’infelice selvaggio John sono due ottimi protagonisti, pieni di luci ed ombre in una storia che poteva facilmente sfociare nella bassa retorica. E fa riflettere seriamente sulla domanda: meglio la libertà o la felicità?
Il mondo nuovo è una delle distopie più riuscite nella storia della letteratura. Per quanto sia meno drammatica, la trovo più realistica di quella di 1984. Ciò che la frega è una prosa poco curata, piena di aggettivi e avverbi, e una gestione disordinata del pov. Rimane un libro geniale.
L’edizione Oscar Mondadori accorpa al romanzo un breve saggio del ’58, in cui Huxley si interroga sulle caratteristiche della società de Il mondo nuovo e si chiede se si siano già realizzate o siano sulla via per realizzarsi nel mondo reale.

14. Il vecchio e il mare

Il vecchio e il mareAutore: Ernest Hemingway
Genere: Mainstream
Anno: 1952

Breve novella che racconta della sfida di un pescatore solitario e ormai giunto alla fine dei suoi giorni contro un pesce che non vuol lasciarsi prendere e le insidie del mare.
E’ un altro libro molto famoso, e forse parrà banale che anch’io lo metta così in alto nella mia classifica. Però, che volete? E’ una storia minimalista, ma ha tutto quello che le serve. Penso anch’io che ci sia una certa vena epica nella lotta di questo vecchio contro un degno avversario. E sono stato davvero triste quando sono arrivati gli squali a banchettare sulla carcassa.

13. Una banda di idioti

Una banda di idiotiAutore: John Kennedy Toole
Genere: Mainstream / Commedia / Picaresque
Anno: 1980

Ignatius J. Reilly è un uomo assurdo. Ciccione, intellettuale, irascibile, misantropo, amante della filosofia scolastica e di Boezio, profondo odiatore della cultura pop e della rivoluzione sessuale, e convinto di essere il più grande genio vivente. Ma ha un problema:  deve trovarsi un lavoro. E così, eccolo aggirarsi per le strade della sozza New Orleans, in mezzo a poliziotti incapaci, spogliarelliste, buttafuori negri, omosessuali e un vecchio ossessionato dai comunisti.
Una banda di idioti non ha una vera trama, aldilà del leit motiv del protagonista che deve trovarsi un lavoro ma è incapace di tenersene stretto uno. Le sue peregrinazioni servono a Toole per introdurre una galleria di personaggi bizzarri, per poi approfondire e intrecciare le loro storie fino a un finale climatico e molto divertente. E’ un romanzo corale, in cui interi capitoli sono dedicati a personaggi secondari. Ma va bene, perché il succo del romanzo è un’epica suburbana un po’ retard sul palcoscenico della New Orleans degli anni ’60. Squisito.

12. Trilogia della Fondazione

Trilogia della FondazioneAutore: Isaac Asimov
Genere: Science Fiction / Politico
Anno: 1951 – 1953

La Fondazione di Asimov mi ha formato così come altri sono stati formati dal Signore degli Anelli o da Il richiamo di Chtulhu. Certo sono dei libri lontani dalla perfezione: la prosa lascia a desiderare (soprattutto nelle prime parti), la maggior parte dei personaggi sono manichini funzionali alla trama, senza una grande personalità, e Asimov ha questa sgradevole tendenza a montare la tensione verso una grande battaglia o una resa dei conti – per poi saltare la descrizione vera e propria di questa situazione e passare a un momento successivo, in cui se ne discutono gli esiti (immagino perché non fosse ferrato in questioni militari e non volesse fare una brutta figura).
Ma il concetto di psicostoria, e l’idea di un organismo politico costruito a tavolino che cresce, secolo dopo secolo, attraversando una serie di eventi più o meno drammatici mentre è controllato dalle mani invisibili di un pugno di scienziati-psichici, sullo sfondo di un Impero Galattico in rovina, mi piace davvero troppo. Per me la Trilogia della Fondazione è un distillato purissimo di sense of wonder.

11. Il processo

Il processoAutore: Franz Kafka
Genere: Surreale
Anno: 1925

Una mattina, due uomini si presentano in casa di Josef K. per notificargli il suo stato di arresto e che si trova molto processo. A nulla varranno i tentativi di K. di discolparsi o anche solo di scoprire quali siano i capi d’imputazione: la macchina processuale si è messa in moto, e nessuno è in grado di fermarla. Quel che è peggio, anche Josef, pur sapendosi innocente, comincia a sentirsi colpevole e a comportarsi come tale…
Credo che Il processo sia uno dei capolavori della letteratura mondiale. Raramente ho provato una tale sensazione di ansia, l’idea di un male così diffuso, pervasivo e inevitabile; l’idea che anche se non hai fatto niente, se dicono che sei colpevole in modo abbastanza autorevole finirai per sentirti colpevole. La scrittura secca, gelida, mostrata di Kafka fa il resto. Peccato solo per la sua abitudine ai wall of text.

10. La vita, istruzioni per l’uso

La vita istruzioni per l'usoAutore: Jacques Perec
Genere: Literary Fiction / Mainstream
Anno: 1978

Questo romanzo di Perec riassume tutto ciò che mi piace della literary fiction ben fatta. Ossia, la costruzione di un elegante gioco intellettuale, che il lettore è invitato a districare. Perec ci mostra una palazzina residenziale e la disposizione di tutti gli appartamenti, dopodiché procede a descrivere, appartamento per appartamento, l’arredamento delle stanze e la vita dei loro inquilini. A poco a poco, come in un puzzle, vediamo le vite e gli oggetti del condominio incastrarsi gli uni negli altri, fino a formare una storia.
La finzione scenica è palese. Immersione e sospensione dell’incredulità non sono pervenute. Il ritmo è bassissimo. Ma l’autore chiarisce fin dall’inizio il suo scopo, ossia presentare un divertente rompicapo. Il piacere di leggerlo e di far combaciare i pezzi è lo stesso di giocare a un puzzle game senza tempo limite.

09. Flatland

FlatlandAutore: Edwin A. Abbott
Genere: Fantasy / Pseudo-trattato
Anno: 1884

La cronaca immaginaria di un abitante di un mondo bidimensionale, che prima ci racconta il suo mondo e poi dell’avvento di un profeta venuto dalla terza dimensione. Uno dei libri più immaginifici che abbia mai letto, ha acceso in me una scintilla quando ancora ero quattordicenne.
Ho già parlato di Flatland nel Consiglio del Lunedì #01, ai veri e propri albori del blog!

08. Il castello

Il castelloAutore: Franz Kafka
Genere: Surreale
Anno: 1926

In pieno inverno, l’agrimensore K. raggiunge un piccolo villaggio alle pendici di un antico castello. K. è stato assunto dal Conte per lavorare al paese, e aspetta di incontrarlo per discutere dei termini dell’incarico. Ma l’agrimensore sbatte contro un muro di gomma: al villaggio nessuno sa di lui e nessuno ha intenzione di metterlo in contatto col Conte. Il bisogno di valicare la rigida burocrazia del castello e di raggiungere il Conte, di costruirsi una rete di alleanze e ritagliarsi uno spazio nella vita del villaggio diventerà l’ossessione di K.
Se questo romanzo è meno famoso de Il processo, è solo perché Kafka l’ha lasciato incompiuto. Lo preferisco perché è ancora più perverso: se Josef K. vorrebbe evitare il processo e riavere la sua vita normale, il protagonista de Il castello se la va a cercare. Il suo bisogno di ottenere l’impossibile udienza col Conte ha qualcosa di inquietante. Inoltre c’è tutta una galleria di personaggi assurdi: la scostante cameriera Frieda, l’instabile messaggero Barnabas, i gemelli Arthur e Jeremiah, assegnati a K. come assistenti ma che si comportano come bambinetti ritardati, o l’irraggiungibile e contegnoso burocrate Klamm, teorico superiore di K.
A chi avesse amato Il processo, consiglio di provare anche questo. Ma tenete conto che non ha un finale.

07. 1984

1984Autore: George Orwell
Genere: Science Fiction / Distopia
Anno: 1948

Ed eccoci a un altro romanzo che è quasi scontato trovare così in alto nella classifica. Come dicevo parlando de Il mondo nuovo, questa distopia è meno credibile di quella di Huxley, ma è così grottesca, lugubre, ansiogena, da essere memorabile. E infatti, sebbene abbia letto questo romanzo a diciassett’anni, è come se l’avessi letto ieri da quanto bene mi ricordo tutto quel che succede!
Ci si identifica subito in Winston Smith, nelle sue disavventure, nelle sue speranze e nella sua disillusione finale. Geniali anche le intuizioni sul bipensiero, l’ambizioso progetto della Neolingua e la riscrittura sistematica del passato (tutte caratteristiche prese di peso dall’URSS stalinista, ma ulteriormente amplificate). Se Il mondo nuovo colpisce soprattutto la testa, 1984 colpisce alla pancia. E fa male!

06. Il pendolo di Foucault

Il pendolo di FoucaultAutore: Umberto Eco
Genere: Mainstream / Surreale
Anno: 1988

Un po’ per gioco, un po’ stimolati dagli alchimisti, gli occultisti e gli altri strani personaggi che gravitano attorno alla casa editrice in cui lavorano, Casaubon i suoi colleghi, Belbo e Diotallevi, cominciano a rivedere l’intera storia europea, dal Tardo Medioevo all’epoca contemporanea, alla luce di teorie cospirative che ruotano attorno ai dannati Templari. Nel corso di mesi e anni prende forma il Piano, una rete di collegamenti che comprende il Santo Graal, Raimondo Lullo, Francesco Bacone, l’Ordine dei Rosacroce, la massoneria, i Protocolli dei Savi di Sion, il nazismo. Quello che non sanno, è che il gioco sta diventando più serio di quel che credono, soprattutto quando Aglié, un nobiluomo convinto di essere la reincarnazione del Conte di Saint-Germain, decide di impossessarsi delle loro “scoperte”…
Se Il pendolo di Foucault è salito così in alto nella mia classifica, lo si deve probabilmente al mio amore per le ucronie, le storie segrete e soprattutto la giusta derisione di tutte le teorie del complotto (soprattutto se comprendenti i fottuti Templari ^-^). Oggettivamente non meriterebbe un posto così in alto: Eco è verboso, stila elenchi lunghissimi e insulsi, e probabilmente si potrebbero tagliare 200-300 pagine senza compromettere l’intelligibilità della trama. Ma il Piano steso dai protagonisti è così folle da essere geniale, e qui e là ci sono altre perle, come il funzionamento della casa editrice a pagamento del signor Garamond.
Questa è anche l’opera italiana arrivata più in alto nella mia classifica.

05. A Canticle for Leibowitz

A Canticle for LeibowitzAutore: Walter M. Miller
Genere: Science Fiction / Apocalyptic SF
Anno: 1959

Dopo l’olocausto nucleare, spetta ai monaci il compito di custodire il sapere antico e ricostruire la civiltà. Ma l’umanità saprà evitare di commettere di nuovo gli stessi errori…?
Ho già parlato di A Canticle for Leibowitz nel Consiglio del Lunedì #06. Per inciso, si tratta del Consiglio (e dell’opera di fantascienza vera e propria) arrivata più in alto nella classifica.

04. Flow My Tears, the Policeman Said

Flow My Tears, the Policeman SaidAutore: Philip K. Dick
Genere: Slipstream / Mainstream
Anno: 1974

In seguito a un incidente, la star televisiva Jason Taverner diventa una non-persona – e questo può avere brutte conseguenze, in un’America trasformata in uno stato di polizia, in cui i college sono sigillati come caserme. Nel tentativo di recuperare la sua identità,Taverner incontrerà una serie di donne (più o meno felici, più o meno sane di mente) e conoscerà molti tipi di amore. Ma il suo destino è nelle mani di Felix Buckman, cinico commissario di polizia, e di sua sorella Alys, psicopatica lesbica tossicomane. E Buckman farà la sua scelta.
Ho notato che questo romanzo spacca in due i lettori, anche tra gli amanti di Dick: chi lo ama e chi lo reputa una roba insulsa. Io appartengo alla prima categoria, ma sono il primo ad ammettere che si tratta di una storia strana. E’ un romanzo in cui si chiacchiera molto e si incontrano molti personaggi, ma succede poco. E’ un romanzo di atmosfera più che di trama, e gli elementi fantascientifici servono solo da innesco (e d’altronde a Buckman la spiegazione nemmeno interessa…).
Ci sono almeno due scene da antologia: quella della pedofilia consensuale (ma Dick avrebbe potuto collegarla meglio alla storia principale), e quella finale alla pompa di benzina (la stessa che anni dopo avrebbe ispirato a Dick allucinazioni cristologiche). Quest’ultima mi aveva fatto venire le lacrime agli occhi.

03. Buio a mezzogiorno

Buio a mezzogiornoAutore: Arthur Koestler
Genere: Politico / Mainstream
Anno: 1940

Nicola Rubasciov, esponente di primo piano del Partito, viene arrestato per crimini politici. Era l’ultimo sopravvissuto tra quelli della vecchia guardia, ma ormai è giunto anche il suo turno. Tra interrogatori, pressioni psicologiche, e le sue riflessioni sulla sua vita e sulla sua devozione alla causa del Partito, assistiamo alla prigionia di Rubasciov e ai suoi ultimi giorni.
Questo romanzo ha per me un’importanza particolare, dato che parla del comunismo da parte di uno che ci capiva (Koestler fu attivo nel Partito Comunista tedesco per quasi dieci anni). Rubasciov è un personaggio immaginario, ma è il simbolo di tutti quei dirigenti di Partito sommariamente processati da Stalin durante le purghe della fine degli anni Trenta. Il protagonista rivede la sua vita, si chiese se il Partito abbia tradito la causa o sia stato lui a sbagliare, ad allontanarsi dalla scienza marxista, e sia stato quindi giustamente punito. Koestler si lascia un po’ troppo andare alle riflessioni astratte – Rubasciov può anche passare pagine e pagine a pensare, senza compiere alcuna azione concreta – ma succedono anche un sacco di cose tra quelle quattro pareti: le discussioni fatte battendo un cucchiaio sul muro contro il suo vicino di cella, un’ex-ufficiale zarista dal ferreo senso dell’onore e sommo disprezzo per il comunismo; l’osservazione dalla finestra della cella al cortile della prigione, frequentato da un prigioniero che sembra conoscerlo; i flashback di quando era ancora agente attivo della Rivoluzione, e compiva azioni più o meno belle; gli estenuanti interrogatori. Fino all’amara conclusione.

02. La vita è altrove

La vita è altroveAutore: Milan Kundera
Genere: Literary Fiction / Mainstream / Commedia
Anno: 1973

Da quando la sua cara mamma e il suo maestro gli dicono che è dotato nel disegno, Jaromil decide che farà l’artista. Ma quando, crescendo, scopre che non ha nessun talento nella pittura, cambia idea e decide che sarà un grande poeta lirico. La sua vita prosegue all’insegna di questa decisione, tra capricci, entusiasmi infantili, un alter-ego immaginario, la salita al potere del Partito comunista in Cecoslovacchia, un amore e un brutto raffreddore.
La vita è altrove è scritto in uno stile marcatamente literary: fin dalle prime righe l’autore interviene, spiega di cosa parlerà, commenta, fa digressioni. Il narratore commenta, chiosa e spiega man mano che ci mostra la vita di Jaromil. Messa così, sembra una roba irritante e votata al fallimento, ma Kundera è acuto e spiritoso, e il libro si trasforma in una specie di lungo commentario umoristico sulla vita di questo giovane pieno di sé, sull’adolescenza e sulla poesia. Lo lessi in due giorni quasi in apnea.
Del resto, neanche a me è mai piaciuta la poesia lirica.

01. A Scanner Darkly

A Scanner DarklyAutore: Philip K. Dick
Genere: Slipstream / Mainstream
Anno: 1977

C’è una nuova droga in circolazione a Los Angeles, la pericolosa Sostanza M. Robert Arctor, agente della narcotici che odia la sua vita e la sua famiglia perfetta, decide di dedicare la sua vita all’indagine e all’estirpazione della droga; assume i panni di un tossico e va a vivere tra i drogati. Ma col passare del tempo, le droghe cominciano a consumarlo; le sue due personalità cominciano a dissociarsi, e gli sembra che qualcuno stia cercando di tradirlo… Cosa cazzo gli stia succedendo…? E c’è per lui qualche speranza di una vita felice?
A Scanner Darkly è il mio romanzo preferito. Ci sono idee geniali (la tuta spersonalizzante, che genera connotati fisici in modo randomico e continuo), ci sono personaggi stupendi (il genio paranoide James Barris, lo schizofrenico Charles Freck, la gelida eroinomane Donna Hawthorne), dialoghi surreali da fattoni (memorabile il brillante piano di Barris per sorprendere i ladri in casa), momenti di tensione quasi sovrannaturale. Soprattutto, c’è il senso desolante dell’impossibilità di costruire vere e durature amicizie in quel mondo, dove si conduce una vita ai limiti della sussistenza e devi sempre stare attento che il tuo compagnone non cerchi di fotterti i soldi (o la vita) per una dose.
Il romanzo più sentito di Dick – che fece quella vita per un certo tempo – e anche il suo più bello. E’ fantascienza solo per modo di dire; in realtà è un gran bel mainstream.

In chiusura
Questa era la classifica dei miei cinquanta romanzi preferiti. Piaciuta? Vi ha stupito, o era proprio quel che vi aspettavate? E un’altra domanda: vi piacerebbe che dedicassi un articolo più lungo a uno dei libri che qui ho presentato di sfuggita? E’ più che altro una curiosità – alcuni di questi li ho letti molti anni fa, e dovrei rileggerli per poterci scrivere sopra qualcosa.
Ma mi piacerebbe sentire i vostri pareri, in generale.

WOW, che articolo lungo. Quasi 9000 parole, manco fossi il Duca.
Vi conviene leggervelo a puntate.

Pazzia

Una sintesi dei miei gusti letterari, per i pigri.

(1) Prima che Dago me lo chieda: no, non simpatizzo con i populisti anarchici. Tra l’altro, Lenin ci scrisse sopra un libro per mettere in guardia i bolscevichi da quel branco di idealisti privi di scienza: Che cosa sono gli “Amici del Popolo”?.Torna su
(2) Per chi non la conoscesse, secsi utentessa che frequenta i blog di Zwei e del Duca (e, se non ricordo male, il forum di Massacri Fantasy). Ma sono certo che Dago fornirà informazioni supplementari a chiunque sia interessato.Torna su

I Consigli del Lunedì #22: Flowers for Algernon

Fiori per AlgernonAutore: Daniel Keyes
Titolo italiano: Fiori per Algernon
Genere: Slipstream / Science Fiction / Social SF / Slice of Life
Tipo: Romanzo

Anno: 1966
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 280 ca.

Difficoltà in inglese: **

Charlie Gordon ha trent’anni ed è ritardato. Ma Charlie ha una caratteristica che lo distingue dagli altri ritardati: il desiderio di imparare e diventare intelligente, così da guadagnarsi il rispetto e l’amicizia degli altri. Per questo si è iscritto al Centro per Adulti Ritardati del Beekman College e ha imparato a leggere e a scrivere.
Ora la vita di Charlie potrebbe cambiare per sempre, perché i ricercatori dell’università stanno mettendo a punto un’operazione chirurgica capace di potenziare l’attività del cervello, e adesso vorrebbero testarla su di lui. L’esperimento è già stato condotto con successo su Algernon, un topolino bianco, e ora Algernon è diventato un genio tra i topi ed è in grado di risolvere rapidamente labirinti di qualsiasi difficoltà. Charlie non sta più nella pelle. Ma se l’esperimento fallisse e il suo cervello si deteriorasse ulteriormente invece di migliorare? E la sua vita migliorerà davvero, quando sarà diventato intelligente e nessuno potrà più prendersi gioco di lui?
L’unica cosa certa è che le vite di Charlie e di Algernon sono legate a doppio filo.

Stanchi delle trame complicate e dell’ambientazione uberfantastica degli ultimi tre Consigli? Bene, perché quello di cui parliamo oggi è un romanzo più vicino al mainstream e al romanzo psicologico tradizionale che non alla narrativa di genere1. L’intreccio alla base di Flowers for Algernon è di una semplicità disarmante: cosa succederebbe se un ritardato diventasse gradualmente un genio? Come reagirebbe la gente attorno a lui? E quelli che lo conoscevano prima? E riuscirebbe l’ex-ritardato ad essere felice, o rimpiangerebbe la condizione precedente?
Flowers for Algernon è uno di quei pochi ‘classici’ della fantascienza con una certa popolarità anche in Italia, quindi immagino che diversi di voi l’abbiano già letto e che la maggior parte ne abbia almeno sentito parlare. A questi ultimi e a coloro che non sapessero proprio di cosa sto parlando è dedicato il Consiglio di questa settimana.

Retarded or noob

Uno sguardo approfondito
Il libro è scritto in prima persona dal protagonista, ed è strutturato come una serie di rapporti (ogni ‘Progress Report’ rappresenta un capitolo) che Charlie scrive su richiesta dei ricercatori per monitorare le sue condizioni mentali e i suoi progressi. L’evoluzione di Charlie è quindi rispecchiata nello stile del libro: i primi capitoli sono scritti in un inglese sgrammaticato e infantile, mentre mano a mano che gli effetti dell’operazione si fanno sentire la prosa diventa corretta e adulta.
All’inizio Charlie si limita a raccontare una dietro l’altra tutte le cose che gli succedono, senza virgole, senza virgolette per introdurre il discorso diretto, la mente intrappolata in un eterno presente. Quando si imbatte in un concetto nuovo è facile che non lo capisca o lo fraintenda. Quando un ricercatore prova a fargli risolvere un labirinto (“maze” in inglese), lui, che non ne ha mai sentito parlare, fraintende: “He tolld me that game was amazed”. Quando gli sottopongono un test in cui deve inventare una storia basata su delle immagini, si rifiuta di farlo perché non conosce quelle persone disegnate e gli hanno insegnato che non si dicono le bugie. Il principio è quello dell’unreliable narrator: il lettore si rende conto di cosa significhi pensare come un ritardato perché Keyes permette al lettore di capire cose che lo stesso Charlie – personaggio pov – non capisce.
Col procedere del libro, invece, Charlie diventa capace di ragionamenti complessi e astratti; la storia si punteggia di flashback mano a mano che il protagonista ricorda la sua infanzia; ci sono descrizioni di sogni e tentativi di interpretarli secondo il metodo psicanalitico. I Progress Report diventano una sorta di diario intimo.

Daniel Keyes dà l’impressione di essersi documentato sul ritardo mentale, e il suo protagonista è decisamente credible. In una delle prime scene, Charlie vine sottoposto al test delle macchie di Rorschach. Quando gli vine chiesto cosa vede nelle macchie, Charlie risponde che vede solo delle macchie d’inchiostro; per quanto si sforzi, il suo cervello non è in grado di elaborare quelle immagini attingendo all’inconscio. Le spiegazioni che prova a darsi sono idee che una persona con intelligenza normale non avrebbe mai: “I tryed hard but I still coudnt find the picturs I only saw the ink. I tolld Burt mabey I need new glassis”. E anche quando gli viene spiegato lo scopo dell’esercizio: “He just kept saying think imagen theres something on the card. I tolld him I imaggen a inkblot. He shaked his head so that wasnt rite eather. He said what does it remind you of pretend its something. I closd my eyes for a long time to pretend and then I said I pretend a bottel of ink spilld all over a wite card”.
Episodi della sue vita che Charlie ricorda con piacere infantile – come il modo in cui i ragazzi della panetteria dove lavora scherzano con lui – acquistano un significato inquietante quando l’operazione gli fa aprire gli occhi.

Labirinto 3d

I labirinti non fottono il cervello solo ai ritardati…

Altrettanto credibile è il mondo accademico in cui Charlie si trova immerso – le piccole rivalità tra scienziati, l’arroganza ansiosa di chi ha conquistato un po’ di fama e teme di vedersela portare via, il balletto tra il bisogno di pubblicare una scoperta rivoluzionaria e il terrore di fare una figuraccia che ti rovina la carriera, le banalità scambiate tra studenti universitari che si credono geni.
Anche se il riflettore della storia è sempre puntato su Charlie, tutti i comprimari – il Dr. Strauss, il Prof. Nemur, l’assistente Burt, Alice Kinnian, i suoi genitori – sono sviluppati con cura, personaggi a tutto tondo fatti di luci e ombre come le persone reali. Certo, queste persone vogliono davvero aiutare Charlie, e certo, sarebbero tutti felici se grazie ai loro sforzi si potesse curare il ritardo mentale, ma cio’ che li spinge è davvero l’altruismo? Persino il rapporto con la svampita artista newyorkese Fey Lillman, che dovrebbe essere la più spontanea, onesta, positiva relazione del libro, mostra sul lungo periodo dei lati bui.
Una certa atmosfera di cinismo, di ambiguità morale pervade tutto il romanzo. Elemento estremamente positivo, dato che la questione morale è il fulcro tematico di Flowers for Algernon. E questo cinismo di fondo, unito al filtro totale della personalità di Charlie (e quindi: identificazione completa del lettore nel protagonista), fa sì che alcuni momenti della storia siano davvero davvero tristi. Flowers for Algernon in un paio di punti mi ha fatto venire i lacrimoni, e questo non mi succede spesso.

Uno dei maggiori punti di forza del romanzo di Keyes è di non divagare. Tutti gli episodi del libro servono a sviluppare il conflitto centrale tra il protagonista e la società. Anche i flashback sull’infanzia di Charlie, che alle prime apparizioni mi erano apparsi superflui, in realtà contribuiscono al quadro, e alla fine Keyes riannoda i fili alla trama principale. L’autore è stato anche in grado di dare al tema del libro un forte correlativo oggettivo – il topo Algernon e i suoi labirinti. Il destino di Algernon rispecchia quello di Charlie; e poi, è così simpatico!
L’unica trovata che mi ha lasciato perplesso è l’idea che il trattamento debba rendere Charlie non semplicemente una persona intelligente, ma un genio. In questo modo è troppo facile rendere il proprio protagonista un emarginato; e non si è veramente dimostrato il punto, ossia la possibilità di un ritardato di reintegrarsi nella società una volta superato il proprio ritardo. Peraltro, Algernon diventa l’Einstein dei topi dopo l’operazione, ma prima non era un topo ritardato, era un topo normale – non si capisce quindi perché su Charlie debba avere un effetto così esagerato.

Topolino bianco

L’Einstein dei topi.

Questo comunque non cambia il giudizio finale.In conclusione, Flowers for Algernon è un piccolo capolavoro a metà tra il mainstream psicologico e la fantascienza sociale. Per quanto mi riguarda, la dimostrazione della sua bellezza sta nel fatto che mi ha coinvolto tantissimo nonostante non sia mai stato granché interessato al problema del ritardo mentale. Avevo deciso di provare a leggerlo più per la sua fama che per altro – ed è riuscito a colpirmi lo stesso.

Su Daniel Keyes
Keyes è famoso fondamentalmente per questo solo romanzo, ed è anche l’unico suo che abbia mai letto. In realtà ce n’è un altro che mi interessa molto e che probabilmente leggerò in futuro, ossia la biografia-reportage The Minds of Billy Milligan (in italiano Una stanza piena di gente). Il libro racconta la storia vera di Billy Milligan, un tizio affetto da disturbo di personalità multipla (ben 24!) finito in carcere e quindi in clinica dopo svariati crimini. Aldilà del caso umano, cio che mi interessa è che il libro dovrebbe mostrare il meccanismo di funzionamento delle differenti personalita e il modo in cui si davano il cambio. Sarà stato qualcosa del genere a suggerire a Swanwick il personaggio di Wyeth in Vacuum Flowers?

Dove si trova?
Procurarsi Flowers for Algernon è molto facile. Per il testo in lingua originale potete frugare su Bookfinder, Library Genesis o sul canale #ebooks di IRChighway; per quello in italiano guardate sul Mulo, o magari, se siete fortunati, lo potete ancora trovare in libreria in una recente edizione della Nord. Ho dato un’occhiata alla traduzione italiana e mi sembra accettabile, nonostante questo sia un romanzo che si appoggi molto al gioco linguistico. Certo, alcune finezze si perdono (come il labirinto “amazed” di cui ho parlato sopra), ma non è la fine del mondo.

Qualche estratto
I due estratti di oggi sono speculari. Li ho scelti con l’intenzione di mostrare il progresso mentale di Charlie nel corso del libro, e la corrispondente trasformazione nello stile del libro. Entrambi mostrano il rapporto tra il protagonista e il topo Algernon, così intelligente da risolvere i labirinti più velocemente di Charlie; nel primo caso, però, Charlie non si è ancora sottoposto al trattamento, mentre nel secondo i primi effetti di quest’ultimo cominciano a farsi sentire, almeno sul piano emotivo:

1.
We went up to the 5 th floor to another room with lots of cages and animils they had monkys and some mouses. It had a funny smel like old garbidge. And there was other pepul in wite coats playing with the animils so I thot it was like a pet store but their wasnt no customers. Burt took a wite mouse out of the cage and showd him to me. Burt said thats Algernon and he can do this amazed very good. I tolld him you show me how he does that.
Well do you know he put Algernon in a box like a big tabel with alot of twists and terns like all kinds of walls and a START and a FINISH like the paper had. Only their was a skreen over the big tabel. And Burt took out his clock and lifted up a slidding door and said lets go Algernon and the mouse sniffd 2 or 3 times and startid to run. First he ran down one long row and then when he saw he coudnt go no more he came back where he startid from and he just stood there a minit wiggeling his wiskers. Then he went off in the other derection and startid to run again.
It was just like he was doing the same thing Burt wanted me to do with the lines on the paper. I was laffing because I thot it was going to be a hard thing for a mouse to do. But then Algernon kept going all the way threw that thing all the rite ways till he came out where it said FINISH and he made a squeek. Burt says that means he was happy because he did the thing rite.
Boy I said thats a smart mouse. Burt said woud you like to race against Algernon. I said sure and he said he had a differnt kind of amaze made of wood with rows skratched in it and an electrik stick like a pencil. And he coud fix up Algernons amaze to be the same like that one so we could both be doing the same kind.
He moved all the bords around on Algernons tabel because they come apart and he could put them together in differnt ways. And then he put the skreen back on top so Algernon woudnt jump over any rows to get to the finish. Then he gave me the electrik stick and showd me how to put it in between the rows and Im not suppose to lift it off the bord just follow the little skratches until the pencil cant move any more or I get a little shock.
He took out his clock and he was trying to hide it. So I tryed not to look at him and that made me very nervus.
When he said go I tryed to go but I dint know where to go. I didnt know the way to take. Then I herd Algernon squeeking from the box on the tabel and his feet skratching like he was runing alredy. I startid to go but I went in the rong way and got stuck and a littel shock in my fingers so I went back to the START but evertime I went a differnt way I got stuck and a shock. It didnt hert or anything just made me jump a littel and Burt said it was to show me I did the wrong thing. I was haffway on the bord when I herd Algernon squeek like he was happy again and that means he won the race.
And the other ten times we did it over Algernon won evry time because I coudnt find the right rows to get to where it says FINISH. I dint feel bad because I watched Algernon and I lernd how to finish the amaze even if it takes me along time.
I dint know mice were so smart.

Abbiamo salito al 5° piano in nunaltra stanza con un mukio di gabie e annimali cerano scimie e alquni topi. Si sentiva nodore strano come di mmondizzia. E cerano altri indi vidui con il cammicie bianco che gioccavano congli annimali per cui sono pensato che fose un negozzio dannimali ma cueli non erano clienti. Burt ha tolto un toppolino bianko da na gabia e me la mostrato. Ha detto che si kiama Algernon e sa fare cuesto lab irinto benisimo. Ci o detto di farmi veddere come facieva.
Bene, sapete, a meso Algernon in una skatola grande come un tavolo con un mukio di serpentine e di svolte de limmitate da muretti e un INIZIO e una FINE come sul follio. Sol tanto cera una rete sopra la grosa scatola. E Burt sè tolto dal taskino lorologgio e a solevate una porticcina scorevole e il toppolino a fiuttato uno due volte e se messo a corere. Prima a corso lungo un reti lineo e poi cuando sè acorto che non poteva più andare avanti a tornato dietro dove aveva cominciato e a rimasto lì un minuto con i baffi vibbranti. Poi è partito ne laltra direzzione e a ri cominciato a corere.
Sembrava propprio che facieva la stesa cosa che Burt aveva voluto farmi fare con le righe su la carta. Ridevo perché pensavo che avrebe stata na cosa dificile da fare per un toppolino. Ma poi Algernon a continnuato in filando sempre la strada giusta fin che ussito dove ce skritto FINE e ha scuitito. Cuesto sinnifica a detto Burt chera contento perche aveva fatto la cosa giusta.
Per dinci sono detto cuesto sì che un topo inteligente. Burt ha dommandato: ti piacerebe garegiare con Algernon? Certo sono risposto e lui ha detto che aveva un tipo di lab irinto diffrente fatto di lennio con solki scavati drento e un bastoncino e letrico come una mattita. E poteva moddificare ne lo stesso modo il lab irinto di Algernon così saremmo fati tute due la stessa cosa.
A tolto tutte le sponde intorno a la skatola di Algernon perché si posono smontare e lha di sposte in modo diverso. E poi ci ha rimeso sopra la rete per impe dire a Algernon di scavvalcare le file e a rivare al FINE. Poi ma dato il bastoncino e letrico e ma mostrato come meterlo tra le file e non dovevo so levarlo ma soltanto segguire i picoli solki fin che non poteva più muoversi o sentivo na picola scossa.
A ripreso lorologgio e ciercava di nasconderlo. Così sono ciercato di non guardarlo e cuesto ma reso nervosisssimo.
Cuando a detto via sono ciercato di partire ma non sappevo dovandare. Non sapevo cuale strada prendere. Poi o uddito Algernon scuitire ne la skatola e le sue zampette raskiare come se stava già corendo. Sono partito ma o andato nel senso sballiato e o rimasto blokato e o sentito una picola skossa ne le dita. Non ma fato male né gnente soltanto su sultare un poko e Burt a detto chera per mostrarmi che avevo sballiato. Ero rivato a metà cuando o sentito Algernon scuitire come se era dinuovo contento e cuesto sinnifica che a vinto la corsa.
E le altre dieci volte che siamo ripetuti la gara Algernon a vinto tutte le
volte perché io non riussivo a trovare il solko giusto per rivare dove ce scrito FINE. Non ma dispiacciuto perché guardavo Algernon e sono imparato come finire il lab irinto anche se ma voluto tempo.
Non sapevo che i toppolini erano così inteligienti.

Slowpoke

Anche i Pokemon hanno i loro problemi.

2.
March 15 — Im out of the hospitil but not back at werk yet. Nothing is happining. I had lots of tests and differint kinds of races with Algernon. I hate that mouse. He always beets me. Prof Nemur says I got to play those games and I got to take those tests over and over agen.
Those amazes are stoopid. And those picturs are stoopid to. I like to drawer the picturs of a man and woman but I wont make up lies about pepul.
And I cant do the puzzels good.
I get headakes from trying to think and remembir so much. Dr Strauss promised he was going to help me but he dont. He dont tell me what to think or when Ill get smart. He just makes me lay down on a couch and talk.
Miss Kinnian comes to see me at the collidge too. I tolld her nothing was happining. When am I going to get smart. She said you got to be pashent Charlie these things take time. It will happin so slowley you wont know its happening. She said Burt tolld her I was comming along fine.
I still think those races and those tests are stoopid and I think riting these progress reports are stoopid to.

15 marzo – Sono fuori de lospedale ma non ancora al lavoro. Non sta suciedendo gnente. O fato molti test e divversi tipi di corse con Algernon. Lodio cuel topo. Mi vincie sempre. Il porfesor Nemur dicie che devo fare cuei gioki e rippetere cuei test tante tante volte.
Cuei lab irinti sono stuppidi. E anke cuei di segni sono stuppidi. Mi piace disenniare un uomo e una dona ma non vollio inventare buggie su la gente.
E non sono bravo a fare i puzzel.
Mi viene il mal ditesta a furria di sfforzzarmi di pensare e riccordare tanto. Il dotor Strauss avveva promeso daiutarmi ma non maiuta. Non mi dicie che cosa devo pensare o cuando divventerò inteligiente. Mi fa sol tanto stendere sun divano e parlare.
Miss Kinnian viene a trovarmi anche alla niversità. Ci o detto che non stava sucedendo gnente. Cuandè che divventerò inteligiente? Devi esere pazziente Charlie a risposto per cueste cose occore tempo. Acadrà così addagio che non te nacorgerai. Ma detto daver saputo da Burt che vado bene.
Continnuo a pensare che cuele corse e cuei test sono stuppidi. E 2° me sono stuppidi anche cuesti rapporti sui progressi.

Tabella riassuntiva

Un moral play sul destino di un ritardato nella società. Forse va fuori tema facendo diventare Charlie un genio.
Ci si identifica in Charlie – ci si entusiasma e si soffre con lui.
I capitoli sgrammaticati sono deliziosi!

(1) Lo definirei ‘slipstream’, perché anche se è un device fantascientifico a mettere in moto la vicenda, il focus del libro non è sugli elementi fantastici ma sul rapporto tra il protagonista e il mondo. E quel mondo è tale e quale al nostro.Torna su

Bonus Track: Pavane, o Come non scrivere un’ucronia

PavaneAutore: Keith Roberts
Titolo italiano: –
Genere: Ucronia / Slipstream / Mainstream
Tipo: Raccolta di racconti intrecciati

Anno: 1968
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 290 ca.

Difficoltà in inglese: ***

On a warm July evening of the year 1588, in the royal palace of Greenwich, London, a woman lay dying, an assassin’s bullets lodged in abdomen and chest. Her face was lined, her teeth blackened, and death lent her no dignity: but her last breath started echoes that ran out to shake a hemisphere. For the Faery Queen, Elizabeth the First, paramount ruler of England, was no more…

In un momento cruciale della storia d’Europa, la regina Elisabetta I viene assassinata. In preda alla guerra civile, l’Inghilterra viene conquistata dall’Invincibile Armada di Filippo II di Spagna; in Francia, le guerre di religione terminano con il trionfo della Lega Cristiana e l’ascesa al trono del Casato dei Guisa; in Germania, la rinnovata forza del Papato e dei suoi alleati spezza le ossa delle città-stato tedesche e pone fine al Protestantesimo. Alla fine del secolo, il Cattolicesimo è tornata ad essere l’unica religione d’Europa, e il braccio di ferro del Papato si estende su tutto il mondo occidentale.
Sotto l’occhio severo della Chiesa, il progresso tecnico-scientifico stenta ad affermarsi. Siamo nel 1968, ma l’Inghilterra è ancora un paese rurale punteggiato di castelli e signorotti feudali; ogni nuova tecnologia viene limitata o bollata come eretica dai veti papali. In un Wessex in cui convivono feudalesimo e timide apparizioni di modernità, si intrecciano sei storie: quella di un piccolo macchinista-imprenditore e della sua locomotiva a vapore; quella di un giovane che vuole entrare nella potente Corporazione dei Segnalatori; quella di un prete-stampatore che impazzisce dopo aver assistito alle pratiche dell’Inquisizione; quella di una donna del popolo con l’opportunità di sposarsi col potente signore di Corfe; quella di una ragazzina e dei suoi rapporti con una nave venuta dall’altra parte della Manica; e quella della strenua resistenza di una nobildonna all’autorità del Papa. Intanto, sullo sfondo di queste storie, si muove il popolo degli Antichi, esseri a metà tra mito e realtà che venerano i dimenticati dèi pagani e sembrano dotati di poteri sovrannaturali.

Assieme a The Man in the High Castle di Philip K. Dick, e a Bring the Jubilee di Ward Moore, Pavane è considerato uno dei classici della prima generazione del sottogenere ucronico. La premessa è semplice: cosa sarebbe successo se il Protestantesimo fosse stato soffocato sul nascere e il Papato avesse mantenuto sull’Europa la stessa autorità che aveva nel Basso Medioevo?
E così come nel romanzo di Dick, Roberts decide di mostrare questa divergenza storica attraverso spaccati di vita di gente comune. Dopo la breve premessa a volo d’uccello, Pavane si snoda in sei racconti intrecciati. I racconti sono autoconclusivi, ma alcuni personaggi – come la famiglia di macchinisti-mercanti Strange – e tratti dell’ambientazione riappaiono da una storia all’altra, sicché esse vanno a comporre un unico grande arazzo sulla condizione dell’Inghilterra in questo Novecento alternativo e retrogrado.

Ma come avrete notato, l’articolo di oggi non è un Consiglio. Ci ho pensato per qualche tempo; ho deciso in questo modo perché Pavane – nonostante sia spesso elogiato come “one of the finest alternative histories ever written” – non raggiunge gli standard di qualità minimi per diventare Consigli del Lunedì. Ciononostante, si tratta di un romanzo curioso; e le discussioni avute con Dago e altri utenti sulle ucronie mi hanno convinto che valeva la pena spenderci qualche riga. Soprattutto, vorrei sottolineare dove e perché Pavane ha sbagliato e ha fallito come ucronia.
In coda allo “Sguardo approfondito”, infatti, seguirà una breve riflessione sull’argomento ispiratami dalla discussione con Dago.


Pavana in fa diesis, Op.50, di Gabriel Fauré (1887). Ascoltatela in sottofondo mentre leggete la recensione!

Uno sguardo approfondito
Ciò che mi lascia perplesso di Pavane, tanto per cominciare, è la capacità stilistica dell’autore.
Quando vuole, Roberts è in grado di mostrare una scena in modo efficace. The Signaller, il secondo racconto (nonché il migliore della raccolta), si apre su un ragazzo sdraiato nella neve, immerso in una pozza di sangue. Il ragazzo si riprende, tenta di rimettersi in piedi, di trovare un riparo prima di finire congelato; la telecamera, molto vicina, ci fa percepire il dolore di ogni movimento, la fatica e la difficoltà di sollevarsi, fermare la fuoriuscita del sangue, eccetera.
La capacità di Roberts di mostrare dà il meglio di sé nelle descrizioni delle macchine. Così, nel primo racconto, viene descritto con dettaglio il modo in cui il macchinista Jesse Strange tira fuori la sua locomotiva Lady Margaret dal deposito per l’ultimo viaggio, ci attacca gli altri vagoni, la mette in moto, la guida per la campagna. E del resto, le macchine di Pavane – strano miscuglio di antico e moderno – sono il motivo di maggior fascino del libro, dalle locomotive che viaggiano senza binari ai torni per la stampa gelosamente custoditi nelle abbazie. Su tutte le invenzioni di Roberts trionfano i “semafori”, enormi pali da cui si distaccano due braccia che, mossi all’interno da degli addetti, possono comunicare un’infinità varietà di segnali ad altri semafori collocati a miglia di distanza (un esempio di semaforo lo vedete nella copertina). In un mondo in cui persino il telegrafo è in odore di eresia, i semafori sono il principale mezzo di comunicazione a distanza, e la Corporazione dei Segnalatori – che si tramandano di generazione in generazione il codice dei semafori – è potente e rispettata.

Ma i pregi si fermano qui, perché per la maggior parte del tempo Roberts preferisce (per ragioni incomprensibili) abbandonarsi a un insipido raccontato. La maggior parte dei dialoghi tra i personaggi sono riportati in discorso indiretto, come se l’autore non li ritenesse abbastanza interessanti da riportarli. Molte parti del racconto, anziché essere mostrate attraverso una serie di scene, sono riassunte succintamente.
Decisioni che appaiono particolarmente incoerenti, visto che Roberts non manca quando gli gira di dedicare anche due o tre pagine consecutive alla descrizione della campagna del Wessex.

Telegrafo

Uno strumento chiaramente eretico.

Del resto, l’indifferenza di Roberts ad alternare mostrato e raccontato è una diretta conseguenza della sua disgraziata gestione del pov. Pavane infatti utilizza un bel narratore onnisciente che si avvicina e allontana a suo piacimento dai protagonisti delle storie. Generalmente la telecamera si tiene ancorata al protagonista del racconto, ma il narratore si riserva sempre la possibilità di saltare su un altro personaggio pov o persino di sollevarsi a un’impersonale visuale a volo d’uccello.
Nei racconti più concitati – come Brother John o Corfe Gate – il narratore è anche capace di saltare di pov in pov ogni poche pagine, e nelle scene di massa ricorre spesso alla letale combo narratore onnisciente + riassunto raccontato. Di conseguenza, anche scene teoricamente coinvolgenti come l’assedio di un castello – episodio chiave di uno dei racconti – si trasformano in una monotona esposizione di avvenimenti di cui non ce ne potrebbe fregare di meno.
E le cose non vanno molto meglio nei racconti con pochi personaggi. Nel primo racconto, il pov rimane ancorato tutto il tempo sul protagonista, Jesse Strange; finché, proprio nella scena culminante della storia, il narratore salta per un paio di capoversi su un altro personaggio! E senza neanche dichiararlo in modo evidente: il soggetto rimane “he”, solo che dopo un po’ il lettore capisce che non è lo stesso “he” del capoverso precedente! Mi sono dovuto rileggere il passaggio due o tre volte per capire cosa stesse succedendo. Risultato: ritmo spezzato proprio nel momento più importante, distacco dal racconto, frustrazione. Bella mossa Roberts.

In ogni caso, anche quando la telecamera è vicina, il narratore mantiene sempre una distanza minima rispetto al suo personaggio-pov. E’ impossibile immedesimarsi davvero nei protagonisti di Pavane, perché ogni loro azione ci arriva filtrata dal punto di vista del narratore. Non sentiamo cosa provano i personaggi; invece, vediamo i personaggi muoversi mentre l’autore ci spiega cosa provano. Poiché inoltre i protagonisti cambiano da un racconto all’altro, l’empatia non scatta nemmeno per abitudine. E in un libro il cui argomento è gli effetti che il mondo alternativo provoca sulle persone, impedire l’immedesimazione nei personaggi è un EPIC FAIL.
Il risultato, neanche a dirlo, è che Pavane ha un ritmo lento, a volte lentissimo. Una distesa di noia punteggiata da pochi momenti concitati. La scusa ufficiale è che l’autore voleva replicare, nell’andamento dei suoi racconti, la struttura della pavana – una danza rinascimentale dal ritmo lento e rigido, e dalla melodia malinconica. Allo stesso modo, i sei racconti del libro – che infatti sono chiamati Measures, “misura” o “movimento” – vorrebbero essere i sei movimenti di una composizione lenta, carica di malinconia e struggimento.
Be’, che scusa del cazzo. Un consiglio: qualunque sia lo scopo che vogliate raggiungere, cercate di non annoiare il lettore. Se il lettore proverà noia e indifferenza, difficilmente gli rimarrà spazio nell’anima per malinconia e struggimento. E per essere malinconici, dobbiamo prima di tutto essere emotivamente coinvolti dalla storia!

Pavana

Guardate attentamente questi ballerini di pavana. Non vi sentite già più malinconici?

E come se tutto questo non bastasse, Roberts si lascia pure andare ad eccessi di retorica e di mistica metafisica per gonzi. La Chiesa Cattolica, ovviamente, fa la parte del supercattivo – conservatrice, nemica del progresso, pronta a soffocare nel sangue ogni ribellione e ogni uomo in odore di eresia. Se nei capitoli che tengono la Chiesa ai margini (come i primi due) l’autore riesce a controllarsi, nel terzo capitolo compare nientemeno che l’Inquisizione (oh noes!), e via a pagine e pagine sulle torture, i roghi, l’efferatezza, il popolo che ha ormai in odio il tallone vaticano 1. Nei racconti Brother John e Corfe Gate troviamo pagine e pagine di prevedibile eroismo di impavidi uomini d’Inghilterra che combattono l’odiata Santa Romana Chiesa. Quel che è peggio, le cattiverie della Chiesa sono spesso raccontate e raramente mostrate, cosa che amplifica ulteriormente l’effetto retorico della critica sociale.
Contraltare del cattolicesimo cattivo, affiora nei racconti di Pavane la saggezza superiore, i poteri sovrannaturali e la bontà d’animo degli antichi spiriti pagani (chiamati alternativamente Fairies o Old Ones). Inizialmente gli Old Ones sono solo un elemento di disturbo che appare ai margini dello schermo; se il nodo del libro è l’ucronia, che diamine c’entrano i folletti pagani? Ma, mano a mano che si va avanti in Pavane, queste creature assumono una posizione di sempre maggior rilievo, fino a diventare una sorta di antitesi “buona” (nonché magica) del clero cattolico. Sicché le premesse di un’onesta e realistica ucronia vengono tradite. Inoltre è difficile visualizzare in modo chiaro questi spiriti, dato che le pagine che li coinvolgono sono sempre avvolte in una patina eterea/metaforica/allegorica che ti fa continuamente chiedere, “questa cosa che ha scritto l’autore la devo prendere alla lettera o in modo simbolico”? Addirittura un racconto, The White Boat, acquisterebbe un senso solo se letto in chiave allegorica (e infatti fa schifo)!

Il sospetto, è che Roberts debba fare ricorso a questa patina di retorica (raccontata) e di oscuro misticismo (qualcuno direbbe: poesia) per nascondere le pecche di un’ambientazione incongruente. I dubbi non mancano. Se è divertente vedere fianco a fianco locomotive e Corporazioni dei Mestieri, monaci stampatori di brochure pubblicitarie e piccoli eserciti feudali armati di moschetto, viene anche da chiedersi se tutto questo abbia un senso. Com’è possibile che dei veti papali possano tenere in scacco lo sviluppo tecnico di un intero continente per quattrocento anni? Considerati i vantaggi economici dati dall’impiego di certe tecnologie come l’elettricità o la combustione del petrolio – tecnologie che, ci viene detto nei racconti, sono sotterraneamente conosciute – non abbiano permesso a qualche sovrano o consorteria di ribellarsi all’autorità vaticana e avviare una rivoluzione industriale?
I semafori, per quanto affascinanti, non hanno l’aria di essere strumenti di comunicazione molto efficienti; al contrario, costruirli dev’essere costato una valanga di denaro, date le dimensioni, e per cosa – per dare a una Corporazione privata (quella dei Segnalatori) un potere talmente elevato da poter tener testa al Papa in persona? In cosa consisterebbe il vantaggio di far sviluppare i semafori al posto di più economici (e meno monopolizzabili) telegrafi?

Papa Ratzinger

Papi. Supercattivi dal 1098.

Stiamo arrivando alla radice del problema, ossia l’inconsistenza dell’ucronia di Pavane. L’inconsistenza, d’altronde, sta prima di tutto nella premessa: non ha alcun senso che la morte di una sola persona, fosse anche la regina Elisabetta nel cruciale anno 1588, possa aver provocato la distruzione del Protestantesimo e l’ascesa di un organismo internazionalmente già moribondo come il Papato 2. Delle tre, una: o Roberts, nonostante le sue velleità, è un’ignorante della storia della Riforma e della storia della tecnologia; o si trattava solo di un’esperimento mentale, senza alcuna pretesa di credibilità storica (gonzo-historical fiction); o tutto il libro va interpretato come una qualche allegoria filosoficamente impegnata (il che non mi stupirebbe, se ho ben inquadrato la personalità dell’autore). Delle tre, l’unica tollerabile sarebbe la seconda; senonché un libro gonzo-historical dovrebbe almeno essere divertente o curioso, e non quel concentrato di serio struggimento che Pavane tenta di essere.
Forse anche Roberts aveva intuito l’inconsistenza del suo mondo alternativo, perché ai sei racconti aggiunse una Coda, a mo’ di epilogo. Senonché la Coda – una brutta scimmiottatura di Leibowitz, uscito una decina di anni prima – crea ulteriori problemi di congruenza col resto del libro, rivelandosi al tempo stesso inutile per il lettore e dannosa per l’ambientazione. Non sprecherò altre parole su di essa: cercando nell’Internet, troverete decine di lettori pronte a scagliare maledizioni contro quell’orrendo epilogo (e anche tra i più entusiasti fan di Pavane, la maggior parte vi dirà di fare finta che la Coda nemmeno esista per conservare la coerenza del libro!).

Riassumendo, Pavane fallisce su due fronti:
1. Come ucronia, perché si fonda su premesse inconsistenti e sviluppa un’ambientazione non credibile;
2. Come romanzo di genere, perché incapace di coinvolgere il lettore.
Rimane qualche motivo per leggerlo? Forse. Innanzitutto come curiosità storica, se siete appassionati di storie alternative o di letteratura fantastica; nonostante la sua bruttezza Pavane rimane un classico del suo genere. In secondo luogo, come spunto creativo: alcune invenzioni sono carine, e la giustapposizione di medievale e moderno, anche se spesso illogica, ha un suo fascino. Magari potrete riutilizzare alcune delle intuizioni di Roberts in un’ambientazione e un romanzo migliore. Io, per strano che possa sembrare, sono contento di averlo letto.
Anche a questi coraggiosi (o masochisti), comunque, consiglio di saltare i racconti più brutti – l’illeggibile The White Boat e il retorico Brother John.

Corfe Castle

Le rovine di Corfe Castle, uno dei luoghi chiave del libro. Voglio andarci.

Sull’ucronia
In chiusura alla recensione, voglio proporre una discussione sulle ucronie e sul funzionamento delle divergenze storiche. La discussione è ispirata allo scambio che ho avuto con Dago nei commenti all’articolo sul saggio Storia economica dell’Europa pre-industriale. Le prime tre battute sono quasi identiche, con diversi tagli e modifiche minori. Lo scambio sull’ucronia invece l’ho inventato di sana pianta, e si ricollega alla recensione di Pavane. E’ che mi piacciono le ringkomposition.

Io: Se non si conoscono i meccanismi della storia e dell’evoluzione delle società, cadere nella trappola della premessa inconsistente diventa molto facile. E’ l’errore tipico, per esempio, di chi crede che cambiando un singolo episodio (es. assassinare Hitler prima che salga al potere) l’intera storia futura possa cambiare profondamente.

B: E’ un tema molto dibattuto e complesso, quello del determinismo storico. Ci hanno sbattuto la capa storici, politologi e prima ancora filosofi e pensatori. Io stesso non ho una posizione precisa.
Sicuramente concordo sull’esempio di cui sopra: Hitler era solo la valvola di sfogo del revanchismo tedesco degli anni 30. Morto lui, qualcun altro avrebbe fatto da valvola. Magari Himmler, magari Goebbels, magari un tizio tal dei tali che nel nostro continuum è finito a fare l’impiegato dell’ufficio catasto.
D’altra parte però mi chiedo: sicuri che con un tizio più sveglio al comando, la Germania avrebbe sempre e comunque perso la guerra, dato il suo accerchiamento geografico/politico e il suo ritardo economico/industriale sugli altri Paesi? E più in generale, sicuri che la storia abbia sempre e solo una via maestra, in cui le persone non contano niente e tutto viene deciso da rapporti di forza economica?
Ad esempio, restando in tema nazi, pensa all’Incidente di Mechelen. Ti sfido a dimostrarmi che se quel minchione non fosse andato in giro con documenti top secret in saccoccia, la storia non sarebbe cambiata.

Io: L’idea è un po’ diversa. La storia è determinata dai rapporti di forza economica e dalle leggi di movimento base degli esseri umani; ma, all’interno di questi limiti, rimane comunque un certo spazio di manovra per individui e gruppi. E, a seconda della posizione e del ruolo che riescono a raggiungere, alcuni di questi (es. i re e i condottieri di epoca pre-industriale) hanno il potere di operare cambiamenti sensibili nella Storia.
Un cambiamento locale non può modificare la Storia, ma un singolo cambiamento catastrofico (es. la peste nera che stermina il 99% della popolazione europea invece che il 30%, come in The Years of Rice and Salt) o una serie di cambiamenti simultanei o successivi sì.
Un uomo solo, in una posizione di potere non avrà la forza di cambiare il corso della Storia a suo piacere; ma potrà magari sfruttare i processi macroscopici in atto (su cui può intervenire limitatamente) e incanalarli in una direzione piuttosto che in un’altra. Inoltre, un uomo solo difficilmente avrà il potere di operare, da solo e consapevolmente, un cambiamento di rotta nella storia – soprattutto con il livello di interconnessione tra Paesi e uomini di oggi. Ciò che conta quindi non è l’azione di un singolo uomo speciale, ma l’interazione tra più uomini e organismi in posizioni di potere.
Riassumendo: ogni situazione (dalla Crisi di Cuba al rapporto USA-Europa-Cina attuale) ha più soluzioni possibili, con differenti gradi di probabilità. Quali soluzioni siano possibili, e con quale grado di probabilità, è determinato dalle “macro-forze” (e in primis i rapporti economici). Gli uomini al comando mantengono una limitata possibilità di spingere in una o in un’altra direzione; posto che la responsabilità di quello che sarà il futuro non poggia sulle spalle di uno solo, ma su tutto l’inter-gioco tra questi individui.

Incidente di Mechelen

La coppia di deficienti protagonista dell’incidente di Mechelen. Nessuno ha mai pensato di girare una commedia nera su di loro?

B: Sì, ma se io volessi scrivere un’ucronia, chessò, sul Protestantesimo sconfitto e i Papi che dominano in Europa per i successivi 400 anni, devo arrendermi al fatto che è impossibile e lasciar perdere o posso provarci comunque?

Io: Innanzitutto, bisogna documentarsi – studiare sia il periodo storico in cui vogliamo inserire il punto di divergenza, che le conseguenze storiche di quel periodo, così che potremmo immaginare quali differenze potrebbero esserci state con la divergenza storica. D’altronde, se voglio scrivere un’ucronia su un certo periodo storico, si presume che quel periodo mi interessi, no? Quindi non sarà un peso studiarmelo.
A questo punto, per come la vedo io si presentano due strade.
Una è quella dell’ucronia dura e pura, quella che nasce per rispondere alla domanda: what if? Insomma, pura speculazione storica. Il che significa che devo attenermi strettamente al buon senso, e ogni divergenza impossibile o anche solo molto improbabile andrebbe scartata. Il piacere del libro, infatti, qui nasce dalla verosimiglianza della speculazione – il brividino dato dal pensiero “pensa se invece che così fosse andata in quell’altro modo…”. Se quindi tu parti dall’idea di voler creare un Super-Papato che domina col dogma religioso l’Europa del Novecento, ma durante i tuoi studi scopri che è un’eventualità pressoché impossibile, devi rinunciare e non scrivere l’ucronia.
L’altra strada è quella che negli States viene talvolta chiamata gonzo-historical fiction. Ossia: prendiamo un’ipotesi divertente/accattivante e immaginiamo cosa potrebbe succedere se fosse andata così. Dall’Impero Austro-Ungarico che combatte la WWI con un esercito di zombie fino all’ucronia steampunk. In questo tipo di storia, ciò che conta è intrattenere il lettore con un’ipotesi bizzarra, uno scenario alternativo, quindi non importa che sia storicamente credibile. Quindi in questo caso sì, potresti scrivere un romanzo gonzo-historical basato sulle premesse di Pavane. Agli esseri umani piace leggere di scenari improbabili e assurdi. Flatland è uno dei romanzi fantastici migliori di tutti i tempi, eppure si basa su premesse del tutto illogiche (esseri bidimensionali che vivono e pensano come noi); andranno bene anche nazisti che creano legioni di robot.
L’importante è che sia chiaro che si tratta di un’ucronia gonza e non seria (se non è autoevidente dall’incipit e dalla copertina, si può sempre mettere un disclaimer), in modo da non ingannare coloro che cercano una speculazione seria; inoltre, per essere gradevole, un’ucronia gonza dovrebbe essere divertente, brillante, molto immedesimativa. Altrimenti che senso ha leggerla?

B: Quindi se Pavane avesse avuto in prima pagina l’etichetta “gonzo-historical”, ti sarebbe piaciuto?

Io: No. E’ comunque scritto male. E di regola, un’ucronia gonza dovrebbe essere scritta meglio di un’ucronia seria. Dato che non è interessante sotto il profilo speculativo, quantomeno dev’essere piacevole da leggere!

B: Mi hai convinto. Sei troppo figo.

Io: Grazie.

Leone su cavallo

Un’ucronia che mi piacerebbe leggere.

Qualche estratto
Nonostante tutte le cattiverie che ho detto su Pavane, ho cercato di scegliere degli estratti carini. Il primo è una descrizione di un semaforo dal punto di vista del giovane protagonista del racconto The Signaller (che come dicevo, è il migliore dei sei); il secondo, è un brano di un dialogo tra la castellana Lady Eleanor e il suo consigliere, dal racconto Corfe Gate, che in un certo senso esprime e riassume la filosofia di tutto il libro (nel bene e nel male).

1.
The child lay couched in long grass, feeling the heat of the sun strike through his jerkin to burn his shoulders. In front of him, at the conical crest of the hill, the magic thing flapped slowly, its wings proud and lazy as those of a bird. Very high it was, on its pole on top of its hill; the faint wooden clattering it made fell remote from the blueness of the summer sky. The movements of the arms had half hypnotised him; he lay nodding and blinking, chin propped on his hands, absorbed in his watching. Up and down, up and down, clap… then down again and round, up and back, pausing, gesticulating, never staying wholly still. The semaphore seemed alive, an animate thing perched there talking strange words nobody could understand. Yet words they were, replete with meanings and mysteries like the words in his Modern English Primer. The child’s brain spun.
Words made stories; what stories was the tower telling, all alone there on its hill? Tales of kings and shipwrecks, fights and pursuits, Fairies, buried gold… It was talking, he knew that without a doubt; whispering and clacking, giving messages and. taking them from the others in the lines, the great lines that stretched across England everywhere you could think, every direction you could see.
He watched the control rods sliding like bright muscles in their oiled guides. From Avebury. where he lived, many other towers were visible; they marched southwards across the Great Plain, climbed the westward heights of the Marlborough Downs. Though those were bigger, huge things staffed by teams of men whose signals might be visible on a clear day for ten miles or more. When they moved it was majestically and slowly, with a thundering from their jointed arms; these others, the little local towers, were friendlier somehow, chatting and pecking away from dawn to sunset.

2.
‘You know,’ she said, ‘it’s strange, Sir John; but it seemed this morning when I fired the gun I was standing outside myself, just watching what my body did. As if I, and you too, all of us, were just tiny puppets on the grass. Or on a stage. Little mechanical things playing out parts we didn’t understand.’ She stared into her wineglass, swilling it in her hands to see flame light and lamplight dance from the goldenness inside; then she looked up frowning, eyes opaque and dark. ‘Do you know what I mean?’
He nodded, gravely. ‘Yes, my Lady…’
‘Yes,’ she said. ‘It’s like a… dance somehow, a minuet or a pavane. Something stately and pointless, with all its steps set out. With a beginning, and an end… ‘ She tucked her legs under her, as she sat beside the fire. ‘Sir John,’ she said, ‘sometimes I think life’s all a mass of significance, all sorts of strands and threads woven like a tapestry or a brocade. So if you pulled one out or broke it the pattern would alter right back through the cloth. Then I think… it’s all totally pointless, it would make just as much sense backwards as forwards, effects leading to causes and those to more effects… maybe that’s what will happen, when we get to the end of Time. The whole world will shoot undone like a spring, and wind itself back to the start…’ She rubbed her forehead tiredly. ‘I’m not making sense, am I? It’s getting too late for me…’

Tabella riassuntiva

Un Novecento in cui convivono Medioevo e rivoluzione industriale. Premesse ucroniche fallaci e mondo poco credibile.
Alcune idee e marchingegni carini. Narratore onnisciente e abuso di raccontato rendono difficile appassionarsi.
Ritmo inesistente.
Cadute di retorica e di mistica per gonzi.

(1) Non sono un esperto di Inquisizione, quindi se volete approfondire l’argomento vi consiglio di chiedere a Zwei, che ha pure dedicato un articolo alle origini dell’istituzione.
Di sicuro, gli strumenti di tortura descritti da Roberts esistevano e furono impiegati dalla Chiesa almeno fino alla fine del Settecento; così come è vero che in alcuni periodi storici e luoghi l’Inquisizione ebbe grande potere e si attirò un certo odio.
Ma il punto è un altro: dir male dell’Inquisizione è un po’ come sparare sulla croce rossa. Non è più intelligente né più interessante dello scrivere un libro sul nazismo in cui si dice quant’era brutto il nazismo, quant’era cattivo Hitler. Srsly, un altro libro sull’Inquisizione cattiva? Ne abbiamo davvero bisogno?Torna su

(2) Per gli interessati, qui discuterò più approfonditamente l’assurdità delle premesse ucroniche del libro.
In primo luogo, la debolezza del Papato. La Riforma non segna affatto l’inizio del tramonto del potere di Roma, come molti pensano; al contrario, non è che il segno tangibile di una decadenza cominciata almeno un paio di secoli prima. Già nel corso del Duecento il Papato comincia a perdere un po’ del suo mordente sull’Europa; ma penso che il punto di non ritorno sia l’episodio dello schiaffo di Anagni. Il significato è semplice: un sovrano forte non ha bisogno del Papa per comandare nei suoi territori. Il Papato è stato forte finché le monarchie europee erano troppo deboli (e frammentate) per autogovernarsi, e avevano bisogno sia dell’assistenza dell’efficiente e ramificata organizzazione clericale, sia del riconoscimento simbolico del loro potere da parte dell’ideologia cattolica. Quando al contrario (a partire dal Trecento) le monarchie europee cominciano a diventare organismi centralizzati e funzionanti, il Papa diventa più un peso (per le sue ambizioni di controllo) che un alleato; a poco a poco, chi può prende le distanze. La Riforma cinquecentesca non è che l’ennesimo tentativo di scissione – con la differenza che riesce ad avere successo, facendo leva sulle ambizioni di autonomia dall’ingerenza papista e imperiale di molti principi e città-stato tedesche.
Il Papato non avrebbe mai più potuto acquistare supremazia politica sull’Europa, a meno di diventare anch’essa una potenza militare e/o economica come stava accadendo in quel periodo all’Inghilterra, all’Olanda e alla Francia. Anche se il Protestantesimo fosse stato soffocato, un altro movimento scissionista sarebbe nato venti o cinquanta o cento anni dopo, finché finalmente uno di essi avesse avuto successo. Anche se in Francia avesse vinto Enrico di Guisa, campione dei cattolici, nel giro di qualche generazione i sovrani di Francia avrebbero riaffermato la loro piena autonomia (facendo guerra al Papato o riaffermandosi protestanti, se necessario), dato che la linea guida della politica francese degli ultimi due secoli era stata quella della sovranità piena e autonoma sul proprio territorio.
Oltretutto, anche le nazioni più legate alla Chiesa Romana – come la Spagna – mai e poi mai furono schiave politiche del Papa. I re di Spagna avevano molto di più da temere dai banchieri genovesi – che li tenevano per i cordoni della borsa – che non dall’Inquisizione, che invece faceva un ragguardevole lavoro di pulizia generale.

L'assassinio di Enrico I, Duca di Guisa

“Hmm, signor Duca, non la trovo bene. Mi sa che a ‘sto giro il Papa perde, eh?”

Insomma, cosa sarebbe realisticamente successo se Elisabetta I fosse morta?
Be’, a mio parere non molto. Forse l’Inghilterra avrebbe perso il suo vantaggio strategico, ma sul medio periodo avrebbe comunque fatto ingoiare la merda alla Spagna: lo svantaggio economico spagnolo era strutturale, non contingente, per cui il fallimento della Spagna si sarebbe verificato comunque (per correggerlo, bisognerebbe tornare indietro nel tempo ben prima del 1588, e intronare re più avveduti). E l’esercito del Papa e dei suoi alleati era semplicemente troppo lontano per esercitare il pugno di ferro sull’Inghilterra. Del resto, l’economia vaticana era arretrata, e con la perdita di importanza del Mediterraneo è difficile immaginarsi un destino diverso, per il Papato, che non la decadenza e il ripiegarsi sulle faccende italiane (processo, del resto, già avviato nel Quattrocento).
Quindi, in sostanza, non penso che sarebbe cambiato molto. Ma accetto altre versioni.

Soprattutto, la cosa più inverosimile di Pavane è che per quattrocento anni non si verifichino altri moti ereticali e scissionisti dopo l’aborto del Protestantesimo. Anche nei periodi di massimo splendore del Papato (XII e XIII secolo) i movimenti ereticali erano all’ordine del giorno; non dovrebbero essercene a maggior ragione in un mondo in cui staccarsi dalla Chiesa Romana significherebbe avere libero accesso a tecnologie di livello post-rivoluzione industriale? Il vantaggio economico e politico di chi si staccasse dal cattolicesimo sarebbe talmente enorme che dovrebbe esserci un fuggi fuggi generale!Torna su

I Consigli del Lunedì #19: The Three Stigmata of Palmer Eldritch

Le tre stimmate di Palmer EldritchAutore: Philip K. Dick
Titolo italiano: Le tre stimmate di Palmer Eldritch
Genere: Science Fiction / Social SF / Psicologico
Tipo: Romanzo

Anno: 1965
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 280 ca.
Difficoltà in inglese: **

“You were wrong,” Eldritch said. “I did not find God in the Prox system. But I found something better.” […] “God,” Eldritch said, “promises eternal life. I can do better; I can deliver it.”

Nel XXI secolo, la Terra è diventata un inferno: le temperature sono talmente alte che di giorno è impossibile uscire all’aria aperta senza un’apposita tuta, e la maggior parte della popolazione vive in appartamenti sotterranei. Per sfuggire al suo destino il genere umano ha colonizzato diversi pianeti e satelliti del Sistema Solare, ma sono mondi inospitali. Per popolarli, le Nazioni Unite hanno istituito una leva obbligatoria: gli sfortunati che vengono scelti, sono condannati a passare il resto della loro vita in piccoli bunker isolati su Marte, o Venere, o Ganimede, a zappare la terra. La vita nelle colonie è talmente dura e priva di prospettive, che per evadere i coloni giocano alle bambole; ogni coppia ha infatti in dotazione un piccolo plastico della bambola Perky Pat che replica fedelmente una città della Terra nei suoi giorni migliori. Attraverso l’assunzione della droga illegale Can-D, i coloni possono vivere un’allucinazione collettiva che li porta all’interno del plastico, facendo incarnare le donne nella bambola Perky Pat, e gli uomini nel suo fidanzato Walt – e dimenticarsi così, per una buona mezz’ora, della loro vuota esistenza.
Barney Mayerson è un precognitivo che lavora per la P.P. Layouts, la multinazionale che detiene il monopolio dei plastici di Perky Pat e della Can-D; il suo lavoro è quello di anticipare quali prodotti saranno di moda nel futuro per farli produrre in esclusiva dalla sua azienda. Mayerson ha sacrificato tutto alla carriera, compresa la sua ex-moglie Emily, l’unico vero amore della sua vita, ma è infelice. E per di più, ha un sacco di problemi: la sua nuova assistente, Roni Fugate (che tra l’altro si porta a letto), minaccia di soffiargli il posto e lasciarlo a spasso; e le Nazioni Unite gli hanno mandato una notifica di arruolamento forzato nelle colonie, che lui vuole sfuggire a tutti i costi.
E anche Leo Bulero, ricchissimo e smaliziato proprietario della P.P. Layouts, ha i suoi problemi. Ha appena ricevuto la notizia del ritorno del magnate Palmer Eldritch, dopo dieci anni di assenza, dal sistema di Proxima Centauri. La sua nave si è schiantata su Plutone, e a bordo sono state trovate tracce di un lichene allucinogeno simile al Can-D. Che cos’ha rinvenuto Eldritch su Proxima? E quali sono i suoi piani? Eldritch è una minaccia solo per il suo business, o per l’intero Sistema Solare?

Dick si è già meritato un Consiglio su Tapirullanza, con la commedia un po’ minchiona The Zap Gun. Con Palmer Eldritch, uno dei suoi libri più interessanti, entriamo invece in una storia cupa e piena di amarezza.
L’intricata trama del romanzo si snoda in quattro storyline parallele: quella di Mayerson, determinato a sfuggire la leva provocandosi disturbi mentali, a consolidare la sua posizione all’interno dell’azienda e a dare un senso alla sua vita; quella di Bulero, impegnato a destreggiarsi tra le trappole delle Nazioni Unite e l’oscura minaccia di Palmer Eldritch; quella di Richard Hnatt, il nuovo marito di Emily con il sogno di farsi espandere il cervello com’è di moda tra i ricchi; e quella della piccola colonia marziana di Chicken Pox Prospects, dove tre coppie passano le loro giornate a drogarsi di Can-D e a fare sperimentazioni sessuali nel mondo di Perky Pat, sognando una vita migliore.
E le cose si complicano ulteriormente quando il romanzo comincia a esplorare il rapporto tra realtà e illusione, o tra differenti livelli di realtà… e protagonisti e lettori entrano in un’angosciante spirale di realtà dentro realtà dentro realtà.
Riuscirà il nostro scrittore preferito a far quadrare i conti?

Barbie Perky Pat

L’ispiratrice di Perky Pat.

Uno sguardo approfondito
Come avrete intuito dall’elefantiaca presentazione, Palmer Eldritch è un romanzo farcito di idee, avvenimenti e sub-plot. Dal dottor Sorriso, uno psicanalista portatile col compito di procurare nevrosi invece che guarirle, a Winnie-the-Pooh Acres, il satellite artificiale privato dei divertimenti di Leo Bulero, ai coyote telepatici marziani, ai disc-jockey che orbitano attorno a Marte e consegnano illegalmente la droga, Dick introduce con perfetta nonchalance una bizzarria ogni poche pagine.
Questa mole di idee, da un lato rende il mondo del romanzo più vivido, dall’altro mantiene sempre alto il ritmo: l’attenzione del lettore è tirata ora in una direzione, ora nell’altra, ed è molto difficile che ci si annoi. Il che vale anche per le conversazioni tra i personaggi – Dick ha la capacità di passare con naturalezza da un argomento all’altro, cosicché un dialogo può cominciare come un patema esistenziale, continuare con una disquisizione filosofica sul significato dell’Eucarestia e terminare nella pianificazione di una strategia per far fuori Palmer Eldritch. Per farla breve: m’è capitato di leggere anche 50 pagine di questo romanzo in full immersion, cosa che non mi capita spesso.
I concetti chiave, poi, sono rappresentati visivamente attraverso correlativi oggettivi. La trasformazione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo, diventano una rappresentazione della confusione tra fisico e metafisico, tra umano e divino che avviene nel romanzo; le tre stimmate – i denti d’acciaio, la mano artificiale, gli occhi Jensen di Eldritch – oltre a essere un’immagine affascinante, simboleggiano la lenta e strana invasione di Eldritch nel Sistema Solare. E il lettore comincia a tremare ogni volta che le stimmate appaiono…

Naturalmente, niente di tutto questo ha una base scientifica. I fan dell’Hard SF rimarrebbero probabilmente delusi nello scoprire che, per esempio, Dick non si cura minimamente di giustificare il folle riscaldamento globale della Terra dei suoi anni. Le cose stanno così: punto.
Né la colonizzazione dei pianeti del Sistema Solare è presentata con un minimo di rigore. Marte sembra soltanto la versione più dura e remota di quello che poteva essere il Far West nell’Ottocento – terra arida difficile (ma non impossibile) da coltivare, con una flora e una fauna nativa (i coyote, per esempio), e temperature fredde ma non insopportabili.

Palmer Eldritch

Una possibile rappresentazione di Palmer Eldritch. Non fate caso alle ali demoniache.

Fatto più grave, Dick apre troppe parentesi e non sempre è in grado di svilupparle bene.
Prendiamo Perky Pat. Chi ha avuto la fortuna di leggere il racconto originale in cui compariva questo alienante plastico ispirato alla Barbie, si accorgerà subito che nel romanzo è presentato un po’ di fretta, e rimane molto sottosfruttato. Il potere ipnotico di Perky Pat è presentato molto di fretta, quasi più come infodump tra i discorsi dei dipendenti della P.P. Layout o tra i coloni marziani, mentre di “mostrato” c’è più che altro la delusione e il declino del successo del plastico.
Mi lascia perplessa anche il Chew-Z, la nuova droga nonché device centrale del romanzo. Quali siano i suoi effetti e i suoi limiti non è mai chiarissimo, ma, quel che è peggio, sembra che non sia chiarissimo nemmeno a Dick: la portata del Chew-Z sembra infatti cambiare a seconda del momento. Crea solo illusioni o reali continuum alternativi? Le tracce “fantasmatiche” sono solo immagini, o reali cloni, o estensioni di un unico sé stesso? Si viaggia contemporaneamente nel passato e nel futuro, o in solo una direzione? E la direzione è determinata da Eldritch (e: sempre, o solo a volte?), o se no, da chi? La risposta sembra cambiare a seconda della pagina. E leggendo le lunghe discussioni dei personaggi su questi argomenti, a volte sembra che Dick le abbia scritte più per chiarire le idee a sé stesso mentre sviluppava la trama, che per esigenze di trama.
Altre idee che sembravano promettere bene, vengono semplicemente abbandonate. Come le operazioni per espandere il cervello nella clinica del dottor Denkmal, di cui Leo Bulero è cliente fisso e che Richard Hnatt sogna da sempre. Elemento di una certa importanza nelle prime 70 pagine del libro – tanto che gli è dedicato quasi un intero capitolo – viene poi completamente abbandonato in seguito a un plot twist. Lo stesso accade alla storyline di Hnatt, che dopo la prima metà del libro letteralmente sparisce dalla storia (anche se verremo a conoscenza del destino del personaggio durante le storyline degli altri personaggi-pov)!

Questo, del resto, non è che il segno più vistoso di una certa confusione di Dick riguardo alla trama del suo stesso romanzo. Quello che parte come un romanzo corale con una moltitudine di pov, da metà romanzo in poi si semplifica a un’unica storyline principale, con le altre che fanno da supporto; Mayerson diventa protagonista unico, e gli altri co-protagonisti passano a essere personaggi secondari. Un simile cambio di registro è un po’ spaesante.
D’altronde, se dovessi pensare a come migliorare il romanzo, sarei in difficoltà. Mi si presentano infatti due alternative antitetiche. Da una parte, si potrebbe raccontare il romanzo dal solo punto di vista di Mayerson: in questo modo, sarebbe più immersivo, più intimo, più coinvolgente da un punto di vista emotivo. La seconda parte del romanzo è migliore della prima, proprio perché viviamo più da vicino l’angoscia, l’asfissia, il dramma privato del protagonista.
D’altro canto, però, io amo i romanzi corali, e mi dispiacerebbe dover rinunciare all’istrionico Bulero come co-protagonista; e del resto, molti passaggi chiave del romanzo sarebbero difficili da presentare limitandosi al pov di Mayerson. Nel caso mantenessi la struttura multi-pov, comunque, eliminerei la storyline di Hnatt (le poche scene con il suo pov che siano di interesse per la trama generale, infatti, possono essere mostrate attraverso il pov di Mayerson o di Bulero), in modo da semplificare la trama; inoltre, darei più spazio al pov dei coloni marziani nella prima parte. La vita nelle colonie su Marte, infatti, è uno dei temi centrali del romanzo (nonché una delle parti più interessanti), ma nella prima parte del libro ci si riferisce molto ad essa – nei dialoghi, nei pensieri – ma la si vede poco. Più capitoli dedicati ai coloni, inoltre, permetterebbero di approfondire argomenti interessanti come Perky Pat, il traffico e l’assunzione di Can-D, i metodi per colonizzare il pianeta; e renderebbero meno traumatica la transizione alla seconda parte del libro 1.

Chew-Z

Circa.

Questi difetti di struttura non minano, comunque, quello che è l’altro grande pregio del romanzo – ossia i personaggi e la loro psicologia. Questa è probabilmente la ragione per cui ancora oggi Dick rimane il mio scrittore preferito: i suoi personaggi – emotivi, indecisi, complicati, complessati – sono tra i migliori che si possano trovare nella narrativa di genere. All’estremo opposto dei burattini senz’anima di Clarke o di molti romanzi della LeGuin, sono loro a pilotare la trama, facendole a volte prendere direzioni inaspettate, ma sempre in accordo con la loro psicologia. E sono anche personaggi che evolvono: Mayerson soprattutto, ma in misura minore anche gli altri, alla fine del romanzo saranno diversi da quelli che erano all’inizio.
E bisogna fare i complimenti a Dick, per essere riuscito a farci simpatizzare con individui tanto sgradevoli. In Palmer Eldritch, infatti, nessuno ci fa bella figura. Da una parte, i personaggi newyorkesi – Mayerson, Bulero, Roni Fugate, Hnatt – sono degli arrivisti, egocentrici e meschini, che si lasciano spesso e volentieri andare a bassezze e temono di continuo (non a torto) di essere pugnalati alle spalle da colleghi e “amici”. Dall’altra, i personaggi marziani sono gente piegata, depressa, il cui quesito principale è di che droga drogarsi e come far passare il tempo. In mezzo, Palmer Eldritch, personaggio titanico e affascinante; nominato fin dalle prime pagine, la sua apparizione è continuamente ritardata, ma quando finalmente compare, be’, ci fa la sua porca figura!

La capacità di provare empatia verso i personaggi di un libro viene in gran parte dalla gestione del pov, e Dick ne fa un uso quasi perfetto: tutto è sempre filtrato dal personaggio punto di vista, dai suoi occhi e dai suoi pensieri. E la voce di Mayerson, cinica, amara e piuttosto passiva, è molto diversa da quella del baldanzoso Bulero – che grazie al suo cervello potenziato schizza continuamente da una catena di pensieri all’altra, elaborando piani e agendo, agendo, agendo. E quando nel romanzo distinguere realtà e illusione comincia a diventare complicato, il lettore si trova a provare la stessa confusione dei suoi personaggi, la stessa angoscia…
Dico “quasi” perfetto, comunque, perché a dire il vero uno scivolone lo fa. Mi riferisco al pov delle scene di Chicken Pox Prospects: invece di essere focalizzato su uno solo dei sei membri della colonia, il pov schizza da uno all’altro, come se costituissero una sorta di coscienza collettiva. Imputo questa gestione del pov a una distrazione di Dick, perché non dà nessun vantaggio, mentre al contrario crea una certa confusione; si fa sempre fatica a capire chi sta parlando e a distinguere un personaggio dall’altro. Aldilà dei salti di pov, poi, i sei coloni sono troppo poco differenziati – rimangono dei nomi volanti.

Philosoraptor si interroga sulla droga

Il philosoraptor si interroga sulle implicazioni sociali di questo romanzo.

The Three Stigmata of Palmer Eldritch è un romanzo estremamente suggestivo, e si legge che è un piacere. Un romanzo che mette insieme capitalismo selvaggio, alienazione, droghe, invasioni mentali, pazzia, religione, drammi esistenziali e speculazioni filosofiche.
Poteva essere meglio? Sì, se solo Dick si fosse preso uno o due anni per scriverlo, anziché qualche mese. Se avesse potuto organizzare meglio la trama e riflettere meglio sull’esatta portata di device chiave come il Chew-Z; se avesse potuto lavorare più a lungo sullo stile, per esempio sfoltendo il libro da tutti quegli avverbi. Pazienza.
E’ figo lo stesso.

Dove si trova?
Come ho già detto parlando di The Zap Gun, Philip K. Dick è in assoluto uno degli scrittori di genere più facili da trovare. In lingua originale, potete trovarlo su BookFinder, Library Genesis e sul canale #ebooks di IrcHighway. In italiano, potete affidarvi a Emule oppure comprare l’edizione Fanucci in libreria – Palmer Eldritch lo trovate di sicuro, continuano a ristamparlo.

Chi devo ringraziare?
Probabilmente l’elenco sarebbe lungo e complicato, ma chi mi ha convinto più di tutti credo sia stato Lawrence Sutin, autore di una curiosa (e ricca) biografia su Dick, Divine Invasions.
Sutin è pure fin troppo entusiasta di Palmer Eldritch, e gli dà la bellezza di 10/102. Esagera, ma posso capirlo.

Divine invasioni di Lawrence Sutin

Diffido dei blurb, ma in questo caso devo ammettere che ha ragione. Inquietante.

Qualche estratto
Per i due estratti di oggi, ho scelto la prima scena in cui i coloni di Marte entrano nel plastico di Perky Pat, e la prima, inquietante apparizione (piuttosto tardi nel romanzo) di Palmer Eldritch.

1.
He shut the door of the compartment, then swiftly got out his own Perky Pat layout, spread it on the floor, and put each object in place, working at eager speed. […] for him life on Mars had few blessings.
“I think,” Fran said, “you’re tempting me to do wrong.” As she seated herself she looked sad; her eyes, large and dark, fixed futilely on a spot at the center of the layout, near Perky Pat’s enormous wardrobe. Absently, Fran began to fool with a min sable coat, not speaking.
He handed her half of a strip of Can-D, then popped his own portion into his mouth and chewed greedily.
Still looking mournful, Fran also chewed.
He was Walt. He owned a Jaguar XXB sports ship with a fiatout velocity of fifteen thousand miles an hour. His shirts came from Italy and his shoes were made in England.
As he opened his eyes he looked for the little G.E. clock TV set by his bed; it would be on automatically, tuned to the morning show of the great newsclown Jim Briskin. In his flaming red wig Briskin was already forming on the screen. Walt sat up, touched a button which swung his bed, altered to support him in a sitting position, and lay back to watch for a moment the program in progress.
“I’m standing here at the corner of Van Ness and Market in downtown San Francisco,” Briskin said pleasantly, “and we’re just about to view the opening of the exciting new subsurface conapt building Sir Francis Drake, the first to be
entirely underground. With us, to dedicate the building, standing right by me is that enchanting female of ballad and–”
Walt shut off the TV, rose, and walked barefoot to the window; he drew the shades, saw out then onto the warm, sparkling early-morning San Francisco street, the hills and white houses. This was Saturday morning and he did not have to go to his job down in Palo Alto at Ampex Corporation; instead–and this rang nicely in his mind–he had a date with his girl, Pat Christensen, who had a modern little apt over on Potrero Hill.
It was always Saturday.
In the bathroom he splashed his face with water, then squirted on shave cream, and began to shave. And, while he shaved, staring into the mirror at his familiar features, he saw a note tacked up, in his own hand.

THIS IS AN ILLUSION. YOU ARE SAM REGAN, A COLONIST ON MARS. MAKE USE OF YOUR TIME OF TRANSLATION, BUDDY BOY. CALL UP PAT PRONTO!

And the note was signed Sam Regan.

Chiuse la porta dello scompartimento; quindi, tirò rapidamente fuori il suo progetto di Perky Pat, lo distese sul pavimento e mise ogni oggetto al suo posto, lavorando con impaziente rapidità. […] per lui la vita su Marte presentava pochi aspetti positivi.
— Penso che tu stia cercando di indurmi in tentazione — disse Fran. Si mise a sedere e sembrava triste; i suoi occhi, grandi e scuri, fissavano, senza guardare, un punto al centro del progetto, vicino all’enorme guardaroba di Perky Pat. Con fare assente, Fran iniziò a giocherellare con un cappotto nero miniaturizzato, senza parlare.
Le passò una mezza stecca di Can-D, poi si sparò in bocca la propria parte e masticò avidamente.
Conservando la sua aria luttuosa, anche Fran masticò.
Lui era Walt. Possedeva una navicella Jaguar XXB Sport, capace di una velocità massima di quindicimila miglia all’ora. Le sue camicie provenivano dall’Italia e le scarpe erano made in England. Aprì gli occhi e il piccolo televisore-orologio General Electric posto vicino al suo letto; si accese automaticamente, sintonizzato sullo show del mattino del grande infoclown Jim Briskin. Con la sua parrucca rosso fiammante Briskin stava già prendendo forma sullo schermo. Walt si mise a sedere, toccò un bottone che fece rialzare metà del suo letto, in modo da sostenergli la schiena, e si abbandonò all’indietro, guardando per un attimo il programma in onda.
— Sono qui all’angolo tra la Van Ness Avenue e Market Street, nel centro di San Francisco — disse Briskin, amabilmente — e stiamo per assistere all’apertura del nuovo sensazionale condominio subsuperficiale Sir Francis Drake, il primo costruito interamente sottoterra. Con noi, per inaugurare l’edificio, proprio qui al mio fianco, abbiamo un’incantevole artista e…
Walt spense la tv, si alzò e si diresse scalzo alla finestra; tirò le tende e restò a guardare le tiepide e scintillanti strade di San Francisco, di prima mattina, le colline e le case bianche. Era sabato e non doveva recarsi al lavoro, fino a Palo Alto, alla Ampex Corporation.
Invece — e ciò suonava meravigliosamente alle sue orecchie — aveva un appuntamento con la sua ragazza, Pat Christensen, che possedeva un piccolo appartamento moderno su a Potrero Hill.
Era sempre sabato.
In bagno, si gettò dell’acqua in faccia, premette sul tubetto di crema da barba e iniziò a radersi. E mentre si radeva, fissando nello specchio le proprie familiari fattezze, vide appiccicato un appunto di proprio pugno.

QUESTA È UN’ILLUSIONE. TU SEI SAM REGAN, COLONO SU MARTE. SFRUTTA A DOVERE IL TUO TEMPO DI TRASLAZIONE, AMICO. CHIAMA PAT IMMEDIATAMENTE!

E l’appunto era firmato Sam Regan.

Barbie vecchia

La verità che hanno sempre nascosto ai coloni marziani…

2.
From the ship stepped Palmer Eldritch.
No one could fail to identify him; since his crash on Pluto the homeopapes had printed one pic after another. Of course the pics were ten years out of date, but this was still the man. Gray and bony, well over six feet tall, with swinging arms and a peculiarly rapid gait. And his face. It had a ravaged quality, eaten away; as if, Barney conjectured, the fat-layer had been consumed, as if Elditch at some time or other had fed off himself, devoured perhaps with gusto the superfluous portions of his own body. He had enormous steel teeth, these having been installed prior to his trip to Prox by Czech dental surgeons; they were welded to his jaws, were permanent: he would die with them. And–his right arm was artificial. Twenty years ago in a hunting accident on Callisto he had lost the original; this one of course was superior in that it provided a specialized variety of interchangeable hands. At the moment Eldritch made use of the five-finger humanoid manual extremity; except for its metallic shine it might have been organic.
And he was blind. At least from the standpoint of the natural-born body. But replacements had been made– at the prices which Eldritch could and would pay; that had been done just prior to his Prox voyage by Brazilian oculists. They had done a superb job. The replacements, fitted into the bone sockets, had no pupils, nor did any ball move by muscular action. Instead a panoramic vision was supplied by a wide-angle lens, a permanent horizontal slot running from edge to edge. The accident to his original eyes had been no accident; it had occurred in Chicago, a deliberate acid-throwing attack by persons unknown, for equally unknown reasons . . . at least as far as the public was concerned. Eldritch probably knew. He had, however, said nothing, filed no complaint; instead he had gone straight to his team of Brazilian oculists. His horizontally slotted artificial eyes seemed to please him; almost at once he had appeared at the dedication ceremonies of the new St. George opera house in Utah, and had mixed with his near-peers without embarrassment. Even now, a decade later, the operation was rare and it was the first time Barney had ever seen the Jensen wide-angle, luxvid eyes; this, and the artificial arm with its enormously variable manual repertory, impressed him more than he would have expected . . . or was there something else about Eldritch?
“Mr. Mayerson,” Palmer Eldritch said, and smiled; the steel teeth glinted in the weak, cold Martian sunlight. He extended his hand and automatically Barney did the same.

Dall’astronave uscì Palmer Eldritch.
Era lui, non ci si poteva sbagliare: da quando era precipitato su Plutone, gli omeogiornali avevano pubblicato un gran numero di foto. Ovviamente, le foto erano vecchie di dieci anni, ma il tipo era rimasto lo stesso. Grigio e ossuto, ben oltre il metro e ottanta di altezza, con braccia ciondolanti e un’andatura particolarmente rapida. E la sua faccia aveva un che di devastato, di smangiato, come se, ipotizzò Barney, lo strato di grasso si fosse completamente consumato, come se Eldritch, a un certo punto, si fosse cibato di se stesso, divorando magari di gusto le parti superflue del suo stesso corpo. Aveva enormi denti d’acciaio, che gli erano stati installati prima della partenza per Proxima da un dentista chirurgo ceco: erano saldati alla mandibola, fissi. Gli sarebbero durati tutta la vita. E poi… il suo braccio destro era artificiale. Aveva perso quello vero vent’anni prima, in un incidente di caccia su Callisto; quello nuovo, ovviamente, era migliore, nel senso che era dotato di una sofisticata serie di mani intercambiabili. In quel momento, Eldritch stava utilizzando l’estremità manuale simil-umana a cinque dita; a parte il luccichio metallico, avrebbe potuto anche essere organica.
Inoltre, era cieco. Almeno dal punto di vista degli organismi naturali. Ma aveva fatto dei trapianti, al prezzo che poté e volle pagare: era stato operato da oculisti brasiliani, appena prima di partire per Proxima. Avevano fatto uno splendido lavoro. I ricambi, collocati all’interno delle cavità oculari, erano privi di pupille, e i due bulbi non erano mossi da alcun muscolo. Erano dotati, invece, di visione panoramica, prodotta da lenti grandangolari che, come immobili fessure orizzontali, li bisecavano. L’incidente agli occhi non era stato un incidente: era successo a Chicago, un deliberato assalto al vetriolo compiuto da ignoti, per ragioni altrettanto ignote… almeno all’opinione pubblica. Eldritch, probabilmente, lo sapeva. Però, non aveva detto nulla, non aveva sporto denuncia, ed era andato subito dal suo team di oculisti brasiliani. I suoi occhi artificiali a fessura orizzontale parvero piacergli: quasi subito si era presentato alla cerimonia di inaugurazione del Teatro dell’Opera di St. George, Utah, e si era mescolato ai suoi quasi-pari senza alcun imbarazzo. Persino ora, dopo dieci anni, quell’operazione veniva tentata raramente, e Barney vedeva per la prima volta gli occhi luxvid grandangolari Jensen.
Questi e il braccio artificiale, con il suo vasto repertorio di opzioni manuali, lo impressionarono più di quanto si aspettasse… o, forse, c’era qualcos’altro in Eldritch?
— Signor Mayerson — disse Palmer Eldritch, e sorrise; i denti d’acciaio scintillarono nella debole e fredda luce di Marte. Tese la mano e Barney, meccanicamente, fece lo stesso.

Tabella riassuntiva

Un viaggio allucinante tra realtà e finzione, tra reale e mentale, tra umano e divino. Idee un po’ confuse sui device principali del romanzo.
Ritmo serrato e un’idea dopo l’altra. Troppe storyline e sub-plot che si perdono per strada.
Atmosfera cupa, personaggi cinici e complessi. Cattiva gestione del pov a Chicken Pox Prospects.
Palmer Eldritch è un gran fiQo.

(1) Inoltre, come incipit del romanzo sceglierei l’ambientazione marziana (che invece appare solo nel terzo capitolo), così da “acchiappare” subito il lettore. L’incipit attuale – Mayerson a New York, che ha appena finito di farsi la sua assistente – non è un granché.Torna su
(2) Ecco un estratto dal libro di Sutin:

Ma se volete leggere un libro mozzafiato, che si divora in un lampo, e parla di una Terra segretamente invasa da forze aliene che vanno ben al di là della nostra comprensione, mentre Barney Mayerson passa attraverso innumerevoli realtà alternative cercando, in una di queste, solo in una, di riconquistare sua moglie, e i disperati coloni di Marte bramano lo splendido e luccicante mondo di Perky Pat, e Leo Bulero si rivolge al Dottor Sorriso, che desta non poca diffidenza, per aiutarlo a sfuggire al topo gigantesco, e Palmer Eldritch si rivela essere tutti, almeno per un o’, e riuscite a far quadrare l’insieme – con un po’ più di attenzione – in una commovente parabola sulla natura della realtà e sulla lotta per le nostre anime eterne, allora dovreste leggere Palmer Eldritch.

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