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Un fine psicologo

CervelloMolti ingredienti contribuiscono a quell’alchimia che chiamiamo “immersione nella storia” e che ci fa godere un romanzo come se si trattasse della vita vera. Ma tra questi, uno dei più importanti è la capacità di creare personaggi vivi; personaggi in cui possiamo immergerci come se fossimo noi stessi (nel caso dei personaggi-pov) o che, pur tenendoci a distanza, ci appaiono così interessanti che vorremmo quasi conoscerli davvero.
Nella narrativa fantastica però, e in particolare della fantascienza, è spesso passata la lezione che i personaggi non sono necessariamente importanti; possono anche essere delle marionette senz’anima, se il focus del romanzo è su altro. In How to Write Science Fiction and Fantasy, Orson Scott Card (quello di Ender) quadripartisce la narrativa fantastica in quattro tipologie, a seconda di quale sia il centro d’interesse della storia: idea, contesto (milieu), evento, o personaggi. Mentre lo sviluppo dei personaggi è essenziale in quest’ultimo tipo di storia, la sua importanza andrebbe digradando negli altri:

It is a common misconception that all good stories must have full characterization. This is not quite true. All good Character Stories must have full characterization, because that’s what they’re about; and other kinds of stories can have full characterization, as long as the reader is not misled into expecting a Character Story when that is not what is going to be delivered. On the other hand, many excellent Milieu, Idea, and Event Stories spend very little effort on characterization beyond what is necessary to keep the story moving. The Indiana Jones stories don’t require us to get more of Jones than his charm and his courage. In short, he is what he does in the story, and while it’s delightful to meet his father and learn something of his background in Indiana Jones and the Last Crusade, the first two movies certainly did not leave us wishing for more characterization. That’s not what they were about.

In fondo leggiamo The Fountains of Paradise di Clarke perché ci affascina l’idea di leggere come si potrebbe costruire un gigantesco ascensore orbitale con la base sulla Terra e la cima in orbita geostazionaria?
Beh, .

Indiana Jones confessa

“Vi ho mai parlato della mia fissazione alla fase anale?”

E’ molto diverso leggere la storia della costruzione di un ascensore orbitale con il pov di uno spaventapasseri, o attraverso i sensi di un ingegnere angosciato dal rischio di fallire e di distruggere la propria carriera, solo (o quasi) contro un mondo che si fa beffe di un progetto impossibile; o magari attraverso i punti di vista alternati dell’ingegnere ambizioso e del monaco che ha passato tutta la sua vita nella semplicità e nella contemplazione del divino, e improvvisamente scopre che deve sgomberare per fare il posto a una diavoleria del progresso1. O anche, in modo meno intrusivo, un protagonista che ci faccia vivere il suo sogno di realizzare l’ascensore attraverso i suoi gesti, i suoi tic, le sue passeggiate notturne, il modo di comportarsi coi suoi finanziatori; un libro che metta sì al centro l’ascensore e soltanto l’ascensore, con le sue specifiche tecniche, i suoi problemi e le possibili soluzioni, in puro stile Hard SF – ma attraverso gli occhi di qualcuno in cui riusciamo a immergerci e identificarci.
Chi sostiene che la psicologia dei personaggi non sia importante nella speculative fiction spesso giustifica la sua tesi dicendo che sviluppare i personaggi porterebbe via spazio alla trama principale, o aprirebbe delle parentesi, o comunque distrarrebbe il lettore, eccetera. Ma lo studio delle tecniche della narrativa insegna che in realtà basta pochissimo spazio per dare tridimensionalità a un personaggio (anche secondario), a renderlo interessante. Non sono necessari flashback sull’infanzia, o digressioni sui loro traumi adolescienziali, o lunghi dialoghi melodrammatici, né qualunque altro allontanamento dall’oggetto centrale della storia. Basta un gesto, un certo modo di costruire una frase, un’abitudine insolita, una reticenza inspiegabile, uno scatto d’ira, a dirci qualcosa di quella persona. Piccole attenzioni che non rubano pagine né distolgono l’attenzione del lettore, anzi, possono aiutarlo nel processo di catarsi e dare tridimensionalità al mondo della storia.

Lo stesso Scott Card, peraltro, precisa subito dopo che:

Having said that, I must also point out that to be taken seriously as a writer, and not just a writer of speculative fiction, you must be able to draw interesting and believable characters; and most stories are improved when the author is skillful at characterization.

Io sarei un po’ più radicale: tutte le storie migliorano quando l’autore è bravo nella caratterizzazione. Non riesco a pensare a un tipo di storia che non possa trarne beneficio. Un romanzo d’azione sarà più coinvolgente, più tensivo con una buona caratterizzazione, perché ci immedesimeremmo di più nei personaggi che rischiano il collo e sentiremo le pallottole fischiare sopra la nostra stessa testa; molte storie piene di combattimenti e ammazzamenti, viceversa, ci suonano noiose e ripetitive proprio perché ci immedesimiamo poco. Un romanzo di ‘scoperta’ tipo 2001: Odissea nello spazio sarà più interessante se riusciamo a immergerci nel protagonista che fa la scoperta; un romanzo di Hard SF sulla preparazione del primo viaggio umano su Marte, pure, assomiglierebbe meno a un manuale di ingegneria o fisica e più a una storia se visto attraverso gli occhi di un protagonista ‘vivo’. E così via.
Gamberetta dice che una storia può essere bella nonostante il pessimo stile, e mai ‘grazie a’. Allo stesso modo ritengo che una storia può essere bella nonostante una cattiva caratterizzazione, e mai ‘grazie a’.

Steven Seagal

Un’altra sparatoria con Steven Seagal! Cheppalle!

Una volta Philip Roth definì Kundera “fine psicologo”, per la sua capacità di cogliere (e mettere in scena) significati, nei gesti quotidiani delle persone, che gli altri non notavano. Non è un caso se Kundera, nonostante il suo approccio decisamente literary alla narrativa, il suo snobismo, e la sua dichiarata intenzione di fare Alta Letteratura, è uno dei miei autori preferiti. Dick, Kundera, Koestler, Miller, Kafka: in cima alla mia lista stanno tutti scrittori con un insight dell’animo umano superiore alla media. E’ incredibile la cura che mettono nei loro personaggi, anche quando le loro storie non sono ‘storie di personaggi’, per restare nella terminologia di Scott Card, ma mettono al centro qualcos’altro. In Buio a Mezzogiorno il comunista Rubasciov serve a Koestler per parlare del regime comunista sovietico e di quella generazione di uomini del Partito ‘che ci credevano’ e che furono traditi dallo stalinismo; ma Rubasciov è un protagonista spettacolare, nel quale riusciamo a calarci nonostante sia un uomo contraddittorio e dalle scelte morali discutibili.
Per la stessa ragione sono sempre stato attratto dalle discipline che indagano l’uomo e la società, benché siano scienze molto meno solide di quelle naturali. Il primo saggio che abbia mai letto per intero, a quindici o sedici anni, è stato L’interpretazione dei sogni di Freud, e da allora non ho più smesso di leggere libri di psicologia, sociologia, antropologia, storia sociale. E mi sono accorto di una cosa: che questo tipo di saggistica può essere di aiuto per l’aspirante scrittore che vuole tratteggiare personaggi vividi e realistici.

Non voglio prendere per il culo nessuno: non si può certo imparare a costruire i propri personaggi sulla saggistica delle scienze sociali. Discipline, peraltro, che sono ancora a uno stadio piuttosto giovane della loro vita e ancora malsicure. Una buona caratterizzazione è al 90% buona capacità di osservazione delle persone che ci stanno intorno; si appoggia ancora al caro vecchio metodo empirico.
Il consiglio principe dei manuali in materia è ancora il più valido: uscite fuori, guardatevi intorno, prendete appunti sulle persone che incontrate (almeno mentali!), studiate degli estranei che vi sembrano interessanti e immaginatevi quale potrebbe essere la loro vita, provate a mettervi nei panni degli altri e a osservare il mondo dal loro punto di vista. Lovecraft, per quanti meriti possa avere, è famoso per i suoi dialoghi improbabili e per la stereotipicità delle interazioni tra i suoi personaggi; Lovecraft al suo meglio è sempre un unico personaggio di fronte all’ignoto, non è mai l’interplay. Ma Lovecraft viveva come un recluso.

Milan Kundera

“Io sono un fine psicologo. E TU?”

Ma se è vero che per creare persone immaginarie bisogna studiare le persone vere, è anche vero che un po’ di teoria può servire a dare struttura alle nostre osservazioni e intuizioni. Soprattutto se vogliamo scrivere una storia di narrativa fantastica! Per produrre un mainstream, uno slice-of-life, può essere sufficiente prendere di peso persone dalla vita vera, o magari combinare gli attributi di tanti individui diversi che ci circondano. Ma se voglio ambientare la mia storia in un’altra epoca storica, o nel futuro, o in un altro mondo che segue regole diverse, devo fare uno sforzo di astrazione aggiuntiva; chiedermi quali comportamenti, quali emozioni potrebbero avere gli abitanti di quel luogo. Che bisogni potrebbero avere, quali aspirazioni, che tipo di ragionamenti sarebbero in grado di fare.
Per averne un’idea, bisogna innanzitutto sapere quali tratti dell’essere umano sono dettati dal contesto (storico, economico, sociale, eccetera) in cui vive, e quali invece siano dettati dalla sua biologia, e quindi siano invariati in un cacciatore-raccoglitore dell’Italia pre-romana, un signorotto feudale della Linguadoca medievale e un operaio di Detroit all’inizio del nostro secolo. Occorre, in altre parole, integrare le nostre intuizioni empiriche sull’essere umano con una conoscenza più teorica dell’argomento.

Dove voglio arrivare con questo pippone? Voglio dire che mi piacerebbe aprire uno spazio stabile, sul blog, da dedicare alla saggistica sull’essere umano – saggi di psicologia, sociologia, antropologia, ma anche scienze più ‘solide’ come la biologia – e scambiare così opinioni sull’argomento. Ho già cominciato a farlo quest’inverno con l’articolo dedicato al bel Quando la profezia non si avvera, che illustrava il concetto della dissonanza cognitiva attraverso il caso di un culto millenaristico del Midwest americano. Ma vorrei trasformarlo in un appuntamento un po’ più regolare. Potrei produrne uno ogni due mesi, magari interpolandolo con i soliti articoli di saggistica storica che vorrei continuare a scrivere.
Naturalmente anche in questo caso, come per quanto riguarda la storia, preciso che non sono un esperto dell’argomento, ma solo un amatore. Non produrrò mai articoli specialistici come quelli di Zwei sull’oplologia, non ne sarei in grado. Vorrei soltanto condividere alcuni libri che mi hanno colpito, che reputo intelligenti, interessanti, utili; e rimango sempre aperto alle correzioni e ai cazziatoni di chi ci capisce di più.

Aspirante scrittore

Di norma non mi piace scrivere articoli solo per promettere altri articoli, aldilà delle poche righe sceme che scrivo in occasioni speciali come il Primo Maggio o la pausa estiva. Ma non volevo impestare un post dedicato a un libro con tutto questo fiume di parole.
Il primo articolo di questo filone – ma sarebbe meglio dire il secondo, se consideriamo che il libro di Festinger fosse il primo – uscirà, se tutto va bene, lunedì o martedì prossimo. Nel frattempo non mi spiacerebbe raccogliere qualche opinione in merito all’interesse o utilità di questi articoli ^-^

Bonus: How to Write Science Fiction and Fantasy
How to Write Science Fiction & FantasyQuesto manuale di Orson Scott Card è meno famoso dell’altro, Characters and Viewpoint, e anche meno specialistico. Di certo è meno utile rispetto a tanti altri manuali che ci sono là fuori – oltre all’altro di Scott Card, How to Write a Damn Good Novel di Frey, Plot di Ansen Dibell, Word Painting della McClanahan. Rispetto alla maggior parte di questi, però, ha il pregio di guardare il processo di scrittura a livello più macroscopico, concentrandosi di più sulla struttura generale del libro, sulle macroscene, sul tema centrale, piuttosto che sulle tecniche di costruzione della scena. Quindi può essere una buona aggiunta agli altri.
Le parti più interessanti a mio avviso sono quella sui quattro ‘tipi’ di storia (il MICE Quotient, come lo chiama lui), la spiegazione di come lui sviluppi le intuizioni necessarie che lo portano alla costruzione della trama, e i problemi e le soluzioni principali di alcuni temi topici della narrativa fantastica (il viaggio nel tempo, il viaggio intergalattico, le regole della magia, eccetera). In generale, Scott Card pone molta enfasi sull’importanza capitale della coerenza interna in un romanzo di narrativa fantastica, perché la sospensione dell’incredibilità deriva in buona parte anche da quello.
Il manuale si trova sia su Library Genesis che su Bookfinder in formato pdf.

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(1) In effetti, in The Fountains of Paradise Clarke tenta in parte di fare tutte queste cose, ma senza costanza, senza un piano. Alcuni passaggi del libro si concentrano sull’attrito tra i piani dell’ingegnere e la cultura tradizionale del luogo; altri sulle preoccupazioni e i rischi di fallimento del protagonista; altri, sulle specifiche tecniche dell’ascensore orbitale. Clarke salta per tutto il libro da un argomento all’altro, da un “tipo” di storia – per usare la definizione di Scott Card – all’altro, sicché alla fine non soddisfa fino in fondo nessun tipo di lettore.
Ciononostante, The Fountains of Paradise rimane un romanzo assai interessante e di cui consiglio la lettura.Torna su

I Consigli del Lunedì #16: Childhood’s End

Le guide del tramontoAutore: Arthur C. Clarke
Titolo italiano: Le guide del tramonto
Genere: Science-Fantasy / Apocalyptic SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1953
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 220 ca.

Difficoltà in inglese: **

Un bel giorno, verso la fine del XX secolo, dal cielo piomba una flotta di gigantesche navicelle aliene. Le astronavi si piazzano sopra ognuna delle principali città terrestri, e lì restano, sospese e immobili, come monito. Ma non c’è da avere paura. Attraverso la voce di Karellen, Supervisore per la Terra, i Superni (Overlords) dichiarano di essere venuti per impedire che gli esseri umani si distruggano con le proprie mani, e per traghettarli verso una nuova era di pace globale e prosperità.
La superiorità dei Superni è talmente evidente che l’opposizione è inesistente. I governi terrestri mantengono un’autonomia limitata, ma tutte le questioni di reale importanza vengono decise dagli alieni. Tuttavia i Superni non si mischiano con gli esseri umani; al contrario, rimangono chiusi nelle astronavi e rifiutano di farsi vedere. L’umanità non è ancora pronta, dice Karellen – dovranno passare cinquant’anni dal loro arrivo, prima che si risolvano a mostrare il loro aspetto. Solo un uomo è autorizzato a parlare con i Superni e a comunicare le loro decisioni ai governi terrestri: Rikki Stormgren, segretario finlandese delle Nazioni Unite. Ma neanche a lui è permesso di vedere in faccia gli invasori; Karellen gli parla solo attraverso un microfono in una stanza oscurata della sua astronave.
Cosa nascondono i Superni, e quali sono i loro progetti per la Terra? Quel che è certo, è che il destino politico e biologico dell’umanità sembra destinato a cambiare per sempre…

Arthur C. Clarke, uno dei Big Three della fantascienza della Golden Age, è noto soprattutto per i suoi romanzi di Hard SF – le sue vaste competenze di matematica, fisica e ingegneria gli permettevano infatti di speculare sulle modalità del viaggio spaziale, della fondazione di colonie nel Sistema Solare e della terraformazione di pianeti e satelliti, e sulla società del futuro.
Ma questo Childhood’s End, che secondo il parere mio e di molti altri fan è il migliore in assoluto di Clarke, ha ben poco di hard. La tecnologia degli Overlord, e il mondo che portano con sé, appartengono a quel grado di scienza che, secondo la legge formulata dallo stesso Clarke, diventa indistinguibile dalla magia. L’intero romanzo è una speculazione puramente fantastica sul nostro mondo dopo un’invasione “benevola” di una civiltà infinitamente superiore, e sul destino sociale e genetico del genere umano.
Da Olaf Stapledon (che considerava suo maestro spirituale) e dai suoi Last and First Men (di cui ho parlato qui) e Star Maker, Clarke riprende l’idea di raccontare una storia dell’umanità più che quella di pochi individui – anche se sceglie di farlo attraverso le storie di alcuni personaggi. Similmente a A Canticle for Leibowitz, il romanzo è diviso in tre parti che corrispondono a tre diversi periodi cronologici (anche se l’intervallo tra una parte e l’altra è di solo mezzo secolo anziché 500 anni). Ogni parte ha i suoi personaggi, anche se alcuni ricorrono in più di una parte; e in ogni caso Clarke è pronto ad abbandonarli appena non gli servono più. Qui l’unico protagonista è il genere umano.

Indipendence Day

Ecco, immaginatevi una cosa del genere. Solo che poi gli alieni non sparano un megaraggio della morte sopra Los Angeles.

Uno sguardo approfondito
Lasciatemi subito chiarire una cosa, così poi non ci pensiamo più: Clarke è un cane della scrittura. La sua è una delle prose peggiori che potrete mai trovare tra i “grandi” della fantascienza, e forse persino la Troisi scrive meglio. La storia è raccontata con una “bella” terza persona onnisciente, che a seconda delle circostanze si avvicina o si allontana dal personaggio pov del momento. Nelle scene con la maggior concentrazione di personaggi pov (per esempio all’inizio della seconda parte), la telecamera è anche capace di saltare dall’uno all’altro nello spazio di poche righe.
Il lettore è bombardato per tutto il romanzo da battaglioni di infodump, che quando va bene vengono filtrati dal pensiero del personaggio pov, quando va male ti vengono schiaffati addosso direttamente dal Narratore. Interi periodi della storia sono raccontati in modo statico e riassuntivo, come se Clarke volesse preparare il setting della prossima scena saliente ma fosse troppo pigro per farlo in modo immersivo. Completano il quadro un uso indiscriminato di aggettivi e avverbi.

I personaggi sono poco più che burattini nelle mani dell’autore, la cui funzione si esaurisce nel mostrare da un’ottica “a misura d’uomo” le progressive trasformazioni della nostra civiltà. E fin qui, non ci sarebbe nulla di male. I problemi cominciano quando Clarke tenta di dare a questi manichini una falsa patina di profondità, facendo incursioni nella loro testa o soffermandosi su dei momenti drammatici. Ma poiché le loro tribolazioni ci sono “raccontate” dall’autore anziché mostrate con gesti concreti, e poiché la loro generale piattezza impedisce al lettore di mettersi più che tanto nei loro panni, è difficile provare della vera empatia. Ad alcuni dei protagonisti succederanno delle cose veramente brutte, ma l’impatto emotivo è smorzato dalla pochezza della prosa di Clarke. Bisogna scegliere: o si decide che è un romanzo scientifico, e allora i personaggi sono semplici “veicoli” della speculazione e stanno ai margini della trama; o si decide di approfondire il mondo interiore dei personaggi, ma allora si abbandona il pov onnisciente, si impara a mostrare lo stato emotivo delle persone e si studia meglio la psiche umana!1
Alcuni dei protagonisti di Childhood’s End fanno parziale eccezione. Il segretario Rikki Stormgren, per esempio, combattuto tra la sincera ammirazione e fiducia verso il Sovrintendente alieno, e la sua lealtà alla propria razza, privata della propria indipendenza. Il bisogno un po’ infantile di scoprire, almeno lui, il vero aspetto degli alieni, diventerà l’obiettivo più importante della sua vita, e il lettore lo segue con simpatia e partecipazione nella sua quest. Oppure Jan Rodricks, astrofisico nero insoddisfatto della fine del progresso e della stagnazione che gli alieni hanno portato sulla Terra, che sogna di imbarcarsi clandestinamente su una delle astronavi per conoscere il pianeta d’origine degli Overlord. O lo stesso Karellen – personaggio titanico, come ogni alieno superevoluto che si rispetti, insondabile nelle sue motivazioni, e con una sfumatura di ironia triste nella voce che ti fa chiedere cosa nasconda.

Spaventapasseri

Un essere umano, nell’immaginario di Clarke.

Fa il paio con i personaggi deboli la divisione del romanzo in più periodi storici. Il lettore abituato alle storie a intreccio – magari sul tipo delle interminabili Cronache di Martin – potrebbe fare fatica ad andare avanti nella lettura, con un tale ricambio di personaggi e situazioni. In parte il problema è caratteristico di questo tipo di romanzo, e non può essere evitato. In parte è colpa di Clarke, che nel tessuto della storia principale apre troppe sotto-trame, alcune delle quali non riesce neanche a chiudere (o non in modo convincente). Per esempio la storia della colonia di Nuova Atene, potenzialmente molto interessante, è messa in piedi in modo raccogliticcio (con la tipica descrizione statica del Narratore che va avanti per pagine e pagine), e conclusa in modo sbrigativo quando il focus del romanzo si sposta da un’altra parte.
Un tipo diverso di lettore, però, potrebbe rimanere affascinato proprio per l’abbondanza di spunti e avvenimenti. I colpi di scena, la risposta a vecchie domande e la proposizione di nuove domande si succede a un ritmo rapido, tanto che mi sono rifiutato di svelare più delle prime pagine del romanzo per timore di farvi degli spoileroni. Succede un sacco di roba, e su ordini di grandezza sempre più alti.

Soprattutto, Childhood’s End è un romanzo che trasuda sense of wonder da tutti i pori – e non quello pervasivo ma modesto di molti romanzi di New Weird o Bizarro Fiction, ma proprio quello che – per usare le parole di Gamberetta – ti fa dire WOW! in lettere maiuscole. Prendendo le mosse da un’invasione aliena, Clarke ci parla di evoluzione, di poteri esp, di teologia, della struttura stessa del cosmo, del destino ultimo della razza umana. Ci parla di un universo in cui le forze in gioco sono talmente grandi, che un misero uomo non può fare nient’altro che stare a guardare.
Fin troppo, forse. Alcuni passaggi, specialmente verso la fine, sanno un po’ troppo di deus-ex-machina, un po’ troppo di “eh, gli insondabili misteri dell’Universo!”. E a volte potrebbe sembrare che Clarke si abbandoni a una crudeltà gratuita – anche se io ho apprezzato molto la sua mancanza di buonismo; del resto la natura non è ‘buona’, al cosmo non gliene frega niente del benessere degli esseri umani. E alcune risposte agli enigmi disseminati da Clarke non sono convincenti: per esempio, la spiegazione del perché gli esseri umani siano terrorizzati dall’immagine del diavolo con le corna e la coda a punta è un po’ tortuosa. Ma sono dettagli.

It was ALIENS

Childhood’s End è un romanzo pieno di tutti i difetti tipici della scrittura clueless di Clarke; ma è anche uno dei libri che mi ha più colpito negli ultimi anni. A differenza di molta fantascienza invecchiata male, questo romanzo ha il potere di lasciarti basito anche a settant’anni dalla pubblicazione. Leggetelo: è un ordine!

Dove si trova?
Purtroppo le ultime volte che ho controllato sia Bookfinder che Library Genesis erano down, perciò non ho potuto controllare se Childhood’s End si trova. Confermo però che è disponibile sul canale #ebooks di irchighway (mIRC).
In italiano, quasi tutti i romanzi di Clarke sono facilmente rintracciabili su Emule.

Su Clarke
Clarke è uno degli autori di fantascienza più famosi in assoluto, perciò con ogni probabilità conoscerete già (e magari avrete già letto) i suoi romanzi. Ma in Italia Clarke è stato sempre ripubblicato poco, ed è difficile trovare sue opere in libreria. Ecco perciò una breve carrellata delle sue opere più meritevoli:
Polvere di Luna A Fall of Moondust (Polvere di Luna), ambientato in un XXI secolo in cui la Luna è stata ampiamente colonizzata, racconta le vicende di una piccola navetta passeggeri, che durante una crociera sulla superficie del satellite, in seguito a un terremoto, “affonda” nella superficie del pianeta. La storia segue i tentativi dell’equipaggio e di un team di soccorso di recuperare la navetta, in una corsa contro il tempo. Una disaster story carina e scientificamente accurata, ma senza pretese.
2001: Odissea nello spazio  2001: A Space Odyssey (2001: Odissea nello spazio) lo conoscerete tutti. Rispetto al film, il libro, che Clarke ha scritto in contemporanea al lavoro di sceneggiatura con Kubrick, si prende più tempo per approfondire le vicende e in generale è molto più comprensibile. La parte ambientata nel paleolitico e l’ultima parte sono rese meglio nel libro, e il finale ha un senso. Comunque non è bello come Childhood’s End, benché i temi si assomiglino.
Rendezvous with Rama  Rendezvous with Rama (Incontro con Rama) è il romanzo BDO per eccellenza. Una grossa navicella spaziale di origine aliena entra nel Sistema Solare senza dichiarare le sue intenzioni; una squadra di militari e scienziati viene inviata ad esplorarla. Ma la navicella, ribattezzata ‘Rama’, si rivelerà un ecosistema artificiale completamente autosufficiente… Rama è il miglior libro di Clarke dopo Childhood’s End e, nonostante la solita pochezza della sua prosa e molte potenzialità sprecate, un piccolo capolavoro dell’Hard SF. Se non l’avete già fatto, leggetelo.
The Fountains of Paradise  The Fountains of Paradise (Le fontane del paradiso) segue la storia del dottor Vannevar Morgan, talentuoso ingegnere che sogna di costruire il primo ascensore spaziale – una piattaforma che possa salire dalla cima di una montagna dello Sri Lanka fino ad un satellite in orbita geostazionaria a 36000 km d’altezza. Il romanzo seguirà tutte le fasi del progetto, tra ostilità dei nativi, mancanza di fondi, incidenti e cambi di rotta, intrecciando la trama principale con flashback sul periodo leggendario dell’isola. Romanzo pieno di idee affascinanti, benché il ritmo sia piano e la suspence spesso ai minimi termini.
Tra i romanzi minori di Clarke, consigliati solo ai fan sfegatati, aggiungo i mediocri The Sands of Mars (Le sabbie di Marte), Imperial Earth (Terra imperiale) e Songs of the Distant Earth (Voci di Terra lontana). Un caso di romanzo promettente ma miseramente fallito è invece The City and the Stars (La città e le stelle) che in futuro mi piacerebbe includere in un articolo sui romanzi abortiti.

Chi devo ringraziare?
Tanto per cambiare, ho saputo dell’esistenza di questo libro grazie all’articolo su Il senso del meraviglioso di Gamberi Fantasy, benché ovviamente conoscessi già Clarke di fama. Gamberetta l’ha definito “come The End of Evangelion, solo che ha un senso”, il che è abbastanza vero.

Qualche estratto
Ho scelto due estratti dal primo capitolo della prima parte; ho preferito non spingermi molto oltre nel libro, per non rovinare qualche colpo di scena. Il primo estratto è un’infodumpata sgraziata ma affascinante sulle modalità dell’invasione degli Overlord; il secondo mostra il modo in cui il segretario Stormgren si mette in contatto con il Supervisore Karellen.

1.
It was, of course, only a very small operation from their point of view, but to Earth it was the biggest thing that had ever happened. There had been no warning when the great ships came pouring out of the unknown depths of space. Countless times this day had been described in fiction, but no one had really believed that it would ever come. Now it had dawned at last; the gleaming, silent shapes hanging over every land were the symbol of a science Man could not hope to match for centuries. For six days they had floated motionless above his cities, giving no hint that they knew of his existence. But none was needed; not by chance alone could those mighty ships have come to rest so precisely over New York, London, Paris, Moscow, Rome, Cape Town, Tokyo, Canberra…
Even before the ending of those heart-freezing days, some men had guessed the truth. This was not a first tentative contact by a race which knew nothing of Man. Within those silent, unmoving ships, master psychologists were studying humanity’s reactions. When the curve of tension had reached its peak, they would act.
And on the sixth day, Karellen, Supervisor for Earth, made himself known to the world in a broadcast that blanketed every radio frequency. He spoke in English so perfect that the controversy it began was to rage across the Atlantic for a generation. But the context of the speech was more staggering even than its delivery. By any standards, it was a work of superlative genius, showing a complete and absolute mastery of human affairs. There could be no doubt that its scholarship and virtuosity, its tantalizing glimpses of knowledge still untapped, were deliberately designed to convince mankind that it was in the presence of overwhelming intellectual power. When Karellen had finished, the nations of Earth knew that their days of precarious sovereignty had ended. Local, internal governments would still retain their powers, but in the wider field of international affairs the supreme decisions had passed from human hands. Argument — protests — all were futile.
It was hardly to be expected that all the nations of the world would submit tamely to such a limitation of their powers. Yet active resistance presented baffling difficulties, for the destruction of the Overlord’s ships, even if it could be achieved, would annihilate the cities beneath them. Nevertheless, one major power had made the attempt. Perhaps those responsible hoped to kill two birds with one atomic missile, for their target was floating above the capital of an adjoining and unfriendly nation.
As the great ship’s image had expanded on the television screen in the secret control room, the little group of officers and technicians must have been torn by many emotions. […] The screen became suddenly blank as the missile destroyed itself on impact, and the picture switched immediately to an airborne camera many miles away. In the fraction of a second that had elapsed, the fireball should already have formed and should be filling the sky with its solar flame.
Yet nothing whatsoever had happened. The great ship floated unharmed, bathed in the raw sunlight at the edge of space. Not only had the bomb failed to touch it, but no one could ever decide what had happened to the missile. Moreover, Karellen took no action against those responsible, nor even indicated that he had known of the attack. He ignored them contemptuously, leaving them to worry over a vengeance that never came. It was a more effective, and more demoralizing, treatment than any punitive action could have been. The government responsible collapsed in mutual recrimination a few weeks later.

Dal loro punto di vista, si era trattato di una missione trascurabile, ma per i terrestri era l’evento più importante che li avesse mai colpiti. Non c’erano state avvisaglie quando le grandi astronavi avevano cominciato a scendere dalle sconosciute profondità
dello spazio. Innumerevoli volte quel momento era stato descritto nelle opere di fantascienza, ma nessuno aveva mai creduto che un giorno potesse succedere veramente.
Ma quel giorno era venuto: le lucenti sagome che ondeggiavano silenziose sopra ogni nazione erano il simbolo di un progresso scientifico che l’uomo non avrebbe raggiunto per chissà quanti secoli. Per sei giorni erano rimaste sospese nella più assoluta immobilità sulle metropoli della Terra, senza fare niente, quasi ne ignorassero l’esistenza. Ma non c’era bisogno che dimostrassero di
sapere cosa c’era sotto di loro. Non poteva essere per caso che quelle astronavi si fossero fermate sopra New York, Londra, Parigi,
Mosca, Roma, Città del Capo, Tokyo, Canberra…
Anche prima che giungessero quei giorni di panico, qualcuno aveva intuito la verità. Quello non era che un primo tentativo di contatto da parte di una razza che ignorava tutto dell’uomo. Dentro le silenziose astronavi immobili, studiosi di psicologia stavano
certamente esaminando le reazioni dei terrestri. E, quando la tensione sarebbe arrivata all’apice, allora avrebbero agito.
Il sesto giorno, Karellen, Supercontrollore per la Terra, si fece conoscere agli uomini in una trasmissione radio che bloccò tutte
le radiofrequenze. Parlò in inglese perfetto, scatenando discussioni che infuriarono oltre l’Atlantico per una generazione intera. Ma il
significato del discorso fu più sbalorditivo della lingua usata per pronunciarlo. Fu indubbiamente il discorso di un genio che dimostrò
di conoscere alla perfezione le questioni terrestri. Nessun dubbio che la virtuosità di quel discorso, gli accenni a conquiste scientifiche ancora lontane per l’uomo erano destinati a convincere il genere umano che si trovava di fronte a forze intellettuali infinitamente superiori, Quando Karellen ebbe finito, ogni nazione seppe che i suoi giorni di precaria sovranità erano finiti. I governi
locali avrebbero conservato il potere, ma nel campo più vasto degli affari internazionali non sarebbero più stati gli uomini a decidere. Polemiche, proteste, fu tutto inutile.
Naturalmente non ci si poteva aspettare che tutte le nazioni avrebbero accettato con passiva rassegnazione un tale limite ai loro
poteri. Ma la ribellione aperta si rivelò irta di difficoltà, perché la distruzione delle astronavi dei Superni, ammesso che l’impresa
fosse possibile, avrebbe comportato la distruzione delle città sotto di esse.
Tuttavia, una delle grandi potenze aveva tentato. Forse quella nazione aveva sperato di prendere due piccioni… con un missile atomico, dato che il bersaglio era l’astronave sopra la capitale di una nazione confinante e ostile.
Nel momento in cui l’immagine della grande astronave si dilatava sullo schermo televisivo della segreta sala d’operazioni, i militari e i tecnici presenti dovevano essere stati travolti dalle loro stesse emozioni. […]
Di colpo, nell’attimo in cui il missile si disintegrava all’impatto, l’immagine sparì dallo schermo e immediatamente passò ad una telecamera aerea lontana chilometri e chilometri. In quella frazione di secondo, la sfera di fuoco formatasi in seguito all’esplosione
avrebbe dovuto riempire il cielo con la sua incandescenza.
Invece non era successo niente. L’astronave si librava illesa, illuminata dal sole ai limiti dello spazio visibile. Non solo non era stata colpita, ma nessuno avrebbe saputo dire cosa fosse successo al missile.
Karellen non prese nessun provvedimento contro i responsabili dell’attacco, e si sarebbe detto perfino che non se ne fosse accorto.
Ignorò sdegnosamente il fatto lasciando i responsabili a tormentarsi nell’attesa di una rappresaglia che non venne mai. Un atteggiamento
più efficace e più demoralizzante di qualsiasi azione punitiva. Poche settimane dopo, il governo responsabile entrò in crisi per le accuse reciproche dei suoi membri.

Reddito e alieni

Gli alieni pagheranno per questo.

2.
Karellen never kept him waiting for long. There was a sudden “Oh!” from the crowd, and a silver bubble expanded with breath-taking speed in the sky above. A gust of air tore at Stormgren’s clothes as the tiny ship came to rest fifty meters away, floating delicately a few centimeters above the ground, as if it feared contamination with Earth. As he walked slowly forward, Stormgren saw that familiar puckering of the seamless metallic hull, and in a moment the opening that had so baffled the world’s best scientists appeared before him. He stepped through it into the ship’s single, softly-lit room. The entrance sealed itself as if it had never been, shutting out all sound and sight.
It opened again five minutes later. There had been no sensation of movement, but Stormgren knew that he was now fifty kilometers above the earth, deep in the heart of Karellen’s ship. He was in the world of the Overlords; all around him, they were going about their mysterious business. He had come nearer to them than had any other man; yet he knew no more of their physical nature than did any of the millions on the world below.
The little conference room at the end of the short connecting corridor was unfurnished, apart from the single chair and the table beneath the vision screen. As was intended, it told absolutely nothing of the creatures who had built it. The vision screen was empty now, as it had always been. Sometimes in his dreams Stormgren had imagined that it had suddenly flashed into life, revealing the secret that tormented all the world. But the dream had never come true; behind the rectangle of darkness lay utter mystery. Yet there also lay power and wisdom — and, perhaps most of all, an immense and humorous affection for the little creatures crawling on the planet beneath.
From the hidden grille came that calm, never-hurried voice that Stormgren knew so well though the world had heard it only once in history. Its depth and resonance gave the single clue that existed to Karellen’s physical nature, for it left an overwhelming impression of sheer
size. Karellen was large — perhaps much larger than a man. It was true that some scientists, after analyzing the record of his only speech, had suggested that the voice was that of a machine. This was something that Stormgren could never believe.
“Yes, Rikki, I was listening to your little interview. […] The details of the World Federation have been out for a month now. Has there been a substantial increase in the seven percent who don’t approve of me, or the twelve percent who Don’t Know?”
“Not yet. But that’s of no importance: what
does worry me is a general feeling, even among your supporters, that it’s time this secrecy came to an end.”
Karellen’s sigh was technically perfect, yet somehow lacked conviction.
“That’s your feeling too, isn’t it?”
The question was so rhetorical that Stormgren did not bother to answer it.
“I wonder if you really appreciate,” he continued earnestly, “how difficult this state of affairs makes my job?”
“It doesn’t exactly help mine,” replied Karellen with some spirit. “I wish people would stop thinking of me as a dictator, and remember I’m only a civil servant trying to administer a colonial policy in whose shaping I had no hand.”

Karellen non lo faceva mai aspettare a lungo. Ci fu un’esclamazione improvvisa della folla, e una bolla argentea si dilatò nel cielo con velocità incredibile. Una raffica di vento investì Stormgren nell’istante in cui il piccolo veicolo spaziale si fermava a una
cinquantina di metri, restando sospeso a pochi centimetri dal suolo, quasi timoroso di un contatto con la Terra. Mentre camminava
lentamente verso la folla, Stormgren vide il familiare raggrinzarsi dello scafo metallico apparentemente senza connessure, e un attimo dopo l’apertura che aveva tanto stupito i più celebri scienziati del pianeta si rivelò. Lui entrò nell’unica sala scarsamente illuminata della piccola astronave. L’apertura si richiuse senza lasciare traccia, escludendo ogni suono e ogni vista dall’esterno.
Si riaprì cinque minuti più tardi. Non aveva avuto nessuna sensazione di movimento, ma Stormgren sapeva di essere a cinquanta chilometri sopra la Terra, profondamente incuneato nel cuore della nave cosmica di Karellen. Era tra i Superni: intorno a lui essi erano intenti alle loro misteriose faccende. Stormgren era spesso andato più vicino a loro di qualsiasi altro uomo, eppure come ogni altro terrestre ignorava tutto del loro aspetto fisico.
La saletta delle riunioni in fondo al breve passaggio era arredata unicamente con una sedia e un tavolino sotto il teleschermo e, secondo le intenzioni, non rivelava assolutamente nulla delle creature che l’avevano costruita. Lo schermo era vuoto e spento, come l’aveva sempre visto Stormgren. Talvolta in sogno, lui immaginava di vederlo accendersi improvvisamente, rivelando il segreto che assillava il mondo. Ma il sogno non si era mai avverato: dietro quel rettangolo di tenebra si annidava il mistero più impenetrabile. Ma vi si nascondeva anche potenza e saggezza, e soprattutto una infinita
tolleranza, una specie di divertito sentimento di affetto per le piccole creature che si affannavano sul pianeta Terra.
Dalla grata nascosta venne la voce calma, mai assillata dalla fretta, che Stormgren conosceva tanto bene e che il mondo aveva sentito una volta sola nella sua storia. La profondità e la risonanza di quella voce erano la sola indicazione sulla natura fisica di Karellen, e dava una chiara impressione delle sue dimensioni: Karellen doveva essere altissimo, più grande di un essere umano.
Alcuni scienziati, però, dopo avere analizzato la registrazione del suo discorso, avevano prospettato l’ipotesi che la voce fosse quella di una macchina, ma Stormgren non poteva crederci.
«Sì, Rikki, ho seguito il vostro breve colloquio. […] Da un mese ormai si conoscono i particolari sull’andamento della Federazione
Mondiale. C’è stato un sensibile aumento sulla vecchia percentuale del sette per cento dei miei oppositori, o sul dodici per cento
degli agnostici?»
«No, ma non è questo il punto più importante. Mi preoccupa, piuttosto, il sentimento generale, diffuso anche tra i vostri sostenitori, che è tempo di svelare il mistero di cui vi circondate.»
Il sospiro di Karellen fu tecnicamente perfetto, ma mancava di convinzione.
«Ed è anche il vostro sentimento, non è vero?»
La domanda era retorica, e Stormgren non si preoccupò di rispondere.
«Mi domando se vi rendete conto» continuò seriamente «di come questa situazione renda difficile il mio lavoro…»
«Credetemi, non facilita nemmeno il mio» rispose Karellen, con una certa vivacità.
«Vorrei che la gente la smettesse di considerarmi un dittatore e si ricordasse che sono soltanto un funzionario incaricato di seguire una politica coloniale nella cui elaborazione non ha messo mano.»

Tabella riassuntiva

L’apocalisse più tranquilla nella storia della fantascienza! Clarke scrive come un cane.
Ritmo rapido che accende sempre nuovi interrogativi. Personaggi subordinati a una storia più grande di loro.
Sense of wonder maiuscolo e a palate. Alcune trovate sanno un po’ troppo di deus-ex-machina.

(1) Questo difetto accompagnerà Clarke fino alla fine della sua carriera. E’ un particolarmente sentito in quei romanzi in cui le idee di fondo non sono abbastanza buone da mascherare la debolezza dei personaggi.
Spesso si cita The Songs of Distant Earth come esempio di un Clarke più attento alla psicologia dei personaggi. Sì, è vero che in quel romanzo Clarke si concentra molto sui rapporti sentimentali tra i protagonisti – peccato che il risultato sia osceno! Il risultato, infatti, è una specie di Dawson’s Creek sullo sfondo di navicelle spaziali e missioni planetarie, solo che gli sceneggiatori di Dawson’s Creek sono più bravi. Sembra che Clarke sia del tutto incapace di tratteggiare il mondo interiore di un essere umano in modo decente.Torna su

Dawson's Creek

“Presto, Dawson! Dobbiamo prendere la Magellano e andare a terraformare Sagan 2!!!”
“…eh?”