Gli Autopubblicati #05: Deinos

DeinosAutore: AA.VV. (a cura di Mr. Giobblin)
Genere: Horror / Science Fiction / Apocalyptic SF
Tipo: Raccolta di racconti

Anno: 2012
Pagine: 100 ca.

Sono tre mesi che non dedico un articolo al panorama degli autopubblicati italiani; l’ultimo era stato il deludente La nave dei folli di Alessandro Girola. I motivi sono, credo, gli stessi per cui Gamberetta ha deciso di non occuparsi più di fantasy italiano. Gli autopubblicati, purtroppo, hanno dimostrato di non essere mediamente migliori degli scribacchini dell’editoria tradizionale. E di rendermi antipatico con altre recensioni negative di opere misconosciute non mi andava.
Non credo di essere il solo a pensarlo. Zweilawyer non aggiorna più da un anno la sua Z-List (probabilmente è troppo impegnato a prendere a capocciate il muro e a chiedersi “Signore, perché ci hai abbandonato?”), Bakakura di Neyven ha inaugurato il suo progetto Valinor solo per scoprire che tutta la roba che gli mandano fa troppo schifo per essere portata avanti.
Comunque, ho continuato a seguire iniziative e progetti che mi davano (e mi danno) la speranza di produrre risultati superiori alla media. Deinos era uno di questi.

Su Giobblin e sul suo Minuetto Express ho opinioni ambivalenti. E’ un tipo strano, perché consiglia con lo stesso entusiasmo titoli molto buoni (Ender’s Game, The Windup Girl, Hugo Cabret), vere e propri gioiellini (The Wonderful Future That Never Was), roba insulsa (Robopocalypse) e schifezze orrende (Pirati dei Carabi 4 “discreto”, John Carter “sottovalutato” – srsly u guy?). Soprattutto, mi dà l’impressione di essere troppo indulgente; e l’indulgenza è una delle cose che più fregano i nostri aspiranti scrittori, dato che rallenta o blocca il loro percorso di studio. Ma se non altro parla di zombie, dinosauri e ucronie invece che del fantastico come specchio deformante o dell’importanza di una lettura neoliberista dell’opera di Tolkien.
Deinos nasce sulle pagine del blog di Giobblin come concorso letterario di racconti. Il tema: i dinosauri appaiono dal nulla nella nostra epoca, e cominciano a portare distruzione. Perché sono apparsi? Come si comporteranno? Come sarà la vita dell’uomo della strada dopo la dino-apocalisse? Di qui in poi i concorrenti possono sbizzarrirsi – dal racconto di invasione sull’arrivo dei dinosauri, al survival horror urbano, dal tentativo hard sf di trovare una spiegazione scientifica dell’apparizione dei lucertoloni a roba più strana.
Okay, il tema non è né interessante né ampio come quello di Ucronie Impure di Girola (recensito qui), ma ci può stare.

Like a boss

Traccia per un racconto con dinosauri. Io la butto lì eh…

Gli otto racconti migliori, dopo una passata di editing, sono entrati a far parte dell’antologia Deinos che potete scaricare qui nei formati epub e mobipocket. I racconti sono stati ordinati in ordine decrescente di bellezza secondo il giudizio di Giobblin e Girola, i due giurati del concorso. I racconti sono preceduti da una breve introduzione dello stesso Girola, e sono seguiti da due “fuori concorso”: il racconto di Giobblin La vendetta di Geraldo, già apparso a puntate sulle pagine del blog, e un breve pezzo scritto da Claudio Vergnani, un tizio che non conosco ma che ha scritto una trilogia sui vampiri (qui la pagina di IBS coi tre libri).
Presenterò i due gruppi di racconti in due sezioni separate, dopodiché tirerò le fila del discorso con una valutazione complessiva dell’antologia.

Gli otto racconti in gara

DeinonicusEffetto Lazzaro
Il primo racconto ci catapulta nella Squadra Anti Dino, corpi speciali con il compito di ripulire le città dai sauri immondi che le hanno invase, quartiere dopo quartiere. Ma la vita nelle Squadre Anti Dino è una vita dura, e solitamente breve: parola di geologa. Il racconto è strutturato come un unico monologo di un veterano delle Squadre a un novellino poco prima dell’inizio della missione. Gli interventi e le risposte del novellino non appaiono, ma sono deducibili dal discorso.
Effetto Lazzaro è bello. La voce della protagonista ha un tono incalzante e aggressivo, che unito alle informazioni di contesto – sono gli ultimi minuti prima dell’inizio di una missione letale! – mantengono il ritmo serrato e ti impediscono di staccare gli occhi dalla pagina. Fatto ancora più piacevole, la protagonista non si limita a raccontare situazioni di vita militare o come sia cominciata l’invasione preistorica, ma evoca episodi mediante immagini. Per esempio, uno dei primi avvistamenti:

Poi, è arrivata Nessie.
A Loch Ness ci hanno campato cent’anni con ‘sta storia del mostro: testimonianze, foto sfocate… e non uno straccio di prova certa.
Una mattina bello presto, un tizio porta il cane a pisciare sul lungo lago, alza gli occhi per concedere a Fido un momento di privacy ed eccotela là, Nessie.
Questo è scappato a telefonare ai giornali, con il cane a rimorchio, e c’ha avuto del gran culo, detto fra noi.

Altro lato piacevole, in Effetto Lazzaro sia i dinosauri, sia gli umani chiamati a combatterli, si comportano in modo razionale. I dinosauri non attaccano i blindati perché è troppo faticoso: aspettano che i militari escano. Le squadre militari vengono fatte scendere a gruppetti divisi per quartieri; le sortite, brevi e ben organizzate, mi hanno ricordato vagamente i piani d’attacco di Starship Troopers. E se un bestione ti carica, l’unico modo di sopravvivere è sparargli alle articolazioni.
Nonostante alcune cadute di stile (la parte sui film americani mi sembra un po’ inutile), il racconto funziona, e ti senti immerso in un mondo in cui potrebbero sbranarti tra cinque minuti. Di sicuro, il miglior racconto dell’antologia – bel modo di cominciare.

In conclusione: PROMOSSO Si

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ProfumiDinosauro piumato
Il secondo racconto dell’antologia è un survival horror con protagonisti due ragazzini – Filippo e Leonardo – in fuga da una Udine invasa dai lucertoloni.
L’inizio parte in medias res, con Filippo in un supermercato devastato che si versa addosso litri di alcol. Non solo l’inizio mostrato veicola in poche immagini tutte le informazioni di background necessarie (il supermercato è vuoto e distrutto: segno che l’invasione è già cominciata e la città si sta già spopolando), ma infila subito un hook nel lettore, che si chiede: perché diavolo si sta versando dell’alcol addosso? E la risposta costituisce il fulcro di tutto il racconto.
Se la struttura della storia è quasi impeccabile, la prosa di Serafini avrebbe bisogno di una bella revisione. Spesso si esprime in modo goffo e con più parole del necessario; la cosa si nota fin dall’incipit:

Uno scaffale si è staccato dal muro e una parte dei liquori ha ubriacato il parquet, dietro il lungo bancone del Bar Collo. Gli altri invece sono intatti, davanti al sollievo di Filippo.

Non solo la frase in grassetto è orrenda, ma si potrebbe eliminare del tutto e tanto di guadagnato!
La scena d’azione verso la fine del racconto è confusa, e i movimenti reciproci di ragazzini e predatori difficili da visualizzare. Ancora, i dialoghi soffrono del problema delle “teste parlanti” (paginate intere di scambi senza alcuna descrizione contestuale), e spesso si sbrodolano su dettagli triviali che potrebbero essere eliminati. In compenso, i due personaggi sono simpatici e parlando in modo credibile.
Insomma, perché sembri un racconto “vero” bisognerebbe risistemare e riscrivere alcune parti, ma la storia c’è e funziona. Bravo.

In conclusione: PROMOSSO Si

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TriceratopoDeinosrestaurant
Il Deinosrestaurant è un agriturismo romagnolo di successo in cui si macellano triceratopi per i palati fini dei clienti. Antonella, la proprietaria, non si fermerebbe davanti a nulla per aumentare la popolarità del locale, soprattutto con la prospettiva della visita di un importante critico culinario. Ma i dinosauri stanno sviluppando un’immunità agli anestetici e non sono disposti a subire in eterno…
Forlani è uno scrittore che quando vuole è bravo; io e Zwei ci eravamo trovati d’accordo nel definire il suo Tlaloc Verrà il miglior racconto di Ucronie Impure. Per di più, le premesse del racconto parevano un’oasi di originalità nel clima horror-apocalittico-di-invasione del resto dell’antologia.
Purtroppo invece Deinosrestaurant è una boiata scritta da schifo. Il pov sta normalmente “nei pressi” della protagonista, ma quando gli gira salta dove capita (sui ragazzini in bici, sulle cameriere, sugli inservienti, su Philippe Daverio, insomma su chiunque); il tempo verbale continua ad alternare passato remoto e un orribile imperfetto, senza alcun motivo; la prosa è piena di passaggi raccontati (“gli adulti fumavano, scambiavano ovvietà di moda circa le specie, le abitudini, le ricette di dinosauro”), anche durante le scene chiave (“[i dinosauri] fracassarono le finestre e devastarono l’interno” – davvero molto preciso); Forlani abusa di termini desueti e fuori luogo:

«Li svegliamo di notte», incupì l’ucraino, «sentono l’odore dell’esplosivo e la droga.»
«È come per los cerdos», abbuiò l’argentino, «lo sanno che li ammazziamo.» [dovrei ridere?]

E come se non bastasse, la storia si arena sui luoghi comuni e sulla bassa retorica del tipo “l’essere umano è più bestia delle bestie!” o “con la Natura non si scherza!”. Almeno l’autore ci fa il piacere di ‘mostrare’ la sua retorica invece di esporla. Ma rimane un racconto bruttino e inutile, scritto tanto per scrivere.
Ogni tanto ci scappa qualche scena carina, come la padrona che stacca il cartello di divieto quando Daverio si mette a fumare.

In conclusione: BOCCIATONo

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La razziatrice Velociraptor
 Già l’incipit promette male:

L’apocalisse, dopotutto, non è rimasta solo una parola in bocca agli appassionati di narrativa e ai predicatori in cerca di soldi facili. La fine del mondo è arrivata, cinque giorni prima del Santo Natale. […] Non poteva esserci giorno migliore per la fine del mondo. Quasi tutta la gente era fuori casa, servita come su un piatto d’argento per il loro arrivo. […] Il panico in luogo della frenesia, il terrore al posto dell’odio, la morte sostituitasi al consumismo.

La razziatrice è una storia di sopravvivenza, che invece di mostrare come e perché sono arrivati i dinosauri si concentra sulla vita di tutti i giorni ad apocalisse già avvenuta. Nella fattispecie seguiamo la vita di Laura, cinica ex-segretaria riciclatasi come razziatrice di palazzi abbandonati.
La traccia sarebbe anche buona, senonché l’autore sembra più interessato a comporre un panegirico sulla cattiveria delle persone piuttosto che a raccontare una storia. Il racconto non è altro che una successione di episodi costruiti al solo scopo di mostrare la crudeltà e l’egoismo della protagonista – il tutto condito da profonde riflessioni filosofiche sul fatto che l’uomo è stronzo ed egoista e il consumismo è brutto e i capitalisti sono grassi maiali e la gente era opportunista anche prima dei dinosauri e non c’è più religione. Insomma, Laura sembra solo il veicolo di uno scrittore arrabbiato che vuole fare sapere a tutti cosa pensa del mondo. Ma queste cose è capace di dirle anche mia nonna, solo che mia nonna non si definisce “scrittrice”.
Perdipiù, l’unica scena d’azione del racconto è fallata. Del velociraptor che sta per attaccarla, Laura pensa che: “Un paio di falcate e potrebbe azzannarla”; solo che fa in tempo a sparargli col fucile e a vuotargli addosso il caricatore della pistola prima di essere raggiunta. E intanto il velociraptor “sembra accusare le ferite, ma continua ad avanzare”, si muove di qua e di là, schiva proiettili, continua ad avvicinarsi… ma non erano un paio di falcate? E’ diventato mezzo chilometro? FAIL.
Insomma, La razziatrice è un concentrato di 100% populismo italiano da intellettualoide con una parvenza (brutta) di storia intorno.

In conclusione: OMG, BOCCIATO!No

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SpinosauroHic sunt dracones
Dado, il suo fratellone autistico nonché amante dei dinosauri Angelo, e il suo coinquilino nerd ciccione ed erotomane B-52, stanno tornando a casa nel cuore della notte a bordo della loro Panda. Tutto va bene finché vedono una prostituta sbranata da un’enorme creatura. Ce lo dobbiamo essere sognati, giusto? Ma la mattina dopo si svegliano in un modo invaso da quelle bestiacce – e dovranno trovare un modo per sopravvivere.
Questo racconto mi piace, perché è deliziosamente retard. Basta dare un’occhiata a queste battute, un esempio fra i tanti che disseminano Hic Sunt Dracones:

“Mi sono spaventato, e poi era da mezz’ora che me la tenevo.”
“M’hai pisciato sul sedile?”
“OMG! Non menarla.”
Frenai nuovamente.
“Che fai?” domandò B-52.
“Scendi.”
“Dai, non fare così.” frignò.
“Scendi, ciccione, siamo arrivati.”

La forza di questo racconto sta nel fatto che non si prende sul serio. La storia procede senza cali di ritmo tra OMG, IMHO, dinosauri fracassati con mazze da baseball e altri affettati con motosega e tosaerba. Srsly. L’atmosfera è quella di Planet Terror di Rodriguez, e detto da me è un complimento. I personaggi sono ben congegnati, con pochi tratti essenziali ma che rimangono impressi (l’autismo di Angelo, la nerdaggine di B-52), e sono mostrati nei dialoghi e nei gesti più che raccontati. Il contrasto tra il fratello autistico, che capisce tutto subito ma non riesce a esprimersi, e il protagonista, scettico fino all’ultimo, funziona bene.
Altro fattore positivo, la storia non si perde via in lunghe descrizioni o elucubrazioni del protagonista, ma procede rapidamente di situazione in situazione. Purtroppo le scene d’azione sono spesso mal congegnate o poco mostrate. Prendiamo la scena della puttana. La scena è troppo lunga, non combacia col fatto che loro stanno viaggiando su una Panda, e che per di più la situazione è illuminata dai fari di una macchina che viaggia in senso opposto. Una situazione del genere dovrebbe durare pochi secondi, invece succedono un sacco di cose e i protagonisti fanno pure in tempo a commentarle. Ancora: l’idea di smembrare velociraptor a suon di motosega è pulp, ma un po’ troppo improbabile. L’autore avrebbe dovuto convincerci con un buon mostrato che la cosa fosse fattibile, invece (forse perché anche lui sente che la cosa non ha senso) opta per una dissolvenza. Troppo comodo: le scene chiave si mostrano, diamine!
Il racconto rimane uno dei più godibili e onesti della raccolta. Con un restyling stilistico – soprattutto nelle scene più importanti – verrebbe una cosa carina, benché niente di trascendentale.

In conclusione: MEH, TENDENTE ALLA PROMOZIONE Meh

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Gorgonops – L’invasione degli esseri impossibiliGorgonops
Per la prima volta nella storia dell’umanità, la cometa Apophis passa accanto al nostro pianeta, e il suo passaggio è visibile da terra. La giornalista Lorella e il cameraman Davide stanno facendo un servizio sulla cometa, quando accade l’impossibile: mentre alcune persone crollano in preda alle convulsioni, piccoli dinosauri sbucano dal nulla e cominciano a fare mattanza. Davide e Lorella dovranno trovare il modo di mettersi in salvo e capire cos’è successo.
Questo racconto, associato alla parola “dinosauri”, suona come una presa in giro. Sembra che l’autore abbia scritto un racconto sugli zombie, o sui lupi mannari, e poi abbia sostituito ogni occorrenza della parola “zombie” o “licantropo” con “dinosauro”. Niente distingue infatti questi dinosauri dal Mostro Carnivoro Infetto Standard. Del resto, quando prova a descriverne uno la cosa si fa ancora più imbarazzante: il primo che scorgono ha i denti a sciabola e assomiglia a una pantera, solo che è verde. OMG.
Fastidiosa poi la mania di utilizzare i corsivi per sottolineare i dettagli scabrosi: “Davide fece in tempo a notare quanto fosse magro e come avesse la pelle lurida e cadente, prima di focalizzare la propria attenzione sulle sue enormi zanne a sciabola grondanti sangue“; più avanti: “La carne dell’ormeggiatore si sciolse, spargendosi sul molo come siero. Le sue ossa si allungarono. La sua faccia incominciò a crescere.” E tu non sai scrivere.
Tra le varie trovate retard, l’idea che gli animali vengano al mondo con su l’etichetta col nome:

“Aspetta, c’è un notiziario straordinario in televisione. […] Allora, qui dice di nuovo che sono dinosauri, con un nome tipo Gorgoni… Gorgonoidi…”

Insomma, il classico racconto d’inizio invasione con i dinosauri appiccicati, lungo e ripieno di noia.

EDIT: L’autore mi ha fatto presente che i Gorgonopsi non se li è inventati lui ma sono realmente esistiti. Fonte Wikipedia: Gorgonops.
Quindi il fatto che i media si riferiscano a loro col nome di “gorgonopsi” non è un errore. Dimostrazione che io stesso non mi ero documentato a sufficienza prima di scrivere questo pezzo!
Mi scuso con l’autore e lo ringrazio della correzione^^

In conclusione: BOCCIATO No

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T-rexSolo fame

«Il mio nome è Jones, Robert Jones.»

Già da questa riga si intuisce che qualcosa che non va. Ma procediamo con ordine.
Nei recessi della Domus Aurea neroniana, gli archeologi rinvengono i resti di una sala da pranzo. All’inaugurazione della nuova scoperta partecipano le più alte cariche dello Stato. Purtroppo, per qualche motivo che è meglio non indagare, la sala da pranzo romana è in realtà un portale dimensionale collegato con il Cretaceo. Legioni di dinosauri escono e cominciano a seminare l’apocalisse. Il protagonista, l’archeologo americano Robert Jones (Dio santo), dovrà riuscire a scappare dal centro di Roma prima che i militari gasino la zona.
Questo racconto è un concentrato di retard talmente denso da essere esilarante. Sembrerebbe quasi un racconto comico-demenziale, se non fosse che l’autore si prende sul serio. La storia in pratica procede in modo lineare, dall’incidente al raggiungimento della safehouse, senza stare a farsi troppe domande.
I dinosauri, peraltro, compaiono pochissimo, perché l’autore sembra troppo impegnato a fare la solita sbrodolata retorica sul governo inetto e sui militari kattivi. La loro comparsa dal portale, ottima occasione per fare del “mostrato”, si riduce a una sfilata di nomi:

Comparirono nuovamente sulla Terra tarbosauri, carnotauri, velociraptor (e i più temibili Deinonychus), ma anche triceratopi, oviraptor, spinosauri e anchilosauri.

Accipicchia.
Il pov è generalmente fissato sulla spalla del protagonista, ma all’occorrenza non manca di saltare di qua e di là; durante una scena d’azione, per esempio, passa per poche righe su un triceratopo. Gegnale!
Insomma, il racconto è tremendo, ma è così ingenuo da essere divertente; vale la pena di leggerlo anche solo per non perdersi alcune chicche, come il protagonista che sputa contro lo schermo di un televisore appeso al soffitto o il Presidente del Consiglio sbranato da un t-rex.

In conclusione: BOCCIATO No

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DinosauriaPlesiosauro
Breve racconto strutturato come una mail che tale Luke manda al suo amico Cris. I dinosauri hanno invaso il mondo, e Luke appartiene a un corpo militare specializzato nell’abbattimento di bestie marine in giro per il Mediterraneo.
Il racconto non è altro che un monotono elenco di situazioni della vita del protagonista, da quanto sono temibili i pliosauri sottomarini a come si ammazzano i plesiosauri che infestano i porti. Luke se la spassa, nonostante l’invasione di rettili sembra che la vita nel Mediterraneo sia una figata.
Non c’è tensione, non c’è conflitto, non c’è niente di niente, a parte la noia. E c’è questa tendenza fastidiosa a occultare i nomi delle località con degli asterischi, neanche fossimo in un romanzo dell’Ottocento. Quantomeno, l’autore ci concede un minimo di descrizione dei dinosauri marini e dei sistemi per ammazzarli.
Ma questo non è un racconto – al massimo, sono i primi appunti su cui sviluppare un racconto. L’unico pregio? Finisce in fretta.

In conclusione: BOCCIATO No

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I fuori concorso

AnchilosauroLa vendetta di Geraldo
Geraldo è un vecchio pensionato scorbutico la cui massima aspirazione nella vita è di essere lasciato in pace a guardarsi in culo di Belen su Studio Aperto. Ma la sua tranquillità sarà sconvolta prima dall’odiato vicino ricchione, che lo costringerà a prendersi in casa per un paio d’ore la sua cagnetta col maglioncino, e poi da un’invasione di dinosauri. Nel parapiglia generale, coglierà l’opportunità di vendicarsi di un vecchio torto.
La blog novelette di Giobblin si muove nel campo dell’umoristico senza mai scendere nel comico vero e proprio. Geraldo è un personaggio simpatico, e l’idea di raccontare una storia di invasione scegliendo un pensionato acido come protagonista è quantomeno originale. Purtroppo, Giobblin non riesce sempre a gestire bene il suo linguaggio: se a volte ci regala perle deliziose come “Meglio salvare la ghirba”, spesso si esprime in modo convenzionale, da anonimo “vecchio scorbutico”, e a volte non sembra nemmeno che a parlare sia un vecchio di paese. In un racconto così filtrato dal punto di vista del protagonista, e in cui peraltro il modo (umoristico) in cui è raccontata la storia è più importante del cosa (solita invasione di dinosauri), una maggiore attenzione al linguaggio avrebbe molto giovato.
Ci sono poi alcuni problemi di struttura. L’inizio è lento, troppo lento; e se la cosa è ancora tollerabile in un romanzo, certo non lo è per un racconto. Giobblin dedica le prime pagine a delineare il protagonista e il suo rapporto con gli altri, ma nel farlo (data la carenza di azione) si abbandona spesso agli infodump. Meglio sarebbe stato partire in medias res, con Geraldo che mostra il proprio carattere e la considerazione che prova per gli altri. Peraltro, all’inizio del racconto ci sono pure delle false piste. La scomparsa dei compari Giorgio e Michele all’inizio del racconto (unita alle notizie del tg), lasciano presagire che gli sia successo qualcosa, magari legato ai dinosauri; invece il giorno dopo sono lì in piazzetta come se nulla fosse. La storia di Minerva, e del fatto che la moglie gli abbia tenuto nascosto chi l’ha ammazzata, avrebbe dovuto essere anticipata all’inizio del racconto (per la solita regola del fucile sul caminetto); così com’è, sembra quasi un deus ex machina.
Mi è dispiaciuto inoltre che Giobblin abbia lasciato cadere lo spunto della cagnetta in fuga nella notte. Poteva venirne fuori un racconto più divertente e insolito: un’invasione di dinosauretti piccoli e agili (ma “affrontabili”) nel cuore della notte, invece della solita apocalisse con tirannosauri in pieno giorno. Il vecchio pensionato alla ricerca della cagnetta per le strade invase di deinonicus o compsognatus o altri animaletti carini. E magari il racconto avrebbe potuto giocare sul comico-grottesco, con un Geraldo che non capisce o (per testardaggine) si rifiuta di capire che c’è un’invasione di dinosauri e si comporta di conseguenza, ignorando i dinosauretti o trattandoli come cagnacci o altro… Insomma, un tipo di storia che avrebbe fatto più risaltare il carattere di “vecchio cocciuto” del protagonista.
Così com’è, il racconto è senza infamia e senza lode. Però la menzione di Giacobbo mi è piaciuta.

In conclusione: MEH Meh

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DinosauriBeppe Grillo
Riassunto del racconto: l’alter-ego dell’autore, intrappolato in un palazzo braccato da un tirannosauro, in attesa di crepare, passa cinque pagine a vomitare bile e a fare l’intellettualoide saccente. En passant, non manca di tirare frecciatine ai Grillini, a Fabio Fazio, a Spielberg e agli urbanisti che progettano le rotonde.
Questa sproloquio di banalità – che candidano Vergnani, assieme a quello de La razziatrice, a migliore amico di mia nonna – non è in nessun modo definibile “racconto”. Lo definirei piuttosto ‘robetta scritta in un’ora tanto per fare contento un tizio molesto che mi chiedeva un contributo alla sua antologia’. Perché mi rifiuto di credere che ‘sta roba gli abbia portato via più di un’ora del suo tempo. Spero tanto per lui che i suoi romanzi siano meglio.
Ah; a onor di cronaca, ogni tanto gli riesce per sbaglio una battuta carina: “l’idiota [il tirannosauro] sta riprendendo con le sue capocciate (è comprensibilmente molto indietro nella scala evolutiva) e io devo reggermi all’antenna.”

In conclusione: MIO DIO COS’E’ ST’ORRENDA MERDA? No

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Bilancio finale
Volendo fare un paragone con Ucronie Impure, salta subito all’occhio una cosa: anche i racconti più brutti di Deinos sono meno brutti dei più brutti della raccolta di Girola (“Reliquie” mi fa venire ancora oggi gli incubi), e i racconti migliori sono scritti meglio dei migliori di Ucronie.  E tuttavia, Ucronie Impure aveva qualcosa che qui latita molto: fantasia.
Si potrebbe dire che la colpa è in parte delle stesse premesse del concorso, molto più limitanti rispetto a quelle di Ucronie. E tuttavia i racconti sono deludenti anche secondo gli stessi parametri del concorso. Ad eccezione di Deinosrestaurant (che però è brutto per altri motivi), e in parte Effetto Lazzaro, non c’è nulla di tipicamente “dinosauresco” in questi racconti, qualcosa che avrebbero potuto fare solo i dinosauri e non altre creature. Sembra di leggere racconti di invasione di Mostri Kattivi Random con appiccicati sopra l’etichetta “dinosauro”. Ma se ci fossero stati zombie o lupi mannari o shoggoth sarebbe stato uguale. E sarebbe proprio da ridere se dalla prossima antologia di Girola (tema: apocalisse zombie) uscissero racconti identici a questi, ma con gli zombie al posto dei dinosauri…

Quanto ai racconti migliori, brillano per immersività (Effetto Lazzaro), buone trovate (Profumi), demenzialità (Hic Sunt Dracones) – ma non certo per sense of wonder. Dal punto di vista delle idee, Deinos non avrebbe potuto essere più banale.
Poi, per carità, Girola nell’introduzione dice che i racconti della raccolta sono pieni di meraviglia. D’altronde, cosa possiamo aspettarci dalla mente che ha inventato il cialve capace di scrivere una frase del genere: “Spero che suscitino in ciascuno di voi quel senso di meraviglia proprio dei ragazzini che rimangono ammirati nello scoprire per la prima volta l’esistenza degli ammirevoli bestioni che in un remotissimo passato hanno camminato sul nostro pianeta”. In questa frase c’è più sense of wonder che in tutta l’antologia.

T-rex frustrato

I dinosauri come metafora sociale del peccato di Onan.

Da molti di questi racconti, soprattutto, trasuda pigrizia. Non ci ho visto ricerca, la volontà di documentarsi sui dinosauri per partorire un racconto che li distinguesse dalla massa dei mostri. Forse c’era solo la voglia di partecipare a più concorsi possibili, buttando giù la prima idea che veniva in mente.
Il risultato? Non solo Deinos è un’antologia bruttina (vale la pena di leggere solo i primi tre-quattro racconti), ma con ogni probabilità non piacerà neanche alla “nicchia” di lettori per cui era stata pensata, ossia gli amanti dei dinosauri (Piperita, lo so che sei in ascolto^^). E in un futuro in cui – come spiegava il Duca – il successo di un’opera letteraria sarà legato alla possibilità di soddisfare i gusti/bisogni della sua nicchia specifica, questo è un EPIC FAIL.
Deinos ha più opportunità di piacere all’altra nicchia coinvolta, quella degli “amanti dell’horror di invasione mostruosa”. Ma anche lì, ho i miei dubbi. E’ una nicchia affollata, piena di titoli validi e in tutte le sfumature, mentre Deinos nel suo complesso non si distingue particolarmente né per originalità né per qualità della scrittura.
Il rischio è che quest’antologia circoli solamente tra i partecipanti al concorso e gli amici dei partecipanti, oggetto di tante pacche sulle spalle e occhi luccicanti: “mi hanno pubblicato in un’antologia!”. A chi altri potrebbe interessare?

Comunque, anche se ho cazziato l’antologia, devo fare i complimenti ad alcuni dei partecipanti: Valentina Coscia promette bene, e anche Serafini e Filighera. Deinos è gratis, quindi potreste scaricarla quantomeno per leggere i loro racconti.
Chiudo con una nota per gli appassionati. Se vi interessa la paleontologia, forse vorrete dare un’occhiata a questo blog in cui mi sono imbattuto durante le mie peregrinazioni:

The Palaeobabbler

Il proprietario è uno studente britannico di paleontologia. I post variano da immagini sceme con velociraptor in monociclo a commenti agli articoli del periodico Palaeontology, dalle scoperte di nuovi fossili a dissertazioni sugli pterodattili, da considerazioni sulla falsificabilità dell’evoluzionismo e il rapporto tra evoluzionismo e credo cristiano alla geologia.
Divertitevi.

Velociraptor

La mia classifica

1. Effetto Lazzaro 
2. Profumi
3. Hic Sunt Dracones Meh
4. [Bonus] La vendetta di GeraldoMeh
5. Deinosrestaurant No
6. Solo fameNo
7. Gorgonops – L’invasione degli esseri impossibiliNoNo
8. La razziatriceNoNo
9. DinosauriaNoNo
10. [Bonus] DinosauriNoNoNo

59 risposte a “Gli Autopubblicati #05: Deinos

  1. Alla faccia del risultato superiore alla media XD

  2. Deinosrestaurant ha uno stile che può risultare indigesto (giusto per restare in tema casereccio xD, ma il ritratto di Philippe Daverio l’ho trovato semplicemente esilarante: la scena in cui si sbottona i pantaloni per aver mangiato troppo era qualcosa di molto LoL

  3. Mi chiedo perché a nessuno dei partecipanti sia venuto in mente di scrivere qualcosa dal POV dei dinosauri stessi: sarebbe stata una fikata.
    Rammento di aver letto un libro intitolato Raptor Red, un decennio fa, che era scritto tutto dal punto di vista di una Velociraptor checercava di sopravvivere in quel brutto periodo che era il Cretaceo.
    Era ul libro fikissimo.
    Però forse se lo rileggerei ora non mi sembrerebbe così fiko, dunno.

  4. Alla faccia del risultato superiore alla media XD

    Immagina il resto.

    Deinosrestaurant ha uno stile che può risultare indigesto (giusto per restare in tema casereccio xD, ma il ritratto di Philippe Daverio l’ho trovato semplicemente esilarante

    Sì, la parte con Daverio mi è piaciuta xD

    Mi chiedo perché a nessuno dei partecipanti sia venuto in mente di scrivere qualcosa dal POV dei dinosauri stessi: sarebbe stata una fikata.

    Giobblin sta per lanciare un altro concorso, perché non partecipi anche tu?

  5. Giobblin ha detto che ci potranno essere zombie. Inizierei a scrivere con il mio bruttissimo stile già da ora se il concorso non fosse ancora iniziato (D: chi ce la fa ad aspettare la prossima settimana)

  6. Giobblin sta per lanciare un altro concorso, perché non partecipi anche tu?

    Mngh. Il tema sembra interessante, ma non so se avrò il tempo e la forza psicofisica di buttar giù qualcosa: temo che da giugno in poi dovrò dare priorità a ben altre cose da scrivere.
    Tipo, chessò, la tesina per la maturità.

  7. @Talesdreamer Non vorrei sparare corbellerie, ma di solito un concorso lascia almeno 3 mesi di tempo, quindi hai almeno tutto agosto e settembre >_>

    Io ci provo, l’hydropunk mischiato alla follia del secolo breve sembra promettente *_*

  8. Eccomi! Che dire, a me i racconti son piaciuti, poi sappiamo che i nostri gusti sono totalmente divergenti XD Felice che Geraldo sia stato gradito. Per quanto riguarda il prossimo concorso, si parte la settimana prossima e ci saranno circa cinque mesi di tempo… vi aspetto!

  9. Per quanto riguarda il prossimo concorso, si parte la settimana prossima e ci saranno circa cinque mesi di tempo… vi aspetto!

    ^_^
    (però, please, non chiamare il concorso “Hydropunk”! Che di -punk ne abbiamo pure troppi)

    E con cinque mesi ce la dovrebbe fare pure Talesdreamer.

  10. Grazie per la recensione a Effetto Lazzaro, sono felice che ti sia piaciuto. ^_^

  11. Grazie per aver letto Gorgonops. Sono spiacente di sentire che non ti sia piaciuto. Unica nota: il cartellino con il nome “gorgonops” non era peregrino, ma solo il fatto che l’ “esperto” riconosceva le creature come quel tipo specifico di dinosauri (che esistono e sono un pò delle pantere verdi): http://no.wikipedia.org/wiki/Fil:Gorgonops_whaitsii1.jpg

  12. @Mauro Longo:

    Unica nota: il cartellino con il nome “gorgonops” non era peregrino, ma solo il fatto che l’ “esperto” riconosceva le creature come quel tipo specifico di dinosauri (che esistono e sono un pò delle pantere verdi): http://no.wikipedia.org/wiki/Fil:Gorgonops_whaitsii1.jpg

    Ops! Errore mio^^”’
    Allora su quel punto mi scuso. Ho aggiunto una nota alla recensione del tuo racconto. Grazie della correzione!

    @Valentina:

    Grazie per la recensione a Effetto Lazzaro, sono felice che ti sia piaciuto. ^_^

    ^_^

  13. Copio & incollo dal mio desolato blog, ché altrimenti, temo, la risposta andrebbe perduta:

    Nel mio precedente commento vedi bene, al contrario, che ho trovato la stroncatura molto utile. E’ pur vero che nel recensire il lavoro di un autore dovresti, oltre ad applicare sacrosante regole, anche cercare di capire i suoi scopi nel non rispettarle; nell’usare per esempio certe forme verbali o termini desueti… Insomma riassumiamo, in paroloni, quelle che al Liceo si definiscono la sua ricerca stilistica e poetica? 😀 La mia ricerca di parole “ricche e strane” (cit. Shakespeare) e la scelta dell’imperfetto non sono (o almeno: non sono sempre!) disattenzioni, hanno un fine. Vedrai però, se leggi il racconto che ho scritto per il mio compleanno, che con gli imperfetti mi sono trattenuto 😀 Non sono di quei poeti che vogliono continuare a sbattere la pallida fronte contro un muro di candido avorio. 😀 Non è che me la sia presa: è il… tono? Uhm. Non mi abituerò mai alla sferzante franchezza del web…

    P.s. aggiungo qui: i miei rapporti con Gamberetta, che è un tuo punto di riferimento metodologico, si interruppero ormai un paio di anni fa con uno scambio mail. Lei mi scrisse: “io mi occupo di narrativa, tu vuoi fare letteratura, e la letteratura a me non interessa.” Stop. E ognuno per la sua strada.

    Credi sia un obiettivo troppo ambizioso sperare di riuscire a fare entrambe le cose? 😉

  14. @Forlani: Ti rispondo qui perché ho visto che hai aggiunto un pezzo rispetto al commento sul tuo blog.

    E’ pur vero che nel recensire il lavoro di un autore dovresti, oltre ad applicare sacrosante regole, anche cercare di capire i suoi scopi nel non rispettarle; nell’usare per esempio certe forme verbali o termini desueti… Insomma riassumiamo, in paroloni, quelle che al Liceo si definiscono la sua ricerca stilistica e poetica? La mia ricerca di parole “ricche e strane” (cit. Shakespeare) e la scelta dell’imperfetto non sono (o almeno: non sono sempre!) disattenzioni, hanno un fine.

    Lo so: ho visto in giro che questa storia degli imperfetti in luogo dei passati remoti e delle parole strane l’hai usata anche in altri racconti. Quindi intuisco che tu lo faccia per un qualche “fine”. Solo che, per quanto mi sia sforzato (ma forse dirai che ho poca immaginazione), non sono proprio riuscito a capire quale fine potesse essere.
    Il problema con entrambi è che allontanano il lettore dalla storia. L’imperfetto perché ti sbalestra la percezione della storia (true story: stavo leggendo il tuo Deinosrestaurant, e a un certo punto arriva questa cascata di imperfetti; mi sono bloccato, perplesso, chiedendomi se erano azioni che accadevano contemporaneamente e continuativamente ad altre azioni in passato remoto, o se fosse una svista, o cosa. Il ripetersi degli imperfetti nel corso del racconto mi creava ogni volta degli scompensi percettivi); l’uso di parole insolite perché focalizza l’attenzione del lettore sulla parola strana invece che sulla storia (leggo “abbuiò l’argentino”, mi blocco e penso: perché ha scritto ‘abbuia’? Perché non ‘disse’? Cioè mi concentro sull’espressione invece che sul pericolo corso dagli inservienti che vanno dai triceratopi nel cuore della notte). Imperfetto e parole strane, insomma, rovinano la fruizione scorrevole della storia.

    Una certa libertà formale è concessa nella Literary Fiction; ma, anche lì, con delle regole.
    Gamberetta probabilmente non te l’ha detto, perché lei non è interessata alla Literary Fiction. Io invece, nella mia vita, ho letto la mia quota di Literary, e posso dirti che anche in quel settore, quella fatta bene segue dei criteri. I criteri variano da autore ad autore secondo lo scopo del romanzo – ma anche nella Literary si possono distinguere buoni e cattivi romanzi. I cattivi sono quelli, per esempio, la cui forma narrativa non è adeguata allo scopo che il libro vuole raggiungere.
    Se tu mi dici che Deinosrestaurant era un esperimento di confine con la Literary Fiction, allora dovrai spiegarmi quali vantaggi concreti dia alla narrazione l’uso di imperfetti in luogo di passati remoti, di “abbuiò” in luogo di disse, di pov che continuano a spostarsi, eccetera. Perché l’unico effetto che personalmente ho sperimentato è la nausea (nel senso tecnico del termine: spaesamento rispetto all’ambiente descritto), e quello non è un vantaggio.
    Chiediti piuttosto se tu non ti sia adagiato su tue idiosincrasie (un gusto perverso per gli imperfetti?) che però non portano alcun beneficio concreto alla narrazione. Io non sono contrario alle “deviazioni dalla regola”; ma una deviazione è giustificata solo se porta un beneficio maggiore (o quantomeno pari) che non seguire la regola! Altrimenti è un tirarsi la zappa sui piedi e basta.

    “io mi occupo di narrativa, tu vuoi fare letteratura, e la letteratura a me non interessa.” Stop. E ognuno per la sua strada.
    Credi sia un obiettivo troppo ambizioso sperare di riuscire a fare entrambe le cose?

    Non so se sia impossibile, certo è molto difficile. Il perché è semplice: narrativa immersiva e literary fiction (o Letteratura, o come vuoi) seguono infatti due agente antitetiche. La prima vuole immergerti nella storia al punto da farti dimenticare che stai leggendo un libro, la seconda al contrario vuole creare una distanza critica tra lettore e opera in modo tale che il lettore sia sempre ben cosciente di stare leggendo. Capisci la difficoltà (e la schizofrenia) di far convivere le due cose?
    Forse solo i geni ci riescono – e anche lì, non è sicuro. A questo proposito ti rimanderei alla mia “recensione” di The Sirens of Titan di Vonnegut, in cui c’è proprio questa oscillazione tra narrativa e literary e discuto della cosa. Se n’era parlato anche col Duca.

    Non è che me la sia presa: è il… tono? Uhm. Non mi abituerò mai alla sferzante franchezza del web…

    E’ una questione emotiva.
    So che puoi scrivere bei racconti, e avevo cominciato Deinosrestaurant animato di speranza: forse una parte di questo mio dispiacere è filtrata nella recensione.

  15. Ci sono spunti per un bel confronto. Mi spiego.

    Termini desueti: ne uso perché sono evocativi. Esempi: se dico “sedia” te la immagini anonima; se uso “seggiola” è più facile che te la figuri di legno. Le “viscere” sono repellenti, le “budella” sono grottesche, fanno quasi sorridere, le “interiora” si osservano con scientifico distacco. La “poltrona” non la si nota, il “faldistorio” è ingombrante e barocco. Sul semplice “disse”, hai ragione, sono d’accordo vittoriani e russi: ma provo, con “abbuiò” o “incupì”, a far capire che mentre pronunciano quelle parole i personaggi divengono tetri in volto senza annodarmi in frasi un po’ piatte tipo “disse cupo in volto”. Per la stessa ragione avrai anche notato che uso spesso versi di animali per descrivere il tono con cui un personaggio dice qualcosa, o verbi non inerenti un’azione per descrivere l’azione medesima. Mi rendo conto che il lettore deve faticare un po’ per seguirmi, nel maturare come autore cerco di pervenire al miglior dialogo possibile con il pubblico: da parte mia favorire l’immersività (mi sembra di aver capito che segui il mio lavoro, di qualche progresso ti sarai accorto), da parte del lettore chiedo un rispetto e un’attenzione diversa da quella con cui si legge la scrittura di nessuna pretesa. Poiché come scrissi cerco di fare anche letteratura, e la mia motivazione forte è che constato che la lingua italiana si sta impoverendo, e questo mi fa paura. Nel mio miserabile piccolo faccio quel che posso per restituire ai miei lettori e compatrioti i troppi lemmi che anni di televisione e pessima editoria ci hanno rubato. Me lo sento come impegno civile. Mi spiego con qualche esempio: avrai notato che gli spettacoli televisivi sono affollati di sedicenti “showgirl” che alla fin fine non si capisce bene quale talento abbiano se non le belle forme; che le amministrazioni vanno a rotoli per l’incompetenza di indefiniti “manager”, e che troppe volte buttiamo nella pattumiera oggetti che hanno un guasto facilmente riparabile ma che ormai ci rassegniamo a pensare “rotti”. Perché ormai ci accontentiamo di pochi lemmi, vaghi, facili. E penso invece alle gemelle Kessler di cinquanta anni fa che erano sì “showgirl”, ma soprattutto “ballerine” di provata bravura e venivano apprezzate e pagate fior di quattrini per quel talento, non fondarono la loro fortuna su una farfalla tatuata sull’inguine. Il pubblico le definiva “ballerine” e pretendeva dunque vederle ballare bene (non vale forse anche per gli “scrittori”, che dovrebbero scrivere bene? 😉 ). Idem, se butti via un paio di scarpe ogni volta che ti si scolla una suola, e invece che farla riparare ne compri di nuove, alimenti quello sfrenato consumismo che oggi stiamo tutti soffrendo. Non so tu: ma io davvero conosco persone che considerano le proprie cose rotte ogni volta che perdono un pezzetto, in quanto il loro impoverito dizionario non ha sinonimi per definirle altrimenti. E a forza di ripetere/ripeterti “rotto” finisci per convincertene… Con lo scialo e la superficialità che ne derivano.

    Imperfetto e PdV: la più grande soddisfazione che mi dà il mio lavoro è quando il lettore dice di aver avuto l’impressione di “vedere” un mio racconto piuttosto che leggerlo. In effetti, cerco di imitare con la mia prosa la scrittura filmica, perché credo che il lettore di oggi e di domani sempre più sarà un lettore filmico. L’imperfetto, che svolge l’azione dal passato al presente, e la lascia irrisolta, mi serve a creare un senso di immagine in movimento. Lo accosto al passato remoto per enfatizzare l’effetto (esempio: “Luca si alzò da seduto sull’erba, scrutò il prato, scrollava la giacca”: l’intento è farti vedere questo personaggio che, compiute le due decise azioni di alzarsi da seduto e guardarsi circospetto attorno, sventola la giacca ancora per qualche istante). Con il PdV “ballerino” vorrei imitare il campo/controcampo, ma soprattutto certo uso del montaggio. Esempio: credo tu abbia letto “Photophantastes”, il racconto con cui partecipai al concorso steampunk del Duca. Ebbene: se ricordi c’è un capitolo in cui, di notte, Carrol vede Wayne correre travestito da Rabbit-Man sui tetti del college di Oxford. Lì il PdV passa di continuo dall’uno all’altro dei due protagonisti, come accadrebbe in qui film d’azione dove due avversari si rincorrono su binari paralleli e tu partecipi all’inseguimento ora dal PdV dell’uno ora dell’altro con montaggio serrato. Idem, cerco di evocare con il “raccontato”, che non sempre sostituisce il mostrato, quello che un montage può ottenere in sequenze come quella del discorso nel film “Il discorso del Re”, in cui dal mostrato della stanza in cui Re Giorgio parla al microfono ci spostiamo al raccontato (ma insisto con “evocato”, che è il termine che usava Giorgio Gaber per il suo teatro senza scenografie o costumi, affidato solo alla suggestione parola) del popolo inglese che lo ascolta.
    Certo mi rendo conto degli enormi limiti della pagina scritta rispetto allo schermo, ma continuo a provarci.

  16. Mi scuso anticipatamente per l’OT, ma:

    P.s. aggiungo qui: i miei rapporti con Gamberetta, che è un tuo punto di riferimento metodologico, si interruppero ormai un paio di anni fa con uno scambio mail. Lei mi scrisse: “io mi occupo di narrativa, tu vuoi fare letteratura, e la letteratura a me non interessa.” Stop. E ognuno per la sua strada.

    Non ho mai scritto al signor Forlani la frase riportata tra virgolette, lo pregherei di evitare in futuro di attribuirmi parole che non ho mai detto.

  17. Non posso ricordare una frase esatta di una mail non breve di tanto tempo fa, ma il senso era quello.

  18. Rispondo ad alcuni dei tuoi esempi concreti:

    Sul semplice “disse”, hai ragione, sono d’accordo vittoriani e russi: ma provo, con “abbuiò” o “incupì”, a far capire che mentre pronunciano quelle parole i personaggi divengono tetri in volto senza annodarmi in frasi un po’ piatte tipo “disse cupo in volto”.

    Se è quello il tuo scopo, non hai certo scelto la soluzione migliore.
    Se vuoi mostrare che il personaggio è inquieto e a disagio, puoi farlo descrivendo un suo gesto, un suo atteggiamento. Per esempio, puoi mostrare che all’ucraino trema il fucile, oppure che ha un tic nervoso e sbatte l’occhio, oppure che al minimo rumore fatto dal suo compagno si volta di scatto e gli punta il fucile addosso. Così capiamo bene che è incupito e inquieto, e magari ci emozioniamo un po’.
    Usare l’insolito “incupì” al posto del canonico “disse”, invece che focalizzarci di più sullo stato mentale dell’ucraino, ci distrae dalla storia attirando l’attenzione sulla parola.

    Se vuoi utilizzare parole desuete, il modo migliore sarebbe raccontare una storia con un unico personaggio pov o, ancora meglio, in prima persona. L’uso di parole desuete diventerebbe così parte del bagaglio espressivo del personaggio (una persona ampollosa? Una persona erudita che ci tiene a far sapere la sua erudizione?) e il lettore lo accetta come parte della storia.
    Se le parole desuete sono utilizzare dal Narratore onnisciente, più spesso che no l’unico risultato che otterrai è di infastidire il lettore, che penserà “ma questo vuole raccontarmi una storia o solo farmi sapere quante parole conosce?”.

    Se il tuo fine è “didattico”, non è certo inserendo qui e là termini desueti (e quindi stonati) che istruirai qualcuno. Farai solo danni alla tua storia. Al limite, scrivi storie straordinarie, piene di sense of wonder e speculazioni ardite; e magari alcuni dei tuoi lettori, avvinti, vorranno approfondire e si metteranno a leggere saggistica o libri eruditi etc. e amplieranno così il loro bagaglio lessicale.
    Ma il tuo racconto è: “una ristoratrice senza scrupoli sfrutta dinosauri per fare soldi, finché un giorno i dinosauri si ribellano e gliela fanno pagare”. Non è certo un racconto che abbia bisogno o che richieda termini strani o concetti elevati.

    L’imperfetto, che svolge l’azione dal passato al presente, e la lascia irrisolta, mi serve a creare un senso di immagine in movimento. Lo accosto al passato remoto per enfatizzare l’effetto (esempio: “Luca si alzò da seduto sull’erba, scrutò il prato, scrollava la giacca”: l’intento è farti vedere questo personaggio che, compiute le due decise azioni di alzarsi da seduto e guardarsi circospetto attorno, sventola la giacca ancora per qualche istante).

    Non si usa così l’imperfetto.
    Non sono un esperto di grammatica e sintassi, ma per come l’ho sempre letto io nella mia vita, la funzione dell’imperfetto è quella di descrivere un’azione continuata nel tempo mentre avvengono altre azioni.
    Così per esempio:

    Mentre Luca scrollava la giacca, la sua casa esplose.

    Oppure:

    Luca camminava verso casa. “Come sono stanco!” disse.

    Qui l’imperfetto trasmette l’idea che Luca parla mentre cammina. Ma:

    Luca camminò verso casa. “Come sono stanco!” disse appena arrivato’.

    Qui non uso l’imperfetto perché l’azione successiva viene compiuta dopo la fine della precedente.
    “Luca si alzò da seduto sull’erba, scrutò il prato, scrollava la giacca” non si può sentire, ci vuole “scrollò la giacca” (peraltro, anche ‘scrutare’ è un’azione che richiede più di qualche istante, eppure hai usato il passato remoto).

    Con il PdV “ballerino” vorrei imitare il campo/controcampo, ma soprattutto certo uso del montaggio.

    Non sono contrario di principio all’uso di più pov (e mi piacciono i romanzi corali), ma la pagina scritta segue regole molto diverse dal cinema. Su schermo vedo tutta l’azione, è semplice seguirla anche se ci sono salti di camera continui, ma in narrativa è facile fare confusione.
    Se vuoi fare un salto di pov, tanto per cominciare, devi almeno fare il piacere di lasciare una riga bianca per marcare uno stacco di paragrafo. Così io lettore sono più “preparato” al fatto che il pov possa cambiare.
    Secondo, sarebbe buona norma limitare il numero di pov a pochi e importanti: per esempio, ogni comprimario può avere il suo pov, ma non la vecchina che compare a pag.45 e muore investita da un camion a pag.46! In generale, un pov va tolto se non è indispensabile e/o non arricchisce particolarmente la tua storia.
    Nel caso del tuo racconto, un unico pov era più che sufficiente (Antonella) e avrebbe anche reso il racconto più divertente (perché più immersivo e con meno stacchi). Al limite, due pov, uno di contrappunto all’altro: Antonella e Daverio, oppure Antonella e uno dei suoi inservienti (a cui avresti dato un ruolo più importante, da “comprimario”).

    Comunque, non sono un esperto.
    Per chiarimenti tecnici, ti consiglio di rivolgerti a Gamberetta, oppure al Duca – se non mi sbaglio siete un po’ in confidenza. Photophantates non credo di averlo letto, sto aspettando che esca la Director’s Cut dell’antologia ducale.

  19. @Alessandro Forlani

    ho letto il racconto e non posso che essere completamente d’accordo con il Tapiro.
    L’uso di “parole desuete”, fatto così casualmente, senza una logica che possa dare un significato a questo uso, risulta estremamente sgradevole al lettore normale. E’ veramente un esercizio del tutto gratuito e dal risultato pessimo.
    L’uso dell’imperfetto ha avuto su di me l’effetto di un ceffone in faccia ricevuto senza alcun preavviso. Lo reputo inoltre del tutto sbagliato anche per l’obiettivo, piuttosto balzano, che ti poni con il suo uso. Al massimo in certe descrizioni prolungate potrei vedere l’uso del presente, per immedesimare il lettore all’azione che si sta svolgendo. L’imperfetto è alle mie orecchie, abituate ad ogni tipo di obbrobrio, una soluzione pessima.
    Questa frase nel tuo commento:
    da parte del lettore chiedo un rispetto e un’attenzione diversa da quella con cui si legge la scrittura di nessuna pretesa
    mi sembra di un’arroganza che non credo dovrebbe mostrare nemmeno chi ha già vinto il Premio Nobel per la letteratura, immaginiamoci da parte di chi non ha ancora scritto niente di accettabile.
    Aspetti caratteriali a parte, dal tuo commento di cui sopra risulta evidente che a te di scrivere una storia che sia di interesse per un lettore normale non importa assolutamente niente, preoccupato come sei di dimostrare di essere l’unico che si pone il problema del decadimento della lingua italiana. E questa tua posizione è del tutto evidente nel racconto, che di fatto non contiene una storia di minimo spessore, è solo un brutto involucro senza contenuto. In conclusione è un pessimo racconto, e dovresti fartene una ragione e trarre delle conseguenze sul tuo stile di scrittura
    Senza alcuna acredine, ma ho appena scritto qualcosa di molto simile per un romanzo di un amico che voleva il mio giudizio…

  20. @mikecas.

    “Senza alcuna acredine” (?!?!), prendo atto degli appunti. Non è superbia da Premio Nobel: ho delle idee, ci credo, le porto avanti, spero di volta in volta di trovare interlocutori che mi facciano capire dove sbaglio e dove sono nel giusto. Una volta si chiamava “passione”, o semplicemente “essere vivi e sanguigni”. L’alterigia con cui piuttosto mi accusi degli effetti provocati a TE dal racconto, il tuo REPUTARE, dovrebbe suscitarti qualche dubbio sulla TUA autoreferenzialità e il TUO ritenerti in grado di tracciare un mio profilo psicologico.
    Circa il non avere scritto ancora nulla di accettabile (come puoi giudicare il mio lavoro da questo solo racconto, scritto quasi per scherzo per un concorso amatoriale?), poiché come tu giustamente affermi certi giudizi vanno lasciati ai lettori: lo scorso anno sono stato fra i 10 finalisti del Premio Urania (anche l’Alessandro Scalzo autore di “Masterheim”, altro riferimento di questo blog e che qui trovi favorevolmente recensito, vanta se ben rammento lo stesso risultato), fra il 2011 e 2012 ho vinto con i miei racconti due concorsi di Edizioni XII, che credo conoscerai come editore indipendente ma di sicuro interesse per la produzione horror e fantastica italiana. Un altro racconto apparirà, proprio per il suo essere volutamente fuori da certe regole, nell’antologia “Baionette Librarie” dell’omonimo Duca, uno dei “numi tutelari” di Tapiro. La mia recente antologia “Qui si va a vapore o si muore” ha ottenuto favorevoli recensioni anche da chi non condivide certo le mie idee sulla narrativa, per esempio Gianni Falconieri del sito Fantasy Italiano, che proprio perché apprezza la (bislacca, è vero) originalità del mio lavoro mi ha recentemente invitato a una collaborazione. Potrei citare altri risultati e titoli di studio e professionali, ma mi rendo conto che nell’arena della blogsfera non valgono nulla e preferisco restare nell’ambito del dibattito
    Certo, quello che scrivo NON E’ NULLA, sono sinceramente il primo a dirlo. E sarei dunque molto lieto di confrontare i miei scritti (quattro romanzi, molti racconti) con i tuoi: dove posso leggerne, di così validi che neppure firmi questo intervento con un nome e cognome, che mi possano far risalire a un autore e alla sua produzione, il suo particolare stile, la sua poetica?
    Con ciò: questo mio confronto con Tapirullanza, che in questi giorni era iniziato in modo forse un pò aspro ma oggi faceva ben promettere, si è con questo tuo intervento di nuovo abbassato a insulto da blog. Mi dispiace, e abbandono – scacciato dalle tue beccate di galletto saccente con la cresta rossa – questo spazio dove, pur cercando di esprimermi in termini miti e costruttivi, non sono benvenuto.

  21. Mi dispiace, e abbandono – scacciato dalle tue beccate di galletto saccente con la cresta rossa – questo spazio dove, pur cercando di esprimermi in termini miti e costruttivi, non sono benvenuto.

    Mostruosa sensazione di deja vu…

  22. Lol. Ho appena letto l’amoroso scambio di convenevoli tra il nostro e MisterX xD

    Comunque imho Tapiro che prende le mazzate sarebbe come un’auto della F1 che si ribalta. Nessuno vuole che succeda, ma se succede nessuno vuole perderselo! v.v

  23. Ciao a tutti, questo è il mio primo commento qui!
    Non entro nel merito della polemica in corso, mi interessa invece il discorso sull’imperfetto.
    Ieri ho trovato questa frase in “Un regno in ombra” di Miéville (premessa: un tizio è stato appeso sopra a un tunnel della metropolitana, e il treno lo investe in pieno quando passa, spiaccicandolo):
    “Il vetro anteriore esplose come una grossa vescica di sangue. Il primo treno della Northern line arrivò alla stazione di Mornington Crescent e, lento e pesante come un aratro, si arrestò a una fermata non prevista, e grondava.”
    A me piace molto quel “grondava”, al contrario di quel “scrollava la giacca” di cui si parlava prima che mi ha fatto storcere il naso. Credo che il Tapiro intendesse questo: il treno arriva, si ferma e, contemporaneamente, gronda sangue. Nell’esempio del tizio, invece, si alza, scruta, scrolla la giacca. Cioè mi dà l’idea di tre momenti distinti e quindi l’imperfetto non ci starebbe bene. Che ne dite?
    Ah, ho guardato anche l’originale in inglese per fare un confronto (ma perché mi faccio del male?!) e al posto dell’imperfetto c’è “dripping”, così per mandare in vacca tutto il discorso! ^_^

  24. sei un sarcastico/sornione/infamatore. Lo sai, vero?

    È inquietante sentire parlare di rispetto una persona che scrive cose come queste:
    – Visto che le persone in questione non lo fanno li reputo delle merde con cui non è possibile alcun dialogo.
    – Coloro che propongono roghi, che infamano e insultano per me sono solo delle teste di cazzo. Né più né meno.
    – parlo dei segaioli delle recensioni
    – Ottima l’analisi sul linguaggio tipico di questi poveracci, roba da farci un altro articolo.

    Dicevo, è inquietante. Riesce comportarsi quasi peggio del Duca ^_^
    Ma quello che mi lascia più perplesso sono queste altre frasi:
    – Tra l’altro a me non fanno né caldo né freddo, è solo quando se la prendono con persone che frequento – per “ovvia” proprietà transitiva – che m’incazzo e li picchierei volentieri.
    – Salvo poi – così mi dicono voci ben informate – tremare come mammolette ogni volta che si trovano faccia a faccia con coloro che hanno infamato via Web. Il classico compertamento da codardi che caratterizza tutti i bulletti di quartiere.

    Un po’ come a dire: visto che tu parli male delle mie opere e delle opere dei miei amichetti, allora meriti di essere picchiato.
    E siccome siamo in una giungla e vige la legge del più forte fisicamente, io ti voglio dimostrare quanta ragione ho. E se tu hai paura è perché hai torto, non perché magari ti trovi di fronte un violento che parla attraverso (minacce di) pugni e calci.

    Che splendida Italia… ^_^

    Ps: hai fatto ristretto la possibilità di commentare?
    Non riesco a farlo con la sola email e nick

  25. @Alessandro Forlani. Sì, ti ho mandato una lunga mail in cui c’era una frase che poteva ricordare quella da te virgolettata, ma quella è stata una delle prime mail che ci siamo scambiati e non abbiamo interrotto i rapporti lì. Lì abbiamo interrotti molti mesi dopo (e dopo che ho perso un bel po’ di tempo a leggere e commentare i tuoi racconti), quando sul tuo blog mi hai prima presa per il culo, e poi, non contento, nei commenti mi hai anche presa per scema dicendo che non ti riferivi a me. Ma non rivanghiamo, non vale la pena perdere neanche un secondo in più con te. Però, per piacere, evita di attribuirmi comportamenti e parole non corrispondenti al vero.

  26. @Dago:

    Comunque imho Tapiro che prende le mazzate sarebbe come un’auto della F1 che si ribalta. Nessuno vuole che succeda, ma se succede nessuno vuole perderselo! v.v

    Che bella la solidarietà.

    @Lela:

    Ah, ho guardato anche l’originale in inglese per fare un confronto (ma perché mi faccio del male?!) e al posto dell’imperfetto c’è “dripping”, così per mandare in vacca tutto il discorso! ^_^

    Non c’è niente di sbagliato^^
    “Dripping” si può tradurre con ‘grondante’, ‘mentre grondava’, o anche ‘e grondava’: non fa una gran differenza (lievissime sfumature), vanno tutti bene.

    @Guardiano:

    sei un sarcastico/sornione/infamatore. Lo sai, vero?

    Così si dice…

    Ps: hai fatto ristretto la possibilità di commentare?
    Non riesco a farlo con la sola email e nick

    Non è colpa mia. Sono delle restrizioni messe in piedi da WordPress (per motivi a me ignoti) dalla fine di Marzo. Anche Uriele si lamentava, ma non ci posso fare niente u.u

    Comunque, finiamo qui la polemica – tanto non c’è nulla da aggiungere – che sennò mi tocca aprire una Fogna dei Commenti anche a me.
    Lasciamo i commenti dell’articolo a coloro che hanno qualcosa da dire su Deinos.

  27. @Tapiro: dici? Io mi sarei fermata a “grondante”, che non mi piace per niente. Grazie mille per la delucidazione e complimenti per il blog, mi piace un sacco! Ok, fine O.T. ^_^

  28. C’è uno scrittore (Forlani) che usa l’imperfetto, ma questo contrasta con la formula Duca-Gamberetta, Tapiro lo fa notare, lo scrittore giustifica la sua “colpa” appellandosi alla libertà creativa. Poi la cosa degenera ancor di più sfiorando la minaccia fisica. Il Guardiano ha i miei stessi deja vu.

    ho riassunto bene?
    *alzo il sopracciglio in segno di distaccato disgusto*

  29. purtroppo no, dunseny.
    Qui sono due discorsi diversi… forlani e il discorso da una parte e un altro blogger figherrimo (non dico nomi, faccio come lui, lancio solo frecciatine) dall’altra parte.

    leggi un po’ questo post qui:
    http://alessandrogirola.me/2012/05/28/sepolcri-imbiancati/

    Almeno il Duca, nella sua aggressività, era molto più originale e ha usato la censura, nei miei confronti, in un modo molto più intelligente (ciao Duca, ricordi i miei post censurati e il “SUKA” che hai lasciato filtrare per dimostare che sono una checca isterica? ^_^ ).
    Qui vedo solo un molto livore… e perché? perché il Tapiro si è permesso di recensire Ucronie Impure e Deinos ^_^
    E “picchierebbe volentieri” solo per questo…
    Figo, eh?

    Duca, quasi quasi mi manchi… quasi.

  30. >Guardiano: “purtroppo no, dunseny”
    menomale, infatti mi sembrava eccessivo il cambiamento di tono (oddio anche io ho usato l’imperfetto!)
    Sull’atteggiamento del Duca e di Girola applico lo stesso trattamento: distaccato disgusto.

    >Forlani: hai trovato un nuovo lettore 🙂

    >Tapiro: se ti picchiano a morte…posso avere Sho? LOL

    una nota tecnica: oltre alle ormai note lungaggini per il log in, adesso il mio antivirus ogni tanto mi avverte che c’è del contenuto non sicuro in queste pagine °__°, ma mi è già successo in altri blog. E’ la maledizione maya?

  31. Piccolo OT nell’OT: di solito il Duca tratta male le persone per un motivo: perchè sì!
    Ma quando le tratta MOLTO male, di norma ciò dipende dallla mongolrotellaggine di costoro.
    Parlo in generale ovviamente. Non vorrei beccarmi una querela…

  32. E fu così che venne certificata l’infallibilità ducale ^_^

  33. >Dago: LOL, questa è la migliore che tu abbia mai detto (e ne hai dette). ^__^

  34. Effetto lazzaro.

    Mi è piaciuto anche se non mi ha entusiasmato.
    Il racconto fila liscio come l’olio ma il lungo monologo ha qualcosa di “strano”.
    Ben oltre la sufficienza.

    Profumo.

    Il racconto sembra avere delle potenzialità e la scena finale, con qualche modifica, potrebbe diventare una bella scena: lo abbandona? lo Salva? non trova negozi e viene sbranato?
    Il problema è tutta la parte intermedia:
    tralasciando “l’ubriacatura del parquet” citata da Tapiro, c’è anche un salto di POV nella mente del dinosauro che pensa “carne”. Ho dovuto rileggere più di una volta per essere sicuro (e ancora non lo sono, non ci voglio credere) che il POV non fosse di Filippo.
    Fra si come “Il ragazzo non si muove, trattiene il respiro e il cuore cerca una via di fuga tra le costole, quasi a volerle sfasciare.” le ho trovate verametne pesanti come ho trovato pesanti i dialoghi: improbabili, pieni di parolacce messe lì giusto per metterle, linee e linee di dialogo senza una descrizione di azione.
    Nella scena dei dinosauri e del laghetto, poi, mi sono chiesto: ma perché dei predatori non attaccano direttamente i punti vitali mentre si concentrano sugli arti? Sembra quasi che prendano tempo per consentire a Filippo di usare le bottiglie di alcool.
    Per me non arriva alla sufficienza, anche se si avvicina molto.

    Deinosrestaurant.

    Ho iniziato a leggere questo racconto con tutte le buone intenzioni del mondo ma l’uso dell’imperfetto è davvero fastidioso.
    Non ho seguito la discussione proprio per non farmi influenzare ma per me l’imperfetto rappresenta un’azione che inizia e continua nel tempo quindi quando gli operai pretano il lanciarazzi alla fattora, leggere “le prestavano un lanciarazzi” suona molto male. Il perché poi si passa al passato remoto invece dell’imperfetto, di tanto in tanto, non l’ho capito.
    In più l’uso continuo di termini desueti è veramente straziante. Ad ogni “icori”, “guaiolava”, “usbergo cefalico” ecc. ecc. ecc. ecc. ecc. ecc. ecc. ecc. ecc. pensavo: ma perché deve mettere queste parole? Deve dimostare la sua cultura? Sta cercando di insegnare agli ignoranti (quindi anche a me)? Che senso hanno, se non quello di irritare e di canalizzare l’attenzione dalla storia alla singola parola?
    Finire questo racconto è stata una sofferenza.
    Molto sotto la sufficienza.

    PS L’idea del “jingle dei Flinstones” mi ha fatto sorridere.

    La razziatrice.

    Ok, non ce la faccio a leggerne un altro. E questo già inizia malissimo con un incipit che mi ha fatto guardare attorno alla ricerca di uno spigolo dove sbattere la testa.
    E continua ancora peggio con “È Natale e c’è l’apocalisse”.
    brrr…

    A dire il vero, non sono nemmeno sicuro di voler continuare la lettura, vista la qualità dei primi quattro racconti.
    Penso che mi limiterò a leggere “la vendetta di Geraldo” e forse “hic sunt dracones”.

  35. @Guardiano:

    Non mi è chiaro il tuo scopo.
    Se per caso è dimostrare la tesi di Girola secondo cui i miei lettori sarebbero un branco di odiatori sbavanti, good job.

    Prima che arrivassi tu la situazione si era perfettamente calmata (peraltro, anche gli scambi con Longo e Forlani avevano del contenuto).
    Sembri uno di quei provocatori che durante le manifestazioni pacifiche escono dal gruppo e si mettono a spaccare le vetrine. Mi metti in imbarazzo.
    Non ho bisogno di essere difeso. E visto che vorrei evitare che qualcuno sfrutti i tuoi commenti per fare casino, ti pregherei di levarti dai piedi e tornare a fare il lurker.

    Grazie ^_^*

    @Dunseny:

    se ti picchiano a morte…posso avere Sho? LOL

    No.
    E’ già stata promessa a Tenger. Che poi Tenger la voglia o meno è del tutto irrilevante.

    una nota tecnica: oltre alle ormai note lungaggini per il log in, adesso il mio antivirus ogni tanto mi avverte che c’è del contenuto non sicuro in queste pagine °__°, ma mi è già successo in altri blog. E’ la maledizione maya?

    Credo proprio di sì.
    A me l’antivirus non ha mai detto niente.

  36. @Tapiro
    Ciao. Ti dico la verità: le promozioni mi lasciano un po’ perplesso.

    Premetto che ho letto solo una pagina di Effetto Lazzaro e lo finirò in giornata, ma se è tutto scritto così è un’enorme testa parlante. Non mostra niente (almeno non d i quello che accade nel presente): racconta e basta e non vediamo nemmeno con chi si parla.

    Profumo è scritto meglio (lavoro a Udine e l’ha descritta bene), ma non ha un finale…

    Mi spieghi un po’ cosa ti ha convinto?
    Intendo, soprattutto col primo, è un voler chiudere un occhio perché ci sono dei buoni contenuti o cos’altro?

    Grazie in anticipo.

  37. Ci sono i dinosauri quindi lo leggerò di sicuro (anche perchè è gratis), poi ti farò sapere che ne penso o lo recensirò.
    Però mi interessa di più il blog dello studente. Grazie del link!

  38. @???:

    Premetto che ho letto solo una pagina di Effetto Lazzaro e lo finirò in giornata, ma se è tutto scritto così è un’enorme testa parlante. Non mostra niente (almeno non d i quello che accade nel presente): racconta e basta e non vediamo nemmeno con chi si parla.

    Il “mostrato” sta nel modo in cui evoca le scene (come quella dell’apparizione dei plesiosauri a Loch Ness); non si mostra soltanto il presente, ma anche situazioni passate.
    Comunque sì, è tutto scritto così. Ma lo scopo è rappresentare la giornata tipo degli uomini della Squadra, e io dico che ci riesce bene. L’impostazione non è molto diversa dal racconto Budella di Palahniuk, di cui s’era parlato mesi fa su Baionette.

    @Piperita Patty:

    Però mi interessa di più il blog dello studente.

    Non avevo dubbi^^
    E nel caso te lo fossi persa, dai un’occhiata al libro di cui parlava Tales, Raptor Red: un romanzo visto tutto attraverso il pov di un velociraptor che deve sopravvivere nel Cretaceo! Non l’ho letto, ma da quel che c’è scritto su Wikipedia sembra interessante.
    L’autore è un paleontologo, e anche se sembra essersi preso alcune libertà poetiche, il libro sembra un buon compromesso tra piacevolezza e serietà scientifica.

  39. @ Tapiro

    Mi scuso per il necroposting, ma penso sia utile per tutti.

    Allora, ho letto Effetto Lazzaro e in effetti soffre del fenomeno delle “Teste Parlanti” o “Voci nel Vuoto”.

    Il contenuto è interessante (brava Valentina!), ma a causa di questa mancanza tecnica non si visualizza niente di quello che accade nel presente.

    Ho letto anche tutti i commenti e ho notato la discussione accesa.
    Non era mia intenzione crearne un’altra, ma davvero mi piacerebbe sapere cosa ti ha convinto per la promozione di Effetto Lazzaro nonostante questo particolare. Stessa cosa per Profumi e la mancanza di finale.

    @ Valentina Coscia

    Mi è piaciuto il tuo racconto, ma come ho scritto sopra soffre del problema “Voci nel Vuoto”.

    Al proposito ti rimando a questo articolo del Duca:

    http://www.steamfantasy.it/blog/2011/04/06/raccolta-dei-racconti-steampunk/

    e in particolare al commento del racconto “Squadra Speciale 0”.
    Se lo leggi (e leggi anche il racconto) vedrai cosa intendo.

    Tornando al tuo racconto, è un peccato che ci sia questo problema, perché l’ho trovato interessante lo stesso e potrebbe migliorare molto se lo mettessi a posto.

    Se non ho capito male, la tua idea era quella di far sì che il lettore si sentisse lo sbarbato della situazione all’interno del mezzo armato.
    Ma, anche se si decide di chiudere un occhio sulla mancanza delle parole dello sbarbato (sarebbe meglio se ci fossero), comunque si dovrebbe inserire la descrizione di quello che succede all’interno del mezzo e di quello che la veterana fa mentre parla (e magari del suo aspetto).

    Alla fine basterebbe scrivere tutto in prima persona col POV dello sbarbato. L’hai praticamente già fatto, mancano solo le parti descrittive e i beat.

    In bocca al lupo per tutto.
    Ciao

  40. ???: posto che è lungi da me la pretesa di piacere a tutti quanti, anzi, mi limito a dirti: quello che per te è “il problema delle Teste parlanti” per me è “il punto di vista in seconda persona”.
    La caratteristica principale di questo PDV è che l’io narrante si rivolge a un generico “tu” o a un generico “voi”. “Il Giovane Holden”, tanto per non fare nomi, è scritto in seconda persona. Ovvio che non mi passa neanche per l’anticamera del cervello di paragonarmi a Salinger, non sono mica matta!, ma, siccome si tratta di un PDV difficile da padroneggiare e che non avevo mai sperimentato, volevo provare a usarlo. Magari sbagliando, beninteso, ma volevo provarci.
    Poi, visto che il generico “tu” non mi convinceva, mi sono inventata il novellino, ma non è un caso che non parli mai: è una scelta.
    Ora, so che suona un po’ presuntuoso e, credimi, non è proprio mia intenzione esserla, ma quelli che tu additi come errori sono delle precise scelte narrative. Possono premiarmi, oppure no (nel tuo caso, no, e, per inciso, non è che mi arrabbio o mi offendo se Effetto Lazzaro a qualcuno non piace: ci mancherebbe anche!), ma di esse mi assumo ogni responsabilità. Soprattutto, le ho adottate in piena consapevolezza.
    Se non si visualizza nulla di ciò che accade nel presente è semplicemente perché non volevo che succedesse: il mio intento, il mio esperimento se vogliamo, era provare a trattenere il lettore alla pagina raccontando – in un modo che non fosse mortalmente noioso, ecco perché per immagini – quel che è successo al mondo nel momento della ri-comparsa dei dinosauri.
    Il resto – le SAD, il novellino, la veterana, quello che succede nel blindato – sono solo cornice, ambientazione e il mezzo che mi permette di raggiungere il mio scopo. Se non ho scritto in prima persona e non ho usato il PDV dello sbarbino, non è perché io non ne sia capace: è perché non mi interessava farlo. Volevo, come ti ho detto, altro.
    Detto questo, mi scuso con Tapirulant per essermi dilungata tanto, ma una spiegazione mi sembrava dovuta!
    Ciao!

  41. Non era mia intenzione crearne un’altra, ma davvero mi piacerebbe sapere cosa ti ha convinto per la promozione di Effetto Lazzaro nonostante questo particolare.

    Stavo per scrivere una risposta, ma Valentina mi anticipato. Fondamentalmente, sottoscrivo quello che ha detto lei: in questo caso non è corretto parlare di “teste parlanti”, perchè quella della protagonista non è una lunghissima battuta che s’intromette nel fluire di una storia, ma la sua stessa battuta *costituisce l’intera storia*. Il mondo del racconto è interamente racchiuso nel monologo del personaggio. Si tratta di una cosa insolita (non cosi’ tanto, nel mondo della narrativa vera), ma comunque funziona. E le regole della storia sono chiari fin dalle prime righe (per cui non c’è nessuna infrazione del cosiddetto patto con il lettore).
    Lo sbarbatello non è pensato per essere un personaggio, ma il destinatario del monologo della protagonista (nella finzione narrativa), e un involucro vuoto in cui il lettore puo’ identificarsi (immaginando quindi di essere in presenza della protagonista, che lo tratta come un confidente). Dal punto di vista immedesimativo mi sembra funzioni piuttosto bene, un po’ come il “protagonista muto” di certi videogiochi vecchia scuola – io mi sono immedesimato.
    Il racconto di Valentina mi sembra un’ottima dimostrazione di utilizzo creativo delle regole; nonchè la prova che non è vero che a seguire le regole della narrativa si finisce a scrivere tutti uguale o che le regole si applichino in modo meccanico.

    @Valentina: Bell’intervento. Non c’è bisogno che ti scusi.
    E si’, il novellino funziona meglio del generico “tu” ^_^

  42. @Valentina
    Anche io ritengo Effetto Lazzaro tra i migliori racconti della raccolta, ma rimane, secondo me, un racconto mediocre. Capisco che l’impostazione era totalmente voluta, ma il risultato non mi sembra particolarmente riuscito, perchè la sua lettura, che ho ripetuto giusto ora per essere sicuro delle mie impressioni, non mi “prende” per niente. Non riesco ad immedesimarmi in quella elencazione di fatti e di nomi, con poche azioni e pochissime emozioni. Non saprei dire come migliorare il risultato, non ci ho pensato abbastanza, ma sicuramente per me l’esperimento narrativo è stato più un fallimento che un successo, sostanzialmente per lo stile narrativo, le parole usate, la narrazione in troppa parte didascalica.
    Un tentativo da rivedere sicuramente…

  43. @mikecas: molto in breve, perché non mi pare il caso di impestare blog altrui. Non ho mai pensato di aver scritto un capolavoro: come ho già detto, Effetto Lazzaro può piacere oppure no, a me va bene in ambedue i casi. Per quanto mi riguarda, due sono le cose importanti: ho scritto al meglio delle mie capacità e mi sono divertita molto a farlo.
    Tu lo trovi mediocre: allora, l’esperimento narrativo è fallito? Ad altre persone è piaciuto, quindi l’esperimento narrativo è riuscito? Probabilmente sono vere tutte e due le ipotesi. Scrivere è comunicare, per farlo c’è bisogno di un emittente e di un ricevente e il successo o il fallimento della “comunicazione” dipendono da ambedue le parti.
    Quanto a me, penso alla prossima storia, anziché a rivedere questa. Però, quando userò di nuovo la seconda persona, terrò conto degli elogi e – soprattutto – delle critiche ricevute da Effetto Lazzaro per migliorare il risultato.

    @Tapirulant: grazie.

  44. @valentina
    non ho alcun dubbio che ci sia sicuramente qualcuno a cui il tuo esperimento narrativo possa apparire riuscito. Era mia intenzione cercare di dare delle ragioni del perche’, a me, era invece sembrato il contrario, proprio perche’ ne potessi tener conto per il futuro. L’eccessiva sintesi e qualche parola poco meditata hanno pero’ reso il mio post precedente piu’ aspro di quanto intendessi.
    Scusa

  45. @mikecas: nulla di cui scusarsi, tranquillo.

  46. @ Valentina

    mi spiace che tu te la sia presa.
    Il mio non era un attacco personale, solo un tentativo di discussione sulla tecnica.
    Non parlo di “esperimento fallito” e di cose che “non mi prendono”.
    Lungi da me sparare opinioni a caso.
    Parlo di regole e della loro applicazione.

    Come ho già detto, il tuo racconto piace (il contenuto), solo che il modo in cui è impostato mi ha impedito di apprezzarlo in pieno.
    Mi confermi che il tuo obbiettivo era di far sentire il lettore POV e mi fa piacere che l’uso di quel POV fosse una scelta e non una cosa capitata per caso, ma secondo me crea più problemi di quanti ne risolve.

    Citi Salinger e penso che andrò a rileggermelo perché ora son curioso, ma quando si parla di POV in seconda persona a me viene in mente la serie di librigame Lupo Solitario di Dever

    http://en.wikipedia.org/wiki/Lone_Wolf_(gamebooks)#Writing

    e infatti la seconda persona, seppur usata anche da altri grandi della letteratura (occhio, letteratura che non sempre vuol dire buona scrittura), si utilizza prevalentemente in altri ambiti:

    http://en.wikipedia.org/wiki/Second-person_narrative

    Per quanto riguarda la questione “Voci nel Vuoto”, rimane tale perché, da lettore vedo (anzi sento) una voce nel vuoto che mi racconta del passato (situazioni anche belle, eh! Ripeto che il contenuto mi è piaciuto).

    Prova ad immaginare di vedere il tuo racconto in tv (visto che qui il POV coincide col lettore): stai guardando uno schermo nero con una voce che parla e reagisce a risposte che non hai dato. Poi ogni tanto lo schermo si anima e ti mostra scena del passato.
    (E non è neanche detto che sia così, perché il tuo POV non può vedere i ricordi di un’altra persona che ne parla.)
    Il tutto finisce con lo schermo nero e la voce che ti dice “Rock n roll”.

    Tu hai creato una situazione nel presente che non mostri, con un personaggio (la veterana) che non si vede, ma si dovrebbe vedere perché il POV (che in questo caso è un avatar e coincide col lettore) lo vede.

    Tu dici che quello che interessa non è il presente. Ma allora sarebbe stato meglio non presentare la situazione presente, no?
    Mi chiedo a questo punto se non ti sarebbe convenuto applicare il POV in seconda persona a stralci di diario o qualcos’altro che ti avrebbe permesso di evitare del tutto una situazione presente e limitarti alle belle scene che “mostri” con le parole della veterana.

    In conclusione:
    Ritengo che tu sappia scrivere bene, e il testo che hai scritto è bello per quanto riguarda scorrevolezza e contenuto (non lo dico solo ora, l’ho scritto anche nel mio primo commento), ma penso che possa esserlo ancora meglio se implementi descrizioni, beat e (magari) anche battute.
    In alternativa, se come dici quello che ti interessa non è il presente, dovresti cercare un modo (diario? altro?) per togliere il presente.

    In bocca al lupo per tutto.

    P.s. Hai scritto dell’altro in prima o in terza? Mi piacerebbe leggerti in quelle forme.

    @ Tapirulant
    Riporto parte del commento sopra e chioso:

    Per quanto riguarda la questione “Voci nel Vuoto”, per me rimane tale perché, da lettore vedo (anzi sento) una voce nel vuoto che mi mostra immagini del passato (anche belle, eh! Ripeto che il contenuto mi è piaciuto).
    Prova ad immaginare di vedere il tuo racconto in tv (visto che qui il POV coincide col lettore): stai guardando uno schermo nero con una voce che parla e reagisce a risposte che non hai dato. Poi ogni tanto lo schermo si anima e ti mostra scena del passato.
    (E non è neanche detto che sia così, perché il tuo POV non può vedere i ricordi di un’altra persona che ne parla.)
    Il tutto finisce con lo schermo nero e la voce che ti dice “Rock n roll”.

    In questo caso E’ corretto parlare di “Voci nel vuoto”.
    L’esempio della TV lo rende abbastanza chiaro: tutto nasce dalla presenza di una situazione attuale non mostrata dove l’unica cosa che si sente è appunto una “Voce nel Vuoto.”

    Ritengo il racconto un racconto interessante, ma da implementare o cambiare.

    Bisogna tener conto della scena che il POV (qui il lettore) sta guardando .
    Convoglio. Buio. Veterana che parla.
    Le immagini del passato restano puro raccontato.
    Il racconto della veterana lo si sente, non si vede, o se lo si vede stiamo passando a flashback.

    Ciao

  47. @???: guarda, prima di tutto mi fraintendi. Io non me la sono presa, ma proprio per niente: tendo ad essere, come dire, precisa quando espongo pensieri e concetti e forse risulto un po’ brusca. Soprattutto, non penso affatto che il tuo sia stato un attacco personale. Se l’avessi pensato, sono sincera, non ti avrei risposto: credo che dare corda a chi vuole solo litigare sia una perdita di tempo!

    E adesso, parliamo di tecnica:

    «Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle belle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio di infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto».

    Questo è l’incipit de Il giovane Holden e questo è ciò che intendevo quando ho parlato di PDV in seconda persona. (Siccome ho un’età, quando sono comparsi i librogame ero già fuori target e non ho proprio idea di come siano fatti!)
    Il libro è scritto tutto così: un ragazzo che si rivolge a un generico “voi” e prende spunto da quello che gli succede per riflettere sul mondo, su se stesso, sulle persone e sulla vita. Non dico che mi sono ispirata a Salinger – è troppo in alto! – ma siccome a me piace sentirmi raccontare delle storie, l’ho trovato una lettura molto affascinante e ho deciso, nel mio piccolo, di provare a fare qualcosa di – in minima parte – analogo.

    Mi confermi che il tuo obbiettivo era di far sentire il lettore POV e mi fa piacere che l’uso di quel POV fosse una scelta e non una cosa capitata per caso, ma secondo me crea più problemi di quanti ne risolve.

    No, perdonami, ma io non ho mai detto una cosa del genere. Ho detto che il novellino è il mio artificio narrativo per sostituire il “tu” generico che non mi convinceva. Tapiroulant ha aggiunto – e io sono d’accordo – che il lettore può identificarsi nel novellino in quanto destinatario del racconto che la veterana fa. Tradotto: il lettore potrebbe sentirsi come se la veterana fosse lì a raccontare a lui la sua esperienza. (E non è mica detto che succeda!)
    Com’è possibile che il lettore, cui è rivolta la narrazione, possa contemporaneamente esserne il punto di vista, cioè l’elemento che permette allo scrittore di veicolarla?

    Ma allora sarebbe stato meglio non presentare la situazione presente, no?

    Come ho già detto, volevo raccontare una storia passata e volevo farlo attraverso la voce e i ricordi di una persona che ha subito questo cambiamento così traumatico. Ma a me pare ovvio – forse sbaglio – che ci sia un presente, intorno a chi parla. Io non voglio toglierlo: altrimenti sarebbe… non mi viene espressione migliore che “un racconto privo di radici”. Per me quella sarebbe una testa nel vuoto. Il presente c’è, è lì, tutto intorno, il tempo scorre e lei racconta al novellino come si è arrivati a certi punti. Inoltre, nella finzione narrativa, sono insieme, nello stesso momento, nello stesso posto: avrebbe avuto senso descrivergli quel che anche lui può vedere? No. Ha senso – per me, sia chiaro – raccontargli quello che non sa. (E dargli quel minimo di istruzione pratica dell’ultimo minuto).
    Se poi mi dici: “mentre leggevo ero curioso di sapere qualcosa di più riguardo al presente, ma non hai soddisfatto la mia curiosità” posso capirlo.
    Quello che non capisco – ma te lo dico con la massima tranquillità e al di fuori di ogni polemica (per citare Arma Letale “sono troppo vecchia per queste s*******e”) – è come si possa andare a dire a una persona “avresti dovuto scrivere così invece di cosà”. Non mi sognerei mai di andare da chicchessia a dirgli: “no, guarda, dovevi scrivere in prima persona con il punto di vista di questo personaggio”, oppure “devi togliere questo o aggiungere quest’altro”… così non è più la narrazione “dell’autore” ma di chi suggerisce.
    Ripeto: massima tranquillità. Non ho problemi ad accettare dubbi, perplessità, critiche perché so benissimo che non sono la dea della scrittura e che non stiamo parlando di un immortal capolavoro.

    Hai scritto dell’altro in prima o in terza? Mi piacerebbe leggerti in quelle forme.
    Ho scritto – e scrivo – sia in prima che in terza persona. Ci sono un paio di racconti miei in giro (antologie venute fuori da concorsi) e un ebook. Tanto per dirti, in una delle storie cui sto lavorando ci sono anche delle parti di diario: mi piace sperimentare.

  48. Sono andato a controllare su wikipedia. Non ho il libro fra le mani al momento.
    “The Catcher in the Rye” l’ho letto a 14 anni e non mi ricordavo in che forma fosse.
    E’ in prima persona o almeno cosi dice Wikipedia :
    http://en.wikipedia.org/wiki/The_Catcher_in_the_Rye#Writing_style
    http://it.wikipedia.org/wiki/Il_giovane_Holden

    Holden si rivolge a un Tu generico, ma è lui il POV del libro.

    “Com’è possibile che il lettore, cui è rivolta la narrazione, possa contemporaneamente esserne il punto di vista, cioè l’elemento che permette allo scrittore di veicolarla?”

    Ti rimando al link dei librigame nei quali si usa il tu proprio per quel motivo.
    Quando leggi Lupo Solitario, tu sei Lupo Solitario. Lo ribadiscono nelle introduzioni di ogni volume. E ce ne sono una trentina.
    I librigame non sono una novità, semmai sono fuori moda. Dever ha scritto negli anni ’80 e ’90.
    Io ho 27 anni. Li leggevo verso gli 8-10 anni.

    Ecco un altro link:
    http://www.projectaon.org/en/Main/Books

    Sono i libri di cui parlo (in Inglese).
    Prova a scaricarne uno (è gratis) e vedrai cosa intendo.

    “Ma a me pare ovvio – forse sbaglio – che ci sia un presente, intorno a chi parla. Io non voglio toglierlo: altrimenti sarebbe… non mi viene espressione migliore che “un racconto privo di radici”. Per me quella sarebbe una testa nel vuoto. Il presente c’è, è lì, tutto intorno, il tempo scorre e lei racconta al novellino come si è arrivati a certi punti.”

    Allora se il presente è importante diamogli importanza.
    Cosa accade nel presente?
    Descriviamolo.
    Diamo le azioni per quanto piccole e insignificanti, il setting, i pensieri del POV .
    Immergiamoci nell’atmosfera di un convoglio in attesa di entrare in azione.

    “Inoltre, nella finzione narrativa, sono insieme, nello stesso momento, nello stesso posto: avrebbe avuto senso descrivergli quel che anche lui può vedere? No.”

    E invece sì.
    I POV servono proprio a questo.
    Vedo con gli occhi del POV, annuso col suo naso, gli sento il cuore battere, provo le sue emozioni.
    Non è ridondanza, è darci il presente che il POV sta vivendo.
    Non è opzionale: seguo il POV = vivo la sua vita.
    Se poi intendi che sarebbe strano perché il POV è il TU, be’, questo è ciò a cui mi riferivo quando dicevo che il TU crea problemi.
    Nella serie di Lupo Solitario tutte le descrizioni sono tipo:
    “Arrivi in città. Vedi una folla che si stringe attorno un palco e un uomo che bla bla.”
    Fra l’altro questo è un falso problema se si eliminano i verbi sensoriali vedere sentire o anche pensare, se è per questo.

    Link:
    http://fantasy.gamberi.org/2010/11/18/manuali-3-mostrare/

    “Quello che non capisco – ma te lo dico con la massima tranquillità e al di fuori di ogni polemica (per citare Arma Letale “sono troppo vecchia per queste s*******e”) – è come si possa andare a dire a una persona “avresti dovuto scrivere così invece di cosà”. Non mi sognerei mai di andare da chicchessia a dirgli: “no, guarda, dovevi scrivere in prima persona con il punto di vista di questo personaggio”, oppure “devi togliere questo o aggiungere quest’altro”… così non è più la narrazione “dell’autore” ma di chi suggerisce.”

    Ho semplicemente visto qualcosa che mi sembrava migliorabile e ho proposto come si poteva migliorare.
    Non sono né per le critiche a vuoto (tipo: non so perché, ma non mi prende) né per lodare quello che non convince appieno.
    Penso che l’onesto: “Questo è bello. Questo, secondo me, non va” sia il più bel complimento per un autore che come me (e come te mi sembra di capire) sta studiando per imparare a scrivere meglio.

    “Ho scritto – e scrivo – sia in prima che in terza persona. Ci sono un paio di racconti miei in giro (antologie venute fuori da concorsi) e un ebook.”

    Ho scaricato l’intro dell’e-book. Quando ho tempo lo leggo. Grazie

  49. @???: Holden si rivolge a un Tu generico, ma è lui il POV del libro.
    E che cosa ti fa pensare che in Effetto Lazzaro le cose siano diverse? Attraverso quali occhi vediamo ciò che è successo? Attraverso gli occhi del lettore? O attraverso quelli della veterana? Di chi sono le opinioni e i giudizi presenti nel testo? Io ho detto che Il giovane Holden è in seconda persona, probabilmente ho sbagliato la definizione. Questo cambia la sostanza delle cose?

    Io ho 27 anni. Li leggevo verso gli 8-10 anni.
    Ne compio 36 tra un mese, te l’ho detto che ero fuori target, per i Librogame.

    Allora se il presente è importante diamogli importanza.
    Il presente è contorno. L’ho già detto. Serve da sfondo e, secondo me, aggiunge profondità e prospettiva. Per me è l’ancoraggio, il contesto. Poi posso sbagliare.

    “Inoltre, nella finzione narrativa, sono insieme, nello stesso momento, nello stesso posto: avrebbe avuto senso descrivergli quel che anche lui può vedere? No.”

    E invece sì.
    I POV servono proprio a questo.

    No, mi spiace. Se io mi metto a descrivere qualcosa che tutti e due i personaggi hanno sotto gli occhi si chiama infodump. Effetto Lazzaro è già pieno di infodump così, non mi pareva il caso di aggiungerne altro.

    Ho semplicemente visto qualcosa che mi sembrava migliorabile e ho proposto come si poteva migliorare.
    Non sono né per le critiche a vuoto (tipo: non so perché, ma non mi prende) né per lodare quello che non convince appieno.
    Penso che l’onesto: “Questo è bello. Questo, secondo me, non va” sia il più bel complimento per un autore che come me (e come te mi sembra di capire) sta studiando per imparare a scrivere meglio.

    Ma tu non hai detto “questo è bello, questo non va”. Tu hai detto Alla fine basterebbe scrivere tutto in prima persona col POV dello sbarbato. L’hai praticamente già fatto, mancano solo le parti descrittive e i beat. : c’è una bella differenza.
    Ho scelto il punto di vista che mi piaceva. La forma narrativa che mi piaceva. Ho raccontato quello che mi piaceva raccontare.
    A questo punto, se al lettore piace, bene. Se al lettore non piace, bene lo stesso.
    Sono d’accordo sulla critica costruttiva se si tratta di errori. Un punto di vista che saltabecca da una testa all’altra, per esempio. O un registro narrativo da Ottocento che non è coerente con l’ambientazione futuristica.
    Ma quando uno scribacchino sceglie un certo tipo di punto di vista e lo mantiene coerente per l’intero testo e non ci sono errori “formali”, proporre una miglioria entra nel campo dell’arbitrario e del discrezionale. Per questo dico che non capisco come sia possibile.
    Andresti da – che so – Picasso a contestare il tipo di scomposizione della prospettiva che utilizza perché secondo te sarebbe migliorabile? E con questo non voglio certo paragonarmi a Picasso, intendiamoci bene.

    @Tapiroulant: scusami, ti sto monopolizzando i commenti! Adesso sto zitta, promesso!

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