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I Consigli del Lunedì #42: The Moon Is A Harsh Mistress

The Moon Is A Harsh MistressAutore: Robert A. Heinlein
Titolo italiano: La Luna è una severa maestra
Genere: Science Fiction / Hard SF / Politico
Tipo: Romanzo

Anno: 1966
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 380 ca.

Difficoltà in inglese: ***

There ain’t no such thing as a free lunch.

Nel XXI secolo la Luna è diventata una colonia penale. Una prigione che non ha bisogno di sbarre né di molte guardie, perché fuggire è impossibile: pochi possono permettersi di pagare il passaggio sulle navi merci che transitano mensilmente; e soprattutto, dopo pochi mesi di permanenza sulla Luna, la bassa gravità opera sull’organismo cambiamenti irreversibili che rendono insopportabile la gravità terrestre. Sotto l’occhio vigile dell’Autorità Lunare, i Lunatici si sono costruiti la propria società, scavando intere città sotterranee e trattando lo sterile suolo terrestre in modo da convertirlo in acqua e grano. Una quota del grano prodotto viene mensilmente venduta all’Autorità, proprietaria di una catapulta con cui viene spedito nello spazio e giù sulla Terra.
Manuel non si è mai interessato di politica. Nato sulla Luna da nonni deportati, è fiero di essere un Lunatico, ma conduce una vita tranquilla come tecnico del super-computer che coordina tutte le attività amministrative a Luna City. Manuel è anche l’unico ad essersi accorto che un bel giorno il computer è diventato autocosciente; l’ha chiamato Mike ed è diventato il suo unico amico. Ma una sera del 2075, per fare un favore a Mike, Manuel si trova suo malgrado invischiato in una protesta dei Lunatici contro il monopolio dell’Autorità. E ben presto capirà che in gioco c’è il futuro stesso dei Lunatici e delle risorse lunari. O la Luna diventerà indipendente e libera dalla Terra, o sono condannati a un futuro di carestia e schiavitù… e Manuel potrebbe avere in mano la carta vincente per decidere le sorti della rivolta.

The Moon is a Harsh Mistress, o: piccolo manuale del rivoluzionario pragmatico. Il Consiglio di oggi non avrebbe certo bisogno di presentazioni; Robert Heinlein è uno dei Big Three della fantascienza della Golden Age, e questo è uno dei suoi romanzi più famosi, dopo (o accanto a?) Starship Troopers e Stranger in a Strange Land. Ma mentre alcuni dei suoi romanzi più celebri – compresi i due summenzionati – negli ultimi anni sono stati riportati nelle librerie italiane, dalla Mondadori e dalla Fanucci, La Luna è una severa maestra è rimasto relegato alle ristampe Urania. Un trattamento ingiusto. Dopo il Consiglio su Clarke e quello su Asimov, dunque, è giunto il momento di chiudere il cerchio con questo classico (non molto letto in Italia) di Heinlein.
Come potrebbe un piccolo satellite come la nostra Luna ribellarsi con successo alla Terra e conquistare l’indipendenza? Quali tattiche dovrebbe adottare, come dovrebbe organizzarsi? The Moon Is A Harsh Mistress ci racconta tutte le fasi della rivoluzione lunare – dai primi germi, alla preparazione, all’esecuzione, all’esito finale. Ma Moon è anche un’opera di Hard SF, e un romanzo d’azione; e a tratti diventa anche un trattato di filosofia politica. Vediamo come il buon vecchio Anson ha tenuto tutto insieme.

Brass Cannon

Un cannone di ottone. Uno dei simboli del romanzo, infatti Heinlein originariamente avrebbe voluto intitolarlo “The Brass Cannon” (fortunatamente gli fu impedito di commettere questa pazzia).

Uno sguardo approfondito
Immaginate di uscire a bere qualcosa con un amico che non vedevate da tempo. Seduti a un tavolo, boccale di birra davanti, il vostro amico vi racconta la storia della sua vita e voi, pazienti, lo ascoltate. Ecco: questa è esattamente la sensazione che lascia il narratore di Heinlein. The Moon is a Harsh Mistress, come molti altri dei suoi romanzi, è raccontato in prima persona e al passato remoto dal protagonista Manuel O’Kelly-Davis. Dico “raccontato” non a caso, perché per trovare delle scene mostrate decentemente in tutto il romanzo bisogna andare a cercarle col lanternino.
Tutto il romanzo è pesantemente filtrato dal punto di vista di Mannie, che non si fa problemi a commentare, fare del sarcasmo, lanciarsi in digressioni su questo o quello. A descrizioni dettagliate di alcune scene chiave, seguono riassunti sbrigativi di giorni o anche settimane di avvenimenti. Gli infodump sono spiattellati in faccia al lettore senza tanti problemi: per esempio, all’inizio del romanzo il protagonista va a incontrare Mike, e subito si lancia in un lungo excursus sulla natura del super-computer, sulla storia di come abbia scoperto che era senziente e di come sono diventati amici. Solo il tono frizzante e sopra le righe della voce narrante, e il fatto che di norma queste digressioni siano interessanti, ti fa resistere alla tentazione di lanciare il libro dalla finestra.

Insomma, l’impostazione narrativa ricorda tanto quella di un romanzo tardo-ottocentesco alla Henry James o Thackeray, non fosse per il fatto che il pov-narratore è troppo arrogante e dalla parlata troppo slang per confonderlo coi libri di quell’epoca. Ma oltre all’immersione – più che calarci direttamente negli avvenimenti della storia, ci sembra di essere di fronte a uno che ce li racconti – ne risente anche il ritmo della narrazione: a parti adrenaliniche in cui succedono cose e seguiamo concitatamente l’azione, seguono pagine e pagine di spiegoni sospesi nel tempo.
E a questo si aggiungono alcune scelte poco chiare di Heinlein nella gestione del ritmo narrativo. Un momento critico e anticipato per un centinaio di pagine, come il golpe dei ribelli sul governo lunare, è liquidato in poche pagine raccontate con grande distacco, mentre pagine e pagine sono dedicate a discussioni inconcludenti tra il protagonista e il Professore (il volto pubblico della rivolta lunare) sul pensiero anarchico.

Edward Hopper

“E ti dicevo, no, di quando ho liberato la Luna dalle ingerenze terrestri…”

Non aiuta la caratterizzazione dei personaggi: The Moon is a Harsh Mistress presenta il tipico spaccato di figure piatte e stereotipate di quasi tutti i romanzi di Heinlein. Wyoming Knott, la bella rivoluzionaria che sedurrà il protagonista convincendolo così a unirsi alla causa, è la classica eroina heinleiniana, forte di carattere ma troppo idealista, indipendente ma sotto sotto ansiosa di essere posseduta da un uomo forte; il Professor de la Paz è il vecchio saggio, indurito e reso cinico da anni di lotte e angherie, ma determinato a fare del mondo un posto migliore. Gli altri personaggi, si fa fatica persino a ricordarseli. Lo stesso protagonista, benché col suo sarcasmo e la sua schiettezza sia un piacevole compagno di viaggio per le quasi 400 pagine del romanzo, è il tipico alter-ego heinleiniano: un uomo pragmatico e moderatamente egocentrico, disposto a cambiare il mondo quel tanto da garantirsi una vita in cui farsi serenamente i cazzi propri e campare cent’anni. Del resto, Heinlein sembra più preoccupato di far dire ai suoi personaggi battute a effetto e scambi brillanti, piuttosto che costruire una psicologia credibile.
Il personaggio più interessante alla fin fine è proprio il super-computer Mike, sorta di bambino prodigio che mescola una conoscenza enciclopedica dell’universo e una capacità di ragionamento sovrumana con un’incredibile ingenuità per le sottigliezze dell’animo e del linguaggio umano. Una sorta di HAL9000 ‘buono’, ma da approcciare con cautela per evitare di essere fraintesi. E’ stimolante vedere come Heinlein gestisca il rapporto tra l’intelligenza artificiale e i protagonisti umani, e come Mike “evolva” nel tempo in conseguenza di queste interazioni.

Ma dove Heinlein ha davvero fatto un lavoro magistrale, è nel worldbuilding. La società lunare appare fin dalle prime pagine come qualcosa di molto diverso da quella terrestre, in ragione della sua storia (il fatto, cioè, di essere nata come colonia penale per ergastolani) e della sua scarsità di risorse (dal cibo alle persone). Farò giusto un paio di esempi.
Morire sulla Luna è facile: basta essere gettati fuori da un portellone dell’aria nel vuoto. Poiché la vita individuale è così a rischio, e in conseguenza della scarsità di popolazione lunare, i Lunatici hanno evitato di estinguersi organizzandosi in veri e propri clan familiari, all’interno dei quali vige il matrimonio di gruppo. In un line marriage, tutti i mariti e le mogli sono sposati tra di loro, e di conseguenza condividono tutte le responsabilità (dall’amministrazione delle finanze all’allevamento dei figli) e prendono insieme tutte le decisioni; quando un figlio raggiunge l’età adulta potrà sposarsi, abbandonando la famiglia originaria ed entrando in matrimonio di gruppo in un’altra famiglia.
In conseguenza della scarsità di donne nella società lunare originaria – quando ancora era soltanto un carcere – il gentil sesso è sempre stato una risorsa preziosa. Di conseguenza, la donna ha acquisito un potere incredibile nella società. Nessun uomo oserebbe mai provarci con una che non ci sta, perché alla minima manifestazione di insofferenza di lei, il pugno di uomini più vicino potrebbe acchiappare il “molestatore” e mandarlo al creatore schiaffandolo fuori da un portellone. E all’interno dei matrimoni di gruppo, il voto delle donne conta quanto quello degli uomini. Insomma, una donna dovrebbe essere piuttosto contenta di vivere sulla Luna.

My nose itches

La vita sulla Luna può essere davvero dura.

Le città della Luna sono enormi complessi sotterranei di sale e corridoi organizzati a livelli, in cui perdersi è facilissimo. I Lunatici sopravvivono del suolo lunare attraverso culture idroponiche e altre complicate trasformazioni molecolari, mediante macchinari direttamente posseduti dalle famiglie. Lungi dall’essere importatori, i Lunatici esportano grano, sparandolo periodicamente sulla Terra dall’unica catapulta di proprietà dell’Autorità Lunare. E proprio il possesso di questa catapulta diventerà il pomo della discordia tra Lunatici e Autorità e scatenerà la rivoluzione lunare.
A fronte di tutte queste belle idee, quindi, è un vero peccato che la storia sia tutta raccontata e che “vediamo” così poco. Le peculiarità antropologiche delle società lunari sono affidate agli spiegoni del protagonista, e anche delle affascinanti città della Luna vediamo ben poco: descrizioni fisiche degli ambienti ci sono solamente quando sono strettamente funzionali alla trama, come un inseguimento tra i cunicoli sotterranei o un assalto della fanteria terrestre alle città.1 Per la maggior parte del romanzo, sembra che i personaggi si muovano nel vuoto o quasi.

Il tratto in assoluto più interessante del romanzo è però ascoltare Heinlein che ci spiega come si fa la rivoluzione. Con un approccio da realpolitik che mi ha ricordato Tecnica del colpo di stato di Curzio Malaparte, Heinlein ci spiega che per rovesciare con successo un governo gli ideali di partenza non contano una mazza; ciò che conta è un’organizzazione efficiente e una strategia rigorosa. Nel corso della storia l’autore toccherà tutti i temi, da come si debbano strutturare le cellule del partito per limitare i danni in caso si venga scoperti, a come prendere il controllo dei punti chiave del governo da rovesciare, a come gestire la propaganda o i negoziati col nemico, fino a come gestire una vera e propria guerra.
L’esecuzione delle varie parti del piano è affascinante, e soprattutto traspare l’idea di quanto sia complicato, e improbabile anche nel migliore degli scenari possibili, avere successo. Qualunque siano le simpatie politiche personali (e le mie non collimano certo con quelle di Heinlein), e nonostante la difficoltà tecnica di immedesimarsi nei ribelli protagonisti, dopo un po’ non si può non simpatizzare per il piccolo Davide-Luna nella sua lotta per trionfare su quel Golia che è la Terra. Così come è interessante vedere come il protagonista passi dalla frase con cui si presenta al lettore – My old man taught me two things: ‘Mind own business’ and ‘Always cut cards.’ Politics never tempted me” – a diventare uno degli organizzatori della rivoluzione. L’unico rammarico è forse che, secondo Heinlein, le possibilità di riuscita da parte di una società piccola come quella lunare è davvero così bassa, da far dipendere tutto il piano dei ribelli su un asso nella manica veramente sbilanciato: l’amicizia con il super-computer che amministra praticamente l’intero satellite. Così sembra quasi troppo “comodo”!

French revolution

La rivoluzione è crudele.

E’ comunque un bene che Heinlein abbia una visione così pragmatica della tecnica del golpe, perché quando si butta nella teoria politica viene da piangere. Tra le dissertazioni del Professor de la Paz e le riflessioni del protagonista, un sacco di pagine sono buttate in una celebrazione del liberismo e dello Stato anarchico che dopo i disastri del 2007-2008 sono assai difficili da prendere sul serio (“ah! Se i governi non si immischiassero e lasciassero che il mercato si autoregolasse negli scambi fra i privati, starebbero tutti meglio! Ah, solo i deboli hanno bisogno dello Stato, gli uomini davvero in gamba si assumono la responsabilità delle proprie azioni!”). Questi passaggi sono resi ancora più deboli dal fatto che, proprio per lo stile pesantemente raccontato, queste teorie e la loro validità non passano come le convinzioni personali di alcuni personaggi, quanto come un dato di fatto sancito dal Narratore.

The Moon is a Harsh Mistress, insomma, è un romanzo geniale nelle idee benché povero nell’esecuzione – anche se, vale la pena dirlo, è pur sempre diverse spanne sopra i veri inetti della prosa, come Clarke o Poul Anderson. La vastità degli argomenti toccati – dal calcolo della traiettoria dei proiettili lanciati dalla Luna a una lezione sulla finanza lunare, dal funzionamento dei matrimonio di gruppo agli effetti della gravità lunare sulla struttura muscolare umana – da sola la dice lunga sulla cura e la serietà messe da Heinlein nello scrivere questo libro.
Se non avete mai letto Heinlein, questo è (proprio come Starship Troopers o Stranger in a Strange Land) un ottimo punto di partenza. Se l’avete letto e vi piace il suo stile, e per qualche strana ragione non avete ancora provato The Moon is a Harsh Mistress, correte a farlo. Se Heinlein invece vi dà il voltastomaco (reazione comprensibile), be’… questo libro è puro Heinlein 100%, quindi forse dovreste starne alla larga. Quanto a me, in futuro mi piacerebbe tornare su Heinlein, magari toccando un romanzo meno conosciuto: la sua bibliografia è sterminata, e materiale di buona qualità non manca. Vediamo intanto le reazioni a questo articolo.

Dove si trova?
Come potete immaginare, non è difficile procurarsi una copia digitale di quest’opera. Edizioni ePub di The Moon Is A Harsh Mistress si trovano sia su Library Genesis che su BookFinder, mentre su Emule potrete scaricarvi la traduzione italiana (La Luna è una severa maestra).

Su Heinlein
Ansioso di informarmi su uno degli scrittori ritenuti più importanti nella storia della fantascienza, nel corso degli ultimi due anni ho letto una decina abbondante di romanzi di Heinlein. Di seguito quelli che ho apprezzato di più – chissà, da uno di questi potrebbe nascere in futuro un Consiglio o una Bonus Track:
The Puppet Masters The Puppet Masters (Il terrore della sesta luna) è un classico dei romanzi d’invasione “tipo ultracorpi”: una navicella atterra in mezzo ai campi del Midwest, e in men che non si dica una progenie di lumaconi prende il controllo della popolazione locale. I lumaconi controllano le loro vittime attaccandosi al loro cervelletto, dopodiché si fingono umani normali e cominciano a diffondersi in modo sistematico… I protagonisti sono un pugno di agenti di un’organizzazione segreta della Difesa americana, e il romanzo racconta di come faranno a contenere l’invasione e quindi annientarla. I personaggi sono abbastanza bidimensionali, c’è molto machismo un po’ datato, nessuna ambiguità morale – ma la partita a scacchi tra i buoni e gli alieni cattivi è affascinante, e gestita con molta intelligenza. Un romanzo piacevole, nettamente superiore all’altro classico dell’invasione “tipo ultracorpi” – The Body Snatchers di Jack Finney.
Farmer in the Sky Farmer in the Sky (Pionieri dello spazio) è un romanzo per ragazzi, uno dei cosiddetti “Heinlein’s Juveniles”. La trama è molto semplice: racconta di un ragazzo che, non avendo prospettive sulla Terra, decide di emigrare sul padre nelle prime colonie su Ganimede, una delle lune di Giove. Ma la vita su Ganimede è dura, la voglia di mollare tanta. C’è una cosa di questo romanzo che me lo rende caro – la sincerità del messaggio che Heinlein lancia ai suoi lettori: nella vita nulla arriva gratis, se vuoi qualcosa devi darti da fare, con intelligenza e determinazione; se molli (per codardia, o pigrizia) perderai il rispetto di te stesso. Il tutto mostrato con molta efficacia. Per me Farmer in the Sky è il migliore degli Heinlein’s Juveniles.
The Door into Summer The Door Into Summer (La porta sull’estate) sembra il sogno bagnato di un’ingegnere mischiato a un romanzo sui viaggi nel tempo. Daniel Davis è il geniale inventore di una serie di automi per le faccende domestiche che hanno rivoluzionato il mercato, ma oggi è un uomo finito: la sua ex-amante e il suo partner d’affari l’hanno truffato e buttato fuori dalla compagnia. Amareggiato dalla vita, Davis decide di farsi criogenizzare assieme al suo unico caro – il suo gatto – per tornare a vivere in un futuro migliore; ma questo è solo l’inizio di una serie di avvenimenti rocamboleschi che lo porteranno a chiudere i conti con i due traditori. Il plot è melodrammatico e la dinamica dei viaggi nel tempo suona inverosimile, ma il protagonista è simpatico, la descrizione delle invenzioni deliziosa e l’interplay tra i personaggi (in particolare con il gatto!) ben riuscito. Il più dolce e meno pretenzioso dei romanzi di Heinlein.
Starship Troopers Starship Troopers (Fanteria dello spazio) non ha certo bisogno di presentazioni. Come tanti giovani della sua età Rico, appena diplomato, non sa cosa fare della propria vita; e più per emulazione che per reale convinzione, si arruola nell’esercito. Attraverso i suoi occhi, vivremo la vita militare in un mondo utopico in cui l’esercito ha assunto il controllo della Terra e la amministra con efficienza, dai boot camp per i cadetti ai campi di battaglia interstellari. Nonostante gli alti e bassi, un romanzo di formazione affascinante e ben scritto; incredibile pensare che sia stato scritto per un target Young Adult.
Stranger in a Strange Land Stranger in a Strange Land (Straniero in terra straniera), un altro dei romanzi più famosi della fantascienza, racconta le peripezie di Michael Valentine Smith, primo uomo nato ed educato su Marte, dopo il suo arrivo sulla Terra. A metà tra il romanzo d’avventura e il saggio antropologico, questo romanzo vuole mettere in luce le idiosincrasie della cultura occidentale attraverso gli occhi ingenui dell’uomo venuto da un altro pianeta. Nonostante alcune digressioni siano un po’ pesanti, questo è uno dei libri dove Heinlein ha trovato il miglior equilibrio tra narrazione e disquisizioni saggistiche. Assicuratevi di leggere la Uncut Version, che contiene un paio di centinaia di pagine in più rispetto alla versione tagliata che è circolata per decenni.
La produzione di Heinlein è in genere divisa in tre periodi cronologici. Tutte le opere che ho letto finora appartengono al Periodo Giovanile (fino a Starship Troopers) o al Periodo della Maturità (fino a The Moon is a Harsh Mistress). Ma visto che Heinlein mi è piaciuto, in futuro leggerò di sicuro anche qualcosa del Periodo Tardo (in particolare sono attratto da Time Enough for LoveFridayJob: A Comedy of Justice). Vi farò sapere che ne penso.

Qualche estratto
Il primo estratto, preso dall’inizio del libro, è la presentazione del personaggio di Mike da parte del protagonista, e dà subito un’idea del tono e del linguaggio colorito della voce narrante (ma anche della maniera in cui semina infodump a pioggia). Il secondo è invece un vivace dialogo tra il protagonista e la bella Wyoh, e tocca i temi caldi del libro: teoria e pratica della rivoluzione, l’organizzazione della famiglia di Mannie, il suo scetticismo pratico e la situazione politica terrestre. E’ un po’ lungo ma ha ritmo – e ne vale la pena.

1.
When Mike was installed in Luna, he was pure thinkum, a flexible logic—“High-Optional, Logical, Multi-Evaluating Supervisor, Mark IV, Mod. L”—a HOLMES FOUR. He computed ballistics for pilotless freighters and controlled their catapult. This kept him busy less than one percent of time and Luna Authority never believed in idle hands. They kept hooking hardware into him—decision-action boxes to let him boss other computers, bank on bank of additional memories, more banks of associational neural nets, another tubful of twelve-digit random numbers, a greatly augmented temporary memory. Human brain has around ten-to-the-tenth neurons. By third year Mike had better than one and a half times that number of neuristors.
And woke up.
Am not going to argue whether a machine can “really” be alive, “really” be self-aware. Is a virus self-aware? Nyet. How about oyster? I doubt it. A cat? Almost certainly. A human? Don’t know about you, tovarishch, but I am. Somewhere along evolutionary chain from macromolecule to human brain self-awareness crept in. Psychologists assert it happens automatically whenever a brain acquires certain very high number of associational paths. Can’t see it matters whether paths are protein or platinum.
(“Soul?” Does a dog have a soul? How about cockroach?)
Remember Mike was designed, even before augmented, to answer questions tentatively on insufficient data like you do; that’s “high optional” and “multi-evaluating” part of name. So Mike started with “free will” and acquired more as he was added to and as he learned—and don’t ask me to define “free will.” If comforts you to think of Mike as simply tossing random numbers in air and switching circuits to match, please do.

Super Mario on the Moon

Non c’entra niente ma DOVEVO metterla.

2.
 “Mannie, why do you say our program isn’t practical? We need you.”
Suddenly felt tired. How to tell lovely woman dearest dream is nonsense? “Um. Wyoh, let’s start over. You told them what to do. But will they? Take those two you singled out. All that iceman knows, bet anything, is how to dig ice. So he’ll go on digging and selling to Authority because that’s what he can do. Same for wheat farmer. Years ago, he put in one cash crop—now he’s got ring in nose. If he wanted to be independent, would have diversified. Raised what he eats, sold rest free market and stayed away from catapult head. I know—I’m a farm boy.”
“You said you were a computerman.”
“Am, and that’s a piece of same picture. I’m not a top computerman. But best in Luna. I won’t go civil service, so Authority has to hire me when in trouble—my prices—or send Earthside, pay risk and hardship, then ship him back fast before his body forgets Terra. At far more than I charge. So if I can do it, I get their jobs—and Authority can’t touch me; was born free. And if no work—usually is—I stay home and eat high.
“We’ve got a proper farm, not a one-cash-crop deal. Chickens. Small herd of whiteface, plus milch cows. Pigs. Mutated fruit trees. Vegetables. A little wheat and grind it ourselves and don’t insist on white flour, and sell—free market—what’s left. Make own beer and brandy. I learned drillman extending our tunnels. Everybody works, not too hard. Kids make cattle take exercise by switching them along; don’t use tread mill. Kids gather eggs and feed chickens, don’t use much machinery. Air we can buy from L-City—aren’t far out of town and pressure-tunnel connected. But more often we sell air; being farm, cycle shows Oh-two excess. Always have valuta to meet bills.”
“How about water and power?”
“Not expensive. We collect some power, sunshine screens on surface, and have a little pocket of ice. Wye, our farm was founded before year two thousand, when L-City was one natural cave, and we’ve kept improving it—advantage of line marriage; doesn’t die and capital improvements add up.
[…] But back to your plan, Wyoh: two things wrong. Never get ‘solidarity’; blokes like Hauser would cave in—because they are in a trap; can’t hold out. Second place, suppose you managed it. Solidarity. So solid not a tonne of grain is delivered to catapult head. Forget ice; it’s grain that makes Authority important and not just neutral agency it was set up to be. No grain. What happens?”
“Why, they have to negotiate a fair price, that’s what!”
“My dear, you and your comrades listen to each other too much. Authority would call it rebellion and warship would orbit with bombs earmarked for L-City and Hong Kong and Tycho Under and Churchill and Novylen, troops would land, grain barges would lift, under guard—and farmers would break necks to cooperate. Terra has guns and power and bombs and ships and won’t hold still for trouble from ex-cons. And troublemakers like you—and me; with you in spirit—us lousy troublemakers will be rounded up and eliminated, teach us a lesson. And earthworms would say we had it coming . . . because our side would never be heard. Not on Terra.”
Wyoh looked stubborn. “Revolutions have succeeded before. Lenin had only a handful with him.”
“Lenin moved in on a power vacuum. Wye, correct me if I’m wrong. Revolutions succeeded when—only when—governments had gone rotten soft, or disappeared.”
“Not true! The American Revolution.”
“South lost, nyet?”
“Not that one, the one a century earlier. They had the sort of troubles with England that we are having now—and they won!”
“Oh, that one. But wasn’t England in trouble? France, and Spain, and Sweden—or maybe Holland? And Ireland. Ireland was rebelling; O’Kellys were in it. Wyoh, if you can stir trouble on Terra—say a war between Great China and North American Directorate, maybe PanAfrica lobbing bombs at Europe, I’d say was wizard time to kill Warden and tell Authority it’s through. Not today.”
“You’re a pessimist.”
“Nyet, realist. Never pessimist. Too much Loonie not to bet if any chance. Show me chances no worse then ten to one against and I’ll go for broke. But want that one chance in ten.”

Tabella riassuntiva

Ti spiega come si fa la rivoluzione! E’ tutto raccontato!
Rigoroso worldbuilding di una società lunare autosufficiente. Infodump a pioggia e ritmo altalenante.
Il destino dei ribelli lunari è incerto fino all’ultimo. Personaggi stereotipati.
Voce narrante frizzante e piacevole. Ti ingozza a forza di dottrine politico-economiche assai discutibili.


(1) L’unica eccezione importante sta nel linguaggio. Sia nei dialoghi, sia nel parlato stesso della voce narrante, Heinlein fa uso di una grammatica strana, dai periodi spezzati, in cui spesso gli articoli come the o i pronomi personali vengono omessi. Al contempo, i Lunatici usano un gergo tutto loro che mischia le lingue più diverse, come il buffo termine ‘dinkum thinkum’ adottato da Manuel per indicare Mike o l’abbondanza di parole di origine russa (‘nyet’, ‘tovarish’…). Questo mix sarebbe una conseguenza del melting pot di razze che hanno caratterizzato la colonia penale lunare fin dalle origini.
Heinlein, insomma, crea un linguaggio personalizzato a scopo narrativo alla maniera di Burgess in Arancia Meccanica, anche se senza spingersi così in là. Il risultato è piacevole, anche se non sempre facile da seguire in inglese. Bravo Robert.Torna su

I Consigli del Lunedì #41: The Deep

The DeepAutore: John Crowley
Titolo italiano: E la bestia sorse dall’abisso
Genere: Science-Fantasy / Fairytale Fantasy / Low Fantasy / Politico
Tipo: Romanzo

Anno: 1975
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 200 ca.

Difficoltà in inglese: **

In un mondo medievale senza tempo e dalla perfetta geometria ad anello, si combatte l’infinita guerra per il trono tra i Neri e i Rossi. Little Black, il re demente, governa ormai da molti anni sulla cittadella al centro del lago che è al centro del mondo; non sa che i Rossi hanno radunato un esercito nelle pianure attorno al lago, e si preparano a riconquistare la corona con la forza. Sul conflitto vegliano i Grigi, arbitri implacabili di ciò che è ammesso e ciò che non lo è, dall’alto della fortezza di Inviolabile sulla vetta delle montagne. E intanto, tra le fila dei due eserciti, si muovono i Giusti, assassini anarchici che si mimetizzano tra gli schieramenti, e uccidono con le loro Pistole chiunque sia nella loro lista.
Per secoli, le forze tra queste fazioni si sono equivalse, e la corona è passata di mano in mano. Ma le cose cambiano una notte quando, sul campo di battaglia, piove dal cielo un uovo metallico. All’interno un essere, né uomo né donna, senza memoria e incapace di parlare. Preso in custodia da due donne del Popolo, il Visitatore apprende con una rapidità innaturale la loro lingua e i loro costumi. Dimentico delle proprie origini, sa però di essere stato mandato qui con una missione da svolgere – deve solo ricordare quale. Intanto, una forza misteriosa sembra attirarlo oltre i confini delle terre conosciute, dove si dice ci sia una Profondità senza fondo su cui poggia il pilastro che sorregge il mondo. Comincia così la storia di come il Visitatore venuto da Altrove si mischiò alla lotta dei Neri e dei Rossi, e cambiò inevitabilmente le sorti di questo mondo.

Nell’ultimo cinquantennio, il Fantasy ‘classico’ si è grossomodo consolidato in due filoni. Da una parte l’epica tolkeniana, fatta di ambientazioni pseudo-celtiche, grandi gesta, elfi e nani, e un’attenzione dell’autore al folklore medievale e pre-medievale; dall’altra lo sword&sorcery d’avventura alla Jack Vance e D&D, pieno di maghi che sparano le peggio cose, barbari che spakkano, portali dimensionali, dungeon crawling e una certa predilezione per le minchiate. E’ bello quindi trovare ogni tanto autori, come Martin o Abercrombie, che si discostano da entrambe queste tradizioni.
The Deep, in particolare, è un Fantasy che sembra scritto come se Il Signore degli Anelli non fosse mai esistito. Nato dalle ceneri di un romanzo storico sulla Guerra delle Due Rose che John Crowley lasciò incompiuto, The Deep – sua opera d’esordio – trae ispirazione più dalle cronache medievali sulle faide tra case regnanti che non dal folklore o dal mito, calandolo però in un’ambientazione da fiaba e buttandoci dentro qualche topos fantascientifico e qualche scintilla di teatro elisabettiano. Il risultato è uno strano calderone che non assomiglia davvero a niente che abbia mai letto. Vediamo perché preferisco quest’opera d’esordio di Crowley a tutto ciò che ha scritto dopo.

Medieval Meme

Ah,l’elaborato linguaggio delle cronache medievali…

Uno sguardo approfondito
Considerato che The Deep non supera le duecento pagine, è incredibile la quantità di temi, ambientazioni e personaggi che Crowley è riuscito a buttarci dentro. Tanto per cominciare il suo è un romanzo corale, senza un vero protagonista. La cosa è chiarita fin da subito all’inizio del libro, dato che, prima del primo capitolo, c’è una pagina stile “Dramatis Personae” da sceneggiatura teatrale, con un elenco di tutti i personaggi del romanzo divisi per fazione di appartenenza.
Neanche il Visitatore può essere considerato un vero protagonista. Benché sia colui che mette in moto uno dei nodi centrali del romanzo, non è il motore della storia; in diversi capitoli non compare affatto, e in molti dei capitoli in cui compare (specialmente nella prima metà del romanzo) il suo ruolo è marginale.

Questa natura corale è rispecchiata nella prosa di Crowley, che potrei definire nel bene e nel male ‘flaubertiana’. Il romanzo è scritto in terza persona con narratore onnisciente neutrale. Per la maggior parte del tempo, questo Narratore abbassa la visuale a livello dei suoi personaggi e la porta dietro la testa di uno di essi, ma si riserva ogni tanto (specialmente all’inizio o alla fine di capitolo o paragrafo) dei campi lunghi che non possono appartenere ad alcun personaggio. Chiunque può diventare personaggio-pov (ne ho contati sette principali, più una miriade di usa e getta), e Crowley transita allegramente da uno all’altro, di solito con il movimento “Pov 1 – Onnisciente – Pov 2”.
Queste transizioni, in realtà, causano di rado confusione nel lettore – ma ciò perché la telecamera, anche quando non è a volo d’uccello, è piazzata sulle spalle dei personaggi e non entriamo quasi mai nella loro testa. Di conseguenza, gli eventi ci vengono presentati da una certa distanza, come se guardassimo un film, e quindi siamo già predisposti a passare da un punto di vista a un altro senza che ci venga il mal di mare. L’effetto collaterale di questo approccio è quello che ormai conosciamo: si crea una certa distanza emotiva tra lettore e vicende narrate, e tendiamo a non identificarci nei personaggi della storia.

Gustave Flaubert

“Perché mi devi sempre tirare in mezzo?”

Il che non significa che non ci affezioniamo a loro. Anzi: anche a distanza di mesi, diversi dei personaggi principali di The Deep sono rimasti vividi nella mia memoria. Ciascuno di essi ha la propria agenda personale, il proprio subplot e i propri conflitti (esterni e interiori). Abbiamo Redhand, Protettore della Cittadella come suo padre, diviso tra la fedeltà che deve al suo Re e il suo giuramento di difendere la propria famiglia e la propria gente anche a costo di assumere una posizione impopolare nella faida; suo fratello Learned Redhand, combattuto tra l’imparzialità arbitrale a cui lo chiama la sua tonaca da Grigio e gli obblighi che lo legano a una delle parti in causa, quella dei Rossi; Red Senlin’s Son, pretendente al trono dall’ambizione sfrenata, dalla cinica diffidenza verso gli uomini e dal disprezzo verso gli antichi costumi.
E poi suo fratello Sennred, eccelso spadaccino gobbo che tutti credono un pazzo maniaco, ma che semplicemente ha votato la propria vita alla difesa della sua famiglia; l’assassina Nyame/Nod, che ha sposato la causa dei Giusti per porre fine alla lotta per il trono che tante sofferenze procura al Popolo, ma che si trova ad uccidere persone stabilite dai suoi superiori e a seguire un’agenda che non capisce; e naturalmente il Visitatore (che nel corso del romanzo cambierà nome più volte), la creatura creata su una stella lontana, con il compito di fare quante più esperienze possibili nel tentativo di recuperare la sua identità e scoprire la sua missione in questo mondo. E poi ancora tutti gli altri.

Tutto questo intrico di trame potrebbe sembrare complicato, ma Crowley riesce a gestirlo con facilità. Incidentalmente, The Deep è anche una lezione per chiunque voglia scrivere un romanzo politico – pieno di nomi di personaggi e casate e fazioni – che non costringa il lettore a chiedersi ogni due pagine: “Aspetta, chi era questo?”. Associando ogni fazione a un colore (i Neri, i Rossi, i Grigi) o a un attributo facile da ricordare (i Giusti), e il nome dei personaggi importanti a quel medesimo colore (Black Harrah, Red Senlin, Fauconred…), fin dalle prime pagine il lettore si fa un’immagine chiara della situazione politica. Ancora meglio: i vari personaggi e gli schieramenti che rappresentano acquistano – nella forma, ad esempio, dei colori – da subito dei tratti concreti, palpabili (quelli che T.S. Eliot chiamava ‘correlativi oggettivi’). I Neri si vestono di nero, i Rossi di rosso, e i Giusti si nascondono dietro abiti anonimi sotto cui celano le loro Pistole dall’origine misteriosa.
L’assenza di un vero protagonista ha inoltre un altro effetto interessante: ossia che nessuno è indispensabile, e quindi chiunque può morire in qualsiasi punto del romanzo. E succede. A lot. Fin dalle prime pagine. Quando impariamo la facilità con cui Crowley fa fuori i suoi personaggi (ma i lettori di Martin saranno abituati), ogniqualvolta uno dei nostri preferiti si trova in una situazione di pericolo cominciamo a sentire quella sana tensione a cui non siamo più abituati. Ce la farà? Non ce la farà? L’esito non è mai scontato.

George Martin kills everyone

Severo ma giusto.

 

L’uso alla Flaubert della telecamera onnisciente e la distanza dai personaggi, comunque, si trascina dietro tutta un’altra serie di problemi. Il ritmo della narrazione, per esempio, è più lento e meno avvincente, proprio per l’esistenza di questi filtri tra noi e l’azione. Non mancano gli infodump, che ci raccontano di questo o quel particolare dell’ambientazione, o della tal famiglia o della psicologia del tal personaggio; o i riassunti raccontati di avvenimenti e periodi di tempo che accadono “fuori scena”. E, cosa che mi irrita di più, queste scelte non sembrano derivare tanto dalla sciatteria stilistica tipica della narrativa fantastica degli anni ’40-’70 – Crowley anzi sembra uno scrittore ‘consapevole’ della propria prosa – ma al contrario da un modo tutto suo di fare “letteratura alta”.
Fortunatamente, queste cattive scelte sono mitigate da un altro tratto stilistico di The Deep: una prosa molto asciutta e rapida.1 Accennavo all’inizio che è incredibile come Crowley riesca a condensare in due centinaia di pagine una storia e un cast talmente ricchi. E in effetti, in The Deep succede una tale quantità di cose che un Martin ci avrebbe costruito sopra una trilogia o peggio. Ogni capitolo è costruito da una molteplicità di piccoli paragrafi, ciascuno con i suoi personaggi, e ogni paragrafo muove avanti la trama. Non si sprecano parole: ogni scena è narrata con pochi dettagli concreti, e poi via alla successiva. Prendiamo ad esempio il passaggio, ancora all’inizio del libro, in cui un membro importante di una delle fazioni viene ammazzato a sangue freddo:

The Gun she held in both hands was half as long as an arm, and its great bore was like a mouth; it clicked when she fired it, hissed white smoke, and exploded like all rage and hatred. The stone ball shattered Black Harrah; without a cry he fell, thrown against the stairs, wrapped in a shower of his own blood.

Bam! Non una parola in più. Conciso, brutale, materico (“wrapped in a shower of his own blood”), senza sbavature. Proprio questa rapidità di avvenimenti e ricchezza d’azione impedisce al lettore di cadere nella noia di un pov spesso distante e impersonale.

Okay – ma alla fine The Deep di cosa parla? Perché nel romanzo si intrecciano due filoni tematici abbastanza diversi, quello politico e quello metafisico. Il primo, nonostante la storia sia ambientato in uno strano mondo di fiaba dalla geometria artificiosa, suona realistico e mi sembra particolarmente ben riuscito. Come nelle vere dispute tra case regnanti della cara vecchia Europa, la lotta tra Neri e Rossi oscilla tra il bisogno di legittimazione legale delle proprie rivendicazioni – presso gli imparziali Grigi, presso i consessi di famiglie feudali – e l’uso della forza e degli stratagemmi più biechi (pugnalate alle spalle, inviti a pranzo che si trasformano in carneficine, re fatti sparire). Soprattutto, c’è quel gusto per la faida familiare senza fine così ben riassunta in un dialogo del paladino Black Harrah con la Regina:

‘I will kill him.’
‘If he kills you . . . ?’
‘My son will kill him. If his sons kill my son, my son’s sons will kill his. Enough?’

Il secondo filone è incarnato dal Visitatore e dalla sua quest: scoprire com’è fatto questo strano mondo, e perché c’è finito sopra. Le risposte, alla fine, non sono nulla di concettualmente rivoluzionario; ma tutte le domande principali trovano soluzione, si gusta qualche brividino di sense of wonder lungo il viaggio e si arriva alla fine del romanzo bene o male soddisfatti. E i due filoni trovano un degno punto d’incontro in quello che è uno dei miei temi preferiti, ossia quello della Storia: sarà un cerchio, destinato a ripetersi sempre uguale, o una spirale, e la nuova generazione spazzerà via le tradizioni della vecchia? In che modo il viaggio del Visitatore influenzerà le sorti di questa eterna faida per la corona?

Almeno The Deep si risparmia questi problemi.

In conclusione, The Deep è un romanzo che se la tira e che ha evidentemente l’ambizione di essere qualcosa di più di una storia di viulenza e lotta per il potere; ma, almeno per quanto mi riguarda, è un tirarsela positivo, stile Swanwick prima maniera, che non va a mettere i bastoni fra le ruote alla trama ma anzi offre (almeno a tratti) il valore aggiunto di voler dire qualcosa sull’uomo e sulla realtà. E sicuramente, con la sua commistione di elementi low fantasy, fiabeschi e sci-fi, è un romanzo insolito nel panorama del Fantasy. Il suo parente più prossimo è forse Game of Thrones, ma si tratta comunque di una parentela molto alla lontana (e non sono sicuro che gli amanti di Martin apprezzeranno questo libro).
The Deep è uno di quei romanzi che si ama o si odia. E se questo Consiglio non vi ha ancora fatto capire da che parte state, probabilmente vi chiarirete del tutto le idee leggendo le prime pagine. Provatelo – se è il tipo di libro che tocca le vostre corde, vi ricorderete dei fratelli Redhand e del furioso Sennred e della dolce assassina Nyame/Nod e dell’enigmatico Visitatore e della bestia nascosta nelle Profondità a distanza di anni.

Dove si trova?
The Deep si può scaricare su Library Genesis (pdf) o su BookFinder (pdf o rar); se siete disposti a spendere per una formattazione decente, invece, su Amazon si trova a meno di 7 Euro il kindle dell’edizione SF Masterworks.

Su Crowley
Crowley è un altro di quegli scrittori che, pur avendo da quarant’anni nel business, hanno prodotto un numero abbastanza ridotto di libri. Oltre a The Deep, ne ho letti un altro paio:
Engine Summer  Engine Summer (La città dell’estate) è un romanzo post-apocalittico sui generis, in quanto non è una distopia ma un’utopia new-age. Secoli dopo un’imprecisata catastrofe, la gente di Little Belaire vive una vita spensierata e comunitaria, seguendo una filosofia animista che ricorda quella degli indiani d’America. Il giovane irrequieto Rush-that-Speaks, della tribù della Corda, si imbarcherà in un viaggio attraverso il continente per ritrovare sé stesso e il perduto amore della propria infanzia. Con la semplicità di una fiaba, Crowley mescola una normale ambientazione post-apocalittica con stramberie aliene e tecno-magia arcana; tutto purtroppo si annacqua in un romanzo barocco, pieno di autocompiacimento letterario e scarso di trama. Geniale e odioso al tempo stesso.
Little, Big  Little, Big, il suo romanzo più famoso, è un fantasy delicato che segue la storia della misteriosa famiglia Drinkwater e i suoi ambigui rapporti col regno di Faerie e i suoi piccoli abitanti. Partendo dalla storia del mite Smoky Barnable, che per uno scherzo del destino si trova a sposare la misteriosa Alice Drinkwater, il narratore salta avanti e indietro nel tempo per mostrarci passato e futuro della famiglia. Le fatine sembrano uscite dai saggi di Conan Doyle sul piccolo popolo; nel romanzo appaiono di rado ma è come se la loro presenza fosse ovunque. Nonostante le idee di fondo siano interessanti, il tono literary, la costruzione barocca delle frasi, l’abuso sistematico di raccontato, il ritmo lento, l’atmosfera rarefatta e le dimensioni (600 pagine circa!) rendono Little, Big una lettura faticosa. Un libro per vecchie signore e per accademici con tanto tempo libero.

Sarei tentato di leggere qualcos’altro di Crowley in futuro, ma la sua tendenza al manierismo letterario e la sua crescente passione per i tomi logorroici (come la sua quadrilogia Aegypt, talmente grossa da far impallidire Il Signore degli Anelli) mi fanno un po’ passare la voglia. Vedremo.

Qualche estratto
Il primo brano è incentrato sul Visitatore, e sul suo passare dall’ebetismo del suo risveglio a quando, in tempo brevissimo, impara a parlare e ragionare con le sue soccorritrici; il secondo ci introduce alla Cittadella reale al centro del mondo e ai personaggi di Black Harrah e della Regina, poco prima dell’irruzione dei Rossi e dell’inizio della guerra. Entrambi mostrano, credo, il peggio e il meglio della prosa di Crowley: il narratore onnisciente e gli infodump da una parte, la vividezza dei dettagli e i dialoghi serrati dall’altro.

1.
They called him the Visitor. His strange wound healed quickly, but the two sisters decided that his brain must have been damaged. He spoke rarely, and when he did, in strange nonsense syllables. He listened carefully to everything said to him, but understood nothing. He seemed neither surprised nor impatient nor grateful about his circumstances; he ate when he was given food and slept when they slept.
The week had been quiet. After the battle into which the Visitor had intruded, the Just returned to the Nowhere they could disappear to, and the Protector’s men returned to the farms and the horse-gatherings, to other battles in the Protector’s name. None had passed for several days except peat-cutters from the Downs.
Toward the close of a clear, cold day, the elder Endwife, Ser, made her slow circular way home across the Drumskin. In her wide basket were ten or so boxes and jars, and ever she knelt where her roving eye saw in the tangle of gray grass an herb or sprout of something useful. She’d pluck it, crush and sniff it, choose with pursed lips a jar for it. When it had grown too dark to see them any more, she was near home; yellow lamplight poured from the open door. She straightened her stiff back and saw the stars and planets already ashine; whispered a prayer and covered her jars from the Evening Star, just in case.
When she stepped through the door, she stopped there in the midst of a ‘Well . . .’ Fell silent, pulled the door shut and crept to a chair.
The Visitor was talking.
The younger Endwife, Norin, sat rapt before him, didn’t turn when her sister entered. The Visitor, motionless on the bed, drew out words with effort, as though he must choose each one. But he was talking.
‘I remember,’ he was saying, ‘the sky. That – egg, you call it. I was placed. In it. And. Separated. From my home. Then, descending. In the egg. To here.’
‘Your home,’ said Norin. ‘That star.’
‘You say a star,’ the Visitor said blankly. ‘I think, it can’t have been a star. I don’t know how, I know it, but, I do.’
‘But it circled the world. In the evening it rose from the Deep. And went overhead. In the morning it passed again into the Deep.’
‘Yes.’
‘For how long?’
‘I don’t know. I was made there.’
‘There were others there. Your parents.’
‘No. Only me. It was a place not much larger than the egg.’
He sat expressionless on the edge of the bed, his long pale hands on his knees. He looked like a statue. Norin turned to her sister, her eyes shining.
‘Is he mad now?’ said Ser. Her sister’s face darkened.
‘I . . . don’t know. Only, just today he learned to speak. This morning when you left he began. He learned “cup” and “drink,” like a baby, and now see! In one day, he’s speaking so! He learned so fast . . .’
‘Or remembered,’ Ser said, arising slowly with her eyes on the Visitor. She bent over him and looked at his white face; his eyes were black holes. She intended to be stern, to shock him; it sometimes worked. Her hand moved to the shade of the lamp, turned it so the lamplight fell full on him.
‘You were born inside a star in the sky?’ she asked sharply.
‘I wasn’t born,’ said the Visitor evenly. ‘I was made.’

Ziggy Stardust

Né uomo né donna, venuto dalle stelle con una missione… Ok, inutile continuare a girarci intorno: il Visitatore è chiaramente Ziggy Stardust.

2.
There are seven windows in the Queen’s bedroom in the Citadel that is the center of the City that is on the lake island called the Hub in the middle of the world.
Two of the seven windows face the tower stones and are dark; two overlook inner courtyards; two face the complex lanes that wind between the high, blank-faced mansions of the Protectorate; and the seventh, facing the steep Street of Birdsellers and, beyond, a crack in the ring of mountains across the lake, is always filled at night with stars. When wind speaks in the mountains, it whispers in this window, and makes the fine brown bed hangings dance.
Because the Queen likes light to make love by, there is a tiny lamp lit within the bed hangings. Black Harrah, the Queen’s lover of old, dislikes the light; it makes him think as much of discovery as of love. But then, one is not the Queen’s lover solely at one’s own pleasure.
If there were now a discoverer near, say on the balcony over the double door, or in the curtained corridor that leads to the servants’ stairs, he would see the great bed, lit darkly from within. He would see the great, thick body of the Queen struggling impatiently against Black Harrah’s old lean one, and hear their cries rise and subside. He might, well-hidden, stay to watch them cease, separate, lie somnolent; might hear shameful things spoken, and later, if he has waited, hear them consider their realm’s affairs, these two, the Queen and her man, the Great Protector Black Harrah.
‘No, no,’ Black Harrah answers to some question.
‘I fear,’ says the Queen.
‘There are ascendancies,’ says Black Harrah sleepily. ‘Binding rules, oaths sworn. Fixed as stars.’
‘New stars are born. The Grays have found one.’
‘Please. One thing at a time.’
‘I fear Red Senlin.’
‘He is no new star. If ever a man were bound by oaths . . .’
‘He hates me.’
‘Yes,’ Harrah says.
‘He would be King.’
‘No.’
‘If he . . . ?’
‘I will kill him.’
‘If he kills you . . . ?’
‘My son will kill him. If his sons kill my son, my son’s sons will kill his. Enough?’

Tabella riassuntiva

Un insolito blend di low fantasy medievale, fiaba e fantascienza. Narratore onnisciente e gestione dei pov alla cazzo.
Un vastissimo cast di personaggi interessanti e sempre a rischio morte. Infodump e raccontati che rallentano il ritmo.
Quando vuole la prosa di Crowley è secca, concreta e precisa. Crowley se la tira.
In 200 pagine succede di tutto!


(1) Nei romanzi successivi Crowley imboccherà purtroppo la strada opposta, adottando uno stile sempre più verboso e barocco. Se Engine Summer è literary, Little, Big è talmente pomposo e naif da prendere a testate il muro.Torna su

I Consigli del Lunedì #40: West of Eden

West of EdenAutore: Harry Harrison
Titolo italiano: L’era degli Yilanè
Genere: Science-Fantasy / Ucronia
Tipo: Romanzo

Anno: 1984
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 490 ca.

Difficoltà in inglese: ***

What was to come would be a clash such as this world had never seen.
A savage battle between two races who were united in only one thing; their absolute hatred of one for the other.

Da grande, Kerrick sarà un vero cacciatore come suo papà Amahast. Insieme agli altri cacciatori della tribù di cui Amahast è a capo, il piccolo Kerrick è sceso alle coste meridionali, dove fa caldo, per fare scorta di cibo per l’inverno. Finché un giorno sulla costa non approdano delle strane creature, con l’aspetto di rettili ma che camminano come uomini, a bordo di un’orribile nave senziente. Sono gli Yilané. E sono venuti a prendersi questa terra.
Per millenni gli Yilané hanno dominato incontrastati nel Vecchio Mondo, trincerati nelle loro gigantesche città bioingegnerizzate. Ma ora le cose stanno cambiando: è in arrivo una nuova Glaciazione, e la morsa del gelo rende inospitali le loro terre. L’ambiziosa Vainté è stata incaricata dalla signora di Inegban di viaggiare verso climi più caldi, nel Nuovo Mondo, e lì preparare una nuova città che possa accogliere gli Yilané del Vecchio quando il freddo sarà diventato intollerabile. Ma gli uomini non sono pronti a cedere la propria casa a quegli esseri repellenti venuti dal mare. Nel Nuovo Mondo sta per scatenarsi una guerra come questo pianeta non ne ha mai viste.

Quando ero piccolo anche a me, come a tutti quelli della mia generazione, piacevano da matti i dinosauri. Alle elementari inventavo e scrivevo storie su dinosauri umanoidi e intelligenti. Crescendo grazie al cielo ho smesso, ma in compenso non ho mai smesso di trovare affascinante la domanda: cosa sarebbe successo se i dinosauri non si fossero mai estinti, e se anzi avessero avuto a disposizione trecento milioni di anni di tempo per evolvere? I mammiferi superiori sarebbero mai nati, e ci sarebbe l’uomo? E se sì, come convivrebbero queste due specie intelligenti? West of Eden è una possibile risposta a queste domande.
Harry Harrison immagina un mondo alternativo in cui l’estinzione di massa al termine del Cretaceo non è mai avvenuta, e quindi i rettili, e non i mammiferi, hanno ereditato la Terra. Nel corso di centinaia di migliaia di anni, gli Yilané hanno costruito una civiltà avanzatissima da una sponda all’altra del continente eurasiatico, mentre una forma di essere umano ha visto la luce nelle Americhe. L’Oceano Atlantico ha tenuto le due specie divise per tutto questo tempo e ignare le une delle altre. Ora, per la prima volta, le due specie stanno per entrare in contatto – West of Eden racconta quello che succede dopo. Il romanzo ha conosciuto anche un breve momento di celebrità in Italia negli anni ’90, col nome “L’era degli Yilané” – molti trentenni di mia conoscenza lo venerano come un libro di culto – ma oggi sta cadendo nel dimenticatoio. E’ dunque mio preciso dovere riportare questa piccola perla alla vostra attenzione.

Raptor Jesus

E’ andata così. Circa.

Uno sguardo approfondito
West of Eden è la storia di uno ‘scontro di civiltà’. E per raccontare al meglio questo scontro, Harrison fa una scelta interessante: prende come protagonisti un essere umano e una Yilané, alternando le vicende dell’uno e dell’altra, e quindi i punti di vista dell’una e dell’altra specie. Da una parte il piccolo Kerrick, che viene catturato dagli Yilané all’inizio del romanzo e condotto nella loro nuova colonia come prigioniero e oggetto di studio; dall’altro Vainté, la governatrice in carica della nuova colonia, con sulle spalle il compito di far crescere la città e sterminare la potenziale minaccia degli umani nativi.
Il risultato, è un’ambientazione e un’atmosfera che hanno pochi eguali nella narrativa fantastica. Sulle fondamenta di un romanzo ‘preistorico’, con protagoniste piccole tribù nomadi che si muovono tra giungle e pianure, sul tipo della saga Earth’s Children di Jean Auel o di The Inheritors di Golding, si innesta il mondo tecnologico degli Yilané, con tutte le sue storie di ambizione, gerarchia sociale, lotte politiche intestine, manipolazioni di DNA. Storie di caccia da una parte, discussioni di urbanistica dall’altra. E a questo si aggiunge il sapore tutto particolare dell’inversione: nel mondo di Harrison, noi uomini siamo la civiltà arretrata, i nativi americani di turno; la specie avanzata sono le lucertole.

Parlando di Kerrick e Vainté ho detto semplicemente “protagonisti” e non “personaggi pov”, ahimè, per una ragione: a Harrison sembra sfuggire completamente – e non solo qui, ma in tutti i suoi romanzo – il concetto di ‘punto di vista’. In West of Eden, la telecamera vive di vita propria e si sposta di luogo in luogo, di testa in testa ogni poche pagine. Il principio è: chiunque sia nel raggio visivo o mentale dell’attuale pov, potrebbe diventare in qualsiasi momento il nuovo pov. Abbiamo quindi le tipiche scene da mal di mare in cui si fa fatica a capire chi stia pensando o vedendo cosa perché la telecamera passa da un personaggio all’altro senza fissarsi a lungo su nessuno.
Abbondano naturalmente i pov usa-e-getta, usati per poche scene o anche una sola volta, in contesti in cui i normali punti di vista di tre o quattro personaggi chiave sarebbero stati sufficienti. Certe scelte sono particolarmente esilaranti nella loro inutilità, come il pov che a un certo punto va per poche righe su una tigre dai denti a sciabola (!), giusto il tempo di far guardare alla suddetta tigre un altro personaggio (umano) e poi passare la telecamera al personaggio suddetto. O ancora, nella seconda metà del libro, all’inizio di un capitolo, viene introdotto il pov di un ragazzino della tribù, con tutto il suo vissuto di sogni, paure, aspirazioni personali, solo per fargli fare una piccola scoperta che porta avanti la trama. Il ragazzino, inutile dirlo, non apparirà più nelle restanti centocinquanta pagine di romanzo.

Tigre dai denti a sciabol

“Mi sembra… mi sembra di vedere… un personaggio-pov!”

Non ci sono dubbi che a tenere la telecamera in mano per tutto il libro sia il Narratore Onnisciente. A volte la sua presenza si fa addirittura (e inutilmente) esplicita, con commenti su cose di cui il pov del momento non potrebbe mai rendersi conto. Ecco per esempio un passaggio con protagonista Kerrick: “If he had been of an introspective turn of mind, he might have compared the movement of the Yilané in their city to that of the ants in their own cities beneath the ground”. Ma nel caso non fossimo del tutto convinti che questo non è il pov di Kerrick, poco oltre l’autore ci tiene a toglierci ogni dubbio: “Not an exact analogy, but a close one that he never even considered”. Grazie, Harry, di questa preziosa precisazione.
La conseguenza di questa gestione criminale del pov è la solita che ormai conosciamo bene: il distacco del lettore. Entrare negli occhi e nella testa di tutti questi personaggi è come non entrare nella testa di nessuno, e infatti leggendo West of Eden sembra di essere un uccello che guarda dall’alto quello che succede, senza farsi coinvolgere. Le emozioni e i pensieri dei personaggi ci vengono continuamente raccontati, anche se quando vuole Harrison sa farli gesticolare in modo efficace. I dialoghi indiretti abbondano, così come i riassuntini di giorni e mesi di avvenimenti. Anche momenti cruciali come le battaglie campali tra le due specie finiscono per essere raccontate succintamente e senza interesse, come in questo passaggio di troisiana mestizia:

The slaughter was terrible, far worse than that of the day before. The hunters fired and fired and screamed with joy as they did. The Yilanè above them were brought down, the corpses of their towering mounts falling and slithering into the deadly chaos below.
[…] Twice more they ambushed the murgu. Twice more trapped them, killed them, disarmed them. And fled. The sun was dropping towards the horizon then as they stumbled up the trail.

Ma questo è il modo in cui Flaubert descriveva le battaglie campali nel suo Salammbò. Da allora alla pubblicazione di West of Eden sono passati quasi centocinquant’anni: non è concepibile che non ci sia stato un progresso.

Dinosauri che minimizzano

Consoliamoci con un’altra presa per il culo dei dinosauri.

Il distacco del lettore è una delle cose peggiori che possa accadere in un romanzo. Il lettore si sente meno coinvolto, si annoia e si distrae più facilmente, e può finire col ritenere la lettura del libro una perdita di tempo. E se questo è già un problema in un romanzo ambientato ai giorni nostri, figurarsi in un setting esotico come quello di West of Eden, in cui il lettore deve spendere più energie (a livello di immaginazione, sforzo intellettuale, emotivo) per immergersi.
Se sto raccontando la storia di Mario, neolaureato in lettere che studia per il concorso pubblico da insegnante, posso anche scrivere alla cazzo di cane, e ugualmente il lettore non farà fatica a mettersi nei suoi panni, e a gioire e soffrire con lui (circa). Ma nel romanzo di Harrison non c’è niente di familiare. Da una parte abbiamo i Tanu che, pur essendo innegabilmente esseri umani, sono però cacciatori-raccoglitori preistorici, con cui non condividiamo molto né come habitat, né come cultura, né come sogni. Dall’altra, abbiamo creature completamente aliene, rettili umanoidi con un modo di pensare, parlare e vivere che non ha molto a che vedere col nostro. Solo una gestione impeccabile del punto di vista e del mostrato potrebbe riuscire a farci percepire come *nostri* i sogni e le paure di queste due specie. Harrison non si pone neanche il problema, e il risultato è che si rimane abbastanza freddi anche quando vediamo i poveri umani massacrati a dozzine.

Il che è un peccato, perché nei personaggi principali di West of Eden c’era molto potenziale. Prendiamo Vainté, la leader degli Yilané coloni. Vainté è caratterizzata da una grande intelligenza, un’ambizione sfrenata e un odio viscerale per tutto ciò che si frappone fra lei e i suoi obiettivi. Da una parte, Vainté sta costruendo la città di Alpe’Asak per il bene della sua gente, per dare il suo contributo al futuro degli Yilané; ma dall’altro, odia il pensiero che un giorno, quando tutti gli abitanti del Vecchio Mondo si saranno spostati nel Nuovo, la governatrice della lontana Inegban la spodesterà e prenderà il posto di comando che le spetta. Per tutto il romanzo, Vainté lavorerà per perseguire il suo doppio obiettivo: far prosperare la città – e quindi ricevere i plausi di Inegban – ma preparare il terreno per non perdere il posto quando il trasferimento sarà effettivo. Al tempo stesso, Vainté prova un disprezzo sconfinato per i disgustosi “ustuzou” – così gli Yilané chiamano i mammiferi – ma una certa ambivalenza e un senso di protezione verso Kerrick, l’umano che ha imparato i costumi e il modo di fare della sua gente. Tutti questi livelli di conflitto (interiore, verso la sua gente, verso gli umani) fanno di Vainté un personaggio assai complesso e interessante.
Anche in Kerrick c’è grande potenziale. E’ l’umano che viene allevato dai rettili; che a mano a mano che impara il linguaggio e la mentalità degli Yilané, perde il ricordo della sua vita da Tanu. Il dramma di Kerrick è quello di non avere più un’identità, non sapere più che cos’è, e quindi non avere più un posto nel mondo. E poi ci sono i personaggi secondari, come Stallan, la spietata comandante dei cacciatori Yilané, che ha giurato alla sua gente che non si fermerà fino a che non avrà estirpato fino all’ultimo essere umano dalla faccia della terra; o Enge, sorella di nidiata di Vainté e Yilané ribelle, che con alcuni compagni ha fondato una religione della non violenza ed è per questo caduta in disgrazia. Tutti questi personaggi, per fortuna, sono sufficientemente interessanti da sopperire alla povertà della prosa di Harrison.

Rettiliani

Giusto giusto… quella dei rettili intelligenti che governano il mondo è solo un’ucronia, no? No?

Ma la cosa più bella di West of Eden è certamente l’ambientazione. Con gli Yilané, Harrison è riuscito a creare una razza davvero aliena. Gli Yilané, per cominciare, non sanno mentire. Il loro linguaggio non è semplicemente un movimento delle corde vocali: ogni parola è fatta anche di movimenti (della testa, delle braccia, del collo) e del tingersi di alcune parti del corpo di certi colori, cosicché ogni conversazione è una danza. Parlare significa esprimere a voce alta ciò che si sta pensando in quel momento, cosicché non si può dire una bugia; l’unico modo che gli Yilané conoscono per celare i propri pensieri, è stare perfettamente immobile e guardare fisso. Se si muovessero, i loro movimenti tradirebbero i loro pensieri e il loro stato d’animo. In conseguenza di ciò, quella degli Yilané è una società estremamente conformista e conservatrice; i cambiamenti sono visti con fastidio e scetticismo; il bene della società prevale sempre su quello del singolo.
Ancora: a causa di questa natura ‘collettivista’, il singolo Yilané non può vivere al di fuori della società. Chi, per un crimine o una mancanza, viene esiliato dalla città, viene stroncato da infarto per lo shock o muore d’inedia pochi giorni dopo. Ancora: poiché nella loro specie sono i maschi a covare le uova, quella Yilané è una società femminista. Solo le femmine della specie godono di pieni diritti, possono muoversi liberamente per la città e rivestire posizioni di comando; gli uomini, creature grasse e torpide, vengono tenuti chiusi in degli harem per proteggerli dai pericoli esterni. Ancora: gli Yilané hanno sviluppato un’avanzatissima tecnologia della manipolazione genetica, ma non usano il fuoco. Di conseguenza, tutti i loro congegni (dall’architettura delle città ai mezzi di trasporto alle armi) sono creature vive e manipolate per servire a uno scopo, mentre non sono capaci di lavorare i metalli. Questo fa sì che la loro tecnologia sia un misto di avanzatissimo – la loro civiltà non conosce malattie perché le hanno debellate tutte a suon di eugenetica – e obsoleto – i loro eserciti ricordano quelli della nostra prima età moderna.

Altrettanto affascinante e ben riuscito è il modo in cui Harrison fa interagire tra loro le due specie – che poi sarebbe il perno del romanzo. Da un lato, Harrison evita di cadere nella morale buonista del “siamo tutti fratelli, perché non possiamo appianare le nostre divergenze e trovare un ragionevole compromesso”, a cui tanti scrittori – anche rispettatissimi, come la LeGuin – hanno ceduto. Dall’altro, adottando il punto di vista di entrambe le specie, non finiamo neanche nell’infantile sciovinismo alla Heinlein, stile: “questi bastardi stanno minacciando i nostri diritti costituzionali! Prendiamoli a calci nel culo fino all’estinzione, hell yeah!!”. Harrison lo pone, invece, quasi come un problema scientifico: come possono due specie del tutto ignare l’una dell’altra che si incontrano all’improvviso, e che non riconoscono l’altro come proprio simile ma come una bestia mostruosa, a trovare un’intesa? A provare gli uni per gli altri qualcosa di diverso da diffidenza, disgusto, odio, desiderio di distruzione totale?
Risposta: non possono. Le due specie sono troppo, troppo diverse per capirsi, o anche solo avviare una trattativa. Gli Yilané, abituati a essere l’unica specie intelligente, si trovano davanti questi primitivi impellicciati che vanno a caccia e grugniscono: pensano di avere davanti degli animali, e gli animali si cacciano, non ci si discute. All’inizio, la reciproca ostilità è data dalla repulsione istintuale per quell’altro che è al tempo stesso simile e diverso: si muovono come noi ma non sono come noi (qualcosa di molto simile, mi sembra, al concetto di uncanny valley della robotica). Nel tempo, questa ostilità assume connotati più razionali: le due specie combattono per lo stesso obiettivo, il possesso di quelle terre di cui entrambi hanno bisogno per sopravvivere. Sono costretti dalle circostanze a combattere.

Uncanny Valley

Diagramma della uncanny valley. Chissà dove si potrebbe collocare uno Yilané.

Se l’approccio di Harrison mi piace tanto, è anche perché sposa le mie convinzioni di determinista alla Jared Diamond. Gli uomini (e le lucertole umanoidi, in questo caso!) possiedono certamente il libero arbitrio, ma le loro possibilità di movimento sono determinate dall’ambiente in cui vivono. Nel romanzo di Harrison, il motore della storia è la Glaciazione che sta arrivando, e che costringerà le due specie a spostarsi e a convergere nello stesso posto.1
Ad un certo punto della storia, attraverso il punto di vista di un cacciatore Tanu, sentiamo sulla nostra pelle la sua disperazione nel realizzare che non c’è più scampo: a nord li attende il gelo perenne e la morte di fame; a ovest non c’è spazio, perché è tutto occupato dalle altre tribù umane, che si spartiscono i territori di caccia; a sud non si può, perché nel mondo di Harrison in cui i dinosauri non si sono mai estinti, le calde fasce equatoriali sono il territorio dei grandi rettili; e a est sono arrivati gli Yilané. Quanti popoli della storia reale – penso per esempio all’età delle Grandi Migrazioni in Europa, alla fine dell’antichità – devono aver provato queste stesse sensazioni, quando infine si decisero a scendere e premere alle mura dell’Impero Romano pur sapendo i rischi a cui andavano incontro?

Il romanzo si sviluppa dunque secondo le tappe di questo conflitto, dal primo contatto, alle prime schermaglie, fino alla guerra totale. In un romanzo così corposo – quasi cinquecento pagine – è un bene che ci sia questo elemento costante a dare direzione alla storia; permette all’autore di non divagare troppo, e al contempo rassicura il lettore che si sta andando a parare da qualche parte. Unito allo spazio ‘claustrofobico’ del romanzo – quel tocco di terra per cui Tanu e Yilané se le danno di santa ragione – dà un centro di gravità alla storia.
Peccato che, anche come architetto di trame, Harrison lasci molto a desiderare. Proprio nell’ultima parte del romanzo, il romanzo divaga dal tema del conflitto tra le due specie, introduce nuovi elementi e nuove sottotrame, parte un po’ per la tangente. Poi torna in carreggiata, ma un po’ della magia iniziale è persa. Il finale appare brusco e improvvisato, e ben poco appagante dopo tutto l’investimento emotivo sui personaggi principali e le cinquecento pagine di build-up. E quindi si chiude il libro con la sensazione di aver letto una storia geniale, sì, ma un po’ incompiuta.

Turok

Se non altro, West of Eden è scientificamente più credibile di Turok.

West of Eden è uno degli esempi più compiuti di commistione tra il fantasy e la fantascienza. La civiltà e la tecnologia degli Yilané sono una pura fantasia senza fondamento, ma Harrison cerca di renderli il più plausibili e attinenti possibili alle leggi fisiche come le conosciamo. Soprattutto, la mentalità che pervade il romanzo, nel descrivere le dinamiche dei gruppi e nel tratteggiare le caratteristiche ambientali di questo mondo, è scientifica e fattuale.
Ucronia, speculazione più fantastica che scientifica, storia di “contatto”, romanzo di guerra, excursus antropologico: West of Eden è tutto questo. Certo, a causa della prosa mongoloide di Harrison solletica la testa più che il cuore; e viene a volte da pensare: “Cristo, non potevano fargli fare il layout generale della trama e dei personaggi e poi commissionare la stesura a un altro più capace?”. Ma rimane comunque un grande romanzo, per l’incredibile ambizione e per l’immaginazione folle. Consigliato? Se avete sufficiente tempo libero, sì. Leggetevi i primi due capitoli, e decidete da voi se siete abbastanza presi da andare avanti.

Dove si trova?
In lingua originale, West of Eden si può scaricare senza problemi sia su BookFinder che su Library Genesis; in entrambi i casi è disponibile solo il formato pdf. Per la versione italiana, cercate “L’era degli Yilané” su Emule.

Su Harry Harrison
Anche negli Stati Uniti, Harrison è sempre stato considerato uno scrittore di serie B, un autore da “addetti ai lavori”. Conosciuto quand’era in vita soprattutto per le sue opere di fantascienza umoristica – la serie di The Stainless Steel Rat, il romanzo breve The Technicolor Time Machine – oggi viene ricordato per le sue poche opere ‘serie’. Oltre a West of Eden, ho letto altri due dei suoi romanzi:
Make Room! Make Room! Make Room! Make Room! (Largo! Largo!) è la risposta alla domanda: “cosa succederebbe se la popolazione mondiale crescesse in modo talmente incontrollato da far crollare la società così come la conosciamo?”. In una New York in cui la gente vive in miseria ammucchiata sulle strade e nelle palazzine diroccate, si intrecciano le vite di tre persone normali: un poliziotto, una ex prostituta e un ragazzino che ha ammazzato la persona sbagliata. Pur azzoppato dall’uso del narratore onnisciente e da problemi strutturali, è un romanzo che ti rapisce. Senti sulla pelle tutta la merda che quotidianamente viene schiaffata addosso ai personaggi. Un piccolo capolavoro su cui scriverò prima o poi un Consiglio; ma la lettura è sconsigliata quando si è depressi.
A Transatlantic Tunnel, Hurrah!A Transatlantic Tunnel, Hurrah! (noto anche con il titolo di Tunnel Through the Deeps) è un romanzo proto-steampunk ambientato in un mondo in cui gli Stati Uniti hanno perso la Guerra d’Indipendenza e l’Impero Britannico governa sulle due sponde dell’Atlantico. L’umanità si appresta a costruire l’opera più grande di tutti i tempi: un tunnel ferroviario sotterraneo che passa sotto l’oceano da un capo all’altro, collegando Londra e New York; ma l’ingegnere Augustine Washington, a capo del progetto, dovrà vedersela con infiniti problemi tecnici, un rivale invidioso,misteriosi sabotatori e una melodrammatica storia d’amore. Il romanzo è una sorta di Hard SF steampunk, tutta incentrata sul funzionamento della tecnologia di questo strano mondo e sul problem solving della costruzione del tunnel; personaggi e trama sono piatti come carta velina, e poco più che una scusa per imbastire speculazioni tecniche. Un libro per super-nerd col pallino per lo steampunk (un decennio prima che il genere nascesse!).
Spinto dal successo del libro originale, Harrison ha scritto anche due seguiti di West of Eden: Winter in Eden e Return to Eden. Come sapete però non sono un amante dei sequel; e ciò che il mondo di Eden aveva da dire, l’ha già detto nel primo romanzo. Non penso valga la pena di leggere i seguiti.

Qualche estratto
Dato che il romanzo è enorme, ho scelto la bellezza di tre estratti. Consiglio a tutti di leggere almeno il primo: cronologicamente è quello più avanti di tutti, ma sintetizza bene il tema centrale del romanzo. Il cacciatore Ulfadan, al confine tra la foresta e la terra dei “murgu” (i lucertoloni giganteschi che infestano le pianure tropicali), riflette sul destino dei Tanu, chiusi da tutti i lati da pericoli troppo grandi e condannati all’estinzione se non faranno qualcosa.
Il secondo brano, tratto dal primo capitolo, mostra il primo incontro tra Tanu e Yilané, ed è uno dei momenti più felici e “mostrati” della prosa di Harrison. All’opposto, il terzo brano – preso dal secondo capitolo – è un esempio di Harrison al suo peggio: telecamera neutra che mostra una serie di strane creature al servizio degli Yilané. Di per sé la scena – che è la prima esibizione della tecnologia genetica yilané del romanzo – sarebbe molto affascinante, ma è parecchio confusionaria dato che Harrison non la aggancia ad alcun personaggio-pov.

1.
But the sammad must eat. Yet the food they searched and hunted for was growing scarcer and scarcer. The world was changing and Ulfadan did not know why. The alladjex told them that ever since Ermanpadar had shaped Tanu from the mud of the river bed the world had been the same. In the winter they went to the mountains where the snow lay deep and the deer were easy to kill. When the snow melted in the spring they followed the fast streams down to the river, and sometimes to the sea, where fish leaped in the water and good things grew in the earth. Never too far south though, for only murgu and death waited there. But the mountains and the dark northern forests had always provided everything that they had needed.
This was no longer true. With the mountains now wrapped in endless winter, the herds of deer depleted, the snow in the forests lying late into the spring, their timeless sources of food were no more. They were eating now, there were fish enough in the river at this season. They had been joined at their river camp by sammad Kellimans; this happened every year. It was a time to meet and talk, for the young men to find women. There was little of this now for although there was enough fish to eat there was not enough to preserve for the winter. And without this supply of food very few of them would see the spring.
There was no way out of the trap. To the west and east other sammads waited, as hungry as his and Kellimans’. Murgu to the south, ice to the north – and they were trapped between them. No way out. Ulfadan’s head was bursting with this problem that had no solution. In agony he wailed aloud like a trapped animal, then turned and made his way back to the sammad.

2.
They became aware that someone was standing under a nearby tree, also looking out over the bay. Another hunter perhaps. Amahast had opened his mouth to call out when the figure stepped forward into the sunlight. The words froze in his throat; every muscle in his body locked hard.
No hunter, no man, not this. Man-shaped but repellently different in every way.
The creature was hairless and naked, with a colored crest that ran across the top of its head and down its spine. It was bright in the sunlight, obscenely marked with a skin that was scaled and multicolored.
A marag. Smaller than the giants in the jungle, but a marag nevertheless. Like all of its kind it was motionless at rest, as though carved from stone. Then it turned its head to one side, a series of small jerking motions, until they could see its round and expressionless eye, the massive out-thrust jaw. They stood, as motionless as murgu themselves, gripping their spears tightly, unseen, for the creature had not turned far enough to notice their silent forms among the trees.
Amahast waited until its gaze went back to the ocean before he moved. Gliding forward without a sound, raising his spear. He had reached the edge of the trees before the beast heard him or sensed his approach. It snapped its head about, stared directly into his face.
The hunter plunged the stone head of his spear into one lidless eye, through the eye and deep into the brain behind. It shuddered once, a spasm that shook its entire body, then fell heavily. Dead before it hit the ground. Amahast had the spear pulled free even before that, had spun about and raked his gaze across the slope and the beach beyond. There were no more of the creatures nearby.
Kerrick joined his father, standing beside him in silence as they looked down upon the corpse.
It was a crude and disgusting parody of human form. Red blood was still seeping from the socket of the destroyed eye, while the other stared blankly up at them, its pupil a black, vertical slit. There was no nose; just flapped openings where a nose should have been. Its massive jaw had dropped open in the agony of sudden death to reveal white rows of sharp and pointed teeth.
“What is it?” Kerrick asked, almost choking on the words.
“I don’t know. A marag of some kind. A small one, I have never seen its like before.”
“It stood, it walked, like it was human, Tanu. A marag, father, but it has hands like ours.”
“Not like ours. Count. One, two, three fingers and a thumb. No, it has only two fingers —and two thumbs.”
Amahast’s lips were drawn back from his teeth as he stared down at the thing. Its legs were short and bowed, the feet flat, the toes claw-tipped. It had a stumpy tail. Now it lay curled in death, one arm beneath its body.

3.
The enteesenat cut through the waves with rhythmic motions of their great, paddle-like flippers. One of them raised its head from the ocean, water streaming higher and higher on its long neck, turning and looking backward. Only when it caught sight of the great form low in the water behind them did it drop beneath the surface once again.
There was a school of squid ahead—the other enteesenat was clicking with loud excitement, Now the massive lengths of their tails thrashed and they tore through the water, gigantic and unstoppable, their mouths gaping wide. Into the midst of the school.
Spurting out jets of water the squid fled in all directions. Most would escape behind the clouds of black dye they expelled, but many of them were snapped up by the plate- ridged jaws, caught and swallowed whole. This continued until the sea was empty again, the survivors scattered and distant. Sated, the great creatures turned about and paddled slowly back the way they had come.
Ahead of them an even larger form moved through the ocean, water surging across its back and bubbling about the great dorsal fin of the uruketo. As they neared it the enteesenat dived and turned to match its steady motion through the sea, swimming beside it close to the length of its armored beak. It must have seen them, one eye moved slowly, following their course, the blackness of the pupil framed by its bony ring. Recognition slowly penetrated the creature’s dim brain and the beak began to open, then gaped wide.
One after another they swam to the wide open mouth and pushed their heads into the cave-like opening. Once in position they regurgitated the recently caught squid. Only when their stomachs were empty did they pull back and spin about with a sideways movement of their flippers. Behind them the jaws closed as slowly as they had opened and the massive bulk of the uruketo moved steadily on its way.
Although most of the creature’s massive body was below the surface, the uruketo’s dorsal fin projected above its back, rising up above the waves. The flattened top was dried and leathery, spotted with white excrement where sea birds had perched, scarred as well where they had torn the tough hide with their sharp bills. One of these birds was dropping down towards the top of the fin now, hanging from its great white wings, webbed feet extended. It squawked suddenly, flapping as it moved off, startled by the long gash that had appeared in the top of the fin. This gap widened, then extended the length of the entire fin, a great opening in the living flesh that widened further still and emitted a puff of stale air.
The opening gaped, wider and wider, until there was more than enough room for the Yilanè to emerge. It was the second officer, in charge of this watch.

Tabella riassuntiva

Immagina cosa sarebbe successo se i rettili avessero ereditato la terra! Ignora le più basilari regole di gestione del pov.
Gli Yilané sono creature realmente aliene. Difficoltà a immergersi nei personaggi e nei loro drammi.           .
Interazione drammatica e realistica tra le due specie. Si ammoscia nell’ultima parte.
Protagonisti complessi e conflittuali.


(1) Sarebbe ragionevole pensare che è assurdo che una civiltà avanzata come quella Yilané non abbia ancora colonizzato i quattro angoli del globo. Anch’io, all’inizio, la credevo un’ingenuità dell’autore. In realtà, Harrison l’ha pensata bene.
Primo: gli Yilané, in quanto animali a sangue freddo, soffrono il gelo ancor più che gli uomini. Di conseguenza, non si sono mai avventurati ai poli del pianeta, né, sembra, nelle aree più settentrionali delle fasce temperate. Ed è proprio qui che vivono gli esseri umani. In un mondo in cui i grandi rettili non si sono mai estinti, infatti, pare che la maggior parte dei mammiferi abbia trovato la propria nicchia ecologica negli unici luoghi non raggiungibili dai rettili.
Secondo: per costituzione – sia biologica che culturale – gli Yilané sono, come già avevo accennato, ostili al cambiamento. Non hanno la stessa spinta di curiosità degli esseri umani (se non in singoli individui isolati), e il loro bisogno fisico di stare in armonia con la comunità fa sì che non ci siano molte spinte verso l’esterno. Di conseguenza, gli Yilané sono stati perfettamente felici di vivere chiusi nelle proprie super-città al calduccio senza alcun desiderio di uscire a esplorare il resto del pianeta, finché non sono stati costretti da necessità contingenti – la Glaciazione, appunto.Torna su

I Consigli del Lunedì #39: Earth Abides

Earth AbidesAutore: George R. Stewart
Titolo italiano: La Terra sull’abisso
Genere: Science Fiction / Post-Apocalyptic SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1949
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 370 ca.

Difficoltà in inglese: **

Men go and come, but earth abides.
ECCLESIASTES, I, 4

Quando una specie raggiunge un numero elevatissimo di esemplari, e satura il proprio habitat, diventa più soggetta al rischio di essere decimata da un’epidemia. Nel giro di pochi giorni, di quell’animale che sembrava essere ovunque non si trova più traccia. Oggi è toccato all’uomo. Quando Isherwood Williams, giovane studente di geografia all’università di Stanford, torna dalla sua escursione solitaria di due settimane sulle montagne, non trova più anima viva. Le strade sono deserte, le città silenziose. Una pandemia misteriosa si è portata via il 99% degli esseri umani.
Anche la sua casa, nei sobborghi di San Francisco, è vuota; nessuna delle persone che conosceva è ancora in vita. Ma Ish non vuole cedere alla disperazione. Deciso a trovare degli altri sopravvissuti e a impedire il silenzioso tracollo della civiltà, si imbarcherà in un viaggio attraverso gli Stati Uniti. A dargli forza, la curiosità intellettuale di scoprire cosa ne sarà del mondo dopo la fine del dominio dell’uomo. Lo aspettano anni incredibili.

Oggi vi presento un classico dimenticato. Benché non sia certo la prima opera di fantascienza post-apocalittica, Earth Abides è stato a lungo, per il mondo anglosassone, uno dei modelli di riferimento del genere. Uscito un anno dopo 1984, il romanzo di Stewart ha conosciuto una fama crescente nei decenni successivi. Gli scrittori che si sono cimentati in questo sottogenere, da King con The Stand (L’ombra dello scorpione) a McCarthy con The Road, gli si sono dichiaratamente ispirati. Ma con Earth Abides il tempo non è stato clemente come col romanzo di Orwell: oggi, negli States, è uno di quei libri che ricorrono più nella saggistica che nelle librerie di Anobii, e in Italia gli è andata ancora peggio, dove è rimasto un romanzo “da Urania” e non ha mai raggiunto grande notorietà.
Earth Abides parte da premesse consolidate – un protagonista solo, che si ritrova a vagare per le strade vuote di città decimate, in cerca di sopravvissuti – ma prende una direzione inusuale per il genere: quella del realismo documentaristico. Stewart era un saggista e uno storico prima che uno scrittore, e il suo romanzo ha molto della speculative fiction più pura: cosa succederebbe al nostro pianeta se rimuovessimo all’improvviso la quasi totalità della popolazione, e come reagirebbero i pochi superstiti? Stewart ce lo racconta attraverso gli occhi di Ish, in tre fasi della sua vita (corrispondenti alle tre parti in cui è diviso il romanzo): subito dopo il disastro, vent’anni dopo, e alla fine della sua vita. Niente mutazioni zombie, niente eroi, niente epica – solo le ‘normali’ esperienze di un uomo scampato alla fine del mondo.

Panda Extinction

E per non diventare troppo dark, ecco una bella serie di panda stupidi che si estinguono.

Uno sguardo approfondito
I protagonisti tipici della fantascienza post-apocalittica sono degli eroi, dei leader, o quantomeno dei duri – insomma, uomini d’azione. Devono esserlo, altrimenti avremmo dei personaggi-pov che se ne stanno tutto il giorno chiusi in uno sgabuzzino aspettando che qualcuno li salvi, e questa non è una trama molto appassionante. Nel 1949 però le convenzioni del genere non erano ancora state stabilite, e Stewart sceglie un tipo di protagonista molto differente.
Due sono le caratteristiche particolari dell’unico personaggio-pov di Earth Abides, e queste caratteristiche determinano il tono e la filosofia di fondo dell’intero romanzo.

Isherwood, tanto per cominciare, è passivo. Fin dall’inizio si presenta come uno studioso, un osservatore un po’ misantropo; la sua filosofia è quella dello scienziato davanti a un esperimento o dell’etnografo davanti al popolo da studiare: registrare fedelmente e interagire il meno possibile. La sua motivazione per tirare avanti e mettersi in viaggio, dopo aver scoperto che la malattia si è portata via tutti i suoi affetti, non è tanto trovare dei superstiti, quanto scoprire cosa succederà al mondo dopo la scomparsa dell’uomo. Il suo distacco dalla tragedia e la sua politica di non-intervento (soprattutto nella prima parte) riduce anche il coinvolgimento emotivo di noi lettori.
Tutta la narrazione si sviluppa secondo questo mood: il ritmo è pacato e costante, senza quasi mai picchi di tensione o di emozione. Spesso ho provato la sensazione di trovarmi in un documentario alla Piero Angela e di seguire la storia attraverso gli occhi di una fredda telecamera. Sensazione che si accentua quando Stewart intervalla la narrazione con dei brevi paragrafi dal tono esplicitamente saggistico: in questi passaggi, ci allontaniamo per un momento dalla storia di Ish e il Narratore Onnisciente ci racconta la sorte di questa o quella specie animale, o del sistema idrico di una città, o delle grandi autostrade che attraversano le praterie del Midwest. Queste digressioni – che si trovano soprattutto nella prima parte del romanzo, per poi diminuire gradualmente – sono del resto gli unici momenti in cui ci stacchiamo dal pov del protagonista, e sono chiaramente segnalate dall’interruzione di paragrafo.

Panda Endangered

Il nostro protagonista.

Se già questa premessa ha allontanato una buona fetta di voi dal romanzo, aspettate che arriva il bello: Ish è pure un protagonista sgradevole. Rampante universitario nell’America di fine anni ’40, Ish si sente un essere intellettualmente e moralmente superiore agli altri. Per tutto il romanzo, quando si riferisce ad altri da sé, non lo sentiremo dire altro che: questo è stupido, quello è mediocre, quest’altro ha una mente torpida, quello è un sempliciotto, quell’altro ancora si è talmente abbruttito che merita solo di morire.
La sua mancanza di empatia nei confronti degli altri, in particolare, può lasciare interdetti. E dato che un esempio vale più di mille parole, ecco come Ish tratta la prima persona in cui si imbatte dopo settimane, un ubriaco stordito dall’alcool e dal dolore:

Poi imprecò fra i denti, incapace di trattenere una smorfia di disgusto. Di tutti i sopravvissuti che avrebbe potuto trovare gli capitava fra i piedi un imbecille ubriaco, inutile per se stesso e per gli altri.

Mai in un romanzo post-apocalittico mi sarei aspettato di trovare un protagonista che invece di radunare attorno a sé tutti i poveri cristi che incontra, desideroso di compagnia e mutua assistenza, stabilisce che prenderà con sé soltanto quelli che riterrà degni – e che di fatto abbandona al loro destino quasi tutti i superstiti in cui si imbatte. Ish è terribilmente choosy.
Ora; un protagonista-pov sgradevole è una scelta pericolosa ma, di per sé, non è un errore. Corre il rischio di alienarsi la simpatia di molti lettori, impedendo in questo modo la catarsi e quindi l’immersione nella storia; ma può anche essere uno strumento dell’autore per dare un taglio particolare alla sua narrazione. Gli eroi heinleiniani sono tipicamente degli arroganti figli di puttana, ma molti fedelissimi di Heinlein amano i suoi romanzi proprio per questo. I protagonisti di Heinlein, però, non solo dicono di essere dei gran fighi, ma lo mostrano nei fatti: si rivelano davvero degli uomini superiori alla media. Isherwood, invece, è un meschino. Con la sua passività, crea una frattura tra quello che dice di essere (un eletto) e quello che mostra di essere (uno che non combina niente): un cocktail davvero difficile da digerire.

Panda Haters Gonana Hate

È difficile stabilire se quella di fare un protagonista sgradevole sia stata una scelta intenzionale dell’autore. Stewart era lui stesso un professore universitario, e dal tono compiacente che si fa strada a volte nella narrazione, si potrebbe sospettare un’inconsapevole self-insertion nel protagonista. Il modo in cui Ish incolpa vittimisticamente la mediocrità del genere umano per il collasso della civiltà, fa pensare a uno di quegli autori misantropi e autocompiaciuti di cui la storia della letteratura è piena.
In diverse altre occasioni, tuttavia, il mondo di Earth Abides smentisce e prende a schiaffi Ish. Il mondo post-apocalittico non ha bisogno di astrazioni intellettuali o di umanisti – ha bisogno di tecnici, di agricoltori, di ingegneri, di discipline pratiche. Ma queste cose Ish non può offrirle, Ish che alla sera preferisce leggersi Shakespeare piuttosto che una guida a come si coltiva un orto. In questo caso, il nostro protagonista metterebbe in scena l’inadeguatezza e l’impreparazione dell’uomo medio a far fronte agli infiniti problemi del ricostruire la civiltà dopo l’apocalisse.
Se non altro, l’impossibilità di decidere se l’autore sia ‘dalla parte’ del protagonista o meno, dimostra che la gestione dei punto di vista è impeccabile. Che ci piaccia o meno, ciò che vediamo è sempre filtrato dal pov di Ish, e nessun giudizio morale piove dall’alto; sta a noi lettori decidere come pensarla.1

Se la questione del protagonista rimane nebulosa, comunque, il romanzo pullula di errori oggettivi. Troppo spesso Stewart si abbandona a riassuntini raccontati, per esempio quando deve descrivere lunghi lassi di tempo o momenti della giornata in cui non accade nulla di importante. Le tre parti del romanzo, per esempio, sono inframezzate da brevi capitoli intitolati ‘The Quick Years”, in cui l’autore racconta cos’è successo tra un blocco temporale e un altro: queste parti sono interamente dei riassunti. Cosa ancora più irritante, anche alcune scene chiave sono raccontate anziché mostrate – ad esempio, il ritrovamento di molti dei superstiti durante i primi viaggi di Ish, all’inizio del libro.
Difetto ancora più grave, nel libro ci sono diversi errori di trama. Un esempio su tutti: il cibo in scatola. Anche a distanza di venti e più anni dal collasso della civiltà, i superstiti continuano a nutrirsi di scatolette; Stewart concede che il cibo contenuto non abbia più sapore né struttura, ma sembra rimanere commestibile in aeterno. Cosa ancora più ridicola, probabilmente residuo della pruderie di fine anni ’40, nonostante la malattia abbia falcidiato un centinaio di milioni di persone, nel romanzo non ci si imbatte quasi mai nei cadaveri: le vittime hanno avuto la decenza di morire sempre fuori scena, nascosti nelle loro case, lontano in mezzo ai campi, o nei quartieri degli ospedali (da cui Ish si tiene accortamente alla larga). Sembra quasi che l’umanità non sia stata vittima di una pandemia quanto di rapimenti di massa degli alieni. Ora, posso capire che un romanzo di quell’epoca non insisterà mai – ahimé – sullo spettacolo gore di descrivere masse di corpi in putrefazione che invadono ogni dove; ma di qui all’asetticità Wasp di questa morte ‘invisibile’ e pulitina ce ne corre. Per un romanzo che vuole darsi un taglio realista e documentaristico, questi errori rischiano di minare la credibilità di tutta la storia.

Cibo in scatola

No ma, mangiatele tra vent’anni.

 

Al tempo stesso, però, molti aspetti del mondo di Earth Abides suonano credibili e scientificamente accurati. Le ipotesi sui cambiamenti ecologici nel corso degli anni sono affascinanti e ricevono molta più attenzione che nel romanzo post-apocalittico medio, dove in genere fanno da mero sfondo all’azione. Anche la dinamica sociale delle comunità in cui si radunano i sopravvissuti è convincente, e Stewart riesce a costruire alcune scene veramente coinvolgenti. Avanti nel libro – per dirne una – sullo scontro tra Ish e un nuovo arrivato che minaccia la sua leadership nella comunità, l’autore mette in piedi dei bellissimi momenti di tensione, e al contempo ci fa capire molto su come funzionano i rapporti di potere. Ish stesso, che ho tanto maltrattato per tutta la recensione, nel corso del romanzo avrà una crescita psicologica, e alla fine arriverà a capire molte cose che il suo snobistico io giovanile non vedeva o non voleva vedere (e riuscirà persino a combinare qualcosa di pratico!).
Earth Abides è anche un romanzo a tesi, e la sua tesi (dichiarata praticamente da subito: non è uno spoiler) è che un’epidemia che colpisce a caso e indiscriminatamente, non lascerebbe in circolazione i migliori, ma l’uomo medio – la gente che sta nella fetta centrale della gaussiana. Per questo non troviamo, nel romanzo di Stewart, gli uomini straordinari e dalla forte motivazione di tante opere post-apocalittiche successive. I personaggi che popolano Earth Abides sono tutte persone normali, banali, più pigre che cattive; e Ish, nella sua meschinità, è un’altra persona normale. E nella visione cinica ma condivisibile di Stewart, se la ricostruzione della civiltà è affidata a persone normali, non particolarmente talentuose o determinate o visionarie, cosa potrà mai venirne fuori?2

Earth Abides è un romanzo che non può piacere a tutti. La sua visione cinica e fredda dell’essere umano lo associa più a romanzi come Il signore delle mosche di Golding che non al tipico romanzo post-apocalittico, oppure a romanzi apocalittici molto particolari come The Death of Grass di John Cristopher (bel libro di cui parlai in questo vecchio consiglio). Il suo ritmo pacato, i personaggi banali, il pov antipatico, e il taglio naturalistico incline alla filosofia ricorda molta narrativa mainstream più che quella di genere. Quando consideri tutto questo, capisci come mai il romanzo di Stewart stia cadendo nell’oblio mentre The Stand di King continui a vendere.
Ma nonostante tutto è un bel romanzo; e soprattutto è un romanzo che fa riconsiderare il modo in cui siamo abituati a leggere un sottogenere assai codificato della narrativa fantastica.

Gaussiana

Distribuzione dei sopravvissuti alla pandemia.

Dove si trova?
In lingua originale, Earth Abides si trova in formato ePub sia su Library Genesis che su BookFinder. In italiano, cercate La Terra sull’abisso su Emule: troverete una quantità di formati (doc, rtf, pdf, ePub).

Qualche estratto
Per i due estratti, ho scelto due degli elementi più controversi della scrittura di Stewart. Il primo brano è il primo di quei paragrafi saggistici con Narratore Onnisciente che interrompono la narrazione principale di cui vi parlavo; come vedrete, nonostante siano una sfacciata violazione delle regole dell’immersione, sono ben scritti e hanno un certo fascino. Il secondo brano è centrato sull’incontro tra Ish e il primo superstite, l’ubriacone – episodio a cui avevo dedicato qualche riga in corpo di recensione – così che possiate vedere in un contesto più ampio il problema del ‘protagonista non-empatico’.

1.
“It has never happened!” cannot be construed to mean, “It can never happen!”—as well say, “Because I have never broken my leg, my leg is unbreakable,” or “Because I’ve never died, I am immortal.” One thinks first of some great plague of insects—locusts or grasshoppers—when the species suddenly increases out of all proportion, and then just as dramatically sinks to a tiny fraction of what it has recently been. The higher animals also fluctuate. The lemmings work upon their cycle. The snowshoe-rabbits build up through a period of years until they reach a climax when they seem to be everywhere; then with dramatic suddenness their pestilence falls upon them. Some zoologists have even suggested a biological law: that the number of individuals in a species never remains constant, but always rises and falls — the higher the animal and the slower its breeding-rate, the longer its period of fluctuation.
During most of the nineteenth century the African buffalo was a common creature on the veldt. It was a powerful beast with few natural enemies, and if its census could have been taken by decades, it would have proved to be increasing steadily. Then toward the century’s end it reached its climax, and was suddenly struck by a plague of rinderpest. Afterwards the buffalo was almost a curiosity, extinct in many parts of its range. In the last fifty years it has again slowly built up its numbers.
As for man, there is little reason to think that he can in the long run escape the fate of other creatures, and if there is a biological law of flux and reflux, his situation is now a highly perilous one. During ten thousand years his numbers have been on the upgrade in spite of wars, pestilences, and famines. This increase in population has become more and more rapid. Biologically, man has for too long a time been rolling an uninterrupted run of sevens.

Alla frase «Questo non è mai successo» non si può attribuire il significato di «Questo non potrà mai succedere»… sarebbe come dire: «Dato che non mi sono mai rotto una gamba, le mie ossa sono infrangibili», oppure: «Dato che non sono mai morto, io sono immortale». Si pensi ad esempio alle catastrofi causate dall’invasione di certi insetti, come le cavallette o le locuste, quando una specie prolifera improvvisamente oltre le possibilità naturali offerte dall’ambiente, e quindi, per un meccanismo opposto ma altrettanto ignoto, precipita di nuovo sul limite della completa estinzione. Gli animali superiori non sono esenti da fluttuazioni simili. I lemming seguono un ciclo che senza preavviso giunge a un culmine drammatico. I conigli selvatici proliferano normalmente in un territorio per molti anni, finché all’improvviso sembrano sbucar fuori a dozzine da ogni cespuglio; e poi, con uguale rapidità, una pestilenza o qualcosa nell’ambiente ecologico li stermina di nuovo. Gli zoologi hanno perfino ipotizzato l’esistenza di una legge biologica: il numero di individui di una stessa specie non può stabilizzarsi, ma cresce e diminuisce fra un massimo e un minimo, e più si tratta di animali superiori, più lungo è il ciclo di queste fluttuazioni.
Durante la maggior parte del diciannovesimo secolo il bufalo africano ha popolato la savana in branchi più numerosi di ogni altro erbivoro. Era un animale poderoso, con pochi nemici naturali, e tutto fa credere che per secoli la quantità di capi fosse aumentata lentamente e gradualmente. Poi, sul finire del secolo, questo incremento raggiunse l’apice e i branchi furono improvvisamente colpiti da una varietà di peste bovina. Già nei primi anni del millenovecento i bufali erano animali rari, estinti in molte zone che un tempo avevano popolato. Soltanto negli ultimi cinquant’anni il loro numero sembra pian piano essere cresciuto.
In quanto all’uomo, ci sono poche ragioni per non credere che alla lunga possa sfuggire al destino di altri mammiferi superiori, e se davvero esiste una legge biologica di flusso e di riflusso la sua situazione è attualmente vicina al punto di pericolo. Negli ultimi cento anni il suo numero è aumentato vertiginosamente, a dispetto delle guerre e delle carestie che hanno provocato centinaia di milioni di vittime. Questo aumento della popolazione sta diventando anzi sempre più rapido, con aspetti esponenziali. Se quella dell’uomo con l’ambiente fosse una partita a dadi, si potrebbe dire che biologicamente egli sta ottenendo da ormai troppo tempo una ininterrotta serie di sette.

Philosophy Raptor

2.
In the front seat of a car parked at the curb, he saw a man. Even as he looked, the man collapsed and fell forward on the wheel. The horn, pressed down, emitted a long squawk as the body slipped sideways to the seat. Coming closer, Ish smelled a reek of whiskey. He saw the man with a long, straggly beard, his face bloated and red, obviously in the last stages of passing-out. Ish looked around, and saw that the liquor-store close by was wide open.
In sudden anger, Ish shook the yielding body. The man revived a little, opened his eyes, and emitted a kind of grunt which might have meant, “What is it?” Ish shoved the inert body to a sitting position; as he did so, the man’s hand fumbled for the half-empty bottle of whiskey which was propped in the corner of the seat. Ish grabbed it, threw it out, and heard it splinter on the curbing. He was filled only with a deep bitter anger and a sense of horrible irony. Of all the survivors whom he might have found, here was only a poor old drunk, good for nothing more in this world, or any other. Then as the man’s eyes opened and Ish looked into them, he felt suddenly no more anger, but only a great deep pity.
Those eyes had seen too much. There was a fear in them and a horror that could never be told. However gross the bloated body of the drunkard might seem—somewhere, behind it all, lay a sensitive mind, and that mind had seen more than it could endure. Escape and oblivion were all that could remain.
They sat there together on the seat. The eyes of the drunken man glanced here and there, hardly under control. Their tragedy seemed to grow only deeper. The breath came raspingly. On sudden impulse, Ish took the inert wrist and felt for the pulse. It was weak and irregular. The man had been drinking, doubtless, for a week. Whether he could last much longer was questionable.
“This, then is it!” thought Ish. The survivor might have been a beautiful girl, or a fine intelligent man, but it was only this drunkard, too far gone for any help.

Semisdraiato sul sedile anteriore di una Ford bianca c’era un uomo, che mentre lui si avvicinava collassò in avanti piombando col petto sul volante. Il clacson, sotto il peso del suo corpo, emise un ululato continuo. Ancor prima di aver aperto la portiera Ish sentì l’odore del whisky. L’individuo aveva una barba di due settimane, il volto gonfio e arrossato, ed era evidentemente ubriaco fradicio. Ish alzò lo sguardo e capì perché aveva posteggiato lì: a pochi metri di distanza c’era un negozio di liquori, con la porta aperta.
Improvvisamente irritato sollevò l’uomo dal volante e lo scosse. Lo sconosciuto parve riaversi, aprì gli occhi ed emise un grugnito che avrebbe potuto significare: – Eh? Che c’è? – Lui lo fece appoggiare allo schienale. Mentre lo piazzava in quella posizione l’altro annaspò verso una bottiglia di Old Man Ranger piena a metà, incastrata dietro la leva del cambio. Ish la prese, la scaraventò dall’altra parte della strada e la sentì andare in pezzi contro il marciapiede. Poi imprecò fra i denti, incapace di trattenere una smorfia di disgusto. Di tutti i sopravvissuti che avrebbe potuto trovare gli capitava fra i piedi un imbecille ubriaco, inutile per se stesso e per gli altri. Ma allorché l’individuo si volse a scrutarlo e Ish poté vedere meglio i suoi occhi, vacui e storditi, la rabbia che l’aveva invaso lasciò il posto alla compassione.
Quelli erano occhi che avevano visto troppe cose. Nel loro sguardo vitreo stagnavano ancora uno spavento e un dolore che non potevano essere detti a voce. Per quanto rozzo e incivile l’ubriaco potesse ora apparire, da qualche parte dentro di lui c’era una mente sensibile, una mente che aveva sopportato tutto quello che un uomo riesce a sopportare prima di cedere. La fuga e l’oblio erano tutto ciò che poteva restargli.
Aprì lo sportello di destra e sedette al suo fianco. Gli occhi dello sconosciuto si spostarono qua e là sul parabrezza, probabilmente senza vedere niente al di là di esso. Ansimava raucamente, inerte. La sua tragedia personale era una barriera che adesso lo isolava dal mondo. D’impulso Ish gli fece sollevare un polso e controllò le pulsazioni. Erano molto deboli, irregolari. C’era da scommettere che si stava nutrendo d’alcool da almeno una settimana. Quanto avrebbe tirato avanti prima del collasso finale era materia di ipotesi.
Così stanno le cose, già, pensò Ish. A rispondergli col clacson avrebbe potuto essere un uomo solido e ben educato, o magari una bella ragazza, e invece lì c’era un ubriaco che per lui costituiva soltanto un peso morto.

Tabella riassuntiva

Uno sguardo realistico a un possibile futuro post-apocalittico. Protagonista passivo e dall’atteggiamento irritante.
Buona gestione del pov. Ritmo lento e atmosfera fatalista.
Alcune riflessioni interessanti sulla natura umana. Alcuni errori scientifici minano la credibilità dell’insieme.


(1) Fanno eccezione, all’uso sistematico del pov del protagonista, i già citati paragrafi ‘saggistici’ con Narratore Onnisciente. Ma in questi passaggi non vengono pronunciati giudizi morali sui personaggi del romanzo, quindi questa ‘indecidibilità’ rimane.Torna su


(2) Alla luce di questa visione cinica dell’uomo medio di Stewart si potrebbe anche riconsiderare il carattere choosy di Ish. Lui rifiuta di aggregarsi alla maggior parte dei sopravvissuti che incontra, rimanendone inorridito. Questo atteggiamento elitista, sulle prime, ci disturba. Però potremmo anche chiederci: noi ci comporteremmo davvero in modo diverso? Saremmo pronti, nonostante la solitudine e la desolazione del mondo post-apocalittico, a fare banda con le prime persone che incontriamo? Anche se non ci piacessero? Non ci trasformeremmo piuttosto in figuri guardinghi e riservati, come animali selvatici, costretti dall’istinto di sopravvivenza a non fidarci degli estranei?
Le convenzioni del genere post-apocalittico ci hanno ormai abituati a una logica standard delle relazioni umane – ma non è detto che sia quella più corretta. Forse le reazioni di Ish sono molto più vicine alla realtà. E se l’obiettivo di Earth Abides è il realismo, allora ha fatto un buon lavoro.Torna su

I Consigli del Lunedì #38: The Dancers at the End of Time

The Dancers at the End of TimeAutore: Michael Moorcock
Titolo italiano: I danzatori alla fine del tempo
Genere: Fantasy / Dying Earth / Commedia
Tipo: Romanzo (Trilogia)

Anno: 1972-1976 / 1993
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 670 ca.

Difficoltà in inglese: ***

The cycle of our Earth (indeed, our universe, if the truth had been known) was nearing its end, and the human race had at last ceased to take itself seriously…

Può esistere l’amore alla Fine del Tempo? Jherek Carnelian crede di sì.
Miliardi di anni nel futuro, quando il sole è ormai consumato e la Terra si avvicina alla fine della sua vita, gli esseri umani sono ormai diventati simili a dèi. Gli anelli che hanno alle dita permettono, con il più piccolo dei movimenti, di comporre e disgregare la materia a piacimento, così che in un secondo possono fare o disfare palazzi, città, interi continenti, esseri viventi. Non conoscono il dolore né la malattia, e possono vivere in eterno; perciò passano la vita a divertirsi, correndo da un party all’altro, creando capolavori di bellezza e scambiandosi complimenti.
Jherek Carnelian, l’ultimo essere umano ad essere nato da un ventre materno, è un’esteta, ammirato da tutti per il buongusto delle sue creazioni e delle sue maniere. E quando un bel giorno, durante un party, appare dal nulla una viaggiatrice del tempo venuta dalla Londra di fine ‘800, Jherek decide di innamorarsene e vivere una bellissima storia d’amore. Ma Mrs. Underwood è una donna di sani principi, e farà di tutto per resistere alle tentazioni e tornare nella sua epoca. E mentre Jherek si lancia attraverso il tempo e lo spazio per coronare il suo impossibile sogno d’amore, si avvicina il giorno della morte dell’intero Universo… Quella tra Jherek e Amelia Underwood potrebbe anche essere l’ultima delle storie d’amore.

Anelli dai poteri illimitati, viaggi nel tempo, banditi spaziali, inseguimenti, galassie che esplodono, intrighi diabolici che si dipanano lungo milioni di anni: The Dancers at the End of Time è una commedia d’avventura che non può essere presa sul serio. La Gollancz l’ha pubblicata negli SF Masterworks, ma anche se si maschera dietro il gergo della fantascienza l’opera di Michael Moorcock è un Fantasy spensierato. Ciò che mi ha incuriosito e affascinato da subito è il soggetto: esseri semidivini che riprendono l’atteggiamento decadente dei dandy fine-ottocenteschi alla Oscar Wilde, i cui unici timori sono la noia e il cattivo gusto.
The Dancers at the End of Time si presenta come una trilogia – composta da An Alien Heat, The Hollow Lands e The End of All Songs – ma a conti fatti è un’unico romanzo diviso in tre parti; ogni libro comincia dove finiva il precedente, ed elementi e subplot introdotti nel primo libro trovano risoluzione nel terzo. Nel complesso, seguiamo le avventure di Jherek e Amelia Underwood per quasi 700 pagine. La grande domanda con cui avevo avvicinato il romanzo era quindi: come farà l’autore ad acchiappare e mantenere l’interesse del lettore, con protagonisti virtualmente invincibili e un mondo senza conflitti?

I'm Bored

Pure gli abitanti della Fine del Tempo hanno i loro problemi.

Uno sguardo approfondito
I romanzi di Moorcock si possono dividere in due filoni. Ci sono quelli “seri”, drammatici, come Behold the Man o Gloriana (entrambi dei quali hanno un Consiglio dedicato su questo blog) o Mother London: romanzi ben strutturati, con un tema subito riconoscibile e una trama che si dipana in una catena di cause ed effetti. E poi ci sono le minchiate sword&sorcery, come i cicli di Elric, o Corum, o del Nomade del Tempo (The Warlord of the Air e seguiti): serie di episodi più o meno scollegati, che spesso nascevano come racconti autonomi sulle rivistacce di fantascienza e fantasy dell’epoca. Anche la qualità della scrittura era ben diversa. Benché Moorcock non sia mai stato un grande prosatore, i primi erano più curati, mentre i secondi paiono seguire la filosofia del “buona la prima”.
The Dancers at the End of Time è una via di mezzo tra i due filoni. Come le opere della seconda categoria, è scritto abbastanza da cani. La storia è raccontata da un narratore onnisciente, che per la maggior parte del tempo sta alle spalle o nella testa di Jherek, ma di tanto in tanto non si fa problemi a zoommare su altri personaggi, a fare commenti sull’ingenuità, o a parlarci di cose che esplicitamente il personaggio non vede o non nota. I sentimenti dei personaggi sono spesso raccontati, invece che mostrati attraverso le loro azioni. Quando Moorcock non ha voglia di scrivere una scena, ricorre ai riassuntoni e persino a lunghi discorsi indiretti. Interi episodi che vengono anticipati al lettore, e che ci si aspetterebbe sarebbero mostrati in ogni dettaglio, vengono invece risolti fuori scena e spiegati in due righe in maniera del tutto anticlimatica. Ecco ad esempio come vengono trattati i primi appuntamenti amorosi tra Jherek e Amelia: “They explored the world in his locomotive. They went for drives in a horse-drawn carriage. They punted on a river which Jherek made for her”. Pretty lame, huh?

Anche dal punto di vista della struttura, The Dancers at the End of Time ricorda le storie pulp di Elric o Corum. La storia si sviluppa come una serie di episodi autoconclusivi, retti dal tema centrale della quest amorosa di Jherek per conquistare il cuore della bellissima viaggiatrice del tempo: prima Jherek deve scoprire dove si trova; una volta scoperto, dovrà trovare il modo di sottrarla all’uomo che la tiene prigioniera; una volta riscattata, deve riuscire a farla innamorare di sé; e così via, un ostacolo alla volta. E in generale, ho avuto più volte l’impressione che Moorcock sviluppasse la trama man mano che scriveva e gli venivano in mente le cose, senza un vero piano generale
Al contempo, però, diversamente dal filone sword&sorcery, si ha la sensazione ci una certa unitarietà della storia, e che la trama stia andando da qualche parte. Nel corso della vicenda si aprono una serie di subplot che non vengono mai abbandonati, ma si riaffacciano periodicamente e alla fine trovano una conclusione. All’inizio del primo libro, un buffo alieno arriva sulla Terra dai recessi della galassia per annunciare che si sono palesati i segni dell’imminente fine dell’Universo, dopodiché il tema è accantonato. Ma nel terzo libro la fine dell’Universo arriva davvero e i protagonisti dovranno affrontarla.

Big Crunch

A sinistra, il Big Crunch secondo la moderna cosmologia. A destra, il Big Crunch secondo JFK.

Il vero piacere di leggere The Dancers of the End of Time sta nel godersi le trovate e l’ambientazione fuori dal mondo di Moorcock. Gli abitanti della Fine del Tempo sono personaggi buffissimi, talmente abituati a vivere senza rischi o bisogni da essere mentalmente dei bambini: ogni volta che vogliono cambiano sesso, razza, forma, carattere. Non temono neanche la morte, dato che se accidentalmente vengono ammazzati possono essere resuscitati con uno schicco di dita. E’ divertente anche soffermarsi sulla loro immoralità. Affascinati come sono da ogni cosa esotica, amano collezionare alieni e viaggiatori nel tempo, per cui si divertono a catturare tutti quelli che trovano e a imprigionarli nelle loro menagerìe – dei veri e propri harem di schiavi. Ma loro non si accorgono di star facendo qualcosa di orribile; non si sono neanche posti il problema.
I personaggi sono adorabili. L’Orchidea di Ferro, la madre di Jherek, è una donna fine e volubile che ama dipingersi dei colori delle pietre più pure e ha concepito suo figlio con un perfetto sconosciuto per noia. Lord Mongrove è un gigante dal volto deforme che, per posa, passa il tempo ad autocommiserarsi e vive in un castello gotico munito di fulmini e pioggia eterna. E che dire dell’enigmatico Lord Jagged di Canaria, che veste sempre di giallo e non perde mai il suo sorriso beffardo, o del Duca di Queens, famoso per il suo cattivo gusto, o di Mistress Christia, la Concubina Eterna, o di Gaf il Cavallo in Lacrime, o dei Lat, alieni con tre occhi a forma di pera che vivono per stuprare e distruggere. Il romanzo di Moorcock è una galleria di personaggi cretini.

Ma se i comprimari sono perlopiù delle macchiette bidimensionali, i protagonisti sono più sfaccettati e capaci di una certa evoluzione nel tempo. La trasformazione più forte la vediamo in Amelia, che parte come lo stereotipo della donna vittoriana della piccola borghesia, tutto rispettabilità e “cosa penseranno i vicini” ed “esportiamo la civiltà britannica attraverso il tempo e lo spazio”, per poi essere davvero cambiata dagli eventi e diventare qualcosa di diverso alla fine della trilogia. E Jherek, che conosciamo come un dandy perfettamente a suo agio nel proprio mondo, sarà di colpo un fanciullo inerme quando finirà in un’altra epoca, dove i suoi anelli non funzionano.
Anche se i toni della commedia scanzonata sono il mood prevalente del romanzo, Moorcock sa toccare anche altre corde, e in alcuni momenti l’atmosfera diventa seria, o addirittura drammatica, o lirica e romantica. Stesso discorso per il genere: nel corso delle quasi 700 pagine di Dancers, si passa dal romanzaccio d’avventura alla storia d’amore, dal vaudeville alle piccole miserie della vita coniugale, passando per la commedia da salotto.

Vaudeville

Vaudeville. Una roba di questo genere.

Quel che è più importante, The Dancers at the End of Time non si prende mai sul serio. Sa di essere una mezza minchiata, ma vuole esserlo nel modo più appassionante possibile. Non è certo un capolavoro, sia perché è scritto un po’ alla cazzo, sia perché quando si chiude il libro non si ha una nuova visione del mondo né si ha scoperto una grande verità. E’ un romanzo di intrattenimento, puro e semplice, che però riesce a esserlo in modo intelligente, non banale, e fantasioso. Ed è un romanzo dal ritmo serrato, in cui succedono sempre cose e c’è sempre un motivo per andare avanti, e difficilmente ci si annoia. Alcuni dialoghi sono veramente deliranti, e mi è capitato una volta di scoppiare a ridere come un deficiente mentre ero in tram (e non è una cosa che mi capiti spesso). Chissà cos’avranno pensato le vecchiette.
Per gli appassionati dell’ambientazione condivisa moorcockiana del Campione Eterno (che io ho sempre trovato cretina, ma c’è a chi piace), l’opera non manca di lanciare riferimenti e strizzate d’occhio. Ritroviamo Oswald Bastable di The Warlord of the Air, Una Persson del ciclo di Jerry Cornelius, pure la macchina del tempo di Karl Glogauer di Behold the Man (e Glogauer stesso fa una breve apparizione). Né, visto l’elemento vittoriano, possono mancare citazioni de La macchina del tempo, e Wells stesso fa un cameo.

Jherek Carnelian è il fanciullo ingenuo e spontaneo di Rousseau, non conosce il dovere né il dolore. Ma la sua quest per trovare l’amore lo porterà a scoprire cos’è la moralità, la virtù, la colpa, il dubbio, il rimpianto, e la felicità. La sua sarà veramente l’ultima storia d’amore alla fine del Tempo?

Dove si trova?
The Dancers at the End of Time si può scaricare in lingua originale su Bookfinder (formati mobi ed ePub) e su Library Genesis (solo mobi); in italiano non l’ho trovato.

Are we human or are we dancer

Un romanzo che si pone domande importanti.

Qualche estratto
Ho scelto due brani il più possibile diversi. Il primo, tratto dal primissimo capitolo della trilogia, mostra una conversazione tra Jherek e sua madre, l’Orchidea di Ferro: Jherek, che si sta appassionando di letteratura vittoriana, vuole imparare ad essere ‘virtuoso’ ma non è sicuro di aver afferrato il significato. Intanto sua madre rievoca cose divertenti che hanno fatto (tra cui scatenare un olocausto nucleare). L’altro, tratto dal secondo libro, è un dialogo davanti a una tazza di tè tra Jherek e Howard Underwood, rispettabile borghese dell’Inghilterra del 1896, che col suo crescendo di assurdità e conflitto mi ha fatto rotolare per terra dal ridere.

1.
Jherek went to sit with his back against the bole of the aspidistra. “And now, lovely Iron Orchid, tell me what you have been doing.”
She looked up at him, her eyes shining. “I’ve been making babies, dearest. Hundreds of them!” She giggled. “I couldn’t stop. Cherubs, mainly. I built a little aviary for them, too. And I made them trumpets to blow and harps to pluck and I composed the sweetest music you ever heard. And they played it!”
“I should like to hear it.”
“What a shame.” She was genuinely upset that she had not thought of him, her favourite, her only real son. “I’m making microscopes now. And gardens, of course, to go with them. And tiny beasts. But perhaps I’ll do the cherubs again some day. And you shall hear them, then.”
“If I am not being ‘virtuous,’ ” he said archly.
“Ah, now I begin to understand the meaning. If you have an impulse to do something — you do the opposite. You want to be a man, so you become a woman. You wish to fly somewhere, so you go underground. You wish to drink, but instead you emit fluid. And so on. Yes, that’s splendid. You’ll set a fashion, mark my words. In a month, blood of my blood, everyone will be virtuous. And what shall we do then? Is there anything else? Tell me!”
“Yes. We could be ‘evil’ — or ‘modest’ — or ‘lazy’ — or ‘poor’ — or, oh, I don’t know — ‘worthy.’ There’s hundreds.”
“And you would tell us how to be it?”
“Well…” He frowned. “I still have to work out exactly what’s involved. But by that time I should know a little more.”
“We’ll all be grateful to you. I remember when you taught us Lunar Cannibals. And Swimming. And — what was it — Flags?”
“I enjoyed Flags,” he said. “Particularly when My Lady Charlotina made that delicious one which covered the whole of the western hemisphere. In metal cloth the thickness of an ant’s web. Do you remember how we laughed when it fell on us?”
“Oh, yes!” She clapped her hands. “Then Lord Jagged built a Flag Pole on which to fly it and the pole melted so we each made a Niagara to see who could do the biggest and used up every drop of water and had to make a whole new batch and you went round and round in a cloud raining on everyone, even on Mongrove. And Mongrove dug himself an underground Hell, with devils and everything, out of that book the time-traveller brought us, and he set fire to Bulio Himmler’s ‘Bunkerworld 2’ which he didn’t know was right next door to him and Bulio was so upset he kept dropping atom bombs on Mongrove’s Hell, not knowing that he was supplying Mongrove with all the heat he needed!”
They laughed heartily.
“Was it really three hundred years ago?” said Jherek nostalgically.

Nope, Still Bored

2.
A silence followed. He was handed a tea-cup.
“What do you think?” Mr. Underwood had become quite animated as he watched Jherek sip.
“There are those who shun the use of tea, claiming that it is a stimulant we can well do without.” He smiled bleakly. “But I’m afraid we should not be human if we did not have our little sins, eh? Is it good, Mr. Carnelian?”
“Very nice,” said Jherek. “Actually, I have had it before. But we called it something different. A longer name. What was it, Mrs. Underwood?”
“How should I know, Mr. Carnelian.” She spoke lightly, but she was glaring at him.
“Lap something,” said Jherek. “Sou something.”
“Lap-san-sou-chong! Ah, yes. A great favourite of yours, my dear, is it not? China tea.”
“There!” said Jherek beaming by way of confirmation.
“You have met my wife before, Mr. Carnelian?”
“As children,” said Mrs. Underwood. “I explained it to you, Harold.”
“You surely were not given tea to drink as children?”
“Of course not,” she replied.
“Children?” Jherek’s mind had been on other things, but now he brightened. “Children? Do you plan to have any children, Mr. Underwood?”
“Unfortunately.” Mr. Underwood cleared his throat. “We have not so far been blessed…”
“Something wrong?”
“Ah, no…”
“Perhaps you haven’t got the hang of making them by the straightforward old-fashioned method? I must admit it took me a while to work it out. You know,” Jherek turned to make sure that Mrs.Underwood was included in the conversation, “finding what goes in where and so forth!”
“Nnng,” said Mrs. Underwood.
“Good heavens!” Mr. Underwood still had his tea-cup poised half-way to his lips. For the first time, since he had entered the room, his eyes seemed to live.
Jherek’s body shook with laughter. “It involved a lot of research. My mother, the Iron Orchid, explained what she knew and, in the long run, when we had pooled the information, was able to give me quite a lot of practical experience. She has always been interested in new ideas for love-making. She told me that while genuine sperm had been used in my conception, otherwise the older method had not been adhered to. Once she got the thing worked out, however (and it involved some minor biological transformations) she told me that she had rarely enjoyed love-making in the conventional ways more. Is anything the matter, Mr. Underwood? Mrs. Underwood?”
“Sir,” said Mr. Underwood, addressing Jherek with cool reluctance, “I believe you to be mad. In charity, I must assume that you and your brother are cursed with that same disease of the brain which sent him to the gallows.”
[…] Mrs. Underwood, breathing heavily, sat down suddenly upon the rug, while Maude Emily had her lips together, had gone very red in the face, and was making strange, strangled noises.
“Why did you come here? Oh, why did you come here?” murmured Mrs. Underwood from the floor.
“Because I love you, as you know,” explained Jherek patiently. “You see, Mr. Underwood,” he began confidentially, “I wish to take Mrs. Underwood away with me.”
“Indeed?” Mr. Underwood presented to Jherek a peculiarly glassy and crooked grin. “And what, might I ask, do you intend to offer my wife, Mr. Carnelian?”
“Offer? Gifts? Yes, well,” again he felt in his pockets but again could find nothing but the deceptor-gun. He drew it out. “This?”
Mr. Underwood flung his hands into the air.

Tabella riassuntiva

Una commedia assurda e iperbolica ambientata alla Fine del Tempo. Struttura della trama molto episodica, poco “da romanzo”.
Fantasia scatenata e ritmo serrato. Moorcock scrive da cani.
Un romanzo d’avventura fantasy che è anche una storia d’amore. Difficile “immergersi” in un mondo così cretino ed esagerato.