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I Consigli del Lunedì #28: The Windup Girl

The Windup GirlAutore: Paolo Bacigalupi
Titolo italiano: –
Genere: Science Fiction / Social SF / Distopia / Politico / Biopunk
Tipo: Romanzo

Anno: 2009
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 361

Difficoltà in inglese: ***

In un XXIII secolo povero e decadente, vittima di una serie di virus artificiali andati fuori controllo, che hanno decimato il genere umano e spazzato via la gran parte della flora, il Regno di Thai lotta per la sopravvivenza. L’innalzamento delle acque ha spazzato via molte delle antiche megalopoli, e Bangkok, capitale del regno, è sopravvissuta solo grazie ad un miracolo ingegneristico: una barriera circolare alta duecento piedi che impedisce all’acqua di entrare. Assediata dall’oceano e dalle calorie companies, multinazionali della bioingegneria che ricreano organismi del passato per poi brevettarli e rivenderli, Bangkok deve la sua sopravvivenza alla custodia segreta di una ricca banca di sementi – su cui ora gli stranieri vogliono mettere le mani.
Ma ora la ripresa economica rischia di travolgere l’isolazionismo thailandese. In una Bangkok dagli equilibri politici sempre più fragili, si muovono quattro personaggi: Anderson Lake, calorie man in missione segreta per trovare la banca dei semi e far penetrare la sua compagnia nel paese; Hock Seng, profugo cinese che ha perso tutto e con la determinazione di tornare in alto; Jaidee, capitano del potente Ministero dell’Ambiente, ex campione di muay thai e flagello dei contrabbandieri; ed Emiko, la ragazza caricata a molla, abbandonata dal suo padrone giapponese e costretta a servire in uno strip club e a sopportare ogni sevizia. Chi resterà in piedi attraverso gli sconvolgimenti che stanno per abbattersi sulla città?

La prima volta che sentii parlare di The Windup Girl, e del fatto che aveva vinto il Premio Hugo nel 2009, mi dissi: “No! Non è possibile! Un italiano?”. E infatti non era possibile: Bacigalupi è un americano dalla testa ai piedi, nato e cresciuto nell’insulso stato del Colorado. Non sono il primo blogger italiano a recensire il romanzo di Baciglupi – per esempio, Mr. Giobblin ne ha parlato quasi un anno fa. Ma quando un romanzo è veramente bello (e poco conosciuto qui da noi), è giusto pubblicizzarlo; e poi, spero di dire qualcosa in più oltre a quanto è già stato detto.
The Windup Girl è un raro esempio del sottogenere Biopunk, un cugino più giovane del Cyberpunk in cui il fulcro dell’innovazione tecnologica non è più il cyberspazio né la robotica, ma l’ingegneria genetica. Si sintetizzano nuove piante e animali in laboratorio, e si modifica il genoma umano per creare delle nostre varianti – i windup. The Windup Girl è anche un romanzo corale, in cui si alternano le avventure (e i pov) di quattro (…cinque?) personaggi diversi. E’ un’opera prima molto ambiziosa. Ce l’avrà fatta?

Bob-omb

La nuova razza che soppianterà la specie umana?

Uno sguardo approfondito
The Windup Girl mette a nudo sia i pregi che i difetti del romanzo corale. La scelta di alternare i punti di vista di quattro personaggi diversi può essere inizialmente spaesante e anti-immersivo, e in effetti nelle prime 50-60 pagine il ritmo del romanzo è piuttosto blando. Man mano che si procede nella lettura, però, le vite dei quattro personaggi cominciano a intrecciarsi – il lettore comincia a parteggiare per l’uno o per l’altro, a chiedersi chi la spunterà e chi farà una brutta fine, e insomma, mettere giù il libro diventa sempre più difficile. Superato il primo quarto, il romanzo decolla.
Molti premi attendono lo scrittore che sappia sfruttare il potenziale del romanzo corale. I livelli di conflitto si moltiplicano: si prova empatia per personaggi che hanno interessi e obiettivi diversi, e che spesso tenteranno di farsi la pelle a vicenda.
Prendiamo Anderson, il protagonista: è il primo pov del romanzo, il personaggio attraverso cui esploriamo per la prima volta Bangkok. Difficile non identificarsi in lui e appassionarci alla sua missione, provare dolore e sconforto ogni volta che un nuovo ostacolo si frappone tra lui e il segreto della banca dati, e una punta di entusiasmo per ogni piccolo successo; ma al contempo, la parte più critica di noi ci ricorda che Anderson è uno stronzo, interessato solo a far penetrare la sua compagnia nell’economia thailandese e disposto a fare terra bruciata di qualsiasi ostacolo. E per la cronaca, le calorie companies sono veramente delle merde: una volta sintetizzate o acquisite nuove piante, le brevettano per vietare la libera distribuzione, dopodiché vendono ai governi sementi a tempo che diventano sterili dopo X raccolti e devono essere comprate di nuovo (delle specie di sementi con DRM!). I nostri giudizi morali sono ulteriormente complicati dal fatto che un altro dei personaggi-pov, il capitano Jaidee, è il più agguerrito avversario delle calorie company e di Anderson – e nel corso del romanzo farà di tutto per mettergli i bastoni tra le ruote.

Attraverso gli occhi dei quattro personaggi-pov, possiamo vedere sfaccettature diverse della città, ed esplorare gli stessi macroconflitti da punti di vista diversi. Attraverso Anderson vediamo le fabbriche di molle a torsione, la difficile accoglienza che i farang stranieri hanno nel regno, il quartiere dei calorie men dove si passa il tempo a bere e a maledire gli apatici thai. Col punto di vista di Hock Seng viviamo la miseria dei profughi, i più fortunati dei quali – come lui – vivono in cubicoli di lamiera, mentre le masse di immigrati malesi stanno rinchiuse nei piani alti dei grattacieli abbandonati e senza energia elettrica. Attraverso Jaidee e il tenente Kayla entriamo nelle vastità labirintiche, ma sulla via del degrado, del Ministero dell’Ambiente, mentre con Emiko visitiamo il mondo notturno dei night club, dove gli uomini più irreprensibili, che in pubblico condannano le ragazze a molla come un’aberrazione contronatura, si abbandonano a nuove perversioni. E il mondo di Bangkok appare incredibilmente vivo e tridimensionale.

Semi

Semi: godeteveli prima che diventino sterili. E ovviamente non potete prestarli in giro: sarebbe la morte della bioingegneria creativa.

In The Windup Girl si respira la stessa atmosfera dei romanzi coloniali di Conrad, Kipling, Orwell, condita da un tocco fantascientifico. I mercati rionali all’ombra dei grattacieli abbandonati, che da un giorno all’altro possono essere invasi da nuovi frutti di cui nessuno ha mai sentito parlare; i megadonti, enormi elefanti che trasportano merci per le strade della città e fanno girare perni giganteschi nelle fabbriche di molle supertorcenti; l’ostilità passiva dei nativi verso gli stranieri, che si manifesta nell’apatia, nell’inefficienza, in mille piccoli sabotaggi, e nello strapotere dei sindacati coordinati dal Signore dello Sterco; la venerazione dei thai per la gerarchia e i loro complicati rituali di sottomissione e di umiliazione.
Ora, io non so niente della cultura thai, e non so quanto questo ritratto di una Thailandia del XXIII sia verosimile. Ciononostante, l’affresco di Bacigalupi è incredibilmente convincente; si ha l’impressione di una civiltà simile e al tempo stesso aliena a quella occidentale, intrisa di quel confucianesimo che fa tanto Estremo Oriente. Questo tra l’altro dovrebbe infilare una patata in bocca a quei geni che portano alle estreme conseguenze la massima “scrivi di ciò che sai” e affermano che si possa parlare solo della propria terra e della propria cultura 1.
Certo, Bacigalupi a volte esagera. Per esempio nell’abuso di termini stranieri. Anche questo è un tratto preso dai maestri del romanzo coloniale – molti romanzi di Conrad sono punteggiati di termini come farang o rajah – ed è utile a dare un tocco esotico all’ambientazione. Ma poi Bacigalupi se ne esce con periodi come questi:

All around her, clotheslines draped with rustling pha sin and trousers rustle in the sea breeze. The sun is sinking, glistening from the tip of wats and chedi. The water of the khlongs and the Chao Praya glistens.

OMG! Datti una calmata!
Ma per fortuna questi eccessi sono rari.

Se la Bangkok di Bacigalupi è così immersiva, comunque, il merito sta anche in un’ottima gestione del mostrato. Tutto è sempre filtrato attraverso il personaggio-pov del momento, il narratore onnisciente non si inserisce mai; e ogni capitolo ha un unico pov, così da evitare confusione. Gli infodump, che pure non mancano, sono resi più digeribili perché introdotti come pensieri o flashback dei personaggi. Questo non impedisce che, soprattutto all’inizio, ci si senta un po’ spaesati e soffocati dalla mole di informazioni, e che a volte gli infodump appaiano innaturali; ma il risultato finale rimane più che buono. Soprattutto si evita di cadere nell’eccesso opposto, quello del primo Swanwick: un lettore completamente spaesato perché continuamente privato di informazioni.

Thaitanic

The Windup Girl presenta anche uno degli intrighi politici più realistici e intelligenti che abbia mai letto. La storia è sempre la stessa, e sembra echeggiare le simpatiche avventure coloniali di Gran Bretagna e Stati Uniti nella Cina dell’Ottocento: da una parte, le calorie companies del Midwest Compact vogliono imporre al Regno di Thai una piena libertà di commercio; dall’altra, il governo thailandese sa di essere scampato alla rovina che ha travolto l’Asia proprio grazie alla loro politica isolazionista. Ma le cose sono più complicate di così: un governo non è mai compatto, e ciascuna corrente tenta di fare i propri interessi e imporsi sull’altra…
Lo scenario politico è quantomai complicato, e nel primo quarto del libro seguire il filo dei complotti è piuttosto faticoso. Bacigalupi cade nel solito, facile errore di introdurre le fazioni politiche prima come nomi volanti e solo successivamente come volti ben riconoscibili. Ma a differenza di quanto accadeva in The Difference Engine, queste fazioni a un certo punto prendono corpo, e di lì in poi le cose si fanno veramente appassionanti. Le forze economiche di scala globale, i complotti politici locali, la forza di singoli uomini forti capitati nel posto giusto al momento giusto: Bacigalupi tiene conto di tutto, e il risultato è spettacolare. C’è anche spazio per qualche plot twist, e qualche azione straordinaria che difficilmente potrebbe accadere nel nostro mondo prosaico; ma il tutto inserito in una cornice di estrema credibilità.

E il sense of wonder fantascientifico? C’è anche quello, benché in misura ridotta. Nei romanzi di Bacigalupi gli elementi fantastici sono tenuti al minimo e subordinati a un’ambientazione che pare quasi mainstream, il che è un’ottima scelta, considerata la sua attenzione al realismo e quanta carne al fuoco ci sia. In ogni caso, la ragazza a molla del titolo regala diverse piccole sorprese nel corso del romanzo – alcune più telefonate, altre meno. Nonché diversi spunti affascinanti sulla selezione darwiniana e sul futuro evolutivo della nostra specie.
La tecnologia della Bangkok del XXIII secolo, però, mi suscita qualche perplessità. E dato che non sono il solo, preferisco far parlare il blogger Vanamonde, che ha studiato ingegneria e sicuramente ci capisce più di me. Cito dalla sua recensione:

La principale critica che muovo a The Windup Girl è di natura tecnologica. Per quanto il mondo evocato dal romanzo sia coerente e affascinante, l’ingegnere che è in me ha diverse obiezioni. Per cominciare, in caso di esaurimento del petrolio mi aspetterei un fortissimo incremento nell’utilizzo di fonti rinnovabili di energia. In particolare, un Paese costiero e tropicale come la Thailandia potrebbe sfruttare con grande efficienza il solare, l’eolico, le maree o il gradiente di salinità. Nulla di tutto ciò avviene nel romanzo, dove si utilizzano centrali termoelettriche a carbone dove indispensabile, e per il resto ci si arrangia con energia di origine umana o animale. Si gira una manovella persino per far funzionare una radiolina portatile, roba che anche oggigiorno potrebbe funzionare a energia solare. Una simile assenza di energie alternative è inspiegabile, tanto più che il livello tecnologico è rimasto elevato, e si vedono numerosi esempi di nuovi materiali.
Anche l’utilizzo di energia animale all’interno della produzione industriale (in particolare con l’uso di elefanti geneticamente modificati, detti megodonti) fa molto colore, ma sfugge alle regole della logica. Un elefante “funziona” a biomassa. Per quanto possa essere efficiente, la stessa biomassa che gli si dà come foraggio potrebbe essere trasformata in alcool e usata per far funzionare un motore, che occupa meno spazio di un elefante, non deve riposare, non sporca, non si ammala, richiede meno supervisione umana, e probabilmente ha anche un rendimento migliore in termini di sfruttamento delle calorie.
Del tutto assurdo poi è il fatto che l’energia venga immagazzinata sotto forma meccanica, torcendo molle ad altissima resistenza: chi ha disinventato dinamo, alternatore, accumulatore, batteria e motore elettrico?
Insomma, l’impressione è che Bacigalupi nel creare il suo mondo si sia fatto guidare più dal potenziale simbolico delle situazioni (ogni cosa appare “caricata a molla”, inclusa la ragazza artificiale che è il fulcro della vicenda) che non da un’analisi scientificamente ed economicamente solida. Il che, per un romanzo che tratta un tema così attuale come la scarsità di energia, a me pare un difetto non da poco.

Auto a molla

Ehm, NO.

Detto questo, The Windup Girl rimane a mio avviso un capolavoro. Per ritmo, per complessità dei personaggi, per la ricchezza dell’ambientazione, per il realismo della storia, per ambiguità morale. Bangkok è una città sporca, carica di ingiustizia, di doppiezza e di opportunismo; e nessun personaggio, neanche i più teoricamente “puri”, ne uscirà pulito. E il finale è uno spettacolo.
Ci sarebbero così tante altre cose da dire – ma mi fermo qui, che sennò Dunseny dice che spoilero tutto. Non so se The Windup Girl diventerà un classico della fantascienza, ma dovrebbe diventarlo. Se lo merita. In ogni caso, è diventato uno dei miei romanzi preferiti, schizzando dritto alla tredicesima posizione!

Su Bacigalupi
Paolo Bacigalupi è entrato molto di recente nel panorama fantascientifico americano – ad eccezione dei suoi racconti, che vanno indietro fino al 1999, il suo primo romanzo è del 2009 – ma da allora sta sfornando un libro all’anno. Oltre a The Windup Girl, ne ho letti altri due:
Ship Breaker Ship Breaker, ambientato sulle coste di una Louisiana devastata e impoverita, racconta la storia delle ciurme di braccianti che si guadagnano da vivere smontando i pezzi delle petroliere arenate sulla spiaggia. I protagonisti sono un gruppo di ragazzini che penetrano nei piccoli pertugi delle navi per saccheggiare filo di rame e per conto dei grandi; ma la loro vita d’inferno cambierà quando, in seguito a una tempesta, si imbatteranno nel relitto di un ricco clipper. Il libro è targato come Young Adult, ma di sicuro è uno degli YA più crudi, cinici e onesti in cui mi sia mai imbattuto. Anche qui, l’elemento fantascientifico è molto contenuto.
The Alchemist The Alchemist è una novella fantasy ambientata in un mondo in cui, ogni volta che si casta una magia, da qualche parte nascono rovi indistruttibili. Gran parte del mondo conosciuto è stato inghiottito dai rovi, e ora la magia è bandita; ma gli incantesimi sono troppo utili per la gente, che continua a usarli di nascosto, e i rovi continuano a moltiplicarsi. E quando un alchimista trova un metodo per distruggerli, i signori della città decideranno di piegare la sua scoperta ai loro fini… Il mondo di The Alchemist avrebbe un ottimo potenziale, ma Bacigalupi ci scrive sopra una novella un po’ insipida, scritta così così e coi ritmi sbagliati. Puzza di commercialata, dato che è uscito in coppia con un’altra novellaThe Executioness di Tobias Buckell – con la stessa ambientazione e la stessa premessa di base.
In futuro leggerò sicuramente altro di Bacigalupi – a partire da Pump Six and Other Stories, antologia che raccoglie tutti i racconti da lui scritti fino al 2008. Un po’ mi stuzzica anche Drowned Cities, il suo ultimo romanzo; è un altro Young Adult, ma visto il buon lavoro fatto con Ship Breaker

Dove si trovano?
Su Bookfinder si trovano, in epub e pdf, tutti i libri di Bacigalupi, con l’eccezione di The Alchemist e del recente Drowned Cities; su Library Genesis si trova anche The Alchemist. Ad oggi non mi risulta che alcuno dei suoi libri sia mai stato tradotto in italiano, quindi a chi non sa l’inglese ciccia.

Chi devo ringraziare?
Le prime curiosità verso The Windup Girl mi sono venute grazie alla lettura incrociata della recensione di Mr. Giobblin e di quella di Vanamonde. Ma questi articoli, da soli, non sarebbero bastati a fugare tutti i miei dubbi. Il merito principale va invece a Siobhàn, che ha letto il libro prima di me e mi ha assicurato che mi sarebbe piaciuto un botto. Be’, aveva ragione! ^-^

Bangkok

Qualche estratto
Per il primo estratto, non potevo esimermi dallo scegliere la presentazione della città di Bangkok attraverso gli occhi gelidi di Anderson Lake. Il secondo estratto è preso dalla prima apparizione di Emiko, ed è una breve panoramica del personaggio e delle sue quotidiane esibizioni al night club di Raleigh. Per sapere come vanno a finire le sue sexy disavventure, pigliatevi il libro!

1.
The cigarette’s burning tip reaches Anderson’s fingers. He lets it fall into traffic. Rubs his singed thumb and index finger as Lao Gu pedals on through the clogged streets. Bangkok, City of Divine Beings, slides past.
Saffron-robed monks stroll along the sidewalks under the shade of black umbrellas. Children run in clusters, shoving and swarming, laughing and calling out to one another on their way to monastery schools. Street vendors extend arms draped with garlands of marigolds for temple offerings and hold up glinting amulets of revered monks to protect against everything from infertility to scabis mold. Food carts smoke and hiss with the scents of frying oil and fermented fish while around the ankles of their customers, the flicker-shimmer shapes of cheshires twine, yowling and hoping for scraps.
Overhead, the towers of Bangkok’s old Expansion loom, robed in vines and mold, windows long ago blown out, great bones picked clean. Without air conditioning or elevators to make them habitable, they stand and blister in the sun. The black smoke of illegal dung fires wafts from their pores, marking where Malayan refugees hurriedly scald chapatis and boil kopi before the white shirts can storm the sweltering heights and beat them for their infringements.
In the center of the traffic lanes, northern refugees from the coal war prostrate themselves with hands upstretched, exquisitely polite in postures of need. Cycles and rickshaws and megodont wagons flow past them, parting like a river around boulders. The cauliflower growths of fa’ gan fringe scar the beggars’ noses and mouths. Betel nut stains blacken their teeth. Anderson reaches into his pocket and tosses cash at their feet, nodding slightly at their wais of thanks as he glides past.
A short while later, the whitewashed walls and alleys of the farang manufacturing district come into view. Warehouses and factories all packed together along with the scent of salt and rotting fish. Vendors scab along the alley lengths with bits of tarping and blankets spread above to protect them from the hammer blast of the sun. Just beyond, the dike and lock system of King Rama XII’s seawall looms, holding back the weight of the blue ocean.
It’s difficult not to always be aware of those high walls and the pressure of the water beyond. Difficult to think of the City of Divine Beings as anything other than a disaster waiting to happen. But the Thais are stubborn and have fought to keep their revered city of Krung Thep from drowning. With coal-burning pumps and leveed labor and a deep faith in the visionary leadership of their Chakri Dynasty, they have so far kept at bay that thing which has swallowed New York and Rangoon, Mumbai and New Orleans.

2.
Emiko traces her fingers through the wetness of bar rings. Warm beers sit and sweat wet slick rings, as slick as girls and men, as slick as her skin when she oils it to shine, to be soft like butter when a man touches her. As soft as skin can be, and perhaps more so, because even if her physical movements are all stutter-stop flash-bulb strange, her skin is more than perfect. Even with her augmented vision she barely spies the pores of her flesh. So small. So delicate. So optimal. But made for Nippon and a rich man’s climate control, not for here. Here, she is too hot and sweats too little.
[…] Kannika grabs her by the hair.
Emiko gasps at the sudden attack. She searches for help but none of the other patrons are interested in her. They are watching the girls on stage. Emiko’s peers are servicing the guests, plying them with Khmer whiskey and pressing their bottoms to their laps and running their hands over the men’s chests. And anyway, they have no love for her. Even the good-hearted ones—the ones with jaidee, who somehow manage to care for a windup like herself—will not step in.
Raleigh is talking with another gaijin, smiling and laughing with the man, but his ancient eyes are on Emiko, watching for what she will do.
Kannika yanks her hair again. “Bai!”
Emiko obeys, climbing down from her bar stool and tottering in her windup way toward the circle stage. The men all laugh and point at the Japanese windup and her broken unnatural steps. A freak of nature transplanted from her native habitat, trained from birth to duck her head and bow.
Emiko tries to distance herself from what is about to happen. She is trained to be clinical about such things. The crèche in which she was created and trained had no illusions about the many uses a New Person might be put to, even a refined one. New People serve and do not question. She moves toward the stage with the careful steps of a fine courtesan, stylized and deliberate movements, refined over decades to accommodate her genetic heritage, to emphasize her beauty and her difference. But it is wasted on the crowd. All they see are stutter-stop motions. A joke. An alien toy. A windup.
They have her strip off her clothes.
Kannika flicks water onto her oiled skin. Emiko glistens with water jewels. Her nipples harden. The glow worms twist and writhe overhead, sending out phosphorescent mating light. The men laugh at her. Kannika slaps her hip and makes her bow. Slaps her ass hard enough to burn, tells her to bow lower, to make obeisance to these small men who imagine themselves to be the vanguard of some new Expansion.
The men laugh and wave and point and order more whiskey. Raleigh grins from his place in the corner, the fond elder uncle, happy to teach these newcomers—these small corporate men and women high on fantasies of multinational profiteering—the ways of the old world. Kannika motions that Emiko should kneel.
A black-bearded gaijin with the deep tan of a clipper ship sailor watches from inches away. Emiko meets the man’s eyes. He stares intently, as if he is examining an insect under a magnifying class: fascinated, and yet also repulsed. She has the urge to snap at him, to try to force him to look at her, to see her instead of simply evaluating her as a piece of genetic trash. But instead she bows and knocks her head against the teak stage in subservience while Kannika speaks in Thai and tells them Emiko’s life story. That she was once a rich Japanese plaything. That she is theirs now: a toy for them to play with, to break even.
And then she grabs Emiko’s hair and yanks her up. Emiko gasps as her body arches. She catches a glimpse of the bearded man staring in surprise at the sudden violent gesture, at her abasement. A flash of the crowd. The ceiling with its glow worm cages. Kannika drags her further back, bending her like willow, forcing her to thrust her breasts out to the crowd, to arch further still, to spread her thighs as she struggles not to topple sideways. Her head touches the teak of the stage. Her body forms a perfect arc. Kannika says something and the crowd laughs. The pain in Emiko’s back and neck is extreme. She can feel the crowd’s eyes on her, a physical thing, molesting her. She is utterly exposed.
Liquid gushes over her.
She tries to rise, but Kannika presses her down and dumps more beer in her face. Emiko gags and splutters, drowning. Finally Kannika releases her and Emiko jerks upright, coughing. Liquid foams down her chin, spills down her neck and breasts, trickles to her crotch.
Everyone is laughing.

Tabella riassuntiva

Serratissima trama politica vista da quattro diversi punti di vista. All’inizio è un po’ spaesante.
Bangkok è una città viva e pulsante, che odora di confucianesimo! La tecnologia a molla è poco credibile.
Cinismo e ambiguità morale a go-go.
Emiko è tanto carina!

(1) Ancora poco tempo fa, certuni di questi geni affermavano che gli scrittori italiani dovrebbero scrivere di più dell’Italia e del folklore italiano, e/o ispirarsi ai generi italiani di maggior successo come il poliziesco; allora sì che gli italiani avrebbero finalmente successo! Ah, dannati esterofili!Torna su

I Consigli del Lunedì #26: The Difference Engine

La fine dell'eternitàAutore: William Gibson & Bruce Sterling
Titolo italiano: La macchina della realtà
Genere: Ucronia / Science Fiction / Thriller / Politico / Steampunk
Tipo: Romanzo

Anno: 1990
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 380 ca.

Difficoltà in inglese: ***

Siamo nel 1855, e l’Inghilterra è la più grande potenza mondiale. Grazie alle prodigiose macchine di Charles Babbage e all’ondata di entusiasmo tecnico che hanno generato, il mondo è molto diverso da come lo conosciamo. Sotto la guida del primo ministro Lord Byron, i Rads (radicals, cioè i progressisti) governano ininterrottamente da trent’anni, la vecchia nobiltà è stata smantellata e il titolo di lord è concesso per merito alle più grandi menti scientifiche. Con le sue carrozze a vapore, la metropolitana, e il sistema di schedatura dei cittadini attraverso schede perforate, la Gran Bretagna è diventata il modello da imitare. Ma Londra è anche una fucina di contraddizioni, di operai sfruttati nelle fabbriche e prostitute macchiate d’infamia per l’eternità – e i fuochi della ribellione covano sotto la superficie smaltata della città.
Per le strade di Londra si muovono tre personaggi: Sybil Gerard, la figlia del grande luddista ridotta a lavorare come prostituta, la cui vita cambierà quando si metterà al servizio del rivoluzionario Mick Radley, il braccio destro del generale texano Sam Houston; Edward “Leviathan” Mallory, paleontologo in ascesa, che si troverà invischiato in un gioco più grande di lui il giorno che salverà un’esanime Ada Byron dalle grinfie di due manigoldi; e Laurence Oliphant, diplomatico benestante con agganci segreti con la Corona e il governo. Al centro delle loro vite, una scatola di legno lavorato contenente un set di schede perforate – schede potentissime, si dice, capaci di distruggere irreversibilmente i delicati meccanismi delle macchine che governano Londra e Parigi…

The Difference Engine è il romanzo che più di ogni altro ha influenzato il modo di intendere la narrativa steampunk, ossia: come sarebbe stato il futuro, se fosse arrivato prima? I romanzi steampunk della “prima generazione” – ossia i lavori di Jeter, Powers e Blaylock – non erano ucronie, ma storie più o meno minchione ambientate nella vera Londra vittoriana. Gli elementi anacronistici e science-fantasy si muovevano all’ombra della storia ufficiale, in una sorta di Londra sotterranea; e il “-punk” di “steampunk” non era altro che un gioco di parole sul cyberpunk, e stava a indicare un’indole poco seria.
Al contrario il romanzo di Gibson & Sterling, come dice il Duca, sembra un cyberpunk anticipato al Lungo Secolo XIX: ci sono gli hacker delle schede perforate – i clackers – c’è la lotta di classe, c’è il germe di un governo cupo e distopico. Il pretesto è che Babbage, dopo aver completato in pochi anni la macchina differenziale, si è messo al lavoro e ha realizzato il suo progetto più ambizioso, la macchina analitica1. La rivoluzione digitale scatenata dalla macchina di Babbage si trascina a sua volta una rivoluzione economica, politica ed ideologica che stimola il progresso accelerato di tutte le discipline tecniche. Come sarebbe un mondo del genere?, è la domanda a cui The Difference Engine cerca di rispondere.
Il romanzo si articola in sei parti – cinque più una “appendice”, costituita da una serie di testi eterogenei, che in realtà continuano e concludono la storia. Sybil Gerard è la protagonista della prima parte; Edward Mallory occupa la sezione centrale del romanzo, dalla seconda alla quarta parte; Oliphant, introdotto attraverso il pov di Mallory nella terza parte, diventa protagonista dell’ultima. Curiosa la mancanza di una divisione in capitoli.

Macchina differenziale

Un prototipo della macchina differenziale.

Uno sguardo approfondito
L’incipit di The Difference Engine è famoso per essere ai limiti dell’illeggibilità. Un narratore onnisciente (non proprio, come si scopre alla fine) ci mostra con visuale dall’alto una serie di frammenti di scene apparentemente incomprensibili, per poi finalmente ‘fissarsi’ sul 1855, e sul personaggio di Sybil Gerard nella casa d’appuntamenti della Signora Whitemore. E’ talmente anti-immersivo che devo farvelo vedere (e vi risparmio l’originale inglese):

Immagine composita, codificata otticamente dall’apparecchio di scorta della nave aerea trans-Canale Lord Brunel: veduta aerea dei sobborghi di Cherbourg, 14 ottobre 1905.
Una villa, un giardino, un terrazzo.
Cancellate le curve in ferro battuto del terrazzo, scoprendo una poltrona a rotelle e la sua occupante. La luce del sole al tramonto si riflette sui raggi nichelati delle ruote.
L’occupante, proprietaria della villa, appoggia le mani artritiche sulla stoffa, lavorata da un telaio Jacquard.
Queste mani consistono di tendini, tessuti, ossa. Attraverso un silenzioso processo di tempo e di informazioni, i fili all’interno delle cellule umane si sono intessuti in una donna.
Il suo nome è Sybil Gerard.

Come dicono nei romanzi di Mellick e di Jeter, What the fuck is this shit?2
Dopo due o tre pagine di nausea, comunque, la storia finalmente comincia. Cambia anche lo stile, che diventa una normale terza persona ancorata al personaggio-pov; quest’ultimo rimane sempre lo stesso per tutta la parte ad esso dedicata (cioè Sybil, poi Mallory, poi Oliphant). Il punto di vista è gestito bene, e non ci si sente mai spaesati; gli autori mantengono però un certo distacco dai propri personaggi, e di conseguenza non ci si sente molto coinvolti dalle loro tribolazioni e dalle loro emozioni.
In chiusura e in apertura di ogni parte, poi, capita spesso che la telecamera sfumi di nuovo verso il campo lungo del narratore onnisciente. In realtà questo effetto cornice, che ricorda quello di A Canticle for Leibowitz, una volta capito come funziona non è particolarmente sgradevole; anzi, personalmente non mi dispiace, e inoltre non intacca l’immersione nella storia principale, dato che si trova sempre alla fine o all’inizio di un arco narrativo.

Schede perforate

Sappiamo chi sei, dove vivi e in che scuola vanno i tuoi figli.

In realtà l’incipit, nel suo puzzare di literary lontano un miglio, ha questo di buono: che fa subito capire al lettore che tipo di libro si sta mettendo a leggere. The Difference Engine è un romanzo estremamente pretenzioso; il che si traduce in una trama talmente esile che quasi non si vede. Ognuno dei tre protagonisti ha i suoi problemi personali, e ogni arco narrativo costituisce un episodio autoconclusivo e debolmente legato agli altri (con la parziale eccezione della terza e quarta parte). Di conseguenza, il lettore dopo un po’ comincia a chiedersi dove vogliano andare a parare i due autori, cosa c’entri Mallory con Sybil, quale sia il senso di ciò che sta leggendo.
Una trama generale, che riunisce i destini dei tre personaggi, a volerla cercare c’è; ma si ha sempre l’impressione che la narrazione stia sempre ai margini di questa storia, la sfiori senza mai entrarci, e perda invece pagine su pagine su episodi secondari. Vogliamo sapere cosa si cela in quella scatola di schede perforate per la quale la gente si ammazza, vogliamo sapere cosa sia l’invenzione di Lady Ada, vogliamo sapere cosa nasconde il governo e cosa si cela tra i circuiti delle Macchine che amministrano la città di Londra, non come faranno i Mallory a vendicare l’onore della sorella infamata da una lettera anonima! Beffa finale: la trama è conclusa e veramente spiegata non nel romanzo principale, ma tra i frammenti dell’Appendice!

A ciò si aggiunge il carattere passivo dei protagonisti (in particolare, di Sybil e Mallory). Per la maggior parte del tempo, i personaggi si limitano a reagire ai vari avvenimenti e minacce – spesso slegati tra loro – che gli capitano, senza quasi mai cercare di prendere le redini della situazione. Per carità, è realistico: anch’io mi curerei più di consolidare la mia carriera e la mia fortuna invece di continuare a scervellarmi sugli assalitori di Lady Ada. Né sono un fautore del protagonista attivo a tutti i costi; riconosco il vantaggio, a volte, di un personaggio passivo e più normale (come il Glogauer di Behold the Man). Ma in The Difference Engine questa passività, unita al carattere episodico della narrazione, al ritmo lento e all’assenza di una trama solida a fare da sostegno, rinforza quell’impressione di pesantezza e d’inconcludenza che dicevo prima.
Insomma, sembra quasi che storia e personaggi esistano al solo scopo di mettere in scena un’ambientazione.

Morire di noia

La lettura di The Difference Engine può avere questo effetto.

Ed è nell’ambientazione che The Difference Engine brilla davvero. Un’Inghilterra dominata dal merito scientifico e dalla tecnica, dove Darwin e Thomas Huxley diventano lord, Lord Byron, Lady Ada e Babbage una sorta di trinità laica; dove le strade sono attraversate da carrozze a vapore, e nella campagna si organizzano derby automobilistici tra carrozze che ricordano le gare della belle epoque, e che possono fare la fortuna di un’ingegnere; dove a Londra c’è già la metropolitana e la moda del momento è la kinotropia, una curiosa arte visiva a metà strada tra il cinema e la grafica digitale; dove prosperano le pseudo-scienze del tardo Ottocento e del primo Novecento, dall’antropometria criminale cara a Lombroso alla frenologia; dove la vita di tutti è schedata, e non si può fare un passo o comprare qualcosa senza che il tutto venga registrato sulla propria scheda perforata identificativa, e i dati inviati ai “server” centrali del Dipartimento di Statistica Centrale – un palazzo gigantesco, a forma di piramide egizia, solido e cupo come un sarcofago, che deve essere mantenuto pulitissimo e a temperatura costante perché la polvere o il calore non inceppino i delicati ingranaggi delle enormi Macchine sotterranee. Una bella doccia fredda per chi ancora è convinto che “steampunk” sia sinonimo a tutti i costi di dirigibili, occhialoni e vapore infilato ovunque (se mai ce ne fosse ancora bisogno).
Al contempo è bello vedere, come sotto la patina di progresso accelerato, dal punto di vista sociale sia ancora l’Inghilterra vittoriana che conosciamo – quella dei gentiluomini dalle maniere compassate e dal ferreo senso dell’onore, e delle dame che si comportano come puri angeli del focolare domestico, rispettose dello Stato e di Dio. Le donne continuano a non avere alcun potere nella sfera pubblica, e anzi, ogni deviazione dalla morale prescritta può significare una macchia d’infamia eterna, perché registrata nella propria scheda governativa. Interessante inoltre che a un progresso tecnico non sia seguita un’uguale accelerazione nelle scienze naturali. La medicina, per esempio, non ha ancora scoperto l’esistenza dei microrganismi; e quando Mallory nota un microscopio nella vetrina di un negozio di articoli scientifici per ragazzi, pensa con un sorriso sarcastico quanto sia una perdita di tempo l’osservazione di quei buffi animalculi nelle pozzanghere e negli stagni, ma che forse un ragazzino, partendo da quei giochi infantili, possa crescendo rivolgersi a discipline più serie…

Carini anche i cameo di personaggi famosi. Invece di darsi alla poesia, John Keats si è dato alla kinotropia, diventando uno dei migliori sulla piazza; Benjamin Disraeli invece di buttarsi nella politica è rimasto un pubblicista, e scrive di morbose liaisons tra paleontologi e belle indiane per giornaletti scandalistici; Engels è rimasto un ricco magnate dei tessuti, benché con qualche simpatia sotterranea per il marxismo, e Sam Houston, l’eroe della liberazione del Texas dal Messico, invece che diventare governatore del Texas è un esiliato a Londra che guarda con amarezza alla sua patria, e prepara uomini e alleanze per tornare a prendersi ciò che è suo. E oltre alla voglia di giocare con le vite di personaggi illustri, i due autori danno anche l’idea di essersi ben documentati: Lady Ada Byron (che qui è rimasta “Byron” perché non si è mai sposata) appare non solo come un genio matematico, ma come una donna dalla condotta licenziosa e una giocatrice d’azzardo incallita. E la puzza rancida che si leva dal Tamigi nel corso del romanzo e paralizza la città, eco della Grande Puzza realmente avvenuta nel 1858, può diventare l’occasione per una rivolta proletaria e mettere in forse il destino della città.
Lo scenario politico di The Difference Engine, oltre ad avere un certo fascino, è uno dei più realistici che abbia mai visto in un’ucronia, accanto alla Seconda Guerra Mondiale alternativa di The Man in the High Castle. Lo strapotere della Gran Bretagna ha gettato il Nordamerica in ginocchio: la Guerra di Secessione si è conclusa con una divisione permanente tra Nord e Sud, il Texas è rimasto una nazione indipendente, così come la California, e l’Alaska è rimasta ai russi. Marx ha avuto fortuna non a Londra ma negli Stati Uniti proletari e piegati dal declino economico, fondando la Comune di Manhattan. Il Giappone guarda alla Gran Bretagna come modello da seguire, e l’unica nazione a tenerle testa è la Francia imperiale di Napoleone III, con la conquista del Messico e la costruzione di una Macchina analitica ancora più grossa e potente di quelle custodite nel sottosuolo di Londra.

Marx su tua madre

Marx spakka in qualsiasi scenario ucronico.

Ho molto apprezzato anche il clima di ambiguità politica e morale che si respira nel romanzo. E’ difficile provare una simpatia ideologica per chiunque: da un lato i proletari più sfortunati e i rivoluzionari, che pur dovendo teoricamente aver ragione si riducono a una manica di disperati e di banditi, che scimmiottano a vanvera la filosofia marxista; dall’altro i gentiluomini entusiasti, pronti a lanciarsi in dichiarazioni da operetta in difesa della Corona e del buon nome dell’Inghilterra, a morire per il buon nome della patria e del tutto incapaci di comprendere posizioni diverse dalla propria. E nel mentre l’informatizzato governo britannico, benché abbia portato una prosperità mai vista prima – in Irlanda non c’è mai stata la grande carestia di metà Ottocento – spande le sue spie e i suoi agenti in tutto il mondo, e sogna di estendere i suoi tentacoli in ogni interstizio della vita dei suoi cittadini.
Ma se dal punto di vista della macropolitica Gibson e Sterling fanno un buon lavoro, non si può dire lo stesso per la rete di intrighi che circonda la trama principale e i suoi personaggi. Come ho già detto in altre recensioni, se si vuole scrivere un romanzo politico bisogna prima mostrare le varie fazioni, in modo tale che il lettore le identifichi e ci associ delle emozioni; solo dopo si può entrare nel merito (raccontato) degli intrighi. Al contrario in The Difference Engine, come accade spesso, i giochi politici si riducono a una massa di nomi volanti che si intrecciano in vari modi, etichette che non dicono granché e sono difficili da ricordare. Charles Egremont, uno dei “cattivi” del romanzo nonché colui che motiva le azioni di molti dei personaggi della storia, compare soltanto alla fine del romanzo e nello spazio di una paginetta! Come ci si fa ad appassionare, o anche solo a non perdere il filo di cosa sta succedendo?
Buona invece l’idea di non far mai comparire Byron, Babbage e gli altri “grandi” della politica londinese. Nominati continuamente ma mai fisicamente presenti, sembrano quasi degli déi, che dirigono dall’alto le vicende dei comuni mortali; questa scelta, inoltre, dà una prospettiva più umana e più realistica dei protagonisti, che se non sono gli “ultimi” rimangono comunque persone normali.

In conclusione, The Difference Engine è un romanzo riuscito solo a metà. Aveva il potenziale per essere un capolavoro assoluto, ma lo azzoppano le sue ambizioni da literary fiction pomposa, la trama quasi inesistente, gli intrighi raccontati e il ritmo pesante. Il risultato è un libro difficile da leggere, che io stesso ho interrotto un paio di volte e che complessivamente ho impiegato quasi un mese a finire. Nei suoi momenti migliori è una lettura affascinante, piena di sense of wonder ucronico e distopico, che fa venire voglia di approfondire l’età vittoriana e i progetti matematici di Babbage; in quelli peggiori, si precipita nella noia e nella confusione.
Non è un romanzo che consiglierei a tutti, ma solo a chi fosse seriamente interessato all’argomento dopo aver preso nota dei numerosi difetti. Per chiunque voglia cimentarsi nella narrativa steampunk, però, The Difference Engine dovrebbe essere una lettura obbligata. Non solo per l’importanza che l’opera ha nel genere, ma anche perché è un compendio di idee straordinarie, dal riciclo di personaggi storici allo scenario politico alla tecnologia alternativa. E a distanza di qualche mese da quando l’ho letto, rimane comunque il romanzo steampunk che più resta impresso nella mia immaginazione.

Lincoln Steampunk

Se anche tu la pensi così, ti serve un’iniezione di The Difference Engine.

Dove si trova?
In lingua originale, The Difference Engine si può scaricare sia da Bookfinder che da Library Genesis, in pdf, mobi e epub. Su Emule si trovano traduzioni in italiano sia in pdf che in epub.

Su William Gibson
Di Gibson, in questi mesi, oltre a The Difference Engine ho letto tutti i lavori cyberpunk – ossia tutto ciò che ha scritto fino alla fine degli anni ’80. Di Neuromancer ho già parlato più volte nel corso del blog e immagino che lo conoscerete; se volete sapere cosa ne penso, controllate La Mia Classifica. Quanto agli altri:
La notte che bruciammo Chrome Burning Chrome (La notte che bruciammo Chrome) è un’antologia che raccoglie tutti i racconti di Gibson precedenti alla pubblicazione di Neuromante, una buona metà dei quali appartiene allo stesso universo cyberpunk della Trilogia dello Sprawl. La qualità della raccolta è altalenante: “Johnny Mnemonic”, “The Gernsback Continuum” e “Burning Chrome” sono molto belli; “The Belonging Kind”, “Red Star, Winter Orbit”, “New Rose Hotel” e “Winter Market” sono carini; gli altri sono dimenticabili, anche per via di uno stile spesso pomposo e non lineare, con continui salti avanti e indietro nella timeline, e tutte quelle arie da ‘mamma, mamma, non sto scrivendo narrativa di genere, guarda come sono literary!’. I racconti cyberpunk rimangono un’ottima introduzione allo stile e ai temi della Trilogia dello Sprawl per il lettore che si avvicini a Gibson per la prima volta3.
Count Zero Count Zero (Giù nel Cyberspazio), secondo capitolo della Trilogia dello Sprawl, è ambientato una decina di anni dopo gli avvenimenti di Neuromante. Mentre la megacorporation Maas Biolabs si prepara a rivoluzionare il mercato dell’elettronica con la distribuzione dei primi chip biologici, il cyberspazio è stato invaso da strane entità che sembrano vivere solo nella matrice, e prendono le sembianze di divinità voodoo. Il romanzo segue le vicende di tre personaggi diversi il cui pov si alterna di capitolo in capitolo. Il lato positivo del romanzo è che esplora aspetti del mondo di Gibson lasciati in ombra in Neuromante, come la guerra tra le corporation e il trattamento riservato ai dipendenti di punta; apprezzo anche che uno dei protagonisti – Bobby Newmark – sia un hacker niubbo, che deve imparare, e non il superdio che era Case. Ma l’alternarsi continuo di tre storie diverse rende la trama sfilacciata e allenta la tensione, mentre il mondo disegnato in Count Zero è molto meno affascinante di quello di Neuromante.
Mona Lisa Overdrive Mona Lisa Overdrive (Mona Lisa Cyberpunk) chiude la trilogia riprendendo dove era finito Count Zero. Angela Mitchell, la nuova star del simstim figlia dell’inventore dei chip biologici, ha appena ricevuto una missione dalle IA con cui è in contatto mentale; ma degli uomini tramano nell’ombra per farla sparire e sostituirla con una prostituta quasi identica a lei. Questo romanzo continua la tendenza inaugurata con Count Zero, moltiplicando trame e pov (questa volta sono addirittura quattro!) e diminuendo il numero di elementi weird e fantascientifici in favore di una trama più mainstream e ambienti più quotidiani. Scene carine e personaggi affascinanti non mancano, ma nel complesso c’è molta poca creatività, e la conclusione è deludente. Paradossalmente, la prosa è molto migliorata e più semplice da seguire.
In conclusione, passare da Burning Chrome e Neuromancer a Mona Lisa Overdrive significa guardare la lenta caduta di Gibson dalla fantascienza a un mainstream tendente allo slice of life. Più la sua prosa diventa scorrevole e meno barocca, più il suo serbatoio di idee si prosciuga. La mia impressione è che Count Zero e Mona Lisa non aggiungano granché al mondo dello Sprawl, e che anche un appassionato di cyberpunk dovrebbe limitarsi a leggere Burning Chrome e Neuromante. Quanto a me, mi fermo qui: non credo che proverei piacere a leggere le successive trilogie di Gibson – sempre più mainstream, sempre più ‘grande romanzo americano’, sempre più noioso.
Sto leggiucchiando anche qualcosa di Sterling, ma di lui parlerò in un articolo futuro.

Chi devo ringraziare?
Se ho cominciato a leggere Gibson lo devo alle pressioni di mezzo blog, ma a spingermi a leggere The Difference Engine è stato il blog del Duca, che l’ha citato spesso e volentieri come uno dei libri di riferimento per imparare a fare steampunk (per esempio nel suo articolone “Breve introduzione allo Steampunk“. Di lui, il Duca dice che è noioso e scritto piuttosto male (e come avete visto non si può dargli tutti i torti…), ma riconosce l’importanza delle sue trovate e del suo immaginario per il genere.
Devo dire che, ad oggi, nonostante tutto, rimane il miglior romanzo steampunk che abbia mai letto; d’altronde, il Duca l’ha pur detto che lo steampunk non ha dato il suo meglio in letteratura…

Dr. Kellogg

Comportati bene: il Dr. Kellogg ti osserva. Sempre.

Qualche estratto
Questa volta ho deciso di mettere davvero alla prova la pazienza dei miei lettori, proponendo la bellezza di tre estratti, di cui il primo di dimensioni gargantuesche. D’altronde, mi son detto, se uno non c’ha voglia di leggerli può sempre saltarli!
Il primo mostra, attraverso un dialogo tra Sybil e Mick, alcuni aspetti sociali dell’Inghilterra alternativa e della lotta di classe che vi si combatte; il secondo si apre su uno dei momenti più suggestivi del romanzo, la visita alle Macchine analitiche del Dipartimento di Statistica; infine l’ultimo breve estratto, tratto dall’appendice, è un brano dell’autobiografia del Babbage ucronico in persona.

1.
She let her gaze follow steam-pipes and taut wires to the gleam of the Babbage Engine, a small one, a kinotrope model, no taller than Sybil herself. Unlike everything else in the Garrick, the Engine looked in very good repair, mounted on four mahogany blocks. The floor and ceiling above and beneath it had been carefully scoured and whitewashed. Steam-calculators were delicate things, temperamental, so she’d heard; better not to own one than not cherish it. In the stray glare from Mick’s limelight, dozens of knobbed brass columns gleamed, set top and bottom into solid sockets bored through polished plates, with shining levers, ratchets, a thousand steel gears cut bright and fine. It smelled of linseed oil.
Looking at it, this close, this long, made Sybil feel quite odd. Hungry almost, or greedy in a queer way, the way she might feel about… a fine lovely horse, say. She wanted — not to own it exactly, but possess it somehow…
Mick took her elbow suddenly, from behind. She started. “Lovely thing, isn’t it?”
“Yes, it’s . . . lovely.”
Mick still held her arm. Slowly, he put his other gloved hand against her cheek, inside her bonnet. Then he lifted her chin with his thumb, staring into her face. “It makes you feel something, doesn’t it?”
His rapt voice frightened her, his eyes underlit with glare. “Yes, Mick,” she said obediently, quickly. “I do feel it . . . something.”
He tugged her bonnet loose, to hang at her neck. “You’re not frightened of it, Sybil, are you? Not with Dandy Mick here, holding you. You feel a little special frisson. You’ll learn to like that feeling. We’ll make a clacker of you.”
“Can I do that, truly? Can a girl do that?”
Mick laughed. “Have you never heard of Lady Ada Byron, then? The Prime Minister’s daughter, and the very Queen of Engines!” He let her go, and swung both his arms wide, coat swinging open, a showman’s gesture. “Ada Byron, true friend and disciple of Babbage himself! Lord Charles Babbage, father of the Difference Engine and the Newton of our modern age!”
She gaped at him. “But Ada Byron is a ladyship!”
“You’d be surprised who our Lady Ada knows,” Mick declared, plucking a block of cards from his pocket and peeling off its paper jacket. “Oh, not to drink tea with, among the diamond squad at her garden-parties, but Ada’s what you’d call fast, in her own mathematical way… ” He paused.
“That’s not to say that Ada is the best, you know. I know clacking coves in the Steam Intellect Society that make even Lady Ada look a bit tardy. But Ada possesses genius. D’ye know what that means, Sybil? To possess genius?”
“What?” Sybil said, hating the giddy surety in his voice.
“D’ye know how analytical geometry was born? Fellow named Descartes, watching a fly on the ceiling. A million fellows before him had watched flies on the ceiling, but it took Ren6 Descartes to make a science of it. Now engineers use what he discovered every day, but if it weren’t for him we’d still be blind to it.”
“What do flies matter to anyone?” Sybil demanded.
“Ada had an insight once that ranked with Descartes’ discovery. No one has found a use for it as yet. It’s what they call pure mathematics.” Mick laughed. ” ‘Pure.’ You know what that means, Sybil? It means they can’t get it to run.” He rubbed his hands together, grinning. “No one can get it to run.”
Mick’s glee was wearing at her nerves. “I thought you hated lordships!”
“I do hate lordly privilege, what’s not earned fair and square and level,” he said. “But Lady Ada lives and swears by the power of gray matter, and not her blue blood.” He slotted the cards into a silvered tray by the side of the machine, then spun and caught her wrist. “Your father’s dead, girl! ‘Tis not that I mean to hurt you, saying it, but the Luddites are dead as cold ashes. Oh, we marched and ranted, for the rights of labor and such — fine talk, girl! But Lord Charles Babbage made blueprints while we made pamphlets. And his blueprints built this world.”
Mick shook his head. “The Byron men, the Babbage men, the Industrial Radicals, they own Great Britain! They own us, girl — the very globe is at their feet, Europe, America, everywhere. The House of Lords is packed top to bottom with Rads. Queen Victoria won’t stir a finger without a nod from the savants and capitalists.” He pointed at her. “And it’s no use fighting that anymore, and you know why? ‘Cause the Rads do play fair, or fair enough to manage — and you can become one of ‘em, if you’re clever! You can’t get clever men to fight such a system, as it makes too much sense to ‘em.”
Mick thumbed his chest. “But that don’t mean that you and I are out in the cold and lonely. It only means we have to think faster, with our eyes peeled and our ears open…”

Seguì con gli occhi i tubi del vapore e i fili tesi, fino alla luccicante Macchina di Babbage, piuttosto piccola, un modello per chinotropio, non più alta di Sybil stessa. A differenza di tutto il resto nel Garrick, la Macchina sembrava in ottime condizioni, montata su quattro blocchi di mogano. Il pavimento e il soffitto sotto e sopra erano stati accuratamente lavati e imbiancati. I calcolatori a vapore erano oggetti delicati, temperamentali, così aveva sentito dire; meglio non possederne uno, che non trattarlo bene.
Nel riflesso del riflettore di Mick, scintillavano dozzine di colonnine di ottone fornite di sporgenze, inserite in alto e in basso in sedi praticate all’interno di piastre lucide, con leve scintillanti, denti di arresto, e mille ingranaggi di acciaio splendente. Odorava di olio di lino. uardandola, così da vicino e così a lungo, Sybil provò una strana sensazione. Quasi come se la desiderasse ardentemente, come se fosse… Un bel cavallo, per esempio. Desiderava… non semplicemente averlo, ma possederlo… Mick le prese il gomito, da dietro. Lei ebbe un sobbalzo… — È bello, vero?
— Sì, è… bello.
Mick le teneva ancora il braccio. Lentamente, le appoggiò l’altra mano guantata sulla guancia, sotto la cuffia. Poi le sollevò il mento con il pollice, fissandola in viso. — Ti fa sentire qualcosa, vero?
La sua voce intensa la spaventò, gli occhi illuminati dal basso. — Sì, Mick — rispose ubbidiente, in fretta. — Sento… qualcosa.
Le slacciò la cuffia, lasciandola penzolare dal collo. — Non ne hai paura, vero Sybil? Non con Dandy Mick che ti stringe. Senti uno speciale frisson. Imparerai ad amare questa sensazione. Faremo un computatore di te.
— Posso farlo, veramente? Può farlo una ragazza?
Mick rise. — Non hai mai sentito parlare di Lady Ada Byron? La figlia del Primo Ministro, la Regina delle Macchine! — La lasciò andare e spalancò entrambe le braccia, la giacca che si allargava, con un gesto da uomo di teatro. — Ada Byron, vera amica e discepola di Babbage in persona! Lord Charles Babbage, padre della Macchina Differenziale, il Newton dell’era moderna!
Lei lo guardò a bocca spalancata. — Ma Lady Byron è una nobildonna!
— Non ti immagini neanche che ambienti frequenti la nostra Lady Ada — dichiarò Mick, estraendo un blocco di cartellini dalla tasca e togliendo l’involucro di carta. — Oh, non parlo della gente ingioiellata con cui beve il tè, nei suoi party in giardino; ma la nostra Ada è una che tu definiresti svelta, nel suo modo matematico… — Fece una pausa. — Questo non vuol dire che Ada sia la migliore. Conosco dei computatori nella Società Intellettuale del Vapore che farebbero sembrare anche Lady Ada un po’ lenta. Ma Ada possiede del genio. Lo sai cosa vuol dire, Sybil, possedere del genio?
— Cosa? — disse Sybil, odiando la vorticosa sicurezza della sua voce.
— Lo sai com’è nata la geometria analitica? Un tipo di nome Descartes vide una mosca sul soffitto. Un milione di persone prima di lui avevano guardato mosche sul soffitto, ma c’è voluto René Descartes per farne una scienza. Adesso gli ingegneri usano ogni giorno quello che lui ha scoperto, ma se non fosse stato per lui, saremmo ancora nel buio.
— A chi interessano le mosche? — chiese Sybil.
— Una volta Ada ha avuto un’intuizione pari alla scoperta di Descartes. Nessuno ha ancora scoperto come usarla. È quella che chiamano matematica pura. — Mick rise. — “Pura.” Lo sai cosa vuol dire, Sybil? Vuol dire che non riescono a farla funzionare su una Macchina. — Si fregò le mani, sogghignando. — Nessuno riesce a farla funzionare.
L’allegria di Mick cominciava a darle sui nervi. — Credevo che odiassi i Lord!
— Odio i privilegi dei Lord, quello che non si guadagnano onestamente — disse. — Ma Lady Ada campa con la forza della sua materia grigia, non per il sangue blu. — Sistemò le carte in un vassoio argentato a fianco della Macchina. Poi si girò di scatto e le prese il polso. — Tuo padre è morto, ragazza! Non lo dico per farti del male, ma i luddisti sono morti come cenere fredda. Oh, abbiamo marciato e abbiamo sbraitato per i diritti dei lavoratori, eccetera… bei discorsi, ragazza. Ma Lord Charles Babbage faceva disegni, mentre noi stampavamo pamphlets. E i suoi disegni hanno costruito il mondo.
Mick scosse la testa. — Gli uomini di Byron, gli uomini di Babbage, gli Industriali Radicali, loro possiedono la Gran Bretagna! Possiedono noi, ragazza… Il mondo stesso è ai loro piedi, l’Europa, l’America, tutto quanto. La Camera dei Lord è piena da cima a fondo di Rad. La Regina Vittoria non muoverebbe un dito senza un cenno dei sapienti e dei capitalisti. — Le puntò contro un dito. — E non serve a niente lottare, e sai perché? Perché i Rad giocano onestamente, o abbastanza onestamente da farsi accettare… e tu puoi diventare una di loro, se sei intelligente! Non puoi indurre la gente intelligente a combattere contro questo sistema, perché è troppo logico per loro.
Mick si batté sul petto. — Ma questo non vuoi dire che tu ed io siamo in mezzo a una strada. Vuol dire solo che dobbiamo pensare più in fretta, con gli occhi e le orecchie aperti… —

Luddismo

Il luddismo è facile e divertente!

2.
Behind the glass loomed a vast hall of towering Engines—so many that at first Mallory thought the walls must surely be lined with mirrors, like a fancy ballroom. It was like some carnival deception, meant to trick the eye—the giant identical Engines, clock-like constructions of intricately interlocking brass, big as rail-cars set on end, each on its foot-thick padded blocks. The white-washed ceiling, thirty feet overhead, was alive with spinning pulley-belts, the lesser gears drawing power from tremendous spoked flywheels on socketed iron columns. White-coated clackers, dwarfed by their machines, paced the spotless aisles. Their hair was swaddled in wrinkled white berets, their mouths and noses hidden behind squares of white gauze.
Tobias glanced at these majestic racks of gearage with absolute indifference. “All day starin’ at little holes. No mistakes, either! Hit a key-punch wrong and it’s all the difference between a clergyman and an arsonist. Many’s the poor innocent bastard ruined like that.…”
The tick and sizzle of the monster clockwork muffled his words.
Two men, well-dressed and quiet, were engrossed in their work in the library. They bent together over a large square album of color-plates. “Pray have a seat,” Tobias said.
Mallory seated himself at a library table, in a maple swivel-chair mounted on rubber wheels, while Tobias selected a card-file. He sat opposite Mallory and leafed through the cards, pausing to dab a gloved finger in a small container of beeswax. He retrieved a pair of cards. “Were these your requests, sir?”
“I filled out paper questionnaires. But you’ve put all that in Engine-form, eh?”
“Well, QC took the requests,” Tobias said, squinting. “But we had to route it to Criminal Anthropometry. This card’s seen use—they’ve done a deal of the sorting-work already.” He rose suddenly and fetched a loose-leaf notebook—a clacker’s guide. He compared one of Mallory’s cards to some ideal within the book, with a look of distracted disdain. “Did you fill the forms out completely, sir?”
“I think so,” Mallory hedged.
“Height of suspect,” the boy mumbled, “reach.… Length and width of left ear, left foot, left forearm, left forefinger.”
“I supplied my best estimates,” Mallory said. “Why just the left side, if I may ask?”
“Less affected by physical work,” Tobias said absently. “Age, coloration of skin, hair, eyes. Scars, birthmarks … ah, now then. Deformities.”
“The man had a bump on the side of his forehead,” Mallory said.
“Frontal plagiocephaly,” the boy said, checking his book. “Rare, and that’s why it struck me. But that should be useful. They’re spoony on skulls, in Criminal Anthropometry.” Tobias plucked up the cards, dropped them through a slot, and pulled a bell-rope. There was a sharp clanging. In a moment a clacker arrived for the cards.
“Now what?” Mallory said.
“We wait for it to spin through,” the boy said.
“How long?”
“It always takes twice as long as you think,” the boy said, settling back in his chair. “Even if you double your estimate. Something of a natural law.”

Dietro il vetro si stendeva una grande sala di gigantesche Macchine… tante che sul momento Mallory pensò che le pareti fossero ricoperte di specchi, come una sala da ballo. Era come un trucco da fiera, fatto per ingannare l’occhio: le Macchine enormi e identiche, costruzioni simili a orologi dai complessi ingranaggi di ottone, grosse come carrozze ferroviarie messe in piedi, ciascuna appoggiata su blocchi imbottiti spessi un piede; il soffitto dipinto di bianco, alto trenta piedi, era pieno di pulegge ruotanti, gli ingranaggi più piccoli che venivano messi in movimento da immensi volani a raggi, ruotanti su colonne di ferro. Computatori in camice bianco, resi nani dalle loro Macchine, si muovevano nei passaggi immacolati. Avevano i capelli avvolti in bianchi berretti pieghettati, il naso e la bocca nascosti dietro quadrati di garza bianca.
Tobias guardò quei maestosi complessi di ingranaggi con assoluta indifferenza. — Tutto il giorno a fissare piccoli buchi. E guai a commettere er-ori! Sbagli un tasto, e uno da sacerdote diventa incendiario. Molti poveri bastardi innocenti sono stati rovinati in questa maniera…
Il ticchettio e lo sfrigolio del mostruoso orologio attutirono le sue parole. Due uomini, ben vestiti e silenziosi, erano assorti nel loro lavoro nella biblioteca. Erano chini insieme su un grande album quadrato di tavole colorate. — Prego, sieda — disse Tobias.
Mallory si sedette a un tavolo della biblioteca, su una sedia girevole di acero, montata su ruote di gomma, mentre Tobias sceglieva uno schedario. Si sedette di fronte a Mallory e sfogliò le schede, fermandosi per umettare un dito guantato in un piccolo vasetto di cera d’api. Prese un paio di schede. — Erano queste le sue richieste, signore?
— Ho riempito dei questionari. Ma avete trasferito il tutto in linguaggio macchina, eh?
— Be’, CQ ha ricevuto le richieste — disse Tobias, stringendo gli occhi. — Ma abbiamo dovuto trasmetterle alla sezione di Antropometria Criminale. Questa scheda mostra segni di essere stata usata. .. Hanno fatto un bel po’ di cernita. — Si alzò d’improvviso e prese un libretto a fogli mobili… una guida per computatore. Paragonò una delle schede di Mallory con un modello ideale del libro, con espressione di distratto fastidio. — Avete
riempito i moduli completamente, signore?
— Credo di sì — disse Mallory con qualche esitazione.
— Altezza del sospettato — mormorò il ragazzo — lunghezza delle braccia… lunghezza e larghezza dell’orecchio sinistro, piede sinistro, avambraccio sinistro, indice sinistro.
— Ho dato le mie stime migliori — disse Mallory. — Perché solo il fianco sinistro, se posso chiedere?
— Meno influenzato dal lavoro fisico — disse Tobias con aria assente.
— Età, colore della pelle, capelli, occhi. Cicatrici, segni particolari… ah, eccoci. Deformità.
— L’uomo aveva una protuberanza sulla fronte, da un lato — disse Mallory.
— Plagiocefalia frontale — disse il ragazzo, controllando sul suo libro. — Rara, per questo mi ha colpito. Potrebbe essere utile. Vanno matti per i crani all’Antropologia Criminale. — Tobias prese le schede e le lasciò cadere in una fessura, poi tirò la corda di un campanello. Ci fu uno squillo secco. Dopo un momento un computatore arrivò per prendere le schede.
— E adesso? — chiese Mallory.
— Aspettiamo che vengano fatte girare — disse il ragazzo. Quanto tempo?
— Ci vuole sempre il doppio di quello che uno pensa — disse il ragazzo, sistemandosi comodamente sulla sedia. — Anche se si raddoppia la stima. È una specie di legge di Natura.

3.
THE CIRCULAR ARRANGEMENT of the axes of the Difference Engine ‘round large central wheels led to the most extended prospects. The whole of arithmetic now appeared within the grasp of mechanism. A vague glimpse even of an Analytical Engine opened out, and I pursued with enthusiasm the shadowy vision.
The drawings and the experiments were of the most costly kind. Draftsmen of the highest order were engaged, to economize the labor of my own head; whilst skilled workmen executed the experimental machinery.
In order to carry out my pursuits successfully, I had purchased a house with about a quarter of an acre of ground, in a very quiet locality in London. My coach-house was converted into a forge and foundry, whilst my stables were transformed into a workshop. I built other extensive workshops myself, and had a fire-proof building for my drawings and draftsmen.
The complicated relations amongst the various parts of the machinery would have baffled the most tenacious memory. I overcame that difficulty by improving and extending a language of signs, the Mechanical Notation, which in 1826 I had explained in a paper printed in the Philosophic Transactions of the Royal Society. By such means I succeeded in mastering a train of investigation so vast in extent that no length of years could otherwise have enabled me to control it. By the aid of the language of signs, the Engine became a reality.

—LORD CHARLES BABBAGE,
Passages in the Life of a Philosopher, 1864.

La disposizione circolare degli assi della Macchina Differenziale, attorno a grandi ruote centrali, apriva le più ampie prospettive. L’intera aritmetica diventava ora circoscrivibile entro i limiti della meccanica.
Mi appariva perfino la possibilità di una Macchina Analitica, ed io mi lanciai con entusiasmo alla caccia di questa visione.
I disegni e gli esperimenti erano fra i più costosi. Ingaggiai disegnatori di prim’ordine, per economizzare il lavoro della mia testa, mentre abili artigiani costruivano i meccanismi sperimentali.
Al fine di coronare con il successo i miei sforzi, avevo acquistato una casa con un quarto di acro circa di terreno, in una località molto tranquilla di Londra. La rimessa per le carrozze fu trasformata in una fucina e fonderia, le stalle in laboratorio. Feci costruire io stesso altri laboratori, e un edificio a prova di fuoco per i disegni e i disegnatori.
Le complicate relazioni fra le varie parti della Macchina avrebbero sfidato la più tenace delle memorie. Superai la difficoltà sviluppando e migliorando un linguaggio di segni, la Notazione Meccanica, che nel 1826 avevo spiegato in un articolo apparso sui Philosophical Transactions of the Royal Society. Con questi mezzi riuscii a padroneggiare una serie di indagini di così vasta portata che nessuna quantità di anni mi avrebbe altrimenti permesso di controllare. Con l’aiuto del linguaggio dei segni, la Macchina divenne una realtà.

LORD CHARLES BABBAGE,
Momenti nella vita di un filosofo, 1864

Tabella riassuntiva

Una delle ucronie più affascinanti e realistiche che abbia mai letto! Trama esile ed episodi molto scollegati l’uno dall’altro.
Una valanga di idee tecnologiche geniali. Stile pesante e literary, ritmo lento.
Buona gestione dei pov. Intrighi politici “raccontati” e difficili da seguire.

(1) Mentre la macchina differenziale era “soltanto” in grado di fare calcoli, la macchina analitica era progettata come un vero e proprio computer, capace di eseguire operazioni logiche (come condizioni if, cicli, subroutine) e dotato di memoria. Oltre non mi dilungo perché non sono un matematico; magari potete chiedere al Duca o a Gamberetta.
Quanto ai progetti sulle due macchine e all’effettiva realizzazione della macchina differenziale a metà Ottocento, con Babbage ancora vivo, cito la Wikipedia inglese:

In 1822, Charles Babbage proposed the use of such a machine in a paper to the Royal Astronomical Society on 14 June entitled “Note on the application of machinery to the computation of astronomical and mathematical tables”. This machine used the decimal number system and was powered by cranking a handle. The British government was interested, since producing tables was time consuming and expensive and they hoped the difference engine would make the task more economical.
In 1823, the British government gave Babbage ₤1700 to start work on the project. Although Babbage’s design was technically feasible, no one had built a mechanical device to such exacting standards before, so the engine proved to be much more expensive than anticipated. By the time the government killed the project in 1842, they had given Babbage over ₤17,000, more than double the cost of a warship, without receiving a working engine. What Babbage did not, or was unwilling to, recognize was that the government was interested in economically produced tables, not the engine itself. The other issue that undermined the government’s confidence in the difference engine was Babbage had moved on to an analytical engine. By developing something better, Babbage had rendered the difference engine useless in the eyes of the government.
Babbage went on to design his much more general analytical engine […]. Inspired by Babbage’s difference engine plans, Per Georg Scheutz built several difference engines from 1855 onwards, one of which was sold to the British government in 1859 [già nel 1843 Scheutz aveva portato a termine una macchina basata su quella di Babbage].

Perché Gibson e Sterling abbiano intitolato il romanzo “The Difference Engine” invece che, per esempio, “The Analytical Engine”, resta per me un mistero.Torna su

Charles Babbage

Charles Babbage: un gran bell’uomo.

(2) In realtà alla fine del romanzo – e con “alla fine” intendo proprio alla fine – si scopre che questa scelta stilistica avrebbe anche un senso nell’economia narrativa (segue SPOILER in bianco: il punto di vista è quello dell’Occhio, dell’IA autocosciente che appare alla fine del libro. Il concetto di fondo, che sarebbe anche affascinante, sembra essere che tutto il romanzo sia l’indagine che l’Occhio onnipotente conduce consultando le sue banche dati). Ciononostante, non si può giustificare nelle pagine finali la scelta di usare una brutta prosa nell’incipit, anche perché con una premessa simile il 90% dei lettori a quelle pagine finali non ci arriverà neanche.Torna su

(3) In particolare, leggere il racconto “Burning Chrome” prima di Neuromancer rende la vita molto più facile. Nel racconto, infatti, tutti i concetti legati al cyberspazio – la matrice, i cowboy, l’ice, gli icebreaker, eccetera – sono ampiamente infodumpati invece che allusi e mostrati a spizzichi e bocconi come avviene nel romanzo. Il risultato è meno elegante, ma più semplice da seguire.
Consiglio anche “Johnny Mnemonic”, in cui compare per la prima volta uno dei personaggi principali di Neuromancer.Torna su

I Consigli del Lunedì #25: Mission of Gravity

Mission of GravityAutore: Hal Clement
Titolo italiano: Stella doppia 61 Cygni
Genere: Science Fiction / Hard SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1953
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 220 ca.

Difficoltà in inglese: ***

In tutta la Via Lattea non c’è un pianeta come Mesklin. La violenza della sua accelerazione centrifuga gli ha dato una forma da pallone da rugby, schiacciato ai poli e stiracchiato all’equatore. Ha anche una massa immensa, e la sua attrazione di gravità varia dai 3G sull’Orlo (l’equatore) ai 700G ai poli. Ma nonostante le condizioni proibitive, Mesklin ospita vita intelligente: una razza di animaletti simili a millepiedi, robustissimi, che si muovono agganciandosi al terreno con le loro numerose zampe uncinate. E ora i terrestri hanno bisogno di loro.
Barlennan, capitano della nave mercantile Bree, è stato contattato dall’umano Charles Lackland per una missione della massima importanza. I terrestri hanno inviato un razzo al polo sud di Mesklin per compiere una serie di rilevazioni sulla gravità del pianeta; rilevazioni che potrebbero rivoluzionare le teorie fisiche sulla gravitazione dai tempi di Einstein. Ma proprio a causa dell’attrazione di Mesklin, il razzo non riesce più a lasciare la superficie. L’equipaggio di Barlennan dovrà raggiungere i poli – dove nessun umano potrà mai mettere piede – e recuperare le attrezzature per restituirle i terrestri; ma quale prezzo chiederanno i meskliniti per questa impresa? E cosa impareranno gli uni dagli altri le due specie?

Mission of Gravity è unanimemente riconosciuto come una delle massime vette raggiunte dall’Hard SF classica. Un romanzo che, come da tradizione del genere, parte da premesse incredibili – un pianeta schiacciato e dalla gravità altissima, e su cui c’è vita!? – e procede a illustrarle senza mai deviare dal rigore scientifico.  Che genere di vita potrebbe ospitare un pianeta dalle condizioni così estreme? E come queste condizioni modificherebbero la forma mentis dei suoi abitanti? Come sarebbe percepito da loro il cosmo? Quali cose si potrebbero fare, e quali no? E così via.
Ma il romanzo di Hal Clement non è saggistica immaginaria – è anche un romanzo d’avventura! La ciurma della nave Bree, guidata dall’impavido (e scaltro) capitano Barlennan, e con l’aiuto di Lackland e dei terrestri in orbita attorno al pianeta, dovrà affrontare tutta una serie di ostacoli e imprevisti per raggiungere il polo sud. Pericoli che daranno all’autore l’occasione per illustrare vari aspetti della vita su Mesklin.
L’ambizione è quella di coniugare speculazione scientifica e narrativa di buon livello. Ci sarà riuscito?

Forza di gravità

Il mantra di Clement.

Uno sguardo approfondito
Una delle cose più spiazzanti del romanzo – e che contribuiscono a distinguere Mission of Gravity dal resto della Hard SF – sta nel fatto che i protagonisti, nonché punto di vista privilegiato della storia, non sono gli esseri umani ma i meskliniti. Il libro comincia infatti con il pov del capitano Barlennan, e attraverso i suoi occhi osserviamo i venti letali dell’inverno equatoriale che minacciano di spazzare via la loro nave spiaggiata, o il suo secondo Dondragmer che si erge sulle sei zampe posteriori per ancorare la nave.
Il bel sogno purtroppo dura poco. Da quando, alla fine del secondo capitolo, entra in scena l’umano Lackland, il punto di vista del romanzo retrocede a quello del narratore onnisciente. Per il resto del romanzo, Clement fa viaggiare la telecamera un po’ come gli capita, posandola osa su Lackland, ora sui generici scienziati in orbita attorno a Mesklin, ora su Barlennan, ora sui membri dell’equipaggio ‘in generale’, ora a volo d’uccello (onniscienza vera e propria). La cosa più sgradevole, è che questi salti di pov avvengono nel bel mezzo di un paragrafo senza alcun preavviso. Nel migliore dei casi, questo significa semplicemente poca immersione e percezione da parte del lettore di una ‘regia occulta’ che lo sballotta di qua e di là; in alcune situazioni più concitate, significa dover rileggere un passaggio più volte perché non si capisce più bene cosa stia succedendo o da quale angolo visuale si stia guardando la scena.

E in realtà, bisogna ammettere che la presenza del narratore onnisciente è presente in tutto il romanzo, anche nelle scene mostrare attraverso gli occhi dei meskliniti. Le parti scritte col pov di Barlennan, infatti, danno più che altro l’impressione di un documentario naturalista: immagini di animaletti che si muovono nell’ambiente selvaggio, con voice over del narratore che ci spiega cosa pensano, cosa provano, cosa li preoccupa. Tra noi e il personaggio punto di vista percepiamo sempre il filtro dell’autore; di conseguenza non ci immedesimiamo mai nella specie aliena, li vediamo sempre dal di fuori anche quando sono loro a dominare la scena.
La presenza del narratore onnisciente rende anche più indigesti gli infodump. Quando va bene, gli elementi dell’ambientazione sono mostrati nelle conseguenze che hanno per i personaggi o, più spesso, discussi nei dialoghi tra Barlennan e Lackland. Questi dialoghi, specie quando entrano nel dettaglio tecnico, suonano un po’ artificiosi, ma rimangono comunque preferibili alla media degli espedienti da Hard SF (tipo l’As You Know, Bob). Quando va male, l’autore in persona interrompe la narrazione – o si inserisce in un punto morto della stessa – per spiegarci questa o quella caratteristica del pianeta.

Pallone da rugby

Un’approssimazione del pianeta Mesklin?

In Mission of Gravity troviamo anche un altro limite tipico dell’Hard SF: personaggi funzionali e bidimensionali come manichini. Ognuno dei personaggi segue fedelmente il suo ruolo istituzionale: Lackland è lo scienziato-antropologo che vuole stringere amicizia con i nativi; il Dottor Rosten è il capo della missione severo e pragmatico, ma, essendo anche un biologo, è pronto ad andare in sollucchero e a perdonare gli errori di Lackland in cambio della promessa di esemplari della vita di Mesklin da analizzare; Barlennan è il mercante-esploratore astuto, pronto a portare a termine una missione rischiosa in cambio di una contropartita; Dondragmer è il secondo diffidente ma fedele al suo leader. L’unica nota positiva nella caratterizzazione dei personaggi è l’esistenza di una certa evoluzione di Barlennan e Dondragmer nel corso della storia; tanto che nel finale entrambi regaleranno al lettore qualche piccola sorpresa.
Ma la nota più fastidiosa è la ragionevolezza, il buon senso che pervade sempre i personaggi e il rapporto tra le due specie, anche nei momenti di maggiori tensione. Lackland e Barlennan sono sempre in grado di discutere su come superare un determinato ostacolo con la massima naturalezza. Ora, penso che nemmeno degli etnologi di professione possano avere rapporti così idilliaci e razionali con i nativi della tribù africana o polinesiana che vanno a studiare, e stiamo pur sempre parlando di uomini della stessa razza e dello stesso pianeta! Possibile che i rapporti tra terrestri e millepiedi di un pianeta a 700G possa essere così idilliaco e così scevro di incomprensioni?

Il che ci porta al terzo, e più grave problema del romanzo: la brutta caratterizzazione della psicologia dei meskliniti.
Da un lato Clement fa un buon lavoro, quando si concentra sulla fisica del loro corpo o sulle conseguenze psichiche dell’ambiente in cui vivono. I meskliniti sono bassi e lunghi per meglio resistere alla pressione gravitazionale del pianeta, e hanno tante zampe (uncinate) per potersi sempre tenere ancorati al suolo e non rischiare di cadere. Da dove viene l’equipaggio della Bree infatti – ossia dalle fasce temperate di Mesklin – la gravità è così elevata che anche una caduta di pochi centimetri può significare la lacerazione di tutti gli organi interni e la morte. Di conseguenza, il suo popolo ha un terrore folle sia per le altezze, sia per avere qualcosa – di qualsiasi materiale – sopra la loro testa, e difatti le loro case non hanno un tetto. Quando ha portato la sua ciurma alle basse gravità dell’Equatore, Barlennan l’ha avvisata di non prendere l’abitudine di saltare o di sollevarsi troppo sulle zampe anteriori: se infatti per distrazione lo facessero anche una volta tornati nella loro patria, finirebbero quasi certamente per ammazzarsi.
Ma a parte questi tratti derivanti dalle condizioni particolari del pianeta, i meskliniti suonano terribilmente umani. Il loro modo di ragionare, di fare affari, di darsi una gerarchia, è identico al nostro. Anche quando l’equipaggio della Bree si imbatte in altre tribù e altri popoli della loro specie, queste creature non sono più strane o variegate dei selvaggi d’Africa di un racconto d’avventura dell’Ottocento, e spesso meno. Clement non si è chiesto che tipo di psiche potesse svilupparsi in una specie di millepiedi schiacciati al terreno, né si è premurato di inventarne una da capo a piedi. I meskliniti sembrano esseri umani in un un corpo di insetti.

Newton e la gravità

Dove Clement dà il meglio di sé è nel worldbuilding. La velocità di rotazione del pianeta è tale che un giorno dura meno di 20 minuti. Nelle prime pagine del romanzo è piuttosto straniante sentire i personaggi parlare con nonchalanche di aspettare cento, duecento o cinquecento giorni, ma poi si comincia a vedere il sole sorgere e tramontare con una frequenza allarmante. Sempre a causa di questa velocità di rotazione, in alcuni periodi dell’anno i venti spirano dai poli verso l’equatore, e la regione dell’Orlo è spazzato da correnti talmente forti che i meskliniti devono ancorare sé stessi e la loro imbarcazione al suolo per non volare via. Ancora, i mari di Mesklin sono fatti di metano e i venti di cristalli di ammoniaca.
Il popolo di Barlennan non possiede un termine per “lanciare” né il concetto, perché da dove vengono loro, con una gravità vicina ai 700G, appena un qualsiasi oggetto lascia la mano, istantaneamente arriva al suolo. L’accelerazione è tale che l’occhio non percepisce il movimento attraverso l’aria. Al polo sud, un sassolino lasciato cadere da oltre duecento metri di altezza scava un buco di alcuni metri e solleva un’onda di pulviscolo (che comunque scema rapidamente a terra). Di conseguenza, il suo popolo non possiede armi da lancio, ma solo armi bianche. E così via.

Insomma, Mission of Gravity è lontano dalla perfezione, ma certo si tratta di uno dei romanzi di Hard SF meglio scritti e anche più piacevoli da leggere che abbia mai incontrato. Intendiamoci: il gusto del libro è quello di un “rompicapo scientifico”, una lettura che colpisce più il cervello che i sensi. La gestione distanziante del pov e gli infodump rallentano in parte il ritmo della storia, mentre personaggi piatti e la psicologia poco aliena dei meskliniti riducono il fascino dell’esperienza, ma per gli amanti del genere l’epopea della Bree attraverso Mesklin sarà divertente e regalerà molti momenti di sense of wonder. E Mesklin è probabilmente uno dei pianeti più “alieni” e meglio pensati nella storia della fantascienza.
Al terzo posto dopo Rendezvous with Rama e Ringworld, lo ritengo uno dei punti di partenza ideali per chi voglia esplorare il sottogenere dell’Hard SF.

Science raptor

Let’s do some fucking science!

Dove si trova?
In lingua originale, Mission of Gravity si può trovare su Library Genesis. Ci sarebbe anche su Bookfinder, ma al momento dice che il download non è disponibile, quindi lasciate stare.
Come ha fatto notare Talesdreamer, l’edizione italiana si può scaricare via Mulo cercando l’orrido titolo “Stella Doppia 61 Cygni”, nei cinque gusti .doc, .rar, .pdf, .lit o epub.

Qualche estratto
Entrambi gli estratti che ho scelto vengono dal primo capitolo, che è uno dei più interessanti in quanto adotta il punto di vista del mesklinita Barlennan. Il primo estratto dà un assaggio dell’ambientazione, ma anche del taglio documentaristico e distaccato della voce narrante anche quando ancora la telecamera nella testa del personaggio. Il secondo viene dal primo dialogo tra Barlennan e Lackland; è particolarmente interessante perché mostra la visione che, in conseguenza del loro sistema di riferimento, hanno i meskliniti del loro mondo: una scodella!

1.
The wind came across the bay like something living. It tore the surface so thoroughly to shreds that it was hard to tell where liquid ended and atmosphere began; it tried to raise waves that would have swamped the Bree like a chip, and blew them into impalpable spray before they had risen a foot.
The spray alone reached Barlennan, crouched high on the Bree’s poop raft. His ship had long since been hauled safely ashore. That had been done the moment he had been sure that he would stay here for the winter; but he could not help feeling a little uneasy even so. Those waves were many times as high as any he had faced at sea, and somehow it was not completely reassuring to reflect that the lack of weight which permitted them to rise so high would also prevent their doing real damage if they did roll this far up the beach.
Barlennan was not particularly superstitious, but this close to the Rim of the World there was really no telling what could happen. Even his crew, an unimaginative lot by any reckoning, showed occasional signs of uneasiness. There was bad luck here, they muttered — whatever dwelt beyond the Rim and sent the fearful winter gales blasting thousands of miles into the world might resent being disturbed. At every accident the muttering broke out anew, and accidents were frequent. The fact that anyone is apt to make a misstep when he weighs about two and a quarter pounds instead of the five hundred and fifty or so to which he has been used all his life seemed obvious to the commander; but apparently an education, or at least the habit of logical thought, was needed to appreciate that.
[…] No witness could have told precisely where the shore line now lay. A blinding whirl of white spray and nearly white sand hid everything more than a hundred yards from the Bree in every direction; and now even the ship was growing difficult to see as hard-driven droplets of methane struck bulletlike and smeared themselves over his eye shells. At least the deck under his many feet was still rock-steady; light as it now was, the vessel did not seem prepared to blow away. It shouldn’t, the commander thought grimly, as he recalled the scores of cables now holding to deep-struck anchors and to the low trees that dotted the beach. It shouldn’t — but this would not be the first ship to disappear while venturing this near the Run. Maybe his crew’s suspicion of the Flyer had some justice. After all, that strange being had persuaded him to remain for the winter, and had somehow done it without promising any protection to ship or crew. Still, if the Flyer wanted to destroy them, he could certainly do so more easily and certainly than by arguing them into this trick. If that huge structure he rode should get above the Bree even here where weight meant so little, there would be no more to be said. Barlennan turned his mind to other matters; he had in full measure the normal Mesklinite horror of letting himself get even temporarily under anything really solid.

Il vento che arrivava dalla baia sembrava una cosa viva. Lacerava e sconvolgeva la distesa d’acqua in un pulviscolo di frammenti cosi minuti che era difficile stabilire dove finisse l’elemento liquido e dove cominciasse l’atmosfera. Il vento sembrava sempre sul punto di sollevare ondate capaci di spazzare via la “Bree” come un sughero, ma poi le disperdeva in miriadi di spruzzi impalpabili, prima che riuscissero ad alzarsi di mezzo metro.
Solamente gli spruzzi arrivavano fino a Barlennan, che se ne stava comodamente sdraiato, in alto, sul castello di poppa della “Bree”. Già da un pezzo aveva portato la nave al sicuro in secca sulla spiaggia, cioè da quando aveva capito di dover passare l’inverno lì. Tuttavia non poteva fare a meno di sentirsi un po’ a disagio anche dopo questa decisione. Quelle ondate erano le più alte che avesse mai visto in mare, e in un certo senso non trovava del tutto rassicurante nemmeno sapere che proprio la mancanza di peso, se da una parte permetteva alle onde di alzarsi tanto, dall’altra avrebbe anche impedito ai flutti di provocare veri e propri danni, se fossero riusciti a spingersi molto addentro sulla spiaggia.
Il Comandante Barlennan non era particolarmente superstizioso, ma trovandosi così vicino agli Orli del Mondo, non avrebbe davvero saputo dire cosa poteva succedere. Perfino l’equipaggio, che certo non era dotato di molta immaginazione, ogni tanto mostrava evidenti segni di malessere. Era la maledizione che regnava in quella regione, mormoravano… Qualunque mistero ci fosse al di là dell’Orlo, la cosa che mandava le terribili raffiche di vento invernale a spazzare per migliaia di chilometri quella parte del mondo poteva non gradire di essere disturbata dalla spedizione di Barlennan. Al minimo incidente l’equipaggio ricominciava a mormorare, e di incidenti, lievi o gravi che fossero, se ne verificavano spesso. Chiunque pesi poco più di un chilogrammo, invece dei duecentocinquanta a cui è stato abituato per tutta la vita, si trova nella condizione di commettere un sacco di errori. Era una costatazione ovvia per il Comandante, ma lui aveva una mentalità scientifica e l’abitudine a pensare in termini logici e razionali.
[…] Nessuno di loro, in quel momento, avrebbe potuto dire dove si trovava la linea costiera. Un vortice accecante di spruzzi e di sabbia bianca nascondeva ogni cosa che fosse a più di cento metri di distanza dalla “Bree”, in tutte le direzioni. Anche la nave cominciava a non essere quasi più visibile, mentre le goccioline di metano lanciate a tutta velocità dal vento colpivano come tante pallottole, spiaccicandosi sopra le conchiglie oculari. Per lo meno il ponte, sotto i suoi molteplici piedi, era ancora saldo come una roccia; e il battello, benché fosse alleggerito di molto, non sembrava disposto a farsi spazzare via dal vento. Cosa impossibile, ad ogni modo, si disse il Comandante, pensando alle decine di cavi che trattenevano la nave alle ancore profondamente sepolte nella sabbia e ai bassi alberi che punteggiava-no la spiaggia. Impossibile, certo, eppure la sua non sarebbe stata davvero la prima nave a scomparire durante una spedizione così pericolosamente vicina all’Orlo. Forse i sospetti dell’equipaggio nei confronti del Volatore non erano del tutto infondati. In fin dei conti, quella strana creatura lo aveva persuaso a fermarsi lì per tutto l’inverno e in un certo senso era riuscita a convincerlo senza garantire la minima protezione alla nave o all’equipaggio. D’altra parte, se il Volatore avesse voluto annientarli, avrebbe potuto farlo molto più facilmente e direttamente che non ingannandoli a parole. Se quell’immensa macchina su cui viaggiava avesse dovuto passare sulla “Bree” anche in questa parte del mondo, dove il peso aveva così poca importanza, sarebbe stata la fine. Barlennan si costrinse a pensare ad altro. Conosceva l’esatta misura del terrore congenito di tutti i meskliniti all’idea di stare, sia pure per breve tempo, sotto qualunque massa solida.

Michael Jackson sconfigge la gravità

Per recuperare il razzo dovevano chiamare lui.

2.
“What I really wondered about, Charles, was how long this blow was going to last. I understand your people can see it from above, and should know how big it is.”
“Are you in trouble already? The winter’s just starting — you have thousands of days before you can get out of here.” “I realize that. We have plenty of food, as far as quantity goes. However, we’d like something fresh occasionally, and it would be nice to know in advance when we can send out a hunting party or two.”
“I see. I’m afraid it will take some rather careful timing. I was not here last winter, but I understand that during that season the storms in this area are practically continuous. Have you ever been actually to the equator before?” “To the what?”
“To the — I guess it’s what you mean when you talk of the Rim.”
“No, I have never been this close, and don’t see how anyone could get much closer. It seems to me that if we went much farther out to sea we’d lose every last bit of our weight and go flying off into nowhere.”
“If it’s any comfort to you, you are wrong. If you kept going, your weight would start up again. You are on the equator right now — the place where weight is least. That is why I am here. I begin to see why you don’t want to believe there is land very much farther north. I thought it might be language trouble when we talked of it before. Perhaps you have time enough to describe to me now your ideas concerning the nature of the world. Or perhaps you have maps?”
“We have a Bowl here on the poop raft, of course. I’m afraid you wouldn’t be able to see it now, since the sun has just set and Esstes doesn’t give light enough to help through these clouds. When the sun rises I’ll show it to you. My flat maps wouldn’t be much good, since none of them covers enough territory to give a really good picture.”
“Good enough. While we’re waiting for sunrise could you give me some sort of verbal idea, though?”
“I’m not sure I know your language well enough yet, but I’ll try.
“I was taught in school that Mesklin is a big, hollow bowl. The part where most people live is near the bottom, where there is decent weight. The philosophers have an idea that weight is caused by the pull of a big, flat plate that Mesklin is sitting on; the farther out we go toward the Rim, the less we weigh, since we’re farther from the plate. What the plate is sitting on no one knows; you hear a lot of queer beliefs on that subject from some of the less civilized races.”
“I should think if your philosophers were right you’d be climbing uphill whenever you traveled away from the center, and all the oceans would run to the lowest point,” interjected Lackland. “Have you ever asked one of your philosophers that?”
“When I was a youngster I saw a picture of the whole thing. The teacher’s diagram showed a lot of lines coming up from the plate and bending in to meet right over the middle of Mesklin. They came through the bowl straight rather than slantwise because of the curve; and the teacher said weight operated along the lines instead of straight down toward the plate,” returned the commander. “I didn’t understand it fully, but it seemed to work. They said the theory was proved because the surveyed distances on maps agreed with what they ought to be according to the theory. That I can understand, and it seems a good point. If the shape weren’t what they thought it was, the distances would certainly go haywire before you got very far from your standard point.”
“Quite right. I see your philosophers are quite well into geometry.”

— Quello che mi stavo domandando, Charles, è quanto durerà questa bufera. So che i tuoi uomini possono vederla dall’alto, e dovrebbero quindi essere in grado di valutarne l’entità.
— Ti trovi già in pericolo? L’inverno è appena cominciato… hai davanti migliaia di giorni prima di poter uscire da questa zona.
— Lo so. Le scorte di vettovaglie sono più che abbondanti, ma ogni tanto si sente la necessità di un po’ di cibo fresco, e sarebbe utile sapere in anticipo quando potremo mandare fuori una spedizione di caccia, o anche due.
— Capisco. Ma ho paura che dovranno calcolare i tempi con molta precisione. Non mi trovavo in questa zona l’inverno scorso, ma so che durante l’inverno le bufere si susseguono in modo pressoché ininterrotto. Ci sei stato veramente nella regione equatoriale, in passato?
— Dove?
— Nella… ah, credo che quando parlate dell’Orlo in realtà vi riferiate all’Equatore.
— No, non mi sono mai spinto tanto vicino all’Orlo, e non vedo come qualcuno possa avanzare oltre un certo limite. La mia impressione è che se ci spingessimo ancora di più verso l’alto mare finiremmo per perdere anche gli ultimi residui di peso e voleremmo via come pagliuzze.
— Se ti è di conforto, posso assicurarti che ti sbagli. Continuando ad andare verso l’alto mare, il vostro peso ricomincerebbe ad aumentare. In questo momento sei sulla linea dell’ Equatore, cioè proprio dove si pesa meno. E’ per questo che io mi trovo qui. Ora comincio a capire perché tu non vuoi credere che ci siano terre molto più a nord. All’inizio, quando abbiamo cominciato a parlare di queste cose, pensavo che dipendesse dalla nostra difficoltà di comunicare, ma adesso credo che tu abbia il tempo di spiegarmi le tue idee circa la natura di questo mondo. O forse possiedi delle carte geografiche, delle mappe…?
— Naturalmente, abbiamo una “coppa” qui, sul castello di poppa, ma temo che tu non possa vederla, adesso che il sole è appena tramontato ed Esstes non dà luce sufficiente con tutta questa nuvolaglia. Domani, quando sorgerà il sole, te la mostrerò. Le mie carte geografiche non ti sarebbero di molto aiuto, perché nessuna di esse riproduce territori abbastanza estesi da fornire un quadro sufficientemente chiaro della regione.
— Capito, Ma, in attesa dell’alba, non potresti descrivermele a voce?
— Non sono sicuro di essere padrone della tua lingua fino a questo punto. Comunque proverò. A scuola mi hanno insegnato che il nostro pianeta è come una grande coppa dalla cavità molto profonda. La zona in cui vive la maggior parte della popolazione è vicina al fondo della coppa, dove il peso è più forte. Secondo la teoria dei nostri saggi questo peso è causato da una specie d’immenso vassoio piatto su cui posa Mesklin. Più ci si allontana dal fondo verso l’Orlo, più il nostro peso diminuisce e, perché nello stesso tempo ci si allontana anche dal vassoio. Su cosa poi sia posato il vassoio, nessuno lo sa. Al riguardo si sentono raccontare una quantità di strane leggende, soprattutto da parte delle razze meno civilizzate.
— Mi sembra che i tuoi saggi avrebbero ragione, se uno si accorgesse di salire verso l’alto tutte le volte che si allontana dal fondo della coppa, cioè dal centro, e se tutti gli oceani tendessero a raccogliersi verso il punto più basso, vale a dire al centro della coppa — obiettò Lackland. — Non hai mai approfondito la questione con uno di loro?
— Da giovane ho visto un disegno che spiegava tutta la situazione. Il diagramma del mio maestro mostrava una grande quantità di linee che salivano dal vassoio e si piegavano per incontrarsi esattamente nel centro di Mesklin. Il loro tracciato lungo la coppa seguiva praticamente una linea retta, a causa della curvatura, e il maestro disse che il peso si scaricava lungo quelle linee invece di correre direttamente giù verso il vassoio. Non riuscii a capire bene, ma il ragionamento mi sembrò abbastanza logico. L’ipotesi, ho saputo poi, aveva la sua conferma nei fatti. Infatti le distanze rilevate sulle carte concordavano esattamente con quelle calcolate in base alla teoria. E questa è una cosa che posso capire facilmente, e mi sembra rappresenti un punto fermo. Se la forma non corrispondesse a quella indicata dai saggi, le distanze risulterebbero tutte sbagliate, appena si cominciasse ad allontanarsi dal nostro punto medio d’osservazione.
— Giustissimo. Vedo che i tuoi saggi sono molto istruiti in fatto di geometria.

Tabella riassuntiva

Ambientato su un pianeta dalla gravità che varia dai 3 ai 700G! Narratore onnisciente e pov che salta da un personaggio all’altro.
I protagonisti sono coriacei millepiedi con l’orrore delle altezze! Alieni dalla psicologia terribilmente umana.
Unisce speculazione scientifica e avventura. Personaggi bidimensionali e perfettamente razionali.

I Consigli del Lunedì #22: Flowers for Algernon

Fiori per AlgernonAutore: Daniel Keyes
Titolo italiano: Fiori per Algernon
Genere: Slipstream / Science Fiction / Social SF / Slice of Life
Tipo: Romanzo

Anno: 1966
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 280 ca.

Difficoltà in inglese: **

Charlie Gordon ha trent’anni ed è ritardato. Ma Charlie ha una caratteristica che lo distingue dagli altri ritardati: il desiderio di imparare e diventare intelligente, così da guadagnarsi il rispetto e l’amicizia degli altri. Per questo si è iscritto al Centro per Adulti Ritardati del Beekman College e ha imparato a leggere e a scrivere.
Ora la vita di Charlie potrebbe cambiare per sempre, perché i ricercatori dell’università stanno mettendo a punto un’operazione chirurgica capace di potenziare l’attività del cervello, e adesso vorrebbero testarla su di lui. L’esperimento è già stato condotto con successo su Algernon, un topolino bianco, e ora Algernon è diventato un genio tra i topi ed è in grado di risolvere rapidamente labirinti di qualsiasi difficoltà. Charlie non sta più nella pelle. Ma se l’esperimento fallisse e il suo cervello si deteriorasse ulteriormente invece di migliorare? E la sua vita migliorerà davvero, quando sarà diventato intelligente e nessuno potrà più prendersi gioco di lui?
L’unica cosa certa è che le vite di Charlie e di Algernon sono legate a doppio filo.

Stanchi delle trame complicate e dell’ambientazione uberfantastica degli ultimi tre Consigli? Bene, perché quello di cui parliamo oggi è un romanzo più vicino al mainstream e al romanzo psicologico tradizionale che non alla narrativa di genere1. L’intreccio alla base di Flowers for Algernon è di una semplicità disarmante: cosa succederebbe se un ritardato diventasse gradualmente un genio? Come reagirebbe la gente attorno a lui? E quelli che lo conoscevano prima? E riuscirebbe l’ex-ritardato ad essere felice, o rimpiangerebbe la condizione precedente?
Flowers for Algernon è uno di quei pochi ‘classici’ della fantascienza con una certa popolarità anche in Italia, quindi immagino che diversi di voi l’abbiano già letto e che la maggior parte ne abbia almeno sentito parlare. A questi ultimi e a coloro che non sapessero proprio di cosa sto parlando è dedicato il Consiglio di questa settimana.

Retarded or noob

Uno sguardo approfondito
Il libro è scritto in prima persona dal protagonista, ed è strutturato come una serie di rapporti (ogni ‘Progress Report’ rappresenta un capitolo) che Charlie scrive su richiesta dei ricercatori per monitorare le sue condizioni mentali e i suoi progressi. L’evoluzione di Charlie è quindi rispecchiata nello stile del libro: i primi capitoli sono scritti in un inglese sgrammaticato e infantile, mentre mano a mano che gli effetti dell’operazione si fanno sentire la prosa diventa corretta e adulta.
All’inizio Charlie si limita a raccontare una dietro l’altra tutte le cose che gli succedono, senza virgole, senza virgolette per introdurre il discorso diretto, la mente intrappolata in un eterno presente. Quando si imbatte in un concetto nuovo è facile che non lo capisca o lo fraintenda. Quando un ricercatore prova a fargli risolvere un labirinto (“maze” in inglese), lui, che non ne ha mai sentito parlare, fraintende: “He tolld me that game was amazed”. Quando gli sottopongono un test in cui deve inventare una storia basata su delle immagini, si rifiuta di farlo perché non conosce quelle persone disegnate e gli hanno insegnato che non si dicono le bugie. Il principio è quello dell’unreliable narrator: il lettore si rende conto di cosa significhi pensare come un ritardato perché Keyes permette al lettore di capire cose che lo stesso Charlie – personaggio pov – non capisce.
Col procedere del libro, invece, Charlie diventa capace di ragionamenti complessi e astratti; la storia si punteggia di flashback mano a mano che il protagonista ricorda la sua infanzia; ci sono descrizioni di sogni e tentativi di interpretarli secondo il metodo psicanalitico. I Progress Report diventano una sorta di diario intimo.

Daniel Keyes dà l’impressione di essersi documentato sul ritardo mentale, e il suo protagonista è decisamente credible. In una delle prime scene, Charlie vine sottoposto al test delle macchie di Rorschach. Quando gli vine chiesto cosa vede nelle macchie, Charlie risponde che vede solo delle macchie d’inchiostro; per quanto si sforzi, il suo cervello non è in grado di elaborare quelle immagini attingendo all’inconscio. Le spiegazioni che prova a darsi sono idee che una persona con intelligenza normale non avrebbe mai: “I tryed hard but I still coudnt find the picturs I only saw the ink. I tolld Burt mabey I need new glassis”. E anche quando gli viene spiegato lo scopo dell’esercizio: “He just kept saying think imagen theres something on the card. I tolld him I imaggen a inkblot. He shaked his head so that wasnt rite eather. He said what does it remind you of pretend its something. I closd my eyes for a long time to pretend and then I said I pretend a bottel of ink spilld all over a wite card”.
Episodi della sue vita che Charlie ricorda con piacere infantile – come il modo in cui i ragazzi della panetteria dove lavora scherzano con lui – acquistano un significato inquietante quando l’operazione gli fa aprire gli occhi.

Labirinto 3d

I labirinti non fottono il cervello solo ai ritardati…

Altrettanto credibile è il mondo accademico in cui Charlie si trova immerso – le piccole rivalità tra scienziati, l’arroganza ansiosa di chi ha conquistato un po’ di fama e teme di vedersela portare via, il balletto tra il bisogno di pubblicare una scoperta rivoluzionaria e il terrore di fare una figuraccia che ti rovina la carriera, le banalità scambiate tra studenti universitari che si credono geni.
Anche se il riflettore della storia è sempre puntato su Charlie, tutti i comprimari – il Dr. Strauss, il Prof. Nemur, l’assistente Burt, Alice Kinnian, i suoi genitori – sono sviluppati con cura, personaggi a tutto tondo fatti di luci e ombre come le persone reali. Certo, queste persone vogliono davvero aiutare Charlie, e certo, sarebbero tutti felici se grazie ai loro sforzi si potesse curare il ritardo mentale, ma cio’ che li spinge è davvero l’altruismo? Persino il rapporto con la svampita artista newyorkese Fey Lillman, che dovrebbe essere la più spontanea, onesta, positiva relazione del libro, mostra sul lungo periodo dei lati bui.
Una certa atmosfera di cinismo, di ambiguità morale pervade tutto il romanzo. Elemento estremamente positivo, dato che la questione morale è il fulcro tematico di Flowers for Algernon. E questo cinismo di fondo, unito al filtro totale della personalità di Charlie (e quindi: identificazione completa del lettore nel protagonista), fa sì che alcuni momenti della storia siano davvero davvero tristi. Flowers for Algernon in un paio di punti mi ha fatto venire i lacrimoni, e questo non mi succede spesso.

Uno dei maggiori punti di forza del romanzo di Keyes è di non divagare. Tutti gli episodi del libro servono a sviluppare il conflitto centrale tra il protagonista e la società. Anche i flashback sull’infanzia di Charlie, che alle prime apparizioni mi erano apparsi superflui, in realtà contribuiscono al quadro, e alla fine Keyes riannoda i fili alla trama principale. L’autore è stato anche in grado di dare al tema del libro un forte correlativo oggettivo – il topo Algernon e i suoi labirinti. Il destino di Algernon rispecchia quello di Charlie; e poi, è così simpatico!
L’unica trovata che mi ha lasciato perplesso è l’idea che il trattamento debba rendere Charlie non semplicemente una persona intelligente, ma un genio. In questo modo è troppo facile rendere il proprio protagonista un emarginato; e non si è veramente dimostrato il punto, ossia la possibilità di un ritardato di reintegrarsi nella società una volta superato il proprio ritardo. Peraltro, Algernon diventa l’Einstein dei topi dopo l’operazione, ma prima non era un topo ritardato, era un topo normale – non si capisce quindi perché su Charlie debba avere un effetto così esagerato.

Topolino bianco

L’Einstein dei topi.

Questo comunque non cambia il giudizio finale.In conclusione, Flowers for Algernon è un piccolo capolavoro a metà tra il mainstream psicologico e la fantascienza sociale. Per quanto mi riguarda, la dimostrazione della sua bellezza sta nel fatto che mi ha coinvolto tantissimo nonostante non sia mai stato granché interessato al problema del ritardo mentale. Avevo deciso di provare a leggerlo più per la sua fama che per altro – ed è riuscito a colpirmi lo stesso.

Su Daniel Keyes
Keyes è famoso fondamentalmente per questo solo romanzo, ed è anche l’unico suo che abbia mai letto. In realtà ce n’è un altro che mi interessa molto e che probabilmente leggerò in futuro, ossia la biografia-reportage The Minds of Billy Milligan (in italiano Una stanza piena di gente). Il libro racconta la storia vera di Billy Milligan, un tizio affetto da disturbo di personalità multipla (ben 24!) finito in carcere e quindi in clinica dopo svariati crimini. Aldilà del caso umano, cio che mi interessa è che il libro dovrebbe mostrare il meccanismo di funzionamento delle differenti personalita e il modo in cui si davano il cambio. Sarà stato qualcosa del genere a suggerire a Swanwick il personaggio di Wyeth in Vacuum Flowers?

Dove si trova?
Procurarsi Flowers for Algernon è molto facile. Per il testo in lingua originale potete frugare su Bookfinder, Library Genesis o sul canale #ebooks di IRChighway; per quello in italiano guardate sul Mulo, o magari, se siete fortunati, lo potete ancora trovare in libreria in una recente edizione della Nord. Ho dato un’occhiata alla traduzione italiana e mi sembra accettabile, nonostante questo sia un romanzo che si appoggi molto al gioco linguistico. Certo, alcune finezze si perdono (come il labirinto “amazed” di cui ho parlato sopra), ma non è la fine del mondo.

Qualche estratto
I due estratti di oggi sono speculari. Li ho scelti con l’intenzione di mostrare il progresso mentale di Charlie nel corso del libro, e la corrispondente trasformazione nello stile del libro. Entrambi mostrano il rapporto tra il protagonista e il topo Algernon, così intelligente da risolvere i labirinti più velocemente di Charlie; nel primo caso, però, Charlie non si è ancora sottoposto al trattamento, mentre nel secondo i primi effetti di quest’ultimo cominciano a farsi sentire, almeno sul piano emotivo:

1.
We went up to the 5 th floor to another room with lots of cages and animils they had monkys and some mouses. It had a funny smel like old garbidge. And there was other pepul in wite coats playing with the animils so I thot it was like a pet store but their wasnt no customers. Burt took a wite mouse out of the cage and showd him to me. Burt said thats Algernon and he can do this amazed very good. I tolld him you show me how he does that.
Well do you know he put Algernon in a box like a big tabel with alot of twists and terns like all kinds of walls and a START and a FINISH like the paper had. Only their was a skreen over the big tabel. And Burt took out his clock and lifted up a slidding door and said lets go Algernon and the mouse sniffd 2 or 3 times and startid to run. First he ran down one long row and then when he saw he coudnt go no more he came back where he startid from and he just stood there a minit wiggeling his wiskers. Then he went off in the other derection and startid to run again.
It was just like he was doing the same thing Burt wanted me to do with the lines on the paper. I was laffing because I thot it was going to be a hard thing for a mouse to do. But then Algernon kept going all the way threw that thing all the rite ways till he came out where it said FINISH and he made a squeek. Burt says that means he was happy because he did the thing rite.
Boy I said thats a smart mouse. Burt said woud you like to race against Algernon. I said sure and he said he had a differnt kind of amaze made of wood with rows skratched in it and an electrik stick like a pencil. And he coud fix up Algernons amaze to be the same like that one so we could both be doing the same kind.
He moved all the bords around on Algernons tabel because they come apart and he could put them together in differnt ways. And then he put the skreen back on top so Algernon woudnt jump over any rows to get to the finish. Then he gave me the electrik stick and showd me how to put it in between the rows and Im not suppose to lift it off the bord just follow the little skratches until the pencil cant move any more or I get a little shock.
He took out his clock and he was trying to hide it. So I tryed not to look at him and that made me very nervus.
When he said go I tryed to go but I dint know where to go. I didnt know the way to take. Then I herd Algernon squeeking from the box on the tabel and his feet skratching like he was runing alredy. I startid to go but I went in the rong way and got stuck and a littel shock in my fingers so I went back to the START but evertime I went a differnt way I got stuck and a shock. It didnt hert or anything just made me jump a littel and Burt said it was to show me I did the wrong thing. I was haffway on the bord when I herd Algernon squeek like he was happy again and that means he won the race.
And the other ten times we did it over Algernon won evry time because I coudnt find the right rows to get to where it says FINISH. I dint feel bad because I watched Algernon and I lernd how to finish the amaze even if it takes me along time.
I dint know mice were so smart.

Abbiamo salito al 5° piano in nunaltra stanza con un mukio di gabie e annimali cerano scimie e alquni topi. Si sentiva nodore strano come di mmondizzia. E cerano altri indi vidui con il cammicie bianco che gioccavano congli annimali per cui sono pensato che fose un negozzio dannimali ma cueli non erano clienti. Burt ha tolto un toppolino bianko da na gabia e me la mostrato. Ha detto che si kiama Algernon e sa fare cuesto lab irinto benisimo. Ci o detto di farmi veddere come facieva.
Bene, sapete, a meso Algernon in una skatola grande come un tavolo con un mukio di serpentine e di svolte de limmitate da muretti e un INIZIO e una FINE come sul follio. Sol tanto cera una rete sopra la grosa scatola. E Burt sè tolto dal taskino lorologgio e a solevate una porticcina scorevole e il toppolino a fiuttato uno due volte e se messo a corere. Prima a corso lungo un reti lineo e poi cuando sè acorto che non poteva più andare avanti a tornato dietro dove aveva cominciato e a rimasto lì un minuto con i baffi vibbranti. Poi è partito ne laltra direzzione e a ri cominciato a corere.
Sembrava propprio che facieva la stesa cosa che Burt aveva voluto farmi fare con le righe su la carta. Ridevo perché pensavo che avrebe stata na cosa dificile da fare per un toppolino. Ma poi Algernon a continnuato in filando sempre la strada giusta fin che ussito dove ce skritto FINE e ha scuitito. Cuesto sinnifica a detto Burt chera contento perche aveva fatto la cosa giusta.
Per dinci sono detto cuesto sì che un topo inteligente. Burt ha dommandato: ti piacerebe garegiare con Algernon? Certo sono risposto e lui ha detto che aveva un tipo di lab irinto diffrente fatto di lennio con solki scavati drento e un bastoncino e letrico come una mattita. E poteva moddificare ne lo stesso modo il lab irinto di Algernon così saremmo fati tute due la stessa cosa.
A tolto tutte le sponde intorno a la skatola di Algernon perché si posono smontare e lha di sposte in modo diverso. E poi ci ha rimeso sopra la rete per impe dire a Algernon di scavvalcare le file e a rivare al FINE. Poi ma dato il bastoncino e letrico e ma mostrato come meterlo tra le file e non dovevo so levarlo ma soltanto segguire i picoli solki fin che non poteva più muoversi o sentivo na picola scossa.
A ripreso lorologgio e ciercava di nasconderlo. Così sono ciercato di non guardarlo e cuesto ma reso nervosisssimo.
Cuando a detto via sono ciercato di partire ma non sappevo dovandare. Non sapevo cuale strada prendere. Poi o uddito Algernon scuitire ne la skatola e le sue zampette raskiare come se stava già corendo. Sono partito ma o andato nel senso sballiato e o rimasto blokato e o sentito una picola skossa ne le dita. Non ma fato male né gnente soltanto su sultare un poko e Burt a detto chera per mostrarmi che avevo sballiato. Ero rivato a metà cuando o sentito Algernon scuitire come se era dinuovo contento e cuesto sinnifica che a vinto la corsa.
E le altre dieci volte che siamo ripetuti la gara Algernon a vinto tutte le
volte perché io non riussivo a trovare il solko giusto per rivare dove ce scrito FINE. Non ma dispiacciuto perché guardavo Algernon e sono imparato come finire il lab irinto anche se ma voluto tempo.
Non sapevo che i toppolini erano così inteligienti.

Slowpoke

Anche i Pokemon hanno i loro problemi.

2.
March 15 — Im out of the hospitil but not back at werk yet. Nothing is happining. I had lots of tests and differint kinds of races with Algernon. I hate that mouse. He always beets me. Prof Nemur says I got to play those games and I got to take those tests over and over agen.
Those amazes are stoopid. And those picturs are stoopid to. I like to drawer the picturs of a man and woman but I wont make up lies about pepul.
And I cant do the puzzels good.
I get headakes from trying to think and remembir so much. Dr Strauss promised he was going to help me but he dont. He dont tell me what to think or when Ill get smart. He just makes me lay down on a couch and talk.
Miss Kinnian comes to see me at the collidge too. I tolld her nothing was happining. When am I going to get smart. She said you got to be pashent Charlie these things take time. It will happin so slowley you wont know its happening. She said Burt tolld her I was comming along fine.
I still think those races and those tests are stoopid and I think riting these progress reports are stoopid to.

15 marzo – Sono fuori de lospedale ma non ancora al lavoro. Non sta suciedendo gnente. O fato molti test e divversi tipi di corse con Algernon. Lodio cuel topo. Mi vincie sempre. Il porfesor Nemur dicie che devo fare cuei gioki e rippetere cuei test tante tante volte.
Cuei lab irinti sono stuppidi. E anke cuei di segni sono stuppidi. Mi piace disenniare un uomo e una dona ma non vollio inventare buggie su la gente.
E non sono bravo a fare i puzzel.
Mi viene il mal ditesta a furria di sfforzzarmi di pensare e riccordare tanto. Il dotor Strauss avveva promeso daiutarmi ma non maiuta. Non mi dicie che cosa devo pensare o cuando divventerò inteligiente. Mi fa sol tanto stendere sun divano e parlare.
Miss Kinnian viene a trovarmi anche alla niversità. Ci o detto che non stava sucedendo gnente. Cuandè che divventerò inteligiente? Devi esere pazziente Charlie a risposto per cueste cose occore tempo. Acadrà così addagio che non te nacorgerai. Ma detto daver saputo da Burt che vado bene.
Continnuo a pensare che cuele corse e cuei test sono stuppidi. E 2° me sono stuppidi anche cuesti rapporti sui progressi.

Tabella riassuntiva

Un moral play sul destino di un ritardato nella società. Forse va fuori tema facendo diventare Charlie un genio.
Ci si identifica in Charlie – ci si entusiasma e si soffre con lui.
I capitoli sgrammaticati sono deliziosi!

(1) Lo definirei ‘slipstream’, perché anche se è un device fantascientifico a mettere in moto la vicenda, il focus del libro non è sugli elementi fantastici ma sul rapporto tra il protagonista e il mondo. E quel mondo è tale e quale al nostro.Torna su

I Consigli del Lunedì #21: Vacuum Flowers

Vacuum FlowersAutore: Michael Swanwick
Titolo italiano: L’intrigo Wetware
Genere: Science Fiction / Hard SF / Space Opera / Cyberpunk
Tipo: Romanzo

Anno: 1987
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 260 ca.

Difficoltà in inglese: ****

Rebel Elizabeth Mudlark si risveglia in una clinica nell’Eros Kluster – un grappolo di colonie spaziali costruite nella Fascia di Asteroidi – nelle mani di un chirurgo inquietante, solo per scoprire di aver perso la memoria. In fuga dalla clinica, i ricordi si affacciano gradualmente alla sua memoria. Rebel è la registrazione digitale di una pilota di comete-albero, morta in un incidente mentre viaggiava dalle remote colonie della nube di Oort verso il centro del Sistema Solare. Ma il corpo non è il suo: la sua personalità è stata impiantata in Eucrasia Welsh, un genio della riprogrammazione neurale che per mestiere si fa inserire altre personalità nella testa per ‘testarle’ e correggere prima che vengano lanciate sul mercato, e che in un attacco di follia ha distrutto tutte le altre copie di Rebel. Ora però la personalità di Rebel è diventata proprietà della supercorporation Deutsche-Nakasone, che rivuole indietro il suo prodotto.
In fuga dalla corporation e alla ricerca di un posto nel mondo, Rebel si troverà a viaggiare per il Sistema Solare colonizzato. Nel suo viaggio, incontrerà una serie di personaggi che non è chiaro se siano amici o nemici: il rivoluzionario Wyeth, dalla mente partita in quattro diverse personalità; Snow, una Net-runner bioingegnerizzata al punto da sembrare a malapena un essere umano; Bors, un mercante appassionato di libri antichi, alla ricerca delle tragedie perdute di Shakespeare; e soprattutto la Comprise, una coscienza collettiva che ha assorbito la Terra e tutti i suoi abitanti e ha bandito l’essere umano aldilà dell’orbita lunare. Ma la battaglia più dura, Rebel dovrà combatterla nella sua testa: perché Eucrasia è ancora lì, ed è intenzionata a riprendersi il suo corpo e a cancellare la sua seconda personalità per sempre.

Vacuum Flowers è un’opera che parte da premesse canoniche – la protagonista senza memoria, ribelle, in fuga da una corporazione kattiva – ma prende gradualmente direzioni inaspettate. Pur appartenendo alla prima generazione del cyberpunk (è uscito tre anni dopo Neuromante, e dopo che Swanwick e Gibson avevano collaborato all’antologia Burning Chrome), Vacuum Flowers lascia i temi dell’ingegneria genetica, delle supercorporazioni e soprattutto della Rete un po’ in secondo piano rispetto ai viaggi spaziali, alle colonie artificiali, e a tutto il bagaglio della space opera.
Rimane nodo centrale del romanzo, invece, il tema tipicamente cyberpunk della riprogrammazione neurale. Wetware: il concetto per cui, se consideriamo le connessioni neuronali come i circuiti di un computer, e la psiche umana come un software che gira sulla macchina del cervello, allora la mente umana è riprogrammabile come Windows. Fiko!

Oh, BTW. Visto che non trovavo abbastanza immagini soddisfacenti per questo articolo e sono un simpaticone, vi beccherete invece degli assaggi della perfetta colonna sonora cyberpunk: brani a caso dei Venetian Snares1! So cool! ^.^


Hospitality, dall’omonimo album del 2006 ^_^

Uno sguardo approfondito
Un primo vantaggio di Vacuum Flowers, rispetto alla maggior parte dei successivi romanzi di Swanwick, sta nella gestione del pov. Invece che vagare tra un mucchio di comprimari, la telecamera sta sempre sulle spalle della protagonista, e questo ha due effetti: 1. Gradualmente ci immedesimiamo in Rebel, fino a condividerne gioie e dolori; 2. Non sappiamo cosa succede aldilà della percezione di Rebel, il che amplifica il senso di diffidenza e spaesamento provato dalla protagonista.
Entrambi i risultati sono positivi, data l’atmosfera -punk del romanzo. Swanwick infatti ci precipita in un Sistema Solare sporco, brutale, cinico; dagli slum pieni di piccola criminalità e cellule terroristiche, alle lobby asettiche e gelide delle corporation, ci viene martellato il concetto che non possiamo fidarci di nessuno, che è pieno di gente che vuole farci la pelle. Vacuum Flowers è un romanzo cupo, che mette ansia, e dove succedono molte cose brutte. Rebel si metterà più di una volta a piangere; ma mentre a leggere del pianto di Nihal nelle Cronache troisiane ci veniva da pensare “ma quanto frigna!”, qui ci si stupisce che Rebel pianga così poco.

Il mondo di Vacuum Flowers non è crudele e spietato perché sì perché è fantasy, ma perché è realistico. E’ un mondo dominato dalle leggi di mercato, e dai rapporti economici e politici tra le colonie spaziali, ambienti ostili e tendenzialmente inadatti alla vita umana; un mondo che deve fare a meno della Terra, resa irraggiungibile dalla coscienza collettiva che l’ha posseduta, la Comprise, e che “assorbe” in sé chiunque vi entri in contatto (benché ci si possa ancora fare affari!). Swanwick ha infatti posto molta attenzione nel creare una galassia di sistemi politici diversificati e credibili, dal capitalismo anarchico che regna nelle colonie della Fascia degli Asteroidi al Popolo di Marte, un sistema totalitario che ricorda l’Unione Sovietica, devota al lavoro e al sacrificio di sé per il bene collettivo.
Impegnati nel difficile compito di terraformare Marte e renderlo abitabile nel giro di due secoli, i burocrati del Popolo non esitano a riprogrammare la psiche dei suoi cittadini per sopprimere gli istinti individualistici che rallenterebbero il lavoro e la dedizione alla causa: certo, è una vita orribile, e tuttavia bisogna ammettere che il Popolo sta riuscendo a terraformare Marte e ad assicurare un futuro luminoso per i suoi discendenti! Chi ha torto, chi ha ragione? Ambiguità morale: questa è l’aria che si respira in tutto il romanzo, e che rende quello di Vacuum Flowers un mondo complesso e realistico.
Così come complessi, realistici e moralmente ambigui sono i personaggi della storia. E’ difficile distinguere buoni e cattivi; alcuni, retti e onesti in linea di principio, potrebbero essere indotti a compiere azioni immorali per necessità (di soldi, di prospettive…); altri, dalla volontà debole, perché persuasi; altri perché genuinamente convinti di stare facendo la cosa giusta, e così via. Poiché tutti o quasi i comprimari del romanzo si muovono in un’atmosfera di incertezza, è difficile immaginare come si comporteranno – e questo da un lato li rende più realistici e interessanti, dall’altro alimenta il senso di insicurezza di Rebel e di noi lettori.

Crash di Windows

Non sarebbe bellissimo se succedesse anche alle persone?

L’altra faccia di Vacuum Flowers, la faccia più luminosa/giocosa, è quella delle idee. Già si capisce che Swanwick sarebbe finito a fare new weird: ogni poche pagine si trova una trovata bizzarra o un marchingegno geniale! Dato che la maggior parte del romanzo si svolge su colonie spaziali di varie fogge e funzioni, l’autore deve immaginare da zero il funzionamento di molte attività quotidiane, come ad esempio il sistema di corde e pulegge utilizzato dagli spiantati abitanti degli slum dell’Eros Kluster per spostarsi in ambienti a bassissima gravità (nell’Eros Kluster, infatti, l’attrazione gravitazionale cambia a seconda della distanza dal nucleo).
O ancora, i composti macchina-albero che hanno dato vita ad intere società che vivono su alberi bioingegnerizzati (i treeworlders della Nube di Oort), o i transit rings, o il sistema metodico della Comprise di smantellare le proprie apparecchiature spaziali dopo averle utilizzate per impedire ai popoli dello spazio di ricostruirle o anche solo comprenderne il meccanismo. E la stessa Comprise, che forse è una degradazione dell’essere umano, ma forse è il suo prossimo step evolutivo…

Ma l’invenzione più affascinante e pervasiva del romanzo è proprio quella di wetware. Un wetprogrammer lavora attaccando il cervello del paziente a una macchina che disegna la mappa delle sue connessioni neurali (wetwafers) per poi modificarla tramite un computer.
Una personalità può essere alterata leggermente (quel tanto che serve a dargli quell’equilibrio mentale che gli mancava, per esempio) o completamente; il co-protagonista Wyeth è stato modificato in modo da ospitare al suo interno quattro differenti personalità che operano in sinergia come un team, nei ruoli di Leader, Guerriero, Sciamano e Giullare, e ciascuna di esse ha le sue espressioni facciali e il suo tono di voce. E quando la polizia vuole fare una retata, non ha bisogno di portare molti agenti: pochi tocchi, e qualsiasi passante intercettato si trasformerà per qualche ore in un agente a sua volta, votato all’unico, violento impulso di arrestare i colpevoli.


Cleaning Each Other, dall’album Songs About My Cats (2001). Non perdetevi la parte che comincia a 2:25!

Insomma, Vacuum Flowers è una fiera di trovate weird e speculazioni geniali; ce ne sarebbe abbastanza per scrivere una decina di romanzi, probabilmente! Ma questo, forse, è anche l’errore di Swanwick. Gestire così tante idee in meno di 300 pagine non è compito facile, e certo l’autore non si sforza per mettere a suo agio il lettore. Tra neologismi, riferimenti criptici, allusioni a cose che i personaggi già sanno, e mezze spiegazioni, è facile sentirsi spaesati e non capire di che diavolo stanno parlando o cosa stia succedendo. Il fatto che Rebel cominci il suo “viaggio” con un’amnesia quasi completa permette a Swanwick di spiegarle (e quindi spiegarci) alcune delle caratteristiche del suo mondo, ma altre sono date per scontate e molto è lasciato all’intuizione del lettore. Ora, io apprezzo quando uno scrittore non tratta il suo pubblico come un branco di decerebrati e non spiega tutto per filo e per segno, ma spesso la sensazione è che ci siano troppi pochi indizi per avere il controllo della situazione, e che la fatica sia troppa commisurata al guadagno (ma potrebbe anche essere colpa del mio inglese non eccellente).
Diverse volte, inoltre, Vacuum Flowers sembra perdersi in subplot o digressioni che non sembrano collegati con la quest di Rebel, e inevitabilmente uno arriva a chiedersi, “perché Swanwick mi sta complicando inutilmente la vita?”. Poi spesso si scopre che l’elemento introdotto in sordina ha importanza per l’evoluzione della trama (su tutti, la shyapple, device importantissimo inserito come se niente fosse a metà di un capitolo qualsiasi, e poi dimenticato per svariati altri capitoli!) – ma allora perché non utilizzare un pretesto meno “accidentale” per introdurlo?

Oltretutto, già in questo romanzo troviamo la tendenza spiacevole di Swanwick a fare dei salti temporali tra un capitolo e l’altro, lasciando che il lettore capisca da sé (sempre raccogliendo indizi) cosa sia successo nel frattempo. E ancora, a volte si ha l’impressione che Rebel, benché personaggio-pov, capisca, scopra e sappia più di noi, che pure dovremmo vedere attraverso il suo sguardo e sentire attraverso i suoi pensieri.
Non mi è ben chiaro perché Swanwick si comporti così; forse per alimentare la suspence (oh no! Cos’avrà scoperto Rebel? Oh no! Perché si comportano così all’inizio del capitolo, cos’è successo prima?), forse per fare di ogni capitolo un “quadro”, una scena in sé conclusa. In ogni caso, sono trovate artificiose che, oltre a rendere più faticosa la lettura, allentano il meccanismo immedesimativo con la protagonista. Perché, a meno che abbiate dei disturbi, dubito che durante la vostra giornata vi capitino dei vuoti di memoria che poi dovete ricostruire basandovi su indizi che voi stessi lasciate nei gesti o nelle discussioni con altre persone.

Technobabble

Qualcosa del genere.

Insomma, Vacuum Flowers è un romanzo a tratti faticoso da seguire – sia perché complicato (e a volte, inutilmente complicato), sia perché colpisce a livello emotivo. Ciononostante, è anche un romanzo capace di regalare molto. Personalmente, lo trovo uno dei romanzi più intelligenti e “illuminanti” (dal punto di vista creativo) che abbia mai letto; e benché sia generalmente considerato un’opera ‘minore’ dell’autore, è quello di Swanwick che preferisco. Un’opera che, per quanto ne sappia, non ha eguali nel suo modo di mescolare in modo intelligente Space Opera, Cyberpunk e pure quel lieve tocco Fantasy che non guasta.
Se vi sentite sicuri del vostro inglese, provatelo. O forse, riuscirete a trovarlo in italiano…

Vacuum Flowers e Neuromancer
NeuromanteSe faccio un paragone tra il romanzo di Swanwick e quello di Gibson, è perché hanno molte cose in comune. Uscito tre anni dopo Neuromante, Vacuum Flowers ne condivide molti elementi, dallo strapotere delle multinazionali alla modificazione artificiale del corpo (anche se qui con un accento sulla psiche piuttosto che sui potenziamenti muscolari), dall’atmosfera sporca e cupa all’attenzione al mondo della piccola e grande criminalità. Hanno molto in comune anche dal punto di vista della prosa: entrambi sono molto curati, entrambi mostrano tutto dal punto di vista di un unico protagonista, entrambi cercano di far intuire le caratteristiche del loro mondo al lettore invece di abbandonarsi a spiegoni infodumposi che piovono dall’alto. Gli amanti di Neuromante, quindi, potrebbero amare anche Vacuum Flowers, posto che gli piaccia la Space Opera e un certo sapore fantastico nella speculazione.
Personalmente, ritengo Vacuum Flowers migliore di Neuromante. Tanto per cominciare, il wetprogramming è molto più figo del cyberspazio di Gibson – che non solo è invecchiato maluccio, ma anche visto con gli occhi degli anni ’80, non è che abbia troppo senso (perché ho bisogno di rappresentarmi banche dati e server come cubi e torri-parallelepipedo? La “battaglia finale” tra Case e Neuromante combattuta nel cyberspazio, infatti, è insulsa). Ancora, in Gibson c’è una certa tendenza ad abbandonarsi a periodi convoluti e intellettualoidi che in Swanwick è appena accennata (ma c’è anche in Swanwick ‘>.>). E infine, most importantly, il Sistema Solare di Swanwick suscita più sense of wonder dello Sprawl e della Terra cyberpunk di Gibson.
Non fraintendetemi: Neuromante è un ottimo romanzo, e si è solidamente piazzato tra i miei 20-30 preferiti; ma Vacuum Flowers è meglio ^.^

Dove si trova?
Vacuum Flowers si trova in formato epub sia su Bookfinder, sia su Library Genesis. Esiste anche una vecchia edizione italiana (dal blasfemo titolo L’intrigo Wetware), ma purtroppo non sono riuscito a rintracciarla né sul Mulo né su Amazon.


Szerencsétlen, dall’album Rossz Czillag Alatt Szuletett del 2005 ^-^

Qualche estratto
I due estratti che ho scelto sono un po’ lunghi, ma ne vale la pena. Il primo è un resoconto di Snow sulla personalità di Rebel e il suo rapporto con la wetprogrammer Eucrasia Welsh, e sintetizza gli eventi che mettono in moto la trama principale; il secondo mostra la Comprise, e una discussione su di essa tra il freddo Wyeth e la biologa Constance.

1.
They sat, and there was an odd glint in Snow’s eyes as they faced her again. Was it amusement, Rebel wondered? If so, it was buried deep. Heisen cleared his throat and said, “This is Rebel Elizabeth Mudlark. Two days ago she was a persona bum, name of Eucrasia Walsh. Eucrasia was doing prelim on a string of optioned wetsets when she burned on the Mudlark wafer and popped her base. Wound up in Our Lady of Roses, and—”
“Hold it right there, chucko!” Rebel said angrily. “Reel it back and give it to me without the gobbledegook.”
Heisen glanced at Snow and she nodded slightly. He began again, this time directing his speech at Rebel. “Deutsche Nakasone reviews a lot of wetware every day. Most of it is never used, but it all has to be evaluated. They hire persona bums to do the first screening. Not much to it. They wire you up, suppress your base personality—that’s Eucrasia—program in a new persona, test it, deprogram it, then program you back to your base self. And start all over again. Sound familiar?”
“I… think I remember now,” Rebel said. Then, urgently, “But it doesn’t feel like anything I’ve done. It’s like it all happened to somebody else.”
“I’m coming to that,” Heisen said. “The thing is that persona bums are all notoriously unstable. They’re all suicidally unhappy types—that’s how they end up with that kind of job, you see? They’re looking to be Mister Right. But the joke is that they have such miserable experience structures they’re never happy as anyone. Experience always dominates, as we say.” He paused a beat and looked triumphantly at Snow. “Only this time it didn’t.”
Snow said nothing. After an uncomfortable pause, Heisen said, “Yeah. We’ve got the exception that disproves the rule. Our Eucrasia powered on, tried the persona—and she liked it. She liked it so much that she poured a glass of water into the programmer and shorted it out. Thus destroying not only the safe-copy of her own persona, but also the only copy in existence of the Mudlark program.”
Again, that small lizard-movement. “Then…” Snow said. “Yes. Yes I see. Interesting.” With the small, electric thrill of remembering something she couldn’t possibly know, Rebel realized that Snow was accessing her system, that a tightly-aimed sonic mike or subcortical implant was feeding her data.

2.
On the graphics window, a glittery wedding band of machinery was afloat in the vacuum. Hundreds of the Comprise crawled about its surface, anchoring and adjusting small compressed gas jets. Painstakingly they guided the ring with a thousand tiny puffs of gas, until the geodesic hung motionless at its precise center. Only now did Rebel get any feel for the ring’s size—miles across, so large that the most distant parts seemed to dwindle to nothing.
[…] Red warning lights blinked on across the length of the transit ring. As one, the Comprise kicked free of the machinery, leaping inward in acrobatic unison, like a swirl of orange flower blossoms seen through a kaleidoscope. By tens and scores they linked hands and were snagged by swooping jitneys. Wandering up out of nowhere, hands deep in pockets, Constance said, “That’s really quite lovely. It’s like a dance.”
Wyeth didn’t look up. “Not quite so lovely when you consider why they’re so perfectly coordinated.”
She blinked. “Oh, quite the contrary. When you think of the complex shapes their thoughts take, the mental structures too wide and large to be held by any one mind… Well, that’s cause for humility, isn’t it?” Then, when Wyeth said nothing, “The Comprise is a full evolutionary step up on us, biologically speaking. It’s like… a hive organism, you see? Like the Portuguese man-of-war, where hundreds of minute organisms go into making up one large creature several orders of magnitude more highly structured than any of its components.”
“I’d say they were an evolutionary step down. Where human thought creates at least one personality per body, the Comprise has subsumed all its personalities into one self. On Earth, some four billion individuals have been sacrificed to make way for one large, nebulous mind. That’s not enrichment, it’s impoverishment. It’s the single greatest act of destruction in human history.”
“But can’t you see the beauty of that mind? Gigantic, immensely complex, almost godlike?”
“I see the entire population of mankind’s home planet reduced to the status of a swarm of bees. A very large swarm of bees, I’ll grant you, but insects nevertheless.”
“I don’t agree.”
“So I see,” Wyeth said coldly. “I will keep that in mind, madam.” The running lights on the transit ring were blinking in rapid unison. To Rebel he said, “See that? They’ve armed their explosives.”
Constance looked confused. “What’s that? Explosives? What in life for?”
The jitneys slowly converged on the geodesic. Ahead of them a gang of spacejacks was fitting an airlock. They welded it through the metal skin, yanking open the exterior iris just as the first transport drifted up. Then they popped the jitney’s drive and replaced it with a compressed air jet system. “They’re about to enter the geodesic, sir,” a samurai said.
“God help you if a single one of the Comprise isn’t accounted for when they reach the sheraton,” Wyeth said darkly. Then, to Constance, “The Comprise doesn’t want us snooping through their technology, Ms. Moorfields. So of course they’ll have programmed the ring to self-destruct if we try anything. And since they have, and since the helium in the ring is only rented, we won’t.”
The jitney eased into the interior atmosphere. It was crammed full and covered over with orange-suited Comprise; they clung three deep to its outside. The pilot hit the jets and it moved toward the sheraton.
“I don’t understand this mutual suspicion,” Constance said. “So mankind has split into two species. Give us time and there’ll be a dozen, a hundred, a thousand! Space is big enough for everyone, I should think, Mr. Wyeth.”
“Is it?”

Tabella riassuntiva

Programmatori cerebrali a spasso per il Sistema Solare! Troppe subplot e troppi passaggi difficili da seguire.
Ci si sente soli e indifesi in un mondo spietato. Sgradevoli “vuoti” tra un capitolo e l’altro.
Rebel è una cara ragazza e un ottimo protagonista. A volte sembra che Rebel ne sappia più di noi.
Una valanga di idee geniali e speculazioni affascinanti.
Mi sono innamorato della Comprise.

(1) Lo so, tecnicamente il tizio è uno solo. Ma dire “il” Venezian Snares è cacofonico, e del resto gli snares sono chiaramente plurali. Soprattutto, se immaginiamo lui come il venetian che produce gli snares, e la sua musica come gli snares da lui prodotti, allora possiamo dire “i Venetian Snares” senza sentirci in errore!
Che interessante digressione.Torna su