Inglese e narrativa

Gentleman ingleseOrmai è passato circa un anno e mezzo, da che ho cominciato a leggere narrativa nella lingua della perfida Albione. I primi romanzi che ho letto in inglese, credo, sono stati Last and First Men di Olaf Stapledon e Orbitsville di Bob Shaw. Erano due storie che mi incuriosivano tantissimo, ma le traduzioni in italiano erano ormai introvabili.
Durante questi primi, timidi tentativi, mi accorsi di una cosa. Sebbene procedessi più lentamente, o avessi bisogno di aprire la funzione “vocabolario” tre volte a pagina, o facessi più fatica, l’esperienza complessiva era più appagante. Quando chiudevo il libro, mi sentivo meglio. Era svanita quella sgradevole sensazione che mi prendeva una volta su due quando mi trovavo a leggere una traduzione Fanucci o Urania o Nord; quelle traduzioni fatte di fretta, che ti fanno sempre chiedere: “ma sto leggendo la cosa vera, o il traduttore ha fatto un disastro?”. Tralasciando i casi più plateali del cervo che nelle mani di Altieri diventa un unicorno, o della politica Urania di tagliuzzare tutti i romanzi che superano le 300-350 pagine, ricordo ancora quel passaggio in un romanzo di Dick – traduzione italiana targata Fanucci – in cui a un certo punto un personaggio, in risposta all’osservazione di un altro, dice: “Io vedo”. E io sono sicuro che nell’originale inglese c’era scritto “I see”. OMG.
Così, mentre da un lato cominciavo a leggere fiction mai tradotta in italiano – la Bizarro, VanderMeer, eccetera – dall’altro mi ostinavo a leggere in inglese anche autori disponibili in italiano, o che fino a quel momento avevo sempre letto in italiano (per esempio mi sono riletto in inglese qualche romanzo di Dick). A maggior ragione quando ho scoperto che leggere narrativa in inglese in quantità industriale ti fa passare più facilmente gli esami di Cambridge.

Visto a un anno e mezza di distanza, abituarsi a leggere narrativa in inglese regala un sacco di vantaggi, mentre gli unici svantaggi sono all’inizio (quando ci si sta ancora impratichendo) e si superano in fretta. Certo: purché non si tenti di strafare, e si faccia una valutazione obiettiva della propria abilità nell’inglese. Ho imparato che può essere molto frustrante tentare di leggere un romanzo scritto con un livello d’inglese troppo difficile per la nostra preparazione; toglie il gusto alla lettura e può far passare la voglia di esercitarsi. Se i libri semplici ti incoraggiano, quelli troppo difficili possono farti venire voglia di non leggere mai più un solo rigo.
Per questo ho deciso, da adesso in avanti, di aggiungere ad ogni “scheda del libro” (quell’elenco di dati all’inizio di un Consiglio o di una Bonus Track) anche la voce ‘Difficoltà in inglese’. Per darvi subito un’idea dell’accessibilità del libro, senza rischiare brutte sorprese. Potete anche immaginarlo come un percorso: partire da libri con ‘Difficoltà 1’, impratichitevi e, quando comincerete a leggerli in modo fluente, passate a qualche libro di ‘Difficoltà 2’ – e così via. D’altronde, Grande Zeta mica ha imparato a sollevare 90 kg in un giorno!

Bodybuilder orribile

Non si diventa così dall’oggi al domani!

La valutazione della difficoltà dei libri non pretende di essere del tutto oggettiva – non ne avrei mezzi. E’ una valutazione basata sulla mia esperienza, sui progressi che ho fatto in quest’anno e mezzo e sulle difficoltà che ho incontrato. Se doveste trovare delle discrepanze, sentitevi liberi di lamentarvi (ma non di spezzarmi le gambe, plz).

I cinque livelli di difficoltà
Il livello di difficoltà di un libro sarà misurato in asterischi o stelline (*), dove una stellina corrisponderà al minimo di difficoltà e cinque al massimo.

Una stellina
Libri dalla difficoltà paragonabile a quella degli Young Adult. Sono libri che ormai leggo con la stessa fluenza dell’italiano, e che comunque non mi hanno mai dato particolari problemi. La sintassi delle frasi è semplice, il vocabolario è perlopiù composto di termini di uso comune, non ci sono ardite metafore, la voce narrante mette a proprio agio, eccetera. A questo livello di difficoltà troverete molti libri di Bizarro Fiction, ma anche libri dallo stile piano e pseudo-saggistico come quelli di Stapledon.

Libri con una stellina su Tapirullanza:

Due stelline
La maggior parte dei libri che ho recensito hanno questo livello di difficoltà, e direi che in generale si tratta del livello più diffuso – almeno nella narrativa di genere. All’inizio della mia avventura linguistica avevo qualche difficoltà e incertezza nel leggere questo tipo di libri, soprattutto perché il vocabolario si fa più ampio e cominciano ad apparire un po’ di termini tecnici o ricercati. Avere un e-reader con il dizionario inglese-italiano integrato e accessibile con un click sulla parola sconosciuta è il modo migliore per fare rapidi progressi a questo livello di difficoltà.

Libri con due stelline su Tapirullanza:

Epic Fail di Loki

I cittadini di Stuttgart hanno seguito i miei consigli.

Tre stelline
Le cose cominciano a farsi più difficili! Questi sono libri che mi danno ancora qualche problema. Le ragioni sono le più varie: per esempio, l’uso di slang particolari, o di neologismi, o di un linguaggio molto colorito, in cui diventa più difficile distinguere tra immagini da considerare come metafore e altre da prendere in senso letterale. Ancora, libri con uno stile molto mostrato, in cui il protagonista conosce già il background della storia, e quindi il mondo è spiegato più attraverso allusioni e indizi che nero su bianco. Il lettore deve fare un po’ di lavoro interpretativo, e se non si è ferrati nella lingua si rischia di non capire niente e andare nel panico.

Libri con tre stelline su Tapirullanza:

Quattro stelline
Questi libri presentano gli stessi problemi di quelli precedenti, ma amplificati – un background estremamente complesso e spiegato per accenni e indizi, o una scrittura estremamente convoluta e con un vocabolario pieno di termini desueti, o la presenza di ambiguità e doppi sensi, o una grande concentrazione di termini tecnici e concetti complicati (come in certa Hard SF – spesso non quella meglio scritta). Questi libri mi danno ancora diversi problemi, e quando una traduzione italiana è disponibile, spesso me ne servo per superare i passaggi più complicati – di recente mi è capitato proprio con Neuromante. Comunque, si tratta in genere di libri che non sono semplici da leggere neanche per i nativi di lingua inglese.
Su Tapirullanza, come vedrete, me ne sono occupato finora solo una volta.

Libri con quattro stelline su Tapirullanza:

Cinque stelline
Al grado di difficoltà massima pongo quei libri così difficili da leggere in lingua originale, che ho dovuto abbandonarli del tutto o leggerli in italiano. Si tratta in realtà di una categoria teorica, perché un caso del genere non mi è ancora capitato2 (o forse il mio intuito mi ha tenuto inconsciamente alla larga dai libri troppo ostici). Allo stato attuale, quindi, le cinque stelline non sono rappresentate su Tapirullanza, ma si tratta di un “limite ideale” di difficoltà che è utile tenere a mente.

Yo Dawg

Consigli aggiuntivi
1. Soprattutto all’inizio, quando è possibile, procuratevi due copie della stessa opera, una in inglese e l’altra in italiano (ovviamente scaricandole gratis, almeno una delle due). Cercate di leggere quella in inglese, e quando arrivate ad un passaggio difficile controllate sulla copia in italiano: in questo modo si evita il rischio di arenarsi e si impara rapidamente come certe parole o espressioni o passaggi si traducono in italiano. All’inizio della mia “carriera” l’ho fatto con due romanzi della LeGuin, Changing Planes e The Lathe of Heaven; di recente mi è capitato con un libro parecchio ostico in inglese, Neuromante.
2. Procuratevi un reader con dizionario inglese-italiano integrato, e possibilmente veloce e comodo da utilizzare. Per esempio, io utilizzo il PRS T1 della Sony, che ha il touch screen; mi basta cliccare su una parola mentre leggo e in basso mi si apre la finestra del dizionario con la traduzione. Tempo impiegato: una manciata di secondi; e quindi il minimo di distrazione dalla storia.

(1) Come ho mostrato nel Consiglio, City of Saints and Madmen è un’opera molto eterogenea, e il livello di difficoltà varia molto. Gli pseudo-saggi secondo me si assestano in genere sulle 2 stelline, mentre i racconti veri e propri (che comunque sono la maggior parte) raggiungono spesso le 3 stelline.Torna su

(2) In realtà mi è capitato un caso di abbandono di un romanzo in lingua inglese – Dragon’s Egg di Robert Forward. Si trattava di una lettura faticosa, frustrante e ben poco appagante. Certo la lingua ha fatto la sua parte, ma credo che i motivi del mio abbandono siano altri:
1. La difficoltà dei termini e dei concetti che Forward impiega per spiegare gli elementi scientifici centrali del romanzo, come la formazione della stella di neutroni o la struttura e lo scopo di vari macchinari scientifici mandati nello spazio per studiarla.
2. La piattezza dei personaggi, la telecamera onnisciente con cui è osservato il viaggio e la formazione della stella di neutroni, la storia insulsa, il ritmo inesistente – in una parola, la noia. E se alla noia aggiungi la fatica e l’impossibilità di seguire i ragionamenti di astrofisica più complessi, il desiderio di andare avanti finisce nel cesso.
Ho retto fino tipo a pag.50, poi mi son detto “ma chi me lo fa fare?” e amen.Torna su

I Consigli del Lunedì #21: Vacuum Flowers

Vacuum FlowersAutore: Michael Swanwick
Titolo italiano: L’intrigo Wetware
Genere: Science Fiction / Hard SF / Space Opera / Cyberpunk
Tipo: Romanzo

Anno: 1987
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 260 ca.

Difficoltà in inglese: ****

Rebel Elizabeth Mudlark si risveglia in una clinica nell’Eros Kluster – un grappolo di colonie spaziali costruite nella Fascia di Asteroidi – nelle mani di un chirurgo inquietante, solo per scoprire di aver perso la memoria. In fuga dalla clinica, i ricordi si affacciano gradualmente alla sua memoria. Rebel è la registrazione digitale di una pilota di comete-albero, morta in un incidente mentre viaggiava dalle remote colonie della nube di Oort verso il centro del Sistema Solare. Ma il corpo non è il suo: la sua personalità è stata impiantata in Eucrasia Welsh, un genio della riprogrammazione neurale che per mestiere si fa inserire altre personalità nella testa per ‘testarle’ e correggere prima che vengano lanciate sul mercato, e che in un attacco di follia ha distrutto tutte le altre copie di Rebel. Ora però la personalità di Rebel è diventata proprietà della supercorporation Deutsche-Nakasone, che rivuole indietro il suo prodotto.
In fuga dalla corporation e alla ricerca di un posto nel mondo, Rebel si troverà a viaggiare per il Sistema Solare colonizzato. Nel suo viaggio, incontrerà una serie di personaggi che non è chiaro se siano amici o nemici: il rivoluzionario Wyeth, dalla mente partita in quattro diverse personalità; Snow, una Net-runner bioingegnerizzata al punto da sembrare a malapena un essere umano; Bors, un mercante appassionato di libri antichi, alla ricerca delle tragedie perdute di Shakespeare; e soprattutto la Comprise, una coscienza collettiva che ha assorbito la Terra e tutti i suoi abitanti e ha bandito l’essere umano aldilà dell’orbita lunare. Ma la battaglia più dura, Rebel dovrà combatterla nella sua testa: perché Eucrasia è ancora lì, ed è intenzionata a riprendersi il suo corpo e a cancellare la sua seconda personalità per sempre.

Vacuum Flowers è un’opera che parte da premesse canoniche – la protagonista senza memoria, ribelle, in fuga da una corporazione kattiva – ma prende gradualmente direzioni inaspettate. Pur appartenendo alla prima generazione del cyberpunk (è uscito tre anni dopo Neuromante, e dopo che Swanwick e Gibson avevano collaborato all’antologia Burning Chrome), Vacuum Flowers lascia i temi dell’ingegneria genetica, delle supercorporazioni e soprattutto della Rete un po’ in secondo piano rispetto ai viaggi spaziali, alle colonie artificiali, e a tutto il bagaglio della space opera.
Rimane nodo centrale del romanzo, invece, il tema tipicamente cyberpunk della riprogrammazione neurale. Wetware: il concetto per cui, se consideriamo le connessioni neuronali come i circuiti di un computer, e la psiche umana come un software che gira sulla macchina del cervello, allora la mente umana è riprogrammabile come Windows. Fiko!

Oh, BTW. Visto che non trovavo abbastanza immagini soddisfacenti per questo articolo e sono un simpaticone, vi beccherete invece degli assaggi della perfetta colonna sonora cyberpunk: brani a caso dei Venetian Snares1! So cool! ^.^


Hospitality, dall’omonimo album del 2006 ^_^

Uno sguardo approfondito
Un primo vantaggio di Vacuum Flowers, rispetto alla maggior parte dei successivi romanzi di Swanwick, sta nella gestione del pov. Invece che vagare tra un mucchio di comprimari, la telecamera sta sempre sulle spalle della protagonista, e questo ha due effetti: 1. Gradualmente ci immedesimiamo in Rebel, fino a condividerne gioie e dolori; 2. Non sappiamo cosa succede aldilà della percezione di Rebel, il che amplifica il senso di diffidenza e spaesamento provato dalla protagonista.
Entrambi i risultati sono positivi, data l’atmosfera -punk del romanzo. Swanwick infatti ci precipita in un Sistema Solare sporco, brutale, cinico; dagli slum pieni di piccola criminalità e cellule terroristiche, alle lobby asettiche e gelide delle corporation, ci viene martellato il concetto che non possiamo fidarci di nessuno, che è pieno di gente che vuole farci la pelle. Vacuum Flowers è un romanzo cupo, che mette ansia, e dove succedono molte cose brutte. Rebel si metterà più di una volta a piangere; ma mentre a leggere del pianto di Nihal nelle Cronache troisiane ci veniva da pensare “ma quanto frigna!”, qui ci si stupisce che Rebel pianga così poco.

Il mondo di Vacuum Flowers non è crudele e spietato perché sì perché è fantasy, ma perché è realistico. E’ un mondo dominato dalle leggi di mercato, e dai rapporti economici e politici tra le colonie spaziali, ambienti ostili e tendenzialmente inadatti alla vita umana; un mondo che deve fare a meno della Terra, resa irraggiungibile dalla coscienza collettiva che l’ha posseduta, la Comprise, e che “assorbe” in sé chiunque vi entri in contatto (benché ci si possa ancora fare affari!). Swanwick ha infatti posto molta attenzione nel creare una galassia di sistemi politici diversificati e credibili, dal capitalismo anarchico che regna nelle colonie della Fascia degli Asteroidi al Popolo di Marte, un sistema totalitario che ricorda l’Unione Sovietica, devota al lavoro e al sacrificio di sé per il bene collettivo.
Impegnati nel difficile compito di terraformare Marte e renderlo abitabile nel giro di due secoli, i burocrati del Popolo non esitano a riprogrammare la psiche dei suoi cittadini per sopprimere gli istinti individualistici che rallenterebbero il lavoro e la dedizione alla causa: certo, è una vita orribile, e tuttavia bisogna ammettere che il Popolo sta riuscendo a terraformare Marte e ad assicurare un futuro luminoso per i suoi discendenti! Chi ha torto, chi ha ragione? Ambiguità morale: questa è l’aria che si respira in tutto il romanzo, e che rende quello di Vacuum Flowers un mondo complesso e realistico.
Così come complessi, realistici e moralmente ambigui sono i personaggi della storia. E’ difficile distinguere buoni e cattivi; alcuni, retti e onesti in linea di principio, potrebbero essere indotti a compiere azioni immorali per necessità (di soldi, di prospettive…); altri, dalla volontà debole, perché persuasi; altri perché genuinamente convinti di stare facendo la cosa giusta, e così via. Poiché tutti o quasi i comprimari del romanzo si muovono in un’atmosfera di incertezza, è difficile immaginare come si comporteranno – e questo da un lato li rende più realistici e interessanti, dall’altro alimenta il senso di insicurezza di Rebel e di noi lettori.

Crash di Windows

Non sarebbe bellissimo se succedesse anche alle persone?

L’altra faccia di Vacuum Flowers, la faccia più luminosa/giocosa, è quella delle idee. Già si capisce che Swanwick sarebbe finito a fare new weird: ogni poche pagine si trova una trovata bizzarra o un marchingegno geniale! Dato che la maggior parte del romanzo si svolge su colonie spaziali di varie fogge e funzioni, l’autore deve immaginare da zero il funzionamento di molte attività quotidiane, come ad esempio il sistema di corde e pulegge utilizzato dagli spiantati abitanti degli slum dell’Eros Kluster per spostarsi in ambienti a bassissima gravità (nell’Eros Kluster, infatti, l’attrazione gravitazionale cambia a seconda della distanza dal nucleo).
O ancora, i composti macchina-albero che hanno dato vita ad intere società che vivono su alberi bioingegnerizzati (i treeworlders della Nube di Oort), o i transit rings, o il sistema metodico della Comprise di smantellare le proprie apparecchiature spaziali dopo averle utilizzate per impedire ai popoli dello spazio di ricostruirle o anche solo comprenderne il meccanismo. E la stessa Comprise, che forse è una degradazione dell’essere umano, ma forse è il suo prossimo step evolutivo…

Ma l’invenzione più affascinante e pervasiva del romanzo è proprio quella di wetware. Un wetprogrammer lavora attaccando il cervello del paziente a una macchina che disegna la mappa delle sue connessioni neurali (wetwafers) per poi modificarla tramite un computer.
Una personalità può essere alterata leggermente (quel tanto che serve a dargli quell’equilibrio mentale che gli mancava, per esempio) o completamente; il co-protagonista Wyeth è stato modificato in modo da ospitare al suo interno quattro differenti personalità che operano in sinergia come un team, nei ruoli di Leader, Guerriero, Sciamano e Giullare, e ciascuna di esse ha le sue espressioni facciali e il suo tono di voce. E quando la polizia vuole fare una retata, non ha bisogno di portare molti agenti: pochi tocchi, e qualsiasi passante intercettato si trasformerà per qualche ore in un agente a sua volta, votato all’unico, violento impulso di arrestare i colpevoli.


Cleaning Each Other, dall’album Songs About My Cats (2001). Non perdetevi la parte che comincia a 2:25!

Insomma, Vacuum Flowers è una fiera di trovate weird e speculazioni geniali; ce ne sarebbe abbastanza per scrivere una decina di romanzi, probabilmente! Ma questo, forse, è anche l’errore di Swanwick. Gestire così tante idee in meno di 300 pagine non è compito facile, e certo l’autore non si sforza per mettere a suo agio il lettore. Tra neologismi, riferimenti criptici, allusioni a cose che i personaggi già sanno, e mezze spiegazioni, è facile sentirsi spaesati e non capire di che diavolo stanno parlando o cosa stia succedendo. Il fatto che Rebel cominci il suo “viaggio” con un’amnesia quasi completa permette a Swanwick di spiegarle (e quindi spiegarci) alcune delle caratteristiche del suo mondo, ma altre sono date per scontate e molto è lasciato all’intuizione del lettore. Ora, io apprezzo quando uno scrittore non tratta il suo pubblico come un branco di decerebrati e non spiega tutto per filo e per segno, ma spesso la sensazione è che ci siano troppi pochi indizi per avere il controllo della situazione, e che la fatica sia troppa commisurata al guadagno (ma potrebbe anche essere colpa del mio inglese non eccellente).
Diverse volte, inoltre, Vacuum Flowers sembra perdersi in subplot o digressioni che non sembrano collegati con la quest di Rebel, e inevitabilmente uno arriva a chiedersi, “perché Swanwick mi sta complicando inutilmente la vita?”. Poi spesso si scopre che l’elemento introdotto in sordina ha importanza per l’evoluzione della trama (su tutti, la shyapple, device importantissimo inserito come se niente fosse a metà di un capitolo qualsiasi, e poi dimenticato per svariati altri capitoli!) – ma allora perché non utilizzare un pretesto meno “accidentale” per introdurlo?

Oltretutto, già in questo romanzo troviamo la tendenza spiacevole di Swanwick a fare dei salti temporali tra un capitolo e l’altro, lasciando che il lettore capisca da sé (sempre raccogliendo indizi) cosa sia successo nel frattempo. E ancora, a volte si ha l’impressione che Rebel, benché personaggio-pov, capisca, scopra e sappia più di noi, che pure dovremmo vedere attraverso il suo sguardo e sentire attraverso i suoi pensieri.
Non mi è ben chiaro perché Swanwick si comporti così; forse per alimentare la suspence (oh no! Cos’avrà scoperto Rebel? Oh no! Perché si comportano così all’inizio del capitolo, cos’è successo prima?), forse per fare di ogni capitolo un “quadro”, una scena in sé conclusa. In ogni caso, sono trovate artificiose che, oltre a rendere più faticosa la lettura, allentano il meccanismo immedesimativo con la protagonista. Perché, a meno che abbiate dei disturbi, dubito che durante la vostra giornata vi capitino dei vuoti di memoria che poi dovete ricostruire basandovi su indizi che voi stessi lasciate nei gesti o nelle discussioni con altre persone.

Technobabble

Qualcosa del genere.

Insomma, Vacuum Flowers è un romanzo a tratti faticoso da seguire – sia perché complicato (e a volte, inutilmente complicato), sia perché colpisce a livello emotivo. Ciononostante, è anche un romanzo capace di regalare molto. Personalmente, lo trovo uno dei romanzi più intelligenti e “illuminanti” (dal punto di vista creativo) che abbia mai letto; e benché sia generalmente considerato un’opera ‘minore’ dell’autore, è quello di Swanwick che preferisco. Un’opera che, per quanto ne sappia, non ha eguali nel suo modo di mescolare in modo intelligente Space Opera, Cyberpunk e pure quel lieve tocco Fantasy che non guasta.
Se vi sentite sicuri del vostro inglese, provatelo. O forse, riuscirete a trovarlo in italiano…

Vacuum Flowers e Neuromancer
NeuromanteSe faccio un paragone tra il romanzo di Swanwick e quello di Gibson, è perché hanno molte cose in comune. Uscito tre anni dopo Neuromante, Vacuum Flowers ne condivide molti elementi, dallo strapotere delle multinazionali alla modificazione artificiale del corpo (anche se qui con un accento sulla psiche piuttosto che sui potenziamenti muscolari), dall’atmosfera sporca e cupa all’attenzione al mondo della piccola e grande criminalità. Hanno molto in comune anche dal punto di vista della prosa: entrambi sono molto curati, entrambi mostrano tutto dal punto di vista di un unico protagonista, entrambi cercano di far intuire le caratteristiche del loro mondo al lettore invece di abbandonarsi a spiegoni infodumposi che piovono dall’alto. Gli amanti di Neuromante, quindi, potrebbero amare anche Vacuum Flowers, posto che gli piaccia la Space Opera e un certo sapore fantastico nella speculazione.
Personalmente, ritengo Vacuum Flowers migliore di Neuromante. Tanto per cominciare, il wetprogramming è molto più figo del cyberspazio di Gibson – che non solo è invecchiato maluccio, ma anche visto con gli occhi degli anni ’80, non è che abbia troppo senso (perché ho bisogno di rappresentarmi banche dati e server come cubi e torri-parallelepipedo? La “battaglia finale” tra Case e Neuromante combattuta nel cyberspazio, infatti, è insulsa). Ancora, in Gibson c’è una certa tendenza ad abbandonarsi a periodi convoluti e intellettualoidi che in Swanwick è appena accennata (ma c’è anche in Swanwick ‘>.>). E infine, most importantly, il Sistema Solare di Swanwick suscita più sense of wonder dello Sprawl e della Terra cyberpunk di Gibson.
Non fraintendetemi: Neuromante è un ottimo romanzo, e si è solidamente piazzato tra i miei 20-30 preferiti; ma Vacuum Flowers è meglio ^.^

Dove si trova?
Vacuum Flowers si trova in formato epub sia su Bookfinder, sia su Library Genesis. Esiste anche una vecchia edizione italiana (dal blasfemo titolo L’intrigo Wetware), ma purtroppo non sono riuscito a rintracciarla né sul Mulo né su Amazon.


Szerencsétlen, dall’album Rossz Czillag Alatt Szuletett del 2005 ^-^

Qualche estratto
I due estratti che ho scelto sono un po’ lunghi, ma ne vale la pena. Il primo è un resoconto di Snow sulla personalità di Rebel e il suo rapporto con la wetprogrammer Eucrasia Welsh, e sintetizza gli eventi che mettono in moto la trama principale; il secondo mostra la Comprise, e una discussione su di essa tra il freddo Wyeth e la biologa Constance.

1.
They sat, and there was an odd glint in Snow’s eyes as they faced her again. Was it amusement, Rebel wondered? If so, it was buried deep. Heisen cleared his throat and said, “This is Rebel Elizabeth Mudlark. Two days ago she was a persona bum, name of Eucrasia Walsh. Eucrasia was doing prelim on a string of optioned wetsets when she burned on the Mudlark wafer and popped her base. Wound up in Our Lady of Roses, and—”
“Hold it right there, chucko!” Rebel said angrily. “Reel it back and give it to me without the gobbledegook.”
Heisen glanced at Snow and she nodded slightly. He began again, this time directing his speech at Rebel. “Deutsche Nakasone reviews a lot of wetware every day. Most of it is never used, but it all has to be evaluated. They hire persona bums to do the first screening. Not much to it. They wire you up, suppress your base personality—that’s Eucrasia—program in a new persona, test it, deprogram it, then program you back to your base self. And start all over again. Sound familiar?”
“I… think I remember now,” Rebel said. Then, urgently, “But it doesn’t feel like anything I’ve done. It’s like it all happened to somebody else.”
“I’m coming to that,” Heisen said. “The thing is that persona bums are all notoriously unstable. They’re all suicidally unhappy types—that’s how they end up with that kind of job, you see? They’re looking to be Mister Right. But the joke is that they have such miserable experience structures they’re never happy as anyone. Experience always dominates, as we say.” He paused a beat and looked triumphantly at Snow. “Only this time it didn’t.”
Snow said nothing. After an uncomfortable pause, Heisen said, “Yeah. We’ve got the exception that disproves the rule. Our Eucrasia powered on, tried the persona—and she liked it. She liked it so much that she poured a glass of water into the programmer and shorted it out. Thus destroying not only the safe-copy of her own persona, but also the only copy in existence of the Mudlark program.”
Again, that small lizard-movement. “Then…” Snow said. “Yes. Yes I see. Interesting.” With the small, electric thrill of remembering something she couldn’t possibly know, Rebel realized that Snow was accessing her system, that a tightly-aimed sonic mike or subcortical implant was feeding her data.

2.
On the graphics window, a glittery wedding band of machinery was afloat in the vacuum. Hundreds of the Comprise crawled about its surface, anchoring and adjusting small compressed gas jets. Painstakingly they guided the ring with a thousand tiny puffs of gas, until the geodesic hung motionless at its precise center. Only now did Rebel get any feel for the ring’s size—miles across, so large that the most distant parts seemed to dwindle to nothing.
[…] Red warning lights blinked on across the length of the transit ring. As one, the Comprise kicked free of the machinery, leaping inward in acrobatic unison, like a swirl of orange flower blossoms seen through a kaleidoscope. By tens and scores they linked hands and were snagged by swooping jitneys. Wandering up out of nowhere, hands deep in pockets, Constance said, “That’s really quite lovely. It’s like a dance.”
Wyeth didn’t look up. “Not quite so lovely when you consider why they’re so perfectly coordinated.”
She blinked. “Oh, quite the contrary. When you think of the complex shapes their thoughts take, the mental structures too wide and large to be held by any one mind… Well, that’s cause for humility, isn’t it?” Then, when Wyeth said nothing, “The Comprise is a full evolutionary step up on us, biologically speaking. It’s like… a hive organism, you see? Like the Portuguese man-of-war, where hundreds of minute organisms go into making up one large creature several orders of magnitude more highly structured than any of its components.”
“I’d say they were an evolutionary step down. Where human thought creates at least one personality per body, the Comprise has subsumed all its personalities into one self. On Earth, some four billion individuals have been sacrificed to make way for one large, nebulous mind. That’s not enrichment, it’s impoverishment. It’s the single greatest act of destruction in human history.”
“But can’t you see the beauty of that mind? Gigantic, immensely complex, almost godlike?”
“I see the entire population of mankind’s home planet reduced to the status of a swarm of bees. A very large swarm of bees, I’ll grant you, but insects nevertheless.”
“I don’t agree.”
“So I see,” Wyeth said coldly. “I will keep that in mind, madam.” The running lights on the transit ring were blinking in rapid unison. To Rebel he said, “See that? They’ve armed their explosives.”
Constance looked confused. “What’s that? Explosives? What in life for?”
The jitneys slowly converged on the geodesic. Ahead of them a gang of spacejacks was fitting an airlock. They welded it through the metal skin, yanking open the exterior iris just as the first transport drifted up. Then they popped the jitney’s drive and replaced it with a compressed air jet system. “They’re about to enter the geodesic, sir,” a samurai said.
“God help you if a single one of the Comprise isn’t accounted for when they reach the sheraton,” Wyeth said darkly. Then, to Constance, “The Comprise doesn’t want us snooping through their technology, Ms. Moorfields. So of course they’ll have programmed the ring to self-destruct if we try anything. And since they have, and since the helium in the ring is only rented, we won’t.”
The jitney eased into the interior atmosphere. It was crammed full and covered over with orange-suited Comprise; they clung three deep to its outside. The pilot hit the jets and it moved toward the sheraton.
“I don’t understand this mutual suspicion,” Constance said. “So mankind has split into two species. Give us time and there’ll be a dozen, a hundred, a thousand! Space is big enough for everyone, I should think, Mr. Wyeth.”
“Is it?”

Tabella riassuntiva

Programmatori cerebrali a spasso per il Sistema Solare! Troppe subplot e troppi passaggi difficili da seguire.
Ci si sente soli e indifesi in un mondo spietato. Sgradevoli “vuoti” tra un capitolo e l’altro.
Rebel è una cara ragazza e un ottimo protagonista. A volte sembra che Rebel ne sappia più di noi.
Una valanga di idee geniali e speculazioni affascinanti.
Mi sono innamorato della Comprise.

(1) Lo so, tecnicamente il tizio è uno solo. Ma dire “il” Venezian Snares è cacofonico, e del resto gli snares sono chiaramente plurali. Soprattutto, se immaginiamo lui come il venetian che produce gli snares, e la sua musica come gli snares da lui prodotti, allora possiamo dire “i Venetian Snares” senza sentirci in errore!
Che interessante digressione.Torna su

Gli Autopubblicati #05: Deinos

DeinosAutore: AA.VV. (a cura di Mr. Giobblin)
Genere: Horror / Science Fiction / Apocalyptic SF
Tipo: Raccolta di racconti

Anno: 2012
Pagine: 100 ca.

Sono tre mesi che non dedico un articolo al panorama degli autopubblicati italiani; l’ultimo era stato il deludente La nave dei folli di Alessandro Girola. I motivi sono, credo, gli stessi per cui Gamberetta ha deciso di non occuparsi più di fantasy italiano. Gli autopubblicati, purtroppo, hanno dimostrato di non essere mediamente migliori degli scribacchini dell’editoria tradizionale. E di rendermi antipatico con altre recensioni negative di opere misconosciute non mi andava.
Non credo di essere il solo a pensarlo. Zweilawyer non aggiorna più da un anno la sua Z-List (probabilmente è troppo impegnato a prendere a capocciate il muro e a chiedersi “Signore, perché ci hai abbandonato?”), Bakakura di Neyven ha inaugurato il suo progetto Valinor solo per scoprire che tutta la roba che gli mandano fa troppo schifo per essere portata avanti.
Comunque, ho continuato a seguire iniziative e progetti che mi davano (e mi danno) la speranza di produrre risultati superiori alla media. Deinos era uno di questi.

Su Giobblin e sul suo Minuetto Express ho opinioni ambivalenti. E’ un tipo strano, perché consiglia con lo stesso entusiasmo titoli molto buoni (Ender’s Game, The Windup Girl, Hugo Cabret), vere e propri gioiellini (The Wonderful Future That Never Was), roba insulsa (Robopocalypse) e schifezze orrende (Pirati dei Carabi 4 “discreto”, John Carter “sottovalutato” – srsly u guy?). Soprattutto, mi dà l’impressione di essere troppo indulgente; e l’indulgenza è una delle cose che più fregano i nostri aspiranti scrittori, dato che rallenta o blocca il loro percorso di studio. Ma se non altro parla di zombie, dinosauri e ucronie invece che del fantastico come specchio deformante o dell’importanza di una lettura neoliberista dell’opera di Tolkien.
Deinos nasce sulle pagine del blog di Giobblin come concorso letterario di racconti. Il tema: i dinosauri appaiono dal nulla nella nostra epoca, e cominciano a portare distruzione. Perché sono apparsi? Come si comporteranno? Come sarà la vita dell’uomo della strada dopo la dino-apocalisse? Di qui in poi i concorrenti possono sbizzarrirsi – dal racconto di invasione sull’arrivo dei dinosauri, al survival horror urbano, dal tentativo hard sf di trovare una spiegazione scientifica dell’apparizione dei lucertoloni a roba più strana.
Okay, il tema non è né interessante né ampio come quello di Ucronie Impure di Girola (recensito qui), ma ci può stare.

Like a boss

Traccia per un racconto con dinosauri. Io la butto lì eh…

Gli otto racconti migliori, dopo una passata di editing, sono entrati a far parte dell’antologia Deinos che potete scaricare qui nei formati epub e mobipocket. I racconti sono stati ordinati in ordine decrescente di bellezza secondo il giudizio di Giobblin e Girola, i due giurati del concorso. I racconti sono preceduti da una breve introduzione dello stesso Girola, e sono seguiti da due “fuori concorso”: il racconto di Giobblin La vendetta di Geraldo, già apparso a puntate sulle pagine del blog, e un breve pezzo scritto da Claudio Vergnani, un tizio che non conosco ma che ha scritto una trilogia sui vampiri (qui la pagina di IBS coi tre libri).
Presenterò i due gruppi di racconti in due sezioni separate, dopodiché tirerò le fila del discorso con una valutazione complessiva dell’antologia.

Gli otto racconti in gara

DeinonicusEffetto Lazzaro
Il primo racconto ci catapulta nella Squadra Anti Dino, corpi speciali con il compito di ripulire le città dai sauri immondi che le hanno invase, quartiere dopo quartiere. Ma la vita nelle Squadre Anti Dino è una vita dura, e solitamente breve: parola di geologa. Il racconto è strutturato come un unico monologo di un veterano delle Squadre a un novellino poco prima dell’inizio della missione. Gli interventi e le risposte del novellino non appaiono, ma sono deducibili dal discorso.
Effetto Lazzaro è bello. La voce della protagonista ha un tono incalzante e aggressivo, che unito alle informazioni di contesto – sono gli ultimi minuti prima dell’inizio di una missione letale! – mantengono il ritmo serrato e ti impediscono di staccare gli occhi dalla pagina. Fatto ancora più piacevole, la protagonista non si limita a raccontare situazioni di vita militare o come sia cominciata l’invasione preistorica, ma evoca episodi mediante immagini. Per esempio, uno dei primi avvistamenti:

Poi, è arrivata Nessie.
A Loch Ness ci hanno campato cent’anni con ‘sta storia del mostro: testimonianze, foto sfocate… e non uno straccio di prova certa.
Una mattina bello presto, un tizio porta il cane a pisciare sul lungo lago, alza gli occhi per concedere a Fido un momento di privacy ed eccotela là, Nessie.
Questo è scappato a telefonare ai giornali, con il cane a rimorchio, e c’ha avuto del gran culo, detto fra noi.

Altro lato piacevole, in Effetto Lazzaro sia i dinosauri, sia gli umani chiamati a combatterli, si comportano in modo razionale. I dinosauri non attaccano i blindati perché è troppo faticoso: aspettano che i militari escano. Le squadre militari vengono fatte scendere a gruppetti divisi per quartieri; le sortite, brevi e ben organizzate, mi hanno ricordato vagamente i piani d’attacco di Starship Troopers. E se un bestione ti carica, l’unico modo di sopravvivere è sparargli alle articolazioni.
Nonostante alcune cadute di stile (la parte sui film americani mi sembra un po’ inutile), il racconto funziona, e ti senti immerso in un mondo in cui potrebbero sbranarti tra cinque minuti. Di sicuro, il miglior racconto dell’antologia – bel modo di cominciare.

In conclusione: PROMOSSO Si

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ProfumiDinosauro piumato
Il secondo racconto dell’antologia è un survival horror con protagonisti due ragazzini – Filippo e Leonardo – in fuga da una Udine invasa dai lucertoloni.
L’inizio parte in medias res, con Filippo in un supermercato devastato che si versa addosso litri di alcol. Non solo l’inizio mostrato veicola in poche immagini tutte le informazioni di background necessarie (il supermercato è vuoto e distrutto: segno che l’invasione è già cominciata e la città si sta già spopolando), ma infila subito un hook nel lettore, che si chiede: perché diavolo si sta versando dell’alcol addosso? E la risposta costituisce il fulcro di tutto il racconto.
Se la struttura della storia è quasi impeccabile, la prosa di Serafini avrebbe bisogno di una bella revisione. Spesso si esprime in modo goffo e con più parole del necessario; la cosa si nota fin dall’incipit:

Uno scaffale si è staccato dal muro e una parte dei liquori ha ubriacato il parquet, dietro il lungo bancone del Bar Collo. Gli altri invece sono intatti, davanti al sollievo di Filippo.

Non solo la frase in grassetto è orrenda, ma si potrebbe eliminare del tutto e tanto di guadagnato!
La scena d’azione verso la fine del racconto è confusa, e i movimenti reciproci di ragazzini e predatori difficili da visualizzare. Ancora, i dialoghi soffrono del problema delle “teste parlanti” (paginate intere di scambi senza alcuna descrizione contestuale), e spesso si sbrodolano su dettagli triviali che potrebbero essere eliminati. In compenso, i due personaggi sono simpatici e parlando in modo credibile.
Insomma, perché sembri un racconto “vero” bisognerebbe risistemare e riscrivere alcune parti, ma la storia c’è e funziona. Bravo.

In conclusione: PROMOSSO Si

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TriceratopoDeinosrestaurant
Il Deinosrestaurant è un agriturismo romagnolo di successo in cui si macellano triceratopi per i palati fini dei clienti. Antonella, la proprietaria, non si fermerebbe davanti a nulla per aumentare la popolarità del locale, soprattutto con la prospettiva della visita di un importante critico culinario. Ma i dinosauri stanno sviluppando un’immunità agli anestetici e non sono disposti a subire in eterno…
Forlani è uno scrittore che quando vuole è bravo; io e Zwei ci eravamo trovati d’accordo nel definire il suo Tlaloc Verrà il miglior racconto di Ucronie Impure. Per di più, le premesse del racconto parevano un’oasi di originalità nel clima horror-apocalittico-di-invasione del resto dell’antologia.
Purtroppo invece Deinosrestaurant è una boiata scritta da schifo. Il pov sta normalmente “nei pressi” della protagonista, ma quando gli gira salta dove capita (sui ragazzini in bici, sulle cameriere, sugli inservienti, su Philippe Daverio, insomma su chiunque); il tempo verbale continua ad alternare passato remoto e un orribile imperfetto, senza alcun motivo; la prosa è piena di passaggi raccontati (“gli adulti fumavano, scambiavano ovvietà di moda circa le specie, le abitudini, le ricette di dinosauro”), anche durante le scene chiave (“[i dinosauri] fracassarono le finestre e devastarono l’interno” – davvero molto preciso); Forlani abusa di termini desueti e fuori luogo:

«Li svegliamo di notte», incupì l’ucraino, «sentono l’odore dell’esplosivo e la droga.»
«È come per los cerdos», abbuiò l’argentino, «lo sanno che li ammazziamo.» [dovrei ridere?]

E come se non bastasse, la storia si arena sui luoghi comuni e sulla bassa retorica del tipo “l’essere umano è più bestia delle bestie!” o “con la Natura non si scherza!”. Almeno l’autore ci fa il piacere di ‘mostrare’ la sua retorica invece di esporla. Ma rimane un racconto bruttino e inutile, scritto tanto per scrivere.
Ogni tanto ci scappa qualche scena carina, come la padrona che stacca il cartello di divieto quando Daverio si mette a fumare.

In conclusione: BOCCIATONo

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La razziatrice Velociraptor
 Già l’incipit promette male:

L’apocalisse, dopotutto, non è rimasta solo una parola in bocca agli appassionati di narrativa e ai predicatori in cerca di soldi facili. La fine del mondo è arrivata, cinque giorni prima del Santo Natale. […] Non poteva esserci giorno migliore per la fine del mondo. Quasi tutta la gente era fuori casa, servita come su un piatto d’argento per il loro arrivo. […] Il panico in luogo della frenesia, il terrore al posto dell’odio, la morte sostituitasi al consumismo.

La razziatrice è una storia di sopravvivenza, che invece di mostrare come e perché sono arrivati i dinosauri si concentra sulla vita di tutti i giorni ad apocalisse già avvenuta. Nella fattispecie seguiamo la vita di Laura, cinica ex-segretaria riciclatasi come razziatrice di palazzi abbandonati.
La traccia sarebbe anche buona, senonché l’autore sembra più interessato a comporre un panegirico sulla cattiveria delle persone piuttosto che a raccontare una storia. Il racconto non è altro che una successione di episodi costruiti al solo scopo di mostrare la crudeltà e l’egoismo della protagonista – il tutto condito da profonde riflessioni filosofiche sul fatto che l’uomo è stronzo ed egoista e il consumismo è brutto e i capitalisti sono grassi maiali e la gente era opportunista anche prima dei dinosauri e non c’è più religione. Insomma, Laura sembra solo il veicolo di uno scrittore arrabbiato che vuole fare sapere a tutti cosa pensa del mondo. Ma queste cose è capace di dirle anche mia nonna, solo che mia nonna non si definisce “scrittrice”.
Perdipiù, l’unica scena d’azione del racconto è fallata. Del velociraptor che sta per attaccarla, Laura pensa che: “Un paio di falcate e potrebbe azzannarla”; solo che fa in tempo a sparargli col fucile e a vuotargli addosso il caricatore della pistola prima di essere raggiunta. E intanto il velociraptor “sembra accusare le ferite, ma continua ad avanzare”, si muove di qua e di là, schiva proiettili, continua ad avvicinarsi… ma non erano un paio di falcate? E’ diventato mezzo chilometro? FAIL.
Insomma, La razziatrice è un concentrato di 100% populismo italiano da intellettualoide con una parvenza (brutta) di storia intorno.

In conclusione: OMG, BOCCIATO!No

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SpinosauroHic sunt dracones
Dado, il suo fratellone autistico nonché amante dei dinosauri Angelo, e il suo coinquilino nerd ciccione ed erotomane B-52, stanno tornando a casa nel cuore della notte a bordo della loro Panda. Tutto va bene finché vedono una prostituta sbranata da un’enorme creatura. Ce lo dobbiamo essere sognati, giusto? Ma la mattina dopo si svegliano in un modo invaso da quelle bestiacce – e dovranno trovare un modo per sopravvivere.
Questo racconto mi piace, perché è deliziosamente retard. Basta dare un’occhiata a queste battute, un esempio fra i tanti che disseminano Hic Sunt Dracones:

“Mi sono spaventato, e poi era da mezz’ora che me la tenevo.”
“M’hai pisciato sul sedile?”
“OMG! Non menarla.”
Frenai nuovamente.
“Che fai?” domandò B-52.
“Scendi.”
“Dai, non fare così.” frignò.
“Scendi, ciccione, siamo arrivati.”

La forza di questo racconto sta nel fatto che non si prende sul serio. La storia procede senza cali di ritmo tra OMG, IMHO, dinosauri fracassati con mazze da baseball e altri affettati con motosega e tosaerba. Srsly. L’atmosfera è quella di Planet Terror di Rodriguez, e detto da me è un complimento. I personaggi sono ben congegnati, con pochi tratti essenziali ma che rimangono impressi (l’autismo di Angelo, la nerdaggine di B-52), e sono mostrati nei dialoghi e nei gesti più che raccontati. Il contrasto tra il fratello autistico, che capisce tutto subito ma non riesce a esprimersi, e il protagonista, scettico fino all’ultimo, funziona bene.
Altro fattore positivo, la storia non si perde via in lunghe descrizioni o elucubrazioni del protagonista, ma procede rapidamente di situazione in situazione. Purtroppo le scene d’azione sono spesso mal congegnate o poco mostrate. Prendiamo la scena della puttana. La scena è troppo lunga, non combacia col fatto che loro stanno viaggiando su una Panda, e che per di più la situazione è illuminata dai fari di una macchina che viaggia in senso opposto. Una situazione del genere dovrebbe durare pochi secondi, invece succedono un sacco di cose e i protagonisti fanno pure in tempo a commentarle. Ancora: l’idea di smembrare velociraptor a suon di motosega è pulp, ma un po’ troppo improbabile. L’autore avrebbe dovuto convincerci con un buon mostrato che la cosa fosse fattibile, invece (forse perché anche lui sente che la cosa non ha senso) opta per una dissolvenza. Troppo comodo: le scene chiave si mostrano, diamine!
Il racconto rimane uno dei più godibili e onesti della raccolta. Con un restyling stilistico – soprattutto nelle scene più importanti – verrebbe una cosa carina, benché niente di trascendentale.

In conclusione: MEH, TENDENTE ALLA PROMOZIONE Meh

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Gorgonops – L’invasione degli esseri impossibiliGorgonops
Per la prima volta nella storia dell’umanità, la cometa Apophis passa accanto al nostro pianeta, e il suo passaggio è visibile da terra. La giornalista Lorella e il cameraman Davide stanno facendo un servizio sulla cometa, quando accade l’impossibile: mentre alcune persone crollano in preda alle convulsioni, piccoli dinosauri sbucano dal nulla e cominciano a fare mattanza. Davide e Lorella dovranno trovare il modo di mettersi in salvo e capire cos’è successo.
Questo racconto, associato alla parola “dinosauri”, suona come una presa in giro. Sembra che l’autore abbia scritto un racconto sugli zombie, o sui lupi mannari, e poi abbia sostituito ogni occorrenza della parola “zombie” o “licantropo” con “dinosauro”. Niente distingue infatti questi dinosauri dal Mostro Carnivoro Infetto Standard. Del resto, quando prova a descriverne uno la cosa si fa ancora più imbarazzante: il primo che scorgono ha i denti a sciabola e assomiglia a una pantera, solo che è verde. OMG.
Fastidiosa poi la mania di utilizzare i corsivi per sottolineare i dettagli scabrosi: “Davide fece in tempo a notare quanto fosse magro e come avesse la pelle lurida e cadente, prima di focalizzare la propria attenzione sulle sue enormi zanne a sciabola grondanti sangue“; più avanti: “La carne dell’ormeggiatore si sciolse, spargendosi sul molo come siero. Le sue ossa si allungarono. La sua faccia incominciò a crescere.” E tu non sai scrivere.
Tra le varie trovate retard, l’idea che gli animali vengano al mondo con su l’etichetta col nome:

“Aspetta, c’è un notiziario straordinario in televisione. […] Allora, qui dice di nuovo che sono dinosauri, con un nome tipo Gorgoni… Gorgonoidi…”

Insomma, il classico racconto d’inizio invasione con i dinosauri appiccicati, lungo e ripieno di noia.

EDIT: L’autore mi ha fatto presente che i Gorgonopsi non se li è inventati lui ma sono realmente esistiti. Fonte Wikipedia: Gorgonops.
Quindi il fatto che i media si riferiscano a loro col nome di “gorgonopsi” non è un errore. Dimostrazione che io stesso non mi ero documentato a sufficienza prima di scrivere questo pezzo!
Mi scuso con l’autore e lo ringrazio della correzione^^

In conclusione: BOCCIATO No

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T-rexSolo fame

«Il mio nome è Jones, Robert Jones.»

Già da questa riga si intuisce che qualcosa che non va. Ma procediamo con ordine.
Nei recessi della Domus Aurea neroniana, gli archeologi rinvengono i resti di una sala da pranzo. All’inaugurazione della nuova scoperta partecipano le più alte cariche dello Stato. Purtroppo, per qualche motivo che è meglio non indagare, la sala da pranzo romana è in realtà un portale dimensionale collegato con il Cretaceo. Legioni di dinosauri escono e cominciano a seminare l’apocalisse. Il protagonista, l’archeologo americano Robert Jones (Dio santo), dovrà riuscire a scappare dal centro di Roma prima che i militari gasino la zona.
Questo racconto è un concentrato di retard talmente denso da essere esilarante. Sembrerebbe quasi un racconto comico-demenziale, se non fosse che l’autore si prende sul serio. La storia in pratica procede in modo lineare, dall’incidente al raggiungimento della safehouse, senza stare a farsi troppe domande.
I dinosauri, peraltro, compaiono pochissimo, perché l’autore sembra troppo impegnato a fare la solita sbrodolata retorica sul governo inetto e sui militari kattivi. La loro comparsa dal portale, ottima occasione per fare del “mostrato”, si riduce a una sfilata di nomi:

Comparirono nuovamente sulla Terra tarbosauri, carnotauri, velociraptor (e i più temibili Deinonychus), ma anche triceratopi, oviraptor, spinosauri e anchilosauri.

Accipicchia.
Il pov è generalmente fissato sulla spalla del protagonista, ma all’occorrenza non manca di saltare di qua e di là; durante una scena d’azione, per esempio, passa per poche righe su un triceratopo. Gegnale!
Insomma, il racconto è tremendo, ma è così ingenuo da essere divertente; vale la pena di leggerlo anche solo per non perdersi alcune chicche, come il protagonista che sputa contro lo schermo di un televisore appeso al soffitto o il Presidente del Consiglio sbranato da un t-rex.

In conclusione: BOCCIATO No

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DinosauriaPlesiosauro
Breve racconto strutturato come una mail che tale Luke manda al suo amico Cris. I dinosauri hanno invaso il mondo, e Luke appartiene a un corpo militare specializzato nell’abbattimento di bestie marine in giro per il Mediterraneo.
Il racconto non è altro che un monotono elenco di situazioni della vita del protagonista, da quanto sono temibili i pliosauri sottomarini a come si ammazzano i plesiosauri che infestano i porti. Luke se la spassa, nonostante l’invasione di rettili sembra che la vita nel Mediterraneo sia una figata.
Non c’è tensione, non c’è conflitto, non c’è niente di niente, a parte la noia. E c’è questa tendenza fastidiosa a occultare i nomi delle località con degli asterischi, neanche fossimo in un romanzo dell’Ottocento. Quantomeno, l’autore ci concede un minimo di descrizione dei dinosauri marini e dei sistemi per ammazzarli.
Ma questo non è un racconto – al massimo, sono i primi appunti su cui sviluppare un racconto. L’unico pregio? Finisce in fretta.

In conclusione: BOCCIATO No

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I fuori concorso

AnchilosauroLa vendetta di Geraldo
Geraldo è un vecchio pensionato scorbutico la cui massima aspirazione nella vita è di essere lasciato in pace a guardarsi in culo di Belen su Studio Aperto. Ma la sua tranquillità sarà sconvolta prima dall’odiato vicino ricchione, che lo costringerà a prendersi in casa per un paio d’ore la sua cagnetta col maglioncino, e poi da un’invasione di dinosauri. Nel parapiglia generale, coglierà l’opportunità di vendicarsi di un vecchio torto.
La blog novelette di Giobblin si muove nel campo dell’umoristico senza mai scendere nel comico vero e proprio. Geraldo è un personaggio simpatico, e l’idea di raccontare una storia di invasione scegliendo un pensionato acido come protagonista è quantomeno originale. Purtroppo, Giobblin non riesce sempre a gestire bene il suo linguaggio: se a volte ci regala perle deliziose come “Meglio salvare la ghirba”, spesso si esprime in modo convenzionale, da anonimo “vecchio scorbutico”, e a volte non sembra nemmeno che a parlare sia un vecchio di paese. In un racconto così filtrato dal punto di vista del protagonista, e in cui peraltro il modo (umoristico) in cui è raccontata la storia è più importante del cosa (solita invasione di dinosauri), una maggiore attenzione al linguaggio avrebbe molto giovato.
Ci sono poi alcuni problemi di struttura. L’inizio è lento, troppo lento; e se la cosa è ancora tollerabile in un romanzo, certo non lo è per un racconto. Giobblin dedica le prime pagine a delineare il protagonista e il suo rapporto con gli altri, ma nel farlo (data la carenza di azione) si abbandona spesso agli infodump. Meglio sarebbe stato partire in medias res, con Geraldo che mostra il proprio carattere e la considerazione che prova per gli altri. Peraltro, all’inizio del racconto ci sono pure delle false piste. La scomparsa dei compari Giorgio e Michele all’inizio del racconto (unita alle notizie del tg), lasciano presagire che gli sia successo qualcosa, magari legato ai dinosauri; invece il giorno dopo sono lì in piazzetta come se nulla fosse. La storia di Minerva, e del fatto che la moglie gli abbia tenuto nascosto chi l’ha ammazzata, avrebbe dovuto essere anticipata all’inizio del racconto (per la solita regola del fucile sul caminetto); così com’è, sembra quasi un deus ex machina.
Mi è dispiaciuto inoltre che Giobblin abbia lasciato cadere lo spunto della cagnetta in fuga nella notte. Poteva venirne fuori un racconto più divertente e insolito: un’invasione di dinosauretti piccoli e agili (ma “affrontabili”) nel cuore della notte, invece della solita apocalisse con tirannosauri in pieno giorno. Il vecchio pensionato alla ricerca della cagnetta per le strade invase di deinonicus o compsognatus o altri animaletti carini. E magari il racconto avrebbe potuto giocare sul comico-grottesco, con un Geraldo che non capisce o (per testardaggine) si rifiuta di capire che c’è un’invasione di dinosauri e si comporta di conseguenza, ignorando i dinosauretti o trattandoli come cagnacci o altro… Insomma, un tipo di storia che avrebbe fatto più risaltare il carattere di “vecchio cocciuto” del protagonista.
Così com’è, il racconto è senza infamia e senza lode. Però la menzione di Giacobbo mi è piaciuta.

In conclusione: MEH Meh

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DinosauriBeppe Grillo
Riassunto del racconto: l’alter-ego dell’autore, intrappolato in un palazzo braccato da un tirannosauro, in attesa di crepare, passa cinque pagine a vomitare bile e a fare l’intellettualoide saccente. En passant, non manca di tirare frecciatine ai Grillini, a Fabio Fazio, a Spielberg e agli urbanisti che progettano le rotonde.
Questa sproloquio di banalità – che candidano Vergnani, assieme a quello de La razziatrice, a migliore amico di mia nonna – non è in nessun modo definibile “racconto”. Lo definirei piuttosto ‘robetta scritta in un’ora tanto per fare contento un tizio molesto che mi chiedeva un contributo alla sua antologia’. Perché mi rifiuto di credere che ‘sta roba gli abbia portato via più di un’ora del suo tempo. Spero tanto per lui che i suoi romanzi siano meglio.
Ah; a onor di cronaca, ogni tanto gli riesce per sbaglio una battuta carina: “l’idiota [il tirannosauro] sta riprendendo con le sue capocciate (è comprensibilmente molto indietro nella scala evolutiva) e io devo reggermi all’antenna.”

In conclusione: MIO DIO COS’E’ ST’ORRENDA MERDA? No

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Bilancio finale
Volendo fare un paragone con Ucronie Impure, salta subito all’occhio una cosa: anche i racconti più brutti di Deinos sono meno brutti dei più brutti della raccolta di Girola (“Reliquie” mi fa venire ancora oggi gli incubi), e i racconti migliori sono scritti meglio dei migliori di Ucronie.  E tuttavia, Ucronie Impure aveva qualcosa che qui latita molto: fantasia.
Si potrebbe dire che la colpa è in parte delle stesse premesse del concorso, molto più limitanti rispetto a quelle di Ucronie. E tuttavia i racconti sono deludenti anche secondo gli stessi parametri del concorso. Ad eccezione di Deinosrestaurant (che però è brutto per altri motivi), e in parte Effetto Lazzaro, non c’è nulla di tipicamente “dinosauresco” in questi racconti, qualcosa che avrebbero potuto fare solo i dinosauri e non altre creature. Sembra di leggere racconti di invasione di Mostri Kattivi Random con appiccicati sopra l’etichetta “dinosauro”. Ma se ci fossero stati zombie o lupi mannari o shoggoth sarebbe stato uguale. E sarebbe proprio da ridere se dalla prossima antologia di Girola (tema: apocalisse zombie) uscissero racconti identici a questi, ma con gli zombie al posto dei dinosauri…

Quanto ai racconti migliori, brillano per immersività (Effetto Lazzaro), buone trovate (Profumi), demenzialità (Hic Sunt Dracones) – ma non certo per sense of wonder. Dal punto di vista delle idee, Deinos non avrebbe potuto essere più banale.
Poi, per carità, Girola nell’introduzione dice che i racconti della raccolta sono pieni di meraviglia. D’altronde, cosa possiamo aspettarci dalla mente che ha inventato il cialve capace di scrivere una frase del genere: “Spero che suscitino in ciascuno di voi quel senso di meraviglia proprio dei ragazzini che rimangono ammirati nello scoprire per la prima volta l’esistenza degli ammirevoli bestioni che in un remotissimo passato hanno camminato sul nostro pianeta”. In questa frase c’è più sense of wonder che in tutta l’antologia.

T-rex frustrato

I dinosauri come metafora sociale del peccato di Onan.

Da molti di questi racconti, soprattutto, trasuda pigrizia. Non ci ho visto ricerca, la volontà di documentarsi sui dinosauri per partorire un racconto che li distinguesse dalla massa dei mostri. Forse c’era solo la voglia di partecipare a più concorsi possibili, buttando giù la prima idea che veniva in mente.
Il risultato? Non solo Deinos è un’antologia bruttina (vale la pena di leggere solo i primi tre-quattro racconti), ma con ogni probabilità non piacerà neanche alla “nicchia” di lettori per cui era stata pensata, ossia gli amanti dei dinosauri (Piperita, lo so che sei in ascolto^^). E in un futuro in cui – come spiegava il Duca – il successo di un’opera letteraria sarà legato alla possibilità di soddisfare i gusti/bisogni della sua nicchia specifica, questo è un EPIC FAIL.
Deinos ha più opportunità di piacere all’altra nicchia coinvolta, quella degli “amanti dell’horror di invasione mostruosa”. Ma anche lì, ho i miei dubbi. E’ una nicchia affollata, piena di titoli validi e in tutte le sfumature, mentre Deinos nel suo complesso non si distingue particolarmente né per originalità né per qualità della scrittura.
Il rischio è che quest’antologia circoli solamente tra i partecipanti al concorso e gli amici dei partecipanti, oggetto di tante pacche sulle spalle e occhi luccicanti: “mi hanno pubblicato in un’antologia!”. A chi altri potrebbe interessare?

Comunque, anche se ho cazziato l’antologia, devo fare i complimenti ad alcuni dei partecipanti: Valentina Coscia promette bene, e anche Serafini e Filighera. Deinos è gratis, quindi potreste scaricarla quantomeno per leggere i loro racconti.
Chiudo con una nota per gli appassionati. Se vi interessa la paleontologia, forse vorrete dare un’occhiata a questo blog in cui mi sono imbattuto durante le mie peregrinazioni:

The Palaeobabbler

Il proprietario è uno studente britannico di paleontologia. I post variano da immagini sceme con velociraptor in monociclo a commenti agli articoli del periodico Palaeontology, dalle scoperte di nuovi fossili a dissertazioni sugli pterodattili, da considerazioni sulla falsificabilità dell’evoluzionismo e il rapporto tra evoluzionismo e credo cristiano alla geologia.
Divertitevi.

Velociraptor

La mia classifica

1. Effetto Lazzaro 
2. Profumi
3. Hic Sunt Dracones Meh
4. [Bonus] La vendetta di GeraldoMeh
5. Deinosrestaurant No
6. Solo fameNo
7. Gorgonops – L’invasione degli esseri impossibiliNoNo
8. La razziatriceNoNo
9. DinosauriaNoNo
10. [Bonus] DinosauriNoNoNo

I Consigli del Lunedì #20: City of Saints and Madmen

City of Saints and MadmenAutore: Jeff VanderMeer
Titolo italiano: –
Genere: Fantasy / Horror / New Weird / Urban Fantasy / Pseudo-trattato / Literary Fiction
Tipo: Raccolta di racconti, novellas e pseudo-saggi intrecciati

Anno: 2001 / 2004
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 400 ca.
Difficoltà in inglese: ***

Ambergris è una città strana e violenta. Una città priva di governo, in condizione di anarchia controllata, ma segretamente amministrata da una potente casata mercantile. Una città i cui abitanti sono capaci di ammazzarsi nel nome di un compositore operistico appena morto. Una città che una notte all’anno, durante il Festival of the Freshwater Squid, si abbandona a un’orgia di torture e omicidi. E poi ci sono i grey caps, orribili uomini fungo che vivono nei cunicoli sotto la città ed escono solo di notte, per ripulire le strade di Ambergris da qualsiasi cosa trovino; creature più antiche della città, che non comunicano con gli esseri umani, ma di cui gli abitanti sembrano terrorizzati. E che dire dei funghi dalle forme più diverse che infestano gli anfratti delle case e i vicoli più appartati, e che ritornano e ritornano nonostante ogni tentativo di estirparli?
Per le strade di questa metropoli si muovono i protagonisti di City of Saints and Madmen. Un prete missionario e squattrinato che perde la testa per una donna irraggiungibile; un artista senza talento a cui viene offerto l’invito a partecipare a una decapitazione; uno scrittore pazzo convinto di aver creato Ambergris; un antiquario desideroso di scoprire la verità sugli uomini fungo e su ciò che hanno fatto ai suoi antenati; un calamarologo intenzionato a ridare dignità alla professione dei calamarologi. E molti altri.

City of Saints and Madmen è uno scatolone pieno di giocattoli. Più o meno belli, di forma e dimensione sempre diversa.
La prima metà del volume contiene quattro novellasDradin In Love, The Hoegbottom’s Guide to the Early History of Ambergris, The Trasformation of Martin Lake e The Strange Case of X – tutte scritte in stili diversi. Mentre la prima edizione del libro si ferma qui, l’edizione del 2003 vi aggiunge una corposa Appendice (ulteriormente ampliata nella terza e ultima edizione del 2004) densa di racconti, novellas, pseudo-trattati, esperimenti e giochi letterari. Tutti insieme, questi pezzi costituiscono nelle intenzioni dell’autore un grande romanzo sulla città di Ambergris.
Jeff VanderMeer è il campione del genere del New Weird, e in effetti le sue storie sono piene di stramberie, di creature e di trovate bizzarre. Ma se dovessi definire le storie di City of Saints and Madmen, direi che si trovano all’incrocio tra l’urban fantasy, l’horror alla Lovecraft e una certa vena mainstream. Le storie della raccolta, infatti, pur svolgendosi su uno sfondo di stranezza, sono perlopiù storie di uomini ‘normali’, e le loro esperienze corrono sul confine tra naturale e sovrannaturale senza mai sconfinare decisamente in una direzione. Per certi versi, queste storie mi hanno ricordato più i romanzi e i racconti di certi autori dell’Ottocento (Balzac e la sua sporca Parigi, Gogol’ e la sua labirintica Pietroburgo) che non il fantasy degli ultimi cinquant’anni. Anche perché l’atmosfera di Ambergris pare oscillare tra la belle epoque – con i primi veicoli a benzina, ma anche le carrozze tirate da cavalli – e una puzzolente Parigi di metà Ottocento.

Ma questo scatolone che è City of Saints and Madmen, come dicevo, è estremamente eterogeneo, quindi è il caso di dare un’occhiata ai giocattoli uno per uno.

Scatola di giocattoli

Secondo me il racconto più bello è la gallina.

Uno sguardo approfondito
Dradin, In Love, la novella che apre la raccolta, è anche quella scritta nel modo meno ornato e più straightforward. Nella vigilia del Festival of the Freshwater Squid, il missionario Dradin torna ad Ambergris dopo anni sprecati nella giungla nel tentativo (fallimentare) di convertire gli indigeni, e dopo aver patito ogni sorta di sofferenza. Alzando per sbaglio lo sguardo su una finestra della ditta Hoegbotton & Sons, si innamora perdutamente del volto di una fanciulla. Ma il desiderio di farla sua lo porterà ad affidarsi ad un nano dall’aspetto infido e ad esporsi alla follia omicida della notte del Festival. Il racconto è carino, ed è un’ottimo esempio dello stile mostrato e immersivo di VanderMeer, coi suoi pregi e i suoi difetti (su cui mi dilungherò in chiusura del Consiglio); Dradin è un buon personaggio e la sua semi-consapevole discesa nella miseria e nella follia piuttosto credibile. Lunghe e inutili le digressioni intimiste sulla sua infanzia.
The Hoegbottom’s Guide to the Early History of Ambergris, il secondo pezzo della raccolta, è anche uno dei migliori. Scritto nella forma di un’opuscolo per turisti ad opera di uno scrittore arrogante e istrionico, racconta la storia della fondazione di Ambergris da parte di un pirata barbaro e lievemente psicotico, lo sterminio e la scomparsa dei suoi abitanti originari (gli uomini-fungo) e quel che ne seguì. In pratica è un’unico infodumpone sull’ambientazione del libro, ma è talmente divertente che lo si legge con piacere anche maggiore dei racconti. Duncan Shriek, lo storico autore dell’opuscolo, ha uno stile divertente e scorrevole, e il testo è corredato di note e note di note che non di rado insultano il lettore. Inoltre la storia dei grey caps è affascinante. Dimostrazione che un infodump è tollerabile se e solo se: a. è divertente (e possibilmente autoironico, come in questo caso); b. è interessante (cioè il lettore è così preso che si dimentica di star leggendo un infodump) 1.

The Trasformation of Martin Lake racconta la vicenda di un pittore senza talento che, dopo aver vissuto una terribile esperienza che gli farà scoprire il lato oscuro di Ambergris, diventa il più grande artista della sua epoca. La storia è inframezzata dai brani di un saggio immaginario di critica d’arte scritto da Janice Shriek (gallerista di mediocre talento e sorella di Duncan), che si interroga sulle ragioni della trasformazione di Martin Lake e descrive alcuni dei suoi quadri più celebri. Il racconto gioca molto sul contrappunto tra le esperienze tragiche vissute da Lake e il babbling intellettualoide di Janice, e su un piano teorico apprezzo l’idea; ma all’atto pratico, gli intermezzi saggistici rallentano di molto il ritmo della trama principale e ostacolano l’immersione. Come nel caso di Vonnegut, non saprei dire se VanderMeer avrebbe dovuto semplicemente lavorare meglio alla parte saggistica (piuttosto noiosa) o toglierla direttamente e scrivere un normale racconto ‘immersivo’; lascio a voi giudicare. Nonostante questo, e il fatto che la risoluzione del racconto mi sia parsa un po’ sottotono 2, Martin Lake rimane uno dei racconti che preferisco; forse anche perché, con il suo protagonista, mi ha ricordato più di ogni altro i racconti sugli artisti maledetti di Balzac e Gogol’.
The Strange Case of X, la novella che chiude la prima parte del libro, è ambientata in un fatiscente ospedale psichiatrico di Chicago. Un uomo (presumibilmente un medico) visita e interroga uno dei pazienti, uno scrittore che sta perdendo i contatti con la realtà e non sa più se Ambergris sia reale o soltanto un parto della sua immaginazione. Il racconto è scritto bene, prevalentemente nella forma di un botta e risposta tra interrogatore e interrogato; ma la storia non è particolarmente originale o brillante, fa un uso eccessivo di citazioni interne e rimandi ad altri racconti di City, il protagonista è troppo un alter-ego di VanderMeer, e ho previsto il colpo di scena finale diverse pagine prima di arrivarci. Insomma, niente di che.

Fungo

Sono tra noi.

L’Appendice è costituita dalla raccolta di testi e frammenti trovati dal Dottor V nella stanza di X, e la cornice (molto divertente) riprende la trama di The Strange Case of X. La qualità dei pezzi è molto altalenante, e va da ottima a illeggibile.
Alcuni brani non possono nemmeno essere chiamate ‘storie’, essendo più che altro raccolte di immagini o ‘pezzi di bravura’ dal sapore molto literary. Le X’s Notes, che aprono la serie, sono frammenti di immagini e riflessioni piuttosto insulsi e noiosi; altrettanto inutile è The Release of Belacqua, che parte come un racconto ma si arena nell’allegoria e nella riflessione metanarrativa. Menzione di disonore anche per In the Hours After Death, racconto breve sulle esperienze allucinatorie di un trombettista morto; l’idea sarebbe anche carina, ma il pezzo si riduce a un collage di immagini suggestive senza una vera storia o una logica.
Tra i pezzi migliori, invece, troviamo lo squisito pseudo-saggio King Squid. L’autore, il sottovalutato calamarologo (squidologist) Frederick Madnok si lancia in una dissertazione folle sul Re Calamaro e le sue proprietà, gettando merda su quasi tutti i suoi colleghi e celebrando la sua professione in modi che richiamano alla mente Roberto Giacobbo. Il saggio poi si chiude con una lunga ma spassosa bibliografia sulla calamarologia (e non solo).

L’Appendice contiene anche il pezzo che preferisco di tutto il libro, ossia la novella The Cage. Ambientata un secolo dopo il Silenzio, in un’epoca in cui gli Hoegbotton non contavano nulla, narra la storia di Robert Hoegbotton, antiquario-rigattiere, e della sua ossessione per i grey caps e per gli oggetti appartenuti alle famiglie che sono state uccise e/o infettate dagli uomini fungo. La sua vita cambierà per sempre quando metterà le mani su una gabbia appartenuta a una di queste famiglie ‘maledette’. Il finale del racconto è un po’ sottotono e lascia troppi nodi insoluti, ma la storia è suggestiva, piena di fantasia e di immagini acchiappanti, con un protagonista interessante e con una nota horror molto più efficace rispetto agli altri racconti.
The Cage è purtroppo preceduta da un pezzo piuttosto imbarazzante chiamato The Hoegbotton Family History, una cronaca familiare sulle origini della famiglia e su come questa si insediò in Ambergris. Il brano fornisce alcune informazioni di background (comunque piuttosto inutili), ma lo fa con uno stile cronachistico, riassunto, raccontato, piatto – in una parola: noiosissimo – che ti fanno chiedere perché mai VanderMeer l’abbia incluso nel libro. Sembra appartenere a quel libro di appunti, utili allo scrittore che vuole farsi un’idea precisa della propria ambientazione, che non dovrebbero mai essere pubblicati ma restare nel cassetto assieme a bozze e mappe.
Carino invece The Exchange, un breve pezzo nonsense su una coppia di anziani che si scambiano regali ‘vivi’ e sullo psicopatico che li osserva, corredato di illustrazioni, di inserti pubblicitari della Hoegbotton & Sons e dei commenti di X. Infine, nell’Appendice si trovano altri piccoli giochi e chicche, come il racconto criptato The Man Who Had no Eyes e un glossario semiserio sulla città di Ambergris. Il tutto corredato da una serie di rimandi e citazioni, di personaggi che ritornano (il calamarologo Madnok, lo scrittore Sporlender, eccetera) e che danno l’impressione che quella di Ambergris sia una comunità reale, di gente che si conosce.

Calamaro

Un’onorevole disciplina accademica.

Questo, del resto, è uno dei pregi maggiori del libro. Grazie ai continui rimandi, ai personaggi che ritornano, agli eventi – storici o recenti – che vengono visti prima con gli occhi di uno e poi di un altro personaggio, Ambergris sembra una città viva, con una storia vera. Martin Lake dà l’idea di essere diventato veramente un artista famoso, visto quanti personaggi dei racconti successivi sembrano conoscerlo; gli uomini fungo ed eventi come il Silenzio ci diventano familiari, visto quante volte ritornano (l’espediente, del resto, è noto fin dai tempi di Balzac e della sua Commedia umana, in cui il protagonista di un romanzo ritornava come personaggio secondario di un altro romanzo).
Ma se Ambergris sembra reale, il merito è soprattutto della prosa di City. VanderMeer è senza dubbio uno degli scrittori più bravi che abbia mai letto in campo fantastico. Sia che debba descrivere ambienti fisici, sia che debba mostrare situazioni o stati psicologici dei suoi protagonisti, VanderMeer riesce a scegliere immagini concrete, che richiamano tutti i sensi e rimangono impresse. Ecco come viene descritto l’apparire dei funghi negli anfratti e tra le crepe della città: “Certainly the jungle had never concealed such a cornucopia of assorted fungi, for between patches of stone burned black Dradin now espied rich clusters of mushrooms in as many colors as there were beggars on Albumuth Boulevard: emerald, magenta, ruby, sapphire, plain brown, royal purple, corpse white. They ranged in size from a thimble to an obese eunuch’s belly”. Oppure, ecco un tramonto ad Ambergris: “The dusk had a mingled blood-and-orange peel scent”. Il lettore può quasi sentire la puzza di muffa e umidità dei vicoli della città, l’odore del sangue nella notte del Festival, l’angoscia provata da Robert Hoegbotton nell’immobilità della stanza del suo antenato invasa dai funghi infetti.

Quando VanderMeer riesce a mettere la sua bravura con le immagini al servizio della storia, l’immersione è completa e ci si diverte. Purtroppo, però, l’autore sembra non poter fare a meno di autocompiacersi del suo talento, sicché spesso e volentieri si lascia andare ad eccessi stucchevoli. Un buon mostrato, per esempio, richiede non solo che io scelga un’immagine vivida e concreta, ma anche che ne scelga una, e che sia appropriata; invece, VanderMeer non di rado affastella immagini, una dopo l’altra, soprattutto se deve convincerti di quanto la sua città sia sporca e crudele. In Dradin, durante la notte del Festival, la cosa si fa particolarmente ridicola quando VanderMeer, dopo averci già mostrato i falò, le montagne di corpi, i cadaveri impiccati o crocifissi, eccetera, insiste a dire che la città è brutale, sanguinosa, folle (blasfema?), come se non ci fossimo già arrivati da soli. E si lancia in espressioni ridicole come: “Oh, that he could rip his own eyes from his sockets!”, o in passaggi inutili e retorici come: “He looked toward the door. It was a perilous door, a deceitful door, for the world lay beyond it in all its brutality“. Ma và? Non si era capito!
Tra metafore incomprensibili, esclamazioni leziose e interi paragrafi che accumulano immagini sempre più mirabolanti ed eccessive, a volte VanderMeer sembra più un bambino scemo che gioca con le parole che uno scrittore serio. Il risultato è che siamo buttati fuori dalla storia, e invece che vedere Ambergris vediamo lo scrittore che ci punzecchia col gomito e ci fa: “Visto come sono bravo?”. Alcuni pezzi dell’Appendice sono più vicini alla Literary Fiction becera che non alla narrativa fantastica. E non venitemi a dirti che si tratta di una scelta stilistica pienamente cosciente; ho ritrovato questa stessa tendenza ai barocchismi in altre sue opere (Veniss Underground e Shriek: An Afterword; solo in Finch ho notato un sensibile miglioramento).

Calamaro porno

Uno dei vantaggi della professione di squidologist.

Comunque, nonostante gli eccessi, VanderMeer rimane uno scrittore in gamba. Ambergris è un bel posto dove trascorrere quindici-venti ore della vostra vita, e data la varietà dei racconti (sia come genere che come atmosfera) è facile che troviate qualcosa di vostro gusto. Nel complesso, City of Saints and Madmen è un libro che piacerà più agli amanti del surreale e dello slipstream che non ai lettori di fantasy tradizionale, ma credo che anche gli appassionati di Martin e Abercrombie dovrebbero dargli una chance.

Su VanderMeer
Oltre a City of Saints and Madmen, VanderMeer ha scritto tre romanzi veri e propri. Di questi, il primo in ordine cronologico è un romanzo autonomo, mentre gli altri due riprendono e sviluppano l’ambientazione di Ambergris (tanto che VanderMeer li ha complessivamente chiamati, assieme a City of Saints and Madmen, ‘Ambergris Cycle’).
Veniss UndergroundVeniss Underground è un cupo romanzo sci-fi ambientato nella futuristica città di Veniss. In un mondo sull’orlo dell’anarchia, seguiremo le storie di tre personaggi – un artista fallito, la sua gemella programmatrice e Shadrach, misterioso individuo pronto a scendere negli infernali livelli sotterranei della città per salvare la sua amata. Nonostante alcune idee affascinanti – come il genetista Quin e i suoi suricati bioingegnerizzati – l’inizio lento, e lo stile pomposo e iperbolico, rendono la lettura un po’ fastidiosa. L’opera minore di VanderMeer. In coda al romanzo seguono quattro racconti con la stessa ambientazione; curiosamente, sono migliori del romanzo.
Shriek: An AfterwordShriek: An Afterword riprende le storie dello storico Duncan Shriek (autore della Guide to the Early History of Ambergris) e di sua sorella Janice. Scritto da Janice nella forma di una biografia sul fratello scomparso (e punteggiato dai commenti tra parentesi del redivivo Duncan), il romanzo ripercorre, con un’andatura da mainstream-fantastico, tutta la vita dei due fratelli fino al loro tragico epilogo. La scrittura contorta, le digressioni inutili, i continui flashback e flashforward rovinano in parte una storia carina ed emotivamente coinvolgente, anche se non proprio eccezionale. Leggetelo solo se dopo City of Saints and Madmen avete deciso che i due fratelli Shriek vi piacciono e volete sapere di più della loro vita.
Finch Finch, episodio conclusivo del ciclo di Ambergris, parte come un noir e finisce come un fantasy epico. Dopo un secolo di guerra civile, gli uomini fungo sono usciti in superficie e hanno conquistato la città. Finch è stato costretto a diventare un detective e a lavorare al loro servizio; ma sogna di andare coi ribelli e restituire Ambergris agli esseri umani. Chiamato a investigare sul doppio omicidio di un uomo e di un grey cap, Finch scoprirà che è in ballo il destino della città. Il romanzo parte bene e l’ambientazione è figa, ma la trama procede in modo un po’ troppo convenzionale per i miei gusti e il finale non è niente di che. VanderMeer adotta una telecamera molto ravvicinata e una prosa dai periodi brevi e spezzati che, pur non essendo sempre scorrevole, è un netto miglioramento rispetto ai libri precedenti.
Gamberetta ha recensito Finch qui, e sono d’accordo con quasi tutto ciò che ha detto.
Ciò detto, penso che leggerò ancora VanderMeer in futuro. In particolare la raccolta di racconti The Third Bear, che tra gli altri contiene la novella The Situation (recensita qui da Gamberetta, assieme a un paio di schifezze ormai dimenticate); se non l’ho ancora presa è perché non sono riuscito a trovarne una versione digitale. Un altro libro suo che potrebbe incuriosirvi è il saggio Booklife (recensito qui da, indovinate?, Gamberetta), sulle sue strategie per sopravvivere facendo lo scrittore. Navigando su Amazon mi sono imbattuto anche in questa variante di Booklife, che non ho capito se sia un libro diverso o solo un’espansione che tenga conto della diffusione in digitale. La mia impressione è che VanderMeer stia semplicemente cercando di fare soldi con ogni mezzo possibile (il che la dice lunga sulle sue ‘strategie di sopravvivenza’, uhm).

Dove si trova?
City of Saints and Madmen non è facilissimo da rintracciare in rete; probabilmente perché, essendo un’opera piena di illustrazioni, ghirigori nei posti più impensati e un’impaginazione tutta sua, non è semplice da piratare.
L’unica copia piratata decente che sono riuscito a trovare è un .lit che si può scaricare da Library Genesis. E’ fatta bene quasi quanto l’originale. Comunque, se vedete che l’opera vi piace, vi consiglio di fare un salto su Amazon e acquistarla. Il prezzo è altino per un e-book – 8,99 Euro, senza contare il DRM da levare – ma considerate le dimensioni del volume e l’attenzione messa da VanderMeer nel curarlo, non mi sono sentito truffato. E poi, a sentire quel che dice in Booklife, sembra che di questi soldi abbia un bisogno disperato! Aiutatelo!

Chi devo ringraziare?
Non avevo mai sentito parlare di VanderMeer prima di capitare su Gamberi Fantasy; e, a dire il vero, al di fuori di Gamberetta non è che ci sia molta gente in Italia che ne parli.
Ad ogni modo, Gamberi Fantasy è zeppo di articoli o riferimenti a VanderMeer, quindi se vi interessa l’autore vi consiglio di farci un salto. Oltre agli articoli che ho già linkato, aggiungo una segnalazione su City of Saints and Madmen.

Qualche estratto
Eccezionalmente, per questo Consiglio ho deciso di proporre ben quattro estratti. La raccolta, come ho detto, è molto variegata, e volevo dare un assaggio un po’ di tutto.
In particolare, il primo e il terzo estratto vengono da due racconti veri e propri – rispettivamente, da Dradin, In Love e da The Transformation of Martin Lake – e vogliono essere una dimostrazione dell’abilità di VanderMeer nel mostrato. Il primo brano mostra il primo incontro tra Dradin e i famigerati “gray caps”; il terzo, un sogno particolarmente vivido che prelude alla ‘trasformazione’ dell’artista Martin Lake.
Il secondo e il quarto estratto vengono invece dai due pseudo-saggi della raccolta: The Hoegbotton’s Guied to the Early History of the City of Ambergris e King Squid. Del primo ho scelto l’incipit (che dà una chiara idea della voce narrante di Duncan Shriek e dell’uso demente delle note), del secondo la simpatica voce ‘Squidanthropy’. Have fun.

1.
Much as the sight intrigued him, the alley between the columbary and columbarium fascinated Dradin more, for the mushrooms that had crowded the crevices of the street and dotted the walls like the pox now proliferated beyond all imagining, the cobblestones thick with them in a hundred shades and hues. Down the right-hand side of the alley, ten alcoves had been carved, complete with iron gates, a hundred hardened cherubim and devils alike caught in the metalwork. The gate of the nearest alcove stood open and from within spilled lichen, creepers, and mushroom dwellers, their red flags droopy. Surrounded by the vines, the mushroom dwellers resembled human headstones or dreamy, drowning swimmers in a green sea.
Beside Dradin — and he jumped back as he realized his mistake — lay a mushroom dweller that he had thought was a mushroom the size of a small child. It mewled and writhed in half-awakened slumber as Dradin looked at it with a mixture of fascination and distaste. Stranger to Ambergris that he was, still Dradin knew of the mushroom dwellers, for, as Cadimon Signal had taught him in Morrow, “they form the most outlandish of all known cults,” although little else had been forthcoming from Cadimon’s dried and withered lips.
Mushroom dwellers smelled of old, rotted barns and spoiled milk and vegetables mixed with the moistness of dark crevices and the dryness of day-dead dung beetles. […] Mushroom dwellers slept on the streets by day, but came out at night to harvest the fungus that had grown in the cracks and shadows of graveyards during sunlit hours. Wherever they slept, they planted the red flags of warning, and woe to the man who, as Dradin had, disturbed their wet and lugubrious slumber. Sailors on the docks had told Dradin that the mushroom dwellers were known to rob graves for compost, or even murder tourists and use the flesh for their midnight crop. If no one questioned or policed them, it was because during the night they tended to the garbage and carcasses that littered Ambergris. By dawn the streets had been picked clean and lay shining and innocent under the sun.

2.
THE HISTORY OF AMBERGRIS, FOR OUR purposes, begins with the legendary exploits of the whaler-cum-pirate Cappan John Manzikert,123 who, in the Year of Fire—so called for the catastrophic volcanic activity in the Southern Hemisphere that season—led his fleet of 30 whaling ships up the Moth River Delta into the River Moth proper. Although not the first foot-reported incursion of Aan whaling clans into the region, it is the first incursion of any importance.

1 . By Manzikert’s time, the rough southern accent of his people had permanently changed the designation “Captain” to “Cappan.” “Captain” referred not only to Manzikert’s command of a fleet of ships, but also to the old Imperial titles given by the Saphants to the commander of a see of islands; thus, the title had both religious and military connotations. Its use, this late in history, reflects how pervasive the Saphant Empire’s influence was: 200 years after its fall, its titles were still being used by clans that had only known of the Empire secondhand.
2 . A footnote on the purpose of these footnotes: This text is rich with footnotes to avoid inflicting upon you, the idle tourist, so much knowledge that, bloated with it, you can no longer proceed to the delights of the city with your customary mindless abandon. In order to hamstring your predictable attempts—once having discovered a topic of interest in this narrative—to skip ahead, I have weeded out all of those cross references to other Hoegbotton publications that litter the rest of this pamphlet series like a plague of fungi.
3 . I should add to footnote 2 that the most interesting information will be included only in footnote form, and I will endeavor to include as many footnotes as possible. Indeed, information alluded to in footnote form will later be expanded upon in the main text, thus confusing any of you who have decided not to read the footnotes. This is the price to be paid by those who would rouse an elderly historian from his slumber behind a desk in order to coerce him to write for a common travel guide series.

Cappello grigio

Un grey cap.

3.
The man held Lake’s left hand, palm up.
The knife sliced into the middle of Lake’s palm. He felt the knife tear through the skin, and into the palmar fascia muscle, and beneath that, into the tendons, vessels, and nerves. The skin peeled back until his entire hand was flayed and open. He saw the knife sever the muscle from the lower margin of the annular ligament, then felt, almost heard, the lesser muscles snap back from the bones as they were cut—six for the middle finger, three for the ring finger—the knife now grinding up against the os magnum as the man guided it into the area near Lake’s wrist—slicing through extensor tendons, through the nerves, through the farthest outposts of the radial and ulnar arteries. He could see it all—the yellow of the thin fat layer, the white of bone obscured by the dull red of muscle, the gray of tendons, as surely as if his hand had been labeled and diagrammed for his own benefit. The blood came thick and heavy, draining from all of his extremities until he only had feeling in his chest. The pain was infinite, so infinite that he did not try to escape it, but tried only to escape the red gaze of the man who was butchering him while he just stood there and let him do it. The thought went through his head like a dirge, like an epitaph,
I will never paint again.

4.
SQUIDANTHROPY
Squidanthropy is not, as some have misidentified it, the domain of squid philanthropists but, rather, a form of supposed insanity in which a man imagines himself to be a squid. This may result in the subject taking to the waters in an attempt to rejoin his squidkin, with often fatal consequences if one wants to be honest about it, or simply a confused physiology: the subject may believe he or she is drowning while on dry land or feel the absence of gills or a mantle, or lose the ability to walk and find oneself swimming around in public fountains.
The most committed of amateur squidologists will always empathize with the underlying urge toward squidanthropy. It is no empty promise, no empty threat of a cure. It is simply one way in which to fulfill the dream known since childhood: to understand the squid in all of its manifestations. What squidologist has not thought of what it would be like to have a mantle? What squidologist, while spraying water on his boyhood friends, many or few, has not thought how much more fun to have a funnel? It is inevitable that in the quest to get under the King Squid’s skin, the squidologist learns to think like the squid. Like the detective who, in investigating a murder, loses himself in the identity of the murderer, the squidologist may, at times, lose himself in the identity of the squid (which, admittedly, has committed no crime). That some few do not come back out the other side to “sanity” is to be expected—and, perhaps, applauded. Those who follow a singular obsession their entire lives should not be castigated for achieving the object of that obsession. Would we punish an artist for, through one last burst of genius flecked with insanity, creating the masterwork for which the world had been waiting since the beginning of the artist’s career? For make no mistake—in squidanthropy, the amateur squidologist longs to make the final, synergistic leap that separates observer from observed, patient from doctor. The doctor studies the thing the patient has become, whereas the patient longs to study and understand himself. The correlation and the corollary are clear…

Tabella riassuntiva

Ambergris è una città sporca, maledetta e affascinante. Alcuni racconti sono proprio brutti.
Lo stile di VanderMeer è vivido e immersivo. Troppo autocompiacimento letteriario.
Dagli uomini fungo ai calamari, un sacco di weirdness
Grande varietà di generi e atmosfere.

(1) Questo pezzo è particolarmente interessante, poi, perché fornisce tutta una serie di informazioni di background sulla storia della città che saranno riutilizzate non solo negli altri racconti di City of Saints and Madmen, ma anche in tutti i successivi romanzi ambientati ad Ambergris. Duncan Shriek, in particolare, torna come co-protagonista in Shriek: An Afterword e come personaggio chiave in Finch. Discorso simile per il Cappan Manzikert I, il monaco Samuel Tonsure e alcuni eventi della storia della città, come il Silenzio.Torna su
(2) Attenzione: seguiranno spoiler (in bianco) sul finale del racconto.
Fino al momento in cui Martin Lake non ha aperto la bara contenente Voss Bender, avevo pensato che il racconto avrebbe avuto un’altra risoluzione, che secondo me è molto più fiQa. Ossia: pensavo che nella bara ci fosse il cadavere di Voss Bender (o, al limite, Voss Bender in coma), e che i padroni di casa volessero trasferire il talento artistico del primo in Martin Lake. O lo spirito artistico di Voss Bender si sarebbe incarnato in Martin Lake, o lo stesso Voss Bender non era che un veicolo di una sorta di ‘artista eterno’ che di epoca in epoca si incarnava in individui differenti, diventando ogni volta il più grande artista della sua generazione. In ogni caso, Martin Lake sarebbe stato solamente un veicolo di un talento che non era il suo; sarebbe rimasto, di suo, un artista fallito e senza talento; e questo a mio avviso avrebbe accentuato di molto il conflitto interiore e l’elemento drammatico del racconto.Torna su

La combo che spakka: Writer2ePub & MyTXTCleaner

EpubA volte, quando prendo in mano l’e-reader di Siobhàn, o la guardo leggere da sopra la spalla, il mio corpo è squassato da convulsioni molto poco eleganti. Se è stata una giornata particolarmente stressante, non è insolito che crolli a terra sbavante, ripetendo con voce sommessa “l’orrore, l’orrore”.
Ora: sarò anche ossessivo (io sono di diverso avviso), ma certe cose non si possono proprio vedere. L’e-book tipico che si può trovare nel lettore della Siò è infatti un pdf formattato a culo, con a capi completamente a caso e interlinea variabile. Il risultato è quasi altrettanto fastidioso di un wall of text.

Per il bene del mio equilibrio spirituale, ho passato anni (be’, no: settimane) a battermi per avere e-book che fossero una festa per gli occhi.
Uno dei primi programmi con cui sono venuto a contatto naturalmente è Calibre, ma non sono mai rimasto particolarmente soddisfatto dalle sue conversioni. Codice sporco, a capi impazziti che dovevo correggere a mano, e altre piccole amenità che a volte fanno riflettere se valga poi la pena di convertire un pdf. Finché ho trovato due piccoli programmi semplici semplici da usare.
Calibre va bene se il file di partenza è un mobipocket, e soprattutto è utile per rimuovere gli odiosi DRM (qui il Duca spiega come). Ma in tutti gli altri casi, la soluzione ideale è la combo MyTXTCleaner + Writer2ePub. E oggi voglio spiegarvi come funzionano.

Writer2epubWriter2ePub + MyTXTCleaner
Se voglio creare un epub e il mio file di partenza è un .pdf, un .doc, un .psd, un .rtf o un .txt, allora questi due programmi saranno la mia prima scelta. In teoria questi programmi funzionano benissimo anche se il mio file di partenza è un .html; in realtà, però, in quest’ultimo caso si fa prima a utilizzare Sigil.

Cosa sono?
Sono due plug-in compatibili con i word processor OpenOffice, LibreOffice e NeoOffice 1.

A cosa serve MyTXTCleaner?
Serve a cancellare gli a capi forzati e tutte quelle stramberie di formattazione che spesso infestano i file di testo importati da un pdf. Non è un convertitore: tutto quello che fa è cancellare gli accapi che non seguano un segno di punteggiatura forte.
Nella definizione di Luke:

Vi è mai capitato di trovarvi
davanti ad un testo che
va a capo
in maniera imprevedibile e che
non riuscite in
alcun modo a sistemare, proprio
come questo?

Ciò accade perché nel testo sono presenti dei caratteri di fine paragrafo indesiderati. Se prendiamo del testo proveniente da un PDF, inevitabilmente ad ogni fine riga ci ritroveremo con un fine paragrafo.
A questo punto, o ci mettiamo lì con tanta pazienza e li cancelliamo uno per uno, riga per riga, o utilizziamo la macro MyTXTcleaner che farà il lavoro per noi.

A cosa serve Writer2ePub?
Converte i file .odt e .doc in un epub pulito e altamente personalizzabile, completo di indicizzazione, copertina e metadati.

Dove si possono scaricare?
Qui si può scaricare MyTXTCleaner; qui si può scaricare Writer2epub.

Come si usano
Per prima cosa, apriamo il nostro file con uno dei word processor sopraindicati (nel mio caso, utilizzerò LibreOffice). Se il file di partenza è in formato .doc, .rtf o .txt potrete aprirli normalmente con il programma. Se il file di partenza è un pdf, dovrete fare un banale passo in più – ossia selezionare tutto il testo contenuto nel pdf, copiarlo e incollarlo in un nuovo documento del word processor che avete scelto.

1. Pulire il file di testo
Se a questo punto, come capita 9 volte su 10, il vostro file presenta i consueti problemi di a capi e altri misteri della formattazione, cliccate sul pulsante di MyTXTCleaner e il programma farà in pochi secondi una pulizia dell’intero documento.
L’unico problema di MyTXTCleaner è che cancella anche gli accapi dopo i titoli dei capitoli, quindi bisogna poi fare un check manuale per ripristinarli.

Screenshot MyTXTCleaner

Oggi ho preso una botta in testa e ho deciso di convertire Il signore degli anelli!

2. L’indicizzazione
Se vogliamo che il nostro libro sia indicizzato per parti, capitoli e sottocapitoli, dobbiamo creare una TOC (Table of Contents).
Per far questo, i word processor ci mettono a disposizione le intestazioni (in inglese, headings). Possiamo assegnare un’intestazione a ciascuno dei capitoli del nostro libro aprendo il menu a tendina che, di default, si trova a sinistra del menu di selezione del font.
Le Intestazioni 1 sono quelle più grandi, che ricomprendono tutte le altre. Ogni Intestazione 2 sarà contenuta all’interno dell’Intestazione 1 precedente, e ogni Intestazione 3 sarà contenuta all’interno dell’Intestazione 2 precedente, e così via. In genere, utilizzo l’Intestazione 1 per il titolo del libro e per i titoli delle parti del libro, le Intestazioni 2 per i capitoli e (quando ce ne sono) le Intestazioni 3 per i sotto-capitoli. Ma ognuno può fare come più gli aggrada.
Nota: quando evidenziate un titolo per trasformarlo in intestazione, assicuratevi che non ci siano a capi. Il programma infatti riconosce l’a capo come uno stacco, quindi di fatto creerà due diverse intestazioni anziché una sola. Questo potrebbe diventare fastidioso in futuro, quando per esempio direte a Writer2ePub di creare un’interruzione di pagina ogni volta che si presenta una Intestazione1 o Intestazione2.

Screenshot02 Intestazioni

Chi usa un word processor (cioè tutti) dovrebbe già sapere cosa sia un’intestazione, ma meglio andare sul sicuro.

Non preoccupatevi dell’aspetto che prenderanno le intestazioni nel programma di testo: saranno poi modificate nella conversione in epub. Che è quanto andremo a fare adesso.

3. Settare Writer2ePub
Per prima cosa, apriamo le “Preferences” di Writer2ePub – per accedervi, cliccate sul tasto con la piccola “p” rossa accanto al simbolo “e” del programma. Qui potrete scegliere alcune delle configurazioni più importanti del vostro futuro epub; tra cui:
– Divisione dei file. Stabilisce quando il programma deve creare un’interruzione di pagina. “Prima di Intestazione 1”, per esempio, significa che quando il programma incontra un’Intestazione 1, inizia una nuova pagina con essa.
– Font. Decidete quale sarà il font del vostro epub. Uno dei limiti del Writer, infatti, è che nella conversione tutti i font del file di partenza vengono trasformati in un unico font che decidete adesso.

Screenshot03 Preferences

4. Metadati e conversione
Okay, abbiamo quasi finito; quello che rimane da fare è inserire i metadati del libro (titolo, nome dell’autore, ISBN, eccetera; anche una copertina!) e avviare la conversione. Il pulsante di mezzo fra i tre di Writer2ePub apre il menu dei metadati, ma in realtà si può inserirli direttamente in fase di conversione.
Cliccate sul pulsante più a sinistra dei tre di Writer2ePub, date un’ultima occhiata ai metadati e avviate la conversione. Fatto!

Attenzione.
La conversione mantiene le dimensioni del testo, le intestazioni, e l’uso di corsivo, grassetto, sottolineato, gli elenchi puntati e numerati, le tabelle e le immagini. Ma nient’altro: altre eventuali modifiche verranno perse nella conversione.

Screenshot04 Metadati

Il signore degli anelli è pronto a infestare il mio e-reader.

A questo punto il vostro epub è pronto; potete aprirlo e controllarlo con un programma che legge gli epub (come Sigil)2 o caricarlo direttamente nel lettore per verificare l’effetto.
Avrete un epub indicizzato come volete voi, con gli a capi decisi dall’autore invece che dalla follia della formattazione di un pdf, e con un codice sufficientemente pulito da poterci lavorare ulteriormente con altri programmi senza impazzire. Un libro di bell’aspetto migliora l’esperienza di lettura.

Tra l’altro, ho tanto preso in giro Siobhàn, ma è stata lei a iniziarmi a tutto questo. Mi ha anche dato una mano a sistemare questo articolo.
Io infatti, quando si tratta di imparare nuovi programmi, sono intellettualmente pigro; e se non fosse per lei, forse a quest’ora sarei ancora a sniffare la carta ^-^

Sniffare libri

Il vero appeal del libro di carta.

Per maggior informazioni su Writer2ePub, non mancate di visitare questa pagina.

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(1) Negli ultimi mesi, sia MyTXTCleaner che Writer2epub hanno cominciato ad avere problemi con OpenOffice. E’ successo a me, e poco tempo dopo anche a Siobhàn. Sospetto che questo abbia a che fare con l’ultimo aggiornamento di OpenOffice.
Per questo motivo, siamo passati da OpenOffice a LibreOffice, che al momento funziona a meraviglia.Torna su
(2) In futuro dedicherò sicuramente un articolo a Sigil, un programma per modificare gli epub che in poco tempo è diventato un altro dei miei preferiti. Ma dato che sono una persona ordinata, ho deciso di tenere separati i vari programmi in post differenti.Torna su