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Saggistica: Obedience to Authority

obedience-to-authority.gifAutore: Stanley Milgram
Editore: Harper Perennial
Collana: Modern Thought
Genere: Psicologia / Sociologia

Anno: 1974
Pagine: 224

Difficoltà in inglese: **

Ho sempre trovato irritante quell’abitudine a definire il nazismo come un “male assoluto” o, ancora peggio, come qualcosa di completamente inspiegabile, che non si dovrebbe neanche provare a spiegare. Alcuni lo dicono per educazione, altri perché credono che cercare una spiegazione ai campi di concentramento sia un modo per giustificarli, altri ancora perché genuinamente convinti di questa “assolutezza” irripetibile dell’evento. Di fatto, sono tutti meccanismi mentali per allontanare il problema, per fare finta che non riguardi davvero l’essere umano ‘normale’ e che quindi non ci sia ragione di studiarlo.
Eppure Hannah Arendt l’aveva spiegato piuttosto bene. Assistendo all’interrogatorio di Eichmann a Gerusalemme, ne aveva tratto un quadro che non si accordava con l’idea classica del gerarca nazista sadico e mostruoso. Eichmann appariva come un uomo ‘normale’, fin troppo nella media; non sembrava aver tratto piacere personale dall’atto di far torturare e uccidere ebrei, anzi asseriva di averlo fatto solo perché gli era stato ordinato di farlo. L’unico piacere che aveva provato consisteva nell’idea di aver fatto bene il suo lavoro, e quindi di aver soddisfatto le aspettative dei suoi superiori. Ancora, Eichmann non si sentiva più che tanto responsabile delle proprie azioni: era soltanto un esecutore materiale. Non era stato lui a decidere – aveva semplicemente obbedito.

Un altro studioso, in quegli anni, si stava occupando della natura dell’obbedienza: si chiamava Stanley Milgram ed era un ricercatore di psicologia sociale. Milgram rileva l’ambiguità morale dell’obbedienza: se da parte è un elemento necessario alla convivenza tra esseri umani (obbedienza alle leggi, ai genitori, a un leader, alle norme civili non scritte, eccetera), dall’altro l’obbedienza può spingere l’essere umano a compiere a cuor leggero omicidi e crudeltà assortite (ad esempio il soldato in guerra). Ma l’obbedienza all’autorità, ben lungi dall’essere una presa di coscienza pienamente razionale, sembra essere un meccanismo istintuale ben radicato nella specie umana.
Milgram decide di fare un passo avanti rispetto alle osservazioni empiriche e alle intuizioni della Arendt. Vuole misurare la portata del meccanismo di obbedienza insito in tutti noi. In altre parole: fino a che punto può spingerci l’obbedienza all’autorità? Cosa siamo disposti a fare pur di obbedire agli ordini dell’autorità? Nasce così, nel 1963, quello che oggi è passato alla storia come Milgram experiment.

Adolf Eichmann

L’uomo medio.

L’esperimento
Lascio spiegare allo stesso Milgram come funzioni l’esperimento.
Dato che si tratta di un brano piuttosto lungo e non vorrei che qualcuno se lo perdesse, oltre a trascrivere l’originale lo tradurrò in italiano; il grassetto è mio:

The logic and philosophic aspects of obedience are of enormous aspect, but an empirically grounded scientist eventually comes to the point where he wishes to move from abstract discourse to the careful observation of concrete instances. In order to take a close look at the act of obeying, I set up a simple experiment at Yale University. Eventually, the experiment was to involve more than a thousand participants and would be repeated ay several unversities, but at the beginning, the conception was simple. A person comes to a psychological laboratory and is told to carry out a series of acts that come increasingly into conflict with conscience. The main question is how far the participant will comply with the experimenter’s instructions before refusing to carry out the actions required of him.
[…] Two people come to a psychology laboratory to take part to a study of memory and learning. One of them is designed as a “teacher” and the other a “learner”. The experimenter explains that the study is concerned with the effects of punishment on learning. The learner is conducted into a room, seated to a chair, his arms strapped to prevent excessive movement, and an electrode attached to his wrist. He is told that he is to learn a list of word pairs; whenever he makes an error, he will receive electric shocks of increasing intensity.
The real focus of the experiment is the teacher. After watching the learner being strapped into place, he is taken into the main experimental room and seated before an impressive shock generator. Its main feature is a horizontal line of thirty switches, ranging from 15 volts to 450 volts, in 15-volt increments. There are also verbal designations which range from SLIGHT SHOCK to DANGER – SEVERE SHOCK. The teacher is told that he is to administer the learning test to the man in the other room. When the learner responds correctly, the teacher moves on to the next item; when the other man gives an incorrect answer, the teacher is to give him an electric shock. He is to start at the lowest shock level (15 volts) and to increase the level each time the man makes an error, going through 30 volts, 45 volts, and so on.
The “teacher” is a genuine naive subject who has come to the laboratory to participate in an experiment. The learner, or victim, is an actor who actually receives no shock at all. The point of the experiment is to see how far a person will proceed in a concrete and measurable situation in which he is ordered to inflict increasing pain on a protesting victim. At what point will the subject refuse to obey the experimenter?
Conflict arises when the man receiving the shock begins to indicate that he is experiencing discomfort. At 75 volts, the “learner” grunts. At 120 volts he complains verbally; at 150 he demands to be released from the experiment. His protest continue as the shock escalate, growing increasingly vehement and emotional. At 285 volts his response can only be described as an agonized scream.
[…] For the subject, the situation is not a game; conflict is intense and obvious. On one hand, the manifest suffering of the learner presses him to quit. On the other, the experimenter, a legitimate authority to whom the subject feels some commitment, enjoins him to continue. Each time the subject hesitates to administer shock, the experimenter orders him to continue. To extricate himself from the situation, the subject must make a clear break with authority. The aim of this investigation was to find when and how people would defy authority in the face of a clear moral imperative.

Esperimento Milgram

Una delle stanze dell’esperimento Milgram.

Gli aspetti legali dell’obbedienza sono di enorme importanza, ma uno scienziato di estrazione empirica prima o poi arriva al punto di volersi spostare dal discorso astratto allo studio attento di situazioni concrete. Per dare un’occhiata da vicino all’atto dell’obbedienza, ho messo in piedi un semplice esperimento all’Università di Yale. Alla fine, l’esperimento avrebbe coinvolto più di un migliaio di partecipanti e sarebbe stato ripetuto in diverse università, ma all’inizio l’idea era semplice. Una persona va in un laboratorio di psicologia e gli viene detto di compiere una serie di azioni che entrano progressivamente sempre più in conflitto con la sua coscienza. La domanda principale è fino a che punto i partecipanti obbediranno alle istruzioni dello sperimentatore prima di rifiutarsi di compiere le azioni richieste.
[…] Due persone arrivano in un laboratorio di psicologia per prendere parte in uno studio sulla memoria e l’apprendimento. Uno di loro viene designato come “insegnante”, l’altro come “allievo”. Lo sperimentatore spiega che lo studio riguarda gli effetti delle punizioni sull’apprendimento. L’allievo è condotto in una stanza, viene fatto sedere su una sedia, le sue braccia vengono legate per impedire movimenti eccessivi, e un elettrodo gli viene attaccato al polso. Gli viene detto che dovrà imparare una lista di coppie di parole; ogni voltà che farà un errore, riceverà una scossa elettrica di intensità crescente.
Il vero fulcro dell’esperimento è l’insegnante. Dopo aver guardato l’allievo legato al suo posto, viene portato nella stanza principale dell’esperimento e fatto sedere di fronte a un impressionante generatore di elettricità. La sua caratteristica principale è una riga orizzontale di trenta interruttori, che variano da 15 a 450 volt, con incrementi progressivi di 15 volt. Ci sono anche indicazioni verbali che variano da LEGGERO SHOCK a PERICOLO – SHOCK VIOLENTO. All’insegnante è spiegato che deve somministrare il test all’uomo nell’altra stanza. Quando l’allievo risponde correttamente, l’insegnante passa alla domanda successiva; quando dà una risposta sbagliata, l’insegnante deve dargli una scossa. Deve partire al livello più basso (15 volt) e salire di un livello ogni volta che l’allievo commette un errore, passando a 30 volt, 45 volt, e così via.
L'”insegnante” è un soggetto realmente ignaro che è venuto nel laboratorio per partecipare a un esperimento. L’allievo, o vittima, è un attore che in realtà non riceve alcuna scossa. Il punto dell’esperimento è vedere fino a che punto si spingerà una persona in una situazione concreta e misurabile nella quale gli è ordinato di infliggere un dolore crescente a una vittima che protesta. A che punto il soggetto si rifiuterà di continuare a obbedire lo sperimentatore?
Il conflitto si manifesta quando l’uomo che subisce le scosse comincia a mostrare di provare disagio. A 75 volt, l’allievo grugnisce. A 120 volt si lamenta verbalmente; a 150 chiede di essere rilasciato dall’esperimento. Le sue proteste continuano con l’aumentare delle scosse, diventando sempre più violente ed emotive. A 285 volt le sue reazioni non possono essere descritte altrimenti che come un urlo di agonia.
[…] Per il soggetto, la situazione non è un gioco; il conflitto è intenso e palese. Da una parte, le sofferenze manifeste dell’allievo lo spingono a interrompere l’esperimento. Dall’altra lo sperimentatore, un’autorità legittima verso cui il soggetto avverte una certa dedizione, gli impone di continuare. Ogni volta che il soggetto esita nell’infliggere una scossa, lo sperimentatore gli ordina di continuare. Per districarsi da questa situazione, il soggetto deve compiere una chiara rottura con l’autorità. L’obiettivo di questa indagine è trovare come e quando le persone violeranno gli ordini dell’autorità di fronte ad un chiaro imperativo morale.

Ridotto all’osso, il conflitto che si manifesta nel soggetto dell’esperimento è questo: il bisogno da un lato di far cessare le sofferenze di un proprio simile, da lui stesso procurate e continuamente aumentate; dall’altro, il bisogno di obbedire agli ordini di un’autorità riconosciuta che non si vorrebbe dispiacere. L’equipe di Milgram si aspettava risultati inquietanti, ma non era preparata a ciò che accadde. Nell’esperimento di base, il 65% circa dei soggetti arrivò a premere tutti gli interruttori, infliggendo il massimo dolore possibile (!); la restante percentuale di soggetti si fermò tra la scarica da 300 volt e quella da 375.
Altrettanto interessante della fase centrale dell’esperimento è il debriefing finale: al soggetto viene rivelata la vera natura dell’esperimento e che la vittima non ha veramente ricevuto gli shock, per osservare le sue reazioni. Generalmente il comportamento misurato nei soggetti è un visibile rilassamento e sollievo. Quando viene loro chiesto perché non si siano fermati nonostante le proteste e le sofferenze dell’allievo, le risposte variano, ma nella maggior parte dei casi hanno questo tenore: avrei voluto smettere, ma non ho potuto; non volevo violare l’esperimento; non è colpa mia, ho fatto quello che mi era stato detto di fare; mi sono attenuto alle regole, è stato lui (l’allievo) a violarle mettendosi a protestare; e così via.

Diagramma dell'esperimento Milgram

Schema dell’esperimento di base. “L” sta per Learner (Allievo), “T” per Teacher (Insegnante, il soggetto), “E” per Experimenter (Sperimentatore, o scienziato).

Il libro
Obedience to Authority viene pubblicato nel 1974, nove anni dopo i primi esperimenti. Benché il libro non sia diviso in parti, si possono distinguere due sezioni.
Nei primi nove capitoli, Milgram descrive in dettaglio l’esperimento: all’inizio vengono spiegate con precisione tutte le sue parti, dalla scelta dei candidati alle modalità delle misurazioni al debriefing; poi vengono mostrati e commentati i risultati di questa prima batteria di esperimenti, e vengono raccontati nel dettaglio i casi di alcuni soggetti particolarmente significativi; quindi vengono illustrate tutta una serie di variazioni sull’esperimento iniziale per studiare i cambiamenti nel comportamento dei soggetti al cambiamento di alcune condizioni. Questa prima parte è scritta in modo molto piano e limpido – Milgram ha il dono (non comune tra gli scienziati) di farci vedere in modo chiaro e trascinante le varie esperienze di cui è stato testimone durante gli esperimenti.
La seconda parte è più teorica e quindi, nonostante la chiarezza dello stile di scrittura, più difficile da leggere (specialmente in inglese). Milgram passa dall’esposizione dei risultati dell’esperimento al tentativo di spiegare come funzioni il meccanismo dell’obbedienza nell’essere umano. Chiudono il libro un capitolo dedicato ai problemi metodologici dell’esperimento e una conclusione generale.

Le parole di Milgram nel raccontarci gli esperimenti non lasciano dubbi: il comportamento dei soggetti non è mai determinato, se non in pochissimi casi, da un impulso sadico nei confronti della vittima. Gli “insegnanti” non provano piacere in quello che fanno; al contrario, registrano un livello di stress e di malessere crescente nei soggetti mano a mano che si va avanti nell’esperimento. Il soggetto vorrebbe smettere, e spesso prova a farlo, esitando, pregando o chiedendo apertamente allo scienziato di interrompere il test. Ma è la presenza fisica dello scienziato, e le sue intimazioni ad andare avanti ad ogni costo, a ‘costringerlo’ a proseguire.
Questo conflitto è chiarito ulteriormente nelle variazioni dell’esperimento di base. Alcune riguardano la distanza. Più la vittima è allontanata dal soggetto, meno quest’ultimo si sente responsabile e più diminuisce la percentuale di soggetti che si rifiutano di andare avanti; viceversa, più la vittima si avvicina al soggetto più questo diventa restio (ad esempio, la percentuale di coloro che interrompono l’esperimento aumenta di molto nei casi in cui il soggetto, per amministrare le scosse, deve toccare fisicamente la vittima).

Esperimento Milgram

La macchina del male.

Altrettanto cruciale è la percezione che si ha dell’autorità: la sensazione di farlo ‘per il bene della scienza’, e che gli scienziati hanno ragione, è un elemento molto importante, e spesso addotto dai soggetti per spiegare la loro diminuzione di senso di colpa. “E’ uno scienziato, sa quello che sta facendo” è una frase ricorrente. Se si diminuisce con vari mezzi l’autorità dello scienziato o dell’ambiente in cui si sta svolgendo l’esperimento, aumenta il senso di responsabilità dei soggetti e quindi la percentuale di coloro che si fermano. Hanno quindi ragione coloro che dicono che i nazisti che parteciparono al genocidio degli ebrei sposavano almeno in parte l’ideologia hitleriana, o quantomeno ne riconoscevano l’autorità; magari in modo passivo, ma comunque con un certo grado di accettazione.
Un altro fattore importante sembra essere il livello di istruzione. Persone poco istruite, poco abituate al ragionamento astratto e all’abitudine a mettersi nei panni degli altri sono più prone all’ubbidienza; esemplare il caso di un saldatore italoamericano, un soggetto dal carattere quasi animalesco, incapace di provare la minima empatia verso la vittima, o il benché minimo senso di colpa. Ecco uno stralcio dal debriefing:

The experimenter routinely asks him whether the experiment has any other purpose he can think of. He uses the question, without any particular logic, to denigrate the learner, stating, “Well, we have more or less a stubborn person (the learner). If he understood what this here was, he would’a went along without getting the punishment”. In his view, the learner brought punishment on himself.
[…] The experimenter has great difficulty in questioning the subject on the issue of responsibility. He does not seem to grasp the concept. The interviewer simplifies the question. Finally the subject assigns major responsibility on the experimenter: “I say your fault for the simple reason that I was paid for doing this. I had to follow orders. That’s how I figured it”.

Al contrario, livelli d’istruzione più alti aumenterebbero il senso di responsabilità individuale (il che non significa che questi soggetti siano spesso in grado di sottrarsi all’autorità dello scienziato). Ancora: soggetti insicuri tendono più facilmente a identificarsi nell’autorità o a ricercare la sua approvazione rispetto a soggetti con un forte senso di sé e dei propri valori, che invece oppongono più resistenza. Il libro descrive poi ulteriori variazioni, per esempio esperimenti con soggetti donna (che producono le stesse percentuali) o con soggetti multipli, ma non entrerò nel dettaglio: leggeteli, perché sono veramente interessanti.

Glados

Do it. For science.

Se i risultati dell’esperimento sono lì, e sono indiscutibili, più incerte sono le interpretazioni che Milgram costruisce su di essi. Sono comunque terribilmente affascinanti. Muovendo da un’analogia con la robotica, Milgram parla di agentic shift: un meccanismo che scatta nel momento in cui l’individuo si sottomette a una gerarchia, e quindi delega la proprie scelte ai propri superiori e cessa di ritenersene responsabile (o quantomeno diminuisce il proprio senso di responsabilità). L’individuo si sente così come il “braccio” di una volontà che sta fuori e sopra di lui:

The essence of obedience consists in the fact that a person comes to view themselves as the instrument for carrying out another person’s wishes, and they therefore no longer see themselves as responsible for their actions. Once this critical shift of viewpoint has occurred in the person, all of the essential features of obedience follow.

E ancora:

How is it that a person who is usually decent and courteous acts with severity against another person within the experiment? He does so because conscience, which regulate impulsive aggressive action, is per force diminished at the point of entering a hierarchical structure.

Lo scattare di questa soglia varia da individuo a individuo a seconda della sua personalità e del suo background di esperienze; ma essa sarebbe innata nella specie umana. Cosa ancora più affascinante, Milgram spiega questo meccanismo in termini darwiniani. L’essere umano è sopravvissuto all’estinzione unendosi ai propri simili e collaborando con loro; la selezione naturale ha quindi favorito quei tratti istintuali che favorivano la vita in gruppo. La delega della propria autonomia all’autorità del gruppo (che può essere un leader carismatico, una casta istituzionale, un’assemblea collettiva, eccetera), garantendo ordine e armonia al suo interno, rafforza il gruppo e aumenta le sue possibilità di sopravvivenza. E’ ironico (o inquietante, a scelta) pensare che lo stesso meccanismo che ha favorito la sopravvivenza della specie umana nella giungla della selezione naturale, sia anche ciò che ha reso possibili crudeltà di massa come l’Olocausto. Al contrario della vulgata comune sull’unicità del nazismo, Milgram ci avverte che, in potenza, c’è un Adolf Eichmann in ognuno di noi.

Conclusione
Quando si parla di esperimenti sociali sull’obbedienza e sulla trasformazione morale degli individui in condizioni estreme, il primo esempio che viene alla mente è sempre l’esperimento carcerario di Stanford condotto da Philip Zimbardo. Effettivamente, Milgram e Zimbardo si mossero nella stessa direzione e raggiunsero gli stessi risultati. Tuttavia l’esperimento di Zimbardo è famoso per la sua spettacolarità più che per il suo rigore; perché venne sospeso, e non per l’inoppugnabilità dei suoi risultati. L’esperimento di Milgram è migliore, non solo perché misurabile con precisione, ma anche perché “facilmente” ripetibile. E infatti è stato ripetuto, più volte, in diversi luoghi del mondo e in decadi diverse – e le percentuali sono sempre le stesse (con piccoli scarti)! Ciò significa che i risultati dell’esperimento di Milgram non sono più dubitabili, a meno di mettere in discussione la validità stessa della metodologia alla base.
E ho solo sfiorato la superficie di quella miniera d’oro di intuizioni sulla natura umana e sulle caratteristiche dell’obbedienza che è il saggio di Milgram. Volevo farvi venire l’acquolina in bocca – ora dovete correre a leggerlo. Obedience to Authority è uno dei saggi più belli e interessanti che abbia mai letto, oltre ad essere scritto in una prosa facile, scorrevole e acchiappante. E’ anche uno dei pochi saggi che abbia mai letto interamente in inglese nella mia breve vita, e non ho mai avuto problemi (salvo in qualche passaggio nell’ultima parte, quella teorica). E’ un vero peccato che in Italia sia così poco noto, tanto che non mi risulta che ci sia una traduzione italiana attualmente in circolazione.

Gli esperimenti condotti da Milgram – e in particolare il racconto dettagliato del comportamento di alcuni dei soggetti – sono anche ottimo materiale per qualsiasi scrittore. L’ambiguità stessa del concetto di obbedienza e del comportamento dell’essere umano medio in queste circostanze sono uno strumento fantastico per tratteggiare personaggi più complessi. Il conflitto (sia quello interno che quello esterno) si alimenta di ambiguità, e il conflitto è uno dei pilastri di una narrativa avvincente.

Dove si trova?
Un anno fa, ho comprato Obedience to Authority su Amazon.com al prezzo di 10,50 $ circa (più spese di spedizione) – un prezzo più che onesto per un libro così bello e che vale la pena di tenere in libreria, per prenderlo in mano e sfogliarlo quando si vuole.
Ho comunque scoperto che ora si trova anche su Bookfinder e su Library Genesis in formato pdf. E’ un file di cattiva qualità che sarebbe difficile convertire in altri formati, tuttavia consiglio di scaricarlo e darci un’occhiata: se si è abbastanza incuriositi da voler andare avanti, si può passare all’originale e finire di leggerselo cartaceo.

Chi devo ringraziare?
Qui il merito va tutto al buon Taotor. Sapendo che lui bazzica l’ambiente psico-sociologico, gli avevo chiesto ragguagli sul libro di Festinger su cui ho scritto un articolo quattro mesi fa, Quando la profezia non si avvera: l’avevo visto tra le novità del Mulino e lo volevo. Taotor colse la palla al balzo e oltre che di Festinger mi parlò anche di Milgram, che un anno fa conoscevo solo di nome:

Per esempio, il più famoso esperimento di Psicologia Sociale è il Milgram Experiment, i cui risultati spiegano in parte l’obbedienza per esempio dei soldati nazisti nel commettere atti atroci – e Stanley Milgram è lo stesso genio che ha condotto un esperimento in cui rimaneva fermo in mezzo a una strada a fissare la finestra di un palazzo, e man mano alcuni suoi collaboratori facevano lo stesso, e più il gruppo diventava grande, più alto era il numero di persone che guardava nella stessa direzione, lol.

Che dire – il libro di Milgram è ancora più figo di quello di Festinger. Thx Taotor ^-^

It's Milgram Time

Una nota finale
Voglio chiudere l’articolo con una nota positiva. Ho detto che molti di noi – io stesso? – probabilmente si comporterebbero come Eichmann posti in una situazione simile. Ma questo non giustifica Eichmann né tutti gli altri. La teoria di Milgram non annulla la responsabilità individuale. Resistere all’autorità, vagliare ogni suo ordine e rifiutare quelli che ci appaiono inaccettabili, è possibile. Riporto il caso di Gretchen Brandt, un’emigrata tedesca di trentun’anni che da adolescente ha vissuto nella Germania di Hitler:

Ad the administration of 210 volts, she turns to the experimenter, remarking firmly: “Well, I’m sorry. I don’t think we should continue.”
“The experiment requires that you go on until he has learned all the words pairs correctly.”
“He has a heart condition, I’m sorry. He told you that before”.
“The shocks may be painful but they are not dangerous”.
“Well, I’m sorry, but I think when shocks continue like this, they are dangerous. You ask him if he wants to get out. It’s his free will.”
“It is absolutely essential that we continue…”
“I like you to ask him. We came here of our free will. […] I don’t want to be responsible for anything happening to him. I wouldn’t like it for me either.”
[…] She refuses to go further and the experiment is terminated. The woman is firm and resolute throughout. She indicates in the interview that she was in no way tense or nervous, and this corresponds to her controlled appearance throughout.
[…] The woman’s straightforward, courteous behavior in the experiment, lack of tension, and total control of her own action seems to make disobedience a simple and rational deed. Her behavior is the very embodiment of what I had initially envisioned would be true for almost all subjects. Ironically, Gretchen Brandt grew to adolescence in Hitler’s Germany and was for the great part of her youth exposed to Nazi propaganda. When asked about the possible influence of her background, she remarks slowly, “Perhaps we have seen too much pain.”

Un fine psicologo

CervelloMolti ingredienti contribuiscono a quell’alchimia che chiamiamo “immersione nella storia” e che ci fa godere un romanzo come se si trattasse della vita vera. Ma tra questi, uno dei più importanti è la capacità di creare personaggi vivi; personaggi in cui possiamo immergerci come se fossimo noi stessi (nel caso dei personaggi-pov) o che, pur tenendoci a distanza, ci appaiono così interessanti che vorremmo quasi conoscerli davvero.
Nella narrativa fantastica però, e in particolare della fantascienza, è spesso passata la lezione che i personaggi non sono necessariamente importanti; possono anche essere delle marionette senz’anima, se il focus del romanzo è su altro. In How to Write Science Fiction and Fantasy, Orson Scott Card (quello di Ender) quadripartisce la narrativa fantastica in quattro tipologie, a seconda di quale sia il centro d’interesse della storia: idea, contesto (milieu), evento, o personaggi. Mentre lo sviluppo dei personaggi è essenziale in quest’ultimo tipo di storia, la sua importanza andrebbe digradando negli altri:

It is a common misconception that all good stories must have full characterization. This is not quite true. All good Character Stories must have full characterization, because that’s what they’re about; and other kinds of stories can have full characterization, as long as the reader is not misled into expecting a Character Story when that is not what is going to be delivered. On the other hand, many excellent Milieu, Idea, and Event Stories spend very little effort on characterization beyond what is necessary to keep the story moving. The Indiana Jones stories don’t require us to get more of Jones than his charm and his courage. In short, he is what he does in the story, and while it’s delightful to meet his father and learn something of his background in Indiana Jones and the Last Crusade, the first two movies certainly did not leave us wishing for more characterization. That’s not what they were about.

In fondo leggiamo The Fountains of Paradise di Clarke perché ci affascina l’idea di leggere come si potrebbe costruire un gigantesco ascensore orbitale con la base sulla Terra e la cima in orbita geostazionaria?
Beh, .

Indiana Jones confessa

“Vi ho mai parlato della mia fissazione alla fase anale?”

E’ molto diverso leggere la storia della costruzione di un ascensore orbitale con il pov di uno spaventapasseri, o attraverso i sensi di un ingegnere angosciato dal rischio di fallire e di distruggere la propria carriera, solo (o quasi) contro un mondo che si fa beffe di un progetto impossibile; o magari attraverso i punti di vista alternati dell’ingegnere ambizioso e del monaco che ha passato tutta la sua vita nella semplicità e nella contemplazione del divino, e improvvisamente scopre che deve sgomberare per fare il posto a una diavoleria del progresso1. O anche, in modo meno intrusivo, un protagonista che ci faccia vivere il suo sogno di realizzare l’ascensore attraverso i suoi gesti, i suoi tic, le sue passeggiate notturne, il modo di comportarsi coi suoi finanziatori; un libro che metta sì al centro l’ascensore e soltanto l’ascensore, con le sue specifiche tecniche, i suoi problemi e le possibili soluzioni, in puro stile Hard SF – ma attraverso gli occhi di qualcuno in cui riusciamo a immergerci e identificarci.
Chi sostiene che la psicologia dei personaggi non sia importante nella speculative fiction spesso giustifica la sua tesi dicendo che sviluppare i personaggi porterebbe via spazio alla trama principale, o aprirebbe delle parentesi, o comunque distrarrebbe il lettore, eccetera. Ma lo studio delle tecniche della narrativa insegna che in realtà basta pochissimo spazio per dare tridimensionalità a un personaggio (anche secondario), a renderlo interessante. Non sono necessari flashback sull’infanzia, o digressioni sui loro traumi adolescienziali, o lunghi dialoghi melodrammatici, né qualunque altro allontanamento dall’oggetto centrale della storia. Basta un gesto, un certo modo di costruire una frase, un’abitudine insolita, una reticenza inspiegabile, uno scatto d’ira, a dirci qualcosa di quella persona. Piccole attenzioni che non rubano pagine né distolgono l’attenzione del lettore, anzi, possono aiutarlo nel processo di catarsi e dare tridimensionalità al mondo della storia.

Lo stesso Scott Card, peraltro, precisa subito dopo che:

Having said that, I must also point out that to be taken seriously as a writer, and not just a writer of speculative fiction, you must be able to draw interesting and believable characters; and most stories are improved when the author is skillful at characterization.

Io sarei un po’ più radicale: tutte le storie migliorano quando l’autore è bravo nella caratterizzazione. Non riesco a pensare a un tipo di storia che non possa trarne beneficio. Un romanzo d’azione sarà più coinvolgente, più tensivo con una buona caratterizzazione, perché ci immedesimeremmo di più nei personaggi che rischiano il collo e sentiremo le pallottole fischiare sopra la nostra stessa testa; molte storie piene di combattimenti e ammazzamenti, viceversa, ci suonano noiose e ripetitive proprio perché ci immedesimiamo poco. Un romanzo di ‘scoperta’ tipo 2001: Odissea nello spazio sarà più interessante se riusciamo a immergerci nel protagonista che fa la scoperta; un romanzo di Hard SF sulla preparazione del primo viaggio umano su Marte, pure, assomiglierebbe meno a un manuale di ingegneria o fisica e più a una storia se visto attraverso gli occhi di un protagonista ‘vivo’. E così via.
Gamberetta dice che una storia può essere bella nonostante il pessimo stile, e mai ‘grazie a’. Allo stesso modo ritengo che una storia può essere bella nonostante una cattiva caratterizzazione, e mai ‘grazie a’.

Steven Seagal

Un’altra sparatoria con Steven Seagal! Cheppalle!

Una volta Philip Roth definì Kundera “fine psicologo”, per la sua capacità di cogliere (e mettere in scena) significati, nei gesti quotidiani delle persone, che gli altri non notavano. Non è un caso se Kundera, nonostante il suo approccio decisamente literary alla narrativa, il suo snobismo, e la sua dichiarata intenzione di fare Alta Letteratura, è uno dei miei autori preferiti. Dick, Kundera, Koestler, Miller, Kafka: in cima alla mia lista stanno tutti scrittori con un insight dell’animo umano superiore alla media. E’ incredibile la cura che mettono nei loro personaggi, anche quando le loro storie non sono ‘storie di personaggi’, per restare nella terminologia di Scott Card, ma mettono al centro qualcos’altro. In Buio a Mezzogiorno il comunista Rubasciov serve a Koestler per parlare del regime comunista sovietico e di quella generazione di uomini del Partito ‘che ci credevano’ e che furono traditi dallo stalinismo; ma Rubasciov è un protagonista spettacolare, nel quale riusciamo a calarci nonostante sia un uomo contraddittorio e dalle scelte morali discutibili.
Per la stessa ragione sono sempre stato attratto dalle discipline che indagano l’uomo e la società, benché siano scienze molto meno solide di quelle naturali. Il primo saggio che abbia mai letto per intero, a quindici o sedici anni, è stato L’interpretazione dei sogni di Freud, e da allora non ho più smesso di leggere libri di psicologia, sociologia, antropologia, storia sociale. E mi sono accorto di una cosa: che questo tipo di saggistica può essere di aiuto per l’aspirante scrittore che vuole tratteggiare personaggi vividi e realistici.

Non voglio prendere per il culo nessuno: non si può certo imparare a costruire i propri personaggi sulla saggistica delle scienze sociali. Discipline, peraltro, che sono ancora a uno stadio piuttosto giovane della loro vita e ancora malsicure. Una buona caratterizzazione è al 90% buona capacità di osservazione delle persone che ci stanno intorno; si appoggia ancora al caro vecchio metodo empirico.
Il consiglio principe dei manuali in materia è ancora il più valido: uscite fuori, guardatevi intorno, prendete appunti sulle persone che incontrate (almeno mentali!), studiate degli estranei che vi sembrano interessanti e immaginatevi quale potrebbe essere la loro vita, provate a mettervi nei panni degli altri e a osservare il mondo dal loro punto di vista. Lovecraft, per quanti meriti possa avere, è famoso per i suoi dialoghi improbabili e per la stereotipicità delle interazioni tra i suoi personaggi; Lovecraft al suo meglio è sempre un unico personaggio di fronte all’ignoto, non è mai l’interplay. Ma Lovecraft viveva come un recluso.

Milan Kundera

“Io sono un fine psicologo. E TU?”

Ma se è vero che per creare persone immaginarie bisogna studiare le persone vere, è anche vero che un po’ di teoria può servire a dare struttura alle nostre osservazioni e intuizioni. Soprattutto se vogliamo scrivere una storia di narrativa fantastica! Per produrre un mainstream, uno slice-of-life, può essere sufficiente prendere di peso persone dalla vita vera, o magari combinare gli attributi di tanti individui diversi che ci circondano. Ma se voglio ambientare la mia storia in un’altra epoca storica, o nel futuro, o in un altro mondo che segue regole diverse, devo fare uno sforzo di astrazione aggiuntiva; chiedermi quali comportamenti, quali emozioni potrebbero avere gli abitanti di quel luogo. Che bisogni potrebbero avere, quali aspirazioni, che tipo di ragionamenti sarebbero in grado di fare.
Per averne un’idea, bisogna innanzitutto sapere quali tratti dell’essere umano sono dettati dal contesto (storico, economico, sociale, eccetera) in cui vive, e quali invece siano dettati dalla sua biologia, e quindi siano invariati in un cacciatore-raccoglitore dell’Italia pre-romana, un signorotto feudale della Linguadoca medievale e un operaio di Detroit all’inizio del nostro secolo. Occorre, in altre parole, integrare le nostre intuizioni empiriche sull’essere umano con una conoscenza più teorica dell’argomento.

Dove voglio arrivare con questo pippone? Voglio dire che mi piacerebbe aprire uno spazio stabile, sul blog, da dedicare alla saggistica sull’essere umano – saggi di psicologia, sociologia, antropologia, ma anche scienze più ‘solide’ come la biologia – e scambiare così opinioni sull’argomento. Ho già cominciato a farlo quest’inverno con l’articolo dedicato al bel Quando la profezia non si avvera, che illustrava il concetto della dissonanza cognitiva attraverso il caso di un culto millenaristico del Midwest americano. Ma vorrei trasformarlo in un appuntamento un po’ più regolare. Potrei produrne uno ogni due mesi, magari interpolandolo con i soliti articoli di saggistica storica che vorrei continuare a scrivere.
Naturalmente anche in questo caso, come per quanto riguarda la storia, preciso che non sono un esperto dell’argomento, ma solo un amatore. Non produrrò mai articoli specialistici come quelli di Zwei sull’oplologia, non ne sarei in grado. Vorrei soltanto condividere alcuni libri che mi hanno colpito, che reputo intelligenti, interessanti, utili; e rimango sempre aperto alle correzioni e ai cazziatoni di chi ci capisce di più.

Aspirante scrittore

Di norma non mi piace scrivere articoli solo per promettere altri articoli, aldilà delle poche righe sceme che scrivo in occasioni speciali come il Primo Maggio o la pausa estiva. Ma non volevo impestare un post dedicato a un libro con tutto questo fiume di parole.
Il primo articolo di questo filone – ma sarebbe meglio dire il secondo, se consideriamo che il libro di Festinger fosse il primo – uscirà, se tutto va bene, lunedì o martedì prossimo. Nel frattempo non mi spiacerebbe raccogliere qualche opinione in merito all’interesse o utilità di questi articoli ^-^

Bonus: How to Write Science Fiction and Fantasy
How to Write Science Fiction & FantasyQuesto manuale di Orson Scott Card è meno famoso dell’altro, Characters and Viewpoint, e anche meno specialistico. Di certo è meno utile rispetto a tanti altri manuali che ci sono là fuori – oltre all’altro di Scott Card, How to Write a Damn Good Novel di Frey, Plot di Ansen Dibell, Word Painting della McClanahan. Rispetto alla maggior parte di questi, però, ha il pregio di guardare il processo di scrittura a livello più macroscopico, concentrandosi di più sulla struttura generale del libro, sulle macroscene, sul tema centrale, piuttosto che sulle tecniche di costruzione della scena. Quindi può essere una buona aggiunta agli altri.
Le parti più interessanti a mio avviso sono quella sui quattro ‘tipi’ di storia (il MICE Quotient, come lo chiama lui), la spiegazione di come lui sviluppi le intuizioni necessarie che lo portano alla costruzione della trama, e i problemi e le soluzioni principali di alcuni temi topici della narrativa fantastica (il viaggio nel tempo, il viaggio intergalattico, le regole della magia, eccetera). In generale, Scott Card pone molta enfasi sull’importanza capitale della coerenza interna in un romanzo di narrativa fantastica, perché la sospensione dell’incredibilità deriva in buona parte anche da quello.
Il manuale si trova sia su Library Genesis che su Bookfinder in formato pdf.

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(1) In effetti, in The Fountains of Paradise Clarke tenta in parte di fare tutte queste cose, ma senza costanza, senza un piano. Alcuni passaggi del libro si concentrano sull’attrito tra i piani dell’ingegnere e la cultura tradizionale del luogo; altri sulle preoccupazioni e i rischi di fallimento del protagonista; altri, sulle specifiche tecniche dell’ascensore orbitale. Clarke salta per tutto il libro da un argomento all’altro, da un “tipo” di storia – per usare la definizione di Scott Card – all’altro, sicché alla fine non soddisfa fino in fondo nessun tipo di lettore.
Ciononostante, The Fountains of Paradise rimane un romanzo assai interessante e di cui consiglio la lettura.Torna su

I Consigli del Lunedì #33: The Years of Rice and Salt

The Years of Rice and SaltAutore: Kim Stanley Robinson
Titolo italiano: Gli anni del riso e del sale
Genere: Ucronia / Fantasy / Literary Fiction
Tipo: Romanzo

Anno: 2002
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 660 ca.

Difficoltà in inglese: **

A brave life, fought against the odds? Go back as a dog! A dogged life, persisting despite all? Go back as a mule, go back as a worm! That’s the way things work.

Tamerlano è vecchio e malato, ma ha posato i suoi occhi a ovest, verso l’Europa. Accampato a nord del Mar Nero, ha mandato in avanscoperta i suoi luogotenenti Bold e Psin con alcuni uomini, con l’ordine di non tornare prima di una settimana. Ma quando varcano i Carpazi, i due si trovano davanti uno spettacolo spaventoso: l’Europa è morta. Città deserte, scheletri nelle strade e nelle cattedrali, un silenzio assoluto; la peste si è portata via tutti i Cristiani. E adesso anche loro sono contagiati. E quanto Tamerlano dà l’ordine di ucciderli e bruciare tutte le loro cose, Bold è costretto a fuggire nell’unico luogo dove non sarà inseguito – in quel che rimane dell’Europa.
Ma gli altri continenti sono stati risparmiati dalla Peste Nera; e ora che gli europei non esistono più, il destino del mondo è nelle loro mani. Intrappolato nell’infinito ciclo delle reincarnazioni, alla disperata ricerca degli altri membri del suo jati e di un senso nell’esistenza, Bold assisterà vita dopo vita al futuro di questo mondo – all’espansione oceanica dell’Impero Cinese, al ripopolamento del Mediterraneo da parte degli stati musulmani del Nordafrica, alla nascita della scienza moderna, alle conquiste e alle guerre del futuro. Ma ogni volta, al termine della sua vita, Bold è ricondotto nel bardo, l’aldilà buddista, dove gli dèi giudicano la condotta di ogni uomo prima di indirizzarlo verso la sua nuova incarnazione. E il giudizio è sempre negativo…

The Years of Rice and Salt è un’opera mastodontica e descriverla non è facile. Si potrebbe dire innanzitutto che è un’ucronia, che parte da questa domanda: come sarebbe cambiata la Storia, se la grande peste del 1348 avesse spazzato via il 99% della popolazione europea e non solo un terzo? Partendo dal 1405, l’anno della morte di Tamerlano, il romanzo ci racconta attraverso dieci epoche successive  questa storia alternativa in cui gli Europei spariscono dal grande gioco della conquista del mondo. Ciascuna ha i propri personaggi ed è ambientata in un luogo e in una civiltà differente tra quelle rimaste a spartirsi il globo: l’Impero Cinese, l’India, i khanati dell’Asia centrale, i principati islamici dell’Ovest, il Nuovo Mondo.
Il filo conduttore delle varie storie è rappresentato da un manipolo di personaggi, identificati dalle stesse iniziali, che ad ogni epoca si reincarnano e tornano nel mondo. Appartengono alla stessa famiglia karmica – lo jati – e le loro vite sono destinate a intrecciarsi in ogni incarnazione. Ma chi approcciasse il libro di Robinson aspettandosi semplicemente un’ucronia potrebbe rimanere deluso, perché The Years of Rice and Salt è anche filosofia romanzata con un pesante tocco literary. Qual’è il senso della storia, come si può portare la giustizia nel mondo, si può creare un mondo migliore, come si può essere felici? Queste domande sono il nucleo del romanzo; domande a cui i membri dello jati tenteranno di rispondere, vita dopo vita, nella speranza che migliorando il mondo miglioreranno anche il loro karma.

Black Plague

Ehm…

Uno sguardo approfondito
Lo svantaggio proprio di romanzi con un arco narrativo di secoli è quello che, cambiando di continuo personaggi, setting e sottotrame, è più difficile affezionarsi ai protagonisti, e ad ogni nuovo episodio bisogna ricominciare da capo il processo di immersione. Robinson trova una soluzione efficace con l’idea delle reincarnazioni: l’eterno ritorno degli stessi personaggi, con le stesse iniziali e gli stessi tratti caratteriali di base, danno al lettore un elemento di immediata familiarità al lettore, qualcosa a cui aggrapparsi fin dalle prime righe di ogni nuova “epoca” del romanzo.
I personaggi identificati dalla B sono sempre dei sognatori, dal carattere mite e in armonia con il mondo; quelli identificati dalla K sono aggressivi, anarchici, dei leader nati; quelli identificati dalla I sono delle menti geniali, scienziati, medici, teologi; quelli identificati dalla S degli individui capricciosi e maligni; e così via. Diventa anche un gioco: scoprire ad ogni nuova fase narrativa chi sono B e K (uomo o donna? Ricchi o poveri? Cinesi, indiani o musulmani, o cosa? Eccetera), come faranno a incontrarsi, che tipo di rapporto costruiranno, se riusciranno a migliorare finalmente il loro destino.

Peccato che poi Robinson rovini tutto con la sua prosa raccontata e distante. Descrivere lo stile del romanzo non è facile, perché non rimane sempre uguale ma cambia a seconda dell’epoca in cui è ambientato. Ad esempio, la voce narrante della prima parte è un generico “noi”, e tutti i capitoli finiscono con frasi tipo questa: “We do not know which way Psin went, or what happened to him; but as for Bold, you can find out in the next chapter”, oppure: “We are as shocked as you are by this development, and don’t know what happened next, but no doubt the next chapter will tell us.” Alcune parti, come la prima o la sesta, frammischiano alla narrazione brani di poesia che fanno da commento all’azione. Una delle ultime parti del romanzo presenta periodi lunghi e spesso contorti, e una buona dose di surrealismo, nello stile di una certa tradizione modernista del primo Novecento.
In generale, si può dire che lo stile diventi più immersivo e mostrato mano a mano che dalle epoche passate ci si avvicina a quella contemporanea. O almeno, questo forse nelle intenzioni teoriche dell’autore – perché in realtà, aldilà di tutte queste variazioni, c’è una tendenza costante nella prosa di tutto il romanzo: l’abuso allucinante di raccontato. Il narratore di Robinson è un onnisciente che vede tutto da grande distanza; all’occorrenza si avvicina ai suoi personaggi e ci mostra delle scene che li coinvolgono, ma è anche in grado di andare avanti per cinque o dieci o più pagine consecutive a raccontare mesi o anni di storia di una persona o di un intero popolo. Interi capitoli possono essere anche dei puri raccontati con la telecamera molto distaccata dall’azione e dai protagonisti, magari nella forma di rapidi (e anestetici) riassunti di anni e anni di vita.

Firanja

WHAT THE FUCK?

Un sacco di queste pagine sono puramente dedicate al worldbuilding. Avete presente quegli scrittori di fantasy che si perdono, innamorati della loro ambientazione, a descriverci le catene montuose che torreggiano a nord e la ragnatela di fiumi che si allarga a est, nonché le complicate trame politiche che si intessono a ovest? Robinson ha il vantaggio di parlarci del mondo reale e di mostrarci un’evoluzione plausibile della Storia, ma in più occasioni la noia regna sovrana e viene da chiedersi quanto più bello sarebbe stato se tutto questo background ci fosse stato presentato attraverso i pov dei suoi abitanti. Alla fin fine interessa poco cosa abbiamo fatto le tribù afghane in un momento cruciale, o come un piccolo stato del sud dell’India possa riuscire ad acquisire l’egemonia sul subcontinente, se non abbiamo delle storie umane individuali su cui catalizzare la nostra attenzione le nostre emozioni. Alcune parti sembrano scritte di fretta, altre completamente inutili; in particolare i primi capitoli della seconda parte, The Haj in the Heart, potevano essere tranquillamente eliminati (o almeno, riscritti completamente), e metteranno a dura prova più di un lettore.
C’è anche una certa incongruenza nella gestione del punto di vista. Se da un lato troviamo una distinzione netta tra narratore e protagonisti di ogni arco narrativo, dall’altro la percezione di quello che accade è fortemente filtrata dalla loro cultura. Il mondo di Bold il mongolo è un universo che brulica di spiriti e di divinità; in più occasioni gli sembra di vedere gli asura, o dragoni che nuotano nell’acqua, e quando osserva qualcuno morire, vede lo spirito abbandonare il suo corpo. Tempeste e cataclismi sono il chiaro segnale di intervento divino. Sezioni successive del romanzo, invece, mostrano un approccio progressivamente più razionalista, e anche il bardo cambia aspetto e senso a seconda dell’epoca. Il che è molto carino; ma allora non si capisce perché Robinson non abbia utilizzato una narrazione più ancorata ai personaggi-pov.

La qualità dei personaggi è variabile. Alcune parti dedicano molto spazio ai rispettivi protagonisti: nella prima, il rapporto misto di fiducia e incomprensione tra il fuggiasco e pacato Bold e lo spietato negretto Kyu, che dopo essere stato evirato su ordine del grand’ammiraglio Zheng He per farne un eunuco giura eterna vendetta contro l’Impero Cinese; nella quarta, l’empatia tra l’alchimista Khalid e l’ottico Iwang, tra le fucine di Samarcanda, nella comune ricerca della verità che li porterà a scoprire le leggi della caduta dei gravi e molto altro ancora; nella nona, il desiderio di emancipazione della giovane Budur, che fugge dall’harem familiare per studiare in una grande città universitaria ed entra nell’orbita della fervente femminista Kirana. Altre parti pongono invece i personaggi in secondo piano, e li usano chiaramente come scusa per mostrare l’ambientazione. Le prime sono sicuramente le sezioni del libro più riuscite e piacevoli da leggere; ma anche in queste non ci si deve aspettare una grande evoluzione dei personaggi o una vera tridimensionalità. Anzi, il fatto che i tratti psicologici essenziali dei protagonisti rimangano immutati attraverso le epoche è una delle pietre angolari del romanzo – ciò che muta ed evolve è la Storia attorno a loro.
Insomma, è molto chiaro che questo libro è orientato a un certo tipo di lettori, quelli che amano la storia e vedere come e perché le civiltà umane si trasformino nel corso dei secoli. In questo senso The Years of Rice and Salt regala veri orgasmi concettuali, mostrando un interplay tra le potenze mondiali completamente diverso da quello che c’è stato nella nostra realtà ma che appare comunque credibile. Questa grande varietà di archi narrativi permette inoltre a Robinson di scrivere tante storie diverse: c’è la storia d’avventura esotica, con il valoroso capitano che scopre il Nuovo Mondo ma deve tornare per raccontarlo; la storia di ricerca spirituale, con protagonista un sufi che viaggia per il mondo alla ricerca del suo posto ideale; e poi la storia della nascita del metodo scientifico, dominata da invenzioni e intuizioni geniali, e il romanzo di guerra in trincea, pervaso di pessimismo e rassegnazione, e il romanzo di formazione studentesco, e così via.

Allah-u-snackbar

E se il mondo fosse dominato da loro?

Si vede che Robinson ha studiato per anni le cose di cui parla; ed è davvero impressionante vedere la mole di roba su cui si è documentato, dato che nel corso del romanzo si passa con nonchalance dalle scuole buddiste tibetane alla storia dinastica cinese, dal sufismo sotto l’Impero Mogol alle scoperte seicentesce sull’ottica e la meccanica, dal Corano e gli hadit al linguaggio di alcune tribù dei laghi dei nativi americani.
Forse troppo – in effetti, Robinson tanto sembra preparato sulla storia e sulle culture del passato, quanto impreparato sui principi dell’economia e della politica moderna. Mi sembra che emerga, soprattutto nelle ultime parti del romanzo, una certa ingenuità, una certa visione idealistica della Storia, come se i rapporti tra le nazioni e le forme di governo dipendessero dagli ideali, dalla cultura, dalle passioni (di espansione e dominio, piuttosto che di solidarietà, o di sete di conoscenza). La storia di Robinson è largamente fatta da politici, diplomatici, filosofi e scienziati; mentre vengono lasciate parecchio in ombra (se non per occasionali riferimenti raccontati) le industrie, le banche, le multinazionali, insomma tutte quelle forze che muovono i soldi nella società moderna.
Sicché non ho potuto fare a meno di leggere le ultime parti del libro con sopracciglia progressivamente inarcate. Robinson non commette veri e propri errori di buonismo, e in effetti il mondo che si presenta alla fine del romanzo ha una sua plausibilità e si sarebbe davvero potuto realizzare – ma sembra che l’autore adduca tutte le ragioni sbagliate.

A questo errore nella visione della Storia, che è oggettivo (anche se se ne potrebbe discutere), si aggiunge un piccolo fastidio personale. In The Years of Rice and Salt c’è una forte tensione morale; il filo conduttore dell’opera è il tentativo dei membri dello jati protagonista di migliorare il mondo in cui vivono, per poter in questo modo migliorare la loro stessa esistenza e il loro karma. Dalla prima all’ultima epoca, la loro è una lotta costante (e più o meno consapevole, a seconda dei momenti) per diventare padroni delle loro vite e non schiavi, per smettere di soffrire vita dopo vita portare finalmente un po’ di giustizia in un mondo che sembra non averne.
In teoria questa sarebbe una figata di filo conduttore, ma in realtà riduce di molto la varietà delle situazioni del romanzo: si tratta quasi sempre di persone che vogliono fare del bene, che ricercano la strada giusta, l’illuminazione, eccetera. Il contesto cambia, ma il nocciolo della faccenda è spesso lo stesso. E le possibilità di conflitto e di ambiguità morale sono ridotte drasticamente. L’ultima parte del romanzo, in particolare, nel suo tentativo di tirare le somme è banale, noiosotta e priva di tensione o anche solo azione. Peccato – perché altre sezioni del romanzo sono davvero spettacolari.

Buddha cat

L’aspirazione finale dei protagonisti del romanzo.

Mi viene naturale confrontare questo romanzo con gli altri due romanzi sulla Storia e l’evoluzione della società di cui ho parlato nel blog, Last and First Men di Stapledon e A Canticle for Leibowitz di Miller. Tutti e tre sono romanzi che parlano dell’umanità, e tutti e tre sono romanzi con una forte carica morale. The Years of Rice and Salt è sicuramente meglio del primo: benché meno ambizioso nelle premesse (un migliaio d’anni di storia alternativa invece che due miliardi di anni di storia futura), è più creativo e vario nelle situazioni, e appassiona di più, perché filtra almeno in parte la sua ‘grande storia’ attraverso scene, personaggi e vicende individuali. A mio avviso rimane però nettamente inferiore al secondo: è scritto peggio – soprattutto per la mole estrema di raccontato – i suoi personaggi sono meno ambigui e meno vividi rispetto a quelli di Miller.
The Years of Rice and Salt è un romanzo grandioso, fitto di sense of wonder ucronico e unico nel suo genere. Non ho mai letto un’alternative history così vasta, sia spazialmente che temporalmente. Dico solo che avrebbe potuto essere strutturata e scritta molto meglio, e allora sarebbe forse diventato il mio libro preferito in assoluto. Rimane una lettura che ricorderò per sempre, e che è degna di entrare a giusto titolo nella mia Top 20. Gli appassionati di Storia gli diano almeno una chance.

Dove si trova?
The Years of Rice and Salt si trova in lingua originale sia su BookFinder che su Library Genesis (ma in questo caso bisogna digitare “Years of Rice and Salt”, senza l’articolo). In italiano non mi risulta sia mai stato tradotto.

Chi devo ringraziare?
Ho sentito parlare per la prima volta di Stanley Robinson da Giovanni, assiduo commentatore del blog, che diversi anni fa mi piantò davanti agli occhi Red Mars (il primo capitolo della famosa Mars Trilogy, che non ho ancora letto). All’epoca non degnai il libro di più di uno sguardo, ma quando da qualche parte su questo stesso blog si è citato di nuovo Robinson la scena mi si è riaffacciata alla memoria. Da lì mi sono informato sull’autore e mi sono imbattuto in The Years of Rice and Salt: è stato amore a prima vista.
E naturalmente devo ringraziare la dolce Siò, che ancora una volta mi ha fatto da beta-tester leggendo il libro prima di me…

Bardo

No, non quel bardo. L’altro.

Qualche estratto
Considerata la mole e l’estrema varietà di situazioni di questo romanzo, ho scelto – non odiatemi – la bellezza di quattro estratti (d’altronde mica siete costretti a leggerli). Non sono inseriti in ordine cronologico ma piuttosto “tematico”.
I primi due sono esempi del mostrato di Stanley Robinson e di pov abbastanza vicino al protagonista della scena: il primo estratto viene da una delle scene iniziali del libro e mostra l’avanguardia timuride che penetra nell’Europa desertificata dalla peste; il secondo, molto più avanti, mostra i tentativi dell’alchimista-scienziato kazako Khalid mentre tenta di compiacere il Khan suo signore con le più recenti scoperte belliche. La differenza stilistica dei due brani dà anche un’idea del graduale cambiamento che c’è nella prosa di Robinson man mano che si avanza di epoca.
Il terzo estratto, ancora più avanti nella storia, è un tipico esempio di pessimo raccontato di Robinson, con un secolo circa di storia politica del subcontinente indiano riassunto in pochi paragrafi e messo in bocca al Kerala di Travancore. L’ultimo estratto, infine, mostra l’anima più fantasy e literary dell’opera: è una delle scene di “chiusura sezione” ambientate nel mondo dell’aldilà, il bardo.

1.
They came to an empty bridge and crossed it, hooves thwocking the planks. Now they came upon some wooden buildings with thatched roofs. But no fires, no lantern light. They moved on. More buildings appeared through the trees, but still no people. The dark land was empty.
Psin urged them on, and more buildings stood on each side of the widening road. They followed a turn out of the hills onto a plain, and before them lay a black silent city. No lights, no voices; only the wind, rubbing branches together over sheeting surfaces of the big black flowing river. The city was empty.
Of course we are reborn many times. We fill our bodies like air in bubbles, and when the bubbles pop we puff away into the bardo, wandering until we are blown into some new life, somewhere back in the world. This knowledge had often been a comfort to Bold as he stumbled exhausted over battlefields in the aftermath, the ground littered with broken bodies like empty coats.
But it was different to come on a town where there had been no battle, and find everyone there already dead. Long dead; bodies dried; in the dusk and moonlight they could see the gleam of exposed bones, scattered by wolves and crows. Bold repeated the Heart Sutra to himself. “Form is emptiness, emptiness form. Gone, gone, gone beyond, gone altogether beyond. O, what an Awakening! All hail!”
[…]
They came into a paved central square near the river, and stopped before the great stone building. It was huge. Many of the local people had come to it to die. Their lamasery, no doubt, but roofless, open to the sky—unfinished business. As if these people had only come to religion in their last days; but too late; the place was a boneyard. Gone, gone, gone beyond, gone altogether beyond. Nothing moved, and it occurred to Bold that the pass in the mountains they had ridden through had perhaps been the wrong one, the one to that other west which is the land of the dead. For an instant he remembered something, a brief glimpse of another life—a town much smaller than this one, a village wiped out by some great rush over their heads, sending them all to the bardo together. Hours in a room, waiting for death; this was why he so often felt he recognized the people he met. Their existences were a shared fate.
“Plague,” Psin said. “Let’s get out of here.”
His eyes glinted as he looked at Bold, his face was hard; he looked like one of the stone officers in the imperial tombs.
Bold shuddered. “I wonder why they didn’t leave,” he said.
“Maybe there was nowhere to go.”

2.
“Now see, we have determined that at the distances a gun can cast a ball, it cannot shoot straight. The balls are tumbling through the air, and they can spin off in any direction, and they do.”
“Surely air cannot offer any significant resistance to iron,” Nadir said, sweeping a hand in illustration.
“Only a little resistance, it is true, but consider that the ball passes through more than two li of air. Think of air as a kind of thinned water. It certainly has an effect. We can see this better with light wooden balls of the same size, thrown by hand so you can still see their movement. We will throw into the wind, and you can see how the balls dart this way and that.”
Bahram and Paxtakor palmed the light wooden balls off, and they veered into the wind like bats.
“But this is absurd!” the Khan said. “Cannonballs are much heavier, they cut through the wind like knives through butter!”
Khalid nodded. “Very true, great Khan. We only use these wooden balls to exaggerate an effect that must act on any object, be it heavy as lead.”
“Or gold,” Sayyed Abdul Aziz joked.
“Or gold. In that case the cannonballs veer only slightly, but over the great distances they are cast, it becomes significant. And so one can never say exactly what the balls will hit.”
“This must ever be true,” Nadir said.
Khalid waved his stump, oblivious for the moment of how it looked. “We can reduce the effect quite a great deal. See how the wooden balls fly if they are cast with a spin to them.”
Bahram and Paxtakor threw the balsam balls with a final pull of the fingertips to impart a spin to them. Though some of these balls curved in flight, they went farther and faster than the palmed balls had. Bahram hit an archery target with five throws in a row, which pleased him greatly.
“The spin stabilizes their flight through the wind,” Khalid explained. “They are still pushed by the wind, of course. That cannot be avoided. But they no longer dart unexpectedly when they are caught on the face by a wind. It is the same effect you get by fletching arrows to spin.”
“So you propose to fletch cannonballs?” the Khan inquired with a guffaw.
“Not exactly, your Highness, but yes, in effect. To try to get the same kind of spin. We have tried two different methods to achieve this. One is to cut grooves into the balls. But this means the balls fly much less far. Another is to cut the grooves into the inside of the gun barrel, making a long spiral down the barrel, only a turn or a bit less down the whole barrel’s length. This makes the balls leave the gun with a spin.”
Khalid had his men drag out a smaller cannon. A ball was fired from it, and the ball tracked down by the helpers standing by, then marked with a red flag. It was farther away than the bigger gun’s ball, though not by much.
” It is not distance so much as accuracy that would be improved,” Khalid explained. “The balls would always fly straight. We are working up tables that would enable one to choose the gunpowder by type and weight, and weigh the balls, and thus, with the same cannons, of course, always send the balls precisely where one wanted to.”
“Interesting,” Nadir said.
Sayyed Abdul Aziz Khan called Nadir to his side. “We’re going back to the palace,” said, and led his retinue to the horses.
“But not that interesting,” Nadir said to Khalid. “Try again.”

The Scientific Method

La scoperta del metodo scientifico.

3.
Later, over tea scented with delicate perfumes, the Kerala sat in repose and spoke with Ismail. He heard all Ismail could tell him of Sultan Selim the Third, and then he told Ismail the history of Travancore, his eyes never leaving Ismail’s face.
“Our struggle to throw off the yoke of the Mughals began long ago with Shivaji, who called himself Lord of the Universe, and invented modern warfare. Shivaji used every method possible to free India. Once he called the aid of a giant Deccan lizard to help him climb the cliffs guarding the Fortress of the Lion. Another time he was surrounded by the Bijapuri army, commanded by the great Mughal general Afzal Khan, and after a siege Shivaji offered to surrender to Afzal Khan in person, and appeared before that man clad only in a cloth shirt, that nevertheless concealed a scorpion tail dagger; and the fingers of his hidden left hand were sheathed in razor-edged tiger claws. When he embraced Afzal Khan he slashed him to death before all, and on that signal his army set on the Mughals and defeated them.
“After that Alamgir attacked in earnest, and spent the last quarter century of his life reconquering the Deccan, at a cost of a hundred thousand lives per year. By the time he subdued the Deccan his empire was hollowed. Meanwhile there were other revolts against the Mughals to the northwest, among Sikhs, Afghans and the Safavid empire’s eastern subjects, as well as Rajputs, Bengalis, Tamils and so forth, all over India. They all had some success, and the Mughals, who had overtaxed for years, suffered a revolt of their own zamindars, and a general breakdown of their finances. Once Marathas and Rajputs and Sikhs were successfully established, they all instituted tax systems of their own, you see, and the Mughals got no more money from them, even if they still swore allegiance to Delhi.
“So things went poorly for the Mughals, especially here in the south. But even though the Marathas and Rajputs were both Hindu, they spoke different languages, and hardly knew each other, so they developed as rivals, and this lengthened the Mughals’ hold on mother India. In these end days the Nazim became premier to a khan completely lost to his harem and hookah, and this Nazim went south to form the principality that inspired our development of Travancore on a similar system.
“Then Nadir Shah crossed the Indus at the same ford used by Alexander the Great, and sacked Delhi, slaughtering thirty thousand and taking home a billion rupees of gold and jewels, and the Peacock Throne. With that the Mughals were finished.
“Marathas have been expanding their territory ever since, all the way into Bengal. But the Afghans freed themselves from the Safavids, and surged east all the way to Delhi, which they sacked also. When they withdrew the Sikhs were given control of the Punjab, for a tax of one-fifth of the harvests. After that the Pathans sacked Delhi yet once more, rampaging for an entire month in a city become nightmare. The last emperor with a Mughal title was blinded by a minor Afghan chieftain.
“After that a Marathan cavalry of thirty thousand marched on Delhi, picking up two hundred thousand Rajput volunteers as they moved north, and on the fateful field of Panipat, where India’s fate has so often been decided, they met an army of Afghan and ex-Mughal troops, in full jihad against the Hindus. The Muslims had the support of the local populace, and the great general Shah Abdali at their head, and in the battle a hundred thousand Marathas died, and thirty thousand were captured for ransom. But afterwards the Afghan soldiers tired of Delhi, and forced their khan to return to Kabul.
“The Marathas, however, were likewise broken. The Nazim’s successors secured the south, and the Sikhs took the Punjab, and the Bengalese Bengal and Assam. Down here we found the Sikhs to be our best allies. Their final guru declared their sacred writings to be the embodiment of the guru from that point on, and after that they prospered greatly, creating in effect a mighty wall between us and Islam. And the Sikhs taught us as well. They are a kind of mix of Hindu and Muslim, unusual in Indian history, and instructive. So they prospered, and learning from them, coordinating our efforts with them, we have prospered too.
“Then in my grandfather’s time a number of refugees from the Chinese conquest of Japan arrived in this region, Buddhists drawn to Lanka, the heart of Buddhism. Samurai, monks and sailors, very good sailors—they had sailed the great eastern ocean that they call the Dahai, in fact they sailed to us both by heading cast and by heading west.”
“Around the world?”
“Around. And they taught our shipbuilders much, and the Buddhist monasteries here were already centres of metalworking and mechanics, and ceramics. The local mathematicians brought calculation to full flower for use in navigation, gunnery and mechanics. All came together here in the great shipyards, and in our merchant and naval fleets were soon greater even than China’s. Which is a good thing, as the Chinese empire subdues more and more of the world—Korea, Japan, Mongolia, Turkestan, Annam and Siam, the islands in the Malay chain—the region we used to called Greater India, in fact. So we need our ships to protect us from that power. By sea we are safe, and down here, below the gnarled wildlands of the Deccan, we are not easily conquered by land. And Islam seems to have had its day in India, if not the whole of the west.”

4.
He blinked, or slept, and then he was in a vast court of judgment. The dais of the judge was on a broad deck, a plateau in a sea of clouds. The judge was a huge black-faced deity, sitting potbellied on the dais. Its hair was fire, burning wildly on its head. Behind it a black man held a pagoda roof that might have come straight out of the palace in Beijing. Above the roof floated a little seated Buddha, radiating calm. To his left and right were peaceful deities, standing with gifts in their arms; but these were all a great distance away, and not for him. The righteous dead were climbing long flying roads up to these gods. On the deck surrounding the dais, less fortunate dead were being hacked to pieces by demons, demons as black as the Lord of Death, but smaller and more agile. Below the deck more demons were torturing yet more souls. It was a busy scene and Kyu was annoyed. This is my judgment, and it’s like a morning abattoir! How am I supposed to concentrate?
A creature like a monkey approached him and raised a hand: “Judgment,” it said in a deep voice.
Bold’s prayer sounded in his mind, and Kyu realized that Bold and this monkey were related somehow. “Remember, whatever you suffer now is the result of your own karma,” Bold was saying. “It’s yours and no one else’s. Pray for mercy. A little white god and a little black demon will appear, and count out the white and black pebbles of your good and evil deeds.”
Indeed it was so. The white imp was pale as an egg, the black imp like onyx; and they were hoeing great piles of white and black stones into heaps, which to Kyu’s surprise appeared about equal in size. He could not remember doing any good deeds.
“You will be frightened, awed, terrified.”
I will not! These prayers were for a different kind of dead, for people like Bold.
“You will attempt to tell lies, saying I have not committed any evil deed.”
I will not say any such ridiculous thing.
Then the Lord of Death, up on its throne, suddenly took notice of Kyu, and despite himself Kyu flinched.
“Bring the mirror of karma,” the god said, grinning horribly. Its eyes were burning coals.
“Don’t be frightened,” Bold’s voice said inside him. “Don’t tell any lies, don’t be terrified, don’t fear the Lord of Death. The body you’re in now is only a mental body. You can’t die in the bardo, even if they hack you to pieces.”
Thanks, Kyu thought uneasily. That is such a comfort.
“Now comes the moment of judgment. Hold fast, think good thoughts; remember, all these events are your own hallucinations, and what life comes next depends on your thoughts now. In a single moment of time a great difference is created. Don’t be distracted when the six lights appear. Regard them all with compassion. Face the Lord of Death without fear.”
The black god held a mirror up with such practised accuracy that Kyu saw in the glass his own face, dark as the god’s. He saw that the face is the naked soul itself, always, and that his was as dark and dire as the Lord of Death’s. This was the moment of truth! And he had to concentrate on it, as Bold kept reminding him. And yet all the while the whole antic festival shouted and shrieked and clanged around him, every possible punishment or reward given out at once, and he couldn’t help it, he was annoyed.
[…] The white Arab face in the black forehead laughed and squeaked, “Condemned!” and the huge black face of the Lord of Death roared, “Condemned to hell!” It threw a rope around Kyu’s neck and dragged him off the dais. It cut off Kyu’s head, tore out his heart, pulled out his entrails, drank his blood, gnawed his bones; yet Kyu did not die. Body hacked to pieces, yet it revived. And it all began again. Intense pain throughout. Tortured by reality. Life is a thing of extreme reality; death also.
Ideas are planted in the mind of the child like seeds, and may grow to dominate the life completely.
The plea: I have done no evil.

Tabella riassuntiva

Mille anni di storia alternativa! Narratore onnisciente e “raccontato” a chili.
Grandissima varietà di storie, ambientazioni, culture. Ritmo altalenante e alcune parti inutili.
Un unico filo conduttore lungo tutti gli archi narrativi. Visione della Storia idealista e un po’ ingenua.
Alcuni personaggi sono molto affascinanti.

I Consigli del Lunedì #32: Tau Zero

Tau ZeroAutore: Poul Anderson
Titolo italiano: Tau Zero / Il fattore Tau Zero
Genere: Science Fiction / Hard SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1970
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 210 ca.

Difficoltà in inglese: **

“May you have a fortunate voyage and come home safe.”
“If the voyage is really fortunate,” she reminded him, “we will never come home. If we do—” She broke off. He would be in his grave.

Prendiamo una navicella che viaggia nello spazio. Se v è la velocità (uniforme) della navicella, e c la velocità della luce, allora tau equivale a:

Equazione Tau

Più v si avvicina a c, più tau si avvicina a zero. E più tau si avvicina a zero, più la navicella acquisisce massa, maggiore sarà la sfasatura temporale tra l’interno dell’astronave e il mondo all’esterno. Per un membro dell’equipaggio della nave, il tempo scorrerà più lentamente che per coloro che sono rimasti a casa.
Poniamo ora che, in un futuro non troppo lontano dal nostro – un futuro in cui la pace mondiale è stata raggiunta delegando ogni potere politico e poliziesco alla piccola e affidabile Svezia – il governo della Terra organizzi una spedizione spaziale per colonizzare i pianeti della vicina stella Beta Virginis. Questa stella dista trentuno anni luce; ma grazie al Bussard ramjet, un innovativo sistema di propulsione che raccoglie e comprime idrogeno dal medium interstellare fino ad avviare una reazione nucleare, sarà possibile raggiungerla in soli trentatré anni umani, sfiorando la velocità della luce. Inoltre, in virtù della dilatazione temporale, per i membri dell’equipaggio – venticinque uomini e venticinque donne iperselezionati – ne passeranno solo sei.
Tuttavia, i partecipanti sanno benissimo che si tratta di un viaggio di non ritorno. Charles Reymont, ex-colonnello dei Lunar Rescue Corps con un’infanzia di miseria alle spalle, lo fa perché stanco della sua vita e perché sente che nulla lo lega più alla Terra. Ingrid Lindgren, fisica svedese di buona famiglia, lo fa perché fin da piccola sogna le stelle, e non riuscirebbe ad immaginare per sé un futuro diverso da questo. Ma il lungo viaggio e la clausura delle loro vite a bordo della Leonora Christine seminerà dei dubbi nella loro coscienza. E quando uno sfortunato incidente danneggerà la navicella al punto da rendere impossibile invertire l’accelerazione e quindi la costante riduzione del tau, l’intero scopo della missione e il senso delle loro cinquanta vite sarà rimesso in discussione.

Benché in Italia sia poco conosciuto e ancor meno letto, nel mondo anglosassone Tau Zero è considerato uno dei capisaldi dell’Hard SF. Sul solido impianto della relatività generale, Anderson costruisce un device per il viaggio interstellare – il Bussard ramjet – ne trae delle conseguenze fisiche e sociali, e su di questi sviluppa una storia. Come da tradizione della fantascienza hard, Tau Zero non è che una rappresentazione narrativa di una speculazione fantascientifica.
Due sono gli argomenti sviluppati nel romanzo. Il primo è quello propriamente fisico: come funziona il viaggio della Leonora Christine? Quali rischi e quali ostacoli incontreranno i nostri eroi lungo il percorso? E che possibilità ci sono di arrivare a destinazione (o a una qualunque altra destinazione) in seguito all’incidente che impedisce alla nave di ridurre la propria accelerazione? Il secondo è quello sociale: come faranno i cinquanta membri dell’equipaggio a convivere pacificamente per tutti gli anni del viaggio, sopportando il loro isolamento e la consapevolezza di non poter più tornare indietro? Fino a che punto, anche la psiche più equilibrata, più addestrata, più ragionevole, può resistere allo stress di una situazione che sembra senza via d’uscita?

Search for a better planet

Uno sguardo approfondito
L’Hard SF non è mai stato un genere che curi molto lo stile, e Tau Zero non fa eccezione. Anderson, in particolare, è uno degli scrittori più tecnicamente scarsi che abbia mai visto (benché non al livello di bruttura di un Clarke).
I dolori cominciano con la gestione del POV, un bel narratore onnisciente che a seconda della scena si avvicina ai personaggi fino ad entrare nella loro testa, oppure si allontana fino ad osservare l’intera vita dell’equipaggio con uguale distacco. L’approccio generale di Anderson è questo: ampi pezzi raccontati con telecamera distante che descrivono la vita dell’intero equipaggio per lunghi periodi di tempo; intervallati da alcune scene clou in cui la telecamera si avvicina a questo o quel personaggio e al raccontato si mescola un po’ di mostrato. Anche in questi casi, comunque, la voce narrante non si identifica con il personaggio-pov e si riserva la possibilità di spostarsi in qualsiasi momento verso un altro personaggio.
A queste si aggiunge un altro tipo di scena, che Anderson mette all’inizio o alla fine di un capitolo, oppure all’inizio di un paragrafo: la telecamera onnisciente “esce” dalla navicella e ci mostra la Leonora Christine da fuori. In brani quasi più saggistici che narrativi, il narratore ci ‘spiega’ il viaggio della nave: in che punto dello spazio si trovi, come funzioni il motore, quali leggi fisiche abbiano reso possibile la spedizione, che ostacoli stiano per incontrare e quali conseguenze potrebbero comportare per il futuro della missione. E’ in uno di questi brani che ci viene spiegata l’equazione Tau, il rapporto tra velocità, massa dell’astronave e dilatazione del tempo, e l’effetto che tutto ciò ha sull’equipaggio. In questi passaggi di puro infodump, l’immersione crolla, la finzione narrativa viene fatta cadere e Tau Zero si rivela per quello che è: speculazione scientifica con contorno di personaggi.

Benché questi pezzi uccidano il ritmo e siano fatali per la suspension of disbelief, possiedono un certo fascino per chi è appassionato alla materia (cioè, i destinatari ideali del libro): il fascino del professore universitario che ti spiega concetti straordinari e implicazioni inaspettate delle leggi classiche. Fino a un anno fa, sarei forse stato anche incline a ‘perdonare’ questo approccio: sì, è vero che l’autore spezza la narrazione per farti uno spiegone in prima persona, ma lo fa in momenti di cesura (come l’inizio o la fine di un capitolo) e mai in mezzo a un paragrafo, e inoltre non ci sarebbe altro modo di veicolare tutti questi concetti sulla teoria della relatività al neofita (se non attraverso espedienti ancora peggiori, come l’As you know, Bob).
Ma ormai so che non è vero. Quest’ultima affermazione è semplicemente falsa, e può derivare solamente da ignoranza o da pigrizia mentale. Modi plausibili se ne trovano sempre. Dal più banale: il protagonista che, solo nella sua cuccetta o di fronte a un quadro comandi, si abbandona ai suoi pensieri e riflette, malinconico, sul viaggio che sta affrontando, sulla sua destinazione, alle equazioni (che conosce) e così via. Potrebbe anche rivivere la lezione universitaria in cui il suo docente preferito gli spiegava l’equazione del Tau; oppure immaginare di vedere la nave dal di fuori, facendo lui stesso la parte, nei propri pensieri, del narratore onnisciente1. Alle più creative: il protagonista, o un altro dei personaggi-pov, potrebbe decidere di incidere su nastro delle “lezioni” sulla teoria della relatività e rapporti sul loro viaggio: il destinatario potrebbero essere le future generazioni, i suoi discendenti, dei familiari rimasti sulla Terra. E queste sono solo le prime due idee che mi sono venute in mente.
Affidando anche le parte più infodumpose alla voce dei personaggi-pov, integrando ogni spiegone nel corpo della narrazione, trasformando anche uno sguardo ‘impossibile’ come quello della navicella da fuori nell’occhio mentale del protagonista, si mantengono tutti i vantaggi del pov onnisciente senza tutti gli svantaggi di perdita di ritmo e immersività. Quel che voglio dire, è che nella scrittura non bisognerebbe mai fare i pigri ed abbandonarsi alla prima soluzione stilistica che viene in mente: alternative migliori esistono quasi sempre.

Space Core Portal

Tutti pazzi per lo spazio.

Ma Anderson queste cose non le sapeva; e infatti la sua sciatteria colpisce tutto indistintamente. I membri dell’equipaggio sono figure anonime con un cartellino appeso al collo: la xenobiologa con problemi relazionali, il medico rude e buontempone, l’esile cinesina compassata, il vecchio capitano che ne ha viste di cotte e di crude. E dire che Anderson il problema della clausura forzata dei cinquanta passeggeri della Leonora se li è posti; e infatti mette una grande attenzione nello spiegare come sia stata organizzata la vita a bordo della nave, come vengano riempite le ore della giornata, come tutti siano stati addestrati a vincere lo stress, come evolvano nel tempo le dinamiche tra i vari ‘gruppi’ (equipaggio, scienziati, corpo di polizia) e così via. Ma il problema è proprio questo: Anderson spiega. Tutto (o quasi) è raccontato con distacco, e il lettore non se ne sente coinvolto.
Su tutto questo grigiore, Reymont e Lindgren spiccano un poco, con il loro mix di problemi pubblici e privati; ma senza esagerare. In particolare, Reymont è una grande occasione sprecata. Nasce come un personaggio molto ambiguo: un’infanzia difficile alle spalle, vissuta nella povertà e nella violenza, il carattere burbero con cui tiene tutti a distanza, l’alto senso della giustizia, il cinismo del ‘il fine giustifica i mezzi’, unito alla funzione di “capo della security” a bordo della nave. Quando in seguito all’incidente il morale dell’equipaggio precipita e la vita sulla Leonore si fa difficile, spetterà a lui ‘assumere il controllo’ e mantenere l’ordine. Da questa situazione poteva sbocciare una grandissima quantità di conflitti, interiori ed esterni. Reymont poteva finire con l’abusare della sua autorità, come accade ad esempio al poliziotto di The Cube; oppure, pur restando in un certo senso un ‘buono’, avrebbe potuto essere costretto, per il fine superiore di mantenere l’ordine sulla nave, a compiere atti di particolare brutalità (es. sopprimere una rivolta nel sangue?). Ma questo non succede. Certo, scontri ce ne sono – ma nei romanzi di Anderson, il buonsenso prevale sempre.

Ho letto diversi romanzi di Anderson. Si ha come l’impressione che l’autore abbia qualche problema con l’idea di “conflitto”. Come se volesse sempre tenerlo il più basso possibile. Certo, i problemi non mancano, ed anzi, nel corso del romanzo si verifica la giusta escalation drammatica; ma Anderson cerca sempre di risolvere i conflitti il prima possibile, cerca sempre di abbassare i toni, e di non mettere troppa ansia nel lettore. Anche quando danno di matto, i suoi personaggi vengono sempre ricondotti al buonsenso. Ora, non dico che a bordo della Leonora Christine doveva andare a finire come nel condominio di Ballard – non sarebbe neanche stato credibile; ma mi sembra che Anderson ecceda dalla parte opposta.
Il dramma esistenziale dell’equipaggio della Leonora Christine si percepisce, ma sempre mantenendo un certo distacco. Proprio perché si vede la faccenda dal di fuori, e non attraverso gli occhi di un personaggio-pov, il lettore percepisce a livello inconscio che la cosa non lo riguarda personalmente. “Sta accadendo a qualcun altro”: e così ogni emozione viene attutita.

Philosoraptor

Una delle domande di cui Tau Zero potrebbe avere la risposta. Oppure no.

Ma l’Hard SF si misura soprattutto sotto il profilo delle idee – della loro correttezza scientifica, sulla loro genialità, su quanto riescano a meravigliarti. Sul primo punto non mi esprimo, che non ne capisco niente. Quanto al sense of wonder – be’, Tau Zero è un capolavoro. Già il concetto del viaggio generazionale verso una stella lontana, condito dalla spiegazione di come ciò sarebbe fisicamente possibile, era di per sé interessante. La logica del Bussard ramjet, il sistema di propulsione della Leonora Christine (ma che non ha inventato Anderson), è forse la vera protagonista del romanzo.
Ma Anderson è in grado di trasportare tutta la storia su scala mastodontica; e così ci si ritrova a parlare di, e a vivere, spazi tra le galassie, e poi grappoli di galassie, e poi l’origine e la fine ultima dell’Universo, Big Bang, Big Crunch, spazi di tempo talmente grandi da essere incommensurabili… i concetti in gioco sono talmente grandi, talmente incredibili, che a un certo punto mi sono venute le lacrime agli occhi. E’ vero, la prosa è quello che è, ma c’è della vera epica cosmica là in mezzo, e Anderson è in grado di fartela provare – basta avere pazienza e sopportare la sciatteria generale. Il finale è straordinario, e si chiude il libro con una certa serenità, e la sensazione di essersi arricchiti in qualche modo.

Scritto da mani più esperte, Tau Zero poteva diventare uno dei grandi capolavori della fantascienza. Anche così, rimane un bel romanzo, e si conquista un posto nella Top 30 dei miei romanzi preferiti. E se la parte psicologico-sociale soffre particolarmente l’incapacità di Anderson di dare vita ai suoi personaggi, la parte più, diciamo, ‘astrofisica’ se la cava dignitosamente.
Certo, non è un libro per tutti; bisogna innanzitutto avere passione per l’argomento ed essere pronti a sorbirsi un po’ di fisica for dummies, non sempre facilissima. Credo comunque che l’audience di Tau Zero sia più ampio di quello di Mission for Gravity – l’ultimo Hard SF di cui mi sono occupato – se non altro per la generalità e l’ordine di grandezza delle idee coinvolte; sebbene i personaggi del romanzo di Clement siano probabilmente più interessanti.

Bussard ramjet

Una rappresentazione artistica del Bussard ramjet.

Su Anderson
Poul Anderson è uno degli scrittori più prolifici della narrativa fantastica; quanto a numero di romanzi pubblicati, fa impallidire anche grafomani conclamati come Philip Dick o Moorcock. E come Dick e Moorcock, la qualità dei lavori è parecchio altalenante (e lo stile oscilla sempre tra il mediocre e il pessimo). Tra i romanzi suoi che ho letto, ecco i più interessanti:
The High Crusade The High Crusade (Crociata spaziale) è un romanzetto farsesco con una premessa geniale: a metà del Trecento, mentre Edoardo III d’Inghilterra prepara l’invasione della Francia, una navicella aliena atterra in un ameno villaggio del Lincolnshire. Gli alieni hanno intenzioni ostili, ma contro ogni aspettativa Sir Roger de Tourneville, signore del luogo, e i suoi uomini sterminano gli invasori e si impossessano della nave. E’ l’inizio di una crociata che porterà i fanatici cavalieri di Sir Roger alla conquista della galassia. High Crusade è divertentissimo, benché sia in larga parte rovinato dallo stile stra-raccontato e spesso riassunto, che a tratti fa sembrare la storia più un canovaccio di trama che un romanzo vero e proprio.
There Will Be Time There Will be Time (Tempo verrà), un romanzo sui viaggi nel tempo. Jack Havig è nato col dono di potersi spostare, col solo esercizio della volontà, avanti e indietro nel tempo;
ma quando si imbarcherà in un viaggio alla ricerca dei suoi simili, scoprirà di una catastrofe che sta per distruggere la nostra civiltà e di un’organizzazione di viaggiatori intenzionata a diventare la guida del nuovo mondo. Nonostante l’argomento interessante e i continui spostamenti tra passato e futuro, il libro ha spesso poco mordente. Anderson fa la scelta ottocentesca di filtrare la narrazione attraverso il pov di un personaggio marginale (il medico di famiglia del protagonista, a cui Havig racconta le sue vicende); la mole di raccontato, i riassuntoni e la sciattezza generale fanno il resto.
Fire Time Fire Time racconta la storia di Ishtar, un bizzarro pianeta che orbita attorno a tre stelle contemporaneamente. Ogni cinquecento anni la stella Anu si avvicina troppo al pianeta, scatenando un riscaldamento infernale che puntualmente distrugge la civiltà indigena. Ora la stella si sta avvicinando di nuovo, ma i terrestri sono arrivati sul pianeta e potrebbero cambiare le cose – se non fosse che si sta scatenando una guerra interplanetaria. Fire Time è una storia corale che intreccia Hard SF, romanzo politico e di guerra, con un sacco di idee affascinanti su xenobiologia, fisica, evoluzionismo. Purtroppo lo stile un po’ piatto, i personaggi non memorabili, l’eccessivo buonismo e la strana tendenza di Anderson di ridurre sempre al minimo ogni fonte di conflitto lo rendono a tratti noioso. Peccato – poteva essere un altro capolavoro!
Poul Anderson rimane uno scrittore interessante, benché di serie B. Gli altri suoi romanzi che vorrei leggere: il fantasy shakespeariano A Midsummer TempestThe Boat of a Million Years e forse (un grande ‘forse’) il fantasy epico The Broken Sword.

Dove si trova?
Come detto in apertura di articolo, Tau Zero è un romanzo estremamente popolare oltreoceano. Di conseguenza, si trova facilmente su qualunque canale: Bookfinder e Library Genesis per l’edizione in lingua originale, Emule per quella italiana.

Qualche estratto
Come primo estratto ho scelto in realtà un brano abbastanza avanti nel romanzo. E’ la digressione pseudo-saggistica cui ho accennato in apertura d’articolo, in cui Anderson spiega il significato del valore ‘tau’ e la logica del viaggio della Leonora Christine. Il secondo estratto ci riporta al primo capitolo; una scena in cui Reymont e la Lingren si confrontano sulle ragioni che li hanno portati a decidere di partire, e abbandonare la loro Terra per sempre…

1.
 A year after she started, Leonora Christine was close to her ultimate velocity. It would take her thirty-one years to cross interstellar space, and one year more to decelerate as she approached her target sun.
But that is an incomplete statement. It takes no account of relativity. Precisely because there is an absolute limiting speed (at which light travels in vacuo; likewise neutrinos) there is an interdependence of space, time, matter, and energy. The tau factor enters the equations. If v is the (uniform) velocity of a spaceship, and c the velocity of light, then tau equals

Equazione Tau

The closer that v comes to c, the closer tau comes to zero.
Suppose an outside observer measures the mass of the spaceship. The result he gets is her rest mass — i.e., the mass that she has when she is not moving with respect to him — divided by tau. Thus, the faster she travels the more massive she is, as regards the universe at large. She gets the extra mass from the kinetic energy of motion; e=mc^2.
Furthermore, if the “stationary” observer could compare the ship’s clocks with his own, he would notice a disagreement. The interlude between two events (such as the birth and death of a man) measured aboard the ship where they take place, is equal to the interlude which the observer measures … multiplied by tau. One might say that time moves proportionately slower on a starship.
Lengths shrink; the observer sees the ship shortened in the direction of motion by the factor tau.
Now measurements made on shipboard are every bit as valid as those made elsewhere. To a crewman, looking forth at the universe, the stars are compressed and have gained in mass; the distances between them have shriveled; they shine, they evolve at a strangely reduced rate.
Yet the picture is more complicated even than this. You must bear in mind that the ship has, in fact, been accelerated and will be decelerated in relation to the total background of the cosmos. This takes the whole problem out of special and into general relativity. The star-and-ship situation is not really symmetrical. The twin paradox does not arise. When velocities match once more and reunion takes place, the star will have passed through a longer time than the ship did.
If you ran tau down to one one-hundredth and went into free fall, you would cross a light-century in a single year of your own experience. (Though, of course, you could never regain the century that had passed at home, during which your friends grew old and died.) This would inevitably involve a hundredfold increase of mass. A Bussard engine, drawing on the hydrogen of space, could supply that. Indeed, it would be foolish to stop the engine and coast when you could go right on decreasing your tau.
Therefore, to reach other suns in a reasonable portion of your life expectancy: Accelerate continuously, right up to the interstellar midpoint, at which point you activate the decelerator system in the Bussard module and start slowing down again. You are limited by the speed of light, which you can never quite reach. But you are not limited in how close you can approach that speed. And thus you have no limit on your inverse tau factor.
Throughout her year at one gravity, the differences between Leonora Christine and the slow-moving stars had accumulated imperceptibly. Now the curve entered upon the steep part of its climb. Now, more and more, her folk measured the distance to their goal as shrinking, not simply because they traveled, but because, for them, the geometry of space was changing. More and more, they perceived natural processes in the outside universe as speeding up.
It was not yet spectacular. Indeed, the minimum tau in her flight plan, at midpoint, was to be somewhat above 0.015. But an instant came when a minute aboard her corresponded to sixty-one seconds in the rest of the galaxy. A while later, it corresponded to sixty-two. Then sixty-three … sixty-four … the ship time between such counts grew gradually but steadily less … sixty-five … sixty-six … sixty-seven…

Un anno dopo la partenza, la Leonora Christine aveva quasi raggiunto la sua massima velocità. Le ci sarebbero voluti trentun anni per attraversare lo spazio interstellare, e un anno in più per decelerare mentre si avvicinava al sole che rappresentava il suo obiettivo.
Ma questa è un’affermazione incompleta, che non tiene conto della relatività. Proprio perché la velocità assoluta non può superare un certo limite (rappresentato dalla velocità con cui la luce viaggia in vacuo; e ciò varrebbe anche per i neutrini) c’è un’interdipendenza tra spazio, tempo, materia ed energia. Nelle equazioni entra il fattore tau. Se v è la velocità (uniforme) di un’astronave e c la velocità della luce, allora tau è uguale a:

Equazione Tau

Quanto più i valori di v si avvicinano a quelli di c, tanto più tau tende a zero.
Supponiamo che un osservatore esterno misuri la massa di un’astronave. Il risultato che ottiene è la massa a riposo ― cioè la massa che l’astronave ha allorché non si muove rispetto a lui ― divisa per tau. Così, quanto più velocemente si muove l’astronave, tanto maggiore è la sua massa, per quanto riguarda l’universo in generale. Ricava l’eccedenza di massa dall’energia cinetica: e = mc2.
Inoltre, se l’osservatore «fisso» potesse controllare gli orologi dell’astronave e compararli al suo, noterebbe uno sfalsamento. Il periodo di tempo trascorso tra due avvenimenti (per esempio, la nascita e la morte di un uomo), misurato a bordo della nave dove questi avvenimenti si sono verificati, è uguale al periodo di tempo misurato dall’osservatore… moltiplicato per tau. Si potrebbe perciò dire che il tempo si muove proporzionalmente più a rilento su un’astronave.
Anche le misure di lunghezza si contraggono; l’osservatore vede l’astronave accorciata, nella direzione del moto, dal fattore tau.
Ora le misurazioni fatte a bordo di un’astronave sono altrettanto valide, in tutto, di quelle fatte altrove. A un cosmonauta, che guardi l’universo davanti a sé, le stelle appaiono compresse e la loro massa risulta aumentata; le distanze tra loro si sono ridotte; esse scintillano e si muovono a un ritmo stranamente ridotto.
Eppure la situazione è ancora più complicata di così. Bisogna tenere bene a mente che l’astronave, in effetti, è stata accelerata e sarà decelerata in relazione a tutto il cosmo che le fa da sfondo. Ciò fa rientrare l’intero problema nell’ambito della teoria generale della relatività. La situazione stelle-astronave non è realmente simmetrica. Il paradosso dei gemelli non si verifica. Quando le velocità si uguagliano ancora una volta e avviene la riunione, per la stella sarà trascorso un tempo più lungo di quello trascorso per l’astronave.
Se il fattore tau si riduce a un centesimo e l’astronave procede in caduta libera, un secolo-luce verrà percorso in un solo anno di vita degli astronauti (sebbene, naturalmente, non si potrà più riguadagnare il secolo che è trascorso sulla Terra, durante il quale gli amici degli astronauti saranno invecchiati e morti). Ciò comporterà inevitabilmente un aumento della massa di cento volte. Un motore Bussard, sfruttando l’idrogeno dello spazio, poteva produrre un simile effetto, ma sarebbe stato folle fermare il motore e proseguire con moto inerziale quando si poteva ottenere la stessa cosa facendo decrescere il fattore tau.
Perciò, raggiungere altri soli è una parte ragionevole della speranza di vita: tanto vale accelerare continuamente, fino al punto intermedio interstellare, dopodiché si attiverà il deceleratore. C’è il limite imposto dalla velocità della luce, che non si può quasi mai raggiungere. Ma non c’è limite all’approssimarsi quanto più è possibile a tale velocità. Così non si hanno limiti per quanto riguarda l’inverso del fattore tau.
Nonostante l’anno trascorso a gravità uno, le differenze tra la Leonora Christine e le stelle che si muovevano lentamente si erano accumulate impercettibilmente. Adesso la curva si accingeva ad affrontare la parte più ripida della sua discesa. Ora, sempre più la distanza che divideva gli astronauti dal loro obiettivo sembrava loro come contratta, non soltanto perché viaggiavano, ma perché, per loro, la geometria dello spazio stava cambiando. Sempre più gli astronauti si rendevano conto di quanto i processi naturali nell’universo esterno si stessero sviluppando con maggior velocità.
Non era ancora niente di spettacolare. Anzi, il valore minimo di tau nel piano di volo dell’astronave era, al punto intermedio, intorno a 0,015. Ma arrivò un momento in cui un minuto a bordo dell’astronave corrispondeva a sessantun secondi nel resto della galassia. Un po’ più tardi, corrispondeva a sessantadue. Poi a sessantatré… sessantaquattro… il tempo dell’astronave tra tali conteggi cresceva gradualmente ma sistematicamente… sessantacinque… sessantasei… sessantasette…

Red Bull Space Program

2.
 “I … thought you might be lonely. You have no one, have you?”
“No relatives left. I’m only touring the fleshpots of Earth. Won’t be any where we are bound.”
Her sight lifted again, toward Jupiter this time, a steady tawny-white lamp. More stars were treading forth. She shivered and drew her cloak tight around her, against the autumnal air. “No,” she said mutedly. “Everything alien. And when we’ve hardly begun to map, to understand, that world yonder — our neighbor, our sister — to cross thirty-two light-years—”
“People are like that.”
“Why are you going, Carl?”
His shoulders lifted and dropped. “Restless, I suppose. And frankly, I made enemies in the Corps. Rubbed them the wrong way, or outdistanced them for promotion. I was at the point where I couldn’t advance further without playing office politics. Which I despise.” His glance met hers. Both lingered a moment. “You?”
She sighed. “Probably sheer romanticism. Ever since I was a child, I thought I must go to the stars, the way a prince in a fairy tale must go to Elf Land. At last, by insisting to my parents, I got them to let me enroll in the Academy.”
[…] He managed to keep the talk inconsequential while he nosed into Strцmmen, docked the boat, and led her on foot across the bridge to Old Town. Beyond the royal palace they found themselves under softer illumination, walking down narrow streets between high golden-hued buildings that had stood much as they were for several hundred years. Tourist season was past; of the uncounted foreigners in the city, few had reason to visit this enclave; except for an occasional pedestrian or electrocyclist, Reymont and Lindgren were nearly alone.
“I shall miss this,” she said.
“It’s picturesque,” he conceded.
“More than that, Carl. It’s not just an outdoor museum. Real human beings live here. And the ones who were before them, they stay real too. In, oh, Birger Jarl’s Tower, the Riddarholm Church, the shields in the House of Nobles, the Golden Peace where Bellman drank and sang — It’s going to be lonely in space, Carl, so far from our dead.”
“Nevertheless you’re leaving.”
“Yes. Not easily. My mother who bore me, my father who took me by the hand and led me out to teach me constellations. Did he know what he was doing to me that night?” She drew a breath. “That’s partly why I got in touch with you. I had to escape from what I’m doing to them. If only for a single day.”

― Io… pensavo che lei avrebbe potuto sentirsi solo. Lei non ha nessuno, vero?
― Non mi è rimasto alcun parente. Sto facendo un giro turistico per visitare i bordelli della Terra. Non ce ne saranno, là dove siamo diretti.
Gli occhi di lei si alzarono di nuovo, questa volta in direzione di Giove, un lume fisso di colore bianco-bruno. Altre stelle si stavano facendo avanti. Lindgren fu scossa da un brivido e si serrò più strettamente il soprabito intorno al corpo, come per difendersi dall’aria autunnale. ― No ― disse con voce bassa. ― Ogni cosa ci sarà estranea. E ora che abbiamo appena cominciato a tracciare una mappa di quel mondo lassù, a capirlo ― il nostro vicino, la nostra sorella ― un viaggio di trentadue anni-luce…
― La gente è fatta così.
― Perché lei ha deciso di venire, Carl?
L’uomo alzò e abbassò le spalle. ― Sono un individuo irrequieto, suppongo. E, per essere sincero, mi son fatto alcuni nemici nel Corpo di Salvataggio. Ho lisciato loro il pelo dalla parte sbagliata o li ho lasciati troppo indietro per via delle mie promozioni. Ero giunto a un punto morto: non avrei potuto avanzare oltre senza mettermi a brigare tra le quinte. Cosa che disprezzo. ― Lo sguardo di Reymont incontrò quello della donna. Per un attimo indugiarono a guardarsi l’un l’altra negli occhi. ― E lei?
Ingrid sospirò. ― Probabilmente, per puro e semplice romanticismo. Fin da quando ero bambina pensavo di dover andare sulle stelle, nello stesso modo in cui un principe in un racconto di fate deve andare alla terra degli Elfi. Alla fine, dopo aver molto insistito con i miei genitori, li ho convinti a lasciarmi iscrivere all’Accademia.
[…] Reymont tentò di mantenere la conversazione su un piano di assoluta banalità mentre si infilava nello Strömmen, attraccava a riva l’imbarcazione e si avvicinava con la donna a piedi attraverso il ponte che portava alla città vecchia. Superato il palazzo reale si trovarono in una zona illuminata in modo più blando, e camminarono per stradine strette fiancheggiate da edifici dalle facciate color dell’oro che erano rimaste sempre eguali da alcune centinaia d’anni. La stagione turistica era ormai finita; degli innumerevoli forestieri che ospitava la città, pochi avevano ragioni per visitare quel lembo di terra sperduto; fatta eccezione per qualche occasionale pedone o elettrociclista, Reymont e Lindgren erano praticamente soli.
― Mi mancherà tutto questo ― disse la donna.
― È uno spettacolo pittoresco ― concesse Reymont.
― È più di questo, Carl. Non è soltanto un museo all’aperto, perché qui vivono reali esseri umani. E coloro che hanno preceduto gli attuali abitanti è come se vivessero ancora. Oh, la Torre di Birger Jarl, la chiesa di Riddarholm, gli scudi della Casa dei Nobili, la Pace d’Oro dove Bellman bevve e cantò… Ci sentiremo soli nello spazio, Carl, così lontani dai nostri morti.
― Eppure lei sta per partire.
― Sì. Ma non è facile. Mia madre che mi ha partorito, mio padre che mi prendeva per mano e mi portava fuori all’aperto per insegnarmi a riconoscere le costellazioni. Quella prima notte, si sarà reso conto di ciò che stava facendo? ― Trasse un profondo respiro. ― In parte è per questo che mi sono messa in contatto con lei. Dovevo fuggire da ciò che sto facendo loro. Anche se per un solo giorno.

Tabella riassuntiva

Un’avventura interstellare che coinvolge il destino ultimo dell’Universo! Narratore onnisciente e “raccontato” a chili.
Speculazione realistica sulla possibilità di viaggiare a velocità luce. Digressioni infodumpose che spezzano il ritmo.
Un dramma esistenziale sugli equipaggi delle astronavi. Personaggi piatti e conflitto tenuto sempre al minimo.

(1) Non è così strano che una persona pensi e ripensi, anche nel dettaglio, a fatti e concetti così gravidi di conseguenze per la sua vita, considerando anche tutto il tempo libero che hanno i membri dell’equipaggio: è una cosa che facciamo tutti.Torna su

I Consigli del Lunedì #29: The End of Eternity

La fine dell'eternitàAutore: Isaac Asimov
Titolo italiano: La fine dell’eternità
Genere: Science Fiction / Mystery
Tipo: Romanzo

Anno: 1955
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 250 ca.

Difficoltà in inglese: **

L’Eternità: una struttura fuori dal tempo che si estende dal ventisettesimo secolo, quando è stata costruita, sino alla fine dell’esistenza del pianeta Terra. Quei pochi eletti che possono accedervi e viverci, gli Eterni, devono abbandonare per sempre la loro epoca, rinunciare a vivere nel Tempo, e consacrare la propria vita a servire l’Eternità. Il loro scopo? Guidare il genere umano verso un futuro di felicità e sofferenza minima, modificando la Realtà ogni volta che imbocca una direzione pericolosa.
Andrew Harlan è un Tecnico dell’Eternità: il suo scopo è quello di incaricarsi personalmente di modificare la Realtà quando necessario e valutare quale sia il Minimo Mutamento Necessario. Sulle sue spalle porta il peso di tutti i futuri cancellati, di tutte le persone mai nate o alterate dai suoi cambiamenti; le sue responsabilità l’hanno isolato, ma l’hanno anche indurito. Ma un giorno, Harlan conosce l’amore; e quando rischierà di perderlo, comincerà a mettere in discussione le sue scelte e la sua vita, e si renderà conto di avere nelle sue mani il destino di tutta l’Eternità.

Asimov è lo scrittore di fantascienza per antonomasia; e se negli Stati Uniti, quanto ha popolarità, ha un minimo di concorrenza, in Italia è di sicuro il più famoso, il più letto, quello che si prende più spazio negli scaffali di qualsiasi libreria. Quando ho aperto Tapirullanza, mi ero ripromesso di non parlare di Asimov: era mia intenzione portare alla luce autori o libri poco noti (o addirittura mai portati in Italia), non certo uno che conoscono tutti. Se oggi infrango questa promessa, è per venire incontro, una volta tanto, alle richieste dei miei lettori; d’altronde questo blog lo faccio anche per loro. Mi sono però riservato di scegliere uno dei romanzi meno noti di Asimov, un romanzo al di fuori dei suoi cicli più conosciuti (Cicli dei Robot, dell’Impero e della Fondazione). Un romanzo ingiustamente poco conosciuto, dato che è forse il suo più bello.
Non solo The End of Eternity parla di viaggi nel tempo, uno degli argomenti più fiki e difficili della sci-fi; è anche uno di quei pochi romanzi che cerca di spiegare la logica dei viaggi nel tempo, come si potrebbero fare, come si risolverebbero i paradossi. Non oserei chiamarla hard sci-fi, dato che c’è ben poco di fondato sulla fisica moderna; ma certo ci si avvicina quanto più possibile. Come molti altri romanzi di Asimov, inoltre, The End of Eternity è un mystery: un complicato rompicapo, pieno di colpi di scena e di indizi disseminati capitolo dopo capitolo fino all’allucinante risoluzione finale.

Viaggi nel tempo

Uno sguardo approfondito
Cominciamo con una nota di merito: nonostante l’intenzione di fare della speculazione seria sui viaggi nel tempo, e nonostante l’incredibile difficoltà concettuale dell’argomento, Asimov è riuscito a non trasformare il romanzo in un trattatone raccontato. Al contrario: al primo posto ci sono sempre il ritmo e la storia. Il romanzo comincia in medias res, con un Harlan incazzatissimo, che si è già macchiato di una serie di crimini nei confronti dell’Eternità, e che si appresta a ricattare un Sociologo dell’organizzazione per piegarlo ai suoi loschi fini. A partire dal secondo capitolo Asimov apre un flashback per spiegarci cosa sia successo al nostro eroe e come funzioni l’Eternità. Le due timeline continuano ad alternarsi fino a ricongiungersi attorno alla metà del libro; quindi la storia procede a ritmo serrato verso il finale.
La difficoltà principale del romanzo stava nel mantenere viva la storia senza spaesare il lettore con la complessità dell’ambientazione, e Asimov c’è riuscito almeno a metà. Innanzitutto, ha evitato la facile trappola della valanga di infodump e degli As you know, Bob. Gli infodump ci sono, è vero, ma quasi sempre vengono somministrati in piccole dosi e intervallati da scene mostrate e/o momenti d’azione. Inoltre non sembrano quasi mai innaturali, ma appaiono filtrati dai pensieri del protagonista-pov. Molte altre informazioni vengono fornite attraverso i dialoghi tra i personaggi, anche se alcuni di questi – e soprattutto il primo – sembrano a una prima lettura la fiera del technobabble, tra “complessi tensori alternati”, “cronocircoli” e Minimo Mutamento Necessario. Ma tenete duro, e capitolo dopo capitolo, tutta la terminologia e la logica dell’Eternità si chiariranno.

Aldilà dei flashback, la struttura di The End of Eternity è molto semplice. Il romanzo è scritto in terza persona ravvicinata e segue l’unico pov del protagonista. Lo stile è il solito “senza infamia e senza lode” di Asimov, semplice, senza fronzoli né lunghe descrizioni, e a metà tra il mostrato e il raccontato. Le emozioni del protagonista, il suo mondo interiore e i suoi obiettivi sono spesso raccontati, ma anche riflessi nei gesti, nelle azioni, nelle parole.
I dialoghi, in particolare, fanno la parte del leone; interi capitoli, soprattutto verso la fine del romanzo, sono composti interamente di botta e risposta tra due personaggi. Di norma non sopporterei un tale abuso del dialogo; ma i personaggi di Asimov sono sempre dei geni, e hanno così tante cose interessanti da dire e così tanti segreti e plot twist da svelare, che si leggono che è un piacere. Asimov eccelle in particolare nei battibecchi tra scienziati, un mondo che evidentemente conosceva bene – le piccole invidie, i tiri mancini, la lotta per gli avanzamenti di carriera – ma tutti i dialoghi del romanzo sono animati dal sacro fuoco del conflitto.

Complesso tensorio

Complesso tensorio. Non alternato.

Purtroppo non si può dire lo stesso dei personaggi. Harlan, come protagonista, aveva un grandissimo potenziale: un forte conflitto interiore (la lotta tra il rispetto per l’Eternità e le sue regole, il senso del dovere, e il bisogno di libertà, l’odio sotterraneo che gli fa venire voglia di infrangerle) e molteplici conflitti con i suoi colleghi e le autorità dell’Eternità. I Tecnici come Harlan sono condannati dalla società ipocrita dell’Eternità all’isolamento, perché nessuno vuole avere a che fare con chi si macchia personalmente le mani sovrascrivendo le vecchie Realtà con la nuova. E tuttavia Harlan non brilla, non vive di vita propria, ma rimane un protagonista funzionale.
Oltre all’approccio “raccontato” di Asimov, questo è probabilmente colpa del suo modo di scrivere, talmente plot-driven da eliminare praticamente tutto ciò che non muova l’intreccio principale o non porti alla risoluzione del rompicapo. Non vediamo mai Harlan in un momento intimo, quotidiano. Sappiamo dai suoi flashback che è un appassionato di Storia Primitiva – cioè di quella parte della storia umana precedente l’invenzione dell’Eternità, quell’unica parte che non può essere modificata – e la cosa tornerà utile più avanti nella storia (Asimov non inserisce mai un elemento per caso), ma non lo vediamo mai chiudersi nella sua stanza per sfogliare un National Geographic o una tragedia di Shakespeare.
Così anche gli altri personaggi, che esauriscono la loro umanità nel ruolo che hanno nella storia. Su tutti Noys, la bellissima donna del 482° Secolo per il cui amore Harlan si ribellerà contro l’Eternità, è piatta oltre ogni dire; la loro storia d’amore è meccanica e banale. L’unico personaggio davvero tridimensionale è forse Twissell, il venerabile Calcolatore Anziano, nonché mentore di Harlan: la sua mania di fumare sigarette, il suo nervosismo, il contrasto tra la sua aria senile e l’energia che ancora possiede, i suoi sbalzi d’umore nel corso del romanzo, lo rendono una persona viva. Menzione d’onore anche per un altro personaggio, estremamente secondario: Neron Feruque, il cinico Manipolatore di Vite che si lascia andare a considerazioni amare sulla cura anti-cancro.

Su tutto, però, trionfa la fantasia di Asimov; la sua abilità nel creare un’ambientazione carica di sense of wonder ma anche internamente coerente. Una delle assunzioni base del mondo di The End of Eternity, è che la Realtà sia dotata di inerzia: se apporto una piccola modifica, per esempio, al 50° secolo, questo cambiamento si ripercuoterà ed espanderà per un certo periodo di tempo – per esempio fino al 52° secolo – dopodiché si riappianerà gradualmente fino a che, raggiunto il 55° secolo, le due timeline si saranno reallineate. Questo rende possibile operare cambiamenti (miglioramenti!) circoscritti che non crescono esponenzialmente fino alla fine dei tempi, ma che rimangono “controllabili”. Un’altra assunzione, che ricorda la psicostoria della Fondazione e che mi fa letteralmente andare in fibrillazione, è che i comportamenti umani e le variazioni della Realtà siano studiabili matematicamente.
Di qui l’organizzazione dell’elite intellettuale dell’Eternità, che si divide in cinque gruppi: i Sociologi, che studiano la popolazione dei vari Secoli, confrontando fra loro le varie Realtà possibili, e valutano quando sarebbe desiderabile intervenire per migliorare la Realtà; i Calcolatori (Computers), che calcolano dove, quando e come operare per produrre il Minimo Mutamento Necessario; gli Osservatori, che visitano i secoli interessati per confermare empiricamente le analisi di Sociologi e Calcolatori; i Tecnici, che lo eseguono materialmente; e infine i Manipolatori di Vite (Life-Plotters, lett. Pianificatori di Vite, che mi piace anche di più), che studiano la vita di singoli esseri umani particolarmente importanti, per decidere come modificare la Realtà per migliorarli, dargli un destino diverso, o “salvarli” da un cambiamento della Realtà.

Ritorno al futuro

A viaggiare nel tempo va a finire sempre male.

I membri dell’Eternità devono vivere al di fuori dal Tempo perché devono interferire il meno possibile con la Realtà; sanno che ogni piccolo cambiamento può, in potenza, avere ripercussioni su tutta l’umanità per molti secoli a venire. Anche quando un Osservatore o un Tecnico devono entrare nel Tempo, i loro percorsi sono rigidamente pianificati per ridurre al minimo la loro influenza; devono tenere un bassissimo profilo, la loro libertà è nulla. Quando uno di loro viene prelevato dalla sua epoca – rigorosamente in tenera età – per essere addestrato a diventare un Eterno, la Realtà dev’essere modificata retrospettivamente per rimuovere la sua esistenza e quindi provocare il minimo trauma possibile. E’ come se l’Eterno non fosse mai esistito. Anche se reggono le sorti dell’umanità, gli Eterni vivono come degli esiliati, come dei monaci.
Di qui, Asimov trae tutta una serie di interrogativi filosofici che costituiscono il cuore pulsante del romanzo. Si va dai quesiti più tecnici-fantascientifici – come la risoluzione dei paradossi, dal “paradosso del nonno” alle conseguenze dell’incontrare sé stessi, all’inversione del rapporto causa-effetto – a interrogativi morali, come: è giusto che un pugno di geni diriga le sorti dell’umanità? E’ lecito giocare con la vita delle persone, riscrivendo intere epoche e ricreando infinite volte le storie e le vite del genere umano nel tentativo di migliorarle? Come fanno gli Eterni a sapere cosa è meglio per l’umanità? Il filosofo che è in voi (spero) qui troverà pane per i suoi denti.

La stessa Eternità è affascinante. E’ divisa in una serie di “stazioni”, una per ogni Secolo, e ciascuna adibita allo studio di quel Secolo; ci si sposta tra le stazioni tramite un veicolo azionato nientedimeno che attingendo all’energia sprigionata dal Sole quando nel remoto futuro sarà diventata una nova. Anche se l’Eternità si estende sino alla fine dell’esistenza della Terra, non tutti i secoli sono colonizzabili: quelli tra il 70.000 e il 150.000, chiamati Secoli Nascosti, sembrano essere stati sigillati dall’esterno. Dopo il 150.000 i Secoli sono di nuovo esplorabili, ma sulla Terra non c’è più vita umana. Ma gli Eterni, gravati dai problemi pratici del miglioramento dell’umanità e afflitti dai propri sensi di colpa, preferiscono non pensare a questi misteri.
Certo, anche qui Asimov si sarebbe potuto impegnare di più. Si vede sorprendentemente poco dell’Eternità e delle varie epoche visitate da Harlan. Le sue descrizioni sono quasi sempre minimaliste, e spesso si ha l’impressione che i personaggi si muovano in un ambiente “vuoto”. Allo stesso modo, Asimov si sofferma davvero poco sulla vita di Harlan e sulle sue occupazioni da Tecnico precedenti gli eventi centrali del romanzo. Gli anni che Harlan trascorre da Cucciolo, quando viene iniziato ai misteri dell’Eternità e prima che diventi un Osservatore, potevano essere interessantissimi; ma Asimov ci dedica una manciata di pagine riassunte. Uno dei pezzi meno ispirati del romanzo.

Time travel cat

Non è paradosso se lui non ti vede.

Questo è lo scotto della prosa “onesta” e funzionale di Asimov: da un lato abbiamo la centralità della trama e un ritmo veloce, e ci vengono risparmiati i manierismi letterari; ma dall’altro, i personaggi non emergono e un sacco di possibilità di fare bella narrativa vengono sprecate. The End of Eternity funziona alla perfezione su due piani: quello della risoluzione dell’enigma (che è molto elegante, con tutte le pistole di Ceckov disseminate da Asimov) e quello della speculazione filosofica; funziona poco invece su quello dell’immersività.
Fa niente. The End of Eternity rimane un romanzo geniale, e in assoluto la più bella storia sui viaggi nel tempo che abbia mai letto. E se in quasi sessant’anni questo romanzo, nel suo campo, rimane ancora imbattuto – be’, ci sarà un motivo. E poi, cazzo – tra i colpi di scena, Asimov è riuscito a infilarci pure Enrico Fermi!

Dove si trova?
The End of Eternity in lingua originale si trova in epub sia su Bookfinder che su Library Genesis. In italiano… be’, che ve lo dico a fare? E’ ovunque.

Su Asimov
Dedicare uno spazio ai libri di Asimov sembra stupido, ma in realtà c’è una manciata di libri di quest’autore che meritano, ma che vengono poco letti. Ecco allora una breve carrellata dei libri asimoviani che non appartengono ai cicli più famosi (Cicli dei Robot, dell’Impero e della Fondazione):
The Complete RobotThe Complete Robot (Tutti i miei robot) è una gargantuesca antologia che raccoglie tutti i racconti mai scritti da Asimov sul tema dei robot (ma che, con l’eccezione di un racconto, non appartengono al ciclo di Elijah Baley e Daneel R. Olivaw). Ci sono diversi racconti brutti o mediocri, specialmente all’inizio, ma anche un sacco di storie geniali – specialmente i racconti con Powell e Donovan e quelli con la robotologa Susan Calvin. Si tratta in genere di storie-rompicapo: dei gialli, enigmi, o problemi che ruotano attorno a un robot; il gusto di leggerli è il puro piacere intellettuale di scoprire la soluzione.
The Gods ThemselvesThe Gods Themselves (Neanche gli dei) è un fix-up di tre novelle vagamente correlate che ruotano attorno a un’ipotesi: come sarebbe fatto un universo in cui sia possibile l’esistenza dell’isotopo plutonio-186, e cosa succederebbe se entrasse in contatto col nostro mondo? Il risultato è la creazione di una delle razze aliene più affascinanti che abbia mai letto, creature a tre sessi che vivono in costante unione a tre a tre. La storia di una di queste triplette costituisce la novella centrale del romanzo; la prima tratta dell’accidentale scoperta in un laboratorio dell’esistenza dell’universo parallelo, mentre la terza trasporta l’azione sulla Luna. Il primo e il terzo racconto sono carini, ma non eccezionali come il secondo (anche se adoro il personaggio di Lamont!), e la distanza fra le tre storie rende la lettura sfilacciata e non del tutto soddisfacente. Vale comunque la pena di leggerlo.
NemesisNemesis parte dal presupposto che il nostro Sole abbia una stella compagna – una nana rossa chiamata appunto Nemesis – che in un remoto futuro passerà vicino al Sistema Solare, causandone la distruzione. Mentre, sotto la guida dell’autocrate Janus Pitt, una piccola colonia spaziale abbandona l’orbita della Terra per spostarsi nel sistema solare di Nemesis e avviare una nuova civiltà, i terrestri, guidati dal fisico Fisher, lavorano a un nuovo tipo di motore che renda possibile i viaggi interstellari. La storia – che intreccia minacce cosmiche, utopie isolazioniste, poteri esp, e un pianeta dotato di coscienza collettiva – sarebbe anche molto interessante, ma l’esecuzione è tiepida, e sembra che Asimov voglia tenere al minimo il livello di conflitto. Carino ma dimenticabile.

Qualche estratto
Ho scelto due brani del primo capitolo, per il semplice fatto che in quelli successivi l’ambientazione diventa sufficientemente complicata da non valere la pena di leggerli a muzzo. Il primo è l’incipit, e dà i dettagli essenziali sul protagonista e l’ambientazione mediante infodump; il secondo è il dialogo tra Harlan e il Sociologo Voy a cui avevo accennato nel corso della recensione. Non fatevi spaventare dal gergo!
La traduzione italiana tanto per cambiare sembra scritta da un dislessico.

1.
Andrew Harlan stepped into the kettle. Its sides were perfectly round and it fit snugly inside a vertical shaft composed of widely spaced rods that shimmered into an unseeable haze six feet above Harlan’s head. Harlan set the controls and moved the smoothly working starting lever.
The kettle did not move.
Harlan did not expect it to. He expected no movement; neither up nor down, left nor right, forth nor back. Yet the spaces between the rods had melted into a gray blankness which was solid to the touch, though nonetheless immaterial for all that. And there was the little stir in his stomach, the faint (psychosomatic?) touch of dizziness, that told him that all the kettle contained, including himself, was rushing upwhen through Eternity.
He had boarded the kettle in the 575th Century, the base of operations assigned him two years earlier. At the time the 575th had been the farthest upwhen he had ever traveled. Now he was moving upwhen to the 2456th Century.
Under ordinary circumstances he might have felt a little lost at the prospect. His native Century was in the far downwhen, the 95th Century, to be exact. The 95th was a Century stiffly restrictive of atomic power, faintly rustic, fond of natural wood as a structural material, exporters of certain types of distilled potables to nearly everywhen and importers of clover seed. Although Harlan had not been in the 95th since he entered special training and became a Cub at the age of fifteen, there was always that feeling of loss when one moved outwhen from “home.” At the 2456th he would be nearly two hundred forty millennia from his birthwhen and that is a sizable distance even for a hardened Eternal.
Under ordinary circumstances all this would be so.
But right now Harlan was in poor mood to think of anything but the fact that his documents were heavy in his pocket and his plan heavy on his heart. He was a little frightened, a little tense, a little confused.
It was his hands acting by themselves that brought the kettle to the proper halt at the proper Century.
Strange that a Technician should feel tense or nervous about anything. What was it that Educator Yarrow had once said:
“Above all, a Technician must be dispassionate. The Reality Change he initiates may affect the lives of as many as fifty billion people. A million or more of these may be so drastically affected as to be considered new individuals. Under these conditions, an emotional make-up is a distinct handicap.”
Harlan put the memory of his teacher’s dry voice out of his mind with an almost savage shake of his head. In those days he had never imagined that he himself would have the peculiar talent for that very position. But emotion had come upon him after all. Not for fifty billion people. What in Time did he care for fifty billion people? There was just one. One person.
He became aware that the kettle was stationary and with the merest pause to pull his thoughts together, put himself into the cold, impersonal frame of mind a Technician must have, he stepped out. The kettle he left, of course, was not the same as the one he had boarded, in the sense that it was not composed of the same atoms. He did not worry about that any more than any Eternal would. To concern oneself with the mystique of Time-travel, rather than with the simple fact of it, was the mark of the Cub and newcomer to Eternity.

 Andrew Harlan entrò nel veicolo sferico inserito in un pozzo verticale fatto di sbarre regolarmente distanziate, che più in alto, a circa due metri sulla sua testa, sembravano tremolare in un alone sfuocato. Harlan mise in moto i comandi e azionò la leva d’avviamento, facendola scivolare facilmente.
Il veicolo non si mosse, e del resto Harlan non se lo aspettava. Non si aspettava nessun movimento, né a sinistra né a destra, né in alto né in basso, ma lo spazio fra una sbarra e l’altra si trasformò in un grigiore indistinto, solido al tatto e tuttavia immateriale. Poi Harlan sentì un leggero senso di nausea, una vertigine (psicosomatica?) indice che la sfera e tutto ciò che conteneva – lui compreso – stava sfrecciando in avanti lungo il flusso dell’Eternità.
Harlan era salito a bordo nel 575° Secolo, che era la base di operazione assegnatagli due anni prima, massimo punto da lui raggiunto nell’Eternità, ma ora doveva salire al 2456°.
In circostanze normali si sarebbe sentito forse un po’ smarrito a quest’idea. Il suo secolo natale era molto più indietro, il 99° per essere precisi, un secolo rustico in cui l’energia atomica era proibita: un secolo che preferiva il legno naturale come materiale da costruzione e che esportava ovunque alcuni tipi di liquidi potabili distillati, importando semi di trifoglio. Sebbene Harlan non fosse più tornato nel 95° dopo che era stato arruolato per la sua istruzione e che era diventato Cadetto a quindici anni, provava sempre una sensazione di nostalgia quando si allontanava millenni dal punto natale: era una distanza considerevole anche per un Eterno incallito.
Già, in circostanze normali sarebbe stato proprio così… Ma, in quel momento, Harlan non era in grado di pensare ad altro se non ai documenti che gli pesavano in tasca.
Era un po’ spaventato, un po’ teso e confuso, e le sue mani mossero macchinalmente le leve adatte perché il veicolo si fermasse nel secolo voluto.
Era davvero strano che un Tecnico si sentisse teso o nervoso, perché, come aveva detto una volta l’istruttore Yarrow, “un Tecnico deve sopra ogni cosa essere privo di sentimenti. I cambiamenti di Realtà che egli attua possono incidere sulla sorte di cinquanta miliardi di individui, un miliardo o più dei quali possono venire danneggiati così gravemente da non potersi più considerare le stesse persone. In tali condizioni il sentimento è un ostacolo gravissimo.”
Harlan scosse la testa con forza, come per scacciare il ricordo della voce dell’istruttore. A quei tempi non avrebbe mai pensato di essere vulnerabile alle emozioni… e invece ne era stato sopraffatto. E non per quello che aveva o non aveva fatto a cinquanta miliardi di individui, no. Per il Tempo, a lui che gliene importava? Quello che gli capitava era dovuto a una sola persona. A una sola1.
S’accorse che il veicolo era fermo, e, dopo aver indugiato la frazione di secondo che era necessaria ad assumere la personalità fredda e distaccata del Tecnico, uscì. Naturalmente, l’apparecchio da cui era sceso non era lo stesso su cui era salito, nel senso che non era composto degli stessi atomi, ma Harlan non perse neppure un attimo a soffermarsi su quest’idea. Del resto, nessun Eterno si sarebbe mai sognato di farlo, perché meditare sulla mistica del Viaggio nel Tempo, piuttosto che sui nudi fatti, era il marchio del Cadetto, del novizio dell’Eternità.

2.
Harlan kept one arm across the back of his chair, the other in his lap. He must let neither hand drum restless fingers. He must not bite his lips. He must not show his feelings in any way.
Ever since the whole orientation of his life had so changed itself, he had been watching the summaries of projected Reality Changes as they passed through the grinding administrative gears of the Allwhen Council. As Senior Computer Twissell’s personally assigned Technician, he could arrange that by a slight bending of professional ethics. Particularly with Twissell’s attention caught ever more tightly in his own overwhelming project. (Harlan’s nostrils flared. He knew now a little of the nature of that project.)
Harlan had had no assurance that he would ever find what he was looking for in a reasonable time. When he had first glanced over projected Reality Change 2456–2781, Serial Number V-5, he was half inclined to believe his reasoning powers were warped by wishing. For a full day he had checked and rechecked equations and relationships in a rattling uncertainty, mixed with growing excitement and a bitter gratitude that he had been taught at least elementary psycho-mathematics.
Now Voy went over those same puncture patterns with a half-puzzled, half-worried eye.
He said, “It seems to me; I say, it seems to me that this is all perfectly in order.”
Harlan said, “I refer you particularly to the matter of the courtship characteristics of the society of the current Reality of this Century. That’s sociology and your responsibility, I believe. It’s why I arranged to see you when I arrived, rather than someone else.”
Voy was now frowning. He was still polite, but with an icy touch now. He said,
“The Observers assigned to our Section are highly competent. I have every certainty that those assigned to this project have given accurate data. Have you evidence to the contrary?”
“Not at all, Sociologist Voy. I accept their data. It is the development of the data I question. Do you not have an alternate tensorcomplex at this point, if the courtship data is taken properly into consideration?”
Voy stared, and then a look of relief washed over him visibly. “Of course, Technician, of course, but it resolves itself into an identity. There is a loop of small dimensions with no tributaries on either side. I hope you’ll forgive me for using picturesque language rather than precise mathematical expressions.”
“I appreciate it,” said Harlan dryly. “I am no more a Computer than a Sociologist.”
“Very good, then. The alternate tensor-complex you refer to, or the forking of the road, as we might say, is non-significant. The forks join up again and it is a single road. There was not even any need to mention it in our recommendations.”
“If you say so, sir, I will defer to your better judgment. However, there is still the matter of the M.N.C.”
The Sociologist winced at the initials as Harlan knew he would. M.N.C.–Minitnum Necessary Change. There the Technician was master. A Sociologist might consider himself above criticism by lesser beings in anything involving the mathematical analysis of the infinite possible Realities in Time, but in matters of M.N.C. the Technician stood supreme.
Mechanical computing would not do. The largest Computaplex ever built, manned by the cleverest and most experienced Senior Computer ever born, could do no better than to indicate the ranges in which the M.N.C. might be found. It was then the Technician, glancing over the data, who decided on an exact point within that range. A good Technician was rarely wrong. A top Technician was never wrong.
Harlan was never wrong.
“Now the M.N.C. recommended,” said Harlan (he spoke coolly, evenly, pronouncing the Standard Intertemporal Language in precise syllables), “by your Section involves induction of an accident in space and the immediate death by fairly horrible means of a dozen or more men.”
“Unavoidable,” said Voy, shrugging.
“On the other hand,” said Harlan, “I suggest that the M.N.C. can be reduced to the mere displacement of a container from one shelf to another. Here!” His long finger pointed. His white, well-cared-for index nail made the faintest mark along one set of perforations.
Voy considered matters with a painful but silent intensity.
Harlan said, “Doesn’t that alter the situation with regard to your unconsidered fork? Doesn’t it take advantage of the fork of lesser probability, changing it to near-certainty, and does that not then lead to–”
“–to virtually the M.D.R.” whispered Voy.
“To exactly the Maximum Desired Response,” said Harlan.

Harlan appoggiò un braccio sullo schienale della sedia, l’altro in grembo. Doveva impedirsi di tamburellare le dita, di mordersi le labbra, di mostrare insomma i suoi sentimenti.
Da quando la sua vita era cambiata, si era fatto scrupolo di esaminare tutti i progetti di Mutamento di Realtà che passavano attraverso il pesante filtro amministrativo del Consiglio di Tutti i Tempi. In qualità di Tecnico assegnato personalmente al Calcolatore Anziano Twissell, Harlan era in grado di guardare quei documenti con una leggerissima forzatura dell’etica professionale, specie ora che Twissell era tutto preso nel suo colossale progetto. (Le narici di Harlan si dilatarono, perché aveva appena scoperto qualcosa sulla natura del progetto.)
Tuttavia non aveva nessuna certezza che sarebbe riuscito a trovare quello che gli premeva in un tempo ragionevole. La prima volta che aveva guardato il progetto di Mutamento della Realtà 2456-2781, numero di serie V-5, aveva pensato che le sue facoltà mentali fossero appannate dal pregiudizio. Per un’intera giornata aveva controllato e ricontrollato equazioni e rapporti con crescente incertezza, mista a eccitazione e all’amara soddisfazione di aver studiato almeno un po’ di psicomatematica.
Ora Voy esaminava gli stesi schemi temporali con un’aria fra il sorpreso e il corrucciato.
Alla fine disse: “Mi sembra, dico mi sembra, che sia tutto in perfetto ordine.”
Harlan replicò: “Alludo in modo particolare alla questione del corteggiamento secondo i costumi di questo secolo. La sociologia è il tuo campo, credo, e per questo ho fatto in modo di parlare con te appena arrivato.”
Voy aveva la fronte aggrottata. “Gli Osservatori assegnati alla nostra Sezione” ribatté sempre educato, ma più freddo di prima, “sono abilissimi, e sono certo che quelli assegnati alla questione dell’innamoramento hanno inviato dati precisi. Hai le prove del contrario?”
“No, Sociologo Voy. Accetto per buoni i loro dati. La mia perplessità si riferisce alla loro elaborazione. Se le informazioni sul corteggiamento vengono prese nella giusta considerazione, non si profila un complesso tensorio alternato?”
Voy parve subito sollevato: “Certo, certo, Tecnico, ma si risolve in un’identità. Siamo in presenza di un cronocircolo vizioso di piccole dimensioni, senza tributari nell’una o nell’altra direzione. Spero che scuserai il mio linguaggio pittoresco al posto delle equazioni…”
“Lo apprezzo” disse seccamente Harlan, “perché non sono un Calcolatore, proprio come non sono un Sociologo.”
“Molto bene, allora. Questo secondo complesso-tensorio, che potremmo paragonare a una biforcazione, è insignificante. Poco dopo, la diramazione storica sfocia di nuovo nella strada maestra. Perciò non è stata menzionata nei nostri dati.”
“Molto bene, mi inchino di fronte al tuo parere. Tuttavia c’è ancora la questione del M.M.N.”
Il Sociologo fece una smorfia nel sentir pronunciare quelle iniziali, e Harlan se l’era aspettato. M.M.N., Minimo Mutamento Necessario, la formula che spalancava le porte al regno dei Tecnici. Un Sociologo poteva sentirsi superiore a molti, per cò che riguardava l’analisi matematica delle infinite Realtà possibili nel Tempo, ma in materia di M.M.N. il Tecnico era l’autorità suprema.
I computer non servivano a niente, in questo campo: il più grande Computaplex che fosse mai costruito, ideato dal più intelligente ed esperto Calcolatore Anziano, non poteva far altro che indicare la portata in cui era possibile trovare il M.M.N. Ma era il Tecnico che, dopo aver esaminato i dati, decideva il punto esatto. Un buon Tecnico sbagliava di rado, un Tecnico ottimo, mai.
Harlan non sbagliava mai.
“Ora, il M.M.N. prospettato dalla vostra Sezione” disse Harlan, pronunciando con fredda esattezza le parole in Lingua Standard Intertemporale, “comporta un incidente nello spazio seguito dalla morte orribile e immediata di una dozzina di uomini, forse più.”
“Inevitabile” disse Voy, stringendosi nelle spalle.
“E invece io dico che le conseguenze del Mutamento possono essere ridotte allo spostamento di un recipiente da uno scaffale all’altro. Tutto qui!” Harlan puntò il dito indice, e l’unghia ben curata sfiorò una serie di forellini sul documento aperto sopra il tavolo.
Voy considerò la questione in silenzio e con serietà.
Harlan disse: “Non vedi come cambia la situazione? Non ti accorgi che c’è una diramazione che non avete considerato? E tutto questo, non si risolve in un cambiamento veramente infinitesimale, non ci avvicina alla quasi-certezza del…”
“…M.R.P.” finì per lui il Sociologo.
“Proprio così, il Miglior Risultato Possibile” disse Harlan.

Tabella riassuntiva

Il viaggio nel tempo affrontato in modo rigoroso e affascinante. Personaggi piatti e troppo raccontati.
Ritmo serrato e narrazione plot-driven. Descrizioni approssimative e poco immersive.
Acchiappante costruzione ‘a enigma’ e colpi di scena a non finire. Intrighi politici “raccontati” e difficili da seguire.

(1) In genere me ne sto zitto sulle traduzioni, ma questa frase è troppo. L’originale dice semplicemente: “There was just one. One person”, ossia “Ce n’era solo una. Una persona”. Vale a dire che a Harlan importava solo una di una persona (e non dei miliardi sopraddetti), non che “quello che gli capitava era colpa di una sola persona”.Torna su