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Gli Autopubblicati #03: L’ombra dell’incantatrice

L'ombra dell'incantatriceAutore: Giacomo “Dr. Jack” Mariani
Genere: Fantasy / Sword & Sorcery
Tipo: Romanzo

Anno: 2010
Pagine: 330 ca.





Clarion è un ladro professionista, con un passato che vuole dimenticare e tanta noia di vivere. Mette a segno un colpo dopo l’altro, ma nessuno sembra riempire quel vuoto che sente dentro; finché una notte, durante un furto alla torre dei maghi della città di Alveria, si imbatte in Isial Sethal. Isial fa parte di una rete di ribelli che vogliono rovesciare Wylhelm, il tiranno che ha conquistato l’arcipelago di Emeral con l’aiuto occulto di potenze straniere.
Inizialmente avversari, poi costretti a collaborare per salvaguardare i reciproci interessi, Clarion e Isial si imbarcheranno in un viaggio rocambolesco attraverso le città di Nevaria e di Emeral, e le isole dell’arcipelago, lui per dare un senso alla propria vita, lei per restituire la libertà alla sua gente. Sulle loro tracce, un nobile offeso nell’onore e uno spietato assassino del Kleg che sembra conoscere Clarion molto bene…

L’ombra dell’incantatrice è l’opera prima del Dr. Jack. Il romanzo è ambientato in un mondo che ricorda l’Italia rinascimentale, con la sua moltitudine di staterelli e città-stato, un’atmosfera mediterranea e un livello tecnologico paragonabile; in realtà non ne sono sicuro, perché come vedremo l’ambientazione del Dr. Jack è quantomai anonima. E’ un fantasy, ma il ruolo tutto sommato modesto della magia e la totale assenza di ogni forma di “bizzarria” e di sense of wonder lo rendono in realtà più vicino a un romanzo d’avventura alla Salgari.
L’idea alla base del romanzo è di scrivere un fantasy che abbia come protagonista un ladro anziché un guerriero o un mago, e che ponga in primo piano non combattimenti, battaglie campali e destini eroici, ma intrighi politici e diplomazia. La trovata non fa gridare al miracolo, ma poteva ugualmente uscirne una storia carina. Purtroppo non è così.
Long story short: L’ombra dell’incantatrice è un romanzo insulso e noioso, che non vale il tempo della lettura. Se ho scelto di parlarne ugualmente, non è per sparare a zero su un’opera che comunque verrebbe giudicata dal tempo, ma perché credo che individuarne con precisione gli errori e le possibili soluzioni sarebbe utile all’autore e a chiunque sia interessato di scrittura. L’approfondimento che segue sarà orientato a questo.
Anche Bakakura ha dedicato una recensione a L’ombra dell’incantatrice, in termini anche meno lusinghieri dei miei. Il suo articolo, rispetto al mio, si concentra più su dettagli e scene specifiche, mentre nel mio ho cercato una maggiore visione d’insieme; comunque, sono d’accordo con un buon 90% delle critiche mosse da Bakakura.

Salgari

“Come osi paragonar la mia persona a cotal imbrattacarte?” ingiunse flemmaticamente lo scrittore, carezzandosi gli eterni baffi.

Uno sguardo approfondito
Per rendere interessante una storia incentrata sulle trame politiche, è essenziale prima di tutto che le fazioni in gioco siano riconoscibili ed interessanti, in modo tale che il lettore si appassioni alla trama politica che le vede competere. In altre parole, è necessario da parte del lettore un investimento emotivo iniziale, prima di gettarlo in mezzo agli intrighi. E questo investimento si ottiene mostrando le fazioni in gioco prima di assegnarle dei nomi e dei ruoli, affidando poi il più possibile di worldbuilding alle deduzioni del lettore e il meno possibile agli spiegoni politici. Esempio: iniziare il romanzo con la presa del potere da parte di Wylhelm, in una scena che renda evidente la partecipazione occulta della potenza straniera; mostrare le prime fasi della resistenza, il modo in cui mercanti come il padre di Isial vengono spogliati di tutto mentre altri cercano riparo nelle isole selvagge, eccetera.
Il Dr. Jack fa l’esatto contrario, iniziando la storia in una città lontana dal cuore dei conflitti e gettandoci addosso da subito una pioggia di nomi, organizzazioni, alleanze, trame politiche che non solo sono pressoché incomprensibili (essendo noi all’inizio della storia), ma ammazzano istantaneamente la nostra curiosità. Nevaria, Emeral, Algeron: sono solo etichette di cui il lettore non ha esperienza diretta (ossia: mostrato) né attaccamento emotivo. Ergo: noia a palate 1.

D’altronde, le cose non migliorano quando dal piano del raccontato ci si sposta a quello dell’effettivo mostrato. Durante il romanzo ci si sposta molto, ma le città sembrano tutte uguali: anonimi agglomerati di case, palazzi e piazze, sfondi di cartapesta su cui si muovono mercanti, cortigiani, marinai e soldati altrettanto anonimi; così come anonime e cliché sono le scene che li coinvolgono, dallo scambio di malignità tra i cortigiani di Alveria alla rissa in stile western nella locanda di Nuova Luce. Le poche differenze tra un posto e l’altro sono ancora una volta affidate al raccontato – sotto forma di dialogo o di infodumpone in stile guida turistica: così, per esempio, la città di Olinam si differenzia dalle altre per la maggiore influenza che vi ha la Chiesa di Acham. E un bel chissenefrega no?

Guida a Nevaria

Venite a visitare questo bellissimo Paese, fatto di così tante parole e nessuna immagine!

Trattandosi di un romanzo basato sugli intrighi, poi, ci si aspetterebbe una certa attenzione a gestire la diplomazia in modo credibile e appassionante. E’ vero il contrario.
L’arte della diplomazia è basata sulle allusioni e sul non detto, più sui silenzi che sulle parole; il buon diplomatico cerca di esporsi il meno possibile ed esporre il più possibile il suo interlocutore, di impegnarsi il meno possibile e impegnarlo il più possibile, non tocca un argomento e non fa una domanda se non è ragionevolmente sicuro della risposta. In poche parole, la diplomazia è l’arte della sottigliezza. Al contrario, i personaggi de L’ombra dell’incantatrice – da Lady Isial al governatore di Nuova Luce a Lord Maer – parlano un sacco, sbraitano, provocano, si espongono, rivelano accidentalmente informazioni importanti, si stupiscono, tornano sui propri passi, sono sempre goffi, sopra le righe. Sembrano più le caricature di uomini politici che veri politici, dei ragazzini che recitano una parte. Il lettore non ha mai l’impressione di trovarsi in una corte, in mezzo a capaci uomini di Stato2.
Del resto, la maggior parte dei dialoghi del romanzo, compresi gli scontri verbali tra Clarion e Isial, suona artificiosa e poco ispirata. Prendiamo una delle scene iniziali: i due coprotagonisti che devono scappare dalla torre dei maghi dopo che è scattato l’allarme. Ora, quanto è credibile che, in una simile circostanza, Clarion e Isial continuino a provocarsi a vicenda (con Clarion che trova anche il tempo e lo spirito per fare l’arguto)? I personaggi del romanzo dovrebbero apparire moralmente ambigui e politicamente scorretti, ma la verità è che suonano semplicemente infantili. C’è qualche scena carina – come il gergo usato nella contrattazione tra Clarion e il delatore, a Olinam – ma costituiscono l’eccezione e non la norma.

I personaggi sono piatti. Il Dr. Jack ha forse creato Clarion come reazione ai soliti eroi fantasy alla D&D, ma il risultato è l’archetipo del rogue d&desco: arrogante, dalla parlantina sciolta, falsamente amorale, vive di colpi gobbi, ed è in cerca di forti emozioni, con in più il bonus del passato oscuro dal quale vuole redimersi. La sua relazione con Belthar sembra presa di peso da quella tra Roxas e Axel di Kingdom Hearts II – e già quella non era il massimo dell’originalità. Isial è la tipica tsundere; nelle intenzioni dell’autore dovrebbe essere una “stronza manipolatrice”, ma quello che viene mostrato al lettore è una tredicenne primadonna inadatta al ruolo di grande rivoluzionaria. Belthar è il personaggio con maggior potenziale, ma il suo conflitto interiore – tra la fedeltà al Kleg e l’affetto per il vecchio compagno – rimane poco sfruttato.
Gli altri comprimari sono delle macchiette: Lord Maer è l’aristocratico sdegnoso con l’onore ferito, Wairel il pirata arguto, Davir il rivoltoso duro e puro, e così via. Ognuno di loro ha un ruolo e vi si attiene. E quasi tutti parlano con la stessa voce, cosa che si nota soprattutto nei dialoghi più serrati, quando l’autore omette i nomi dei parlanti: più di una volta mi è capitato di non capire più chi stesse dicendo cosa.

L'arte della diplomazia

La prosa è sciatta. L’unica cosa che il Dr. Jack sembra gestire bene è il pov, che rimane sempre ancorato a uno dei tre personaggi punto di vista – Clarion, Isial, Belthar – e si sposta dall’uno all’altro solo in caso di fine di capitolo o di paragrafo. In compenso, L’ombra dell’incantatrice ci regala aggettivi a pioggia, costruzioni sintattiche sballate (dall’uso di indicativi in luogo di congiuntivi a quello di una preposizione al posto di un’altra), metafore improbabili (gli alberi delle navi al tramonto come denti marci di squali), descrizioni vaghe, ed espressioni goffe, come uomini che cadono “producendo un tonfo”, gente che sente “il suono di un pianto”, “curatore” in luogo di “guaritore” o “dottore” e così via.
Altro esempio: scena romantica. “Clarion si avvicinò, un passo dopo l’altro, fino a trovarsi di fronte a lei. Isial non riuscì a dire nulla: si sentiva immobilizzata mentre un flusso di emozioni si contorceva dentro di lei, fino a mischiarsi in uno strano, scottante, sentimento“. Siamo dalle parti del troisiano ‘ponte gettato contro il suo intimo’, per intenderci.
Altre volte, ho avuto l’impressione che il Dr. Jack volesse mostrare ma gliene fosse mancato il coraggio. Per esempio la scena della prigionia di Isial. Scena potenzialmente interessante, perché Isial viene torturata e umiliata, le viene impedito di dormire e di lavarsi, eccetera. L’autore mostra diversi particolari, ma si nota una certa reticenza, una tendenza a soffermarsi poco sui particolari disgustosi, sicché la scena rimane annacquata. Posso capire che a uno scrittore possa fare troppo schifo una situazione del genere, per riuscire a soffermarsi più di tanto sugli umori corporei che impestano il corpo della bella piuttosto che sulla muffa e i vermi del cibo che è stata costretta a mangiare; ma se non ce la fai, non scriverla del tutto! Non accontentarti!
Completa la galleria del brutto una compilation impressionante di refusi, che accentuano l’impressione di un’opera poco curata.

Tirando le somme, L’ombra dell’incantatrice è un’opera quasi del tutto fallata, e che del resto non ha nulla di geniale o meraviglioso da offrire. In realtà l’idea di fondo del romanzo -ossia le avventure di un ladro braccato a morte sullo sfondo di intrighi politici fra potenze – potrebbero anche essere interessanti. Ma ci vorrebbe una riscrittura completa, che tenesse conto di questi quattro elementi:
1. Fazioni subito riconoscibili e interessanti, che vengano introdotte al lettore prima delle complicate trame politiche che le vedono coinvolte;
2. Riduzione al minimo degli spiegoni (anche nei dialoghi), sostituiti da eventi che mostrino gli avvenimenti politici principali;
3. Battaglie diplomatiche condotte in modo credibile – gli uomini di Stato non dovrebbero sembrare dei tredicenni deficienti;
4. Personaggi complessi e affascinanti, in luogo del piattume attuale – il romanzo infatti si regge sui personaggi e sui loro rapporti reciproci;
oltre a un generale miglioramento del livello di scrittura.

Torture medievali

Anche gli antichi sapevano come divertirsi…

Dove si trova?
Il romanzo è scaricabile gratuitamente su questa pagina del suo blog, Fantasy Eydor, nelle versioni pdf, doc formato A4 e mobipocket. In alternativa, si trova anche nella Zwei-List.

Qualche estratto
Il primo estratto viene dal ridicolo battibecco tra Clarion e Isial nel primo capitolo cui ho accennato prima; il secondo è una delle poche scene che mi sia piaciuta, ossia lo scambio tra Clarion e il delatore a Olinam.

1.
La donna si avvicinò al corridoio guardando fuori. «Mi hai messa in un bel casino.»
«Ti ci sei ficcata da sola. Cosa pensavi di fare?»
«Il mio piano era perfetto. Hai rovinato tutto.» L’intrusa si sporse nel corridoio.
«Dilettante…» replicò Clarion, avvicinandosi alla porta; le passò di fianco. Sentì una mano che premeva sull’addome. Lanciò un’occhiata alla donna che lo bloccava.
«Non penserai di lasciarmi qua?»
«Il piano era di far saltare la parete e andarmene da lì» spiegò Clarion. «Ma non mi fidavo a portare più di una boccetta.»
«Quindi siamo fregati?» La donna sollevò le sopracciglia.
«Non so te, ma io avevo più di un piano per andarmene.»
«Se mi lasci qua giuro che lancerò l’allarme.»
«Secondo i miei calcoli arriveranno qua tra… trenta secondi. L’allarme suonerà lo stesso.» Clarion si allontanò.
Certo non posso esserne sicuro, ma è bello fingere di saperlo.
La donna corse verso di lui. Lo trattenne per il vestito. «È qua. L’intruso è qua.»
«Sta zitta, maledizione.» La spinse contro un muro, tappandole la bocca. Sentì il libro che divideva i loro corpi. Notò anche un alone quasi invisibile a pochi millimetri dalla sua pelle.
«D’accordo. Andiamo. Spegni quella luce.»
[…] «Cosa stai aspettando?» chiese la donna.
«Tra poco lo scoprirai, sta’ zitta e rimani nascosta.»
«E se invece ti denuncio?»
«Non lo farai se vuoi portarti fuori quel libro.»
La donna mugugnò una risposta con tono offeso. Dopo alcuni istanti di silenzio aggiunse. «Senti… forse possiamo aiutarci a vicenda. Ma voglio sapere il tuo nome.»
«Perdonami. Non mi fido di chi si fa sbattere da un mago per fottergli la chiave di un laboratorio.»

2.
Il delatore serrò le labbra e sospirò. Dopo alcuni istanti riaprì i bottoni, ma mantenne l’espressione guardinga mentre lanciava uno sguardo nel punto dove aveva visto lo smeraldo. Gli occhi dell’uomo scintillavano di avidità.
«Devo tagliare la pietra del rosticciere» riprese Clarion.
«Serve un amico papero?» Gli occhi del delatore si aprirono, brillando di curiosità. «Pelli di nottola?»
«Percorsi dei nottola, ma rimani sull’argomento.» Clarion controllò di nuovo Jalmur: sembrava essersi calmato. «Devo solo tagliare e salutare.»
«Avrai bisogno di un battezzatore bravo dopo, e un cravattaio.»
«Rimani sull’argomento. Tagliare e salutare.»
Il delatore annuì, conciliante. «Quindi i nottola?»
Clarion si grattò il mento. Stavolta senza secondi fini, il delatore sembrò capirlo. «Anche i drizzi, e non riprovare a imbarcarmi con le tue domande.»
«Ci vuole fregare?» L’espressione di Jalmur si fece più dura.
«Mi ha chiesto quali guardie mi interessano per capire quando voglio fare il colpo. Ma sa che non sono fatti suoi. »
Jalmur aprì la bocca per parlare.
«Noi parliamo dopo.» Clarion tornò a fissare il delatore. «Puoi appiattirla o farmi avere il rotolo?»
«Ho un rotolo, proprio qua. Ma non posso dartelo.»
«Posso copiarlo?»
Il delatore annuì.
«Chi lo ha appiattito?»
«Qualcuno che porta solo le sue orecchie nel giro.» Il delatore mise una mano nella borsa e srotolò un foglio sul tavolo. Linee nere, e frecce. Una mappa.

Tabella riassuntiva

L’idea originale poteva essere interessante. Intrighi e battaglie diplomatiche infantili.
E’ gratuito! Ambientazione anonima, nomi che non dicono niente.
Personaggi piatti e cliché.
Stile goffo e infarcito di refusi.

In conclusione: BOCCIATO CON RISERVA No

Nottola

Esempio di nottola. Che simpatico animaletto.

(1) Questo, tra l’altro, è lo stesso problema che si riscontra nel secondo capitolo di Zodd. Problema che non può essere aggirato in nessun modo: l’unica soluzione, è ripensare la storia in modo tale da mostrare al lettore i gruppi politici del romanzo in azione prima di inserirli in uno schema politico.Torna su
(2) A proposito di buoni esempi di diplomazia mostrati in un romanzo, consiglio due libri di Swanwick che ho letto di recente: Vacuum Flowers e Stations of the Tide. In particolare il secondo; i dialoghi tra il burocrate, Korda e Philippe sono un ottimo esempio di gioco di potere diplomatico, non suonano mai infantili e, al contrario, possono mettere il lettore a disagio.Torna su

Saggistica: Il processo di civilizzazione

La civiltà delle buone maniereTitolo: La civiltà delle buone maniere (Il processo di civilizzazione Vol.1)
Autore: Norbert Elias
Editore: Il Mulino
Collana: Biblioteca Paperbacks

Anno: 1939 / 1969
Pagine: 387



Potere e civiltà

Titolo: Potere e civiltà (Il processo di civilizzazione Vol.2)
Autore: Norbert Elias
Editore: Il Mulino
Collana: Biblioteca Paperbacks

Anno: 1939 / 1969
Pagine: 429

Non soltanto l’educazione, il tatto, la diplomazia, l’attenzione ai sentimenti altrui, le buone maniere a tavola, non sono un istinto naturale ma un’acquisizione sociale appresa nel corso del tempo; ma c’è una stretta correlazione tra l’evoluzione delle “buone maniere” e l’evoluzione della forma politica e sociale di una società. Il passaggio dal signorotto feudale autarchico al vassallo tardomedievale, e dal vassallo al cortigiano, e dal cortigiano al dandy ottocentesco, segnano altrettante tappe della trasformazione dei modi del singolo di stare con gli altri e del modo in cui la società viene amministrata.
E’ questa la tesi di Norbert Elias, sociologo e storico che applica la sociologia alla storia.

La civiltà delle buone maniere e Potere e civiltà sono le due parti, pubblicate separatamente, di un’unica opera – Il processo di civilizzazione – in cui Elias si propone di studiare l’evoluzione della società dal Basso Medioevo alla fine dell’ancien régime (con qualche piccolo excursus nell’Ottocento e nella belle epoque).
Possono essere lette separatamente, ma insieme creano un’unico quadro coerente. Inoltre, seguire il discorso che Elias sviluppa in Potere e civiltà è più semplice se prima si è letto l’altro tomo.

Uno sguardo approfondito
In La civiltà delle buone maniere, Elias studia com’è cambiata nel corso dei secoli l’etichetta dello stare a tavola, dello sputare, del fare i propri bisogni, del controllo della rabbia, e soprattutto il modo in cui queste regole vengono progressivamente assimilate dagli uomini dell’epoca. Elias muove da esempi concreti, e passa molte pagine a citare stralci di galatei d’epoca sui più svariati argomenti: dal consiglio di un autore medievale di non scaccolarsi con le mani sporche di cibo, di sputare il cibo addosso agli altri commensali e di non sdraiarsi sulla tavola durante il pranzo, a raccomandazioni, datate alla fine del Cinquecento, di non fare la cacca in presenza di altre persone e soprattutto di non farla negli androni o davanti alla stanza delle donne, ma in un luogo appositamente predisposto. Usanze che trovano conferma in altre letture che ho fatto: per esempio Cipolla, in Storia economica dell’Europa preindustriale, ricorda come, ancora alla fine del Cinquecento, i palazzi di molti lord inglesi avessero spesso i pavimenti insozzati di escrementi, non solo animali.

Galateo di Tannhauser

Commentando questi galatei, Elias fa alcune osservazioni più generali: per esempio, che oltre al tipo di raccomandazioni, nel corso dei secoli cambia anche il registro degli autori di galatei, passando dall’ammonizione formale (“non fare così”, “chi fa così è schifoso”, “quello sarebbe meglio non farlo” ecc.) a un tipo di ammonizione che tiene conto dello sguardo degli altri (“se farai così sarai disprezzato”, “fai così e cosà o il biasimo ricadrà su di te”, “per non doverti vergognare fai così”, ecc.); e dal rivolgersi agli adulti, al rivolgersi ai bambini (perché si presuppone che gli adulti abbiano già imparato come comportarsi). Questa analisi porta Elias a concludere che, aldilà degli specifici divieti e obblighi che i galatei via via impongono, l’evoluzione delle buone maniere va in un’unica direzione: quella dell’aumento dell’autocontrollo, del tenere a bada i propri istinti e le proprie emozioni per non urtare gli altri, dell’imparare a osservare gli altri. Come mai?
Perché, dal Medioevo a oggi, ciò che è andato sempre aumentando è l’interconnessione tra le persone, e quindi la necessità di relazione e collaborazione tra individui aldilà dell’uso della forza bruta. Il signorotto bannale del XII secolo vive in relativa autonomia; i suoi obblighi sociali non vanno aldilà del rispetto e del riconoscimento della superiorità del suo signore (posto che ne abbia uno e il suo potere non sia del tutto autarchico), e una certa dose di cameratismo nei confronti dei suoi uomini. Soprattutto, ciò che gli dà potere e autorità è la forza militare di cui dispone. Non deve essere particolarmente educato. Un cortigiano francese nell’età del Re Sole, al contrario, non dispone più di alcun potere militare, deve il mantenimento della sua posizione al suo rapporto personale col sovrano e con la corte: è quindi essenziale, perché mantenga intatto il suo prestigio, che sia bene educato, che si comporti bene; e quindi, che impari a controllare il proprio comportamento.
Contemporaneamente, la buona educazione diventa uno strumento di potere e di distinzione. I nobili si fanno forti delle loro buone maniere e del loro buon gusto per distinguersi dalla plebe, e soprattutto da quella parte della borghesia (come la nobiltà di toga francese) che minaccia il suo status politico; al contempo la cerchia più vicina al re, quella dei Grandi aristocratici, elabora arbitrariamente maniere sempre più raffinate per creare una distanza tra sé e il resto della nobiltà; e allo stesso modo, la borghesia si affanna per distinguersi dal popolino, copiando il galateo della nobiltà e ostentando atteggiamenti aristocratici.
Questo processo di raffinazione del comportamento porterà in certi ambienti a degli eccessi, soprattutto alla fine dell’ancien régime e nell’Ottocento, come la negazione dei bisogni corporali, di cui non si deve far parola, o l’esagerato pudore sessuale (ricorda Elias che ancora nel Cinquecento era cosa assolutamente normale parlare di sesso, puttane and the like, anche ad un bambino; il problema di “cosa rispondere se tuo figlio ti chiede come nascono i bambini?” non esiste prima dell’Ottocento).

Galateo di Erasmo da Rotterdam

Potere e civiltà assume una prospettiva più ampia. Qui Elias parla delle trasformazioni socio-politiche avvenute in Europa tra il Mille e la fine del Medioevo, muovendosi su due piani: quello macropolitico, in cui spiega l’evoluzione dei rapporti tra il potere centrale del monarca e i poteri locali dell’aristocrazia feudale; e quello microsociale, dell’evoluzione dello stile di vita e dei vincoli sociali del signore medievale.
Per esempio, Elias nota un meccanismo costante delle società premoderne: a un periodo di forte centralizzazione del potere (per esempio sotto un grande condottiero, e/o sotto la pressione di pericoli esterni) subentrano sempre periodi di disgregazione, in cui i subordinati del sovrano si rendono sempre più autonomi dall’autorità centrale. Questo perché, in una società con scarsa circolazione monetaria, il favore del sovrano nei confronti dei suoi fedeli deve prendere perlopiù la forma dell’assegnazione di terre, sotto forma di donazione, o trasformando il fedele in un funzionario col compito di amministrare un territorio. Ma l’assegnazione di terre, per sua natura, fa sì che il fedele si allontani dal sovrano e diventi sempre più autonomo, un piccolo re nelle terre che ha ricevuto.
Periodi di forte minaccia dall’esterno possono rinsaldare i principi territoriali sotto l’egida del sovrano, come accadde tra i principi germanici sotto Enrico l’Uccellatore e Ottone I, ai tempi della rivincita contro gli invasori Ungari; al contrario, periodi di calma alimentano i conflitti interni e le spinte disgregative dei signori feudali minori. Il meccanismo può spezzarsi solo quando, grazie a all’aumento del traffico commerciale (e quindi della circolazione della moneta) e al progresso tecnologico, il sovrano può progressivamente fare a meno dell’aiuto dei suoi vassalli (per esempio convertendo il servizio militare che gli devono in un prelievo di denaro, con cui il re pagherà propri mercenari). Sul lungo periodo, questo permetterà ai sovrani più accorti di appropriarsi delle prerogative militari della milizia feudale, fino a esautorarli completamente di qualsiasi potere e di fare della forza bruta un monopolio dello Stato. Elias sfrutta questo modello per spiegare il diverso destino della Germania e della Francia nel corso del Medioevo.

Galateo tedesco del Cinquecento

I cambiamenti politici si riflettono in un cambiamento dello stile di vita del nobile. Mano a mano che perde potere militare e che la sua corte e il suo castello diventano nient’altro che una “provincia” del monarca o del principe territoriale, il nobile deve scegliere tra una vita oscura e in povertà nelle sue terre, o l’andare alla corte del re e mettersi nelle sue mani. Poiché il potere militare è concentrato nelle mani dello Stato, l’unico modo per un nobile di fare carriera, è quello di conquistarsi il favore del re, salire di rango attraverso buoni matrimoni, intessere alleanze con altri nobili.
Come il cavaliere medievale si faceva strada dimostrando capacità e valore militare, distinguendosi ai tornei e nella caccia, ora che la forza bruta è inutile il cortigiano deve imparare l’arte del ben parlare, l’arte di fare buona impressione in tutte le occasioni sociali – quindi a tavola, nella conversazione, ai ricevimenti, eccetera – insomma, le buone maniere. Per capire se si sta comportando bene, se è rispettato, se è stimato, per capire chi sono i suoi potenziali amici e i suoi potenziali nemici, per capire quali sono i sistemi di alleanze a corte, per capire tutto questo, insomma, il cortigiano deve imparare a studiare gli altri, intuire quello che pensano osservando il loro comportamento esteriore, e deve imparare a osservare sé stesso per capire se e dove sbaglia, se si sta comportando in modo elegante, eccetera.
Il duca di Saint-Simon si vantava di poter capire da un solo gesto o dal tono della voce di un interlocutore, se presso quella persona era ancora in favore o era caduto in disgrazia. Chi non ci riesce, chi non ne è in grado, viene allontanato, perde la partita – così come nel Medioevo un cattivo condottiero o un nobile incapace di andare a cavallo diventavano oggetto di scherno e fonte di disonore per la propria famiglia.

Stans puer ad mensam

Educazione, galateo, autocontrollo, analisi di sé e degli altri, sono dunque tutte acquisizioni dettate da condizioni materiali. E’ questa la lezione di Elias.
Ed è solo la punta dell’iceberg. I due libri di cui ho parlato sono densissimi di informazioni e teorie, dalla moltiplicazione del numero di posate a tavola a come le costrizioni sociali nel tempo diventino autocostrizioni dell’individuo, da come nel Basso Medioevo i cavalieri si siano espansi fuori dall’Europa per accasare i figli senza dilapidare le proprie terre alla strategia dei primi Capetingi per sottomettere i signori feudali confinanti. Io ho riassunto soltanto alcune delle idee più importanti, quel tanto che potesse bastare a farvi venire l’acquolina in bocca.

Non c’è bisogno di particolari conoscenze pregresse per leggere i libri di Elias, anche se un’infarinatura di storia medievale non farebbe male. Per quanto leggere le cose schifose che nel Medioevo facevano anche i principi sia spassoso, poi, bisogna ammettere che la lettura non è facilissima. Ad ostacolarla c’è innanzitutto una certa pesantezza tedesca, unita alla tendenza – altrettanto tedesca – di infarcire il testo di termini inutilmente tecnici e di frasi contorte. Inoltre, il fluire delle idee di Elias non è sempre limpido; e nonostante i due libri siano strutturati in capitoli, gli capita stesso di saltare da un argomento all’altro, di riprendere un tema di cui aveva già parlato pagine prima e poi di mollarlo di nuovo, e così via. Di conseguenza, capita spesso di dover rileggere più volte una frase o un periodo mentre si pensa: “Ma che cazzo sta dicendo?”.
Questa macchinosità è compensata dalla tendenza di Elias a fare spesso il punto, a ricapitolare la situazione, e a ripetere i punti cardine del suo pensiero sino all’ossessività. Anche se non capite un passaggio, andate avanti, resistete: sicuramente dopo cinque, dieci o venti pagine ne parlerà di nuovo, possibilmente in modo più chiaro. A forza di ripetizioni anche il lettore più scemo assimilerà il grosso delle informazioni; e vi troverete facilmente a dire: “Sì, ho capito, basta! Passiamo al prossimo argomento, ti prego!“.
Se deciderete di leggerli, saltate la Prefazione de La civiltà delle buone maniere e cominciate dall’Introduzione a pag.101. La Prefazione è stata pensata per gli addetti ai lavori, parte dal presupposto che si conosca già il resto dell’opera ed è un’occasione per Elias per rispondere alle critiche mossegli da alcuni colleghi. Leggerla è faticoso e inutile.

Galateo di Giovanni Della Casa

Il processo di civilizzazione è un’opera tanto interessante per i curiosi di storia e sociologia, quanto utile per uno scrittore. Intanto perché dà una serie di informazioni pratiche sui costumi dell’epoca, dal modo di mangiare al livello (piuttosto basso) di pudori corporali e sessuali del periodo medievale e rinascimentale. Il che non significa che ogni civiltà medievaleggiante debba avere quel preciso livello di pulizia ed educazione e pudori: sappiamo che, nella stessa epoca e con una simile organizzazione sociale, i giapponesi erano molto più puliti degli europei. Significa però che lo scrittore deve sempre tenere a mente il rapporto tra costumi e condizioni materiali e sociali di vita; e in ogni caso, presentare il protagonista (o magari una bella donna) che fa la cacca nella sala comune mentre discute amabilmente col resto del party potrebbe aggiungere un tocco di realismo alla storia ^-^
Soprattutto, opere come questa sono utili perché danno all’aspirante scrittore una serie di nozioni teoriche di base, diciamo un’infrastrutturale mentale, che facilita il lavoro di worldbuilding e può renderlo più credibile. Certo, non sempre le elaborazioni teoriche di Elias sembrano discendere in modo convincente dalle informazioni empiriche, e il suo modello non riesce a spiegare tutto (per esempio non spiega, se non in modo imperfetto, l’allentamento dei costumi e della morale sessuale nel Novecento né la rivoluzione sessuale della fine degli anni Sessanta – d’altronde quest’opera è stata scritta trent’anni prima del ’69!); ma molti capisaldi del suo pensiero sono difficilmente discutibili.
Quindi, dateci un’occhiata!

Bonus Track: La società di corte
La società di corteAutore: Norbert Elias
Editore: Il Mulino
Collana: Biblioteca Paperbacks

Anno: 1969
Pagine: 377

Di Elias ho anche letto quest’altro libro, che in sostanza riprende teoria e impostazione generale de Il processo di civilizzazione per applicarla a un caso concreto: la vita di corte francese sotto il regno di Luigi XIV e dei suoi due successori. Dall’architettura delle case di città dell’aristocrazia parigina al rituale mattutino della vestizione del Re a Versailles, dall’evoluzione dell’etichetta di corte nei due secoli dell’ancien régime alle conseguenze politiche della Fronda, Elias inserisce tutto nel suo quadro teorico. Scopriamo così come un rituale, creato da Luigi XIV per assicurarsi il controllo della nobiltà di corte e la distruzione in loro di qualsiasi forma di autonomia, si trasformi nel tempo in una macchina che vive di vita propria, ormai odiosa a tutti e agli stessi Re successivi a Luigi XIV, ma che nessuno è più in grado di fermare.
Il libro ha gli stessi pregi e difetti stilistici delle altre opere di Elias. A chi interessasse l’argomento della corte francese del Seicento, o in generale del funzionamento di una corte assolutistica, consiglio di leggerlo in aggiunta agli altri.

Tabella riassuntiva

Unisce una visione di ampio respiro con l’attenzione ai dettagli concreti. A volte le teorie generali schiacciano i dati specifici.
Una teoria che mette insieme evoluzione dei costumi ed evoluzione politica. Stile pesante, termini tecnici inutili.
Leggere le schifezze che facevano nel Medioevo è divertente!

Trittico per niubbi sul mondo feudale europeo

Battaglia di San RomanoCirca un anno e mezzo fa, complici alcune letture e una tutto sommato bella esperienza con i beceri Forgotten Realms, mi prese un’insana passione per una cosa che fino ad allora non mi aveva granché incuriosito: il medioevo e il rinascimento europeo. Volevo sia leggerne, che scriverne.
E’ così che ho cominciato, metodicamente, a leggere una serie di saggi sull’argomento.

In questo articolo, vorrei trasmettere qualcosa dell’esperienza che ho maturato in un anno e mezzo di letture sul Medioevo europeo. Un articolo per niubbi.
Non è facile cominciare a studiare un argomento che non si conosce per niente; per questo ho pensato di consigliare alcuni libri che mi hanno aiutato a darmi una prima immagine della società medievale. Ho scelto un argomento circoscritto, ossia il mondo feudale dei signori, delle curtes, dei cavalieri, lasciando da parte il mondo cittadino e borghese, a cui magari dedicherò un altro articolo in futuro.
Persone ben più esperte di me – nella fattispecie il Duca e Zwei – hanno steso delle pagine di bibliografia minima sul Medioevo, pagine a cui io stesso ho attinto. Se non l’avete già fatto, dateci un’occhiata:

La pagina del Duca è dedicata ai niubbi come la mia, mentre la bibliografia di Zwei è più ad ampio spettro, e più specialistica (oltre che in inglese). Va da sé che, se in qualche punto dovessi dire qualcosa sull’argomento che entra in contraddizione con quanto detto dal Duca o da Zwei, dovrete prendere per buono che io ho torto e loro ragione. ^-^’

Bloch, La società feudaleTitolo: La società feudale
Autore: Marc Bloch
Editore: Einaudi
Collana: Piccola Biblioteca Einaudi / Storia

Anno: 1939
Pagine: 551

Il libro di Bloch è la bibbia del mondo feudale.
Lo si potrebbe definire un libro di “sociologia storica”: suo argomento è infatti l’organizzazione del mondo feudale del Basso Medioevo, dall’epoca delle ultime grandi invasioni (Vichinghi, Ungari, Saraceni) fino alla nascita dei moderni stati nazionali. Dai rapporti vassallatici alle forme di sottomissione del contado, dalla frammentazione politica alla formazione della “nobiltà” come classe sociale, da quel che succedeva quando una castellana rimaneva vedova ai sistemi di spartizione dell’eredità tra i figli del signore, Bloch tocca pressoché tutti gli argomenti che possono venirvi in mente. Fa incursioni nell’economia – il signore feudale come mantiene sé stesso e la sua corte? – nell’antropologia – come vede il mondo il signorotto feudale? – nel diritto – come venivano regolati legalmente i rapporti tra un monastero e il suo protettore, o tra una famiglia contadina e il suo signore bannale? – nella politica – come fa un sovrano o un principe territoriale a riprendere il controllo dei signorotti minori che infestano il suo territorio e fanno il cazzo che gli pare?

Fight Club medievale

Su alcuni punti il modello di Bloch è stato rivisto e corretto dalla storiografia successiva (per esempio, Bloch avrebbe dato troppa importanza alle invasioni del IX-X secolo come causa della frammentazione feudale), ma nelle linee generali, a tre quarti di secolo dalla pubblicazione, è ancora un’ottima risorsa sul Medioevo. Soprattutto per uno scrittore che volesse creare ex novo la propria ambientazione medievale, La società feudale è un ottimo punto di partenza per il worldbuilding.

Titolo: La guerra nel MedioevoContamine, La guerra nel Medioevo
Autore: Philippe Contamine
Editore: Il Mulino
Collana: Storica Paperbacks

Anno: 1980
Pagine: 435

Mille anni di storia militare – dalla caduta dell’Impero Romano alla nascita dei primi eserciti permanenti europei agli albori del Rinascimento – in poco più di 400 pagine: questo l’ambizioso obiettivo del libro di Contamine. La prima parte dell’opera si occupa, con un andamento cronologico, dell’evoluzione del servizio militare e della composizione degli eserciti medievali, mentre la seconda approfondisce una serie di argomenti secondari, dalle armi da fuoco tardomedievali al rapporto tra uomini d’arme e Chiesa.
Il limite principale di La guerra nel Medioevo è intrinseco al suo carattere compendiario: trattando moltissimi argomenti in poco spazio, molti argomenti rimangono poco approfonditi. In particolare, tutta la parte dedicata al tardo impero e all’Alto Medioevo mi sembra poco spendibile, mentre ho trovato molto ben fatte le parti sulle tecniche di assedio, sul ruolo dell’artiglieria a partire dal Trecento, e in generale tutta la parte dedicata al servizio militare e agli eserciti del Tardo Medioevo; l’esempio di battaglia campale quattrocentesca riportato nel capitolo sull’arte della guerra è stupendo.

Thou art performing yon task incorrectly!

Ma non si può pretendere che il libro di Contamine sia ciò che non è, e che non può essere. La guerra nel Medioevo serve da base per chi è a digiuno dell’argomento, per dargli un quadro minimo e dei punti di riferimento, affinché poi possa approfondire su libri più specializzati gli argomenti che più gli interessano. Dopo aver letto il libro di Contamine, si può per esempio passare agli Osprey (qui la sezione dedicata al Medioevo) o spulciarsi la sua ricca bibliografia.
Ah: ho scoperto questo libro grazie alla bibliografia minima del Duca, per cui ne approfitto per ringraziarlo ^-^

Flori, Cavalieri e cavalleria del MedioevoTitolo: Cavalieri e cavalleria del Medioevo
Autore: Jean Flori
Editore: Einaudi
Collana: Piccola Biblioteca Einaudi / Storia

Anno: 1998
Pagine: 286

I primi due libri consigliati erano dei grossi compendioni sul mondo medievale; questo invece tratta un argomento più specifico della società feudale. E mentre i primi si possono leggere indipendentemente, questo vi consiglio di considerarlo come una chiosa a Bloch e Contamine, un ponte tra i due libri.
Flori parte da una domanda: cos’è esattamente un “cavaliere”? E’ definito dalla sua classe sociale (il cavaliere è un nobile?) o dal suo mestiere (il cavaliere è colui che combatte a cavallo)? Ricordo una discussione che si era avuta l’estate scorsa sul blog di Zwei, in cui il Guardiano domandava se fosse possibile per un plebeo, un uomo qualsiasi, diventare cavaliere. La risposta si trova in questo libro. Da quando il miles era semplicemente l’uomo che possedeva un equipaggiamento da cavaliere e l’addestramento necessario a usarlo, magari al servizio di un potente, a quando la cavalleria divenne un’istituzione sociale, con la sua deontologia, i suoi valori, il suo prestigio, e un sistema di controllo che decidesse chi poteva entrarvi e chi doveva rimanere fuori; fino a che divenne il simbolo dell’élite europea, un costoso rituale privilegio di principi e pochi notabili – Flori ripercorre tutte le tappe di questa trasformazione. E ci fa capire cosa significhi, negli occhi di un uomo dell’epoca, cosa significhi essere un uomo d’arme.
Il libro di Flori studia sia la storia della mentalità, che quella sociale, che quella militare, mostrandoci il ruolo della cavalleria nell’esercito medievale, ma anche il costo per mantenere l’equipaggiamento da cavaliere – che non permetteva a tutti di accedervi e costringeva molti a decadere di condizione – come il cavaliere vedesse la guerra, la caccia, i tornei, come i cavalieri si mitizzavano nell’epica cavalleresca e nelle canzoni dell’amor cortese, e quanto questi ideali corrispondessero alla realtà, e così via. Questo recupera gli argomenti di Bloch e Contamine, e ne approfondisce e sviluppa alcuni punti, e per questo mi sembra un ottimo corollario alla lettura dei precedenti.

In conclusione
La lettura di questi libri – o quantomeno dei primi due – è utile soprattutto se si è tentati di scrivere qualcosa ad ambientazione medievale. Leggerli mi ha permesso:

1. Di capire che ero davvero interessato a un setting medievale, e non solamente al “colore” medievaleggiante fatto di armature piene di spunzoni, draghi cromati e altre minchiate D&Desche.
2. Di crearmi una prima impressione su come potesse essere una storia ambientata in un setting medievale: che tipi di personaggi potessero esistervi, che problemi avrei incontrato, di che argomenti avrei potuto parlare.
3. Di capire quali aspetti del Medioevo volevo approfondire, come cercarli, e come strutturare le ricerche successive.

Potreste optare per un’ambientazione monastica sul modello de Il nome della Rosa e, forti delle conoscenze preliminari sui rapporti tra monasteri e società feudale acquisiti con il libro di Bloch, leggere un libro un po’ più specialistico come I monaci di Cluny di Cantarella; o magari vi intriga l’idea di un pugno di cavalieri isolati in una zona di frontiera, dal clima estremo, circondati da indigeni ostili, e allora potreste dare un’occhiata a Le crociate del Nord di Christiansen; o ancora, alla noiosa nobiltà campagnola del Medioevo nordico potreste preferire una vivace ambientazione cittadina sul modello dell’Italia comunale (che io adoro), e provare l’ottimo Cavalieri e cittadini di Maire-Vigueur; oppure, spostando l’orologio in avanti di uno o due secoli, Signori e mercenari di Michael Mallett. E non dimentichiamo che la buona vecchia library.nu ci apre le porte allo sterminato mercato di lingua anglosassone, e che numerosi Osprey vi si possono trovare…
Insomma, sperimentate, ma per carità, state alla larga da quell’insulsa menata di Monaci e religiosi nel Medioevo di Marcel Pacaut!

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