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Bonus Track: Something Wicked This Way Comes

Something Wicked This Way Comes

Autore: Ray Bradbury
Titolo italiano: Il popolo dell’autunno
Genere: Horror / Fantasy / Fairytale Fantasy / Literary Fiction / Young Adult
Tipo: Romanzo

Anno: 1962
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 270

Difficoltà in inglese: ***

First of all, it was October, a rare month for boys. Not that all months aren’t rare. But there be bad and good, as the pirates say. Take September, a bad month: school begins. Consider August, a good month: school hasn’t begun yet. July, well, July’s really fine: there’s no chance in the world for school. June, no doubting it, June’s best of all, for the school doors spring wide and September’s a billion years away.
But you take October, now…

Un legame speciale unisce William Halloway e Jim Nightshade. Will, dai capelli color del grano e gli occhi chiari come la pioggia d’estate, è nato il 30 Ottobre, un minuto prima di mezzanotte; Jim, dai capelli selvatici e gli occhi verdi come l’erba, è nato il 31 Ottobre, un minuto dopo mezzanotte. Vicini di casa dalla nascita, nella sonnacchiosa cittadina di Green Town, Illinois, sono amici inseparabili, e tutto quello che sanno l’anno imparato l’uno dall’altro. Ma ora, a quattordici anni, sul finire del mese di Ottobre, la loro infanzia sta per finire.
Perché a Green Town sta arrivando il carnevale. Un carnevale itinerante che porta con sé le più bizzarre meraviglie, da un labirinto di specchi che non sembra avere fine a una vecchia cieca dai poteri sovrannaturali, e soprattutto Mr. Dark, l’impresario – un uomo dagli occhi di fuoco e con tatuaggi che gli coprono tutto il corpo, tatuaggi che sembrano vivi e si muovono con lui. Gli abitanti di Green Town cominciano a comportarsi in modo strano dopo l’arrivo del carnevale, e nonostante le proteste di Will, Jim rimane stregato da Mr. Dark e dalle energie che sembrano spirare dalle sue attrazioni. Cosa ne sarà del loro rapporto? Al compiersi del quindicesimo anno d’età, Will e Jim non saranno più gli stessi.

Di tutti gli autori associati al fantastico e soprattutto alla fantascienza, Ray Bradbury è forse il più famoso in assoluto. Ma se romanzi come Cronache Marziane e Fahrenheit 451 sono celebri anche in Italia, e se molti dei suoi racconti migliori si sono fatti largo fino nelle antologie scolastiche, questo Something Wicked This Way Comes rimane ampiamente ignorato dalle nostre parti. E dire che negli States è considerato un’opera seminale, la fonte di ispirazione dichiarata di una pletora di scrittori di horror e urban fantasy come King e Gaiman. Mi sembrava giusto, quindi, far conoscere questo romanzo e di passaggio dire la mia.
La premessa di Something Wicked This Way Comes è classica: qualcosa di caotico e maligno irrompe nella vita quotidiana, e due ragazzini si trovano soli ad affrontarlo, mentre gli adulti non sembrano rendersi conto del pericolo. Ma combattere la minaccia è anche un rito di passaggio dall’infanzia all’età adulta. La storia di Bradbury ha molto del romanzo per ragazzi, ma si capisce che vuole essere qualcosa di più; una di quelle storie di formazione che può essere letta a tutte le età e con più livelli di lettura. Vedremo se gli è riuscito.

Ray Bradbury quotes

Stanno arrivando.

Uno sguardo approfondito
Basta leggere le prime righe per rendersi conto che a Bradbury non gliene può fregare di meno dell’immersività totale, e che piuttosto appartiene alla scuola di Vonnegut e Calvino. Ecco come ci parla di Will e Jim, nel secondo capitolo, quando si incamminano verso la biblioteca pubblica: “Like all boys, they never walked anywhere, but named a goal and lit for it, scissors and elbows. Nobody won. Nobody wanted to win. It was in their friendship they just wanted to run forever, shadow and shadow.” Il suo narratore è un narratore onnisciente e invadente, che va ora da questo e ora da quel personaggio, li commetta, racconta le loro emozioni, si lancia in flashback e flashforward, snocciola raffinate metafore.
Ma se Vonnegut lo faceva per ottenere l’effetto comico, e per trasmettere un’atmosfera satirica ai suoi romanzi, Bradbury punta a fare della poesia in prosa. Sotto la sua penna, una sensazione sgradevole diventa una nuova Era Glaciale, la madre di Will diventa una rosa in una serra in una giornata d’inverno, la voce del padre una mano che si agita delicatamente in aria e il volo di un uccello bianco. Tutta una serie di personaggi – da Mr. Fury, il misterioso venditore di parafulmini fenici, a Mr. Dark, il maligno impresario del carnevale – si esprimono come poeti. Ecco il padre di Will, che di mestiere fa il bibliotecario, che saluta i ragazzi quando vengono a trovarlo alla biblioteca:

‘Is that you, Will? Grown an inch since this morning.’ Charles Halloway shifted his gaze. ‘Jim? Eyes darker, cheeks paler; you bum yourself at both ends, Jim?’
‘Heck.’ said Jim.
‘No such place as Heck. But hell’s right here under ‘A’ for Alighieri.’
‘Allegory’s beyond me,’ said Jim.
‘How stupid of me,’ Dad laughed. ‘I mean Dante. Look at this. Pictures by Mister Doré, showing all the aspects. Hell never looked better. Here’s souls sunk to their gills in slime. There’s someone upside down, wrong side out.’

In conseguenza di questo stile, tutti i movimenti e i gesti dei personaggi appaiono stilizzati, come delle coreografie, tutti i dialoghi suonano sagaci, ma artefatti. A volte così facendo, lo devo ammettere, Bradbury riesce a creare dei begli effetti; ad esempio la scena in cui Will e Jim, circondati da poliziotti nel tendone da circo del carnevale, si vedono arrivare di fronte, introdotto da Mr. Dark, il grottesco Mr. Electrico: un uomo talmente vecchio che pare morto, legato a una sedia elettrica da cui sta per partire una scarica da centomila volt. O il misterioso Mr. Fury, il venditore ambulante di parafulmini magici con iscrizioni fenicie che parla per enigmi. O la Strega della Polvere, capace di togliere la voglia di vivere agli individui con la sua sola presenza…
Certo, chi ormai si è abituato alla Bizarro Fiction o al New Weird troverà abbastanza innocue le invenzioni di Bradbury. Eppure, inserite nel contesto di tranquilla normalità di Green Town, alcune di queste colpiscono davvero. E la prosa ornata di Bradbury, benché il più delle volte non faccia altro che distrarre dalla storia, talvolta riesce ad aggiungere fascino alle sue creature.

Ray Bradbury quotes

Chi esce meglio da questo modo di scrivere, comunque, sono i personaggi. Nonostante Bradbury li presenti come degli archetipi ambulanti e li carichi di simboli (basti solo pensare ai protagonisti: il ragazzo dai capelli chiari e in ordine nato un minuto prima di mezzanotte, il ragazzo dai capelli scuri e disordinati nato un minuto dopo mezzanotte, così diversi eppure così uniti; più yin e yang di così…), hanno una loro tridimensionalità, e un carattere coerente che ci viene mostrato dai loro comportamenti, oltre che raccontato dal Narratore Onnisciente. Jim è un ragazzo impulsivo suo malgrado, prova un’attrazione incontrollabile per le ambiguità e le stranezze del mondo adulto, ma al tempo stesso se ne vergogna e vorrebbe ‘addomesticarsi’; Will invece è terrorizzato all’idea di rimanere indietro, vede Jim che si allontana verso il mondo dei grandi e si chiede perché a lui non succeda lo stesso.
Ancora più riuscito, a mio avviso, è il rapporto padre-figlio tra Will e Charles Halloway. Mentre molto del setting iniziale di Something Wicked This Way Comes sembra un idillio bucolico, la vita perfetta e stereotipica da piccola borghesia di una cittadina di campagna, il legame di Will con suo padre parte già strano. Charles è un tipo umile, stralunato, dall’aria fragile, il genere di padre per cui non puoi provare rispetto ma imbarazzo, perché sai che non sarebbe in grado di difenderti (per mancanza di coraggio o di attenzione); e lui e Will non hanno un gran rapporto. Ma gli eventi messi in moto dall’arrivo del Carnevale li avvicineranno. E il discorso di Charles Halloway a suo figlio, sul Bene e sul Male, e sul rapporto tra moralità e felicità personale, è molto più ambiguo e realista, molto più cinico di quel che mi aspettassi. Bradbury riesce a evitare di essere melenso e fasullo, e il risultato è bello.

Peccato che non duri. Il conflitto centrale del romanzo alla fine non è altro che la lotta tra il Bene e il Male; le istanze positive e negative vengono personificate, e questo lascia ben poco spazio all’ambiguità morale. I buoni non vincono con la forza, o con l’astuzia, ma per superiorità etica; e alla fine la forza per trionfare sui nemici verrà dalle emozioni. In questo si riconosce subito l’influenza che il romanzo ha avuto su scrittori come King, in cui è onnipresente il concetto di Male assoluto, e dove spesso e volentieri lo strumento per vincere il suddetto Male sono le istanze psicologico-filosofiche del protagonista piuttosto che metodi concreti. Cioè la cosa che amo di meno tanto in King quanto in Bradbury e negli altri suoi epigoni.
Uno potrebbe obiettare però che ogni scrittore nella sua opera può adottare il sistema di valori che preferisce. Per carità. Non si può negare, invece, che il plot del romanzo soffra di alcune incoerenze strutturali e occasioni sprecate. Bradbury dissemina la storia di hook che poi si dimentica di usare, e che lasciano il lettore con un palmo di naso. Il primo capitolo, per esempio, si apre (in modo abbastanza riuscito) col personaggio di Mr. Fury, che fa rivelazioni profetiche ai due ragazzi e dona loro un parafulmini dai poteri misteriosi. Tutto farebbe pensare che, per dove sono collocati e per l’enfasi che gli viene data, Mr. Fury e il suo parafulmine siano la chiave di volta della storia. Niente del genere: Mr. Fury sparisce per poi ritornare in un ruolo del tutto marginale, e il parafulmine ancestrale non servirà praticamente a nulla. Al che uno si chiede: perché sprecare un’idea così interessante? E se fin dall’inizio non aveva intenzione di utilizzarla, perché metterla in apertura del romanzo? Bradbury si rivela incapace di maneggiare i suoi stessi simboli.

Horatio Kane on Bradbury

Un anno e mezzo fa questa battuta era una figata.

Volendo sintetizzare il mio discorso in poche righe, Something Wicked This Way Comes è un moral play sul passaggio dall’infanzia all’età adulta. E’ un romanzo che urla ad ogni capoverso: ‘Sono una finzione! Sono un’allegoria!’, è una di quelle storie che piacciono tanto alla sinistra umanista perché suona come una parabola, e ti fa sentire così intelligente e sensibile perché la capisci. E del resto, se lo epurassimo di tutti questi elementi decorativi, quel che rimarrebbe sarebbe una storia esile e strutturata male.
Molta gente adora questo tipo di storia. Ma – benché alcune scene, dialoghi e personaggi mi abbiano colpito positivamente – io non sono tra questi. Pur riconoscendo il valore storico di Something Wicked, come fonte di ispirazione di numerosi scrittori americani contemporanei, lo trovo largamente sopravvalutato. Quanto a Bradbury, una sola delle cose che ha scritto è davvero grande: Cronache marziane. Il resto è mediocrità.

Buon Halloween!

Una considerazione su Bradbury
Mi sono sempre chiesto come mai Bradbury fosse diventato uno dei più celebrati scrittori di narrativa fantastica del Novecento. Anche il suo ruolo nella storia della fantascienza mi pare dubbio. Scrittori come Wells e Stapledon prima, e Orwell, Huxley, Asimov, Heinlein, Clarke, Dick, Ballard poi, hanno gettato nel calderone della science fiction idee che sono diventati veri archetipi del genere; delle idee di Bradbury invece, che cosa ci rimane? Lo rileva anche David Pringle, critico e direttore editoriale di riviste di fantascienza, che nel suo Science Fiction: The 100 Best Novels 1949-1984 (1) scrive, a proposito di The Martian Chronicles: “In fact, that definition [cioè che Cronache Marziane sia un romanzo di sf] has often been disputed, since Bradbury shows no interest in science as such. His space rockets are like firecrackers; his Mars people are Halloween ghosts; while his Martian landscape is an arid version of the American mid-west”.
Forse la soluzione dell’enigma sta in questo: Bradbury ha conquistato notorietà non tanto presso i veterani della narrativa di genere, quanto presso il pubblico mainstream. E’ uno di quegli scrittori che chi non mastica fantascienza o fantasy in genere conosce benissimo. Uno di quelli che vengono lodati per la ‘potenza delle idee’, da parti di chi romanzi di idee non ne legge mai (e quindi non ne conosce gli standard). E dato che il pubblico mainstream è il Grande Pubblico, Bradbury è diventato infinitamente più celebre dei suoi colleghi rimasti nel ghetto della fantascienza. Anche se molti di quelli erano più bravi e più inventivi di lui.

E, giusto per sottolineare che non sono l’unico a pensarla così, ecco di nuovo le parole di David Pringle, questa volta in un commento a Fahrenheit 451:

“It is a rather simple-minded dystopia which Bradbury creates. […] Fahrenheit 451 is a very straightforward book, a scream of rage against the mass media and the whole 20th-century communications landscape. Television, pop music, comic books, digests, theme parks, spectator sports – Bradbury is agin ‘em all, and if he had been writing this book thirty years laters he would no dobut have included video games, home computers and role-playing fantasies in his tirade. It is the litany of the old-fashioned, puritanical moralist; small wonder that the message of this novel has fallen sweetly on the ears of schoolteachers and other Guardians of Culture the world over. […] As a tract for teenagers, Fahrenheit 451 still has considerable merits, but it is scarcely a classic of adult science fiction”.

Ray Bradbury vecchio

A noi piace ricordarlo così: vecchio, incazzato e un po’ rincoglionito.

Dove si trova?
Something Wicked This Way Comes è un romanzo celeberrimo, almeno nei paesi anglofoni: non avrete difficoltà a trovarlo su Library Genesis né su BookFinder, nei formati pdf e epub. Per l’edizione italiana, invece, cercate “Il popolo dell’autunno” su Emule; ma non chiedetemi chi diamine sia il genio che ha scelto il titolo italiano.

Qualche estratto
Per questo articolo, ho voluto mostrare il meglio e il peggio dello stile di Bradbury: il primo pezzo è tratto dal primo capitolo, e ci mostra l’incontro di Will e Jim con l’ambiguo Mr. Fury, e la contrattazione per dare loro un parafulmine e proteggersi dalla tempesta imminente; il secondo pezzo un lungo monologo interiore di Charles Halloway, quando nel terzo capitolo vede i due ragazzi andarsene verso casa. Se la prosa di Bradbury non vi nausea, questo libro potrebbe essere fatto per voi.

1.
‘Halloway. Nightshade. No money, you say?’
The man, grieved by his own conscientiousness, rummaged in his leather bag and seized forth an iron contraption.
‘Take this, free! Why? One of those houses will be struck by lightning! Without this rod, bang! Fire and ash, roast pork and cinders! Grab!’
The salesman released the rod. Jim did not move. But Will caught the iron and gasped.
‘Boy, it’s heavy! And funny-looking. Never seen a lightning-rod like this. Look, Jim!’
And Jim, at last, stretched like a cat, and turned his head. His green eyes got big and then very narrow.
The metal thing was hammered and shaped half-crescent, half-cross. Around the rim of the main rod little curlicues and doohingies had been soldered on, later. The entire surface of the rod was finely scratched and etched with strange languages, names that could tie the tongue or break the jaw, numerals that added to incomprehensible sums, pictographs of insect-animals all bristle, chaff, and claw.
‘That’s Egyptian.’ Jim pointed his nose at a bug soldered to the iron. ‘Scarab beetle.’
‘So it is, boy!’
Jim squinted. ‘And those there – Phoenician hen tracks,’
‘Right!’
‘Why?’ asked Jim.
‘Why?’ said the man. ‘Why the Egyptian, Arabic, Abyssinian, Choctaw? Well, what tongue does the wind talk? What nationality is a storm? What country do rains come from? What colour is lightning? Where does thunder go when it dies? Boys, you got to be ready in every dialect with every shape and form to hex the St Elmo’s fires, the balls of blue light that prowl the earth like sizzling cats. I got the only lightning-rods in the world that hear, feel, know, and sass back any storm, no matter what tongue, voice, or sign. No foreign thunder so loud this rod can’t soft-talk it!’
But Will was staring beyond the man now.
‘Which,’ he said. ‘Which house will it strike?’
‘Which? Hold on. Wait.’ The salesman searched deep in their faces. ‘Some folks draw lightning, suck it like cats suck babies’ breath. Some folks’ polarities are negative, some positive. Some glow in the dark. Some snuff out. You now, the two…I – ‘
[…] ‘But which house, which!’ asked Will.
The salesman reared off, blew his nose in a great kerchief, then walked slowly across the lawn as if approaching a huge time-bomb that ticked silently there.
He touched Will’s front porch newels, ran his hand over a post, a floorboard, then shut his eyes and leaned against the house to let its bones speak to him.
Then, hesitant, he made his cautious way to Jim’s house next door.
Jim stood up to watch.
The salesman put his hand out to touch, to stroke, to quiver his fingertips on the old paint.
‘This,’ he said at last, ‘is the one.’

2.
Watching the boys vanish away, Charles Halloway suppressed a sudden urge to run with them, make the pack. He knew what the wind was doing to them, where it was taking them, to all the secret places that were never so secret again in life. Somewhere in him, a shadow turned mournfully over. You had to run with a night like this, so the sadness could not hurt.
Look! he thought. Will runs because running is its own excuse. Jim runs because something’s up ahead of him.
Yet, strangely, they do run together.
What’s the answer, he wondered, walking through the library, putting out the lights, putting out the lights, putting out the lights, is it all in the whorls on our thumbs and fingers? Why are some people all grasshopper fiddlings, scrapings, all antennae shivering, one big ganglion eternally knotting, slip-knotting, square-knotting themselves? They stoke a furnace all their lives, sweat their lips, shine their eyes and start it all in the crib. Caesar’s lean and hungry friends. They eat the dark, who only stand and breathe.
That’s Jim, all bramble-hair and itchweed.
And Will? Why he’s the last peach, high on the summer tree. Some boys walk by and you cry, seeing them. They feel good, they look good, they are good. Oh, they’re not above peeing off a bridge, or stealing an occasional dime-store pencil sharpener; it’s not that. It’s just, you know, seeing them pass, that’s how they’ll be all their life; they’ll get hit, hurt, cut, bruised, and always wonder why, why does it happen? how can it happen to them?
But Jim, now, he knows it happens, he watches for it happening, he sees it start, he sees it finish, he licks the wound he expected, and never asks why; he knows. He always knew. Someone knew before him, a long time ago, someone who had wolves for pets and lions for night conversants. Hell, Jim doesn’t know with his mind. But his body knows. And while Will’s putting a bandage on his latest scratch, Jim’s ducking, waving, bouncing away from the knockout blow which must inevitably come.
So there they go, Jim running slower to stay with Will, Will running faster to stay with Jim, Jim breaking two windows in a haunted house because Will’s along, Will breaking one instead of none, because Jim’s watching. God how we get our fingers in each other’s clay. That’s friendship, each playing the potter to see what shapes we can make of the other.
Jim, Will, he thought, strangers. Go on. I’ll catch up, some day…

Tabella riassuntiva

Una parabola sovrannaturale sul diventare grandi. Atmosfera moraleggiante con tanto di Male personificato.
Personaggi principali ben tratteggiati. Prosa ornata che rende impossibile l’immersione.
Alcune delle creature di Bradbury sono affascinanti. Sotto tutti i fronzoli la storia è esile.
Hook inutilizzati e struttura della trama pencolante.

(1) Di questa antologia, che ambisce a raccogliere i cento migliori romanzi di fantascienza in lingua inglese scritti tra l’uscita di 1984 e quella di Neuromante, mi piacerebbe parlarvi in un articolo futuro. Può essere un utile punto di riferimento per scoprire la narrativa del periodo, e ormai la lista di Pringle è diventata un classico.

Sai che c’è di nuovo

Spiderman memeNon mi aspettavo che la fine dell’estate prendesse un ritmo così frenetico. Gli articoli che ho cominciato a pubblicare a fine Luglio dovevano essere i primi di una trafila più o meno ininterrotta, diciamo uno alla settimana. Invece, già nella seconda metà di Agosto il mondo reale ha cominciato a far piovere sberle.
Comunque. In questo inizio di Settembre stanno succedendo un sacco di cose interessanti per gli appassionati di fantastico; o almeno, del fantastico che piace a me (lol). In attesa di articoli più corposi, ecco dunque una breve carrellata di cosa aspettarsi nelle prossime settimane o mesi. Se avete i miei stessi gusti ne sarete felici.

Chasing the Phoenix
E’ di oggi la notizia che Swanwick ha appena finito il suo nuovo libro. Come dicevo in questo articolo del mese scorso, è il secondo romanzo sulla coppia di trickster gentiluomini Darger e Surplus; le loro avventure li hanno portati attraverso la Siberia e la Mongolia fino in Cina, dove presumibilmente semineranno altra distruzione. Swanwick assicura che può essere letto anche come uno stand-alone. Il titolo è rimasto quello che aveva ipotizzato, Chasing the Phoenix – lascio a Siobhàn l’onore di scoprire se anche questo, come gli altri, sia mutuato da una filastrocca per bambini.
E’ presumibile che, proprio come avevo pronosticato, il romanzo venga pubblicato entro l’anno. Appena sarà disponibile la versione digitale vedrò di comprarlo e farvi sapere.

Michael Swanwick

“Così ti piace il mio romanzo, eh?”

I nuovi Fantasy Masterworks
Se seguite il mio blog sarete ormai familiari con le due collane di narrativa fantastica realizzate negli ultimi anni dalla britannica Gollancz: gli SF e i Fantasy Masterworks. Le due serie dovrebbero riproporre il meglio della fantascienza e del fantasy moderno, rendendo disponibili (e con una nuova veste grafica) titoli spesso usciti da tempo di produzione.
La collana dei Fantasy Masterworks, più sfortunata della sua cugina fantascientifica, era ferma da tempo al n.50, ma a partire da Ottobre cominceranno a uscire nuovi numeri. Al momento ne sono previsti sette, come potete vedere alla pagina aggiornata su Worlds Without End. Due impressioni a caldo:
– Le nuove copertine sono brutte. Una delle cose migliori dei Masterworks era la cura esagerata posta nelle copertine, colorate e visivamente acchiappanti (soprattutto quelle che avevano il titolo integrato nell’illustrazione, senza quella brutta striscia monocolore nella parte alta). Trattandosi di una collana di ‘classici’, la possibilità di esporla nella propria libreria è una delle funzioni principali – considerando che di diversi titoli è possibile procurarsi a buon mercato l’edizione digitale, rendendo di per sé superflua la versione cartacea (1) – quindi le copertine supercurate sono una delle cose più importanti. Be’, queste nuove copertine io non le esporrei.
– Non ho mai letto nessuno di quei libri, ma ho già adocchiato qualche titolo interessante. Uno è Last Call di Tim Powers, l’autore di The Anubis Gates (una delle opere dello Steampunk di prima generazione, nonché uno dei romanzi preferiti di Gamberetta); poi c’è la quadrilogia Aegypt di John Crowley, un autore che sto incominciando a leggere solo adesso ma che promette molto bene; e poi The Dragon Griaule di Lucius Shepard, il tipo famoso per il romanzo militaresco-dickiano Life During Wartime. Questi nuovi titoli sembrano una virata piacevole dal fantasy fiabesco-mitologico di stampo classico di molti dei titoli dei primi Fantasy Masterworks, il che mi rende speranzoso. Peccato per l’assenza di romanzi di Swanwick come The Dragons of Babel o Jack Faust: non sfigurerebbero.

The Dragon Griaule

Brutta.

The Door That Faced West e il futuro della Bizarro Fiction
In occasione del sul Dilation Exercise #83, su Bizarro Central, Alan M. Clark ha dichiarato che il suo prossimo romanzo – The Door That Faced West – sarà pubblicato il prossimo Febbraio da Lazy Fascist Press (la casa editrice diretta da Cameron Pierce, quello di Ass Goblins of Auschwitz). Clark non è certo uno dei miei scrittori preferiti, ma ha del potenziale e scrive roba interessante; ho dedicato una delle mie ultime Bonus Tracks al suo A Parliament of Crows.
Si è ormai capito che Clark è fissato con i serial killer in costume e le vittime dei serial killer in costume. Questo nuovo romanzo avrà come protagonisti i Fratelli Harp, due briganti psicopatici vissuti alla fine del Settecento, quando il continente americano era ancora selvaggio e inesplorato. Il setting è interessante, e non è escluso che decida di leggerlo.
D’altronde, il romanzo in uscita di Clark riluce in un panorama Bizarro che quest’anno è stato piuttosto scialbo. Dall’inizio del 2013 – come potete vedere in questo catalogo – gli editori raccolti sotto la bandiera della Bizarro Fiction hanno pubblicato solo undici libri, di cui ben quattro sono novellas o raccolte di Mellick. Che il pozzo della Bizarro cominci a seccarsi? Mi piacerebbe tornare sull’argomento in un articolo dedicato.

The Water Knife
Se Swanwick è già uno dei miei scrittori preferiti, un altro candidato a diventarlo è Paolo Bacigalupi. Ho parlato entusiasticamente del suo The Windup Girl in questo Consiglio di un annetto fa. Ebbene, tre giorni fa sul suo blog ha dichiarato che, dopo due anni di lavorazione, il suo nuovo romanzo è pronto! E si chiamerà The Water Knife.
Se Clark è fissato coi serial killer, Bacigalupi ha la mania dei cambiamenti climatici e degli scenari geopolitici negli aftermath di un’apocalisse ecologica. Questo romanzo sarà ambientato in un Sudest Americano in preda alla siccità, e sembra inserito nello stesso macro-universo di The Windup Girl, Ship Breakers e The Drowned Cities. Rispetto agli ultimi due romanzi, però, sembra che non sia uno YA, ma che sia tornato al “romanzo per adulti” delle origini.
Non solo: pare che Bacigalupi abbia finalmente fatto il ‘salto’. A pubblicarlo, infatti, sarà la Knopf Doubleday. Per citare le parole del New York Times:

Knopf, the publisher of Toni Morrison, Robert Caro, Stieg Larsson and Helen Fielding, paid an advance in the high six figures.

For Mr. Bacigalupi, it is a leap from a tiny specialty press, Night Shade Books, to one of the most highbrow publishers in the business, with a reach that could broaden his readership well beyond the sci-fi world.

Non male.

Bear Grylls

And now, for something completely different…

You Can (Not) Redo al cinema per una sera
Solo per una sera, Mercoledì 25 Settembre, verrà proiettato in alcuni cinema italiani You Can (Not) Redo, il terzo OAV del reboot di Evangelion chiamato Rebuild of Evangelion.
Nonostante siano passati tipo dieci anni da quando lo vidi per la prima volta, Evangelion rimane tutt’ora il mio anime preferito. E’ l’unico di cui mi sia mai curato di collezionare i dvd. Ogni tanto me lo riguardo e mi piace ancora. Ho sempre visto con sospetto il progetto Rebuild, e infatti me n’ero sempre curato poco, ma settimana scorsa – in occasione dell’Evangelion Night del 4 Settembre – ho avuto l’occasione di andare al cinema con un paio di amici a vedere una maratona dei primi due film della serie.
Come immaginavo, sono rimasto più deluso che soddisfatto: la grafica sarà anche migliore e le scene di combattimento più curate, ma nel complesso in questo Rebuild c’è più melodramma, più roba stylish per adolescenti, personaggi inutili, e in generale un grande incasinamento della trama. Ma mi piace andare al cinema, e vedersi Evangelion rifatto male è pur sempre meglio di un Elysium o un Wolverine. Per cui credo andrò a vedere anche il terzo (2).
Intanto, beccatevi il trailer italiano – è lo stesso che hanno proiettato al cinema prima della maratona dell’Evangelion Night. Anche tralasciando le scrittazze trash in italiano (“La saga robotica del nuovo millennio”? Cominciamo bene…), non avete l’impressione che Evangelion sia diventato un po’ più cretino rispetto a dieci anni fa?

Gendo Ikari

E’ anche per questo che ci piace.

E con questo la carrellata è finita; spero di avervi incuriositi. Vi lascio con una domanda.
Perché non sono fiko come Gendo Ikari?

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(1) Questo è particolarmente vero per molti titoli degli SF Masterworks – dai titoli di H.G. Wells a Frankenstein – per i quali è scaduto il copyright, e che quindi sono disponibili sul Web aggratis (anche in edizioni ben curate, come quelle di Feedbooks).

(2) Sì, in italiano. L’Evangelion originale l’ho visto in italiano, ormai mi sono abituato ai doppiatori italiani e non mi dispiacciono. E poi, seguire certi discorsi coi sottotitoli potrebbe essere troppo anche per me.

I Consigli del Lunedì #30: Time and Again

Time and AgainAutore: Jack Finney
Titolo italiano: Indietro nel tempo
Genere: Slipstream / Fantasy / Slice of Life
Tipo: Romanzo

Anno: 1970
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 400 ca.

Difficoltà in inglese: ***

Da grande Si Morley voleva fare l’artista. Invece è finito a lavorare come grafico pubblicitario e a trascinarsi giorno dopo giorno in una vita che non lo soddisfa. La New York degli anni ’60 lo deprime, e ogni volta che può evade nel passato, guardando vecchie foto color seppia o perdendosi nei cimeli dell’America dell’Ottocento. E’ così che ha conosciuto la sua attuale ragazza, Kate, proprietaria di un negozio di antiquariato. Così, quando un bel giorno Rube Prien, maggiore dell’esercito, compare alla porta del suo ufficio offrendogli di abbandonare la sua vecchia vita per partecipare a un progetto governativo supersegreto, Si non riesce a dire di no.
Il Dr. Danziger e il suo staff hanno scoperto un modo per viaggiare nel tempo. Non sono necessari complicati macchinari o l’energia di una stella. Ogni momento storico passato e futuro è simultaneamente presente attorno a noi, solo che non lo vediamo, ancorati come siamo al presente da tutti gli oggetti e le sensazioni che ci circondano; ma se si potesse convincere intimamente qualcuno di essere in un dato momento del passato, egli andrebbe davvero nel passato. Poche persone al mondo hanno capacità creative e di autosuggestione tali da poter compiere questo viaggio – e Si è una di loro. La sua destinazione? La New York del 1882.
Riuscirà Si Morley a viaggiare nel passato e a svelare il mistero che aleggia attorno agli antenati di Kate, o si tratta solo di un’illusione indotta dall’ipnosi? E cosa sceglierà, quando si troverà a dover decidere tra il presente e il passato?

Dopo un mese dall’ultimo post e ben due dall’ultimo Consiglio, torniamo con un nuovo romanzo sui viaggi nel tempo. Time and Again è un romanzo molto diverso da The End of Eternity, e non solo per l’impostazione Fantasy piuttosto che fantascientifica; mentre l’interesse di Asimov è quello di esplorare la logica del viaggio nel tempo, quello di Finney è la ricostruzione storica. Com’era la New York della fine dell’Ottocento, quando l’edificio più alto di Manhattan era ancora la cattedrale di St. Patrick, il Ponte di Brooklyn non era ancora stato completato e a nord di Central Park cominciavano le casette coloniali e i campi coltivati? Com’era la vita quotidiana in una New York in cui ci si spostava in carrozza, le donne perbene arrivavano illibate al matrimonio e il telefono era un lusso per i più ricchi? E come dev’essere, per un newyorkese moderno, ritrovarsi in quegli anni, per certi versi simili e per altri così diversi?
La passione di Finney per la ricostruzione è tale che spesso questo Time and Again sembra una commistione tra un romanzo e un documentario. Il libro è corredato di foto d’epoca, illustrazioni e ritagli di giornale, che fanno da contrappunto al testo scritto nel tentativo di immergere il lettore in quel periodo lontano – ne mostro qualcuna nel corso dell’articolo. Combinazione estremamente curiosa, che fa di Time and Again il candidato eccellente per il ritorno dei Consigli del Lunedì!

New York nel 1882

Uno sguardo approfondito
Per spiegare meglio cosa intendo quando parlo di “romanzo d’atmosfera”, voglio soffermarmi prima di tutto su come funziona il viaggio nel tempo in Time and Again. Il viaggio nel tempo è uno stato psicologico: si è così intimamente convinti di essere in un’altra epoca che ci si va davvero. Ma perché questo accada, l’ipnosi da sola non basta. E’ necessario liberarsi di qualsiasi oggetto, pensiero, sensazione che ci ancori al presente. I sotterranei della sede del progetto sono divisi in set che ricostruiscono fin nei minimi dettagli momenti del passato: uno scorcio di Denver agli inizi del Novecento, un campo di battaglia della Prima Guerra Mondiale in Francia, la piazza di fronte a Notre Dame nella Parigi del ‘400, e così via.
Per viaggiare nell’Ottocento, Si Morley dovrà andare a vivere in un palazzo newyorkese d’epoca, il Dakota, lasciato nelle condizioni in cui era allora. Non solo: dovrà vestirsi come si usava nel 1880, lasciarsi crescere baffi e barba, mangiare quel che si mangiava all’epoca, leggere fedeli riproduzioni dei giornali d’epoca, eccetera. Viaggiare nel tempo significa scivolare giorno dopo giorno sempre più “nella parte”, eliminando dalla coscienza ogni elemento di disturbo – il clacson di un’automobile in strada, i motori di un aereo che ti passa sopra – e sentendosi sempre di più parte del passato. Il lettore viaggia a ritroso come il protagonista.

Il romanzo è scritto in prima persona col pov di Si. Tra tutti gli scrittori che mi sia mai capitato di leggere, Finney è uno di quelli che – a mio avviso – meglio realizzano ciò che Gamberetta chiamava “stile trasparente”, ossia uno stile che ti fa dimenticare che stai leggendo una stupida storia. Autori come Swanwick e Vandermeer sicuramente hanno un senso migliore della “scena” e sono più immaginifici, tuttavia il loro modo pomposo di scrivere ci ricorda costantemente che ci troviamo davanti a una pagina scritta. Mellick è più bravo di Finney, ma le sue voci narranti sopra le righe e l’atmosfera grottesca delle sue storie rende molto difficile una vera sospensione dell’incredulità. Leggendo Time and Again, invece, ho provato il raro piacere di immergermi completamente nell’atmosfera della storia, dimenticando per un po’ che fosse una finzione.
Il protagonista sembra fatto apposta per permettere a chiunque di identificarcisi, telecamera in prima persona dietro cui possiamo mettere noi stessi. Si Morley è una persona qualunque, l’archetipo del lettore occidentale di media cultura: ragionevole, riflessivo, insoddisfatto della propria vita, alla ricerca dell’amore. Il suo tratto distintivo, la nostalgia per un’epoca che non ha mai vissuto, a volte sfiora l’ossessione – chi sarebbe disposto a chiudersi per settimane in una casa autoconvincendosi di essere un gentiluomo dell’Ottocento? A parte il Duca, intendo – ma il tono della voce narrante suona sempre pieno di buonsenso. Un altro scrittore, per esempio un Dick, avrebbe forse sottolineato gli aspetti borderline di Morley e fatto di Time and Again un romanzo sull’alienazione; Finney invece fa di Morley un veicolo per il lettore, qualcosa di molto simile ai protagonisti muti di alcuni gdr giapponesi.

“Ehi, Protagonista, sei pronto a spaccare un po’ di culi demoniaci?” “…” “Mi piace il tuo stile!”

Intendiamoci, lo stile di Finney è lontano dalla perfezione. Molto spesso, quando ritiene una scena poco interessante, si abbandona al raccontato e ai riassuntoni sbrigativi invece che trovare una soluzione più elegante. Passaggi lunghi anche alcune pagine sono scritte più o meno così: “Parlammo di questo e quello, e poi andai da quell’altro e dicemmo queste altre cose, quindi tornai a casa e feci questo e quello e quell’altro. Per alcuni giorni feci così e così, poi una mattina feci cosà”. Proprio verso la fine del romanzo, alcune scene chiave sono raccontate in questo modo, il che mi ha parecchio irritato.
In compenso, quando vuole mostrare fa un gran lavoro. Ciò è vero soprattutto per le scene ambientate nella New York ottocentesca: Finney spende pagine e pagine a descrivere il baccano delle carrozze sul selciato delle strade, le case coloniali della periferia e le palazzine ingombre di insegne di legno del centro, le differenze tra la Quinta Avenue del 1882 e quella del 1970. Le uniche volte in cui le descrizioni sono parche, è quando l’autore piazza una foto o un’illustrazione – che nella finzione narrativa sono opera del protagonista. La gente è descritta in ogni dettaglio, dall’acconciatura alla forma e al materiale dei bottoni sul soprabito; ogni capo d’abbigliamento è chiamato col suo nome1. Il mostrato sfuma nel raccontato quando si tratta di descrivere gesti e atteggiamenti dei personaggi, ma nelle scene importanti – e in particolar modo in quelle d’azione – ogni movimento è descritto con precisione e vividezza.

Soprattutto, dalla prosa di Finney traspare l’amore per la materia trattata. L’autore si è documentato per anni sulla New York degli anni ’80 dell’Ottocento, e questo traspare nella precisione con cui racconta usi e costumi dell’epoca – dall’abitudine dei newyorkesi di andare a mezzogiorno di fronte alla torre della Western Union Telegraph Company per sincronizzare i loro orologi da taschino, ai giochi di società con cui si intrattengono alla sera i pensionanti della locanda di Gramercy Park. In molti momenti del romanzo, Si diventa spettatore passivo della quotidianità della New York ottocentesca, e il libro diventa un vero e proprio slice of life – quasi un documentario. La maniacalità di Finney è arrivata al punto da cercare di sincronizzare le situazioni del romanzo con eventi realmente avvenuti – e documentati nei giornali – tra il Gennaio e il Febbraio del 1882. Lascio a storici esperti dell’epoca l’ultima parola sull’attendibilità della ricostruzione; da lettore abbastanza ignorante del periodo storico, posso solo dire che non mi sono sentito preso in giro.
Discorso diverso per quello che chiamo “effetto nostalgia”, ossia la tendenza (giustamente presa in giro da Woody Allen in Midnight in Paris) a immaginare che le epoche passate fossero più felici della nostra. Su questo terreno Finney si muove in modo ambiguo. Da una parte, il suo protagonista deve ammettere che le condizioni sociali e mediche dell’epoca erano molto peggiori delle nostre; che la polizia agiva in modo molto più arbitrario, e la corruzione era più capillare e più difficile da stanare; che la New York moderna tratta male i suoi vagabondi e i suoi poveri, ma quella dell’Ottocento li trattava anche peggio. Morley si rende conto che ingentiliamo il passato nella nostra immaginazione solo perché non l’abbiamo vissuto, e perché tendiamo volutamente a ignorarne i lati peggiori. Ma dall’altro lato, traspare l’idea che gli uomini del 1880 stessero meglio, se non fisicamente, almeno spiritualmente. Un leitmotiv del romanzo è proprio la convinzione che nei visi dei newyorkesi dell’82 ci sia una vitalità, una gioia di vivere assenti nelle ‘spente’ facce del 1970. A qualcuno questa patina di idealismo farà piacere – io l’ho trovata solo irritante e autoindulgente.

Il Dakota, il palazzo usato da Morley per il viaggio nel tempo, sullo sfondo di Central Park nel gennaio 1882.

I problemi più grossi del romanzo, però, riguardano il ritmo. Time and Again è un romanzo lento, tranquillo, in cui le cose succedono poco alla volta. Questo in parte è dovuto all’approccio del libro – abbiamo detto che è un “romanzo d’atmosfera”, in cui le descrizioni e le sensazioni del protagonista hanno più importanza della trama. L’intreccio c’è, non viene mai dimenticato, ha dei momenti brillanti (anche dal punto di vista speculativo), qualche trovata geniale (il braccio della Statua della Libertà!) e raggiunge una conclusione dignitosa; ma possono anche passare 50 pagine prima che ci sia uno sviluppo nella trama, 50 pagine piene di scorci di Manhattan, conversazioni coi locali, sottotrame amorose. Nell’ultimo quarto del libro ci sono diverse scene d’azione e il ritmo si fa più serrato, ma ormai quel tipo di lettore si è già addormentato. Pure a me qualche volta è calata la palpebra.
E se a volte questa lentezza appare giustificata dal tipo di esperienza che questo libro vuole offrire, altre volte Finney sfocia nella pura e semplice logorrea alla King – intere pagine di dettagli e conversazioni inutili. Questo dilungarsi è particolarmente incomprensibile quando riguarda le parti ambientate nel presente, dove non c’è neanche la scusa dell’affresco storico. A che pro descrivere per pagine e pagine la via e la facciata esterna della sede del progetto governativo, o le allegre scampagnate di Si e Kate? Soltanto intorno a pagina 50 viene spiegato il meccanismo dei viaggi nel tempo e quale sia il ruolo di Si in tutto ciò; solo intorno a pagina 90 cominciano i primi esperimenti di viaggio nel passato. Time and Again è un romanzo così lento che il preambolo dura 50 pagine! Non siamo dalle parti del Silenzio di Lenth ma quasi. Persino scene movimentate come quella dell’incendio finiscono con l’essere troppo lunghe e ripetitive – alla quarta o quinta persona salvata dall’edificio in fiamme anche il lettore più fedele comincia ad averne abbastanza…

Time and Again è un romanzo molto particolare – forse la parola giusta è delicato – e sicuramente non è un romanzo per tutti. Forse potrà piacere più a color che vengono dal mainstream e dallo slice of life che non ai veterani del romanzo di genere, dato il ritmo morbido e la carenza di azione, a patto che riescano ad accettare la premessa fantastica del viaggio nel tempo.
Soprattutto, credo che questo sia il tipo di romanzo che risente tantissimo delle condizioni e dell’umore in cui lo si legge. Letto nei ritagli di tempo, nella pausa pranzo, nel trasbordo da un vagone della metro alla carrozza del tram, può (giustamente) far pensare: “Ma di che parla? Ma cos’è che è successo prima? Ma perché cazzo sto leggendo una roba simile? Che menata di libro”. Letto nella tranquillità di casa propria, magari durante un weekend lungo, senza distrazioni, può farci vivere la stessa magia che prova Si, chiusi anche noi nel nostro Dakota, che lentamente scivoliamo assieme a lui in un’altra epoca.
Nonostante qualche momento di stanca, a me è piaciuto molto, e sono felice di consigliarlo dopo un mese di silenzio. Un libro così insolito non lo dimenticherò facilmente.

Barbe di fine Ottocento

Una cosa della fine dell’Ottocento non dimenticheremo mai: le BARBE.

Su Finney
Jack Finney è considerato in genere un autore di secondo piano, probabilmente non a torto. A parte Time and Again, il suo nome è legato a un solo altro romanzo, famoso per avere ispirato il film L’invasione degli Ultracorpi (The Invasion of the Body Snatchers, 1956):
The Body SnatchersThe Body Snatchers (L’invasione degli Ultracorpi) è un classico romanzo di invasione silenziosa. Baccelli alieni capaci di replicare e sostituirsi a qualsiasi essere vivente atterrano in una piccola cittadina della campagna californiana, con l’intenzione di colonizzare tutta la Terra; toccherà al medico Miles Bennett e ai suoi amici tentare di fermarli. Il romanzo è carino ma non molto originale (neanche per l’epoca), e come sottolineato da Knight spesso i protagonisti si comportano in modo illogicamente stupido e ingenuo. Avrà anche un valore storico, ma si può tranquillamente fare a meno di leggerlo.

Dove si trova
Su Library Genesis, Time and Again si trova in due versioni differenti, pdf ed ePub – quest’ultima è anche completa di tutte le immagini originali. Tuttavia, anche se sono ottimizzate per la lettura su reader, forse un libro così è più comodo e preferireste leggerlo su carta; in questo caso, su Amazon potete trovare a circa 8.50 Euro la bella edizione dei Fantasy Masterworks.
Su Emule si trovano anche diverse traduzioni in italiano, e quanto ai formati c’è solo l’imbarazzo della scelta: ePub, pdf, doc, lit e rar.

Qualche estratto
Innanzitutto mi scuso, perché gli estratti che ho scelto sono molto lunghi; ma come ho già accennato, Finney è tutto meno che sintetico. Tagliare i brani più di quanto abbia già fatto rischiava di rovinarne il godimento – perciò portate pazienza.
Il primo estratto descrive il primo set per viaggi nel tempo che viene mostrato a Si, quando ancora non è stato messo a parte nei dettagli della teoria sul viaggio temporale; oltre a vedere un esempio del metodo autosuggestivo per viaggiare a ritroso, dà un’idea del buon mostrato di Finney. Il secondo estratto, molto più avanti nella storia (sigh), mostra uno dei primi tentativi di Si di viaggiare nel passato mediante ipnosi – è un pezzo molto delicato, ma spero che riesca a trasmettervi un po’ della magia che ha trasmesso a me.

1.
Five stories below and on the far side of the area over which we were standing, I saw a small frame house. From this angle I could see onto the roofed front porch. A man in shirt-sleeves sat on the edge of the porch, his feet on the steps. He was smoking a pipe, staring absently out at the brick-paved street before the house.
On each side of this house stood portions of two other houses. The side walls facing the middle house were complete, including curtains and window shades. So were half of each gable roof and the entire front walls, including porches with worn stair treads. A wicker baby-carriage stood on the porch of one of them. But except for the complete house in the middle these others were only the two walls and part of a roof; from here I could see the pine scaffolding that supported them from behind. In front of all three structures were lawns and shade trees. Beyond these were a brick sidewalk and a brick street, iron hitching posts at the curbs. Across the street stood the fronts of half a dozen more houses. On the porch of one lay a battered bicycle. A fringed hammock hung on the porch of another. But these apparent houses were only false fronts no more than a foot thick; they were built along the area wall behind them, concealing the wall.
Leaning on the rail beside me, Rube said, “From where the man on the porch is sitting and from any window of his house or any place on his lawn, he seems to be in a complete street of small houses. You can’t see it from here, but at the end of the short stretch of actual brick street he is facing now, there is painted and modeled on the area wall, in meticulous dioramic perspective, more of the same street and neighborhood far into the distance.”
While he was talking a boy on a bike appeared on the street below us; I didn’t see where he’d come from. He wore a white sailor cap, its turned-up brim nearly covered with what looked like colored advertising-and campaign-buttons; short brown pants that buckled just below the knees; long black stockings; and dirty canvas shoes that came up over the ankles. Hanging from his shoulder by a wide strap was a torn canvas sack filled with folded newspapers. The boy pedaled from one side of the street to the other, steering with one hand, expertly throwing a folded paper up onto each porch. As he approached the complete house, the man on the porch stood up, the boy tossed the paper, the man caught it, and sat down again, unfolding it. The boy threw a paper onto the porch of the false two-walled house next door, which stood on a corner. Then he pedaled around the corner, and — out of sight of the man on the porch now — got off his bike and walked it to a door in the area wall against which the little cross street abruptly ended. He opened the door and wheeled his bike on through it.
[…] I turned to look at Rube’s face, but he was watching the scene below, forearms on the guardrail, his hands clasped loosely together. I said, “I don’t see a camera but I assume you’re either making or rehearsing some kind of movie down there.” I couldn’t help sounding a little bit irritated.
“No,” said Rube. “The man on the porch is actually living in that house. It’s complete inside, and a middle-aged woman comes in to cook and clean for him. Groceries are delivered every day in a light horse-drawn wagon labeled HENRY DORTMUND, FANCY GROCERIES. Twice a day a mailman in a gray uniform delivers mail, mostly ads. The man is waiting to hear whether he’s been hired for any of several jobs he’s applied for in the town. Presently he’ll hear that he’s been accepted for one of these jobs. At that point his habits will change. He’ll begin going out into the town, to work.” Rube glanced at me, then resumed his contemplation of the scene below. “Meanwhile he putters around the house. Waters his lawn. Reads. Passes the time of day with neighbors. Smokes Lucky Strike cigarettes. From green packages. Sometimes he listens to the radio, although in this weather there’s lots of static. Friends visit him occasionally. Right now he’s reading a freshly printed copy, done an hour ago, of the town newspaper for September 3, 1926. He’s tired; it’s been over a hundred down there in the afternoons for the last three days, and in the high eighties even at night. A real Indian-summer heat wave with no air conditioning. And if he looked up here right now all he’d see is a hot blue sky.”
Keeping my voice patient, I said, “You mean they’re following some sort of script.”
“No, there’s no script. He does as he pleases, and the people he sees act and speak according to the circumstances.”
“Are you telling me that he actually believes he’s in a town in —”
“No, no; not that either. He knows where he is, all right. He knows he’s in a New York storage warehouse, in a kind of stage setting. He’s been careful never to walk around the corner and look, but he knows that the street ends there, out of his sight. He knows that the long stretch of street he sees at the other end is actually a painted perspective. And while no one has told him so, I’m sure he understands that the houses across the street are probably only false fronts.” Rube stood upright, turning from the railing to face me. “Si, all I can tell you right now is that he’s doing his damnedest to feel that he’s really and truly sitting there on the porch on a late-summer afternoon reading what Calvin Coolidge had to say this morning, if anything.”
“Is there actually a town and a street like this?”
“Oh, yes; a street with houses, trees, and lawns precisely like that, right down to the last blade of grass and the wicker baby-carriage on the porch. You’ve seen an aerial shot of it; it’s called Winfield, Vermont.” Rube grinned at me. “Don’t get mad,” he said gently. “You have to see it before you can understand it.”

Cinque piani più in basso, in un angolo remoto rispetto al punto in cui eravamo vidi una casetta di legno. Da quell’angolazione potevo vedere sotto la veranda frontale. Un uomo in maniche corte era seduto sui gradini. Stava fumando una pipa e guardava con aria assente la strada di mattoni che passava proprio davanti alla casa.
La casa era circondata da porzioni di altre case. I muri visibili da quella centrale erano completi in ogni particolare, con tanto di tendine alle finestre. Anche metà dei tetti era a posto, assieme alle facciate e alle verande con i loro scalini di legno. Su una veranda c’era una carrozzina di vimini. Ma solo la casa centrale era completa; le altre due erano composte da due soli muri e una parte di tetto; dal mio punto di vista potevo vedere le intelaiature di legno che sorreggevano i muri. Davanti alle case vi erano aiole e alberi. Più in là un marciapiede e una strada di mattoni, con paletti di ferro per attaccare i cavalli lungo i bordi del marciapiede. Dalla parte opposta vi erano le facciate di un’altra mezza dozzina di case. Sulla veranda di una di queste era appoggiata una bicicletta scassata. Su un’altra avevano sospe- so un’amaca. Ma si trattava solo di facciate, non più spesse di trenta centimetri, costruite sulla parete divisoria in modo da ricoprirla completamente.
Rube si appoggiò alla ringhiera al mio fianco. «Dal punto in cui è seduto quell’uomo» disse «o da qualsiasi finestra della sua casa o da qualsiasi punto del suo giardino, gli sembra di essere in una via piena di piccole casette. Da qui non puoi vederlo, ma in fondo a quel breve tratto di strada è stato dipinto e modellato con prospettiva meticolosa il proseguimento della strada e del quartiere, che si perde in lontananza».
Mentre parlava, sulla strada sotto di noi apparve un bambino in biciclet- ta; non capii da dove era sbucato. Aveva un cappellino da marinaio bianco, coperto di spille che sembravano pubblicitarie o di propaganda elettorale, e indossava pantaloni alla zuava abbottonati sotto il ginocchio e lunghe calze nere. Ai piedi aveva un paio di scarpe di tela consumate che arrivavano sopra la caviglia. Portava con sé una borsa di tela strappata con dentro un mucchio di giornali piegati in due. Il ragazzo pedalava da una parte all’altra della strada, guidando con una mano e lanciando, con l’altra, i giornali su ogni veranda. Quando si avvicinò all’unica casa intera, l’uomo si alzò in piedi, prese il giornale al volo, e si sedette di nuovo a leggerlo. Il ragazzo gettò un altro giornale sotto la veranda della casa accanto, quella con due sole pareti, e svoltò l’angolo, scomparendo alla vista dell’uomo seduto sugli scalini. Quindi scese dalla bici e aprì una porta nel muro dove finiva di colpo la strada. Accompagnò la bici attraverso la porta, e la chiuse alle sue spalle.
[…] Mi voltai per guardare Rube in faccia, ma il suo sguardo era rivolto in basso, e teneva gli avambracci appoggiati alla ringhiera e le mani unite. «Non vedo cineprese, ma immagino che stiate riprendendo o facendo le prove per qualche film, laggiù» dissi. Non potei fare a meno di assumere un tono leggermente irritato.
«No» rispose Rube. «Quell’uomo sta effettivamente vivendo in quella casa. Dentro è completa, e c’è una donna di mezza età che viene a cucinare per lui e a fare le pulizie. I generi alimentari gli vengono consegnati giornalmente da un carretto trainato da cavalli con la scritta HENRY DORTMUND, ALIMENTARI DI QUALITÀ. E due volte al giorno un postino in uniforme grigia gli porta la posta; soprattutto pubblicità. Quell’uomo sta aspettando una risposta a una delle richieste di lavoro che ha inoltrato in città. Fra poco apprenderà che è stato assunto, e la sua vita cambierà. Andrà in città tutti i giorni, a lavorare». Rube mi lanciò un’occhiata, poi tornò a contemplare la scena sottostante. «Nel frattempo non fa altro che bighellonare per casa. Innaffiare il giardino. Leggere. Passare le giornate con i vicini. Fumare Lucky Strike. Col pacchetto verde. A volte ascolta anche la radio, anche se con questo caldo la ricezione è un po’ difettosa. Ogni tanto riceve la visita di qualche amico. In questo momento sta leggendo una copia fresca di stampa, uscita meno di un’ora fa, del giornale locale del 3 settembre 1926. È molto stanco; la temperatura negli ultimi tre giorni ha superato i trentacinque gradi tutti i pomeriggi, e non scende sotto i venticinque neanche la sera. Una calura tremenda da sopportare senza condizionatori. E se ora alzasse lo sguardo, non vedrebbe altro che un caldo cielo azzurro».
Mantenendo un tono paziente, dissi: «Vuoi dire che si attengono a una sceneggiatura?»
«No, non c’è nessuna sceneggiatura. Lui fa ciò che gli pare, e la gente che incontra parla e si comporta in maniera diversa a seconda delle circostanze».
«Non dirmi che lui crede effettivamente di vivere in un paese nel…»
«No, no, non è nemmeno così. Lui sa bene dove si trova. Sa bene di es- sere in un magazzino a New York, in una specie di scenario cinematografico. Si trattiene dal girare l’angolo per guardare ma sa bene che la strada finisce lì. E sa anche che la via che vede perdersi in lontananza non è altro che una prospettiva dipinta. E anche se non gliel’ha detto nessuno, sono certo che si rende conto che le case dall’altra parte della strada non sono altro che facciate dipinte». Rube lasciò la ringhiera, e mi guardò. «Simon, tutto quello che ti posso dire per il momento è che quell’uomo sta facendo del suo meglio per credere di trovarsi veramente sotto quella veranda in un pomeriggio di tarda estate a leggere quello che ha da dire oggi Calvin Coolidge».
«Ed esiste un paese con una strada come questa?»
«Oh si; una strada con case, alberi e aiole esattamente come questa, u- guale in ogni minimo particolare; dal modo in cui è tagliata l’erba alla carrozzina sotto la veranda. È quella della foto aerea che hai visto; Winfield, nel Vermont». Rube mi sorrise. «Non ti arrabbiare» disse con tono cortese. «Devi vedere prima di capire».

Newspaper boy

Ah! Ridatemi gli anni ’20 e i ragazzini che consegnavano i giornali casa per casa!

2.
“But you know what the world is like; you know that very well. You know all about it. Why shouldn’t you know what the world is like tonight, January 21, 1882? Because that is the date; that is the time we’re in, of course. That’s why I’m dressed as I am, and you as you are. That’s why this room is as it is. Don’t sleep quite yet, Si. Hold your eyes open just a bit. For just a few seconds longer.
“Now, hear what I say. I am going to give you a final, irrevocable instruction; you will hear it, you will obey it. You will sleep for twenty minutes. You will awake rested. You will go out for a walk. Just a little walk, a breath of air before you go to bed. You will be as careful as you possibly can be… that no one sees you. You will be absolutely certain to speak to no one. You will allow no act of yours, however small, to influence anyone in any way, however trivial.
“Then you will come back here, go to bed, and sleep all night. You will awaken in the morning as usual, free of all hypnotic suggestion. So that as you open your eyes, all your knowledge of the twentieth century will light up in your mind again. But you will remember your walk. You will remember your walk. You will remember your walk. Now… let go. And sleep.”
[…] I felt rested now; alive and energetic, a little too restless to feel like going to bed, and I decided to take a walk. It was still snowing, but big soft flakes. There was no wind, I’d been indoors too long, and I wanted to get out, into that snow, breathing chill fresh air; and I walked to the closet and put on my overcoat, chest protector, boots, and my round fur cap of black lamb’s wool.
I walked down the building stairs, somehow glad to encounter no one; I didn’t feel like chatting, and if I’d heard someone on the stairs I think I’d have stood waiting till he’d gone. Downstairs I walked out of the building, glancing quickly around, but saw not a soul — tonight I didn’t want to see anyone — and I turned toward Central Park just across the street ahead. It was a fine night, a wonderful night. The air was sharp in my lungs, and snowflakes occasionally caught in my lashes, momentarily blurring the streetlamps just ahead, already misty in the swirls of snow around them.
Just ahead the street was almost level with the curbs, unmarked by steps or tracks of any kind. I crossed it and walked into the park. […] I plodded on just a little way more, feet lifting high, boots clogged with damp snow, enjoying the exercise of it, exhilarated by the feel of this snowy luminous night, and my aloneness in it. Behind me and to the north I heard a distant rhythmical jingle, perceptibly louder each time it sounded, and I turned to look back toward the street once again. For a moment or two I stood listening to the jink-jink-jingle sound, and then just beyond the silhouetted branches, down the center of the lighted street, there it came, the only kind of vehicle that could move on a night like this: a light, airy, one-seated sleigh drawn by a single slim horse trotting easily and silently through the snow. The sleigh had no top; they sat out in the falling snow, bundled snugly together under a robe, a man and a woman passing jink-jink-jingle through the snow-swirled cones of light under each lamp. They wore fur caps like mine, and the man held a whip and the reins in one hand. The woman was smiling, her face tilted to receive the snow, and the only sounds were the bells, the muffled hoof-clops, and the hiss of the sleigh runners. Then their backs were to me, the sleigh drawing away, diminishing, the steady rhythm of the sleigh bells receding.
They were nearly gone when I heard the woman laugh momentarily, her voice muffled by the falling snow, the sound distant and happy.

«Eppure sai com’è fatto il mondo; lo sai molto bene. Sai tutto del mon-do. Perché mai non dovresti sapere come è fatto il mondo in questa notte del 21 gennaio 1882? Perché questa è la data, naturalmente; questo è il giorno che stiamo vivendo. È per questo che io sono vestito a questo modo, e anche tu. Ed è per questo che questa stanza è così com’è. Non addormentarti ancora, Simon. Tieni gli occhi aperti ancora per un istante. Solo qualche secondo ancora.
«Ora, ascolta ciò che ti dico. Ti darò delle istruzioni finali e irrevocabili; tu le ascolterai, e ubbidirai. Dormirai per venti minuti, e ti sveglierai riposato. Quindi uscirai a fare una passeggiata. Giusto quattro passi per prendere un po’ d’aria prima di andare a dormire. Starai attentissimo… a non farti vedere da nessuno. Farai in modo di non parlare con nessuno, assolutamente. E non permetterai a nessun tuo gesto, per quanto piccolo, di in- fluenzare nessuno in nessun modo, nemmeno il più insignificante.
«Quindi tornerai in questo appartamento, te ne andrai a letto, e dormirai per tutta la notte. Ti risveglierai domani mattina come al solito, libero da qualsiasi genere di suggestione ipnotica. Quando aprirai gli occhi, tutto ciò che sai del Ventesimo secolo sarà di nuovo disponibile nella tua memoria. Ma ricorderai la tua passeggiata. Ricorderai la tua passeggiata. Ricorde- rai la tua passeggiata. E ora, lasciati pure andare… e dormi».
[…] Ora mi sentivo riposatissimo; pieno di vitalità ed energia, tanto che non me la sentivo di andare subito a letto, e decisi di fare una passeggiata. Nevicava ancora, ma i fiocchi erano grossi e morbidi. Non c’era un alito di vento, ero stato in casa fin troppo tempo, e avevo voglia di uscire, in mezzo alla neve, a respirare quell’aria fresca. Mi avvicinai all’armadio, dove presi il soprabito, gli stivali e il mio cappello di astrakan.
Discesi le scale dell’edificio, stranamente contento di non incrociare altri inquilini; non me la sentivo di chiacchierare, e credo che se avessi sentito qualche rumore sulle scale mi sarei fermato ad aspettare che la via fosse libera. Una volta fuori mi guardai attorno rapidamente, ma non vidi anima viva. Stasera non volevo proprio incontrare nessuno. Mi diressi verso Central Park, dalla parte opposta della strada. Era una bella serata; una serata meravigliosa. L’aria era fredda nei miei polmoni, e ogni tanto un fiocco di neve mi si fermava sulle ciglia, annebbiando momentaneamente i lampioni, già offuscati dai vortici di nevischio che li avvolgevano.
La strada era alla stessa altezza del marciapiede, ed era completamente intatta da orme o tracce di qualsiasi genere. La attraversai ed entrai nel parco. […] Procedetti ancora per un poco, sollevando i piedi a fatica a ogni passo, con gli stivali coperti di neve umida, godendomi l’esercizio, esaltato dalla sensazione di quella notte luminosa e innevata nella quale mi trovavo in solitudine. A un certo punto udii alle mie spalle un tintinnare ritmico e distante, che diventava sempre più vicino. Mi voltai nuovamente verso la strada. Rimasi per un attimo ad ascoltare il tintinnio, poi, da dietro i rami degli alberi, in mezzo alla strada illuminata, la vidi; l’unico veicolo che po- teva aggirarsi in una notte come questa: una slitta aperta, leggera, trainata da un solo cavallo, piuttosto magro, che trottava tranquillo e silenzioso sulla neve. Un uomo e una donna sedevano sulla slitta, sotto la neve, avvolti in una coperta di lana. Attraversarono tintinnando i coni di luce innevati di ogni lampione. Avevano entrambi cappelli di pelliccia come il mio, e l’uomo teneva le redini e la frusta in una mano. La donna sorrideva, il viso inclinato all’indietro, godendosi la neve, e si udivano solo i campanelli, i passi soffocati del cavallo, e il leggero sibilo della slitta sulla neve. Mi passarono davanti, e li seguii con lo sguardo finché non scomparvero nel nevischio, il tintinnio sempre più distante.
Poco prima che scomparissero del tutto, sentii la donna che rideva; una risata distante e felice, attutita dalla neve.

Tabella riassuntiva

Un modo incredibilmente suggestivo di viaggiare nel passato! Trama minimale, subordinata alla ricostruzione storica.
Affascinante e precisa ricostruzione della New York del 1882. Ritmo lento che mette alla prova e tendenza alla logorrea.
Quando vuole, Finney è molto bravo a mostrare. Tendenza sentimentalista a idealizzare il passato.

(1) La precisione è pure troppa! Come quando Finney descrive l’abbigliamento ottocentesco: usa una valanga di termini che non solo io non avevo mai sentito nominare, ma che non conosce neppure il dizionario del mio reader! Dannazione.Torna su

I Consigli del Lunedì #24: Gloriana, or The Unfulfill’d Queen

Gloriana, or the Unfulfill'd QueenAutore: Michael Moorcock
Titolo italiano: La saga di Gloriana
Genere: Fantasy / Literary Fiction / Politico / Romance
Tipo: Romanzo

Anno: 1978
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 500 ca.

Difficoltà in inglese: **

Gloriana, regina di Albione e Imperatrice del Commonwealth, è la donna più potente del mondo. Dal suo palazzo dorato, grande come una città e complicato come un labirinto, ella è il faro del mondo occidentale e la guida del suo popolo; la fama della sua bontà, della sua saggezza, della sua giustizia la precedono. La assistono il suo primo ministro, lo scaltro Perion Montfallcon, il cosmologo e alchimista John Dee, e il comandante di marina Sir Thomas Ffyne.
Ma Gloriana è infelice. Consumata dalla fatica del suo ruolo politico, nel cuore della notte cerca sollievo nell’intimità del suo serraglio, tra mille perversioni; ma finora non è mai riuscita a provare un momento di vero piacere. A complicare le cose, l’ansia di sapere che in lei scorre il sangue di Hern VI, suo padre, il tiranno pazzo e sanguinario ucciso in una congiura di palazzo. E quando un uomo scaltro, il capitano Arthur Quire, deciderà di prendersi la sua rivincita sulla corte di Gloriana attaccandola nelle sue debolezze, non solo Albione, ma l’intero mondo civilizzato rischierà di precipitare negli abissi di una rovinosa guerra mondiale…

Ho già parlato di Michael Moorcock con il Consiglio dedicato a Behold the Man, e sicuramente lo conoscerete come l’autore della mediocre saga di Elric di Melniboné. Gloriana è la sua opera più ambiziosa.
Ambientato in un mondo alternativo in cui cambiano i nomi, ma la sostanza rimane quella dell’epoca elisabettiana, Moorcock crea un’opera che vuole imitare i romanzi fiume di epoca cinque-seicentesca, pur mantenendo un’anima moderna. Gloriana infatti è un incrocio tra un panegirico compilativo rinascimentale, un moral play shakespeariano e un fantasy contemporaneo. Per ammissione dell’autore, il punto di riferimento dell’opera sarebbe The Faerie Queen, poema allegorico di Edmund Spenser che voleva celebrare il regno illuminato di Elisabetta I – punto di riferimento polemico: “more a dialogue with Spenser of The Faerie Queene than a description of my own ideal State”. Un romanzo con cui parlare delle luci ed ombre dell’impero britannico e di una monarchia assoluta, quand’anche il sovrano fosse una persona di buon’animo e animata dai migliori ideali.
Vi renderete conto che mischiare tanti stili diversi in un tutto armonico è un’impresa titanica; e del resto Moorcock, per quanto animato da buone intenzioni e buone idee, non è mai stato un genio della prosa. Gloriana infatti è un’opera che ha sempre diviso i suoi lettori. Spesso celebrata da critici e intellettuali per la sua audacia, è stata invece criticata da molti lettori normali per la sua lentezza, la sua prosa spesso antiquata e distanziante, la sua mancanza di omogeneità. E infatti Gloriana ha tanti pregi quanti difetti – ma forse sono più i difetti. Come adesso vedremo.

Bonus, un po’ di immagini su Elisabetta II, per celebrare a modo mio il Diamond Jubilee (oh! oh! oh!).

Alla regina non piace

Alla regina questa recensione non piace.

Uno sguardo approfondito
Un assaggio di tutti i problemi che affliggono Gloriana si ha da subito col primo capitolo. Un narratore onnisciente esordisce descrivendo il palazzo reale della regina, per poi passare a enumerare le sue qualità, la stima che ha di lei il popolo, le sue turbe, come un catalogo; dopodiché la telecamera autoriale comincia a muoversi per le stanze del castello, mostrando una serie di personaggi – alcuni centrali, come Montfallcon, altri insignificanti e quasi mai più visti, come il ladruncolo vagabondo Jephraim Tallow – e via via allontanandosi verso i sobborghi della città e gli angoli più malfamati.
I capitoli successivi procedono in modo più normale, con la telecamera che segue unico un personaggio alla volta; il personaggio può essere seguito per tutto il capitolo, oppure la telecamera “scivola” dal primo a un secondo personaggio presente nella scena, e il capitolo continua seguendo il secondo personaggio, o ancora il narratore può fare un salto indietro e descrivere le cose dall’alto (onnisciente vero e proprio). In ogni caso, anche nei momenti in cui più penetriamo nella psiche di un personaggio-pov, avvertiamo sempre la presenza del filtro del narratore, e in generale si sente sempre che la storia è mossa da una regia occulta. L’impressione globale, piuttosto che di immergersi in una storia, è quella di assistere a uno spettacolo teatrale (magari shakespeariano?).

A questo si aggiungono altri tratti classicheggianti, come gli elenchi iperbolici dei drappeggi e delle ricchezze del palazzo reale, piuttosto che della varietà degli abiti dei cortigiani, o dei costumi indossati durante questa o quell’altra festa di palazzo. In particolare nella descrizione delle feste – ce ne sono due o tre nel corso del romanzo – Gloriana ricalca un modo di scrivere arcaico, alternando alla descrizione delle fasi della celebrazioni brani di canzoni o di poesie o di discorsi celebrativi. Passaggi che forse faranno venire i lucciconi agli occhi di Umberto Eco, ma che senza dubbio ammazzano il ritmo e spezzano ogni residuo di immersione.
E ancora, possiamo aggiungere la lentezza generale della trama. L’innesco vero e proprio della trama avviene solo attorno a Pag.170, mentre tutte le precedenti non fanno che inserire pezzo per pezzo il background del romanzo e la vasta corte dei personaggi. Il lettore è intrattenuto, è vero, con alcuni conflitti minori, ma resta il fatto che ci continua a chiedere dove l’autore voglia andare a parare fino a 1/3 del romanzo.

You are poor

“There is a coming and going of great aristocrats in their brocades, silks and velvets, their chains of gold and silver, their filigree poignards, their ivory farthingales, cloaks and trains rippling behind them…”

Ora – come avrete visto leggendo lo scorso articolo, non sono sempre contrario alla Literary Fiction e alla letteratura non-immersiva, soprattutto quando l’autore dà l’impressione di essere perfettamente cosciente di ciò che sta facendo. Avevo già espresso qualche incertezza parlando di The Sirens of Titan di Vonnegut. Ma qui la situazione mi sembra diversa, per due motivi:
1. L’intento di imitare la prosa di Spencer emerge solo a tratti. Altre parti del romanzo, e in particolare i vivaci dialoghi tra i personaggi, seguono le regole del romanzo moderno. C’è una scena, in cui l’astrologo John Dee illustra la sua concezione cosmologica alla regina, dove i suoi monologhi sono inframezzati da pensieri fulminei, scritti in corsivo e tra parentesi alla maniera di Stephen King. Insomma, Moorcock sembra un po’ confuso.
2. Le parti più marcatamente literary non sono particolarmente geniali o divertenti, come spesso sono in Vonnegut. Tutt’al più sono uno sfoggio erudito, con cui l’autore dimostra la sua capacità di riprodurre stilemi rinascimentali. E se posso salvare la panoramica del primo capitolo, che dopotutto ha una sua bellezza scenica, elenchi e feste sono decisamente noiosi. Forse piaceranno agli eruditi, che vi riconosceranno opere lette e discusse all’università o durante la loro tesi di dottorato, ma tutti gli altri saranno giustamente irritati da queste inutili digressioni.
Insomma, i diversi registri non si armonizzano affatto, e sotto questo punto di vista Gloriana è un pastrocchio malriuscito.

Dove invece Moorcock riesce, è proprio nel gestire l’intreccio tra i personaggi – e nel mostrare i loro dialoghi, i loro gesti, i loro pensieri. Gloriana ha un cast impressionante, con una quindicina di comprimari e una galassia di personaggi secondari. Ma, date le oltre 450 pagine, Moorcock ha abbastanza spazio per sviluppare tutti i primi e dare qualche tratto caratteristico alla maggior parte dei secondi, così che non rimangano dei nomi volanti. A ogni personaggio, inoltre, sono dati dei vizi, degli obiettivi scoperti e altri nascosti, e questi a loro volta richiamano conflitti e ostacoli (e non di rado alcuni personaggi sono gli uni ostacoli agli altri).
Gloriana vuole essere un sovrano eccellente e un esempio per i suoi sudditi, ma è sempre più sottoposta alla tentazione di cedere il potere ai suoi ministri, mandare tutto al diavolo e liberarsi dallo stress del governo tra le braccia dei suoi infiniti amanti. John Dee da una parte vorrebbe ricevere il riconoscimento dei suoi sforzi contro lo scetticismo di coloro che, come Montfallcon, lo ritengono un ciarlatano; ma segretamente, la sua unica ossessione è quella di essere notato dalla regina e di potersela fare. Il capitano Quire è un personaggio machiavellico e titanico, una specie di Iago che ha elevato il crimine allo stato di arte, il cui terrore più grande è quello di non essere riconosciuto. Lord Montfallcon, il personaggio più ambiguo di tutti, è il braccio destro della regina e crede genuinamente nell’importanza di giustizia e ordine; ma per ottenerli, non esita ad agire nell’ombra, a circondarsi di loschi figuri che si prendano cura dei panni sporchi della monarchia, di nascosto da Gloriana per mantenerla “pura”.
Questo clima di ambiguità morale, di impossibilità di decidere chi abbia ragione e chi torto, di intrighi e di molteplicità di conflitti a tutti i livelli tengono sveglia l’attenzione del lettore, e mi hanno parecchio appassionato.

Elisabetta II

L’Inghilterra ha un rapporto complicato con le sue regine.

Certo, non sempre la storia scorre come dovrebbe. In qualche punto la trama sembra un po’ forzata, come il completo “ravvedimento” di Gloriana dopo aver letto la lettera-confessione di Florestan Wallis. Ma in generale Moorcock gestisce bene i numerosi intrighi, e il senso progressivo di pericolo e di decadenza che grava sulla corte della regina. L’evoluzione dei personaggi principali è gestita generalmente molto bene, e alcuni riserveranno delle sorprese (su tutti, Lord Montfallcon); anche personaggi secondari, come il romantico cavaliere Sir Tancred, finiscono per assumere un ruolo simbolico nel complicato intreccio. Quasi tutti i comprimari hanno un loro epilogo, che spesso è tutt’altro che prevedibile e “canonico”. E alcune scene sono davvero straordinarie, come il confronto finale nella vecchia sala del trono di Hern VI.
Parte del merito va anche all’ambientazione, carica di una certa dose di sense of wonder. Il palazzo reale di Albione è un labirinto di proporzioni mastodontiche, con intere ale e saloni nascosti dietro grate e passaggi segreti, e interi gruppi di diseredati che vivono nascosti “dietro i muri” e spiano la vita dei cortigiani. Costruito come una serie di strati sempre più antichi e dimenticati, nessuno sa esattamente dove il palazzo finisca, o quali segreti celi nelle sue profondità. E un’aura di follia e terrore aleggia sull’ala, anch’essa abbandonata, e tutt’ora insanguinata, dove viveva e regnava il tiranno Hern VI. L’elemento fantasy rimane ai margini e spesso è quasi del tutto assente, ma il palazzo emana ugualmente un’atmosfera surreale, iperbolica, quasi kafkiana.

Infine, a tenere insieme tutto, i due temi gemelli e centrali all’opera: da una parte il funzionamento della monarchia assoluta, dove tutto poggia sulle spalle – potenti ma stanche – di una persona sola; dall’altro la domanda, se sia possibile creare un regno giusto e saggio senza sporcarsi mai le mani. Il tema è affrontato con sottigliezza, senza mai scivolare in sbrodolamenti retorici, e sotto più di una prospettiva (Gloriana, Montfallcon, Quire, Lady Una). Ed è molto interessante, soprattutto per gli appassionati di politica e filosofia morale.
Gloriana, insomma, è un’opera estremamente ambiziosa, ma riuscita solo a metà. Chi riuscirà a soprassedere alle lungaggini rinascimentali, al narratore onnisciente e al suo effetto distanziante, potrà farsi rapire dagli intrighi e dalle passioni violente e shakespeariane dei personaggi. Per tutti gli altri: lasciate perdere, avete ogni ragione per farlo.

Elisabetta II indignata

La lettura di Gloriana può provocare questo effetto.

Dove si trova?
Gloriana è un romanzo difficile da procurarsi. Avevo perso le speranze di trovarlo piratato, ma la solerte Fos mi ha comunicato in un commento che a questo link si può scaricare il torrent del romanzo. Viva Fos! In alternativa, su Amazon.it potete acquistare a 5,60 Euro l’edizione cartacea nella collana Fantasy Masterworks – valutate voi se ne vale la pena.
Ovviamente mi sto riferendo a edizioni in lingua originale. Della traduzione italiana si narra soltanto in antiche leggende ormai dimenticate.

Qualche estratto
Con questi estratti ho voluto giocare pulito e mostrare gli abissi dello stile di Gloriana. Il primo è tratto dal primo capitolo, e ci fa vedere la prepotenza con cui il narratore onnisciente si impone sulla storia e descrive e celebra (in modo statico) i tratti salienti del governo della regina; il secondo, con il narratore un po’ meno invadente ma con ancora la netta prevalenza del raccontato sul mostrato, mostra invece uno spaccato delle avventure bisessuali dell’insaziabile Gloriana.

1.
It has not always been so in Albion, was never as completely true as it is, now that Gloriana rules; for these people who, through their efforts, hold this vast Commonwealth in balance, who make it a coherent entity, who ensure its stability, believe that there is only one factor which maintains this equilibrium: the Queen Herself.
This circle of Time has turned, from golden age to silver, from brass to iron and now, with Gloriana, back to gold again.
Gloriana the First, Queen of Albion, Empress of Asia and Virginia, is a Sovereign loved and worshipped as a goddess by many millions of subjects, admired and respected by many more throughout the Globe. To the theologian (save for the most radical) she is only representative of the gods on Earth, to the politician she is the embodiment of the State, to the poet she is Juno, to the common folk she is Mother; saint and villain alike are united in the love for her. If she laughs, the Realm rejoices; if she weeps, the Nation mournes; if she is angry, there would be scores to take vengeance on the object of her anger. And thus is created for he an almost umbereable responsibility: Thus she must practise diplomacy at all levels of her life, betraying no emotion, expressing no demands, dealing fairly with all petitioners. In her Reign there has never been an execution or an arbitrary imprisonment, corrput public servants have been sought for actively and dismissed, courts and tribunals deal justice to poor and powerful equally […]. In town and meadow, in village and manufactory, in capital or colony, the equilibrium is maintained through the person of this noble and humane Queen.
Queen Gloriana, only child of King Hern IV (despot and degenerate, traitor to the State, betrayer of his trust, whose hand caused a hundred thousand heads to fall, unmanly self-murderer), of the old blood of Elficleos and of Brutus, who overthrew Gogmagog, is forever aware of this love her subjects have for her and she returns their love; yet that love, both given and received, is a burden upon her – a burden so great that she scarcely admit its presence.

Non sempre è stato così nel regno di Albione, ma lo è adesso che regna Gloriana, perché le persone che, con i loro sforzi, tengono insieme l’impero, che ne fanno un’entità coerente, ne assicurano la sicurezza, sono convinte che esista un solo fattore di stabilità: la regina stessa.
La ruota del tempo ha girato: dall’oro all’argento, dal rame al ferro, e adesso, con Gloriana, è tornata nuovamente all’oro.
Gloriana la Prima, Regina d’Albione, Imperatrice dell’Asia e della Virginia, è una sovrana amata a venerata come una dea da molti milioni di sudditi, ed è ammirata e rispettata da molti altri milioni in tutto il globo. Per i teologi (tolti i più fanatici) è l’unica rappresentante degli dèi sulla terra, per i politici è l’incarnazione dello Stato, per i poeti è Giunone, per la gente del popolo è la Madre; santi e peccatori concordano nell’amarla. Se Gloriana ride, il regno gioisce; se piange, tutta la nazione geme con lei; se le occorre qualcosa, in mille si fanno avanti per soddisfare ogni suo desiderio; se è in collera, decine di persone le offrono di vendicarsi su chi l’ha offesa.
In questo modo, su Gloriana ha finito per accumularsi una responsabilità quasi insopportabile: è costretta a esercitare la diplomazia in ogni aspetto della sua vita, a non tradire alcuna emozione, a non chiedere mai nulla, a trattare con equità ogni postulante. Nel suo regno non ci sono mai stati un’esecuzione o un arresto arbitrari; si è data la caccia ai funzionari corrotti, che sono stati allontanati; tribunali e corti dispensano giustizia in modo uguale per tutti, poveri e ricchi […]. Nelle città e nelle campagne, nei villaggi e nelle fabbriche, nella capitale e nelle colonie, l’equilibrio si mantiene grazie a questa nobile e umana regina.
La regina Gloriana, unica figlia di re Hern VI (despota e degenerato, traditore della nazione, abusatore della fiducia riposta in lui, che aveva fatto cadere mille teste e che poi, vigliaccamente, aveva alzato la mano su se stesso), dell’antico sangue di Elficleo e di Britone, vincitori di Gogmagog, conosce l’amore dei sudditi e lo contraccambia; eppure quell’amore è per lei un peso gravoso: un peso che lei non osa confessare, ma che è la causa della sua tristezza.

Elisabetta II

We have cookies.

2.
A short flight of stairs took her up into barbaric, blazing torchlight, into a hall of asymmetric splendour, whose ceilings rose and fell and whose walls were studded with huge gems, like the walls of some faerie cavern, whose carpets sank deep beneath her naked feet, whose tapestries and murals showed crowded, obscure scenes of antique revels. At the far end of the hall two giants drew themselves to attention. One was an albino, red-eyed, white-haired, muscular and naked – the other was a blackmoor with jet eyes, jet hair, and yet the absolute identical twin of the albino. […] Now they bowed, awaiting her pleasure, adoring her as they had always done; but with a word of affection she passed them by, pushing open the doors into another, darker cavern, filled with the odour of heated flesh, of blood, of salty juices, for this was where her flagellants convened, men and women, passive and dominant, who lived only to enjoy or wield the las. And, as she passed, some raised gasping heads and recalled the ecstasy they had enjoyed, could only enjoy, at her kindly, knowing fingers, and some paused to stare and remember her wounded flanks and how their piss fell from her inviolable body, and these called out after her, but she was not, tonight, obedient.
A short, connecting passage, another key, and she was amongst her boys and girls, smiling but impatient, as she continued on, through a series of chambers where her geishas, male and female, whispered greetings. And in her wake, half-dirge, half-celebration, her name: Gloriana, Gloriana, Gloriana – rising, louder and louder in her ears – Gloriana, Gloriana.
[…]”Oh!” she sobbed, half-running now. “Ah!”
To a quiet hall. Hairy men, lazy and huge, looked up from where they lounged, in a pack, beside a heated pool of blue and gold tiles. She scented them, half-apes, and went to sit amongst them. They were scarcely aware of her at first, but slowly their curiosity was aroused. They began to inspect her, pulling at her wolfskin coat, stroking her hair, her body, sniffing at her breasts and hands.
“I am Albion”, she told them, “I am Gloriana”.
The hairy men grunted and puzzled at the sounds but, as she knew, they could not understand her – neither could they repeat the names.
“I am the Mother, the Protector, the Goddess, the Perfect Monarch”. She lay back and their fur was coarse against her flesh. She laughed as they stroked her. “I am History’s Noblest Queen! The most powerful Empress the world has ever seen!” She sighed as their hot tongues licked her, as their fingers touched their sensitive places. She embraced them. She wept. In turn she reached below their hairy stomachs and tickled them, so that they grunted, frowned and grinned. She stretched. She writhed. “Ah!” And she smiled. She groaned.

Tabella riassuntiva

Un’atmosfera colma di intrighi e conflitti! Narratore onnisciente e impostazione che ammazza l’immersione.
Grande galleria di personaggi complessi e interessanti. Stilemi rinascimentali noiosi che non si armonizzano con le parti moderne.
Ambientazione surreale e kafkiana.  Ritmo lento e storia che stenta a decollare.
Interessante discussione su monarchia assoluta e buon governo.

Liste senza fine

WWEnd LogoSulla bellezza di compilare liste ed elenchi, Umberto Eco si è espresso più e più volte. Ne è così convinto, che si è sempre sentito in dovere di condividere la sua passione con i lettori, infarcendo i suoi romanzi di elenchi di santi che fanno cose buffe, o di tutte le macchine che si possono trovare al Museo della Scienza e della Tecnica parigino, o di locali e ricette gastronomiche della Parigi-Ottocentesca-da-Bere.
Sono d’accordo, le liste sono divertenti. Anche se farei un appunto: sono divertenti quando riguardano argomenti di cui ci frega qualcosa. Nella fattispecie, a noi ci frega di narrativa fantastica, quindi oggi parleremo di elenchi di libri di narrativa fantastica! Il post di oggi sostituisce il Consiglio del Lunedì – non vorrete farmi bruciare subito tutto il materiale?^^ – ma non è poi così scollegato. Voglio infatti presentarvi due siti pieni di elenchi; due siti di cui mi sono servito più volte quand’ero alla ricerca di libri da leggere, alcuni dei quali sono pure finiti qui su Tapirullanza.

Worlds Without End
Questo sito è veramente immenso, ma delle numerose sezioni presentate nel menu orizzontale ce ne interessano due. La prima è “Books”, e presenta elenchi e classifiche di libri secondo vari indici.
Prima di tutto, le divisioni secondo i premi – l’Hugo, il Nebula, il British Science Fiction Award, il Locus Science Fiction Award, il Locus Fantasy Award, e diversi altri (ma tanto degli altri non frega niente a nessuno, quelli interessanti sono questi cinque). I libri sono ordinati per anno, e gli elenchi comprendono sia il vincitore che gli altri quattro nominati. C’è pure una pagina, “All Award Winners”, che raccoglie per ogni anno i vincitori di ogni premio, comodamente affiancati e incolonnati.
Ma ci sono anche altri tipi di liste. Per esempio la Pringle List, un elenco dei 100 migliori romanzi di fantascienza scritti tra il 1949 e il 1984 (lol) dall’editor David Pringle, o la Locus Best SF, che fa la stessa cosa ma partendo dalla pubblicazione di Frankenstein fino al 1990, ed inserendo solo 53 titoli; o la Classics of Science Fiction, compilata incrociando 28 altre liste del meglio della fantascienza (di varia provenienza: fans, critici, scrittori), che propone 193 titoli. Ma troviamo anche liste più “popolari” – e più brutte, a mio avviso – come la NPR Top 100, o liste dedicate espressamente alle scrittrici, come la SF Mistressworks, che elenca 90 libri di 90 scrittrici, secondo la regola tassativa di non inserire mai più di un libro per ogni autrice.
E naturalmente, c’è anche l’elenco (continuamente aggiornato) dei titoli delle due famose collane della Gollancz, gli SF Masterworks e i Fantasy Masterworks – collane a cui ho attinto più di una volta nelle mie letture e che ritornano spesso anche negli articoli di questo blog.
Tutte queste liste sarebbero reperibili anche su Wikipedia o su altri siti, ma la comodità di WWEnd è di averle tutte insieme e di poter passare dall’una all’altra in un attimo. Inoltre accanto a ogni libro è segnato il numero di nomination ai premi sopra elencati e il numero di apparizioni nelle altre liste. E se questo non bastasse, ogni libro è accompagnato dalla sua copertina; il che significa che navigare tra le pagine di WWEnd significa navigare in un mondo pieno di immagini coloratissime! Oceani di copertine *O*!

L’altra sezione interessante è “Blog”. Ci scrive una quantità di persone, ed è aggiornato quasi quotidianamente. Si spazia da video a mini-recensioni, a considerazioni sparse su questo o quello scrittore o tema della narrativa fantastica.
Worlds Without End, insomma, è un’ottima e comoda risorsa per la narrativa fantastica. Quando sono indeciso su cosa leggere mi capita spesso di passare qui e fare il pieno di titoli, prima di andare ad approfondire su Wikipedia o da qualche altra parte. Attenzione: crea dipendenza.

Muppets in guerra

Presto! Andiamo su WWEnd!

SF and Fantasy Masterworks Reading Project
Quest’altro è un sito bizzarro. Per la precisione si tratta di un blog, aperto con lo scopo dichiarato di leggere e recensire, nel giro di un anno, tutti i libri delle famose collane SF Masterworks e Fantasy Masterworks. Obiettivo assolutamente impossibile da raggiungere da soli, e infatti sono in undici. Dall’incipit della pagina “About Us”:

Who would be crazy enough to set out to read 150 odd books in under a year? That would be us. There are 11 of us here at SF&F Masterworks and if you care to know a little bit more about each of us, here you go.

Come molti altri, ho una vera fascinazione per le due collane dei Masterworks e per le loro belle copertine colorate. Ma sono anche cosciente che non tutti i titoli hanno la stessa qualità; ci sono diversi “meh” (es., The Penultimate Truth di Philip K. Dick), dei veri aborti (es., The City and the Stars di Arthur C. Clarke) e libri che potranno ancora avere un certo valore storico, ma pressoché nessuna attrattiva (es., The King of Elfland’s Daughter di Lord Dunsany). In particolare, in linea con la tradizione del genere, la collana dei Fantasy Masterworks è impestata di schifezze.
Quindi è particolarmente utile un blog che si propone di studiare ciascuno dei volumi della collana e consigliare se valga o meno la pena di leggerlo. La domanda è: ci saranno riusciti?
Risposta: no. L’ultimo aggiornamento è datato 23 Luglio 2011 – in effetti, circa un anno dopo l’apertura del blog! – e dei 150 libri ne sono stati recensiti 66, cioè meno della metà. Come succede in quasi tutti i progetti collettivi in cui non circoli denaro, anche questo è inesorabilmente deragliato, e dubito che qualcuno ci posterà ancora. Ma 66 recensioni dei Masterwork sono comunque meglio che niente.

Veniamo alla qualità delle recensioni. A onor del vero, ci vuole del coraggio a chiamarle “recensioni”: sono commenti anche più stringati dei miei, che di rado entrano in disquisizioni tecniche e si limitano spesso a una panoramica molto generale dei libri recensiti. Inoltre, serietà e competenza variano da recensore a recensore. Diverse volte mi sono trovato in disaccordo col giudizio globale delle recensioni, e altre volte mi è stato impossibile farmi un’idea chiara del libro recensito. Altri sono più in gamba: per esempio uno storico – tale Larry – che ha “recensito” diversi libri ucronici (come Bring the Jubilee di Ward Moore o Pavane di Keith Roberts), tenendo conto, tra gli altri fattori, proprio della plausibilità della deviazione storica.
Insomma: il SF and Fantasy Masterworks Reading Project non è una fonte d’informazioni affidabile al 100%, oltre a non essere completo, ma è un buon punto di partenza se si cercano giudizi su un libro in particolare della serie dei Masterworks, e si vogliono considerazioni meno neutrali di quelle che potreste trovare su Wikipedia e siti analoghi. Dateci un’occhiata.

Canguro strano

E questa cosa c'entra?

La sezione Risorse
In appendice all’articolo di oggi, ne approfitto per creare una nuova sezione nel menu a destra, chiamata “Risorse”. Conterrà tutti gli articoli in cui fornisco siti e altre indicazioni utili sulla narrativa – articoli che sarebbe comodo tenere sotto mano, invece che lasciarli dispersi nei meandri del blog.
Nella fattispecie, al momento comprenderà solo questo articolo e quello sulle Alternative a library.nu, ma in futuro l’elenco potrebbe allungarsi.
Invece ho spostato le Chiavi di Ricerca Weird sulla sinistra, sotto gli ultimi commenti.

Una domanda finale
Già che siamo in argomento: un individuo molesto mi ha proposto di stilare una classifica dei miei libri preferiti e di farne partecipi i lettori. Siete d’accordo? Non ve ne frega niente? Fatemelo sapere e deciderò!