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I Consigli del Lunedì #30: Time and Again

Time and AgainAutore: Jack Finney
Titolo italiano: Indietro nel tempo
Genere: Slipstream / Fantasy / Slice of Life
Tipo: Romanzo

Anno: 1970
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 400 ca.

Difficoltà in inglese: ***

Da grande Si Morley voleva fare l’artista. Invece è finito a lavorare come grafico pubblicitario e a trascinarsi giorno dopo giorno in una vita che non lo soddisfa. La New York degli anni ’60 lo deprime, e ogni volta che può evade nel passato, guardando vecchie foto color seppia o perdendosi nei cimeli dell’America dell’Ottocento. E’ così che ha conosciuto la sua attuale ragazza, Kate, proprietaria di un negozio di antiquariato. Così, quando un bel giorno Rube Prien, maggiore dell’esercito, compare alla porta del suo ufficio offrendogli di abbandonare la sua vecchia vita per partecipare a un progetto governativo supersegreto, Si non riesce a dire di no.
Il Dr. Danziger e il suo staff hanno scoperto un modo per viaggiare nel tempo. Non sono necessari complicati macchinari o l’energia di una stella. Ogni momento storico passato e futuro è simultaneamente presente attorno a noi, solo che non lo vediamo, ancorati come siamo al presente da tutti gli oggetti e le sensazioni che ci circondano; ma se si potesse convincere intimamente qualcuno di essere in un dato momento del passato, egli andrebbe davvero nel passato. Poche persone al mondo hanno capacità creative e di autosuggestione tali da poter compiere questo viaggio – e Si è una di loro. La sua destinazione? La New York del 1882.
Riuscirà Si Morley a viaggiare nel passato e a svelare il mistero che aleggia attorno agli antenati di Kate, o si tratta solo di un’illusione indotta dall’ipnosi? E cosa sceglierà, quando si troverà a dover decidere tra il presente e il passato?

Dopo un mese dall’ultimo post e ben due dall’ultimo Consiglio, torniamo con un nuovo romanzo sui viaggi nel tempo. Time and Again è un romanzo molto diverso da The End of Eternity, e non solo per l’impostazione Fantasy piuttosto che fantascientifica; mentre l’interesse di Asimov è quello di esplorare la logica del viaggio nel tempo, quello di Finney è la ricostruzione storica. Com’era la New York della fine dell’Ottocento, quando l’edificio più alto di Manhattan era ancora la cattedrale di St. Patrick, il Ponte di Brooklyn non era ancora stato completato e a nord di Central Park cominciavano le casette coloniali e i campi coltivati? Com’era la vita quotidiana in una New York in cui ci si spostava in carrozza, le donne perbene arrivavano illibate al matrimonio e il telefono era un lusso per i più ricchi? E come dev’essere, per un newyorkese moderno, ritrovarsi in quegli anni, per certi versi simili e per altri così diversi?
La passione di Finney per la ricostruzione è tale che spesso questo Time and Again sembra una commistione tra un romanzo e un documentario. Il libro è corredato di foto d’epoca, illustrazioni e ritagli di giornale, che fanno da contrappunto al testo scritto nel tentativo di immergere il lettore in quel periodo lontano – ne mostro qualcuna nel corso dell’articolo. Combinazione estremamente curiosa, che fa di Time and Again il candidato eccellente per il ritorno dei Consigli del Lunedì!

New York nel 1882

Uno sguardo approfondito
Per spiegare meglio cosa intendo quando parlo di “romanzo d’atmosfera”, voglio soffermarmi prima di tutto su come funziona il viaggio nel tempo in Time and Again. Il viaggio nel tempo è uno stato psicologico: si è così intimamente convinti di essere in un’altra epoca che ci si va davvero. Ma perché questo accada, l’ipnosi da sola non basta. E’ necessario liberarsi di qualsiasi oggetto, pensiero, sensazione che ci ancori al presente. I sotterranei della sede del progetto sono divisi in set che ricostruiscono fin nei minimi dettagli momenti del passato: uno scorcio di Denver agli inizi del Novecento, un campo di battaglia della Prima Guerra Mondiale in Francia, la piazza di fronte a Notre Dame nella Parigi del ‘400, e così via.
Per viaggiare nell’Ottocento, Si Morley dovrà andare a vivere in un palazzo newyorkese d’epoca, il Dakota, lasciato nelle condizioni in cui era allora. Non solo: dovrà vestirsi come si usava nel 1880, lasciarsi crescere baffi e barba, mangiare quel che si mangiava all’epoca, leggere fedeli riproduzioni dei giornali d’epoca, eccetera. Viaggiare nel tempo significa scivolare giorno dopo giorno sempre più “nella parte”, eliminando dalla coscienza ogni elemento di disturbo – il clacson di un’automobile in strada, i motori di un aereo che ti passa sopra – e sentendosi sempre di più parte del passato. Il lettore viaggia a ritroso come il protagonista.

Il romanzo è scritto in prima persona col pov di Si. Tra tutti gli scrittori che mi sia mai capitato di leggere, Finney è uno di quelli che – a mio avviso – meglio realizzano ciò che Gamberetta chiamava “stile trasparente”, ossia uno stile che ti fa dimenticare che stai leggendo una stupida storia. Autori come Swanwick e Vandermeer sicuramente hanno un senso migliore della “scena” e sono più immaginifici, tuttavia il loro modo pomposo di scrivere ci ricorda costantemente che ci troviamo davanti a una pagina scritta. Mellick è più bravo di Finney, ma le sue voci narranti sopra le righe e l’atmosfera grottesca delle sue storie rende molto difficile una vera sospensione dell’incredulità. Leggendo Time and Again, invece, ho provato il raro piacere di immergermi completamente nell’atmosfera della storia, dimenticando per un po’ che fosse una finzione.
Il protagonista sembra fatto apposta per permettere a chiunque di identificarcisi, telecamera in prima persona dietro cui possiamo mettere noi stessi. Si Morley è una persona qualunque, l’archetipo del lettore occidentale di media cultura: ragionevole, riflessivo, insoddisfatto della propria vita, alla ricerca dell’amore. Il suo tratto distintivo, la nostalgia per un’epoca che non ha mai vissuto, a volte sfiora l’ossessione – chi sarebbe disposto a chiudersi per settimane in una casa autoconvincendosi di essere un gentiluomo dell’Ottocento? A parte il Duca, intendo – ma il tono della voce narrante suona sempre pieno di buonsenso. Un altro scrittore, per esempio un Dick, avrebbe forse sottolineato gli aspetti borderline di Morley e fatto di Time and Again un romanzo sull’alienazione; Finney invece fa di Morley un veicolo per il lettore, qualcosa di molto simile ai protagonisti muti di alcuni gdr giapponesi.

“Ehi, Protagonista, sei pronto a spaccare un po’ di culi demoniaci?” “…” “Mi piace il tuo stile!”

Intendiamoci, lo stile di Finney è lontano dalla perfezione. Molto spesso, quando ritiene una scena poco interessante, si abbandona al raccontato e ai riassuntoni sbrigativi invece che trovare una soluzione più elegante. Passaggi lunghi anche alcune pagine sono scritte più o meno così: “Parlammo di questo e quello, e poi andai da quell’altro e dicemmo queste altre cose, quindi tornai a casa e feci questo e quello e quell’altro. Per alcuni giorni feci così e così, poi una mattina feci cosà”. Proprio verso la fine del romanzo, alcune scene chiave sono raccontate in questo modo, il che mi ha parecchio irritato.
In compenso, quando vuole mostrare fa un gran lavoro. Ciò è vero soprattutto per le scene ambientate nella New York ottocentesca: Finney spende pagine e pagine a descrivere il baccano delle carrozze sul selciato delle strade, le case coloniali della periferia e le palazzine ingombre di insegne di legno del centro, le differenze tra la Quinta Avenue del 1882 e quella del 1970. Le uniche volte in cui le descrizioni sono parche, è quando l’autore piazza una foto o un’illustrazione – che nella finzione narrativa sono opera del protagonista. La gente è descritta in ogni dettaglio, dall’acconciatura alla forma e al materiale dei bottoni sul soprabito; ogni capo d’abbigliamento è chiamato col suo nome1. Il mostrato sfuma nel raccontato quando si tratta di descrivere gesti e atteggiamenti dei personaggi, ma nelle scene importanti – e in particolar modo in quelle d’azione – ogni movimento è descritto con precisione e vividezza.

Soprattutto, dalla prosa di Finney traspare l’amore per la materia trattata. L’autore si è documentato per anni sulla New York degli anni ’80 dell’Ottocento, e questo traspare nella precisione con cui racconta usi e costumi dell’epoca – dall’abitudine dei newyorkesi di andare a mezzogiorno di fronte alla torre della Western Union Telegraph Company per sincronizzare i loro orologi da taschino, ai giochi di società con cui si intrattengono alla sera i pensionanti della locanda di Gramercy Park. In molti momenti del romanzo, Si diventa spettatore passivo della quotidianità della New York ottocentesca, e il libro diventa un vero e proprio slice of life – quasi un documentario. La maniacalità di Finney è arrivata al punto da cercare di sincronizzare le situazioni del romanzo con eventi realmente avvenuti – e documentati nei giornali – tra il Gennaio e il Febbraio del 1882. Lascio a storici esperti dell’epoca l’ultima parola sull’attendibilità della ricostruzione; da lettore abbastanza ignorante del periodo storico, posso solo dire che non mi sono sentito preso in giro.
Discorso diverso per quello che chiamo “effetto nostalgia”, ossia la tendenza (giustamente presa in giro da Woody Allen in Midnight in Paris) a immaginare che le epoche passate fossero più felici della nostra. Su questo terreno Finney si muove in modo ambiguo. Da una parte, il suo protagonista deve ammettere che le condizioni sociali e mediche dell’epoca erano molto peggiori delle nostre; che la polizia agiva in modo molto più arbitrario, e la corruzione era più capillare e più difficile da stanare; che la New York moderna tratta male i suoi vagabondi e i suoi poveri, ma quella dell’Ottocento li trattava anche peggio. Morley si rende conto che ingentiliamo il passato nella nostra immaginazione solo perché non l’abbiamo vissuto, e perché tendiamo volutamente a ignorarne i lati peggiori. Ma dall’altro lato, traspare l’idea che gli uomini del 1880 stessero meglio, se non fisicamente, almeno spiritualmente. Un leitmotiv del romanzo è proprio la convinzione che nei visi dei newyorkesi dell’82 ci sia una vitalità, una gioia di vivere assenti nelle ‘spente’ facce del 1970. A qualcuno questa patina di idealismo farà piacere – io l’ho trovata solo irritante e autoindulgente.

Il Dakota, il palazzo usato da Morley per il viaggio nel tempo, sullo sfondo di Central Park nel gennaio 1882.

I problemi più grossi del romanzo, però, riguardano il ritmo. Time and Again è un romanzo lento, tranquillo, in cui le cose succedono poco alla volta. Questo in parte è dovuto all’approccio del libro – abbiamo detto che è un “romanzo d’atmosfera”, in cui le descrizioni e le sensazioni del protagonista hanno più importanza della trama. L’intreccio c’è, non viene mai dimenticato, ha dei momenti brillanti (anche dal punto di vista speculativo), qualche trovata geniale (il braccio della Statua della Libertà!) e raggiunge una conclusione dignitosa; ma possono anche passare 50 pagine prima che ci sia uno sviluppo nella trama, 50 pagine piene di scorci di Manhattan, conversazioni coi locali, sottotrame amorose. Nell’ultimo quarto del libro ci sono diverse scene d’azione e il ritmo si fa più serrato, ma ormai quel tipo di lettore si è già addormentato. Pure a me qualche volta è calata la palpebra.
E se a volte questa lentezza appare giustificata dal tipo di esperienza che questo libro vuole offrire, altre volte Finney sfocia nella pura e semplice logorrea alla King – intere pagine di dettagli e conversazioni inutili. Questo dilungarsi è particolarmente incomprensibile quando riguarda le parti ambientate nel presente, dove non c’è neanche la scusa dell’affresco storico. A che pro descrivere per pagine e pagine la via e la facciata esterna della sede del progetto governativo, o le allegre scampagnate di Si e Kate? Soltanto intorno a pagina 50 viene spiegato il meccanismo dei viaggi nel tempo e quale sia il ruolo di Si in tutto ciò; solo intorno a pagina 90 cominciano i primi esperimenti di viaggio nel passato. Time and Again è un romanzo così lento che il preambolo dura 50 pagine! Non siamo dalle parti del Silenzio di Lenth ma quasi. Persino scene movimentate come quella dell’incendio finiscono con l’essere troppo lunghe e ripetitive – alla quarta o quinta persona salvata dall’edificio in fiamme anche il lettore più fedele comincia ad averne abbastanza…

Time and Again è un romanzo molto particolare – forse la parola giusta è delicato – e sicuramente non è un romanzo per tutti. Forse potrà piacere più a color che vengono dal mainstream e dallo slice of life che non ai veterani del romanzo di genere, dato il ritmo morbido e la carenza di azione, a patto che riescano ad accettare la premessa fantastica del viaggio nel tempo.
Soprattutto, credo che questo sia il tipo di romanzo che risente tantissimo delle condizioni e dell’umore in cui lo si legge. Letto nei ritagli di tempo, nella pausa pranzo, nel trasbordo da un vagone della metro alla carrozza del tram, può (giustamente) far pensare: “Ma di che parla? Ma cos’è che è successo prima? Ma perché cazzo sto leggendo una roba simile? Che menata di libro”. Letto nella tranquillità di casa propria, magari durante un weekend lungo, senza distrazioni, può farci vivere la stessa magia che prova Si, chiusi anche noi nel nostro Dakota, che lentamente scivoliamo assieme a lui in un’altra epoca.
Nonostante qualche momento di stanca, a me è piaciuto molto, e sono felice di consigliarlo dopo un mese di silenzio. Un libro così insolito non lo dimenticherò facilmente.

Barbe di fine Ottocento

Una cosa della fine dell’Ottocento non dimenticheremo mai: le BARBE.

Su Finney
Jack Finney è considerato in genere un autore di secondo piano, probabilmente non a torto. A parte Time and Again, il suo nome è legato a un solo altro romanzo, famoso per avere ispirato il film L’invasione degli Ultracorpi (The Invasion of the Body Snatchers, 1956):
The Body SnatchersThe Body Snatchers (L’invasione degli Ultracorpi) è un classico romanzo di invasione silenziosa. Baccelli alieni capaci di replicare e sostituirsi a qualsiasi essere vivente atterrano in una piccola cittadina della campagna californiana, con l’intenzione di colonizzare tutta la Terra; toccherà al medico Miles Bennett e ai suoi amici tentare di fermarli. Il romanzo è carino ma non molto originale (neanche per l’epoca), e come sottolineato da Knight spesso i protagonisti si comportano in modo illogicamente stupido e ingenuo. Avrà anche un valore storico, ma si può tranquillamente fare a meno di leggerlo.

Dove si trova
Su Library Genesis, Time and Again si trova in due versioni differenti, pdf ed ePub – quest’ultima è anche completa di tutte le immagini originali. Tuttavia, anche se sono ottimizzate per la lettura su reader, forse un libro così è più comodo e preferireste leggerlo su carta; in questo caso, su Amazon potete trovare a circa 8.50 Euro la bella edizione dei Fantasy Masterworks.
Su Emule si trovano anche diverse traduzioni in italiano, e quanto ai formati c’è solo l’imbarazzo della scelta: ePub, pdf, doc, lit e rar.

Qualche estratto
Innanzitutto mi scuso, perché gli estratti che ho scelto sono molto lunghi; ma come ho già accennato, Finney è tutto meno che sintetico. Tagliare i brani più di quanto abbia già fatto rischiava di rovinarne il godimento – perciò portate pazienza.
Il primo estratto descrive il primo set per viaggi nel tempo che viene mostrato a Si, quando ancora non è stato messo a parte nei dettagli della teoria sul viaggio temporale; oltre a vedere un esempio del metodo autosuggestivo per viaggiare a ritroso, dà un’idea del buon mostrato di Finney. Il secondo estratto, molto più avanti nella storia (sigh), mostra uno dei primi tentativi di Si di viaggiare nel passato mediante ipnosi – è un pezzo molto delicato, ma spero che riesca a trasmettervi un po’ della magia che ha trasmesso a me.

1.
Five stories below and on the far side of the area over which we were standing, I saw a small frame house. From this angle I could see onto the roofed front porch. A man in shirt-sleeves sat on the edge of the porch, his feet on the steps. He was smoking a pipe, staring absently out at the brick-paved street before the house.
On each side of this house stood portions of two other houses. The side walls facing the middle house were complete, including curtains and window shades. So were half of each gable roof and the entire front walls, including porches with worn stair treads. A wicker baby-carriage stood on the porch of one of them. But except for the complete house in the middle these others were only the two walls and part of a roof; from here I could see the pine scaffolding that supported them from behind. In front of all three structures were lawns and shade trees. Beyond these were a brick sidewalk and a brick street, iron hitching posts at the curbs. Across the street stood the fronts of half a dozen more houses. On the porch of one lay a battered bicycle. A fringed hammock hung on the porch of another. But these apparent houses were only false fronts no more than a foot thick; they were built along the area wall behind them, concealing the wall.
Leaning on the rail beside me, Rube said, “From where the man on the porch is sitting and from any window of his house or any place on his lawn, he seems to be in a complete street of small houses. You can’t see it from here, but at the end of the short stretch of actual brick street he is facing now, there is painted and modeled on the area wall, in meticulous dioramic perspective, more of the same street and neighborhood far into the distance.”
While he was talking a boy on a bike appeared on the street below us; I didn’t see where he’d come from. He wore a white sailor cap, its turned-up brim nearly covered with what looked like colored advertising-and campaign-buttons; short brown pants that buckled just below the knees; long black stockings; and dirty canvas shoes that came up over the ankles. Hanging from his shoulder by a wide strap was a torn canvas sack filled with folded newspapers. The boy pedaled from one side of the street to the other, steering with one hand, expertly throwing a folded paper up onto each porch. As he approached the complete house, the man on the porch stood up, the boy tossed the paper, the man caught it, and sat down again, unfolding it. The boy threw a paper onto the porch of the false two-walled house next door, which stood on a corner. Then he pedaled around the corner, and — out of sight of the man on the porch now — got off his bike and walked it to a door in the area wall against which the little cross street abruptly ended. He opened the door and wheeled his bike on through it.
[…] I turned to look at Rube’s face, but he was watching the scene below, forearms on the guardrail, his hands clasped loosely together. I said, “I don’t see a camera but I assume you’re either making or rehearsing some kind of movie down there.” I couldn’t help sounding a little bit irritated.
“No,” said Rube. “The man on the porch is actually living in that house. It’s complete inside, and a middle-aged woman comes in to cook and clean for him. Groceries are delivered every day in a light horse-drawn wagon labeled HENRY DORTMUND, FANCY GROCERIES. Twice a day a mailman in a gray uniform delivers mail, mostly ads. The man is waiting to hear whether he’s been hired for any of several jobs he’s applied for in the town. Presently he’ll hear that he’s been accepted for one of these jobs. At that point his habits will change. He’ll begin going out into the town, to work.” Rube glanced at me, then resumed his contemplation of the scene below. “Meanwhile he putters around the house. Waters his lawn. Reads. Passes the time of day with neighbors. Smokes Lucky Strike cigarettes. From green packages. Sometimes he listens to the radio, although in this weather there’s lots of static. Friends visit him occasionally. Right now he’s reading a freshly printed copy, done an hour ago, of the town newspaper for September 3, 1926. He’s tired; it’s been over a hundred down there in the afternoons for the last three days, and in the high eighties even at night. A real Indian-summer heat wave with no air conditioning. And if he looked up here right now all he’d see is a hot blue sky.”
Keeping my voice patient, I said, “You mean they’re following some sort of script.”
“No, there’s no script. He does as he pleases, and the people he sees act and speak according to the circumstances.”
“Are you telling me that he actually believes he’s in a town in —”
“No, no; not that either. He knows where he is, all right. He knows he’s in a New York storage warehouse, in a kind of stage setting. He’s been careful never to walk around the corner and look, but he knows that the street ends there, out of his sight. He knows that the long stretch of street he sees at the other end is actually a painted perspective. And while no one has told him so, I’m sure he understands that the houses across the street are probably only false fronts.” Rube stood upright, turning from the railing to face me. “Si, all I can tell you right now is that he’s doing his damnedest to feel that he’s really and truly sitting there on the porch on a late-summer afternoon reading what Calvin Coolidge had to say this morning, if anything.”
“Is there actually a town and a street like this?”
“Oh, yes; a street with houses, trees, and lawns precisely like that, right down to the last blade of grass and the wicker baby-carriage on the porch. You’ve seen an aerial shot of it; it’s called Winfield, Vermont.” Rube grinned at me. “Don’t get mad,” he said gently. “You have to see it before you can understand it.”

Cinque piani più in basso, in un angolo remoto rispetto al punto in cui eravamo vidi una casetta di legno. Da quell’angolazione potevo vedere sotto la veranda frontale. Un uomo in maniche corte era seduto sui gradini. Stava fumando una pipa e guardava con aria assente la strada di mattoni che passava proprio davanti alla casa.
La casa era circondata da porzioni di altre case. I muri visibili da quella centrale erano completi in ogni particolare, con tanto di tendine alle finestre. Anche metà dei tetti era a posto, assieme alle facciate e alle verande con i loro scalini di legno. Su una veranda c’era una carrozzina di vimini. Ma solo la casa centrale era completa; le altre due erano composte da due soli muri e una parte di tetto; dal mio punto di vista potevo vedere le intelaiature di legno che sorreggevano i muri. Davanti alle case vi erano aiole e alberi. Più in là un marciapiede e una strada di mattoni, con paletti di ferro per attaccare i cavalli lungo i bordi del marciapiede. Dalla parte opposta vi erano le facciate di un’altra mezza dozzina di case. Sulla veranda di una di queste era appoggiata una bicicletta scassata. Su un’altra avevano sospe- so un’amaca. Ma si trattava solo di facciate, non più spesse di trenta centimetri, costruite sulla parete divisoria in modo da ricoprirla completamente.
Rube si appoggiò alla ringhiera al mio fianco. «Dal punto in cui è seduto quell’uomo» disse «o da qualsiasi finestra della sua casa o da qualsiasi punto del suo giardino, gli sembra di essere in una via piena di piccole casette. Da qui non puoi vederlo, ma in fondo a quel breve tratto di strada è stato dipinto e modellato con prospettiva meticolosa il proseguimento della strada e del quartiere, che si perde in lontananza».
Mentre parlava, sulla strada sotto di noi apparve un bambino in biciclet- ta; non capii da dove era sbucato. Aveva un cappellino da marinaio bianco, coperto di spille che sembravano pubblicitarie o di propaganda elettorale, e indossava pantaloni alla zuava abbottonati sotto il ginocchio e lunghe calze nere. Ai piedi aveva un paio di scarpe di tela consumate che arrivavano sopra la caviglia. Portava con sé una borsa di tela strappata con dentro un mucchio di giornali piegati in due. Il ragazzo pedalava da una parte all’altra della strada, guidando con una mano e lanciando, con l’altra, i giornali su ogni veranda. Quando si avvicinò all’unica casa intera, l’uomo si alzò in piedi, prese il giornale al volo, e si sedette di nuovo a leggerlo. Il ragazzo gettò un altro giornale sotto la veranda della casa accanto, quella con due sole pareti, e svoltò l’angolo, scomparendo alla vista dell’uomo seduto sugli scalini. Quindi scese dalla bici e aprì una porta nel muro dove finiva di colpo la strada. Accompagnò la bici attraverso la porta, e la chiuse alle sue spalle.
[…] Mi voltai per guardare Rube in faccia, ma il suo sguardo era rivolto in basso, e teneva gli avambracci appoggiati alla ringhiera e le mani unite. «Non vedo cineprese, ma immagino che stiate riprendendo o facendo le prove per qualche film, laggiù» dissi. Non potei fare a meno di assumere un tono leggermente irritato.
«No» rispose Rube. «Quell’uomo sta effettivamente vivendo in quella casa. Dentro è completa, e c’è una donna di mezza età che viene a cucinare per lui e a fare le pulizie. I generi alimentari gli vengono consegnati giornalmente da un carretto trainato da cavalli con la scritta HENRY DORTMUND, ALIMENTARI DI QUALITÀ. E due volte al giorno un postino in uniforme grigia gli porta la posta; soprattutto pubblicità. Quell’uomo sta aspettando una risposta a una delle richieste di lavoro che ha inoltrato in città. Fra poco apprenderà che è stato assunto, e la sua vita cambierà. Andrà in città tutti i giorni, a lavorare». Rube mi lanciò un’occhiata, poi tornò a contemplare la scena sottostante. «Nel frattempo non fa altro che bighellonare per casa. Innaffiare il giardino. Leggere. Passare le giornate con i vicini. Fumare Lucky Strike. Col pacchetto verde. A volte ascolta anche la radio, anche se con questo caldo la ricezione è un po’ difettosa. Ogni tanto riceve la visita di qualche amico. In questo momento sta leggendo una copia fresca di stampa, uscita meno di un’ora fa, del giornale locale del 3 settembre 1926. È molto stanco; la temperatura negli ultimi tre giorni ha superato i trentacinque gradi tutti i pomeriggi, e non scende sotto i venticinque neanche la sera. Una calura tremenda da sopportare senza condizionatori. E se ora alzasse lo sguardo, non vedrebbe altro che un caldo cielo azzurro».
Mantenendo un tono paziente, dissi: «Vuoi dire che si attengono a una sceneggiatura?»
«No, non c’è nessuna sceneggiatura. Lui fa ciò che gli pare, e la gente che incontra parla e si comporta in maniera diversa a seconda delle circostanze».
«Non dirmi che lui crede effettivamente di vivere in un paese nel…»
«No, no, non è nemmeno così. Lui sa bene dove si trova. Sa bene di es- sere in un magazzino a New York, in una specie di scenario cinematografico. Si trattiene dal girare l’angolo per guardare ma sa bene che la strada finisce lì. E sa anche che la via che vede perdersi in lontananza non è altro che una prospettiva dipinta. E anche se non gliel’ha detto nessuno, sono certo che si rende conto che le case dall’altra parte della strada non sono altro che facciate dipinte». Rube lasciò la ringhiera, e mi guardò. «Simon, tutto quello che ti posso dire per il momento è che quell’uomo sta facendo del suo meglio per credere di trovarsi veramente sotto quella veranda in un pomeriggio di tarda estate a leggere quello che ha da dire oggi Calvin Coolidge».
«Ed esiste un paese con una strada come questa?»
«Oh si; una strada con case, alberi e aiole esattamente come questa, u- guale in ogni minimo particolare; dal modo in cui è tagliata l’erba alla carrozzina sotto la veranda. È quella della foto aerea che hai visto; Winfield, nel Vermont». Rube mi sorrise. «Non ti arrabbiare» disse con tono cortese. «Devi vedere prima di capire».

Newspaper boy

Ah! Ridatemi gli anni ’20 e i ragazzini che consegnavano i giornali casa per casa!

2.
“But you know what the world is like; you know that very well. You know all about it. Why shouldn’t you know what the world is like tonight, January 21, 1882? Because that is the date; that is the time we’re in, of course. That’s why I’m dressed as I am, and you as you are. That’s why this room is as it is. Don’t sleep quite yet, Si. Hold your eyes open just a bit. For just a few seconds longer.
“Now, hear what I say. I am going to give you a final, irrevocable instruction; you will hear it, you will obey it. You will sleep for twenty minutes. You will awake rested. You will go out for a walk. Just a little walk, a breath of air before you go to bed. You will be as careful as you possibly can be… that no one sees you. You will be absolutely certain to speak to no one. You will allow no act of yours, however small, to influence anyone in any way, however trivial.
“Then you will come back here, go to bed, and sleep all night. You will awaken in the morning as usual, free of all hypnotic suggestion. So that as you open your eyes, all your knowledge of the twentieth century will light up in your mind again. But you will remember your walk. You will remember your walk. You will remember your walk. Now… let go. And sleep.”
[…] I felt rested now; alive and energetic, a little too restless to feel like going to bed, and I decided to take a walk. It was still snowing, but big soft flakes. There was no wind, I’d been indoors too long, and I wanted to get out, into that snow, breathing chill fresh air; and I walked to the closet and put on my overcoat, chest protector, boots, and my round fur cap of black lamb’s wool.
I walked down the building stairs, somehow glad to encounter no one; I didn’t feel like chatting, and if I’d heard someone on the stairs I think I’d have stood waiting till he’d gone. Downstairs I walked out of the building, glancing quickly around, but saw not a soul — tonight I didn’t want to see anyone — and I turned toward Central Park just across the street ahead. It was a fine night, a wonderful night. The air was sharp in my lungs, and snowflakes occasionally caught in my lashes, momentarily blurring the streetlamps just ahead, already misty in the swirls of snow around them.
Just ahead the street was almost level with the curbs, unmarked by steps or tracks of any kind. I crossed it and walked into the park. […] I plodded on just a little way more, feet lifting high, boots clogged with damp snow, enjoying the exercise of it, exhilarated by the feel of this snowy luminous night, and my aloneness in it. Behind me and to the north I heard a distant rhythmical jingle, perceptibly louder each time it sounded, and I turned to look back toward the street once again. For a moment or two I stood listening to the jink-jink-jingle sound, and then just beyond the silhouetted branches, down the center of the lighted street, there it came, the only kind of vehicle that could move on a night like this: a light, airy, one-seated sleigh drawn by a single slim horse trotting easily and silently through the snow. The sleigh had no top; they sat out in the falling snow, bundled snugly together under a robe, a man and a woman passing jink-jink-jingle through the snow-swirled cones of light under each lamp. They wore fur caps like mine, and the man held a whip and the reins in one hand. The woman was smiling, her face tilted to receive the snow, and the only sounds were the bells, the muffled hoof-clops, and the hiss of the sleigh runners. Then their backs were to me, the sleigh drawing away, diminishing, the steady rhythm of the sleigh bells receding.
They were nearly gone when I heard the woman laugh momentarily, her voice muffled by the falling snow, the sound distant and happy.

«Eppure sai com’è fatto il mondo; lo sai molto bene. Sai tutto del mon-do. Perché mai non dovresti sapere come è fatto il mondo in questa notte del 21 gennaio 1882? Perché questa è la data, naturalmente; questo è il giorno che stiamo vivendo. È per questo che io sono vestito a questo modo, e anche tu. Ed è per questo che questa stanza è così com’è. Non addormentarti ancora, Simon. Tieni gli occhi aperti ancora per un istante. Solo qualche secondo ancora.
«Ora, ascolta ciò che ti dico. Ti darò delle istruzioni finali e irrevocabili; tu le ascolterai, e ubbidirai. Dormirai per venti minuti, e ti sveglierai riposato. Quindi uscirai a fare una passeggiata. Giusto quattro passi per prendere un po’ d’aria prima di andare a dormire. Starai attentissimo… a non farti vedere da nessuno. Farai in modo di non parlare con nessuno, assolutamente. E non permetterai a nessun tuo gesto, per quanto piccolo, di in- fluenzare nessuno in nessun modo, nemmeno il più insignificante.
«Quindi tornerai in questo appartamento, te ne andrai a letto, e dormirai per tutta la notte. Ti risveglierai domani mattina come al solito, libero da qualsiasi genere di suggestione ipnotica. Quando aprirai gli occhi, tutto ciò che sai del Ventesimo secolo sarà di nuovo disponibile nella tua memoria. Ma ricorderai la tua passeggiata. Ricorderai la tua passeggiata. Ricorde- rai la tua passeggiata. E ora, lasciati pure andare… e dormi».
[…] Ora mi sentivo riposatissimo; pieno di vitalità ed energia, tanto che non me la sentivo di andare subito a letto, e decisi di fare una passeggiata. Nevicava ancora, ma i fiocchi erano grossi e morbidi. Non c’era un alito di vento, ero stato in casa fin troppo tempo, e avevo voglia di uscire, in mezzo alla neve, a respirare quell’aria fresca. Mi avvicinai all’armadio, dove presi il soprabito, gli stivali e il mio cappello di astrakan.
Discesi le scale dell’edificio, stranamente contento di non incrociare altri inquilini; non me la sentivo di chiacchierare, e credo che se avessi sentito qualche rumore sulle scale mi sarei fermato ad aspettare che la via fosse libera. Una volta fuori mi guardai attorno rapidamente, ma non vidi anima viva. Stasera non volevo proprio incontrare nessuno. Mi diressi verso Central Park, dalla parte opposta della strada. Era una bella serata; una serata meravigliosa. L’aria era fredda nei miei polmoni, e ogni tanto un fiocco di neve mi si fermava sulle ciglia, annebbiando momentaneamente i lampioni, già offuscati dai vortici di nevischio che li avvolgevano.
La strada era alla stessa altezza del marciapiede, ed era completamente intatta da orme o tracce di qualsiasi genere. La attraversai ed entrai nel parco. […] Procedetti ancora per un poco, sollevando i piedi a fatica a ogni passo, con gli stivali coperti di neve umida, godendomi l’esercizio, esaltato dalla sensazione di quella notte luminosa e innevata nella quale mi trovavo in solitudine. A un certo punto udii alle mie spalle un tintinnare ritmico e distante, che diventava sempre più vicino. Mi voltai nuovamente verso la strada. Rimasi per un attimo ad ascoltare il tintinnio, poi, da dietro i rami degli alberi, in mezzo alla strada illuminata, la vidi; l’unico veicolo che po- teva aggirarsi in una notte come questa: una slitta aperta, leggera, trainata da un solo cavallo, piuttosto magro, che trottava tranquillo e silenzioso sulla neve. Un uomo e una donna sedevano sulla slitta, sotto la neve, avvolti in una coperta di lana. Attraversarono tintinnando i coni di luce innevati di ogni lampione. Avevano entrambi cappelli di pelliccia come il mio, e l’uomo teneva le redini e la frusta in una mano. La donna sorrideva, il viso inclinato all’indietro, godendosi la neve, e si udivano solo i campanelli, i passi soffocati del cavallo, e il leggero sibilo della slitta sulla neve. Mi passarono davanti, e li seguii con lo sguardo finché non scomparvero nel nevischio, il tintinnio sempre più distante.
Poco prima che scomparissero del tutto, sentii la donna che rideva; una risata distante e felice, attutita dalla neve.

Tabella riassuntiva

Un modo incredibilmente suggestivo di viaggiare nel passato! Trama minimale, subordinata alla ricostruzione storica.
Affascinante e precisa ricostruzione della New York del 1882. Ritmo lento che mette alla prova e tendenza alla logorrea.
Quando vuole, Finney è molto bravo a mostrare. Tendenza sentimentalista a idealizzare il passato.

(1) La precisione è pure troppa! Come quando Finney descrive l’abbigliamento ottocentesco: usa una valanga di termini che non solo io non avevo mai sentito nominare, ma che non conosce neppure il dizionario del mio reader! Dannazione.Torna su

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I Consigli del Lunedì #18: A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court

Un americano alla corte di Re ArtùAutore: Mark Twain
Titolo italiano: Un americano alla corte di Re Artù
Genere: Fantasy / Gonzo-Historical / Commedia / Picaresque
Tipo: Romanzo

Anno: 1889
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 350 ca.
Difficoltà in inglese: ***

So the world thought there was a vast matter at stake here, and the world was right, but it was not the one they had in their minds. No, a far vaster one was upon the cast of this die: the life of knight-errantry. I was a champion, it was true, but not the champion of the frivolous black arts, I was the champion of hard unsentimental common-sense and reason. I was entering the lists to either destroy knight-errantry or be its victim.

Un bel giorno Hank Morgan, giovane ingegnere del Connecticut, in seguito a una botta in testa crolla svenuto e si risveglia nell’Inghilterra del VI secolo d.C. Un cavaliere lo cattura e lo porta al castello del suo signore: il castello di Camelot, dove re Artù, il mago Merlino e i cavalieri della Tavola Rotonda gozzovigliano in allegria.
Inizialmente incredulo e convinto di trovarsi in un manicomio, a poco a poco Hank realizzerà non solo di aver davvero viaggiato indietro nel tempo, ma di poterne trarre vantaggio. Forte della sua scienza superiore, della sua capacità di costruire di tutto – pistole, cannoni, motori, eccetera – e del suo spirito pratico da yankee del Connecticut, Hank si farà largo in questo secolo barbaro, acquistando prestigio e fama di grande mago. Il suo scopo ultimo? Distruggere la cavalleria, la monarchia, la Chiesa, e portare in questi secoli bui la luce della civiltà e il bon ton del diciannovesimo secolo.

A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court è una divertente commedia giocata sul contrasto tra la razionalità pratica di uno yankee di fine Ottocento e la sognante stupidità del Medioevo feudale. Più che il Medioevo reale, a dire il vero, la satira di Twain colpisce la letteratura cavalleresca del Medioevo. La Camelot visitata da Hank non è un vero spaccato dell’Inghilterra del VI secolo, ma piuttosto il modo in cui le corti feudali del Due-Trecento – gente priva di prospettiva storica – si immaginavano quell’epoca: troviamo infatti cotte di piastre, tornei, il vassallaggio già istituito, e una Chiesa cattolica diffusa e ben organizzata.
Il romanzo ha un andamento picaresco: nel corso dei suoi viaggi attraverso quest’immaginaria Inghilterra medievale, lo yankee incontrerà una serie di personaggi e vivrà una serie di avventure. C’è una trama generale che si muove man mano che il protagonista procede nelle sue peregrinazioni, ma la maggior parte degli episodi è autoconclusiva. Ma, rispetto alla tradizione dei romanzi “di viaggio” sette-ottocenteschi, il personaggio di Hank non sarà solo uno spettatore passivo del mondo del romanzo o una vittima degli eventi, bensì diventerà il motore di un portentoso cambiamento…

Medieval Pedobear

Lo yankee si mimetizza nella folla.

Uno sguardo approfondito
Nello stile di Twain troviamo una giustapposizione di una prosa già moderna a residui di vekkiume.
Per esempio, anche in A Connecticut Yankee, nella tipica tradizione ottocentesca – dal Frankenstein di Mary Shelley al Lord Jim di Conrad – la narrazione principale è inserita in una cornice. In quest’ultima, l’Autore in persona conosce il protagonista della storia. Qualche bicchierino, e l’uomo si lascia andare a qualche confessione sulle sue prodigiose avventure, dopodiché lascia all’autore un diario contenente le sue memorie; e quando Twain comincia a leggere, allora inizia il romanzo vero e proprio. La cornice è poi recuperata in chiusura di romanzo, quando noi, e Twain con noi, finiamo di leggere le memorie e scopriamo cosa ne è stato del protagonista.
Oggi, per come siamo abituati, una cornice come questa sarebbe perfettamente inutile e anche controproducente, ma all’epoca era un’espediente quasi immancabile nella narrativa fantastica. I lettori, evidentemente meno abituati al fantastico, avevano bisogno di essere introdotti per gradi al sense of wonder, e attraverso una serie di filtri distanzianti (non è mai l’Autore a vivere in prima persona o a immaginare gli eventi della storia, ma li trae dalle parole di un’altra persona, o di un libro, e così via), perché potesse scattare la sospensione dell’incredulità. Oggi, gli svantaggi della cornice sono evidenti: sappiamo già dall’inizio che Hank non solo se la caverà, ma riuscirà anche a tornare al tempo presente per poter incontrare l’Autore. La suspence è ammazzata.

E veniamo, infatti, a un altro residuo di vekkiume che si incontra nel romanzo. Il corpo del romanzo è narrato in prima persona dallo yankee, e Twain dà alla sua voce narrante una coloratura pacata, lievemente divertita, da gentleman; una voce che ricorda romanzi come Tre uomini in barca di Jerome. Troviamo anche la tendenza, tipica dei romanzi pre-novecenteschi, di mescolare narrazione, aneddotica e pamphlettistica: in una pausa tra una situazione e l’altra, o in risposta a qualcosa che l’ha colpito, Hank non si fa problemi a lanciarsi in digressioni su questa o quell’istituzione o costume dell’Inghilterra medievale, o a fare paragoni tra il VI e il XIX secolo, o a disquisire di questioni teoriche come il giusto rapporto fra Stato e Chiesa o vantaggi e svantaggi della monarchia assoluta. Ciò che oggi chiamiamo infodump.
Una simile voce narrante, benché si sposi con i toni da commedia leggera del romanzo, distruggono la tensione e provocano nel lettore un distanziamento emotivo. Anche se, bisogna riconoscerglielo, in alcuni episodi “più sentiti” Twain riesce ad adottare toni più ravvicinati e drammatici: come il capitolo sulla casa colpita dalla peste, o quello in cui il protagonista rischia il patibolo, o i capitoli finali sulla grande guerra.

Mucca cavalleresca

D’altro canto, Twain è un bravo mostratore, molto più di parecchi scrittori contemporanei. Nel descrivere un luogo, o una situazione o uno stato d’animo, impiega sempre dettagli concreti. Le sue descrizioni in genere sono ridotte all’osso, ma precise; Twain inserisce solo i dettagli che servono per poter seguire la storia. Per mostrare il modo in cui Hank, giorno dopo giorno, si rende conto dell’abisso apertosi tra la sua vecchia vita nel Connecticut e quella presente nel VI secolo, descrive la spartana dimora che gli è stata assegnata nel castello di Camelot e la mette a confronto, mobile dopo mobile, comodità dopo comodità, con una qualsiasi casa dei tempi moderni.
O ancora, vediamo come viene mostrato il personaggio di Sandy, damigella che segue lo yankee in alcune delle sue avventure e ha la brutta abitudine di non chiudere mai la bocca (e naturalmente, come tutte le donne, di dire solo frivolezze). Per comodità inserirò la citazione solo in italiano:

Era una creatura docilissima e di buon cuore, ma quel suo incessante macinar parole come un mulino, faceva venire il mal di testa, come il rumore di carri in città. Se avesse avuto un tappo, sarebbe stato un sollievo.

E Twain porta avanti la similitudine per diverse e righe (e pagine), infatti poco dopo:

Il suo cianciare andava avanti tutto il giorno e veniva fatto di pensare che, a un certo punto, sarebbe sicuramente accaduto qualcosa agli ingranaggi. Macché, non si guastavano mai, e non era mai costretta a rallentare per mancanza di parole. Era capace di macinare, pompare, frullare e ronzare per settimane, senza mai fermarsi per mettere un po’ d’olio o aprire lo sfiatatoio. Non avevo badato al suo mulino durante la mattinata perché mi trovavo in un vespaio di altri guai; ma in quel pomeriggio dovetti dirle più di una volta: – Riposati, bambina, se vai avanti così a consumare tutta l’aria del paese, il regno sarà costretto a importarne dell’altra per domani, e le finanze dello Stato sono già abbastanza povere senza questa spesa.

Medieval Bel Air

Una delle storie di Sandy?

Come da tradizione per questo genere di romanzi, il protagonista ha una psicologia semplice e ridotta all’osso. Poche le linee guida che lo muovono, e che rimangono coerenti per tutto il romanzo: pratico, moderatamente puritano, amante dell’uguaglianza, con una visione del mondo estremamente razionale, imprenditore nato – insomma, lo yankee ottocentesco per antonomasia! In realtà, nel corso del romanzo, avviene in lui una certa evoluzione psicologica; ma si tratta di cambiamenti marginali, che vengono sottolineati solo in alcuni episodi circoscritti, e che non intaccano le linee guida della sua personalità né l’andamento generale della trama.
La cosa bella, è che Twain non ha fatto dei Hank il veicolo delle proprie opinioni, né un muro bianco su cui proiettare le stramberie dell’Inghilterra feudale; no, lo stesso yankee, e il mondo che rappresenta, diventano un oggetto comico. Hank prende in giro l’ingenuità dell’uomo medievale, ma poi spera di poter migliorare i costumi del VI secolo mandando alla ventura cavalieri con indosso réclame di saponi o dentifrici da lui stesso inventati, da diffondere nelle corti e da far indossare a tutti gli altri cavalieri che dovessero “catturare”! Ed è sempre lui a sognare di fare di ogni cavaliere un lavoratore modello di una delle sue nascenti aziende, e a far svalutare le monete che una volta all’anno il re elargisce ai sudditi per raggirare i postulanti e far risparmiare soldi alle casse dello Stato.
Proprio per questo, è un peccato quando Twain fa lanciare il suo personaggio in invettive morali sulla bruttura dello schiavismo e dell’aristocrazia, sulla necessità dell’uguaglianza e del suffragio universale. Essendo un uomo che viene dal New England della fine dell’Ottocento, non è difficile che possa avere delle idee del genere; ma è il modo didattico e grave in cui le enuncia a dare fastidio, un po’ perché sono cose che abbiamo letto e sentito chissà quante volte, un po’ perché sembrano fuori tema rispetto al carattere alla buona del personaggio. Non so; non conosco abbastanza né Mark Twain né la mentalità degli intellettuali dell’epoca per sapere se in quei passaggi effettivamente Hank diventi il veicolo delle idee dell’autore, o piuttosto non sia un ulteriore effetto comico (lo yankee fa tante concione morali, ma poi quando si tratta di soldi e di affari che lo riguardano direttamente, è peggio di un brianzolo!).

Il succo del romanzo, però, è naturalmente il ritratto della cavalleria. Che è divertentissimo. I Cavalieri della Tavola Rotonda sono come degli eterni bambini; si sfidano a duello, fanno a chi ha ucciso più giganti con un pugno solo, poi quando gli gira partono “alla Ricerca del Graal” e vagano più o meno a caso per anni e anni, vivendo avventure, e puntualmente bisogna mandare delle spedizioni di altri cavalieri a recuperarli. Gli uomini della corte di Camelot, e Artù stesso, sembrano in uno stato di allucinazione perenne – vedono avventure in ogni dove, trasformano un porcile in un castello incantato, i suini in principesse rapite, e i fattori in perversi orchi da sventrare.
Allo stesso modo Twain prende in giro la noiosissima letteratura cavalleresca, e le sue infinite ripetizioni di duelli in cui puntualmente le lance si rompono contro gli scudi, e i cavalieri vengono gettati giù da cavallo e il cavallo gli cade sopra, e i prodi più valorosi sbaragliano anche venti avversari uno dopo l’altro. I dialoghi tra lo yankee e la trasognata Sandy sono spassosissimi, e ho dovuto resistere alla tentazione di spammarne pagine e pagine nella sezione degli estratti – ma avrei finito con lo scrivere un immane articolo da 10000 parole e non mi sembrava il caso.
Certo, il Medioevo descritto da Twain è esagerato e grottesco, e chiunque abbia studiato un minimo di storia medievale si rende conto che bisogna prendere con le pinze ogni parola di questo romanzo. Gli uomini dell’epoca non erano un branco di ritardati (benché con ogni probabilità avessero un QI medio più basso), ma gente che sapeva come vivere e cavarsela nelle condizioni di quel periodo. Tuttavia, si tratta di un ritratto molto più fedele alla realtà di quello che potrete mai trovare nel “medieval fantasy” medio (o negli Elder Scrolls, se è per questo).

Skyrim Boromir

Uno non si imbatte semplicemente in fantasy medievali decenti.

E poi, naturalmente, c’è l’incontro tra l’antico e il moderno! Oltre ai cavalieri che vanno in giro coi cartelloni pubblicitari appesi al collo, abbiamo cavi del telegrafo che corrono tra capanne di fango, un cavaliere fatto esplodere con la dinamite, un giornale sportivo che descrive i duelli come fossero partite di baseball, e una giostra che finisce a revolverate.
Certo, l’idea del progresso tecnologico accelerato non è realizzata in modo troppo credibile, soprattutto se la raffrontiamo a un romanzo “serio” come Jack Faust di Swanwick (Consiglio #10). Anche tenuto conto della posizione raggiunta da Hank in seno alla corte di re Artù, è tutto troppo facile; in troppi pochi anni riesce a creare stabilimenti, un esercito di impiegati e una meraviglia tecnologia dopo l’altra. Molto giuste e interessanti, però, le osservazioni di Twain sull’importanza dell’educazione nel formare la visione del mondo degli individui, e la necessità di plasmare le menti delle nuove generazioni fin da giovanissime.

A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court è un romanzo delizioso, oltre che un pezzo importante della narrativa fantastica. Nonostante abbia più di un secolo, è invecchiato benissimo; molto meglio di tanta fantascienza degli anni ’40, ’50 e ’60 che mi sono trovato a leggere in questi anni.
Lo consiglio a tutti, e in particolare agli amanti del Fantasy medievale e agli aspiranti scrittori dello stesso genere. Perché? Be’, perché è una bella medicina alle indigestioni di Troisi, Paolini, Brooks e compagnia cantante. Potrebbe essere un primo passo per ridimensionare la vostra visione del Medioevo, e poi magari potrete passare alla saggistica.

Bear a Mordor

Un altro esempio di pragmatismo.

Dove si trova?
Grazie a Dio i libri di Twain non sono più coperti dal copyright, perciò si trovano un po’ ovunque. Su Feedbooks si può trovare un epub gratuito formattato benissimo, come già era stato il caso di Last and First Men (ci sono anche il pdf e il kindle, ma non li ho scaricati e quindi non so se nono fiQi).
Spulciando su Amazon, ho visto che è disponibile un’edizione Kindle a 3 Euro. Considerando che si tratta della versione digitale di un’opera disponibile gratuitamente, mi auguro che sia formattata da Dio e sia corredata da un apparato critico scritto dalle più grandi menti della critica internazionale.

Chi devo ringraziare?
Ancora una volta mi tocca ringraziare Gamberetta, che l’ha giustamente inserito tra i suoi libri preferiti, accanto al discutibile Cuore d’acciaio di Swanwick e Le porte di Anubis di Tim Powers, che non ho ancora letto. Spero sia l’ultima volta, mi trovo a ringraziarla ogni tre-quattro post… u.u’

Qualche estratto
Avrei voluto pubblicare i soliti due estratti, ma per motivi di spazio mi sono limitato a uno solo. La comicità di Twain è data più dal quadro d’insieme che dai singoli sketch, perciò brani brevi non gli avrebbero reso giustizia. L’estratto che presento viene dal Capitolo 11, quando su ordine di re Artù il nostro yankee si prepara a partire all’avventura e a coprirsi d’onore. E chi meglio di una damigella in pericolo con qualche problema mentale potrebbe fornire il giusto pretesto per la prima avventura di Hank?

There never was such a country for wandering liars; and they were of both sexes. Hardly a month went by without one of these tramps arriving; and generally loaded with a tale about some princess or other wanting help to get her out of some far-away castle where she was held in captivity by a lawless scoundrel, usually a giant. Now you would think that the first thing the king would do after listening to such a novelette from an entire stranger, would be to ask for credentials— yes, and a pointer or two as to locality of castle, best route to it, and so on. But nobody ever thought of so simple and common-sense a thing at that. No, everybody swallowed these people’s lies whole, and never asked a question of any sort or about anything. Well, one day when I was not around, one of these people came along— it was a she one, this time— and told a tale of the usual pattern. Her mistress was a captive in a vast and gloomy castle, along with forty-four other young and beautiful girls, pretty much all of them princesses; they had been languishing in that cruel captivity for twenty-six years; the masters of the castle were three stupendous brothers, each with four arms and one eye— the eye in the center of the forehead, and as big as a fruit. Sort of fruit not mentioned; their usual slovenliness in statistics.
Would you believe it? The king and the whole Round Table were in raptures over this preposterous opportunity for adventure. Every knight of the Table jumped for the chance, and begged for it; but to their vexation and chagrin the king conferred it upon me, who had not asked for it at all.
By an effort, I contained my joy when Clarence brought me the news. But he— he could not contain his. His mouth gushed delight and gratitude in a steady discharge— delight in my good fortune, gratitude to the king for this splendid mark of his favor for me. He could keep neither his legs nor his body still, but pirouetted about the place in an airy ecstasy of happiness.
On my side, I could have cursed the kindness that conferred upon me this benefaction, but I kept my vexation under the surface for policy’s sake, and did what I could to let on to be glad. Indeed, I said I was glad. And in a way it was true; I was as glad as a person is when he is scalped.
Well, one must make the best of things, and not waste time with useless fretting, but get down to business and see what can be done. In all lies there is wheat among the chaff; I must get at the wheat in this case: so I sent for the girl and she came. […]
“Your name, please?”
“I hight the Demoiselle Alisande la Carteloise, an it please you.”
“Do you know anybody here who can identify you?”
“That were not likely, fair lord, I being come hither now for the first time.”
“Have you brought any letters— any documents— any proofs that you are trustworthy and truthful?”
“Of a surety, no; and wherefore should I? Have I not a tongue, and cannot I say all that myself?”
“But your saying it, you know, and somebody else’s saying it, is different.”
“Different? How might that be? I fear me I do not understand.”
“Don’t understand? Land of— why, you see— you see— why, great Scott, can’t you understand a little thing like that? Can’t you understand the difference between your— why do you look so innocent and idiotic!”
“I? In truth I know not, but an it were the will of God.”
“Yes, yes, I reckon that’s about the size of it. Don’t mind my seeming excited; I’m not. Let us change the subject. Now as to this castle, with forty-five princesses in it, and three ogres at the head of it, tell me— where is this harem?”
“Harem?”
“The castle, you understand; where is the castle?”
“Oh, as to that, it is great, and strong, and well beseen, and lieth in a far country. Yes, it is many leagues.”
How many?”
“Ah, fair sir, it were woundily hard to tell, they are so many, and do so lap the one upon the other, and being made all in the same image and tincted with the same color, one may not know the one league from its fellow, nor how to count them except they be taken apart, and ye wit well it were God’s work to do that, being not within man’s capacity; for ye will note— ”
“Hold on, hold on, never mind about the distance; whereabouts does the castle lie? What’s the direction from here?”
“Ah, please you sir, it hath no direction from here; by reason that the road lieth not straight, but turneth evermore; wherefore the direction of its place abideth not, but is some time under the one sky and anon under another, whereso if ye be minded that it is in the east, and wend thitherward, ye shall observe that the way of the road doth yet again turn upon itself by the space of half a circle, and this marvel happing again and yet again and still again, it will grieve you that you had thought by vanities of the mind to thwart and bring to naught the will of Him that giveth not a castle a direction from a place except it pleaseth Him, and if it please Him not, will the rather that even all castles and all directions thereunto vanish out of the earth, leaving the places wherein they tarried desolate and vacant, so warning His creatures that where He will He will, and where He will not He— ”
“Oh, that’s all right, that’s all right, give us a rest; never mind about the direction, hang the direction— I beg pardon, I beg a thousand pardons, I am not well to-day; pay no attention when I soliloquize, it is an old habit, an old, bad habit, and hard to get rid of when one’s digestion is all disordered with eating food that was raised forever and ever before he was born; good land! a man can’t keep his functions regular on spring chickens thirteen hundred years old. But come— never mind about that; let’s— have you got such a thing as a map of that region about you? Now a good map— ”
“Is it peradventure that manner of thing which of late the unbelievers have brought from over the great seas, which, being boiled in oil, and an onion and salt added thereto, doth— ”
“What, a map? What are you talking about? Don’t you know what a map is? There, there, never mind, don’t explain, I hate explanations; they fog a thing up so that you can’t tell anything about it. Run along, dear; good-day; show her the way, Clarence.”
Oh, well, it was reasonably plain, now, why these donkeys didn’t prospect these liars for details. It may be that this girl had a fact in her somewhere, but I don’t believe you could have sluiced it out with a hydraulic; nor got it with the earlier forms of blasting, even; it was a case for dynamite.

Medieval Pokémon

Non è mai esistito un paese simile per i bugiardi erranti. E ce n’erano di ambo i sessi. Non passava mese senza che uno di questi vagabondi non arrivasse generalmente carico di racconti circa questa o quella principessa che, rinchiusa in un lontano castello, chiedeva aiuto per essere liberata dalla prigionia in cui la teneva un ribaldo fuorilegge, quasi sempre un gigante.
Ora, si potrebbe pensare che il re, sentita una simile favola da un perfetto sconosciuto, chiedesse per prima cosa le credenziali e magari un paio di indicazioni sulla località del castello, la strada migliore per arrivarci e così via. Ma nessuno pensava mai a una cosa tanto semplice e sensata. Macché, tutti bevevano le frottole di quella gente e non facevano mai domande di nessun genere, non s’informavano di niente. Ebbene, un giorno in cui io non c’ero, arrivò uno di quei tipi, era una donna questa volta, e raccontò una storiella del solito genere. La sua padrona era prigioniera in un immenso e tetro castello, insieme con altre quarantaquattro giovani e belle fanciulle, tutte più o meno principesse. Esse stavano languendo in quella crudele prigionia da ventisei anni. I padroni del castello erano tre stupefacenti fratelli, ognuno con quattro braccia e un solo occhio in mezzo alla fronte, grosso come un frutto. Genere del frutto: non specificato. La solita negligenza dei rendiconti.
Lo credereste? Il re e l’intera Tavola Rotonda andarono in visibilio davanti a questa assurda occasione di
avventure. Ogni cavaliere della Tavola Rotonda si fece prontamente avanti e implorò affinché gli venisse
concessa questa opportunità, ma con loro rabbia e dolore il re accordò l’onore a me che non l’avevo chiesto affatto.
Con uno sforzo contenni la mia “gioia” quando Clarence mi portò la notizia. Ma egli non riuscì a contenere la sua. Dalla sua bocca sgorgavano a fiotti gioia e gratitudine: gioia per la mia buona fortuna, gratitudine verso il re per questa splendida prova del suo favore per me.
Da parte mia avrei voluto maledire il favore che conferiva a me questa buona azione, ma, per ragioni di
diplomazia, tenni ben nascosta la mia contrarietà e feci del mio meglio per apparire contento. Be’, bisogna cavarsela alla meno peggio e non sprecare tempo in vane recriminazioni, ma mettersi al lavoro e
vedere cosa si può fare. Mandai a chiamare la ragazza, e lei venne. […]
– Il tuo nome, per favore?
– Mi chiamo damigella Alisanda la Carteloise, se non vi dispiace.
– Conosci qualcuno qui che ti possa identificare?
– Questo non è probabile, mio signore, essendo venuta qui ora per la prima volta.
– Hai portato delle lettere, dei documenti, delle prove, a dimostrare che sei persona degna di fiducia?
– Certamente no. Per quale ragione avrei dovuto? Non ho io una lingua e non posso dire tutto ciò io stessa?
– Ma vedi, che sia tu a dirlo e che lo dica un altro, è diverso.
– Diverso? Come può essere? Temo di non capire.
– Non capisci? Per la terra di… Ma vedi, vedi. Oh, perbacco, come fai a non capire una cosina tanto semplice? Non capisci la differenza fra la tua… Ma perché mi guardi con quell’aria innocente e idiota?
– Io? In verità non lo so, ma forse questo è il volere di Dio.
– Sì, sì, suppongo che sia più o meno così. Non farci caso se sembro un po’ agitato. Non lo sono. Ma cambiamo argomento. Ora parliamo di questo castello con quarantacinque principesse prigioniere dentro e tre orchi che comandano il tutto. Dimmi, dov’è questo harem?
– Harem?
– Il castello, hai capito. Dov’è il castello?
– Oh, in quanto a quello, è enorme, forte e ben difeso ed è situato in un lontano paese. Sì, a molte leghe da qui.
Quante?
– Ah, messere, sarebbe estremamente complicato stabilirlo. Sono tante e si sovrappongono una all’altra ed essendo tutte uguali e dello stesso colore non si può distinguere una lega da quella accanto, né si sa come contarle…
– Basta, basta, lasciamo andare la distanza. Dove si trova il castello? In quale direzione da qui?
– Oh, non vi dispiaccia, messere, non c’è direzione da qui, perché la strada non va dritta, ma gira sempre. Quindi la direzione del luogo non è sempre la stessa, ma ora è posta sotto un cielo e poco dopo sotto un altro.
– Oh, va bene, va bene, lascia perdere. Non importa la direzione, al diavolo la direzione. Chiedo scusa, chiedo mille scuse, non mi sento bene oggi. Non far caso ai miei brontolii: è una vecchia abitudine, una vecchia e cattiva abitudine, difficile da vincere quando la digestione è sottosopra per aver mangiato roba coltivata secoli e secoli prima che venissi al mondo. Diamine! Un uomo non può avere funzioni regolari se mangia pollastrelli vecchi di milletrecento anni. Ma, suvvia, lasciamo perdere questo. Andiamo avanti. Hai con te una mappa di quella regione? Intendo una buona mappa…
– E’ per caso quella specie di cosa che ultimamente gli infedeli hanno portato dai grandi mari e che, bollita nell’olio e con l’aggiunta di una cipolla e di sale fa…
– Che? Una mappa? Che stai dicendo? Non sai che cosa è una mappa? Via, via, non importa, non spiegare nulla, detesto le spiegazioni: confondono le cose in modo tale che poi non si capisce più niente. Va’, va’, mia cara. Buongiorno. Clarence, accompagna madamigella Alisanda alla porta.
Ora, era abbastanza chiaro perché quei somari non tentassero neppure di interrogare quei bugiardi per conoscere i particolari. Poteva darsi che questa ragazza fosse a conoscenza di qualche fatto, ma non credo che si sarebbe riusciti a cavarglielo fuori con una pompa idraulica e nemmeno con i primi rudimentali metodi esplosivi; quello era un caso da dinamite.

Tabella riassuntiva

Il Medioevo come se fosse uscito dalle pagine di un romanzo cavalleresco. Cornice evitabile e vekkiume qua e là.
Il contrasto tra la pragmaticità dello yankee e la frivolezza della corte arturiana è esilarante! Le invettive moralistiche stonano col personaggio.
Anche lo yankee è un personaggio comico.
Stile pulito e ben mostrato.

I Consigli del Lunedì #12: Behold the Man

Behold the ManAutore: Micheal Moorcock
Titolo italiano: I.N.R.I.
Genere: Science-Fantasy / Literary Fiction / Slice of Life
Tipo: Romanzo

Anno: 1969
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 150 ca.

Difficoltà in inglese: **

Karl Glogauer è un uomo infelice. Complici una madre vittimista e melodrammatica, figure paterne abusive, un retaggio ebraico-tedesco, bulleggiamenti scolastici assortiti, e cattive frequentazioni postadolescenziali, ma anche una certa propensione congenita al vittimismo e all’autodistruzione, alla soglia dei trent’anni Glogauer è una perfetta nullità. Nulla di strano se nel frattempo ha sviluppato un morboso attaccamento verso la figura storica di Gesù Cristo. Così come non c’è nulla di strano nel fatto che, non appena ha potuto mettere le mani su una macchina nel tempo, abbia deciso di viaggiare nella Galilea del 29 d.C., un anno prima della Crocifissione.
Ma qualcosa non va, nel passato: nessuno ha mai sentito parlare di Gesù di Nazaret, e Giovanni Battista sembra convinto che Glogauer sia un profeta mandato da Dio per liberare il popolo ebraico dalla schiavitù. Che cosa è successo? Cristo è esistito realmente? E soprattutto, come farà Glogauer a rimettere a posto le cose?

Behold the Man è un piccolo gioiellino che non avrei mai scovato se non avessi condotto un controllo incrociato della bibliografia di Moorcock e della collana dei SF Masterworks. In Italia è praticamente sconosciuto, e questo perché – come già The Sirens of Titan di Vonnegut, di cui ho parlato qui – è uno strano ibrido, di quelli che mi piacciono tanto, tra la narrativa fantastica e un certo tipo di letteratura mainstream-psicologica.
La narrazione segue due timeline parallele: da una parte le avventure di Glogauer nel 29 d.C., dall’altra una serie di flashback sulla sua vita, dall’infanzia all’incontro con la macchina del tempo e il suo progettatore. E mentre seguendo la prima timeline scopriamo che le cose non sono andate proprio come ci dicono i Vangeli, la seconda ci svela a poco a poco lo strano mondo interiore di quel borderline dickiano che è Glogauer.
Nel complesso, l’elemento psicologico-intimista prevale su quello fantascientifico, ma non arriverei a dire, come nel caso di Vonnegut, che gli elementi fantastici abbiano uno scopo puramente funzionale; le peripezie ucroniche del protagonista sono in grado di regalare una certa dose di autentico sense of wonder fantastorico, soprattutto se ve ne frega qualcosa del Cristianesimo.

Gesù bukkake

Potrebbe essere andata così…

Uno sguardo approfondito
La struttura di Behold the Man assomiglia a quella dei romanzi di Mellick di cui mi sono già occupato: una successione di brevi paragrafi di una o poche pagine. Ogni paragrafo costituisce una scena in sé conclusa, oppure un certo lasso di tempo raccontato in modo più sbrigativo (per esempio, un paragrafo è dedicato al primo periodo di permanenza di Glogauer tra gli Esseni). Questa struttura – che, a quanto ho visto, è ottima per le novellas e per i romanzi brevi – dà a tutta la storia un ritmo rapido, incalzante, che mantiene viva la curiosità del lettore e quindi la voglia di andare avanti.
Spesso, ma non sempre, l’alternarsi dei paragrafi coincide con l’alternarsi delle timeline. Per due pagine seguiamo l’atterraggio della macchina del tempo nel 29 d.C. e il soccorso che viene prestato a Glogauer, poi bam!, flashback su un momento significativo dell’infanzia del protagonista, e poi bam!, Glogauer riprende conoscenza in una caverna che puzza di sudore e pelle di capra. E così via. Questo alternarsi non crea confusione – perché segue delle regole precise, che il lettore afferra in fretta e a cui quindi si abitua – anzi al contrario evita il sopraggiungere di momenti di stanca. Spesso, poi, la transizione è facilitata dal fatto che il flashback riprenda temi, idee, pensieri del paragrafo immediatamente precedente – cosicché, nonostante lo stacco, si ha una sensazione di continuità, e che la storia sia tenuta insieme da un unico filo conduttore.
Certo, non sempre a Moorcock il trucco riesce. Alcuni flashback non c’entrano niente con quello che ci sta intorno, e non si capisce perché non siano stati infilati in altri punti del romanzo, o addirittura eliminati. In linea di massima i flashback seguono anch’essi un andamento cronologico – ossia, dall’infanzia di Glogauer ai suoi trent’anni – ma ogni tanto fanno salti avanti o indietro francamente inutili. Con un po’ più di attenzione in fase di editing, si sarebbe potuto evitare questo problema.

Così come si sarebbe potuto evitare un problema strutturale più grave, ossia una certa sproporzione tra la prima metà del romanzo e la successiva: la maggior parte dei flashback si accumulano tutti nella prima, scomparendo gradualmente nella seconda metà; viceversa, la parte ambientata in Galilea procede abbastanza lentamente per le prime 70-80 pagine, per poi accelerare vertiginosamente. L’ultima parte del libro, che copre grossomodo i sei mesi precedenti la Crocifissione, e che per molti versi sarebbe la più interessante, è trattata in maniera troppo sbrigativa – troppo, soprattutto, se confrontato coi dilungamenti della prima parte, quando Glogauer dimora tra gli Esseni. Maggiore uniformità nel ritmo e nella giustapposizione delle due timeline avrebbe migliorato il romanzo.
Tra le sbavature tecniche minori, poi, c’è la tendenza di Moorcock a inserire, ogni tanto, tra un paragrafo e l’altro, qualche piccolo inserto criptico dal sapore molto literary (vale a dire: cacca). Se li poteva risparmiare, perché non aggiungono niente e anzi danno l’impressione dello scrittore di genere coi complessi di inferiorità che se la tira da autore impegnato. Altre volte, specie all’inizio di capitoli, ma anche tra un paragrafo e l’altro, Moorcock inserisce delle citazioni – spesso dalla Bibbia (specialmente dai Vangeli, ma non solo), talvolta da opere di Jung o di altri. La cosa non sarebbe neanche male, ma Moorcock ne abusa, e francamente le citazioni nel bel mezzo dei capitoli se le poteva risparmiare.

Gesù Sparta

…o potrebbe essere andata così!

Behold the Man è altalenante anche nello stile.
Alcune scene (come quella dell’incipit, che ho messo tra gli estratti in fondo all’articolo) sono realizzate alla perfezione: tutto mostrato, massima economia nella scelta delle parole, ritmo incalzante, pov ben saldo – in una parola, immersione totale. Altre volte, specialmente se deve descrivere lunghi periodi di tempo, o se si tratta di scene di minore importanza, il narratore si abbandona a lunghi raccontati infodumposi. Il grosso della permanenza di Glogauer tra gli Esseni, ad eccezione delle scene iniziali e di quelle finali, è narrato con questo stile trascurato e sbrigativo 1.
Altalenante è anche la gestione del pov. Per la maggior parte del tempo è ben fissato nella testa di Glogauer, ma ogni tanto, e specialmente a partire dalla seconda metà del romanzo, scivola verso il narratore onnisciente o verso una forma di pov collettivo della gente che circonda Glogauer. Così, nella seconda e terza parte, ci sono interi paragrafi in cui vediamo il protagonista attraverso gli occhi di un pugno di militi romani, o dei rabbini del tempio, o della folla di pellegrini che lo segue. Anche se ci sono delle motivazioni plausibili, e in accordo con la trama, per questa scelta2, essa ha lo svantaggio di far scemare nel lettore l’empatia verso Glogauer – perché allontanandoci dal suo pov ci allontaniamo da lui – dopo averla gradualmente accumulata nella prima parte.

Tra le altre cose che, per inclinazione personale, potrebbero scoraggiare alla lettura, bisogna dire che il protagonista – con il suo vittimismo, il suo piagnucolio, la sua vigliaccheria, il suo farsi del male da solo e bruciarsi tutte le opportunità che gli si presentano – è un individuo estremamente sgradevole. La vicinanza del pov obbliga il lettore a uno stretto contatto con Glogauer: alcuni potrebbero sviluppare empatia nei suoi confronti, ma altri potrebbero trovarlo irritante fino all’orticaria. Per fare un paragone, immaginatevi uno Shinji Ikari adulto – solo che, a differenza di Evangelion, non ci sono dei personaggi più solari (Misato, Asuka, Kensuke, Kaworu) a fare da contraltare al protagonista.
Se si riesce a sopportare questo fiume di amarezza, bisogna ammettere che la caratterizzazione del protagonista e dei comprimari (la madre svenevole, la psichiatra acida e nichilista, Giovanni Battista, Giuseppe) è ottima. Non solo i loro caratteri sono credibili, ma Moorcock riesce a mostrarceli con poche pennellate e grande economia di parole – due battute di un dialogo, un gesto, una reazione fuori scala. Solo con un personaggio a mio avviso – Maria – l’autore si è lasciato andare alla macchietta grottesca e alle sottolineature inutili.

Shinji Ikari

“Il mondo è kattivo. Nessuno mi ama. Nessuno riconosce le mie buone qualità e mio padre mi skifa. E Asuka mi molesta emotivamente anche se sono buono. Ora scusate ma vado a masturbarmi sulla sua faccia mentre è in coma”.

E poi, c’è la rivisitazione della vita di Cristo; una rivisitazione cinica e amara, che mi ha molto affascinato. Chiunque abbia anche solo un minimo di interesse per la figura storica di Gesù e un’infarinatura del Vangelo (fatto catechismo da piccoli? O l’ora di religione alle elementari? Mai costretti ad andare a messa? Io sì, fino a 12 anni…^^’) dovrebbe provare almeno qualche scintilla di genuino sense of wonder.
In particolare, la scena della tentazione nel deserto è geniale, così come quella del tradimento di Giuda – ma il romanzo è pieno di crude reinterpretazioni di scene del Vangelo. Anche personaggi biblici come Giovanni Battista, Giuda 3 e Ponzio Pilato vengono rivisti in chiave più terra-terra, in modo più realistico e gretto. Fino ad arrivare al finale geniale. E, a questo proposito: fate attenzione alla pagina di Wikipedia su Behold the Man e in generale agli articoli su questo romanzo, molti hanno la sgradevole tendenza a spoilerare il finale – e così si perde metà del gusto.

Insomma, difetti strutturali e stilistici impediscono a Behold the Man di essere il capolavoro che avrebbe potuto essere. Ma rimane una lettura piacevolissima e inquietante. E’ un romanzo molto breve: dategli una possibilità.

Dove si trova?
Behold the Man si può trovare su Amazon a prezzi ragionevoli (10 Euro su amazon.it, scontati a 9.50 nel momento in cui scrivo). Su library.nu, in realtà, si trova una versione di Behold the Man che si spaccia per l’edizione degli SF Masterworks, ma *non lo è*; ho il sospetto che possa essere la novella originale, da cui Moorcock avrebbe tratto l’attuale romanzo, ma non ho indagato. In ogni caso, non fidatevi.
Roberto mi ha segnalato che il romanzo è stato edito in italiano nella collana Urania Collezione, No.102, nel luglio 2011, con il titolo I.N.R.I. Se qualcuno dovesse scoprire che questa edizione è disponibile nel vasto Internet, me lo faccia sapere!

Spoiler biblico

Su Moorcock
Moorcock, ahimè, è conosciuto soprattutto per le sue opere “giovanili” di Sword & Sorcery. Ora, io non ho niente contro la Sword & Sorcery, in teoria; ma è un palese dato di fatto che il 90% della produzione di questo sottogenere sia una porcheria orrenda. Neanche Moorcock si sottrae a questa tendenza. Ricordo di aver letto, a 14 o 15 anni, il primo libro della trilogia di Corum, Il cavaliere di spade; non so se rimasi più disgustato dall’oscenità della prosa, dalla piattezza dei personaggi o dalla banalità della storia, fatto sta che giurai disprezzo eterno per Moorcock e ne girai alla larga per tre anni buoni. E dire che a quell’età non ero neanche di gusti molto difficili: in quegli stessi anni ho letto i primi quattro volumi della Spada della Verità di Goodkind, e non mi erano dispiaciuti (almeno i primi due).
Elric di MelnibonéL’unica opera di Sword & Sorcery di Moorcock che mi senta di salvare è la famosa saga di Elric di Melniboné. Ambientata in un mondo tardomedievale di stampo mediterraneo, narra dell’ultimo principe dei Melniboneani, antico e perverso popolo di maghi superumani, e di come sarà causa della distruzione del suo stesso popolo e dell’inizio di una nuova era. Elric è un personaggio interessante: albino e di fragile costituzione, è costretto ad assumere droghe per sopravvivere; disprezza il suo stesso popolo; e ha un brutto rapporto con Tempestosa, la sua spada senziente assetata di sangue. La saga è rovinata da una prosa pessima e un andamento da romanzo di avventura per bambini; oltretutto Elric, che sarebbe progettato per essere un anti-eroe, finisce per fare tutte le cose tipiche degli eroi del fantasy epico. Salvano la saga l’ambientazione suggestiva e alcune idee carine, come la torre sull’orlo del mondo, la città-miraggio nel deserto, il regno dei mendicanti e la stessa isola di Melniboné.
La saga originale comprende sei libri scritti tra il 1963 e il 1977; negli ultimi vent’anni, Moorcock ha scritto una serie di midquel che però non ho letto.
Oltre alla sua sword & sorcery, ho letto altri due romanzi di Moorcock:
The Warlord of the AirThe Warlord of the Air, science-fantasy ucronico in cui un ufficiale britannico dei primi anni del Novecento, Oswald Banstable, si ritrova in seguito a uno strano incidente in un 1973 alternativo, in cui le guerre mondiali non ci sono mai state, il Commonwealth britannico sembra aver assicurato una pace eterna su tutto il globo e dirigibili giganti sono il principale mezzo di trasporto. Ma Banstable scoprirà che l’utopia è solo apparente. Il libro è scritto nello stile di un romanzo tardo-ottocentesco, e in particolare è un omaggio alla narrativa di Conrad – scelta non proprio felicissima. E’ un esempio di proto-steampunk – e il Duca lo ha citato nel suo articolo di introduzione al genere – e potreste volerlo leggere per il suo valore storico; ma è un romanzo insulso e piuttosto noioso, e questo nonostante si faccia un gran parlare di rivoluzione comunista e tra i personaggi ci sia addirittura un fikissimo Lenin ultranovantenne!
In seguito Moorcock ha scritto altri due romanzi con lo stesso protagonista, The Land Leviathan e The Steel Tsar, ma sono opere del tutto autonome, nelle quali Banstable visita altri futuri alternativi.
GlorianaGloriana è un fantasy politico ambientato in un’Inghilterra elisabettiana alternativa. Da dodici anni Gloriana regna su Albione, la più potente, ricca e splendente nazione del mondo, e i cupi giorni del regno di suo padre, il pazzo e sanguinario Hern IV, sono un lontano ricordo. Ma questa nuova età dell’oro poggia su fragili fondamenta, e una serie di eventi – complice lo sfrenato appetito sessuale della regina – rischiano di far precipitare Albione nel caos e il mondo intero in una guerra disastrosa. Nonostante i molti difetti di stile, Gloriana mi ha colpito molto e credo che ne parlerò in un futuro Consiglio.
In futuro ho intenzione di leggere qualcos’altro di Moorcock; in particolare, la stramba trilogia The Dancers at the End of Time, e forse The War Hound and the World’s Pain, primo libro della trilogia dei Von Bek. Ma accetto consigli e pareri in merito.

Qualche estratto
Questa volta, invece che due estratti, ne ho scelti tre – ma sono brevi. Il primo è l’incipit, e mi sembra un bell’esempio di economia narrativa. Gli altri due sono un dialogo, ambientato nel passato, con Giovanni Battista, e un flashback di Glogauer (completo di flusso di coscienza) che dà un’idea del suo terribile carattere. Insieme, questi ultimi due estratti danno un’idea della doppia anima del romanzo.

1.
The time machine is a sphere full of milky fluid in which the traveller floats enclosed in a rubber suit, breathing through a mask attached to a hose leading into the wall of the machine.
The sphere cracks as it lands and the spilled fluid is soaked up by the dust. The sphere begins to roll, bumping over barren soil and rocks.

Oh, Jesus! Oh, God!
Oh, Jesus! Oh, God!
Oh, Jesus! Oh, God!
Christ! What’s happening to me?
I’m fucked. I’m finished.
The bloody thing doesn’t work.
Oh, Jesus! Oh, God! When will the bastard stop thumping!

Karl Glogauer curls himself into a ball as the level of the liquid falls and he sinks to the yielding plastic of the machine’s inner lining.
The instruments, cryptographic, unconventional, make no sound, do not move. The sphere stops, shifts and roll again as the last of the liquid drips from the wide split in its side.

Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it?

2.
“And what is your name?” Glogauer asked the squatting man.
He straightened up, looking broodingly down on Glogauer.
“You do not know me?”
Glogauer shook his head.
“You have not heard of John, called the Baptist?”
Glogauer tried to hide his surprise, but evidently John the Baptist saw that his name was familiar. He nodded his shaggy head.
“You do know me, I see”.
A sense of relief swept through him then. According to the New Testament, the Baptist had been killed some time before Christ’s crucifixion. It was strange, however, that John, of all people, had not heard of Jesus of Nazareth. Did this mean, after all, that Christ had not existed?
The Baptist combed at his beard with his fingers. “Well, magus, now I must decide, eh?”
Glogauer, concerned with his own thoughts, looked up at him absently. “What must you decide?”
“If you be the friend of the prophecies or the false one we have warned against by Adonai”.
Glogauer became nervous. “I have made no claims. I am merely a stranger, a traveller…”
The Baptist laughed. “Aye – a traveller in a magic chariot. My brothers tell me they saw it arrive. There was a sound like thunder, a flash like lightning – and all at once your chariot was there, rolling across the wilderness. They have seen many wonders, my brothers, but none so marvellous as the appearance of your chariot”.

Gatto Giovanni Battista

3.
The first time he had tried to commit suicide he had been fifteen. He had tied a string round a hook half-way up the wall in the locker room at school. He had placed the noose around his neck and jumped off the bench.
The hook had been torn away from the wall, bringing with it a shower of plaster. His neck had felt sore for the rest of the day.
[…]
“You must try to concentrate on your work, Glogauer”.
“You’re too dreamy, Glogauer. Your head’s always in the clouds. Now…”
“You’ll stay behind after school, Glogauer…”
“Why did you try to run away, Glogauer? Why arent’ you happy here?”
“Really, you must meet me half-way if we’re going to…”
“I think I shall have to ask your mother to take you away from the school…”
“Perhaps you are trying – but you must try harder. I expected a great deal of you, Glogauer, when you first came here. Last term you were doing wonderfully, and now…”
“How many school were you at before you came here? Good heavens!”
“it’s my belief that you were led into this, Glogauer, so I shan’t be too hard on you this time…”
“Don’t look so miserable, my son – you can do it”.
“Listen to me, Glogauer. Pay attention, for heaven’s sake…”
“You’ve got the brains, young man, but you don’t seem to have the application…”
“Sorry? It’s not good enough to be sorry. You must listen…”
“We expect you to try much harder next time”.

Tabella riassuntiva

La vita di Cristo rivista in chiave fantascientifica e disincantata. Gestione dei flashback approssimativa.
Unisce paradossi temporali e introspezione psicologica. Glogauer è un protagonista sgradevole, forse troppo.
Alcune scene sono perfette. Brutti pezzi raccontati e pov ballerino.

(1) Ho una teoria in proposito. Il Behold the Man che oggi possiamo leggere è – come si usava all’epoca, e come in parte si usa ancora – la versione espansa di un racconto. E’ possibile che le scene migliori, più “dense” del romanzo appartenessero al racconto originale; e che per la versione estesa Moorcock abbia allungato il brodo con brani più raccontati e meno ispirati. C’è infatti una certa tendenza tra gli autori di genere, nel processo di trasformazione di un racconto in un romanzo, ad annacquare l’opera originale.Torna su
Ma la mia rimane una teoria, perché non ho letto il Behold the Man originale.

(2) Ho trovato due motivazioni plausibili e complementari per questa scelta di pov:
1. Moorcock vuole mostrare la progressiva depersonalizzazione, alienazione da sé di Glogauer, ma avrebbe difficoltà a farlo rimanendo *dentro* il pov di Glogauer.
2. Moorcock è interessato a farci vedere come gli abitanti della Galilea cominciano a vedere Glogauer.
Per quanto concerne il primo punto, posso obiettare che il protagonista non perde mai del tutto – ma solo a sprazzi – coscienza di sé. Anche nelle ultime fasi della sua vita, ci sono molte scene in cui Glogauer riflette su sé stesso e su quello che sta facendo.
Avrei risolto il problema alternando brevi paragrafi col pov collettivo di altre persone (quando Glogauer non è lucido), a paragrafi più lunghi in cui Glogauer è cosciente e il pov rimane ancorato su di lui. In questo modo si mantengono i vantaggi dei punti 1 e 2 senza allentare troppo il legame empatico col protagonista e la coerenza di pov del romanzo.Torna su

(3) A proposito. Se la figura di Giuda vi affascina, provate a leggere il “racconto” di Borges Tre versioni di Giuda, compreso nella giustamente celebre raccolta Finzioni.Torna su