Archivi del mese: marzo 2012

Bonus Track: Il Fascio sulle stelle, di Benito Mussolini

Il Fascio sulle stelleAutore: Massimo Mongai
Genere: Science Fiction / Metafiction / Ucronia / Pulp-trash
Tipo: Raccolta di racconti con cornice
Editore: Robin Edizioni / I libri colorati

Anno: 2005
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Pagine: 288

Alla fine della Prima Guerra Mondiale, Benito Mussolini, stanco degli ambienti socialisti italiani in cui militava, emigra negli Stati Uniti. Deve reinventare completamente la propria vita: fa il bracciante, il maniscalco, il cuoco; e, infine, diventa scrittore di fantascienza. Comincia così la sfolgorante carriera di Benny Mussolini, il galvanized yankee che non la manda a dire!
Una carriera che spazia dalla space opera giovanile degli anni ’20 e ’30 – come “I Cow Boys degli Asteroidi”, sulle avventure di un gruppo di cowboys spaziali incaricati di raccogliere i meteoriti vaganti per il cosmo allo scopo di estrarne minerali preziosi, o “Il Fascio sulle stelle”, sulla scoperta dei resti di una civiltà sorprendentemente simile a quella etrusca in un remoto angolo della galassia – alla sf militaresca del periodo della Seconda Guerra Mondiale – con “Credere, obbedire, combattere”, cronaca di una missione del corpo dei Legionari terrestri contro ottusi lucertoloni alieni che strizza forse l’occhio a Starship Troopers – fino ai racconti “impegnati” della New Wave – come “La Grande Madre”, in cui gli eccessi del femminismo hanno portato al ribaltamento dello status quo, e alla nascita di una società matriarcale in cui gli uomini non hanno diritto di voto e vengono regolarmente stuprati da poliziotte geneticamente modificate e supermuscolose; o “Quanti padri?”, sui mefistofelici piani di un cardinale omosessuale romano per rivoluzionare l’organizzazione della Chiesa mediante la clonazione.

Sulle pagine di questo blog abbiamo già parlato di The Iron Dream, romanzo di Spinrad in cui si immagina una realtà alternativa in cui Hitler non divenne il leader del Terzo Reich ma un onesto scrittore di fantascienza espatriato negli States. Il libro di Mongai è un omaggio esplicito a quell’idea, in cui si immagina un analogo destino per il nostrano Mussolini. Il libro è strutturato come un’edizione critica dei migliori racconti del Nostro, con una serie di introduzioni storiche e una chiusura scritta dallo stesso Benny. Ogni racconto è poi introdotto da un commento dell’autore e chiuso da un commento del curatore; infine, chiude la serie dei racconti un breve capitolo dedicato ai film tratti dai racconti di Mussolini.
In sostanza, il libro porta avanti tre argomenti: raccontarci l’altra vita di Benny, mostrarci i suoi racconti, e darci qualche dettaglio sul tipo di mondo nato dall’assenza di Mussolini e Hitler sui campi di battaglia e nelle arene politiche dell’Europa. Vediamo se c’è riuscito.

Mussolini

Uno sguardo approfondito
Come l’Hitler di Spinrad, anche il Mussolini di Mongai è uno scrittore atroce. Il repertorio della prosa da fantatrash è completo: abbiamo narratore onnisciente che si intromette nella storia e la commenta (“In questi circoli clandestini, dicevo, l’episodio veniva definito come la ‘Grande e Geniale Idea. Questa è la storia per come abbiamo potuto ricostruirla”), pov ballerini, raccontato come se piovesse, cliché a manetta (nel racconto militaresco, l’orgoglio e la dignità dei Legionari terrestri contro la mancanza di disciplina degli alieni). A questo aggiungiamo una punteggiatura sconnessa e una sintassi da ragazzino delle medie 1.
I suoi personaggi sono delle macchiette ambulanti, uomini tagliati con l’accetta che si comportano e parlano in modo standardizzato come in un film di bassa lega. Non c’è sottigliezza o profondità nelle loro parole; più che dare corpo a propri pensieri, sembrano leggere un copione scritto da un dodicenne. E questo è vero non solo per i racconti degli anni ’20 – da cui in fondo non ci si aspetta niente di diverso – ma anche da quelli in stile New Wave: se da una parte i cowboy dello spazio sono la quintessenza del cameratismo eroico e ingenuo (gente che quando è pronto in tavola fa a “chi arriva primo” e per divertimento si stacca il tubo dell’ossigeno nello spazio, per dire) il Peter Varnelli protagonista di “Quanti padri?”, l’ultimo racconto della raccolta, sembra uscito direttamente da un pessimo hard-boiled.

Ma questo disastro stilistico si miscela alla perfezione con quella che è l'”anima” di Benny Mussolini. Le storie, soprattutto le prime, sono deliziosamente kitsch, come in La morte viene dall’oltrespazio, in cui i cowboys spaziali devono distruggere una palla di antimateria che minaccia di distruggere la Terra a suon di bombe H. In tutti o quasi i suoi racconti si respira questa freschezza, questa creatività ingenua e un po’ deficiente. Certo, la catarsi è impossibile, come è impossibile prenderlo sul serio; ma ci si diverte lo stesso. Per tutta la raccolta, si ha come l’impressione di stare al bar con un amico un po’ rozzo che ci racconta storie improbabili e un po’ cretine, ma avvincenti.
Ottima la scelta di scrivere una raccolta di racconti invece di un romanzo, perché in questo modo Mongai evita il problema della ripetitività e della noia che alla lunga sopraggiungono in The Iron Dream. I racconti stessi sono di una varietà estrema: si passa dalla storia distopica a quella su una IA che diventa autocosciente, da una storia sui trip da LSD a una sull’amnesia medica. Ce n’è uno in particolare, talmente geniale che con qualche rimaneggiamento potrebbe forse farsi passare anche come racconto “serio”: “Carnivori si nasce”. In un mondo dove la dieta vegetariana è diventata obbligatoria e il consumo della carne illegale, un giovane bibliotecario, vergine e ignorante dei fatti della vita, trarrà la propria educazione sentimentale dalla lettura contemporanea di libri di cucina e riviste porno scampate ai roghi. Con risultati demenziali.
Purtroppo, se l’estro grossolano di Benny pervade tutta la raccolta, i topoi di Mussolini e del fascismo si fanno sentire soprattutto nella prima metà dei racconti. Tra uomini perseguitati dalle ex ed esperimenti di clonazione, c’è poco di Mussolini nella maggior parte degli ultimi racconti – molti avrebbero potuto essere scritti da qualsiasi scrittore maschilista e un po’ incapace. E diversi spunti sono sottosfruttati: la fissazione per la simbologia romana e pre-romana è utilizzata in un solo racconto!

Cowboy

"Rispediamo quel figlio di un'antimateria da dove è venuto, mh?"

Se da questo punto di vista il libro di Mongai batte a mani basse quello di Spinrad, non si può dire la stessa cosa per quanto riguarda la cornice critica. Spinrad l’aveva alleggerita al massimo: un paio di pagine di introduzione e bibliografia, e 12-15 pagine di considerazioni critiche in coda al romanzo. L’effetto era più o meno: ehi, sapevi che Hitler ha scritto un romanzo di fantascienza! Bam: eccotelo! Al contrario, in Il Fascio sulle stelle bisogna arrivare a pagina 35 per trovare il primo racconto. La finta antologia è letteralmente sommersa di commenti; e, quel che è peggio, spesso le varie introduzioni non fanno che ripetere più volte le stesse cose (per esempio, Milleri deve farci sapere ogni due o tre pagine che l’altro Hitler era soprannominato l’Unno Pazzo). Ti viene da chiederti se hanno fatto un minimo di revisione o si son detti “buona la prima”.
The Iron Dream suggeriva l’esistenza di un mondo un po’ diverso dal nostro, ma lo faceva per accenni e allusioni. Mongai, invece, sente il bisogno di spiattellarci tutti i dettagli del suo Novecento ucronico attraverso le parole del curatore Milleri – tipico errore di chi si innamora troppo delle proprie ambientazioni. Il problema non è tanto l’infodump, quanto l’improbabilità della situazione: invece che parlare di Mussolini, il curatore si mette a fornire dettagli di un mondo che il lettore della sua antologia dovrebbe già conoscere. E’ come se Harlan Ellison, introducendo l’antologia Dangerous Vision (1967), si mettesse a informare i lettori della Guerra Fredda, dell’assassinio di Kennedy o del Vietnam.
Quanto all’ucronia in sé, alcune idee sono divertenti, come la spaccatura dell’Italia in due tronconi indipendenti (modello Corea) negli anni ’30, il sud in mano agli unionisti-nazionalisti di Balbo e De Bono, il nord in mano ai Soviet di Gramsci e Togliatti. Ma Mongai ricama un po’ troppo sull’effetto farfalla, e l’idea di una seconda metà del Novecento in pace completa e densa di belle prospettive solo perché Mussolini e Hitler non sono mai “diventati” Mussolini e Hitler, mi sembra davvero ingenua.

Ma ci sono anche delle note positive. I commenti di Benny all’inizio di ogni racconto sono carini, e sono l’unica cosa che terrei di tutta l’impalcatura critica oltre a un’unica introduzione di poche pagine e all’afterword finale. Bella anche l’idea di presentare, sotto il titolo italiano di ogni racconto, anche il titolo originale – e di riprendere l’antica tradizione italiana dei titoli originali cambiati a minchia in traduzione con altri decisamente più brutti (es. “The Man Who Ate a Woman”, che diventa “Carnivori si nasce”, o “Life Is a Dream”, che diventa l’osceno “L’incubo del sogno”).
Una delle finzioni del libro, infatti, è che tutti i racconti siano stati scritti originariamente in inglese, per cui la versione che leggiamo è una traduzione. Questo però porta a qualche incongruenza. Prendiamo la storia “Carnivori di nasce”. Il racconto gioca molto sul doppio significato di molte parole, che hanno sia valore alimentare che sessuale. Troviamo così “pisello”, “salame”, “fica”, eccetera. Il problema è che in inglese non esiste una tale ricchezza di termini con la doppia valenza cibo/organo sessuale, come in italiano; viene da chiedersi come diavolo dovesse essere il testo originale per arrivare a questa traduzione.

Pisello su forchetta

Un pisello.

Insomma, Il Fascio sulle stelle è un libro divertente. E’ divertente in quel modo semplice e un filo ritardato alla Boa VS Python, con in più la varietà delle situazioni e degli argomenti, e lo sfizio ucronico. Poteva essere fatto meglio, soprattutto la cornice; ma il risultato è comunque migliore di The Iron Dream.
C’è qualche speranza anche per la fantascienza italiana. Forse.

Dove si trova?
Non ho trovato una versione piratata del libro. Lo si può acquistare su Amazon.it a questa pagina; il prezzo di copertina sarebbe di 14 Euro, ma quando l’ho preso il prezzo era scontato a 11,90. Un po’ alto, ma trattandosi di un paperback ci va ancora bene…
Consiglierei agli editori di approntare al più presto un’edizione e-book con un prezzo compreso tra i 3 e i 5 Euro; farebbero un favore a loro e a Mongai. 3-4 Euro il libro li vale di sicuro; ma 12-14 Euro, onestamente, sta al portafoglio e al coraggio del singolo.

Chi devo ringraziare?
Dirò la verità, ho sempre seguito molto poco la fantascienza italiana (non del tutto a torto, credo). Ho sentito parlare per la prima volta di Mongai l’anno scorso, anche se non ricordo dove; uno dei primi articoli che abbia letto sui suoi lavori è questo di Zero, che dedica qualche riga a Memorie di un cuoco d’astronave.
Ma a parlarmi esplicitamente de Il Fascio sulle stelle è stato nientemeno che Dago, che l’ha nominato nei commenti al Consiglio su The Iron Dream. Sono contento: per la prima volta, una proposta fattami qui sul blog si è concretizzata in un articolo!

Boa VS Python

Una delle vette del cinema americano.

Qualche estratto
Ho scelto tre estratti; il primo è tratto dalla cornice a cura di Milleri, e condensa in un solo colpo i suoi pregi (molte idee carine) e i suoi difetti (infodump fuori luogo, periodi lunghissimi e contorti). Gli altri due sono tratti da due dei racconti più simpatici: “I Cow Boys degli Asteroidi” e “Carnivori si nasce”.

1.
Fra gli altri, Tolkien idolatrava Benito Mussolini. Ha più volte dichiarato che il personaggio di Sauron è ricalcato su quello di Dolfo de “Il Graal del Quarto Pianeta” (che fra l’altro sappiamo tutti essere ispirato all’Adolf Hitler del periodo in cui i due non si sopportavano; o meglio, in cui avevano definitivamente smesso di sopportarsi).
Isaac Asimov collezionava tutto ciò che Mussolini aveva scritto, Arthur Clarke non ha mai fatto mistero di essere un suo fan (nonostante Mussolini lo disprezzasse per le sue ben note intemperanze sessuali, e non diciamo di più).
D’altra parte parlare di Mussolini e del suo contributo alla fantascienza italiana sarebbe già di per sé cosa di gran senso, cosa di gran valore, per lo stimolo che dette nel secondo dopoguerra, quando alla fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1938, tornò in Italia come ambasciatore segli aiuti delle comunità italiane negli Stati Uniti, per ricostruire il paese dopo i disastri della sfortunata, più che criminale, esperienza della guerra civile fra l’Unione Federale dei Soviet Italiani, guidati da Togliatti, e gli Unionisti Italiani di Balbo e del Regno del Sud.
Ma quanto più spettacolare ed importante è stato il suo contributo alla storia della SF americana!
Senza di lui e senza la sua opera innovativa non ci sarebbero Asimov e Clarke, non ci sarebbero Farmer e Van Vogt, non ci sarebbero nemmeno Strober e Marimmai, e loro sono i primi a dichiararlo.

2.
Erano le dodici, ora dell’asteroide-ranch, ed era ora che mangiassero, quegli allegri bricconi, disse fra sé Benny. E cominciò a battere il triangolo con vigore.
Il suono del triangolo risuonò nell’elmetto di Jack Olson, il capo-mandria, che a bordo del suo rocket-horse stava agganciando con il “lazo” magnetico l’ennesimo meteorite ferroso da aggregare alla “mandria” da portare verso Marte. Gli venne subito, come per un riflesso condizionato, l’acquolina in bocca. D’altra parte quel dannato mangiaspaghetti cucinava proprio bene. Un po’ unto, forse, ma bene.
– Hey, Bob! Lunch-time! – disse rivolto al suo pard sull’altro lato della mandria; poi indicando alcune meteoriti sparse nel campo magnetico di controllo, aggiunse:
– Li ancori tu quelli?
– Ok, Jack, ma solo perché stavolta tocca a me. E guai a te se quando arrivo le lasagne sono finite! […]
– Intanto preoccupati che gli ancoraggi magnetici tengano e che la rotta sia quella giusta, che se si sbrancano toccherà a te riagganciarlo ad uno ad uno. Yiippeeee!
E diresse il suo rocket-horse verso l’asteroide-ranch distante circa 200 chilometri, poco fuori del campo di asteroidi. Arrivò in pochi minuti mentre vedeva le scie degli altri space-cowboys dirigersi a loro volta verso il ranch.
Scesero tutti direttamente nell’hangar, da cui passarono nelle sale di decontaminazione, cominciando fin da lì a farsi i soliti scherzi pesanti e stupidi che solo gli space-cowboys sanno farsi: staccare il tubo dell’ossigeno mentre la compensazione non è stata ancora effettuata del tutto, chiudere la valvola della pressione ad uno ed i dotti idraulici ad un altro, insomma quegli scherzi pesanti e border-line che possono anche ammazzarti, ma che miracolosamente non ti ammazzano mai.

Astronauta morto

Ops...

3.
Tornò a casa turbato, ed in modo indescrivibile.
Non che libri e riviste gli avessero chiarito granché, pur avendogli, stranamente, aperto nuovi orizzonti. Cos’erano ad esempio quelle strane cose, le “salsicce”, c’era scritto? Strani budelli di colore rosato, pieni, gonfi, egli supponeva di “carne tritata”? Ma cos’era quel coso grosso che avevano fra le gambe quei signori lì, in quelle fotografie? Lui aveva un coso simile fra le gambe, ma non era così, era piccolo e morbidino, morbidino.
E cosa ci facevano quelle signore? Avevano fame? Ma… non erano le donne che allattavano? E i lattanti non dovevano essere più piccoli? E poi cosa erano quelle cose grosse grosse, rosse rosse, quelle fettone di materia rossastra o rosa o marrone più o meno scuro, con dell’insalata vicino? Cosa voleva dire la parola “bistecca”? E perché quel signore lì in quel fotoromanzo diceva a quella signora, “bisteccona mia”? E poi perché quei signori lì, se volevano essere allattati, mettevano invece la testa in mezzo alle gambe delle signore? E poi mica succhiavano, leccavano…
Cioè, era questa la dieta carnivora? In effetti uno dei signori diceva ad una delle signore: “Sì, sì, ti mangio tutta, ficona mia?”
Ma il fico non era un frutto? E cos’era un salame? Una volta sembrava una specie di “salsiccia”, un’altra proprio uno dei signori veniva chiamato salame, ed un’altra volta ancora veniva chiamato così uno di quei cosi grossi in mezzo alle gambe di uno di quei signori.
E cos’era poi un “porco”? Quelle signore dicevano a quei signori: “Sì, sì fai il porco”, oppure: “Sì, sì, sono la tua porca”. Ma cosa voleva dire? E una “braciola di porco” cos’era? Una specie di costola di uno di quei signori? C’entrava qualcosa la costola d’Adamo di cui gli avevano parlato a scuola di religione?
Era molto confuso.

Tabella riassuntiva

Mussolini scrittore di fantascienza! Il potenziale “mussoliniano” è sottosfruttato.
Le storie di Benny sono divertenti in modo cretino. Scritto male apposta.
Dalla space opera al racconto di guerra alla sf sociale. Cornice critica troppo invadente e ripetitiva.

(1) I racconti di Benny dovrebbero essere scritti male “apposta”, ma a volte viene qualche dubbio. Infatti ho trovato periodi dalla sintassi demenziale e un discutibile uso delle virgole anche in alcuni pezzi del finto curatore Misseri. Non ho letto altri libri di Mongai, quindi non posso fare un confronto, come ho fatto con Spinrad. Il dubbio quindi c’è – ma non sono sicuro di voler scoprire la verità…Torna su

I Consigli del Lunedì #15: Tales of the Dying Earth

Tales of the Dying EarthAutore: Jack Vance
Titolo italiano: Il crepuscolo della Terra / Le avventure di Cugel l’Astuto / La saga di Cugel / Rhialto il meraviglioso
Genere: Fantasy / Sword & Sorcery / Dying Earth / Picaresque
Tipo: Tetralogia di racconti e romanzi
Anno: 1950 / 1966 / 1983 / 1984 / 1997
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 741
Difficoltà in inglese: ***

These are tales of the 21st Aeon, when Earth is old and the sun is about to go out.
[…] By day the sun cast a wan maroon gloom across the land; by night all was dark and still, with only a few pale stars to post the old constellations. Time went at a languid pace, without purpose or urgency, and folk made few long-range plans.

Miliardi di anni nel futuro, il pianeta Terra è ormai giunto alla fine della sua vita. Il Sole è ridotto a una pallida sfera rossastra, che irradia il globo di una luce spettrale e potrebbe spegnersi da un giorno all’altro; la Luna è andata distrutta, e il firmamento è ridotto a poche stelle anziane. Il grosso della popolazione terrestre ha abbandonato il pianeta da moltissimo tempo, lasciando dietro di sé una civiltà decadente e priva di ambizioni. Regrediti a una civiltà preindustriale, gli esseri umani rimasti vivono in piccoli agglomerati isolati – villaggi, città-stato, regni di dimensioni irrisori; poche carovane di mercanti, pellegrini, o avventurieri coraggiosi osano varcarne i confini, per attraversare terre selvagge abitate da creature ostili e disseminate di rovine dell’antica civiltà. Quello che rimane dell’antica scienza, è condensato in complicate formule magiche che pochi maghi riescono a imparare dopo anni e anni di studio e disciplina.
E’ su questa Terra morente che si muovono stregoni come Turjan di Miir, desideroso di creare artificialmente una compagna, o Iucounu, collezionista di artefatti magici dotato di un ambiguo senso dell’umorismo, o Rhialto il Meraviglioso, altezzoso membro di un’associazione che raccoglie i maghi più potenti della sua era; ma anche avventurieri come Guyal di Sfere, che vorrebbe conoscere la risposta ad ogni domanda, o Cugel l’Astuto (Cugel the Clever), mascalzone professionista i cui unici interessi sono le belle donne e la buona tavola. Ciascuno di essi cerca di trarre il meglio dalla propria vita e godere ogni giorno come se fosse l’ultimo – perché nessuno sa quando morirà il Sole, ponendo termine alla vita sulla Terra.

A partire dal 1999, e fino all’ultima edizione nei Fantasy Masterworks della Gollancz, i quattro libri di Jack Vance ambientati nella Terra morente sono stati raccolti in un unico ponderoso volume – le Tales of the Dying Earth. Non si può parlare di saga, quanto di un’ambientazione condivisa: con l’eccezione del secondo e terzo libro, tutte le storie della Dying Earth sono scollegate e autonome.
A variare molto sono anche stile e contenuti – visto e considerato che i quattro libri sono stati scritti da Vance nell’arco di trentacinque anni. Le Tales of the Dying Earth sono insomma un contenitore molto eterogeneo; pertanto, nell’approfondimento, parlerò prima separatamente di ciascuno dei quattro libri, per poi tirare le somme del volume nel suo complesso. Il risultato, è un articolo di dimensioni ahimé gargantuesche – leggetevelo pure con calma, a puntate.

Nana bruna

Il Sole della Dying Earth?

Uno sguardo approfondito

The Dying Earth
Il primo libro del ciclo non è un romanzo ma una raccolta di sei racconti, vagamente interconnessi ma indipendenti, ambientati nella regione di Ascolais.  In “Turjan of Miir”, il mago Turjan si mette in cerca del mago Pandelume – che vive in una dimensione alternativa ad uso personale – perché gli insegni a creare artificialmente un altro essere umano. Il racconto non ha un vero e proprio finale, ma i suoi personaggi sono ripresi in “Mazirian the Magician”: l’avido Mazirian ha intrappolato Turjan in una scatola magica in compagnia di un drago affamato, per ricattarlo, ma è sua volta ossessionato da una bellissima fanciulla che ogni sera appare sul limitare dei suoi giardini. In “Liane the Wayfarer”, l’amorale bandito Liane entra in possesso di un anello magico, che può essere espanso in modo da avvolgere completamente il corpo del possessore e trasportarlo nella dimensione delle ombre; in “Guyal of Sfere”, un giovane ossessionato dal bisogno di conoscere ogni cosa si mette alla ricerca del Custode del Museo dell’Uomo, dove si dice che sia raccolta tutta la sapienza del genere umano.
La qualità dei racconti è molto altalenante. Alcuni, come “Mazirian the Magician” e “Ulan Dhor”, hanno una coerenza di fondo e sono carini; altri, come “T’sais”, saltano di palo in frasca e sono piuttosto insulsi; altri sono delle occasioni sprecate: le premesse di “Guyal of Sfere” sono interessanti, ma dopo le prime pagine il racconto va a remengo. Il protagonista, che inizialmente ti incuriosisce per il suo bisogno patologico di fare sempre domande, diventa rapidamente un avventuriero anonimo, che deve superare un ostacolo dopo l’altro per raggiungere la leggendaria biblioteca; e anche quando la raggiunge, il fulcro della storia non è più la ricerca della conoscenza, ma come eliminare un demone minore che si è infiltrato nel museo (WTF?).

Nei racconti si respira un’atmosfera rarefatta, onirica, quasi da fiaba. Questo in parte è dovuto alla stranezza dell’ambientazione – in cui capita che un mago, passeggiando per la foresta, incontri un twk-man (piccoli omini blu che viaggiano a cavallo di libellule che scambiano informazioni in cambio di granelli di sale), o una strega o un demone – e in parte al canovaccio stesso dei racconti (spesso, delle quest all’inizio delle quali il protagonista prepara o riceve un set di incantesimi o artefatti magici che gli serviranno per superare gli ostacoli lungo il cammino). Ma in parte è dovuto anche all’incapacità stilistica di Vance, che descrive sommariamente gli ambienti in cui si muovono i personaggi (e spesso raccontando, con piogge di aggettivi, invece che mostrando) e quindi rende difficile una visualizzazione nitida della storia. Gli stessi personaggi mancano in genere di profondità, e sono più simili a degli archetipi: i loro motivi sono semplici, i loro gesti convenzionali, e Vance ce li mostra sempre dall’esterno.
Volendo fare un bilancio complessivo, i racconti di The Dying Earth sono quasi tutti deboli e scritti in modo approssimativo. Ci sono un mucchio di buone idee e un’ambientazione molto suggestiva, ma tutto questo potenziale è in larga parte sprecato.

Bondage Fairies - Fairie Fetish

Uno spaccato della fauna di Ascolais.

The Eyes of the Overworld & Cugel’s Saga
Le cose migliorano con il secondo e terzo libro del ciclo. Protagonista dei due romanzi è Cugel, un farabutto straccione della terra di Almery, dal corpo macilento e la faccia da faina, che vive di truffe e piccoli espedienti all’ombra del palazzo di vetro di Iucounu, “the Laughing Magician”. Un bel giorno, quel fetente del mercante Fianosther convince Cugel a infiltrarsi nel palazzo sguarnito di Iucounu per derubarlo dei suoi artefatti magici. Ma Cugel viene beccato, e lo stregone lo mette di fronte a due alternative: una morte orribile, oppure che si metta al suo servizio. La missione? Recuperare un prisma incantato ubicato dall’altra parte del globo, da aggiungere alla sua “collezione”. Dopo che gli è stato infilato in pancia un parassita uncinato di nome Firx, incaricato di farlo rigare dritto, Cugel è pronto per partire; e non soltanto dovrà impossessarsi dell’Occhio dell’Oltremondo, ma tornare ad Almery vivo e vegeto.
I due romanzi – uno seguito diretto dell’altro – raccontano il viaggio di Cugel e le innumerevoli peripezie che incontrerà lungo il cammino. Pur essendo delle opere unitarie, The Eyes of the Overworld e Cugel’s Saga mantengono la struttura episodica del primo libro: ogni capitolo rappresenta una tappa del viaggio, una “storia nella storia” in sé autoconclusiva. Anche la loro qualità è molto variabile: alcuni episodi, come quello sulla conquista dell’Occhio dell’Oltremondo, sono divertenti e ben costruiti, mentre altri sono scritti un po’ a tirar via. Il capitolo conclusivo di The Eyes of the Overworld, poi, è spassosissimo – mentre quello che chiude Cugel’s Saga e tutta la dualogia è più modesto.

Cugel l'Astuto

Un’immagine un po’ romanticizzata di Cugel.

Una differenza gradita rispetto a The Dying Earth, è che perde terreno l’atmosfera onirico-decadente in luogo di un clima più scanzonato e autoironico. Cugel non è un guerriero né un mago; per farsi strada nella vita, deve ricorrere alla retorica, all’inganno, ai mezzucci. Le sue avventure generalmente si imperniano su questo: tentativi di turlupinare il prossimo (gli abitanti di un villaggio, stregoni, pellegrini, mercanti) con ogni mezzo possibile. L’elemento comico è accentuato dal fatto che tutti – nobiluomini, poveri villici, maggiordomi, vagabondi, creature magiche – adottano un parlare forbito e ampolloso. E le battaglie dialettiche che imperversano nei due romanzi attingono a tutto il repertorio del genere: doppi sensi, cavilli burocratici, allusioni, omissioni, insulti velati.
Anche Cugel rimane una macchietta più che un personaggio a tutto tondo. Ciarlatano più per abitudine che per calcolo, mente e inganna sulle cose più stupide, spesso prima ancora di capire se può trarne un vantaggio; ha un’opinione di sé completamente scollegata dalla realtà; del tutto amorale, non esita a liberarsi di compagni di viaggio scomodi e a raggirare innocenti, e dà l’impressione che potrebbe anche vendere sua madre per una buona cena. Ma non si può fare a meno di sviluppare della simpatia nei suoi confronti: la gente con cui si trova ad avere a che fare non è certo migliore di lui, da fanciulle che mettono in dubbio la sua potenza sessuale, a datori di lavoro che cercano di spremerlo il più possibile, a maghi capricciosi che fanno di lui quello che vogliono, a gente che se la prende con lui anche quando non ha fatto niente.

Se si vuole muovere una critica ai due romanzi di Cugel, è che nella maggior parte degli episodi il magico e il fantastico vengono messi in secondo piano, rimangono sullo sfondo. Certo, nel corso dei viaggi del suo anti-eroe Vance ci mostra una pletora di popoli diversi dalle usanze più o meno bizzarre, ma raramente si varca il confine del sovrannaturale. Con pochi rimaneggiamenti, molte delle avventure di Cugel potrebbero essere anche ambientati nel nostro mondo (magari in un’epoca cinque-seicentesca). Questo è particolarmente vero per Cugel’s Saga, che ci mostra un pianeta molto più civilizzato e trafficato che non The Dying Earth e The Eyes of the Overworld.
Non è l’unica differenza tra le due parti del ciclo di Cugel. Tra l’uno e l’altro romanzo passano quasi vent’anni, e in Cugel’s Saga lo stile di Vance migliora: i singoli episodi sono costruiti con più cura, sparisce quel modo di scrivere un po’ sbrigativo, tipico di molta Sword&Sorcery dagli anni ’50 ai ’70. In Cugel’s Saga, Vance si preoccupa di descrivere meglio gli ambienti visitati dal suo protagonista, le sue riflessioni, i rapporti tra i personaggi. E in generale, dei quattro libri delle Tales delle Dying Earth è quello scritto meglio.

Dialettica

Dialettica.

Rhialto the Marvellous
L’ultimo libro del ciclo è una raccolta di tre novellas imperniata su una società di maghi di Almery e Ascolais, e in particolare su uno di loro, il fascinoso quanto arrogante quanto puntiglioso quanto insopportabile Rhialto il Meraviglioso. Diversamente dai maghi della Dying Earth, quelli di Rhialto sono semidei con migliaia di anni di vita sulle spalle e poteri quasi illimitati, che vivono in regge e passano le giornate in placida contemplazione o nello studio e nella sperimentazione delle arti magiche. Stando così le cose, l’unica vera minaccia per questi maghi è il pericolo che rappresentano gli uni per gli altri! Vincolati alle leggi dei Blue Principles, un codice inciso su una lastra indistruttibile protetta da un demone immortale, e supervisionati da un segretario, l’anziano e svampito mago Ildefonse, questi stregoni sono riuniti in società non tanto per tutelare i comuni interessi, quanto per non farsi le scarpe a vicenda ogni cinque minuti.
La prima novella, The Murthe, è in realtà breve come un racconto, ed è anche il più brutto, nonostante le premesse bizzarre: la potente strega Llorio è tornata, e pianifica di asservire a sé tutti i maghi della Terra dopo averli trasformati in donnette vanitose! E’ un racconto scritto male, pieno di infodump, riassunti, discorsi indiretti, e quella generale sciatteria che lo rende più simile ai peggiori racconti degli anni ’50 che al resto della raccolta. Migliori Fader’s Waft – in cui i maghi della società, capitanati dall’infido Hache-Moncour, decidono di far pagare a Rhialto il prezzo della sua arroganza derubandolo di tutti i suoi oggetti magici e appigliandosi a deboli cavilli legali – e Morreion – in cui i maghi si imbarcano sul palazzo galleggiante di Vermulion the Dream-Walker per volare nello spazio e fino ai confini dell’Universo, alla ricerca del leggendario eroe Morreion. Ma anche qui troviamo tutte le pecche tradizionali del ciclo: personaggi bidimensionali, pov onnisciente che salta da un personaggio all’altro, descrizioni un po’ frettolose e mai molto mostrate.
Precede i tre racconti una piccola introduzione in cui l’autore dà qualche informazione sui maghi e sul sistema magico della 21esima era.

Anche se Rhialto the Marvellous recupera l’atmosfera magica lasciata un po’ più ai margini nel ciclo di Cugel, di quel ciclo riprende l’impostazione da commedia. I maghi della società sono gente meschina, avida, capricciosa e arrogante; la disciplina e lo studio non li hanno resi più saggi, ma solo più pericolosi. Buona parte del divertimento di queste storie (o, almeno, delle ultime due) sta proprio nelle battaglie dialettiche tra questi maghi infantili, piene di cavilli, minacce velate e doppiogiochismo.
Vance non se la cava altrettanto bene nella descrizione delle quest. Se la prima parte di Fader’s Waft – in cui Rhialto cerca di riaffermare i propri diritti di fronte all’assemblea di maghi capitanata dal viscido Hache-Moncour – è divertente, la seconda, in cui Rhialto cerca di recuperare il codex originale dei Blue Principles misteriosamente scomparso viaggiando nello spazio e nel tempo, è ripetitiva e non molto ispirata. In generale, Rhialto the Marvellous è divertente, ma non privo di difetti, e sicuramente lontano dal miglior Cugel.

I'm not a wizard

Un’immagine un po’ romanticizzata di Rhialto. Circa.

Giudizio complessivo
Probabilmente il pregio maggiore di Jack Vance sta nell’aver creato un’ambientazione vasta e suggestiva, in cui all’atmosfera fatata e sovrannaturale si mescolano indizi sull’antica civiltà e l’antica scienza. Per esempio in “Ulan Dhor”, il miglior racconto di The Dying Earth, il nipote del principe di Kaiin è mandato in missione nella remota e vecchissima città di Ampridatvir per recuperare delle antiche reliquie. Ma, benché in rovina e abitata da gente instupidita e superstiziosa, la città ospita ancora meraviglie ancora funzionanti – come macchine volanti e ascensori anti-gravitazionali. Così come le rovine di marmo del Museo dell’Uomo di “Guyal of Sfere” possono custodire al loro interno giganteschi computer e server.
Anche il sistema magico è permeato di questa commistione: vari indizi lasciati nel corso dei libri ci fanno capire che le formule magiche così faticosamente memorizzate dagli stregoni, altro non sono che complicate serie di equazioni matematiche. E’ impossibile tenere a mente molte di queste formule contemporaneamente; per questo è necessario che il mago si “prepari” un set di incantesimi prima di lasciare il suo eremo, selezionandoli tra quelli scritti nel suo grimorio 1.

Certo, complici i trentacinque anni che separano i primi racconti dagli ultimi, il mondo di Vance non è sempre coerente. Il sistema magico degli stregoni di Rhialto the Marvellous è completamente diverso, basandosi non più sulla memorizzazione di formule ma sulla convocazione di demoni magici legati a sé da regolare contratto scritto. Altra cosa che non quadra: se in The Dying Earth non è insolito trovare resti di civiltà avanzate come la nostra o anche più, queste tracce progressivamente spariscono nei libri successivi, e i maghi di Rhialto, nonostante il loro vasto potere e la possibilità di viaggiare nello spazio e nel tempo, non sembrano conoscere la tecnologia post-industriale 2! E ancora: se il mondo di The Eyes of the Overworld sembra un mondo spopolato, dove la gente non si muove o si muove poco e non sa niente di cosa ci sia cinquanta chilometri più in là, in Cugel’s Saga quello stesso mondo pullula di città fiorenti, battelli commerciali che solcano il mare, grossi circuiti carovanieri e via dicendo.
D’altronde, il mondo di Vance non è molto credibile in generale. Il fatto che la Terra stia morendo non sembra una giustificazione sufficiente a motivare il lassismo della popolazione mondiale – come nella città dorata di Kaiin, dove la gente passa il tempo a festeggiare e ad ubriacarsi in mezzo alle rovine di palazzi che da secoli nessuno pensa più a ristrutturare – e il regresso a una tecnologia pre-industriale. E non è pensabile un mondo in cui anche l’ultimo degli operai parla in modo raffinato e allusivo, ed è in grado di disquisire di metafisica e dei massimi sistemi.
Gli stessi incantesimi sono progettati più per essere divertenti che per dare l’impressione di un corpus coerente: abbiamo per esempio lo Spell of Forlorn Encystment, che imprigiona la vittima in una capsula posta a novanta chilometri sotto la superficie terrestre, ma che, se pronunciato scorrettamente, causa l’effetto opposto di rivomitare sopra la testa del mago i corpi di tutti coloro che hanno subito l’incantesimo dall’inizio dei tempi; il Lugwiler’s Dismal Itch, che causa nella vittima un prurito continuo peggiore di una tortura, o il Khulip’s Nasal Enhancement, che non ha nemmeno bisogno di spiegazioni, o il Green and Purple Postponement of Joy; o ancora il Tube of Blue Concentrate, a tutti gli effetti nient’altro che un tubo che spara innocuo concentrato blu con la strana caratteristica di terrorizzare sempre tutti.

Concentrato blu

Tubetti di concentrato blu. Spaventosi, vero?

Vance quindi sacrifica il realismo per quel tocco di suggestività decadente, e per amplificare l’elemento comico. Il suo mondo è palesemente una finzione, un gioco – impressione acuita dallo stesso stile trascurato di Vance, e dal suo uso del narratore onnisciente che crea una grande distanza tra il lettore e i personaggi. Le storie delle Dying Earth hanno la forma di una farsa piacevole e divertente, qualcosa di leggero da non prendere troppo sul serio.
Paradossalmente, però, è anche un mondo infinitamente più credibile di tutta quella pletora di High Fantasy tolkeniani che invadono le librerie, pieni di buonismi e deus-ex-machina. Gli abitanti della Terra morente sono avidi, truffaldini, dalla doppia morale, pigri, spesso stupidi, presuntuosi, infantili, egoisti – come nella vita vera. Nella Terra morente, chi fa un passo falso ci rimette la vita; per mano di un leprecauno delle foreste, o di un tagliagole appostato nel vicolo, o di un mago che per catturare un demonietto mette distrattamente a ferro e fuoco un intero acro di terra. E’ un mondo ingiusto, in cui sopravvivono solo quelli che imparano come muoversi.

La migliore intuizione di Vance nel corso del ciclo, è stata comunque il progressivo abbandono dell’atmosfera onirico-decadente dei primi racconti in luogo di quella più divertente e minchiona dei successivi. Vance dà il meglio di sé nei dialoghi tra i personaggi, nelle discussioni ampollose, nelle dissertazioni filosofiche da ritardati, nelle recriminazioni, nelle fini tenzoni dialettiche. Il suo stile è invece inadeguato alle parti più descrittive, avventurose, le parti dove le azioni contano più delle parole, che sono sempre le più noiose da leggere.
I libri più piacevoli da leggere sono, quindi, in primo luogo i due romanzi su Cugel, e in seconda battuta la seconda e terza novella di Rhialto the Marvellous. Ma anche racconti come “Turjan of Miir”, “Mazirian the Magician” e “Ulan Dhor” meritano una chance.

Songs of the Dying Earth

Le “Songs of the Dying Earth”: un’antologia commemorativa di Vance pubblicata nel 2009. Sto pensando di comprarla.

Dove si trova
In lingua originale, le Tales of the Dying Earth si trovano su Bookfinder e Library Genesis, sia tutti insieme, sia sfusi. Su mIRC li ho trovati solo sfusi. Non che cambi qualcosa.
Su Emule si trovano senza problemi tutti e quattro i titoli in italiano. Tuttavia, Vance è un autore che sconsiglio di leggere nella nostra lingua: non perché sia intraducibile, come Bug Jack Barron, ma semplicemente perché tutte le traduzioni che ho potuto vedere – fatte abbastanza coi piedi, come da tradizione Urania/Nord/Fanucci – non hanno saputo riprodurre quel tono forbito e quella musicalità che da soli fanno 3/4 del divertimento di leggere le Tales.

Qualche estratto
Ho deciso di proporre un estratto per ciascuno dei tre ‘cicli’. Il primo viene dal racconto “Mazirian the Magician”, della raccolta The Dying Earth; il secondo, dal primo capitolo di The Eyes of the Overworld, in cui Cugel viene ‘beccato’ dal mago Iucounu mentre gli sta svaligiando la casa e tenta di giustificarsi; il terzo, dalla novella Fader’s Waft di Rhialto the Marvellous, in cui uno scandalizzato Rhialto protesta con Ildefonse di essere stato ingiustamente derubato dagli altri maghi.

1.
Within the box — actually a squared passageway, a run with four right angles — moved two small creatures, one seeking, the other evading. The predator was a small dragon with furious red eyes and a monstrous fanged mouth. It waddled along the passage on six splayed legs, twitching its tail as it went. The other stood only half the size of the dragon — a strong-featured man, stark naked, with a copper fillet binding his long black hair. He moved slightly faster than his pursuer, which still kept relentless chase, using a measure of craft, speeding, doubling back, lurking at the angle in case the man should unwarily step around. By holding himself continually alert, the man was able to stay beyond the reach of the fangs. The man was Turjan, whom Mazirian by trickery had captured several weeks before, reduced in size and thus imprisoned.
Mazirian watched with pleasure as the reptile sprang upon the momentarily relaxing man, who jerked himself clear by the thickness of his skin. It was time, Mazirian thought, to give both rest and nourishment. He dropped panels across the passage, separating it into halves, isolating man from beast. To both he gave meat and pannikins of water.
Turjan slumped in the passage.
“Ah,” said Mazirian, “you are fatigued. You desire rest?”
Turjan remained silent, his eyes closed. Time and the world had lost meaning for him. The only realities were the gray passage and the interminable flight. At unknown intervals came food and a few hours rest.
“Think of the blue sky,” said Mazirian, “the white stars, your castle Miir by the river Derna; think of wandering free in the meadows.”
The muscles at Turjan’s mouth twitched.
“Consider, you might crush the little dragon under your heel.”
Turjan looked up. “I would prefer to crush your neck, Mazirian.”
Mazirian was unperturbed. “Tell me, how do you invest your vat creatures with intelligence? Speak, and you go free.”
Turjan laughed, and there was madness in his laughter.
“Tell you? And then? You would kill me with hot oil in a moment.”
Mazirian’s thin mouth drooped petulantly.
[…] “Tonight,” said Mazirian with studied malevolence, “I add an angle and change your run to a pentagon.”
Turjan paused and looked up through the glass cover at his enemy.
Then he slowly sipped his water. With five angles there would be less time to evade the charge of the monster, less of the hall in view from one angle.
“Tomorrow,” said Mazirian, “you will need all your agility.”

2.
Cugel was still seeking egress when in due course Iucounu returned to his manse.
Pausing by the alcove, Iucounu gave Cugel a stare of humorous astonishment. “What have we here? A visitor? And I have been so remiss as to keep you waiting! Still, I see you have amused yourself, and I need feel no mortification.” Iucounu permitted a chuckle to escape his lips. He then pretended to notice Cugel’s bag. “What is this? You have brought objects for my examination? Excellent! I am always anxious to enhance my collection, in order to keep pace with the attrition of the years. You would be astounded to learn of the rogues who seek to despoil me! That merchant of claptrap in his tawdry little booth, for instance — you could not conceive his frantic efforts in this regard! I tolerate him because to date he has not been bold enough to venture himself into my manse. But come, step out here into the hall, and we will examine the contents of your bag.”
Cugel bowed graciously. “Gladly. As you assume, I have indeed been waiting for your return.”
[…]
“If you will step this way I will be glad to examine your merchandise.”
Cugel glanced reflectively along the corridor toward the front entrance. “It would be a presumption upon your patience. My little knick-knacks are below notice. With your permission I will take my leave.”
“By no means!” declared Iucounu heartily. “I have a few visitors, most of whom are rogues and thieves. I handle them severely, I assure you! I insist that you at least take some refreshment. Place your bag on the floor.”
Cugel carefully set down the bag. “Recently I was instructed in a small competence by a sea-hag of White Alster. I believe you will be interested, I require several ells of stout cord.”
“You excite my curiosity!”. Iucounu extended his arm; a panel in the wainscoting slid back; a coil of rope was tossed to his hand. Rubbing his face as if to conceal a smile, Lucounu handed the rope to Cugel, who shook it out with great care.
“I will ask your cooperation,” said Cugel. “A small matter of extending one arm and one leg.”
“Yes, of course.” Iucounu held out his hand, pointed a finger. The rope coiled around Cugel’s arms and legs, pinning him so that he was unable to move. Iucounu’s grin nearly split his great soft head. “This is a surprising development! By error I called forth Thief-taker! For your own comfort, do not strain, as Thief-taker is woven of wasp-legs. Now then, I will examine the contents of your bag.” He peered into Cugal’s sack and emitted a soft cry of dismay. “You have rifled my collection! I note certain of my most treasured valuables!”
Cugel grimaced. “Naturally! But I am no thief; Fianosther sent me here to collect certain objects, and therefore—”
Iucounu held up his hand. “The offense is far too serious for flippant disclaimers. I have stated my abhorrence for plunderers and thieves, and now I must visit upon you justice in its most unmitigated rigor — unless, of course, you can suggest an adequate requital.”

3.
“Explain why you robbed me of my goods. My man Frole tells me that you marched in the forefront of the thieves.”
Ildefonse pounded the table with his fist. “Specious and egregious! Frole has misrepresented the facts!”
“How do you explain these remarkable events, which of course I intend to place before the Adjudicator?”
Ildefonse blinked and blew out his cheeks. “That of course is at your option. Still, you should be aware that legality was observed in every bound and degree. You were charged with certain offenses, the evidence was closely examined and your guilt was ascertained only after diligent deliberation. Through the efforts of myself and Hache-Moncour, the penalty became a small and largely symbolic levy upon your goods.”
” ‘Symbolic’?” cried Rhialto. “You picked me clean!”
Ildefonse pursed his lips. “I concede that at times I noticed a certain lack of restraint, at which I personally protested.”
Rhialto, leaning back in his chair, drew a deep sigh of dumbfounded wonder. He considered Ildefonse down the length of his aristocratic nose. In a gentle voice he asked: “The charges were brought by whom?”
[…]
“The complaints are too numerous to mention. Almost everyone— save myself and the loyal Hache-Moncour—preferred charges. Then, the conclave of your peers with near-unanimity adjudged you guilty on all counts.”
“And who robbed me of my IOUN stones?”
“As a matter of fact, I myself took them into protective custody.”
“This trial was conducted by exact legal process?”
Ildefonse took occasion to drink down a goblet of the wine which Pryffwyd had served. “Ah yes, your question! It pertained, I believe, to legality. In response, I will say that the trial, while somewhat informal, was conducted by appropriate and practical means.”
“In full accordance with the terms of the Monstrament?”
“Yes, of course. Is that not the proper way? Now then—”
“Why was I not notified and allowed an opportunity for rebuttal?”
“I believe that the subject might well have been discussed,” said Ildefonse. “As I recall, no one wished to disturb you on your holiday, especially since your guilt was generally conceded.”
Rhialto rose to his feet. “Shall we now visit Fader’s Waft?”
Ildefonse raised his hand in a bluff gesture. “Seat yourself, Rhialto! Here comes Pryffwyd with further refreshment; let us drink wine and consider this matter dispassionately; is not that the better way, after all?”
“When I have been vilified, slandered and robbed, by those who had previously shone upon me the sweetest rays of their undying friendship? I had never—”
Ildefonse broke into the flow of Rhialto’s remarks. “Yes, yes; perhaps there were procedural errors…”

Tabella riassuntiva

Ambientazione suggestiva agli ultimi giorni di vita della Terra! Qualità della raccolta molto altalenante.
Avventure scanzonate con protagonisti amorali. Pov onnisciente, poco show, scene scritte di fretta.
Vance è un maestro dei dialoghi! Ambientazione farsesca e storie poco “serie”.

(1) Il sistema vi è familiare? Beh, sappiate che i creatori di D&D si sono ispirati proprio alle Tales of the Dying Earth per creare il loro sistema magico, e in particolare la classe del Mago!Torna su

Scarlet Mage

Un mago di D&D oggi. Il gioco di ruolo si è un po’ intruzzito dai tempi della Scatola Rossa, mh?

(2) Ma non sembrano nemmeno ignorarla del tutto: a un certo punto, in Fader’s Waft, Rhialto somministra a una donna una pillola analgesica.Torna su

Correre ignudi con la fiammea quadriga

Thomas Mann“Giorno dopo giorno, ormai, il dio dalle guance infuocate correva ignudo con la fiammea quadriga attraverso gli spazi celesti e la sua chioma d’oro fluttuava al vento di levante mutandosi in placida brezza. Un lucido biancore di seta posava sulle pigre ondeggianti distese del ponto; la sabbia ardeva, l’etere azzurro sfavillava d’argento. Dinanzi ai capanni della spiaggia erano tese tende color ruggine: alla loro ombra che si proiettava netta, si trascorrevano le ore pomeridiane. Ma deliziosa era pure la sera, quando le piante del parco esalavano effluvi balsamici e si compiva nel cielo la danza delle stelle, quando il murmure delle acque avvolte nell’oscurità si levava sommesso a parlare all’anima. Ognuna di quelle sere portava con sé la gioiosa certezza di una nuova giornata di sole sotto il segno di un facile ozio, ornata di innumerevoli, ininterrotte probabilità di cari incontri.”

Chi è l’autore di siffatto capolavoro? Forse l’immortale Sergio Rocca?
No, ma ci siete andati vicini: è Thomas Mann, e questo è l’incipit del quarto capitolo di La morte a Venezia.
L’errore è comprensibile; Sergio Rocca potrebbe benissimo essere stato suo discepolo. Solo che, a differenza del leggendario esperto di civiltà orientale, Thomas Mann è stimato e riverito come uno dei maggiori scrittori del Novecento, se non come uno dei più grandi della letteratura occidentale tout-court.
E quando è Thomas Mann in persona a darti il permesso di scrivere di fiammee quadrighe al posto di un prosaico “sole”, e di Ponto al posto di un triviale “mare”, si capisce che è piuttosto difficile convincere quattro generazioni di intellettuali da salotto e scrittori wanna-be ad adottare una scrittura trasparente – sia che vogliano scrivere “di genere”, sia che vogliano scrivere mainstream. Come glielo spieghi che quell’incipit di quarto capitolo sembra tratto fresco fresco da uno di quei manuali di scrittura americani, come esempio di prosa di un diciassettenne clueless alla sua prima lezione di corso?
Ma capisco che qualcuno potrebbe accusarmi di essere capzioso: non mi prendo nemmeno la briga di lavorare con l’originale tedesco! Magari tutte quelle brutture sono frutto di una traduzione criminale! Be’, potrebbe darsi. Ahimé, non conosco bene il tedesco (ma so dire tutti i numeri fino a dodici!), ma ecco l’idea: proviamo a confrontare la prima traduzione – quella Mondadori – con altre tre prese a caso. Non potranno essere tutti quanti dei mistificatori e/o degli incapaci, giusto?

Sole sul mare

Notate lo scherzare della chioma del Febo sul Ponto.

Edizione Feltrinelli (traduzione di Enrico Filippini):
“Ormai, giorno per giorno, il dio dalle guance ardenti conduceva nudo la quadriga di fuoco attraverso gli spazi del cielo, e la sua chioma d’oro ondeggiava al vento dell’est che presto si placava. Una serica bianchezza posava sulle distese del Ponto torpido e ondulato. La sabbia era rovente. Sotto l’etere azzurro dai riverberi d’argento, davanti alle cabine, erano tese tende di tralicci ruggine, e sulla netta macchia d’ombra che essere proiettavano passavano le ore del pomeriggio. Ma altrettanto deliziosa era la sera, quando gli alberi del parco emanavano effluvi balsamici, le stelle eseguivano la loro danza, e il mormorio del mare notturno saliva dolcemente e parlava all’anima. Quelle sere portavano in seno facilmente la lieta promessa di una nuova giornata di sole, di ordinati piaceri, di infinite possibilità di cose gradevoli.”

Edizione Garzanti (traduzione di Tito Villari):
“Ora il dio dalle guance ardenti guidava nudo, giorno per giorno, il suo tiro a quattro, sprigionante fuoco, per gli spazi del cielo, e i riccioli gialli gli ondeggiavano al levante che in pari tempo turbinava. Serico splendore biancastro languiva sulle distese del ponto dalle onde lente. Sotto l’azzurro scintillante argentato dell’etere, davanti alle cabine, c’erano stesi dei teli color ruggine, e sulle macchie d’ombra dai contorni netti da essi offerti, si passavano le ore della mattina. Ma anche la sera era deliziosa, quando le piante del parco esalavano il loro profumo balsamico, le stelle lassù ballavano la loro ridda, e il mormorio del mare abbuiato, insinuandosi lieve, parlava al cuore. Tali sere portavano con sé un’altra bella giornata di sole, di ozio dall’ordine frivolo, e ornata da innumerevoli e frequenti possibilità di casi graziosi.”

Edizione Marsilio (traduzione di Elisabeth Galvan):
“Ora di giorno in giorno il dio dalle guance ardenti guidava ignudo la quadriga di fuoco attraverso gli spazi del cielo, e la sua chioma d’oro volava nel vento che, insieme, dall’est si levava. Un bianco splendore di seta giaceva sulle distese del Ponto lento e fluttuante. La sabbia bruciava. Sotto l’argenteo azzurro scintillante dell’etere, davanti alle cabine della spiaggia, stavano stesi teli color ruggine, e si passavano le mattinate entro la macchia d’ombra nettamente delimitata che essi offrivano. Ma deliziosa era anche la sera, quando le piante del parco emanavano effluvi balsamici, quando gli astri danzando compivano il loro giro, il mormorio del mare notturno saliva lieve e parlava all’anima. Quelle sere portavano in sé la lieta promessa di un nuovo giorno di sole, all’insegna di un ozio leggero, ornato di innumerevoli dense occasioni di casi graditi.”

OMG.
Non saprei neanche da che parte cominciare: c’è l’utilizzo di termini arcaici o classicheggianti o desueti al posto di quelli ordinari per dare una patina di “poeticità” a immagini banalissime; c’è la valanga di aggettivi (“serico splendore biancastro”, “argenteo azzurro scintillante”, “infinite possibilità di cose gradevoli”, srsly?); c’è l’insulso tentativo di dare un andamento musicale alle parole; c’è l’assoluta piattezza di tutta la scena, perché, se leviamo gli infiorettamenti, ecco cosa rimane: che ogni giorno sorge il sole e percorre il cielo, e di primo pomeriggio fa molto caldo e la sabbia scotta, e ci si rilassa in spiaggia, dopodiché arriva la sera, che è piacevole, e la mattina dopo comincia una nuova giornata.
Sorprendente, vero? Signor Mann, ma come le è venuta quest’idea?

Thomas Mann

"Be', ma perché sono un genio, no?"

Qualche osservazione sparsa.
1. Non è che Thomas Mann non sappia scrivere. I Buddenbrook, il suo primo romanzo, è un bel libro scritto con onestà. C’è anche il sincero tentativo di mostrare invece che raccontare; le descrizioni fisiche dei personaggi tendono ad essere un po’ statiche, ma Mann cerca addirittura, quando li fa parlare, di riprodurre inflessioni diverse a seconda della regione di provenienza o di idiosincrasie personali! Abbiamo quello che arrota le erre, quello che strascica le parole, quello che parla come se avesse delle patate in bocca…
Questo, se possibile, rende le cose ancora peggiori – perché significa che Mann ha deciso apposta di cominciare a scrivere così, mano a mano che diventava più famoso. C’è evidentemente la convinzione che questo modo di scrivere così stucchevole sia migliore della scrittura trasparente e mostrata degli esordi.
2. La cultura classica e/o mitologica nobilita tutto. Dì che il mare era illuminato dalla luce del sole, e avrai una banalità; dì che il dio greco del sole illumina il Ponto, e avrai un capolavoro! Concetto che potrebbe anche essere così riformulato: per quanto banale sia la tua storia, infiorettala di riferimenti agli studi classici che hai fatto da adolescente, e sarai stimato come grande erudito che parla all’anima della gente. Malattia che infesta anche molti scrittori di fantasy, che credono basti infilarci un po’ di mitologia qua e un po’ di archetipi là per fare il buon libro.
Ma tutti quei fronzoli e tutta quella pesantezza hanno in realtà un solo scopo: nascondere la reale pochezza dell’intero passaggio. Così come l’uso di complicate mitologie thailandesi o l’idea che ciò che è rappresentato nel libro sia in realtà allegoria di qualcosa di più Alto, sono solo espedienti per distogliere l’attenzione del lettore dal fatto che sta leggendo il solito banalissimo fantasy. Se mentre scriviamo cominciamo a ricorrere a questi espedienti, vuol dire che forse, dopotutto, non siamo molto convinti che ciò che stiamo scrivendo sia di per sé interessante.

Febo Apollo

Il Febo Apollo si posa sulla serica bianchezza delle pigre, ondulate labbra del Ponto. O qualcosa del genere.

Ora, un lettore dotato anche di un minimo di cultura libraria e senso critico, trovandosi di fronte a quell’incipit potrebbe anche pensare: “Sticazzi, chemmerda!”. Ma poi si trova di fronte il nome dell’autore, il nome dell’opera – nomi pesanti. Comincia a sudare. Forse il suo giudizio è stato troppo affrettato, dopotutto? O forse, forse – forse la colpa è sua, che non è abbastanza colto, non è abbastanza preparato per un modo di scrivere tanto raffinato… Mh, dev’essere così che molte persone abbandonano la lettura.
No: sviluppare il senso critico, significa usare lo stesso metro di giudizio per valutare Thomas Mann e Licia Troisi. E io ho l’impressione che nemmeno la nostra Licia avrebbe mai potuto scrivere una schifezza come quella.