Gli Italiani #11: Alieni coprofagi dallo spazio profondo

Alieni coprofagi dallo spazio profondoAutore: Marco Crescizz
Genere: Commedia Nera / Fantasy / Bizarro Fiction
Tipo: Romanzo breve

Anno: 2015
Pagine: 100 pg. circa
Editore: Antonio Tombolini Editore
Collana: Vaporteppa

A nessuno piacciono i ciccioni.
Lo impara ogni giorno a sue spese Nunzio, trentenne impiegato delle poste, talmente grasso che non riesce a vedersi il pisello e fa fatica a passare dalla porta. I colleghi lo deridono e si approfittano di lui, il capo lo copre di insulti. Fuori dal lavoro, si nasconde in casa dove affonda i suoi dispiaceri nelle vaschette di gelato e nei pacchetti di nachos. Da anni, per la vergogna, non va a trovare i genitori, ai quali ha raccontato di essere dimagrito. E a nulla valgono le esortazioni a fare attività fisica e a scuotersi dal torpore di Schwarzy, l’amico immaginario che si è creato sul modello dell’attore culturista.
Be’, direte voi, la vita di Nunzio non potrà certo diventare più miserabile di così, giusto? Può, può. Perché da qualche tempo, in città, si registrano sparizioni di obesi. E se gli escrementi degli esseri umani fossero, per le creature di un altro pianeta, una potente droga dal valore inestimabile? E se esistesse un traffico intergalattico di ciccioni, schiavizzati per l’abbondanza della merda che possono produrre? Nunzio scoprirà a sue spese che il passaggio da una vita di umiliazioni a quella di una “mucca mungi-merda” può essere sorprendentemente breve. Riuscirà a sopravvivere e a riscattare la dignità perduta, o diventerà l’ennesima vittima della tratta degli obesi?

Ultimamente ho cominciato un po’ troppi dei miei articoli con toni da barbogio: non sono un amante dell’high fantasy, non mi piacciono le storie di supereroi, non sono un fan delle Cronache di Martin… Basta! Oggi voglio riscattarmi ed esordire con un messaggio positivo: adoro i b-movie, tanto quelle pellicole vintage “so bad it’s good”, tanto gli omaggi volontari ai filmacci di genere (sullo stile dei film di Rodriguez). Inevitabilmente i miei occhi si sono illuminati quando ho scoperto che Vaporteppa, la collana di narrativa fantastica gestita dal Duca, aveva pubblicato un titolo che pareva un incrocio tra un filmaccio pseudo sci-fi degli anni ’50 e un’opera di Carlton Mellick.
Alieni coprofagi dallo spazio profondo – romanzo breve dell’esordiente Marco Crescizz – è una strana scommessa. Da una parte, per il modo in cui si presenta, rischia di attirare solo lo sparuto numero di amanti italiani della Bizarro Fiction (come me). Al contempo, vuole essere – pur senza prendersi troppo sul serio e senza assumere, vivaddio, toni da Pubblicità Progresso – una storia sull’obesità, su cosa significhi essere obesi e su quanto sia difficile superarlo. Due anime apparentemente distanti, che rischierebbero di non rivolgersi allo stesso pubblico – ma che nella storia di Crescizz collimano in modo interessante. Cercherò di dimostrarvi come.

It Came From Outer Space

Le pellicole anni ’50 a cui Crescizz dichiara di essersi ispirato. Sublime!

Uno sguardo approfondito
È molto raro, soprattutto nella narrativa di genere, trovare storie con protagonisti dalle condizioni fisiche non standard. L’unico altro romanzo letto negli ultimi anni con un protagonista obeso che mi venga in mente, per esempio, è The Morbidly Obese Ninja di Mellick. Ancora più raro, poi, è che la storia in questione riesca a trasmettere al lettore, a livello sensoriale, la diversità di questo corpo che sta abitando durante la lettura. Di recente ho letto Il padiglione d’oro (Kinkaku-ji) di Mishima, tratto dalla storia vera del giovane accolito buddista che negli anni ’50 diede inspiegabilmente fuoco al famoso tempio di Kyoto, radendolo al suolo. Il protagonista è balbuziente dalla nascita, e questo tratto è la chiave del suo essere un asociale e un misantropo – tuttavia, nel corso della lettura continuavo a dimenticarmi della sua balbuzie, ricordando solamente il suo essere genericamente uno ‘sfigato’ con problemi relazionali. Un po’ per la tendenza di Mishima a usare il discorso indiretto piuttosto che quello diretto, un po’ per l’uso del narratore onnisciente, la disabilità del protagonista, pur così rilevante (e interessante da vivere, del resto) rimaneva un dato astratto, privo di concretezza per il lettore.
Tutto il contrario in Alieni coprofagi. Scritto in terza persona ravvicinata, con il pov unico di Nunzio, il romanzo di Crescizz ci fa avvertire ad ogni riga l’obesità del suo protagonista – l’ingombranza, la pesantezza del suo corpo. La difficoltà di passare dalle porte, le sedie troppo strette per il proprio culone, la difficoltà di chinarsi, l’impossibilità di vedersi l’uccello o le scarpe a causa della trippa, i fiumi di sudore che colano continuamente da ogni orifizio e rimangono intrappolati nella tuta… La condizione di Nunzio, ossia l’elemento che più di ogni altro lo caratterizza nei suoi rapporti col mondo e determina i suoi conflitti (esterni e interiori), ci è continuamente davanti agli occhi, e la viviamo nella nostra pelle: “Tirò il freno a mano e aprì la portiera. Le cosce rimasero schiacciate contro la parte bassa del volante. Oddio non riesco a uscire! Oddio… devo stare calmo...” Diventiamo dei cicciomerda con Nunzio.

Ma Nunzio è un tipo passivo, che si culla nei sensi di colpa e nell’autocommiserazione, un vigliacco che si fa mettere i piedi in testa e mente a sé stesso – per cui, sarebbe stato facile per il lettore provare insofferenza nei suoi confronti. L’autore riesce invece a farci sviluppare empatia nei suoi confronti. È vero, Nunzio non è un personaggio particolarmente positivo, ma quelli che lo circondano sono delle merde assai peggiori; i tanti piccoli imbarazzi che Nunzio prova nel corso della sua giornata toccano delle corde dentro di noi (come il senso di vergogna di presentarsi in cassa con quantità di cibo per un esercito e dover sostenere gli sguardi del cassiere…); e la figura immaginaria di Schwarzy, coi suoi incitamenti macchiettistici a tirare fuori le palle e cambiare vita, oltre a risolvere il problema della solitudine del protagonista – senza nessuno con cui parlare e scontrarsi, le scene non lavorative potevano diventare velocemente noiose – ci fa capire che in fondo in fondo Nunzio vorrebbe realmente cambiare. È la prima scintilla che fa capire al lettore che la storia non rimarrà statica, che Nunzio avrebbe dentro di sé il coraggio per fare qualcosa e che deve solo tirarlo fuori.
Noterete che non ho ancora nominato gli alieni. Nonostante il titolo del romanzo, infatti, il plot fantascientifico appare piuttosto tardi nella storia, all’incirca nella seconda metà del libro. Benché siano un pezzo fondamentale della storia, infatti – e indizi sono disseminati fin dall’inizio – gli alieni non sono il focus tematico del romanzo, che invece è centrato sulla lotta personale di Nunzio contro la sua inerzia esistenziale e quindi contro la ciccia. Gli alieni di Crescizz sono creature macchiettistiche, tra il cartone animato e l’omaggio alla fantascienza di serie b degli anni ’50; svolgono bene il loro doppio ruolo – come fonte di gag, e come antagonisti fisici del protagonista – ma rimangono caratterizzati in modo abbastanza superficiale. Non essendo il centro della storia, questo va bene; ma è un peccato che Crescizz non abbia speso qualche energia in più per creare un po’ di sense of wonder. La fisionomia degli alieni, l’astronave, la tecnologia aliena – è tutto molto citazionistico e a tratti divertente, ma anche abbastanza piatto e privo di reali sorprese.

Schwarznegger Personal Trainer

In generale, ho avvertito una certa scollatura tra la prima parte del romanzo, di vita quotidiana, e la seconda più improntata all’azione. La prima è assolutamente brillante, nel suo rendere i rapporti interpersonali, le piccole meschinità dell’ufficio (la collega opportunista, il capo a cui importa solo di pararsi il culo, la generale mediocrità intellettuale); la seconda è un po’ più convenzionale, benché il ritmo rimanga rapido. In questa seconda parte, soprattutto, si gioca la vera trasformazione del protagonista da perdente in vincente – per sfuggire alla prigionia Nunzio dovrà cambiare atteggiamento e superare i propri limiti – ma il cambiamento è troppo rapido. Da pavido cicciomerda che ha paura persino della propria collega a leader carismatico, capace di infondere coraggio nei compagni di sventura e di affrontare a muso duro gli alieni, il passo è molto lungo e andava a mio avviso scandito meglio. Complice anche il fatto che trascorre un lungo lasso di tempo nel corso della prigionia (lasso di tempo che non viviamo), la transizione dal vecchio Nunzio al nuovo Nunzio è troppo repentina per essere del tutto credibile.
Qua e là c’è qualche altra scelta poco felice. Ancora all’inizio del romanzo, Nunzio viene punito a lavorare due settimane al turno di notte: mi sarei aspettato che questo nuovo setting, con in più l’introduzione di un nuovo personaggio che per la prima volta menziona gli alieni, avesse un ruolo importante nel portare avanti la trama. Invece l’episodio rimane inconsequenziale sullo sviluppo della trama, e il personaggio di Tazzi riappare solamente alla fine del romanzo. Ancora: poco dopo aver introdotto gli alieni, Crescizz si affretta a spiegarci perché si esprimono in italiano anziché nella loro lingua – il che è apprezzabile. Ma lo fa in un As you know, Bob? terribilmente artificioso. Forse sarebbe stato più elegante posticipare la spiegazione di qualche capitolo ma farla emergere in modo più naturale, per esempio in un dialogo tra Nunzio e i suoi compagni di prigionia.

Ma si tratta di problemi tutto sommato marginali. Nel complesso la storia scorre bene: sia nella prima che nella seconda parte accadono continuamente cose, e quindi non si vivono mai momenti di stanca. Soprattutto, la lettura è resa piacevole dall’umorismo che pervade tutta la narrazione – un umorismo ora più drammatico (Nunzio che non passa dalle porte), ora più buffonesco (gli alieni che si sballano con la merda), senza il quale la quest del protagonista di ritrovare la propria dignità sarebbe risultata decisamente depressiva. La figura di Schwarzy, che volta a volta assume le sembianze di uno dei personaggi dei suoi film, è carinissima; Chen, il cinese, è un personaggio assolutamente esilarante.
Certo, è un umorismo nero e spesso scurrile, che deve piacere. Come questa battuta che introduce il personaggio di Chen: “«Tu sta celcando belo uomo, eh?» Le labbra si allargarono in un sorriso: un incisivo d’oro spiccò in mezzo ai denti bianchi. «Tu volele vedele mio piseeeelo, eh?» Si sventolò l’orecchio.” O la viscida parlantina di Talenti, il capo di Nunzio: “Talenti si risedette alla scrivania e accarezzò le biglie di ferro con la delicatezza che si usa per i testicoli. «Esistono dei posti, Becchi, dove è possibile andare a sfogare quello che un mio caro amico di Roma chiama Er Pacciani. È dentro ogni uomo e noi dobbiamo tenerlo sotto controllo…“. Squisito. Ma soprattutto, prima di approcciarsi alla lettura bisogna essere preparati a essere letteralmente sommersi da un mare di merda. Leggete questo breve brano per palati raffinati e valutate da voi se manda in tilt il vostro personale disgustometro:

Il contenitore di plastica attendeva tra le sue gambe. Lo stomacò brontolò.
Dio, che situazione. Devo solo superare il provino e tutto sarà finito…
Nunzio si abbassò le mutande e si sollevò sui talloni. Allargò i piedi per trovare equilibrio e la stoffa si tese tra le caviglie. Lo scoppio di una scoreggia rimbombò nella cantina. Fece strisciare il contenitore sotto di sé e ci poggiò il sedere scoperto. Spinse e tirò su col naso del moccio freddo. Spinse ancora.
Alla puzza del primo peto seguì un concerto di flaccidi stronzi e virtuose pernacchie. L’orchestra si fermò. Nunzio strizzò gli occhi e contorse il viso in una smorfia.
Arriva il caricoooooo! Oddio mi scoppia il cuore!
Nunzio sentì come se un melone avesse abbandonato il suo stomaco.
Tre flatulenze secche e concise sancirono la fine dell’evento, come un arbitro che fischi la fine di un incontro di calcio.
Non ho nulla per pulirmi.
Fece spallucce e si tirò su i mutandoni.

Cacca di Arale

La cacca: la grande discriminata della letteratura mondiale. Sogno una società più consapevole e libertaria, che abbandoni i bigottismi del presente, dove la cacca sia ovunque. Viva la cacca.

Alieni coprofagi dallo spazio profondo è una delle storie più originali mai pubblicate da Vaporteppa, e in generale è una delle cose più divertenti che abbia letto nell’anno appena trascorso. Aldilà del titolo – che comunque è delizioso – il romanzo breve di Crescizz racconta, con tono scanzonato, una storia seria capace di commuovere. Grazie al suo ritmo e alla brevità, si può leggere in una serata o due. E il finale è assolutamente geniale. Solo, non aspettatevi una storia improntata sul sense of wonder o sulle idee – restereste delusi – ma piuttosto una storia di crescita personale.

Bizarro sì o no?
Resta da capire se Alieni coprofagi sia classificabile come Bizarro Fiction. Il Duca stesso, nell’articolo di Baionette Librarie dedicato al romanzo, si mostra scettico: “Qui potrei sbagliami, ma non credo che Alieni Coprofagi dallo Spazio Profondo sia Bizarro Fiction: conteggiando gli elementi direi che è Fantascienza umoristica classica. L’autore è concorde con me che non sia Bizarro.” A voler essere rigorosi, in base alla definizione del genere di Rose O’Keefe dovremmo poter individuare almeno tre elementi ‘weird’ indipendenti a formare il telaio della storia. Se uno è sicuramente l’idea che esista un traffico intergalattico di stronzi umani col potere di sballare gli alieni, un altro potrebbe essere il fatto che il protagonista ha un amico immaginario con le sembianze di Schwarznegger; ma dovremmo metterci di buzzo buono per trovare un terzo elemento. Inoltre, come ho già sottolineato, gli elementi bizzarri non sono il centro tematico della storia.
Al contempo, però, se andiamo a sfogliare il catalogo di Bizarro Central troveremo diversi romanzi catalogati come ‘Bizarro’ con altrettanta, o anche minore enfasi sul fantastico e l’assurdo. E se è vero che Alieni coprofagi non è così bizzarro, sicuramente tocca una serie di corde che tutte insieme in genere piacciono ai consumatori di Bizarro mentre rivoltano altri: la volgarità, l’amore per i liquidi corporei e le cose schifose, un approccio low-brow alla commedia nera, il citazionismo pop. Può quindi essere utile classificare il romanzo come tale, pur con tutti i caveat del caso.

Rose O'Keefe

Rose O’Keefe. Una tipa di cui ci si può fidare.

Meanwhile, on Vaporteppa…
L’ultima volta che abbiamo parlato di Vaporteppa era stato un annetto fa, quando ho raccolto una sintesi dei tre racconti italiani a tema Steampunk in occasione del mio Consiglio su Infernal Devices. Nel frattempo, nel corso del 2015 la collana del Duca ha pubblicato un po’ di roba interessante. Non ci dedicherò degli articoli appositi, ma vediamo molto brevemente di che si tratta:
BlestematBlestemat, inedito italiano di 120 pagine circa di Federico Russo (anche noto sul web come Taotor). È una storia semiseria e rocambolesca, che si svolge quasi tutta nel corso di un’unica, sventurata notte, e vuole rispondere alla domanda: cosa saresti disposto a fare per un po’ di figa? Uno studente fuoricorso, senza prospettive e cornificato dalla tipa, per tirarsi su di morale partecipa a un appuntamento al buio con due sexy slave; ovviamente, si ritroverà invischiato in una faida tra clan rumeni, tra magia nera, inseguimenti e demenza assortita. Divertente e ben scritto (anche se pure qui di sense of wonder ce n’è poco), sono contento che Taotor sia riuscito a pubblicare una sua storia!
Il Grande StrappoIl Grande Strappo, altro inedito italiano di poco meno di 300 pagine, dello stesso autore che a fine 2014 aveva pubblicato il romanzo d’esordio Abaddon, Giuseppe Menconi. Devo ancora leggerlo, ma avendo a suo tempo apprezzato il primo libro di Menconi, ho buone aspettative anche per questo. E poi sembra space opera militare, e di space opera militare non ne abbiamo mai abbastanza.
La Marcia CarnaleTre novelle e un romanzo di Mellick. Le novelle Marcia Carnale (The Handsome Squirm) e Pugni di Armadillo (Armadillo Fists) sono entrambe ottime; le ho lette in lingua originale e ne ho già parlato nella mia guida Mellick for Dummies. Non ho invece mai letto l’altra novella, I cannibali di Candyland (The Cannibals of Candyland… duh), né il romanzo breve Apocalisse Peluche (Cuddly Holocaust); non escluderei, a questo punto, di leggerli direttamente in traduzione.

Qualche estratto
Per i due brani in anteprima, ne ho scelto uno deprimente e uno divertente. Il primo ci mostra un episodio di vita quotidiana – e quotidiana umiliazione – di Nunzio; il secondo introduce lo splendido personaggio del cinese Chen mentre intavola una tirata da venditore degna di Mastrota.

1.
Cassa 5… donna… 6, donna… 7, un uomo!
Nunzio spinse il carrello vicino alla cassa sette. Calò le braccia nelle buste della spesa e poggiò cinque sacchetti di patatine al bacon, cinque pacchi di pop-corn per microonde, bastoncini di pesce, patatine fritte surgelate, cordon bleu, due secchielli di gelato gusto mou, bruschette surgelate, tre pacchi di biscotti al cacao, quattro bottiglie di succo di mela, ketchup piccante, maionese, salsa barbecue, salsa worcester, salsa rosa, tre pacchi di costine, due di hamburger, un merlot e un cabernet, tre salami, un pezzo di gorgonzola, un triangolo di grana padano, una boccetta di aglio in polvere, tre pesti e cinque sughi pronti, due burrate, tre pacchi di caramelle acide, sei spiedini, del succo di limone, un vaso di Nutella da 825 grammi, sette buste di risotti pronti, olio aromatizzato al rosmarino, quattro scatole di cereali al cioccolato, arachidi, burro di arachidi, cinque pacchi di caffè, quattro confezioni di budino alla vaniglia, tre pacchi di spaghetti, due di rigatoni, tre di pennette rigate, uno di fusilli, un kit per la preparazione dei burrito, due chili di burro, sciroppo d’acero, tre scatole di sofficini, olio per friggere, dentifricio e spazzolino, schiuma da barba e lamette, due pacchi maxi di carta igienica.
«Qu-qui ci sono due casse di birra.» Nunzio indicò nel carrello.
«Basta che mi passi una bottiglia. Amico, devi dare proprio una gran festa.» Il cassiere prese la birra e il blip! confermò la lettura.
«Già… una festa…»
Invece le tue colleghe lo sanno che sono uno sfigato e che mangerò tutto questo schifo solo come un cane!

2.
«Io no vedele te qui mai.» Chen incrociò le braccia, sembrava ancora più grosso così.
«È la prima v-volta e sarà l’ultima.» Sospirò.
«Tu volele peldele peso, volele questo.» Sfilò la canotta da dentro i jeans e mise in mostra addominali scolpiti sopra i quali Nunzio avrebbe potuto grattugiarci del grana padano.
«No-non potrò mai essere così.» Nunzio si risedette.
«Lamentale no selve, belo ciccione, io era come te…» Chen gli mise una mano sulla spalla e si sedette accanto a lui.
«I-impossibile.»
Chen infilò una mano nella tasca dei jeans e tolse il portafogli, lo aprì a metà, con un due dita a pinza sollevò una foto ingiallita di un bambino cinese obeso seduto in un prato.
«Io avele otto ani e ola gualda me.» Gonfiò un bicipite, le vene grosse come lombrichi. Lo baciò.
«Tu, davvero, pu-puoi aiutarmi? Mi a-allenerò ogni giorno.»
Chen si alzò e gli si piazzò davanti alla faccia. «Ehi, belo ciccione, io non vuole dile bugia, ma tu può fale tuto attlezzo di palestla che vuole, ma non potele mai avele questo.» Sollevò ancora la canotta e col pugno picchiò sui cubetti degli addominali. «Pel diventale come loccia dula te deve plendele medicina di Chen. Io ha in macchina se vuole vedele.»
«È doping?»
Chen scoppiò a ridere. «No dloga. Essele medicina olientale natulale, licetta segleta di Chen. Segui me.»
Nunzio si alzò e seguì le spalle larghe del cinese fino a una macchina sportiva gialla.
«Una Porsche Cayman che io avele pelchè tlasfolmo bei ciccioni come te in muscolosi come me.» Aggirò la vettura e aprì il bagagliaio.
[…] Chen rimise a posto la borraccia e sollevò la tuta di Nunzio scoprendo l’ombelico. Si aggrappò a un rotolo di ciccia e lo tirò. «Più massa tu avele e più muscolo glosso avele dopo. E quando tu avele muscolo glosso, può entlale in palestla Wolkout e fottele Gianna in culo.» Scoppiò a ridere e il dente d’oro mandò un bagliore. «Io scopale tanto-tanto con Gianna nelo spogliatoio e nela macchina.» Strizzò l’occhio a mandorla. «Plima venile muscoli glossi, poi belle donne e alla fine lispetto di tutti uomini.»

Tabella riassuntiva

Si prova sulla propria pelle cosa significa essere obesi. Evoluzione del protagonista troppo brusca.
Ottima resa del conflitto interiore del protagonista.  Gli alieni e tutto ciò che li riguarda rimane un po’ superficiale.
 Personaggi esilaranti e setting demente al punto giusto.
La cacca è bella. Vogliamo più storie sulla cacca.

Perché amo Whiplash

WhiplashQuando provo a scrivere qualcosa tendo ad arenarmi nei primissimi capitoli, intorno alle 20-30 pagine. Le ragioni sono diverse, ma quella principe è sempre la stessa: perché sto scrivendo quello che sto scrivendo? Ho davvero qualcosa di nuovo da dire sul dato argomento? Che bisogno c’è di ancora un’altra storia su X, Y, Z? Non è solo il magma di nuovi romanzi che ogni anno accresce la produzione letteraria mondiale a farmi dubitare dell’utilità del mio contributo; soprattutto è il guardarmi alle spalle e vedere quello che già è stato fatto. Dai rompicapi ingegneristici dell’Hard SF alle domande metafisiche del miglior fantasy, dallo studio della natura umana del romanzo psicologico all’indagine dei nostri terrori più atavici nell’horror, le risposte a tutte o almeno alla maggior parte delle nostre domande trovano già risposta in un’opera del passato. Perché leggere me – e la cosa informe che sto scrivendo in un dato momento – quando si hanno a disposizione Dostoevskij, Conrad, Dick, Orwell, Miller, Kafka, Swanwick o pure Mellick?
Per questa ragione, alcuni dei maggiori boost alla mia creatività li ho quando vengo sorpreso da un’opera appena uscita che mi sembra bella e nuova – che si tratti di un romanzo, un videogioco, un fumetto, un film. E’ qualcosa che ridà speranza. Questo inizio di 2015, poi, è stata una stagione molto felice per il cinema, con l’uscita di un numero a mio avviso sopra la media di film interessanti. Sono andato al cinema quasi tutte le settimane, e quasi mai sono tornato deluso. Ma di tutte le pellicole più o meno belle e ad alto budget – da Gone Girl di Fincher, ad American Sniper di Eastwood, a Fury di David Ayer – nessuna mi ha colpito neanche lontanamente come questo “piccolo” film di un regista agli esordi, poco pubblicizzato in Italia, e che ho visto quasi per caso: Whiplash.

Whiplash
Whiplash LocandinaRegista: Damien Chazelle
Genere: Mainstream / Psicologico

Durata: 106 minuti
Anno: 2014

Andrew ha un unico sogno nella vita: diventare il più grande tra i batteristi jazz, grande come Buddy Rich. Al primo anno al più prestigioso dei conservatori di New York, si allena notte e giorno. Finché una sera non viene notato da Terence Fletcher, direttore d’orchestra con la fama di coltivare i migliori talenti della scuola. Il giorno dopo, viene selezionato per entrare nella sua classe d’élite. Questa è la più grande occasione nella vita di Andrew – ma anche l’inizio del suo inferno.
Perché Fletcher è un mostro. Dai suoi studenti pretende la perfezione, non ammette il minimo sbaglio, ed è determinato a spingerli oltre i propri limiti. Per raggiungere il proprio scopo li aggredisce, li umilia, li picchia, li tortura con ogni mezzo a sua disposizione. Per compiacerlo e dimostrarsi all’altezza dei propri sogni, Andrew dovrà sacrificare tutto all’altare della perfezione – la sua vita, le sue relazioni, la sua umanità. Ma fino a dove siamo disposti a spingerci per realizzare i nostri sogni?

Uno dei principi più assodati in narrativa è che ogni storia poggia sul conflitto. Un uomo vuole qualcosa, un altro vuole impedirgli di raggiungerlo. Nelle storie migliori, il conflitto è anche all’interno di sé stessi: un uomo vuole qualcosa, ma fino a che punto, e a che cosa è disposto a rinunciare per averlo?
Whiplash è la quintessenza di questo principio. Tutto il film, quasi ogni minuto di screentime mette in scena il conflitto tra Andrew e Fletcher, al rapporto di amore e odio tra il pupillo dotato e il maestro inflessibile, incontentabile, irraggiungibile. Un conflitto talmente violento, talmente carico di tensione da farti agitare sulla sedia del cinema. L’oscillazione di Andrew tra il rancore verso un maestro schizofrenico e imprevedibile, per cui nessun risultato è mai abbastanza e che sembra sempre giocare sporco, e il bisogno disperato di compiacerlo e di strappargli un “bravo”, la sentiamo sulla nostra pelle. La sua progressiva dissociazione da sé stesso, il suo alienarsi nel ritmo della batteria, ci colpisce nelle viscere. Anche noi con lui odiamo e temiamo Fletcher.
Il tutto si regge sulla performance straordinaria di J.K. Simmons (che interpreta Fletcher), sulla sua capacità di passare con nonchalance in pochi secondi dalla figura paterna e incoraggiante di buon maestro – “hai molto talento, mettiti a tuo agio e fammi vedere cosa sai fare” – a quella di violento tiranno che perde la testa e tira le sedie contro i suoi studenti – “sei una merda, stai sprecando il tempo di tutti”. Tutti noi abbiamo sperimentato almeno una volta questa sensazione: quella di sentirci inadeguati rispetto a un ruolo che abbiamo desiderato con tutto noi stessi. Whiplash risveglia queste esperienze nello spettatore e le porta fino a un estremo di violenza e lotta per la vita e per la morte.


“Were you rushing or were you dragging?”
Il trailer di Whiplash

Ci sono tre tipi di film: quelli che ti fanno uscire dal cinema leggeri, quelli che ti fanno uscire annoiato (e forse mezzo addormentato), e quelli che ti fanno uscire spossato. Guardare Whiplash è un’esperienza logorante. Un po’ è la violenza verbale, un po’ è la frenesia delle esibizioni di Andrew, un po’ è semplicemente guardare questo protagonista in cui ci identifichiamo andare poco a poco in pezzi e farsi del male da solo – si arriva ai titoli di coda esausti, emotivamente distrutti. E’ una cosa a cui non sono abituato, io che tracanno hardcore horror come popcorn.
Il film non sembra aver lasciato indifferente nessuno di coloro che sono andati a guardarlo. Nonostante la circolazione piuttosto ridotta in Italia, la critica ha reagito con violenza a Whiplash – spesso con toni sconvolti. “Whiplash è una favola per gonzi di destra” ha titolato sull’Internazionale Goffredo Fofi (uno che in effetti ha l’indignazione facile). Altri critici, anche oltreoceano, hanno messo in dubbio la credibilità del jazz mostrato nel film – che è ispirato alla reale esperienza di Chazelle, quando alle superiori suonava nella band jazz del liceo. “The movie’s very idea of jazz is a grotesque and ludicrous caricature” ha scritto Richard Brody sul Newyorker.
Mi piace pensare che questa quantità di reazioni violente sia un indice della qualità del film. Il conflitto che mette in scena, le domande che obbliga lo spettatore a porsi sono così forti da dare fastidio. Ma per illustrare perché io penso che Whiplash sia invece bellissimo, esaminiamo alcune delle principali critiche.

“Il film fraintende lo spirito del jazz”
Whiplash sembra aver infastidito molti aficionados e anche veri musicisti – “Quello che viene messo in scena qui non è vero jazz”. Con la mia preparazione sull’argomento, non potrei certo mettermi a discutere di quanto quello che viene narrato in Whiplash rispecchi la reale vita in un conservatorio, o la vera pratica delle prove di banda. Quello che ho notato, tuttavia, a partire dalla recensione di Brody, è che il grosso delle critiche non sembrano essere di natura tecnica (“nonè così che si suona”), quanto morale: non è con questo spirito che si diventa un grande artista jazz.
E’ vero. Andrew non ha nessuna delle caratteristiche del genio musicale, o dell’artista, di chi ha qualcosa da esprimere. E’ un performer nel senso letterale della parola – il suo unico obiettivo (e quello che chiede il suo maestro) è essere il più veloce con le bacchette, è fare l’esecuzione impeccabile, l’assolo più virtuoso. E’ perfezione tecnica, non creatività. Brody, e gli altri con lui, contestano questo: il jazz non è (o non è soltanto) precisione, ma è soprattutto ricerca musicale, sperimentazione, estro creativo – tutte cose che in Andrew sono assenti e che nel film non compaiono mai, staccando Whiplash da tutti i classici film sulla musica (o dalle biopic dei grandi musicisti del passato). Whiplash ci dà un ritratto estremamente arido del jazz, che non corrisponde alla realtà.


Whiplash nella versione di Don Ellis

Tutto corretto. Eccetto che: Whiplash non è un film sul jazz. E’ un film sull’ambizione di essere il migliore e sul prezzo che c’è da pagare; la batteria è semplicemente il campo di battaglia sul quale protagonista e antagonista si misurano. Non che il fatto che si stia parlando di jazz sia un fatto accidentale che si sarebbe potuto sostituire con qualsiasi altra cosa (chessò, il tennis o gli scacchi o la breakdance). La musica è parte integrante del film, il modo in cui il montaggio lega immagini e musica è tra i più affascinanti che abbia mai visto e dà un ritmo ansioso e martellante a tutto il film; vedere il modo in cui la batteria e le bacchette di Andrew si sporcano di sangue a furia di provare ti strega, l’assolo alla fine del film è magistrale. Ma il jazz non è il tema del film, nel senso che Chazelle con Whiplash non vuole spiegarci il jazz al modo in cui Across the Universe vuole spiegarci i Beatles o Jimi: All Is By My Side vuole spiegarci Jimi Hendrix; attraverso il jazz, il regista vuole mostrarci il rapporto tra un maestro troppo esigente e un allievo troppo pronto a essere plagiato.
Ciò detto, il film potrebbe essere più radicato nella realtà di quello che pensiamo. In questo articolo apparso sul Post, un batterista jazz mette a confronto la propria esperienza al liceo e al college con quella di Andrew:

Passi mesi della tua vita a imparare il tempo di quattro canzoni alla perfezione e alla fine tutto si riduce a quei venti minuti sul palco. Come batterista, ci si trova nella posizione unica di poter rovinare tutto: puoi suonare troppo lentamente, troppo velocemente, troppo forte o troppo piano. Puoi mancare completamente una battuta importante o farla nel momento sbagliato. Se ti fermi, si ferma tutta l’orchestra. Se suoni male, tutta l’orchestra suona male. […] Mi è sembrato che il film in generale catturi bene i sentimenti che si provano in un’esperienza del genere. Ovviamente lo scenario del film era il peggiore possibile in assoluto, ma lo stress generale della storia mi era familiare.

La situazione descritta in Whiplash è un’estremizzazione della realtà; un portare il conflitto all’estremo. Ma non c’è nulla di sbagliato in questo, anzi è una delle tecniche più tradizionali della narrativa: fai soffrire il tuo protagonista più che puoi, in modo da massimizzare l’empatia del lettore e l’immersione; esaspera il conflitto più che puoi, per meglio evidenziare la posta in gioco ed esprimere al meglio il tema della tua storia.

Whiplash scena

Un normalissimo rapporto allievo – insegnante.

“Il film esalta una morale riprovevole, tipicamente americana: o sei il migliore o non vali nulla”
Questa critica, che ha spopolato soprattutto sulle testate italiane, poggia sul presupposto che la storia che viene rappresentata nella pellicola esprima il punto di vista del regista sul mondo. “È giusto insomma avere coraggio e credere nel proprio talento (e incitare a credervi), ma non al punto di pensare che la sconfitta sia un colpa” scrive per esempio Luigi Bonfanti, “E quando Chazelle afferma che per raggiungere i vertici ci vuole determinazione e dedizione assoluta, una vita dura di sudore e sangue, sembra dimenticare che soprattutto nella musica non esiste solamente il solista o il grande concertista, ma un gruppo, un ensemble, un’orchestra”. Peccato che Chazelle non dica mai questo; il regista non appare mai nel film, né appare un suo portavoce. A dirlo è Fletcher, il maestro. E come scrivere una storia con un protagonista razzista non fa dello scrittore un razzista, così il punto di vista dei personaggi del film non va letto come la visione del mondo dell’autore.
Molti film, soprattutto tra quelli che si definiscono “socialmente impegnati”, ci hanno abituati che la storia messa in scena è un megafono con cui il regista ci dice: ‘io la penso così su questo o quello’, ‘io vi faccio la morale’. Whiplash al contrario ci presenta una situazione senza interpretarla, personaggi che evolvono con un arco narrativo coerente dalle proprie premesse alla conclusione. Non ci dice come la dobbiamo pensare; sta a noi decidere se i sacrifici di Andrew siano valsi qualcosa, se Fletcher sia un buon maestro e il suo metodo funzioni, o un sadico che rovina la vita dei suoi allievi. Sta a noi approvare o rigettare la scelta finale del protagonista. E forse proprio questa sospensione del giudizio, questa ambiguità – che non si risolve nel finale – ha lasciato spiazzati i critici. Non sapevano più cosa pensare del film perché il regista non gli ha scritto a chiare lettere cosa ne dovessero pensare.

Il finale
Chazelle, quindi, non ci dice se la morale dei due protagonisti del film sia corretta o meno. Ma se proprio io dovessi scegliere, sulla base degli elementi forniti dalla storia, direi: no, non lo è. Per capire perché, dobbiamo concentrarci sul finale. Non penso ci sia bisogno di dire che seguono enormi spoiler, quindi se non avete ancora visto il film vi consiglio di saltare al paragrafo successivo.
Whiplash si chiude su un’apparente vittoria di Andrew: alla fine, rinunciando a tutto (la sua ragazza, la sua famiglia, suo padre, la sanità mentale), e lottando contro lo stesso Fletcher, l’allievo riesce a conquistare l’approvazione del maestro. Nell’ultimo assolo, Andrew e Fletcher si riscoprono alleati, nei loro occhi si legge una stima reciproca. Significa che Andrew coronerà il suo sogno? Che diventerà un grande artista, un grande batterista? Riguardiamo un attimo gli ultimi secondi di film. Whiplash non si conclude con un applauso scrosciante, non si conclude con il riconoscimento da parte del pubblico del talento di Andrew. Si chiude sugli sguardi reciproci tra allievo e maestro. E’ un circuito chiuso che riguarda solo loro. Accettando di cadere nella trappola di Fletcher e lanciandosi in quell’ultima performance, Andrew accetta – nonostante abbia avuto la possibilità di uscirne – di sottomettersi per sempre al giudizio e all’arbitrio del suo maestro. D’ora in poi, proprio come all’inizio del film, il ragazzo accetta che la sua felicità e sicurezza in sé stesso siano in mano a Fletcher. Andrew ha perso.


La scena finale del film, in caso doveste rinfrescarvi la memoria.
Aldilà del suo significato, è una scena dotata di un’energia straordinaria.

Il film non ci dice se diventerà mai un grande jazzista. Non ci dice se svilupperà mai del talento creativo, anche se possiamo ipotizzare di no, dato che – come giustamente notato dalla critica – Andrew non manifesta il minimo interesse per lo ‘spirito’ del jazz, la sua storia, le sue diverse interpretazioni e possibilità. Ad Andrew interessa solamente essere il migliore nell’eseguire i pezzi di repertorio – un approccio angusto alla musica che però sembrerebbe essere diffuso nell’ambiente dei conservatori.
L’ultima telefonata con la sua ex ragazza è rivelatoria: alla fine, non chiude per sempre la sua relazione con lei per dedicarsi al jazz, ma si butta nel jazz perché l’ha già persa. Se guardiamo attentamente il film, Andrew non ci viene presentato come un personaggio ‘positivo’ ed equilibrato; fin dall’inizio appare isolato, introverso, con difficoltà a socializzare. Fa l’arrogante con gli altri e coltiva il proprio senso di superiorità per mascherare la propria insicurezza; forse vuole eccellere come batterista jazz non perché ami il jazz, ma per dimostrare agli altri di valere più di loro e riacquistare quella sicurezza in sé stesso. Quando la sua ex ragazza gli sbatte la porta in faccia per l’ultima volta, anche l’ultimo legame di Andrew col resto del mondo è troncato. Gli rimane solo la sfida aperta con Fletcher. Gli rimane solo la ricerca della perfezione come batterista. Ed Andrew ci si butta a capofitto; ma ormai, è solo un guscio vuoto pronto ad essere riempito da Fletcher (per una lettura del film che condivido e che “spiega” anche il personaggio del maestro, vi rimando a questo bel pezzo su Youtube).
I critici (molti; non tutti) hanno detto che Whiplash esalti l’ideale americano della bellezza di essere migliore degli altri. A me sembra invece che Whiplash dica un’altra cosa: che nella ricerca della perfezione, si perde molto più di quanto non si guadagni. E che non rende felici.

In conclusione
Non è tanto importante quale interpretazione dare al film. C’è chi davvero ci ha letto un incoraggiamento a rimboccarsi le maniche e allenarsi di più; altri ci hanno visto una denuncia della crudeltà dei conservatori. Quello che mi affascina di Whiplash è la pura potenza delle emozioni che ha saputo scatenare in me, la violenza con cui mi ha schiacciato contro la poltrona del cinema e quel sottile disagio che mi ha accompagnato ancora per ore dopo la fine del film, mentre andavo a mangiare un boccone e poi tornavo a casa.
“E’ per questo che voglio scrivere”, ho pensato mentre uscivo dal cinema e mi riproiettavo mentalmente le scene salienti del film. Per suscitare sensazioni così forti in altre persone. Per fare qualcosa di altrettanto vivo. Forse tutto è già stato detto a questo mondo (e non lo penso), ma c’è sempre spazio per un altro pugno nello stomaco, per un altro conflitto che ci tende i muscoli del collo, per altri personaggi indimenticabili per cui tifare, per altri dubbi sul senso della nostra vita che ci accompagneranno anche a libro chiuso o tv spenta. E possono essere tragedie, o commedie, o storie d’amore o mystery metafisici – basta che non ci lascino indifferenti.


Per restare sul tema: l’epico assolo di batteria di John Bonham (Led Zeppelin) in Moby Dick

Se poi tutta questa poesia si tramuterà mai in un romanzo compiuto, be’, non saprei proprio dirlo.

Le fatine di Luca Tarenzi

Absinthe FairyA differenza di molti di coloro che si avvicinano al fantasy, non sono mai stato un grande appassionato di mitologia e folklore – le antiche credenze dei popoli mi sono sempre parsi poca cosa rispetto ai fatti della Storia e alle meraviglie della tecnica moderna, e i mondi alla Tolkien mi hanno sempre annoiato. Di conseguenza, tra le altre cose me ne ero sempre sbattuto delle fatine.
Finché nell’estate 2011 non è uscito Assault Fairies, il romanzo steam-fantasy di Gamberetta che immaginava un’Inghilterra vittoriana alternativa in cui il mondo degli uomini e quello delle fatine erano in comunicazione, e queste ultime svolgevano tutta una serie di incarichi particolarissimi per il governo britannico. Aldilà di tutti i suoi problemi, Assault Fairies aveva un worldbuilding veramente figo, ed era interessante vedere il modo in cui questi piccoli esserini petulanti interagivano con le cose del nostro mondo. Concettualmente, la fatina – oltre a essere indiscutibilmente sexy – pone al lettore un cambio di prospettiva che la maggior parte delle razze magiche della tradizione non vantano.
Purtroppo il romanzo era incompiuto – la prima parte di n. Con la promessa di poter leggere presto il seguito, abbiamo aspettato e aspettato, ma in quattro anni non è mai arrivato. Sicché – non so voi – ma a me un certo languore di fatine è rimasto. Peccato che sul mercato, nonostante abbiamo avuto vampiri, licantropi, angeli, zombie e tra un po’ pure ghoul innamorati, le fatine non siano mai diventate la next big thing. In assenza di Gamberetta, insomma, sono rimasto a bocca asciutta.

Finché, a fine 2014, un altro scrittore italiano ha deciso di cimentarsi nell’impresa: Luca Tarenzi con la serie di Poison Fairies. Tarenzi rimane fedele alla sua passione per l’urban fantasy, e a questo giro ci mostra la sorte delle fatine del folklore nel mondo moderno. La piccola Cruna, sorella del re, vive con tutta la sua tribù sulla collinetta di una discarica, dove i rifiuti degli uomini vengono riciclati per farne utensili per tutti i giorni. Ma la sopravvivenza della tribù è minacciata dalla vicinanza dei Boggart, fatine più grosse e meglio organizzate, e solo una tregua faticosamente negoziata da re Albedo li tiene al sicuro.
Un nuovo evento rischia però di rompere l’armistizio e trascinare le due tribù in una nuova guerra. La batteria di un auto è stata appena abbandonata sul fianco della collina controllata dai Boggart, vicino al confine tra i due territori – un’arma che potrebbe assicurare un netto vantaggio strategico a una delle due parti. Cruna è stata la prima ad accorgersene, e ora con i suoi compagni Verderame e Disgelo vuole appropriarsene. Ma per farlo dovrebbe invadere i territori nemici, rompendo i termini della tregua e rischiando di venire avvistata dai famelici gabbiani che pattugliano senza sosta la discarica… Le sue azioni impulsive cambieranno le sorti del suo popolo.

Poison Fairies

La copertina dell’edizione italiana di Poison Fairies – La guerra della discarica.

Aldilà della mia recente passione per le fatine, leggere Poison Fairies per me è come prendere due piccioni con una fava. Il primo motivo è l’autore: pur conoscendo il suo nome da anni, non ho mai letto nulla di Luca Tarenzi. I suoi urban fantasy alla American Gods, con angeli, demoni, spiriti e dèi che camminano tra di noi (Quando il diavolo ti accarezza, Godbreaker), mi sono sempre parsi roba vista e rivista e non ho mai avuto voglia di verificare. Al contrario, la discarica umana dove tribù di piccole fatine incattivite si sono accampate e si fanno la guerra sembra un setting dal sapore “fresco”.
Il secondo motivo è la casa editrice: Tarenzi ha infatti pubblicato con Acheron Books, un nuovo progetto editoriale molto insolito. Acheron pubblica esclusivamente in digitale, lo fa a dei prezzi onesti (il libro più costoso viene a 4,25 Euro, la media è tra i 3 e i 4 Euro), e – che io sappia – senza uso di DRM. Fin qui tutto bene. La cosa strana è che, pur essendo un progetto interamente italiano, Acheron pubblica tutti suoi i titoli simultaneamente in italiano e in inglese, e pare orientato principalmente al mercato internazionale: il sito è scritto in inglese, la currency impostata di default è il dollaro, e così via. La ragion d’essere di Acheron Books, infatti, pare proprio quella di esportare inediti italiani per far conoscere la nostra narrativa fantastica all’estero. Come riportato sul sito:

Acheron’s distinctive quality is that it selects the best speculative fiction written by Italian authors who take inspiration from the rich Italian historical and folkloristic tradition.

Sul piano teorico l’iniziativa è più che lodevole; resta da capire come potrà essere sostenuta economicamente. Far tradurre in inglese ogni opera del proprio catalogo costa, e al tempo stesso, il mercato anglosassone è un oceano gigantesco in cui farsi notare è molto difficile. Ci lamentiamo sempre che l’Italia è uno stagno e che gli italiani leggono poco, il che è vero – ma l’altra faccia della medaglia è che, poiché il bacino di narrativa fantastica in lingua italiana è più piccolo, risaltare in mezzo alla concorrenza diventa molto più facile. In un’intervista, il direttore editoriale di Acheron Books ha precisato di puntare a una nicchia specifica, ossia lettori non italiani alla ricerca di narrativa fantastica di sapore italiano: “Il presupposto di partenza è che se il meglio di questa produzione viene tradotta in inglese, può raggiungere una readership decisamente più ampia e con numeri che abbiano un senso economico. […] Contiamo anche sul fatto che la specificità dell’ambientazione e della storia italiane si rivelerà interessante, dato che l’Italia rimane un luogo ancora considerato affascinante per storia culturale e artistica a livello internazionale”.
Rimane da capire se questa nicchia di anglofoni appassionati di fantastico italiano non sia ancora più piccola e difficile da raggiungere di, poniamo, i malati di Bizarro Fiction (tipo me). Il fatto che il direttore in questione sia Adriano Barone – un uomo che ha all’attivo una brutta raccolta di racconti, Carni (e)strane(e), e un brutto romanzo, Il ghigno di Arlecchino – non mi fa esattamente ben sperare sui criteri di selezione e di editing. Il fatto che tra i primi autori pubblicati ci sia Davide Mana, persona che – esattamente come Girola – ha più e più volte sostenuto che le regole in narrativa sono un ostacolo e una ‘vivisezione’ delle opere letterarie, rinforza questa sensazione.

Acheron Books

Il banner della pagina FB di Acheron Books.

Ma cerchiamo di essere liberi dai pregiudizi.
Di tutto il catalogo di Acheron Books – che al momento in cui scrivo conta sei titoli – Luca Tarenzi è sicuramente il nome più conosciuto, e l’unico ad aver pubblicato con case editrici di medio-grandi dimensioni. Due sono i libri che ha pubblicato con Acheron: Poison Fairies, per l’appunto, e il thriller fanta-storico in odore di serialità Demon Hunter Severian (sotto lo pseudonimo di Giovanni Anastasi). La lettura di Poison Fairies può essere quindi il banco di prova per capire, se non altro, la qualità dell’offerta di Acheron Books e la serietà del progetto editoriale.

Prime impressioni
Nei giorni scorsi mi sono scaricato da Amazon l’anteprima del libro – tutto il primo capitolo e una parte del secondo, per un totale di 20 pagine circa – e me la sono letta. E devo dire che le mie speranze sono state realizzate: Tarenzi scrive bene. Il libro comincia in medias res, con le fatine protagoniste che pattugliano il confine tra le due tribù rivali e meditano il furto della batteria, il McGuffin che metterà in moto la vicenda. Il mondo della discarica, il rapporto che le fatine hanno con i rifiuti degli esseri umani non è infodumpato al lettore ma emerge a poco dalle osservazioni, dai dialoghi, dai gesti dei personaggi. Le stesse dimensioni del piccolo popolo sono mostrate al lettore in modo naturale da uno scambio di due personaggi, a poche righe dall’inizio del capitolo:

“Sono sceso fino al torrente. Non è profondo: cinque o sei centimetri al massimo”.
Verderame mandò un sibilo. “Basta anche meno per annegarci”.

Certo, ogni tanto un accesso di pigrizia si fa largo nel mostrato di Tarenzi e qualche infodump poco elegante ce lo becchiamo: “Cruna fissò di nuovo la montagna e poi i gabbiani. Tecnicamente quello era territorio dei Boggart, la tribù rivale. Il confine passava proprio nella valle tra le due pareti di spazzatura, due metri e mezzo sotto di lei […]. E questo piazzava in territorio nemico la ragione per cui lei e i suoi compagni erano venuti di nascosto fin lì: la batteria.”
Altre volte la pigrizia danneggia anche le scene d’azione (grassetto mio): “Con un grugnito il Boggart si voltò e le scaricò addosso una tempesta di colpi che Cruna parò con la velocità della disperazione, finché un fendente centrò di taglio la spada e la spezzò in due.” Ma questi passaggi non sono la norma, e il grosso della narrazione procede con un solido mostrato. Lo stesso combattimento che conclude il primo capitolo è dinamico, non è cliché e si conclude in modo interessante.

Fatina anime

Le fatine non sono tutte delle creaturine pucciose (o delle allusioni sessuali semoventi) come vogliono farci credere i giappi…

Il problema principale del libro è forse la gestione del pov. La storia è raccontata in terza persona dal punto di vista di Cruna, la sorella del re della tribù di fatine; è lei la vera protagonista di Poison Fairies. Tuttavia, il tono neutro della voce narrante e una telecamera un po’ vacillante fanno sì che all’inizio, quando le fatine sono tutte insieme, non si capisca bene dal punto di vista di chi si stia guardando la vicenda. Il problema si risolve in fretta dopo le prime pagine, quando le protagoniste si dividono e continuiamo a seguire solo Cruna; ma all’inizio, quando non si conoscono ancora bene i personaggi e non si sa bene chi faccia cosa o chi sia il protagonista, questo approccio può essere un problema per l’immersione. Io stesso ci ho messo un po’ prima di imparare a distinguere Cruna, Verderame e Disgelo – nomi e azioni dei personaggi mi si mischiavano insieme.
Prese come razza, le fatine di Tarenzi sono molto interessanti. Come le fatine di Gamberetta sono brutali e short-tempered, ma a differenza di quelle di Assault Fairies appaiono meno civilizzate, più animalesche – più vicine in questo alla tradizione. Il glamour è un alone magico che le circonda e che possono concentrare attorno a sé per celarsi alle creature non fatate – come i terribili gabbiani che volteggiano sopra la discarica – oppure concentrare in parti specifiche del proprio corpo per potenziarne le prestazioni o per attutire i colpi. Ma la cosa che più ho gradito di queste fatine, è il modo in cui – vivendo nella discarica – si sono appropriati dei rifiuti del nostro mondo per farne gli strumenti della loro vita, dai pezzi di lamiera che diventano spade, ai cassetti che diventano slitte, alle scarpe da bimbo che diventano divani.

Il pretesto che mette in moto la vicenda, per contro, mi sembra un po’ debole. Cruna e le sue compagne violano espressamente l’ordine di re Albedo, violando la tregua e mettendo a repentaglio il destino della loro gente, per rubare una batteria e l’acido solforico al suo interno. Pare insomma un oggetto di importanza inestimabile. E per farne che? Veleno con cui intingere le proprie armi bianche: “Quanto veleno si poteva distillare da lì? Cruna strinse le labbra. Tanto da avvelenare almeno cento armi Goblin. Tanto da vincere solo con quello una battaglia. E non una piccola.” Tutto qui? Un po’ debole come ragione per mettere in moto una guerra, soprattutto considerando – come spiega Cruna nel capitolo successivo – che il vantaggio strategico che la tribù nemica sta guadagnando su di loro (più territorio, più uomini, più risorse) difficilmente potrà essere controbilanciata dall’avere armi avvelenate (1).
Ora, a questo punto della storia non possiamo sapere che ruolo rivestirà l’acido della batteria per le sorti del conflitto – e certo io, avendo letto solo l’estratto, non posso sbilanciarmi in quel senso. Qui però il punto è un altro, ossia la capacità dell’autore di persuadere il lettore dell’importanza cruciale dell’evento. Tarenzi mi deve convincere che questa batteria, se davvero è ciò che mette in moto le azioni del protagonista, sia la cosa più importante mai accaduta dalla crocifissione di Gesù. Non è lo strumento che aiuterà a vincere una battaglia ‘non piccola’; dev’essere la chiave per vincere la guerra, per ribaltare le sorti tra fatine e Boggart. Tarenzi stesso, a giudicare dalla costruzione della frase, non sembra del tutto convinto dell’escamotage che ha orchestrato per iniziare il romanzo. Ma se l’autore non è convinto, allora trovare una situazione iniziale alternativa che gli funzioni meglio e che sia poi in grado di venderci.

Car Battery

Può cambiare le sorti di una guerra. O quantomeno di una battaglia non piccola.

Al netto di tutte queste considerazioni, comunque, l’inizio di Poison Fairies sembra promettere un bel romanzo. E lo stile di Tarenzi è decisamente sopra la media degli scrittori italiani di fantastico. Come mai allora non mi sono fiondato a leggere il resto del romanzo? Perché come per Assault Fairies, anche Poison Fairies – La guerra della discarica è solo la prima parte di una storia più ampia; il progetto completo sarà una trilogia di cui il secondo e il terzo libro devono ancora uscire. Insomma – per il momento mi dovrei accontentare anche questa volta di una storia incompiuta; come infatti sembrano precisare le recensioni su Amazon, è che La guerra della discarica sembrerebbe terminare con un cliffhanger, lasciando la storia tronca (2). E i miei dubbi sulla solvibilità futura di Acheron Books non mi tranquillizzano di certo.
Rimango fedele alla mia politica di non iniziare una saga fino a che non sia compiuta (saggia idea che mi ha tenuto alla larga dalla Ruota di Jordan e dalla Song di Martin, che probabilmente rimarrà incompiuta, almeno nella versione cartacea). Leggerò Poison Fairies solo quando e se uscirà l’ultimo capitolo della trilogia.

Quel che è certo, è che ho voglia di leggere Poison Fairies. Tarenzi è bravo, e con questo ciclo sembra aver trovato un’ambientazione originale e ricca di possibilità. Incrociamo le dita (3).

Luca Tarenzi

Luca Tarenzi: una piacevole sorpresa.

(1) Tra l’altro, la sinossi su Amazon dice qualcos’altro: “…Ma Cruna ha deciso che le cose devono cambiare: convince i suoi amici Verderame e Disgelo a rubare la batteria di una macchina, in modo che il suo acido possa fornire energia alla sua gente, visto che l’inverno è alle porte.”
Mettetevi d’accordo.

(2) “La trama, invece, mi ha colpito meno del resto non perché non sia buona, anzi, ma perché è tronca. Pur sviluppandosi attorno a una vicenda che vede un inizio e una fine la maggior parte delle premesse e il grosso degli eventi, appassionanti, che vengono messi in moto troveranno continuazione solo nel libro successivo lasciando il lettore con quel misto di attesa e delusione a fine lettura da “E adesso?”
(dalla recensione di Marco Parini)

“Se proprio devo trovare un difetto a questo romanzo è la sua brevità (I want more pages! Give me more!) e il fatto che non si concluda. Si chiude con un bel cliffhanger che mi ha fatta indispettire, lo ammetto, ma mi è piaciuto talmente tanto il romanzo che glielo perdono.”
(dalla recensione di Angharad)

Il concetto è ribadito anche da altre recensioni, questi sono solo due esempi.

(3) EDIT: Segnalo un errata corrige. Nei commenti all’articolo ho scritto che tutti i libri presenti nel catalogo di Acheron Books sono unicamente i sei pubblicati al momento del lancio. Sono però stato informato da Acheron Books dell’esistenza di un settimo libro, Eternal War – La guerra dei santi di Livio Gambarini, pubblicato il 2 Giugno. Potete vedere la pagina del libro qui su Amazon.
Il mio è stato comunque un errore in buona fede, dato che, “per precisa strategia editoriale”, il romanzo di Gambarini non è presente sul sito di Acheron Books (è invece presente un box dedicato a Gambarini nella sezione Authors, ma sotto la sua bio sono segnalati “0 ebooks“). Riporto a proposito uno stralcio del commento di Lorenzo dello staff di Acheron:

Eternal War, per precisa strategia editoriale, per ora è pubblicata solo su Amazon Italia. Seguirà a breve pubblicazione sul sito, sugli altri stores, e in pod. E’ per questo che non la si vede ancora sul sito di Acheron.

Eternal War - Livio Gambarini

La copertina di Eternal War – Gli eserciti dei santi

Ringrazio Lorenzo per l’informazione e la correttezza.
Non posso purtroppo dire lo stesso delle conversazioni apparse sulla pagina FB di Tarenzi,  ma uno giustamente sulla propria pagina può fare quello che vuole. Spero solo che Tarenzi si renda prima o poi conto che quanto ho scritto era privo di cattiveria (per cosa poi?) e riportava semplicemente le mie reazioni di lettore; se i miei post gli facciano vendere più o meno copie non mi riguarda, è la qualità del suo lavoro che deve fargli vendere copie.

FERT!

Mole AntonellianaOgni tanto nella storia fanno capolino questi personaggi che, pur non possedendo del potere personale, riescono con totale faccia di merda a far fare agli altri quello che vogliono. Uomini capaci di trollare un’intera città e di plasmarla a propria immagine e somiglianza. Uomini come Alessandro Antonelli.
Oggi la Mole Antonelliana è il simbolo di Torino come il Duomo lo è di Milano e la Tour Eiffel di Parigi; è il tratto distintivo del suo skyline, viene rappresentata sul retro dei due centesimi italiani. Ma quel tozzo edificio, quella cupola a piramide e quella guglia che pare un’antenna televisiva non dovevano esistere.

La vicenda di come nacque la Mole Antonelliana è una storia edificante. Siamo nel 1863; l’Italia è fresca fresca dell’Unità e Torino sta vivendo i suoi pochi anni di splendore come capitale del nostro bel Paese.
La comunità ebraica di Torino voleva una nuova sinagoga. Avevano già comprato il terreno; gli serviva solo un architetto che tirasse su l’edificio, e pensarono ad Antonelli. E qui commisero il loro primo errore, perché all’epoca Antonelli era già famoso per la sua ambizione sfrenata e la sua tendenza a lasciare opere incompiute per esaurimento dei fondi o per problemi strutturali non previsti (dalla mai realizzata basilica di Castellamonte al Santuario di Boca). “State sereni” li tranquillizza comunque Antonelli, “il progetto sarà un semplice tempio neoclassico a base quadrata di 47 metri. Una sciocchezza”. Come avrete intuito non andò esattamente così.
Quattro anni dopo, nel 1867, la nuova sinagoga è alta 70 metri ed è tutto meno che finita. Una serie continua di problemi strutturali che minacciavano di far collassare l’edificio su sé stesso hanno costretto Antonelli a interventi continui; la comunità ebraica di Torino è ridotta in bancarotta dagli extra costi. I lavori si fermano. Dopo anni di negoziazione, gli ebrei ottengono quella che sarà la loro salvezza: smollano l’edificio incompiuto al Comune, e in cambio si fanno dare un terreno in un quartiere più periferico per farsi una sinagoga semplice semplice come la vogliono loro. Il Comune di Torino si fa carico dei costi per il completamento dei lavori. Al grido di: “Ebrei? Quali ebrei?”, Antonelli si rimette tutto contento a costruire il suo edificio, in sprezzo del buonsenso. E’ il momento di costruire la cupola!

Alessandro Antonelli

Alessandro Antonelli mentre esibisce la sua migliore trollface.

Questa volta, comunque, Antonelli è stato chiaro sul progetto: “Lo faremo di 113 metri! Insomma, il più è fatto”. E infatti undici anni dopo, nel 1884, l’edificio ha raggiunto i 146 metri, e la cupola piramidale si è munita di un elegante tempietto neoclassico. Nello skyline della città, la Mole di Antonelli torreggia su tutti i palazzi circostanti – ma è ancora tronca. Manca infatti da finire la guglia in cima al tempietto in cima alla cupola! Antonelli ha ottantasei anni suonati. Ma la sua volontà di potenza è inarrestabile: finirà quella cazzo di guglia.
Ma il destino degli uomini troppo ambiziosi è di morire prima di vedere la realizzazione dei propri sogni. Antonelli morirà nel 1888, a novant’anni, solo pochi mesi prima del completamento della Mole. Si dice che, negli ultimi tempi, si fosse fatto costruire un montacarichi lungo il fianco dell’edificio, per poter salire quotidianamente a osservare l’andamento dei lavori. Lavorò al suo progetto fino all’ultimo – e la vera domanda è se la Mole sarebbe davvero mai finita, se la vecchiaia non si fosse portata via il suo creatore. Qualche mese dopo la morte di Antonelli, a poche centinaia di metri dai cantieri della Mole, un tedesco corpulento veniva acchiappato di peso e ricoverato dopo aver abbracciato un cavallo ed essere scoppiato a piangere chiedendo perdono per la cattiveria dell’umanità. Ci dev’essere un legame.
La fine dei lavori fu curata dal figlio Costanzo, e la Mole venne inaugurata nell’aprile del 1889, con la posa in cima alla guglia di un genio alato che portava le dimensioni complessive dell’edificio a 167 metri e mezzo. Torino aveva finalmente il suo simbolo.

Fino a poco tempo fa non avevo la minima idea dell’esistenza di una storia così sublime. Torino, purtroppo, ha un po’ la fama di città noiosa. Basti dire questo: Torino dista 140 chilometri circa da Milano – il che equivale a un’ora e un quarto di macchina, o una-due ore di treno – ed è sempre a Torino che fanno la Fiera del Libro, che per tutti noi almeno per un breve periodo della nostra vita è parsa un qualche cosa d’interessante. Nonostante questo, ci volle un colloquio di lavoro, nel febbraio di due anni fa, per convincermi ad andarci. Fatta salva una gita scolastica alle elementari di cui non ricordavo nulla, non ci avevo mai messo piede.
Ma non poteva esserci momento migliore per scoprirla. Quello era il periodo in cui il Duca ci stava facendo una testa così con lo steampunk. Aveva scritto su Baionette tutta la sua serie di Introduzioni al genere, compreso quell’articolo di curiosità sul risorgimento italiano in cui auspicava che potesse nascere un’opera steampunk ambientata sull’italico suolo. Avevo letto e recensito solo l’estate prima The Difference Engine di Gibson e Sterling, e di lì a un paio di mesi avrei preso parte a Cittadella al mio primo e unico SteamCamp. Non avevo e non ho mai avuto un interesse particolare per lo steampunk (non più che per altri sottogeneri e ambientazioni); ma mentre camminavo per i viali squadrati del centro, tra una statua equeste di un qualche Vittorio Emanuele e un portico monumentale, raggiunsi l’illuminazione: “Se proprio dovessi mai scrivere la mia storia steampunk, è a Torino che dovrei ambientarla”.

Emanuele Filiberto

Rampolli di casa Savoia. Una volta eravate persone meglio.

Pensateci.
Se guardiamo alla storia, l’arco di tempo in cui Torino è una città interessante è piuttosto ridotto. Quasi tutti i luoghi d’interesse della città – palazzi, regge, basiliche – sono di costruzione posteriore al Rinascimento. Torino, che fino alla metà del Cinquecento rimase città secondaria di una casata che aveva i suoi interessi principali in Francia, sembra essere rimasta abbastanza impermeabile ai fermenti culturali di medioevo e rinascimento. Ha un Duomo, ma è talmente nascosto, eclissato e immiserito dalla grandiosità di Palazzo Reale e di Palazzo Madama, che molti non sanno neanche dove sia (e non l’ho trovato finché non sono andato a cercarlo apposta, Google Maps alla mano). La storia di Torino sembra veramente cominciare solo dopo che i Savoia ne hanno fatto la nuova capitale del Ducato.
Tutto, a Torino, parla di Casa Savoia. Ne parlano le regge che punteggiano la città – Palazzo Madama, il Castello del Valentino, Palazzo Carignano, la Reggia di Venaria appena fuori dalla città – ne parlano le vie. Il centro di Torino è delimitato a sud da corso Vittorio Emanuele II e a nord da corso Regina Margherita, ed è tagliato in due da corso Re Umberto. Attraversando Regina Margherita con il Po alle spalle, si incrocia prima corso Principe Eugenio, poi corso Principe Oddone. Il residence in cui ho alloggiato per un mese, in zona Porta Susa, stava a due passi da via Principi d’Acaja. L’altra sera sono stato in un locale in via Principe Amedeo; la macchina l’avevo parcheggiata a due minuti, in via Carlo Alberto. Sopra la facciata di Palazzo Carignano, un cartiglio recita: “QUI NACQVE VITTORIO EMANVELE II”.

Uno dei tratti a mio avviso più affascinanti dell’Ottocento, e dell’atmosfera steampunk, è l’esplodere della modernità nell’involucro della monarchia. Be’, è esattamente quanto stava accadendo a Torino negli anni del Risorgimento e nei primi decenni del Regno d’Italia. Da Torino si irraggiavano le decisioni politiche che avrebbero fatto l’Unità; per le sue strade e i suoi palazzi si muovevano Cavour, Rattazzi, il generale La Marmora. E Torino si avviava a diventare uno dei principali poli industriali d’Italia. La fondazione della FIAT nel 1899 è solo la punta dell’iceberg – in quegli anni aprirono una marea di case automobilistiche più o meni grandi, da Lancia alla scomparsa Itala.
E naturalmente, mentre tutto questo accadeva, fu possibile costruire un edificio assurdo come la Mole. Quale migliore esempio nostrano della fiducia positivista nelle magnifiche sorti e progressive, che non questo capolavoro di innovazioni tecniche reso nella più tradizionale delle estetiche? La Mole, la Mole… a questo continuavo a pensare mentre tornavo a casa dal colloquio di lavoro (decisamente non un buon segno!). E nella mia testa prendevano forma non ipotesi sul mio futuro, bensì l’ennesima idea per un romanzo che non si sa se proverò mai a scrivere.

Qui nacque Vittorio Emanuele II

Il romanzo antonelliano
Tutti sanno che Torino è una città magica. Secondo i deficienti gli appassionati di occultismo, è uno dei tre vertici di due triangoli alchemici: quello della magia bianca (con Praga e Lione) e quello della magia nera (con Londra e San Francisco). Se provate a costruirli su una cartina del mondo vengono fuori due triangoli ben strani, ma non facciamoci queste domande ora. La domanda che invece dobbiamo farci invece è: e se l’avesse saputo anche Antonelli?
Antonelli ha una visione: infinite dimensioni parallele, infinite Storie alternative che poggiano lungo altrettante linee temporali. Queste linee esistono tutte contemporaneamente, ma non si intersecano mai, se non, a mazzi, in alcuni luoghi geografici particolari. Torino è uno di questi. L’intera sua vita viene allora dominata da un unico pensiero: costruire uno strumento che, attraverso le specialissime armonie matematiche generate dall’incontro delle sue parti, metta in comunicazione queste differenti dimensioni. Questo strumento sarà la Mole. E per trent’anni della sua vita Antonelli inseguirà questo sogno, lottando contro l’ottusità e la limitatezza di orizzonte degli altri uomini, senza poter rivelare a nessuno il reale scopo della sua opera.

Raccontare la storia dal punto di vista del folle architetto però non sarebbe tanto interessante. Come protagonista utilizzerei piuttosto il figlio Costanzo, assistente del padre tanto instancabile quanto ignaro del vero significato della sua opera. Dopo la morte di Alessandro, durante il completamento della guglia della mole, Costanzo intuisce che c’è qualcosa di strano nell’edificio; che dentro al tempietto in cima alla cupola, guardando certe arcate da certe angolazioni, la città sembra diventare un poco diversa, o qualcosa del genere…
Il romanzo potrebbe dipanarsi come un mystery, in cui Costanzo mano a mano scopre i segreti di suo padre e parallelamente viene in contatto con le dimensioni alternative rese visibili dal completamento della Mole: una in cui Torino è rimasta capitale d’Italia; una in cui l’Unità d’Italia è stata realizzata dai repubblicani di Garibaldi, e i Savoia sono stati cacciati; una in cui il Risorgimento è fallito; una, Dio non voglia, in cui la battaglia di Solferino è stata combattuta a bordo di satanici mech a carbone… E a poco a poco la contaminazione tra dimensioni alternative potrebbe espandersi, uscendo dalle proporzioni auree del tempietto della Mole e diffondendosi per tutta la città di Torino… In tutte le dimensioni, una sola costante: la costruzione della Mole, nel medesimo punto della città, ad opera di un medesimo, ossessivo Antonelli. Riuscirà Costanzo a fermare il dilagare delle follie paterne? E’ proprio vero che le colpe dei padri ricadono sui figli.

Torino magica

Le inoppugnabili argomentazioni degli occultisti.

La Mole si presta particolarmente bene a diventare un feticcio magico. Nel 1904, un fulmine abbatté la statua del genio alato in cima alla guglia; miracolosamente rimase integra, ma l’amministrazione cittadina non si azzardò più a rimetterla al suo posto (e ancora oggi sulla guglia non c’è niente). Chiaro segno dell’ira divina, monito all’arroganza degli uomini che non capiscono quando devono fermarsi? O forse la soluzione estrema con cui Costanzo ruppe l’armonia magica della Mole, ponendo fine al sovrapporsi delle dimensioni alternative? Ripercorrere la storia della sua costruzione, poi, potrebbe diventare un modo per osservare quei primi decenni di vita dello stato italiano, e anche per immaginare una serie di esiti ucronici per il Risorgimento e magari per l’intera storia europea. Certo nessuna delle Storie alternative visitate nel romanzo potrebbe essere troppo distante: tutte quelle raggiungibili richiederebbero la costruzione di una Mole nel centro di Torino.
Ovviamente per scrivere questa storia demente avrei bisogno della consueta mole di documentazione. Ho una conoscenza estremamente scolastica degli anni del Risorgimento, mentre questa storia richiederebbe di conoscerla bene. Qualcosa sulla Torino di quegli anni aiuterebbe. E non vi dico la difficoltà per ritrovare una biografia di Antonelli! Del resto, potrei anche inventare il grosso della sua vita, no? L’Antonelli del mio romanzo potrebbe essere quello di una dimensione parallela, con tutte le differenze del caso rispetto al nostro…

So what
In accordo con la mia attention span da criceto, nel giro di pochi giorni da quella giornata a Torino archiviai le mie idee su Antonelli e non ci pensai più. Né mi trasferii nella città sabauda. All’epoca.
A Torino invece ci sono andato a vivere adesso. Per ragioni lavorative, e per la precisione da febbraio, proprio due anni dopo quella famosa giornata, proprio da quando ho smesso di aggiornare il blog. In questi quattro mesi ho pensato spesso di pubblicare qualcosa – e come al solito ho lavorato a un sacco di bozze contemporaneamente – ma mi è mancato materialmente il tempo e la tranquillità necessarie. E Tapirullanza ha languito.
Ora la mia vita si è normalizzata (forse), e voglio avere abbastanza fiducia in me stesso da riprendere con gli articoli. Ho tanti libri, film, videogiochi, anime, saggi di cui parlarvi. E poi, i miei numerosi (?) fan stavano cominciando a temere per la mia vita.

Mole Antonelliana notturno

Un panorama che si presta naturalmente al science-fantasy.

Non so dirvi cosa ci sia nel futuro di Tapirullanza. Quello che so, è che in bozza ho la solita ventina di articoli tra Consigli del Lunedì, diversi giochi indie che mi hanno affascinato, un manuale di scrittura atipico, una saga videoludica che ha fatto la grana, una serie tv promettente, un paio di film che mi hanno lasciato basito e un paio di cose troppo dementi per essere altrimenti descritte. Cercherò di mantenere la mia consueta tabella di marcia e vediamo dove arriveremo.
Si dice che cambiare location possa essere stimolante per la creatività. Non saprei. Ma camminando per Torino, ho ricominciato a pensare a questa storia semiseria di Antonelli; quindi forse è un buon segno.

La polemica su Gone Home

Gone HomeDefinire cosa sia un “gioco”, in modo da poter dire ‘questo è un gioco, questo non lo è’, è come voler definire cosa sia “arte”: un esercizio di masturbazione mentale di utilità limitata. Persone diverse cercano da un videogioco un tipo di appagamento diverso; ha quindi molto più senso capire a che tipo di persone possa piacere un determinato tipo di gioco, e se quel determinato gioco nello specifico soddisfi le sue promesse iniziali.
Giochi dall’interattività molto limitata e una componente narrativa molto forte, come The Stanley Parable o To The Moon, riaccendono sistematicamente la polemica se siano catalogabili come videogiochi o come (da dire rigorosamente con una smorfia e il mignolo alzato) dei “walking simulator”. Ma nessun titolo sembra aver polarizzato l’audience – anche, in parte, nei commenti a vecchi articoli del blog – come Gone Home.

In questo piccolo gioco indie del 2013 di The Fullbright Company, ambientato nei primi anni ’90, vestiamo i panni di una ragazza che nel cuore della notte, dopo un anno di assenza, torna nella casa dei genitori. Si aspetta di trovare mamma, papà e sorella minore ad accoglierla, ma la casa è vuota. Che è successo? Esplorando le varie stanze, analizzando gli oggetti, leggendo lettere e diari, il giocatore a poco a poco capirà come stiano le cose e quale rottura si sia consumata tra queste mura. E a quel punto, dopo circa due-quattro ore, il gioco finisce. That’s it. Non ci sono combattimenti, o enigmi, o prove di abilità di qualunque tipo – solo, si guida il proprio avatar nella graduale scoperta della trama.
E’ un videogioco? Un’esperienza interattiva? Non mi interessa. Più interessante è invece guardare alle diverse reazioni di chi l’ha provato: alcuni giocatori lo hanno amato alla follia, altri si sono annoiati dall’inizio alla fine, ad altri ancora è proprio girato il cazzo. Io stesso ho esitato a lungo prima di decidermi a provarlo (e poi aspettavo lo sconto su Steam!). Shamus Young, critico videoludico e programmatore a tempo perso, di cui seguo regolarmente il blog (che trovate anche nel Blogroll), alcuni mesi fa ha scritto un articolo per la sua rubrica sul sito The Escapist in cui cerca di far luce sulle diverse reazioni dietro Gone Home. Le sue conclusioni sono molto interessanti, e rispecchiano le sensazioni che ho avuto giocando.

Gone Home screenshot

La famiglia felice protagonista di Gone Home. Sort of.

Vi riporto lo stralcio più interessante dell’articolo (grassetto mio). Potete leggerlo per intero a questo link, ma fate attenzione se non avete mai provato Gone Home perché, soprattutto nella seconda pagina, la trama del gioco viene ampiamente spoilerata.

The gameplay consists of picking up objects and examining them. The game is filled with hundreds of exquisitely detailed curiosities from the past. As I played I was constantly sucked back to my teenage years, remembering things that I owned and used on a daily basis. Things that I haven’t seen or thought about in the two decades since. The game showed me all sorts of teenage artifacts. Not just inert objects, but precise re-creations that captured all the little details of an object. The way a cassette tape case flops open. The sound a locker makes when you shut it. The dog-eared edges of a book cover decorated with ball-point pens.

When we talk about a time period, we tend to focus on the big, obvious superficial details. If we were talking about the 80’s, then you can probably name all the fixtures of that time period even if you were born in the following decade: Big hair. New-wave music. Polo shirts with popped collars. Neon colors. But that’s not really “The 80’s”. That’s movie shorthand for “The 80’s”. That’s the Disney theme park version. Actually nailing down a time period in a way that resonates with people who remember it is supremely difficult, and Gone Home nails it with countless small details: Furniture, wallpaper, technology, calendar art, fridge magnets, fad-driven book genres, food packaging, carpeting, teenage lingo, lighting fixtures, kitchen appliances, and countless other things we don’t think of as being part of a time period until we see the old contrasted with the new.

[…] Gone Home blew my mind. I graduated from high school in 1990, so I’m just a little older than the protagonist of Gone Home. Half the objects in the game activated some gut-punch memory for me – some strange moment of temporal vertigo where I suddenly saw the past clearly while at the same time realizing just how far away it was.

This is why the sneering charge of “walking simulator” always rubbed me the wrong way. If I transported you back to the past and let you revisit your childhood bedroom, I hope that later you would have something more to say about it than, “I walked around a room.” The interactivity in this game was integral to the experience. Gone Home couldn’t work in any other medium. It would be torture to read page after page of detailed item descriptions, and even the best description couldn’t evoke the flood of memories the way Gone Home does when you pick up a random item and turn it over to see some forgotten detail on the base. All of that magic would be lost if you moved it to a passive media, for the same reason that watching vacation slideshows isn’t as stimulating as going on the vacation.

The thing is, if you’re not part of the narrow age band that this game is dealing with, then none of this will mean anything to you. If you’re younger or older than me by more than a decade in either direction, then this stuff probably looks like random meaningless yard sale crap to you.

Gone Home screenshot

Se eravate giovani negli anni ’90, quel poster sulla sinistra vi scalderà il cuore.

Io sono parecchio più giovane di Shamus, e sono nato proprio alla fine degli anni ’80. Tuttavia, una buona metà degli oggetti rappresentati nel gioco mi parlavano. Le custodie trasparenti delle audiocassette vergini, con il titolo scritto con l’Uniposca nero su carta plastificata bianca, e quel loro modo di aprirsi e penzolare inerti (da piccolo adoravo registrare cassette, e il mio piccolo registratore portatile si sarebbe poi evoluto in una videocamera economica); il poster di X-Files (fra i dieci e i tredici anni ho sviluppato un ossessione per X-Files); le orribili copertine sbiadite dei libri del padre (Dio mio, le copertine dei libri negli anni ’80 e ’90… l’orrore, l’orrore); stringere in mano le cassettine dei giochi del Super Nintendo.
Non ho vissuto l’epifania di chi negli anni ’80 c’è cresciuto, eppure – vuoi perché molte cose sono arrivate in Italia anni dopo che negli States, vuoi perché casa mia era piena di reperti vintage che hanno in qualche modo colorato la mia infanzia – capisco cosa intende dire Shamus. Gone Home non è stata l’esperienza che è stata per lui, ma sono stato toccato da più di una scintilla di meraviglia e di nostalgia. In questo senso, Gone Home è un gioco sincero – e bisogna riconoscergli, prima ancora che la cura nel raccontare la sua storia, la maniacalità nella ricerca e riproduzione dei dettagli del suo mondo.

Rispetto al piccolo piacere di viaggiare indietro nel tempo ed essere circondati dalla nostra infanzia, la storia rimane in secondo piano. E’ una storia semplice, in sé abbastanza banale. Ma questo, ancora una volta, dimostra la vecchia teoria che non è tanto importante cosa si racconta – soprattutto nella narrativa mainstream, “slice-of-life” – quanto come lo si racconta: e la storia di Gone Home, che noi ricostruiamo passo a passo raccogliendo pezzi di diario (che attivano il voice-over della sorella), rinvenendo foto e oggetti di nostra sorella e dei nostri genitori, è raccontata molto bene.
Certo, noi arriviamo a conflitto già consumato, e tutto quello che è successo ci viene raccontato e non mostrato; ma la casa, gli oggetti, l’arredamento, tutto ci parla di questo conflitto e ci immerge nel suo mondo. Ne diventiamo partecipi, e finiamo per provare empatia per i vari personaggi della vicenda – a patto che entriamo in empatia con la casa (che appunto è l’unica cosa che ci è mostrata). Questo è a mio avviso il discrimine per godersi non solo l’esperienza di gioco in sé, ma la storia, i personaggi, l’atmosfera: se riusciamo a entrare in empatia con la casa, con il mondo di fine anni ’80 di Gone Home. Se questo meccanismo non si innesca, il gioco sarà vissuto come una noia mortale come una storia insulsa. Se funziona, si diventa come me, che sentivo il bisogno di rimettere ogni oggetto al suo posto dopo averlo analizzato perché se no era come “vandalizzare” la casa.

Gone Home screenshot

Ma vogliamo parlare delle cassettine NTSC del Super Nintendo? Da non confondersi con quelle PAL, che invece avevano i bordi lisci e gli angoli superiori smussati (e ovviamente un ingresso completamente diverso).

Questo gioco si rivolge a una specifica nicchia demografica.
Se sentite di farne parte – almeno parzialmente, come il sottoscritto – acquistatelo, magari aspettando un periodo di saldi; perché comprarlo a 7,99 Euro può comunque aiutare a entrare nel giusto stato d’animo rispetto a un acquisto a prezzo pieno (che è di 19,99 Euro!). Tutti gli altri, lascino perdere.
Ciò che rimane oggettivo, aldilà dell’appartenere o meno al target ideale dell’opera, è che Gone Home è un bel gioco, un gioco fatto bene, con un’anima e qualcosa da dire. Com’è oggettivo che Gone Home, assieme agli altri “walking simulator” di questa generazione, potrebbe stare aprendo il mondo dei giochi indie a nuove formule di gioco, a nuovi design. Un altro tassello che ci allontana dal purgatorio dei Call of Duty e degli Assassin’s CreedAnd that’s that.