I Consigli del Lunedì #23: Warrior Wolf Women of the Wasteland

Warrior Wolf Women of the WastelandAutore: Carlton Mellick III
Titolo italiano: –
Genere: Horror / Apocalyptic SF / Bizarro Fiction
Tipo: Romanzo

Anno: 2009
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 313

Difficoltà in inglese: *

McDonaldland è l’ultimo bastione della civiltà moderna, in un mondo devastato dall’olocausto nucleare. Sotto l’occhio benevolo della Benedetta Corporazione McDonald’s, gli abitanti lavorano sedici ore al giorno alla produzione di patatine fritte, pane per hamburger, carne di nu-mucca o nu-gallina, o altri cibi McDonald’s – gli unici legali a McDonaldland. A causa di questa dieta, gli abitanti sono quasi tutti grassi e sono incoraggiati a diventarlo ancor di più. Per chi si ribella alla volontà della corporazione, d’altronde, c’è un solo destino: essere esiliati da McDonaldland, aldilà del muro di trecento piedi che circonda la città, in una landa desolata infestata di famelici lupi mannari.
Un tempo anche i lupi mannari erano esseri umani – donne. In seguito alla guerra nucleare, un parassita si è insediato nei corpi di tutte le donne, infettandole con la sua maledizione. Da allora, ogni volta che una donna ha un orgasmo, perde un po’ della sua umanità e acquista tratti da lupo; il loro destino ultimo è di trasformarsi in bestioni di puro istinto grossi come autobus. Per questo, qualunque donna venga sorpresa a fare sesso o a masturbarsi senza aver ricevuto l’autorizzazione dal governo, viene immediatamente esiliata – condannata a trasformarsi in lupo mannaro o ad essere sbranata da uno di essi.
Daniel Togg conduce una vita infelice nella periferia di McDonaldland, producendo birra di nascosto con materiale di scarto e pensando a Nova, la sua fiamma del liceo, cacciata nelle terre selvagge dopo che un uomo l’aveva stuprata. Tra orari impossibili nella fabbrica di produzione di patatine e quel bullo di suo fratello, tenente di polizia di McDonaldland, la vita di Daniel non è mai stata facile – ma ora le cose stanno peggiorando. Devono aver messo qualcosa di sbagliato nel cibo, perché negli ultimi mesi a Daniel sono spuntate dal petto altre due braccia. Ora Daniel deve tenerle sempre nascoste sotto la maglietta, perché anche il destino dei mutanti, come quello dei lupi mannari, è di essere cacciati dalla città – e dati in pasto alle bestie là fuori.

Carlton Mellick III è un autore specializzato in novellas (racconti molto lunghi o romanzi brevi), ma con Warrior Wolf Women of the Wasteland torna al romanzo vero e proprio. Abbiamo già conosciuto questo campione della Bizarro Fiction con The Haunted Vagina e The Baby-Jesus Butt Plug prima, e con il modesto Sausagey Santa poi. In quel frangente, diversa gente aveva espresso sentimenti ambivalenti verso la Bizarro: uhm, sì, potrebbe essere interessante, però mi sembra un po’ troppo, e poi dai, gente che entra dentro la vagina di altra gente o il figlio di Dio infilato su per il culo, insomma, cioè! Bene – questo Consiglio è pensato proprio per voi!
Warrior Wolf Women of the Wasteland prende alcuni elementi tradizionali dell’horror pseudo-fantascientifico, come lupi mannari, mutazioni genetiche, e un mondo post-apocalittico, li inserisce in una struttura horror-action-splatter alla Grindhouse – Planet Terror e li shakera con un’ampia dose di Bizarro e di genialità.


Un importante precursore dell’opera di Mellick.

Uno sguardo approfondito
Una delle cose che mi ha sempre stupito di Mellick, è la sua capacità di mettere nello stesso romanzo un tale numero di idee che per un autore normale sarebbero bastate per tre o quattro libri diversi. Solo il primo capitolo introduce una tale quantità di trovate da abbagliare. Ma queste idee non sono un’accozzaglia di trovate messe insieme a caso, bensì discendono da un limitatissimo numero di premesse.
Premessa numero uno: una società governata dalla McDonald’s come se si trattasse di un’azienda, come funzionerebbe? Lo stile di vita dei suoi abitanti (obesi che muoiono prima dei cinquant’anni), la loro religione (una fusione di Cristianesimo e Islam con Ronald McDonald nel ruolo di Gesù), persino lo stile architettonico (rosso e giallo brillante nelle diverse sfumature, ovunque) discendono da quell’assunto.
Premessa numero due: come sarebbe organizzata una società in cui ogni esemplare femminile si trasforma progressivamente in un mostro orrendo ogni volta che ha un orgasmo? Mellick pensa a tutto: politica della castità totale, permessi rilasciati dal governo per avere figli, abbigliamento per donne che hanno avuto figli per nascondere le loro orribili fattezze, ma anche il disprezzo e la paura che gli uomini provano per le loro compagne e la trasformazione psichica a cui le donne vanno incontro mano a mano che si trasformano. E ancora, come potrebbero sopravvivere nelle lande selvagge le donne esiliate ma non ancora diventate pienamente lupo, come potrebbe organizzarsi una società di donne-mannare, che valori avrebbe, eccetera.
La premessa numero tre, ossia le strane mutazioni maschili che fanno spuntare braccia o gambe aggiuntive, all’inizio sembra quella più insulsa, poco più di un espediente per mettere il protagonista in una situazione di pericolo e innescare la vicenda. In realtà, andando avanti nella storia, Mellick riesce a innestare questa premessa in un insieme con le altre due che non solo è convincente, ma sembra anche l’unica spiegazione possibile per tutto quello che è successo. Mellick è stato spesso rimproverato di inserire elementi assurdi per il gusto di farlo; be’, in questo libro tutte le trovate scaturiscono da un background perfettamente coerente ed organico. Si capisce che ci ha lavorato molto, e i risultati si vedono 1.

I'm Vomiting It

Tutto questo è raccontato con il consueto stile di Mellick, ossia con la prima persona e tempo presente. Daniel Togg è il tipico protagonista mellickiano: sulla trentina, tranquillo, un po’ ribelle e anticonformista ma tendenzialmente passivo, razionale, dal timbro narrativo caldo e scorrevole. Ogni capitolo è costituito da tanti brevi paragrafi (ma nelle scene più concitate un paragrafo può essere lungo anche alcune pagine).
Quando deve introdurre informazioni di background, Daniel non ha problemi a interrompere la narrazione (magari con un nuovo paragrafo) e ad aprire una digressione come se si stesse rivolgendo direttamente al lettore ignaro. Se da un lato questo espediente è un po’ illogico e spezza il ritmo, dall’altro in genere gli infodump sono abbastanza divertenti e/o curiosi da non dare fastidio – tranne in alcune circostanze particolarmente demenziali, come quando durante un’adrenalinica fuga dai lupi mannari Daniel apre una digressione sulla trasformazione del gioco del football a McDonaldland (WTF?).
Bisogna anche riconoscere che questo modo di inserire infodump – brevi, bizzarri, riferiti con lo stesso timbro vivace della storia principale – rende la storia più scorrevole e più facile da seguire; il lettore non deve dedurre niente o quasi perché gli viene detto tutto. Come direbbe il Duca, la prosa di Mellick è molto scemo-friendly. Pure troppo: in diverse occasioni Daniel sottolinea l’ovvio o chiarisce punti che sarebbe stato meglio lasciare in una piacevole ambiguità. Lo stile ermetico di Swanwick mi irrita, ma non mi fa nemmeno piacere che l’autore mi tenga la manina come se fossi il fratello scemo di Charlie Gordon.

Ci sono anche dei passaggi in cui questa propensione di Mellick all’infodump appare del tutto incompensibile e fastidiosa. Ogni volta che un personaggio riferisce qualcosa di nuovo sull’ambientazione a Daniel, invece di un monologo o un dialogo adeguatamente mostrato, Mellick apre un nuovo paragrafo e riferisce al lettore tutte le informazioni in discorso indiretto. Ad esempio: “Guy tells us about the wolf women. They call themselves The Warriors of the Wild…”, e parte un paragrafo lungo una pagina; oppure: “Krall says there was a time when he never would have risked his own life to save another, especially not a woman. […] When he was young, Krall…” e via così per due o tre pagine.
Per quanto mi sforzi, non riesco a immaginare quale vantaggio possa esserci nel preferire paginate di discorso indiretto e informazione pura rispetto a un dialogo. Un dialogo non è neanche particolarmente faticoso da scrivere.

Ronald McDonald's si incazza

Non fare incazzare la Benedetta Corporazione McDonald’s.

Il che è un peccato, perché Mellick con i dialoghi, e con le interazioni tra personaggi in generale, ci sa fare. Protagonista a parte, tutti i comprimari sono ben fatti. Ciascuno ha dei tratti psicologici distintivi e ben motivati, ciascuno ha degli obiettivi e degli ostacoli privati da superare, non esistono solo in funzione della storia né di Daniel: Guy, il fratello del protagonista, tenente di polizia con un amore morboso per i propri baffi, un odio altrettanto morboso verso i licantropi e, curiosamente, una moglie giunta al terzo figlio e sulla buona strada della trasformazione completa; il freddo anatomo-patologo Robert Krall, e poi Nova, la licantropa sull’orlo della depressione, o la dura Slayer, quasi completamente trasformata benché tecnicamente sia ancora vergine. Menzione speciale per la psicopatica Pippi (che ha le treccine come la più famosa omonima!).
Per contro alcuni personaggi importanti per la trama, come il Maggiore McCheese o l’Hamburglar, sono introdotti troppo tardi nella storia, nonostante il protagonista sapesse della loro esistenza fin dall’inizio. Sembra quasi che Mellick abbia improvvisato la loro esistenza man mano che scriveva, forse perché non sapeva bene che direzione dare alla trama. Infatti, a differenza dell’ambientazione – che funziona alla perfezione e sembra organizzata a tavolino fin dall’inizio – la trama del romanzo sembra procedere un po’ come capita, senza alcuna direzione precisa. Se la prima metà (quando si tratta di inserire tutti i tasselli dell’ambientazione) funziona alla perfezione, la seconda sembra barcamenarsi nel tentativo di arrivare a un finale. L’ultima parte del romanzo si inserisce nei binari classici da film d’azione, con tanto di supercattivo chiaramente riconoscibile e megacombattimento finale, e sembra un po’ peccato che Mellick abbia imbastito un mondo e personaggi così interessanti per poi andare a finire in questo modo 2.

Ma per i novizi della Bizarro Fiction e del weird, il fatto che la trama del romanzo segua un canovaccio familiare potrebbe anche essere un pregio. Già dovranno fare i conti con cose assurde tipo sesso interspecie, cannibalismo, enormi ammassi di carne senza testa che stuprano… vabbé, smetto.
Warrior Wolf Women of the Wasteland è un ottimo romanzo horror d’azione, che unisce un certo gusto splatter-pulp con una buona dose di intelligenza e una creatività spropositata. C’è anche spazio per temi drammatici, come la questione su come possano convivere un uomo e una donna che si amano in un mondo in cui l’intimità e i rapporti sessuali hanno come conseguenza a lungo termine la distruzione di quello stesso rapporto. Infine, si tratta di un’opera di Bizarro Fiction in cui la weirdness sta più negli elementi dell’ambientazione che non nella struttura del romanzo, quindi è particolarmente adatta a coloro che hanno letto poco e niente del genere.

L’Hamburglar, uno dei cattivi del romanzo. Sì, Mellick non è normale.

Ma se ho deciso di dedicare questo consiglio a Warrior Wolf Women non è solo perché il romanzo è obiettivamente bello. Trovo anche che insegni un paio di cosine interessanti.
Primo: si può quasi dire che questo romanzo sia stato scritto su commissione. Era stato chiesto a Mellick di scrivere una storia sui lupi mannari, benché lui non ne fosse mai stato appassionato. Dopo un’iniziale reticenza, come spiega lui stesso nella nota autoriale all’inizio del libro, avrebbe scritto la prima bozza di getto in meno di un mese. Insomma: investimento emotivo iniziale scarso, tempi di gestazioni breve. Per contro la novella Adolf in Wonderland, progetto molto caro a Mellick, che rimaneggiò per otto anni prima di pubblicarla, è molto più brutta. La lezione che se ne ricava? Che non c’è alcun rapporto necessario tra l’importanza che una storia ha per lo scrittore, il tempo passato a lavorarci su e coccolarsela, e la bellezza dell’opera compiuta. Uno può stare vent’anni su un romanzo di 100 pagine e produrre una merda, mentre un altro può realizzare un’ottimo libro in un paio di mesi. Gli aspiranti scrittori dovrebbero quindi piantarla con la scusa “ci ho lavorato tanto, dev’essere per forza bella”: semplicemente non funziona così.
Secondo: a Mellick non interessavano i lupi mannari e la faccenda della luna piena lo annoiava a morte. Perciò che ha fatto? Ha tenuto fermi un paio di punti fondamentali (la trasformazione in bestia, la perdita della razionalità) e ha cambiato tutto il resto – tanto da chiedersi, “ma che cazzo, ho scritto una storia di lupi mannari o di furries?”. Warrior Wolf Women mostra che giocare con le ‘razze’ consuete della narrativa fantastica è bello e salutare, e si può arrivare a produrre una variante migliore dell’originale (almeno, a me piace molto di più!). Alla luce di questo, sperò risulterà più comprensibile il mio disappunto nel leggere le banali e già viste storie di Deinos3. Prendete esempio!

Bonus: Barbarian Beast Bitches of the Badlands
Barbarian Beast Bitches of the Badlands
Autore: Carlton Mellick III
Titolo italiano: –
Genere: Horror / Apocalyptic SF / Bizarro Fiction
Tipo: Raccolta di tre novellas collegate

Anno: 2011
Pagine: 284

Avete finito Warrior Wolf Women of the Wasteland e ne volete ancora? Vi chiedete cosa ne sia stato delle Bitches sopravvissute alla guerra? Mellick ha pensato a voi, con questo libro raccoglie tre novellas che riprendono l’ambientazione del romanzo. Le tre storie sono ambientate rispettivamente prima dei fatti di WWWW, durante e dopo, e si focalizzano su tre personaggi secondari del romanzo: Apple, l’Hamburglar e Hyena. Le tre storie sono in realtà collegate da un’unica trama, per cui si può dire che Barbarian Beast Bitches è una side-novel di WWWW divisa in tre parti.
I racconti sono tutti in terza persona con un pov tecnicamente ancorato sul protagonista, ma che nella sostanza balla un po’ (specialmente nelle scene di massa). Ahimé, devo ammettere che la qualità della scrittura è inferiore a quella del romanzo, e certe parti sembrano buttate giù proprio di fretta. Ancora, ci sono troppi combattimenti – ma davvero troppi – contro legioni di nemici piuttosto anonimi, benché Mellick sia abbastanza in gamba da dare a ogni combattimento caratteristiche particolari. Per contro, ci sono anche delle belle trovate (come la relazione tra Apple e il suo ragazzo Sam, la diatriba tra Horatio e Tomahawk se siano meglio le armi a corto raggio o quelle da tiro, o l’infanzia dell’Hamburglar). Nell’ultima novella è anche introdotta una nuova razza, che poteva essere molto interessante se non fosse che viene presentata in modo un po’ insulso.
Insomma, il libro è carino benché un po’ trascurato e ripetitivo. Ovviamente non ha senso leggerlo se prima non si è letto Warrior Wolf Women of the Wasteland.

Dove si trovano?
Le uniche copie piratate che sono riuscito a trovare di entrambi i libri sono dei pdf su Library Genesis. L’unico problema con questi pdf è che i romanzi sono pieni di immagini e abbellimenti estetici; convertire i file in epub o in altri formati comodi senza perdere le immagini può essere lungo e faticoso. Considerate perciò la possibilità – specialmente se avete già letto Mellick e sapete che vi piace – di comprare direttamente le versioni kindle disponibili su Amazon (qui e qui). Il prezzo è di 5,99 Euro, quindi accettabile (soprattutto considerando che si tratta di libri di 300 pagine circa e non di novellas striminzite).

Qualche estratto
I due estratti di oggi sono centrati sulle squisitezze della licantropia femminile. Il primo, preso dal primo capitolo, riassume la condizione femminile a McDonaldland e mostra il modo piuttosto infodumposo ma comunque gradevole che Mellick usa sempre quando deve spiegare qualcosa; il secondo mostra invece i piaceri (?) del sesso tra un essere umano e un lupo grosso come un camion.

1.
Molly is turning into a wolf. This happens to all women, once they begin to have children. Some women become less wolf-like than others. I haven’t seen a woman as wolf-like as Molly since my mother was pregnant with her third kid a long time ago.
It is a disease that came about in the early days of McDonaldland. They call the disease lycanthropy, which was named after a fictional disease of the same name that turned people into werewolves. But there is a big difference between this version of lycanthropy and the fictional one. For starters, only women are affected by this disease. It doesn’t affect men. Secondly, the disease isn’t spread from a werewolf bite. All McDonaldlandian women are born with this disease. Thirdly, the changes are not caused by a full moon. The changes occur only during the act of having sex. Fourthly, once the transformation occurs, the women do not return to human form as werewolves would the next morning. The mutation is permanent. Fifthly, the transformation doesn’t happen all at once. The changes happen a little at a time, each time the female engages in sexual activity, including masturbation.
It is believed that these changes occur during sex because the mutation is a result of the virus reacting to endorphins released in the brain during sexual stimulation and especially orgasm. This is a shaky theory, however, because endorphins are released in the brain for more reasons than just sex.
Because sex is the cause of these lycanthropic changes, sex has become illegal in McDonaldland. You can only partake in sexual activity if you obtain a permit from the board of directors. And you can only get a permit if you are married and only have sex to procreate. The permit is good for only five days and you are only allowed to have sex once per day. It doesn’t matter if the pregnancy is a success or not after the five days are up. If the new wolf-like features are not too serious, then you can apply for another permit to have a second kid in the future. The upper class, of which Guy is a part, is usually allowed to get a third permit. This is why Molly is now almost more wolf than human. Most women are not allowed to mutate this much.
[…] Molly is ferocious when Guy gives her the burgers. She rips open the wrappers on three Double Cheeseburgers at once and tears into them with her slobbery black jaws. After the first bite, she realizes what she is doing and composes herself. She sits her two daughters at the table into their chairs and gives them their meals. Then she sits herself down and continues eating in a more civilized manner.
Women who are as wolf-like as Molly often have problems controlling their instinctual urges. They become more wild and unruly. Molly has probably transformed so much that Guy isn’t allowed to let her out of the house. That is the law with some women who have been granted three sex permits.
If she becomes any more beast-like, the Fry Guys will have to capture her and release her into the wasteland outside of the walls. The only reason she hasn’t been taken out of town already is probably because of Guy’s status.
Even if they are not yet unruly, any woman who has sex without a permit is sent into the wasteland. It is not just against the law, it is considered heresy. It is McDonaldland’s strictest law. There is no leniency toward any woman. Even the Chief of the Fry Guys had to send his own daughter into the wasteland, because she had sex a single time without a permit. I know that story all too well.

Philosoraptor licantropi

2.
We sneak through bushes toward the noise, keeping a safe distance. The snarling becomes louder the closer we get. I can see hair and movement through the leaves. We get so close that I can almost feel the body heat of the enormous beast.
The man in the white suit motions for us to get down once we are close enough to see. We lie on our bellies and peek out of the bushes at the creature in front of us. The beast is not just snarling, it also appears to be moaning and breathing heavily. We also hear a man’s muffled cries.
Lying in a meadow, we find the blonde wolf who had attacked us on the road. She is on the ground, on her side, with her paws in her crotch. She is wiggling and thrashing her hips. Then we see the man. The yellow Fry Guy who the blonde wolf had carried into the woods. We only see his yellow legs, but we can tell it is him.
The wolf is shoving the man into her furry crotch with the pads of her paws. Most of his upper body is inside of her, inside of the wolf’s vagina. The creature is fucking his entire body.
The man in the white suit speaks quietly over my shoulder, “The more they grow, the bigger their sex drive.”
The blonde wolf seems to orgasm with the man inside of her. As she orgasms, her body grows. There is a stretching and popping sound coming from her muscles as her flesh expands.
“And the more they have sex, the bigger they grow.”
The man shrieks inside of her, as if he can feel her growing bigger around him.
“With that kind of sex drive, she might continue raping him over and over, and she’ll just get bigger and bigger.”
Then the blonde wolf digs her muzzle into her crotch and sucks the yellow man out of her vagina. We listen to his muffled cries as she chews and swallows him.
“Or maybe she’s more hungry than horny,” adds the white suited man.

Tabella riassuntiva

Una fikissima reinterpretazione dei lupi mannari. Infodump e discorsi indiretti quando se ne poteva fare a meno.
Ambientazione curata e coerente. Canovaccio un po’ classico e conclusione prevedibile.
Personaggi interessanti e trovate weird a palate. A volte è davvero troppo scemo-friendly.
Stupri interspecie! Yay!

(1) Mellick tenta anche di dare una spiegazione scientifica coerente con l’ambientazione a tutti i fenomeni strani del libro, ma non si tratta di una cosa da prendere troppo sul serio. Parassiti che modificano il proprio ospite umano fino a trasformarlo in una bestia grossa come un capannone? Conservanti chimici che donano la vita eterna (assieme a un’elegante pelle plasticosa)? WTF? Le cause profonde delle stranezze del romanzo seguono una logica interna, anche affascinante, ma non c’è nulla di scientificamente plausibile. Se quindi mi va bene di definire il setting del romanzo “Post-Apocalyptic SF”, mi rifiuto categoricamente di definire questo romanzo “fantascienza”.Torna su
(2) Mi riferisco alla “parte finale” e non all’epilogo vero e proprio, perché al contrario quest’ultimo è piuttosto insolito e divertente.Torna su
(3) Ovviamente non sto dicendo che qualsiasi sperimentazione o variazione sul tema vada bene. I vampiri di Twilight fanno cagare. Ma fanno cagare perché sono una roba retard, poco ispirata dal punto di vista fantastico e che non sta in piedi dal punto di vista della logica interna; non perché “si distaccano dal concetto originale di vampiro”. Non c’è nulla di male nel distaccarsi dall’originale, se si è in grado di realizzare qualcosa di meglio, o quantomeno una variante interessante e consistente.
A questo proposito (e per restare in tema di parassiti e horror), potreste dare un’occhiata a Peeps di Scott Westerfeld (sì, quello di Leviathan).Torna su

Bonus Track: The Inheritors

The InheritorsAutore: William Golding
Titolo italiano: Uomini nudi
Genere: Prehistorical Fiction / Horror
Tipo: Romanzo

Anno: 1955
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 230 ca.

Difficolta in inglese: ***

Lok, Fa, la piccola Liku, il vecchio Mal e i loro compagni stanno migrando dal mare verso le montagne per la primavera. Devono raggiungere la sporgenza rocciosa in cima alla cascata prima di notte, e rendere omaggio alla signora dei ghiacci che dimora tra le colline. Ma il posto non è più come lo ricordavano, e Mal è ormai troppo vecchio per arrampicarsi tra le rocce.
E c’è dell’altro. Non sono più soli ai piedi della cascata. C’è della gente nuova che si aggira nel bosco e tra le rocce ai lati della cascata. Hanno preso possesso dell’isola al centro del fiume, che le gente credeva irraggiungibile, e ora minacciano la vita del gruppo. E quando i loro compagni cominceranno a sparire misteriosamente, Lok e Fa capiranno che bisogna fare qualcosa – perché in gioco c’è la sopravvivenza della loro stessa specie.

Con oggi chiudo la serie dei consigli “preistorici” dedicati ai partecipanti all’antologia Deinos, recensita su questo blog ormai tre settimane fa.
William Golding è famoso soprattutto per Il signore delle mosche, ma in realtà lo scrittore britannico è autore di una valanga di altri romanzi. The Inheritors, la sua seconda fatica, nonché la sua opera preferita, è un breve romanzo che racconta il destino degli ultimi uomini di Neanderthal d’Inghilterra il giorno che sulle loro coste approdano i primi esemplari di Homo Sapiens. Appartiene quindi al genere poco esplorato delle storie ad ambientazione preistorica, con in più quella sfumatura horror che ci piace tanto.
Se la trama del romanzo è estremamente semplice e lineare, i suoi obiettivi sono piuttosto ambiziosi: cercare di farci entrare nella testa di un uomo di Neanderthal e capire come pensa; speculare su come potrebbero essersi svolti i primi rapporti tra due specie umane imparentate ma differenti; mostrarci perché i Sapiens sono sopravvissuti e si sono moltiplicati, mentre i Neandhertal si sono estinti. Soprattutto, mostrarci i nostri antenati dal punto di vista di un’altra specie. Sembra che Golding sia stato appassionato di paleontologia e del rapporto tra Sapiens e Neanderthal fin da piccolo; sarà riuscito a coniugare pazienza, serietà scientifica e abilità narrativa?

The Neanderthal Man

Lo stato della ricerca scientifica sull’uomo di Neanderthal ai tempi di Golding.

Uno sguardo approfondito
The Inheritors mi sembra la dimostrazione perfetta di come anche la migliore delle idee possa essere rovinata almeno in parte da una prosa inadeguata.
Dato che il punto di maggior interesse del romanzo è la possibilità di immedesimarsi nel punto di vista di un uomo di Neanderthal, uno si aspetterebbe un romanzo raccontato in prima o terza persona appiccicata. Invece no. Come gia’ in Lord of the Flies, Golding si affida a un narratore onnisciente posto “nei pressi” di Lok, uno dei Neanderthal, e che si avvicina o si allontana dalla sua testa a seconda del momento. E se col progredire del romanzo la connessione col pov di Lok diventa (fortunatamente) sempre piu’ solida, nei primissimi capitoli, quando ancora il gruppo è molto compatto, la telecamera pare schizzare ora verso uno, ora verso l’altro dei Neanderthal.

Questo crea fin dall’inizio due grossi problemi.
Primo: dato che non si capisce mai esattamenta che angolazione si sta guardando la scena, mappare l’esatta disposizione degli elementi dello scenario è oltremodo difficile. Piu’ volte mi sono trovato a dover rivedere la mia immagine mentale degli ambienti del libro, o a non capire piu’ in quali posizione reciproca palude, boschi, fiume, cascata, colline, terrazza e montagne fossero; il che è sempre grave, ma lo è ancora di piu’ in una storia – come questa – in cui la topografia è così importante.
Secondo: poiché il filtro dell’autore ci distanzia dai protagonisti della storia, ci sentiamo meno coinvolti. Espressioni come questa: “Then, as so often happened with the people, there were feelings between them”, ci ricorda che noi lettori non siamo membri della ‘gente’, non siamo nella testa dei Neanderthal, ma ci troviamo nella testa dell’autore che via via ci racconta le vicende dei suoi poveri personaggi. Non solo si perde l’occasione di vivere l’esperienza straniante di vivere ‘dentro la testa’ di un Neanderthal, ma difficilmente proveremo brividi di ansia e paura quando i primi membri del gruppo cominceranno a sparire senza lasciare traccia.

The Neanderthal Man

La lotta per la sopravvivenza tra Neanderthal e Sapiens. Sentite il brividino d’ansia corrervi su per la schiena?

Di conseguenza, più spesso che no si spande sulle pagine di The Inheritors quella sostanza grigia e appiccicosa che è la noia. Da una parte, le lunghe descrizioni della boscaglia, del fiume, del rombo della cascata, degli scherzi che la luce del sole fa sulla vallata in differenti momenti della giornata; dall’altra, il ritmo lentissimo con cui gli episodi chiave del libro si succedono, intervallati da pagine e pagine di attività triviali e/o inconcludenti. All’inizio è interessante vedere i Neanderthal alle prese con occupazione quotidiana, vedere come risolvono i problemi più semplici legati alla sopravvivenza, vedere quante difficoltà incontrino in attività che per noi Sapiens sarebbero (o dovrebbero essere?) di una banalità estrema. Ma dopo un po’ il lettore capisce come funziona, e comincia a spazientirsi all’idea di doversi sorbire altre decine di pagine che ribadiscono il concetto, aspettando che accada qualcosa.
Nella ‘lotta’ tra Neanderthal e Sapiens, assistiamo a molte sortite inconcludente, a molti giri a vuoto, a piani che vengono tentati e rielaborati più e più e più volte. In parte questo riflette il carattere dei Neanderthal di Golding – l’incapacità a rimanere focalizzati per troppo tempo sulla stessa cosa, la tendenza a lasciarsi distrarre dalla prima minchiata, la volubilità emotiva, l’estrema difficoltà a sviluppare pensiero astratto. In questo senso, il comportamento irrazionale e ripetitivo dei protagonisti del romanzo è corretto. Tuttavia questa ripetitività diventa alla lunga indigeribile per il lettore medio (e so per esperienza che io ho più pazienza del lettore medio).

Se Golding non poteva certo far comportare i suoi Neanderthal diversamente da come si comportano, pena la perdita di credibilità/coerenza, dall’altra nulla gli impediva di ricorrere a un legittimo espediente: cioè di accelerare e vivacizzare la storia ad opera di qualcosa di esterno, come i Sapiens, gli animali, o qualche calamità naturale, eccetera. O ancora, si sarebbero potute fare delle cesure temporali, tagliando tutto ciò che sta in mezzo tra due momenti importanti della trama (o almeno, i meno significativi di questi episodi, che sono la maggior parte). Il fatto che i Neanderthal vivano la vita a un ritmo placido non significa che anche il mondo attorno a loro (o soprattutto, il mondo della storia) debba fare altrettanto.
Sono ragionevolmente sicuro che si sarebbe potuto scrivere The Inheritors con la metà delle pagine (o anche meno) senza perdere nulla dal punto di vista del contenuto. Probabilmente, data la ‘semplicità’ e linearità dell’argomento del libro, il formato della novella avrebbe funzionato alla perfezione.

Cranio di Neanderthal

Cranio di un uomo di Neandertha. Trasuda intelligenza da tutti i pori.

Tutto questo è un peccato, perché di per sé i Neanderthal di Golding sarebbero anche interessanti.
Tra le loro caratteristiche principe, il fatto che pensino (perlopiù) tramite immagini statiche invece che mediante parole o astrazioni; il loro modo di ricordare un evento passato, o di fare un piano per il futuro, o di spiegarsi un fenomeno, è creando un’immagine mentale (make a picture nel testo). Alcune volte ho avuto l’impressione che Golding approfittasse un po’ di questa locuzione, mascherando quelli che di fatto erano dei pensieri identici a quelli di noi umani Sapiens; ma il più delle volte si nota in effetti una certa differenza, una certa lentezza nello sviluppare un pensiero o l’incapacità di spiegare le tappe di un processo, avendo a disposizione solo la situazione iniziale e l’immagine del risultato finale.
Quando all’inizio del libro i Neanderthal vanno in crisi perché non c’è più il tronco che collegava le due sponde di un rigagnolo, continuano a prodursi nella testa immagini del tronco, e immagini di altri possibili tronchi da metterci, e ci mettono parecchio tempo (e parecchio brainstorming) prima di capire come fare a far sì che lì ci sia un altro tronco.
Non essendo né un paleontologo né un antropologo forense, non sono in grado di dirvi quanto il suo ritratto sia scientificamente attendibile. I suoi Neanderthal non sono in grado di costruire manufatti, né di decorarsi, mentre Piperita Patty mi ha raccontato che ci sono casi documentati di uomini di Neanderthal con perline tra i capelli – ma bisogna tenere conto che The Inheritors è stato scritto negli anni ’50, quando si sapevano meno cose sull’argomento. Interessante, piuttosto, che Golding abbia anticipato la possibilità di interbreeding tra Sapiens e Neanderthal (oggi si stima che noi Sapiens dell’Eurasia portiamo nel nostro codice genetico dall’1 al 4% di DNA Neanderthal; qui un brevissimo articolo sull’argomento e qui il paper di Science a cui si riferisce il primo articolo)1.

Golding fa invece appello alla licenza poetica quando i suoi Neanderthal di una debole forma di telepatia di gruppo. I Neanderthal comunicano di rado a voce tra di loro, perché il più delle volte possono comunicarsi a vicenda immagini (share a picture). Personalmente ho apprezzato questa caratteristica, e contribuisce a differenziare il comportamento dei Neanderthal da quello dei Sapiens nel romanzo. Mi ha lasciato molti dubbi, invece, la decisione di attribuire loro una specie di culto della non-violenza, per cui non mangiano altri animali a meno che non li abbiano trovati già morti.
Ho apprezzato anche l’idea di scegliere come protagonista Lok, il più stupido della ‘gente’, nonché quello che ha più difficoltà a produrre immagini e a condividerle col resto del gruppo. Di default, in questo tipo di storie l’autore sceglie come protagonista il personaggio più sveglio, più indipendente, l’outsider; Lok invece è il più “irrimediabilmente Neanderthal”, il meno evoluto della sua specie, quello che fa più fatica a capire quello che sta succedendo. Nonostante la presenza costante del filtro dell’autore, il pov di Lok amplifica l’effetto straniante di stare nella testa di una specie più stupida e più lenta. Questo fa sì che spesso gli eventi vengano descritti in modo semplice e scabro, come una sequenza di azioni che dev’essere il lettore a interpretare, perché Lok non ne è in grado. Questa variazione sul tema dell’unreliable narrator è interessante, anche se a volte ho avuto serie difficoltà a capire cosa stesse succedendo – ma potrebbe essere colpa del mio inglese non sufficientemente allenato, e non del libro.

Parentela Neanderthal Sapiens

Ha! Niente genoma Neanderthal per voi, negri!

Insomma, c’erano tutti gli elementi perché venisse fuori un bel romanzo. Se questo non succede, le ragioni stanno in una gestione barbina del pov – che vanificano in parte il buon tentativo di farci vedere il mondo attraverso gli occhi e gli atti di una specie più ‘stupida’ – e nell’organizzazione sbagliata dei tempi narrativi. Io stesso ho fatto parecchia fatica a portare a termine la lettura, nonostante la curiosità di sapere come Golding l’avrebbe fatto finire 2. Di conseguenza, sarei molto cauto nel consigliare The Inheritors, anche agli appassionati di preistoria. Quello che posso dirvi è: soppesate bene i pro e i contro che vi ho presentati prima di imbarcarvi nell’acquisto, anche considerato che è molto difficile trovare delle copie piratate del romanzo.
Oh! Ora che me ne accorgo, questa Bonus Track mi è venuta persino più lunga dell’ultimo Consiglio. E dire che avevo promesso che le Bonus Track sarebbero state brevi e sintetiche. Ah! Ah! Ah! Che deficiente.

Dove si trova?
Purtroppo, come dicevo poc’anzi, The Inheritors è uno di quei pochi romanzi di Golding che è molto difficile trovare piratato. Una versione kindle è comunque disponibile su Amazon a un prezzo tollerabile (6,24 Euro al momento in cui scrivo). Una traduzione italiana è storicamente esistita, ma è molto vecchia, e dubito che riuscirete a procurarvene un esemplare.

Chi devo ringraziare?
Come tutti, conoscevo Golding per Il signore delle mosche; ma se ho deciso di leggere questo The Inheritors lo devo soprattutto a Piperita Patty / Conigliettoassassino (saltuaria commentatrice di questo blog), che dopo lunga frequentazione è riuscita a trasmettermi un po’ di curiosità per il mondo preistorico e per i nostri antenati biologici. Ora sta cercando disperatamente di convincermi a leggere i libri della Auel – si vedrà.

The Clan of the Cave Bear

Primo libro della saga degli Earth’s Children di Jean Auel. Non l’ho letto.

Qualche estratto
Il primo estratto viene dal secondo capitolo, quando la ‘gente’ si riunisce per discutere e dà una dimostrazione del suo modo di pensare mediante parole e condivisione di immagini. Dà anche un’idea della posizione del protagonista Lok all’interno del gruppo. Il secondo estratto, più avanti nel libro, mostra invece i Sapiens attraverso lo sguardo di uno stupito Lok.

1.
Then Fa came and leaned her body against Mal so that three of them shut him in against the fire. He spoke to them between coughs.
“I have a picture of what is to be done.”
He bowed his head and looked into the ashes. The people waited. They could see how his life had stripped him. The long hairs on the brow were scanty and the curls that should have swept down over the slope of his skull had receded till there was a finger”s-breadth of naked and wrinkled skin above his brows. Under them the great eye-hollows were deep and dark and the eyes in them dull and full of pain. Now he held up a hand and inspected the fingers closely.
“People must find food. People must find wood.”
He held his left fingers with the other hand; he gripped them tightly as though the pressure would keep the ideas inside and under control.
“A finger for wood. A finger for food.”
He jerked his head and started again.
“A finger for Ha. For Fa. For Nil. For Liku—–”
He came to the end of his fingers and looked at the other hand, coughing softly. Ha stirred where he sat but said nothing. Then Mal relaxed his brow and gave up. He bowed down his head and clasped his hands in the grey hair at the back of his neck. They heard in his voice how tired he was.
“Ha shall get wood from the forest. Nil will go with him, and the new one.” Ha stirred again and Fa moved her arm from the old man”s shoulders, but Mal went on speaking.
“Lok will get food with Fa and Liku.”
Ha spoke:
“Liku is too little to go on the mountain and out on the plain!”
Liku cried out:
“I will go with Lok!”
Mal muttered under his knees:
“I have spoken.”
Now the thing was settled the people became restless. They knew in their bodies that something was wrong, yet the word had been said. When the word had been said it was as though the action was already alive in performance and they worried. Ha clicked a stone aimlessly against the rock of the overhang and Nil was moaning softly again. Only Lok, who had fewest pictures, remembered the blinding pictures of Oa and her bounty that had set him dancing on the terrace. He jumped up and faced the people and the night air shook his curls.
“I shall bring back food in my arms”–he gestured hugely–“so much food that I stagger—–so!”
Fa grinned at him.
“There is not as much food as that in the world.”
He squatted.
“Now I have a picture in my head. Lok is coming back to the fall. He runs along the side of the mountain. He carries a deer. A cat has killed the deer and sucked its blood, so there is no blame. So. Under this left arm. And under this right one—-he held it out—-the quarters of a cow.”
He staggered up and down in front of the overhang under the load of meat. The people laughed with him, then at him. Only Ha sat silent, smiling a little until the people noticed him and looked from him to Lok.
Lok blustered:
“That is a true picture!”
Ha said nothing with his mouth but continued to smile. Then as they watched him, he moved both ears round, slowly and solemnly aiming them at Lok so that they said as clearly as if he had spoken: I hear you! Lok opened his mouth and his hair rose. He began to gibber wordlessly at the cynical ears and the half-smile.
Fa interrupted them.
“Let be. Ha has many pictures and few words. Lok has a mouthful of words and no pictures.”

2.
At last they saw the new people face to face and in sunlight. They were incomprehensibly strange. Their hair was black and grew in the most unexpected ways. The bone-face in the front of the log had a pine-tree of hair that stood straight up so that his head, already too long, was drawn out as though something were pulling it upward without mercy. The other bone-face had hair in a huge bush that stood out on all sides like the ivy on the dead tree.
There was hair growing thickly over their bodies about the waist, the belly and the upper part of the leg so that this part of them was thicker than the rest. Yet Lok did not look immediately at their bodies; he was far too absorbed in the stuff round their eyes. A piece of white bone was placed under them, fitting close, and where the broad nostrils should have shown were narrow slits and between them the bone was drawn out to a point. Under that was another slit over the mouth, and their voices came fluttering through it. There was a little dark hair jutting out under the slit.
The eyes of the face that peered through all this bone were dark and busy. There were eyebrows above them, thinner than the mouth or the nostrils, black, curving out and up so that the men looked menacing and wasp-like. Lines of teeth and seashells hung round their necks, over grey, furry skin. Over the eyebrows the bone bulged up and swept back to be hidden under the hair. As the log came closer, Lok could see that the colour was not really bone white and shining but duller. It was more the colour of the big fungi, the ears that the people ate, and something like them in texture. Their legs and arms were stick-thin so that the joints were like the nodes in a twig.

Tabella riassuntiva

La lotta per la sopravvivenza tra Neanderthal e Sapiens! Gestione barbina del punto di vista che rovina le buone intenzioni.
Una speculazione su come pensavano e si comportavano i Neanderthal. Spesso è difficile farsi una mappa mentale dell’ambientazione.
Ritmo inesistente e noia a palate.

(1) Ecco un interessante estratto dall’articolo di Science a proposito dell’espansione dei primi Sapiens dall’Africa in Eurasia e dell’incontro (fisico e genetico) con i Neanderthal:

Implications for modern human origins. One model for modern human origins suggests that all present-day humans trace all their ancestry back to a small African population that expanded and replaced archaic forms of humans without admixture. Our analysis of the Neandertal genome may not be compatible with this view because Neandertals are on average closer to individuals in Eurasia than to individuals in Africa. Furthermore, individuals in Eurasia today carry regions in their genome that are closely related to those in Neandertals and distant from other present-day humans. The data suggest that between 1 and 4% of the genomes of people in Eurasia are derived from Neandertals. Thus, while the Neandertal genome presents a challenge to the simplest version of an “out-of-Africa” model for modern human origins, it continues to support the view that the vast majority of genetic variants that exist at appreciable frequencies outside Africa came from Africa with the spread of anatomically modern humans.

A striking observation is that Neandertals are as closely related to a Chinese and Papuan individual as to a French individual, even though morphologically recognizable Neandertals exist only in the fossil record of Europe and western Asia. Thus, the gene flow between Neandertals and modern humans that we detect most likely occurred before the divergence of Europeans, East Asians, and Papuans. This may be explained by mixing of early modern humans ancestral to present-day non-Africans with Neandertals in the Middle East before their expansion into Eurasia. Such a scenario is compatible with the archaeological record, which shows that modern humans appeared in the Middle East before 100,000 years ago whereas the Neandertals existed in the same region after this time, probably until 50,000 years ago.

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(2) Da questo punto di vista mi ritengo soddisfatto. Il finale di The Inheritors è costruito in modo intelligente e mi è piaciuto – consolandomi della noia dei capitoli precedenti.Torna su

I Consigli del Lunedì #22: Flowers for Algernon

Fiori per AlgernonAutore: Daniel Keyes
Titolo italiano: Fiori per Algernon
Genere: Slipstream / Science Fiction / Social SF / Slice of Life
Tipo: Romanzo

Anno: 1966
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 280 ca.

Difficoltà in inglese: **

Charlie Gordon ha trent’anni ed è ritardato. Ma Charlie ha una caratteristica che lo distingue dagli altri ritardati: il desiderio di imparare e diventare intelligente, così da guadagnarsi il rispetto e l’amicizia degli altri. Per questo si è iscritto al Centro per Adulti Ritardati del Beekman College e ha imparato a leggere e a scrivere.
Ora la vita di Charlie potrebbe cambiare per sempre, perché i ricercatori dell’università stanno mettendo a punto un’operazione chirurgica capace di potenziare l’attività del cervello, e adesso vorrebbero testarla su di lui. L’esperimento è già stato condotto con successo su Algernon, un topolino bianco, e ora Algernon è diventato un genio tra i topi ed è in grado di risolvere rapidamente labirinti di qualsiasi difficoltà. Charlie non sta più nella pelle. Ma se l’esperimento fallisse e il suo cervello si deteriorasse ulteriormente invece di migliorare? E la sua vita migliorerà davvero, quando sarà diventato intelligente e nessuno potrà più prendersi gioco di lui?
L’unica cosa certa è che le vite di Charlie e di Algernon sono legate a doppio filo.

Stanchi delle trame complicate e dell’ambientazione uberfantastica degli ultimi tre Consigli? Bene, perché quello di cui parliamo oggi è un romanzo più vicino al mainstream e al romanzo psicologico tradizionale che non alla narrativa di genere1. L’intreccio alla base di Flowers for Algernon è di una semplicità disarmante: cosa succederebbe se un ritardato diventasse gradualmente un genio? Come reagirebbe la gente attorno a lui? E quelli che lo conoscevano prima? E riuscirebbe l’ex-ritardato ad essere felice, o rimpiangerebbe la condizione precedente?
Flowers for Algernon è uno di quei pochi ‘classici’ della fantascienza con una certa popolarità anche in Italia, quindi immagino che diversi di voi l’abbiano già letto e che la maggior parte ne abbia almeno sentito parlare. A questi ultimi e a coloro che non sapessero proprio di cosa sto parlando è dedicato il Consiglio di questa settimana.

Retarded or noob

Uno sguardo approfondito
Il libro è scritto in prima persona dal protagonista, ed è strutturato come una serie di rapporti (ogni ‘Progress Report’ rappresenta un capitolo) che Charlie scrive su richiesta dei ricercatori per monitorare le sue condizioni mentali e i suoi progressi. L’evoluzione di Charlie è quindi rispecchiata nello stile del libro: i primi capitoli sono scritti in un inglese sgrammaticato e infantile, mentre mano a mano che gli effetti dell’operazione si fanno sentire la prosa diventa corretta e adulta.
All’inizio Charlie si limita a raccontare una dietro l’altra tutte le cose che gli succedono, senza virgole, senza virgolette per introdurre il discorso diretto, la mente intrappolata in un eterno presente. Quando si imbatte in un concetto nuovo è facile che non lo capisca o lo fraintenda. Quando un ricercatore prova a fargli risolvere un labirinto (“maze” in inglese), lui, che non ne ha mai sentito parlare, fraintende: “He tolld me that game was amazed”. Quando gli sottopongono un test in cui deve inventare una storia basata su delle immagini, si rifiuta di farlo perché non conosce quelle persone disegnate e gli hanno insegnato che non si dicono le bugie. Il principio è quello dell’unreliable narrator: il lettore si rende conto di cosa significhi pensare come un ritardato perché Keyes permette al lettore di capire cose che lo stesso Charlie – personaggio pov – non capisce.
Col procedere del libro, invece, Charlie diventa capace di ragionamenti complessi e astratti; la storia si punteggia di flashback mano a mano che il protagonista ricorda la sua infanzia; ci sono descrizioni di sogni e tentativi di interpretarli secondo il metodo psicanalitico. I Progress Report diventano una sorta di diario intimo.

Daniel Keyes dà l’impressione di essersi documentato sul ritardo mentale, e il suo protagonista è decisamente credible. In una delle prime scene, Charlie vine sottoposto al test delle macchie di Rorschach. Quando gli vine chiesto cosa vede nelle macchie, Charlie risponde che vede solo delle macchie d’inchiostro; per quanto si sforzi, il suo cervello non è in grado di elaborare quelle immagini attingendo all’inconscio. Le spiegazioni che prova a darsi sono idee che una persona con intelligenza normale non avrebbe mai: “I tryed hard but I still coudnt find the picturs I only saw the ink. I tolld Burt mabey I need new glassis”. E anche quando gli viene spiegato lo scopo dell’esercizio: “He just kept saying think imagen theres something on the card. I tolld him I imaggen a inkblot. He shaked his head so that wasnt rite eather. He said what does it remind you of pretend its something. I closd my eyes for a long time to pretend and then I said I pretend a bottel of ink spilld all over a wite card”.
Episodi della sue vita che Charlie ricorda con piacere infantile – come il modo in cui i ragazzi della panetteria dove lavora scherzano con lui – acquistano un significato inquietante quando l’operazione gli fa aprire gli occhi.

Labirinto 3d

I labirinti non fottono il cervello solo ai ritardati…

Altrettanto credibile è il mondo accademico in cui Charlie si trova immerso – le piccole rivalità tra scienziati, l’arroganza ansiosa di chi ha conquistato un po’ di fama e teme di vedersela portare via, il balletto tra il bisogno di pubblicare una scoperta rivoluzionaria e il terrore di fare una figuraccia che ti rovina la carriera, le banalità scambiate tra studenti universitari che si credono geni.
Anche se il riflettore della storia è sempre puntato su Charlie, tutti i comprimari – il Dr. Strauss, il Prof. Nemur, l’assistente Burt, Alice Kinnian, i suoi genitori – sono sviluppati con cura, personaggi a tutto tondo fatti di luci e ombre come le persone reali. Certo, queste persone vogliono davvero aiutare Charlie, e certo, sarebbero tutti felici se grazie ai loro sforzi si potesse curare il ritardo mentale, ma cio’ che li spinge è davvero l’altruismo? Persino il rapporto con la svampita artista newyorkese Fey Lillman, che dovrebbe essere la più spontanea, onesta, positiva relazione del libro, mostra sul lungo periodo dei lati bui.
Una certa atmosfera di cinismo, di ambiguità morale pervade tutto il romanzo. Elemento estremamente positivo, dato che la questione morale è il fulcro tematico di Flowers for Algernon. E questo cinismo di fondo, unito al filtro totale della personalità di Charlie (e quindi: identificazione completa del lettore nel protagonista), fa sì che alcuni momenti della storia siano davvero davvero tristi. Flowers for Algernon in un paio di punti mi ha fatto venire i lacrimoni, e questo non mi succede spesso.

Uno dei maggiori punti di forza del romanzo di Keyes è di non divagare. Tutti gli episodi del libro servono a sviluppare il conflitto centrale tra il protagonista e la società. Anche i flashback sull’infanzia di Charlie, che alle prime apparizioni mi erano apparsi superflui, in realtà contribuiscono al quadro, e alla fine Keyes riannoda i fili alla trama principale. L’autore è stato anche in grado di dare al tema del libro un forte correlativo oggettivo – il topo Algernon e i suoi labirinti. Il destino di Algernon rispecchia quello di Charlie; e poi, è così simpatico!
L’unica trovata che mi ha lasciato perplesso è l’idea che il trattamento debba rendere Charlie non semplicemente una persona intelligente, ma un genio. In questo modo è troppo facile rendere il proprio protagonista un emarginato; e non si è veramente dimostrato il punto, ossia la possibilità di un ritardato di reintegrarsi nella società una volta superato il proprio ritardo. Peraltro, Algernon diventa l’Einstein dei topi dopo l’operazione, ma prima non era un topo ritardato, era un topo normale – non si capisce quindi perché su Charlie debba avere un effetto così esagerato.

Topolino bianco

L’Einstein dei topi.

Questo comunque non cambia il giudizio finale.In conclusione, Flowers for Algernon è un piccolo capolavoro a metà tra il mainstream psicologico e la fantascienza sociale. Per quanto mi riguarda, la dimostrazione della sua bellezza sta nel fatto che mi ha coinvolto tantissimo nonostante non sia mai stato granché interessato al problema del ritardo mentale. Avevo deciso di provare a leggerlo più per la sua fama che per altro – ed è riuscito a colpirmi lo stesso.

Su Daniel Keyes
Keyes è famoso fondamentalmente per questo solo romanzo, ed è anche l’unico suo che abbia mai letto. In realtà ce n’è un altro che mi interessa molto e che probabilmente leggerò in futuro, ossia la biografia-reportage The Minds of Billy Milligan (in italiano Una stanza piena di gente). Il libro racconta la storia vera di Billy Milligan, un tizio affetto da disturbo di personalità multipla (ben 24!) finito in carcere e quindi in clinica dopo svariati crimini. Aldilà del caso umano, cio che mi interessa è che il libro dovrebbe mostrare il meccanismo di funzionamento delle differenti personalita e il modo in cui si davano il cambio. Sarà stato qualcosa del genere a suggerire a Swanwick il personaggio di Wyeth in Vacuum Flowers?

Dove si trova?
Procurarsi Flowers for Algernon è molto facile. Per il testo in lingua originale potete frugare su Bookfinder, Library Genesis o sul canale #ebooks di IRChighway; per quello in italiano guardate sul Mulo, o magari, se siete fortunati, lo potete ancora trovare in libreria in una recente edizione della Nord. Ho dato un’occhiata alla traduzione italiana e mi sembra accettabile, nonostante questo sia un romanzo che si appoggi molto al gioco linguistico. Certo, alcune finezze si perdono (come il labirinto “amazed” di cui ho parlato sopra), ma non è la fine del mondo.

Qualche estratto
I due estratti di oggi sono speculari. Li ho scelti con l’intenzione di mostrare il progresso mentale di Charlie nel corso del libro, e la corrispondente trasformazione nello stile del libro. Entrambi mostrano il rapporto tra il protagonista e il topo Algernon, così intelligente da risolvere i labirinti più velocemente di Charlie; nel primo caso, però, Charlie non si è ancora sottoposto al trattamento, mentre nel secondo i primi effetti di quest’ultimo cominciano a farsi sentire, almeno sul piano emotivo:

1.
We went up to the 5 th floor to another room with lots of cages and animils they had monkys and some mouses. It had a funny smel like old garbidge. And there was other pepul in wite coats playing with the animils so I thot it was like a pet store but their wasnt no customers. Burt took a wite mouse out of the cage and showd him to me. Burt said thats Algernon and he can do this amazed very good. I tolld him you show me how he does that.
Well do you know he put Algernon in a box like a big tabel with alot of twists and terns like all kinds of walls and a START and a FINISH like the paper had. Only their was a skreen over the big tabel. And Burt took out his clock and lifted up a slidding door and said lets go Algernon and the mouse sniffd 2 or 3 times and startid to run. First he ran down one long row and then when he saw he coudnt go no more he came back where he startid from and he just stood there a minit wiggeling his wiskers. Then he went off in the other derection and startid to run again.
It was just like he was doing the same thing Burt wanted me to do with the lines on the paper. I was laffing because I thot it was going to be a hard thing for a mouse to do. But then Algernon kept going all the way threw that thing all the rite ways till he came out where it said FINISH and he made a squeek. Burt says that means he was happy because he did the thing rite.
Boy I said thats a smart mouse. Burt said woud you like to race against Algernon. I said sure and he said he had a differnt kind of amaze made of wood with rows skratched in it and an electrik stick like a pencil. And he coud fix up Algernons amaze to be the same like that one so we could both be doing the same kind.
He moved all the bords around on Algernons tabel because they come apart and he could put them together in differnt ways. And then he put the skreen back on top so Algernon woudnt jump over any rows to get to the finish. Then he gave me the electrik stick and showd me how to put it in between the rows and Im not suppose to lift it off the bord just follow the little skratches until the pencil cant move any more or I get a little shock.
He took out his clock and he was trying to hide it. So I tryed not to look at him and that made me very nervus.
When he said go I tryed to go but I dint know where to go. I didnt know the way to take. Then I herd Algernon squeeking from the box on the tabel and his feet skratching like he was runing alredy. I startid to go but I went in the rong way and got stuck and a littel shock in my fingers so I went back to the START but evertime I went a differnt way I got stuck and a shock. It didnt hert or anything just made me jump a littel and Burt said it was to show me I did the wrong thing. I was haffway on the bord when I herd Algernon squeek like he was happy again and that means he won the race.
And the other ten times we did it over Algernon won evry time because I coudnt find the right rows to get to where it says FINISH. I dint feel bad because I watched Algernon and I lernd how to finish the amaze even if it takes me along time.
I dint know mice were so smart.

Abbiamo salito al 5° piano in nunaltra stanza con un mukio di gabie e annimali cerano scimie e alquni topi. Si sentiva nodore strano come di mmondizzia. E cerano altri indi vidui con il cammicie bianco che gioccavano congli annimali per cui sono pensato che fose un negozzio dannimali ma cueli non erano clienti. Burt ha tolto un toppolino bianko da na gabia e me la mostrato. Ha detto che si kiama Algernon e sa fare cuesto lab irinto benisimo. Ci o detto di farmi veddere come facieva.
Bene, sapete, a meso Algernon in una skatola grande come un tavolo con un mukio di serpentine e di svolte de limmitate da muretti e un INIZIO e una FINE come sul follio. Sol tanto cera una rete sopra la grosa scatola. E Burt sè tolto dal taskino lorologgio e a solevate una porticcina scorevole e il toppolino a fiuttato uno due volte e se messo a corere. Prima a corso lungo un reti lineo e poi cuando sè acorto che non poteva più andare avanti a tornato dietro dove aveva cominciato e a rimasto lì un minuto con i baffi vibbranti. Poi è partito ne laltra direzzione e a ri cominciato a corere.
Sembrava propprio che facieva la stesa cosa che Burt aveva voluto farmi fare con le righe su la carta. Ridevo perché pensavo che avrebe stata na cosa dificile da fare per un toppolino. Ma poi Algernon a continnuato in filando sempre la strada giusta fin che ussito dove ce skritto FINE e ha scuitito. Cuesto sinnifica a detto Burt chera contento perche aveva fatto la cosa giusta.
Per dinci sono detto cuesto sì che un topo inteligente. Burt ha dommandato: ti piacerebe garegiare con Algernon? Certo sono risposto e lui ha detto che aveva un tipo di lab irinto diffrente fatto di lennio con solki scavati drento e un bastoncino e letrico come una mattita. E poteva moddificare ne lo stesso modo il lab irinto di Algernon così saremmo fati tute due la stessa cosa.
A tolto tutte le sponde intorno a la skatola di Algernon perché si posono smontare e lha di sposte in modo diverso. E poi ci ha rimeso sopra la rete per impe dire a Algernon di scavvalcare le file e a rivare al FINE. Poi ma dato il bastoncino e letrico e ma mostrato come meterlo tra le file e non dovevo so levarlo ma soltanto segguire i picoli solki fin che non poteva più muoversi o sentivo na picola scossa.
A ripreso lorologgio e ciercava di nasconderlo. Così sono ciercato di non guardarlo e cuesto ma reso nervosisssimo.
Cuando a detto via sono ciercato di partire ma non sappevo dovandare. Non sapevo cuale strada prendere. Poi o uddito Algernon scuitire ne la skatola e le sue zampette raskiare come se stava già corendo. Sono partito ma o andato nel senso sballiato e o rimasto blokato e o sentito una picola skossa ne le dita. Non ma fato male né gnente soltanto su sultare un poko e Burt a detto chera per mostrarmi che avevo sballiato. Ero rivato a metà cuando o sentito Algernon scuitire come se era dinuovo contento e cuesto sinnifica che a vinto la corsa.
E le altre dieci volte che siamo ripetuti la gara Algernon a vinto tutte le
volte perché io non riussivo a trovare il solko giusto per rivare dove ce scrito FINE. Non ma dispiacciuto perché guardavo Algernon e sono imparato come finire il lab irinto anche se ma voluto tempo.
Non sapevo che i toppolini erano così inteligienti.

Slowpoke

Anche i Pokemon hanno i loro problemi.

2.
March 15 — Im out of the hospitil but not back at werk yet. Nothing is happining. I had lots of tests and differint kinds of races with Algernon. I hate that mouse. He always beets me. Prof Nemur says I got to play those games and I got to take those tests over and over agen.
Those amazes are stoopid. And those picturs are stoopid to. I like to drawer the picturs of a man and woman but I wont make up lies about pepul.
And I cant do the puzzels good.
I get headakes from trying to think and remembir so much. Dr Strauss promised he was going to help me but he dont. He dont tell me what to think or when Ill get smart. He just makes me lay down on a couch and talk.
Miss Kinnian comes to see me at the collidge too. I tolld her nothing was happining. When am I going to get smart. She said you got to be pashent Charlie these things take time. It will happin so slowley you wont know its happening. She said Burt tolld her I was comming along fine.
I still think those races and those tests are stoopid and I think riting these progress reports are stoopid to.

15 marzo – Sono fuori de lospedale ma non ancora al lavoro. Non sta suciedendo gnente. O fato molti test e divversi tipi di corse con Algernon. Lodio cuel topo. Mi vincie sempre. Il porfesor Nemur dicie che devo fare cuei gioki e rippetere cuei test tante tante volte.
Cuei lab irinti sono stuppidi. E anke cuei di segni sono stuppidi. Mi piace disenniare un uomo e una dona ma non vollio inventare buggie su la gente.
E non sono bravo a fare i puzzel.
Mi viene il mal ditesta a furria di sfforzzarmi di pensare e riccordare tanto. Il dotor Strauss avveva promeso daiutarmi ma non maiuta. Non mi dicie che cosa devo pensare o cuando divventerò inteligiente. Mi fa sol tanto stendere sun divano e parlare.
Miss Kinnian viene a trovarmi anche alla niversità. Ci o detto che non stava sucedendo gnente. Cuandè che divventerò inteligiente? Devi esere pazziente Charlie a risposto per cueste cose occore tempo. Acadrà così addagio che non te nacorgerai. Ma detto daver saputo da Burt che vado bene.
Continnuo a pensare che cuele corse e cuei test sono stuppidi. E 2° me sono stuppidi anche cuesti rapporti sui progressi.

Tabella riassuntiva

Un moral play sul destino di un ritardato nella società. Forse va fuori tema facendo diventare Charlie un genio.
Ci si identifica in Charlie – ci si entusiasma e si soffre con lui.
I capitoli sgrammaticati sono deliziosi!

(1) Lo definirei ‘slipstream’, perché anche se è un device fantascientifico a mettere in moto la vicenda, il focus del libro non è sugli elementi fantastici ma sul rapporto tra il protagonista e il mondo. E quel mondo è tale e quale al nostro.Torna su

Draghi come pterodattili: una lezione di metodo

PterodattiloIn un articolo vecchio ormai di tre o quattro anni, Gamberetta si lamentava degli ambienti del fantasy italiano – e dei salotti letterari italiani in genere – perché passavano più tempo a porsi quesiti sul valore sociale della narrativa, sui drammi della propria epoca e sul valore simbolico-politico-metallurgico di questo o di quel Grande Scrittore nella Storia della Letteratura (con tutte le maiuscole al posto giusto), invece che discutere della plausibilità di costruire un’intera città nell’occhio di una salamandra gigante.
Ho sempre cercato di attenermi al suo consiglio, ma se sono sempre riuscito a evitare articoli del tipo: “Tolkien: una lettura teocon”, devo ammettere di non essermi mai dato molto da fare con le salamandre. Oggi farò parziale ammenda.

Parlando di fantasy tradizionale, una delle domande che su blog e forum tende a riemergere periodicamente è: “Come figa fanno a volare i draghi?”. La massa di un drago, infatti, sarebbe troppo grande perché le sue ali possano sollevarlo da terra e farlo schizzare in cielo come D&D ci ha abituati. Peggio ancora se al drago aggiungiamo la massa del cavaliere (rigorosamente in armatura milanese e lancia in resta) che gli salta in groppa.
In queste discussioni, generalmente si creano tre fazioni. Quelli che dicono: “I draghi sono un assurdo fisico, bisogna espungerli o quantomeno avere la compiacenza di togliergli le ali o renderle inutili al volo, come per le galline”; quelli che dicono: “Magari se facciamo le ossa del drago sufficientemente cave, riduciamo la massa del drago e ingrandiamo le ali in proporzione al resto del corpo, riusciamo a creare un drago plausibile”; e quelli che dicono: “Nn spakkarmi la minkia, qst è fntasy mica scienza!”, o, nella variante meno ritardata: “Non è necessario che il drago debba essere scientificamente coerente per scrivere una bella storia coi draghi volanti”.
Ora – alcuni dei miei lettori abituali forse lo troveranno strano, ma non sono in completo disaccordo con la terza corrente di pensiero. Mi spiego. La narrativa, come giustamente dice il Duca, è una forma di Retorica, e uno dei suoi obiettivi – specialmente se stiamo parlando di narrativa fantastica – è la sospensione dell’incredulità, ossia quello stato in cui il lettore è così assorbito dalla vicenda che non ne questiona la validità e si diverte. Non importa come la sospensione dell’incredulità sia raggiunta, purché sia raggiunta.

Armatura milanese

Una comoda e pratica armatura alla milanese. Il drago ringrazia.

Questo significa che nella mia storia posso mettere cose implausibili come draghi volanti che trasportano cavalieri in armatura completa, se riesco a fare in modo che il lettore non se ne accorga o che comunque lo accetti spontaneamente. Ho letto un libro di Mellick – di cui probabilmente parlerò prima della pausa estiva – in cui a un uomo è stata fatta un’operazione chirurgica che ha trasformato la sua faccia in un enorme hamburger con gli occhi a palla; non solo, ma nella sua nuova faccia hanno messo così tanti conservanti che quest’uomo ha superato i cent’anni ed è ancora in forma smagliante. Tutto questo è semplicemente ridicolo; tuttavia, la vicenda è inserita in una storia così internamente coerente, così divertente e dal ritmo così serrato che la si accetta senza troppi problemi.
Inoltre, possiamo prenderci una certa libertà quando si tratta di elementi marginali della storia. Se la cavalleria di draghi volanti è al centro della mia storia e non sono riuscito a rendere plausibili questi draghi, allora ho un problema; ma se la storia parla d’altro e a un certo punto appare un contingente di cavalieri a cavallo di drago volante, potrebbe essere ok.

Tuttavia, la soluzione della plausibilità scientifica rimane la strada migliore, quando è praticabile. Se sono sicuro di ciò che sto scrivendo, generalmente riuscirò a scriverlo meglio, e a trasmettere questa sicurezza anche al lettore. Se so esattamente come funziona il mio drago, probabilmente riuscirò a mostrarlo meglio. E se la mia soluzione è particolarmente furba e/o originale, mi distinguerò dagli altri scrittori che si sono occupati di draghi volanti.
E’ per questo che, quando per caso mi imbatto in un sito o un blog che si occupa di argomenti accademici, me lo salvo da qualche parte e lo tengo d’occhio. Non avrei mai il tempo di occuparmi della fisica dei draghi, ma se c’è qualcun’altro che lo fa al posto mio, be’, cambia tutto!
Qualche settimana fa ho accennato al blog The Palaeobabbler. Ebbene, navigando in modo del tutto casuale tra gli articoli del blog, mi sono imbattuto in un fatto di cui non ero a conoscenza. Pare che da lungo tempo i paleontologi si interroghino e si pikkino su una questione molto simile a quella sulla possibilità che i draghi volino, con la differenza che riguarda un animale realmente esistito.
E la domanda è: ma come cazzo facevano gli pterodattili a volare?

Dannato pterodattilo

Ma soprattutto, come diavolo facevano a sollevare automobili?

Molte famiglie di pterosauri erano veramente enormi, arrivando a raggiungere la stazza di giraffe. Molti scienziati hanno quindi messo in dubbio che gli pterosauri potessero volare – ossia che riuscissero a darsi la spinta necessaria da staccarsi da terra, e che poi riuscissero a sostenersi in volo.
Cito testualmente il Palaeobabbler:

Put simply, the problem is as follows: pterosaurs appear to have not had strong enough legs to launch themselves into the air as birds do. This might not seem like a problem if you imagine the huge beasts diving off of cliffs and catching the air like a paraglider might, however, the larger pterosaurs are most abundant in flat, terrestrial environments, even preying on small dinosaurs. Without the use of powerful leg muscles, or cliffs to sail off, how on Earth did they launch themselves?

Ed ora, ecco una possibile risposta:


Lo pterodattilo spicca il volo!

It turns out they very well might have used their incredibly strong flight muscles in their arms to do the job, using some acrobatics which to us might seem insane, yet are the same sort of movement used by some vampire bats.

Se l’argomento è riuscito a catturare la vostra attenzione, ecco l’articolo del blog da cui ho tratto questa ipotesi . Oltre a una serie di link alle fonti del blogger, c’è anche un breve video che mostra il modo in cui uno di questi pipistrelli vampiro acquista velocita’ per spiccare il volo. Immagino che tutti coloro che hanno partecipato a Deinos saranno entusiasti all’idea di approfondire questo problema paleontologico.

Per quanto mi riguarda, voglio aggiungere due note.
Primo: se la soluzione funziona con gli pterodattili, potrebbe funzionare anche per i draghi. Why not? Non risolve il problema di come possano portarsi in groppa 100 e passa chili di carne e ferraglia, ma almeno rende plausibile il fatto che possano spiccare il volo e volteggiare nell’aere. E poi, un drago che prende la rincorsa a quel modo certo dev’essere una bella vista – mostrarlo in una scena potrebbe farvi guadagnare qualche punto.
Secondo: perchè i paleontologi arrivassero a questa ipotesi c’è voluta un’escursione nel campo della zoologia! Questa è l’ennesima dimostrazione dell’importanza di non limitare il proprio campo di studi a una sola specializzazione. In particolare uno scrittore, se vuole essere bravo a mostrare e se non vuole rimanere a corto di idee, dovrebbe cercare di farsi un minimo di cultura in quante più discipline possibili. Una delle ragioni per cui a molti di voi piace Stephen King, è perchè quando parla dell’effetto di un proiettile che ti si infila nella rotula, quando descrive una frattura esposta, o quando fa muovere gli uomini di un reparto speciale dell’esercito, sembra sapere di cosa sta parlando – benchè King non sia nè un medico, nè un militare1.
Diventare esperti di tutto ovviamente è impossibile; ma il mio consiglio è di tenere gli occhi aperti, e ogni volta che vi imbattete in un sito o un blog o un qualcosa di potenzialmente utile, salvatevelo da qualche parte. Chissà che non possa tornarvi utile.

Pene a forma di drago

E in definitiva, suonerò un po’ naif, ma a me i draghi sono sempre piaciuti.

***

Quanto a Ray Bradbury, voglio lasciargli anch’io un commiato, anche se un po’ tardivo.
E come ho già detto in un commento, a me piace ricordarlo così:

(1) La gestione delle ferite è sempre una delle cose che mi ha dato più problemi, e in generale può essere una vera scopa in culo per lo scrittore non esperto di medicina. David Page ci è venuto in aiuto con il manuale Body Trauma: A Writer’s Guide to Wounds and Injuries.
Il manuale avrebbe potuto essere organizzato meglio, ma rimane una buona fonte di informazioni quando abbiamo l’urgenza di gambizzare il nostro protagonista.Torna su

La vita è dura

Too BadCome forse avrete notato, ieri non c’è stato il Consiglio del Lunedì in programma.
La verità è che questo fine settimana non ho avuto tempo, né probabilmente lo avrò per tutta questa settimana. Il post infrasettimanale, quindi, potrebbe esserci come potrebbe non esserci. A tutti gli effetti, è più probabile che non ci sia – ma, who knows?

Fortunatamente, dopo questa settimana non dovrebbero esserci altri problemi a tenermi lontano dalla tastiera fino ad Agosto – quando probabilmente questo blog si prenderà una meritata vacanza estiva.
E ho diversi Consigli e Bonus Tracks, di cui non vedo l’ora di avere un po’ di tempo per parlarne.

Perciò, abbiate un po’ di pazienza^^