Attack on Continuity

Attack on Titan ScreenshotCome tutte quelle tecniche che alterano il semplice flusso lineare della narrazione, i flashback sono una brutta bestia. Nel suo manuale Plot, Ansel Dibell mette giustamente in guardia contro il loro utilizzo:

All this structural hanky-panky isn’t something to engage in just for the fun of it. Any departure from linear, sequential storytelling is going to make the story harder to read and call attention to the container rather than the content, the technique rather than the story those techniques should be serving.
There’s a principle called “elegance” which means that a theory or an object has no excess parts. It may be very complex, but it’s as simple as it can be and still work. This applies to fiction, too.

Tuttavia, ci sono storie che beneficiano realmente, in termini di chiarezza o di coinvolgimento, da un utilizzo intelligente dei flashback. E ci sono storie che semplicemente non funzionerebbero senza flashback.
Pensiamo a Lost: è una storia che non potrebbe mai funzionare se fosse raccontata in ordine cronologico. Dei personaggi non ci interessa nulla finché non sono sull’isola (la vita della maggior parte di loro è piuttosto ordinaria); e viceversa, la serie sarebbe solamente un mystery fantascientifico se non avessimo la possibilità di scoprire, poco a poco, chi erano i sopravvissuti prima di arrivare sull’isola. Si potrebbe raccontare la storia in modo lineare, partendo dallo schianto del volo Oceanic e proseguendo fino alla risoluzione finale ignorando le backstory dei personaggi – ma l’elemento più affascinante della serie (o almeno, delle prime stagioni, che poi sono quelle che funzionano meglio), la sua ragion d’essere, sta proprio nella giustapposizione e nel contrasto tra il prima e l’adesso dei sopravvissuti.

Lost meme

Ho nominato Lost perché è un esempio celebre, ma in realtà tutte le trame del tipo “crogiolo” (in cui una serie di personaggi senza precedenti relazioni tra loro si trovano forzati in uno spazio chiuso di pericolo) si prestano bene a una struttura narrativa che salta avanti e indietro nel tempo. La timeline che segue il presente concentra tutta l’azione, la tensione della vicenda, ed è il perno della storia; le timeline che indagano il passato dei protagonisti concedono dei momenti di respiro tra un momento adrenalinico e l’altro (così da evitare l’assuefazione), sono un piacevole cambio di scenario, accrescono la familiarità e l’affezione verso i personaggi, e permettono di esplorarne meglio le motivazioni e i comportamenti. Battle Royale e Le Iene sono altri due esempi di storia che funziona proprio grazie a questa struttura.
I crogioli sono forse l’esempio migliore, ma non l’unico, di trama che funziona bene quando non è lineare. Pensiamo a Pulp Fiction. Data la natura episodica del film (che racconta, in pratica, tre o quattro storie autoconclusive), non è difficile da seguire anche se è raccontato in modo non lineare. E in compenso, la storia ne beneficia tantissimo: la scena finale di Vic e Jules alla tavola calda, dove i due killer discutono della vita e del loro futuro, non avrebbe minimamente lo stesso impatto sullo spettatore se non sapessimo già come andrà a finire. E viceversa, l’ultimo episodio in ordine temporale è quello del boxeur in fuga interpretato da Bruce Willis: terminare il film con la sua storia sarebbe stato debole. L’episodio di Bruce Willis è divertente e pieno d’azione, ma non dà un senso di chiusura alla pellicola.

Questo pippone per dirvi cosa? Che anche se la chiarezza espositiva e la fluidità della trama sono il primo obiettivo da ricercare quando si crea una storia, bisogna accettare che ci sono trame che, semplicemente, sono più interessanti quando sono raccontate in modo non lineare. A volte, per il bene della chiarezza, si finisce per annacquare una storia e renderla più noiosa. E indovinate dove, a mio avviso, è successo proprio questo? In Attack on Titan.
Uno degli scogli più grossi alla visione di questo anime sono i primi quattro episodi. Sono – per capirci – le puntate in cui viene mostrato l’attacco dei titani alla cerchia di mura esterne (con conseguente distruzione della città natale di Eren), l’esodo dei protagonisti nella seconda cerchia e i tre anni di addestramento all’accademia militare. Capite da subito il problema: si tratta di mostrare in uno spazio di tempo compresso tre anni abbondanti di vita del protagonista. Peggio: si tratta di mostrare un avvenimento di importanza centrale all’inizio, tre anni in cui succede poco e niente, e un nuovo avvenimento di importanza centrale alla fine (la ricomparsa del Titano Colossale, che mette in moto poi tutti gli eventi successivi della serie).

Attack on Titan Desu

Sarebbe bastato chiedere con gentilezza…

 

Il risultato è pessimo. Più che raccontare una storia, questi primi episodi sono  una sequenza di scene distinte e rabberciate alla bell’è meglio finalizzate a costruire protagonisti e ambientazione. Ci fanno familiarizzare con i personaggi bambini, per poi rimpiazzarceli dopo qualche episodio con le loro versioni cresciute. La sensazione è che le prime due ore circa di Attack on Titan siano una specie di gigantesco prologo all’anime vero e proprio, e che la storia cominci solo a partire dal quinto episodio con la battaglia di Trost. L’impressione è rafforzata dal fatto che, a fronte dei continui salti temporali delle prime puntate, dalla quinta in poi l’evoluzione della trama diventa lentissima. Risultato: ho dovuto fare appello alla mia forza di volontà per non smettere prematuramente la visione dell’anime, e forse l’avrei fatto, se non li avessi già scaricati tutti e messi comodamente nel mio hard disk.
Né sono l’unico ad aver avuto questa impressione. Bazzicando in giro su qualche forum, mi è capitato più volte di imbattermi in conversazioni tra utenti delusi dai primi episodi e incerti se continuare la visione, e fan dell’anime che dicevano cose del tipo: “Tieni duro almeno fino all’episodio 5, poi diventa bellissimo!”. Ora – quando persino gli appassionati riconoscono che un’opera diventa bella solo superato un certo punto, e che quello che c’era prima serviva solo a preparare il terreno, c’è qualcosa che non va. Il tempo dello spettatore è denaro. L’opera deve essere avvincente e reggersi sulle sue gambe fin da subito, non può vivere della vaga promessa che “il bello deve ancora arrivare, sii paziente”.

Mi rendo conto che Isayama si trovava di fronte a un bel problema. Questo problema consisteva nel fatto che il cuore della storia si svolgeva in un determinato momento temporale, ma che questa storia aveva senso solo alla luce di alcuni avvenimenti cruciali che avvenivano alcuni anni prima. I primi episodi avrebbero dunque una serie di obiettivi espositivi:
1. Mostrare l’apertura della breccia nel Muro Maria e l’invasione dei Titani nel regno, dato che questo è l’avvenimento che determinerà il nuovo assetto della società di Attack on Titan.
2. Mostrare il trauma nell’infanzia del protagonista e la serie di avvenimenti che lo porterà a intraprendere la carriera militare.
3. Mostrare come funziona la vita militare nel mondo di Attack on Titan, e introdurre una serie di comprimari che saranno importanti negli episodi successivi (es. i compagni di Eren).
A questi si aggiunge un obiettivo narrativo:
4. Aprire l’opera col botto, cioè con un’apparizione dei Titani (il nodo della storia) e una battaglia sanguinosa.

Titano colossale

Non tutti questi punti sono altrettanto importanti. Il punto 3, ad esempio. Il funzionamento dell’esercito – e l’addestramento dei cadetti di cui Eren fa parte – poteva anche essere mostrato direttamente in battaglia, e così i suoi compagni. L’inefficienza di un “avanti veloce” sugli anni di boot camp è dimostrata dal fatto che, comunque sia, poco vediamo – nei primi episodi degli anime – tanto dell’addestramento, quanto di questi comprimari; e infatti facciamo fatica a ricordarceli. Mi sono sorpreso, arrivato all’episodio 16 o 17, di sbattere gli occhi e pensare: “Aspetta – chi minchia è ‘sta Krista Lenz?”. Viceversa, il personaggio di Levi è introdotto relativamente tardi, ma ha un carattere così distintivo, e lo vediamo fare talmente tante cose, che lo memorizziamo subito.
I personaggi si memorizzano e ci diventano familiari in base alle cose che fanno, a come si comportano in momenti cruciali – come ad esempio uno scontro con mostri mangiauomini alti otto metri. Una carrellata veloce e infodumposa, come quella regalataci nel terzo e quarto episodio, aiuta poco (salvo forse a dire: “Ah sì, quella è la tipa delle battute sulle patate…”. Sigh).

Ma concedo che i primi due punti e l’ultimo sono cruciali, e andavano risolti in qualche modo. Il regista, con Isayama, sceglie di privilegiare la chiarezza, raccontando la storia in modo strettamente cronologico e costringendo lo spettatore a tenere duro per i primi episodi – diciamo dal secondo al quarto compreso, che sono quasi esclusivamente espositivi e nei quali non succede granché – per godere poi di quelli successivi.
E se invece avesse fatto diversamente? Se avesse scelto di raccontare la storia di Attack on Titan in modo non lineare, così da evitare il pantano dei primi episodi? Come salvare i punti più importanti, senza fare impazzire il lettore da un lato, né dall’altro annoiarlo?
Ho provato a immaginare come mi sarei comportato nei panni del regista. Ovviamente, avessi carta bianca, terrei solo l’ambientazione ed eliminerei senza rimpianti i protagonisti e tutta la loro storia. Come già detto nello scorso articolo – ma so di avere il consenso della maggior parte di voi su questo punto – ci sono storie molto più interessanti che si potrebbero raccontare con le premesse di Attack on Titan. Ma poniamo di dover mantenere tutti gli elementi principali della storia, e di poter cambiare solo i dettagli e il modo di presentarli. Mi sono venute in mente due diverse alternative.

Ciao a tutti. Sono il comic relief dell’anime e i miei sketch non fanno ridere. Mi ricorderete non per la mia abilità in battaglia, ma perché mangio patate.

Variante #1: Battaglia di Trost con contorno di flashback
Siamo d’accordo: dato che Attack on Titan è un fantasy militare sull’umanità contro i Titani, dovrebbe iniziare con una battaglia contro di loro. Ma perché dev’essere una battaglia ambientata nel passato (rispetto al grosso della storia)? Perché non una battaglia che si svolge nel presente? La soluzione più semplice sarebbe proprio cominciare con l’episodio cinque, ossia con l’attacco dei Titani a Trost – uno scontro che prosegue fino a metà stagione e che quindi da sola rappresenta quasi il 50% dell’anime. L’anime potrebbe aprirsi con una pacifica scena di cadetti sulle mura della città, dando allo spettatore qualche minuto per familiarizzare coi protagonisti – e poi l’attacco.
Ok: questo risolve il quarto punto, ma che dire dei primi due, ossia dell’importanza di far capire allo spettatore come si è arrivati alla situazione presente e cosa motiva Eren a combattere i Titani? Be’, ma a pensarci bene questa è pura exposition. Allo spettatore (come al lettore), all’inizio dell’opera queste cose non interessano. Poiché non c’è ancora stato investimento emotivo né sull’ambientazione, né sul protagonista, non proverà curiosità per il background dell’una né dell’altro. Vuole azione. E provare emozioni forti. Ergo: prima di tutto, un po’ di violenza che ci familiarizzi con Titani e adolescenti protagonisti. Poi, nel tempo – diciamo dopo qualche episodio – il bisogno di saperne di più sul passato di questa gente comincerà ad acquistare peso.

Come gestirlo? Per prima cosa, si può cominciare già dai primi episodi a buttare dettagli sul passato di Eren (e dei suoi amici d’infanzia): il suo essere originario della città dove avvenne il primo attacco, il fatto che sia fuggito per il rotto della cuffia dai Titani e l’odio che ne è scaturito. Poi, in un momento di distensione – alla fine della battaglia, o di una prima fase della battaglia – si potrebbe inserire un flashback (della durata di un episodio, difficilmente di più) che ci mostri nel dettaglio l’avvenimento, con particolari come il fatto che i Titani si siano pappati la mamma di Eren sotto i suoi occhi.
Questi flashback potrebbero diventare anche un pattern dell’anime: ogni tot episodi, in momenti di distensione dell’azione nel presente, e con hook tematici sufficienti a giustificarli, si potrebbe inserire una puntata flashback che illustri questo o quell’aspetto interessante della storia di Eren e dei suoi amici – l’esodo nella seconda cerchia di mura, la difficile vita dei profughi in condizioni di scarsità di cibo, qualche episodio di rivolta finito nel sangue e così via. Sarebbe un interessante sistema per mostrare i particolari della vita ordinaria nel mondo di Attack of Titan senza risultare pesanti.

Potato Kid

Ok, un altro po’ di ragazza patata.

Variante #02: Build-up lento
Il problema della prima proposta potrebbe essere che condensa molte informazioni in uno spazio concentrato: nel corpo di un unico avvenimento centrale – la battaglia di Trost, che abbia o meno più fasi – ci sono l’introduzione dei personaggi, dell’ambientazione, degli antagonisti, per non parlare dei flashback. Si potrebbe tentare un’altra strada, ossia quella di posticipare la battaglia e dare più tempo allo spettatore di familiarizzare coi personaggi. Ad esempio, potremmo cominciare la nostra storia negli ultimi giorni (l’ultima settimana?) da cadetti dei protagonisti, prima dell’apparizione dei Titani davanti alle mura di Trost.
Però ci siamo detti che un esordio senza l’apparizione dei Titani è debole. Come risolvere questo problema? E’ qui che entra in gioco la Legione Esplorativa! Immaginiamo un inizio incentrato su una spedizione della legione fuori dalle mura, magari tra le rovine di una delle cittadine del Muro Maria. L’anime comincia sui soldati che, variamente acciaccati, fanno per tornare verso la seconda cerchia di mura. E bam! Appaiono i Titani. Segue carneficina (durante la quale apprendiamo quanto cazzo sono pericolosi questi Titani). Alla fine, i superstiti si mettono in fuga ed entrano nelle mura dalla porta di Trost: tutta la scena potrebbe durare un cinque minuti. Ed ecco che il pov passa su Eren – che vedremmo per la prima volta – che li guarda entrare in condizioni pietose. Sigla. Di qui in poi, l’anime stabilirà Eren come protagonista e seguirà la sua storia.

Questa scena, che tra l’altro rispecchia altre scene simili dell’anime reali, svolgerebbe numerosi funzioni: ci dà un inizio forte con Titani che attaccano (e vincono), mostra i giganti che infestano le rovine di città umane, e stabilisce da subito il rapporto tra Eren e la Legione, verso cui chiaramente prova stima e di cui vuole entrare a far parte (anche se per ora non ne sappiamo il perché). Da quest’ultimo dato, lo spettatore intuisce da subito una prima motivazione per cui Eren è nella scuola militare. Il resto dell’episodio può proseguire su toni più tranquilli, mostrando scorci di vita militare dei nostri eroi e qualcosa della vita quotidiana dentro le mura.
L’episodio dovrebbe culminare con un cliffhanger, ma l’attacco dei Titani alle mura potrebbe essere prematuro. Si potrebbe invece chiudere su un disordine con i militari; magari un tentativo di rivolta popolare, così da creare un po’ di tensione, far subito emergere i problemi di politica interna e focalizzare l’attenzione sui soldati (potrebbe persino essere un compito da cadetti come Eren, l’aiutare la guarnigione a riportare l’ordine). L’attacco dei Titani potrebbe poi arrivare con più calma nell’episodio successivo, o ancora più avanti. I dettagli sul passato dei nostri protagonisti dovrebbero essere centellinati. Anche in questo caso si potrebbe inserire, in un momento di calma, il flashback sull’infanzia del protagonista; ma la cosa sarebbe meno traumatica perché avremmo avuto più tempo per conoscere tutti i personaggi.

Attack on Titan Freddie Mercury

That’s it
I due scenari riportati sopra erano solo esempi, neanche molto brillanti, che mi sono venuti in mente. Chissà quante soluzioni migliori si possono trovare. Ma entrambe mi sembrano migliori di quella originale, nell’evitare i cliché da shonen e nel presentare il mondo della storia in modo interessante. Mi sono tolto un sassolino dalla scarpa.
Ora posso con più tranquillità abbassare la saracinesca su Attack on Titan. Se ne riparlerà, magari, quando sarà uscita la seconda stagione.

Cosa ne penso di Attack on Titan

Attack on TitanL’umanità è sull’orlo dell’estinzione.
Oltre un secolo fa sono apparsi dal nulla i Titani, creature umanoidi di dimensioni gigantesche e intelletto limitato, e hanno cominciato una caccia metodica agli esseri umani, distruggendo intere nazioni e civiltà. I superstiti si sono trincerati in una piccola nazione difesa da tre cerchie concentriche di mura alte cinquanta metri, e hanno creato dei corpi speciali dell’esercito per difenderle. E l’umanità si è rassegnata a vivere come topi in trappola.
Finché, un giorno, fuori dalla cerchia di mura più esterne non è apparso un Titano di sessanta metri. Con un unico calcio ha sfondato il muro, permettendo l’entrata dei Titani e l’inizio dell’invasione del regno. Il giovane Eren Yaeger era lì; ha visto con i propri occhi la distruzione della sua città natale e la morte della madre, divorata da un Titano. Messosi in fuga con i suoi amici d’infanzia, la bella Mikasa e l’esile Armin, Eren ripara insieme ai profughi nella seconda cerchia di mura. Ma fa un giuramento a sé stesso: si arruolerà nell’esercito e dedicherà la sua vita allo sterminio dei Titani, fino a che anche l’ultimo di quei mostri non sarà sparito dalla faccia della Terra. Comincia così la carriera di Eren e dei suoi compagni nella grande guerra per la sopravvivenza tra umani e Titani.

Guardare una serie anime porta via un sacco di tempo, anche in confronto alla lettura di un romanzo di medie dimensioni – per questo capita molto di rado che lo faccia. Attack on Titan (進撃の巨人Shingeki no Kyojin, in italiano “L’attacco dei Giganti”) è, in effetti, la prima serie intera che guardo da quasi due anni a questa parte; e se mi sono deciso a farlo, è perché stava diventando così famosa, ne sentivo parlare così spesso in giro, che fare finta di niente era semplicemente impossibile. Se frequentate un minimo il mondo degli anime o della narrativa fantastica, sicuramente conoscete già quest’opera.
Saprete già, per esempio, che non si tratta di un anime originale, ma dell’adattamento dell’omonimo manga di Hajime Isayama. Un manga che in madrepatria ha riscosso un successo strepitoso e che poi ha sbancato anche negli Stati Uniti. La pubblicazione, che è cominciata nel 2009, è ancora in corso, e stando alle dichiarazioni di Isayama la storia andrà avanti per alcuni anni. Insomma: pur sapendo più o meno a cosa andavo incontro, sono riuscito a impelagarmi in una situazione simile a quella dei disgraziati che si ciucciano la serie del Trono di Spade, ossia guardarmi una storia incompleta che non si sa ancora bene quando finirà. Maledizione a me. Coi suoi 25 episodi, l’anime copre pressappoco i primi otto volumi del manga – cioè un po’ più di metà della storia uscita fino ad oggi. Preciso da subito che non ho letto (né, al momento, intendo farlo), il manga originale, quindi il mio giudizio si limiterà esclusivamente all’anime.

La prima opening di Attack on Titan. Molto figa.

La scorsa settimana, con il Consiglio dedicato a The Deep, abbiamo visto un esempio di Fantasy medievaleggiante atipico; con l’articolo di oggi voglio fare una seconda incursione nell’argomento. Attack on Titan parte da una premessa affascinante: un’umanità sull’orlo dell’estinzione, trincerata dietro mura altissime come topi in gabbia, e assediata da un nemico che non può sconfiggere. Come può, l’uomo, vivere in simili condizioni? E come farà, d’altronde, a respingere l’assalto e a riprendersi ciò che gli è stato tolto?
Ci sono tante angolazioni da cui si potrebbe raccontare una storia del genere. Ma Isayama è un mangaka, e non ha lo stesso grado di libertà di un romanziere; la sua scelta ricade quindi sulla storia adolescenziale di formazione, mescolata alla military fiction. Attack on Titan segue il protagonista, il giovane Eren Yaeger, dall’inizio della sua formazione nell’accademia militare alla sua carriera come soldato di professione nella guerra del genere umano contro i Titani. Il risultato ha più di una spruzzata dell’Heinlein di Starship Troopers, calato però in un fantasy dall’atmosfera sette-ottocentesca, e con la struttura tipica del seinen d’azione.1 E tanto gore.

Uno sguardo approfondito
Ho cominciato la visione di Attack on Titan con parecchie aspettative. Mi sono quindi cadute le braccia nel constatare, fin dai primissimi episodi, la quantità abissale di cliché da shonen/seinen che l’anime è riuscito a inanellare. A partire dal protagonista, il classico giovane che, da quando i Titani hanno distrutto la sua città natale e mangiato sua mamma sotto i suoi occhi, ha giurato eterna vendetta e che diventerà Hokage il miglior guerriero del mondo per ucciderli tutti.
Eren Yaeger è, in due parole, un Gary Stu. Si distingue da subito per la sua abilità combattiva eccezionale e la sua determinazione; i coetanei vedono in lui un leader naturale; il personaggio femminile più figo dell’anime gli sbava dietro, ha occhi solo per lui, morirebbe per lui, fin dal primo episodio, benché lui, come tutti i protagonisti giapponesi, sia apparentemente asessuato e non sembri accorgersene. La sua psicologia è elementare, la sua motivazione incrollabile, la sua etica adamantina, i conflitti interiori inesistenti. In pratica, è assodato fin dal primo episodio che Eren è un eroe.

Attack on Titan testimoni di Jeova

Ora, la scelta di questo protagonista sarà stata fatta nell’ottica di una facile identificazione degli spettatori in lui: per questo ne hanno fatto un personaggio super-positivo e facile da capire. Il risultato, tuttavia, è che Eren è irritante. Mettiamolo a confronto con Rico, il protagonista di Starship Troopers. Anche Rico deve affrontare le fatiche dell’addestramento militare, per poi trovarsi sbattuto in prima linea a combattere contro i mostri alieni. Ma Rico non è il protagonista senza macchia. Si arruola senza avere le idee chiare, durante i mesi di boot camp vacilla, si trova in difficoltà, finisce a chiedersi più volte se questa sia davvero la vita per lui e se non sia più facile rinunciare. Rico ha tutte le incertezze delle persone normali, e quindi lo sentiamo come “uno di noi”; attraverso i suoi occhi sentiamo la fatica dell’addestramento e il terrore cieco del campo di battaglia. Con Eren no: poiché tutto gli viene con naturalezza e il suo eroismo non viene mai messo in discussione, lo percepiamo immediatamente come un individuo eccezionale, e rimaniamo distaccati. Non solo: proprio perché la sua dedizione alla causa ci lascia freddi, i suoi continui appelli all’onore e al senso del dovere lasciano in bocca la sgradevole sensazione di un proclama militare, o di un perentorio invito all’arruolamento.2
Ma la scelta di questo protagonista ha conseguenze ancora più gravi per l’anime. Il fulcro di Attack on Titan si fonda proprio sul rapporto impari che c’è tra gli esseri umani, per quanto addestrati, e i mostruosi Titani. Un Titano, anche il più debole, è una macchina per uccidere, che mentre sfascia case e strade solo camminando, spappola un abitante con un pugno, ne schiaccia un altro col piede e intanto ne mastica un terzo acchiappato al volo coi denti. Puoi esserti preparato quando vuoi, puoi esserti un supersoldato, ma quando vedi un Titano dal vivo ti si ghiaccia il sangue nelle vene e rimani pietrificato. E’ un terrore atavico, come quello evocato da Chtulhu e dai Grandi Antichi. Ma con un protagonista come Eren, l’effetto si vanifica. Eren è così determinato, così accecato dalla rabbia, dall’odio, e dal desiderio di vendetta, che attraverso i suoi occhi si smette persino di provare paura per i Titani. E l’opera ne esce di molto indebolita.

Altrettanto cliché sono i comprimari. Mikasa è lo stereotipo giapponese della “amica d’infanzia”: bellissima, dolce con la sua cerchia ristretta di amici, dura gli con altri, combattente determinata e votata al protagonista. Si è tentata una botta di originalità facendone una guerriera eccezionale, tecnicamente superiore allo stesso Eren; ma la sua fissazione monomaniacale per il protagonista e il suo carattere silenzioso ne fanno comunque un personaggio piuttosto debole. Quanto ad Armin, l’altro amico d’infanzia, è il tipico nerd: fisicamente esile, vigliacco, incapace di difendersi da solo, ma al contempo un genio della strategia, si rivelerà utile alla squadra grazie alle sue intuizioni e alla sua sensibilità. Completano il quadro della banalità i power-up dei personaggi, convenientemente distribuiti nel corso della serie.
Attack on Titan si concede qualche tocco di profondità in più in alcuni dei personaggi secondari. Non appartenendo alla ristretta cerchia degli ‘eroi’ che devono arrivare fino alla fine della storia, a questi personaggi sono concessi tratti più umani: si cagano sotto, commettono errori (anche clamorosi) e possono pure schiattare. La mia preferenza va a Jean. Compagno di Eren all’accademia militare, Jean è un bravo combattente, ma è tutto fuorché un eroe senza macchia. Ha inizialmente scelto la carriera militare per guadagnarsi un posto nella guardia ristretta del Re e fare la bella vita, non per combattere i Titani; sul campo di battaglia, è dilaniato tra il suo senso dell’onore, e il desiderio di soccorrere i propri compagni in difficoltà da una parte, e il terrore cieco per i Titani, e il desiderio di darsela a gambe levate, dall’altra. Non solo Jean sembra una persona normale – pur facendo una vita straordinaria – ma i suoi conflitti interiori lo rendono interessante. Quando vediamo la battaglia col pov di Jean, tutto fa più paura, e anche i Titani sembrano inquadrati nella loro giusta dimensione. Mentre ogni volta che Eren fa la cosa giusta sembra prassi, quando Jean fa la cosa giusta è una conquista, e ci entusiasmiamo. Non posso fare a meno di chiedermi quanto più interessante sarebbe stato Attack on Titan con un protagonista complesso e ambiguo come Jean invece di Eren.

Uncle Sam cupcakes

…ma voglio anche che ti arruoli nella guerra contro i Titani. Per la patria!

Infelice scelta del protagonista a parte, l’elemento d’azione dell’anime ha alti e bassi. Tra le idee più interessanti, l’Equipaggiamento di Manovra Tridimensionale inventato dall’esercito del regno per combattere i Titani. Problema: i Titani sono quasi invincibili, l’unico punto debole è una parte molle collocata sotto la loro nuca. Come raggiungerla? Con un’imbracatura di cavi e rampini che, manovrata attraverso un sistema di propulsione a getto, permette ai soldati di sollevarsi in aria e manovrare di palazzo in palazzo alla Spiderman, così da poter combattere in tre dimensioni e saltare addosso ai giganti. Se dal punto di vista scientifico farà alzare più di un sopracciglio, visivamente è uno stile di combattimento molto affascinante.
Inoltre, crea tutta una serie di conseguenze tattiche: se per esempio è possibile combattere contro i Titani in città o in un bosco, muovendosi sui tetti o tra gli altri, la Manovra Tridimensionale è del tutto impossibile in uno spazio aperto come una prateria. Anche dal punto di vista dell’arte della guerra, Isayama sembra aver fatto i compiti. Preciso subito di non essere un esperto di tattica militare; ma, ai miei occhi di profano, il modo in cui si dispongono i battaglioni sul campo di battaglia sembra avere un senso e suona credibile.

I problemi cominciano se dalla singola scena di battaglia allarghiamo lo sguardo a una visione d’insieme. In una delle prime puntate dell’anime, quando assistiamo al primo vero combattimento tra i nostri eroi e i Titani, si scatena una vera e propria carneficina. Gli autori vogliono mostrarci la brutalità dei Titani, e l’incredibile disparità di forze tra loro e gli umani: nel giro di pochi minuti, tutta una serie di personaggi che avevamo conosciuto nelle puntate precedenti viene fatta fuori come moscerini. E’ uno degli episodi più potenti della serie, e stabilisce due punti fondamentali: che i Titani sono davvero fortissimi, e che chiunque può morire in qualsiasi momento. Figo, no?
Peccato che poi la promessa non sia mantenuta. Come in un cattivo horror, i Titani che inizialmente sembravano così in gamba diventano goffi nelle puntate successive. I personaggi smettono di morire – anche se posti in situazioni identiche, dal punto di vista del rischio e della bravura individuale, dei loro colleghi morti nella puntata precedente – e la sensazione di pericolo gradualmente cala.
A questo si aggiunge poi una gestione sconclusionata delle scene d’azione, che fatico a capire. In più di un’occasione, momenti salienti di una battaglia vengono tagliati e raccontati poi fuori scena. Succede per esempio nel secondo episodio: nel momento più importante dello scontro – quando il Titano Corazzato sfonda il Muro Maria, aprendo la strada agli altri giganti – quando ci si aspetterebbe una scena dettagliata della resistenza, e della fuga dei profughi dalle pianure che vengono invase di mostri, tac! dissolvenza, e andiamo avanti veloce ad alcuni giorni dopo, mentre il narratore ci spiega cos’è successo nel frattempo. E’ la cosa più anticlimatica e deludente dell’universo. E già che ci siamo: il regista abusa delle dissolvenze incrociate. Ma questo è un tipo di transizione che si usa tra due scene calme; non la puoi usare in un momento ad alta tensione, nel culmine di una battaglia, così come quando un uomo viene mangiato da un Titano non puoi usare un “chomp!” da cartone animato – sarebbe fuori luogo.

Attack on Titan Screenshot

CHOMP

Alla fin fine, però, la ragione principale per cui si guarda un anime come Attack on Titan è una sola: i Titani stessi. E qui gli autori fanno centro. Perché i Titani fanno veramente paura. Con delle fattezze pressoché umane, ma al tempo stesso distorte in modo disumano, i Titani ci scuotono perché fanno appello a quel fenomeno detto ‘Uncanny valley‘ di cui avevamo già parlato in passato: la dissonanza cognitiva data da qualcosa che dovrebbe essere umano ma chiaramente non lo è. Oltre alle dimensioni esagerate, ciò che fa soprattutto spavento dei Titani – e che, paradossalmente, rende più inquietanti i Titani normali rispetto a quelli eccezionali – è la loro espressione ebete, di incredibile stupidità, e assoluta serenità mentre sbranano e distruggono.
I Titani sono stupidi, irrimediabilmente stupidi; comunicarci è impossibile, perché sembrano non avere nient’altro che un rudimentale istinto assassino. Questo li rende ancora più crudeli. I Titani infatti non hanno bisogno di mangiare per sopravvivere, ma sembrano programmati per puntare e ammazzare qualsiasi essere umano attiri la loro attenzione. Insomma, i Titani sono un vero enigma: non si sa da dove vengano né cosa vogliano. Scoprire la verità su di loro è una delle ragioni principali che invogliano a continuare la visione, e gli autori gestiscono bene questo hook, dispensando periodicamente risposte parziali e aprendo nuovi misteri.

Affascinante è anche l’ambientazione, che mescola un’architettura da borgo nord-europeo ottocentesco (con i suoi castelli, le strade acciottolate, le carrozze trainate da cavalli, le lampade a petrolio, i fucili ad avancarica) con l’atmosfera da horror post-apocalittico. Il regno degli umani in cui è ambientata la storia ha la struttura politica, militare e amministrativa di una monarchia assoluta moderna. L’esercito è organizzato in tre corpi di militari di professione rigidamente organizzati – la Polizia Militare, che pattuglia le città e le Mura; la Gendarmeria, ossia la guardia scelta del re e degli alti dignitari; e i Corpi Esplorativi, che organizzano spedizioni fuori dalle Mura nel tentativo di riconquistare dai Titani i terreni perduti. Ma la società di Attack on Titan è ricca di spunti interessanti, come la Chiesa dei Muri, un culto nato dopo l’apertura della cerchia esterna e che venera le tre mura (chiamate Muro Maria, Muro Rose e Muro Sina) come divinità scese in terra.
Certo, non mancano anacronismi tecnologici in pieno stile giapponese. L’Equipaggiamento di Manovra Tridimensionale sembra un’invenzione quasi fantascientifica, e vediamo il padre di Eren, che è un medico, fare al figlio un’iniezione con una moderna siringa. Ma siamo lontani dal puro retard delle ambientazioni alla Naruto, dove la gente si combatte a colpi di shuriken anche se ha la corrente elettrica.

Attack on Titan

Il fatto che abbiano una faccia da ritardati li rende ancora più inquietanti.

Quel che è meglio, Attack on Titan è una di quelle – poche – storie che migliora nel tempo. Se arrivato alla quarta puntata ero pronto a lanciare quest’anime dalla finestra e a dimenticarlo per sempre, superata la metà ero determinato a finirlo. Nonostante tutti i cliché – di cui la trama sembra incapace di liberarsi, anche dopo i primi episodi – e i colpi di scena cheesy, la vicenda diventa più interessante col passare del tempo, e anche un protagonista piatto come Eren vive una piccola evoluzione psicologica. L’anime trova persino il tempo di toccare alcuni temi interessanti, come l’onere del comando (sei disposto a sacrificare un numero imprecisato di tuoi uomini, se questo porterà un importante vantaggio strategico nella lotta contro i Titani?) e il dilemma tra il fidarsi solo di sé stessi e del proprio istinto, e avere fiducia nei propri compagni di squadra. E trova pure delle risposte originali (per un anime)!3
Ho una teoria per questo stato di cose. Come molti manga – di cui non si sa, all’inizio, se avranno successo, e quindi quanto potranno andare avanti – Attack on Titan è partito più classico e familiare che potesse. Aveva bisogno di costruire fanbase, e per questo ha integrato gli elementi innovativi – i Titani e la lotta contro di loro – in una struttura riconoscibile e personaggi standardizzati, che non sbalestrassero i lettori. Solo poco alla volta, mano a mano che il successo dell’opera si consolidava e si poteva concedere più respiro a livello di trama, Isayama ha cominciato a esplorare territori meno banali e ad aggiungere complessità. Il risultato è un’opera che parte super-standard ma che potrebbe, a conti fatti, finire in qualsiasi modo (benché preveda una conclusione abbastanza banale, che accontenti i fan).

In conclusione, sono contento di aver visto Attack on Titan. Nonostante tutti i suoi limiti, e pur essendo ben lontana dall’essere un capolavoro, è un’opera che si sforza di essere diversa e dire qualcosa di nuovo. L’atmosfera di sana disperazione apocalittica che si respira è ben bilanciata dall’azione selvaggia delle battaglie e dagli elementi mystery che ruotano attorno all’origine dei Titani. Se si sopporta la vagonata di cliché stantii e quel brutto odore di occasione sprecata che aleggia su tutto, è una visione piacevole.
Peccato solo che ci vorranno diversi anni prima di arrivare a una conclusione. La prima stagione si chiude portando a termine un mini-arco narrativo, ma le domande principali sono ancora tutte senza risposta. Se Isayama terrà fede alla sua dichiarazione di chiudere la storia intorno al ventesimo volume del manga, immagino che l’anime potrebbe richiedere altre due stagioni di 20-25 episodi.

Manovra Tridimensionale Attack on Titan

Il bizzarro equipaggiamento per la Manovra Tridimensionale.

Chi devo ringraziare?
Pur conoscendo già l’opera – la prima volta che ne sentii parlare fu probabilmente da Zwei sul sup blog – non mi sono deciso a provare a vedere l’anime finché il buon Dago non mi ha convinto. Quindi è colpa, o merito, suo^^

Dove trovarlo
Dato il successo dell’anime, trovarlo in rete non è difficile. Diverse comunità italiane di fansubber lo ospitano, sia con link di download diretto, sia come torrent (di singoli episodi o pacchetto di tutta la serie), doppiato in giapponese con hardsub in italiano. Io personalmente li ho presi da qui, ma li ho trovati anche qui.
In Italia, i diritti per l’adattamento sarebbero stati appena comprati da Dynit, anche se non è ancora dato sapere quando e dove andrà in onda.

——–


(1) Il termine seinen, riferito a un manga o un’anime, indica un’opera destinata a un target di giovani adulti, cioè sopra i 18 anni. Insomma, se gli shonen sono dedicati a ragazzini e adolescenti, i seinen si prendono il range di età immediatamente successivo. Nei seinen c’è più libertà espressiva: l’autore può indulgere molto più nel gore (sangue, budella, torture!) e nei riferimenti al sesso. Nei seinen c’è più varietà tematica che negli shonen, benché molti seguano poi, nella struttura, gli stessi cliché. Vedremo che anche Attack on Titan non sfugge a questo difetto.Torna su


(2) Non ci sarebbe nemmeno nulla di male, nel fatto che il protagonista conquisti il cuore della tipa più figa di tutte: in gran parte della fiction le cose vanno in questo modo. Ma si tratta di un amore che bisogna conquistarsi. Grazie ai suoi talenti e al suo impegno, l’eroe si guadagna l’amore della bella.
Nel corso dell’anime, ci verrà anche data, mediante flashback, una ragione plausibile del sentimento che Mikasa prova per Eren (anche questa tremendamente cliché). Ma è troppo tardi. L’amore di Mikasa non appare come una legittima conquista di Eren, perché ci viene dato a priori fin dalle prime scene del primo episodio della serie. Insomma, questo amore viene presentato come un normale plus del protagonista in quanto protagonista, e non come il risultato finale di una relazione tra i due personaggi. E quindi noia, noia, noia.Torna su


(3) In particolare, trovo molto interessante la risposta che si dà Eren al culmine della lotta contro il Titano Femmina nella foresta. Seguono spoiler in bianco.
Inizialmente, Eren decide di fidarsi dei suoi compagni di squadra – che sono dei veterani, e che inoltre sembrano sapere il fatto loro – e invece di trasformarsi, come gli diceva il suo istinto, lascia a loro il compito di combattere contro il Titano Femmina. Questa è una decisione che si è rivelata corretta in passato: nella fase finale dell’assedio di Trost, è stato solo affidandosi ad Armin e Mikasa che è riuscito a riprendere il controllo della sua forma Titano e a chiudere il buco nelle Mura.
Ma questa volta la sua decisione è sbagliata. I suoi compagni di squadra non sono all’altezza del Titano Femmina, e vengono eliminati uno dopo l’altro davanti ai suoi occhi. Eren capisce di aver sbagliato; deduce che fidarsi degli altri, questa volta, è stato un errore, e la conseguenza è la morte dei suoi compagni. Capisce che a volte è corretto affidarsi agli altri, altre volte è corretto fidarsi solo di sé stessi, e che è indecidibile a priori quale sarà la soluzione corretta.
Senonché… anche questa teoria si rivela sbagliata! Dopo essersi trasformato, pure lui viene massacrato di botte dal Titano Femmina. E sarebbe stato spacciato, se Mikasa e Levi non lo avessero salvato all’ultimo secondo. Questo significa che: entrambe le decisioni (sia fidarsi degli altri, sia fare di testa sua) sono risultate in un fallimento. Ossia: a volte perderai qualunque sia la scelta che hai fatto. E’ una conclusione interessante che capita molto di rado di trovare in un anime.Torna su

I Consigli del Lunedì #41: The Deep

The DeepAutore: John Crowley
Titolo italiano: E la bestia sorse dall’abisso
Genere: Science-Fantasy / Fairytale Fantasy / Low Fantasy / Politico
Tipo: Romanzo

Anno: 1975
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 200 ca.

Difficoltà in inglese: **

In un mondo medievale senza tempo e dalla perfetta geometria ad anello, si combatte l’infinita guerra per il trono tra i Neri e i Rossi. Little Black, il re demente, governa ormai da molti anni sulla cittadella al centro del lago che è al centro del mondo; non sa che i Rossi hanno radunato un esercito nelle pianure attorno al lago, e si preparano a riconquistare la corona con la forza. Sul conflitto vegliano i Grigi, arbitri implacabili di ciò che è ammesso e ciò che non lo è, dall’alto della fortezza di Inviolabile sulla vetta delle montagne. E intanto, tra le fila dei due eserciti, si muovono i Giusti, assassini anarchici che si mimetizzano tra gli schieramenti, e uccidono con le loro Pistole chiunque sia nella loro lista.
Per secoli, le forze tra queste fazioni si sono equivalse, e la corona è passata di mano in mano. Ma le cose cambiano una notte quando, sul campo di battaglia, piove dal cielo un uovo metallico. All’interno un essere, né uomo né donna, senza memoria e incapace di parlare. Preso in custodia da due donne del Popolo, il Visitatore apprende con una rapidità innaturale la loro lingua e i loro costumi. Dimentico delle proprie origini, sa però di essere stato mandato qui con una missione da svolgere – deve solo ricordare quale. Intanto, una forza misteriosa sembra attirarlo oltre i confini delle terre conosciute, dove si dice ci sia una Profondità senza fondo su cui poggia il pilastro che sorregge il mondo. Comincia così la storia di come il Visitatore venuto da Altrove si mischiò alla lotta dei Neri e dei Rossi, e cambiò inevitabilmente le sorti di questo mondo.

Nell’ultimo cinquantennio, il Fantasy ‘classico’ si è grossomodo consolidato in due filoni. Da una parte l’epica tolkeniana, fatta di ambientazioni pseudo-celtiche, grandi gesta, elfi e nani, e un’attenzione dell’autore al folklore medievale e pre-medievale; dall’altra lo sword&sorcery d’avventura alla Jack Vance e D&D, pieno di maghi che sparano le peggio cose, barbari che spakkano, portali dimensionali, dungeon crawling e una certa predilezione per le minchiate. E’ bello quindi trovare ogni tanto autori, come Martin o Abercrombie, che si discostano da entrambe queste tradizioni.
The Deep, in particolare, è un Fantasy che sembra scritto come se Il Signore degli Anelli non fosse mai esistito. Nato dalle ceneri di un romanzo storico sulla Guerra delle Due Rose che John Crowley lasciò incompiuto, The Deep – sua opera d’esordio – trae ispirazione più dalle cronache medievali sulle faide tra case regnanti che non dal folklore o dal mito, calandolo però in un’ambientazione da fiaba e buttandoci dentro qualche topos fantascientifico e qualche scintilla di teatro elisabettiano. Il risultato è uno strano calderone che non assomiglia davvero a niente che abbia mai letto. Vediamo perché preferisco quest’opera d’esordio di Crowley a tutto ciò che ha scritto dopo.

Medieval Meme

Ah,l’elaborato linguaggio delle cronache medievali…

Uno sguardo approfondito
Considerato che The Deep non supera le duecento pagine, è incredibile la quantità di temi, ambientazioni e personaggi che Crowley è riuscito a buttarci dentro. Tanto per cominciare il suo è un romanzo corale, senza un vero protagonista. La cosa è chiarita fin da subito all’inizio del libro, dato che, prima del primo capitolo, c’è una pagina stile “Dramatis Personae” da sceneggiatura teatrale, con un elenco di tutti i personaggi del romanzo divisi per fazione di appartenenza.
Neanche il Visitatore può essere considerato un vero protagonista. Benché sia colui che mette in moto uno dei nodi centrali del romanzo, non è il motore della storia; in diversi capitoli non compare affatto, e in molti dei capitoli in cui compare (specialmente nella prima metà del romanzo) il suo ruolo è marginale.

Questa natura corale è rispecchiata nella prosa di Crowley, che potrei definire nel bene e nel male ‘flaubertiana’. Il romanzo è scritto in terza persona con narratore onnisciente neutrale. Per la maggior parte del tempo, questo Narratore abbassa la visuale a livello dei suoi personaggi e la porta dietro la testa di uno di essi, ma si riserva ogni tanto (specialmente all’inizio o alla fine di capitolo o paragrafo) dei campi lunghi che non possono appartenere ad alcun personaggio. Chiunque può diventare personaggio-pov (ne ho contati sette principali, più una miriade di usa e getta), e Crowley transita allegramente da uno all’altro, di solito con il movimento “Pov 1 – Onnisciente – Pov 2”.
Queste transizioni, in realtà, causano di rado confusione nel lettore – ma ciò perché la telecamera, anche quando non è a volo d’uccello, è piazzata sulle spalle dei personaggi e non entriamo quasi mai nella loro testa. Di conseguenza, gli eventi ci vengono presentati da una certa distanza, come se guardassimo un film, e quindi siamo già predisposti a passare da un punto di vista a un altro senza che ci venga il mal di mare. L’effetto collaterale di questo approccio è quello che ormai conosciamo: si crea una certa distanza emotiva tra lettore e vicende narrate, e tendiamo a non identificarci nei personaggi della storia.

Gustave Flaubert

“Perché mi devi sempre tirare in mezzo?”

Il che non significa che non ci affezioniamo a loro. Anzi: anche a distanza di mesi, diversi dei personaggi principali di The Deep sono rimasti vividi nella mia memoria. Ciascuno di essi ha la propria agenda personale, il proprio subplot e i propri conflitti (esterni e interiori). Abbiamo Redhand, Protettore della Cittadella come suo padre, diviso tra la fedeltà che deve al suo Re e il suo giuramento di difendere la propria famiglia e la propria gente anche a costo di assumere una posizione impopolare nella faida; suo fratello Learned Redhand, combattuto tra l’imparzialità arbitrale a cui lo chiama la sua tonaca da Grigio e gli obblighi che lo legano a una delle parti in causa, quella dei Rossi; Red Senlin’s Son, pretendente al trono dall’ambizione sfrenata, dalla cinica diffidenza verso gli uomini e dal disprezzo verso gli antichi costumi.
E poi suo fratello Sennred, eccelso spadaccino gobbo che tutti credono un pazzo maniaco, ma che semplicemente ha votato la propria vita alla difesa della sua famiglia; l’assassina Nyame/Nod, che ha sposato la causa dei Giusti per porre fine alla lotta per il trono che tante sofferenze procura al Popolo, ma che si trova ad uccidere persone stabilite dai suoi superiori e a seguire un’agenda che non capisce; e naturalmente il Visitatore (che nel corso del romanzo cambierà nome più volte), la creatura creata su una stella lontana, con il compito di fare quante più esperienze possibili nel tentativo di recuperare la sua identità e scoprire la sua missione in questo mondo. E poi ancora tutti gli altri.

Tutto questo intrico di trame potrebbe sembrare complicato, ma Crowley riesce a gestirlo con facilità. Incidentalmente, The Deep è anche una lezione per chiunque voglia scrivere un romanzo politico – pieno di nomi di personaggi e casate e fazioni – che non costringa il lettore a chiedersi ogni due pagine: “Aspetta, chi era questo?”. Associando ogni fazione a un colore (i Neri, i Rossi, i Grigi) o a un attributo facile da ricordare (i Giusti), e il nome dei personaggi importanti a quel medesimo colore (Black Harrah, Red Senlin, Fauconred…), fin dalle prime pagine il lettore si fa un’immagine chiara della situazione politica. Ancora meglio: i vari personaggi e gli schieramenti che rappresentano acquistano – nella forma, ad esempio, dei colori – da subito dei tratti concreti, palpabili (quelli che T.S. Eliot chiamava ‘correlativi oggettivi’). I Neri si vestono di nero, i Rossi di rosso, e i Giusti si nascondono dietro abiti anonimi sotto cui celano le loro Pistole dall’origine misteriosa.
L’assenza di un vero protagonista ha inoltre un altro effetto interessante: ossia che nessuno è indispensabile, e quindi chiunque può morire in qualsiasi punto del romanzo. E succede. A lot. Fin dalle prime pagine. Quando impariamo la facilità con cui Crowley fa fuori i suoi personaggi (ma i lettori di Martin saranno abituati), ogniqualvolta uno dei nostri preferiti si trova in una situazione di pericolo cominciamo a sentire quella sana tensione a cui non siamo più abituati. Ce la farà? Non ce la farà? L’esito non è mai scontato.

George Martin kills everyone

Severo ma giusto.

 

L’uso alla Flaubert della telecamera onnisciente e la distanza dai personaggi, comunque, si trascina dietro tutta un’altra serie di problemi. Il ritmo della narrazione, per esempio, è più lento e meno avvincente, proprio per l’esistenza di questi filtri tra noi e l’azione. Non mancano gli infodump, che ci raccontano di questo o quel particolare dell’ambientazione, o della tal famiglia o della psicologia del tal personaggio; o i riassunti raccontati di avvenimenti e periodi di tempo che accadono “fuori scena”. E, cosa che mi irrita di più, queste scelte non sembrano derivare tanto dalla sciatteria stilistica tipica della narrativa fantastica degli anni ’40-’70 – Crowley anzi sembra uno scrittore ‘consapevole’ della propria prosa – ma al contrario da un modo tutto suo di fare “letteratura alta”.
Fortunatamente, queste cattive scelte sono mitigate da un altro tratto stilistico di The Deep: una prosa molto asciutta e rapida.1 Accennavo all’inizio che è incredibile come Crowley riesca a condensare in due centinaia di pagine una storia e un cast talmente ricchi. E in effetti, in The Deep succede una tale quantità di cose che un Martin ci avrebbe costruito sopra una trilogia o peggio. Ogni capitolo è costruito da una molteplicità di piccoli paragrafi, ciascuno con i suoi personaggi, e ogni paragrafo muove avanti la trama. Non si sprecano parole: ogni scena è narrata con pochi dettagli concreti, e poi via alla successiva. Prendiamo ad esempio il passaggio, ancora all’inizio del libro, in cui un membro importante di una delle fazioni viene ammazzato a sangue freddo:

The Gun she held in both hands was half as long as an arm, and its great bore was like a mouth; it clicked when she fired it, hissed white smoke, and exploded like all rage and hatred. The stone ball shattered Black Harrah; without a cry he fell, thrown against the stairs, wrapped in a shower of his own blood.

Bam! Non una parola in più. Conciso, brutale, materico (“wrapped in a shower of his own blood”), senza sbavature. Proprio questa rapidità di avvenimenti e ricchezza d’azione impedisce al lettore di cadere nella noia di un pov spesso distante e impersonale.

Okay – ma alla fine The Deep di cosa parla? Perché nel romanzo si intrecciano due filoni tematici abbastanza diversi, quello politico e quello metafisico. Il primo, nonostante la storia sia ambientato in uno strano mondo di fiaba dalla geometria artificiosa, suona realistico e mi sembra particolarmente ben riuscito. Come nelle vere dispute tra case regnanti della cara vecchia Europa, la lotta tra Neri e Rossi oscilla tra il bisogno di legittimazione legale delle proprie rivendicazioni – presso gli imparziali Grigi, presso i consessi di famiglie feudali – e l’uso della forza e degli stratagemmi più biechi (pugnalate alle spalle, inviti a pranzo che si trasformano in carneficine, re fatti sparire). Soprattutto, c’è quel gusto per la faida familiare senza fine così ben riassunta in un dialogo del paladino Black Harrah con la Regina:

‘I will kill him.’
‘If he kills you . . . ?’
‘My son will kill him. If his sons kill my son, my son’s sons will kill his. Enough?’

Il secondo filone è incarnato dal Visitatore e dalla sua quest: scoprire com’è fatto questo strano mondo, e perché c’è finito sopra. Le risposte, alla fine, non sono nulla di concettualmente rivoluzionario; ma tutte le domande principali trovano soluzione, si gusta qualche brividino di sense of wonder lungo il viaggio e si arriva alla fine del romanzo bene o male soddisfatti. E i due filoni trovano un degno punto d’incontro in quello che è uno dei miei temi preferiti, ossia quello della Storia: sarà un cerchio, destinato a ripetersi sempre uguale, o una spirale, e la nuova generazione spazzerà via le tradizioni della vecchia? In che modo il viaggio del Visitatore influenzerà le sorti di questa eterna faida per la corona?

Almeno The Deep si risparmia questi problemi.

In conclusione, The Deep è un romanzo che se la tira e che ha evidentemente l’ambizione di essere qualcosa di più di una storia di viulenza e lotta per il potere; ma, almeno per quanto mi riguarda, è un tirarsela positivo, stile Swanwick prima maniera, che non va a mettere i bastoni fra le ruote alla trama ma anzi offre (almeno a tratti) il valore aggiunto di voler dire qualcosa sull’uomo e sulla realtà. E sicuramente, con la sua commistione di elementi low fantasy, fiabeschi e sci-fi, è un romanzo insolito nel panorama del Fantasy. Il suo parente più prossimo è forse Game of Thrones, ma si tratta comunque di una parentela molto alla lontana (e non sono sicuro che gli amanti di Martin apprezzeranno questo libro).
The Deep è uno di quei romanzi che si ama o si odia. E se questo Consiglio non vi ha ancora fatto capire da che parte state, probabilmente vi chiarirete del tutto le idee leggendo le prime pagine. Provatelo – se è il tipo di libro che tocca le vostre corde, vi ricorderete dei fratelli Redhand e del furioso Sennred e della dolce assassina Nyame/Nod e dell’enigmatico Visitatore e della bestia nascosta nelle Profondità a distanza di anni.

Dove si trova?
The Deep si può scaricare su Library Genesis (pdf) o su BookFinder (pdf o rar); se siete disposti a spendere per una formattazione decente, invece, su Amazon si trova a meno di 7 Euro il kindle dell’edizione SF Masterworks.

Su Crowley
Crowley è un altro di quegli scrittori che, pur avendo da quarant’anni nel business, hanno prodotto un numero abbastanza ridotto di libri. Oltre a The Deep, ne ho letti un altro paio:
Engine Summer  Engine Summer (La città dell’estate) è un romanzo post-apocalittico sui generis, in quanto non è una distopia ma un’utopia new-age. Secoli dopo un’imprecisata catastrofe, la gente di Little Belaire vive una vita spensierata e comunitaria, seguendo una filosofia animista che ricorda quella degli indiani d’America. Il giovane irrequieto Rush-that-Speaks, della tribù della Corda, si imbarcherà in un viaggio attraverso il continente per ritrovare sé stesso e il perduto amore della propria infanzia. Con la semplicità di una fiaba, Crowley mescola una normale ambientazione post-apocalittica con stramberie aliene e tecno-magia arcana; tutto purtroppo si annacqua in un romanzo barocco, pieno di autocompiacimento letterario e scarso di trama. Geniale e odioso al tempo stesso.
Little, Big  Little, Big, il suo romanzo più famoso, è un fantasy delicato che segue la storia della misteriosa famiglia Drinkwater e i suoi ambigui rapporti col regno di Faerie e i suoi piccoli abitanti. Partendo dalla storia del mite Smoky Barnable, che per uno scherzo del destino si trova a sposare la misteriosa Alice Drinkwater, il narratore salta avanti e indietro nel tempo per mostrarci passato e futuro della famiglia. Le fatine sembrano uscite dai saggi di Conan Doyle sul piccolo popolo; nel romanzo appaiono di rado ma è come se la loro presenza fosse ovunque. Nonostante le idee di fondo siano interessanti, il tono literary, la costruzione barocca delle frasi, l’abuso sistematico di raccontato, il ritmo lento, l’atmosfera rarefatta e le dimensioni (600 pagine circa!) rendono Little, Big una lettura faticosa. Un libro per vecchie signore e per accademici con tanto tempo libero.

Sarei tentato di leggere qualcos’altro di Crowley in futuro, ma la sua tendenza al manierismo letterario e la sua crescente passione per i tomi logorroici (come la sua quadrilogia Aegypt, talmente grossa da far impallidire Il Signore degli Anelli) mi fanno un po’ passare la voglia. Vedremo.

Qualche estratto
Il primo brano è incentrato sul Visitatore, e sul suo passare dall’ebetismo del suo risveglio a quando, in tempo brevissimo, impara a parlare e ragionare con le sue soccorritrici; il secondo ci introduce alla Cittadella reale al centro del mondo e ai personaggi di Black Harrah e della Regina, poco prima dell’irruzione dei Rossi e dell’inizio della guerra. Entrambi mostrano, credo, il peggio e il meglio della prosa di Crowley: il narratore onnisciente e gli infodump da una parte, la vividezza dei dettagli e i dialoghi serrati dall’altro.

1.
They called him the Visitor. His strange wound healed quickly, but the two sisters decided that his brain must have been damaged. He spoke rarely, and when he did, in strange nonsense syllables. He listened carefully to everything said to him, but understood nothing. He seemed neither surprised nor impatient nor grateful about his circumstances; he ate when he was given food and slept when they slept.
The week had been quiet. After the battle into which the Visitor had intruded, the Just returned to the Nowhere they could disappear to, and the Protector’s men returned to the farms and the horse-gatherings, to other battles in the Protector’s name. None had passed for several days except peat-cutters from the Downs.
Toward the close of a clear, cold day, the elder Endwife, Ser, made her slow circular way home across the Drumskin. In her wide basket were ten or so boxes and jars, and ever she knelt where her roving eye saw in the tangle of gray grass an herb or sprout of something useful. She’d pluck it, crush and sniff it, choose with pursed lips a jar for it. When it had grown too dark to see them any more, she was near home; yellow lamplight poured from the open door. She straightened her stiff back and saw the stars and planets already ashine; whispered a prayer and covered her jars from the Evening Star, just in case.
When she stepped through the door, she stopped there in the midst of a ‘Well . . .’ Fell silent, pulled the door shut and crept to a chair.
The Visitor was talking.
The younger Endwife, Norin, sat rapt before him, didn’t turn when her sister entered. The Visitor, motionless on the bed, drew out words with effort, as though he must choose each one. But he was talking.
‘I remember,’ he was saying, ‘the sky. That – egg, you call it. I was placed. In it. And. Separated. From my home. Then, descending. In the egg. To here.’
‘Your home,’ said Norin. ‘That star.’
‘You say a star,’ the Visitor said blankly. ‘I think, it can’t have been a star. I don’t know how, I know it, but, I do.’
‘But it circled the world. In the evening it rose from the Deep. And went overhead. In the morning it passed again into the Deep.’
‘Yes.’
‘For how long?’
‘I don’t know. I was made there.’
‘There were others there. Your parents.’
‘No. Only me. It was a place not much larger than the egg.’
He sat expressionless on the edge of the bed, his long pale hands on his knees. He looked like a statue. Norin turned to her sister, her eyes shining.
‘Is he mad now?’ said Ser. Her sister’s face darkened.
‘I . . . don’t know. Only, just today he learned to speak. This morning when you left he began. He learned “cup” and “drink,” like a baby, and now see! In one day, he’s speaking so! He learned so fast . . .’
‘Or remembered,’ Ser said, arising slowly with her eyes on the Visitor. She bent over him and looked at his white face; his eyes were black holes. She intended to be stern, to shock him; it sometimes worked. Her hand moved to the shade of the lamp, turned it so the lamplight fell full on him.
‘You were born inside a star in the sky?’ she asked sharply.
‘I wasn’t born,’ said the Visitor evenly. ‘I was made.’

Ziggy Stardust

Né uomo né donna, venuto dalle stelle con una missione… Ok, inutile continuare a girarci intorno: il Visitatore è chiaramente Ziggy Stardust.

2.
There are seven windows in the Queen’s bedroom in the Citadel that is the center of the City that is on the lake island called the Hub in the middle of the world.
Two of the seven windows face the tower stones and are dark; two overlook inner courtyards; two face the complex lanes that wind between the high, blank-faced mansions of the Protectorate; and the seventh, facing the steep Street of Birdsellers and, beyond, a crack in the ring of mountains across the lake, is always filled at night with stars. When wind speaks in the mountains, it whispers in this window, and makes the fine brown bed hangings dance.
Because the Queen likes light to make love by, there is a tiny lamp lit within the bed hangings. Black Harrah, the Queen’s lover of old, dislikes the light; it makes him think as much of discovery as of love. But then, one is not the Queen’s lover solely at one’s own pleasure.
If there were now a discoverer near, say on the balcony over the double door, or in the curtained corridor that leads to the servants’ stairs, he would see the great bed, lit darkly from within. He would see the great, thick body of the Queen struggling impatiently against Black Harrah’s old lean one, and hear their cries rise and subside. He might, well-hidden, stay to watch them cease, separate, lie somnolent; might hear shameful things spoken, and later, if he has waited, hear them consider their realm’s affairs, these two, the Queen and her man, the Great Protector Black Harrah.
‘No, no,’ Black Harrah answers to some question.
‘I fear,’ says the Queen.
‘There are ascendancies,’ says Black Harrah sleepily. ‘Binding rules, oaths sworn. Fixed as stars.’
‘New stars are born. The Grays have found one.’
‘Please. One thing at a time.’
‘I fear Red Senlin.’
‘He is no new star. If ever a man were bound by oaths . . .’
‘He hates me.’
‘Yes,’ Harrah says.
‘He would be King.’
‘No.’
‘If he . . . ?’
‘I will kill him.’
‘If he kills you . . . ?’
‘My son will kill him. If his sons kill my son, my son’s sons will kill his. Enough?’

Tabella riassuntiva

Un insolito blend di low fantasy medievale, fiaba e fantascienza. Narratore onnisciente e gestione dei pov alla cazzo.
Un vastissimo cast di personaggi interessanti e sempre a rischio morte. Infodump e raccontati che rallentano il ritmo.
Quando vuole la prosa di Crowley è secca, concreta e precisa. Crowley se la tira.
In 200 pagine succede di tutto!


(1) Nei romanzi successivi Crowley imboccherà purtroppo la strada opposta, adottando uno stile sempre più verboso e barocco. Se Engine Summer è literary, Little, Big è talmente pomposo e naif da prendere a testate il muro.Torna su

Sai che c’è di nuovo? (II)

Rientrato in patria, non ho ancora avuto molto tempo per mettermi seduto al computer. Ma in attesa che il blog ritorni al suo ritmo di articoli usuale, ecco una nuova carrellata di opere interessanti – uscite da poco o in uscita – in cui mi sono imbattuto nelle ultime settimane.

Southern Reach Trilogy
Annihilation VanderMeer La annunciava da tempo. Dopo cinque anni di silenzio narrativo (fatta eccezione per la collezione di racconti The Third Bear, pubblicata nel 2010), Jeff VanderMeer, decano del New Weird, esce quest’anno con una trilogia di romanzi intitolata Southern Reach Trilogy.
L’opera si presenta come un fantasy o fantascienza di esplorazione di terre bizzarre: un’equipe di scienziati dovrà penetrare nell’Area X, un territorio abbandonato e reclamato dalla natura in cui si verificano fenomeni inspiegabili, e scoprirne i suoi segreti. Ma tutte le spedizioni precedenti sono andate a finire male. Non mi è chiaro se l’ambientazione della trilogia appartenga allo stesso mondo del ciclo di Ambergris – quel che emerge dalla sinossi, è che VanderMeer sembrerebbe aver abbandonato le pretenziosità literary dei suoi primi romanzi per scrivere qualcosa più plot-oriented. Non posso che esserne felice.

Altro aspetto degno di nota è il modo in cui VanderMeer e la sua casa editrice (la FSG Originals) stanno gestendo le uscite. Il primo libro, Annihilation, è uscito a inizio Aprile; il secondo, Authority, a inizio Maggio, e il terzo, Acceptance, uscirà a Settembre. Insomma, nel giro di pochi mesi i fan di VanderMeer potranno leggere l’intera opera. Altro che i cicli senza fine alla Robert Jordan o alla Martin, costruiti sul feedback dei lettori e progettati per finire il più tardi possibile: questa è ciò che chiamo professionalità.
L’unico neo è il prezzo dell’edizione digitale, assurdamente alto – 9,55 Euro al momento in cui scrivo – e praticamente identico a quello del cartaceo. Un prezzo che sembra quasi gridare al cielo: “Piratatemi! Piratatemi!”. Ma cattive politiche editoriali a parte, la trilogia sembra molto interessante e penso che le darò una chance nelle settimane e mesi a venire. Mi piacerebbe poterci scrivere due righe a fine anno, quando sarà finita.

Monday Begins on Saturday
Monday Begins on SaturdayE dato che parliamo di esplorazioni di luoghi contaminati in cui accadono fenomeni paranormali, ricorderete il bellissimo romanzo Roadside Picnic dei fratelli Strugatsky, a cui avevo dedicato un Consiglio quasi un annetto fa. In quell’occasione avevo anche lamentato la scarsità di opere degli Strugatsky in circolazione in traduzione inglese (fatta eccezione per un po’ di loro opere reperibili su Library Genesis).
Ebbene, la Gollancz ha deciso di ripubblicare nella collana degli SF Masterworks il romanzo Monday Begins on Saturday. Il libro – che uscirà ad Agosto – è una satira in salsa fantascienfica degli ambienti accademici e di ricerca dell’Unione Sovietica. Insomma, se Roadside Picnic è un romanzo dal sapore internazionale, che – in teoria – avrebbe anche potuto essere scritto da un occidentale, questo Monday Begins on Saturday sembra decisamente radicato nell’URSS degli anni ’60. Ragione in più perché non me lo lasci sfuggire! E se dovesse piacermi vedrò di scaricarmi anche il seguito – Tale of the Troika – di cui Theodore Sturgeon diceva un gran bene. Vi terrò aggiornati.

The Tick People
The Tick PeopleParlando invece di libri già pubblicati, il mese scorso è uscita l’ultima fatica di Mellick, The Tick People. Perché ne parlo, dato che quel pazzo maniaco pubblica quattro nuove opere all’anno? Be’, è un caso particolare perché sul suo blog Mellick dichiara di essere ritornato allo sperimentalismo dei suoi primi libri:

Unlike my last few books, this is a short quick read and somewhat similar in tone to my early bizarro novellas like Teeth and Tongue Landscape, Steel Breakfast Era or Ugly Heaven.

Non significa che sia un bene. Nonostante le immagini vivide e le idee folli, i libri mellickiani del primo periodo assomigliano più ad accozzaglie di scene strane che a delle storie con un inizio, un centro e una fine; preferisco di gran lunga le opere più recenti come The Egg Man, Zombies and Shit o Quicksand House. Ma se – dopo anni passati a scrivere trame ben strutturate – Mellick fosse riuscito a trovare un equilibrio tra storie comprensibili e l’immaginario allucinato del primo periodo, il risultato potrebbe essere eccezionale. Quindi terrò d’occhio questo The Tick People, nella speranza che ne sia uscito qualcosa di buono.

Parlando di Mellick, piano piano mi sto aggiornando sulle cose che ha scritto negli ultimi anni. Ci sono molti titoli validi, alcuni dei quali potrebbero fare la gioia anche dei non amanti di Bizarro Fiction. Non mi spiacerebbe, in futuro, buttare giù un articolo di sintesi sulle sue opere più interessanti – data la quantità di cose che ha scritto e la qualità altalenante.
Ho anche per la testa un progetto di post riassuntivo di alcune delle sue opere sperimentali del primo periodo – tutta roba abbastanza ‘particolare’. Vedremo.

La Maschera di Bali
La Maschera di BaliE nel frattempo, è uscito su Vaporteppa il secondo dei racconti nati durante il concorso steampunk di Baionette Librarie. La Maschera di Bali, di Francesco Durigon, era un altro dei finalisti del concorso – altri due dovrebbero uscire nei mesi a venire.
All’epoca La Maschera di Bali non mi aveva detto molto – ma una terapia intensiva a base di Duca non potrà che avergli fatto del bene. Non l’ho ancora letto, ma intanto l’ho scaricato da Ultima Books e riposa nel mio reader. Vi farò sapere; ma intanto, dato che è gratis, vi consiglio di buttarci un occhio.

Che dire? L’annata promette bene. Devo trovare solo la forza per leggerla, tutta questa roba!

Una settimana di esilio

Spiderman memeNegli ultimi giorni, come avrete notato, la mia presenza sul blog è stata minimale. Solo nel weekend sono riuscito a rispondere ai commenti arrivatimi durante la settimana, e il povero Mikecas, preso di mira dal filtro anti-spam per troppa solerzia nel fornire link, ha visto i suoi interventi sistematicamente bloccati per tre giorni. Eh sì, lo ammetto: ero troppo impegnato a fare gli occhi a palla di fronte alla dichiarazione del governo cinese di essere intenzionato a costruire una linea ferroviaria che colleghi la Cina agli Stati Uniti passando per lo stretto di Bering (con un tunnel subacqueo) e toccando Siberia, Alaska e Canada. OMG. Il Consiglio del Lunedì #41, che era inizialmente previsto per lunedì scorso, è comprensibilmente slittato in avanti, e così tutti gli altri articoli che dovevano attaccarcisi.
Moreover, per tutta la settimana non sarò in Italia; e nel posto in cui vado non è nemmeno detto che riesca ad avere un accesso decente a Internet. Ho riflettuto se fosse il caso di provare a rispettare la scaletta di articoli iniziale, ma sarebbe folle perché non riuscirei a stare dietro ai commenti e tutto il resto. Perciò opto la soluzione pigra: sospendo la pubblicazione di articoli per una settimana. Ci si rivede, se tutto va bene, lunedì prossimo ^_^

In caso voleste sapere dove minchia vado, la risposta è banale: sarò in un luogo segreto in Kamchatka ad addestrare corpi d’élite in vista della rivoluzione imminente.
Have fun in mia assenza.

Mappa della Kamchatka