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Sai che c’è di nuovo? (II)

Rientrato in patria, non ho ancora avuto molto tempo per mettermi seduto al computer. Ma in attesa che il blog ritorni al suo ritmo di articoli usuale, ecco una nuova carrellata di opere interessanti – uscite da poco o in uscita – in cui mi sono imbattuto nelle ultime settimane.

Southern Reach Trilogy
Annihilation VanderMeer La annunciava da tempo. Dopo cinque anni di silenzio narrativo (fatta eccezione per la collezione di racconti The Third Bear, pubblicata nel 2010), Jeff VanderMeer, decano del New Weird, esce quest’anno con una trilogia di romanzi intitolata Southern Reach Trilogy.
L’opera si presenta come un fantasy o fantascienza di esplorazione di terre bizzarre: un’equipe di scienziati dovrà penetrare nell’Area X, un territorio abbandonato e reclamato dalla natura in cui si verificano fenomeni inspiegabili, e scoprirne i suoi segreti. Ma tutte le spedizioni precedenti sono andate a finire male. Non mi è chiaro se l’ambientazione della trilogia appartenga allo stesso mondo del ciclo di Ambergris – quel che emerge dalla sinossi, è che VanderMeer sembrerebbe aver abbandonato le pretenziosità literary dei suoi primi romanzi per scrivere qualcosa più plot-oriented. Non posso che esserne felice.

Altro aspetto degno di nota è il modo in cui VanderMeer e la sua casa editrice (la FSG Originals) stanno gestendo le uscite. Il primo libro, Annihilation, è uscito a inizio Aprile; il secondo, Authority, a inizio Maggio, e il terzo, Acceptance, uscirà a Settembre. Insomma, nel giro di pochi mesi i fan di VanderMeer potranno leggere l’intera opera. Altro che i cicli senza fine alla Robert Jordan o alla Martin, costruiti sul feedback dei lettori e progettati per finire il più tardi possibile: questa è ciò che chiamo professionalità.
L’unico neo è il prezzo dell’edizione digitale, assurdamente alto – 9,55 Euro al momento in cui scrivo – e praticamente identico a quello del cartaceo. Un prezzo che sembra quasi gridare al cielo: “Piratatemi! Piratatemi!”. Ma cattive politiche editoriali a parte, la trilogia sembra molto interessante e penso che le darò una chance nelle settimane e mesi a venire. Mi piacerebbe poterci scrivere due righe a fine anno, quando sarà finita.

Monday Begins on Saturday
Monday Begins on SaturdayE dato che parliamo di esplorazioni di luoghi contaminati in cui accadono fenomeni paranormali, ricorderete il bellissimo romanzo Roadside Picnic dei fratelli Strugatsky, a cui avevo dedicato un Consiglio quasi un annetto fa. In quell’occasione avevo anche lamentato la scarsità di opere degli Strugatsky in circolazione in traduzione inglese (fatta eccezione per un po’ di loro opere reperibili su Library Genesis).
Ebbene, la Gollancz ha deciso di ripubblicare nella collana degli SF Masterworks il romanzo Monday Begins on Saturday. Il libro – che uscirà ad Agosto – è una satira in salsa fantascienfica degli ambienti accademici e di ricerca dell’Unione Sovietica. Insomma, se Roadside Picnic è un romanzo dal sapore internazionale, che – in teoria – avrebbe anche potuto essere scritto da un occidentale, questo Monday Begins on Saturday sembra decisamente radicato nell’URSS degli anni ’60. Ragione in più perché non me lo lasci sfuggire! E se dovesse piacermi vedrò di scaricarmi anche il seguito – Tale of the Troika – di cui Theodore Sturgeon diceva un gran bene. Vi terrò aggiornati.

The Tick People
The Tick PeopleParlando invece di libri già pubblicati, il mese scorso è uscita l’ultima fatica di Mellick, The Tick People. Perché ne parlo, dato che quel pazzo maniaco pubblica quattro nuove opere all’anno? Be’, è un caso particolare perché sul suo blog Mellick dichiara di essere ritornato allo sperimentalismo dei suoi primi libri:

Unlike my last few books, this is a short quick read and somewhat similar in tone to my early bizarro novellas like Teeth and Tongue Landscape, Steel Breakfast Era or Ugly Heaven.

Non significa che sia un bene. Nonostante le immagini vivide e le idee folli, i libri mellickiani del primo periodo assomigliano più ad accozzaglie di scene strane che a delle storie con un inizio, un centro e una fine; preferisco di gran lunga le opere più recenti come The Egg Man, Zombies and Shit o Quicksand House. Ma se – dopo anni passati a scrivere trame ben strutturate – Mellick fosse riuscito a trovare un equilibrio tra storie comprensibili e l’immaginario allucinato del primo periodo, il risultato potrebbe essere eccezionale. Quindi terrò d’occhio questo The Tick People, nella speranza che ne sia uscito qualcosa di buono.

Parlando di Mellick, piano piano mi sto aggiornando sulle cose che ha scritto negli ultimi anni. Ci sono molti titoli validi, alcuni dei quali potrebbero fare la gioia anche dei non amanti di Bizarro Fiction. Non mi spiacerebbe, in futuro, buttare giù un articolo di sintesi sulle sue opere più interessanti – data la quantità di cose che ha scritto e la qualità altalenante.
Ho anche per la testa un progetto di post riassuntivo di alcune delle sue opere sperimentali del primo periodo – tutta roba abbastanza ‘particolare’. Vedremo.

La Maschera di Bali
La Maschera di BaliE nel frattempo, è uscito su Vaporteppa il secondo dei racconti nati durante il concorso steampunk di Baionette Librarie. La Maschera di Bali, di Francesco Durigon, era un altro dei finalisti del concorso – altri due dovrebbero uscire nei mesi a venire.
All’epoca La Maschera di Bali non mi aveva detto molto – ma una terapia intensiva a base di Duca non potrà che avergli fatto del bene. Non l’ho ancora letto, ma intanto l’ho scaricato da Ultima Books e riposa nel mio reader. Vi farò sapere; ma intanto, dato che è gratis, vi consiglio di buttarci un occhio.

Che dire? L’annata promette bene. Devo trovare solo la forza per leggerla, tutta questa roba!

Stalker: un esperimento sul mostrare e il raccontare

Stalker Tarkovskij“Non c’è tutta questa differenza tra il ‘mostrare’ una cosa e ‘raccontarla’” è l’obiezione che mi sento muovere più spesso al concetto di show don’t tell. Un’altra è: “E’ solo una questione di stile”, come a dire che è una faccenda che riguarda soltanto la ‘poetica’ dell’autore, il suo modo di esprimersi, e non va ad influenzare più che tanto il contenuto (corollario: potremmo smetterla di criticare?). Eppure non è così. Raccontare una cosa, e mostrarla, suscitano in noi impressioni molto differenti. E dato che un esempio vale più di mille parole, vi racconterò una storia.
Nell’ultimo articolo vi ho parlato di Roadside Picnic, romanzo dei fratelli Strugatsky in cui si racconta di una Visitazione aliena che cambia per sempre le vite degli abitanti di una piccola città canadese. Se non l’avete letto fatelo, o non capirete questo. Bazzicando su Internet alla ricerca di maggiori informazioni sul romanzo e sugli Strugatsky, avevo scoperto che Roadside Picnic aveva catturato l’attenzione nientemeno che del regista Tarkovskij. Tarkovskij: non proprio il primo Roland Emmerich che passa!

Andrej Tarkovskij era uno a cui doveva piacere la fantascienza slava. Già nel 1972 aveva adattato per il grande schermo il celebre Solaris, del polacco Stanislaw Lem; nel 1979, dopo aver corteggiato a lungo il romanzo degli Strugatsky, decide di trarne ispirazione per il suo Stalker. Non solo: gli Strugatsky stessi partecipano alla stesura della sceneggiatura del film. Occasione ghiotta per crogiolarmi ancora un po’ nell’atmosfera della Visitazione – anche perché non avevo mai visto un film di Tarkovskij e la cosa mi faceva sentire in colpa. Sicché, lo scarico, acchiappo la dolce Siobhàn e le annuncio: la tal sera guarderemo Stalker. E lei, che non sapeva neanche di cosa stessi parlando: okay! Da qui, in modo del tutto involontario, nasce il mio piccolo esperimento.
Una premessa: ovviamente uso la parola ‘esperimento’ in senso lato. Un esperimento scientifico va replicato molte volte e sottoposto a un rigido sistema di controlli per avere qualche valore. Il mio ‘esperimento’ è in teoria replicabile, ma non l’ho replicato. Di conseguenza non posso dimostrare davvero niente, nel senso scientifico del termine; trovo però che ci dica qualcosa di interessante. Giudicate voi.

Stalker: una variazione sul tema?
Stalker TarkovskijIl film di Tarkovskij non è una trasposizione fedele di Roadside Picnic. Anzi. Per stessa ammissione del regista, ha in comune col romanzo originale solo la premessa di base: l’esistenza di una Zona contaminata da una Visitazione aliena e del mestiere di stalker. La cosa, in realtà, non mi dispiaceva affatto. Al contrario: come accennavo nello scorso articolo, trovo che il concetto alla base di Roadside Picnic sia così pieno di possibilità che volevo vedere delle declinazioni diverse del tema.
Sulla carta, la storia di Tarkovskij è affascinante. Il protagonista – lo stalker – si guadagna da vivere come guida, scortando i curiosi nella Zona. Al centro della Zona, infatti, c’è una stanza dove si dice che vengano realizzati i tuoi desideri più intimi (idea mutuata dal romanzo, dove circola la leggenda di una sfera dorata che realizza i desideri). Anche la Zona è diversa: mentre in Roadside Picnic aveva delle regole oggettive, determinate da leggi fisiche misteriose ma chiaramente esistenti, in Stalker regole e trappole cambiano. La Zona, spiega lo stalker, cambia ad ogni visita, e sembra che reagisca in modo differente ad ogni individuo e ai suoi stati d’animo. Pare quasi che la Zona di Tarkovskij sia viva.

Fin qui, tutto bene. Peccato che il film sia interessante solo sulla carta.
La Zona di Tarkovskij è assolutamente priva di regole a cui lo spettatore si possa aggrappare. Lo stalker ci dice continuamente quanto la zona sia pericolosa, quante persone ci siano morte, quanto bisogni stare attenti. Ma è tutto bla bla vuoto: di questi fantomatici pericoli non vediamo mai traccia; non assistiamo mai a ‘trappole’ che scattano; i visitatori che seguono lo stalker violano apertamente le sue raccomandazioni, e non gli succede niente. La tensione è inesistente. Persino il ‘tritacarne’, una delle creature più inquietanti e implacabili della Zona originale, diventa nel film qualcosa di assolutamente insulso.
L’impressione dello spettatore, dopo un po’ che guarda, è che la Zona sia qualcosa di ‘mistico’, di ‘metaforico’, che agisce assolutamente a caso e secondo le esigenze del regista. Di conseguenza non ci sentiamo veramente coinvolti. Tutto il setting alieno non diventa altro che un palcoscenico su cui Tarkovskij fa discorrere i suoi personaggi dei massimi sistemi – scienza vs arte, oggettività vs soggettività, determinismo vs libertà, conscio vs subconscio. Le solite banalità da primo anno di facoltà umanistica. I personaggi hanno nomi archetipici – “Stalker”, “Professore” e “Scrittore” – e infatti sono degli archetipi, nel senso peggiore del termine: del tutto privi di qualsiasi tratto originale o di personalità, non sono nient’altro che dei megafoni attraverso i quali il regista declama le sue idee.

Tarkovskij Gesù Cristo

“Ciao, mi chiamo Andrej Tarkovskij e no, non mi piace il simbolismo pacchiano.”

L’esperimento
Ma il mio giudizio poteva anche essere influenzato dalla lettura del romanzo solo pochi giorni prima. Anche se avevo deciso di guardare e giudicare il film di Tarkovskij ‘per sé stesso’, paragoni con il libro nascevano spontaneamente nella mia testa. Siobhàn era un’altro discorso. Non solo non aveva mai letto Roadside Picnic; ma non sapeva proprio della sua esistenza, né come mi fosse venuta in mente l’idea di scaricare e guardare Stalker. Per lei, si trattava di un film completamente autonomo – di conseguenza, l’ha giudicato per sé stesso. E ha detto alcune cose molto interessanti.
Quando sono nella Zona i personaggi, nel libro come nel film, si muovono in modo estremamente circospetto. Lo stalker è lapidario: devono muoversi in fila indiana, uno alla volta, lanciando sempre un dado o un sasso davanti a sé (per vedere se fa scattare qualcosa) prima di proseguire, e non devono mai deviare dal percorso. Nel romanzo si capisce subito il perché: la strada è disseminata dei cadaveri di chi “si è comportato male”, e vediamo coi nostri occhi alcune delle trappole. Ma nel film no. E dopo un po’, Siobhàn mi domanda: “Ma perché si muovono in quel modo? Ma perché devono fare così e cosà? Sono scemi?”. Avendo io letto il libro, sapevo perché i personaggi si comportavano così, ed ero tranquillo; ma lei non lo aveva letto, e dal film non si capiva perché lo facessero. Quindi, non riusciva a spiegarselo. E via via, la sua mente riempie i vuoti lasciati dal regista proponendo una serie di ragioni (1).

La prima spiegazione di Siobhàn: “Lo stalker li sta truffando.” Non c’è niente di pericoloso nella Zona, è un posto come un altro; lo stalker finge che sia pieno di trappole mortali e forze sovrannaturali solo per far provare un po’ di emozioni ai suoi clienti e giustificare i soldi che si fa pagare. Questa spiegazione permette di conciliare la contraddizione tra ciò che il film racconta (che la Zona è pericolosa) con ciò che il film mostra (non c’è nessun vero pericolo): una delle delle due versioni mente (lo stalker, cioè il ‘raccontato’). Permette di giustificare anche le aperte violazioni del raccontato – ossia, quando lo stalker dice ai suoi compagni: “non fare quella cosa o ti succederà qualcosa di terribile!”, quello la fa ugualmente, e non succede niente.
Ma alla lunga, questa spiegazione non tiene. Il personaggio dello stalker appare troppo ingenuo, troppo sempliciotto, troppo ‘puro di cuore’ per mentire in modo così spregiudicato sulla natura della Zona. Allora, seconda spiegazione: “Lo stalker non è uno stalker”. Fa finta di essere esperto della Zona, ma in realtà non ne sa niente; e questa è la sua unica bugia. Per il resto del tempo è onesto, perché crede realmente nei pericoli della Zona (che però è innocua). Da notare che questa seconda spiegazione arriva quando gli input del ‘mostrato’ sono tali da contraddire la prima teoria di Siobhàn; la sua soluzione quindi è di revisionare di nuovo gli input ‘raccontati’ e la sua spiegazione, per metterli in accordo con le nuove informazioni ‘mostrate’.

Stalker Tarkovskij

Scottanti rivelazioni.

Anche questa spiegazione però alla lunga non è soddisfacente – il film (dalla musica alle inquadrature ai discorsi dei personaggi) insiste troppo sulla natura sovrannaturale del loro viaggio. Terza spiegazione: “Secondo me è un’allucinazione, alla fine si scopre che sono tutti drogati”. Poiché gli avvenimenti del film non sembrano seguire una logica, Siobhàn conclude che questa logica non c’è perché non sono nel mondo reale. E’ un tentativo estremo di razionalizzazione. Un modo per spiegare perché il raccontato e il mostrato viaggino su due binari paralleli che non si incontrano mai, con una motivazione che rimane all’interno della trama.
Ma alla lunga, persino questo non tiene: ci stiamo avvicinando alla fine del film, ed è ormai chiaro che la storia non spinge nella direzione del sogno o allucinazione. La quarta e ultima spiegazione suona come una resa: “E’ solo un’allegoria; non vuol dire niente”. Quando questo succede, è il FAIL dell’opera narrativa. Non c’è niente di male se un’opera ha più livelli di lettura, anzi spesso è un plus. 1984 è un affascinante romanzo distopico ma è anche un discorso sui totalitarismi europei e in particolare dello stalinismo (Orwell stesso lo dichiarò); Evangelion è una bella storia di robottoni, paranoie e teologia, ma è anche un messaggio che Anno lanciava agli otaku: “Uscite di casa e affrontate la vita”. Ma quando un’opera funziona solo a livello simbolico e non a livello di trama, c’è qualcosa che non va.

Stalker è un caso emblematico di cosa succede quando raccontato e mostrato si contraddicono – quando, cioè, i personaggi (o anche la voce dell’autore, nel caso di un romanzo) dicono una cosa e poi invece ne succede un’altra. Istintivamente, lo spettatore (o lettore) è portato a dare ragione a quello che vede, reinterpretando o scartando il raccontato. Ed è quello che faceva Siobhàn. Finché questa contraddizione sembra una decisione intenzionale dell’autore – che magari vuole sviarci per poi sorprenderci, come quando si usa l’unreliable narrator – si sopporta (anche volentieri), ma quando ci si rende conto che questa contraddizione non era voluta e che l’autore è semplicemente clueless (o non interessato alla trama nel suo livello più basso, non-simbolico) emerge la frustrazione: ma che cavolo sto guardando?
Bisogna notare infatti che all’inizio Siobhàn aveva una disposizione positiva verso il film. Era più che disposta ad ammettere che il regista aveva saldamente il controllo della storia, e che volesse scientemente far venire dubbi allo spettatore mostrando quelle contraddizioni e quelle apparenti illogicità. Le sue prime spiegazioni rimangono ancorate alla storia; il primo a essere ‘screditato’ come insincero è il personaggio dello stalker (le cui parole contraddicono ciò che il film mostra), non l’autore. E’ solo mano a mano che la storia va avanti, che Siobhàn comincia ad ammettere che gli avvenimenti non hanno senso ‘perché sì’. Era partita piena di fiducia nel regista, ma poi ha progressivamente perso questa fiducia, e alla fine ha proprio perso interesse (dire che il film ha senso solo come allegoria, del resto, è un po’ come dire che non si è più disposti a cercare di interpretarlo: non ne vale la pena, tanto è solo un’allegoria). Il risultato finale della contraddizione tra raccontato e mostrato è: tu, autore, non sei onesto con me.

Stalker Tarkovskij

Il tunnel che porta al centro della Zona… o nelle profondità del nostro stesso subconscio?!?!?!

In conclusione
A questo si aggiunge il ritmo lentissimo, i take da dieci minuti l’uno con inquadratura fissa, le frasi sfumate – vero marchio del cinema d’autore! Il fatto che i personaggi ripetano di continuo la parola “stAlker” con una bella A spalancata non migliora la situazione (ah, la bellezza del doppiaggio italiano di una volta!). La fotografia è suggestiva e ci sono un paio di scene ben fatte (come quando squilla il telefono nell’anticamera della Stanza, o tutta la scena sulla bomba), lo ammetto; ma nel complesso domina la NOIA e la sensazione che il regista sia un borioso con poche idee originali.
A un critico che gli fece notare che i suoi film erano troppo lenti, Tarkovskij rispose: “I am only interested in the views of two people: one is called Bresson and one called Bergman.” Bene – io non sono né Bresson né Bergman. Saluto Tarkovskij e passo ad altri registi.

Chiudo con una considerazione. Umberto Eco aveva un metodo per capire se un film era o non era un porno: “Se per andare da A a B i protagonisti ci mettono più di quanto desiderereste, questo significa che il film è pornografico.”
Bene. Allora Tarkovskij girava porno:


Prima o poi arriveranno nella Zona. Forse.

(1) Nota: queste spiegazioni non sono state in alcun modo sollecitate, anche perché al momento della visione del film non avevo alcun esperimento in mente. Sono cose che Siò ha detto in modo del tutto spontaneo; come in genere succede quando un film non riesce a catturare l’attenzione degli spettatori (l’immersione del buon mostrato di cui parlo sempre), questi cominciano a chiacchierare e a commentare il film tra di loro.

I Consigli del Lunedì #36: Roadside Picnic

Roadside PicnicAutore: Arkady e Boris Strugatsky
Titolo italiano: Picnic sul ciglio della strada
Genere: Science Fiction / Crime Fiction
Tipo: Romanzo

Anno: 1972
Nazione: Unione Sovietica
Lingua originale: Russo
Pagine: 220 ca.

Difficoltà in inglese: **

Un tempo, Harmont era una sonnacchiosa cittadina canadese senza nulla da offrire. Poi è arrivata la Visitazione: una civiltà aliena ha invaso senza preavviso Harmont e altri cinque punti del pianeta. Non hanno interagito con gli esseri umani in alcun modo; sono rimasti alcuni giorni e poi, così come sono arrivati, sono ripartiti. Ma dietro di sé hanno lasciato la Zona: chilometri di superficie contaminati dal loro arrivo e ricolmi di tutti gli incomprensibili artefatti che hanno buttato. Come se fossero passati per un picnic e si fossero dimenticati di pulire.
Schuhart Redrick è uno stalker. Di giorno, lavora come assistente di laboratorio per l’Istituto Internazionale di Culture Extraterrestri; di notte, un uomo che si guadagna da vivere infiltrandosi nella Zona e rubando i tesori della civiltà aliena per rivenderli sul mercato nero. La Zona è cintata e pattugliata dalla polizia, ma questo non ha impedito a un intero microcosmo di criminali di radunarsi ad Harmont per contrabbandare i reperti della Visitazione. Ma la Zona è un luogo pericoloso: si aggirano strane cose che possono ucciderti o mutilarti al minimo movimento sbagliato; e anche chi sopravvive, viene cambiato dalla Zona in modi misteriosi e irreversibili…

I fratelli Strugatsky (1) sono generalmente considerati i migliori autori di fantascienza russa della seconda metà del Novecento – e Roadside Picnic (vi risparmio l’originale russo), complice probabilmente l’ambientazione internazionale, è la loro opera più famosa. Era parecchio tempo che non pubblicavo un Consiglio. E quale modo migliore per farlo, se non dedicandolo, una volta tanto, a un’opera di fantascienza russa? In traduzione inglese. Vabbé, non è colpa mia: il russo non lo parlo, e se aspetto di mettere le mani su una traduzione italiana decente sto fresco.
Cosa succederebbe se l’umanità si trovasse improvvisamente tra le mani gli artefatti abbandonati di una civiltà infinitamente superiore alla loro? In quali modi verrebbe cambiata la vita quotidiana delle persone? Sono queste le domande alla base di Roadside Picnic. Il romanzo parte da un evento fantastico per poi zoommare sulle vite che da questo evento sono state trasformate – sulla società, sui traffici, sui desideri, le aspirazioni e le angosce che ne sono nati. Ma chi l’avrebbe detto che anche quei fottuti comunisti sapessero scrivere fantascienza, mh?
Nota: Dato che, per una volta, recensisco un romanzo letto in traduzione e non in lingua originale, mi soffermerò meno sullo stile e la costruzione delle frasi; d’altronde la cose più importanti da analizzare sono la struttura e i contenuti, e quelli per fortuna sopravvivono nel passaggio da una lingua all’altra (posto che il traduttore sappia fare il suo lavoro).

Stalin watches you

“Scrivi, scrivi i tuoi romanzetti sovversivi. D’altronde, quella Stazione Spaziale Sovietica non si costruirà da sola, no?”

Uno sguardo più approfondito
Cominciamo dalla struttura del libro, che è piuttosto particolare. Dopo un breve prologo-intervista con lo scazzato premio Nobel dottor Pilman – utile a introdurre al lettore le ‘basi’ dell’ambientazione – il romanzo è composto da quattro lunghi capitoli che sono praticamente dei racconti autoconclusivi. O meglio, degli episodi nella storia della cittadina di Harmont dopo la Visitazione. Ogni episodio racconta la propria storia, e tra un episodio e l’altro trascorrono anni (eccezion fatta per il passaggio dal terzo al quarto).
La gestione del pov è impeccabile. Ognuno dei quattro capitoli segue un unico punto di vista; in tre dei quattro, il personaggio-pov è lo stalker Redrick, cosa che lo rende il vero protagonista del romanzo. Ma lo stile cambia nel corso del libro. Il primo capitolo (per ragioni che non ho capito) è scritto in prima persona, mentre i successivi sono tutti in terza con telecamera ora nei pressi, ora nella testa del personaggio. E se all’inizio del libro il tono è prevalentemente ironico, leggero – soprattutto nell’intervista al dottor Pilman, piena di sarcasmo e assolutamente piacevole da leggere – mano a mano che si va avanti l’atmosfera si fa più drammatica.

I fratelli Strugatsky, poi, mostrano che è un piacere. I movimenti che fanno i personaggi mentre parlano, l’accendersi e lo spegnersi del mozzicone di sigaretta, i gesti nervosi delle dita e l’espressione degli occhi – tutto viene registrato e comunicato al lettore. C’è un passaggio del libro in cui un Redrick distrutto si trascina sotto il sole lungo una pianura brulla, a ridosso di una cava, dove possiamo sentire sulla nostra pelle la stanchezza, le labbra che si spaccano per l’arsura, i solchi lasciati dalle cinghie dello zaino sulla pelle coperta di bolle.
E questa capacità di mostrare perdura nella gestione degli infodump. Le coordinate essenziali dell’ambientazione, come dicevo prima, sono introdotte nella breve intervista che apre il romanzo. Il dottor Pilman spiega (in un tono leggero e svogliato che assolutamente non annoia) cosa siano la Visitazione, la Zona, gli stalker. Dopodiché, dall’inizio del primo capitolo in poi, gli infodump nel vero senso della parola quasi spariscono dalla narrazione. Redrick descrive le cose mano a mano che le vede; le informazioni appaiono a spezzoni, sotto forma di ricordi o di istruzioni che dà ai niubbi che lo accompagnano. Prendiamo la cosiddetta mosquito mange, o zona di gravità iperconcentrata, un fenomeno che si manifesta in alcuni punti della Zona e che comprime in modi orribili qualunque cosa gli si avvicini. Inizialmente è nominata senza spiegare cosa sia. Poi a un tratto Redrick la vede: la percezione di un cambiamento nel moto nell’aria, uno strano inclinarsi degli oggetti ai suoi confini, poi, dei frammenti di materia compressa in strani modi che sembrano fluttuare nel nulla. Solo alla fine Redrick spiega ai suoi compagni che quella è una mosquito mange, e come funziona. E che è meglio non la tocchino.

In Soviet Russia

Redrick, in generale, è una voce narrante eccezionale. Lo sguardo di chi la sa lunga; dello stalker professionista che guarda dall’alto in basso i nuovi arrivati, che si aspetta di essere obbedito all’istante all’interno della Zona, perché lui è il sopravvissuto mentre gli altri sono morti; dell’uomo che sa che la vita è tutto un prendere o dare calci nei denti. Il suo tono cinico e distaccato dà il ritmo a tutta la narrazione; un ritmo pacato, anche nel bel mezzo dei pericoli della Zona. E dato che un esempio vale più di mille parole:

“See those rags over there? You’re looking the wrong way! Over there, to the right.”
“Yes,” said Arthur.
“Well, that was a guy called Whip. A long time ago. He didn’t listen to his elders and now he lies there in order to show smart people the right way. Look just to the right of Whip. Got it? See the spot? Right where the willows are a little thicker. That’s the way. You’re off!”

Il cambiare dell’atmosfera nel corso del romanzo (più ironica all’inizio, più cupa alla fine) non è che un riflesso dell’evolversi della psicologia del personaggio. Sì: pur essendo un romanzo breve, Redrick evolve. E a riprova della bravura degli Strugatsky: quando nel terzo capitolo si dà il cambio col pov del businessman cicciobombo Richard Noonan, anche il ‘timbro vocale’ della narrazione cambia.

Ma la vera protagonista del romanzo, alla fine, è la Zona. E’ uno dei tipi di ambientazione che preferisco in assoluto, perché è un luogo familiare, quotidiano, a cui si mescola in modi subdoli l’assurdo. La Zona si presenta come un posto normalissimo: una strada, un garage, degli edifici abbandonati, campi, una collina, una cava di pietra. Ma nella cava c’è un bulldozer abbandonato, inclinato su un lato. Le case sono vuote. E poi, all’improvviso, le vedi: un’ombra sbagliata, un luccichio che non dovrebbe esserci, luci lampeggianti che a un tratto diventano una tempesta infernale che sa di ozono e che ti brucia vivo se passi troppo vicino; o una gelatina apparentemente innocua, ma che trasforma in gomma inerte tutto ciò con cui entra in contatto. E la morte può arrivare in qualsiasi momento, al minimo segnale, alla minima disattenzione. L’atmosfera è molto differente, eppure in qualche maniera mi ha ricordato la serie di Silent Hill.
Nella Zona, però, si trascorre non più di un terzo del romanzo. Il resto avviene fuori, per le strade di Harmont. E in duecento pagine, gli Strugatsky ti creano tutto un microcosmo che ruota attorno al concetto della Zona: ci sono gli stalker, con tutta la loro mitologia – come la leggendaria sfera dorata che, si dice, può realizzare i desideri, ma che in cambio esige un pegno di sangue – e i loro eroi – come il vecchio e cinico ‘Avvoltoio’ Burbridge, famoso per essere tornato sempre illeso dalla Zona, mentre il prezzo lo pagavano sempre quelli che lo accompagnavano. E poi i ricettatori, le organizzazioni che rivendono e distribuiscono sul mercato nero gli artefatti della Zona, la polizia, le famiglie degli stalker, la comunità degli scienziati e dei tecnici dell’IIEC. In queste pagine Roadside Picnic smette (in parte) i panni del mystery fantascientifico e diventa crime fiction del tipo più cinico, un po’ The Shield, un po’ Breaking Bad. E queste due metà si armonizzano perfettamente nel raccontare il dramma di una cittadina la cui vita è stata cambiata per sempre da un avvenimento incomprensibile.

Meanwhile in Soviet Russia

In poco più di duecento pagine, insomma, i fratelli Strugatsky riescono a condensare una incredibile quantità di temi – da quelli più umani a quelli più metafisici – e ti colpiscono al cuore. Ciò che rimane alla fine, soprattutto, è l’idea di un mondo vivo, che continua a vivere oltre la pagina; ti chiedi quante altre storie si potrebbero raccontare sul mondo di Roadside Picnic, di quanti personaggi secondari si vorrebbe sapere com’è andata a finire, quali altre peripezie dovranno vivere. E’ davvero incredibile che da questo romanzo non sia mai nato un serial televisivo; si presta naturalmente, avrebbe potuto avere tante stagioni quante Lost senza mai rimanere a corto di materiale. Spero sempre che prima o poi succeda. In compenso ha ispirato un film di Tarkovskij chiamato Stalker (2).
Roadside Picnic è un romanzo che consiglio a tutti; persino agli amanti del crime e che non sono abituati a leggere sci-fi, che forse potrebbero apprezzarlo anche di più degli altri. Lo raccomanderei anche in italiano, visto che comunque la lingua originale è il russo – ma non ne ho trovata una versione decente, e poi c’è sempre il rischio (soprattutto nella narrativa di genere e nelle collane da edicola tipo Urania) di trovarti tra le mani una traduzione di seconda mano, mediata dall’inglese, mentre per definizione questo non può succedere se leggi la versione inglese.

Dove si trova?
Roadside Picnic si può scaricare in inglese sia su Library Genesis che su BookFinder; purtroppo si trova solo in pdf, ma è un file di buona qualità e in una mezz’oretta se ne può fare un ePub più che dignitoso. In alternativa, si può acquistare l’edizione cartacea dei SF Masterworks (in cui, mi dicono, sono stati corretti anche alcuni piccoli errori di traduzione) su Amazon.co.uk; l’ultima ristampa si può portare a casa anche a prezzi molto bassi, spese di spedizione escluse.

Sui fratelli Strugatsky
Non avevo mai sentito parlare di questa coppia di scrittori russi prima di imbattermi in Roadside Picnic. L’introduzione all’edizione che ho letto (quella che si trova su Library Genesis) è scritta nientemeno che da Theodore Sturgeon, il quale nomina altri due libri dall’aria molto interessante: Hard to Be a God e soprattutto il satirico Tale of the Troika. Un’altra loro opera che ha raggiunto una certa notorietà internazionale (ma sembra già meno interessante) è l’utopia Noon: 22th Century.
Mi piacerebbe leggerli, ma purtroppo sui circuiti pirata non ho trovato nessuno di questi titoli, e sui canali legali i prezzi sono proibitivi. In Italia, sono in circolazione due traduzioni edite dalla Marcos y Marcos, e una di queste è proprio È difficile essere un dio – ma dovrei prima superare la mia naturale diffidenza verso le traduzioni italiane di opere di genere in lingue non-occidentali. Magari nei prossimi giorni andrò in libreria a controllare.

Meanwhile in Soviet Russia

Qualche estratto
Il primo brano è preso dal primo capitolo, nel momento in cui lo stalker Redrick entra nella Zona in compagnia del suo amico scienziato Kirill; osservando la zona dal velivolo, ha modo di evocare (e così di farci sapere) varie vicissitudini capitate agli stalker in questo piccolo appezzamento di pensiero. Il secondo pezzo, molto più avanti nel romanzo, è un estratto del dialogo tra Noonan e il dottor Pilman sulla natura della Visitazione e degli alieni: in fondo non si è trattato d’altro che di un picnic sul ciglio della strada.

1.
We were off.
The institute was on our right and the Plague Quarter on our left. We were traveling from pylon to pylon right down the middle of the street. It had been ages since the last time someone had walked or driven down this street. The asphalt was all cracked, and grass had grown in the cracks. But that was still our human grass. On the sidewalk on our left there was black bramble growing, and you could tell the boundaries of the Zone: the black growth ended at the curb as if it had been mown. Yeah, those visitors were well-behaved. They messed up a lot of things but at least they set themselves clear limits. Even the burning fluff never came to our side of the Zone—and you would think that a stiff wind would do it.
The houses in the Plague Quarter were chipped and dead. However, the windows weren’t broken. Only they were so dirty that they looked blind. At night, when you crawl past, you can see the glow inside, like alcohol burning with blue tongues. That’s the witches’ jelly breathing in the cellars. Just a quick glance gives you the impression that it’s a neighborhood like any other, the houses are like any others, only in need of repair, but there’s nothing particularly strange about them. Except that there are no people around. That brick house, by the way, was the home of our math teacher. We used to call him The Comma. He was a bore and a failure. His second wife had left him just before the Visitation, and his daughter had a cataract on one eye, and we used to tease her to tears, I remember. When the panic began he and all his neighbors ran to the bridge in their underwear, three miles nonstop. Then he was sick with the plague for a long time. He lost all his skin and his nails. Almost everyone who had lived in the neighborhood was hit, that’s why we call it the Plague Quarter. Some died, mostly the old people, and not too many of them. I, for one, think that they died from fright and not from the plague. It was terrifying. Everyone who lived here got sick. And people in three neighborhoods went blind. Now we call those areas: First Blind Quarter, Second Blind, and so on. They didn’t go completely blind, but got sort of night blindness. By the way, they said that it wasn’t any explosion that caused it, even though there were plenty of explosions; they said they were blinded from a loud noise. They said it got so loud that they immediately lost their vision. The doctors told them that that was impossible and they should try to remember. But they insisted that it was a powerful thunderbolt that blinded them. By the way, no one else heard the thunder at all.
Yes, it was as though nothing had happened here. There was a glass kiosk, unharmed. A baby carriage in a driveway—even the blankets in it looked clean. The antennas screwed up the effect though—they were overgrown with some hairy stuff that looked like cotton. The eggheads had been cutting their teeth on this cotton problem for some time. You see, they were interested in looking it over. There wasn’t any other like it anywhere. Only in the Plague Quarter and only on the antennas. And most important, it was right there, under their very windows. Finally they had a bright idea: they lowered an anchor on a steel cable from a helicopter and hooked a piece of cotton. As soon as the helicopter pulled at it, there was a pssst! We looked and saw smoke coming from the antenna, from the anchor, and from the cable. The cable wasn’t just smoking—it was hissing poisonously, like a rattler. Well, the pilot was no fool—there was a reason why he was a lieutenant—he quickly figured what was what and dropped the cable and made a quick getaway. There it was, the cable, hanging down almost to the ground and overgrown with cotton.

In Soviet Russia Mr.T

2.
“But what about the Visitation? What do you think about the Visitation?”
“My pleasure. Imagine a picnic.” Noonan shuddered. “What did you say?”
“A picnic. Picture a forest, a country road, a meadow. A car drives , off the country road into the meadow, a group of young people get out of the car carrying bottles, baskets of food, transistor radios, and cameras. They light fires, pitch tents, turn on the music. In the morning they leave. The animals, birds, and insects that watched in horror through the long night creep out from their hiding places. And what do they see? Gas and oil spilled on the grass. Old spark plugs and old filters strewn around. Rags, burnt-out bulbs, and a monkey wrench left behind. Oil slicks on the pond. And of course, the usual mess—apple cores, candy wrappers, charred remains of the campfire, cans, bottles, somebody’s handkerchief, somebody’s penknife, torn newspapers, coins, faded flowers picked in another meadow.”
“I see. A roadside picnic.”
“Precisely. A roadside picnic, on some road in the cosmos. And you ask if they will come back.”
“Let me have a smoke. Goddamn this pseudoscience! Somehow I imagined it all differently.”
“That’s your right.”
“So does that mean they never even noticed us?”
“Why?”
“Well, anyway, didn’t pay any attention to us?”
“You know, I wouldn’t be upset if I were you.”

Tabella riassuntiva

Un blend ben riuscito di mystery sci-fi e crime fiction. Potrebbe essere troppo mainstream per alcuni palati.
Personaggi che evolvono e di cui ci importa il destino. Il ritmo non è sempre al massimo.
La Zona è troppo figa nel suo essere familiare e aliena insieme.  
Ottima gestione del mostrato e del timbro narrativo.  

(1) Il sistema europeo di traslitterazione dei caratteri russi vorrebbe che il loro nome si scrivesse “Arkadij e Boris Strugackij”; così come scriviamo Fëdor Dostoevskij e non Fyodor Dostoyesky, Lev Tolstoj e non Leo Tolstoy. In questo caso però faccio uno strappo alla regola: a livello internazionale i due scrittori russi sono molto più conosciuti nella traslitterazione americana che non in quella nostrana. In altre parole, è molto più facile che troviate qualcosa su Internet scrivendo “Strugatsky” che non “Strugackij”. Persino in Italia sono confusi sull’argomento: per esempio, la casa editrice Marcos y Marcos, che pubblica qualcuno dei loro libri, li chiama “Arkadi e Boris Strugatzki”.
Ecco cosa succede quando invece di essere uno scrittore coccolato dalla critica sei uno che viene pubblicato nelle riviste pulp!

(2) Inizialmente pensavo di parlarne qui, in fondo all’articolo; poi invece ho deciso di incorporarlo in un post successivo, come parte di un piccolo ‘esperimento’ sulla narrativa. Se tutto va bene l’articolo in questione sarà pronto tra pochi giorni.