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To go Apeshit

Apeshit Pazzi furiosi PreitanoNon vorrei proprio trovarmi nella situazione di un editore che deve scegliere il titolo italiano di un’opera straniera. Quando ti va bene, il titolo si può tradurre in modo letterale senza perdere di significato; un The Moon Is a Harsh Mistress che rapido e indolore diventa “La Luna è una severa maestra”. Altre volte va un po’ meno bene, ti capita sottomano The Windup Girl di Bacigalupi e, anche se il concetto è chiaro, ti chiedi come renderlo in italiano senza che suoni terribilmente lame. ‘La ragazza caricata a molla’? Decisamente no. ‘La ragazza a molla’ allora? Meh. E finisci come Multiplayer Edizioni che l’ha portata in Italia con il grigio, anonimo ‘La ragazza meccanica’. Altre volte, poi, ti va proprio di merda e devi pubblicare The Word for World is Forest della Le Guin, e a quel punto non vorrò proprio essere nei tuoi panni, amico.
Carlton Mellick è un altro di quegli autori che amano i giochi di parole e le espressioni idiomatiche. Certo, Warrior Wolf Women of the Wasteland si può tradurre come “Le guerriere licantrope delle terre selvagge”, ma che tristezza infinita non è? E tanti saluti al coraggioso che vorrà tradurre Zombies and Shit (“Zombie e altra merda”? “Zombie e altre stronzate”?). Pure Apeshit (così come il suo seguito Clusterfuck) non scherza. Letteramente ‘to go apeshit’ significa incazzarsi, impazzire, andare fuori di testa. Il titolo del romanzo può leggersi al contempo come infinito che elide il verbo ‘go’ (“Sbroccare”) e come sostantivo (“Sbroccati”) – come scegliere? E al tempo stesso, si porta dietro quell’immagine di merda e di bestialità che tanto ci piace e che fa tanto gorefest splatterpunk.
Ma il Duca ha scelto bene, e per l’ultima uscita di Vaporteppa ha optato per il doppio titolo: “Apeshit – Pazzi Furiosi”.

Dopo una serie di edizioni italiane di libri di Carlton Mellick che non ho mai letto (Cuddly Holocaust, Cannibals of Candyland) o che non mi entusiasmavano troppo (Kill Ball, Village of the Sirens), Vaporteppa ha ultimamente importato titoli mellickiani di altissimo livello. Ad Aprile La casa sulle sabbie mobili (Quicksand House in originale), a mio avviso una delle cose più belle – e dolci, e intime – mai scritte da Mellick. E ieri Apeshit, un’altra storia stupenda e, con la sua crudezza splatter da b-movie horror, il perfetto contraltare a Quicksand House.
Non starò a raccontarvi nel dettaglio perché mi piaccia tanto Apeshit: ci ho scritto a suo tempo un intero Consiglio del Lunedì. Come tutti i romanzi mellickiani particolarmente ben riusciti, il suo bello è che viaggia in parallelo a più livelli di lettura. Può essere letto come una storiella pulp sopra le righe, un tour-de-force grottesco ed esilarante che non perde mai di ritmo; o ci si può immedesimare e leggerla come una storia seria e drammatica, e ci si rende conto che tiene benissimo (tanto dal punto di vista psicologico, di coerenza e credibilità dei personaggi, quanto da quello logico, di ferreo rapporto causa-effetto di tutto ciò che succede); o ancora si può leggere in ottica meta-narrativa, come presa in giro e ribaltamento degli stereotipi degli horror slasher. Comunque si scelga di ‘interpretarla’, la storia tiene e dà soddisfazione.

Apeshit Pazzi furiosi cover

La copertina di Apeshit – Pazzi Furiosi

Vi serve un’altra ragione per leggerlo? E’ una lettura breve: 110 pagine circa nell’edizione italiana, l’equivalente quindi di un pomeriggio ozioso o un paio di sere (si sa che queste letture conciliano il sonno). Un’altra ragione ancora? La traduzione italiana per Vaporteppa è opera della dolce Siobhàn. Ho avuto modo di leggerla (anzi: di ascoltarla dalla sua viva voce) e, avendo ancora in testa l’originale – che ho letto due volte – posso dire che mi sembra un ottimo lavoro.
Un’altra? La copertina è a mio avviso una delle più belle che Manuel Preitano abbia mai realizzato per Vaporteppa. Non solo basta guardarla un secondo perché ti si imprima nella retina – con quell’occhio di ghiaccio, la bocca feroce, il riflesso del mostro nella lama – ma è anche un’eccellente sintesi dei temi principali del libro. In generale, trovo che lo shift dell’ultimo annetto dalle vecchie copertine con il collage di situazioni e il protagonista in primo piano, alla scelta di un’immagine unica, sia un netto miglioramento in termini di eleganza e memorabilità. E’ una mia impressione e non ho dati oggettivi a supporto, ma dai pareri che ho raccolto credo di non essere l’unico a preferire questo tipo di copertine.

Detto tutto questo, Apeshit è il romanzo ideale per chi non si sia mai avvicinato a Mellick o alla Bizarro Fiction? Probabilmente no.
La struttura narrativa, che ricalca fedelmente l’archetipo horror del weekend nella ‘casa nel bosco’, lo rende sicuramente accessibile e facile da leggere, ma al tempo stesso è così grafico nel mostrare l’ultraviolenza che potrebbe disturbare molti lettori. Apeshit entra con tutte e due le scarpe nel territorio dello splatterpunk e più ancora che il pubblico tradizionale della Bizarro Fiction, forse i suoi destinatari elettivi sono gli appassionati di horror estremo e di autori come Edward Lee – vedi Header – e Jack Ketchum (e più in generale di tutte quelle trashate che piacciono a Zwei). Per il neofita di Mellick, una storia più ‘delicata’ come La casa sulle sabbie mobili è sicuramente più adatta (e certo non meno bella).
Ciò detto, per chi si sentisse pronto ad affrontarlo, Apeshit è una lettura che regala un sacco di soddisfazioni e uno dei punti più alti del canone di Mellick. Bravo il Duca che si è accollato l’onere di portarlo in Italia.

Batshit crazy

E quando nemmeno ‘andare apeshit’ è abbastanza, si diventa direttamente batshit crazy. Non so perché tutta questa fissa per la cacca degli animali.

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I Consigli del Lunedì #43: Apeshit

ApeshitAutore: Carlton Mellick III
Titolo italiano: –
Genere: Horror / Splatterpunk / Bizarro Fiction
Tipo: Romanzo breve

Anno: 2008
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 160 ca.

Difficoltà in inglese: *

Desdemona, Crystal, Jason, Rick, Kevin e Stephanie non sono dei liceali qualsiasi: sono i più ricchi, belli, popolari e snob della scuola. E sono pronti a partire sul loro fuoristrada per trascorrere un weekend di festa, birra e scopate epiche nella vecchia casa nel bosco del nonno di Jason. Non sanno che in quei boschi, ai margini della civiltà dove non prende neanche il cellulare e non ci sono abitazioni per miglia e miglia, si aggirano esseri atroci, dalla ferocia primordiale e cervelli grandi come noci.
Ma le creature che si nascondono nel bosco potrebbero anche essere l’ultimo dei loro problemi. Con delle storie disturbanti alle spalle, ciascuno dei sei adolescenti nasconde un orribile segreto agli altri. E quando questi segreti verranno alla luce, le conseguenze saranno imprevedibili. Li aspetta un weekend che non dimenticheranno.

Carlton Mellick aveva sempre desiderato sceneggiare un b-movie horror. “The typical cliché involving a group of teenagers in the woods getting killed off one at a time for some reason or another is my personal favorite” spiega nella Nota dell’Autore all’inizio del libro. “I wanted to do something like that, yet give it a little twist.” Apeshit è esattamente questo: una storia che parte da un setting familiare – la casetta di legno nel bosco nella terra dei redneck – per poi prendere, a poco a poco, direzioni inaspettate e finire in un modo completamente nuovo. E tuttavia: “The problem with starting a book with a goofy idea is that they rarely end up as comedies. Apeshit isn’t as goofy as I wanted it to be. In fact, it’s pretty fucked up. I didn’t want to write something so fucked up, but I guess I really couldn’t control the story. It wanted to go in its own direction”.
Apeshit è un romanzo particolare, nella sua miscela rara di umorismo nero, scene retard, e gore estremo. A differenza di altri romanzi di Mellick che sono apparsi su Tapirullanza – come The Haunted Vagina o Warrior Wolf Women of the Wasteland – non è un buon punto di partenza per chi non abbia mai approcciato al genere, perché la descrizione molto grafica di smembramenti, fluidi corporei e torture in cui pian piano la storia degenera potrebbe rivoltare gli stomaci più sensibili. Cominciamo quindi la nostra peregrinazione nell’horror da un autore familiare; setterà il mood per gli articoli successivi…

Jason meme

Uno sguardo approfondito
Apeshit è diviso in sei capitoli (più un epilogo), ciascuno con il nome di uno dei sei personaggi. Uno quindi si aspetterebbe che ognuno dei capitoli sia raccontato dal pov del personaggio che gli dà il nome, o che quantomeno metta quel personaggio al centro. Invece no. E qui sta la prima, amara sorpresa: Apeshit è scritto con un pov onnisciente. Come se davvero stessimo guardando un film, con una telecamera che inquadra e zoomma ora questo, ora quel personaggio, così la narrazione di Apeshit slitta continuamente dentro e fuori la testa dei suoi personaggi e da un personaggio all’altro – anche nel mezzo di una scena.
Poche pagine dall’inizio del libro, ci sono due personaggi: Stephanie, che si è chiusa in bagno (lei si chiude sempre in bagno a piangere), e Crystal, fuori, che le chiede se sta bene. Il paragrafo inizia dentro la testa di Stephanie (“She really doesn’t want to go on the trip, but she’s thankful she’ll be able to get away from home for a while”), ma pochi a capo dopo siamo nella testa di Crystal: “Crystal can hear her [Stephanie] breathing.” Tutto il libro è scritto così. Alle volte, proprio come in un film, vediamo anche cose che nessun personaggio può vedere; come quando, verso la metà del libro, il narratore onnisciente dice di Stephanie: “She doesn’t notice that the outside lamp has been smashed with a rock.”

Al contempo, un’altra scelta stilistica di Mellick va nella direzione opposta di questo stile cinematografico: l’abuso di raccontato. Vuoi perché deve raccontare le backstory di tutti i sei personaggi, vuoi per tenere la narrazione snella e il ritmo rapido, vuoi per pigrizia, Mellick racconta un sacco le emozioni, i pensieri e il passato dei suoi protagonisti invece di mostrarli. Un esempio, sempre preso dalla scena tra Stephanie e Crystal: “Crystal realizes that something else is going on. […] Crystal doesn’t push the issue. She knows Stephanie has major emotional issues and that she doesn’t like to talk about them. She knows that Steph prefers to keep that kind of stuff hidden deep inside of her so that she can pretend it doesn’t exist.” Un approccio simile è sicuramente comodo da scrivere per l’autore e dà velocità alla storia, ma alla lunga suona solo come una soluzione pigra e poco coinvolgente.
Il risultato combinato di queste due cattive trovate stilistiche – il raccontato e il pov onnisciente/ballerino – ormai lo conosciamo: minore immersione e identificazione nei personaggi, maggiore distacco emotivo, occasionale confusione nel capire le posizioni reciproche dei personaggi nella scena (anche se in questo Mellick è molto bravo e non perde mai traccia, almeno lui, di dove sia e cosa stia facendo chiunque in qualsiasi momento). Sul piano dell’immersione, Apeshit è un oggettivo passo indietro rispetto a opere come The Haunted Vagina o il coevo The Egg Man, che avevo lodato per la vividezza dei dettagli.

Chainsaw Massacre meme

Bisogna quindi fare un vero plauso a Mellick, se nonostante tutti queste oggettive debolezze stilistiche, Apeshit si legge che è un piacere, e si fa obiettivamente fatica a metterlo giù. E come fa Mellick a creare questa alchimia? Ho trovato almeno tre motivi.
In primo luogo, il setting familiare. La trama segue rigorosamente tutte le tappe del canovaccio da film “cabin in the woods”: la scena iniziale con i giovani che si ritrovano e caricano la roba in macchina, la fermata alla pompa di benzina gestita da vecchi redneck sdentati, il sentiero ripido fino alla follia per arrivare alla casa, la casetta piena di cose creepy lasciate dal vecchio proprietario, la notte di bagordi, l’apparizione dei “mostri” nel cuore della notte. Questo susseguirsi di elementi riconoscibili ci rassicura, il nostro cervello non deve fare sforzi per seguire la trama (sa già più o meno cosa succederà) e quindi si legge in modo scorrevole.

Ma se fosse tutto qui, finiremmo per annoiarci: perché devo leggere l’ennesima storia sempre uguale? E’ qui che salta fuori il genio di Mellick, che fin dalle prime righe dissemina questo canovaccio collaudato di piccole stranezze ed elementi che non tornano. Il libro si apre sul personaggio di Desdemona, che già di per sé è una tipa parecchio strana: vice-capo cheerleader, popolarissima e bellissima, senza motivo è stata presa negli ultimi mesi da una mania per i tatuaggi. Ogni lembo della sua pelle è ora coperto di tatuaggi di farfalle di vari colori e dimensioni; ciliegina sulla torta, si è rasata i capelli e si è fatta la cresta. E Des, salterà fuori, è ancora il personaggio più normale dei sei.
Ogni poche pagine, Mellick introduce un nuovo elemento strambo, o nel presente o come backstory di uno dei protagonisti. In questo modo, l’attenzione del lettore rimane sempre viva: perché nonostante la storia principale proceda su binari collaudati, non sai mai esattamente cosa succederà dopo, o quale nuovo dettaglio inquietante scoprirai sui protagonisti. Grazie a tutti questi plot hook, il ritmo della trama rimane sempre elevatissimo, e si legge l’intero romanzo senza mai un momento di stanca. Il semplice, continuo shiftare tra l’azione al presente e gli episodi di vita passata di ciascuno dei sei ragazzi dà ritmo alla storia.

Venerdì 13

Gli assassini seriali dei camp horror sono piuttosto esigenti.

E infine, il vero capolavoro sono i personaggi stessi. Se il classico film alla Cabin Fever ci presenta davanti degli stereotipi privi di profondità, in Apeshit capiamo da subito che i sei ragazzi sono una bella collezione di freaks, ciascuno con il suo bagaglio di conflitti esterni (verso gli altri personaggi) e interiori. Desdemona è in una relazione a tre con Rick, il suo ragazzo di lunga data, e Kevin, il loro migliore amico; ma entrambi nascondono agli altri due un segreto che hanno intenzione di rivelare durante la gita. E la loro storia, all’apparenza molto piccante, cela in realtà una serie di insoddisfazioni e ripicche.
Crystal, la migliore amica di Desdemona, è la tipica ragazza perfettina, disgustata da qualsiasi cosa sia brutta o sporca (e specialmente all’idea di mangiare il cibo degli altri!); ma in realtà nasconde un fetish sessuale assolutamente disgustoso, che condivide unicamente con il suo ragazzo, Jason. E anche per Jason, ha in serbo una sorpresa che gli rivelerà solo durante il weekend. Quanto a quest’ultimo, ve lo raccomando: cresciuto dal padre nella convinzione che deve pensare solo a sé stesso e non deve avere paura di nessuna cosa al mondo, è diventato un macho psicopatico con una visione molto particolare della realtà. E infine anche Stephanie, ragazza costantemente depressa e con alle spalle una famiglia abusiva e perversa, nasconde un segreto – una mutazione genetica che la rende diversa da tutte le altre.
Nonostante questi sei ragazzi ci vengano mostrati da subito come un pugno di egocentrici viziati e figli di puttana – l’esatto tipo di persone che vedremmo volentieri sbudellate da una banda di redneck mutanti – e nonostante lo stile distanziante adottato da Mellick, nel corso della storia ci affezioneremo talmente alle loro personalità disturbate e ai loro problemi individuali, da sentirli vicini e soffrire con loro per le sventure che gli capiteranno.

Quanto a queste sventure, Apeshit è una vera e propria festa di sangue, arti che saltano, sesso disturbante, vomito, merda, sbudellamenti, torture fisiche e psicologiche. Parte calmo, e cresce con calma, ma l’ultimo capitolo è una vera e propria festa del gore – siete avvertiti. Il punto di vista distaccato mitiga un poco la violenza delle scene, ma Mellick non risparmia i dettagli truci. Tuttavia, non ho mai avuto l’impressione che si trattasse di scene buttate lì a caso per sconvolgere: ogni brutalità è una diretta conseguenza della psicologia dei personaggi, e a sua volta serve a sviluppare i conflitti tra loro e a portare avanti la trama.
Trama che ha una sua logica ineccepibile. Un sacco di elementi disseminati nel corso della storia, che inizialmente sembrano messi lì solo per il gusto di scioccare o dare un tono “eccessivo” alla storia – come la massa di animali morti che i protagonisti trovano sulla strada che porta alla casa – trovano alla fine una spiegazione perfettamente sensata, tante pistole di Cechov introdotte con apparente nonchalance e fatte poi sparare al momento giusto. Il finale è un capolavoro, non ho altre parole per descriverlo.

Hostel

Pfff… dilettanti.

Benché minato da uno stile discutibile, non ho problemi a dire che Apeshit è un piccolo capolavoro – non solo una delle cose migliori che Mellick abbia mai scritto, ma anche una delle più belle trame splatterpunk in cui mi sia mai imbattuto. Le sue dimensioni ridotte (si legge in una giornata), il ritmo incalzante e il setting familiare la rendono una lettura accessibile e ottima a tutti coloro che sono poco familiari con il gore, ma vogliono provarlo. Insomma: è una di quelle letture che ti restituiscono fiducia nel genere horror.
E a tutti coloro che già saranno pronti a dire: “sì, dì quello che vuoi, ma alla fine è solo un’altra roba scritta per il gusto di sconvolgere” (lo so che ci sei, Mikecas ^-^), non posso che rispondere citando un altro pezzo, molto bello, della Nota dell’Autore:

A few weeks ago, I was talking to Chuck Palahniuk about the whole “shocking for the sake of being shocking” thing, because both of us are regularly accused of doing this. I told him that I’m just trying to be interesting for the sake of being interesting. Whether I succeed or fail at being interesting, that’s up to the reader to decide, but I’ve never tried to shock anyone with my work. I didn’t think anyone actually gets shocked by anything anymore.
Chuck said that what some people view as interesting other people view as shocking. But shock fades with time. Eventually, people will see what is interesting about things that used to be shocking.

E se vi è piaciuto Apeshit: Clusterfuck
ClusterfuckGenere: Horror / Splatterpunk / Commedia nera / Bizarro Fiction
Tipo: Romanzo
Anno: 2013
Pagine: 240

A cinque anni dalla pubblicazione di Apeshit, Mellick è tornato alla sua ambientazione di boschi maledetti. Ma se il canone della prima storia era quello della “cabin in the woods”, per Clusterfuck il Nostro attinge dal filone meno conosciuto dello spelunking horror, ossia: gente che per un motivo o per l’altro – ma sempre pessimi – decide di esplorare grotte misteriose e antiche di millenni. Ovviamente rimarrà intrappolata nei cunicoli e si troverà di fronte orrori innominabili che li faranno a pezzi l’uno dopo l’altro. Vi avevo già accennato che non si tratta di un sottogenere particolarmente intellettuale?
In Clusterfuck, i protagonisti non sono più dei liceali, ma un pugno di frat boys – ossia ragazzi del college membri di una confraternita. Sono comunque dei riccazzi arroganti e con eccessi di testosterone, alla ricerca di emozioni forti: esattamente il tipo di persona che non ci spiacerebbe veder finire smembrata. I sei eroi – di nuovo, tre donne e tre uomini – si ritroveranno a esplorare delle grotte semisommerse negli stessi boschi del primo Apeshit, e a fare i conti con gli stessi orrori che avevamo intravisto nella prima opera.

Oltre a essere un vero e proprio romanzo (e quindi lungo circa il doppio di Apeshit), Clusterfuck è abbastanza differente dal suo precedessore. Se il primo, nonostante diversi momenti esilaranti e un certo distaccato sarcasmo nel tono narrativo, era soprattutto un romanzo drammatico (che assestava qualche sano pugno dello stomaco), Clusterfuck è una vera e propria commedia splatter. Aldilà di qualche scena ben riuscita – legata soprattutto alla claustrofobia nel muoversi negli spazi ristretti di una grotta sotterranea – Clusterfuck è un romanzo che fa sganasciare più che mettere ansia. I personaggi si esprimono come dei ritardati per la maggior parte del tempo; alcuni di loro hanno dei super-poteri nascosti; e le scene d’azione sono complicatissimi intrecci di mosse da action movie.
Clusterfuck è una storia valida e piacevole da leggere, ma sotto tutti i punti di vista è inferiore a Apeshit. In ogni caso, vi sconsiglio di leggerlo per primo. Anche se le storie che raccontano i due romanzi sono del tutto indipendenti, quello che è il grande plot twist finale di Apeshit – ed è veramente una bella scena! – in Clusterfuck viene “sputtanato” a metà storia con molta nonchalance: quindi a leggere per primo il secondo libro vi rovinereste la sorpresa.

Buco spelunking

“Vuoi entrare nel buco?”

Dove si trovano?
Apeshit si può scaricare in lingua originale su Library Genesis (ePub e pdf) o su Bookfinder (solo pdf); una traduzione italiana al momento non esiste. Quanto a Clusterfuck, a causa della politica adottata da Mellick negli ultimi anni non solo non si trovano edizioni piratate, ma non esiste proprio una versione digitale – potete acquistarne una copia cartacea su Amazon alla “modica” cifra di 10,50 Euro (che a mio avviso è decisamente troppo rispetto al valore reale del libro, but do what you want).

Qualche estratto
Per i due brani di oggi, ho scelto una scena ambientata al “presente” della storia, e una digressione nel passato di uno dei personaggi. La scena al presente è quella in cui i protagonisti, sulla strada per la casa nel bosco, si imbattono nella marea di animali morti, in un crescendo sempre più grottesco. La scena di backstory – molto più breve – è riferita al personaggio di Stephanie; non è un grosso spoiler (siamo ancora al secondo capitolo), ma dà un’idea delle proporzioni di gore e disgusto assortito che assumerà pian piano il romanzo.

1.
The farther up the mountain they go, the more roadkill they pass. At first, the roadkill is only small birds and squirrels. Down a ways, they find dead rabbits, dead snakes, dead skunks, and dead possum. Stephanie counts the dead animals they pass. She wonders why so many of them have been run over on such a sparsely driven highway.
The road becomes bumpy. It has fallen into disrepair here, crumbled, cracked. The forest is trying to take back the highway. There is even more roadkill here, and Stephanie is surprised at the various species of dead animals that they pass. They are not your typical roadkill. They pass a dead porcupine, a dead weasel, dead goats, dead bats, dead pigs, a dead turkey, a dead beaver, a dead hawk, a dead peacock. Stephanie didn’t even know that all of these types of animals lived in this part of the country.
“Oh my god,” Stephanie says, as she sees something up ahead.
The others see it, too.
The highway up ahead is so dense with roadkill that the dead bodies are in piles covering the road. There are dozens of animal corpses here, most of them too mutilated to recognize.
“What the fuck?” Jason says.
“Holy shit.” Crystal nearly knocks the beer out of Jason’s hand as she points at the biggest pile of bodies. It is nearly five feet high.
Desdemona wakes up Rick so that he can check this out.
“This isn’t roadkill,” Stephanie says. “Something else is going on.”
“It’s like something else killed them,” Crystal says. “Like pollution or radiation.”
“Or some crazy redneck with an automatic rifle,” Jason says.
They drive slowly through the bodies. Whenever they roll over an animal corpse and they feel the side of the van raise, Crystal and Desdemona cringe.
“It’s like the fucking apocalypse,” Kevin says.
As the smell hits them, they all cover their noses with their shirts and roll up the windows.
“There’s probably some reasonable explanation for it,” Desdemona says.
“Like what?” Jason says.
“Because of the variety of animals, I bet it has to do with taxidermy,” Des replies. “Probably some taxidermist that lives up here drove down this bumpy road with his pickup truck filled with dead animals he planned to stuff. He probably didn’t secure them properly and they spilled out of the back of his truck.”
“Bullshit,” Jason says.
“It sounds reasonable to me,” Crystal says.
But the farther up they drive, the less they believe Desdemona’s explanation. Because up ahead, the animals are bigger. They pass a few dead deer, a dead cow, and a dead black bear.

“He could have had a big truck… ” Desdemona says.
“No way,” Jason says. “This is something far more fucked up.”
Desdemona says, “Well, it’s obvious that these things didn’t all die here. Somebody either put them here on purpose or dropped them here by accident. Perhaps some hunter without a permit dumped them here and—”
Des stops talking when she sees the hunter. There is a man with a rifle in a hunting outfit, lying twisted in the dirt on the side of the road. He is not moving and is covered in blood.

Roadkill

2.
Stephanie is in the upstairs bathroom crying again. She is brushing her teeth while crying. She needs somebody to talk to but she doesn’t know who. She’s really not that close with anyone. Crystal is the closest thing to her best friend but Steph is listed as sixth or seventh on Crystal’s best friend list. Stephanie saw the list in Crystal’s diary last year.
She looks in the mirror and pretends that her mirror image is a close enough friend to confide in. She tells the mirror image friend her problems. She tells it about how she’s sleeping with her brother. Not because she wants to but because she’s scared of what he will do to her if she refuses. She tells it about how he beats her and humiliates her, about how he makes her lick black ants off of his dick after school before their mom gets home. The ants bite her tongue as she sucks him. They bite his penis as well, but he says he likes the pain. He says that she should like it, too.
She brushes her teeth until her gums bleed, crying at herself in the mirror. Punching herself in the stomach until her bellybutton swells and bruises.

Tabella riassuntiva

Una variante eccezionale sul tema della “casa nel bosco”. POV onnisciente e ballerino.
Sei protagonisti straordinariamente originali. Uso massiccio di raccontato.
Ritmo incalzante dall’inizio alla fine. L’abbondanza di gore e scene forti potrebbe disturbare il lettore medio.
Colpi di scena a ogni angolo! Non sai mai come andrà a finire!

Sui frat boys, o: “I’m going to spelunk the fuck out of that cave!”

Frat BoyFino a che punto può spingersi uno scrittore per documentarsi sugli argomenti delle sue storie? Flaubert trascorse cinque anni della sua vita a leggere tutto ciò su cui poté mettere le mani per scrivere Salammbò, il suo romanzo storico ambientato nella Cartagine del III secolo a.C., e trascorse persino un periodo in Tunisia per assorbire l’atmosfera del luogo. Dick, per scrivere The Man in the High Castle, si chiuse per un anno nella sua biblioteca pubblica di fiducia a spulciare documenti di gerarchi nazisti (e in particolare i Diari di Goebbels).
Ma questo è niente rispetto a quello che ha fatto Carlton Mellick per scrivere il suo recente Clusterfuck, romanzo trash-horror ambientato nello stesso universo narrativo di Apeshit (novella a cui avevo accennato in questo vecchio consiglio dedicato ad altri due libri di Mellick). Dalla sua introduzione al romanzo:

…this book stars college girls and frat boys.
Frat boys are both the worst human beings on the face of the planet and the funniest human beings on the face of the planet, at the same time for the same reasons. In order to capture the frat boy mentality, I read every blog written by every frat boy I could find. This took quite a lot of endurance. I don’t recommend anyone ever attempt this, but the experience was horrible, funny, sad, terrifying, annoying, and strangely enlightening. And I hate to admit it, but I have since grown to emphatize with the average American frat boy despite all his faults. He’s not just the douchebag hooting in the back of the keg party, thinking he’s the toughest/hottest dude in the room. He’s also a human being with hopes and dreams and rich parents who sometimes don’t buy him every single thing he wants. And when nobody else is looking, he sometimes cries when he thinks of his chocolate lab, Stinko, who had to be put to sleep while he was away at college. He had Stinko ever since he was a puppy. He didn’t even get to say goodbye… It’s not fair, bro. It’s just not fair…

Confusi? Non sapete chi sono i frat boys? Neanch’io lo sapevo quando ho preso in mano il libro, benché la pletora di commedie americane sui college viste nelle mie estati adolescenziali avrebbe dovuto mettermi sulla giusta strada. Ci viene incontro l’Urban Dictionary:

A college kid who thinks he’s better than everyone else because he is in a fraternity. Some college kids are frat boys even though they aren’t in a fraternity. Frat boy behaviour is typified by drinking shitty beer, hitting on high school girls, making fun of punks, and wearing boring clothes. […] recognizable by:
1) caucasian ethinicity
2) sleeveless t-shirts
3) inane, misogynistic babble
4) the ginormous SUVs (usually F-150s or Suburbans) with jacked-up wheels they drive, especially with stereos blaring rap or metal
5) visors, especially if worn upside-down, backwards, or a savory combination of the two
6) excessive use of the word “faggot”
7) possession of 40 oz beers, cigarettes, marijuana, and/or beer kegs (full-size or pony). especially alcohol stolen from the local grocery store (see beer run).

As in: “Woah, look at that frat boy riding around in his giant monster truck with KC lights and the passed out girl in the passenger seat. I hope his truck tires blow out and he flips over and burns in a firey inferno.”

Non siete ancora del tutto convinti di aver inquadrato il soggetto? Permettetemi allora di mostrarvi del materiale di repertorio:


Is this the frat life?

Ora prendete personaggi del genere, shakerateli con delle fighette del college e gettate il tutto nel peggior canovaccio da spelunking horror (1), con tanto di cunicoli claustrofobici, buio e squartamenti. Otterrete un romanzo buono a farvi ghignare come dei deficienti per due o tre serate.
Bisognerebbe fare un monumento a Mellick per la sua dedizione al mestiere. Da un anno a questa parte, ha fissato come tabella di marcia di pubblicare quattro libri all’anno: uno per ogni trimestre, a Gennaio, Aprile, Luglio e Ottobre. Per ora ci sta riuscendo. E sembra – dico sembra, bisognerebbe leggerle tutte per verificare – che finora la qualità e la varietà delle storie rimanga alta. E nel mentre, trova anche il tempo per bruciarsi il cervello sui blog dei bro. Notevole. Un cinque alto e una lattina di birra schiacciata sulla fronte per Mellick. Anche se continua a non pubblicare in formato digitale i suoi romanzi degli ultimi due anni e mezzo – that’s not cool, bro. That’s not cool at all.

Mi piacerebbe dedicare in futuro un articolo più lungo, e forse anche un Consiglio, a questo Clusterfuck – magari in tandem con Apeshit, in un grande post di celebrazione dell’horror di bassa lega. Quello in cui si ride con le gengive di fuori di fronte a vittime urlanti che vengono smembrate e violentate con gli arti mutilati dei loro amici morti… Ma cosa sto dicendo? Scusate, è l’effetto che mi fa questa roba.
Quello che volevo dire, è che il genere horror è poco rappresentato su Tapirullanza. Intanto, sondo il terreno e vedo se la cosa interessa. Vediamo cosa salta fuori.

The Descent

Un fotogramma da The Descent, il capolavoro dello spelunking horror. Anche questo film meriterebbe un articolo.

(1) Non sapete cosa sia lo spelunking horror?
Prima cosa: siete degli sfigati. Period.
Seconda cosa: è un normale canovaccio horror, solo che avviene dentro delle caverne (to spelunk è l’attività di esplorare grotte). Di solito, coinvolge un gruppo di persone più o meno ritardate che entrano in un complesso di caverne semisconosciute all’uomo, finiscono intrappolate dentro e dovranno vedersela con legioni di mostri/mutanti orrendi. Anche se i film più famosi del genere sono usciti intorno alla metà degli anni 2000, il sottogenere non è mai diventato troppo famoso. Chissà come mai.