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Sui frat boys, o: “I’m going to spelunk the fuck out of that cave!”

Frat BoyFino a che punto può spingersi uno scrittore per documentarsi sugli argomenti delle sue storie? Flaubert trascorse cinque anni della sua vita a leggere tutto ciò su cui poté mettere le mani per scrivere Salammbò, il suo romanzo storico ambientato nella Cartagine del III secolo a.C., e trascorse persino un periodo in Tunisia per assorbire l’atmosfera del luogo. Dick, per scrivere The Man in the High Castle, si chiuse per un anno nella sua biblioteca pubblica di fiducia a spulciare documenti di gerarchi nazisti (e in particolare i Diari di Goebbels).
Ma questo è niente rispetto a quello che ha fatto Carlton Mellick per scrivere il suo recente Clusterfuck, romanzo trash-horror ambientato nello stesso universo narrativo di Apeshit (novella a cui avevo accennato in questo vecchio consiglio dedicato ad altri due libri di Mellick). Dalla sua introduzione al romanzo:

…this book stars college girls and frat boys.
Frat boys are both the worst human beings on the face of the planet and the funniest human beings on the face of the planet, at the same time for the same reasons. In order to capture the frat boy mentality, I read every blog written by every frat boy I could find. This took quite a lot of endurance. I don’t recommend anyone ever attempt this, but the experience was horrible, funny, sad, terrifying, annoying, and strangely enlightening. And I hate to admit it, but I have since grown to emphatize with the average American frat boy despite all his faults. He’s not just the douchebag hooting in the back of the keg party, thinking he’s the toughest/hottest dude in the room. He’s also a human being with hopes and dreams and rich parents who sometimes don’t buy him every single thing he wants. And when nobody else is looking, he sometimes cries when he thinks of his chocolate lab, Stinko, who had to be put to sleep while he was away at college. He had Stinko ever since he was a puppy. He didn’t even get to say goodbye… It’s not fair, bro. It’s just not fair…

Confusi? Non sapete chi sono i frat boys? Neanch’io lo sapevo quando ho preso in mano il libro, benché la pletora di commedie americane sui college viste nelle mie estati adolescenziali avrebbe dovuto mettermi sulla giusta strada. Ci viene incontro l’Urban Dictionary:

A college kid who thinks he’s better than everyone else because he is in a fraternity. Some college kids are frat boys even though they aren’t in a fraternity. Frat boy behaviour is typified by drinking shitty beer, hitting on high school girls, making fun of punks, and wearing boring clothes. […] recognizable by:
1) caucasian ethinicity
2) sleeveless t-shirts
3) inane, misogynistic babble
4) the ginormous SUVs (usually F-150s or Suburbans) with jacked-up wheels they drive, especially with stereos blaring rap or metal
5) visors, especially if worn upside-down, backwards, or a savory combination of the two
6) excessive use of the word “faggot”
7) possession of 40 oz beers, cigarettes, marijuana, and/or beer kegs (full-size or pony). especially alcohol stolen from the local grocery store (see beer run).

As in: “Woah, look at that frat boy riding around in his giant monster truck with KC lights and the passed out girl in the passenger seat. I hope his truck tires blow out and he flips over and burns in a firey inferno.”

Non siete ancora del tutto convinti di aver inquadrato il soggetto? Permettetemi allora di mostrarvi del materiale di repertorio:


Is this the frat life?

Ora prendete personaggi del genere, shakerateli con delle fighette del college e gettate il tutto nel peggior canovaccio da spelunking horror 1, con tanto di cunicoli claustrofobici, buio e squartamenti. Otterrete un romanzo buono a farvi ghignare come dei deficienti per due o tre serate.
Bisognerebbe fare un monumento a Mellick per la sua dedizione al mestiere. Da un anno a questa parte, ha fissato come tabella di marcia di pubblicare quattro libri all’anno: uno per ogni trimestre, a Gennaio, Aprile, Luglio e Ottobre. Per ora ci sta riuscendo. E sembra – dico sembra, bisognerebbe leggerle tutte per verificare – che finora la qualità e la varietà delle storie rimanga abbastanza alta. E nel mentre, trova anche il tempo per bruciarsi il cervello sui blog dei bro. Notevole. Un cinque alto e una lattina di birra schiacciata sulla fronte per Mellick. Anche se continua a non pubblicare in formato digitale i suoi romanzi degli ultimi due anni e mezzo – that’s not cool, bro. That’s not cool at all.

Mi piacerebbe dedicare in futuro un articolo più lungo, e forse anche un Consiglio, a questo Clusterfuck – magari in tandem con Apeshit, in un grande post di celebrazione dell’horror di bassa lega. Quello in cui si ride con le gengive di fuori di fronte a vittime urlanti che vengono smembrate e violentate con gli arti mutilati dei loro amici morti… Ma cosa sto dicendo? Scusate, è l’effetto che mi fa questa roba.
Quello che volevo dire, è che il genere horror è poco rappresentato su Tapirullanza. Intanto, sondo il terreno e vedo se la cosa interessa. Vediamo cosa salta fuori.

The Descent Screenshot

Un fotogramma da The Descent, il capolavoro dello spelunking horror. Giusto per darvi un’idea.


(1) Non sapete cosa sia lo spelunking horror?
Prima cosa: siete degli sfigati. Period.
Seconda cosa: è un normale canovaccio horror, solo che avviene dentro delle caverne (to spelunk è l’attività di esplorare grotte). Di solito, coinvolge un gruppo di persone più o meno ritardate che entrano in un complesso di caverne semisconosciute all’uomo, finiscono intrappolate dentro e dovranno vedersela con legioni di mostri/mutanti orrendi. Anche se i film più famosi del genere sono usciti intorno alla metà degli anni 2000, il sottogenere non è mai diventato troppo famoso. Mi chiedo come mai.Torna su

I Consigli del Lunedì #05: High Rise

High RiseAutore: James G. Ballard
Titolo italiano: Il condominio / Condominium
Genere: Horror / Slipstream
Tipo: Romanzo

Anno: 1975
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 200 ca.

Difficoltà in inglese: **

Era trascorso qualche tempo e, seduto sul balcone a mangiare il cane, il dottor Robert Laing rifletteva sui singolari avvenimenti verificatisi in quell’immenso condominio nei tre mesi precedenti. Ora che tutto era tornato alla normalità, si rendeva conto con sorpresa che non c’era stato un inizio evidente, un momento aldilà del quale le loro vite erano entrate in una dimensione più sinistra…

Nella periferia di Londra hanno edificato un nuovissimo supercondominio. Si compone di cinque grattacieli di quaranta piani l’uno, ciascuno un microcosmo autosufficiente: al loro interno ci sono supermercati, parrucchieri, negozi, centri ricreativi, piscine. I piani sono ordinati gerarchicamente secondo le fasce di reddito: dal primo al decimo, i più modesti appartamenti della working class (piccoli reporter freelance, piloti di linea del vicino aeroporto, etc.); dall’undicesimo al trentesimo, gli appartamenti della middle class (dentisti, psichiatri, e altri professionisti); dal trentunesimo al quarantesimo, l’alta borghesia londinese, composta di star televisive, ricchi commercianti e top manager.
Inizialmente le cose vanno bene. Ci sono piccoli screzi, litigi per futili motivi, dispetti; il disprezzo degli abitanti dei piani alti per gli inquilini dei piani bassi, e l’invidia di questi ultimi per i primi; ordinaria amministrazione. Ma quando cominciano i primi guasti all’impianto elettrico, quando le cose smettono di andare come dovrebbero, le inibizioni degli abitanti del condominio si abbassano, gli istinti dormienti iniziano a risvegliarsi… e la violenza esplode.

La storia segue le vicende di tre abitanti del grattacielo, ciascuno collocato a un differente livello gerarchico: Richard Wilder, piccolo produttore televisivo che abita al secondo piano con moglie e figli; il Dr. Laing, un pacioso psichiatra del venticinquesimo piano; e Anthony Royal, ricchissimo architetto nonché progettatore del supercondominio, che dall’alto del suo atelier su due piani in cima al grattacielo guarda in basso alla sua creatura. Attraverso le loro vicende personali, Ballard ci mette di fronte a una surreale ma fikissima escalation di violenza e follia collettiva.

High Rise

I sonnacchiosi palazzoni di periferia potrebbero rivelare delle sorprese…

Uno sguardo approfondito
Adoro la prosa di Ballard.
E’ una prosa gelida, distaccata, quasi giornalistica. Sta agli esatti antipodi dell’altro tipo di prosa che mi piace molto, quello di Mellick o di Gamberetta, dove tutta la storia è filtrata attraverso la voce querula e molto caratterizzata del protagonista. Qui il punto di vista è una via di mezzo tra la terza persona fotografica e la terza persona nella testa del personaggio: cogliamo frammenti dei pensieri e degli stati d’animo dei protagonisti, ma la loro psiche non ci è mai squadernata davanti agli occhi, permane sempre una zona di oscurità. Inoltre, anche quando la distanza tra la telecamera e la testa del personaggio si riduce al minimo, rimane sempre una sorta di distanza tra la voce narrante e il personaggio in questione. Quando i pensieri del personaggio-pov vengono riportati, è sempre in discorso indiretto, mai in quello diretto come accade ad esempio in King.
Ballard è anche un buon mostratore. I personaggi (in particolar modo Wilder) sono definiti soprattutto dalle loro azioni, anche se in alcuni casi il narratore indulge in lunghi raccontati su cosa passa per la loro testa (per esempio quando, all’inizio del capitolo 7, Ballard ci parla delle ambizioni deluse di Anthony). Non ci vengono fatte delle lunghe sbrodolate sull’oscenità e la crudeltà raggiunta dagli abitanti del condominio, come un certo autore di nostra conoscenza; Ballard ci mostra un gioielliere scaraventato fuori da una finestra, uno psichiatra che si cucina un cane, una piscina, dove prima facevano il bagno i bambini, gonfia di sangue, pezzi di cadaveri in decomposizione e umori assortiti.

A parte qualche rarissimo e breve scivolamento verso il narratore onnisciente, la telecamera rimane sempre ancorata al suo personaggio-pov. Nonostante questi siano tre, non c’è mai confusione: i salti di pov avvengono solo da un capitolo all’altro o, nei capitoli più concitati, da un paragrafo all’altro. L’idea di utilizzare più pov, e che i tre personaggi-pov ricoprano tre ruoli molto diversi all’interno della gerarchia del condominio, è stata una scelta molto felice. Come dice un commento al romanzo, infatti, “where you live in this structure will soon take on an importance beyond life itself”; possiamo così vedere il degenerare della convivenza tra gli abitanti del condominio da punti di osservazione molto diversi.
Wilder è in fondo alla gerarchia, ma è anche un innato arrampicatore sociale, aggressivo, furbo, dominatore per istinto, bigger than life, e il suo obiettivo è quello di arrivare in cima; Laing è il borghesotto educato, colto e soddisfatto di sé, desideroso soltanto di mantenere il proprio status e farsi coinvolgere il meno possibile dalla destabilizzazione; Royal è il wanna-be filantropo, il despota illuminato, desideroso di costruirsi un “feudo” di fedelissimi e di farsi amare dai suoi “sudditi”, ma impreparato alla vera violenza.

Defenestrazione di Praga

Defenestrazione di Praga. Gettare dalla finestra le persone antipatiche è un’antica e onorata tradizione.

Il fatto che la narrazione slitti fra tre personaggi che perseguono obiettivi diversi e sono l’uno contro l’altro, e l’assenza di un querulo narratore che faccia piovere dall’alto i suoi giudizi etici, creano un piacevolissimo clima di ambiguità morale. Il pericolo non viene dall’esterno: il “mostro” qui è costituito da quella rete di rapporti sociali di cui i protagonisti stessi fanno parte, e che contribuiscono ad alimentare. Non ci sono i Buoni e i Cattivi; tutti i personaggi-pov compiono, ad un certo punto, azioni molto discutibili.
A differenza di molti romanzi di King, in cui ci viene mostrata una progressiva crisi di follia collettiva dal punto di vista di individui che rimangono sani, in High Rise gli stessi personaggi-pov diventano sempre più mostruosi e “primordiali”. E’ una cosa che crea un certo disagio; ma al contempo, è difficile che non scatti una certa empatia per tutti loro o almeno alcuni di loro (vuoi perché la storia è filtrata attraverso i loro occhi, vuoi per il senso di pericolo che grava su di loro). Il lettore si trova a non sapere per chi debba “parteggiare”, o se sia anche solo il caso di parteggiare per qualcuno di loro.

In High Rise non c’è nulla di davvero “sovrannaturale”. Il condominio supermoderno del titolo è la versione esagerata dei quartieri autosufficienti che si è cominciati a costruire ai margini delle grandi metropoli dagli anni ’70 ad oggi, ma non c’è nulla di futuristico, di fantascientifico. Si può etichettare come romanzo horror, ma non c’è il Male, neanche nelle sue forme più sottili (come ad esempio in Shining). Come molti romanzi di Ballard, ha più l’aspetto di un esperimento sociale estremo, sulla scia di libri come Il signore delle mosche o, paragonandolo ad avvenimenti reali, il famoso esperimento carcerario di Stanford. Il gelido narratore osserva la vicenda come uno scienziato di fronte alle sue cavie, riportandola con fedeltà ma senza commentarla.
Non è nemmeno una violenza che indulga granché nello splatter o nel gore. E’ una violenza che punta su quel disagio nato dal fatto di vedere persone normali compiere gesti sempre più anormali; e dal fatto che non ci sia all’orizzonte nessun personaggio rimasto abbastanza sano a cui appigliarsi. Questo dà ad High Rise un’atmosfera molto surreale, anche se non sempre convincente. Alcuni passaggi da un grado di violenza al successivo sono troppo bruschi e non del tutto verosimili – ti fanno pensare: “Ma com’è che si è arrivati dal vandalismo all’omicidio multiplo?”. In più occasioni i condomini avrebbero l’occasione di interrompere il ‘gioco’, ma non lo fanno mai. L’impressione globale che ho avuto di High Rise è quindi più di un’esagerazione che di uno scenario possibile.
Anche se non c’è molto spazio per queste razionalizzazioni durante la lettura: il ritmo è serrato, la “situazione” del condominio evolve molto velocemente. E il finale è insolito e geniale (anche se ad alcuni potrebbe non piacere), tutto il contrario delle risoluzioni strascicate e banali alla King.

Exit

Nessuno pensa mai alla soluzione più semplice.

In definitiva, un’ottima lettura che mi ha colpito sia alla pancia che al cervello. Non escludo che un lettore di ultraviolenza più scafato di me – come il buon vecchio Zwei – possa rimanere indifferente o anche dire a Ballard “sftu n00b!”; riporterò come unica altra testimonianza quella di Siobhàn, che l’ha divorato in un giorno e mezzo ma dopo si è sentita fisicamente male. Evvai ^-^

Dove si trova?
Su library.nu si può trovare sia l’epub di High Rise in lingua originale, sia il pdf di un’edizione italiana, intitolata Il condominio. Purtroppo questa traduzione lascia un po’ a desiderare; e, nonostante la copertina ingannevole, non è la traduzione Feltrinelli, che è molto migliore.
A proposito: la maggior parte dei romanzi di Ballard sono editi da Feltrinelli in edizione economica, il che li rende facilmente reperibili e a prezzi abbordabili. Quando, un paio d’anni fa, ho comprato Il condominio, l’ho pagato solo 7,50 Euro. Un solo romanzo – L’allegra compagnia del sogno – e le raccolte di racconti sono edite da Fanucci.

Su Ballard
Ballard è un bravo scrittore, e ha delle ottime idee; il problema è che ne ha poche. Per tutta la sua carriera ha girato intorno a una manciata di intuizioni fondamentali, tornandoci sopra ancora e ancora: di conseguenza, se si arriva a leggere tre o quattro suoi libri comincia a farsi strada uno sgradevole senso di déjà vu. Altri suoi libri sono semplicemente noiosi.
Il grosso dei romanzi di Ballard si può dividere in due filoni, quelli in cui i protagonisti vengono trasformati da un ambiente o condizioni climatiche estreme, e quelli in cui i protagonisti vengono trasformati dall’interazione con le tecnologie e lo stile di vita moderno. Al primo filone appartengono, tra gli altri, The Drowned World (Il mondo sommerso), che forse è il più famoso, The Burning World (Terra bruciata), The Crystal World (Foresta di cristallo), The Day of Creation (Il giorno della creazione) e Rushing to Paradise (Il paradiso del diavolo). Al secondo filone, oltre a High Rise, Crash, Concrete Island (Isola di cemento) e la novella Running Wild (Un gioco da bambini).
Di questi, mi viene da suggerirne quattro, due per “tipo”:

Foresta di cristalloThe Crystal World (Foresta di cristallo). Un medico missionario si reca in Gabon, nell’Africa centrale, per raggiungere dei colleghi che lavorano in un lebbrosario locale. Ma la giungla è stata contaminata da una strana malattia, che cristallizza la terra e le piante, fermandole nel tempo, e ha uno strano effetto sulla psiche umana… La storia è inquietante al punto giusto, ma il protagonista è un po’ insulso e la pletora di personaggi secondari non approfondita come dovrebbe.

Il paradiso del diavoloRushing to Paradise (Il paradiso del diavolo). Un gruppo di ambientalisti prende il controllo di un’isoletta del Pacifico, che il governo francese utilizzava per gli esperimenti nucleare. Gli ambientalisti sognano di creare una comune autosufficiente, capace di vivere in armonia con la natura, ma l’avventura prende una strana piega e la nuova società degenera verso organizzazioni sempre più primordiali… Uno dei miei preferiti.

CrashCrash è un romanzo morboso che si potrebbe mettere sia nello scaffale della literary fiction che in quello del romanzo erotico, che in quello del mainstream un po’ strano. I protagonisti di Crash vengono eccitati dagli incidenti automobilistici, dalla carne che si mescola alle lamiere, dai corpi delle star del cinema deturpati e mutilati. C’è un sacco di sesso: sesso etero, sesso lesbo, sesso omo, sesso di gruppo, scambi di coppia, sesso in macchine accartocciate, sesso con protesi artificiali, incidenti stradali causati volontariamente per eccitarsi, eccetera. Le idee di base sono ottime, peccato per una certa ripetitività e il ritmo lento. Comunque è breve, meno di 200 pagine.

Un gioco da bambiniRunning Wild (Un gioco da bambini), breve novella investigativa in forma di diario. Uno psichiatra lavora al caso di un condominio della high class i cui abitanti sono stati tutti massacrati, tranne i bambini e i ragazzi, che sono scomparsi (rapiti?). La risoluzione è prevedibile e il finale “politico” non mi è piaciuto, ma la storia non è affatto male e ricorda l’atmosfera di High Rise. Ideale per chi voglia approcciare Ballard con qualcosa di breve e più semplice.

Chi devo ringraziare?
Ballard fu portato alla mia attenzione dal professore di fisica del liceo di un mio amico, che era suo grande fan. Ma a convincermi definitivamente a leggerlo è stato Crash di Cronenberg, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo ballardiano. La pellicola di Cronenberg è uno di quei rari film che riescono a cogliere in pieno lo spirito dell’opera originale, a tratti riuscendo anche a migliorarla.
Se siete incerti sul fatto che Ballard sia il vostro uomo, vi consiglio di scaricare il film e darci un occhio – anzi, dateci un occhio in ogni caso: sono sicuro che non avete mai visto niente del genere. Attenzione però a non confondervi: c’è una caterva di film intitolata “Crash”, ahimé.

Crash Cronenberg

Una delle immagini più soft del film.

A proposito di trasposizioni cinematografiche: Vincenzo Natali, il regista dell’ottimo Cube, ha in cantiere di girare un film ispirato proprio ad High Rise. Come scritto su questo articolo, “non c’è una data d’uscita ufficiale, ma il film è in lista per il 2012 su IMDb”.

Qualche estratto
Il primo estratto viene dal secondo capitolo, e offre un accenno dell’escalation di violenza e della regressione infantile dei condominio; il secondo, sempre nella prima metà del libro, dà un assaggio di scontro tra due personaggi-pov.

1.
As Laing waited to be served, what resembled a punitive expedition from the upper floors caused a fracas in the swimming-pool. A party of residents from the top three floors arrived in a belligerent mood. Among them was the actress whose Afghan hound had drowned in the pool. She and her companions began by fooling about in the water, drinking champagne on a rubber raft against the swimming-pool rules and splashing people leaving the changing cubicles. […]
The elevators were full of aggressive pushing and heaving. The signal buttons behaved erratically, and the elevator shafts drummed as people pounded impatiently on the doors. On their way to a party on the 27th floor Laing and Charlotte were jostled when their elevator was carried down to the 3rd floor by a trio of drunken pilots. Bottles in hand, they had been trying for half an hour to reach the 10th floor. Seizing Charlotte good-humouredly around the waist, one of the pilots almost dragged her off to the small projection theatre beside the school which had previously been used for showing children’s films. The theatre was now screening a private programme of blue movies, including one apparently made on the premises with locally recruited performers.
At the party on the 27th floor, given by Adrian Talbot, an effeminate but likeable psychiatrist at the medical school, Laing began to relax for the first time that day. He noticed immediately that all the guests were drawn from the apartments nearby. Their faces and voices were reassuringly familiar. In a sense, as he remarked to Talbot, they constituted the members of a village.
“Perhaps a clan would be more exact,” Talbot commented. “The population of this apartment block is nowhere near so homogeneous as it looks at first sight. We’ll soon be refusing to speak to anyone outside our own enclave.”

Mentre Laing attendeva di essere servito, quella che sembrava una spedizione punitiva dei piani superiori provocò un gran trambusto in piscina. Un gruppo di inquilini degli ultimi tre piani era sceso in atteggiamento bellicoso. Fra loro c’era anche l’attrice il cui levriero afghano era stato annegato nella vasca. Lei e i suoi compagni cominciarono a fare gli stupidi in acqua, bevendo champagne su un canotto di gomma contro le norme della piscina e schizzando la gente che usciva dalle cabine. […]
Gli ascensori erano pieni di gente aggressiva che spingeva e si faceva largo a gomitate. Le spie dei piani continuavano ad accendersi e spegnersi e i vani degli ascensori risuonavano dei colpi insistenti degli inquilini in attesa davanti ai cancelli. Laing e Charlotte si stavano recando a un party al ventisettesimo piano, quando il loro ascensore fu fatto scendere bruscamente al terzo da un terzetto di piloti ubriachi, che, bottiglie alla mano, tentavano da mezz’ora di salire al decimo. Afferrando Charlotte per la vita, uno dei tre cercò di trascinarla verso la piccola sala di proiezione posta dietro la scuola e, in precedenza, era stata usata per proiettare film per i bambini. Nella sala adesso si stava svolgendo una proiezione privata di film pornografici, uno dei quali, a quanto sembrava, era stato girato in loco con protagonisti reclutati nel grattacielo.
Laing cominciò finalmente a rilassarsi per la prima volta durante quella giornata al party del ventisettesimo piano offerto da Adrian Talbot, uno psichiatra effeminato ma simpatico, suo collega di facoltà. Notò subito che gli invitati venivano tutti dagli appartamenti vicini. Facce e voci erano rassicuranti nella loro familiarità. In un certo senso, come fece notare a Talbot, erano come gli abitanti di un villaggio.
“Forse sarebbe più esatto dire clan” commentò Talbot. “Gli abitanti di questo condominio non formano un insieme omogeneo come potrebbe sembrare a prima vista, Tra poco ci rifiuteremo perfino di rivolgere la parola a chi non fa parte della nostra enclave.”

2.
Two young women, Royal’s wife and Jane Sheridan, were crouching behind an overturned desk. Like children caught red-handed in some mischief, they watched Wilder as he beckoned theatrically towards them.
Holding the alsatian on a short leash, Royal pushed back the glass doors. He strode through the residents in the lobby, who were now happily breaking up the children’s desks.
“It’s all right, Wilder,” he called out in a firm but casual voice. “I’ll take over.”
He stepped past Wilder and entered the classroom. He lifted Anne to her feet. “I’ll get you out of here-don’t worry about Wilder.”
“I’m not…” For all her ordeal, Anne was remarkably unruffled. She gazed at Wilder with evident admiration. “My God, he’s rather insane…”
Royal waited for Wilder to attack him. Despite the twenty years between them, he felt calm and self-controlled ready for the physical confrontation. But Wilder made no attempt to move. He watched Royal with interest, patting one armpit in an almost animal way, as if glad to see Royal here on the lower levels, directly involved at last in the struggle for territory and womenfolk. His shirt was open to the waist, exposing a barrel-like chest that he showed off with some pride. He held the cine-camera against his cheek as if he were visualizing the setting and choreography of a complex duel to be fought at some more convenient time on a stage higher in the building.

Due giovani donne, la moglie di Royal e Jane Sheridan, si erano acquattate dietro un banco rovesciato. Come bambine prese con le mani nel sacco, fissavano Wilder che le indicava con gesti teatrali.
“Va bene, Wilder” gridò con voce ferma ma in tono noncurante. “Ci penso io”.
Passò davanti a Wilder ed entrò nella classe. Aiutò Anne ad alzarsi. “Vi porto via di qui… non preoccuparti per Wilder”.
“Io non sono…” Nonostante quello che aveva passato, Anne era incredibilmente serena. Fissava Wilder con evidente ammirazione. “Mio dio, è proprio matto…”.
Royal aspettava l’attacco di Wilder. A dispetto dei vent’anni che li separavano, si sentiva calmo e padrone di sé, pronto per lo scontro fisico. Ma Wilder non accennò a muoversi. Studiava Royal con interesse, battendosi sotto l’ascella in modo quasi animale, come se fosse contento di vederlo ai piani bassi, finalmente impegnato anche lui nella lotta per il territorio e le donne. Aveva la camicia aperta fino alla vita e metteva in mostra con un certo orgoglio un torace grande come una botte. Teneva la macchina da presa contro la guancia, come per visualizzare il set e la coreografia di un complicato duello, che si sarebbe dovuto combattere in un’occasione più propizia, su un palcoscenico più in alto nell’edificio.

Tabella riassuntiva

Una cruda storia di barbarie collettiva! Non c’è nulla di realmente “sovrannaturale” o “fantastico”.
Atmosfera ansiogena e disturbante, senza appigli di sanità mentale. I passaggi da un grado di violenza al successivo non sono sempre convincenti.
Scrittura gelida e priva di giudizio morale.