Archivi tag: SF Masterworks

I Consigli del Lunedì #11: Last and First Men

Last and First MenAutore: Olaf Stapledon
Titolo italiano: Infinito
Genere: Science Fiction / Pseudo-trattato
Tipo: Romanzo

Anno: 1930
Nazione:
 UK
Lingua:
 Inglese
Pagine:
 340 ca.

Difficoltà in inglese: *

Immaginate che un’entità aliena che dice di venire dal futuro e di appartenere alla razza degli Ultimi Uomini vi entri nella mente e cominci a parlare attraverso di voi. Immaginate che questa creatura, infinitamente più evoluta di voi, sfrutti il corpo di uno scrittore – Olaf Stapledon per esempio – per lasciare, sotto le spoglie di un’opera di fantascienza, un messaggio all’Umanità. E immaginate che tale messaggio consti del resoconto dei prossimi due miliardi di anni di evoluzione umana.  Di come, a partire dal dopoguerra della Prima Guerra Mondiale, l’umanità sia progredita, attraverso una successione di balzi evolutivi e regressioni bestiali, verso stadi dell’esistenza sempre più alieni. E immaginate che, mentre vi racconta ciò, questa creatura vi chieda aiuto – a voi, insignificanti Primi Uomini – per un compito che neanche loro, Ultimi Uomini, possono risolvere da soli.
Bene; adesso, invece che starvi a immaginare tutte queste cose, andate a leggervi Last and First Men.

Negli ultimi anni, prima da Gamberetta, poi da parte mia e di altri commentatori, Last and First Men è stato indicato come un romanzo che, pur violando praticamente tutte le regole della narrativa di genere e della catarsi, è in grado di incuriosire e meravigliare.
A rigor di logica, sarebbe più corretto chiamarlo un anti-romanzo, più ancora che non Flatland – lo stile infatti è quello di un trattato, di un reportage, o di un’autobiografia razziale. Non ci sono personaggi, se non lo scorrere del tempo, e l’Umanità in generale. Il buon vecchio Olaf da questo punto di vista è stato onesto, precisando fin dall’introduzione che il suo non è un romanzo, ma una speculazione filosofico-scientifica in forma di romanzo.
Last and First Men è infatti speculative fiction allo stato puro: quale potrebbe essere il futuro, prossimo e remoto, del genere umano?

Cibo per Cthulhu

Uno sguardo approfondito
La voce narrante dell’Ultimo Uomo è senza infamia e senza lode. Il suo tono è quello didattico e paternalistico di un’entità infinitamente superiore che si rivolge a un suo antenato e tenta di spiegargli cose più grandi di lui. Aldilà dei passaggi più colloquiali, la narrazione adotta un punto di vista onnisciente a volo d’uccello, per cui noi vediamo intere nazioni e masse di uomini che si muovono sulla scena come fossero individui – proprio come in un manuale di storia, solo che la storia è inventata. Ma la voce narrante non scompare mai: come uno storico, commenta i fatti mentre li racconta, con tono pacato e uniforme. Insomma – siamo dalle parti del narratore intrusivo primo-ottocentesco, con l’attenuante che quantomeno questa voce narrante è essa stessa un personaggio della storia 1.
La catarsi è impossibile. Se i primi capitoli si concentrano sull’evolversi dei rapporti politici tra le grandi potenze del Novecento, con ancora un certo livello di dettaglio, man mano che la storia va avanti la visuale si alza e si allarga, e la narrazione diventa più sbrigativa, parlando delle nuove razze di uomini in termini generali e descrivendo soltanto gli eventi più importanti. Dei due miliardi di storia umana promessi, il secondo, intero miliardo è sintetizzato nei capitoli finali.
A onor del vero, occasionalmente la visuale si abbassa per mostrarci una scena madre, ossia un momento storico di straordinaria importanza Ma non è che queste scene siano più immersive del resto: i personaggi sono figure anonime e funzionali, e il lettore sa già che spariranno dalla narrazione nel giro di poche pagine. Anzi, talvolta queste scene nella loro ingenuità sono imbarazzanti. Su tutte, l’atroce scena del meeting notturno tra i leader mondiali, nel Capitolo 3, in cui l’imprevista irruzione di una bellissima indigena nuda cambierà il futuro politico del nostro mondo. SRSLY?

Sul piano formale, Last and First Men ha tutti i limiti tipici dello pseudo-trattato; ma il romanzo ha due grossi problemi anche sul piano dei contenuti.
Primo problema è che, come molte altre opere di fantascienza di questo periodo, è invecchiato male. Non solo il Novecento ha imboccato una strada diversa rispetto a quella da lui immaginata; ma molti dei progressi e delle scoperte che Stapledon scriveva sarebbero avvenute nell’arco di millenni e ad opera di razze umane infinitamente superiori alla nostra, si sono in realtà verificati già nell’arco di decine di anni.
Un esempio eclatante è il viaggio spaziale. Nel romanzo, la nostra razza non scoprirà mai il modo di viaggiare nello spazio; bisognerà aspettare la razza dei Quinti Uomini, creature intelligentissime che esisteranno tra milioni di anni. Inoltre, e nonostante tutta la loro intelligenza, Stapledon ci racconta come, prima di riuscire a portare a termine una missione, una vagonata di navicelle finirà esplosa o si perderà nello spazio. E dire che, nella realtà, la nostra razza è riuscita a mandare con successo l’uomo sulla Luna solo quarant’anni dopo la pubblicazione del romanzo!
Insomma, Stapledon pecca costantemente di sottovalutazione della razza umana, immaginando tempi lunghissimi per progressi che in realtà hanno richiesto molto meno tempo.

Cane astronave

I Quinti Uomini costruiscono la loro prima navicella. Funzionerà?

L’altro problema è il peso eccessivo che, nella storia delle guerre e dei progressi tecnologici, Stapledon sembra dare a fattori spirituali ed etici, a detrimento dei fattori materiali. Per esempio, nei primi capitoli, quando si parla delle guerre che coinvolgeranno Europa, America e Asia, l’autore dà grandissimo rilievo alla tipicità dei popoli, come la flemma britannica o l’industriosità tedesca. Grazie a Dio i fattori economici e politici non sono completamente dimenticati, ma giocano un ruolo marginale. I conflitti tra gli uomini hanno così spesso l’aria di scaramucce tra bambini nervosi, che si sarebbero potute evitare con un po’ più di onestà, fiducia reciproca, equilibrio psichico. Il che – non bisognerebbe neanche dirlo – è terribilmente ingenuo.
La fissazione di Stapledon diventa meno fastidiosa mano a mano che si va avanti nella storia, e i popoli e le nazioni che conosciamo vengono sostituiti con esseri completamente inventati. Ma alcune regole basilari del mondo animale (e, in particolare, dell’essere umano) continuano a essere ignorate, come ad esempio la naturale tendenza ad espandersi ovunque possibile e ad occupare le nicchie ecologiche vuote: come già detto sopra, gli esseri umani di Stapledon aspettano milioni di anni prima di azzardare il viaggio spaziale, e anche allora, si spostano il meno possibile.
Ma rimane in lui l’idea che all’incremento dell’intelligenza e delle capacità tecnica corrisponda, o tenda a corrispondere, un aumento della sensibilità, del senso, dell’equilibrio psichico. Di conseguenza, l’evoluzione umana assume nel libro di Stapledon i tratti di una corsa verso la perfezione psicofisica che alla lunga è castrante per la fantasia dell’autore e un po’ noiosa per il lettore.

Non che questa evoluzione sia lineare, per fortuna. Anzi: Stapledon immagina una vasta gamma di disastri – dall’olocausto nucleare all’invasione marziana, da una guerra di sterminio tra razze a cataclismi cosmici – che avranno come conseguenza un ristagno o una regressione evolutiva, quando non addirittura la quasi completa estinzione dell’essere umano.
A compensare i difetti del libro, infatti, troviamo una vasta gamma di idee curiose sul destino della nostra razza, tra cui supercervelli bioingegnerizzati o uomini alati con le ossa cave; la scoperta del viaggio nel tempo e la comunione mistica di più coscienze in un’unica superentità. Ma soprattutto, l’idea di una storia vastissima, durante la quale i continenti cambiano di posto, gli ecosistemi si alterano in maniera irreversibile, l’intero Sistema Solare cambia faccia, e l’essere umano diventa qualcosa di quasi completamente alieno rispetto a noi.
Proprio da questo senso di enormità deriva il sense of wonder del romanzo di Stapledon. Fosse stato scritto diversamente, sarebbe potuto essere un capolavoro; così com’è, nonostante tutto, rimane una raccolta di idee affascinanti corredate da una serie di falle e un retrogusto di sano vekkiume primo-novecentesco. Last and First Men è soprattutto una curiosità storica, ma credo abbia ancora la capacità di impressionare.

Gli eroi del crepuscolo

Gli elfi della Strazzulla non sono riusciti in 250.000 anni a uscire dalla Sicilia, i superuomini di Stapledon impiegano un milione di anni per andarsene dalla Terra. Separati alla nascita?

Su Olaf Stapledon
Di Stapledon ho letto altri tre libri – in pratica, tutte le sue opere più celebri. Purtroppo, in misura diversa, tutti i romanzi di Stapledon tendono ad assomigliarsi: tutti hanno più l’aria di saggi, resoconti o biografie, che di narrativa; e condividono tutti gli stessi temi e conclusioni simili.
Perciò, leggerseli tutti è una perdita di tempo. Ma se Last and First Men dovesse piacervi, potreste provare un altro tra questi:

Odd JohnOdd John (Q.I. 10000) è la biografia immaginaria di John Wainwright, giovane membro di un nuovo stadio genetico della razza umana. Dalla sua nascita, nei primi del Novecento, alla sua scoperta di essere “diverso” dagli altri, dai tentativi per rintracciare suoi simili alla fine di lui e della sua gente per mano degli ottusi governi mondiali, il libro ci racconta tutta la vita dello Strano John. Come impostazione ricorda un po’ i romanzi di formazione del periodo, come Demian o Siddharta di Herman Hesse, ma è un pochino meglio.

Costruttore di stelleStar Maker (Costruttore di stelle) racconta l’esperienza metafisica e quasi dantesca di un uomo che, senza motivo apparente, si ritrova ad essere un puro spirito incarnato e a viaggiare per il cosmo. Nel suo viaggio nel tempo e nello spazio conoscerà una moltitudine di razze aliene e di strani corpi celesti, e assisterà all’universale corsa evoluzionistica verso lo Star Maker, la divinità celeste creatrice di ogni cosa. Questo strano saggio-romanzo cosmogonico riprende l’impostazione e anche la storia di Last and First Men, ma su scala più grande: se il primo vi è piaciuto, dateci un’occhiata.

SiriusSirius riprende l’impostazione biografica di Odd John come Star Maker quella di Last and First Men. Lo scienziato Thomas Trelone crea in laboratorio il primo cane superintelligente, e lo affida alle cure amorevoli della sua famiglia, in una fattoria del Galles. Qui Sirius, il cane, stringerà un legame speciale con la figlia appena nata dello scienziato, Plaxy. Il romanzo racconta, dal punto di vista del ragazzo di Plaxy, la storia di Sirius nel suo tentativo di trovare un posto nel mondo, entrare in rapporto col mondo degli uomini e risolvere la dicotomia tra la sua natura ferina di cane e quella intellettuale di uomo.

Dove si trova?
L’opera omnia – o quasi – di Stapledon si può trovare gratuitamente in lingua originale su Feedbooks. Tre i formati: epub, kindle e pdf. Gli altri due non li ho provati, ma posso dire che gli epub della Feedbooks sono formattati benissimo (perlomeno quando non ci sono immagini, come in questo caso).
In italiano, ahimè, Stapledon è pressoché introvabile – o quantomeno, io non ho avuto fortuna. Ma Stapledon è un autore facile da leggere in inglese, per cui approfittatene per fare pratica!

Chi devo ringraziare?
Avevo già sentito vagamente parlare di Stapledon, se non altro come uno dei padri ispiratori di Arthur C. Clarke; ma a convincermi a leggerlo è stata la menzione che di Last and First Men fa Gamberetta nel suo bellissimo articolo sul sense of wonder.

Evoluzione Pokémon

Qualche estratto
Il primo estratto viene dall’incipit dell’introduzione, in cui la voce narrante aliena si presenta e traccia il piano dell’opera; e dà un’idea del timbro e del ritmo di tutto il romanzo. Il secondo estratto viene da uno dei momenti che mi sono piaciuti di più: la descrizione dei marziani.

1.
This book has two authors, one contemporary with its readers, the other an inhabitant of an age which they would call the distant future. The brain that conceives and writes these sentences lives in the time of Einstein. Yet I, the true inspirer of this book, I who have begotten it upon that brain, I who influence that primitive being’s conception, inhabit an age which, for Einstein, lies in the very remote future.
The actual writer thinks he is merely contriving a work of fiction. Though he seeks to tell a plausible story, he neither believes it himself, nor expects others to believe it. Yet the story is true. A being whom you would call a future man has seized the docile but scarcely adequate brain of your contemporary, and is trying to direct its familiar processes for an alien purpose. Thus a future epoch makes contact with your age. Listen patiently; for we who are the Last Men earnestly desire to communicate with you, who are members of the First Human Species. We can help you, and we need your help.
You cannot believe it. Your acquaintance with time is very imperfect, and so your understanding of it is defeated. But no matter. Do not perplex yourselves about this truth, so difficult to you, so familiar to us of a later aeon. Do but entertain, merely as a fiction, the idea that the thought and will of individuals future to you may intrude, rarely and with difficulty, into the mental processes of some of your contemporaries. Pretend that you believe this, and that the following chronicle is an authentic message from the Last Men. Imagine the consequences of such a belief. Otherwise I cannot give life to the great history which it is my task to tell.
When your writers romance of the future, they too easily imagine a progress toward some kind of Utopia, in which beings like themselves live in unmitigated bliss among circumstances perfectly suited to a fixed human nature. I shall not describe any such paradise. Instead, I shall record huge fluctuations of joy and woe, the results of changes not only in man’s environment but in his fluid nature.

2.
On the Earth a single organism was without exception a continuous system of matter, which maintained a certain constancy of form. But from the distinctively Martian subvital unit there evolved at length a very different kind of complex organism, in which material contact of parts was not necessary either to coordination of behaviour or unity of consciousness. These ends were achieved upon a very different physical basis. The ultra-microscopic subvital members were sensitive to all kinds of etherial vibrations, directly sensitive, in a manner impossible to terrestrial life; and they could also initiate vibrations. Upon this basis Martian life developed at length the capacity of maintaining vital organization as a single conscious individual without continuity of living matter. Thus the typical Martian organism was a cloudlet, a group of free-moving members dominated by a “group-mind.” But in one species individuality came to inhere, for certain purposes, not in distinct cloudlets only, but in a great fluid system of cloudlets. Such was the single-minded Martian host which invaded the Earth.
The Martian organism depended […] on an immense crowd of mobile “wireless stations,” transmitting and receiving different wave-lengths according to their function. The radiation of a single unit was of course very feeble; but a great system of units could maintain contact with its wandering parts over a considerable distance.
One other important characteristic distinguished the dominant form of life on Mars. Just as a cell, in the terrestrial form of life, has often the power of altering its shape (whence the whole mechanism of muscular activity), so in the Martian form the free-floating ultra-microscopic unit might be specialized for generating around itself a magnetic field, and so either repelling or attracting its neighbours. Thus a system of materially disconnected units had a certain cohesion. Its consistency was something between a smoke-cloud and a very tenuous jelly. It had a definite, though ever-changing contour and resistant surface. By massed mutual repulsions of its constituent units it could exercise pressure on surrounding objects; and in its most concentrated form the Martian cloud-jelly could bring to bear immense forces which could also be controlled for very delicate manipulation. Magnetic forces were also responsible for the mollusc-like motion of the cloud as a whole over the ground, and again for the transport of lifeless material and living units from region to region within the cloud.
The magnetic field of repulsion and attraction generated by a subvital unit was much more restricted than its field of “wireless” communication. Similarly with organized systems of units. Thus each of the cloudlets which the Second Men saw in their sky was an independent motor unit; but also it was in a kind of “telepathic” communication with all its fellows. Indeed in every public enterprise, such as the terrestrial campaigns, almost perfect unity of consciousness was maintained within the limits of a huge field of radiation.

Tabella riassuntiva

Due miliardi di storia umana in trecento pagine! Tono cronachistico e narratore onnisciente possono annoiare.
Evoluzione non lineare, piena di alti e bassi. Fantascienza invecchiata male.
Un sacco di organismi strani. Ingenuità dell’autore nell’immaginare le dinamiche storiche.

(1) L’unico lato positivo di questa prosa uniforme e colloquiale è che è molto semplice da leggere anche se non si mastica troppo bene l’inglese. In generale, trovo che Stapledon sia un’ottima palestra per prendere la mano con la lettura in lingua inglese.Torna su

I Consigli del Lunedì #06: A Canticle for Leibowitz

Copertina di Un cantico per LeibowitzAutore: Walter M. Miller
Titolo italiano: Un cantico per Leibowitz
Genere: Science Fiction / Post-Apocalyptic SF / Social SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1959
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 320
Difficoltà in inglese: **

“A spiritu fornicationis,
Domine, libera nos.
From the rain of the cobalt,
O Lord, deliver us.
From the rain of the strontium,
O Lord, deliver us.
From the fall of the cesium,
O Lord, deliver us”

In un’America devastata da un’apocalisse nucleare e precipitata, tecnologicamente e culturalmente, in un nuovo Medioevo, la custodia del sapere dell’antica civiltà è affidata a quel che rimane della Chiesa cattolica. In particolare, al neonato Ordine Albertiano del beato Leibowitz, ordine monastico istituito dopo il fallout da un ingegnere ebreo convertito – Isaac Leibowitz – con il preciso scopo di salvare dalla distruzione i prodotti della civiltà moderna. L’abbazia dell’ordine, isolata nel mezzo di un deserto popolato solo di avvoltoi, banditi, mutanti, e macerie, si assume il compito di proteggere e copiare all’infinito, alla vecchia maniera degli amanuensi, i Memorabilia, brandelli di pagine scritte il cui significato non sono più capaci di comprendere. Copiando e memorizzando, i monaci attendono un futuro in cui questi frammenti saranno di nuovo comprensibili e permetteranno la rifondazione della civiltà.
E mentre l’abate dell’ordine si preoccupa di trovare il modo di far canonizzare il beato Leibowitz dalla Santa Sede di Nuova Roma, il novizio Fratello Francis assiste a un’apparizione nel deserto che cambierà il destino dell’abbazia…

La maggior parte dei romanzi ad ambientazione post-apocalittica sono storie di sopravvivenza: il protagonista deve cavarsela in un mondo ostile e trovare un porto sicuro. Il libro di Miller adotta una prospettiva del tutto diversa.
Il romanzo è diviso in tre parti, ciascuna delle quali è collocata 600 anni nel futuro rispetto alla precedente. Se la prima è ambientata in un nuovo Alto Medioevo, dove piccole comunità religiose che comunicano attraverso messi costituiscono gli unici bastioni di civiltà e sicurezza in un mondo desertificato, la seconda si colloca agli albori di un nuovo Rinascimento, un’epoca in cui sono sorte nuove nazioni che si contendono il controllo del continente; e la terza in un’epoca futuristica, in cui l’essere umano ha cominciato la colonizzazione dello spazio e si avvia all’esplorazione di nuovi sistemi solari.
Al centro, sempre l’abbazia e i suoi abitanti, eternamente immutabile (o quasi) mentre attorno ad essa il mondo si trasforma e torna alla civiltà. Ciascuno dei tre archi narrativi ha una propria trama principale e un sub-plot per ognuno dei personaggi; inoltre, i tre archi formano un’unica grande storia, quella dell’abbazia: attraverso 1800 anni di storia dell’abbazia, Canticle ci racconta il destino dell’intera umanità post-olocausto nucleare.

Abbazia di Cluny

L’abbazia di Cluny ai tempi del suo massimo splendore. I monaci di Leibowitz una roba così se la sognano. Sfigati.

Uno sguardo dettagliato
E’ incredibile come, nonostante che a ciascun arco narrativo sia dedicato in media un centinaio di pagine, i personaggi principali siano tutti ottimamente caratterizzati: il pavido Francis, paradigma del monaco umile e ubbidiente; il bizzoso e pratico abate Arkos; e poi il Thon Taddeo, fisico geniale e arrogante, l’abate Paulo con i suoi problemi di stomaco e le sue incertezze, il monaco Kornhoer, combattuto tra la tecnologia e la preghiera, il Poeta schizofrenico, e l’abate Zerchi, il monaco Joseph, il razionale dottor Cors, l’ebreo errante Benjamin. Sono persone vive, ciascuna con le proprie idiosincrasie, il proprio modo di parlare e di muoversi, i propri obiettivi.
Allo stesso modo Miller ha saputo ricreare l’atmosfera di ciascuna epoca storica. In particolare, la prima parte ha qualcosa di magico: i salmi e le formule in latino; i monaci dello scriptorium che pazientemente copiano e miniano libri di cui non capiscono quasi più niente, trasformando disegni tecnici in allegorie religiose; i racconti di miracoli; la corte papale, distante tre mesi di cammino; l’impressione di isolamento completo e di silenzio. Ed è bello vedere come, in ogni epoca, cambi il rapporto tra l’abbazia e il mondo circostante.
Il ritmo (tranne che negli ultimissimi capitoli) non è mai frenetico; al contrario, pur succedendo molte cose, e nonostante le varie sottotrame continuino a intrecciarsi, gli eventi sembrano svilupparsi poco a poco. Soprattutto all’inizio, prevale un’atmosfera di grande calma.

San Bernardino

A San Bernardino piace questo elemento.

La scrittura di Miller non è certo priva di difetti. Il controllo del pov è approssimativo: spesso nel mezzo di una scena la telecamera salta da un personaggio all’altro, e senza nemmeno che ce ne sia bisogno; altre volte, la telecamera scivola nelle mani del narratore onnisciente, che già che c’è fa un bell’infodump sull’ambientazione.
Infodump del tutto superflui: alcuni, perché non fanno che esplicitare elementi che si erano già intuiti in modo implicito; altri, perché avrebbero potuto essere mostrati attraverso il dialogo tra i personaggi, guadagnando in immersività senza sacrificare in chiarezza. Inoltre, spiegando dettagli dell’ambientazione attraverso le parole dei personaggi, si ottiene il doppio vantaggio di dire contemporaneamente qualcosa dei personaggi stessi: il punto di vista dei personaggi mostra la loro psicologia e il loro modo di vedere la realtà.
Non che Miller non sia in grado di farlo. Faccio un esempio (talmente bello che ne riporto un brano in fondo all’articolo): a un certo punto della storia, un monaco legge un racconto allegorico della guerra nucleare e delle sue cause, mischiando fatti storici e mitologia cristiana. In un colpo solo, Miller ci fa capire cos’è successo e come filtrano la realtà gli uomini religiosi dell’epoca: due piccioni con una fava! Sarebbe perfetto; ma che bisogno c’era, allora, di scrivere 50 pagine prima un enorme infodump del narratore onnisciente sullo stesso argomento? La verità è che, purtroppo, Miller non sembra affatto curarsi di questi problemi tecnici.

Altre volte, in genere all’inizio e alla fine di ogni arco narrativo, la narrazione si stacca dai personaggi e offre una panoramica a volo d’uccello dell’intera epoca storica. Tecnicamente sarebbe un’errore, ma trattandosi di aperture e chiusure di archi temporali così vasti, l’impressione generale è piacevole: quindi approvo.
Quello che invece proprio non digerisco sono gli occasionali lampi di lirismo dell’autore, che si lancia in bizzarrie verbali da literary fiction col solo risultato di confondere e nauseare il lettore. In particolare uno di questi lampi, in apertura della terza parte, è osceno. Ma per fortuna sono pochissimi.

Santa Caterina da Siena

Appestati guariti col potere della preghiera? Check. Tendenza ad attacchi isterici-epilettici in corrispondenza con visioni mirabolanti del Paradiso? Check. Orrore atavico del cazzo? Check. Cori angelici visti sul letto di morte? Check. OK bella: sei santa!

Per il resto, lo stile di Miller fa il suo lavoro, e in alcuni momenti è davvero eccellente nel trasmettere la psicologia e i valori dei personaggi. Alcuni dei conflitti tra i personaggi sono davvero stupendi (in particolare, quello tra Paulo e Thon Taddeo alla fine della seconda parte, e quello tra Zerchi, il dottor Cors e i poliziotti verso la fine della terza).
Questo in parte è dovuto anche all’importanza ‘etica’ degli argomenti che sono motivo di conflitto. Il rapporto tra scienza e fede, e tra scienza e potere; il ruolo della religione nella civiltà moderna; il conflitto tra eutanasia e morale cristiana: sono argomenti interessanti di per sé, e Miller riesce a evitare la trappola del giudizio morale imposto dall’alto, senza dividere “buoni” e “cattivi” e senza offrire una risposta definitiva alle antitesi. Capisco la bravura dell’autore anche dal fatto che riesco a provare empatia anche per personaggi che difendono posizioni per me orribili.
Gli elementi fantastici sono ridotti al minimo, e quelli che ci sono, sono perlopiù funzionali alla trama. La cosa non mi è dispiaciuta: se c’è una cosa che preferisco alla fantasia selvaggia, è la fantasia disciplinata alle esigenze della trama, e Miller ci riesce alla grande 1.
A Canticle for Leibowitz è entrato nella classifica dei miei 10 libri preferiti in assoluto. Oggi è ritenuto da alcuni critici americani la migliore opera di fantascienza mai scritta; mi sembra un giudizio esagerato, ma non incomprensibile.

Dove si trova?
In italiano, Un cantico per Leibowitz è stato tradotto di recente nell’Urania Collezione N.84. Su Emule si trova comodamente.
Su library.nu si trovano due file in lingua originale, un pdf e un e-pub. L’e-pub è comodo, ma ha un problema: non vengono visualizzati i caratteri ebraici che Miller ha scritto in alcuni punti del testo, e sono sostituiti da asterischi. Nulla di trascendentale, i caratteri ebraici hanno un ruolo marginale e se ne può fare a meno – però capisco che la cosa possa dare fastidio.

Su Walter M. Miller
Miller è uno di quegli scrittori da opera unica. Leibowitz è l’unico romanzo completa che abbia mai scritto. Oltre al romanzo, abbiamo alcuni racconti – alcuni dei quali sono stati di recente raccolti nell’antologia Dark Benediction, edita nella collana SF Masterworks – e un midquel di LeibowitzSaint Leibowitz and the Wild Horse Woman – che però lasciò incompiuto e che fu finito dopo la sua morte da un altro scrittore basandosi sui suoi appunti.
Non penso che leggerò mai questo seguito. Aldilà della mia naturale ostilità verso i seguiti, il fatto che Miller abbia intrapreso l’opera su commissione, e dopo aver temporeggiato per 30 anni, e che poi si sia suicidato prima di averla finita, mi lasciano pensare che non avesse troppa voglia di completarla.
Non ho letto nemmeno l’antologia; ma visto quanto m’è piaciuto Leibowitz, può darsi che in futuro lo faccia.

Montecassino distrutta

L’antichissima abbazia di Montecassino dopo la visita di Miller e dei suoi amici americani. Lievissimo senso di colpa?

Chi devo ringraziare?
In primo luogo Gamberetta, che me lo fece conoscere nominandolo in un commento. Il titolo mi incuriosì da subito, la descrizione su Wikipedia pure; tanto che una settimana dopo l’avevo già scaricato sul lettore. Ma per un motivo o per un altro continuai a posticiparne la lettura, finché me ne scordai.
In secondo luogo devo quindi ringraziare il Duca, che me l’ha riportato alla mente parlandone quest’estate nei commenti sul suo blog, e in termini assai elogiativi.

Qualche estratto
Ho scelto due estratti per questo libro. Il primo è tratto dal primo capitolo, e secondo me dà un’idea molto carina della psicologia neomedievale della prima parte. Il terzo estratto si colloca a metà libro, ma non fa spoiler su cose che non abbia già detto io, ed è una figata.

1.
He had never seen a “Fallout,” and he hoped he’d never see one. A consistent description of the monster had not survived, but Francis had heard the legends. He crossed himself and backed away from the hole. Tradition told that the Beatus Leibowitz himself had encountered a Fallout, and had been possessed by it for many months before the exorcism which accompanied his Baptism drove the fiend away.
Brother Francis visualized a Fallout as half-salamander, because, according to tradition, the thing was born in the Flame Deluge, and as halfincubus who despoiled virgins in their sleep, for, were not the monsters of the world still called “children of the Fallout”? That the demon was capable of inflicting all the woes which descended upon Job was recorded fact, if not an article of creed.

Non aveva mai visto un “Fallout”, e sperava di non vederne mai uno. Una descrizione precisa del mostro non era sopravvissuta, ma Francis aveva udito le leggende. Si segnò e indietreggiò dal buco. La tradizione diceva che il Beato Leibowitz in persona aveva incontrato un Fallout, e ne era stato posseduto per diversi mesi prima che l’esorcismo che accompagnò il suo Battesimo cacciasse via il maligno.
Fratello Francis visualizzava il Fallout come mezzo-salamandra, perché, secondo la tradizione, quella cosa era nata nel Diluvio di Fuoco, e come mezzo-incubus che possedeva le vergini nel sonno, perché i mostri del mondo non erano forse ancora chiamati “figli del Fallout”? Che il demone fosse capace di infliggere tutti i mali che caddero su Giobbe era un fatto documentato, se non un articolo di fede.

Cintura di castità anti-fallout

Cinture di castità: proteggete le vostre figlie dal fallout.

2.
“And so it was in those days,” said Brother Reader: “that the princes of Earth had hardened their hearts against the Law of the Lord, and of their pride there was no end. And each of them thought within himself that it was better for all to be destroyed than for the will of other princes to prevail over his. For the mighty of the Earth did contend among themselves for supreme power over all; by stealth, treachery, and deceit they did seek to rule, and of war they feared greatly and did tremble; for the Lord God had suffered the wise men of those times to learn the means by which the world itself might be destroyed, and into their hands was given the sword of the Archangel wherewith Lucifer had been cast down, that men and princes might fear God and humble themselves before the Most High. But they were not humbled.
“And Satan spoke unto a certain prince, saying: ‘Fear not to use the sword, for the wise men have deceived you in saying that the world would be destroyed thereby. Listen not to the counsel of weaklings, for they fear you exceedingly, and they serve your enemies by staying your hand against them. Strike, and know that you shall be king over all.’
“And the prince did heed the word of Satan, and he summoned all of the wise men of that realm and called upon them to give him counsel as to the ways in which the enemy might be destroyed without bringing down the wrath upon his own kingdom. But most of the wise men said, ‘Lord, it is not possible, for your enemies also have the sword which we have given you, and the fieriness of it is as the flame of Hell and as the fury of the sunstar from whence it was kindled.’
“‘Then thou shalt make me yet another which is yet seven times hotter than Hell itself,’ commanded the prince, whose arrogance had come to surpass that of Pharaoh”.

“E così fu in quei giorni” disse il Frate Lettore: “che i prìncipi della Terra avevano indurito i loro cuori contro la legge del Signore, e al loro orgoglio non era fine. E ciascheduno di essi pensava entro di sé che era cosa molto migliore essere distrutto che permettere alla volontà di altri prìncipi di prevalere sulla sua. Perché i potenti della Terra contendevano fra loro per il supremo potere sopra ogni cosa: per inganno, violenza e tradimento essi cercavano di dominare, e temevano grandemente la guerra e ne tremavano; imperocché il Signore Iddio aveva permesso che gli uomini sapienti di quei tempi imparassero i modi per cui il mondo medesimo poteva essere distrutto, e nelle loro mani era affidata la spada dell’Arcangelo con la quale Lucifero era stato abbattuto, e per cui gli uomini e i prìncipi potessero temere Iddio ed umiliarsi davanti all’Onnipotente. Ma essi non si erano umiliati.
“E Satana parlò a un principe, e disse: ‘Non temere di usare la spada, perché gli uomini sapienti ti hanno ingannato dicendoti che il mondo sarebbe distrutto. Non ascoltare il consiglio dei deboli, imperocché essi grandemente ti temono, e servono ai tuoi nemici
fermando la tua mano contro di quelli. Colpisci, e sappi che tu sa-rai il sovrano di tutto'”.
“E il prìncipe ascoltò la parola di Satana, e chiamò a sé tutti gli uomini sapienti di quel reame e comandò loro di dargli consiglio dei modi in cui il nemico poteva essere distrutto senza attirare la collera sopra il suo regno. Ma molti degli uomini sapienti dissero: ‘Signore, questo non è possibile, imperocché anche i tuoi nemici possiedono la spada che noi ti abbiamo data, e la terribilità di essa è come la fiamma dell’Inferno, e come il furore della stella-sole, alla quale un giorno fu accesa’.
” ‘E allora tu me ne foggerai un’altra che sia ancora sette volte più ardente dell’Inferno stesso’, comandò il principe, la cui arroganza era giunta a superare quella di Faraone”.

Tabella riassuntiva

Millecinquecento anni di storia post-apocalittica. La divisione in tre parti può ostacolare l’affezione ai personaggi.
Il post-apocalisse nucleare visto attraverso gli occhi di un pugno di monaci! Qualche svarione stilistico.
Un romanzo sulla preservazione della conoscenza, sulla Storia, e molto altro.

Bonus: La santità nel Medioevo
E’ bello vedere scrittori che si documentano. Un’altra delle ragioni della bellezza del libro di Miller, sta nel fatto che si capisce che si è documentato. Prendiamo la faccenda della santificazione.
Molti credono che nel Medioevo la Chiesa spammasse santi a destra e a manca. Niente di più lontano dal vero. Erano le comunità locali, quasi sempre, a richiedere che la Chiesa si interessasse a questo o a quel beato del posto e avviasse un processo di canonizzazione. E questi processi erano molto lunghi e complicati, segno che la Chiesa voleva mantenere un controllo serrato di cosa fosse la santità e di chi ne fosse degno.
Come so queste cose? Il merito è di un libro che, in maniera del tutto accidentale, ho letto nello stesso periodo in cui ho letto Leibowitz:

La santità nel MedioevoTitolo: La santità nel Medioevo
Autore: André Vauchez
Editore: Il Mulino – Storica Paperbacks

Anno: 1981
Pagine: 685

In questo saggio, l’autore mette a confronto come la santità fosse percepita dal popolo e come dalla Chiesa, come funzionavano i processi di canonizzazione, quali erano gli attributi riconosciuti della santità, e quale modello di santo la Chiesa cercasse di propagandare presso i suoi fedeli. E’ un testo molto specialistico, nel senso che spacca il capello in quattro e redige una caterva di tabelle (adoro le tabelle), e un lettore poco interessato all’argomento potrebbe annoiarsi. Per chi fosse realmente affascinato dal problema, invece, la consiglio come una lettura eccellente e precisa.

Nel periodo 1198-1431 (che è quello preso in esame dal libro), ossia quasi 250 anni, solo 33 processi di canonizzazione si conclusero con la santificazione del beato. 33 santi in quasi 250 anni, in pieno Basso Medioevo.
Alla luce di questi fatti, l’atteggiamento cauto dell’abate Arkos nel processo di canonizzazione del beato Leibowitz non sembra più tanto strano, eh? Nel libro di Miller, mi sembra di trovare una esemplificazione pratica di tutti quei problemi di cui parla (anzi: parlerà trent’anni più tardi) il libro di Vauchez. Il che significa che ha fatto un ottimo lavoro; e che chi chiude il suo libro, si ritrova un po’ più colto di prima.
Questo è trattare il lettore con rispetto!

Santa Fina

Santa Fina: uno dei santi più insulsi della storia. Il suo merito? Avere passato gli ultimi anni della sua giovane vita a gemere in silenzio su una tavola di legno mentre il suo corpo si riempiva di piaghe e i topi la mangiavano viva. Proprio una prediletta del Signore.

(1) In realtà ci sono un paio di elementi che mi lasciano perplesso. Mi riferisco alla storia dell’occhio del Poeta e alla storia dell’ebreo errante: di per sé sono affascinanti, ma entrambe sfumano senza una conclusione, e la prima in particolare non mi sembra avere un ruolo sensibile nella trama.Torna su

I Consigli del Lunedì #03: Ringworld

RingworldAutore: Larry Niven
Titolo italiano: I burattinai
Genere: Science Fiction / Hard SF / Space Opera / Big Dumb Object
Tipo: Romanzo

Anno: 1970
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 290 ca.

Difficoltà in inglese: ***

Giunto al suo duecentesimo compleanno, Louis Wu, che ne dimostra ancora venti, è annoiato dalla vita: ne ha viste troppe, niente sulla Terra sembra più in grado di regalargli un’emozione, e sta meditando di prendersi un nuovo anno sabbatico in giro per lo spazio. Perciò è davvero una fortuna per lui imbattersi in Nessus, un Burattinaio di Pierson che sta reclutando una ciurma per una missione segreta di esplorazione nello spazio. L’unica informazione che il Burattinaio è disposto a fornire sullo scopo della missione, è una fotografia che mostra una stella attorno a cui ruota una specie di enorme anello circonfuso di azzurro…
Assieme a Nessus, al violento micione Speaker-to-Animals e a Teela Brown, la ragazza con una predisposizione genetica alla fortuna, Louis Wu si imbarcherà alla volta del Ringworld, un artefatto di tale complessità da intimidire persino le più avanzate tra le civiltà aliene dello Spazio Conosciuto. Ma chi sono i costruttori di Ringworld, e che fine hanno fatto?

Ero un po’ in imbarazzo quando ho dovuto decidere se catalogare quest’opera come Hard SF. La fantascienza hard pretende il massimo possibile di verosimiglianza scientifica; la speculazione sulle future tecnologie deve essere il più possibile ancorata alle nostre conoscenze attuali, e pertanto il setting di questo tipo di fiction non è quasi mai troppo spostato nel futuro.
Ringworld invece è ambientato a quasi un millennio di distanza da noi, e contempla: astronavi in grado di superare la velocità della luce; campi di stasi che bloccano il tempo in una regione dello spazio; una profusione di bizzarre civiltà aliene, una delle quali talmente evoluta da poter spostare artificialmente interi sistemi planetari; e così via. Ciononostante, Niven cerca di dare plausibilità scientifica ad ogni sua invenzione, e dedica molto spazio alla fisica del suo mondo1 – insomma, siamo lontani dal menefreghismo scientifico della Soft SF.
Diciamo allora che Ringworld è un’opera di confine tra la fantascienza hard e la minchiata divertente. Ha quindi le potenzialità per piacere a entrambi i tipi di pubblico – o a nessuno.

Ringworld

Come ogni BDO che si rispetti, la superficie dell’anello esterno potrebbe comodamente contenere milioni di pianeti Terra.

Uno sguardo approfondito
La prima cosa che salta all’occhio, in Ringworld, è la ricchezza dell’ambientazione. Non mi sto riferendo soltanto al mondo-anello, ma a tutto l’universo che lo circonda: la specie dei Burattinai, erbivori da gregge superevoluti con tre zampe, due teste, una codardia congenita che sfiora la paranoia e la mania del controllo; gli Outsiders, mercanti di tecnologie e informazioni che vengono non si sa da dove e viaggiano nello spazio seguendo la scia dei “semi stellari”; le esplosioni a catena di supernove nel cuore della Galassia, e le sue conseguenze per le specie senzienti; i tasp, aggeggi in grado di stimolare i centri cerebrali del piacere, e la dipendenza che possono creare;  girasoli che catturano l’energia solare per poi spararla in tutte le direzioni e annichilire ogni altra forma di vita; le guerre tra l’Uomo e gli Kzinti; la Lotteria della Fertilità; e così via.
Le idee e le piccole trovate che attraversano il romanzo sono talmente tante, e alcune talmente bizzarre, che mi verrebbe da accostare Ringworld al New Weird. L’effetto complessivo è simile a quello che mi provocò anni fa l’universo della Fondazione di Asimov: quello di un mondo che si dilata oltre la pagina scritta, di un universo molto più vasto di quello che rimane catturato nel romanzo. Un mondo vivo, sul quale si potrebbero raccontare decine di altre storie.

Niven ottiene quest’effetto in due modi.
Innanzitutto, con le digressioni, che sono frequentissime. I primi incontri tra Louis Wu e lo kzin Speaker-to-Animals diventano uno spunto per parlare delle passate guerre tra Uomini e Kzinti; una breve tappa nel mondo dei Burattinai un’occasione per mostrarci qualcosa della loro tecnologia e della loro società. A volte queste parentesi nascono dal dialogo tra i personaggi; altre volte sono riflessioni private di Louis; altre, dei brutali e sgradevoli infodump. Inoltre, questi spunti non vengono quasi mai esauriti, in modo da lasciare nel lettore un fondo di curiosità.
In secondo luogo, con un uso smodato di termini e concetti esotici – come le ramships, i motori hyperdrive, il boosterspice, il Punto Cieco – che non vengono affatto spiegati ma solo “lasciati intuire”. Questo, da un lato, ha senso: i personaggi conoscono già il loro mondo, non hanno bisogno di spiegarselo, e almeno Niven ci risparmia gli As you know, Bob che infestano la fantascienza. Dall’altro, però, mi sono spesso trovato spaesato a non capire cosa facesse una cosa e cosa fosse un’altra.
Niven però fa un abuso di queste tecniche. Soprattutto nel primo terzo del libro, quando non si è ancora arrivati su Ringworld e quindi non c’è ancora la sua esplorazione a fare da catalizzatore della trama, l’autore continua a passare con nonchalance da un argomento all’altro, aprendo finestre su finestre su storia, società, tecnologia, fisica del suo mondo. Niven sembra avere il difetto di chi è troppo innamorato della sua ambientazione. In un paio di occasioni è capace di aprire delle digressioni nel bel mezzo di una scena d’azione!
Viene solo in parte scusato per la mole di buone idee e per il senso di vastità che riesce a generare. Inoltre molte di queste finestre muovono davvero la trama (alcune solo in un secondo tempo); sono poche le trovate davvero gratuite.

Too many windows

Aprire troppe finestre può creare problemi.

Le stesse croci e delizie riguardano i personaggi principali. La “ciurma” di Louis Wu è una collezione di weirdos: Nessus, con i suoi cicli alterni di euforia e di depressione, combattuto tra l’esigenza di fare il capo e la tendenza naturale della sua specie di rintanarsi in un angolo e far fare tutti agli altri; Speaker-to-Animals, enorme micio inquietante con un esagerato senso dell’onore, costretto a collaborare con altre specie nonostante il motto della sua razza sia qualcosa del tipo: “schiavizza e/o divora tutti coloro che non sono tuoi simili”; Teela Brown, sexy e svampita ventenne che non riesce a capire cosa sia questa cosa chiamata “dolore”. Non voglio dire di più su Teela: non voglio rovinarvi la sorpresa. ^-^
I personaggi di Niven, quindi, sono lontani mille miglia dai manichini funzionali e insulsi tipici dell’Hard SF. E tuttavia, anche loro dimostrano molto di rado una vera profondità psicologica. Niven riesce a farli agire bene nell’emergenza del momento, e anche nell’interazione (spesso ruvida) tra loro; ma mancano di motivazioni profonde. La loro scarsa complessità psicologica è mascherata dando a ciascuno di loro uno o due tratti forti, che funzionano per la maggior parte del tempo, ma che quando vengono meno, ti lasciano con l’amaro in bocca.
Un esempio lampante è il modo in cui nel primo capitolo vengono reclutati Louis e Speaker. In sintesi: “Ehi, sto organizzando una missione fikissima e potenzialmente mortale. Vuoi venire? Sarai ben ricompensato”. “Mmmh, ‘kay”. Questi passaggi sono del tutto privi di credibilità, fanno sembrare la storia una farsa; come se Niven ci stesse dicendo: “Okay, diciamoci la verità, non mi frega un cazzo del plot; voglio solo prendere della gente strana e scaraventarla in un mondo strano”.
Anzi: a volte Ringworld mi è sembrato la cronaca di una campagna di un gioco di ruolo. Intendiamoci: il Master è bravissimo e i personaggi sono di quindicesimo livello; però è pur sempre una sessione di gioco di ruolo. Un giocattolone colorato. Difficilmente ci si sente davvero in ansia per i personaggi: si capisce che in qualche modo se la caveranno sempre.

RPG Ringworld

Da sinistra a destra: il DM, Louis Wu, Teela Brown e Speaker-to-Animals. Nessus è andato in bagno.

Dai personaggi passiamo alla gestione del punto di vista. La cosa più esatta che si può dire sul pov di Ringworld, è che sta “nei pressi di Louis”. Il più delle volte la telecamera è dentro la sua testa, la descrizione di quello che vede si confonde coi suoi pensieri e i suoi giudizi (ma è mantenuta la terza persona). Altre volte, retrocede verso il narratore onnisciente; alcuni degli infodump più sgradevoli non si possono attribuire ad altri che al narratore.
Non ci sarebbe stato bisogno di questi scivolamenti: con un po’ d’attenzione, tutta la storia poteva essere raccontata stando ben ancorati alla spalla di Louis. Il tono della narrazione, disincantato e un po’ ironico, funziona bene col personaggio di Louis e con l’andamento un po’ buffonesco di tutto il romanzo.
Ma a Niven piace creare della suspence inutile, anche a costo di far venire la nausea al lettore o di fargli perdere il filo del discorso. Esempio: il narratore ci avverte che Louis ha notato qualcosa di strano, poi lo vediamo andare a chiamare un altro membro dell’equipaggio; i due tornano sul luogo della scoperta, vediamo loro che guardano la cosa misteriosa, poi cominciano a commentarla e a quel punto capiamo di che si tratta. Niven lo fa di continuo. E’ un modo stupido per creare suspence, non solo perché ci sbalza di pov, ma anche perché in una scena concitata il lettore rischia di non capire se la cosa è stata detta e lui se l’è persa o se non è ancora stata detta, torna alla pagina prima, scorre la pagina in cerca delle informazioni mancanti, non le trova, torna a dov’era rimasto, si confonde di nuovo, e insomma, cazzo – non si fa così!

Ciò detto, Ringworld è assolutamente all’altezza di romanzi BDO come 2001: Odissea nello Spazio o Incontro con Rama di Clarke, e pure meglio di un romanzo come Orbitsville di Bob Shaw 2. La dose di meraviglia è paragonabile, lo stile è migliore, e i personaggi pure; l’unica cosa che viene meno, è il senso di piccolezza e impotenza umana che pervade la Hard SF più seria.
Altro vantaggio non trascurabile, a lettura conclusa la soddisfazione è maggiore rispetto a quella che lasciano i romanzi di Clarke; si ha l’impressione che a tutte le domande principali si sia data una risposta o almeno un’ipotesi di risposta.
Ma rimane anche la giusta dose di mistero.

Ringworld

Un’immagine credibile del Ringworld visto dal suolo. In realtà, data la distanza e la densità dell’aria, non sono sicuro che di giorno l’arco si veda così bene.

Dove si trova?
Se volete leggere Ringworld, dovrete affidarvi a Internet. L’ultima edizione in italiano (col titolo I burattinai) è della Nord (collana Cosmo Oro, N.94) e risale a più di venti anni fa. Sul Mulo si trova senza problemi.
La traduzione italiana che ho trovato su Internet però non mi esalta; solo leggendo un paio di brani per prendere gli estratti, ho notato tagli e riscritture di frasi. E poi si è perso il tanj ç_ç Ma niente paura: il pdf in lingua originale si trova tranquillamente su library.nu.

Su Larry Niven
Proprio come Odissea nello Spazio (3 seguiti), Incontro con Rama (3 seguiti, fondamentalmente scritti da un altro), e pure Orbitsville (2 seguiti), anche Ringworld ha sfornato uno dopo l’altro altri tre libri che continuano la storia del mondo-anello, e poi altri quattro libri che fanno da prequel (anche questi scritti in sostanza da un altro). Ora, nutro una certa antipatia verso questi libri scritti perlopiù su commissione per sfruttare un’ambientazione cara ai fan, per cui non penso li leggerò mai. Potrei fare un eccezione per The Ringworld Engineers, ma si tratta comunque di un’evenienza remota.

Ringworld fans

Fans di Ringworld.

Niven ha ambientato altri romanzi nel suo universo del Known Space, ma non li ho ancora letti. Mi ispira Protector, ma non so quando proverò a leggerlo.

Chi devo ringraziare?
Il fatto che esistesse un romanzo di sf ambientato su un mondo a forma di anello fluttuava sulla soglia della mia coscienza chissà da quanto; ma il primo riferimento preciso a Ringworld, se non ricordo male, lo trovai in un articolo di Dr.Jack sul bolognium3.
Man mano che approfondivo la mia conoscenza della fantascienza, comunque, i riferimenti a Ringworld (specialmente come pietra di paragone di altre space operas o di altre storie BDO) si moltiplicavano, finché alla fine mi son deciso e l’ho letto.

Qualche estratto
Come estratti, ho scelto un pezzo che desse risalto ai personaggi e alla voce narrante – l’incontro iniziale tra Louis Wu e Nessus (un po’ tagliato) – e uno più fantascientifico – l’avvicinamento della navicella Lying Bastard a Ringworld. Noterete che la traduzione italiana si prende qualche libertà, inoltre per qualche motivo le ultime due frasi di Louis alla fine del secondo brano sono del tutto assenti.

1.
He emerged in a sunlit room.
“What the tanj?” he wondered, blinking. The transfer booth must have blown its zap. In Sevilla there should have been no sunlight. Louis Wu turned to dial again, then turned back and stared.
[…] Facing him from the middle of the room was something neither human nor humanoid. It stood on three legs, and it regarded Louis Wu from two directions, from two flat heads mounted on flexible, slender necks. Over most of its startling frame, the skin was white and glovesoft; but a thick, coarse brown mane ran from between the beasts necks, back along its spine, to cover the complex-looking hip joint of the hind leg. The two forelegs were set wide apart, so that the beast’s small, clawed hooves formed almost an equilateral triangle.
Louis guessed that the thing was an alien animal. In those flat heads there would be no room for brains. But he noticed the hump that rose between the bases of the necks, where the mane became a thick protective mop… and a memory floated up from eighteen decades behind him.
This was a puppeteer, a Pierson’s puppeteer.
[…] Louis said, “Can I help you?”
“You can,” said the alien…
… in a voice to spark adolescent dreams. Had Louis visualized a woman to go with that voice, she would have been Cleopatra, Helen of Troy, Marilyn Monroe, and Lorelei Huntz, rolled into one.
“Tanj!” The curse seemed more than usually appropriate. There Ain’t No Justice! That such a voice should belong to a two-headed alien of indeterminate sex!

 — Che diavolo? — si chiese sbattendo le palpebre. La cabina trasfert doveva avere sballato. Non avrebbe dovuto esserci il sole a Teheran. Louis Wu si girò per ricomporre il numero, e rimase allibito.
[…] Di fronte a lui, al centro della stanza, c’era qualcosa che non aveva nulla di umano né di umanoide. La cosa stava ritta su tre gambe e osservava Louis Wu da due direzioni, per mezzo di due teste piatte poste su colli esili e flessibili. Quasi tutta la pelle che ricopriva il suo incredibile corpo era chiara e morbida come quella di un guanto; ma dai due colli una scura criniera, folta e ruvida, scendeva lungo la spina dorsale fino a coprire la complessa attaccatura dell’anca con la gamba posteriore. Le due gambe anteriori, molto divaricate, formavano quasi un triangolo equilatero con i minuscoli zoccoli artigliati.
Louis immaginò trattarsi di un animale alieno. Non poteva esserci posto per un cervello, in quelle teste piatte. Tuttavia notò la gibbosità che spun-tava tra la base dei colli, dove la criniera diventava una specie di folta zazzera protettiva… e un ricordo vecchio di centottant’anni gli fluttuò nella memoria.
Quella creatura era un burattinaio. Un burattinaio di Pierson.
[…] — Posso aiutarti? — disse Louis.
— Sì! — rispose l’alieno…
… con una voce che suscitava i sogni dell’adolescenza. Se avesse immaginato una donna con una voce simile sarebbe stata la somma di Cleopatra, Elena di Troia, Marilyn Monroe e Lorelei Huntz.
— Maledizione! — L’imprecazione era quanto mai appropriata. Non c’è giustizia! Una simile voce appartenere a un alieno con due teste e di sesso indefinito!

2.
 That evening, in the space of half an hour, the ringed star came out from behind the sternward block of living-sleeping cabins. The star was small and white, a shade less intense than Sol, and it nestled in a shallow pencil-line of arc blue.
They stood looking over Speaker’s shoulder as Speaker activated the scope screen.
He found the arc-blue line of the Ringworld’s inner surface, touched the expansion button. One question answered itself amost immediately.
“Something at the edge,” said Louis.
“Keep the scope centered on the rim,” Nessus ordered.
The rim of the ring expanded in their view. It was a wall, rising inward toward the star. They could see its black, space-exposed outer side silhouetted against the sunlit blue landscape. A low rim wall, but low only in comparison to the ring itself.
“If the ring is a million miles across,” Louis estimated, “The rim wall must be at least a thousand miles high. Well, now we know. That’s what holds the air in.”
“Would it work?”
“It should. The ring’s spinning for about a gravity. A little air might leak over the edges over the thousands of years, but they could replace it. To build the ring at all, they must have had cheap transmutation–a few tenth-stars per kiloton–not to mention a dozen other impossibilities.”

 Quella sera, la stella con l’Anello sbucò fuori al di là della poppa, dove si trovavano le cabine e la stanza di soggiorno. L’astro era luminoso quasi quanto il Sole. Si annidava dentro un alone azzurro, sottile come un segno di matita.
Speaker accese lo schermoscopio. Si avvicinarono tutti alle sue spalle per osservare insieme a lui. Lo kzin centrò la linea azzurra della superficie interna dell’Anello e girò la manopola dell’ingrandimento…
Uno dei tanti interrogativi si risolse da sé quasi immediatamente.
— C’è qualcosa sul bordo — disse Louis.
— Centra il telescopio — ordinò Nessus.
L’orlo dell’Anello s’ingrandì. Una parete dell’Anello era rivolta verso l’astro. Quella esterna, che guardava verso lo spazio, risaltava nera in confronto all’azzurro del cielo, illuminato dai raggi della stella. La superficie del bordo era bassa, ma solo in paragone alla grandezza dell’Anello.
— Se l’Anello è largo un milione di miglia — calcolò Louis, — il bordo deve essere alto perlomeno un migliaio. Ora lo sappiamo. È quello che trattiene l’aria all’interno.
— E funziona?
— Credo di sì. L’Anello ruota a gravità. Ci deve essere una leggera dispersione ogni mille anni, ma può essere sostituita.

Tabella riassuntiva

L’ambientazione, dal Ringworld allo Spazio Conosciuto, è fikissima. Niven indulge troppo negli infodump e nelle divagazioni.
 I personaggi principali sono brillanti e fantasiosi. A volte sembra più una sessione di gdr che una storia vera.
Unisce la speculazione scientifica dell’hard sf con una fantasia scatenata. Forse si prende troppe libertà per i puristi dell’hard sf.
Tanj!, What the tanj, You’re tanj right, Sure as tanj: non mi stancherei mai di dirlo!

(1) Addirittura, stando a Niven, una delle ragioni principali per cui dieci anni dopo avrebbe scritto un segito, The Ringworld Engineers, sarebbe quella di risolvere alcuni problemi tecnici del Ringworld che gli erano stati fatti notare.
Cito dalla voce di Wikipedia:

“A major problem being that the Ringworld, being a rigid structure, was not actually in orbit around the star it encircled and would eventually drift, resulting in the entire structure colliding with its sun and disintegrating. In the novel’s introduction, Niven says that MIT students attending the 1971 World Science Fiction Convention chanted, “The Ringworld is unstable! The Ringworld is unstable!” Niven says that one reason he wrote The Ringworld Engineers was to address these engineering problems”.Torna su

(2) Come in Ringworld, anche al centro di Orbitsville c’è l’esplorazione di una sfera di Dyson. Invece di un anello, in questo caso si tratta di una sfera cava di dimensioni analoghe all’orbita terrestre, che racchiude il suo sole, è riempita di aria respirabile e attraverso speciali campi gravitazionali permette di camminare lungo la superficie interna.
Inizialmente avevo intenzione di recensire questo romanzo invece di Ringworld, dato che è meno conosciuto; ma rendendomi conto che Ringworld lo batte praticamente sotto ogni aspetto, ho lasciato perdere. Forse potrei dedicargli un Consiglio in futuro. Non saprei. Che ne dite?Torna su

Sfera di Dyson

Le sfere di Dyson sono utili e divertenti!

(3) Non sono sicuro che la definizione di bolognium utilizzata da Dr.Jack sia appropriata per il Ringworld. Il fatto che per costruirlo ci voglia un livello tecnologico e risorse del tutto fuori dalla nostra portata non implica che sia un oggetto “impossibile” (come lo sarebbe un oggetto che viola apertamente le leggi della fisica). Niven cerca infatti di dare la maggiore plausibilità fisica possibile al Ringworld; il fatto che abbia scritto un seguito apposta per risolvere i buchi tecnici che gli erano sfuggiti nel primo libro la dice lunga sulle sue intenzioni.Torna su

I Consigli del Lunedì #02: The Sirens of Titan

The Sirens of Titan / Le Sirene di TitanoAutore: Kurt Vonnegut
Titolo italiano: Le Sirene di Titano
Genere: Science Fiction / Literary Fiction / Social SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1959
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 320 ca.

Difficoltà in inglese: **

Winston Niles Rumfoord è un nobile d’antico stampo. Ed è anche piuttosto ricco, dato che si è costruito una navicella spaziale privata ed è partito per lo spazio con il suo cane Kazak. Ma qualcosa è andato storto: sulla rotta per Marte, la navicella si è infilata in un infundibolo cronosinclastico, quel luogo dove lo spazio e il tempo perdono di significato e tutte le verità possibili sono contemporaneamente vere.
Ora Rumfoord e il suo cane Kazak esistono contemporaneamente lungo tutta una spirale che va dal Sole a Betelgeuse, intrappolati in eterno. Poiché inoltre tutti i momenti della sua esistenza ora esistono contemporaneamente, Rumfoord ha acquisito la capacità di vedere il futuro. Due volte all’anno, quando la Terra entra nel raggio della spirale, Rumfoord e Kazak compaiono nella sontuosa villa di famiglia. La gente vorrebbe vederli, gli scienziati studiarli, i giornalisti intervistarli, ma Beatrice Rumfoord, la gelida e nevrotica moglie di Winston, non ammette mai nessuno. Per lei la situazione di suo marito è solo una vergogna che vorrebbe dimenticare.
Per un solo ospite si fa eccezione: Malachi Constant, giovane debosciato e arrogante, con l’insolita caratteristica di essere l’uomo più ricco del mondo. E di non aver mai fatto assolutamente nulla nella vita per diventarlo. Perché Rumfoord ha un piano per Malachi Constant. E ha un piano per Beatrice. A ben pensarci, ha un piano per l’intera umanità. E i poteri per realizzarlo…

Chi conosce già Vonnegut sa che solo con difficoltà lo si può catalogare come un autore di fantascienza. Diversi suoi romanzi sono in realtà mainstream con qualche elemento strano; e anche negli altri, l’elemento fantastico è sempre subordinato alla voglia di parlare (in modo più o meno dissacrante, e più o meno bizzarro) della realtà, della nostra società, della stupidità umana. Eh già, non siamo molto lontani dallo “specchio distorcente” che Gamberetta giustamente odia… Inoltre il suo modo di scrivere lo avvicina più alla literary fiction che alla narrativa di genere.
The Sirens of Titan è una parziale eccezione. Ed è sicuramente il più fantascientifico e il più bizzarro tra i romanzi di Vonnegut. “La sua destinazione è Titano” dice Rumfoord a Malachi Constant, “ma prima di arrivare là visiterà Marte, Mercurio e anche la Terra”. Assisteremo agli involontari viaggi di Constant attraverso lo spazio e ai suoi tentativi di sottrarsi a un futuro che sembra già scritto negli infundiboli cronosinclastici.

Titan, Titano

Titano, il più grande satellite di Saturno. Non proprio il luogo più adatto a una villeggiatura.

Uno sguardo approfondito
Lo stile di Vonnegut viola i più basilari principi della narrativa del genere; ma lo fa apposta.
La storia è vista dal punto di vista di un narratore onnisciente, che il più delle volte se ne sta appollaiato sulle spalle o nella testa di Malachi Constant, il protagonista, ma che non si fa problemi, durante una pausa nella narrazione, a lanciarsi in commenti, digressioni, a riportare stralci di giornali o libri inventati.
Qualche esempio. All’inizio del libro, Malachi Constant sta entrando nella villa Rumfoord. Gli viene da pensare a Rumfoord e al fatto che è entrato nell’infundibolo. Tac, digressione: Vonnegut interrompe la storia per riportarci la (spassosa) voce “infundibolo cronosinclastico” di un’Enciclopedia per Bambini. Più tardi, Constant incontra Rumfoord: tac, nuova digressione, in cui Vonnegut parla dell’ “autentica aristocrazia americana” e delle differenze di “stile” tra un Rumfoord e un Constant. Ancora dopo, un’altra digressione sul rapporto tra l’esplorazione spaziale e la Chiesa. Un paio di capitoli dopo, un’altra lunga digressione racconta di come il padre di Constant, umile commesso viaggiatore, riuscì a diventare l’uomo più ricco del mondo speculando in borsa col solo aiuto del libro della Genesi. E così via.
Le digressioni e i commenti del narratore si collocano tra umorismo e satira. Sarebbero insopportabili, se non fosse per il fatto che molte sono divertenti, e alcune (in particolare la prima e l’ultima che ho citato) semplicemente geniali. Inoltre diverse di queste digressioni, apparentemente gratuite e inutili, in realtà trovano modo di collegarsi ad altri elementi presentati successivamente nella storia, venendo così a formare un unico coerente arazzo. Alcune ahimé sono proprio inutili.

The Sirens of Titan è un banco di prova eccellente per mettere alla prova le teorie sulla catarsi. Quanto più la presenza del narratore si fa insistente, tanto meno ci sentiamo coinvolti in prima persona dalla narrazione. Il nostro sguardo si fa più critico, più freddo; perché un velo è stato calato tra noi e Constant.
Simili distacchi però sono traumatici. Allora, una digressione ci sarà gradita quanto più saprà sopperire al “trauma” solleticandoci, divertendoci con il tono, stupendoci con idee e accostamenti bizzarri (come il prete che nella digressione sulla Crociata dell’Amore dice: “Sapete qual’è l’elenco dei controlli sulla verde, rotonda astronave di Dio? Volete sentire il countdown di Dio?“). Se un intervento dell’autore fallisce in questo, ci risulterà invece tanto più odioso e gratuito (a Dimitri fischieranno le orecchie?). Alcuni momenti del romanzo di Vonnegut danno proprio questa impressione sgradevole.
Ma è importante ricordare una cosa: in ogni caso, ci siamo distanziati dalla storia, l’immedesimazione è rotta, sentiamo di avere in mano un libro e che stiamo leggendo finzione. Un lettore che non accetti questo in partenza dovrebbe tenersi alla larga da Vonnegut.

Vonnegut comunque non è un incapace. Quando la storia raggiunge un momento cruciale, il narratore è in grado di farsi da parte e allora siamo proiettati vicinissimi al protagonista. Ai personaggi principali succederanno cose molto crudeli; e Vonnegut è in grado di farci sentire empatia per loro, di farci immedesimare in loro.
Da questo punto di vista, The Sirens of Titan è come una partita a ping-pong: un colpo, e la telecamera si allontana e siamo distanti e ci divertiamo o ci annoiamo di fronte all’estro di Vonnegut; un altro colpo, e la telecamera si avvicina e ci mordiamo le labbra e spalanchiamo gli occhi osservando quello che succede ai nostri eroi. Forse sta in questo il succo del “grottesco”, dell'”agrodolce”: di una stessa cosa, sentirne ora il lato comico, ora il lato tragico. Il romanzo di Vonnegut è estremamente agrodolce1.

Swwt and sour

Lo stile di Vonnegut.

Il che non significa nemmeno che Vonnegut sia un maestro della tecnica – anzi. Se alcune delle sue scelte sono volute, altre sono chiaramente degli errori che non attribuirei ad altro che a carenza di tecnica. Il pov è capace di saltare per alcune righe da un personaggio all’altro senza che ce ne sia bisogno; le frasi sono piene di aggettivi inutili, avverbi inutili, infodump inutili, e anche inutili sottolineature dell’ovvio. I suoi incipit sono celebri per stare tra il mediocre e lo schifo: ne ho letti cinque e ho dovuto riconfermare cinque volte l’impressione. Lo stile di Vonnegut è sovraccarico, e ricoperto da una patina di trascuratezza e di ignoranza stilistica.
Compensano l’estro creativo e la capacità di creare personaggi vivi e dalla psicologia affascinante. Il libro di Vonnegut è infatti completo di una vasta galleria di roba strana: uno scalcinato esercito marziano che progetta la conquista della Terra; creaturine ameboidi amanti della musica che vivono nel sottosuolo di Mercurio; una navicella venuta dal lontanissimo pianeta Tralfamadore con un guasto al motore; la Chiesa di Dio Assolutamente Indifferente; e via dicendo. Non siamo nel territorio delle bizzarrie estreme da Bizarro Fiction, ma comunque non c’è male.
Rumfoord è un personaggio titanico come il Lord Asriel di Pullman, il Palmer Eldritch di Dick, O’Brien di 1984. E tutto questo è trampolino di lancio per parlare della stupidità umana, della crudele indifferenza dell’universo, di religione, di predeterminazione. Risparmiandoci le solite banalità sull’argomento.

Bill O'Reilly

Se cercate opinioni sulla religione più elaborate di quella di Vonnegut, potete sempre chiedere a Bill O’Reilly.

Su Kurt Vonnegut
Di Vonnegut ho letto fino ad ora altri quattro romanzi, nessuno dei quali può essere considerata vera e propria sf.

Vonnegut Player Piano Player Piano (Piano meccanico) è il suo romanzo d’esordio ed è un libro mediocre, anche se alcune idee sono proprio carine. Parla di una società in cui le macchine sono diventate così brave a fare tutto, che gli uomini non servono più a nulla e ne sono frustrati.

Vonnegut Mother NightMother Night (Madre notte) non ha alcun elemento fantastico, ma è comunque una storia interessante. E’ la finta autobiografia di una ex-spia americana che ai tempi della WWII si finse nazista e divenne la voce radiofonica del Partito per trasmettere messaggi in codice agli Alleati.

Vonnegut Cat's Cradle Cat’s Cradle (Ghiaccio-nove) è uno strano esperimento. Racconta le storie intrecciate di uno scienziato che ha inventato un’arma ancora più terribile della bomba atomica, e dei suoi figli disfunzionali, che l’hanno ereditata; e la storia di un improbabile staterello indipendente e dittatoriale nei Caraibi diventata culla di una nuova, stranissima religione. Non è male, ma non sempre la storia scorre come dovrebbe.

Vonnegut Slaughterhouse-Five Slaughterhouse-Five (Mattatoio N.5) è piuttosto famoso e non ne parlerò qui. Il primo capitolo è terribile, ma per il resto è un titolo molto valido. Gli amanti della narrativa di genere potrebbero sentirsi a disagio. Vonnegut scrive cose a metà tra la satira e il romanzo filosofico, e quello gli interessa.

Dove si trova?
In Italia Vonnegut è edito da Feltrinelli. Alcuni suoi libri – Madre notte, Ghiaccio-nove, Mattatoio N.5 – si trovano in edizione economica, ma purtroppo Le Sirene di Titano non è tra questi. L’ultima volta che l’ho visto mi pare costasse 15 Euro. Comunque la stessa edizione si trova anche su Emule. Su library.nu si trova un e-pub in lingua originale che è fatto piuttosto bene.

Chi devo ringraziare?
Conoscevo Vonnegut di fama, ma se ho cominciato a leggerlo è per il merito di un mio compagno di università che ne andava pazzo. Tipo strano: adorava i libri sulle cospirazioni e sulle logge massoniche – specialmente se comprendevano i Templari -, leggeva con lo stesso gusto Dan Brown, i Wu Ming e Il pendolo di Foucault di Eco (probabilmente solleticato dall’idea che Shakespeare possa essere Bacone che è anche Cervantes che è anche il conte di Cagliostro che è anche Giacomo Casanova che è anche il conte di Saint-Germain che è anche Bismarck ed è ovviamente immortale. O qualcosa del genere). Aveva un debole per i carteggi segreti tra grandi personaggi della Seconda Guerra Mondiale e per l’operazione Gladio. I suoi film preferiti erano La classe operaia va in paradiso e un truzzissimo film di propaganda sovietica degli anni ’50 – La caduta di Berlino o qualcosa del genere – dove babbo Stalin premia il protagonista perché è stato il miglior lavoratore della sua fabbrica e già che c’era ha salvato l’URSS dai nazisti.
Sì, c’era un che di inquietante nei suoi gusti, ciononostante su Vonnegut mi ha convinto e aveva ragione. Chissà che non abbia ragione anche su qualcos’altro… <.<” ”>.>

La classe operaia va in paradiso

Neorealismo socialista. Vonnegut approverebbe.

Qualche estratto
Il primo estratto è la voce dell’Enciclopedia per Bambini di Meraviglie e Cose da Fare sull’infundibolo cronosinclastico, e dà un’idea delle strane digressioni un po’ literary di Vonnegut. Il secondo è più tradizionale, mostra l’incontro tra Malachi Constant e Rumfoord in un momento, uhm, delicato.

1.
CHRONO-SYNCLASTIC INFUNDIBULA — Just imagine that your Daddy is the smartest man who ever lived on Earth, and he knows everything there is to find out, and he is exactly right about everything, and he can prove he is right about everything.
Now imagine another little child on some nice world a million light years away, and that little child’s Daddy is the smartest man who ever lived on that nice world so far away. And he is just as smart and just as right as your Daddy is. Both Daddies are smart, and both Daddies are right. Only if they ever met each other they would get into a terrible argument, because they wouldn’t agree on anything. Now, you can say that your Daddy is right and the other little child’s Daddy is wrong, but the Universe is an awfully big place. There is room enough for an awful lot of people to be right about things and still not agree. The reason both Daddies can be right and still get into terrible fights is because there are so many different ways of being right.
There are places in the Universe, though, where each Daddy could finally catch on to what the other Daddy was talking about. These places are where all the different kinds of truths fit together as nicely as the parts in your Daddy’s solar watch. We call these places chrono-synclastic infundibula.
The Solar System seems to be full of chrono-synclastic infundibula. There is one great big one we are sure of that likes to stay between Earth and Mars. We know about that one because an Earth man and his Earth dog ran right into it. You might think it would be nice to go to a chrono-synclastic infundibulum and see all the different ways to be absolutely right, but it is a very dangerous thing to do. The poor man and his poor dog are scattered far and wide, not just through space, but through time, too.
Chrono (kroh-no) means time. Synclastic (sin-class-tick) means curved toward the same side in all directions, like the skin of an orange. Infundibulum (in-fun-dib-u-lum) is what the ancient Romans like Julius Caesar and Nero called a funnel. If you don’t know what a funnel is, get Mommy to show you one.

INFUNDIBOLI CRONOSINCLASTICI — Immagina che il tuo Papà sia l’uomo piú in gamba mai vissuto sulla Terra e che sappia tutto quello che si può sapere e che abbia esattamente ragione in tutto, e possa dimostrare di avere ragione in tutto.
Adesso immagina un altro bambino su qualche simpatico mondo lontano un milione di anni-luce, e che il Papà di quel bambino sia l’uomo piú in gamba che sia mai vissuto su quel simpatico mondo così lontano. Ed è in gamba, ed ha ragione come il tuo Papà. Tutti e due i Papà sono in gamba, e tutti e due hanno ragione. Solo, se si incontrassero, comincerebbero una terribile discussione, perché non si troverebbero d’accordo su niente. Ora, tu puoi dire che il tuo Papà ha ragione e il Papà dell ‘altro bambino ha torto, ma l’Universo è un posto spaventosamente grande. C’è abbastanza posto perché tanta gente abbia ragione su certe cose eppure non si trovi d’accordo. La ragione per cui tutti e due i Papà possono avere ragione e nello stesso tempo possono avere una terribile discussione è che vi sono molti modi diversi di avere ragione.
Ma vi sono posti nell’Universo in cui tutti e due i Papà potrebbero finalmente capire di che cosa stava parlando l’altro Papà. Questi posti si trovano dove tutte le diverse specie di verità collimano perfettamente come i pezzi dell’orologio solare del tuo Papà. Noi chiamiamo questi posti infundiboli cronosinclastici. Sembra che il Sistema Solare sia pieno di infundiboli cronosinclastici. Ce n’è uno, di cui siamo certi, che sembra stia tra la Terra e Marte. Ne conosciamo l’esistenza perché un uomo terrestre e il suo cane terrestre vi sono finiti dentro.
Forse penserai che sarebbe bello andare in un infundibolo cronosinclastico e vedere tutti i modi diversi di avere assolutamente ragione, ma è una cosa molto pericolosa da farsi. Quel pover’uomo e il suo povero cane sono ora sparsi qua e là, non solo attraverso lo spazio ma anche attraverso il tempo.
Crono significa tempo. Sinclastico significa incurvato nello stesso modo verso tutte le direzioni, come la buccia di un’ arancia. Infundibolo (infundibulum) è il nome con cui gli antichi romani come Giulio Cesare e Nerone chiamavano un imbuto. Se non sai che cosa è un imbuto, di’ alla Mamma di mostrartene uno.

Infundibolo cronosinclastico

Un infundibolo cronosinclastico?

2.
“You — you really can see into the future?” said Constant. The skin of his face tightened, felt parched. His palms perspired.
“In a punctual way of speaking — yes,” said Rumfoord. “When I ran my space ship into the chrono-synclastic infundibulum, it came to me in a flash that everything that ever has been always will be, and everything that ever will be always has been.”
He chuckled again. “Knowing that rather takes the glamour out of fortunetelling — makes it the simplest, most obvious thing imaginable.”
“You told your wife everything that was going to happen to her?” said Constant. This was a glancing question. Constant had no interest in what was going to happen to Rumfoord’s wife. He was ravenous for news of himself. In asking about Rumfoord’s wife, he was being coy.
“Well — not everything,” said Rumfoord. “She wouldn’t let me tell her everything. What little I did tell her quite spoiled her appetite for more.”
“I — I see,” said Constant, not seeing at all.
“Yes,” said Rumfoord genially, “I told her that you and she were to be married on Mars.” He shrugged. “Not married exactly — ” he said, “but bred by the Martians — like farm animals”.

— Può… può veramente vedere nel futuro? — domandò Constant. Si sentì la pelle del viso tirarsi, incartapecorirsi. Le palme gli sudavano.
— In un modo puntuale di parlare… sì — rispose Rumfoord. — Quando lanciai la mia astronave nell’infundibolo cronosinclastico, seppi in un lampo che tutto ciò che è stato sarà sempre, e tutto ciò che sarà è sempre stato. — Ridacchiò di nuovo. — Sapere questo toglie fascino alla predizione… ne fa la cosa piú semplice e piú ovvia che si possa immaginare.
— Lei ha detto a sua moglie tutto ciò che stava per accaderle? — chiese ancora Constant. Era una domanda allusiva. A Constant non interessava ciò che sarebbe accaduto alla moglie di Rumfoord. Era affamato di notizie che riguardassero lui stesso. Si sentì intimidito, quando chiese della moglie di Rumfoord.
— Ecco… non tutto — rispose Rumfoord. — Mia moglie non mi ha lasciato finire. Quel po’ che le ho detto le ha fatto passare la voglia di sentire il resto.
— Ca… capisco — disse Constant, che non capiva affatto.
— Sì — disse Rumford allegramente. — Le ho detto che voi due vi sareste sposati, su Marte. — E scrollò le spalle. — Non proprio sposati… — continuò, — ma fatti accoppiare dai marziani… come animali in una fattoria.

Tabella riassuntiva

Idea fikissima  sviluppata benissimo. Stile da literary fiction che fa un po’ a pugni col concetto classico di ‘narrativa di genere’.
 Alcune digressioni sono divertenti e geniali. Alcune digressioni sono inutili e fastidiose.
Pieno di stranezze e sense of wonder, ma senza andare fuori controllo. Sul lato tecnico Vonnegut è piuttosto debole.
Rumfoord è delizioso e terribile.

(1) La questione dello stile di Vonnegut e delle contaminazioni stilistiche tra narrativa di genere e literary fiction è stata anche oggetto di una fikissima discussione tra me e il Duca, che potete leggere qui. I commenti utili vanno dal #16 al #23; anche quelli dopo sono interessanti, perché il Duca continua a dare consigli di bei romanzi.
Riprendere le fila di quella discussione è anche uno dei tanti motivi per cui ho deciso di dedicare uno dei primi Consigli a Le sirene di Titano.Torna su